In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
21 Luglio, 2025
Only Wine Festival a Città di Castello: un’esperienza da influencer tra giovani innovatori del vino
Lo ammetto: da influencer del vino, raramente un evento mi ha colpito come Only Wine Festival. Partecipando alla XII edizione — svoltasi dal 26 al 28 aprile 2025 a Città di Castello (PG), nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli a Sant’Egidio — ho percepito un fermento autentico, fatto di qualità, passione e innovazione. Un festival pensato per premiare con entusiasmo oltre 100 piccoli produttori che si distinguono per grinta, originalità e freschezza.
Un palco per giovani produttori d’eccezione
Only Wine non è una fiera come le altre. È un salone esclusivo dedicato a produttori under 40, aziende con meno di 10 ettari e attive da meno di 10 anni, selezionate non solo in Italia, ma anche a livello internazionale. Quest’anno, per la prima volta, hanno partecipato produttori dalla Champagne, dal Giappone e da altre realtà emergenti, accanto a giovani promesse italiane provenienti da tutte e 20 le regioni.
La manifestazione si è articolata su tre giorni: sabato e domenica aperti al pubblico con banchi d’assaggio e masterclass, mentre il lunedì è stato dedicato agli operatori del settore — buyer, giornalisti, sommelier e influencer.
Perché Only Wine mi ha conquistato
In veste di influencer sono arrivato a Città di Castello con curiose aspettative. Ma è stato lì che ho compreso davvero il valore di un evento costruito per chi ha qualcosa da dire, da inventare, da sperimentare. Only Wine è molto più di una vetrina: è un laboratorio di energia e visione.
Palette di profili inediti: ho potuto assaggiare vini nati da vigneti urbani, grazie alla collaborazione con la Urban Vineyards Association. Un progetto sorprendente, che porta la viticoltura nelle città del mondo.
Masterclass coinvolgenti: Gavi, Champagne, Soave, Schiava, Verdicchio, Barolo — ogni masterclass era un viaggio, tra approfondimenti tecnici e storytelling denso di autenticità.
Incontri autentici: dietro ogni calice, una storia. E ogni storia raccontata da chi ci mette la faccia, il tempo, la terra. Giovani produttori con le mani nel vigneto e lo sguardo rivolto al futuro.
Numeri e atmosfera: un successo che parla da sé
I dati lo confermano: l’edizione 2025 ha superato le 6.000 presenze, con la partecipazione di oltre 160 produttori e centinaia di operatori professionali, tra cui ristoratori, buyer, giornalisti e, ovviamente, content creator come me.
L’atmosfera? Quella di una festa elegante e intima, immersa nel verde e nell’arte rinascimentale di una città che si presta meravigliosamente al vino: Città di Castello. Non mancavano gli eventi off: mostre, degustazioni in piazza, cene a tema. Il tutto con una logistica impeccabile e una comunicazione capillare.
Due sorprese che non dimenticherò
Tra i tantissimi assaggi, ce ne sono stati due che mi hanno davvero colpito.
Il primo è stato il Metodo Classico di Cantine Latini, una realtà svizzera che lavora con Pinot Nero e Chardonnay. Un perlage fine, un equilibrio straordinario, e quella purezza che pochi spumanti riescono a trasmettere con così tanta grazia.
Il secondo è stato Nippo Sakaya, produttore giapponese che ha portato in degustazione alcuni vini delicati e sorprendenti, che parlano una lingua diversa ma perfettamente comprensibile a chi ama la raffinatezza. Un’esperienza che ha ampliato i miei orizzonti gustativi.
Guardando al 2026: cosa possiamo aspettarci?
Dopo un’edizione così riuscita, è lecito sognare. E io sogno in grande.
Più internazionalizzazione: dal Giappone alla Svizzera, abbiamo visto quanto l’apertura arricchisca. Sarebbe magnifico vedere coinvolte anche realtà emergenti da Australia, Argentina, Grecia, Georgia.
Focus su sostenibilità e vitigni resilienti: mi piacerebbe una sezione tematica dedicata alle nuove frontiere della viticoltura naturale e resistente al cambiamento climatico.
Più interazione col pubblico: degustazioni creative, blend personalizzati, giochi sensoriali, magari anche un “Only Wine Lab” dove ogni visitatore può lasciarsi ispirare come fosse parte della produzione.
Il mio finale personale (e un invito…)
Chiudevo ogni giornata dell’evento con un sorriso. Da influencer sono spesso abituato a fare “social reporting”, ma qui ho respirato qualcosa di diverso: una comunità giovane, determinata, legata alla terra e animata dalla voglia di condividere storie.
Only Wine non è solo un evento: è un laboratorio di sogni e di speranze concrete, dove il vino diventa cultura, bellezza, orizzonte. Se stai amando il vino così come lo amo io, non puoi perderti l’edizione 2026. Inizia a pianificare con anticipo: fidati, sarà un’esperienza che ti cambierà.
Ci vediamo l’anno prossimo a Città di Castello… 🍷
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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24 Giugno, 2025
Nel cuore del Monferrato, il vino che racconta un territorio
Vitaliano Maccario, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, ci guida alla scoperta di un enoturismo autentico, dove degustazioni, paesaggi e comunità si intrecciano in un’esperienza unica.
Nel cuore del Piemonte, tra colline, borghi sospesi nel tempo e vigneti che disegnano il paesaggio, il Monferrato si rivela in tutta la sua autenticità. Con l’estate, questo territorio Patrimonio UNESCO diventa meta ideale per chi cerca un turismo lento, fatto di sapori, incontri e bellezza diffusa.
Al centro di questa esperienza c’è il vino: non solo eccellenza produttiva, ma anche racconto di cultura, tradizione e comunità. L’enoturismo, qui, è molto più di una tendenza: è un modo di vivere il territorio attraverso degustazioni, passeggiate tra i filari, eventi serali e visite alle cantine che aprono le porte con generosità.
Ne parliamo con Vitaliano Maccario, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, realtà che oggi rappresenta oltre 400 aziende e tutela 13 denominazioni. Con lui approfondiamo il ruolo dell’enoturismo nella valorizzazione del Monferrato, il legame tra vino, territorio e comunità, e le sfide future del Consorzio.
Cosa rende il Monferrato una destinazione così speciale?
Il Monferrato è un luogo dove il tempo sembra rallentare, dove le colline disegnano paesaggi armoniosi e autentici. È speciale perché racchiude bellezza, storia, cultura e una profonda vocazione agricola. La qualità della vita qui si sente in ogni angolo, in ogni bicchiere di vino, ed è questo che conquista chi lo visita.
In che modo il paesaggio e la cultura locale si riflettono nei vini delle denominazioni tutelate dal Consorzio?
Il paesaggio del Monferrato è parte integrante del vino: le sue colline, i suoli, l’esposizione, ma anche le mani che lo lavorano e la cultura contadina che si tramanda da generazioni. I nostri vini parlano il linguaggio del territorio: sono intensi, identitari, e al tempo stesso versatili. Raccontano storie di famiglia, di passione e di appartenenza.
Come si coniugano natura, storia e accoglienza nel Monferrato?
In modo naturale. Chi arriva qui trova castelli, borghi, cantine, filari secolari e un’accoglienza autentica. La storia si respira nei centri storici, la natura si ammira nei paesaggi patrimonio UNESCO e l’accoglienza è quella semplice e sincera di chi lavora con passione. È un equilibrio perfetto tra bellezza e verità.
Quali sono le proposte enoturistiche più apprezzate nel periodo estivo in questo territorio?
D’estate, eventi all’aperto, degustazioni al tramonto, picnic tra i filari, concerti in vigna e visite in cantina sono tra le esperienze più amate. Il Monferrato offre un turismo lento, esperienziale, dove ogni incontro è occasione per scoprire sapori, storie e persone.
Come si sta evolvendo l’offerta enoturistica per rispondere ai nuovi bisogni dei turisti?
Il turista oggi cerca autenticità, ma anche servizi di qualità. Per questo le aziende stanno investendo in ospitalità, digitalizzazione e attività immersive. Il Consorzio sta lavorando per promuovere un’offerta coordinata, che valorizzi le eccellenze del territorio con linguaggi contemporanei, mantenendo l’anima contadina che ci distingue.
Quali attività immersive consiglierebbe a chi visita per la prima volta il Monferrato?
Una camminata tra le vigne al mattino, una visita in cantina con chi produce il vino, una degustazione guidata al tramonto, e magari un pranzo in agriturismo con piatti tipici. Consiglierei anche di visitare piccoli borghi come Vignale, Cocconato o Moncalvo, per toccare con mano l’identità del territorio.
Quanto incide l’enoturismo sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni meno conosciuti?
Molto. L’enoturismo è uno strumento straordinario per far conoscere anche le varietà meno note. Quando un visitatore assaggia una Freisa, una Grignolino o un Ruché direttamente in cantina, con la spiegazione del produttore, nasce una relazione che va oltre il vino. È così che si crea consapevolezza e si amplia il mercato.
Quali sinergie si stanno sviluppando tra cantine e borghi per creare esperienze integrate?
Sempre più cantine collaborano con ristoranti, guide turistiche, artigiani locali, enti e amministrazioni. Si stanno sviluppando itinerari tematici, eventi diffusi e progetti condivisi che coinvolgono l’intera comunità. Il vino diventa il filo conduttore di un racconto più ampio, fatto di cultura, arte, natura e persone.
Qual è l’impatto dell’enoturismo sulle comunità locali, anche in termini economici e sociali?
L’enoturismo crea valore. Non solo economico, con nuove opportunità per aziende e giovani, ma anche sociale, perché rafforza l’identità dei territori e favorisce il senso di appartenenza. È un motore di rigenerazione, che stimola cura, innovazione e orgoglio locale.
Come si trasmettono alle nuove generazioni i valori legati al vino, alla terra e all’identità del Monferrato?
Attraverso l’esempio. Le famiglie contadine sono il primo luogo dove questi valori si imparano. Ma anche la scuola, i progetti formativi, la comunicazione del Consorzio hanno un ruolo fondamentale. Dobbiamo raccontare ai giovani che il vino non è solo un prodotto, ma una cultura, un’opportunità, una scelta di vita.
Quali sono le priorità del Consorzio per il prossimo futuro, sia a livello locale che internazionale?
Consolidare la reputazione delle nostre denominazioni, valorizzare i nostri vitigni autoctoni e supportare le aziende nella promozione e nell’innovazione. A livello locale, vogliamo rafforzare l’identità territoriale attraverso eventi e sinergie. A livello internazionale, puntiamo a nuovi mercati, con una comunicazione moderna e distintiva, che renda il Monferrato sempre più riconoscibile nel mondo.
L’enoturismo rappresenta per il Monferrato non solo una risorsa economica, ma anche un’opportunità preziosa per raccontare l’identità profonda di un territorio straordinario, dove il vino è espressione autentica della storia, del paesaggio e della comunità. Il lavoro del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato va proprio in questa direzione: promuovere un’offerta enoturistica coordinata che valorizzi le eccellenze locali.
Mario Miranda
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Il vino secondo Mario
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4 Giugno, 2025
Le Due Torri “prendono di spuma”
Champagne Experience trasloca a Bologna: un cambio necessario per un evento in crescita.
Dopo sette edizioni a Modena, Champagne Experience cambia casa e si trasferisce a Bologna. Un annuncio che, lo ammetto, ho accolto con un sorriso. Non solo perché vivo ormai da tempo a Bologna e conosco bene le potenzialità di questa città, ma anche perché credo fermamente che quando un evento cresce, sia giusto che cambi pelle cambi location e trovi un ambienti intorno più adatto alla sua potenzialità.
Modena ha è stata in questi anni straordinaria ospitando una manifestazione che ha saputo conquistare operatori e appassionati. Oggi Champagne Experience ha bisogno di spazi più ampi, collegamenti migliori e nuove opportunità. Bologna, da questo punto di vista, è semplicemente la scelta giusta. Proprio queste le motivazioni che ha dato il presidente del Club excellence SIDI, impresa organizzatrice dell’evento:
Scegliamo Bologna per la sua posizione geografica, le strutture ricettive organizzate, un polo fieristico dinamico, il sistema integrato e funzionale di trasporti, ed inoltre perché siamo sicuro che il blasone della città sarà un ottimo valore aggiunto che accompagna la crescita dell’evento.
Una città a misura di evento internazionale
Bologna non è solo una città centrale e ben collegata, anche se questo aspetto, per un evento del genere, pesa tantissimo. È un luogo dove il vino e il cibo fanno parte della cultura quotidiana.
Vivere qui significa avere costantemente a portata di mano ristoranti, enoteche, botteghe e osterie dove il vino è raccontato con passione e rispetto. E allora immaginare Champagne Experience incastonata in questo contesto mi sembra quasi naturale.
Il polo fieristico di Bologna offre spazi ampi e funzionali, perfetti per accogliere un pubblico sempre più vasto e internazionale. Penso alle edizioni passate in cui alcuni momenti risultavano un po’ troppo affollati — ora questo problema non si porrà più.
E poi, ammettiamolo: per chi arriva da fuori, Bologna è comodissima. Si scende dal treno ad Alta Velocità o si atterra all’aeroporto Marconi e si è già dentro la città. Nessuno stress, nessuna corsa. Solo tempo da dedicare alla scoperta delle cuvée e dei produttori.
Un trend che si consolida… e una piccola provocazione
Questo passaggio a Bologna, a ben vedere, non è isolato. Poco tempo fa anche FIVI, la fiera dei vignaioli indipendenti, ha annunciato il trasferimento da Piacenza a Bologna.
Lasciatemi allora lanciare una piccola provocazione: dopo FIVI e Champagne Experience, chi sarà il prossimo? Sembra proprio che Bologna stia diventando una calamita per gli eventi enologici più importanti d’Italia. E io, sinceramente, non mi stupisco.
La città ha tutto ciò che serve: centralità, servizi, cultura gastronomica e soprattutto un pubblico curioso e preparato. È un terreno fertile per chi lavora con il vino e per chi vuole raccontarlo nel modo giusto.
Una scelta che guarda lontano
Cambiare città non è mai una decisione facile. Ci sono legami emotivi, abitudini, dinamiche consolidate. Ma quando si ha a cuore la crescita di un progetto, bisogna saper fare anche scelte coraggiose.
Champagne Experience lo sta facendo, e io credo che sarà un cambiamento positivo per tutti: per gli espositori, che troveranno spazi più funzionali; per i visitatori, che vivranno un’esperienza più fluida; per la città di Bologna, che continuerà a rafforzare la sua centralità nel panorama enogastronomico nazionale.
Da parte mia, professionalmente, non posso che essere felice. Credo davvero che Bologna sia la cornice giusta per valorizzare un evento che merita di crescere, evolversi e attirare sempre più attenzione anche a livello internazionale.
Alla fine, quello che conta è che Champagne Experience continui a essere quel luogo speciale in cui ci si perde tra bollicine, racconti e scoperte. E sono certo che, anche in una nuova casa, saprà farlo con la stessa magia. Anzi, forse con qualcosa in più. Arrivederci quindi a Bologna Champagne Experience 5 e 6 Ottobre 2025.
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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31 Maggio, 2025
Forgiati dal fuoco
Ci sono alcuni luoghi del mondo forgiati dal fuoco.
Sono le terre di origine vulcanica, che ricoprono meno del 9% della superficie terrestre e che da sempre sono percepite come madri e matrigne. Madri in quanto i materiali che le compongono hanno una grandissima fertilità e spesso questi suoli sono stati culla di civiltà millenarie; matrigne perché, nella loro imprevedibilità geologica, sono in grado di ricordarci quanto piccoli siamo davanti alla forza della natura.
L’Italia, da nord a sud, è paese di vino e vulcani. Dagli antichi vulcani spenti del Veneto, ai crateri ora ricoperti d’acqua nel centro Italia, agli attivissimi siti del sud. La linea rosso fuoco congiunge la penisola dando un inconfondibile carattere ai vini che nascono da questi suoli. Per quanto riguarda la produzione vitivinicola, i principali distretti produttivi si trovano nel Soave, nella zona del Vesuvio e dei Campi Flegrei in Campania, sull’Etna e a Pantelleria in Sicilia, nella zona di Mogoro in Sardegna, nella zona del Frascati e del lago di Bolsena nel Lazio, dove gravitano le produzioni dell’Orvieto, del Montefiascone e del Pitigliano. Ma anche zone più improbabili come l’Alto Piemonte e la Val di Cembra hanno origini vulcaniche.
Nel mondo, invece, i suoli vulcanici sono distribuiti prevalentemente lungo i bordi delle placche tettoniche o in loro prossimità. Tra le principali zone vitivinicole costituite quasi interamente da questo tipo di suoli, possiamo elencare, tra le tante, Napa Valley (California), Casablanca Valley (Cile), Santorini (Grecia), Isole Canarie (Spagna), Kaiserstuhl (Germania), Yarra Valley (Australia).
Tutte aree a fortissima vocazione vitivinicola e caratterizzate da produzioni di assoluto pregio, in particolar modo per quanto riguarda i vini bianchi (ma non mancano illustri esempi di produzione di vini rossi). È evidente che esiste una relazione tra suoli composti da basalti, tufi, pomici e la ricchezza gustativa e l’equilibrio che si riscontra normalmente nei vini ivi prodotti. Questo perché nella maggioranza dei casi, i suoli di origine vulcanica possono definirsi paleo-suoli, ovvero generatisi in un lunghissimo periodo di tempo da sconvolgimenti climatici e tettonici che hanno consentito una redistribuzione dei componenti minerali. Sono suoli nella maggior parte profondi e con un’ottima capacità di ritenzione idrica, oltre a una maggiore concentrazione di sostanze nutritive e minerali.
SORTEVERA – MARQUES DE SORTES
Nelle Isole Canarie, il vino è espressione autentica di un territorio estremo e unico. I suoli vulcanici neri e porosi, originati dalle eruzioni che hanno modellato l’arcipelago, conferiscono ai vini una spiccata mineralità e una straordinaria complessità aromatica. Qui, vitigni autoctoni antichi — come la Malvasía Volcánica a Lanzarote o il Listán Negro a Tenerife — crescono spesso in condizioni difficili, tra venti oceanici e scarsa piovosità, protetti da conche scavate nella cenere lavica o da muretti di pietra. Il risultato sono vini intensi, sapidi e longevi, capaci di raccontare il legame profondo tra l’uomo e una natura aspra ma generosa.
Il Sortevera è un progetto vinicolo nato dalla collaborazione tra il viticoltore José Ángel Alonso Ramos, proprietario di vigneti a Taganana (nord-est di Tenerife), e Jonatan García, enologo della rinomata cantina Suertes del Marqués. Solo 1300 bottiglie per questo che vino riflette l’identità vulcanica e la tradizione vitivinicola delle Isole Canarie, in particolare della D.O. Valle de La Orotava. I vitigni che lo compongono sono Listán Negro, Tintilla, Listán Gaucho, Vijariego Negro, Negramoll e Moscatel de Hamburgo. La fermentazione avviene con grappoli interi e lieviti indigeni in contenitori di plastica, seguita da una macerazione di 15 giorni. Affinamento in botti di rovere per 9 mesi.
RUNCATA – DAL CERO
Nelle colline vulcaniche del Soave, il vino è testimone di una storia millenaria e di un paesaggio plasmato dal fuoco e dal tempo. I suoli di origine basaltica, ricchi di minerali e perfettamente drenanti, offrono un habitat ideale per la Garganega, vitigno autoctono simbolo di questa denominazione veneta. Sul Vulcano madre, il Monte Calvarina, l’altitudine, le forti escursioni termiche e l’esposizione solare ottimale contribuiscono a esprimere nei vini eleganza, freschezza e una raffinata complessità aromatica. Il risultato è bianchi longevi e strutturati, capaci di evolvere nel tempo mantenendo vive la sapidità e la tensione minerale.
Runcata è la massima espressione del Soave secondo la famiglia Del Cero, un cru proveniente da un singolo vigneto situato sulle pendici del Monte Calvarina, a circa 450 metri di altitudine. Il nome richiama il paese di origine, Roncà, dove le vigne sono ricavate nei versanti scoscesi della collina e le viti affondano le radici in terreni di roccia vulcanica. Prodotto esclusivamente da uve Garganega vendemmiate a mano in leggera surmaturazione, il vino fermenta in acciaio con lieviti indigeni e affina per circa 12 mesi in botti di rovere grande, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia. Ne nasce un Soave di grande profondità, dove note di frutta gialla matura, erbe aromatiche e pietra focaia si fondono con una struttura salina e una persistenza vibrante. Un vino che racconta l’anima vulcanica del territorio e la visione di una famiglia da sempre legata alla terra.
Assaggiare i vini provenienti dalle zone vulcaniche di tutto il mondo significa intraprendere un viaggio sensoriale e culturale tra paesaggi estremi, memorie geologiche e antiche tradizioni contadine. È un’esperienza che unisce la forza primordiale della terra alla sensibilità dell’uomo, capace di interpretare e valorizzare un patrimonio unico. Ogni sorso racconta una storia fatta di lava e vento, di radici profonde e gesti sapienti, di resilienza e bellezza. Che si tratti delle nere terre delle Canarie o delle colline basaltiche del Soave, dei versanti dell’Etna o dei vigneti del Vesuvio, scoprire i vini vulcanici significa riconoscere nel calice l’anima di un territorio che vibra, pulsa, respira. Un invito ad ascoltare la voce del vulcano, trasformata in vino.
Chiara Mattiello
Radici di vino
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24 Maggio, 2025
In cantina si arriva dall’alto
Cantine Goretti, perla dell’enoturismo umbro
Un secolo di storia tra tradizione e innovazione
Nel cuore dell’Umbria, tra le dolci colline di Perugia e Montefalco, la Cantina Goretti rappresenta da oltre un secolo un punto di riferimento nel panorama vitivinicolo italiano. Fondata nei primi anni del Novecento, l’azienda ha saputo tramandare di generazione in generazione la passione per la viticoltura, unendo sapientemente tradizione e innovazione.
Oggi, sotto la guida delle esuberanti sorelle Sara e Giulia Goretti — in arte Goretti Sisters — la cantina continua a crescere, mantenendo salde le radici familiari e lo sguardo rivolto al futuro.
La tenuta e la torre trecentesca: simboli di un’eredità
La tenuta di Pila, a pochi chilometri da Perugia, è il cuore pulsante dell’azienda. Qui sorge la storica torre del XIV secolo, un tempo osservatorio della città di Perugia, oggi emblema delle etichette Goretti e fulcro delle attività enoturistiche. Restaurata con cura, la torre ospita sale degustazione e camere per accogliere visitatori da tutto il mondo.
Accanto ad essa, la moderna Sala Marcella, dedicata all’amata nonna Marcella, offre spazi per eventi, degustazioni e cooking class, con una cucina professionale attrezzata per valorizzare al meglio la tradizione culinaria umbra.
Esperienze enoturistiche: un viaggio sensoriale in Umbria
Cantina Goretti non è solo produzione vinicola, ma un’esperienza autentica e immersiva nel cuore verde d’Italia. Le attività proposte spaziano dalle degustazioni guidate ai tour in cantina, dalle passeggiate tra i filari — a piedi o in e-bike — fino alle lezioni di cucina tipica.
Durante la pandemia, l’azienda ha saputo reinventarsi, portando le proprie esperienze anche online, con degustazioni e cooking class virtuali che hanno fatto viaggiare l’Umbria nel mondo, restando fermi a casa.
Sostenibilità: un impegno concreto per il futuro
La sostenibilità è un valore cardine della filosofia Goretti. Dal 2021, l’azienda è ufficialmente una Società Benefit, integrando obiettivi sociali e ambientali nella propria missione quotidiana.
Tra le pratiche adottate:
uso della lutte raisonnée per ridurre al minimo i trattamenti chimici;
energia fotovoltaica che copre oltre l’80% del fabbisogno aziendale;
veicoli elettrici e colonnine di ricarica a disposizione degli ospiti;
filiera corta e fornitori attenti alla sostenibilità.
I vini: identità, territorio, eleganza
Goretti è sinonimo di qualità e identità territoriale. Ogni etichetta racconta l’Umbria con sincerità e carattere.
Tra le icone dell’azienda:
L’Arringatore, il “Super Umbro”, un rosso elegante e strutturato che rappresenta lo spirito audace della cantina.
Montefalco Sagrantino DOCG, vino potente e meditativo, radicato nella storia vitivinicola della regione.
Grechetto DOC, bianco versatile e profumato, perfetto compagno delle giornate umbre, capace di sorprendere ad ogni sorso.
Oltre al vino, la produzione si estende anche a olio extravergine, miele e aceto balsamico: piccole grandi eccellenze che completano l’offerta e raccontano una tradizione gastronomica profonda e genuina.
Nonna Marcella: “l’anima della cucina umbra in 14 lingue”
Figura amatissima, Nonna Marcella è la custode della tradizione familiare. Da oltre cinquant’anni accoglie i visitatori con calore, insegnando ricette tramandate nel tempo, con gesti precisi e pieni d’amore. Il suo libro, tradotto in 14 lingue, è molto più di un ricettario: è un ponte culturale tra cucina, vino e musica italiana. Un’esperienza che si vive a tavola, ma che rimane nel cuore.
Un’ospitalità che guarda in alto — letteralmente
E come se non bastasse, c’è un dettaglio che fa sognare: Cantina Goretti dispone di un eliporto privato. Sì, hai capito bene!!!
I visitatori possono arrivare anche dal cielo, atterrando direttamente tra le vigne umbre. Un’opportunità unica per chi cerca un’esperienza diversa, o per chi desidera regalarsi — o regalare — un momento davvero fuori dal comune. È anche possibile prenotare un tour panoramico in elicottero, per ammirare le colline umbre da una prospettiva irripetibile.
Perché a Cantina Goretti, l’enoturismo non è solo accoglienza: è stupore, bellezza, e — a volte — anche vertigine.
Eccellenza che vola alto
Cantina Goretti ha dimostrato di essere un esempio virtuoso di come innovazione, accoglienza e rispetto per la terra possano coesistere in perfetto equilibrio.
Le Goretti Sisters capaci di farti sentire a casa, in una dimensione che esprime emozioni storiche, innovazione, territorio, indennità e personalità dell’Umbria, in un calice di vino.
Un luogo dove la tradizione incontra il futuro, e dove ogni visita si trasforma in un viaggio, da qualunque punto tu arrivi. Anche… dall’alto.
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
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11 Maggio, 2025
Clantenova. L'anima multiculturale del Chianti che parla attraverso il vino
Tra le curve gentili delle colline toscane, poco distante da Firenze, c’è un luogo che racchiude in sé non solo la bellezza del Chianti, ma anche la storia di una famiglia unica, che ha saputo intrecciare culture, generazioni e passioni. Clantenova non è soltanto un agriturismo biologico. È un crocevia di culture, una storia familiare che intreccia la Toscana più autentica con le influenze eleganti del Trentino-Alto Adige e le radici antiche del Libano. A guidare oggi questa realtà sono Henry e Alex Bakhos, padre e figlio, custodi di un’eredità agricola e culturale profonda, trasformata in vini di carattere che parlano il linguaggio del territorio ma con accenti sorprendenti.
Le radici di una passione
La storia della famiglia Bakhos affonda le sue radici nella campagna toscana, dove la viticoltura è parte della vita quotidiana da secoli. Ma ciò che rende unico il progetto Clantenova è la sua eredità multiculturale. La madre della nonna di Alex era originaria del Trentino-Alto Adige, regione che ha portato con sé un bagaglio gastronomico raffinato e un approccio rigoroso alla gestione della terra. Il nonno paterno, invece, era libanese, e con sé ha portato non solo il cognome “Bakhos” – derivato dal dio romano dell’agricoltura e del vino, Bacco – ma anche una visione spirituale e simbolica del vino come elemento sacro, di legame tra uomo e natura.
Questa fusione di identità, che abbraccia il Mediterraneo, le Alpi e l’Italia centrale, è oggi visibile in ogni angolo dell’azienda: nei dettagli architettonici dell’agriturismo, nella filosofia agricola rispettosa dell’ambiente, ma soprattutto nei vini, che raccontano questa storia con forza e eleganza. Il rispetto per la terra: la scelta biologica Clantenova è un’azienda certificata biologica, con vigneti curati secondo pratiche agricole sostenibili, prive di diserbanti e sostanze chimiche aggressive. La scelta del biologico non è una moda, ma una dichiarazione di rispetto per il suolo, per le piante e per le generazioni future. Il clima del Chianti – con le sue escursioni termiche, il terreno ricco di galestro e la ventilazione naturale – favorisce la produzione di vini espressivi, che riescono a coniugare struttura e bevibilità. La cantina: artigianalità e tempo La filosofia produttiva di Clantenova è orientata alla qualità, non alla quantità. Le fermentazioni avvengono lentamente, con lunghe macerazioni sulle bucce per estrarre il meglio da ogni varietà. L’affinamento viene effettuato in botti di rovere francese selezionate, alcune delle quali ospitano i vini per diversi anni. Il tempo è considerato un ingrediente essenziale, non un nemico: ogni bottiglia viene messa in commercio solo quando è davvero pronta. Le etichette: identità e carattere La degustazione presso Clantenova si apre con tre vini rossi che rappresentano le tre anime dell’azienda: la tradizione del Chianti, la morbidezza di un Superiore, e l’innovazione di un Super Tuscan. Chianti Classico DOCG 2022 Composto al 100% da Sangiovese, questo vino rappresenta l’essenza della denominazione. La fermentazione dura 22 giorni, seguita da un affinamento di 18 mesi in botti di rovere francese. Il naso è intenso: ciliegie mature, cuoio, tabacco e una nota balsamica di cedro. Al palato è corposo, con tannini importanti ma ben levigati, e un finale lungo ed elegante. Abbinamenti consigliati: bistecca alla fiorentina, carni alla brace, Parmigiano stagionato, pici al ragù. Chianti Superiore DOCG 2021 Un blend di 80% Sangiovese e 20% Merlot. Dopo la fermentazione, il vino riposa sei mesi in cemento e un anno in botte di rovere francese. Il risultato è un rosso elegante, con profumi di ciliegie rosse, prugne, spezie dolci e una morbidezza che conquista. In cucina: perfetto con carni arrosto, risotto ai funghi, pecorino stagionato o con piatti di pasta al forno. IGT Toscana Rosso – Super Tuscan 2020 Questo vino esprime la vena più creativa della cantina: 60% Sangiovese, 20% Syrah e 20% Gamay. L’affinamento dura ben 36 mesi in rovere francese, conferendo complessità e profondità. Al naso: more, ciliegie nere, pepe nero, cioccolato ed espresso. In bocca è potente, strutturato, con tannini audaci e un finale lungo e avvolgente. Ideale con: selvaggina, brasati, stufati di manzo, costine, oppure formaggi intensi come Pecorino toscano e Parmigiano ben stagionato. Un riconoscimento che premia la dedizione Nel 2025, Clantenova ha ricevuto un importante riconoscimento dai sommelier della rivista Vinodabere durante la Chianti Classico Collection. Un premio che non solo celebra la qualità dei vini, ma anche l’approccio autentico e trasparente di questa famiglia, che ha scelto di produrre vini in sintonia con la propria storia, senza mai scendere a compromessi. Il Chianti e il mito del Gallo Nero Clantenova si inserisce con orgoglio nella storia del Chianti Classico, una delle denominazioni più antiche e celebri al mondo. Simbolo di questa DOCG è il Gallo Nero, che trae origine da una leggenda medievale. Durante le guerre tra Firenze e Siena, si decise di stabilire i confini del Chianti facendo partire due cavalieri al canto del gallo: il gallo nero fiorentino, tenuto a digiuno per giorni, cantò prima dell’alba, permettendo al cavaliere di Firenze di partire prima e conquistare più territorio. Oggi quel gallo è simbolo di autenticità e orgoglio, e lo si ritrova sulle bottiglie più rappresentative della zona. Ospitalità autentica Visitare Clantenova significa immergersi in un’atmosfera familiare e accogliente. L’agriturismo offre camere con vista sui vigneti, colazioni fatte in casa e la possibilità di partecipare a degustazioni guidate, pranzi tipici toscani, eventi stagionali. Ogni visita è un’occasione per entrare in contatto diretto con chi il vino lo produce davvero, dalla vigna alla bottiglia. Clantenova è più di una cantina: è un luogo dove la storia familiare si fonde con la vocazione agricola, dove ogni bottiglia è un racconto di identità, fatica e amore per la terra. In un tempo in cui l’autenticità è un valore raro, Clantenova riesce a incarnarla con naturalezza, offrendo non solo ottimi vini, ma una vera esperienza umana. Claudia Maremonti Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier Racconti diVini
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Questa fusione di identità, che abbraccia il Mediterraneo, le Alpi e l’Italia centrale, è oggi visibile in ogni angolo dell’azienda: nei dettagli architettonici dell’agriturismo, nella filosofia agricola rispettosa dell’ambiente, ma soprattutto nei vini, che raccontano questa storia con forza e eleganza. Il rispetto per la terra: la scelta biologica Clantenova è un’azienda certificata biologica, con vigneti curati secondo pratiche agricole sostenibili, prive di diserbanti e sostanze chimiche aggressive. La scelta del biologico non è una moda, ma una dichiarazione di rispetto per il suolo, per le piante e per le generazioni future. Il clima del Chianti – con le sue escursioni termiche, il terreno ricco di galestro e la ventilazione naturale – favorisce la produzione di vini espressivi, che riescono a coniugare struttura e bevibilità. La cantina: artigianalità e tempo La filosofia produttiva di Clantenova è orientata alla qualità, non alla quantità. Le fermentazioni avvengono lentamente, con lunghe macerazioni sulle bucce per estrarre il meglio da ogni varietà. L’affinamento viene effettuato in botti di rovere francese selezionate, alcune delle quali ospitano i vini per diversi anni. Il tempo è considerato un ingrediente essenziale, non un nemico: ogni bottiglia viene messa in commercio solo quando è davvero pronta. Le etichette: identità e carattere La degustazione presso Clantenova si apre con tre vini rossi che rappresentano le tre anime dell’azienda: la tradizione del Chianti, la morbidezza di un Superiore, e l’innovazione di un Super Tuscan. Chianti Classico DOCG 2022 Composto al 100% da Sangiovese, questo vino rappresenta l’essenza della denominazione. La fermentazione dura 22 giorni, seguita da un affinamento di 18 mesi in botti di rovere francese. Il naso è intenso: ciliegie mature, cuoio, tabacco e una nota balsamica di cedro. Al palato è corposo, con tannini importanti ma ben levigati, e un finale lungo ed elegante. Abbinamenti consigliati: bistecca alla fiorentina, carni alla brace, Parmigiano stagionato, pici al ragù. Chianti Superiore DOCG 2021 Un blend di 80% Sangiovese e 20% Merlot. Dopo la fermentazione, il vino riposa sei mesi in cemento e un anno in botte di rovere francese. Il risultato è un rosso elegante, con profumi di ciliegie rosse, prugne, spezie dolci e una morbidezza che conquista. In cucina: perfetto con carni arrosto, risotto ai funghi, pecorino stagionato o con piatti di pasta al forno. IGT Toscana Rosso – Super Tuscan 2020 Questo vino esprime la vena più creativa della cantina: 60% Sangiovese, 20% Syrah e 20% Gamay. L’affinamento dura ben 36 mesi in rovere francese, conferendo complessità e profondità. Al naso: more, ciliegie nere, pepe nero, cioccolato ed espresso. In bocca è potente, strutturato, con tannini audaci e un finale lungo e avvolgente. Ideale con: selvaggina, brasati, stufati di manzo, costine, oppure formaggi intensi come Pecorino toscano e Parmigiano ben stagionato. Un riconoscimento che premia la dedizione Nel 2025, Clantenova ha ricevuto un importante riconoscimento dai sommelier della rivista Vinodabere durante la Chianti Classico Collection. Un premio che non solo celebra la qualità dei vini, ma anche l’approccio autentico e trasparente di questa famiglia, che ha scelto di produrre vini in sintonia con la propria storia, senza mai scendere a compromessi. Il Chianti e il mito del Gallo Nero Clantenova si inserisce con orgoglio nella storia del Chianti Classico, una delle denominazioni più antiche e celebri al mondo. Simbolo di questa DOCG è il Gallo Nero, che trae origine da una leggenda medievale. Durante le guerre tra Firenze e Siena, si decise di stabilire i confini del Chianti facendo partire due cavalieri al canto del gallo: il gallo nero fiorentino, tenuto a digiuno per giorni, cantò prima dell’alba, permettendo al cavaliere di Firenze di partire prima e conquistare più territorio. Oggi quel gallo è simbolo di autenticità e orgoglio, e lo si ritrova sulle bottiglie più rappresentative della zona. Ospitalità autentica Visitare Clantenova significa immergersi in un’atmosfera familiare e accogliente. L’agriturismo offre camere con vista sui vigneti, colazioni fatte in casa e la possibilità di partecipare a degustazioni guidate, pranzi tipici toscani, eventi stagionali. Ogni visita è un’occasione per entrare in contatto diretto con chi il vino lo produce davvero, dalla vigna alla bottiglia. Clantenova è più di una cantina: è un luogo dove la storia familiare si fonde con la vocazione agricola, dove ogni bottiglia è un racconto di identità, fatica e amore per la terra. In un tempo in cui l’autenticità è un valore raro, Clantenova riesce a incarnarla con naturalezza, offrendo non solo ottimi vini, ma una vera esperienza umana. Claudia Maremonti Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier Racconti diVini
15 Aprile, 2025
Merseguera. Simbolo di resilienza e tradizione
Merseguera chi? Ma chi poteva raccontarvi lo sconosciuto vitigno spagnolo se non il sottoscritto?
Quelle curiose esplorazioni, nasce proprio per stuzzicare la vostra curiosità. Oggi scopriamo insieme un vitigno quasi sconosciuto ma simbolo di resilienza, a noi piace essere resilienti.
Accumminciamm’ (Cit. Napoletana per dire “Iniziamo”).
Il vitigno Merseguera ha una storia affascinante che si intreccia con le tradizioni vinicole della Spagna orientale. Questa varietà di uva bianca è originaria della regione mediterranea, in particolare della Comunità Valenciana, dove è conosciuta anche con nomi come Verdosilla o Exquitsagos. La sua coltivazione si estende anche ad altre regioni spagnole, come Murcia, Castilla-La Mancha e persino alcune aree della Catalogna, come Tarragona e il Penedès.
Il Merseguera è stata storicamente apprezzata per la sua resistenza a condizioni climatiche difficili, come la siccità, rendendola ideale per le regioni con precipitazioni limitate. Tuttavia, per molti anni è stata sottovalutata e persino trascurata da alcuni viticoltori, portando a una riduzione delle superfici coltivate. Nonostante ciò, la varietà ha mantenuto un ruolo importante nella produzione di vini bianchi freschi e giovani, grazie alla sua capacità di adattarsi a diversi tipi di terreno e al suo ciclo di maturazione tardivo.
Oggi, il Merseguera è considerato un tesoro nascosto della viticoltura spagnola, con un potenziale ancora da esplorare. Alcuni produttori stanno riscoprendo questa varietà, valorizzandola in blend o in vini monovarietali che esprimono le sue caratteristiche uniche, come la freschezza e le note di frutta delicata. Sei curioso di sapere di più su come viene utilizzata oggi o sui vini prodotti con questa varietà? Continua a leggere.
Il Merseguera è una varietà di uva bianca originaria della Spagna, particolarmente diffusa nelle regioni di Alicante, Jumilla e Valencia. Noto per la sua capacità di adattarsi a climi caldi e secchi, cresce efficacemente anche in terreni poveri. Nonostante la sua resistenza e produttività, il Merseguera è meno conosciuto rispetto ad altre varietà di uva bianca.
Produce vini di colore giallo paglierino, spesso con riflessi brillanti. Al palato, i vini ottenuti da questa varietà si distinguono per la loro freschezza e leggerezza, con note aromatiche che richiamano frutti a polpa bianca, limone, finocchio e mandorla. Tuttavia, il Merseguera è generalmente considerato meno caratteristico rispetto ad altre varietà, motivo per cui viene spesso utilizzato in blend piuttosto che in vini monovarietali.
Grazie alla sua acidità moderata e al corpo leggero si abbina perfettamente a piatti di pesce, frutti di mare e primi piatti a base di riso o pasta. È ideale anche per accompagnare piatti mediterranei come la paella o sardine grigliate.
Nonostante la sua bassa acidità e il profilo aromatico delicato, il Merseguera è apprezzato per le sue qualità viticole, che lo rendono una scelta affidabile per i viticoltori in regioni con condizioni climatiche difficili. Inoltre, i vini prodotti con questa varietà sono raramente esportati, rendendoli una scoperta interessante per chi visita la costa mediterranea spagnola.
Se sei mai stato in Spagna o hai mai avuto l’occasione di assaggiare un vino a base di Merseguera, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi!
I vini prodotti con il Merseguera, grazia al loro profilo fresco e leggero, si prestano a una varietà di abbinamenti gastronomici, soprattutto con piatti mediterranei. Ecco alcune idee per esaltare al meglio le loro caratteristiche:
Pesce e frutti di mare: Ideali con pesce bianco alla griglia, calamari fritti o gamberi al vapore. La freschezza del vino bilancia perfettamente la delicatezza del pesce.
Piatti a base di riso: Perfetti con una paella valenciana o un risotto ai frutti di mare, dove il vino accompagna senza sovrastare i sapori.
Verdure grigliate o al forno: Zucchine, melanzane e peperoni grigliati si sposano bene con la leggerezza del Merseguera.
Formaggi freschi: Ottimo con formaggi come la ricotta o il caprino, che ne esaltano la freschezza.
Piatti leggeri di pasta: Come spaghetti alle vongole o pasta con verdure di stagione.
Questi abbinamenti mettono in risalto la versatilità del Merseguera, rendendolo un compagno ideale per pasti semplici ma gustosi.
Diverse le denominazioni di origine (DO) spagnole che lo vedono protagonista o comprimario:
Valencia DO: Qui si concentra circa il 70% della coltivazione di Merseguera in Spagna.
Alicante DO: Un’altra regione importante per la produzione di vini con questo vitigno.
Jumilla DO: Conosciuta per i suoi vini robusti, include anche il Merseguera tra le varietà coltivate.
Utiel-Requena DO: Una denominazione che valorizza diverse varietà autoctone, tra cui il Merseguera.
Queste regioni, situate nella Spagna orientale, offrono il clima mediterraneo ideale per la sua coltivazione, che si adatta bene a terreni poveri e condizioni climatiche calde e secche.
Le differenti denominazioni offrono caratteristiche poi diverse. Vediamole insieme!
Valencia DO: Questa regione produce una vasta gamma di vini, tra cui bianchi freschi e aromatici, rossi corposi e rosati fruttati. I vini bianchi spesso presentano note di agrumi e fiori, mentre i rossi sono intensi e strutturati, con aromi di frutta matura e spezie.
Alicante DO: Conosciuta per il suo vino dolce tradizionale, il Fondillón, Alicante offre anche rossi robusti e bianchi eleganti. I vini rossi sono spesso ricchi e complessi, con note di frutti rossi e cioccolato, mentre i bianchi tendono ad essere freschi e minerali.
Jumilla DO: Questa DO è famosa per i suoi vini rossi, principalmente prodotti con il vitigno Monastrell. I vini di Jumilla sono intensi, con aromi di frutta nera, spezie e un tocco di mineralità. Sono ideali per chi cerca vini potenti e ben strutturati.
Utiel-Requena DO: Situata nella provincia di Valencia, questa DO è nota per i suoi vini rossi e rosati, spesso prodotti con il vitigno Bobal. I rossi sono fruttati, con aromi di ciliegia, violetta e cioccolato, mentre i rosati sono freschi e vivaci1.
Meraviglioso come le diverse regioni offrano una tale varietà di stili e sapori da rendere unici gli abbinamenti dei diversi vini.
Dunque, Il Merseguera è un vitigno che, nonostante il suo profilo meno conosciuto, riveste un ruolo interessante nel panorama vinicolo spagnolo. La sua capacità di adattarsi a climi difficili e terreni aridi lo rende una risorsa preziosa per le regioni mediterranee come Valencia e Alicante. I vini che si ottengono da questa varietà si distinguono per la loro freschezza, leggerezza e versatilità, ideali per accompagnare la cucina mediterranea e per essere gustati in un contesto informale.
Sebbene sia spesso impiegato in blend, negli ultimi anni sta guadagnando attenzione come varietà monovitigno, grazie a produttori che ne stanno riscoprendo il potenziale e valorizzando le sue qualità intrinseche. La riscoperta di questo vitigno autoctono rappresenta anche un’opportunità per preservare e celebrare la diversità della viticoltura spagnola.
Mi piace pensare che il Merseguera sia un tale simbolo di resilienza e tradizione che merita un posto d’onore tra le varietà di uva bianca. Se non hai ancora avuto modo di provarlo, potrebbe essere un’esperienza interessante per scoprire un lato meno noto della produzione vinicola spagnola. Bodegas Volver, lo produce in monvarietale, con una bottiglia dall’etichetta davvero elegante dal nome “Madame Merseguera”.
Spero che il mio articolo abbia suscitato un po’ di curiosità in voi lettori e vi spinga a provare questa varietà davvero intrigante.
Un saluto “statev buon” (cit. Napoletana per dire arrivederci).
Giovanni Scapolatiello
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26 Marzo, 2025
BRUNA e ALESSANDRI: 50 sfumature di Pigato
Il Pigato è un vitigno che racconta la storia e la cultura della Liguria, esprimendo al meglio il carattere unico di questa regione. E’ un vitigno a bacca bianca che si distingue per la sua resistenza e adattabilità. Le uve maturano nel tardo autunno, e i vini prodotti sono noti per la loro freschezza, equilibrata acidità e aromi complessi. Molto genericamente, il Pigato al naso offre profumi di fiori bianchi, agrumi, erbe aromatiche e una leggera nota minerale, mentre in bocca si chiude con la mandorla amara, riflettendo il terroir unico della Liguria. La sua versatilità e la varietà degli stili di produzione (si può trovare bianco secco, macerato, spumante e dolce) testimoniano la creatività e la passione dei viticoltori locali.
LA STORIA DEL PIGATO
La storia del Pigato risale a tempi antichi, anche se le sue origini precise sono ancora oggetto di dibattito tra gli storici del vino. Alcuni sostengono che il vitigno sia stato introdotto in Liguria dai Greci, mentre altri credono che fosse già coltivato dai Romani. Il nome dell’uva deriva dal termine dialettale “Pigau” riferito alle “pighe”, piccole macchie ambrate presenti sull’acino a piena maturazione. Appartenente alla grande famiglia dei Vermentini – nel corso dei secoli si è adattato al territorio assumendo caratteristiche originali non riproducibili altrove – il Pigato è coltivato principalmente nella Riviera di Ponente, in particolare nelle province di Savona e Imperia. Qui, le colline ripide e il clima mite creano condizioni ideali per la sua coltivazione. Nel corso dei secoli, il Pigato ha guadagnato una reputazione di eccellenza, diventando uno dei simboli della viticoltura ligure.
AZIENDA AGRICOLA BRUNA
Impossibile non visitare, durante il mio tour nel Levante Ligure, l’Azienda Agricola Bruna, scoperta durante una bellissima masterclass durante la Fivi di cui ho parlato in questo articolo. Non è facile trovare il Pigato fuori dai confini liguri e quindi, incuriosita, sono andata nella sua zona classica di produzione. Qui, nell’entroterra di Albenga e precisamente tra Ortovero e Ranzo, ha inizio la storia dell’Azienda Bruna, nata nel 1970 dalla passione di Riccardo Bruna.
Otto ettari di vigneti, coltivati principalmente a Pigato, e pochi ulivi si stagliano sui classici terrazzamenti liguri tra le colline e i boschi di macchia mediterranea.
Roberto ci accompagna a vedere i vigneti, lo spettacolo è magnifico. Siamo tra il mare e la montagna dove si scorge persino un po’ di neve. La macchia mediterranea ha prepotentemente conquistato terreno e siamo attorniati da piante di rosmarino in fiore che sprigionano un profumo avvolgente. Una natura incontaminata, con il bosco che veglia sulle vigne ma che presenta anche i suoi risvolti negativi. Sono stati messi chilometri di reti a protezione delle coltivazioni perché qui girano cinghiali, caprioli e lupi.
Roberto ci racconta che i suoi vigneti sono dislocati in tre zone differenti e che ognuna imprime caratteristiche diverse ai vini. Infatti, intorno ad Ortovero (dove oltre al Pigato coltiva Granaccia, Rossese e Syrah e in misura minore altre varietà a bacca rossa) i terreni sono sciolti e sassosi per il disfacimento di conglomerati di roccia sedimentaria, regalando ai vini sapidità ed esuberanza. Nella zona sopra Pogli di Ortovero invece, i vigneti sono interamente contornati da boschi e affondano le radici su pietra calcarea e argille azzurre risalenti al Pliocene, ricche di micro e macro fauna fossile, le quali donano al Pigato mineralità.
Sopra Ranzo la terra cambia ancora. L’argilla è meno compatta, con gli ossidi di ferro e manganese a colorarla di rosso. Qui le piante di vite superano i cinquant’anni e i vini acquistano profondità e ricchezza. Una varietà di terreni impressionante, considerando la poca distanza tra loro!
Tornati in azienda siamo passati agli assaggi:
Pigato Le Russeghine 2022
Pigato Le Russeghine 2010
Pigato U Baccan 2010
Pigato U Baccan 2016
Pulin 2019 Rosso IGT (Granaccia e Syrah)
MASSIMO ALESSANDRI
Massimo ci accoglie in una sorta di “faro di terra” a circa 400 mslm, in località Costa Parrocchia nel Comune di Ranzo. Qui, su terreni calcarei-argillosi, si trovano i 7 ettari dell’azienda. Intorno a noi, terrazzamenti in cui ulivi e viti si alternano in un luogo sospeso tra le montagne appena spruzzate di neve e il mare. Il panorama dalla torre è incantevole e lo possiamo ammirare a 360 gradi!
A trent’anni Massimo, cresciuto nel famoso ristorante di famiglia Pernambucco ad Albenga – 50 anni di ristorazione, decide di dedicarsi alla produzione di vino.
Qualche ettaro è già di proprietà della famiglia e le vigne riforniscono di vino il ristorante. Massimo però vuole dare nuova vita e identità alla cantina. Così, dopo aver incrementato gli ettari (qualcosa comprato, altri in affitto), si dedica alla ricerca della qualità valorizzando le vecchie vigne di Pigato le cui uve, dopo una sofficissima pressatura, affinano in tonneaux per un anno per poi sostare alcuni mesi in serbatoio di acciaio fino a raggiungere l’equilibrio ottimale per poter essere imbottigliate. Parallelamente, evidentemente influenzato dalla vicina Francia e in particolare dalla zona dello Châteauneuf-du-Pape, sviluppa altri vini dedicandosi a Viognier, Roussanne e Syrah, che completano e arricchiscono la già ampia linea di Pigato in tutte le sue declinazioni. Ad oggi, la produzione è di 40 mila bottiglie.
Con calma, curiosità e tante, tante chiacchiere, abbiamo degustato anche annate vecchie e sorprendenti a prova che il Pigato è vino anche da invecchiamento.
Vermentino Costa de Vigne 2023
Pigato Costa de Vigne 2023
Pigato Vigne Veggie 2023
Pigato Vigne Veggie 2019
Pigato Vigne Veggie 2019
Pigato Vigne Veggie 2016
Pigato Vigne Veggie 2014
Viorus (Viognier e Roussanne) 2020
Puro (Roussanne) 2019
Ci siamo poi diretti al ristorante, dove abbiamo assaggiato nuovamente i vini, questa volta in abbinamento con i piatti stagionali proposti in carta. Oltre a molto altro, indimenticabili i rossetti al vapore con i carciofi di Albenga e la frittura di pesce, la vera focaccia ligure. Tutto merito dello Chef Nicoletta Pellegrinetti, che sapientemente ricerca le eccellenze della piana di Albenga e il miglior pescato del Mar Ligure con un risultato nel piatto sempre elegante e armonioso.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
The voice of blogger
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22 Marzo, 2025
ArviSionàdu. Il destino nel suo nome antico "segnato di bianco"
Dite la verità winelovers e appassionati, quante volte avete sentito parlare di questo millenario vitigno autoctono Sardo? E chi poteva presentarvelo se non colui al quale è stata dedicata una rubrica dal nome Quelle curiose esplorazioni?
Oggi la mia curiosità mi riporta in Sardegna, la mia seconda casa, per parlarvi di un vitigno più unico che raro, l’Arvisionadu.
Esiste una cantina in località Benetutti, che porta proprio il suo nome, Cantina Arvisionadu, che nasce con l’obiettivo di produrre vini di qualità e in particolare di valorizzare questo vitigno a bacca bianca dal nome particolare, appunto l’Arvisionadu. Un Unicum scientificamente documentato, coltivato dalla Cantina Arvisionadu che ha sede legale ad Olbia, ma i vigneti sono a Benetutti, località Luzzanas, nel Goceano, il cuore della Sardegna Centro Settentrionale, della quale racchiude profumi e sapori più genuini.
La Cantina nasce con l’obiettivo di produrre vini di qualità e di valorizzare il vitigno autoctono storico, appunto l’Arvisionadu, fra i più rari e antichi della Sardegna, fino a pochi anni fa quasi in via di estinzione. Il territorio, pregno di archeologia, sorgenti termali con il vitigno storico arvisionadu sono le principali peculiarità di Benetutti. La zona da sempre abitata per la fertilità del suolo, ha rilevanti testimonianze storico archeologiche: la Domus de Janas di Luzzanas, un ipogeo datato 6000 anni fa, con inciso in una parete un labirinto, le sorgenti termali Romane di Aquae Lesitanae, le monete romane trovate al momento dell’impianto del primo vigneto negli anni 50, ne sono un esempio. Vi scorre l’appena nascente fiume Tirso, il nome dal simbolo di Bacco, un auspicio per i nuovi vini prodotti dagli antichi romani da uve di vitis vinifera, uno è l’Arvi-Sionadu dal latino albu-signatu, di bianco segnato, per ricordare le cose buone. La sua diffusione è limitata a circa 20 ettari, la maggior parte piccoli vigneti familiari. A Benetutti se ne coltivano biologicamente 3 ettari: la Cantina è tra i maggiori produttori al mondo. Il profilo genetico è un unicum certificato dal CREA di Asti dal DBTS di Milano-Bicocca e da Agris Sardegna e pertanto è opportuno considerarlo un vero è proprio “Unicum”.
Ha superato il corso dei secoli, è sopravvissuto alla fillossera, ma era fino a pochi anni fa a un passo dall’estinzione: l’azienda l’ha fatto rinascere a nuova vita coinvolgendo le migliori competenze del comparto, quasi novelli Arvisionauti alla ricerca del vitigno unico. Le vigne, con al centro la cantina interrata, si trovano in località Luzzanas, terreno siliceo e argilloso, con le vicine acque sulfuree che affiorano dalle viscere della terra, altezza media di 350m. sensibili alle escursioni termiche, un’enclave dove l’Arvisionadu trova il suo Habitat naturale.
Produzione media è sotto i 60 quintali per ettaro. I vari appezzamenti del vigneto sono inframezzati da zone verdi di olivastri e antichi ulivi, tra rocce granitiche affioranti. La coltivazione è nel totale rispetto dell’ambiente, indispensabile premessa per ottenere un elevato livello qualitativo. Il processo di vinificazione che si segue è attentissimo, si segue con cura ogni fase della vinificazione e all’utilizzo controllato della tecnologia, unito alla tradizione per proteggere e valorizzare le caratteristiche uniche dei grappoli per esprimere al massimo tutte le finezze e le purezze del territorio. La raccolta dei grappoli è manuale e avviene a perfetta maturazione, la loro scrupolosa selezione, garantisce la qualità delle uve che vengono pressate in modo soffice appena raccolte.
La storia di questo meraviglioso vitigno è molto interessante e curiosa, ArviSionàdu o ArveSiniàdu o Albu-Signàdu, nome composto da Arvu e Signadu (di Bianco segnato in lingua Sarda) dal latino Albu Signatu, segnato con un fiocco bianco, col gesso, come facevano gli antichi romani (che avevano scoperto le acque termali curative di Benetutti, confinanti con la vigna di Luzzanas) per segnare le cose buone, dando loro una certificazione di qualità: Arvi-Sionádu, diventato nome distintivo, tale é giunto fino a noi. Lo studioso sassarese, Manca dell’Arca (1780) descrivendo le varietà di viti allora coltivate, lo chiama Arvu siniadu, dai grani prolungati e rari. Cettolini (1897) gli dà il nome di Arvusiniagu, il Cara, nel 1909, di Alvu-Signadu. Questa la certificazione del progetto Akinas coordinato da Agris Sardegna con il contributo di CREA-ENO di Asti, DBTBS Università Milano Bicocca aAerma: Corrispondenze italiane ed estere accertate per profilo genetico: nessuna. Vitigni che condividono almeno un allele per locus con quella in oggetto: nessuno.
Per questo vitigno non è stata trovata nessuna varietà corrispondente nelle banche dati disponibili, e pertanto è opportuno considerarlo un Unicum. Il destino nel suo nome antico segnato di bianco quasi come una veste che lo distinguesse dagli altri.
La visita alla cantina inizia proprio con il racconto di una storia affascinante che attraverso i secoli continua a vivere in ogni calice. Sono visibili i ruderi venuti alla luce nella preparazione del terreno per l’impianto della prima vigna negli anni Cinquanta. Le monete romane trovate furono donate al Museo di Cagliari. Ai margini del vigneto un nuraghe con all’interno della cortina una suggestiva fonte di tracimazione. Si può ammirare il panorama di tutto il Goceano da sempre abitato per la mitezza del clima e la fertilità del suolo, ricco di siti storici archeologici, famosa la vicina Domus de Janas di Luzzanas con nella parete il graffito di un labirinto, cerchi concentrici misteriosi incisi 6000 anni fa.
La coltivazione è attualmente biologica. L’idea di salvare il vigneto è di due amici e colleghi primari medici, amanti del buon vino: Angelo Taborelli e Pino Mulas col figlio Gianluca, spinti dalla bellezza dei luoghi, dal ricordo della festa contadina quando fu impiantato il primo vigneto negli anni 50 e la sfida di produrre un vino unico al mondo, da un vitigno mai dimenticato ma mai degnamente valorizzato. Se ne parla e si scrive tanto dei vitigni autoctoni storici della Sardegna, come l’Arvisionadu, ma a coltivarli, valorizzarli sono in pochi, ma decisi e li coltivano con passione ed amore.
La coltivazione è quasi sempre biologica, la produzione e la resa limitate, la vendemmia sempre manuale: insomma si punta tutto sulla qualità, e non poteva essere diversamente. In tanti incoraggiano e ammirano chi con tenacia valorizza e recupera vitigni quasi estinti, ma poi la legge del mercato non fa sconti, la pubblicità e la presenza alle manifestazioni vinicole ha dei costi difficili da sostenere, i vigneti sono spesso impiantati in zone difficili da raggiungere a causa delle strade di penetrazione agricole lasciate in abbandono, dove quasi sempre non arriva l’acqua pubblica per poter irrigare in caso di necessità.
Difficile, se non quasi impossibile organizzare una nuova strada del vino che forse servirebbe a complicare ulteriormente la già complicata e troppo variegata viabilità dei vini nata per facilitare la conoscenza dell’enologia sarda. Il vitigno Arvisionadu, coltivato da sempre nel Goceano, antichissimo, è solo grazie alla costanza dei motivati piccoli produttori, come la Cantina Arvisionadu, che ha ottenuto riconoscimenti esaltanti in ambito regionale, nazionale ed internazionale, grazie anche all’attenta cura e professionalità dell’enologo Dr. Andrea Pala, presidente dei Giovani enologi Italiani e premiato come migliore giovane enologo.
L’Arvisionadu offre un profilo organolettico unico e affascinante. Ecco alcune delle sue note di degustazione tipiche:
Colore: Giallo dorato brillante, talvolta con riflessi smeraldini.
Profumi: Al naso emergono sentori di fiori gialli come elicriso e camomilla, accompagnati da note di erbe aromatiche locali, come finocchietto selvatico e anice stellato. Si possono percepire anche accenni di frutta a polpa bianca, albicocca e frutta secca.
Gusto: In bocca è fresco, sapido ed equilibrato, con una buona persistenza. La sua acidità vivace lo rende un vino giovane e dinamico, ma con una struttura solida che può evolvere nel tempo.
Caratteristiche uniche: Alcune versioni affinate in legno presentano morbidi accenni tannici e una maggiore complessità aromatica.
Questo vitigno millenario, coltivato con cura e spesso in regime biologico, riesce a catturare l'essenza del territorio sardo, rendendolo un vero gioiello enologico.
Con il suo profilo fresco, sapido ed elegante, è un compagno ideale per molti piatti, specialmente quelli che valorizzano la tradizione culinaria sarda.
Ecco alcune idee per abbinarlo al meglio:
Antipasti: Si sposa bene con formaggi freschi o a media stagionatura, come la ricotta mustia o il pecorino sardo dolce. Ottimo anche con antipasti di mare, come carpacci di pesce spada o gamberi.
Primi piatti: Perfetto con piatti a base di pesce o verdure, come i malloreddus al sugo di frutti di mare o risotti agli asparagi. Anche i culurgiones di patate conditi con burro e salvia trovano un abbinamento sorprendente.
Secondi piatti: Ideale per pesce grigliato, come orata o spigola, oppure per carni bianche leggere, come pollo arrosto alle erbe aromatiche.
Piatti della tradizione: Ottimo con piatti sardi tipici, come la fregola ai frutti di mare o il porceddu accompagnato da contorni freschi.
Dolci: Per il suo carattere versatile, può accompagnare dolci a base di mandorle o miele, come le seadas, grazie alla loro armonia con le note floreali del vino.
Questo vitigno sa catturare l’essenza della cucina mediterranea e si presta a esaltare sapori autentici e genuini.
Cosa aspetti? Ricordate se vi trovate a visitare la cantina, ditegli che vi mando io.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano, curioso, ti sfido a trovare un altro vitigno unico come unica è la Sardegna.
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