Diario di un sommelier

Diario di un Sommelier è la rubrica curata da Giuseppe Petronio, amante del vino e sommelier per passione, noto su Instagram come @peppetronio, in cui racconta in modo originale il mondo del vino, i propri assaggi e le esperienze che vive, selezionando le cantine che più lo colpiscono e mettendo sempre avanti i rapporti umani.

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12 Febbraio, 2024

Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico

Negli ultimi 300 anni, Marchesi Alfieri è stata artefice dell’eredità storica, culturale e vitivinicola del Piemonte. Conserva cantine storiche in cui si producono vini di grande eleganza, vere e proprie icone del terroir di San Martino Alfieri. Pensate, risale al 1696 la costituzione della prima cantina all’interno delle proprietà, poi nel 1851 Giuseppina Benso di Cavour, nipote dello statista Camillo Benso di Cavour, sposa Carlo Alfieri di Sostegno. Sarà proprio Camillo Benso a dare un impulso alla produzione vitivinicola della famiglia Alfieri, migliorando la qualità dei vini e introducendo in Piemonte il Pinot Nero. Dopo varie vicissitudini e lunghi anni tocca poi a Casimiro San Martino di San Germano, nel 1982 rilanciare la produzione viticola della proprietà. Dopo la sua morte, nell’88 alla guida della cantina subentrano le figlie Emanuela, Antonella e Giovanna, che con coraggio e determinazione hanno condotto l’azienda. È il 1990 e quell’anno, trovandosi di fronte alle loro prime diecimila bottiglie, tutte e tre le sorelle si chiesero la stessa cosa: “E ora chi se le berrà tutte quante?” Sono anni in cui arrivano novità, soddisfazioni, premi, nuovi vigneti e progetti, con l’impianto del primo vigneto di Nebbiolo sulla collina Quaglia e il progetto legato alla produzione di un Metodo Classico da uve Pinot Nero in purezza. Nel 2018 viene realizzata la seconda barricaia e la trasformazione di svariati ettari di bosco in una tartufaia didattica. Viene impiantato un nuovo vigneto di Pinot Nero a nord della collina Quaglia e viene realizzata una nuova vigna votata alla coltivazione di Barbera: la Vigna del Castello. Nel 2022 viene presentato il Carlo Alfieri vendemmia 2015, prodotto solo in annate eccezionali con le uve che meglio hanno saputo interpretare l’identità del vitigno Barbera, questo vino nasce da una attenta selezione in vigna seguita da un lungo processo di affinamento in legno e in bottiglia. Un territorio davvero magico, colline e montagne in ogni direzione, e poi il fondovalle che si tinge del verde dei boschi e dell’azzurro del Tanaro. È proprio il fiume a segnare uno dei confini naturali che delimitano questo spazio che nasce nel punto in cui Roero, Langhe e Monferrato si incontrano nelle Terre Alfieri. La composizione variegata del suolo ci dice che siamo in una terra di frontiera, capace di esprimere nei vini il meglio dei territori limitrofi: i profumi intensi e floreali del Roero; il frutto pieno e la freschezza del Monferrato, l’eleganza, la potenza e la longevità delle Langhe. Vigneti storici che si alternano a impianti più giovani, per un totale di 20 ettari vitati, distribuiti su quattro diverse colline che da sempre fanno parte delle terre della famiglia Alfieri di Sostegno: Sansoero: Il nome deriva da una cappella votiva dedicata a San Saverio che si trovava a metà della collina. È la collina più vicina alla residenza, nonché il nucleo più antico di vigne con il Pinot Nero che qui ha una storia centenaria! Il suolo di Sansoero è ricco di argilla e sabbia rossa, che virano al bianco andando verso ovest vengono coltivati Nebbiolo, Barbera, Grignolino e Pinot Nero; Quaglia: Il suolo della collina Quaglia è caratterizzato non solo da un perfetto mix di sabbie, argilla e limo, ma anche da alte percentuali di sodio, potassio e calcio, che aiutano la vite a sviluppare grappoli con bucce più spesse e resistenti. Il versante sud della collina è vocato alla coltivazione delle viti di Barbera, che vanno a costituire la base viticola per la Barbera d’Asti DOCG La Tota, la Barbera d’Asti Superiore DOCG Alfiera e per il Terre Alfieri Nebbiolo DOCG Costa Quaglia. A nord troviamo il Pinot Nero, utilizzato per produrre il Piemonte Pinot Nero DOC San Germano, il Metodo Classico extra brut millesimato Blanc de Noir e il Piemonte DOC Barbera Pinot Nero Sostegno; Calandrina: La collina della Calandrina è votata interamente alla coltivazione del Barbera. L’andamento est e nord-est, la conformazione con sabbie e argille bianche e la minor pendenza rispetto a Quaglia consentono una maturazione più tardiva, distesa e uniforme delle uve. La Barbera proveniente dalla Calandrina viene usata in assemblaggio per produrre la Barbera d’Asti DOCG La Tota; La nostra viticoltura “leggera” con l’equilibrio che significa non forzare la mano della natura, ma guidarla in una direzione in cui possa esprimersi al meglio. Questo si traduce in trattamenti fitosanitari a basso impatto e pratiche agronomiche sostenibili. Lavorare per sottrazione vuol dire intervenire solo quando necessario, riducendo il numero dei trattamenti all’indispensabile, evitando l’uso di automezzi pesanti e facendo ricorso al diserbo meccanico. Sottrarre vuol anche dire selezionare la qualità direttamente in vigna: fin dagli anni ’90, quando ancora molti agricoltori pensavano fosse una pratica inutile, si effettua il diradamento selettivo al fine di diminuire la quantità di grappoli e concentrare, senza forzature, la massima qualità in ogni grappolo. Ne derivano vini di grande stile, eleganza, purezza e pulizia che rendono questa realtà d’eccellenza in uno dei territori più espressivi, vini che vi consiglio assolutamente! Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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4 Febbraio, 2024

Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia

Esistono alcune realtà che una volta scoperte non si dimenticano, per me una di queste è la cantina Manera, dove il gusto per i vini piemontesi incontra la genuinità e la piacevolezza, il tutto garantito dalla sapiente conduzione familiare da generazioni. L’Azienda Agricola Manera è situata in Frazione San Rocco Seno d’Elvio a 5 km da Alba ed è costituita da quattro cascine storiche per un totale di circa 20 ettari vitati. È la tipica cantina langarola a conduzione esclusivamente familiare, con tradizioni consolidate che si tramandano di padre in figlio. La coltivazione dei vigneti nella tenuta ha origine negli anni ‘50, quando i fratelli Franco e Luciano, con la moglie Maria, iniziarono giovanissimi con l’unico scopo di produrre e vendere uva. Pian piano l’Azienda si è ampliata e sono aumentate le varietà di uve coltivate, prendendo sempre più la forma della cantina odierna. Nel 2005, con l’arrivo in azienda dei figli enotecnici Gabriele Daniele e Carlo, inizia la produzione di vino che unisce la tradizione, sempre rispettata, alle più moderne tecniche di vinificazione. Per la cura dei propri vigneti si utilizzano la lotta integrata, pratica di difesa delle colture che prevede una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci e la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale, le concimazioni organiche e si praticano diradamenti fogliari/grappoli in pre-vendemmia, allo scopo di produrre uve migliori per vini unici. Il territorio è uno dei migliori al mondo, parliamo delle Langhe, con la tipica composizione del suolo langarolo deriva dal ritiro del Mare Padano, iniziato circa 16 milioni di anni fa, con un substrato caratterizzato da argille, marne calcaree e gesso. Qui trovano la perfetta ambientazione con Manera sia i vitigni tipici, Favorita, Moscato e Arneis a bacca bianca, Dolcetto, Barbera e Nebbiolo a bacca rossa, sia i grandi vitigni internazionali come Pinot Nero, Chardonnay e Cabernet Sauvignon. La produzione è di circa 30.000 bottiglie. In questi freddi giorni ho scaldato le mie serate con alcuni dei loro vini, in particolare: NEBBIOLO D’ALBA DOC SERRE BUATTO 2021: Nebbiolo in purezza, segue una metodologia classica con l’uva sottoposta a pressatura soffice e diraspatura, con fermentazione alcolica in vasche di acciaio a temperatura controllata per circa 8/10 giorni. Affina poi per dodici mesi in barrique di secondo passaggio e riposa in bottiglia almeno un mese. Al calice si esprime con granata lucentezza, lampone e prugna al naso su uno sfondo di frutta secca che richiama la mandorla, equilibrio fruttato in bocca che si amalgama bene con la trama tannica, lungo, sapido e piacevole il finale; BARBERA D’ALBA SUPERIORE DOC BRICCO SERAFINO 2021: anche in questo caso si segue una classica vinificazione e affinamento come per il Nebbiolo appena descritto, una Barbera che mi piace sempre accompagnare alla pizza, versatile in quanto di pronta beva ma adatta a lungo invecchiamento, capace sempre di competere con i grandi rossi. Calice rosso rubino intenso, ciliegia e frutti di bosco, pepe nero e una sfumatura balsamica, bella struttura, sapidità e carattere sia in bocca che sul finale; LANGHE DOC ROSSO FURESTÈ 2019: ideato nel 2008 anno in cui è stato impiantato il primo vigneto di 1,5 ha di Cabernet-Sauvignon con lo scopo di vinificare in purezza questo nobile vitigno in un territorio vocato come quello di Langa. Vinificazione simile ai precedenti vini, a cui segue però un affinamento in legno per 24 mesi. Rosso rubino denso, naso intrigante di marasca e cioccolato fondente, in bocca è speziato e sapido con un tannino fitto che indica il grande potenziale di invecchiamento; BARBARESCO DOCG RIZZI 2020: coerente nella vinificazione tradizionale, questo vino rappresenta la storia a cui si aggiunge la MGA (menzione geografica aggiuntiva) Rizzi, affinamento sapiente che prevede dodici mesi in botti da 10hl, seguiti poi da ulteriori dodici mesi in barrique di secondo passaggio e un anno in bottiglia. Calice rosso granato con sfumature aranciate, la naso racconta il territorio con amarena, chiodi di garofano, cacao, ricordi di salvia essiccata, percorso che prosegue con un sorso di ampia sapidità e freschezza, piacevolissima scorrevolezza di beva grazie al suo tannino levigato, lungo sul finale speziato. Un viaggio fantastico tra le vigne delle Langhe con una cantina di famiglia che assicura qualità, genuinità e piacere di beva, vini che raccontano il territorio e che consiglio a tutti di portare nella propria cantina e nel calice! Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Gennaio, 2024

Tenuta ISAquas, la Sardegna autentica

La Cantina Isaquas, di proprietà della famiglia Argiolas, si trova in provincia di Cagliari, a Serdiana, viene fondata nel 2003 e comprende 49 ettari, 28 dei quali coltivati con la varietà tradizionali sarde: Vermentino, Cannonau, Nuragus, Bovale, Nasco e Moscato. L’azienda, acquistata pochi anni fa proprio con l’idea di valorizzare il connubio vino e natura, è un vero e proprio paradiso agreste e comprende anche una fattoria, oltre a essere luogo di passaggio per molte specie di animali, come aironi, germani e fenicotteri. Le vigne hanno un’età compresa tra i 5 e 20 anni e danno vita a vini identitari e territoriali in ogni aspetto, fieri rappresentanti dei dettagli della loro terra. Questa cantina rappresenta la prima cantina sarda del catalogo Visconti43, una realtà distributiva firmata dal Gruppo Meregalli, che comprende un listino con poche realtà, tutte di alta qualità che, per ogni produttore scelto, si distingue dal numero ridotto di bottiglie prodotte e dalla conduzione familiare. La cantina si innesta in paesaggi mozzafiato, con vigneti, baciati dal sole, alternati a oliveti e altre colture, oltre a un laghetto, punto di passaggio e di sosta per varie specie di uccelli, e una fattoria, il contesto ideale per la coltivazione di vitigni di alta qualità. I vini proposti abbracciano la ricchezza della Sardegna in tutta la sua tradizione, con il Cannonau e il Vermentino in prima linea. Il Vermentino nasce su suoli argillosi e la vendemmia è effettuata alle prime ore del mattino. La vinificazione punta a esaltare l’autenticità del vitigno e dà vita a un bianco con un impatto chiaro, preciso, dove emergono freschezza, note fruttate e sapidità. Il suo carattere lo rende estremamente versatile: un Vermentino che in ogni sorso esalta la natura più genuina della Sardegna. Poi c’è anche l’altro grande autoctono sardo, il Cannonau, che in questa versione 2021 curata nei minimi particolari esprime tutta la sua territorialità. Un rosso caldo, rotondo, di grande equilibrio ed eleganza, un vino mediterraneo in tutto e per tutto. Un fiero ambasciatore della sua terra e simbolo dell’enologia sarda, che riposa in piccoli fusti di rovere per 5-6 mesi, prima di completare l’affinamento in bottiglia. Cannonau 2021 e Vermentino 2022 sono testimonianza della dedizione e della tradizione, portando in ogni bicchiere l’anima autentica della Sardegna. Tenuta ISAquas, la Sardegna autentica A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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9 Gennaio, 2024

Famiglia Cecchi: una storia di successo e qualità

Famiglia Cecchi: una storia di successo e qualità Cari amici si riparte con il mio diario e oggi vi racconto dei vini che ho bevuto nelle feste, partendo in particolare quelli di Famiglia Cecchi. L’azienda nasce nel 1893, grazie alla passione e alla dedizione di Luigi Cecchi, che in quegli anni diventa assaggiatore professionista e comprende le potenzialità della viticoltura italiana. Lo spirito imprenditoriale, unito al talento, porta l’azienda ad essere sinonimo di viticoltura di qualità in Italia e nel mondo. L’azienda oggi vanta più di cento anni di storia e diverse realtà sparse in luoghi vocati alla viticoltura tra Toscana e Umbria. Il rispetto dell’ecosistema ha sempre accompagnato la crescita aziendale: l’impatto ambientale minimo è una prerogativa che la famiglia ha deciso di seguire per tutelare il futuro ecologico dell’habitat circostante in ogni contesto in cui si è insediata. Il centro produttivo e direzionale Cecchi si trova a Castellina in Chianti ed è stato oggetto di continui investimenti conservativi, che hanno consentito all’azienda di operare nel rispetto delle persone, del paesaggio e del territorio. La compagine aziendale è composta da cinque realtà: Cecchi, Villa Cerna, Villa Rosa, Val delle Rose e Tenuta Alzatura. Vi racconto i miei assaggi partendo da Villa Cerna, la prima acquisizione di famiglia Cecchi avvenuta all’inizio degli anni Sessanta. In questo luogo, antico monastero dell’anno 1000, Luigi Cecchi riconosce, oltre al valore storico, il grande potenziale vitivinicolo. Dopo la ristrutturazione della Villa, ai piedi della collina, inizia la costruzione della cantina di vinificazione e invecchiamento. I vigneti si estendono sul primo colle che si incontra provenendo da Siena e dirigendosi verso il Chianti Classico, a Castellina in Chianti. Da qui prende il nome il Chianti Classico Primocolle 2020, vinificato in rosso con macerazione prolungata sulle bucce a temperatura controllata e macerazione di 15 giorni cui segue un affinamento di 6 mesi in piccole botti di rovere e minimo 3 mesi in bottiglia, un biglietto da visita di notevole carattere e vivacità, con i tratti peculiari che regala in Sangiovese e che apre le porte al Chianti Classico Villa Cerna Riserva 2019, floreale e armonioso, che stupisce per il suo grande equilibrio tra freschezza e morbidezza al palato, un vino composto da Sangiovese 95% e Colorino per il restante 5%, a differenza del Primocolle segue un affinamento di maggiore lunghezza permanendo per 14 mesi in barriques e tonneaux e per minimo altri 9 mesi in bottiglia. Altra bellissima realtà della Famiglia Cecchi è Villa Rosa, proprietà acquisita dalla Famiglia Lucherini Bandini, che ne son stati attenti custodi per quasi 70 anni. La tenuta di Villa Rosa è fra quelle più ricche di storia a Castellina in Chianti e fra i suoi vigneti si respira l’aria del Chianti Classico da sempre. si estende per 126 ettari di cui 30 a vigneto e 15 a oliveto, su terreni calcarei a matrice argillosa caratterizzati da profili eterogenei che uniscono la roccia di tipo alberese ai galestri scistosi. A predominare su quelle colline è il Sangiovese, ad un’altitudine che varia dai 255 ai 425 metri. Nel 2015, non appena acquisita l’azienda, la Famiglia Cecchi ha iniziato un meticoloso lavoro di caratterizzazione geo-pedologica volto a studiare in modo approfondito il territorio. Da qui è emersa una grande varietà di terreni dove sono stati inseriti i migliori cloni e portainnesti. L’apice della piramide qualtativa è rappresentato dalla Gran Selezione Villa Rosa, con la 2019 che si esprime con grande imponenza, maturità e vivacità, integrando perfettamente il frutto alle note terziarie e speziate, in una elegante armonia tra le parti, con freschezza, sapidità e tessitura tannica in grande equilibrio tra loro. Altro vino degustato in queste feste è il Chianti Classico Ribaldoni 2020, un vino che conferma le potenzialità espressive del territorio, la tipicità del Sangiovese con tutte le sue caratteristiche di vitalità, con una nota balsamica che avvolge tra intense note di marasca e tabacco tostato. I vini di Villa Rosa colpiscono davvero molto, grande struttura e carattere accompagnati da vigore ed eleganza, vini che assolutamente devono ritornare nella mia cantina e nel mi calice, per cui farò in modo di riprenderli, piaciuti!! Famiglia Cecchi non poteva mancare anche nel cuore produttivo del Morellino di Scansano, dove nel 1996 acquista l’azienda Val delle Rose in località Poggio la Mozza. Qui la Famiglia opera una piccola rivoluzione agricola andando a migliorare non solo le tecniche agronomiche ma anche quelle di cantina. Qui l’azienda viene acquisita con 25 ettari vitati che, con lo studio dei suoli che rivela l’enorme potenziale di questo terroir, si estendono oltrepassando i 100 ettari. Oltre al Sangiovese trovano grande espressione i vitigni internazionali, con due grandi belle scoperte per me con Samma e Aurelio: Samma 2019 è un DOC Maremma Toscana, Cabernet Franc in purezza proveniente da un singolo vigneto “Poggio la Mozza” da cui se ne ricavano sole 6000 bottiglie. Segue una vinificazione in rosso con macerazione prolungata sulle bucce, per massimizzare l’estrazione, in acciaio inox di piccola capacità a temperatura controllata, cui segue una maturazione in barrique per 12 mesi e un affinamento in bottiglia per minimo 6 mesi. Rosso con sfumature violacee, bouquet di prugna e spezie, rosmarino, arancia candita, tannino fitto e grande struttura, sapido e fruttato nel final di bocca; Aurelio 2019 è anch’esso un DOC Maremma Toscana, un nome che omaggia la zona prendendo spunto dall’arteria principale che la attraversa, la Via Aurelia, in questo caso parliamo di un Merlot 95% e Cabernet Franc 5%, come il precedente vino ha un lungo contatto con le bucce massimizzandone l’intensità, 12 mesi di barrique e 6 di bottiglia, regala grande struttura nel calice, un rosso rubino luminoso, mirtilli e ribes al naso, seguiti da tabacco e cacao, tannini integrati e morbidezza in un sorso di grande piacevolezza. Un cenno infine a Tenuta Alzatura: alla fine degli anni Novanta, l’azienda oltrepassa per la prima volta nella sua storia i confini della Toscana, per affrontare una nuova avventura produttiva. L’acquisto in Umbria della Tenuta, nel territorio del Sagrantino di Montefalco, comporta una riorganizzazione della strategia produttiva, agronomica ed enologica, al fine di adattarsi alla nuova realtà. Sono molto curioso di provare anche il lato umbro di questa azienda. Altra realtà che non tratterò in questo articolo e che fa sempre parte della stessa compagine, è il marchio Cecchi, anch’esso caratterizzato da diverse altre chicche enologiche provenienti da San Gimignano, Montepulciano, Montalcino, Montefalco, Maremma e altri meravigliosi luoghi della Toscana. Cecchi è una storia di famiglia, di successo, di qualità, di rispetto del territorio e delle tradizioni, una realtà da approfondire in tutte le sue declinazioni e che spero di poter visitare in prima persona. Come detto, tutti vini di notevole fattura e che incontrano il mio gusto, da mettere in cantina e nel calice quanto prima!! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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15 Dicembre, 2023

Castello di Querceto: oasi di qualità sostenibile nel cuore del Chianti Classico

Castello di Querceto: oasi di qualità sostenibile nel cuore del Chianti Classico
Come molti di voi sanno sono un grande appassionato dei grandi vini che la Toscana ci regala e innamorato delle sue mille sfaccettature territoriali. Proprio lo scorso anno, a giugno, ho fatto un piccolo tour per cantine che ha consentito di vedere da vicino alcune realtà e che si è concluso da Castello di Querceto, dove ho pernottato con la mia famiglia e dove, tra calda accoglienza, vini unici e natura incontaminata, mi sono sentito a casa. L’azienda, sita a Greve in Chianti e di proprietà della famiglia François, come in pochissimi altri casi in Italia, è sempre rimasta di famiglia e vanta oltre 125 anni di storia nella produzione di vini pregiati dai vigneti intorno al Castello, inoltre, è stata tra i soci fondatori del Consorzio Chianti Classico nel 1924, partecipando alla storia enologica del territorio e non solo. Oggi l’azienda è gestita dalla quinta generazione della famniglia e si estende su 190 ettari, di cui 65 a vigneto e 10 a oliveto, con la restante parte costituito da boschi di quercia e castagno, con la sua grande biodiversità che rappresenta un vero patrimonio verde di flora e fauna che circonda il Castello edificato nel XVI secolo d.C.. Tra le uve prodotte primeggia, come ovviamente ci si aspetta da quelle parti, il Sangiovese, a cui si affiancano numerose altre varietà, tra cui Canaiolo e il Colorino, a cui si affiancano gli internazionali, Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot e Merlot. Tra i vitigni a bacca bianca ci sono la Malvasia del Chianti, il Trebbiano Toscano, il San Colombano e lo Chardonnay. Sin dall’inizio, la famiglia François ha posato le fondamenta del lavoro aziendale sulle basi della conoscenza profonda del proprio territorio, molto vario a livello geologico e climatico, e sul potenziale del suo Sangiovese, oggi declinato in tutte le tipologie della denominazione e non solo. La gamma di Castello di Querceto, infatti, si esprime in due macro-direzioni: da una parte il Chianti Classico, codice imprescindibile del territorio, dall’altra un’interpretazione più libera e personale che dà voce alle parcelle più peculiari del Castello, con un elemento comune che è quello dei cru, di cui Alessandro François è stato pioniere nella zona sin dagli anni ’70. Diverse sono le etichette prodotte, partendo dal Chianti Classico, biglietto da visita di notevole fattura e piacevolezza, classificatosi al 42º posto nella lista dei Top 100 Vini del 2023 di Wine Spectator, si passa poi a referenze sempre più strutturate e caratteristiche, con il Chianti Classico Riserva e ben due Gran Selezione, “La Corte” ed “Il Picchio”, due cru che ci raccontano nel calice le diverse caratteristiche che conferiscono le due differenti parcelle aziendali, i supertuscan “Cignale” (90% Cabernet Sauvignon e restante parte di Merlot), “Querciolaia” (65% Sangiovese e 35% Cabernet Sauvignon) e “QueRceto Romantic” (50% Petit Verdot, 30% Merlot, 20% Syrah). Notevoli anche il “Sole di Alessandro”, Cabernet Sauvignon in purezza di grande carattere, struttura e piacevolezza, e il Vin Santo prodotto secondo la tradizione. Tutti vini caratterizzati da una forte territorialità e da una freschezza e sapidità che vanno a esprimere esattamente le caratteristiche della parcella da cui provengono le uve. Anche in questo caso mi piace sottolineare il carattere sostenibile dell’azienda che si concretizza con l’attività quotidiana, per la quale è stato scelto di applicare parametri e standards definiti da norme ed organizzazioni terze, sotto il costante controllo e le verifiche di soggetti esterni. L’azienda aderisce infatti al Protocollo Viva, promosso dal Ministero della Transizione Ecologica, che certifica l’applicazione dei principi della sostenibilità partendo dalla produzione dell’uva e coprendo tutta l’organizzazione della filiera, secondo gli indicatori di riferimento per il territorio, l’acqua, la gestione del vigneto e l’aria. Tutti i prodotti sono tutelati dagli standard di qualità e sicurezza alimentare BRC (Brand Reputation Compliance) e IFS (International Food Standard), con l’attività aziendale che segue un approccio legale ed etico attento nel suo complesso, applicando la normativa 231/01 ed adottando un codice etico. Ogni volta che penso a questa azienda e bevo i loro vini mi immergo in quella natura incontaminata che circonda il Castello, una vera e propria oasi sostenibile nel cuore della Toscana e del Chianti Classico che spero presto di poter tornare a vivere in prima persona e che consiglio a tutti voi di approfondire! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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11 Novembre, 2023

Casa alle Vacche: tradizione familiare, qualità e accoglienza nel cuore della Toscana

Casa alle Vacche: tradizione familiare, qualità e accoglienza nel cuore della Toscana Oggi vi racconto di una scoperta che ho fatto ormai alcuni anni fa, ma che con piacere ritrovo sempre nel mio percorso di degustazioni e segnalazioni per chi vuole qualità dei prodotti e una buona dritta per le vacanze, da tenere sempre in considerazione: vi parlo oggi di Casa alle Vacche. Siamo un uno dei punti focali della produzione vinicola Toscana, in particolare a San Gimignano, zona ad altissima vocazione produttiva e nota per la famosa per la Vernaccia e non solo. Ci troviamo nello spettacolare scenario che offre la campagna toscana, una azienda che segue la tradizione vinicola familiare da generazioni, fatta di passione e particolare attenzione al territorio. Da generazioni è infatti la famiglia Ciappi a seguire con amore e passione tutte le fasi produttive di vino e olio, facendo nascere anche circa vent’anni l’attività agrituristica con l’idea di far godere le bellezze del territorio ad ospiti provenienti da ogni dove. Qualche tempo fa ho avuto il piacere e l’onore di incontrare Andrea Ciappi a Roma che rappresenta la nuova generazione dell’azienda impersonandone a pieno la filosofia. Il particolare nome dell’azienda deriva dal fatto che nell’800 l’area dove oggi sorge ed in particolare l’edificio più antico, erano adibiti a stalle per le vacche che venivano utilizzate per il traino dei carri ed il lavoro nei campi. Il nome oltre a ricordare la storia del territorio vuole anche evocare la semplicità, la genuinità, la fatica ed il duro lavoro di una famiglia di viticoltori, valori che tutti noi dobbiamo tenere a mente quando degustiamo vini e talvolta li giudichiamo. Perché mi piacciono i loro vini? Perché sono ricchi di vita, di slancio, di integrità del frutto, dotati di freschezza e giusta armonia. Ma questa è solo una considerazione di carattere generale dopo aver degustato diverse annate, l’azienda ha infatti una produzione molto variegata che va da i classici della tradizione del territorio fino ad alcune chicche particolari. Tre le versioni di Vernaccia di san Gimignano DOCG, disponibile nella versione base, “I Macchioni” e la Riserva “Crocus” che segue una fermentazione controllata in barili nuovi con continui “batonnage” e un affinamento in bottiglia per almeno 4 mesi. Altro vino di grande struttura e tradizione è Chianti Colli Senesi DOCG Riserva “Cinabro”, realizzato con Sangiovese in diverse qualità clonali e fermentazione tradizionale in rosso per almeno 20 gg. con controllo termico a 30°C. e dopo il primo travaso elevazione in barrique su fecce fini e permanenza in legno per almeno 18 mesi, con almeno 4 in bottiglia. Prodotta anche in questo caso la versione base Chianti Colli Senesi DOCG. Ulteriori rossi di grande struttura sono gli Igt “Acantho”, blend di Cabernet Sauvignon e Ciliegiolo e “Aglieno”, blend di Sangiovese, e Merlot. Prodotto anche un Igt “Merlot” in purezza molto interessante. Negli ultimi anni l’azienda si sta focalizzando soprattutto nella ricerca di vitigni autoctoni, un “ritorno alle origini” dove le colture antiche incontrano le moderne tecnologie. Da qui derivano alcune produzioni in purezza: Canaiolo, Colorino, Sangiovese B. (vinificato in Bianco) e il Ciliegiolo. Non mancano anche alcuni blend con l’Igt Rosso “Lorenzo” (Sangiovese, Canaiolo e Ciliegiolo), Igt Rosato “Raffy” (Canaiolo, Colorino, Ciliegiolo) e Igt Bianco “Fernando” (Vernaccia di San Gimignano, Chardonnay e altri vitigni a bacca bianca). Ultimo arrivato il “Mater”, metodo ancestrale Sangiovese rosato, di grande vivacità, estro e piacevolezza. Chiudiamo il lungo elenco dei prodotti con il dulcis in fundo, il nettare “Vin Santo”. Non posso far altro che consigliarvi di degustare questi vini e anche meglio andare in visita in azienda per immergervi nella tipicità e genuinità della Toscana! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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25 Ottobre, 2023

Alla scoperta delle eccellenze piemontesi: Mauro Molino

Alla scoperta delle eccellenze piemontesi: Mauro Molino Finalmente questa lunga estate meteorologica sta volgendo al termine ed è tempo di riprendere ad essere accompagnati dai grandi vini strutturati e di carattere come quelli piemontesi: oggi vi parlo dell’Azienda Agricola Mauro Molino. L’azienda, fondata nel 1953, conta circa 18 ettari vitati e si trova nel cuore dell’area di produzione del Barolo, in particolare a La Morra in frazione Annunziata. Una realtà giovane e dinamica, ma fortemente legata alla tradizione e alle proprie radici. Da sempre a conduzione familiare, vede l’origine della produzione con Mauro Molino che negli anni ’70, dopo aver studiato e fatto pratica nel campo dell’enologia in Emilia Romagna, in seguito alla morte del padre Giuseppe, torna nelle Langhe delle sue origini. Il padre gli ha lasciato in eredità alcuni vigneti e lui vede in questa occasione la grande opportunità di creare qualcosa di unico nella propria amata terra. Nel 1982, dopo aver effettuato una ristrutturazione dei vigneti e della cantina, produce il suo primo Barolo, quello del Vigneto Conca. Da qui inizia Mauro comprenderà sempre di più la fortuna di poter lavorare in una zona unica al mondo, quella del Barolo. Si innamorerà sempre di più dei monovitigni tipici di questo territorio e in particolare del Nebbiolo. Oggi fa parte dello staff aziendale a pieno titolo Matteo, il primo figlio di Mauro. Da sempre appassionato alla produzione di vino di altissima qualità, ha iniziato sin da piccolo a interessarsi della cura dei vigneti e dei diversi processi di vinificazione, portando una ventata di freschezza e di innovazione a livello produttivo, cercando di esaltare sempre di più la qualità dei vini, l’eleganza e la piacevolezza. Martina, la figlia più piccola di Mauro, si unisce al padre e al fratello nella conduzione dell’azienda. Come da tradizione anche Martina si diploma alla Scuola Enologica di Alba, e dopo alcune esperienze all’estero, ritorna a La Morra pronta per dare il suo contributo nelle attività di famiglia, dedicandosi in modo innovativo alla comunicazione, alla commercializzazione e alla trasmissione della filosofia aziendale. L’Azienda produce vini che rappresentano al meglio l’espressione del nostro territorio, partendo dai classici piemontesi, declinati anche nelle versioni dei più importanti cru. Sono presenti il Dolcetto, Dimartina (blend di Barbera, Merlot e Nebbiolo), Barbera d’Alba, Barbera d’Asti “LERADICI”, Barbera d’Alba “Legattere”‎, Langhe Nebbiolo, Barolo base e diversi cru Barolo: “Gallinotto”, “Bricco Luciani”, “La Serra” e “Conca”. Sono presenti anche i bianchi Roero Arneis e Chardonnay. Questa azienda rimane sicuramente tra quelle che metto nel mio “piano di viaggio” per quando potrò riorganizzarmi e tornare in Piemonte a visitare cantine, per adesso ho degustato il loro Barolo che rappresenta un grandissimo biglietto da visita, impossibile non innamorarsene! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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11 Ottobre, 2023

Casata Mergè: l’eleganza del Cesanese e non solo

  Negli ultimi mesi, grazie anche al coinvolgimento da parte del Consorzio Roma Doc alla creazione del calendario 2024, ho avuto modo di conoscere meglio alcune delle migliori cantine del territorio e approfondire la denominazione. Casata Mergè si trova al confine tra Frascati e Monte Porzio Catone, in un’area climatica pregiatamene mediterranea. Culla ideale per la coltura di vitigni autoctoni ultracentenari, in una zona che gli antichi Romani elessero a luogo di villeggiatura per eccellenza, grazie al paesaggio, al clima e alla bontà del suo vino. Nella prima metà del Novecento, Manlio Mergè inizia l’attività di viticoltore rispettando la cultura e le caratteristiche storiche del territorio. Oggi Luigi Mergè, con i figli Massimiliano, Mariabeatrice e Marianna, dopo quattro generazioni, continua a tenere vivo quel primo innesto, mantenendo intatte le radici di famiglia, producendo vini nel rispetto delle tradizioni ma al passo con le più avanzate tecnologie. Sui suoli vulcanici dell’azienda sono presenti sia gli autoctoni che i grandi vitigni internazionali, trovano spazio infatti: Sauvignon blanc, Syrah, Merlot, Cesanese, Montepulciano, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Pinot Noir, Chardonnay, Malvasia, Bellone, Trebbiano, Bombino e Pecorino. Tutti questi vitigni creano ciascuno o in blend tantissime combinazioni di vini ricchi di cura e pregio, che prendono forma in cinque linee di produzione, la 1960 (anno di fondazione dell’azienda), Amore DiVino, Camelot, Roma e Sesto 21. In generale, uno degli aggettivi che più mi piace associare ad un vino è elegante, ed è questo quello che mi è venuto in mente quando ho degustato il loro Cesanese IGP 1960, un vino che al calice evidenzia un rosso trasparente e intensa luminosità, trasmette armonia al naso e al palato regalando con sentori gentili di fragola e visciola, dimostrandosi altresì di carattere al palato, con la giusta dose di calore e sapidità, tannino levigato, dotato di sorso scorrevole e di piacevole final di bocca. Azienda che ha saputo lasciare il segno con questo Cesanese che rappresenta una gran bella sorpresa, essendo a mio avviso difficile trovarne uno dotato di tale eleganza, ma anche tutti gli altri prodotti che ho degustato (e che trovate in foto) sono stati di notevole qualità, per questo se anche voi volete iniziare un percorso di scoperta dei vini del Lazio sapete da dove iniziare! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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2 Ottobre, 2023

Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo

Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo Cari amici lettori prendo spunto dalla meravigliosa visita in cantina di questa estate per parlarvi di Badia di Morrona, una realtà a dir poco sorprendente per diversi aspetti. A colpirmi nella visita, tra le tante cose, è stata la grande attenzione posta dall’azienda nel raggiungere altissimi standard di qualità, con vocazione a creare vini ben riconoscibili e legati al territorio, ma anche per l’accoglienza e l’esperienza turistica, la lunga storia che la contraddistingue e l’amore per l’ambiente che la circonda. Ci troviamo nello splendido contesto tra Pisa e Volterra, in particolare a Terriciola, dove Badia di Morrona può contare su una tenuta di 600 ettari, in cui boschi di cipressi, lecci e querce lasciano spazio a 40 ettari di uliveti e, soprattutto, a 110 ettari di vigne. Nel 1939 la famiglia Gaslini Alberti acquisisce la tenuta con i primi vigneti storici, testimoni di una viticoltura radicata da tempo nel territorio. Negli anni ’90 Duccio Gaslini Alberti, padre degli attuali proprietari Filippo e Alessandra, dona una svolta qualitativa alla produzione vinicola avviando una grande opera di reimpianto, conservando le vigne più promettenti e studiando i cloni più adatti, la densità di impianto e i sistemi di allevamento ideali per creare espressioni del territorio autentiche e di alta qualità. Nel cuore dell’azienda troviamo la millenaria Badia, splendido nucleo storico della tenuta e prima casa dei vini di Badia di Morrona, meraviglia in cui è possibile celebrare matrimoni, essendoci anche la chiesa consacrata, a cui si è affiancata successivamente una cantina moderna, progettata in chiave sostenibile, sfruttando tecnologia e gravità. Importante è il tema della sostenibilità che si declina sia nelle lavorazioni di cantina, con macchinari moderni ed efficienti, che nei comportamenti quotidiani di tutto il personale coinvolto, ma anche nella produzione di energia pulita da fonti rinnovabili con la presenza di un grande impianto fotovoltaico di circa 2 MW. La vasta tenuta è dotata di grandi case coloniche sapientemente ristrutturate, tutte con piscina, immerse nel verde e suddivise in ville e appartamenti dal carattere elegante, riservato e accogliente. Fornite di ogni confort, queste strutture permettono di rilassarsi nell’incantevole panorama tipico della Toscana, nella vera pace del verde da dove non vorresti mai andar via. Ma parliamo dei vitigni presenti in azienda: per quelli a bacca rossa a farla da padrone è, come è giusto che sia, il Sangiovese, che trova spazio tra le dolci colline per circa il 60% dell’intero parco vitato, mentre le restanti parcelle sono state destinate anche a Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Syrah. Per quanto riguarda quelli a bacca bianca il Vermentino e lo Chardonnay sono i più significativi e presenti nelle vigne pianeggianti della tenuta. Camminare tra i filari, in particolare di quelli da cui proviene il Vigna Alta, è stata l’occasione per incontrare suoli davvero preziosi e di antico fascino, con travertino e conchiglie fossili che accompagnano le viti in un viaggio ideale tra passato e presente. I tre vini identitari: N’Antia è il taglio bordolese nato nel 1992 che ha segnato in maniera importante l’esordio della tenuta. N’Antia rappresenta infatti la volontà di Duccio Gaslini Alberti di far parlare il territorio nella lingua di Bordeaux, ovvero tramite Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Negli anni, le tecniche di vinificazione si sono evolute e oggi la “ricetta” per N’Antia prevede la fermentazione in acciaio, maturazione di 15 mesi in barrique, un passaggio in vasche di cemento e infine in bottiglia; VignaAlta è la voce del Sangiovese più nobile della tenuta. Nato nel 1994 e fortemente voluto dalla proprietà per esaltare il valore del vitigno toscano per eccellenza, questo Terre di Pisa DOC fermenta in acciaio, matura 24 mesi in botti di rovere francese da 25 hl e riposa 3 mesi in cemento. Nel bicchiere si ritrova un Sangiovese di carattere e fresco che riesce ad essere davvero identitario; Taneto, ha una vocazione transalpina, con il Syrah protagonista e giusto un tocco di Sangiovese e Merlot. Nasce in alcune delle parcelle più ricche di fossili della tenuta (tra cui la Vigna Disperato), che infatti contribuiscono a donargli un carattere minerale e speziato sui generis. Dopo la fermentazione in acciaio, 12 mesi è il tempo di affinamento previsto in barrique e solo la piccola percentuale di Sangiovese matura in botti grandi di rovere francese da 25 hl, cui segue poi una breve sosta in vasche di cemento. A questi si affiancano i Chianti di Badia di Morrona: I Sodi del Paretaio e I Sodi del Paretaio Riserva che rappresentano la lettura orizzontale dei vigneti dell’azienda e in questo senso sono gli alfieri della gamma. Prodotti ogni anno in una tiratura ben più che considerevole dei precedenti vini, incarnano alla perfezione il concetto di piacevolezza e accessibilità.  Nella versione annata il Sangiovese (85%) è affiancato da Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, fermenta in acciaio e affina in vasche di cemento per 10 mesi; la versione Riserva è un Sangiovese in purezza, con un bel tannino morbido e maturo. Sosta 18 mesi in botti grandi di rovere francese da 44 hl e fa un breve passaggio in cemento prima dell’imbottigliamento. Presenti, infine, le declinazioni floreali dell’azienda, ovvero le accattivanti espressioni in bianco e in rosa di Badia di Morrona: Felciaio, Vermentino toscano in purezza dalla bella sapidità, e Vivaja, Sangiovese rosato delicatamente fruttato, e il bianco La Suvera, cuvée dai tratti mediterranei e tropicali a base di Chardonnay e Viognier. La freschezza aromatica dei tre vini è ben preservata grazie alla vinificazione in acciaio, con l’unica eccezione dello Chardonnay, per cui è previsto un passaggio in barrique di 6 mesi. Una visita che mi ha lasciato un ricordo stupendo ed indelebile sia per qualità dei prodotti che per la meravigliosa esperienza enoturistica, azienda che invito tutti a segnare nella lista di quelle da vivere e da scoprire! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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