In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
25 Settembre, 2023
Guido Martinetti: dal gelato Grom al vino Mura Mura
Che i due enfants prodige di Grom abbiano, alla soglia dei cinquanta, raggiunto saggezza e maturità? Stando al nome che hanno dato ai loro vini, sì. Mura Mura (per puro gusto di suspence si rimanda a qualche riga sotto lo svelamento del significato), a Costigliole D’Asti, è un’azienda agricola a cavallo tra Langhe e Monferrato, di proprietà di Federico Grom e Guido Martinetti. Già, proprio gli artefici del brand sinonimo di gelato italiano del mondo: una case history per modello di marketing, storytelling e imprenditoria giovanile di fulmineo successo.
La cessione nel 2015 del marchio al colosso Unilever avrebbe consentito ai due di dormire sonni tranquilli per un bel po’. E invece no. Risorse ed energie si concentrano ora su Mura Mura, i cui frutteti sperimentali fornivano la materia prima per i celebri sorbetti. Oggi questi frutteti sono circondati da vigneti, perché l’eredità di Grom si riversa nel bicchiere, con un patrimonio unico di biodiversità e la coerenza di un “concetto di artigianalità proprio del mondo dell’agricoltura”.
L’azienda si estende per 30 ettari (di cui 10 vitati prevalentemente a Barbera e Grignolino) a Costigliole d’Asti, si completa di ulteriori 4 ettari vitati, a Barbaresco – nei cru di Roncaglie, Starderi, Currà e Serragrilli – e uno a Serralunga d’Alba, dove viene prodotto il Barolo nel cru di Sorano.
La nuova avventura nel mondo del vino conferma la continuità dei ruoli: Grom responsabile della parte commerciale e finanziaria, Martinetti, enologo, anima del prodotto. È lui a farmi da guida nella tenuta. Fisico asciutto e nervoso da atleta, parlata a fiume sospinta da passione e competenza (se è in grado di snocciolare nomi e sfumature gustative di una mezza dozzina di varietà di fragole, figuriamoci con l’uva), occhio vigile a ogni dettaglio che tradisce l’indole di chi ha le idee molto chiare e non transige sulla qualità. Esordisce prevenendo l’ovvia domanda sul nome della cantina: “Mura, Mura! è un’espressione che sentivamo sempre in Madagascar, dove andavamo per selezionare le migliori vaniglie per Grom. Significa vivere lentamente e con saggezza, avere la capacità di apprezzare le piccole cose. In più nel sud del Piemonte mura vuol dire matura”.
Nome esotico ma non troppo, insomma.
Rigore e Fantasia
In un certo senso Mura Mura è una cantina bipolare: i suoi vini raccontano l’eterno dilemma tra ragione e sentimento (ma cos’è il vino, se non armonia di entrambe le cose?), distinguendosi in due linee: Rigore e Fantasia. Ma riflettono anche l’identità duplice dei territori di confine. “I vini del Rigore sono quelli di Langa, sottoposti a un disciplinare più rigido e menzionano in etichetta le MGA. Si distinguono, anche per estetica, da quelli del Monferrato, che abbiamo chiamato i vini di Fantasia, e ci consentono maggiore libertà, visto il disciplinare meno restrittivo”.
I primi sono declinazioni di tre Barbareschi (Faset, Serragrilli, Starderi) fini, eleganti e consistenti che esaltano le specificità dei singoli cru. “Il mio concetto enologico parte ovviamente dal terroir, che vuol dire non avere deviazioni aromatiche. I miei sono vini non amari. Sono molto orgoglioso del mio Fasett, un Barbaresco fresco, pulito, mai ridondante”.
Capsula in gommalacca grigia per la linea del Rigore, rossa invece per i vini di Fantasia “perché sono quelli che nascono dalla mia passione. Come la mia prima etichetta, Romeo, dal nome del figlio del mio socio Federico: è il mio regalo come padrino, un blend di quattro vitigni piemontesi (Barbera, Nebbiolo, Grignolino e Ruchè). Ode al Monferrato, e sempre in un’ottica di esaltazione del cru, nella stessa linea troviamo due vini in purezza: la Barbera d’Asti Superiore DOCG Miolera e il Grignolino d’Asti DOC Garibaldi, per cui si apre un capitolo a parte.
Shakespeare in wine
Fantasia significa anche seguire le suggestioni dei propri miti, letterari e non. Martinetti parlando del proprio progetto enologico riesce a tirare in ballo fonti di ispirazione eterogenee, da Steve Jobs a Bruce Lee passando per Guccini. Ma se c’è un cantore assoluto del dualismo tra regola e passione, ovvero il dna di Mura Mura, quello è Shakespeare: “sono un ammiratore del Bardo, il più grande indagatore dell’animo umano”. Romeo è infatti il capostipite della linea dei vini di Fantasia che declina nomi shakespeariani. C’è così il Langhe DOC Mercuzio, un Nebbiolo di grande consistenza, ma si incontra anche la dolcezza del Piemonte DOC Ofelia. “Da un punto di vista formale è un moscato passito, ma tecnicamente è per metà botritizzato e per metà un icewine. Nessuna donna mi ha mai resistito… grazie al mio Ofelia”. In senso alcolico, precisa ridendo.
La rivalsa del Grignolino
Guido Martinetti (nato a Torino con nonni astigiani) si dichiara nettamente più monferrino che langarolo, sia per radici familiari sia per atteggiamento culturale all’insegna dell’understatement. affascinato dalla storia di povertà e di riscatto (invero trasversale alle Langhe) sull’onda di un’etica del lavoro volta a fare bene nel proprio piccolo. Anche per questo ha scelto di rilanciare il vino povero per eccellenza del Monferrato, il Grignolino.
“Oggi ci sono moltissimi vini buoni, ma sono pochi quelli con personalità aromatica che è la vera sfida per l’enologo, piuttosto che la struttura. Proprio il Grignolino ha una personalità aromatica molto rara, punto d’incontro tra la spezia e la frutta di bosco fresca: fragola, mirtillo, lampone, ribes, a seconda della connotazione del terroir. Più il terreno è sabbioso e più emerge la frutta, mentre l’argilla marca la spezia. Un po’ come nel Syrah. Ma la chiave, in un contesto molto moderno, è il vinacciolo, presente in gran quantità nell’acino del Grignolino. Grignolo vuol dire infatti seme. Noi vendemmiamo il Grignolino ‘a vinacciolo’, ovvero quando diventa marrone e croccante, per avere il giusto tannino e un completo corredo aromatico. Fino a qualche tempo fa la stampa specializzata premiava i vini ridondanti, di colore, densi. Il Grignolino ha un colore scarico, un rubino molto vicino al pinot nero, oggi molto attuale, espressione di eleganza.
Il Grignolino sarà il vino del futuro nel Monferrato nell’arco di 10 anni. La Barbera è voluttuosa, ma non fine. E non ha forza aromatica e complessità del Grignolino”.
Martinetti è talmente sicuro del suo Garibaldi che consiglia di degustarlo alla cieca, insieme con un Barbaresco o un Pinot Nero. “Io faccio i blind tasting col Barbaresco di Gaja. Se perdo ho già vinto”, spiega divertito dalla sua personalissima “prova del Gaja”.
La ceramicaia
La cantina, inaugurata nel 2019, è un bell’esempio di bioedilizia perfettamente integrata nel paesaggio, a prevalente sviluppo ipogeo. Anche spazialmente l’architettura sottolinea i due opposti punti cardinali del progetto vitivinicolo distinguendo le aree dedicate ai vini del Rigore e a quelli della Fantasia. Ma la vera sorpresa è un ambiente voltato in mattoni che accoglie non una tradizionale bottaia, ma una ceramicaia (rarità in Italia).
“Io faccio affinare i miei vini dal secondo anno di età in contenitori di ceramica, un composto di argilla all’80% più un 20% di quarzo e feldspati che cuoce a temperatura decisamente superiore all’argilla delle tradizionali anfore. Oltre al fatto che si puliscono e disinfettano perfettamente, apportano la microssigenazione per me ideale: 3 mg/l al mese, contro i 6 mg/l di una barrique nuova o i 10mg/l dell’anfora”.
Le file di botti in ceramica bianca e lucida trasformano la cantina in un luogo dal design quasi avveniristico, che rimanda alle suggestioni di un laboratorio. Un laboratorio che, a Mura Mura, è soprattutto di idee.
A cura di Katrin Cosseta
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7 Settembre, 2023
Tenuta Fertuna e il suo nuovo Vermentino Orange
Tenuta Fertuna e il suo nuovo Vermentino Orange
Cari lettori bentrovati! Dopo un breve pausa estiva si riparte, ma prima di parlarvi di Tenuta Fertuna e del loro nuovo vino, voglio iniziare questo articolo con il bellissimo ricordo che conservo della visita alla cantina fatta ormai nell’aprile 2019, dove ho scattato questa foto (link) a mia moglie Martina con il nostro piccolo primogenito Leonardo ancora in grembo, uno scatto avvenuto dopo la degustazione delle eccellenze di Fertuna effettuata insieme all’enologo Paolo Rivella.
Tenuta Fertuna, il cui nome rimanda alla fertilità della terra e alla fortuna degli uomini che la coltivano, nasce nel 1997 nel cuore della Maremma Toscana, terra in cui gli antichi etruschi avevano sviluppato la loro fiorente civiltà dedicandosi all’agricoltura già nei secoli passati. La tenuta sorge su un territorio estremamente vocato alla viticultura, in un luogo a farla da padrone è la natura, tra la vegetazione selvaggia e spontanea, la mano dell’uomo ha agito con delicata armonia, disegnando un anfiteatro di vigneti.
La tenuta si estende per 145 ettari, di cui 50 attualmente vitati. Tutte le vigne sono dotate di impianto d’irrigazione goccia a goccia, alimentato da un grande lago artificiale di circa 15.000 m2 che prende le sue acque da fonti locali. Una parte dell’azienda è dedicata per circa 5,5 ettari ad olivicoltura.
Il terreno ricco di Galestro (roccia scistosa) e di Alberese (substrato calcareo), la natura fertile ed incontaminata, il microclima mediterraneo con forte influenza marina ed una buona escursione termica giorno/notte, fanno della Maremma un terroir particolarmente votato alla coltivazione della vite. Nell’ultimo decennio qui si sono concentrati ingenti investimenti di settore: oltre all’autoctono Sangiovese, vitigno principe delle terre di Toscana, sono stati piantati i più rinomati vitigni internazionali, che sanno dare in Maremma un’espressione del tutto nuova, davvero di grande spessore
Come sapete ho sempre a cuore il tema della sostenibilità: Fertuna, a partire dal 2016 sceglie di convertire la produzione a biologico e, dopo un periodo transitorio di “epurazione” da quelle che sono le tecniche agronomiche convenzionali, raggiunge la certificazione biologica dall’annata 2020. Non ancora contenti e sempre attenti a quelli che sono i nuovi traguardi, viene raggiunto anche il traguardo di Cantina Sostenibile conseguendo la certificazione secondo lo standard di qualità Equalitas. L’attenzione viene posta a tutto il ciclo produttivo: dall’impianto alla raccolta fino allo smaltimento ed il riciclo dei sottoprodotti, facendo sì che l’azienda viva un clima etico e sociale positivo.
Due protocolli produttivi, biologico e sostenibile, che impreziosiscono il territorio permettendo di vivere integrati in quello che è il bellissimo habitat della Maremma e che concorrono al risultato finale che si rispecchia nei magnifici vini prodotti.
Come sappiamo, i vini cosiddetti “orange” che negli ultimi tempi stanno andando molto di moda non sono alto che vini provenienti da uve a bacca bianca che, nella vinificazione, restano a contatto per un tempo, più o meno lungo, con le bucce, andando quindi ad estrarre una colorazione più intensa e tipicamente tendente all’arancione (da qui il nome).
Il Vermentino Orange di Tenuta Fertuna è un vermentino 100% proveniente da vigneti di età di 20 anni, con esposizione a Sud-Est, frutto di una selezione manuale dei migliori grappoli. La fermentazione avviene a 20 ºC sulle bucce per 5 giorni e, dopo la separazione dalle bucce, la fermentazione continua a 18 ºC.
Il vino è prodotto senza uso di solfiti aggiunti, in ogni fase del processo di produzione. Segue poi la fermentazione malolattica con un successivo affinamento “sur lies” per 6 mesi in piccole vasche d’acciaio, con batonnage settimanale.
Ne viene fuori un vino giovane, divertente, al calice si distingue per il colore dorato brillante tendente all’arancio. Al naso spazia su un ventaglio di profumi che passano da ricordi fruttati di mela gialla, dolci di miele, ai ricordi di fiori secchi. Al palato sorprende per freschezza e mineralità, con piacevole gradevolezza di beva. Un sorso che invita l’altro dall’aperitivo alla cena, Vermentino Orange che rappresenta una vera bella sorpresa da provare!
A cura di Giuseppe Petronio
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20 Giugno, 2023
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Lo scorso 12 e 13 marzo si è tenuto il Team’s day, evento organizzato dalla famosa agenzia di fornitura Horeca Macoratti a Roma nell’elegante cornice di Villa Appia Antica, per presentare agli addetti e agli appassionati le prestigiose etichette trattate dall’agenzia.
In occasione di questo evento ho avuto il piacere di avere, otre a tantissime conferme, anche tante piacevoli scoperte: una di quelle che mi ha colpito per qualità e fascino è stata Castelfeder.
Come tutti sappiamo la buona viticoltura richiede tempo: dalla fondazione della cantina Castelfeder nel 1969 ad opera di Alfons Giovanett ad oggi sono passati oltre 50 anni. Esperienza e disciplina accompagnati dall’energia della conduzione familiare sono alla base di questa storia unica e di successo. Il vino non è improvvisazione e l’esperienza di questa cantina nel tempo ne è testimone.
La cantina infatti, ormai giunta alla terza generazione, manifesta la sua essenza in una simbiosi di tradizione e spirito pionieristico: “Siamo ad un ottimo punto nella storia dell’industria vinicola altoatesina, ora tocca a noi aumentare la consapevolezza della nostra azienda, lavorare costantemente sulla qualità dei vini e non perdere di vista la tradizione“: affermano Ines e Ivan Giovanett, rappresentanti della giovane generazione della famiglia.
Una realtà completa, che ha visto nel tempo consolidare la qualità passando per il completamento dell’assortimento produttivo, la modernizzazione dei processi in cantina frutto di esperienza, e l’internazionalizzazione dei mercati. Ma l’occhio è anche rivolto al prossimo futuro, è doveroso infatti porre il proprio sguardo verso le generazioni a venire e, per questo, sono stati effettuati importanti investimenti nella sostenibilità di tutta la catena produttiva.
Alto Adige significa 300 giornate di sole con un territorio protetto dalle Alpi del Nord ma allo stesso tempo presidiato dal clima mediterraneo a Sud, grandi escursioni termiche che rendono vivace e dinamica la produzione.
In totale, oggi vengono lavorate dalla cantina altoatesina uve provenienti da 70 ettari di vigneti, di cui circa il 70% sono vitigni bianchi con focus su Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Sauvignon. Il restante 30% è di uve rosse e qui il Pinot Nero è chiaramente in primo piano. Dal costante impegno di migliorare e voler produrre solo vino di alta qualità, nel 2018 è stato lanciato il nuovo progetto Pinot Nero che si concentra sui 3 vigneti Buchholz, Glen e Mazon, con ciascuna etichetta che valorizza le singolarità dei vari appezzamenti, ponendo l’accento su ciò che li accomuna, ciò che li contraddistingue e il modo con il quale da queste tre zone particolari si sviluppano tre vini autentici.
Nel 2022 la tenuta ha raggiunto altri due grandi traguardi: i 30 anni di produzione “Burgum Novum”, linea di eccellenza di Castelfeder fondata da Günther Giovanett nel 1989, e il lancio del nuovo vino “Kreuzweg” – uno Chardonnay Riserva “Family Reserve”, punta della piramide qualitativa Castelfeder che rappresenta al meglio il suo terroir ed è disponibile solo in edizione limitata di 1.400 bottiglie. La nuova “Family Reserve” aggiunge ulteriore unicità alla selezione di Castelfeder, e non solo, è espressione della storia di famiglia e la qualità che accompagna la cantina fin dall’anno della sua nascita.
Vi assicuro che Castelfeder rappresenta una storia di successo… una cantina che, con i suoi primi 50 anni di passione ed esperienza, di intenso lavoro e di vini con un carattere speciale è assolutamente da non perdere!
A cura di Giuseppe Petronio
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6 Giugno, 2023
Inviata speciale al blind blogger tasting
Cos’è il Blind Blogger Tasting?
È un format di successo inventato da quei geni di Francesco Bonomi e Fabio Gobbi che è ormai giunto alla 14esima edizione.
Partiamo dall’inizio. Innanzitutto, chiunque si può candidare creando una storia che deve essere votata dal maggior numero possibile di persone. Partito lo stalkeraggio ad amici, parenti e vicini di casa, 15 persone, in base al punteggio ottenuto, formano il gruppo fortunato, più uno estratto a sorte.
A questo punto, ognuno dei partecipanti deve scegliere un vino autoctono della sua regione e, in gran segreto, comunicarlo agli organizzatori. Ogni vino verrà assaggiato alla cieca da ogni partecipante che voterà il suo preferito. Il vino vincitore farà entrare direttamente chi l’ha portato al blind tasting successivo.
Blind tasting alla scoperta del territorio
Chi organizza come me sa che dietro all’aspetto ludico e piacevole del blind tasting c’è un gran lavoro per prenotare alberghi, gestire intolleranze (alimentari e non) e per scegliere gli abbinamenti cibo-vino durante la cena, ma a parte questo, il blind blogger tasting è anche occasione per conoscere un territorio. L’ultima edizione si è infatti svolta alla scoperta dell’Alto Monferrato Acquese, una zona meno “battuta” rispetto alle più conosciute Langhe Roero e Monferrato, ma non per questo meno meritevole di essere esplorata.
Il programma ad ogni edizione prevede il ritrovo nel primo pomeriggio presso la cantina ospitante. Questa volta siamo stati alla cantina di Alice Bel Colle dove siamo stati accolti in maniera calorosa da Claudio Negrino (Presidente), Bruno Roffredo (Vicepresidente) e dagli enologi e collaboratori che, tutti, mi hanno fatto sentire a casa. E’ una cantina sociale fondata nel 1995 che conta ad oggi un centinaio di soci.
Siamo partiti alla volta della vigna di Brachetto dove, dopo aver ascoltato i racconti su terreno e vitigno, storie e tradizioni, siamo saliti sulla “Big Bench” rosa da dove si ha una vista mozzafiato sulla vallata.
A seguire abbiamo incontrato Maria, una super donna che nella sua vigna-museo ci ha mostrato come si legano le viti, come si riconoscono i germogli degli autoctoni, e raccontato altri aneddoti molto interessanti.
Ritornati verso il piccolo borgo di Alice Bel Colle ci aspettava una degustazione di tre annate di un vino prodotto dall’omonima cantina, un Acqui DOCG Brachetto Secco Monte Ridolfo. E io che ho ricordi totalmente sbagliati di questa tipologia di vino mi sono fatta sorprendere dall’annata più vecchia!
Breve passaggio per una rinfrescata e un cambio d’abito per ritrovarci sulla terrazza più alta del borgo di Alice Bel Colle per un brindisi al tramonto con vista mozzafiato a 360° sul territorio circostante.
Pronti per il blind tasting
Scaldiamo i motori per entrare nel vivo del blind blogger tasting e ci trasferiamo al ristorante dove, seduti a ferro di cavallo,iniziamo ad assaggiare e a confrontarci su profumi, colori e sapori che troviamo nei calici e a fare congetture su cosa abbiano nel bicchiere. A parte un vino che una volta assaggiato non te lo scordi più tanto è particolare (Integer di Marco De Bartoli) gli altri – mio escluso – è stato quasi impossibile identificare cosa fossero. Molto stimolante, sempre, “la cieca” e occasione di confronto e studio. L’atmosfera era rilassata, non essendo una gara a chi indovina cosa dato che il protagonista è il vino, con la tecnica, l’assaggio e l’emozione che in quel momento trasmette e su cui si basa il punteggio.
Dopo ‘la cieca’, svelati i concorrenti.
In ordine di apparizione abbiamo poi scoperto di aver degustato (tra parentesi i concorrenti che li hanno proposti):
1• Luccicante 2022 – Cà Du Ferrà – 100% Vermentino (wineloversitaly)
2• Integer 2020 – De Bartoli – 100% Zibibbo (il calice divino)
3• I Mezzi 2021 – Fattoria Paradiso – 100% Albana
4• Derthona Montecitorio 2018 – Vigneti Massa – 100% Timorasso (enothusiastic)
5• Monte Olivi 2014 – Cobue – 100% Tuchì (giovanni.sabaini)
6• Loghetto Ammandorlato 2020 – Fratelli Agnes – 75% Bonarda Pignola, 25% Autoctoni (alby91mame)
7• Cirsium 2020 – Damiano Ciolli – 100% Cesanese di Affile (paolowine)
8• Vigna Valferana 2018 – Paride Iaretti – 100% Nebbiolo (_theartofwine_) che ha vinto la blind
9• Vigna La Merla 2016 – Banino – 40% Croatina, 40% Barbera, 20% altri (percezioni_di_vino)
10• Foglio 34 2015 – Az.Agr. Enrica – 100% Cesanese di Affile (zerpa_winegram)
11• Roggio del Filare 2014 – Velenosi Vini – 70% Montepulciano, 30% Sangiovese (clarettablu)
12• Selvarossa Terra 2011 – Due Palme – 85% Negroamaro, 15% Malvasia Nera (corcy4wine)
13• Asti Metodo Classico 2013 – Alice Bel Colle – 100% Moscato bianco (cantinaalice)
14• Vino Santo Trentino 2003 – Francesco Poli – 100% Nosiola (winediscovering_)
15• Il Serafino 2015 – Il Cipresso – 100% Moscato di Scanzo (partnersinwine93)
16• Raboso Passito – Cecchetto– 100% Raboso Piave (marcoandwine)
La giornata seguente passa velocissimamente tra la visita in cantina dove apprendiamo i processi di bonifica e passato in rassegna tutto il sistema di produzione. Non mi stancherò di dire che sulle cantine sociali ci sono ancora purtroppo troppi preconcetti. Infatti è opinione largamente diffusa che siano troppo grandi per curare la qualità, che mescolino uve buone e mediocri e che il massimo risultato raggiungibile sia un vino con un buon rapporto qualità/prezzo. Niente di tutto questo, in quelle con cui ho avuto a che fare io!
In cantina abbiamo avuto la possibilità di assaggiare il mosto di moscato. Non nascondo che mi sarei volentieri finito il bicchiere, ma era ora di salire nella bella sala degustazione della cantina dove siamo stati sorpresi da altri interessanti assaggi e virtuosi abbinamenti.
Una degustazione meravigliosa, varie tipologie dal DOCG Moscato d’Asti al Piemonte DOC Moscato Secco, passando da Asti Spumante, dal Barbera D’Asti Superiore DOCG a un Dolcetto d’Acqui DOC. Un’esperienza unica.
Per finire in dolcezza, per chi non ne avesse avuto abbastanza, un Brachetto d’Acqui DOCG accompagnato da un delizioso bacio di dama.
Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno votato, agli organizzatori e alla Cantina Alice Bel Colle e a tutti i miei compagni di avventura!
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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24 Maggio, 2023
Lugana: ai piedi del Lago di Garda una Doc tutta da scoprire
Durante la manifestazione Wine in Venice, tenutasi nella magica cornice del Palazzo Scuola Grande Della Misericordia di Venezia, ho avuto modo di approfondire il mondo del Lugana grazie alla masterclass “Alla scoperta del Lugana” organizzata dal Consorzio per la Tutela del Lugana e condotta da Chiara Giovoni.
La Doc Lugana, una delle prime DOC a essere nate in Italia e la prima a essere riconosciuta in Lombardia, è stata ufficialmente istituita il 21 luglio del 1967. Siamo esattamente a sud sul Lago di Garda, al confine tra due regioni, Lombardia e Veneto, le province interessate sono Brescia e Verona, e in particolare i comuni dove si produce il Lugana sono cinque: Peschiera del Garda, Desenzano del Garda, Lonato del Garda, Sirmione e Pozzolengo.
In questa zona il vitigno ha un modo inconfondibile di esprimersi, grazie al lago, la cui formazione risale a oltre 10.0000 anni fa dopo il ritiro del ghiacciaio. Oggi questa viene considerata una “culla climatica” perfetta per valorizzare le peculiarieta’ di un’uva particolare come la Turbiana.
Infatti, è proprio quest’uva la Turbiana, conosciuta anche come Trebbiano di Lugana il vitigno principale della Doc, da disciplinare si possono aggiungere per un massimo del 10% altre tipologie di vitigni a bacca bianca.
Il disciplinare di produzione prevede cinque stili di produzione differenti:
Lugana, che rappresenta il 90% della produzione totale.
Lugana Superiore, almeno un anno di affinamento.
Lugana Riserva, almeno 24 mesi di affinamento di cui 6 in bottiglia.
Vendemmia Tardiva
Spumante, sia metodo Charmat che metodo Classico.
Per proteggere e valorizzare la Doc Lugana nel 1990 è stato istituito il Consorzio per la Tutela del Lugana, che ad oggi include 210 aziende, di cui 180 viticoltori e 90 imbottigliatori, per un totale di circa 28 milioni di bottiglie prodotte nel 2022.
Di seguito i vini degustati durante la manifestazione
Marangona – Lugana DOC Annata 2021:
Frutto dell’assemblaggio dei migliori vini provenienti da tutti i vigneti dell’azienda, raccolti e vinificati separatamente. Affina esclusivamente in acciaio.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino molto luminoso. Al naso spiccano le note tipiche di fiori bianchi e frutta a polpa bianca. In bocca è fresco, sapido con una buona struttura e una piacevole bevibilità.
Famiglia Olivini – Lugana DOC Annata 2021:
Vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve dei vigneti coltivati in una delle zone più storiche della denominazione. Affina esclusivamente in acciaio.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino, con riflessi verdognoli. Al naso spiccano le note fruttate di frutta bianca più matura e agrumi seguite da note floreali di zagara. In bocca il sorso è fresco e sapido, con una piacevole persistenza. Un vino dal carattere molto identitario.
Zamichele – Lugana DOC Annata 2021:
Prodotto nella zona di confine tra Lombardia e Veneto, nel cuore della DOC Lugana. Affina esclusivamente in acciaio per alcuni mesi.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso spiccano le note floreali di gelsomino e fiori bianchi seguite fa note di frutta tropicale, pesca, ananas, e note di agrumi più verdi. In bocca il sorso è fresco, sapido con un finale lungo e persistente. Chiude con un ritorno di mandorla fresca. Risulta essere un’espressione più austera di Lugana.
Montonale – Orestilla Lugana DOC Annata 2020:
Prodotto dalle uve dell’omonimo vigneto, denominato così in quanto nel XVII secolo vi fu ritrovata la preziosa arca marmorea dedicata alla matrona Romana Orestilla.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino con i riflessi dorati. Al naso spiccano le note di agrumi più dolci, mandarini, pesca gialla ananas, seguite da leggere note speziate di pepe bianco e leggere note minerali. In bocca il sorso è lungo, sapido, complesso con un piacevole ritorno di timo.
Colli VaiBo’ – Gemma Lugana DOC Riserva Annata 2020:
Prodotto nella zona di Pozzolengo, uno dei cinque comuni in cui viene prodotto il Lugana.
Affina un anno sulle fecce fini e sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano le note di frutta esotica, pesca bianca, seguite da note speziate e note leggermente dolci di miele. In bocca il sorso è morbido, elegante con una buona sapidità e una buona freschezza.
Feliciana – Serce’ Lugana DOC Riserva Annata 2019:
Viene vinificato dopo un leggero appassimento delle uve. Affina parte in acciaio e parte in piccole botti di rovere e per finire sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso con riflessi dorati. Al naso apre con una piacevole nota floreale di fiori bianchi seguita da note di frutta tropicale matura e note speziate. In bocca il sorso è intenso con una buona mineralità e una buona freschezza.
Le Morette – Lugana DOC Riserva Annata 2019
Nasce negli storici vigneti di famiglia con la più elevata concentrazione di argilla. Affina un anno in vasca e un anno in bottiglia.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano note di frutta più matura, arancia candita, mango, seguita da note floreali di rosa bianca, fiori d’acacia e una leggera nota balsamica. In bocca ha una grande sapidità’ e una grande struttura. Una perfetta espressione di connubio tra vitigno e terroir.
Corte Sermana – Sermana Lugana DOC Riserva Annata 2017
Prodotto nella zona di San Benedetto Di Lugana dalle viti più vecchie adiacenti all’acqua. Affina 12/18 mesi sulle proprie fecce poi un anno in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un giallo paglierino carico. Al naso spiccano le note di frutta secca, erbe aromatiche, timo, maggiorana, seguite da una nota di agrumi canditi. In bocca spicca la grande sapidità e la grande freschezza. Chiude con un finale molto persistente.
Claudia Maremonti
per The Voice of blogger
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24 Maggio, 2023
Cantine storiche d'Italia
Cantine storiche d’Italia, edito da 24 ORE Cultura, è un volume scritto a quattro mani da una giornalista e architetta, Margherita Toffolon, e un sommelier professionista, Paolo Lauria. Due visioni diverse e complementari per dipingere un ritratto completo – dal contenitore al contenuto – di alcune antiche realtà vitivinicole del nostro paese, datate tra il X e il XIX secolo.
“Con questo libro abbiamo voluto condividere la scoperta di questi luoghi, che conservano la propria intima anima ancora intatta, arricchendola con le note di degustazione dei vini più rappresentativi di ogni cantina” spiegano gli autori.
Castello Banfi
Il volume illustrato nasce da un lungo lavoro di indagine che ha portato all’individuazione di oltre 500 cantine, fino alla mappatura delle 38 che meglio rappresentano il genius loci del loro territorio. Blasonate e non. Note o meno conosciute. Alcune iconiche, altre meno scontate.
Di ogni cantina si delinea una vera e propria carta d’identità che comprende le voci: storia, architettura, profilo enologico (ettari vitati, suoli, densità per ettaro, vitigni, produzione media), vini.
castello di monsanto
Il taglio narrativo di Cantine storiche d’Italia deriva dalla constatazione che “la storia di famiglie, ordini religiosi, produttori spesso sperimentatori o visionari e altre volte veri imprenditori, non solo legati al mondo del vino, è strettamente legata a quella degli edifici che ne sono ancora oggi l’abitazione o la sede aziendale”.
Si va dalle abbazie ai castelli medievali, dalle ville nobiliari rinascimentali a complessi ottocenteschi di gusto eclettico.
Cantine Storiche Guido Berlucchi
Si legge ancora in prefazione: “la ricostruzione della dimensione storico-temporale di alcune importanti zone vitivinicole risulta intrecciata a quella dei loro insediamenti abitativi e produttivi, in alcuni casi veri e propri catalizzatori artistici e culturali”.
È certamente il caso dell’altoatesina Abbazia di Novacella che apre la rassegna: fondata nel 1142, è annoverata tra le più antiche cantine del mondo, oltre a custodire preziosi tesori d’arte. Struttura, complessità ed eleganza sono termini adatti tanto al luogo quanto alla linea Cru Praepositus, selezionata come prodotto vinicolo identitario.
Castel Salegg
L’excursus storico svela spesso aneddoti e curiosità, come il fatto che i vini della cantina di Argiano, nei sotterranei di una villa cinquecentesca in quel di Montalcino, siano citati in un verso di Carducci. “Nella quale asprezza mi tersi col vin d’Argiano, il quale è molto buono”. Non si riferiva certo al Solengo, supertuscan nato dal genio enologico di Giacomo Tachis nel 1995, di cui viene proposta la nota di degustazione per l’annata 2019.
Nel libro si scoprono anche le Possessioni Serego Alighieri, in Valpolicella, ancora in parte in mano ai discendenti del Vate. A rappresentarle, l’Amarone Vaio Armaron 2003.
Noto è che Fontanafredda (il suo Barolo Renaissance bio 2018 nella scheda di desgustazione) fu teatro delle bucoliche evasioni di Vittorio Emanuele II e della “bella Rosin”, un po’ meno il fatto che il Castello di Spessa in Friuli ospitò Casanova e il librettista di Mozart Lorenzo Da Ponte. Donde il Metodo Classico Brut Millesimato Amadeus, degustato in annata 2016.
Villa Sandi
Se Toscana, Veneto e Piemonte ospitano il maggior numero delle cantine descritte, non mancano la Sicilia del Marsala Florio, la Valtellina di Nino Negri (e del suo Sfursat 5 stelle 2018), la Basilicata delle Cantine il Notaio (con annesso Aglianico del Vulture Il Sigillo 2015) o i Colli Romani con la cantina Principe Pallavicini che nella sua architettura ingloba un tratto dell’acquedotto dell’Acqua Claudia.
Cantine Storiche Fratelli Gancia &Co
Si lascia al lettore il compito di scoprire le restanti cantine e degustare, letterariamente, le etichette che le rappresentano.
Cantine storiche d’Italia non è una guida per enoturisti; non è un libro di storia dell’architettura né un volume fotografico di suggestivi paesaggi; non è una (ennesima) guida dei migliori vini italiani. È tutto questo, fuso insieme.
A cura di Katrin Cosseta
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22 Maggio, 2023
Due realtà vinicole a Gaiole in Chianti: Fattoria San Giusto e Castello di Ama
Dopo il Chianti Classico Collection mi sono deciso ad approfondire le caratteristiche delle varie U.G.A.
Parto quindi alla volta di Gaiole, prima tappa è Fattoria San Giusto a Rentennano, azienda storica di proprietà della famiglia Martini di Cigala.
Ed è proprio Luca, uno dei fratelli, a ricevermi.
Senza tante parole mi invita a montare sul fuoristrada e iniziamo il giro della tenuta, vigna per vigna, dove mi spiega le differenze che si possono trovare nei 3 blocchi principali in cui sono stati divisi i vigneti per caratteristiche del suolo:
– una a sud-est, con suoli sabbiosi e tufacei, una a sud ovest, più ricca di alberese e galestro e una a nord, tra i 260 e i330 mt, con terreni misti, che viene raccolta per ultima data la maturazione più lenta delle uve.
Mi racconta anche delle origini storiche della fattoria che in passato è stata un monastero cistercense, poi proprietà dei Ricasoli, e castello-fortezza durante le guerre tra Firenze e Siena, prima di passare alla famiglia Martini agli inizi del 1900.
Passando davanti ad alcune vigne vedo delle lunghissime reti disposte ordinatamente lungo tutti i filari come quelle usate nelle Langhe per proteggere le piante dalle grandinate.
Luca mi spiega che da qualche anno sta adottando questo sistema per proteggere i grappoli dal sole, evitando così le “scottature” agli acini che possono causare, oltre la perdita di parte del raccolto, anche un eccessivo livello di quercetina.
La fattoria comprende 30 ettari vitati per una produzione di circa 90.000 bottiglie/anno, con piante di età media compresa tra i 25 e i 50 anni.
Parliamo tanto, tantissimo.
Il pomeriggio vola se hai davanti una persona come Luca, che sembra un pozzo di sapienza vitivinicola senza fine.
Alla fine entriamo in casa e accompagnati da salame e pecorino iniziamo a degustare e parlare dei vini, tutti sorprendenti!
Ancora un immenso grazie a Luca per il suo tempo e la sua compagnia!
Oggi voglio parlarvi del:
Percarlo 2018
100% Sangiovese
Rubino intenso e vivo.
Naso importante e opulento di frutta rossa matura, note balsamiche fresche, sottobosco ed un elegante boisè finale.
Di grande struttura, imponente, pulito, fine, complesso e aristocratico.
Tannino vigoroso ma composto, grande freschezza e persistenza.
Immenso!
Castello di Ama
Seconda tappa di questo giro di Gaiole in Chianti è Castello di Ama, nome conosciuto anche agli appassionati più in erba.
Questo borgo ha una storia antichissima( del castello, distrutto durante le invasioni aragonesi del XV° secolo, ormai resta solo il nome), ma solo nel ’74 assume l’attuale assetto di azienda vinicola quando viene acquistato da 4 famiglie di origine romana che ne intuiscono il potenziale.
Entra nel progetto agli inizi degli anni 80 anche Marco Pallanti all’epoca giovane enologo fiorentino che collaborerà in prima persona alla creazione del mito di Ama.
120 ettari di cui 80 vitati che abbracciano l’azienda formando un anfiteatro naturale sulla valle di San Lorenzo.
Vigne tra i 450-530 mt su suoli ricchi di scheletro e agglomerati di #alberese e #galestro che danno ai vini una distintiva impronta territoriale.
Niccolò, il ragazzo che si occupa delle visite, (che ringrazio ancora!) mi accompagna per il borgo mostrandomi le varie installazioni artistiche seminate per tutta l’azienda e raccontandomi un po’ della tenuta, della storia e della cantina.
Vista la qualità delle varie vigne tutto viene parcellizzato e a seconda del Cru da produrre vengono eseguite diverse vinificazioni.
Circa 300-350 mila bottiglie prodotte, suddivise tra 10 etichette.
Prima annata di chianti prodotta è stata la ’82 e nell’85 la prima de L’apparita, un 100% Merlot che in quegli anni era abbastanza inusuale.
La vigna dell’ Apparita ha come forma d’allevamento un sistema antico chiamato a “lira aperta” molto interessante.
A fine giro ho potuto assaggiare alcuni dei grandi vini che producono e il San Lorenzo è a dir poco strepitoso.
Vigna San Lorenzo 2015 Chianti Classico Gran Selezione
80%Sang-13%Merlot-7%Mal.nera
Rosso rubino vivo tendente al mattone.
Al naso potpourry di fiori secchi, frutta rossa in confettura, note smaltate, balsamico, cacao e tabacco a chiudere.
Sorso ampio, austero, aristocratico, di gran corpo e infinita freschezza.
Buona persistenza, tannino vibrante e setoso, bella acidità sostenuta e piacevole sensazione di avvolgenza.
Ottimo equilibrio e palato finissimo.
Acini Rari vi da appuntamento al prossimo tour.
Non perdetene nessuno e ripartite dall’inizio.
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17 Maggio, 2023
Le Donne del Vino, sostantivo femminile.
Donne del Vino. Quando vino è sostantivo femminile.
Si è svolta a Stresa il 5 marzo la prima edizione di ‘Vino, Sostantivo Femminile’. Oltre alla bella idea del contrasto nel titolo, mi ha attirato a partecipare la presenza tra gli organizzatori di un amico che stimo molto, Marco Porini.
La cornice è stata il bellissimo e storico Grand Hotel des Iles Borromées e la partecipazione è stata numerosissima, con tanti spunti di confronto e crescita. Io, sempre curiosa di saperne di più, ho deciso di fare a Marco qualche domanda sull’evento.
Di chi è stata l’idea di questo titolo quando e quando doveva svolgersi?
“L’idea di questa manifestazione è venuta al nostro segretario (AIS Verbania) Paolo e al Delegato Luca per rendere omaggio alle donne che lavorano alla creazione del vino, alla gestione della cantina e alla loro valorizzazione. Quando si pensa al vino si pensa a lavori fatti da uomini, ma sempre più spesso le donne hanno un ruolo primario e decisionale in tutte le attività di cantina e non solo.
Per il titolo, si è voluto giocare con le regole della lingua italiana. Se cerchi “vino” sul vocabolario troverai “sostantivo maschile”. Da qui il titolo.
Inizialmente, l’evento doveva svolgersi domenica 8 marzo 2020, ma sappiamo tutti cosa sia successo pochissimi giorni prima. Era già tutto pronto, con le cantine che avevano spedito il vino e la nostra macchina organizzativa pronta ad entrare in azione. Purtroppo, proprio in quei giorni è scoppiata la pandemia di coronavirus e le varie ondate degli anni successivi non ci hanno permesso di organizzare in sicurezza l’evento fino a quest’anno.
Ma c’è stato un lato positivo in questo rinvio. Il Grand Hotel Des Iles Borromees ha costruito una nuova ala dove ha realizzato il salone, inaugurato oggi, in cui si è svolto l’evento. Nel frattempo, le cantine sono diventate 90, dalle 65 inziali del 2020.”
L’Associazione Donne del Vino e Stresa
Da organizzatrice di eventi non potevo non chiedere in quanto tempo l’evento fosse stato organizzato e perchè proprio a Stresa.
“L’organizzazione è iniziata nel 2019 ma è stata messa in stand-by a causa della Pandemia. Nel 2021 e nel 2022 ci abbiamo pensato, ma non siamo andati oltre a questo. A settembre 2022 il gruppo organizzativo della nostra delegazione si è riunito e ci si è detti ‘ora o mai più!’. Come per l’edizione iniziale, si è scelta la domenica più vicina all’8 marzo, Giornata della Donna.
Abbiamo scelto Stresa perché è la perla del Lago Maggiore. Ogni anno milioni di turisti arrivano da tutto il mondo per vedere le isole Borromee e vivere la tranquillità di questi posti. A dirla tutta, il Grand Hotel Des Iles Borromees è la sede ufficiale della nostra delegazione. Qui ogni anno facciamo i nostri corsi e le nostre serate, per cui per noi è semplicemente casa. Sì, lo so e me ne rendo perfettamente conto, siamo molto fortunati.”
Donne del Vino dal Piemonte alla Campania
Durante la giornata si poteva assistere a una masterclass sui vini campani. Perchè proprio questa regione?
“La masterclass sui vini campani è nata da una mia idea. Si voleva fare un focus specifico tenuto da una donna autorevole della grande famiglia AIS e a me è subito venuta in mente Chiara Giorleo. Conosciuta durante i giorni di Campania Wine nel maggio 2022 a Napoli, aveva incantato tutti durante le masterclass al Maschio Angioino. Anche i più esperti ne erano rimasti entusiasti, per cui ero certo del risultato. L’ho contattata e le ho proposto il progetto, che lei ha fatto suo immediatamente. Un modo diverso per portare anche la Campania al nostro evento. La masterclass è andata sold out già in prevendita. Come a Campania Wine, la collaborazione dei 5 Consorzi vitivinicoli regionali è stata totale. Un grande grazie va infatti anche a Consorzio Sannio, Vesuvio, VitiCaserta, Irpinia, e Salernum Vitae.”
Ho potuto fare uno “Smell Camp”, che è stato molto interessante. Perchè la decisione di metterlo in programma?
“Il percorso olfattivo è stato voluto dalle Donne del Vino piemontesi ed è stata un’ottima intuizione. Silvia e Martina, con il loro Smell Camp, hanno letteralmente stregato tutti e anche qui tutte e cinque le classi previste durante la giornata sono andate sold out.”
Una prima linea tutta femminile
Che riscontro avete avuto dalle aziende coinvolte ?
“La cosa più bella per me, è stata vedere gli occhi di tutte quelle donne brillare per tutto il giorno, dal momento in cui hanno messo il piede in sala fino a sera. Vedere donne dai venti agli oltre ottant’anni mettersi dietro ad un banco per far conoscere con orgoglio e passione i propri vini è stata la soddisfazione più bella. Vedere padri e mariti restare un passo indietro al banco e mettere in primo piano mogli e figlie è stata una presa di coscienza da parte di tutti di come, anche nel mondo del vino, le donne abbiano una marcia in più. Come scherzosamente ha detto il nostro Presidente AIS Piemonte Mauro Carosso: ‘Tra qualche anno dovremo fare una manifestazione a favore degli uomini’.
Le premesse erano positive già 45 giorni prima dell’evento. Quando abbiamo chiesto a tutte le cantine di mandarci un breve video di presentazione e invito da pubblicare sui nostri social, oltre il 50% di loro lo ha fatto.”
Quando sarà la prossima edizione ?
“La nostra delegazione è piccola ma fortunatamente abbiamo un bellissimo gruppo di lavoro che ha voglia di crescere e rinnovarsi. L’impegno è stato tanto, veramente tanto, e anche i numeri ci hanno dato ragione. Oltre 500 gli ingressi ai banchi d’assaggio, le masterclass e lo Smell Camp in sold out, 90 le cantine presenti. Un ottimo risultato!
Vista la mole di lavoro si è pensato di rendere biennale questo evento per cui vi diamo appuntamento a marzo 2025 con molte novità alle quali stiamo già lavorando.”
Non resta che attendere le prossime date !
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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15 Maggio, 2023
Château Dauzac: qualità biodinamica
Château Dauzac: qualità biodinamica
Cari amici oggi facciamo un giro fuori dall’Italia, per noi amanti del vino è impossibile non rivolgere lo sguardo anche nella nostra vicina e prestigiosa Francia.
Vi parlo di Château Dauzac, produttore di Margaux ”Grand Cru Classé” secondo la classificazione del 1855, una cantina che ha il privilegio di avere un vigneto in un unico blocco di 49 ettari: 45 ettari con la denominazione Margaux e 4 ettari con la denominazione Haut-Médoc. Situata vicino all’estuario della Gironda, la cui influenza sull’ecosistema del vigneto è fondamentale, la proprietà è protetta dai venti dell’oceano grazie all’abbraccio di 120 ettari di prati e boschi.
Una storia che affonda le radici molto lontano nel tempo, risalgono infatti al 1190 le informazioni relative al primo proprietario, Pétrus d’Auzac, che ricevette la terra direttamente da Riccardo I Cuor di Leone. Nel 1545 i monaci benedettini dell’abbazia di Sainte-Croix de Bordeaux furono i primi a menzionare, nei loro registri, la tenuta “Bourdieu” de Dauzac, menzionando la casa colonica con un vigneto. Già a fine del 1600 Château Dauzac diviene noto tra i migliori vigneti del Médoc riuscendo poi più avanti ad assicurarsi il riconoscimento della tenuta nella classificazione del 1855 come ”Grand Cru Classé”.
Nel 1924 la famiglia Johnston rilevarono lo Château e introducendo la prima e attuale etichetta gialla, per passare poi alla famiglia Bernat, che lo rileva nel 1939 aprendo le porte della termoregolazione: per regolare la temperatura dei tini il proprietario ebbe infatti l’idea di utilizzare dei blocchi di ghiaccio durante la fermentazione.
Si avvicendarono poi altre proprietà portando negli anni 2000 alla costituzione di una nuova cantina a gravità, utilizzando i primi tini di legno con doppie doghe trasparenti, acquisendo know-how per la selezione e la moltiplicazione dei lieviti indigeni dai vigneti di proprietà. Nel 2017 su un appezzamento dei più grandi terroir della denominazione Margaux, Château Dauzac ha ripiantato viti a piede franco di Cabernet Sauvignon da selezioni massali dei migliori vitigni della proprietà, con l’obiettivo di ricreare il sapore originale di questo emblematico vitigno del Médoc. Nel 2020 si insedia la proprietà della famiglia Roulleau.
Château Dauzac è impegnato in un’agricoltura altamente integrata che utilizza solo fertilizzanti organici, inoltre, il controllo ecologico delle tignole della vite introdotto circa 20 anni fa, ha eliminato la necessità di utilizzare insetticidi. Su alcuni appezzamenti viene coltivata l’erba per regolare meglio ‘approvvigionamento idrico.
Si sta inoltre passando ai principi della viticoltura biodinamica: lo Chateau utilizza due principali preparazioni in questo ambito. La prima è il concime di corno noto come “500”. Durante il periodo invernale viene inserito letame bovino di qualità nelle corna di vacca che vengono poi vengono poi poste nel terreno sdraiate in modo che possano assorbire tutta l’energia della terra. Questa concimazione, quando è ben preparata, ben conservata e ben applicata, è di primaria importanza, perché si rivolge al terreno e alle radici delle piante.
La seconda è il Silice “501”, complementare al corno letame. Non si rivolge infatti al suolo bensì alla parte aerea della vite, agendo durante il suo periodo vegetativo. Si compone di farina di quarzo impastata con acqua, anche in questo caso inserita nelle corna, che poi vengono riempite con argilla (proveniente da Dauzac). Questa preparazione favorisce l’equilibrio vegetativo, favorendo l’ottimale esposizione luminosa alla vite e attenuando il rischio di malattie.
In linea con la tradizione del Médoc, il vigneto ha una densità di impianto di 10.000 ceppi per ettaro è composto da 69% Cabernet Sauvignon, 29% Merlot e 2% Petit-Verdot. Le rese sono naturalmente limitate da una rigorosa politica di coltivazione, attuata a monte, quindi non è necessaria la potatura verde.
Il lavoro di ricerca negli ultimi 30 anni, con l’applicazione di nuove tecniche, ha permesso ai vigneti di proprietà di produrre uve complesse e di qualità superiore coltivate su parcelle omogene. Vengono anche utilizzate tecniche di agricoltura di precisione con la presenza di sensori e stazioni meteorologiche per ogni unità di territorio. Se ne ricavano vini di qualità eccelsa, pienamente godibili, eleganti e allo stesso tempo ricchi di carattere e intensità.
La qualità e il rispetto dell’ambiente fanno sì che questa sia una cantina da non perdere per nessun motivo!!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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