In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
3 Marzo, 2026
Prieto Picudo. Il felino nascosto delle Mesetas
Ci sono giorni in cui sento il bisogno di perdermi. Non nei grandi viaggi, ma in quelle deviazioni laterali che il mondo del vino ti offre quando meno te l’aspetti. È successo così anche stavolta: una strada secondaria, un nome sussurrato da un amico, una bottiglia arrivata senza pretese.
Prieto Picudo, non lo avevo mai incontrato davvero. Eppure, appena versato nel bicchiere, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcuno che conosce bene la solitudine dei luoghi aperti. Un vino che non ti viene incontro: ti osserva, ti misura, decide se vale la pena raccontarsi.
E io, che ho un debole per i caratteri schivi, ho capito subito che questa sarebbe stata una di quelle esplorazioni curiose che amo condividere con voi. Perché il Prieto Picudo non è un vitigno: è un invito, a rallentare, a cambiare prospettiva, a lasciarsi sorprendere da ciò che vive lontano dai riflettori.
È da qui che parte il mio viaggio di oggi. Da un’uva appuntita come il suo nome, nata dove il cielo è enorme e il vento non fa sconti. Un’uva che resiste, che non si concede facilmente, ma che quando lo fa… beh, ti resta addosso.
Un’uva che nasce dove il cielo è enorme
Siamo nel cuore della Castiglia y León, tra altipiani che sembrano non finire mai, dove l’inverno è tagliente e l’estate brucia senza pietà. È qui, nella DO Tierra de León, che il Prieto Picudo ha trovato la sua casa. Un territorio duro, asciutto, che costringe la vite a scavare in profondità e a difendersi.
Il risultato? Grappoli piccoli, acini scuri, bucce spesse. Un’uva che non regala nulla, ma quando decide di farlo, lo fa con una personalità che non assomiglia a nessun’altra.
Il suo nome è già un racconto, infatti, “Prieto” significa scuro, compatto. “Picudo” rimanda alla forma appuntita dell’acino, quasi un piccolo becco. È un nome che sembra uscito da un romanzo di avventure: essenziale, diretto, un po’ ruvido.
Eppure, dietro questa ruvidità si nasconde un carattere sorprendentemente moderno: acidità vibrante, tannino fine, profumi che oscillano tra la frutta rossa croccante e un lato più selvatico, quasi balsamico.
La magia della “madreo”
Se c’è una pratica che racconta davvero l’anima del Prieto Picudo, è la madreo: grappoli interi, aggiunti al mosto durante la fermentazione, che rilasciano lentamente colore, aromi e una freschezza quasi elettrica.
È un gesto antico, contadino, che oggi molti produttori stanno riscoprendo. E il risultato sono vini che sembrano pulsare: rossi giovani e succosi, rosati intensi chiamati claretes, e versioni più serie, affinate in legno, che mostrano una profondità inattesa.
Un vitigno che ama sorprendere
Il Prieto Picudo è un camaleonte. Può essere:
Rosato: fragrante, vinoso, con una spalla acida che lo rende irresistibile.
Rosso giovane: fruttato, diretto, con quella nota pepata che invita al secondo sorso.
Rosso strutturato: quando il produttore decide di domarlo, emergono grafite, erbe mediterranee, ciliegia nera e una tensione minerale che racconta la terra arida da cui proviene.
Spumante: sì, anche questo. E funziona sorprendentemente bene.
È un vitigno che non si lascia incasellare, e forse è proprio questo il suo fascino.
Perché vale la pena cercarlo?
Perché il Prieto Picudo è ancora un segreto. Non ha la fama della Tempranillo, né la diffusione della Garnacha. Ma ha qualcosa che molti vitigni più celebri hanno perso: l’autenticità di chi non ha mai smesso di essere sé stesso.
Bevendolo, si sente il respiro del León rurale, la solitudine delle mesetas, la tenacia dei viticoltori che hanno scelto di non abbandonarlo quando sembrava destinato a scomparire.
È un vino che parla di resistenza, di identità, di paesaggi che non chiedono di essere belli, ma veri.
Una curiosa esplorazione che lascia il segno è una storia di confini, di ostinazione, di bellezza non addomesticata. È una di quelle uve che ti guardano negli occhi e ti dicono: “Se vuoi conoscermi davvero, devi venire fin qui”.
E mentre finisco il mio bicchiere di Prieto Picudo — mi rendo conto che ogni volta che penso di aver visto tutto, il mondo del vino trova un modo per sorprendermi.
Quindi sì, questa esplorazione finisce qui. Ma non fatevi illusioni: ho già un altro vitigno che mi bussa alla porta, chiedendo attenzione. È timido, un po’ strano, forse pure permaloso… insomma, perfetto per la prossima puntata.
Restate pronti: nelle curiose esplorazioni, non si sa mai chi sarà il prossimo a saltare fuori dal bicchiere.
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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20 Gennaio, 2026
Priorat Confidential. Viaggio tra i calici nati dalla roccia che brilla
Se chiudo gli occhi e penso al Priorat, non sento subito il profumo del vino. Sento il rumore dei miei scarponi che scricchiolano sulla licorella.
Per chi non mastica pane e geologia, la licorella è l’anima di questo angolo di Catalogna, a un’ora e mezza da Barcellona: una terra scura, un’ardesia fragile che brilla sotto il sole e che costringe le viti a scavare per metri nel terreno alla ricerca di una goccia d’acqua. Qui la vite non cresce, sopravvive. E lo fa con una dignità che toglie il fiato.
Il Priorat è una storia di “resurrezione”.
Fino agli anni ’80, questa zona era quasi abbandonata, destinata a produrre vini da taglio, pesanti e anonimi. Poi, un gruppo di visionari (i “magnifici cinque”, tra cui René Barbier e Álvaro Palacios) ha capito che quelle vigne vecchie inerpicate su pendenze impossibili avevano un potenziale immenso.
Oggi, il Priorat è una delle due sole DOCa (Denominazione di Origine Qualificata) della Spagna, insieme alla Rioja. Ma mentre la Rioja è eleganza classica, il Priorat è potenza pura, quasi selvaggia.
Cosa aspettarsi nel calice?
Dimenticate i vinelli beverini da aperitivo veloce. Qui si fa sul serio. I protagonisti sono la Garnacha (Grenache) e il Cariñena (Carignano).
Priorat è come fare una passeggiata in un bosco mediterraneo dopo un temporale.
Il colore: un rubino profondo, quasi impenetrabile.
Il naso: un’esplosione di amarena matura, liquirizia, rosmarino e quel tocco “affumicato” e minerale che solo l’ardesia sa regalare.
Il sorso: è caldo, avvolgente, ma con una freschezza sorprendente che ti spinge a riassaggiare. È un vino che “pesa”, ma che non stanca.
Consigli da sommelier (per godersela davvero)
Non lasciatevi spaventare dal grado alcolico, che qui spesso tocca i 15 gradi. Il segreto è la temperatura: servitelo intorno ai 16-17°C, non di più. Se è troppo caldo, l’alcol prenderà il sopravvento sui profumi.
L’abbinamento del cuore? Se volete fare i puristi, cercate un cosciotto d’agnello alle erbe o una guancia di manzo brasata. Ma se siete a casa e volete qualcosa di più “easy”, provatelo con un pecorino stagionato o, osate, con un quadratino di cioccolato fondente 70%. È la fine del mondo.
Perché andarci (o berne un po’)
Visitare il Priorat, tra villaggi come Gratallops o Siurana, significa fare pace con il tempo. Le vigne sono terrazzate, curate a mano perché i trattori qui scivolerebbero a valle. È un’agricoltura eroica, fatta di sudore e silenzio.
Il Priorat non è solo un vino; è il racconto di una terra che non si è arresa. Ogni volta che stappo una bottiglia, mi sembra di sentire il sole della Catalogna sulla pelle e il battito lento di una terra antica.
Se cercate un vino che abbia una storia da raccontare, smettete di cercare. Lo avete trovato.
Tips per i lettori di Wine Tales Magazine
Produttori da non perdere: Clos Mogador, Mas Martinet, Álvaro Palacios (per i grandi classici); Terroir al Límit (per una visione più moderna e fresca).
Curiosità: Il nome deriva dal Priorato della Certosa di Scala Dei, dove i monaci iniziarono a piantare vigne già nel XII secolo. Potete ancora visitare le rovine del monastero: un luogo mistico che spiega molto di questo vino.
Salute!
In conclusione: bevete responsabilmente (ma con carattere)
Quindi, la prossima volta che in enoteca vedete una bottiglia del Priorat, non guardatela con timore reverenziale solo perché è una DOCa. Pensate a quelle povere radici che scavano nell’ardesia come se cercassero il petrolio e rendete loro omaggio.
Certo, dopo il secondo calice da 15 gradi potreste iniziare a parlare fluentemente catalano o convincervi di essere i nuovi re della viticoltura eroica, ma fa parte del fascino del territorio. Il consiglio è sempre lo stesso: munitevi di un cavatappi serio, una buona compagnia e, magari, assicuratevi di non dover guidare un trattore su un terrazzamento del 40% subito dopo.
Noi ci rileggiamo qui per il prossimo viaggio nel calice. Dove andremo? Non posso svelarvi troppo, ma vi consiglio di preparare il passaporto (o almeno un calice pulito), perché passeremo dalle vigne scoscese a qualcosa di decisamente più… frizzante.
Non mancate, o sarò costretto a interrogarvi sulle differenze tra suoli calcarei e vulcanici. E credetemi, non volete che accada.
Alla prossima, Winelovers!
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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24 Novembre, 2025
La Catalanesca. Un pezzo di Spagna ai piedi del Vesuvio
Un vitigno dalla storia affascinante, che ha trovato la sua dimora ideale sui terreni vulcanici della Campania, esprimendo una personalità unica e inconfondibile, narrata attraverso leggende d’amore e tradizioni contadine.
Se si parla di vitigni autoctoni campani, l’attenzione si concentra spesso sui “grandi nomi” come Fiano, Greco o Falanghina.
Tuttavia, il territorio vesuviano custodisce gelosamente una gemma rara e affascinante: la Catalanesca. Questo vitigno a bacca bianca rappresenta un legame culturale e storico tra la Campania e la penisola iberica, offrendo un vino di grande carattere e originalità. Come suggerisce il nome, la Catalanesca non è originaria dell’Italia. La sua storia affonda le radici nel XV secolo ed è legata a una delle storie d’amore più celebri della Napoli aragonese.
La leggenda narra che sia stata introdotta in Campania da Alfonso I d’Aragona (Alfonso V di Castiglia, Re di Napoli), noto come “il Magnanimo”, intorno al 1450. Alfonso, un re guerriero ma anche un raffato mecenate, si innamorò perdutamente, ricambiato, della giovanissima e bellissima Lucrezia d’Alagno, una nobildonna locale.
Si racconta che il re, per dimostrare il suo amore e la sua devozione, donò a Lucrezia, che risiedeva a Torre del Greco, alcune preziose barbatelle provenienti dalla sua terra natia, la Catalogna, come pegno d’amore. Queste vigne furono piantate con cura sulle pendici del Monte Somma, la parte più antica del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, nei possedimenti terrieri della famiglia di Lucrezia.
L’aneddoto popolare
Per secoli, la Catalanesca è rimasta confinata in quest’area ristretta. I contadini del luogo la accolsero e la coltivarono, tramandandone la coltivazione di padre in figlio. Un aneddoto che circolava tra i filari riguardava la robustezza e la dolcezza dell’uva: a causa della sua buccia spessa e coriacea, e delle dimensioni generose dei suoi acini dorati, era considerata l’uva perfetta per la tavola dei nobili e dei re. Era così apprezzata come uva da tavola, che per lungo tempo fu classificata ufficialmente solo per questo uso, limitandone l’impiego vinicolo nel censimento del dopoguerra.
La zona di produzione della Catalanesca è estremamente circoscritta e comprende solo nove comuni alle falde del Monte Somma, dove i vigneti crescono a circa 500 metri sul livello del mare. Il terroir è dominato dai terreni vulcanici, ricchi di sabbia e minerali, che conferiscono al vino un’impronta unica. Ciò che colpisce della Catalanesca è la sua capacità di accumulare sia un’elevata quantità di zuccheri che una notevole acidità, caratteristiche che si traducono in vini di grande struttura, sapidità e longevità. Il vino ottenuto dalla Catalanesca si presenta con un colore giallo paglierino intenso, spesso con riflessi dorati che possono accentuarsi con l’invecchiamento.
Al naso, il bouquet è intenso, floreale e fruttato, con note che spaziano dai fiori bianchi e ginestra (tipica del Vesuvio) alla frutta a polpa gialla, come pesca e albicocca, arricchite da sfumature minerali e, a volte, da leggeri sentori muschiati.
In bocca, il vino è secco, sapido e persistente. L’equilibrio tra la morbidezza, l’acidità e la spiccata mineralità vulcanica crea un’esperienza gustativa complessa e armoniosa.
La sua versatilità lo rende un partner ideale per la cucina campana: eccellente con piatti di pesce come il pesce spada, si abbina perfettamente ai frutti di mare, ai formaggi freschi e, sorprendentemente, anche a piatti della pasticceria locale come la pastiera napoletana, grazie alla sua nota dolce intrinseca e alla buona struttura.
Da uva da tavola a vino d’eccellenza, la Catalanesca ha compiuto un percorso straordinario. Solo nel 2006 è stata riclassificata come uva da vino grazie a studi approfonditi, e nel 2011 ha ottenuto il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica (IGT)
Catalanesca del Monte Somma, permettendo ai produttori di valorizzarla in purezza.
Oggi rappresenta una delle espressioni più autentiche e identitarie del panorama enologico campano, un vino che racconta storie di popoli, di amori e, soprattutto, della terra potente e generosa del Vesuvio, un vero “oro del Vesuvio” che merita di essere scoperto e celebrato.
La storia della Catalanesca è la dimostrazione che, anche nel mondo del vino, l’amore vince sempre… o quasi. Sebbene la storia tra Alfonso e Lucrezia non abbia avuto un lieto fine (il Papa non concesse mai l’annullamento del matrimonio di lui), il loro dono ha lasciato un segno indelebile.
Oggi, sorseggiando un calice di Catalanesca del Monte Somma, non stiamo solo bevendo un eccellente vino bianco vulcanico: stiamo assaporando un pezzo di Spagna che si è innamorato della Campania, un vitigno che per secoli ha fatto il “finto tonto”
fingendosi uva da tavola, e che ora, finalmente libero da vincoli, racconta con orgoglio la sua vera, regale identità.
Un brindisi a questo vitigno caparbio, che ha resistito al tempo, ai capricci reali e persino ai burocrati, dimostrando che, quando la terra chiama, la vigna risponde con carattere.
Spero che questo viaggio tra i filari del Vesuvio e la storia affascinante della Catalanesca vi abbia incuriosito. Vi invito a cercare questo vino, ad assaporarlo e a lasciarvi trasportare dai profumi del vulcano e del mare.
Come amo dire: Il vino è emozione liquida. E la Catalanesca ne è la prova tangibile.
Cin cin e alla prossima storia!
Da Napoli, con passione, vi saluta Giovanni Scapolatiello, MisterWine.
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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6 Ottobre, 2025
Vinòforum 2025. Roma sotto il segno del vino e della convivialità
Roma, Piazza di Siena – Villa Borghese, 8-14 settembre 2025: queste date segneranno per molti amanti del vino l’inizio dell’autunno con un gusto speciale. È tornato Vinòforum, la 22ª edizione della kermesse enogastronomica che più di ogni altra mette in dialogo produttori, territori, chef e appassionati, puntando su eccellenza, scoperta e identità.
Luogo, numeri e novità
L’edizione 2025 si è svolta in una cornice mozzafiato: Piazza di Siena in Villa Borghese, che ha ospitato circa 800 produttori, con oltre 3.200 etichette in degustazione.
Orari serali (dalle 19 fino a mezzanotte, con estensione fino all’una nei weekend) che hanno trasformato le sere romane in momenti di gusto e convivialità. Il biglietto includeva il calice da degustazione, un carnet da 10 assaggi di vini e l’accesso agli eventi gratuiti previa prenotazione.
Novità interessante, la scelta di far cadere l’evento a settembre, in un momento vicino alla vendemmia, per cogliere vini che esprimono più freschezza, più identità. L’intento dichiarato dagli organizzatori è che questo diventi un new wine & food era per Roma e per il Lazio.
Il Lazio al centro: vini locali e scoperte personali
In questa occasione ho avuto modo di dedicare particolare attenzione ai produttori laziali: vini dei Castelli Romani, Frascati, Roma DOC, Colli Pontini. Vini che riconoscono il caldo, le brezze tirreniche, i terreni vulcanici e argillosi. In particolare, ho assaggiato un Frascati Superiore che mi ha sorpreso per la sua acidità equilibrata e per il profumo di fiori bianchi – un vino che sa di territorio e di storia. Mi ha colpito anche una selezione di rosati dei Colli Albani, leggeri ma con carattere, che si rivelano perfetti nei momenti serali di Vinòforum.
Lo stand Calabria: curiosità che cresce sempre di più anche per il pubblico romano
Una delle aree che mi ha più affascinato è stata quella dedicata alla Calabria. Tra gli espositori calabresi, ho notato una partecipazione costante del pubblico; molte persone incuriosite, disposte a fermarsi, degustare, chiedere origine, varietà, abbinamenti. Il patrimonio calabrese — spesso percepito come “marginale” — a Vinòforum ha avuto un palcoscenico importante, e credo che la consapevolezza delle sue potenzialità stia crescendo davvero.
Internazionale, masterclass e approfondimenti
Vinòforum non è solo esposizione: è formazione, esperienza, confronto. Ho partecipato a una masterclass sui vini spagnoli, che ha offerto una prospettiva ampia: da Rioja e Ribera del Duero fino ad alcune denominazioni minori meno conosciute, ma ricche di storia e di gioia per il palato. È stato stimolante capire come la freschezza o l’influenza atlantic-marittima in alcuni spagnoli dialoghi con la calda mediterraneità del Lazio; una bella lezione di contrasto e di equilibrio.
In un wine evento che si rispetti occorre una buona acqua.
Altrettanto memorabile è stata la cena Gocce d’Eccellenza, cui ho preso parte, organizzata dallo sponsor Acqua Orsini, e con la partecipazione di bar Culto e il ristorante romano Carter Oblio: piatti studiati, dallo chef Alberto Cucciniello abbinati e ben calibrati, a singolari cocktail inventati da Giorgio Menotti Bar tender di CVLTO bar Trastevere. Atmosfera raffinata ma non formale. È in questi momenti che un evento diventa esperienza totale: sapore, estetica, conversazione.
I miei preferiti e una classifica sentita
Tra i tanti calici assaggiati a Vinòforum, ci sono stati alcuni vini che mi hanno davvero emozionato e che meritano una menzione speciale, quasi una piccola classifica personale:
Frascati Superiore DOCG (Lazio) Villa Simone. Un bianco che sembra racchiudere la luce delle colline laziali: al naso fiori bianchi, note agrumate e un accenno minerale che ricorda la brezza dei Castelli Romani. In bocca è armonico, con un equilibrio perfetto fra freschezza e sapidità. È il Lazio che si racconta senza fronzoli, ma con un’eleganza spontanea che conquista.
Albariño Rosado (Spagna) Bodegas Lagar da Condesa Un vino sorprendente, quasi sfuggente, con una veste rosa tenue che invita subito al sorso. Il profumo è un giardino mediterraneo: erbe aromatiche, piccoli frutti rossi e un tocco salino che ricorda le mareggiate atlantiche. In bocca danza leggero, vibrante, perfetto con i piatti di pesce e la tapas gourmet che ho avuto modo di assaggiare durante la masterclass. Un vino che ti porta lontano senza farti muovere da Roma.
Il Monaci di Giraldi & Giraldi (Calabria). Rosso da uve Magliocco, potente e raffinato insieme. Ha il colore intenso del tramonto che bagna la costa tirrenica calabrese e un naso che esplode di frutti di bosco maturi, spezie e una leggera nota affumicata. In bocca è profondo, con tannini avvolgenti e una persistenza che ti accompagna a lungo, come un ricordo che non vuole svanire. È la Calabria che sa affermarsi con orgoglio, con un carattere autentico e una voce che rimane impressa.
La Vip Room e lo Champagne
Tra i momenti indimenticabili di Vinòforum, c’è stata la sosta nella Vip Room, uno spazio esclusivo dove scorreva Champagne e metodo classico internazionale. Qui il mio calice preferito è stato un Veuve Clicquot Brut, brillante e seducente, con le sue note di mela gialla, brioche appena sfornata e agrumi canditi. Bevuto insieme a un collega e amico giornalista, Luca Gruppo, che saluto con piacere, ha reso quel brindisi un istante di vera complicità professionale e umana. Un sorso che ha suggellato il lato più conviviale e nobile del festival.
La Digital Communication Room
Una novità che ho particolarmente apprezzato in questa edizione è stata la presenza della Digital Communication Room: non una semplice sala stampa, ma uno spazio pensato per giornalisti digitali, influencer, content creator e comunicatori del vino. Un punto d’incontro moderno dove scambiarsi opinioni, creare contenuti live, lavorare con connessioni stabili e strumenti a disposizione.
Un luogo che testimonia come Vinòforum stia guardando avanti, comprendendo che oggi la comunicazione del vino non passa solo dalle testate cartacee o dalle grandi firme, ma anche da chi racconta in tempo reale sui social, portando l’esperienza del festival oltre i confini fisici di Roma.
In conclusione: un invito a vivere il prossimo Vinòforum
Se ti piace il vino, se ami il racconto che c’è dietro ogni bottiglia, non puoi perdere Vinòforum. È l’evento che celebra il bello dell’enogastronomia e ti fa sentire parte di qualcosa: comunità, territorio, gusto.
Alza un calice con me e preparati: il prossimo Vinòforum sarà ancora più sorprendente. 🍷
Francesco Aiello
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23 Settembre, 2025
Vignaioli dell’Alta Calabria e Calici sotto le stelle. Il vino incontra la magia di Cirella
Ci sono eventi che vanno oltre il semplice momento di degustazione. Non si tratta solo di calici, di etichette o di schede tecniche: si tratta di emozione, di identità, di radici che diventano racconto. Calici sotto le stelle, l’appuntamento estivo che si è svolto a Cirella, è senza dubbio l’evento cardine per i vignaioli dell’Alta Calabria, un palcoscenico dove produttori, appassionati e curiosi si ritrovano per celebrare una viticoltura autentica, ancora in parte nascosta ma ormai pronta a prendersi la scena.
L’atmosfera è stata unica: il mare poco distante, il profilo della costa illuminato dalla luna, e i calici che brillavano riflettendo la luce delle stelle. Degustare in questo contesto non è solo bere vino, ma vivere un’esperienza sensoriale completa, fatta di convivialità, orgoglio territoriale e voglia di scoprire.
L’Alta Calabria: un territorio che sorprende
Spesso trascurata nei grandi racconti enologici italiani, l’Alta Calabria è invece una culla di biodiversità e tradizione. Qui le vigne affondano le radici in terreni difficili ma generosi, tra alture che guardano il Tirreno e microclimi che garantiscono forti escursioni termiche. Sono vini che portano dentro il carattere della terra: decisi, sinceri, vibranti, capaci di raccontare un’identità che non teme il confronto con altre zone blasonate del Paese.
Ed è proprio questo il messaggio forte di Calici sotto le stelle: il Sud non solo esiste, ma ha vini che meritano di essere conosciuti, amati e raccontati.
I protagonisti: aziende che fanno grande l’Alta Calabria
Tra i tanti produttori presenti, alcuni mi hanno colpito particolarmente. Sono realtà con cui ho instaurato rapporti personali e professionali, e che considero voci fondamentali del mosaico calabrese.
Le Conche: rappresentano l’autenticità più pura. I loro vini hanno una forza narrativa straordinaria: sorseggiandoli senti la terra, la fatica e la passione. Il mio preferito è stato il Magliocco in purezza, un vino diretto, verace, con tannini vivi ma eleganti.
Vini Ferrari: sinonimo di eleganza e tradizione, riescono a unire pulizia tecnica e rispetto delle origini. Tra le etichette degustate, mi ha conquistato il Greco Bianco, fresco e minerale, perfetto esempio di come il bianco calabrese possa avere una sua precisa dignità.
Giraldi & Giraldi: una cantina che guarda lontano, capace di dare vini con grande freschezza e un profilo quasi internazionale, senza perdere il legame con il territorio. Il Rosato da Gaglioppo è stato il mio preferito: fragrante, versatile, sorprendente per piacevolezza.
Cantina Gialdino: qui trovi il coraggio della sperimentazione, la voglia di andare oltre gli schemi. Tra i vini assaggiati, il blend innovativo di Magliocco e Cabernet mi ha davvero sorpreso: un incontro tra tradizione e modernità ben riuscito.
Verbicaro Viti e Vini: questa realtà incarna l’anima del territorio. Ogni calice porta con sé una memoria antica, soprattutto nel Verbicaro Rosso Classico, che considero un vino simbolo, intenso e avvolgente, con una straordinaria capacità di invecchiamento.
Azienda Silvestri di Verbicaro: piccola, ma con un’anima enorme. L’Aglianico della casa è stato per me una rivelazione: potente, ma con una vena elegante che lo rende estremamente bevibile.
La mia “classifica del cuore”
Ogni degustazione è personale, soggettiva, legata al momento. Ma se dovessi stilare la mia classifica del cuore, sarebbe questa:
1. Verbicaro Rosso Classico – Verbicaro Viti e Vini: un vino che racconta tutta l’Alta Calabria.
2. RAFIEDU Magliocco in purezza – Le Conche: diretto, vero, un vino che vibra di autenticità.
3. PARMIENT – Azienda Silvestri: sorprendente per equilibrio e personalità.
4. DIAMANTE Malvasia e Greco Bianco – Vini Ferrari: un bianco luminoso e territoriale.
5. ANTONE’ Rosato da Gaglioppo – Giraldi & Giraldi: freschezza e modernità in un calice.
6. MAGLIOCCO 1953 – Cantina Gialdino: la dimostrazione che sperimentare, se fatto bene, arricchisce. Le mie considerazioni sull’Alta Calabria Quello che porto a casa da questa edizione di Calici sotto le stelle è la conferma che l’Alta Calabria ha un futuro luminoso. Qui non si rincorre una moda, ma si costruisce una storia fatta di terroir, vitigni autoctoni e coraggio imprenditoriale. I vini hanno una personalità distinta: non cercano di imitare nessuno, ma raccontano se stessi. Sono vini che parlano di pietra, sole, vento e mare. Sono vini che, proprio perché ancora non inflazionati, hanno un fascino unico. Se dovessi consigliare a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo da dove partire, direi: iniziate da Verbicaro Viti e Vini, per capire l’anima storica; proseguite con Le Conche per assaggiare l’autenticità più diretta; e lasciatevi sorprendere dalle sperimentazioni di Cantina Gialdino. Il vino che resta nel cuore Tra i tanti calici, uno in particolare è rimasto con me: il Verbicaro Rosso Classico di Verbicaro Viti e Vini. Non solo per la struttura e la profondità, ma perché rappresenta un racconto completo: quello di una Calabria che non ha paura di mettersi in gioco e di mostrarsi al mondo per quello che è, senza maschere. Calici sotto le stelle a Cirella non è stato soltanto un evento, ma un invito a guardare verso l’Alta Calabria con occhi nuovi. Io lo farò, e sono certo che sempre più appassionati inizieranno a farlo. Francesco Aiello
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2. RAFIEDU Magliocco in purezza – Le Conche: diretto, vero, un vino che vibra di autenticità.
3. PARMIENT – Azienda Silvestri: sorprendente per equilibrio e personalità.
4. DIAMANTE Malvasia e Greco Bianco – Vini Ferrari: un bianco luminoso e territoriale.
5. ANTONE’ Rosato da Gaglioppo – Giraldi & Giraldi: freschezza e modernità in un calice.
6. MAGLIOCCO 1953 – Cantina Gialdino: la dimostrazione che sperimentare, se fatto bene, arricchisce. Le mie considerazioni sull’Alta Calabria Quello che porto a casa da questa edizione di Calici sotto le stelle è la conferma che l’Alta Calabria ha un futuro luminoso. Qui non si rincorre una moda, ma si costruisce una storia fatta di terroir, vitigni autoctoni e coraggio imprenditoriale. I vini hanno una personalità distinta: non cercano di imitare nessuno, ma raccontano se stessi. Sono vini che parlano di pietra, sole, vento e mare. Sono vini che, proprio perché ancora non inflazionati, hanno un fascino unico. Se dovessi consigliare a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo da dove partire, direi: iniziate da Verbicaro Viti e Vini, per capire l’anima storica; proseguite con Le Conche per assaggiare l’autenticità più diretta; e lasciatevi sorprendere dalle sperimentazioni di Cantina Gialdino. Il vino che resta nel cuore Tra i tanti calici, uno in particolare è rimasto con me: il Verbicaro Rosso Classico di Verbicaro Viti e Vini. Non solo per la struttura e la profondità, ma perché rappresenta un racconto completo: quello di una Calabria che non ha paura di mettersi in gioco e di mostrarsi al mondo per quello che è, senza maschere. Calici sotto le stelle a Cirella non è stato soltanto un evento, ma un invito a guardare verso l’Alta Calabria con occhi nuovi. Io lo farò, e sono certo che sempre più appassionati inizieranno a farlo. Francesco Aiello
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15 Settembre, 2025
Muristellu. Il Rosso Selvaggio che parla Nuragico
Un vitigno dimenticato, una terra indomita, un vino che non si lascia spiegare ma solo ascoltare.
Un Vitigno che Viene da Lontano.
Nel cuore della Sardegna, dove il tempo sembra essersi fermato tra nuraghi e silenzi millenari, cresce un vitigno che pochi conoscono e ancora meno osano vinificare in purezza: il Muristeddu, chiamato anche Muristellu o Bovaleddu. Il suo nome evoca radici profonde, forse più antiche di quanto la storia ufficiale voglia ammettere.
Alcuni lo collegano al Bovale spagnolo, portato sull’isola durante la dominazione aragonese. Ma studi genetici recenti suggeriscono una parentela con la vite selvatica sarda (Vitis vinifera sylvestris), una varietà che cresce ancora spontanea nei boschi del Supramonte. Se fosse confermato, il Muristeddu sarebbe uno dei pochi vitigni al mondo a discendere direttamente da ceppi preistorici.
Il Vino nella Civiltà Nuragica: Un’Eredità Liquida
Molto prima che il Muristeddu fosse vinificato, la Sardegna parlava già la lingua del vino. La civiltà nuragica, fiorita tra il 1800 e il 500 a.C., ha lasciato tracce indelebili di una cultura agricola e rituale in cui la vite aveva un ruolo centrale. Gli scavi archeologici nei siti di Monte Prama, Sant’Imbenia e Nora hanno restituito vinaccioli carbonizzati, coppe rituali e contenitori ceramici che testimoniano la presenza di una viticoltura arcaica.
Il vino, per i nuragici, era più di una bevanda: era un simbolo di connessione con il divino, un elemento sacro usato in cerimonie religiose e offerte votive. Le coppe ritrovate nei templi e nei pozzi sacri suggeriscono che bere vino fosse un atto rituale, forse riservato ai capi tribù o agli sciamani.
Il Muristeddu, con la sua rusticità e resistenza, sembra incarnare proprio quella memoria genetica della Sardegna nuragica. Ogni sorso è come un’eco di tamburi lontani, di fuochi accesi sotto le stelle, di racconti tramandati a voce.
Un Vino Che Non Imita Nessuno
Il Muristeddu non segue mode. Nel calice, si presenta con un rosso rubino profondo, quasi misterioso. Al naso, esplode in un bouquet di frutti rossi maturi, pepe nero, erbe selvatiche e note minerali. In bocca è tannico, austero, ma sorprendentemente armonico. Ha una struttura che ricorda certi rossi francesi di grande razza, ma con un’anima selvaggia e indomita. La persistenza è lunghissima, con ritorni balsamici e minerali che sembrano scolpiti nella roccia.
È il vino che berresti davanti a un fuoco acceso, mentre fuori ulula il maestrale.
Dove Nasce: La Valle dell’Oddoene
Le vigne di Muristeddu crescono in luoghi impervi, dove la viticoltura è ancora eroica. La valle dell’Oddoene, nei pressi di Dorgali, è uno dei suoi habitat più autentici. Qui, tra canyon dolomitici e suoli calcarei, le viti vengono allevate ad alberello, spesso senza irrigazione, in un clima che alterna estati torride a notti fresche e ventose.
Il risultato è un’uva concentrata, ricca di polifenoli, che riflette la lotta quotidiana tra la vite e la pietra. Ogni grappolo è un piccolo miracolo.
Curiosità Rare e Dettagli da Iniziati
Il Muristeddu è uno dei pochi vitigni sardi che non ha mai subito cloni commerciali: ogni ceppo è diverso, ogni vigneto è un microcosmo.
Alcuni produttori lo vinificano in anfore di terracotta, per esaltarne la componente minerale e la verticalità.
In alcune zone del Mandrolisai, viene ancora coltivato secondo pratiche arcaiche, con potature lunari e fermentazioni spontanee.
È uno dei pochi rossi sardi che può invecchiare oltre 20 anni, sviluppando note di cuoio, tabacco e spezie orientali.
Scheda Tecnica – Muristellu IGT Isola dei Nuraghi
Caratteristica
Dettaglio
Vitigno
Muristeddu (Bovale Sardo) 100%
Denominazione
IGT Isola dei Nuraghi
Zona di produzione
Valle dell’Oddoene, Dorgali (NU)
Altitudine
250–400 m s.l.m.
Suolo
Dolomitico-calcareo
Sistema di allevamento
Alberello sardo
Vinificazione
Fermentazione spontanea in acciaio o anfora
Affinamento
12–18 mesi in tonneaux o terracotta, 6 mesi in bottiglia
Gradazione alcolica
14–15%
Colore
Rosso rubino profondo
Note olfattive
Mirto, resina, grafite, pepe nero
Gusto
Tannico, minerale, persistente
Abbinamenti
Cinghiale in umido, formaggi erborinati, pane carasau con lardo e miele di corbezzolo
Conclusione: Un Vino per Chi Sa Ascoltare
Il Muristeddu non è per tutti. È per chi cerca un vino che racconti, non che intrattenga. È per chi ama la Sardegna non solo per le spiagge, ma per la sua anima profonda, aspra, autentica. È per chi sa che il vino, come la terra, ha bisogno di tempo, silenzio e rispetto.
Giovanni Scapolatiello
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22 Agosto, 2025
Degustazione informata e Bottega Botlé. Il futuro della degustazione arriva a Bologna
Immagina un’insegna moderna nel cuore di Bologna. Un luogo dove il vino si assaggia, si esplora, si gioca. Questo è Bottega Botlé, enoteca 4.0 firmata Gaetano Lanza, che ha reinventato l’esperienza di degustazione grazie al software Rewine: Degustazione Informata.
Degustazione informata: il vino con il Gioco del Sommelier
Alla base di questa rivoluzione c’è LA DEGUSTAZIONE INFORMATA. Qui non si tratta solo di assaggiare: ogni calice si accompagna a un tablet interattivo, grazie alla tecnologia Rewine, il cliente può consultare schede vino, conoscere il territorio, e mettere alla prova le proprie competenze con il Sommelier Game, un quiz che premia la conoscenza del colore, dell’aroma e del gusto. Degustare diventa un gioco intelligente: alla fine, il sistema propone un punteggio e un certificato. Smart? No, educativo e divertente.
Come funziona il format
Entrando, ti viene data una card ricaricabile chiamata MemoryWine. Avvicinandola a uno dei dispenser automatici divisi per aree (autoctoni, grandi nomi, vini del territorio, ecc.), puoi versare da solo il vino che preferisci. Una volta preso il vino, puoi recarti al banco del buffet, dove troverai stuzzichini preparati con prodotti a km 0 dell’Emilia-Romagna, per vivere un’esperienza completa di abbinamento cibo-vino. Arriva il momento del Gioco del Sommelier: recandoti alle postazioni dedicate con la tua Memory Wine, accedi ai tablet e divertiti a indovinare le caratteristiche organolettiche del vino che hai nel calice e se rispondi alle domande correttamente raggiungendo il 100% di risposte esatte ti porti a casa il calice loggato “Bottega Botlé.
Il tutto senza prenotazioni, senza stress, con un’interfaccia intuitiva e immediata. Le etichette cambiano periodicamente: all’interno, più di 170 referenze selezionate da esperti e sommelier per offrire sempre varietà e qualità.
Perché è un format vincente anche per le cantine
La tecnologia Rewine non è solo per il consumatore: è in vendita anche a cantine, wine bar ed enoteche che vogliono offrire degustazioni interattive ai clienti.
Come ci spiega Gaetano Lanza ideatore del progetto esistono due configurazioni:
Rewine Smart, attivabile in 48 ore con tablet
Rewine Automatic, che include anche i dispenser automatici Wineemotion per self‑service attivo H24.
Entrambe le versioni permettono fidelizzazione, raccolta dati su gusti e comportamenti, e gestione semplice di contenuti multimediali.
Il mio racconto personale: tra tecnologia e convivialità
Sono stato ospite da Bottega Botlé nella boutique in centro a Bologna e ho trovato l’idea folgorante. Il vino si degusta con calma, mentre ti diverti a indovinare aromi o origini e lo abbini a prodotti tipici a km 0, in questo caso emiliano romagnoli. Il Sommelier Game ti fa sentire sommelier per un attimo, anche se sei curioso e pigro: impari a maneggiare il calice, a descrivere un vino, a capire i sentori. Ho apprezzato la selezione italiana di etichette, da autoctoni poco noti a grandi classici, abbinata a prelibatezze locali. Un mix perfetto tra convivialità e scienza del gusto
Il format è davvero friendly: nessuna paura di sbagliare, nessuna pressione, solo curiosità ed emozione. Provare una piccola verticale o capire se hai occhio transalpino o italiano diventa una sfida piacevole.
Dai uno sguardo al mio video reel che spiega la “Degustazione informata”:
https://www.instagram.com/reel/DGQJmm-s4As/?igsh=MWl6a2NoYWRmb3BsMw==
Rewine conquista Vinitaly 2025: la tecnologia che parla di vino
Il 2025 è stato anche l’anno della consacrazione di Rewine a livello internazionale. Presentata al Vinitaly, nella sezione dedicata alle innovazioni tecnologiche per il settore vitivinicolo, questa piattaforma ha attirato l’attenzione di produttori, importatori e addetti ai lavori provenienti da ogni parte del mondo.
Lo stand interattivo, allestito come una vera e propria “degustazione digitale”, ha permesso ai visitatori di vivere l’esperienza del Sommelier Game e scoprire il potenziale di questa tecnologia applicata alle cantine e ai wine bar.
Molti operatori hanno potuto testare in prima persona la facilità d’uso del sistema: una carta ricaricabile, un dispenser di qualità e un tablet in grado di raccontare, in tempo reale, tutto ciò che serve per apprezzare un vino con consapevolezza.
Tra curiosità e stupore, Vinitaly 2025 ha confermato che il futuro del vino non è soltanto nella bottiglia, ma anche nell’esperienza che la accompagna — e Rewine ne è la prova concreta.
Il sorso del futuro è già qui
Per chi comunica il vino, questa esperienza è illuminante. Rewine trasforma l’assaggio in esperienza: racconta le storie, la cultura e il territorio di ogni etichetta, ma lo fa giocando, coinvolgendo, insegnando.
Non è un semplice gadget tecnologico: è una modalità nuova di far vivere il vino.
Bottega Botlé e Rewine rappresentano un modello che può cambiare il modo di offrire degustazioni.
Dal dispenser al tablet al sorriso del cliente, l’esperienza diventa memorabile.
Un’enoteca, una cantina o un wine bar: con la tecnologia Rewine è un salto nel futuro, .
Una bottiglia alla volta, un sorso alla volta, con intelligenza, piacere e scoperta.
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
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7 Agosto, 2025
A.VI.TO., parla il nuovo presidente Andrea Rossi: visione, sfide e futuro del vino toscano
Andrea Rossi è il nuovo presidente di A.VI.TO., l’Associazione Vini Toscani DOP e IGP. Succede a Francesco Mazzei, che ha guidato l’associazione dal 2019. Eletto all’unanimità dall’Assemblea, Rossi – recentemente riconfermato presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e figura di riferimento nel panorama enologico regionale – si appresta a guidare A.VI.TO., che riunisce 24 Consorzi di tutela per circa 6.000 imprese e quasi 60.000 ettari di vigneto, in un momento delicato ma ricco di sfide e opportunità.
Lo abbiamo intervistato per approfondire la sua visione, gli obiettivi e le strategie con cui intende affrontare i prossimi anni, tra promozione, sostenibilità, tutela delle denominazioni e valorizzazione dei territori.
Presidente Rossi, come ha accolto la nomina a presidente di A.VI.TO.?
Senza dubbio con grande entusiasmo e con particolare riconoscimento nei confronti dei miei colleghi presidenti delle altre 23 denominazioni toscane. Penso che anche per la Docg che rappresento, il Vino Nobile di Montepulciano, sia un valore importante questa nomina che arriva alla vigilia del mio terzo mandato consecutivo da presidente del Consorzio.
Cosa rappresenta per lei questo nuovo incarico a livello personale e professionale?
A livello personale, come detto, un riconoscimento di fiducia da parte dei miei colleghi, pertanto anche un carico di responsabilità nei confronti del vino toscano di qualità. A livello professionale sono sicuro che sarà per me un arricchimento, il network di A.VI.TO. ci spingerà a fare cose importanti a livello istituzionale e non solo per il sistema vino della Toscana.
Qual è il suo giudizio sul lavoro svolto dal suo predecessore, Francesco Mazzei?
Estremamente positivo, come ho ricordato anche nel corso del primo consiglio che si è svolto lo scorso 30 luglio. Francesco oltretutto è stato il presidente della scommessa A.VI.TO., è riuscito a tenere insieme 24 realtà in un periodo per niente facile per le associazioni in generale, con in mezzo anche la Pandemia, per me continuerà a essere una spalla importante in questo percorso.
Quanto della sua esperienza nel Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano porterà in A.VI.TO.?
E viceversa direi. Stiamo dando vita a un documento programmatico, così come sono solito fare nelle realtà in cui mi ritrovo a poter dare il mio contributo. Sicuramente dall’esperienza di Montepulciano porteremo quella legata alla sostenibilità, ma anche un lavoro congiunto che possa partire da richieste specifiche da inoltrare alle Istituzioni, la Regione Toscana in primis. A Montepulciano porterò sicuramente il prossimo Consiglio di A.VI.TO. così da poter far entrare nella nostra dimensione territoriale anche le altre realtà vitivinicole della Regione.
Quali saranno le priorità del suo mandato alla guida di A.VI.TO.?
Le stiamo definendo. In questa fase ci sono molte priorità, a partire da quella relativa alla crescita del vigneto, allo stesso tempo come già detto sul fronte sostenibilità vorremo mettere dei paletti, anche aprendo a collaborazioni più ampie. C’è poi tutto il discorso della promozione che, all’indomani dell’applicazione dei dazi di Trump, ci impone una importante riflessione su dove e come diversificare.
C’è una sfida in particolare che sente più urgente da affrontare?
Mi piacerebbe continuare ciò che Francesco Mazzei ha cominciato, ovvero rendere ancora più forte di quanto già non lo sia il vino toscano. A livello nazionale credo che sia l’unica realtà, A.VI.TO. in grado di rappresentare un unico interlocutore del mondo vino. Ventiquattro Consorzi rappresentano un’economia, un valore sociale e territoriale unico, dovremo imparare a sfruttare di più questa condizione favorevole.
Che messaggio vuole lanciare oggi ai produttori, ai consorzi e a tutti gli attori del vino toscano?
Che sono abituato a pensare che nel cambiamento, quale sta attraversando il settore del vino, la risposta è il confronto. Più riusciremo a fare cartello insieme, più sapremo affrontare meglio le sfide di oggi e di domani.
Il neo presidente Andrea Rossi ha accolto la nomina con grande entusiasmo, esprimendo un sentito riconoscimento nei confronti dei colleghi presidenti degli altri Consorzi toscani per la fiducia accordata. Ha espresso un giudizio estremamente positivo sul lavoro svolto dal suo predecessore, Francesco Mazzei, sottolineando come sia riuscito a tenere unite 24 realtà in un periodo particolarmente complesso per il mondo associativo.
A.VI.TO. è attualmente impegnata nella definizione di un documento programmatico che orienterà le strategie future. Forte dell’esperienza maturata alla guida del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Rossi intende portare all’interno dell’associazione una visione orientata alla sostenibilità e alla collaborazione tra Consorzi, anche attraverso proposte concrete da sottoporre alle Istituzioni.
Le priorità del mandato sono in fase di definizione, ma tra le prime emergono la crescita del vigneto e l’introduzione di paletti sul fronte della sostenibilità. Un altro ambito fondamentale sarà quello della promozione, da ripensare alla luce delle criticità emerse dopo l’introduzione dei dazi statunitensi, con l’obiettivo di diversificare i mercati di riferimento.
La sfida più urgente che il nuovo presidente intende affrontare è quella di rafforzare ulteriormente il valore del vino toscano, proseguendo e sviluppando il percorso già avviato da Francesco Mazzei.
Mario Miranda
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Il vino secondo Mario
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29 Luglio, 2025
Paestum Wine Festival 2025. Il Sud che incanta il mondo del vino
In un panorama enologico sempre più affollato di eventi e appuntamenti, il Paestum Wine Festival si distingue come una delle realtà più potenti e carismatiche del Sud Italia. Ma limitarlo geograficamente sarebbe riduttivo: quest’anno, con la sua edizione 2025, possiamo affermare senza esagerare che si tratta ormai di un evento di risonanza internazionale, capace di catalizzare le attenzioni di produttori, giornalisti, influencer e appassionati da tutto il mondo.
Organizzato con visione e coraggio da Angelo Zarra, Paestum si è confermata palcoscenico perfetto per un Sud del vino che non solo sa raccontarsi, ma lo fa con qualità, numeri e relazioni. Io ho avuto il privilegio di essere lì, in qualità di ospite giornalista e addetto stampa: un’esperienza intensa, umana, professionale, che porterò con me ancora a lungo.
Una manifestazione che sa crescere (e far crescere)
Cosa rende questo festival così speciale? La risposta è semplice: l’energia umana e culturale che sprigiona. In pochi anni, il Paestum Wine Festival è diventato un polo di incontro per produttori, sommelier, wine lover, distributori, chef, buyer e operatori del settore. Ma soprattutto per chi il vino lo vive come vocazione.
L’edizione 2025 ha visto la partecipazione di centinaia di aziende vitivinicole — dal Piemonte alla Sicilia, dalla Toscana al Cilento — accanto a una fitta agenda di eventi collaterali, workshop, dibattiti, tavole rotonde, masterclass. Un crocevia di conoscenza e confronto, tra vecchie certezze e nuove generazioni del vino italiano.
Tanti i volti noti presenti: personaggi della TV, firme autorevoli del giornalismo enogastronomico, influencer del settore, produttori iconici e nuovi talenti. Un’occasione irripetibile per creare connessioni, raccontare storie e, sì, anche per farsi conoscere.
Tra calici e conversazioni: il mio racconto da dentro
In veste di addetto stampa ho vissuto ogni istante dell’evento con occhi attenti e spirito aperto. Ma, al di là della professione, quello che mi porto a casa è un bagaglio di incontri e emozioni.
Ho avuto modo di conoscere personalmente decine di produttori, ascoltare le loro storie, condividere idee e visioni. Ho partecipato a degustazioni tecniche, interviste televisive e confronti dietro le quinte. Ho parlato con giornalisti che seguivo da tempo e che, con grande generosità, hanno voluto coinvolgermi nei loro spazi.
Paestum è stato per me un acceleratore, una piattaforma dove le professionalità si intrecciano alla passione. Un luogo dove chi comunica il vino può farlo con libertà, profondità e – soprattutto – autenticità.
E poi, lasciatemi dire, è stato un vero piacere degustare i vini del territorio campano, che ha saputo offrire etichette ricche di identità, mineralità e carattere. Tra i tanti momenti, uno che ricordo con grande entusiasmo è stata la festa serale organizzata dall’azienda Tredaniele: una serata conviviale, autentica, in cui produttori, giornalisti e operatori si sono ritrovati nella loro cantina, degustando i vini e condividendo un momento che ha dato ancora più impronta all’intero festival.
Il valore del territorio: quando il Sud alza la voce (e lo fa bene)
Paestum è un luogo magnetico. C’è qualcosa nell’aria, tra i templi greci e il mare che sfiora le vigne, che ti fa sentire in un punto speciale del mondo. Il vino qui non è solo prodotto: è espressione identitaria, radicata nella storia ma proiettata nel futuro.
E il festival riesce a trasmettere tutto questo. È un orgoglio del Sud, sì, ma anche un esempio virtuoso per tutto il settore italiano. Dimostra che la qualità non ha coordinate geografiche: ha idee, ha cuore, ha persone.
Uno sguardo al 2026: aspettative (già altissime)
Il bello? Questo è solo l’inizio. Dopo il successo dell’edizione 2025, l’appuntamento con il 2026 è già in lavorazione — e promette di essere ancora più ricco, internazionale e coinvolgente.
Mi aspetto una crescita ulteriore sul piano degli espositori stranieri, una maggiore attenzione alla sostenibilità, e magari un ampliamento delle aree esperienziali (food, mixology, territori emergenti). Ma soprattutto, mi auguro che Paestum mantenga quella capacità rara di accogliere: di farti sentire a casa anche quando vieni da lontano.
In chiusura: più che un evento, un’avventura
Per me, il Paestum Wine Festival 2025 non è stato un semplice incarico stampa: è stato un viaggio. Dentro un mondo del vino che ha fame di racconto, di bellezza, di nuove strade. Un’esperienza fatta di strette di mano, risate, riflessioni, calici condivisi al tramonto.
Ci sarò anche nel 2026, senza dubbio. E se il vino è la tua passione – o magari la tua professione – segnati già la data. Perché Paestum non è solo un festival: è un’occasione, un’opportunità. Di crescere, di emozionarsi, di dire (finalmente): anche il Sud sa fare rumore. E quando lo fa, è pura musica.
Francesco Aiello
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