Vinodentro

Vinodentro è una damigiana (ché altri contenitori sarebbero troppo nobili) che riempio pian piano di emozioni e suggerimenti.
Vinodentro è un palco sul quale il vino è l’attore protagonista e a cui presto la mia voce ma che Vi invito a doppiare con la vostra, perchè qui non stiamo parlando di matematica ed il fatto che in un bicchiere 2 + 2 può benissimo non fare 4 è una magia e…deve stupirVi!
sono assaggi deliranti, storie di Produttori e di Territori, “recit de dégustation” relativi ad Eventi cui ho avuto il piacere di partecipare ed altro ancora, il tutto scritto trattando il vino in quanto tale: un prodotto della terra e dell’uomo e nobile proprio per le sue umili origini.

COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023, ROMANZO DEL VINO. Arrow Right Top Bg

15 Ottobre, 2026

COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023, ROMANZO DEL VINO.

  ROMANZO DEL VINO è più di un’Azienda, è un romanzo d’autore da sfogliare piano, un’opera dedicata al Timorasso (ma non solo) da sfogliare piano prestando attenzione alle parole. ROMANZO DEL VINO: un patto scritto sulle colline di Montemarzino. C’è un modo di arrivare in un posto che dice già tutto di quel posto, ed è arrivarci per caso, seguendo indicazioni imprecise, e trovarsi davanti a qualcosa che nessuna guida aveva segnalato. Succede così a chi finisce a Castellazzo, frazione di Montemarzino, nel cuore dei Colli Tortonesi, una manciata di case, colline che si arrotolano una nell’altra senza fretta di distinguersi, e in mezzo, quasi mimetizzata, la cantina di un’azienda che ha scelto per sé un nome insolito. ROMANZO DEL VINO, appunto, un’idea nata più come un gesto di fiducia che come un piano industriale, fiducia nella vocazione silenziosa delle Terre Derthona, nella capacità di queste colline di restituire qualcosa di autentico a chi sa fermarsi ad ascoltarle. Il progetto è recente e porta dentro di sé qualcosa che raramente si trova in un’azienda vinicola giovane: l’assenza di un unico padrone. ROMANZO DEL VINO nasce infatti da un gruppo di persone arrivate qui da percorsi diversi, chi da una professione lontanissima dai filari, chi da una passione coltivata per anni ai margini di un altro mestiere, che a un certo punto hanno deciso di mettere insieme non solo qualche ettaro di vigna, ma il sentimento condiviso di cosa significhi fare vino in questo angolo di Piemonte rimasto per decenni fuori dalle rotte più battute. Un sentimento da trasformare in qualcosa di concreto, non solo produrre ma custodire; custodire la terra, restituirle in parte ciò che generosamente ha donato per generazioni, raccontarla senza forzature. A guidare il gruppo è Carolina Bruno, avvocata di formazione e degustatrice per vocazione, che ha portato dentro il progetto la stessa attenzione al dettaglio con cui si legge un contratto complicato, applicata però a una materia che di contratti non ne conosce: la terra, i suoi tempi, la sua ostinazione a non farsi mai davvero addomesticare. Quando l’idea è stata presentata a Walter Massa, l’uomo a cui va il merito di aver riportato alla luce il Timorasso dopo che per gran parte del Novecento era rimasto un’uva quasi dimenticata, la risposta non si è fatta attendere, ed è arrivata con la forza di un’investitura. Da allora Massa segue il progetto da vicino, non come consulente di passaggio ma come garante di un metodo, la certezza silenziosa che la fedeltà al territorio venga prima di qualunque tentazione di assomigliare a vini pensati altrove. La cantina, in Località Castellazzo, non è pensata come un fortino. È un luogo che i suoi stessi fondatori definiscono inclusivo, aperto ai piccoli vignaioli della zona che condividono la stessa filosofia di allevamento e di vinificazione. Da Montemarzino, Monleale, Villaromagnano, Sant’Agata Fossili, Viguzzolo, Avolasca, Berzano di Tortona e dai comuni limitrofi arrivano qui le uve coltivate con un’agricoltura ragionata, che predilige l’osservazione al dominio e la pazienza alla fretta. Ogni vigneto è una tessera di un mosaico più grande, esposizioni diverse, altitudini che cambiano, suoli che parlano lingue leggermente diverse ma appartenenti tutte allo stesso dialetto, e insieme formano un racconto corale, fatto di storie individuali che si intrecciano senza annullarsi l’una nell’altra. È un dettaglio che dice più di mille dichiarazioni d’intenti, perché nel vino la generosità verso i vicini resta merce rara quanto un’annata perfetta. Sotto tutto questo lavora un terreno che è lui stesso parte della narrazione: le marne bianche del Tortonese, cariche di sale antico, residuo di un mare ritiratosi milioni di anni fa lasciandosi dietro la propria sapidità. Una terra che pretende di essere ascoltata prima ancora che interpretata, e che qui trova la sua voce nei due vitigni storici della zona, il Timorasso e la Barbera, coltivati su parcelle che in certi casi passano da una generazione all’altra come un’eredità di famiglia più che come un semplice appezzamento catastale. Sono loro i due fili narrativi attorno a cui si costruisce ogni annata, senza che l’azienda senta il bisogno di aggiungere altre varietà a un racconto che considera già completo così. Anche l’aspetto delle bottiglie racconta qualcosa di questa filosofia: le etichette, disegnate da Giordano Floreancig, portano dentro un pizzico di follia visiva che sembra fatto apposta per contraddire la sobrietà del contenuto, come se ogni romanzo, per attirare un nuovo lettore, avesse bisogno anche di una copertina capace di incuriosire prima ancora che si giri la prima pagina. In un tempo che corre sempre più veloce e che spinge verso l’omologazione, ROMANZO DEL VINO sceglie un altro passo. Quello di chi sa che i racconti più veri nascono dalla lentezza, dalla cura, dalla capacità di restare fedeli a un luogo anche quando il mondo invita a guardare altrove. Chi arriva a Castellazzo avverte, forse senza saperlo formulare subito, di aver varcato una soglia sottile. Dietro di sé restano le strade più trafficate e le mappe già disegnate; davanti si apre uno spazio dove il tempo si dilata, dove le colline continuano a lavorare in silenzio e dove un gruppo di persone ha deciso di scrivere, insieme, un nuovo romanzo un capitolo per volta. Non con l’inchiostro, ma con la terra, con le radici, con la pazienza di chi sa che i romanzi più belli sono quelli che si lasciano leggere a voce bassa, pagina dopo pagina, senza fretta di arrivare alla fine. IL VINO – COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023: è un atto politico rivoluzionario. Perché oggi fare un vino così significa scegliere di stare dalla parte sbagliata del mercato. Arriva da un pezzo di Piemonte che per anni si è sentito periferia del vino importante. Colline lente lasciate ai margini mentre altrove si inseguivano mode, velocità, lucentezze da catalogo e parole come “premium” usate con la stessa generosità con cui si distribuiscono i volantini davanti ai supermercati. Qui qualcuno ha deciso di fare il contrario, rallentare, ascoltare, rimettere al centro il carattere delle Terre Derthona e lasciare che il vino porti addosso la propria origine, senza pettinarla per Instagram. Per questo il vino arriva nel bicchiere vivo, irregolare, nervoso. All’inizio ha una riservatezza quasi ombrosa, poi prende fiato e comincia a sporcarsi le mani. Profuma di prati verdi, mele mature, mentolo e miele d’acacia. C’è una dolcezza luminosa che dura però solo il tempo necessario per farsi attraversare da gesso, marmi umidi, corteccia, erbe selvatiche, timo serpillo e pepe bianco, una traccia di caramella d’orzo, piccola e ostinata, come un ricordo d’infanzia infilato nella tasca di una giacca da lavoro. Sono odori agricoli, concreti, quasi ruvidi. Non cercano la perfezione del laboratorio e non chiedono di essere tradotti in un vocabolario da degustazione imbalsamata. Raccontano un paesaggio, terra bagnata, vento sulle colline, vegetazione che cresce senza chiedere il permesso. Il vino non descrive il territorio da una distanza di sicurezza, lo porta dentro, è paesaggio liquido, E il sorso è ancora più radicale. Uno starter di miele e mele, poi il sale, il pimento, la lingua sfrucuglia e la gola si accende. La materia è viva, il movimento continuo, la beva che non scivola via educata come un ospite che abbia già controllato l’orologio. Il vino pulsa. Ha una sapidità insistente, quasi ostinata, che sembra voler ricordare una cosa semplice ed enorme al contempo, che queste colline, milioni di anni fa, erano mare davvero. E allora il bicchiere si riempie di una memoria fossile, marina, che torna attraverso la scia salina, le nocciole, il croccante da giostra e l’amaro del timo. Il finale non mette ordine nel racconto. Lo lascia aperto, con il sale sulle labbra e una sensazione di energia ancora in circolo. Tornano le erbe, la parte amaricante, una polpa di frutto che non si arrende e quella mineralità che non fa da fondale, ma prende la parola. È un vino che non addomestica niente. Rivendica il diritto del territorio a essere irripetibile, luminoso, spigoloso, agricolo e, quando serve, persino scomodo. Il suo gesto più rivoluzionario sta proprio qui, nel rifiuto dell’idea del vino come prodotto perfetto, replicabile, sempre disponibile a compiacere chiunque. Difende la possibilità che un luogo resti sé stesso anche quando il mercato chiede altro. Dentro questo bicchiere non c’è soltanto un vino bianco, ci sono colline che resistono alla semplificazione, persone che scelgono di non sparire, un’agricoltura che prova ancora a parlare il linguaggio delle stagioni invece di quello dei grafici. Questa non è nostalgia. La nostalgia guarda indietro e si commuove, qui, invece, si lavora nel presente. È resistenza attiva, con il sole addosso e le mani sporche di terra, è la decisione di custodire le Terre Derthona senza trasformarle in un parco tematico del vino di lusso, senza ridurre il paesaggio a una scenografia da brochure. Il territorio non è lo sfondo della bottiglia: è il protagonista, il regista e anche quello che a fine giornata deve lavare i bicchieri. Il Derthona di ROMANZO DEL VINO è rock perché non cerca eleganza da salotto. Ha luce, sale, elettricità. Ha la voce delle colline e una certa insofferenza per le buone maniere quando diventano un alibi. È un vino di sole e di mare capitato tra le terre tortonesi, ma soprattutto è un vino di resistenza contadina. Un bicchiere con la terra sotto le unghie, il vento in faccia e nessuna intenzione di chiedere scusa. 88- Punti (forse troppi, ma è sempre più difficile trovare qualcuno che scriva bene, quindi…) Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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WHITE OAK VINEYARDS. Uncork Abruzzo wilderness. Arrow Right Top Bg

8 Ottobre, 2026

WHITE OAK VINEYARDS. Uncork Abruzzo wilderness.

  WHITE OAK VINEYARDS si è appena affacciata sul panorama enoico Abruzzese. Un’Azienda giovane, due Tenute, otto etichette e un’unica missione: imbottigliare l’Abruzzo che è così com’è; fedeli alla Terra amandone più di una senza tradire nessuna. L’AZIENDA Otto etichette, due contrade, un’unica ostinazione: non prendere mai un ettaro in prestito da un altro. Quando ho scoperto WHITE OAK VINEYARDS mi è tornato in mente Arturo Bandini che da ragazzo si guardava intorno cercando non un solo posto dove mettere radici, ma tanti, convinto che la vita vera fosse sparsa, non concentrata in un unico fazzoletto di terra, e che per capire chi sei devi prima aver fame in più di un posto. Ecco, questa società agricola di Pineto, in provincia di Teramo, ha fatto della stessa convinzione un mestiere, quasi una preghiera laica: “Non coltiviamo terreni contigui alla nostra cantina” dicono, e lo dicono come una scelta di vita più che come una nota tecnica da comunicato stampa, la stessa frase, ripetuta abbastanza volte, comincia a suonare come un mantra contadino, di quelli recitati sottovoce prima di un temporale. Il risultato è una mappa fatta di pezzi lontani tra loro, ognuno tenuto separato dagli altri come si tengono separati i ricordi importanti, quelli che non vuoi confondere per non rovinarli entrambi. Immagina la cantina come una casa con due finestre spalancate su due paesaggi che non si assomigliano per niente: da una si vede la collina che scende dolce verso il mare, dall’altra una valle stretta tra le montagne dove il vento ha imparato a correre come chi ha fretta di arrivare da qualche parte. Nessuna delle due finestre racconta la stessa storia, e proprio per questo tengono aperte tutt’e due. C’è la Tenuta Fosso del Gallo, su ad Atri, dove i filari stanno in collina tra i centocinquanta e i duecentocinquanta metri e si bevono insieme la brezza di un Adriatico a manco dieci chilometri e i venti freschi che scendono dal Gran Sasso. Un’altalena termica che di notte raffredda tutto quello che il sole ha scaldato di giorno, e che rallenta la maturazione delle uve costringendole, ora dopo ora, a costruirsi con calma invece che di fretta, come si fa con le cose a cui si tiene davvero. Da lì escono quattro vini che di quella terra portano il nome anche quando il nome sembra un codice o uno scioglilingua da bar dopo mezzanotte: “MALA VITAE”, “ZYRAN”, “11.11”, “11.19”, ciascuno un appezzamento diverso, ciascuno una firma diversa, come se ogni filare avesse deciso di non farsi rappresentare da nessun altro. E poi c’è, più a sud, nel cuore della Valle dell’Aterno, la Tenuta degli Scongiuri, a Tocco da Casauria, provincia di Pescara, un pezzo di mondo collegato alle alture del Gran Sasso dalle Gole di Popoli, quelle che i venti le attraversano impetuosi, quasi con rabbia, e regalano alle uve un’escursione termica decisa che poi, nel bicchiere, si traduce in un’aromaticità che non lascia scampo, di quelle che ti prendono per il bavero prima ancora che tu abbia deciso se il vino ti piace. Il nome della tenuta viene dalla tradizione contadina vera, quella delle vecchie vestite di nero che toccavano ferro prima della vendemmia, che sputavano tre volte guardando il cielo se una nuvola sbagliata passava sopra i filari, sapendo per esperienza, non per superstizione da cartolina, che l’annata comanda e l’uomo obbedisce, sempre, comunque vada. Da quei filari nascono altri quattro cru: “PINKNOT”, “DIASILLE”, “SCHWA”, “SON OF ABRUZZO”. Nomi che sembrano soprannomi da bar di paese, di quelli che ti danno da ragazzo senza chiederti il permesso e che ti restano cuciti addosso per sempre, che tu voglia o no. Otto vini, dunque, otto appezzamenti diversi, e in mezzo la geologia che fa da basso continuo prendendosi la scena silenziosamente come farebbe un Flea. Ghiaie, calcari, acque di falda che cambiano da una contrada all’altra come cambia l’accento da un paese all’altro a distanza di venti chilometri, o come cambia il modo di salutare un vicino a seconda di che sangue hai nelle vene. Non serve saperne il nome scientifico per sentirne il peso nel bicchiere: basta fidarsi del fatto che ogni sasso, ogni vena d’acqua, ogni cambio di quota ha lasciato un segno che nessuna cantina, per quanto brava, potrebbe inventarsi a tavolino. Ma quello che conta davvero, qui, non è tanto raccontare ogni sasso uno per uno: è il fatto che nessuno di questi otto vini venga assemblato con uva presa altrove, mescolata per convenienza, addolcita per il mercato. “Produciamo solo Cru da singoli vigneti”, dicono, biologico e biodinamico per principio prima ancora che per etichetta da esibire, e la frase suona quasi come un giuramento fatto a bassa voce, di quelli che non si rompono nemmeno quando converrebbe romperli, nemmeno quando l’annata è stata bastarda e avrebbe fatto comodo un taglio, un aiuto, una scorciatoia. Fante scriveva che un uomo si riconosce dal posto dove ha fame. WHITE OAK VINEYARDS la fame l’ha distribuita apposta su più contrade invece di tenerla tutta in un unico podere, come se avessero capito, prima ancora di piantare la prima vite, che un solo pezzo di Abruzzo non basta mai a raccontare tutto l’Abruzzo e che a volte, per essere fedeli a una terra, bisogna avere il coraggio di amarne più di una, senza tradirne nessuna. I VINI – COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRIGIO RAMATO BIO “PINKNOT” 2025: NODO ROSA. La corda rosa costa due euro al metro, e questo per Dino è già il primo errore. Il secondo è averne comprati dodici. l terzo è seduto sulla sedia della cucina, legato con un nodo che nemmeno Dino saprebbe rifare, e sembra il più sereno dei tre. Il sequestro, se così vogliamo chiamarlo, va male dalle nove di mattina. L’ostaggio è un commercialista di Chieti che ha già chiesto due volte se può andare in bagno e una se c’è qualcosa da bere. Dino, che nella vita lavora in un consorzio agrario e nel tempo libero fa piani, apre il frigo e ci trova una sola bottiglia: “PINKNOT”. “Che roba è?” chiede a Sergio, il socio che parla solo quando non serve. “Boh. Bianco, credo. Rosa no.” “Rosa no” sembra la frase perfetta per un sequestro con la corda rosa. Ne versano tre bicchieri, ostaggio compreso, perché anche nei sequestri esiste un’etica del brindisi. Il colore è di quelli che non promettono niente e per questo ti mettono in guardia. Il naso è pulito: pera succosa, mela verde, una spremuta di lime e limone e una nota di fiori, tipo caprifoglio, che arriva tardi come il resto della banda. In bocca è leggero, secco, senza una briciola di zucchero a complicare la situazione. L’acidità è croccante e fa venire l’acquolina, la sapidità pizzica come una verità detta a cena, il frutto è polposo il giusto. Il finale sa di scorza di limone, netto, ti pulisce la bocca…ma la coscienza no. Il commercialista, con il bicchiere stretto tra due dita che Dino ha dimenticato di legare, fa notare che il nodo è fatto male. Dino ammette di non aver mai fatto un nodo. Sergio propone di chiamare qualcuno. Nessuno sa chi. Alla fine chiamano la moglie. Dino dice che vogliono centomila euro. Lei risponde: “Tenetevelo”. Seguono cinque secondi di silenzio in cui si sente distintamente il frigorifero, poi il clic del telefono. Il commercialista sospira, chiede se c’è ancora un po’ di quel vino e se, già che ci sono, si può mangiare qualcosa. Resterà a pranzo. Nessuno dirà più niente sul riscatto, sulla corda o sulla moglie…la forma più alta di happy ending. “PINKNOT” è il vino giusto quando tutto si è complicato e hai bisogno di qualcosa che non complichi ulteriormente. Da consumare al bisogno (possibilmente senza legare nessuno). 86+ Punti. – COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRICIO BIO “DIASILLE” 2025: IL LIDO DEI SOSPETTI. “Non ce l’ho con te, Gianni. È che stai in mezzo.” Gianni, cinquantadue anni, camicia a fiori su un fisico che ha smesso di fare promesse, è in mezzo a tutto: al sole di luglio, a un ombrellone che gli fa ombra solo sul piede sinistro e a un’indagine sulla scomparsa di un pedalò. Sì, un pedalò. Lungomare adriatico, mare piatto come una risposta evasiva, e la faccenda si è già portata via una vedova, due bagnini e la pazienza di un notaio di Pescara. È a quel punto che arriva la bottiglia. La porta un ragazzino del bar con l’aria di chi sa qualcosa e non intende dirla. È fredda, sudata, con l’etichetta che, se potesse, si staccherebbe a un angolo come uno dei raggi di Diva, la stella marina di Nemo. “DIASILLE” dice il ragazzino, e sparisce come fanno i testimoni migliori. Gianni ne versa un dito, per pura deontologia. Il pedalò, intanto, resta un’ipotesi. Da quel bicchiere, quello che gli colpisce il naso è la cosa più onesta che gli sia capitata da Giugno: pera, un colpo di ananas, agrumi, un cenno di erbe aromatiche e una spolverata di fiori, come un giardino visto da un treno che non si ferma. Nessuna trama, nessun doppio gioco. In bocca è leggero, ma non stupido. L’acidità è vivace e fa il suo mestiere senza chiedere riconoscimenti, la sapidità uno schiaffetto di mare che ti costringe al secondo sorso. Il frutto è croccante, mela verde e limone, senza un grammo di zucchero a complicare i rapporti. È secco come le battute di un film dei fratelli Coen: dice il necessario e se ne va. Il finale è pulito, agrumato, con un ritorno sapido che resta sulle labbra come una battuta a cui ridi con un minuto di ritardo. Gianni ne beve un altro. Comincia a vedere le cose con chiarezza, che vuol dire che è arrivato il momento in cui sta per sbagliare tutto. Segue le tracce fino al molo e incrocia il notaio, che sta cercando lo stesso pedalò. I due scoprono di essere stati assunti dalla stessa persona: un uomo che non esiste, che ha pagato in anticipo e in contanti, e che nel frattempo si è trasferito a Bolzano. Il pedalò verrà ritrovato tre giorni dopo in un’altra provincia, con dentro un tacchino congelato. Nessuno saprà spiegare. Nessuno chiederà. “DIASILLE” non risolve il caso, e sarebbe scortese pretenderlo. Fa una cosa più difficile: rende l’assenza di una soluzione perfettamente sopportabile. Da bere in compagnia di qualcuno che non vi faccia domande. 87++ Punti. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC BIO “SCHWA” 2025: LA VOCALE PIÙ PIGRA DEL MONDO. Il telefono squilla alle 3:12 di notte, che non è mai una buona notizia e quasi sempre una questione di soldi. Dall’altra parte c’è un cugino di Vasto che deve comunicare al professor Marchetti, docente di fonetica in un ateneo di provincia, due cose: la riunione per la cattedra è stata anticipata a giovedì, e davanti alla sua porta c’è una bottiglia. Marchetti la recupera in vestaglia. Sull’etichetta c’è scritto “SCHWA”, e lui ride amaro. La schwa è la vocale più pigra dell’alfabeto, quella che esce quando non hai voglia di scegliere, il suono del «boh». Un nome perfetto per una vita in cui nessuno ha mai deciso niente, lui compreso. Il vino, purtroppo, non ha letto il manuale. Nel bicchiere arriva con il colore di uno che la sa più lunga di te. Il naso parte coi fiori, geranio e garofano, poi lampone, melograno e ciliegia, e in mezzo un verde di salvia e basilico che sta tra l’orto e il compromesso. Sul fondo c’è una spezia sottile, come qualcuno che origlia dietro una porta. È in bocca che Marchetti smette di dire “boh”. C’è struttura, c’è sostanza, c’è un tannino tattile che ti prende per il bavero senza alzare la voce. L’acidità tira dritto, la sapidità le fa da spalla e il frutto rosso ha polpa e una certa rotondità, tanto che ogni tanto ti scordi di stare bevendo un rosato. Il finale è lungo, pepato, con un bordo sapido che ti mette fame di maccheroni alla chitarra e voglia di dire cose che non pensavi di pensare. Alla riunione di giovedì Marchetti si presenta con la bottiglia (mezza bottiglia) e pronuncia per la prima volta in vent’anni una vocale con convinzione. Il comitato lo guarda come si guarda un cane che parla. Fuori dalla finestra, lontano, si forma qualcosa che somiglia a una tromba d’aria, e nessuno ne fa parola. La cattedra andrà a un certo Schwarz, che nessuno ha mai visto. Marchetti scopre di non essere arrabbiato, e non sa se sia merito della vita, dell’età o del bicchiere. Il vino, per onestà, non si prende il merito. “SCHWA” dimostra che un nome che significa “indeciso” può contenere un vino con le idee molto chiare. Da bere con qualcuno che sopporti le pause. 87 Punti. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “ZYRAN” 2025: CILIEGIE SULL’ASFALTO. Il tizio col piumino in pieno agosto non avrebbe dovuto trovarsi lì, e lo sapevano tutti, lui per primo. “Senti, va tutto bene” ripeteva, con la faccia di uno a cui non va bene niente. Statale adriatica, il sole è uscito dal mare da un pezzo e l’asfalto fuma. Nel bagagliaio di una Ford Tempo del 1987 ballano una valigetta che nessuno deve aprire, una pala da neve senza alcuna spiegazione plausibile e una bottiglia di “ZYRAN”, infilata lì dal socio, quello che parla troppo, “per festeggiare dopo”. Il socio, lo si capisce subito, non festeggerà. Il vino sì, perché è l’unico personaggio della storia che sa esattamente cosa sta facendo. Lo stappano in una piazzola, sotto un cartellone di materassi, mentre il piano (chiamiamolo così) si sgretola come un biscotto nel latte. Riempie il bicchiere con un colore che ti guarda dritto in faccia e chiede chi sei tu per giudicarlo. Il naso parte con ciliegia fresca, melograno, fragoline di bosco, poi una folata di petali di rosa. “Sa di fiori?” “Sa di fiori, sì.” Per quindici secondi nessuno dei due pensa più al riscatto. È in bocca che la trama cambia. L’acidità è tesa come il filo di una trappola: ti drizza la schiena e ti toglie la voglia di lamentarti. La sapidità ti obbliga al secondo sorso, il tannino è appena una stretta di mano, quella di un contadino che non ti conosce ma decide di fidarsi. Sotto c’è un pizzico di pepe, una rusticità onesta che tiene a bada tutto quel po’ po di grazia. Non è un rosé da aperitivo in costume da bagno e nemmeno un rosso travestito, è quella terza cosa di cui in Abruzzo sono sempre stati gelosi. Il finale è pulito, con un ricordo di agrume e di roccia bagnata che resta lì, come un testimone che non parla. Intanto, in lontananza, una sirena. Non è per loro, è per un camion di cocomeri ribaltato tre chilometri più avanti. Il tizio col piumino si mette a ridere, poi a piangere, poi chiede se ce n’è ancora. Ce n’è. Ecco cosa fa “ZYRAN”: prende un pomeriggio andato storto e lo raddrizza quel tanto che basta a non combinare altre sciocchezze. Almeno fino alla prossima. Da bere in compagnia di gente di cui vi fidate il giusto. 88– Punti. E QUINDI? E quindi, intanto GRAZIE a WHITE OAK VINEYARDS (expecially nella figura di Claudio) per avermi fatto conoscere non tanto un nuovo pezzo di quell’Abruzzo che, ogni giorno che passa, credo sia più corretto chiamare “Abruzzi” (come quando, fino al 1963, era legato amministrativamente al Molise) stante la diversità di espressioni che il vino riesce a regalarci, quanto una nuova realtà produttiva che ha ben chiaro come queste diverse espressioni debbano essere valorizzate singolarmente per dare lustro al luogo e a chi è riuscito a metterlo in bottiglia. WHITE OAK VINEYARDS è appena nata, ma guarda già lontano.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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1 Ottobre, 2026

PODERI COSTANTINI ANTONIO. Il tempo che torna alla terra.

  Dal 1910 la famiglia Costantini coltiva vigne e custodisce la memoria agricola dell’Abruzzo tra Città Sant’Angelo, Spoltore e Tortoreto. Un viaggio tra storia familiare, territorio e innovazione che passa attraverso due vini simbolo: il Pecorino Iodolanda Anforange e il Montepulciano d’Abruzzo Terre dei Vestini. L’AZIENDA A Città Sant’Angelo, sulle colline pescaresi, il tempo ha il passo lento delle stagioni e la memoria concreta delle mani. Ci sono luoghi in cui la storia non si conserva: continua a camminare. Qui, la famiglia Costantini porta avanti dal 1910 una storia fatta di terra, lavoro e ostinazione gentile, quella che permette a un’idea nata più di un secolo fa di arrivare intatta fino a chi oggi apre il cancello della tenuta. Si potrebbe immaginare l’inizio come una scena semplice: una collina ancora silenziosa, il respiro dell’Adriatico in lontananza, un uomo che guarda le vigne e decide che quella passione non può restare soltanto sua. Da quando Antonio Costantini volgeva lo sguardo all’orizzonte il paesaggio è cambiato, le tecniche si sono evolute, i confini dell’azienda si sono allargati, ma il gesto originario è rimasto lo stesso: affidare alla terra un pensiero e attendere che, con pazienza, sappia restituirlo. PODERI COSTANTINI ANTONIO nasce dentro questo dialogo. Non è soltanto una cantina e non è soltanto un’azienda agricola, piuttosto è una cosa di famiglia e uno sguardo al futuro, un luogo dove ogni scelta sembra avere alle spalle una voce più antica, la voce di chi ha lavorato prima, di chi ha conosciuto la fatica delle vendemmie, l’incertezza del cielo, la necessità di non sprecare nulla. Qui il passato non è un monumento, piuttosto una radice, non si vede, ma tiene in piedi tutto ciò che cresce. La geografia aiuta a capire. I vigneti si distendono non solo a Città Sant’Angelo, ma anche nei territori di Spoltore, Cappelle sul Tavo e Tortoreto, componendo una mappa abruzzese che unisce colline, brevi distanze e differenti respiri del paesaggio. È una campagna che non ha bisogno di alzare la voce. Basta percorrerla quando la luce si abbassa, quando i filari diventano righe scure contro il cielo e il giorno sembra indugiare ancora qualche minuto prima di lasciare spazio alla notte. Dopo Antonio la responsabilità della continuità è passata ai figli Giacomo e Domenico, che hanno scelto di raccogliere il testimone, mettendo in secondo piano le precedenti attività professionali per dedicarsi ai progetti lasciati aperti dal padre. In questa decisione c’è qualcosa di profondamente abruzzese e, insieme, di universale: la consapevolezza che certe eredità non si ricevono davvero finché non si accetta di trasformarle in lavoro quotidiano. Così il casolare di famiglia, costruito alla fine dell’Ottocento, torna a essere parte del futuro, nuovi vigneti entrano nel disegno dell’azienda, le etichette cambiano volto, la ricerca cerca strade ancora da misurare. Non c’è contraddizione tra la casa antica e l’idea di sperimentare anzi, è proprio dalla solidità delle mura, dalla conoscenza del luogo e dalla memoria dei gesti che può nascere il coraggio di provare qualcosa di nuovo. Ora che con Giorgio un’altra generazione è entrata in Azienda lappare ancora più evidente la sua identità e il fatto che si parli del domani senza rinnegare ciò che è stato e senza considerare la tradizione una risposta già pronta. Ci sono bottiglie lasciate riposare in fondo ai pozzi, esperimenti di affinamento in anfora, nuovi impianti pensati anche per riscoprire una storia più lontana. Il vino, qui, diventa quasi un pretesto per interrogare il tempo, scoprire quanto può cambiare una materia quando la si lascia ascoltare il luogo, cosa accade quando una cantina decide di non avere fretta di conoscere il risultato. Sono domande che appartengono alla viticoltura, ma anche alla vita delle famiglie, dove ogni generazione aggiunge una frase a un racconto cominciato molto prima di lei. Perché PODERI COSTANTINI non parla soltanto di produzione, parla di paesaggio coltivato (anche l’olivo rende testimonianza), di responsabilità verso ciò che circonda la casa, di un’idea agricola in cui la terra non viene divisa in compartimenti ma riconosciuta nella sua interezza. Quando si lascia la tenuta, resta l’impressione di aver incontrato non una semplice azienda, ma una famiglia nel momento esatto in cui il ricordo si fa progetto. Quando il cancello si richiude e le colline rimangono dietro la strada si ha ben chiaro che, dal 1910 a oggi, PODERI COSTANTINI ha imparato che custodire non significa fermare il tempo ma accompagnarlo stagione dopo stagione, finché la terra riconosce ancora il passo di chi la ama. I VINI Cinque linee, diciassette etichette…tante, forse troppe (no, decisamente troppe) per raccontarvele tutte in così poco spazio. Ne ho scelte dunque due, due vini che raccontino la Tradizione, il legame tra l’oggi e la Storia e magari qualcosa in più. Date una letta alle mie personalissime descrizioni e correte ad assaggiare lasciandoVi trasportare dalla Curiosità. – COLLINE PESCARESI IGP PECORINO “IODOLANDA ANFORANGE” 2024: la bottiglia arriva quando il giorno si è già dichiarato sconfitto ma non ha ancora trovato il coraggio di andarsene. Ha il colore delle cose che hanno guardato passare il tempo: oro torbido, rame pallido, quasi la luce di una lampadina accesa in una stanza di cui nessuno vuole pagare l’affitto. L’etichetta dice “IODOLANDA ANFORANGE”, il resto lo dice il silenzio, che in certe occasioni è il sommelier più preciso. Arriva dall’Abruzzo, da Città Sant’Angelo, dove PODERI COSTANTINI lavora vigne e ricordi. “IODOLANDA” è il nome di una nonna, “ANFORANGE” è il modo in cui quel nome ha deciso di invecchiare senza diventare malinconico. Pecorino in purezza, 14 gradi, grappoli interi, terracotta, bucce, raspi e una certa ostinazione manuale. Via il tappo! Senza cerimonie. Bottiglia, breve tratto in caduta libera, splash down nel calice, questo il percorso di un vino che non è il bianco educato che entra, saluta e si siede composto lisciando il tovagliolo. La materia, il colore, hanno una densità che sembra trattenere qualcosa, forse una conversazione finita male, forse la luce di un pomeriggio di settembre rimasta intrappolata nella terracotta. La superficie non è ferma: si muove appena, come chi ha appena sentito pronunciare il proprio nome dall’altra stanza. Al naso non recita la parte dell’orange wine esotico e scandaloso, non agita il mantello, non tira fuori il flauto. Si presenta con una trama di agrume maturo con la sua scorza e zenzero, frutta a polpa gialla, erbe secche e fiori appassiti, senape e zafferano, liquirizia e una vena salina che attraversa tutto come un testimone poco disposto a collaborare. Il frutto non è dolce, anche quando ricorda la pesca o l’albicocca, ha piuttosto quella maturità sorvegliata delle cose che hanno smesso di voler piacere a tutti. In bocca il vino fa quello che deve fare un vino macerato quando non vuole ridursi a una fotografia color ambra: tiene botta. L’ingresso è largo, caldo, quasi tattile; poi arrivano i tannini, gentili con moderazione, presenti, tali da fare attrito sulle gengive e regalare un finale che non si limita a sparire ma si allontana lentamente, lasciando dietro di sé agrume, pietra, erbe e una specie di ordine segreto. Non è un vino che cerca la trasparenza ma persistenza, che è una forma più rischiosa di sincerità. C’è un momento, dopo il secondo bicchiere, in cui il Pecorino smette di essere un esperimento in terracotta e diventa un racconto. Non quello della tradizione usata come arredamento, con la polvere sulle bottiglie e il nonno convocato per la fotografia. Un racconto più accidentato: una famiglia, una vigna abruzzese, una nonna chiamata Iodolanda, il desiderio di portare un vitigno riconoscibile in un territorio meno prevedibile. La terracotta non è un effetto speciale. È il luogo dove il vino ha scelto di fare i conti con il tempo, con le bucce e con il rischio di non risultare simpatico. Il risultato è un orange wine che non ha bisogno di travestirsi da manifesto. La sua stranezza è domestica, quasi amministrativa. Sta nel modo in cui un Pecorino, privato della sua solita camicia stirata, conserva l’identità varietale e guadagna una voce più ruvida. Non c’è la pulizia chirurgica del bianco da aperitivo e non c’è nemmeno la confusione di certi vini naturali che sembrano aver perso il numero del proprio avvocato. Qui la libertà ha un indirizzo preciso. Un vino per quando il tavolo è apparecchiato male, la ricetta è venuta diversa dal previsto e qualcuno ha appena detto che tanto il vino bianco è tutto uguale. Non convincerà tutti. Peggio per tutti. Quando la bottiglia finisce, resta sul fondo una luce scura e sulle pareti del bicchiere una traccia color miele. Fuori, la sera ha preso possesso del quartiere. Dentro, qualcuno cerca il nome del vino per ricordarselo il giorno dopo. È un gesto inutile: “IODOLANDA ANFORANGE” non è il tipo di vino che si ricorda. È il tipo di vino che ricompare. 89- Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI 2021: vigne allevate a filari, vendemmia manuale, grappoli scelti uno per uno come si sceglierebbero i complici giusti per un lavoro che deve andare liscio, la cantina, il rituale lento, quasi ipnotico, di quelli che nei film si raccontano in dissolvenza, con la musica che sale piano… Un vino che arriva nel bicchiere come in una di quelle scene in cui il protagonista, dopo avere attraversato mezza America per una faccenda che non si capisce bene, si siede al bancone di un bar sperduto e ordina qualcosa di rosso senza troppe spiegazioni. Un vino che al naso è un piccolo inventario di frutta scura: amarena, prugna, mora, mirtillo selvatico, che si intrecciano a un accenno di liquirizia e tabacco, con quella vena terrosa che racconta il “da dove” tutto è partito, e il legno, discreto e mai invadente, che regala quelle note di cuoio e vaniglia che sanno di sella consumata più che di falegnameria. Non si concede subito, l’ha fatto gente di poche parole e molte vendemmie, e ogni volta che pensi di averlo inquadrato cambia discorso. La bocca è storia complicata. Il tannino si presenta con la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare, la sapidità è tagliente come una battuta secca detta al momento giusto, e i gradi alcolici restano avvolti dentro il frutto senza mai uscire allo scoperto a rovinare la scena. Non è che sia reticente, diciamo che bisogna cavargli un po’ le parole di bocca, si diverte a lasciare dei vuoti nel racconto, e quei vuoti deve completarli chi beve. Il finale è lungo, un po’ ambiguo, di quelli che non chiudono davvero il cerchio ma ti lasciano lì, bicchiere in mano, a chiederti se hai capito tutto o se ti sei perso qualcosa per strada, un ultimo respiro di frutto scuro e spezia che si allontana senza mai voltarsi indietro, come chi esce di scena sapendo perfettamente di aver avuto l’ultima parola. Non è un vino timido, ma nemmeno urlato, ha la forza di chi lavora la terra da un secolo e la pazienza un po’ inquietante di chi ha tutto sotto controllo anche quando sembra il contrario. Un vino scandito da verbi che si coniugano un bicchiere alla volta: restare, insistere, raccontare… Forse non una poesia, ma una strofa scritta con inchiostro denso, da leggere lentamente, magari due volte. 86 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a PODERI COSTANTINI per l’ospitalità concessami, per le parole e per il vino bevuto insieme. Le ore trascorse a Città Sant’Angelo sono servite ad aprire un’altra finestra sull’Abruzzo del vino, ricordando financo le influenze del Regno di Napoli su una Regione che mostra oggi come il Sud possa essere l’asse sul quale ruotare l’italia sottosopra invertendo prospettive e interessi. La Famiglia COSTANTINI lavora a questo da oltre cento anni e come lei ora sono in tanti. Il futuro è dietro l’angolo e a Città Sant’Angelo c’è chi è già pronto ad aspettarlo. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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24 Settembre, 2026

ENOTIRINO 2026. Il racconto delle Colline Teramane.

  ENOTIRINO Sabato 29 agosto, Bussi sul Tirino ha smesso i panni di tranquillo paesone in provincia di Pescara per indossare quelli, decisamente più scintillanti, di capitale enoica d’Abruzzo. Terza edizione per ENOTIRINO, e già si respira quell’aria da “manifestazione che ce l’ha fatta”, mica scontato, per chi tre anni fa partiva da un territorio che aveva la Storia ma di tradizione vinicola strutturata ne aveva ben poca. Eppure, cari Voi, l’associazione Eno Tirino il sogno se l’è tenuto stretto, e oggi il sogno cammina, anzi corre. Il centro storico si è trasformato in un percorso à la carte tra Castello Cantelmo, Piazza Tirino, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani, Via Progresso e Via Dietro Corte: cinque itinerari di degustazione dedicati alle diverse aree vitivinicole abruzzesi, perché no, non ci si accontenta più del generico “vino d’Abruzzo”, si va a cercare l’identità zona per zona. Oltre cento espositori in tutto, di cui più di settanta cantine, tutte abruzzesi, tutte lì a giocarsi la carta dell’orgoglio territoriale. Un dato che permette a ENOTIRINO di fregiarsi, senza troppa modestia mi tocca dire, del titolo di evento tematico con più cantine di tutto il Centro Italia. “Bella Pensata”, verrebbe da dire. E se il vino è il protagonista indiscusso (con banchi d’assaggio, convegni e masterclass tematiche) il resto del cast non scherza: show cooking, musica dal vivo, street food, laboratorio sensoriale per i più piccoli, impegno sostenibile Un programma che definire “eclettico” è quasi riduttivo, ma che rende bene l’idea di un evento pensato per accompagnare l’ospite dall’aperitivo pomeridiano fino alla mezzanotte, senza un attimo di noia. Il bilancio finale, va detto senza tirarla per le lunghe, è di quelli che fanno scuola: ENOTIRINO non cresce soltanto in numeri, cresce in struttura, in visione, in capacità di trasformare un borgo dell’Abruzzo interno in un modello di rinascita replicabile. Non è narrazione, non è marketing da comunicato stampa: è un paese che tre anni fa non aveva una vocazione enoica riconosciuta e che oggi si gioca, a pieno titolo, il ruolo di riferimento del Centro Italia. Appuntamento, direi, al 2027. LA MASTERCLASS: “La prima Docg d’Abruzzo: le Colline Teramane tra Gran Sasso e Adriatico”. COLLINE TERAMANE: stessa DOCG, mille facce. Partiamo da un dato che a molti sfugge, e che invece è la chiave di tutto: le Colline Teramane non sono una collina sola. Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano: quattro vallate che scendono dal Gran Sasso fino all’Adriatico come dita di una mano aperta, disegnando in pochi chilometri un ventaglio di altitudini, esposizioni e suoli che altrove, in Abruzzo, semplicemente non esiste con questa densità. Ed è forse proprio per questo che in questa DOCG (la prima e per anni unica di tutta la regione, arrivata nel 2003 dopo la sottozona del 1995) il territorio non è mai uno sfondo neutro davanti a cui il vitigno recita sempre la stessa parte. È un protagonista capriccioso, che cambia copione comune dopo comune, a volte vigna dopo vigna, e Voi dovete imparare a fidarVi del bicchiere più che della mappa. Prendete i vini della fascia costiera, quelli che nascono a manciate di chilometri dal mare: hanno un che di salmastro, quasi iodato, un’eco salina che si insinua tra il frutto e ti resta in bocca come il ricordo di una passeggiata sul bagnasciuga. Spostatevi verso l’Appennino, sulle colline più alte e interne, dove l’aria si fa più magra e le notti più fresche, e lo stesso identico vitigno racconta tutta un’altra storia: pienezza diversa, sapidità più dura, una mineralità meno rotonda e più tagliente, quasi calcarea. Stesso Montepulciano, stesso disciplinare, stessa provincia…due mondi che a stento si riconoscono fratelli. E badate bene: non parliamo di distanze siderali. Nell’alto teramano, lì dove pochi comuni stanno stretti attorno a un pugno di colline, pur con metodi di lavorazione e affinamento anche molto diversi da un’azienda all’altra, i vini mantengono un filo conduttore gustativo che li rende immediatamente riconoscibili come fratelli di sangue. Lì il territorio parla più forte di qualsiasi scelta enologica. Ma basta spostarsi di pochi chilometri e la regola si ribalta e la mano del produttore diventa la vera protagonista, quella che decide se un vino sarà scorbutico o levigato, ruvido o accomodante. C’è chi, da queste parti, ha scelto la via più scomoda e affascinante: vasche di cemento, lieviti che nascono da soli in cantina senza essere invitati, nessuna filtrazione né chiarifica, affinamenti che si misurano in anni e non in mesi. Un approccio quasi monacale, che lascia parlare l’annata senza filtri anche quando l’annata ha qualcosa di scomodo da dire. A pochi chilometri di distanza, qualcun altro lo stesso vitigno lo veste con un abito più sartoriale, più levigato, più contemporaneo, cercando l’equilibrio tra potenza e finezza con la pazienza di chi sa che il tempo, in barrique come in botte grande, va rispettato e non forzato. Altrove c’è chi ha scelto il biologico non come etichetta di marketing ma come conseguenza naturale di un rapporto quasi affettivo con le piante. Più in alto, tra i 250 e i 300 metri, è l’altitudine da sola, più ancora della mano in cantina, a scolpire un profilo diverso rispetto ai vicini di pianura. E poi c’è chi ha fatto della struttura la propria cifra stilistica, dimostrando che potenza ed eleganza, nel Montepulciano, possono benissimo stringersi la mano senza pestarsi i piedi. Filosofie diverse, un solo disciplinare. Ed è proprio il disciplinare, va detto, a istituzionalizzare questa centralità della mano umana e del pezzo di terra specifico. Le Colline Teramane sono infatti l’unica denominazione abruzzese a misurare la resa per ceppo e non per ettaro e questo, unitamente all’imbottigliamento obbligatorio dentro la zona di produzione, evidenzia come qui non basti piantare Montepulciano, bisogna saperlo coltivare pianta per pianta, e vinificarlo restando fedeli, fino in fondo, al posto da cui viene. Il risultato è una denominazione che, più di altre in regione, si racconta attraverso le differenze piuttosto che attraverso un’unica identità di gusto: il mare che si fa sentire su alcune colline, la montagna che pesa su altre, e in mezzo una quarantina di aziende che, tra tradizione e sperimentazione, continuano a dimostrare, bicchiere dopo bicchiere, che in questo angolo d’Abruzzo il vino non è mai soltanto una questione di uva ma, sempre e prima di tutto, una questione di dove e, subito dopo, immancabilmente, una questione di chi. GLI ASSAGGI Cinque i vini in assaggio, cinque espressioni di Montepulciano da cinque annate, cinque quadri del Territorio dipinti da cinque mani differenti. Un caleidoscopio di emozioni a volte attese, a volte sconvolgenti per raccontare quelle Colline Teramane che troppo spesso il nostro sguardo dimentica perdendosi tra l’Adriatico e la montagna. Date una letta alle mie personalissime note di assaggio, prendetele come sempre con molle molto lunghe e…correte ad assaggiare di persona.   – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “YANG” 2023, BARBA: se aprendo certe bottiglie Vi viene voglia di scusarVi con il vino per la fretta beh, con lo “YANG” non correte questo rischio. Rosso di quasi impazienza di scurirsi, dinamico come vuole la filosofia tradizionale cinese, nel bicchiere sembra muoversi anche da fermo. Amarena, prugna appena scura e un soffio di mora sono le prime note ad arrivare. E dietro la frutta quella nota ferrosa che è un po’ la firma di questo vino, roba da scomodare sangue, chiodi arrugginiti, temporali… Non è un difetto, è la mano che stringo dopo esserti tolto il guanto. In bocca è un contadino che non si è ancora cambiato d’abito, di rustica eleganza, segnato da un tannino vivo, appena ruvido, che osa grattare prima di acquietarsi. Un sorso sorretto dalla verticale freschezza e che non ha alcuna paura del frigorifero. È un vino che parla ancora dialetto, non ha studiato le buone maniere del legno lungo, e proprio per questo convince. La gioventù, qui, non è un limite da perdonare ma la sua condizione naturale, il momento in cui questo “YANG” dà il meglio di sé, prima che il tempo lo ingentilisca e forse lo addomestichi un po’ troppo. Bere lo “YANG” oggi vuol dire bere una Polaroid, un vino ancora acerbo nei modi ma già chiaro nelle intenzioni. Verrà forse il tempo dell’eleganza ma qui, oggi, si celebra la vita e la vita vale la pena di essere vissuta subito, fino in fondo al bicchiere. Siate il suo “YING”. 87–Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “NEROMORO” 2021 RISERVA, FATTORIA NICODEMI: il primo incontro non è fatto di effetti speciali, “NEROMORO” non cerca di sedurre con una successione ordinata di profumi riconoscibili, come una lista preparata per convincere chi assaggia. Ha piuttosto il carattere di un racconto in cui alcune pagine rimangono inizialmente chiuse. Serve aria, serve pazienza, serve quel piccolo intervallo in cui il vino smette di essere soltanto una bottiglia appena aperta e comincia a diventare una presenza. Il naso è un viaggio più che una fotografia. Non c’è il desiderio di stupire con una teatralità aromatica costruita a tavolino, piuttosto una progressione lenta, fatta di sensazioni che emergono una dopo l’altra. Il frutto appare maturo ma mai pesante, la parte speziata arriva come una traccia, mentre il lato più profondo del vino richiama qualcosa di antico, di rifugio, di pietra, sembra raccontare più il luogo che il vitigno. In bocca il “NEROMORO” trova la sua voce. Nessuna dimostrazione muscolare, ma l’ingresso è pieno, il sorso ha spessore. Il tannino è protagonista, fitto, ancora un po’ selvaggio come si conviene a quei rossi che osano sfidare il tempo, magari burbero ma accompagnato da una freschezza che evita ogni sensazione di staticità. Il vino procede lungo il palato con passo regolare, lasciando una persistenza che non è soltanto durata, ma memoria. In “NEROMORO” si conciliano la ricchezza del Montepulciano e un’idea di misura, la complessità e l’identità. Se fosse un film, la scena finale inquadrerebbe il bicchiere sul tavolo e una mano che lo ruota nervosamente quasi a voler estrarre emozioni da quell’ultima goccia che sporca il vetro. Dissolvenza al nero. “NEROMORO” arriva quando tutto il resto ha smesso di fare rumore. 87++ Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG 2017, ABBAZIA DI PROPEZZANO: ovvero: di come la fretta sia cattiva consigliera e di come, pure io😂, me possa sbajà. l primo istinto è arrendersi. Questa 2017 non ti tende certo la mano, addirittura la ritrae! Appena il naso approccia il bicchiere inciampa in un’ossidazione ostinata, quasi provocatoria e il vino sembra guardarti negli occhi e chiederti: “Sei sicuro di voler continuare?”. La tentazione è quella di archiviare il verdetto troppo in fretta e, mea culpa, confesso di averlo fatto (si! L’ho fatto e l’ho addirittura detto davanti a tutti). Ma la mia solita irriverenza mi ha anche fatto fare un salto nel vuoto, guardare oltre l’ostacolo…assaggiare. E quando ormai pensavo di aver capito tutto…è arrivata la bocca. Maledettamente viva, irriverente. L’acidità corre veloce, il sorso è dinamico, il tannino è presente ma non stanca, la salinità rimette continuamente in equilibrio ciò che il naso sembrava aver complicato. È come leggere un romanzo il cui primo capitolo ti aveva fatto dubitare di aver scelto il libro giusto e ritrovarti, cento pagine dopo, incapace di chiuderlo. E ho detto anche questo sospendendo il giudizio e mettendo un grosso punto interrogativo là dove avrebbe dovuto esserci un punteggio. La masterclass aveva i suoi tempi, altri vini dovevano riempire i bicchieri, il tempo scorreva e…e l’occhio tornava ogni tanto a quel calice. È bastato dimenticare il bicchiere sul tavolo, parlare d’altro, distrarsi, lasciare che il vino facesse il vino perché accadesse. Minuto dopo minuto quella scorza ossidata ha perso terreno. Non è scomparsa, per carità, sarebbe stato troppo facile, ma è rretrata. Come una porta pesante che cigola lentamente sui cardini lasciando filtrare una luce che all’inizio non avevi nemmeno immaginato, da dietro hanno iniziato ad affacciarsi spezie dolci, resine, tabacco chiaro, scorze essiccate, un soffio d’incenso, un frutto che non è mai protagonista. A quel punto il bicchiere sembrava aver cambiato latitudine. Le atmosfere si sono fatte misteriosamente medio-orientali. C’era qualcosa che ricordava i mercati delle spezie, le bancarelle di datteri e agrumi canditi, il profumo dell’ambra che rimane sospeso nell’aria dopo il passaggio di qualcuno. Non era un’esplosione aromatica ma una suggestione. Più che descrivere, evocava. Ora fatemi fare un balzo di tempi e di modi, e continuare con un presente che mi pare essere più adeguato. Tra olfatto e gusto c’è comunque una frattura, ma è proprio questa crasi a rendere il vino affascinante. Qui non c’è coerenza immediata, c’è un’evoluzione che bisogna conquistarsi. Serve pazienza, serve Curiosità e serve soprattutto la voglia di concedere una seconda possibilità. Perché questo Montepulciano non regala nulla a chi ha fretta. L’immagine che continua a tornare è quella dell’araba fenice. Non tanto perché rinasca dalle proprie ceneri, ma perché lo fa davanti ai tuoi occhi. Ogni minuto passato nel bicchiere è una piuma che ricompare, un colore che si accende, una forma che torna riconoscibile, fino a quando quello che sembrava un vino stanco si trasforma in qualcosa di sorprendentemente vitale. Non sarà il Colline Teramane più rassicurante, né quello che mette tutti d’accordo al primo sorso. Ma proprio per questo resta impresso. Perché obbliga a rallentare, a dubitare delle prime impressioni e ad accettare che alcuni vini, come certi personaggi dei grandi racconti, si fanno conoscere solo dopo aver superato la diffidenza iniziale. E quando finalmente decidono di raccontarsi, scopri che non parlavano la tua lingua Stavano semplicemente aspettando che fossi tu a imparare la loro. 85-Punti (perché, insomma…sono forse anche tantini) ma l’esperienza è stata unica come il bagno di realtà cui mi ha costretto. Da bere ascoltando “REALITY BATH” dei LAMB OF GOD. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “TORRE MIGLIORI” 2009, CERULLI SPINOZZI: sulla collina, quando arriva la sera, l’aria cambia odore, la terra smette di restituire il calore del sole e comincia a liberare ricordi. È una sensazione difficile da spiegare a chi l’Abruzzo lo attraversa soltanto. Questo Montepulciano sembra nascere proprio da quell’istante sospeso, quando il vigneto tace per lasciare la parola al tempo. Si accomoda nel bicchiere e schiude l’uscio dei profumi. Le spezie, impertinenti, sfrucugliano il naso graffiandolo con pepe da mortaio e lanciano un avvertimento: “Attenzione! Qui dentro c’è vita!” Il silenzio che segue è quello che precede i racconti belli. Dal fondo del calice si alzano il caffè appena tostato e la liquirizia, quella vera, quella che sa di radice e di mani sporche di terra. Le ciliegie sotto spirito sono quelle uscite dalla credenza della nonna, custodite per gli ospiti importanti e dimenticate lì abbastanza a lungo da trasformarsi in memoria liquida. Poi, quasi senza chiedere il permesso, un profondo graffio di mentolo attraversa tutto il quadro aromatico e, incidendo grassezze di cioccolato, gli restituisce luce, respiro, profondità. È un vino che dà l’impressione di aver vissuto molto, ma di non essersi stancato mai. Ogni anno trascorso in bottiglia non ha tolto energia ma eliminato il superfluo lasciando solo l’essenziale. In bocca cammina con la sicurezza di chi conosce ogni pietra della propria strada. Il tannino è ormai velluto che il tempo ha reso liso ma la freschezza continua a sostenere il sorso e la materia, scura di terra e ferro, non pesa mai. Tutto sembra intriso di una sana eleganza contadina, quella delle scarpe impolverate e delle giacche buone tirate fuori la Domenica, quella di chi preferisce una stretta di mano a un biglietto da visita, la dignità alle mode. Il finale è lungo, balsamico, quasi meditativo. Ritornano il caffè, la liquirizia, le spezie e quella freschezza mentolata che continua a rincorrerti anche quando il bicchiere è vuoto. Un vino adulto e coerente, capace di restituire il Territorio attraverso la sua parte più schietta: la materia, la speziatura, il frutto scuro e quella ruvida gentilezza che, quando il tempo riesce a metterla a posto, può diventare eleganza. 89 Punti con forse un + (perché me lo ricordavo appena più brillante). – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “VIZZARRO” 2003, BARONE CORNACCHIA: da un’annata memorabile per il calore e la nascita della DOCG, un vino che si presenta al naso come chi ha camminato a lungo sulle Colline Teramane, con il Gran Sasso alle spalle e il mare che di tanto in tanto manda un saluto salmastro, e ora si siede al tavolo senza chiedere permesso. Scuro in volto, segnato dal tempo come quei marinai che si ostinano a spicciare le reti con le loro dita nodose. È un racconto che non ha fretta, che sotto la copertina impolverata di necessaria ossidazione lasci si sfoglino pagine già lette ma ancora capaci di sorprendere. La confettura di prugne e le marasche sotto spirito hanno lasciato il posto a qualcosa di più inquieto e profondo, trasformando il frutto in quasi memoria. Quel ché di whisky arriva come una nebbia di ricordi, non grezzo ma intriso della dolcezza legnosa e leggermente bruciata di un bicchiere lasciato a metà su un vecchio tavolo, con la leggera traccia di alcol che si è fatta eleganza Accanto, si fa strada la noce moscata a precedere la liquirizia, quella nera e densa che ti resta attaccata alle dita, quella che sa di pomeriggi lontani e di dolci promesse. C’è tabacco, un filo di cuoio, un soffio di sottobosco umido e quella mineralità di pietra e di vento che le Colline Teramane non dimenticano mai, anche quando il tempo ha già fatto il suo corso. In bocca è il tempo a controllare la potenza. Il sorso arriva pieno, carnoso, graffiato dalle note ossidative ma non pesante, i tannini sono setosi eppure presenti, come una stretta di mano ferma e l’acidità tiene tutto in piedi senza mai alzare la voce. Torna la frutta matura, più scura e seriosa, mentre spezie e torba portano il racconto lontano, verso un finale ostinato fatto di amaritudini e sapidità. Un vino di territorio, di famiglia, di tempo. Un vino che non ha perso la voce, un vino da ascoltare prendendo quasi tutto per buono e nulla sul serio fino in fondo. 88++ Punti. E QUINDI? E quindi eccomi qui a ringraziare ancora una volta ENOTIRINO (in primis nella figura di Giorgio D’Orazio” per avermi ospitato ancora una volta a quello che sembra proprio avviarsi a diventare l’Evento enoico più importante del centro Italia. Cura, passione, voglia di raccontare un Abruzzo che merita certo altri spazi e panorami ben più ampi, questo c’è alla base di ENOTIRINO e il tempo sembra voler dare ragione alla tenacia degli Organizzatori. Io ho già messo in agenda l’Edizione 2027 e, fossi in Voi, mi terrei libero per l’ultimo fine settimana del prossimo anno, Bussi ci aspetta Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle. Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle.

  ENOTIRINO Da Bussi sul Tirino ha mosso i primi passi la storia del vino di tutta una Regione, a Bussi il Montepulciano e il Cerasuolo raccontano autenticità e Tradizione, il Pecorino ha trovato casa e il Trebbiano non è mai stato solo un nome E a Bussi sul Tirino c’è un giorno dell’anno in cui succede una cosa piuttosto curiosa: un paese tranquillo, che per anni ha conosciuto solo veleni e menefreghismo, dove normalmente il tempo sembra avere un passo diverso, viene improvvisamente invaso da calici, bottiglie, vignaioli, appassionati, curiosi e persone che sostengono di voler “fare solo un giro” (e la frase “solo un giro”, nel mondo del vino, ha più o meno la stessa affidabilità di un navigatore che dice “tra cento metri svoltare a destra” mentre ti sta portando dentro un campo). ENOTIRINO nasce e cresce grazie alla volontà di Giorgio d’Orazio, Luca di Carlo e Marco Giuliani (Associazione ENOTIRINO ETS) e dalla collaborazione fattiva del Comune di Bussi. Giunto quest’anno alla sua terza Edizione, il Wine Festival ha scelto la strada meno ovvia di mettere il vino dentro un territorio e non il territorio dentro un evento. Il 29 agosto il centro storico di Bussi sul Tirino è diventato dunque una grande mappa del vino abruzzese, con oltre 70 cantine, più di 100 espositori, degustazioni, incontri, musica, cucina e prodotti tipici. La cosa interessante è che ENOTIRINO non sembra nato con l’ossessione di essere “grande” ma con l’idea, forse più complicata, di essere riconoscibile. Perché qui non si mette semplicemente una fila di banchi con delle bottiglie sopra. Il vino segue un percorso, attraversa luoghi, sale storiche, palazzi, piazze. Castello Cantelmo, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani diventano tappe di un viaggio tra aree vitivinicole diverse: Colline Pescaresi, Colline Teramane, Colline Teatine, Casauria, Terre Aquilane. Una specie di atlante del vino abruzzese fatto con il vetro dei calici invece che con la carta. E forse la parte più interessante di ENOTIRINO è proprio quella di raccontare una regione che spesso ha avuto bisogno di spiegarsi troppo. L’Abruzzo del vino non è una cosa sola, non è solo Montepulciano, non è solo Trebbiano, non è solo Cerasuolo. È una terra lunga e complicata, fatta di montagne che guardano il mare, vallate nascoste, microclimi, storie familiari e produttori che spesso hanno passato più tempo in vigna che davanti a una telecamera. Durante la giornata non sono mancati gli appuntamenti “seri”, gli incontri dedicati alla cultura del vino, le masterclass, gli showcooking, i momenti di approfondimento e quelli dedicati ai bambini, ma il bello è che tutto convive con il resto. Perché dopo una impegnativa masterclass della DOCG Colline Teramane può capitare tranquillamente di ritrovarsi davanti a un banco di street food, con una band che suona e qualcuno che sta ancora cercando di capire quale fosse esattamente il vino che aveva detto di voler ricordare. È la vecchia storia delle feste riuscite: a un certo punto il programma ufficiale perde il controllo e prende vita qualcosa di diverso. Un produttore che racconta una vendemmia, un visitatore che scopre una cantina mai sentita nominare, una bottiglia aperta “per curiosità” che diventa la sorpresa della giornata. ENOTIRINO sembra funzionare proprio perché non prova a mettere il vino in una teca, lo lascia stare in mezzo alle persone, lo riporta alla sua dimensione più antica, quella dell’incontro. Anche il nome, alla fine, dice tutto. Il Tirino è un fiume, e un fiume non sta fermo, passa, collega, porta con sé storie diverse. Forse è questa l’idea più bella della manifestazione: costruire un punto dove territori differenti possano incontrarsi senza perdere la propria identità. La terza Edizione arriva quindi con una responsabilità non semplice: quella di confermare un appuntamento che in pochi anni ha già trovato un suo carattere. Non essere l’ennesima festa del vino, ma una festa dove il vino è il pretesto per raccontare un pezzo d’Abruzzo. Poi, naturalmente, c’è sempre il rischio di quella frase famosa: “Assaggio quest’ultimo e poi vado”. Ma anche questa, nel mondo del vino, appartiene più alla narrativa che alla realtà. LA PRIMA MASTERCLASS: Spumanti delle province abruzzesi, fra tradizione e contemporaneità. BOLLE D’ABRUZZO: STORIA E GEOGRAFIA DEL METODO CLASSICO. In quell’Abruzzo stretto tra il Gran Sasso e l’Adriatico, la Bollicina non è una moda arrivata ieri sull’onda del Franciacorta o del Trento Doc. È una storia lunga, silenziosa, fatta di gente di casa prima ancora che di cantine. Perché sì, andate a chiedere ai vecchi di Teramo e vi racconteranno che il Montonico, quel vitigno bianco quasi dimenticato che profuma di erbe di montagna, lo si “spumantizzava” già in famiglia, per la festa, per il matrimonio della figlia, per Natale. Non era un Prodotto, era un Rito. E infatti non è un caso che sia stata proprio la provincia di Teramo, tra Colli e Val Vibrata, a dare il via, nei primi anni ’80 del secolo scorso, ai primi timidi tentativi di fare le cose sul serio: bottiglia, rifermentazione, lieviti. Il primo vero Metodo Classico abruzzese nasce lì, tra artigiani autodidatti che si procuravano le pupitre come reliquie e imparavano a maneggiare la sboccatura senza aver mai fatto un corso in vita loro. Gente che scopriva, quasi per caso, che la Passerina, acida, nervosa, mai doma, era perfetta per fare le bolle molto prima che diventasse di moda scriverlo sulle etichette. Da lì l’incendio si è propagato a macchia di leopardo su tutto il territorio regionale, ma con un ritmo tutto abruzzese: lento, cocciuto, mai uguale a sè stesso. Bisogna aspettare gli anni Duemila, e in particolare quel decennio a cavallo tra il 2005 e il 2010, perché la spumantizzazione smetta di essere un’avventura da autodidatti o un servizio affidato ai centri specializzati del Nord Italia e diventi finalmente un mestiere fatto in casa propria, con le autoclavi e le cantine di pertinenza. È in quegli anni che nasce a Bisenti, nel Teramano, per mano della sperimentazione pubblica regionale, il primo spumante interamente abruzzese ottenuto dal Montonico: un piccolo grande spartiacque, più identitario che commerciale, ma fondamentale per capire quanto la Regione credesse già allora nella propria Uva. E qui viene il bello, perché l’Abruzzo del vino non è mai uno solo: è quattro Abruzzi che si guardano, si assomigliano e insieme litigano dolcemente, ciascuno con la propria idea di Bollicina. A Teramo, culla di tutto, il Metodo Classico resta ancora oggi il più radicato nell’anima contadina di montagna: il Montonico, la Passerina, un’acidità che nasce dalle escursioni termiche delle Colline Teramane a ridosso del Gran Sasso, restano la cifra di una spumantistica che sa ancora di casa, di famiglia, di lunga permanenza sui lieviti quasi per tradizione più che per calcolo enologico. È il Territorio che ha inventato tutto e che, con understatement tutto abruzzese, continua a farlo senza troppo clamore. Poi c’è L’Aquila, ed è qui che la faccenda si fa affascinante per chi ama le storie di frontiera. Perché stiamo parlando della provincia più alta, più fredda, più “alpina” se mi passate il termine improprio, dell’intero Centro Italia: altipiani che sfiorano i settecento-ottocento metri, notti che d’estate ti fanno tirar fuori la felpa. Un habitat che più che al Montepulciano strizza l’occhio a vitigni come lo Chardonnay, il Pinot Nero e perfino il Kerner, coltivati in piccoli fazzoletti di vigna dove il Metodo Classico trova finalmente le condizioni climatiche che altrove, in Abruzzo, bisogna quasi inventarsi. Bollicine più verticali, più fredde, più “di montagna” nel senso più letterale della parola: qui la Marca abruzzese somiglia, per una volta, più all’Alta Langa che alla costa adriatica. Scendendo verso Pescara, la storia cambia ancora pelle. Qui la spumantistica si è fatta strada tra le colline del Casauria e le nuove sottozone del Montepulciano che stanno guadagnando identità propria, e convive con un tessuto fatto di piccole realtà diffuse e di agricoltura di collina che guarda al mare. Pecorino, Passerina e Chardonnay si intrecciano qui in Metodi Classici più mediterranei, più caldi nel frutto, meno spigolosi di quelli aquilani, mentre non manca chi sperimenta anche il Montepulciano stesso in chiave rosé, cercando quella freschezza che il vitigno principe abruzzese non sempre lascia intuire a chi lo conosce solo nella versione ferma. E infine Chieti, la provincia più vasta e più vitata di tutta la Regione, quella dei grandi numeri e delle cooperative storiche che per decenni hanno fatto la fortuna (e anche, diciamocelo, un po’ l’ombra) dell’enologia abruzzese. È qui che negli ultimi quindici, vent’anni la spumantistica ha fatto il salto più imponente in termini quantitativi, complice proprio la capacità industriale di queste realtà di investire in autoclavi e in progetti identitari (pensiamo al marchio collettivo dedicato agli spumanti regionali voluto dal Consorzio di Tutela, pensato soprattutto per il Metodo Italiano ma capace di accendere i riflettori anche sul Metodo Classico che cresceva, silenzioso, all’ombra dei grandi volumi). Proprio a Chieti, tra Ortona e la fascia costiera, convivono oggi Metodi Classici di taglio più contemporaneo, spesso a base di Chardonnay in purezza o di Pecorino, accanto alla spumantistica più industriale e “facile” che guarda al consumo quotidiano. Ecco, se dovessi raccontarvi l’Abruzzo delle Bollicine con un’immagine sola, userei proprio questa: quattro Territori che dalla stessa urgenza, raccontare l’Uva locale in una veste diversa da quella ferma a cui siamo abituati, hanno tirato fuori quattro caratteri diversi, quattro dialetti dello stesso Metodo. Teramo che inventa e conserva, L’Aquila che raffredda e verticalizza, Pescara che media tra collina e mare, Chieti che moltiplica e industrializza senza però rinunciare, negli ultimi anni, a cercare anche lei la propria Qualità artigianale. Una Storia giovane, se paragonata ai secoli di Champagne o ai decenni di Franciacorta, ma proprio per questo ancora tutta da scrivere e da bere, ovviamente, un calice alla volta. GLI ASSAGGI Quattro Aziende per otto spumanti, questa la linea conduttrice di una masterclass introdotta da Giorgio D’Orazio e condotta poi “a braccio” dagli stessi Produttori che hanno evidenziato come il mondo della spumantizzazione sia un’effervescenza cui è quasi necessario prestare attenzione (se non altro per adeguarsi alle richieste del mercato). Otto spumanti sensibilmente diversi tra loro per impostazione, filosofia produttiva, vitigni, tempistiche… Otto spumanti che Vi invito a provare personalmente e che provo a riassumerVi nelle mie consuete e personalissime note di degustazione. – SPUMANTE METODO CLASSICO “D’ORA 23” BRUT 2024 (SOLO MAGNUM), DORA SARCHESE (CH): la trama delle bollicine veicola al naso fiori bianchi, scorza di cedro, una mela decisamente più matura di quanto mi aspettassi e una vena erbacea che richiama il vitigno senza mai diventare invadente. I lieviti arrivano dopo e più che il pane appena sfornato sembra vogliano raccontare di pizza e focacce mentre la mandorla fresca e un’idea di pasticceria secca accompagnano senza coprire. In bocca entra morbido ma non si accomoda, richiama con buona precisione i descrittori olfattivi sottolineando un agrume che però ricorda un po’ le caramelle fizz al limone e lascia che l’acidità alzi la voce disegnando una progressione verticale che trascina il vino verso un finale di salina mineralità appena adorno di amaricanti dolcezze. 84+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “ESMERY’S” BRUT 2016 (sboccatura 2026), DORA SARCHESE (CH): dieci anni di reclusione con i lieviti sono tanti, lunghi da contare anche per quella Cococciola che si picca di comunicare riconoscibilità territoriale prima ancora che acidità e slancio lasciando al Trebbiano e allo Chardonnay quello di equilibrare tecnicamente la cuvée evitando che la freschezza si trasformi in durezza e che la lunga permanenza sui lieviti appesantisca il sorso. La fine effervescenza veicola frutta bianca e agrumi ma è la componente evolutiva a segnare l’olfatto, con il registro del pane tostato a dare profondità a quei lieviti che, altrimenti, sarebbero solo pasticceria alla mandorla. In bocca cremosità e spinta acida si contendono il filo sottile dell’equilibrio, il dosaggio mantiene il vino “accessibile”, i lieviti ampliano la percezione tattile e la sapidità quasi piccante governa il finale. Un vino che, più che rinfrescare invita all’ascolto e alla pazienza, giovandosi di una temperatura meno “polare” per rivelare con maggiore chiarezza quella sua doppia anima territoriale e tecnica. Un vino tecnico ma non freddo, maturo ma non stanco. Più che un brindisi, un appuntamento. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA ROSÉ” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): Il calice si accende di un rosa che non urla, di quelli che sembrano tenere per sé un piccolo segreto, animato da un perlage fine, sottile, quasi timido nel salire. Dodici mesi sui lieviti gli regalano quel tocco satin che si percepisce già dal modo in cui la spuma si posa e si scioglie, morbida senza mai perdere nervo. Al naso arriva puntuale l’appuntamento con i piccoli frutti rossi: il lampone in prima fila, il ribes subito dietro a punzecchiare con la sua croccante acidità, la leggera fragranza del lievito ad accompagnare. Il coup de theatre è quel guizzo di salvia che s’infila come lama vegetale allontanando il naso da ogni tentazione di dolcezza compiacente per ricordargli che Ed è qui che il vino si fa interessante, perché tra un frutto e l’altro s’infila un guizzo di salvia, una vegetalità sottile che rinfresca il naso e lo allontana da ogni tentazione di dolcezza compiacente: erbaceo quanto basta per ricordarti che sei ancora in Abruzzo, tra le vigne e non in pasticceria. Il sorso conferma e rilancia: fresco, teso, con un’acidità che il Montepulciano di montagna sa regalare senza sforzo e che qui, complice quel dosaggio ZZero “senza trucco e senza inganno”, trova le condizioni ideali per mostrarsi senza filtri. Lo scheletro è snello, scattante, disegnato apposta perché nulla si frapponga tra il palato e la sensazione di freschezza che rimane a lungo, richiamando ancora il ribes in quel suo finale sapido che invita al sorso successivo. Un vino per quando si è ancora lucidi abbastanza per ricordare quanto Lavoro e quanto Territorio ci siano dietro soli dodicimesisuilieviti. Un piccolo manifesto della cantina (ma con ancora un bel po’ di strada da percorrere). 84++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): “CARTA BIANCA BOLLATA”, è una cuvée che porta addosso il peso (bello e forsanche ingombrante) di un’eredità storica, quella di un bianco peligno che qui ritrova finalmente un corpo e un nome. Trenta mesi sui lieviti sono tempo che scava. Via dunque la fragranza immediata: la crosta di pane c’è, si intuisce, ma resta un sottofondo, quasi nascosta dietro una cortina di acidità e quella mineralità che qui comandano la scena senza discussione. Il frutto non è quello acerbo e squillante da “young bubbles”, è evoluto, ha smesso di correre e si è seduto, richiamando con calma ed eleganza non esibita pesca matura e scorza d’agrume candita. E poi arriva la firma, quella che riconosci solo se sai cosa cercare: la chiusura erbacea, netta, quasi salvia e fieno appena tagliato, testimonianza di una vendemmia anticipata che ha voluto blindare la freschezza prima che il caldo se la mangiasse. Il sorso segue fedele quello che il naso ha promesso: teso, verticale, con una sapidità minerale che si prende la scena e lascia il frutto e il pane sullo sfondo, quasi per pudore. Difficile non pensare che, se Soldati fosse riuscito ad assaggiare quel Peligno Bianco che sempre gli sfuggì, quel “vino del desiderio”, quel vino che nessun vino vero potrà mai eguagliare, avrebbe trovato in questo calice qualcosa di molto vicino a quell’idea. Un vino per un brindisi alla Valle Peligna e a Mario soldati, ovunque sia, per quella caccia che avrebbe meritato un finale migliore. 86++ Punti e tantatanta stima. – SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO 2022, FARAONE (TE): l’identità aromatica dichiarata è nitida. La componente agrumata e la frutta bianca firmano l’estensione varietale della Passerina, la spumantizzazione porta in dote la crosta di pane, il finale appena amaricante impedisce alla beva di diventare accomodante. Non è un’amaritudine difettosa o scomposta, è piuttosto una coda che asciuga il palato e riporta il vino verso la tavola. La freschezza non resta astratta, la sapidità non si limita a fare volume e la cremosità della bolla non cancella la struttura. Un vino che, servito non ghiacciato fino al silenzio, in un calice che non confini il naso in una colonna di anidride carbonica, è in grado di rimanere lì, dove lo sprint della Passerina incontra la calma del tempo. Un vino privo di orpelli, che non concede una carezza zuccherina, piuttosto una stretta di mano. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ PAS DOSÉ “ROSA” 2021, FARAONE (TE): nel calice ha un’effervescenza che lavora di cesello e non di clava che porta al naso porta ricordi di piccoli frutti rossi, rosa canina e contrappunti panificati. Il sorso è fresco, scattante, sostenuto da un dosaggio zero che non concede sconti e lascia parlare l’acidità. L’appena di tannico è una sorpresa. Un’ombra, un accenno, quasi una firma nascosta che il Sangiovese lascia sulla bolla come per ricordarti da dove viene, come quelle note erbacee, leggerissimamente foglia di pomodoro, che affiorano appena sotto la superficie fruttata e danno al sorso una spigolosità intrigante, mai sguaiata. È il tannino che non ti aspetti in una bollicina, la crepa nel marmo che rende la statua più vera. E poi c’è il tempo. Perché versato e lasciato lì, nel calice, questo Rosé non sta fermo: si apre, si stira, si complica in senso buono, ampliando quanto percepito, pungendo appena con le spezie. Contronatura come tutti gli spumanti, dippiù pensandolo nato sulle argille delle Colline Teramane. Un Metodo Classico che non cerca la perfezione levigata da rotocalco, ma la verità imperfetta del vitigno che lo genera. 87- Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): un naso intriso di classicità pasticcera, brioche appena sfornata, pane croccante, un tappeto di mandorle e nocciole tostate… Poi si fa spazio la voce dei fiori, biancospino, glicine, un’eco dei campi delle Colline Pescaresi; una voce che pian piano cresce divenendo il fil rouge dell’olfatto, chetando i terziari con leggerezza e persistenza mentre agrumi maturi, pesca bianca, una nota di salvia e una mineralità salmastra fanno da contrappunto. In bocca il sorso è secco, vivo, voluminoso quanto serve. L’effervescenza è discreta, non invadente, e si accompagna a una freschezza ben calibrata e a una sapidità che pulisce e allunga. La beva è piacevole e progressiva, tornano il frutto e la pasticceria, mentre i fiori s’accostano alla mineralità e chiudono il cerchio con eleganza. Un vino che non cerca di imitare, che ha trovato la propria voce, coerente con l’Abruzzo e con quella “vinosophia” che ispira le produzioni di Franco D’Eusanio: piacevolezza accessibile, profondità senza peso, purezza senza rigidità. 85+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): rosato affatto da salottino, insistente nella sua frizzantezza, a comunicare sostanza e richiedere attenzione. Al naso, tra i lieviti e il frutto rosso che ci si aspetterebbe, spicca invece una nota rustica, quasi a rivendicare un’identità contadina, che non vuole saperne di tacere sotto l’eleganza da Metodo Classico, un ché di terra bagnata, di humus, di radice, di erbe di campo, austerità compita che richiama le Colline Pescaresi e il carattere delle genti d’Abruzzo. Al di sopra si fa balsamico quanto deve e speziato quanto serve a misurare l’oriente all’orizzonte, oltre la linea del mare. In bocca conferma tutto quello che il naso aveva promesso: ingresso deciso, struttura piena, un sorso mai accomodante, con un finale austero per carattere e non per durezza gratuita. Un rosé senza trucchi per smussare gli angoli, nessuno sconto, un rosé che ha aspettato il suo tempo per raccontare, senza vergogna, da dove viene: dalla terra, prima ancora che dalla cantina. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a ENOTIRINO (soprattutto nella figura di Giorgio D’Orazio) per avermi invitato ancora una volta a una manifestazione che “finalmente c’è”. ENOTIRINO è l’Evento dell’Abruzzo intero, dell’Abruzzo che lavora, dell’Abruzzo che vuole far sentire la propria voce e che ha finalmente argomenti concreti, dell’Abruzzo che sa essere richiamo e bussola. Ho già messo in agenda l’Edizione 2027 (se non altro per vedere finalmente Bussi restituito in toto alla comunità sotto il profilo urbanistico); e mi sono ripromesso ancora una volta di riuscire a viverlo con più calma, ché pure quest’anno c’ho avuto un sacco di ‘mpicci. E Voi? Che farete nell’ultimo fine settimana dell’Agosto 2027? Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta. Arrow Right Top Bg

10 Settembre, 2026

RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta.

  IL COSA E IL DOVE Agosto, nessuna tregua dal caldo cattivo di questa estate che sembra voler cancellare qualsiasi memoria precedente, mare “discutibile”, sete e voglia di rivedere vecchi amici presentandoli a nuovi. Mettete tutto questo in un secchio, agitate bene, salite in macchina con l’aria condizionata “a tutta callara” e dirigeteVi verso Chieti, con la segreta speranza che quel produttore noto per i mobili in kit impossibili da montare e per le polpette, lasci che un po’ di freschezza svedese arrivi cinquecento metri più su, dove RABOTTINI VINI E OLI custodisce 15 ettari di Abruzzo e dove Isabella mi sta aspettando per fare quattro chiacchiere e versarmi ancora una volta il vino. L’AZIENDA Sulle colline della provincia di Chieti, tra San Giovanni Teatino e il capoluogo, in quel punto dell’Abruzzo in cui la città prova a ricordarsi di essere campagna e la campagna, per prudenza, non si fida del tutto della città, esiste un’azienda agricola dove le piante vengono ascoltate. Non è una metafora (o almeno non completamente). RABOTTINI VINI E OLI è una storia abruzzese di piante, bottiglie e altre faccende perfettamente irragionevoli, una storia con un oggi datato 2009, una storia iniziata con Massimo (agronomo, fitopatologo, enologo, vignaiolo di quarta generazione…) che decide di tornare ai terreni di famiglia. Scelta senz’altro poetica, soprattutto se raccontata a cena, ma poi, quando arriva il lunedì mattina e bisogna potare, trattare, controllare, telefonare, compilare documenti e capire perché una cosa che ieri stava in piedi oggi ha scelto di sdraiarsi… Isabella (Iezzi), sua moglie, aveva una laurea in Scienze Politiche, un’esperienza nella consulenza finanziaria e un incarico nella pubblica amministrazione ma lascia tutto e si mette a lavorare nell’Azienda occupandosi dell’amministrazione, della logistica e, come in ogni azienda familiare che si rispetti, di qualunque cosa rimanga in piedi dopo le altre. Massimo sostiene di avere un rapporto diretto con le piante e queste, da parte loro, non hanno mai rilasciato dichiarazioni ufficiali e continuano a produrre uva e olive, il che lascia pensare che tale rapporto ci sia e funzioni. L’Azienda di Massimo e Isabella si estende per circa quindici ettari tra vigneti, uliveti, frutteto, bosco e altre porzioni di campagna che sembrano avere ciascuna un ruolo preciso anche quando nessuno riesce a spiegarlo. Cinque ettari di vigna (con tendoni di oltre dieci lustri), sei di ulivi, il resto bosco, tartufaia e quella liquirizia che qui cresce spontanea e viene trattata non come un invasore ma come un collaboratore di reparto. L’imbottigliamento comincia con il Montepulciano d’Abruzzo del 2011. Nel 2013 arriva il Trebbiano d’Abruzzo e nel 2015 il Cerasuolo d’Abruzzo. Le date sono ordinate. La vita intorno alle date, molto meno. Tutti vitigni autoctoni, scelti non per nostalgia ma perché, se si è in Abruzzo, tanto vale cominciare dall’Abruzzo. La cantina è completamente in legno, ha un giardino pensile, un impianto di fitodepurazione e un’aria generale da luogo in cui qualcuno ha preso una decisione molto precisa mentre gli altri stavano ancora discutendo il problema precedente. L’azienda è certificata biologica e lavora sulla vitalità del terreno, puntando alla sua riattivazione e a una gestione attenta delle piante. Quella di Massimo che usa gli essenziali per difendersi da mosca e peronospora potrebbe essere una scena che si svolge in un laboratorio segreto, con ragnatele, una lampadina impolverata appesa al soffitto e un uomo che indica una vigna dicendo: “Si può fare!”. In realtà si tratta di osservazione agronomica, sperimentazione e ricerca di un equilibrio meno dipendente dalla chimica di sintesi. La campagna non applaude, ma continua a crescere. È già una forma di approvazione. In cantina le cose procedono senza particolari effetti speciali. Fermentazioni spontanee, non un solfito in più, cisterna d’acciaio, poi bottiglia. Circa quindicimila bottiglie l’anno, abbastanza per non poterle contare una per una, non abbastanza per smettere di sapere da dove arriva ciascuna. I nomi delle etichette, “PER INIZIARE”, “A SALIRE”, “ED INFINE”, “PER CONCLUDERE” (“FICCANASO” quelli che vengono dalle vigne GGiovani), sembrano il programma di una serata che qualcuno ha provato a organizzare con troppo anticipo. In realtà raccontano il percorso del pasto. È un’idea semplice, quasi geometrica. Prima una bottiglia, poi un’altra, quindi il cibo, le persone, le opinioni non richieste e, infine, il momento in cui qualcuno dice che domani bisogna alzarsi presto. Il vino e l’olio, qui, non sono trattati come oggetti separati dalla vita dell’azienda. Sono il risultato visibile di una quantità notevole di lavoro invisibile, terreni da seguire, piante da capire, tempi da rispettare, attrezzature da pulire e decisioni da prendere quando la soluzione migliore non è particolarmente spettacolare. È il lato meno cinematografico dell’agricoltura e, proprio per questo, quello più interessante. L’olio occupa una parte importante del progetto. Dritta, Leccino, Intosso, Cucco e Gentile di Chieti, insieme a quella FS 17 alla cui ibridazione Massimo ha personalmente contribuito. Ci sono un blend e diverse interpretazioni legate alle singole cultivar quando l’annata lo consente. In altre parole, anche l’uliveto ha le sue gerarchie interne, le sue alleanze e probabilmente almeno una persona che non va d’accordo con nessuno. RABOTTINI VINI E OLI è una piccola azienda, ma non nel senso in cui “piccola” viene talvolta usato per dire irrilevante. È piccola come una stanza in cui tutti si conoscono e nessuno può fingere di non aver visto. Se qualcosa va storto, lo sanno tutti, se qualcosa riesce lo sanno tutti lo stesso. Il vantaggio è che non ci sono molti posti dove nascondere la responsabilità, lo svantaggio è identico. Si può visitare l’azienda, acquistare i prodotti, partecipare a una degustazione e attraversare una campagna che non sembra costruita per impressionare nessuno. Non ci sono grandi promesse. C’è un progetto biologico, una cantina in legno, un giardino sul tetto, un sistema di fitodepurazione e una famiglia che da anni prova a fare le cose secondo una propria logica. A volte la logica funziona, a volte bisogna aspettare, a volte una pianta ha un’opinione diversa. Il punto, alla fine, è proprio questo. Rabottini non cerca di trasformare l’Abruzzo in qualcosa di più elegante, più moderno o più facile da spiegare. Lo lascia complicato. Lo lascia agricolo. Lo lascia pieno di colline, vento, liquirizia spontanea, ulivi, parenti, burocrazia, bottiglie e decisioni prese davanti a una pianta. E se dopo la visita qualcuno domandasse quale sia il segreto dell’azienda, la risposta potrebbe essere molto semplice: nessun segreto. Solo Massimo, Isabella, quindici ettari di terra e una quantità ragionevole di ostinazione. Il resto, come spesso accade, lo fanno le piante. E loro, a quanto pare, sanno il fatto loro. I VINI Quanti ne ho assaggiati? Tanti! Quante volte li ho assaggiati? Tante (tranne il Cerasuolo, nel quale ho ficcato il naso per la prima volta), anche perché raramente mi sono imbattuto in vini più vivi di quelli di Massimo, capaci oggi di “morire” nel bicchiere per risorgere a vita nuova domani o il mese prossimo. Volete sapere delle annate? Quelle in commercio sono per cuori forti e senza macchia. Volete sapere perché tra tanti ne troverete solo due? Perché, soprattutto dopo aver assaggiato i campioni di vasca delle annate che saranno, Trebbiano e Cerasuolo hanno evidenziato analogie sorprendenti, tali da farmeli considerare “gemelli diversi” e perché il Montepulciano d’Abruzzo DOC “ED INFINE” 2018 mi ha spiazzato con una prima bottiglia boh (ma a mio modo di vedere “spaziale”) che è diventata mistero insondabile quando ho ficcato il naso nella seconda, per cui…”cidevodapensareunbelpo’”. Dunque due vini declinati in due “gialli da ombrellone”, dategli una letta e correte ad assaggiarli. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017. Il caso della bottiglia che sapeva troppe cose. La bottiglia era sul tavolo quando sono entrato. Non ricordo di averla invitata, ma era lì. Gialla, silenziosa, con quell’aria da oggetto che ha già sentito la domanda e sta valutando se valga la pena rispondere. «È il Trebbiano?» ho chiesto. Nessuno ha risposto. La bottiglia, però, sembrava divertita. Ho versato. Il vino è sceso nel bicchiere senza fretta, come qualcuno che conosce il posto e non ha bisogno di presentarsi. Il primo odore è stato quello di un’ossidazione netta, inattesa, quasi una porta aperta su una stanza in cui non avevo programmato di entrare. Voluta o no, la nota era lì, non chiedeva permesso e non sembrava intenzionata a uscire. A quel punto, secondo la procedura, avrei dovuto agitare il bicchiere, prendere tempo, assumere l’espressione di chi ha capito qualcosa. Ho agitato il bicchiere. L’espressione è arrivata da sola. L’ossidazione non copre il vino, gli fa da sfondo. Dietro, o dentro, si affacciano fiori bianchi, mela renetta, nespola, sambuco, agrume amaro e liquirizia. Non compaiono in ordine alfabetico, arrivano come testimoni convocati per una faccenda che nessuno vuole spiegare fino in fondo. La mela sembra aver passato una giornata difficile, la nespola mantiene un certo contegno, il sambuco osserva dalla finestra, l’agrume non si fida di nessuno, la liquirizia aspetta la fine, che è il suo mestiere. Il vino viene da Rabottini, ma in questo momento Rabottini è fuori campo, restano l’annata, il bicchiere e il comportamento del liquido. Il 2017 non sembra intenzionato a svolgere il ruolo del bianco giovane, allegro e disponibile. Non sorride al primo incontro, non racconta barzellette, non si mette una giacca chiara per sembrare più estivo. «Sei un Trebbiano?» ho domandato. La bottiglia non ha risposto. «Perché ti chiami “PER INIZIARE”?» Ancora niente. Il vino, tuttavia, si è mosso. Al palato arriva sostanzioso, quasi compatto. Non pesante: compatto. È una differenza importante. Il peso cade verso il basso, la compattezza resta insieme. Qui c’è una materia che non si disperde, sostenuta da un equilibrio preciso e da una scorrevolezza che non si annuncia, si scopre dopo, quando il sorso è già passato e il bicchiere sembra avere ancora qualcosa da dire. La bocca riprende ciò che il naso aveva lasciato sul tavolo. La parte ossidativa non era una trovata teatrale, il frutto non era un diversivo, l’agrume amaro non stava lì per fare atmosfera. Tutto torna, più o meno, come in quelle storie in cui i personaggi sembrano muoversi a caso e poi, all’ultimo momento, si scopre che avevano seguito un piano. Oppure che non c’era nessun piano, e due cose, nel vino, possono assomigliarsi parecchio. Il sorso ha una consistenza quasi fisica, ma non cerca di occupare tutta la stanza. Passa, resta, si ritira. L’acidità tiene la linea. La chiusura allunga il discorso senza alzare la voce. Non è un vino costruito per ottenere un consenso immediato, è un vino che preferisce lasciare un dubbio ben formulato. E il dubbio è questo: quanto deve essere tranquillo un Trebbiano per potersi permettere di essere così poco tranquillo? L’annata 2017, qui, non appare come un numero sull’etichetta. È un comportamento. Ha una maturità che non coincide con la dolcezza, una profondità che non ha bisogno di scurirsi e una parte amaricante capace di tenere il vino lontano dalla comodità. Non è rustico, ma non è neppure pettinato, se ne sta lì con i capelli in ordine sufficiente per non essere fermato dalla polizia. A un certo punto ho provato a lasciare il bicchiere da parte. Era un gesto ragionevole. Il bicchiere è rimasto sul tavolo. Dopo qualche minuto il vino sembrava più disposto a parlare, che è una delle ragioni per cui si lasciano respirare le cose. L’ossidazione si è fatta meno frontale, mentre fiori, frutto, erbe e liquirizia hanno trovato una distanza più leggibile. Non una riconciliazione, una tregua. È qui che “PER INIZIARE” smette di essere soltanto il nome di una bottiglia e diventa una specie di istruzione mal tradotta. “Inizia pure”, sembra dire, “ma non aspettarti che io faccia tutto il lavoro. Io sono qui. Il resto dipende da quanto tempo hai, da quante domande vuoi fare e dalla tua capacità di non scambiare la facilità per chiarezza.” Un vino laterale, non accomodante, con una personalità abbastanza forte da non doverla spiegare ogni trenta secondi. La bottiglia è rimasta sul tavolo ancora un po’. Quando sono uscito, non aveva cambiato posizione. O forse sì. Non abbastanza da poterlo dimostrare. 89++ (che sono quasi 90), ma il punteggio, davanti a una bottiglia così, ha l’aria di un documento lasciato in una stanza sbagliata, dice qualcosa ma non tutto. Da bere ascoltando “LET’S GET IT STARTED” dei THE BLACK EYED PEAS. p.s. a Isabella piace di più la 2015, ma io non sono Isabella. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “A SEGUIRE” 2022. Il caso del rosato che non aveva intenzione di comportarsi da rosato. La bottiglia era arrivata senza preavviso. Nessun biglietto, nessuna telefonata, nessun uomo col cappotto fermo dall’altra parte della strada. Solo lei, sul tavolo, con l’etichetta rivolta verso il muro e un colore che, a prima vista, sembrava aver già superato una certa quantità di problemi. “A SALIRE?” ho chiesto. La bottiglia non ha risposto, ma non sembrava nemmeno sorpresa. Dalla bottiglia al bicchiere dopo un breve tuffo. Il colore è un rosso-granato pallido, con quella tonalità che costringe il degustatore a rivedere alcune convinzioni e il fotografo a spostare due volte la lampada. Non è il rosa che si mette in posa, è più vicino a un rosso che ha deciso di mantenere un profilo basso. Il primo naso non è accomodante. Arrivano erbe secche, una traccia di fungo, un tocco di ciliegia rossa e il pepe. Non entrano insieme, si presentano a gruppi separati, come persone che hanno litigato nel parcheggio e ora devono fingere di essere venute alla stessa festa. La nota di fungo è lì, precisa, senza cercare di diventare elegante, le erbe secche aggiungono una distanza quasi autunnale, la ciliegia prova a riportare il discorso verso qualcosa di più familiare, ma il pepe la interrompe. Nessuno sembra avere il controllo della riunione. È una buona notizia. La gradazione indicata è di 16% vol. ed è una notizia meno buona (per le gambe). A quel punto ho riguardato il bicchiere. Il vino non si era mosso, ma qualcosa era cambiato. Forse la luce, forse il vino, forse io, che è sempre l’ipotesi più difficile da dimostrare. Al palato “A SALIRE” non si presenta come una parentesi leggera, ha una consistenza riconoscibile, una concentrazione che resta anche dopo il primo impatto e una trama tannica che lavora sotto la superficie. Non è un rosato travestito da rosso ma un vino che ha smesso di preoccuparsi della distinzione e procede secondo una logica propria. «Sei ancora giovane?» ho domandato. Il bicchiere ha continuato a non rispondere. L’età, in questo caso, non è un numero ma un atteggiamento. La struttura tannica dà al vino una forma precisa, non è aggressiva ma neppure decorativa. Si percepisce nella trama, nel modo in cui il sorso si allarga e poi si ricompone. La concentrazione tiene il centro, il tempo si occupa dei margini. È il genere di Cerasuolo che mette in difficoltà chi ha bisogno di una definizione rapida. Rosato? Sì, per denominazione. Rosso pallido? Anche. Vino da bere senza pensarci? Non proprio. Vino da bere pensando troppo? Neppure. “A SALIRE” appartiene a quella categoria più scomoda dei vini che pensano di poter fare entrambe le cose, dare una sensazione netta e lasciare una domanda aperta. Il 2022, in questa bottiglia, sembra avere scelto la strada della maturità. Non la maturità dei discorsi solenni, delle tende pesanti e dei mobili scuri, una maturità più pratica, da persona che arriva in anticipo, si siede in fondo alla stanza e osserva tutti gli altri fare confusione. Nel bicchiere il vino continua a cambiare, ma non concede una trasformazione spettacolare, non c’è il colpo di scena con la musica che sale, ci sono piuttosto una serie di piccoli spostamenti: una nota che arretra, un’altra che si fa più leggibile, il frutto che resta in piedi mentre intorno aumentano le ombre. La cosa più riuscita è la coerenza tra colore, naso e bocca. Il rosso-granato pallido non promette un vino semplice e il vino non prova a smentirlo. La concentrazione sostiene il sorso, tannini gli danno una linea e l’evoluzione gli impedisce di scivolare nella banalità. Non è una bottiglia che cerca di piacere a tutti. Probabilmente non ha mai compilato il modulo. Ma non è nemmeno un vino chiuso, ostile o compiaciuto, è semplicemente poco interessato alle buone maniere quando le buone maniere significano togliere qualcosa al carattere. Quando sono tornato al tavolo, la bottiglia era ancora lì. L’etichetta questa volta guardava verso di me. Non ho fatto domande. 88 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Isabella e Massimo per la disponibilità, il tempo che sanno sempre trovare per raccontare il bello che è fare vino e fare olio. Grazie per quel loro lavoro che semplicemente consumiamo per il nostro edonismo e per comunicare il quale io non riesco a trovare che poche e inadatte parole. Se passate da Chieti e siete stanchi di scaffali contenenti prodotti con poche vocali, fate un upgrade di un minuto e regalateVi l’emozione di un francobollo di Abruzzo, viceversa cercate i loro vini e i loro EVO e…programmate quell’upgrade per l’appena possibile. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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3 Settembre, 2026

"AMORMIO" 2023, BELLICOSO. La Barbera è femmina.

  La Barbera della mia infanzia era quella che lo “zio matto” mi mischiava con l’acqua, nera da macchiare il bicchiere, “mossa” come le mode di oggi rifuggono. Spiritosa, smaliziata, forse affascinante. Aveva un ché di erotico, proibito come gli sguardi lanciati di nascosto ai calendari dei meccanici o dei barbieri, alle pagine dei cataloghi Postal Market o Vestro. Sapeva “dei grandi”. Poi sono cresciuto e le nostre strade si sono divise, altri vini nel bicchiere. Più anni sulle spalle io più “raffinata” lei. Schiava del mercato ha dato retta a Produttori che in lei cercavano opulenze fuori contesto, che negli spigoli vedevano difetti. Antonio (Bellicoso) da Montegrosso d’Asti è persona schiva, di educata eleganza, sembra quasi vergognarsi di essere un Produttore. Ché “Produrre” presuppone “sfruttare” e lui ha un qualcosa di “comunista” nel modo di condurre la vigna: cura il bene comune dando al singolo secondo i propri bisogni (“ad vitem” potremmo dire). E le piante lo ripagano con succhi che raccontano percorsi di radici profonde, sentieri linfatici che trasportano il Monferrato nel bicchiere. Sono vini che raccontano il Territorio con personalità, senza scimmiottare. E se l’etichetta del Grignolino invita a meditare su chi è il padrone, quella della Freisa lo fa a muso duro… E la Barbera? La Barbera è “the dark side of Antonio”, la sua faccia oscura ma, allo stesso tempo, lo specchio che illumina le nostre notti. Due declinazioni (non a caso il suo “MERUM” scomoda il latino) per uno stesso genere “FEMMINA”. Il legno da una parte, l’acciaio dall’altra, il guanto di velluto da una parte quello d’arme dall’altra, l’uno per l’altro a celare il pugno di ferro di una valchiria. “MERUM” e “AMORMIO”, gemelli diversi… Dell’uno e dell’altro ho già detto (qui, qui e qui) ma mi scappava di dedicare una pagina al secondo e appena qualche parola in più al suo Produttore perché… Perché si! “AMORMIO” è un’etichetta rossa e un cuore nero, un tatuaggio, un erotico neo sulla pelle, un invito più che una dichiarazione, celato ai più, rivelato ai pochi. Trasuda passione, annebbia la vista, obnubila la ragione. E alla passione non bastano gli occhi (quelli, quasi non le servono), la passione vuole mani, odori, sapori… Le prime per impugnare il bicchiere in un gesto di possesso carnale; per i secondi ci vuole il naso, quello che dà impiccio durante i baci che la bocca regala alternandoli ai morsi, quella bocca cui lasciamo il compito di incidere una memoria tattile fatta di cicatrici gustative. Al naso è subito l’aspra ciliegia, lolita immatura, a sottolineare quell’acidità identitaria che un pelo d’alcol trasforma da sussurro a urlo strozzato e poi… Poi eccolo il cuore nero! Quello che è maleficio impossibile da spezzare. Lubriche morbidezze di prugna seguono il cilicio spinoso delle more e…è subito sorso! Il sorso… Compulsivo, sirena d’Ulisse, primitiva necessità, peccato di lussuria, atto dovuto. Una freschezza che Vi atterra, Vi cavalca, artigli laccati che scavano solchi nella carne viva. Indecisi se aggrapparVi ai larghi fianchi della frutta imbizzarrita o alla vita stretta dei tannini, cercherete soccorso nel seno prosperoso delle morbidezze gliceriche, alzerete lo sguardo e non avrete scampo. Incrocerà i Vostri occhi e con rinnovata energia, rovesciata indietro la testa, Vi farà capitolare con inattese amaritudini di erbe di campo e ansiti mentolati. Il dopo sarà l’indelebile ricordo di un istante durato una sola bottiglia, il giacere di traverso sul letto sperando di aver fatto una buona impressione, la speranza di un secondo giro sulla giostra della vita. NON per tutti, ma il prezzo…quello si. 91 Punti. Da bere ascoltando “BITCH” di MEREDITH BROOKS. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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FAUSTO ZAZZARA. Il ritmo della terra. Arrow Right Top Bg

27 Agosto, 2026

FAUSTO ZAZZARA. Il ritmo della terra.

  IL COSA E IL DOVE Agosto, mare, caldo cattivo anche sulle spiagge abruzzesi… Dunque nessuna scusa migliore per cercare rifugio nel sottosuolo di Tocco da Casauria, dove la Majella sembra toccare il cielo e nelle sue radici l’uomo ha scavato grotte che attraversano il paese e la storia. È qui che Fausto Zazzara, Archimede pitagorico della bollicina abruzzese, coltiva il suo sogno raccontando come l’incontro di un’idea con la bravura di chi sa possa realizzare sogni che indicano strade che, forse, mai ci si sarebbe immaginati di imboccare. Cavaliere senza macchia, in sella al suo APE bianco, sposta l’effervescenza segregata in bottiglia attraverso un dedalo di viuzze portando alla luce quanto custodito a lungo nel buio consegnandolo a chi ne voglia gioire, in un abito che è mappa del tesoro. L’INGEGNERE DELLE BOLLICINE. Tocco da Casauria è un francobollo d’Abruzzo vicino alle gole di Popoli, sui pendii della Val Pescara, dentro il Parco Nazionale della Majella. Qui il tempo non scorre in linea retta ma si annoda tra le pagine del Chronicon Casauriense, redatto in latino alla fine del XII secolo dal monaco benedettino Giovanni Berardi, e le pietre dure di un sottosuolo che respira. “Tanta è la ricchezza di frutti che alla vista questa terra sembra sia veramente un paradiso”. Così scriveva Berardi, e da quella ricchezza nacque il nome stesso: Casa Aurea, Casauria, un luogo storicamente vocato alla vite, in particolare al Montepulciano, tanto da essere dal 2006 sottozona della Doc Montepulciano d’Abruzzo e oggi, finalmente, DOCG riconosciuta. Accanto alla vite, l’olivo della Toccolana e le erbe che il farmacista locale Beniamino Toro pensò bene di infilare in quel medicamento cui, nel 1817, diede il nome di Centerba, completano il trittico di un territorio che non ha mai smesso di generare identità. È in questo teatro di Storia e di pietra che Fausto Zazzara, classe 1953, ingegnere civile e imprenditore edile, è stato “fulminato sulla via di Damasco” e, a sessant’anni, ha capito che quello che prima era solo un passatempo cominciava a chiedere il conto. Mercato e profitto erano parole sconosciute ma Curiosità e Qualità erano tarli, gocce cinesi e “bollicine” un’impellenza. Non le bollicine di tutti i giorni, ma quelle lente, quelle che chiedono tempo, silenzio e una certa dose di ostinazione. Sapere e coscienza gli hanno fatto capire che, prima ancora di confrontarsi con il mercato, doveva trovare una strada, imboccarla, percorrerla, farla propria. Non una scorciatoia, non un’imitazione, non una moda. Una strada propria. Quella di un Metodo Classico abruzzese affinato nel silenzio umido e costante delle grotte seicentesche di Tocco da Casauria, tra i 10 e i 18 gradi naturali, dove le bottiglie riposano per 24, 36, 48, 60 mesi e oltre, come in un ritiro spirituale fatto di lieviti e tempo. Un dedalo di grotte naturali e gallerie scavate dall’uomo, di ambienti sparsi nel centro storico, costituisce oggi una vera e propria “cantina diffusa” collegata dallo shinkansen di una ”APE Bolla” che non potrebbe essere altro in questa storia. È in questo puzzle di ambienti che Fausto si clona divenendo “uno e cinquino”, druido che esegue ogni operazione di rifermentazione in bottiglia, dal remuage sulle pupitres al dégorgement, al confezionamento, con attrezzature di cui è inventore e realizzatore (sennò che ingegnere sarebbe). Porta le bottiglie, controlla ogni fase, completa la sboccatura, dosa, tappa… Guanti bianchi perché nessuna impronta deve sporcare il racconto del Territorio affidato a ognuna di quelle bottiglie che finiscono poi per venire vestite da una velina disegnata da lui stesso, con la mappa della cantina diffusa e il racconto del percorso. Niente è lasciato al caso. Fausto è stilista delle bollicine, sarto haute couture che sceglie stoffe, taglia, cuce, rifinisce. Ma è anche artigiano, totale. L’appellativo gli sta addosso come una seconda pelle. Ha iniziato con microproduzioni di 50-60 bottiglie da condividere con gli amici. Poi sono arrivati il diploma da Sommelier, gli incoraggiamenti, la formalizzazione della collaborazione con la Cantina Sociale Progresso Agricolo di Crecchio, realtà cooperativa storica del 1962 (cinquecento soci, duemila ettari vitati e trecentomila ettolitri di vino, bianco per il 75%), i registri “bollati” nel giorno del suo sessantesimo compleanno, la costituzione di una società nel 2018, una produzione che, dalle poche centinaia di bottiglie passa alle circa dodicimila attuali, l’incontro della sua “intuizione” con la bravura di professionisti del calibro di Matteo Fortunato e Giulio Vecchio… Le basi arrivano da lì: Pecorino, Cococciola e Chardonnay per i bianchi, Montepulciano in purezza per il rosé. Tre le tipologie di Metodo Classico: un Brut e un Pas Dosé da assemblaggio, e un Brut Rosé, ognuna declinata in diverse soste sui lieviti. “MAJGUAL” resta il nome riservato alle versioni più pazienti, quelle “mai uguali” a sé stesse perché figlie di un’evoluzione che rifugge le ricette, il resto porta il suo nome, il nome di chi è ben consapevole di cosa sta offrendo. Da Fausto la soddisfazione non è di casa. La sua è una ricerca che non si ferma alla bottiglia già pronta. Ogni annata è un nuovo confronto, ogni cuvée un’evoluzione. La mente resta in fermento, come i lieviti nelle grotte. Una insoddisfazione che non è tormento ma motore che spinge avanti. A Tocco da Casauria, sotto la Majella, le bollicine non dormono, riposano nella pietra, aspettano. E chi ha la pazienza di ascoltarle scopre che il tempo, quando è trattato con rispetto, restituisce sempre qualcosa di più di una semplice bollicina: un pezzo di quel paradiso che il monaco Berardi aveva già descritto otto secoli fa. I VINI Mica tutti (che sboccature e affinamenti sono parametri dalle infinite combinazioni e qui, lo spazio è quello che è. Però treesolotre ve li racconto a parole mie, invitandoVi però a provarli di persona, ché “MAJGUAL” vale anche per le emozioni che ogni singolo vino riesce a trasmettrere. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT 48 MESI: il calice è animato dalla danza ininterrotta delle bollicine, sabba che trasporta ginestra e biancospino intrecciandone le sensazioni con l’agrumato sottofondo di limone candito e pompelmo giallo. Poi l’intrigo di quella nota iodata, marina direi, fusa, solidale alle amaritudini aromatiche di timo e maggiorana. In bocca è decisa la sapidità minerale che rimanda immediatamente alla fatica di cui sono intrise le grotte di Tocco. Il massaggio delle bollicine esalta un Brut che vive dell’equilibrio sottile tra l’accennata morbidezza e l’importante spalla acida, comandando un sorso che si allunga in un finale nel quale i ritorni d’agrume fanno l’occhiolino all’amaricante sussurro di una mandorla amara che suggerisce di riempire ancora il bicchiere. Complesso senza essere complicato, nasconde una profondità inattesa sotto la contagiosa vitalità di un Abruzzo che qui smette i panni della rusticità per indossare quelli di una orgogliosa eleganza contadina. 86++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT ROSÉ 36 MESI: in principio un po’ restio a concedersi, arriva poi al naso con la gentilezza dei frutti di bosco, ribes e fragolina a precedere un filo di amarena ancora croccante, il graffio selvatico della rosa canina e quella sottile nota vegetale che ricorda le erbe di montagna roride di pioggia. Poi, quasi di sfuggita, qualcosa di iodato, e una mineralità cupa che parla di grotta e tempo trascorso. Certo non un rosato “facile”, lontano dalla banalità di un aperitivo, tignoso nel richiederVi anche più di un secondo di attenzione. Il sorso è materico e definito, sorretto da una effervescenza cremosa ma decisa ad attirare attenzione. La mineralità è decisa, abruzzese, sostenuta da un’acidità vivace che non stanca e, in coda, torna il frutto, più maturo e succoso che pria, ma sempre tenuto per mano da una leggera vena tannica che, se da una parte è morso e briglia, dall’altra scioglie le redini al ricordo di un Montepulciano che non ci sta a essere dimenticato. Un sorso bilanciato, di consona lunghezza, con un finale che è scia balsamico-salina a separare dalla banalità dei frutti rossi. Niente opulenza, appena austero, “MAJGUAL” in pectore ma forse con la necessità di essere un po’ “ugual”. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “MAJGUAL” 60 MESI: da un gesto ostinato un vino che, nel silenzio, racconta un luogo diventandolo. Nessun dosaggio. Solo il vino, i lieviti e il tempo…lungo. Niente zucchero a consolare, nessun maquillage, solo nuda materia. L’effervescenza è ricamo sottile, la complessità tombolo tessuto a pazienza che srotola un racconto schivando inutili colpi di scena. L’arachide sorprende, la nocciola rassicura, tostature che sono mani che stringono i fianchi e possiedono. Cedro, arancia e un ché di bergamotto sono invece brividi, unghie di freschezza su una schiena altrimenti morbida e candita. Lo spazio dei lieviti è compreso tra lo scrocchiare della crosta di pane e i cristalli di sale di una pizza romana che forse allontana dal luogo. Gesso, arenaria, pietra pomice, un appena idrocarburico che con il luogo ha un geologico a che fare…questo il plot minerale che precede lo schiaffo della mela Granny Smith e il brivido del finocchietto selvatico. Profondo l’olfatto quanto severo il sorso. Secco, teso, baionetta fresco-sapida forse troppo affilata per una struttura che presta un po’ il fianco ricercando la precisione con eccessiva “troppitudine”. Tutto minerale lo sviluppo gustativo, a sottolineare la ruvidità del salgemma e lasciare poco spazio ai ricordi di frutta secca. Sessanta mesi di grotta ammorbidirebbero qualsiasi abate Faria ma questa bottiglia è Jean Valjean (e la sua acredine). 88+ Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Fausto per la squisita ospitalità e per il tempo che mi ha voluto dedicare. È stata una mattinata istruttiva e ricca di spunti di approfondimento, una mattinata in cui i protagonisti sono stati il tempo e un uomo che non ha avuto paura di sfidarlo, un uomo che in quel tempo ha trovato un amico e un alleato, un compagno di avventure per realizzare un sogno. “MAJGUAL” è un esperimento che esperimento non è più, una cresta affilata percorsa inizialmente con prudenza e titubanza divenuta oggi strada maestra verso la Qualità Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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20 Agosto, 2026

MARRAMIERO. L'Abruzzo che non ha bisogno di gridare.

IL COSA E IL DOVE Lo so, dovevo scriverne molto tempo fa, ma le parole seguono strade spesso misteriose, si accavallano, si sgambettano, sono poco inclini a rispettare la fila. E così mi ritrovo solo ora a dire della mia visita all’Azienda di Enrico Marramiero in un Agosto in terra d’Abruzzo in cui le lunghe giornate sono fatte per il mare e per il vino. Una visita improvvisata, resa possibile solo dalla disponibilità di un Enrico sempre pronto a raccontare la sua idea di vino quale ponte tra tradizione e futuro con i piedi ben piantati in una realtà imprenditoriale consapevole e attenta, imprescindibile a questo punto del nostro terzo millennio. MARRAMIERO Rosciano, provincia di Pescara, lì dove il mare Adriatico e la montagna si guardano da vicino e dove, all’orizzonte, il Gran Sasso disegna la sagoma inconfondibile della “Bella Addormentata”. Un paesaggio che non è solo sfondo, è presenza quotidiana, è misura, radice. Tra oliveti, vigneti e boschi di lecci, la Famiglia Marramiero coltiva la vite dall’inizio del Novecento, lungo quel tratturo calpestato da greggi che andavano e venivano come se il tempo fosse una cosa relativa. Un’agricoltura di necessità, non di progetto. Marramiero non è una data precisa da appendere al muro, ma una continuità di gesti ripetuti nel tempo: restare, investire nel luogo in cui si è nati, creare lavoro, tramandare. Negli anni Novanta, Dante e soprattutto Enrico impongono il cambio di passo. Con loro che la vite smette di essere solo coltivazione e diventa qualcosa di più strutturato. Enrico, economista, porta in azienda uno sguardo da imprenditore. Non il vignaiolo che parla di “ascolto della terra” a ogni intervista, ma quello che decide di organizzare, investire, modernizzare. Il vino esce dalla dimensione familiare e prova a presentarsi come prodotto capace di stare sul mercato senza chiedere scusa. Oggi Enrico Marramiero guida l’azienda avendo ben chiaro che tradizione e innovazione non sono opposti ma due facce di una stessa medaglia coniata nel rispetto delle persone e della terra. Quattro tenute raccontano questo legame. Sant’Andrea, il cuore storico, dove la famiglia possiede terra fin dall’Ottocento, Tratturo, Milano e poi Amarello, lassù, verso Ofena, dove le uve guardano il caldo e il freddo picchiarsi giorno e notte e maturano un carattere che non chiede permesso. Per Marramiero il vino non è solo prodotto, è memoria, gesto, offerta. Nella cantina di Contrada Sant’Andrea convivono saperi antichi e tecnologie moderne. C’è attenzione quasi maniacale alla purezza del frutto e al rispetto dell’ambiente. Selettori ottici, fermentatori, un impianto di fitodepurazione, il primo in Abruzzo. Tecnologia al servizio di un’idea piuttosto semplice e un po’ scomoda: non sciupare quello che la terra ti dà. Recuperare l’acqua. Rispettare chi lavora. Non fare i furbi. I vini di Enrico Marramiero sono “compagni di emozioni” capaci di attraversare le generazioni e la sua Azienda racconta di un posto e del sogno ambizioso e un po’ testardo che questo non viva solo di turismo mordi e fuggi ma di valore vero. Una cantina che sta diventando anche casa per chi vuole restare. Un’azienda che esporta senza mai tradire il canale della ristorazione e dell’ospitalità, rifiutando con una certa eleganza la grande distribuzione. Quando una bottiglia nata qui arriva su un tavolo lontano, non porta solo il suo contenuto, porta un pezzo di Rosciano, un pezzo di famiglia e quella strana convinzione abruzzese secondo cui il vino, prima di essere merce, è un gesto di civiltà. Marramiero è l’Abruzzo che non ha bisogno di gridare. È la “Bella Addormentata” del Gran Sasso che, dal tramonto, guarda le vigne e ricorda a chi le coltiva che le radici forti non impediscono di cambiare. I VINI – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT: s’approccia al naso con quella nota un po’ brusca tipicamente “abruzzese”, quasi stranito del fatto che Vi meravigliate della sua ruvida mineralità. È il Pinot Nero a ricordargli di essere “gentile” oltre che “forte”, lisciandogli il pelo a buffetti di piccoli frutti rossi. Senza esagerare…quel tanto che serve a bilanciare le freschezze di mentolo e incenso prima che l’olfatto si rilassi di fronte alle dolci grassezze di una pasticceria affatto dimentica di creme al cioccolato bianco e mandorle caramellate. L’assaggio è brillantemente diretto da un’effervescenza che armonizza i descrittori olfattivi dandogli compiuta, completa e materica presenza al palato. Sostanzioso, è sicuramente fresco ma ha nella sua piccante mineralità il quid che vivacizza la beva rilanciandone continuamente la piacevolezza. Un vino, ma con le bollicine. 88++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ: prima che la croccante sfericità della ciliegia arrotondi gli spigoli vivi dell’agrume si percepisce l’Abruzzo nobile dello zafferano. E se pian piano si distende il morbido tappeto del cioccolato e della frutta secca non manca un pizzico di pepe a stuzzicare il naso verticalizzando vieppiù l’olfatto. Il sorso è ampio, fresco e di adriatica sapidità, l’effervescenza un placido sciabordio che accarezza il palato ricordando i descrittori olfattivi e lasciando impresse memorie di pasticceria lievitata e candita. 88 Punti ma solo perché credo debba scontare un residuo di pena nella clausura della bottiglia. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “ANIMA” 2024: il naso è un morso succoso di mela matura, la carezza delle brezze adriatiche sulle messi mature, la semplice bellezza dei fiori di campo e il simpatico rincorrersi di dolcezze d’acacia e freschezze d’agrume. In bocca, le delicate astringenze tanniche aprono il sipario mentre l’orchestra ritma l’incedere della piccante sapidità. Fresco e sostanzioso, disseta e coinvolge; leggiadro richiama il sorso senza mai appesantirsi e lasciando che lo svuotarsi del calice ne sottolinei lo sviluppo espressivo. 87++ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “ALTARE” 2023 RISERVA: una “sposa in giallo” fedele di albicocca e rosa dalla gelosia verso speziate amanti orientali. Sfiora le labbra con la dolcezza di un casto bacio d’acacia, graffia la schiena con erotiche unghie di erbe aromatiche, soffia in un amplesso di scorza d’agrume amaro. Sarà il fondo del calice a rivelare la quiete e la tempesta, in un susseguirsi di nocciole e burro d’arachidi, tabacco da pipa e castagna, cioccolato bianco e cuoio, mou e rabarbaro. In bocca è una scudisciata, un cavalcare a pelo di freschezze e piccanti sapidità che le morbidezze fruttate provano a ridurre a trotto composto ma che la lussuria dei tannini ravviva inducendo al peccato di un secondo sorso e di un altro ancora. Chiusura vitale, lunga come uno sguardo perso nel vuoto, fatta di mandorle dolci, rosmarino, accenni di camino spento e…della voglia di farsi un secondo giro di giostra. Giovane…TROPPO giovane! Da bere ascoltando “IS IT A CRIME” (performed live at LIVE AID 1985) di SADE. Gli darei i cabalistici 90 Punti ma deve scrollarsi ancora di dosso il giogo di una morale fatta di un legno un pochino troppo oppressivo quindi…88++ con tanta, troppa voglia di riassaggiarlo tra qualche tempo. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “INCANTO” 2022: l’olfatto è immediato, netto nel distinguere la frutta rossa e nera polposa, un sottobosco ombroso e fresco, folate balsamiche, fiori appassiti e spezie appena macinate. Lo spettro gustativo è piacevolmente fresco e alcol e sostanza glicerica sono ben stemperati da una vena sapida che va via via crescendo non spegnendosi neppure nel lungo finale. 87+ Punti.   – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI “INFERI” 2020 RISERVA: “INFERI” è un nome e di fatto un luogo in cui si precipita assaggiando questo Montepulciano che racconta di misteri profondi celati dalla terra d’Abruzzo. Avvicinando il naso al calice si entra in una nebbia di speziate dolcezze che celano in parte la sostanza di frutto rosso e tabacco mentre un quid di animale presenza fa da “Minosse” tenendo il vino con i piedi ben piantati per terra evitando così di perdersi in voli pindarici di descrittori poco credibili. E quelli che sceglierete nel mucchio, quelli che contano, sono scuri come le tenebre dell’Inferno: liquirizia, ferro, grafite, caffè e l’eucalipto ad allungare una nerbata. Il sorso è rigoroso, potente ma misurato, mai sopra le righe, illustra senza inutili ridondanze lasciandosi andare appena alle “frivolezze” della piccola pasticceria e della cannella. Ma è peccato veniale, ché freschezza e adriatica sapidità raddrizzano subito la barra del timone. Chiude lungo, mooolto lungo nascondendo a colpi di rimandi balsamici quell’idea di ricordi e soffitta che s’annida nell’ultima goccia in fondo al calice. 89- perché mi pare s’affanni a nascondere le vegetalità varietali e perché serbavo un ricordo della 2019 che…dovrei riassaggiare ma mi pareva meritasse un paio di punti in più. – VINO COTTO “LIVIA”: nel calice ha un colore magnetico e il naso è il primo prigioniero di tale campo d’attrazione. Percepisce distintamente il caramello bruciato, il fico secco, la frutta rossa in confettura, cioccolato e spezie quasi fosse panpepato e, in chiusura, arriva una piacevole brezza mentolata a rinfrescare. In bocca la dolcezza è ovvia ma l’imperante freschezza fa si che non si scada mai nello stucchevole e così, tra note di agrume amaro e ricordi speziati, si rimane invischiati in un lunghissimo, aromatico finale. 87 Punti con un + per la tradizione. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Enrico Marramiero per la squisita ospitalità e la pazienza dimostrata nell’aspettare queste mie poche e insufficienti parole spese per cercare di descrivere i suoi vini e, anche e soprattutto, l’idea che c’è dietro. Un’idea che va oltre la bottiglia in sé e che coinvolge il Territorio e un’economia di cui Marramiero vuole, può e sa essere volano.       Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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