5 Novembre, 2026
Guida Essenziale ai Vini d’Italia. DOCTOR WINE fa 13.
DOCTOR WINE, al secolo Daniele Cernilli ha fatto 13 e ha presentato a Roma l’Edizione 2027 della GUIDA ESSENZIALE AI VINI D’ITALIA, tutt’altro che un vangelo ma certamente una fotografia ragionata delle eccellenze enoiche dello stivale italico.
IL COSA E IL DOVE
Roma, Eur, sabato 10 ottobre.
Il quartiere che doveva celebrare l’eternità del Regime e che oggi sopravvive di ministeri, travertino e silenzio da domenica pomeriggio anche quando è sabato, ospita Spazio Novecento, a due passi dall’obelisco di Marconi.
Qui, dentro un contenitore che sembra progettato per ricevere un’adunata, va in scena la tredicesima edizione della GUIDA ESSENZIALE AI VINI D’ITALIA di Daniele Cernilli, detto Doctor Wine.
Il soprannome è diventato una carica, come “il Papa” o “il Governatore”, e come per le cariche vere nessuno si ricorda più chi l’ha votato.
La fauna è quella da manuale, Produttori in giacca buona e sorriso di cartapesta che sanno già a che pagina sono finiti e fingono di non saperlo, giornalisti dimentichi del relatore con l’occhio che scansiona la sala in per capire se c’è il buffet, sommelier in libera uscita, qualche curioso entrato per il calice serigrafato e rimasto per vergogna.
Alle 13.30 la conferenza stampa, poi i banchi d’assaggio fino a sera, che è il momento in cui in Italia ogni convegno confessa la propria vera ragione sociale.
Sul palco Cernilli non la prende larga, dice del momento poco felice per il vino.
Niente “ripartenza”, niente slide con l’alba sui filari, niente parole in inglese a coprire il buco.
Parla di una tempesta perfetta: un’immagine pubblica ammaccata, le vendite in apnea, i giovani che guardano il bicchiere come si guarda un parente che chiede soldi.
Intanto il rosario lo conoscono tutti: il vino fa male, costa troppo, non è trasparente.
E la stampa generalista, che una volta il vino lo trattava con la devozione riservata ai santi patroni, ha preso a guardare altrove con un’aria da vicino di casa che non ti saluta più dopo il litigio per il parcheggio.
Per spiegarsi usa Tom Selleck e Blue Bloods, il capo della polizia di New York a capotavola nella cena domenicale di famiglia.
Davanti a lui, e davanti ai tre figli ormai grandi, calici di rosso, serviti senza imbarazzo né avvertenze.
Il Paese che ha una relazione con l’alcol da ex fumatore pentito, in prima serata, lo lascia a tavola.
Da noi “mamma RAI” non se ne deve essere accorta visto che non ha calato la mannaia come ha fatto su È Sempre Mezzogiorno dove la bottiglia non può neanche essere mostrata.
La platea ride, ma è una risata a denti stretti.
Il microfono passa poi a Stefania Vinciguerra, caporedattore del sito e della Guida, che sceglie la strada dell’ottimismo, con la fermezza di chi ha deciso di non farsi rovinare il sabato.
Il messaggio è che il vino deve tornare a tavola, dove in Italia è sempre stato di casa, senza sensi di colpa e senza il bollino del ministero.
Poi snocciola dati, dice che si beve meno ma si legge di più, che il sito cresce in utenti, visite e impressions.
Il pubblico, quindi, il vino lo ordina meno ma lo studia con zelo.
Una generazione di enologi da divano che consulta il Dottore invece di stappare, una piccola rivincita per le redazioni, che finalmente servono a qualcosa.
Il Coup de Theatre è La guida “aggratis”, irrinunciabile app che cela, quale genio della lampada, un avatar con la faccia e la voce di Cernilli e in memoria l’intero archivio redazionale.
Un Doctor Wine che non prende ferie, non si offende, non chiede il rimborso della trasferta e risponde anche alle tre di notte a chi si è accorto di avere tre bottiglie e zero criterio.
Last but not least Marco, il “Biker Sommelier”, quello che, casco in testa, va a cercarsi i Produttori a casa loro.
E poi i numeri, quelli che, se non ci fossero, che Guida sarebbe?
1.347 Aziende, 3.476 vini recensiti, 910 etichette segnalate per il rapporto qualità/prezzo…
Quell’ultima cifra è quasi un atto di insubordinazione.
In un’epoca in cui il vino sembra pagare soprattutto il peso dell’etichetta e le fatture dell’architetto che ha disegnato la cantina, Cernilli mette in vetrina quasi mille bottiglie che costano il giusto.
Da ultimo i premi speciali, quelli che la sala attende come un verdetto e che io non sto a elencarVi.
I banchi d’assaggio sono approdo naturale e necessario.
Ogni banco una piccola nazione, ogni Produttore un ambasciatore del Territorio che parla poco e lascia parlare quello che ha portato.
Nel lento pomeriggio, tra bianchi e rossi, tra etichette note e meno note, ogni sorso diventa una storia che non ha bisogno di essere raccontata a voce alta; folla che si muove, calici che passano, conversazioni a metà tra l’aneddoto e la vendetta e quella frase che a ogni degustazione romana si sente sussurrare almeno una volta: “questo me lo segno”.
Quando esco, il sole di Ottobre sta già calando sull’Eur.
Cernilli ha costruito qualcosa che non si misura solo in stelle o faccine, ha costruito un modo di guardare al vino italiano senza pretese, con rigore e con curiosità.
E a Roma, in questo pomeriggio di Ottobre, quel modo ha preso forma tra i banchi di Spazio Novecento, tra i calici alzati e le parole scambiate a mezza voce.
Io me ne vado con la certezza che, ancora una volta, il vino ha vinto.
Non perché qualcuno gli abbia detto di farlo, ma perché è così che funziona, quando è fatto con onestà e con passione.
E questa edizione della Guida, la tredicesima, lo dimostra con la naturalezza di un sorso che non ha bisogno di spiegazioni.
GLI ASSAGGI
Tantotanto da assaggiare, e tra tutti undici (perché si).
Undici vini soltanto, saltandone altri che avrebbero meritato ma di cui ho già scritto altre volte o che, semplicemente, sono stati sfavoriti dalla sorte.
Dategli una letta e…correte ad assaggiare.
QUELLI DA NOVANTA
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT GRIGIO “GIATL” 2023 RISERVA, PETER ZEMMER (ALTO ADIGE): non c’è preambolo, non c’è cortesia da salotto, il calice ti guarda dritto negli occhi e ti intima di lasciare fuori dalla porta qualsiasi idea preconcetta.
Il naso è un attacco frontale di dolcezza matura, è pera croccante e succosa che si è lasciata baciare dal sole troppo a lungo, melone che ancora porta addosso il calore del campo, pesca che ha deciso di non essere più adolescente.
Poi, senza preavviso, spuntano spezie che sembrano arrivate da un mercato lontano, un pizzico di pepe che graffia appena, uno zenzero che fa finta di essere educato, un filo di vaniglia che non vuole dominare ma solo sussurrare.
E se non manca un tocco di pasticceria dimenticata sul davanzale, è quella mineralità che sa di pietra bagnata dal fiume ad alzare la voce.
Serve un altro respiro per allargare il quadro ai bianchi, alle erbe aromatiche, all’eco di agrumi che arriva in ritardo ma con la precisione di chi sa di essere necessario.
Ti prende per il collo, ti costringe a stare attento, a cogliere i dettagli di un paesaggio che cambia di continuo.
Del sorso colpisce la contraddizione tra una morbidezza iniziale che ti fa quasi sorridere, una rotondità che sembra volerti consolare e un’astringenza gentile che non è tannino ma quasi, un pepe che torna a farsi sentire, una freschezza che non è semplice acidità ma un’energia che scorre e non si ferma.
Tornano gli agrumi, i fiori bianchi pure, e tutto si muove con una coerenza che confonde.
Non c’è un momento in cui puoi dire “ah, ecco, adesso ho capito”, ogni sorso aggiunge un pezzo al puzzle e allo stesso tempo ne sposta un altro.
La mineralità diventa quasi salata, una lingua di mare che si è infilata di nascosto in mezzo alle montagne, e il finale…
Il finale è una storia a sé, balsamico, lungo, insistente, come una canzone che continua a suonare anche dopo che hai alzato la puntina.
Si beve e si torna a bere.
Non perché sia facile, ma perché è inquieto.
Ha una personalità che non chiede di essere amata, chiede di essere ascoltata.
Ha calore, spinta, una densità che non appesantisce mai, quella freschezza che continua a tirarti fuori dal conforto e a spingerti un passo più in là.
È un calice che ti costringe in presenza, attento, sul pezzo.
Ogni sorso è un piccolo viaggio che ricomincia da capo, una “sliding door” su qualcosa che prima ti era sfuggito, un dettaglio di spezia, un’eco di erba, una nota di frutta che si era nascosta dietro le altre.
Alla fine resti lì, con il bicchiere vuoto e la testa piena.
Non è un’esperienza che si racconta facilmente, è più qualcosa che si subisce e si assapora, qualcosa che lascia un’impronta e un po’ di nostalgia.
Si prende il tempo che gli serve, e intanto ti prende tutto il tempo che hai.
91 Punti, e forse di più, se hai la pazienza di lasciarlo parlare fino in fondo.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC CHARDONNAY “VIGNA CRIVELLI” 2023 RISERVA, PETER ZEMMER (ALTO ADIGE): si apre come un sipario di velluto dorato, un gesto lento e deliberato che invita a entrare senza chiedere permesso.
Quel giallo paglierino che vira all’oro non è colore: è luce catturata e trattenuta, un bagliore che ha deciso di non spegnersi mai.
E allora il naso si avvicina, curioso e già un poco innamorato, e scopre un mondo che non ha fretta di svelarsi.
Prima arriva la camomilla, mica quella dei filtri! quella raccolta a mano nei prati di luglio, ancora calda di sole e di memoria.
Subito dopo l’albicocca matura, la pesca gialla che si scioglie tra le dita, un tocco di ananas appena sbucciato e quel sussurro di mandorla tostata che sa di pasticceria di paese, di forni accesi all’alba.
Poi s’affacciano le erbe aromatiche, timo e maggiorana che giocano a nascondino tra le pieghe di una vaniglia fine, quasi impercettibile, e un legno che non grida ma sussurra, come una mano che accarezza la schiena senza pretendere nulla.
È un invito a chiudere gli occhi, a lasciarsi trasportare.
Qui, assaggiare significa mettersi in ascolto.
Si ascolta il vento che scende dalle montagne e porta con sé freschezza e sale, si ascolta il silenzio delle notti fresche che ha modellato ogni sfumatura, si ascolta la terra che parla attraverso la polpa e non attraverso i proclami.
E quando finalmente il sorso arriva, è una dichiarazione d’amore pronunciata a bassa voce.
Cremoso ma non molle, avvolgente ma con un’anima tesa che non si arrende.
La struttura è solida, quasi architettonica, eppure si muove con grazia da ballerina classica.
La freschezza è il coup de theatre: non invadente, non urlata…precisa, chirurgica, capace di tenere insieme tutto senza mai spezzare l’incanto.
C’è volume, c’è grassezza, c’è quella rotondità che invita a un secondo sorso prima ancora di aver finito il primo.
E nel finale, lungo e insistente, tornano le note di frutto giallo e di mandorla, accompagnate da una mineralità sottile che lascia la bocca pulita e desiderosa.
Non è un incontro banale.
È uno di quelli che restano sulla pelle, che tornano a visitarti nei giorni successivi con la stessa insistenza di un pensiero erotico non ancora consumato.
Ha il fascino di chi sa di valere e non ha bisogno di dimostrarlo.
Altero, elegante, un poco sprezzante, ma capace di donarsi completamente a chi ha la pazienza di ascoltarlo.
Potreste berlo ascoltando “LA MER” di Charles Trenet, o meglio ancora “NE ME QUITTE PAS” di Jacques Brel, perché c’è in lui qualcosa di malinconico e di grandioso allo stesso tempo, qualcosa che parla di addii e di ritorni, di promesse mantenute e di attese infinite.
O forse “CLAIR DE LUNE” di Debussy, se si vuole restare nell’intimità di una stanza con le tende semiabbassate e un solo calice sul tavolo (ma un solo calice sottolineerebbe una tristezza che qui sarebbe eresia).
Già adesso racconta di profondità da romanzo ma il tempo lo renderà ancora più affascinante, rendendo più confidenziale il frutto e più aristocratica la mineralità; allora sarà difficile separarsene.
Più che comprensione immediata chiede rispetto, attenzione, quel silenzio pieno che si crea solo quando si incontra qualcosa di vero che non se ne va più, che resta, insiste, seduce.
È quella presenza che si cerca nei giorni grigi, quel ricordo che sa di sole e di vento, di una terra che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.
Bevilo lenta.
Bevilo pensando a chi vorresti accanto.
Bevilo sapendo che, una volta finito, cercherai di nuovo quella stessa emozione pur avendo già la certezza che sarà diversa.
Perché certe cose, quando ti passano vicino, lasciano un’impronta che non si cancella.
91 Punti.
– COLLIO DOC SAUVIGNON “RONCO DELLE MELE” 2015, VENICA & VENICA (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il rubinetto del cimitero.
Il cimitero di Dolegna ha un solo rubinetto, e questo spiega tutto.
Ines e Ottone si conoscono da nove anni davanti a quel rubinetto, alle sette e mezza del sabato, con due annaffiatoi e una guerra fredda a base di precedenze.
Lei innaffia i crisantemi del marito Bruno, lui i gerani della moglie Licia.
Le tombe sono vicine, abbastanza da leggere reciprocamente le fotografie, e abbastanza da giudicarle.
“Bruno aveva la faccia di uno che sapeva troppo” ha detto una volta Ottone.
“Licia sorrideva come chi ha appena venduto una macchina usata” ha risposto Ines.
Il sabato in cui tutto è cambiato, il rubinetto era rotto.
Ottone, che aveva con sé una bottiglia che aspettava da undici anni nella cantina di casa, ha fatto la cosa meno razionale della sua vita: ha tirato fuori due bicchieri dalla borsa della spesa e ha detto “finché non riparano, tanto vale”.
Ines ha guardato la bottiglia, poi lui, poi la lapide di Bruno.
“Se lo viene a sapere…”
“Lo sa già. Guarda come ride.”
Nel bicchiere il vino era oro chiaro, con un ricordo verdolino che gli anni non avevano avuto cuore di cancellare.
Il naso si è aperto a strati, come un cassetto di nonna, prima il mandarino candito e la pesca gialla, poi la mentuccia, il tè nero, un mazzo di erbe officinali, e in fondo spezie fini, dosate col contagocce.
Ines, che in vita sua aveva solo dichiarato di capirne, ha detto a bassa voce: “Ma questo non finisce mai di dire cose.”
In bocca arrivava largo, con una materia quasi da pasto, e invece una freschezza viva, inattesa, lo teneva sollevato da terra come un funambolo.
Ogni sorso aggiungeva un’idea nuova, un’erba, una scorza, un’ombra balsamica e il finale non voleva saperne di andarsene con quella pesca matura, gli agrumi canditi e un fiato di menta che restava in gola a lungo dopo che il bicchiere era vuoto.
Hanno bevuto in piedi, sulla ghiaia, in mezzo ai crisantemi e ai gerani.
Si sono raccontati cose che non avevano detto a nessuno, che Bruno russava come un trattore ma che la casa, senza, era diventata troppo educata, che Licia cantava stonata mentre stirava e che Ottone, quel canto, lo avrebbe riascoltato volentieri anche in purgatorio.
Verso le nove è arrivato il custode con la chiave inglese.
Li ha trovati seduti sul muretto, con la bottiglia a metà e gli annaffiatoi vuoti, due ragazzini grigi in castigo.
“Il rubinetto è a posto” ha detto.
Ines e Ottone hanno annuito. Nessuno dei due si è alzato.
Il sabato dopo il rubinetto funzionava, ma a loro non serviva più.
Si sono presentati comunque con gli annaffiatoi, per abitudine, e con due bicchieri.
92 Punti.
– TOSCANA IGT ROSSO “REDIGAFFI” 2023, TUA RITA (TOSCANA): Il testamento dice “insieme”.
Gino e Marcello Pistolesi non si parlano da undici anni, tre mesi e un numero di giorni che Marcello conosce a memoria.
Il motivo è un filare di ulivi a Suvereto, o meglio il confine tra due filari, o meglio ancora una frase detta a Pasqua davanti a diciassette parenti, che nessuno dei due ricorda uguale all’altro.
Poi è morta la mamma, Argia, novantun anni e una calligrafia da carabiniere.
Dal notaio, tra le solite faccende di terre e conti, è saltata fuori una riga sola, sottolineata due volte: la bottiglia nel mobile del tinello va aperta da tutti e due, nello stesso giorno, nella stessa stanza.
“Ha pensato anche a questo” ha detto Gino al cognato, senza guardare il fratello.
“Con lei non si finisce mai” ha risposto Marcello, senza guardare Gino.
Si sono trovati un sabato di ottobre nel tinello di Argia, con la tovaglia di cerata, il crocifisso storto e due sedie messe a tre metri di distanza.
In mezzo, un’altra sedia vuota, con la bottiglia sopra.
Per un quarto d’ora hanno parlato del tempo, per un altro quarto d’ora del prezzo dell’olio.
Il ghiaccio, a Suvereto, si scioglie col calendario, non col sole.
Poi Marcello ha stappato.
Nel bicchiere il rosso era rubino fitto, quasi inchiostro, e quando la luce della finestra lo ha attraversato ha lasciato un riflesso violaceo sul muro.
Il naso è venuto avanti largo e generoso, esponendo mora e ribes nero, prugna, ciliegia scura, frutti di bosco maturi, poi il ginepro, il mirto, la macchia dietro casa dopo la pioggia, un soffio di liquirizia e di cumino, il tostato di noci e nocciole, la moka del mattino, e in fondo qualcosa di terroso, quasi un tartufo, che ha fatto alzare la testa a Gino.
“Questo è l’odore del bosco di babbo.”
In bocca era pieno e potente, ma senza sbracarsi, niente marmellata, niente prepotenza, un tannino fitto e setoso, di quelli che ti fanno passare la lingua sulle gengive, e una freschezza viva che teneva in piedi la struttura.
Il finale tornava lungo, conducendo, tra frutta nera e spezie, fino a un punto nel quale i due fratelli hanno smesso di fare i diplomatici.
“Il filare era il tuo” ha detto Marcello.
“Il filare era il tuo” ha detto Gino.
“Ma io avevo detto…”
“Lo so cosa avevi detto.”
Hanno riso insieme, tutti e due, per la prima volta dopo undici anni, con la faccia della mamma quando sbagliava la ricetta e dava la colpa al forno.
A sera la sedia in mezzo era ancora lì, con la bottiglia vuota e un biglietto sotto il fondo che nessuno aveva visto.
Argia, calligrafia da carabiniere: “Il confine l’ho spostato io. Scusate.”
Gino ha riempito di nuovo i bicchieri.
90 Punti.
– TRENTO DOC “MONTIS ARCENTARIE” 2017, MONCALISSE (TRENTINO): Delitto perfetto a base di bollicine.
Alle 23:47 di un martedì qualunque, il tappo è saltato.
Non il botto da festa di paese, no: uno pfffff educato, professionale, ma con le idee ben chiare sul prosieguo della serata.
Io ero lì, in cucina, con la luce dell’aspirapolvere accesa perché il lampadario si era suicidato la settimana prima.
Atmosfera perfetta per un interrogatorio.
Sul tavolo la bottiglia: “MONTIS ARCENTARIE” 2017, MONCALISSE.
Etichetta sobria, nessuna urgenza di piacere a tutti…il classico sospettato che entra in questura senza avvocato e con le mani in tasca.
Ho capito subito che non sarebbe stata una pratica da archiviare in fretta.
Perché io, in fondo, sono un cinico.
Ne ho visti passare tanti di Metodo Classico in questo ufficio: quelli che si presentano con l’alibi di ferro e poi crollano al secondo bicchiere, quelli che sgomitano per farsi notare e quelli che sanno solo ripetere “io non c’ero”.
Questo, invece, ha fatto una cosa che mi ha spiazzato: ha aspettato.
Ha lasciato che fossi io a parlare per primo, a sparare le mie domande peggiori, a girargli intorno come un commissario in crisi di mezza età.
Primo indizio: la calma.
Nel bicchiere nessuna fretta, nessuna isteria.
Bollicine che salivano in fila ordinata, come testimoni ben istruiti.
E ci mancherebbe altro!
Dal 2017 a oggi ha avuto tutto il tempo di ripassare la sua versione dei fatti, e si sente che non sta improvvisando.
Secondo indizio: il carattere.
L’interrogatorio è iniziato dal naso, da quella spinta aromatica più che sospetta, da quella crosta di pane appena sfornato che ti fa venire voglia di citofonare al panettiere alle sei del mattino con la scusa di confermare un alibi.
Ha provato per un attimo a confondere il giallo dei tropici con quello della mela golden ma l’ho tanato subito, strappandogli anche l’ammissione a mezza voce di aver ceduto alle lusinghe della nocciola tostata e a un’ombra di burro e brioche che lasciava supporre che qualcuno avesse fatto colazione sul luogo del delitto tra un soffio di fiori bianchi appassiti e la pietra bagnata.
Un alibi con più strati di una cipolla.
È stato allora che provato la mossa sporca, quella del poliziotto cattivo.
L’ho lasciato scaldare un paio di minuti, convinto di farlo cedere, gli ho torto il collo agitandolo…
Niente.
Anzi, è uscito più sicuro, più dritto, con l’aria di chi ti dice “tutto qui, commissario?”.
Al sorso, il colpo di scena.
Leggiadro, grazioso, quasi innocente, il tipo che giureresti incapace di far male a una mosca, l’effervescenza che ti accarezza il palato con la mano guantata, mentre l’acidità ti sfila il portafoglio senza che tu te ne accorga.
Ti irretisce con quell’aria vinosa e con astuzie di spezia mentre la scorza di limone torna per chiudere la deposizione accompagnata da quel suo legale vestito con un impermeabile di sale e sigaretta.
È stato a quel punto che mi sono accorto che stavo sorridendo da solo, in una cucina illuminata da un aspirapolvere, parlando ad alta voce con una bottiglia.
Sintomo inequivocabile, lo conosco bene: quando il sospettato smette di essere un sospettato e diventa il complice.
Un vino che cerca di essere quello di cui ti ricordi il giorno dopo, quando ti svegli e ti chiedi chi diavolo fosse quel tizio così a posto che ti ha fregato senza che tu te ne accorgessi.
E qui sta il colpo di scena, quello che nei gialli arriva sempre a pagina duecento: non c’è nessun colpevole.
O meglio, il colpevole sei tu, che ti sei seduto convinto di poter indagare e invece sei finito nel romanzo di qualcun altro.
Un delitto perfetto, consumato in tre bicchieri, senza armi e senza testimoni, se non un lampadario morto e un’orata in frigo che ha assistito a tutto in silenzio.
Ho pensato di cercare il movente, poi ho lasciato perdere.
Con certi vini il movente è semplice: ti fanno stare bene, e questo in tribunale non regge mai, né in questo né in nessun altro.
Verdetto?
Ho chiuso il fascicolo a mezzanotte e un quarto, con la bottiglia ormai tragicamente sotto il livello di guardia.
Si beve con attenzione e con la complicità giusta: da soli, come me, con la voglia di lasciarsi raccontare una storia, oppure in compagnia di gente che non fa troppe domande.
Con qualcuno che chiede di aggiungere il ghiaccio, invece, si va dritti in cella.
È uscito dalla questura a testa alta.
Io, per onestà professionale, ho firmato la deposizione…e ne ho stappata un’altra per sicurezza, nel caso il caso non fosse davvero chiuso.
91 Punti.
I QUASIQUASI
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “BINOMIO” 2022, LA VALENTINA (ABRUZZO): il naso viene raggiunto da un’ondata di frutti scuri, more mature, ciliegie nere, una prugna sotto spirito che ti guarda storto e ti dice “finalmente”.
Subito dopo è il turno del pepe nero e della liquirizia, con un’aria da “io so già che ti piacerò, non fare il difficile”.
C’è anche un filo di cuoio e di tabacco dolce, come se qualcuno avesse lasciato la giacca di pelle sul tavolo e se ne fosse dimenticato.
In bocca non chiede se sei pronto, arriva, si sistema, e ti fa capire che la polpa non è un’opzione.
I tannini sono maturi, presenti, e ti guardano con un sorrisetto mentre la freschezza fa da moderatrice, tipo “ok, basta, non esagerare”.
Il sorso si allunga, insiste, e quando chiude ti lascia con la sensazione di aver appena ricevuto un’occhiata significativa da qualcuno che non ha bisogno di presentarsi.
Non è il tipo che ti fa la corte con i fiori, è quello che ti siede davanti, ordina da bere e ti osserva mentre cerchi di capire se stai ancora in piedi.
Generoso, un po’ sfrontato, e con quella faccia da “tanto lo so già che tornerai”.
Bevetelo senza fretta.
Bevetelo consapevoli che, quando finisce, Vi ritroverete a cercare di nuovo quella stessa faccia da “te l’avevo detto”.
Perché certe presenze non ti lasciano un’impronta: ti lasciano un appunto mentale.
89- Punti.
– ABRUZZO DOC PECORINO “GIOCHEREMO CON I FIORI” 2025, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Zio Nando ha rimesso la cravatta.
Zio Nando in vita sua ha regalato fiori tre volte: al matrimonio, al funerale di suo suocero e per sbaglio a una vicina, convinto fosse sua cugina.
Geometra in pensione, uomo di squadra e livella, convinto che l’allegria sia roba da gente che non ha mutuo da pagare.
Domenica scorsa, in Abruzzo, sul terrazzo, con il mare che faceva finta di niente laggiù in fondo, ho stappato questa bottiglia con l’etichetta che sembra disegnata da una nipote di sei anni con troppo tempo libero.
Nando l’ha guardata come si guarda un vigile che ti chiede i documenti.
“GIOCHEREMO CON I FIORI…E che siamo, all’asilo?”
Poi ha bevuto.
Un sorso, di quelli diffidenti, col mento in avanti.
Non ti dirò cosa ha sentito, perché non l’ha detto nemmeno lui.
Ha posato il bicchiere, ha guardato il vaso di gerani che mia zia cura da trent’anni e che lui chiamava “quella roba che perde terra”, e ha detto soltanto: “Però sono messi bene, questi”.
Da lì è andato tutto in discesa, nel senso migliore.
Si è slacciato il primo bottone, ha raccontato di quando ballava il liscio e non era un’esagerazione di famiglia, ha ammesso che il geometra Ricci aveva ragione sul muro di confine, ha chiesto se ce n’era ancora.
Mia zia lo fissava come si fissa un’eclissi, con la mano sulla bocca.
Questo vino ha un talento raro: non ti spiega niente, non ti fa il discorso, non pretende che tu abbia un palato da copertina.
Ti toglie l’armatura senza che tu te ne accorga, come un amico che ti prende il cappotto all’ingresso e intanto ti mette in mano qualcosa da mangiare.
Quando se n’è andato il mare, Nando ha preso un geranio e l’ha infilato nel taschino.
Mia zia non l’ha ancora superata.
89–Punti.
– CERASUOLO D’ABRUZZO “ROSA-AE” 2025, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Il salone chiude alle sei.
“Rosa, c’è il tuo nome sulla bottiglia.”
“Il mio nome sta su tante cose. Sulle bollette, soprattutto.”
Così comincia l’ultimo giorno di lavoro di Rosa, settantun anni, quarantacinque passati a fare messe in piega a mezza Giulianova.
Ha le mani che sanno ancora a memoria la testa di ogni cliente: la signora Bruna che “non si tocca dietro”, l’avvocatessa che chiede sempre “una cosa naturale” e poi vuole il cotonato…
Il nipote ha portato la bottiglia a sorpresa, infilata in una busta del supermercato come si fa con le cose preziose e con quelle compromettenti.
Rosa l’ha messa sul lavabo, al posto dello shampoo, e ha detto che non se ne parlava, che c’era ancora la signora Bruna sotto il casco.
La signora Bruna sotto il casco ha sentito tutto e ha alzato la mano come a scuola.
Alle sei meno dieci il salone era pieno di donne con i bigodini a metà e i bicchieri da bagno al posto dei calici.
Nessuno ha fatto un discorso, perché Rosa li odia, ma qualcuno ha attaccato a raccontare del 1987, della permanente venuta troppo riccia a una sposa che era entrata in chiesa con la testa da pecora e aveva comunque detto sì.
Io non ti spiego cos’è questo rosato.
So dirti solo che nessuna ha guardato l’orologio.
Che l’avvocatessa ha chiesto il bis dicendo “una cosa naturale” e ha riso da sola per cinque minuti. Che Rosa, che non piange nemmeno ai matrimoni, ha tirato su col naso e ha dato la colpa al fono.
Alle sette ha girato il cartello sulla porta.
Poi l’ha rigirato.
Dice che per stasera il salone resta aperto, ma solo per le amiche.
89 Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COCCIAPAZZA” 2022, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Ottavio paga il conto in natura.
Il carro attrezzi è rientrato alle nove di sera con una bottiglia sul sedile del passeggero, allacciata con la cintura.
Succede, a Ottavio, che i clienti lo paghino come possono, una volta con un prosciutto, una volta con una promessa.
Stavolta con questa.
Quarantotto anni, meccanico, mani che sembrano ricavate da un blocco di ferro vecchio, un’idea molto precisa su tutto e nessuna intenzione di cambiarla.
Ha letto il nome sull’etichetta, “COCCIAPAZZA”, e ha riso come ride lui, una volta sola e dal naso.
“Testa matta. Come mia suocera.”
Ha tirato giù la serranda a metà, ha pulito due bicchieri con lo straccio meno sporco e ha chiamato Peppe, il vicino, che aspettava da due ore una scusa per non tornare a casa.
Non ti racconterò cosa c’era nel bicchiere.
Te lo racconto in un altro modo: Peppe, che di solito commenta pure il silenzio, ha smesso di parlare.
Per quattro minuti.
Ottavio ha controllato che non gli fosse venuto un colpo.
Poi è partito il resto.
Sono usciti fuori i vent’anni, la Ritmo arancione, la serata del ‘98 in cui hanno spinto una macchina per tre chilometri per una scommessa che nessuno ricorda più.
Si sono dati del cretino a vicenda, con affetto, che è l’unica lingua che conoscono davvero.
Questo rosso è così, ha il carattere di chi entra in officina con la tuta sporca e ti fa venire voglia di restare.
Non ti chiede di essere più elegante di quello che sei, ti vuole com’eri a ventidue anni, quando ancora non sapevi cosa non potevi dire.
A mezzanotte la serranda era ancora a metà e la bottiglia non c’era più.
Il cliente ha pagato meno di quanto doveva.
Ottavio dice che è stato il miglior affare dell’anno.
89 Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC FRIULANO 2023 RISERVA, MONVIERT (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il notaio non firma più niente.
Il notaio Ferruccio Zanier ha una regola: nessuna decisione prima delle undici di mattina e nessun bicchiere prima delle sei.
Per sessantadue anni ha rispettato entrambe, e per sessantadue anni la gente di Cividale ha pensato che fosse un uomo di pietra, uno di quelli che nascono già con il timbro in tasca.
Poi è arrivato novembre, con la nebbia che in Friuli non cala ma si siede, e con lei una bottiglia lasciata sullo studio da un cliente che non aveva i soldi per la parcella ma aveva una cantina e un’idea di dignità.
“Dottore, la apra quando le pare. Ma la apra.”
Ferruccio l’ha tenuta tre settimane sulla scrivania, accanto al calamaio di famiglia, come un fascicolo che non si decide ad aprire.
La segretaria, la signora Dorina, trentacinque anni di servizio e zero illusioni, ci passava davanti con il caffè e sospirava.
Un giovedì di pioggia, alle cinque e quaranta, il notaio ha guardato l’orologio, ha guardato la bottiglia, ha guardato Dorina.
“Venti minuti sono venti minuti” ha detto, e ha stappato.
Il vino è uscito dorato, con un riflesso paglierino che prendeva la luce della lampada da tavolo.
Il naso ha fatto quello che il notaio non faceva da decenni: ha parlato prima di lui.
Fiori d’acacia e camomilla, poi la pera matura, la pesca bianca, una mandorla fresca appena sgusciata, e sotto, giù in fondo, un’erba aromatica che sapeva di prato dopo il temporale, con una vena di burro e di pietra bagnata, come il cortile del Duomo a quell’ora.
In bocca era pieno senza essere pesante.
Morbido all’ingresso, con la polpa della frutta e una cremosità appena accennata, poi la sapidità che raddrizzava tutto, e una freschezza lunga, sottile, che non lasciava cadere il sorso.
Il finale tornava sulla mandorla, con quel rametto amarognolo che è la firma di famiglia e che resta in bocca come una frase detta a mezza voce.
Ferruccio ha posato il bicchiere.
Per la prima volta in carriera ha lasciato un atto a metà.
Ha tolto gli occhiali, cosa che non faceva nemmeno per dormire, ha cominciato a raccontare di quando aveva diciannove anni e faceva il vendemmiatore a Rosazzo per pagarsi i libri di diritto, e di una ragazza di nome Liliana che cantava sulle terrazze e stonava, e che lui avrebbe sposato volentieri se non fosse stato così occupato a diventare qualcuno.
Dorina ha posato la penna.
Non l’aveva mai sentito dire “volentieri”.
Questo bianco ha una dote che i vini seri di solito nascondono, ti fa smettere di recitare.
Ha il passo lento di chi sa di valere e per questo non ha fretta di dimostrarlo, e nel frattempo ti lascia lì, senza la toga, a fare i conti con il ragazzo che eri prima di imparare a firmare.
Alle sette il vento aveva spinto la nebbia fin dentro il corridoio.
Il notaio e la sua segretaria stavano ancora discutendo di Liliana, di dove sarà finita, se ha continuato a cantare.
A un certo punto Ferruccio ha preso un foglio bianco, non un atto, un foglio qualunque, e ci ha scritto un nome e una città.
Poi ha chiesto a Dorina se, per una volta, poteva fargli da testimone.
90– Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC BIANCO “TRICÛR” 2022 RISERVA, MONVIERT (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il capostazione aspetta un treno che non passa.
Gelindo Moretti ha il berretto rosso da capostazione ancora in testa, vent’anni dopo che la ferrovia ha chiuso la stazioncina fuori Cividale.
Lo mette ogni mattina per andare a controllare il binario morto, dove le erbacce hanno vinto e lui fa finta di non vederle.
Ottantadue anni, un fischietto d’ottone nel taschino e la certezza granitica che prima o poi qualcuno gli darà ragione.
Il nipote è arrivato un sabato con una bottiglia pesante, di quelle che si appoggiano al tavolo con rispetto, e una frase di quelle che si dicono per vigliaccheria: “Nonno, assaggia, poi ne parliamo.” Di cosa, il nipote non l’ha detto.
Gelindo ha capito lo stesso, la casa di riposo, i depliant a colori sul frigorifero, le brochure con vecchietti sorridenti che nessun vecchietto vero ha mai imitato.
Ha stappato lui, perché certe cose non si delegano.
Nel bicchiere il vino era oro pieno, quasi ambrato dove la luce del tinello lo prendeva di sbieco.
Il naso è arrivato prima di tutto il resto, olio di scorza di cedro, quel profumo che esce quando sbucci l’agrume con l’unghia, poi fiori bianchi, albicocca, un’idea di ananas matura, il miele appena accennato, un’erba da prato di montagna.
E sotto, sottilissima, una nota di idrocarburo, benzina e pietra calda, che al capostazione ha ricordato la banchina d’agosto, quando i convogli sudavano.
“Questa è roba che sa di ferrovia”, ha detto.
Il nipote ha deciso di non contraddirlo.
In bocca era caldo e largo, con una sostanza che teneva il sorso come un abbraccio che non soffoca.
Poi la sapidità lo teneva dritto, e l’acidità, fine e puntuale, faceva da capotreno; ogni cosa al suo posto, nessun ritardo, mentre il finale si chiudeva su un amarognolo gentile, da persona educata che saluta senza voltarsi.
Gelindo ha bevuto lentamente, come quando si fa il conto dei passeggeri.
Poi ha cominciato a parlare.
Del direttissimo per Venezia che si fermava un minuto e mezzo e lui lo faceva durare due, della ragazza che scese a Cividale nel ‘66 con una valigia legata con lo spago e non ripartì più, e che sarebbe diventata la signora Moretti, di tutti i treni arrivati in ritardo che lui aveva giustificato con la nebbia, e di quelli arrivati in orario che nessuno ricordava.
Il nipote non ha tirato fuori il depliant, l’ha lasciato nella macchina, sotto il giubbotto.
A sera Gelindo era sulla soglia, berretto in testa, il fischietto in mano.
Ha soffiato una volta sola, in direzione del binario.
Giura che da qualche parte, nella nebbia, qualcosa ha risposto.
89- Punti.
– COLLI DI LUNI DOC VERMENTINO “NUMERO CHIUSO” 2022, CANTINE LUNAE BOSONI (LIGURIA): Il tredicesimo non entra.
Il circolo dei pescatori di Bocca di Magra ha dodici soci dal 1961 e un regolamento di una riga sola: i dodici sono dodici.
Quando uno muore si discute per due anni su chi prendere al suo posto, e nel frattempo la sedia resta vuota, con sopra un cappello, perché il morto non si offenda.
Quella sera i soci erano undici.
Il dodicesimo, Aldo, era mancato a marzo, e sul tavolo di formica, sotto il neon che friggeva, c’era la candidatura di un tizio di Sarzana che faceva l’assicuratore.
Undici facce lunghe.
Nessuno lo voleva, nessuno aveva il coraggio di dirlo.
Il presidente, Vinicio, settantaquattro anni e una voce da maestrale, ha deciso di rimandare tutto con l’unica arma che conosceva, ha tirato fuori una bottiglia che teneva da una vita dietro il barometro rotto, ha detto: “Vediamo se ci aiuta a decidere” e ha riempito undici bicchieri, più uno, per il cappello.
Nel bicchiere il vino era oro pieno, con certi riflessi limpidi che sembravano acqua di porto al mattino.
Il naso ha zittito la stanza: la polpa bianca e matura della frutt, fiori gialli, ginestra, poi la macchia mediterranea, quella vera, rosmarino e salvia secca e un filo di timo schiacciato tra le dita, con
sotto, a tradimento, una carezza di burro e di spezie dolci.
Il vecchio Gigi, che di mestiere sentiva l’odore del tempo in arrivo, ha detto che sapeva di scogliera dopo mezzogiorno.
In bocca era ricco e tondo, con una struttura da molo, solida, che non si piega.
Poi la sapidità ha preso il comando, lunga, salmastra, e una freschezza viva ha impedito al sorso di sedersi.
Il finale restava, asciutto e profondo, con un ricordo di erbe secche e un pizzico di zenzero.
Non è stato un bicchiere da commentare, è stato un bicchiere da raccontare.
E in poco tempo il tavolo ha cominciato a parlare di Aldo: di quando aveva venduto una cassa di acciughe a un prete come fossero tonno, di quando era finito in mare vestito durante una processione, di tutte le volte che li aveva fatti ridere con la faccia seria.
L’assicuratore si è affacciato alla porta verso le dieci, con la cartellina sotto il braccio e l’aria di uno che sa già come va a finire.
Vinicio gli ha guardato la cartellina, poi gli ha guardato la faccia.
Gli ha versato un bicchiere.
Poi ha tolto il cappello dalla sedia di Aldo, l’ha appeso al chiodo e ha detto che il regolamento, in fondo, parla di dodici e non specifica chi.
Il tredicesimo, per ora, resta fuori.
Ma l’assicuratore è rimasto fino all’alba.
89 Punti, forse.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE ancora una volta a Daniele Cernilli per avermi invitato a un Evento di quelli che si mettono in agenda già oggi per l’anno successivo.
Perché la Guida non è un monumento definitivo, scolpito nella pietra e pronto a sopravvivere ai suoi autori.
È una fotografia, una fotografia accurata, certo, ma destinata a invecchiare appena scattata, perché il vino italiano non sta fermo ad aspettare il prossimo aggiornamento.
Doctor Wine ne ha fatto una diagnosi cruda dello stato di salute.
È vero, il virus c’è, ma esiste la cura; una cura che non può essere un placebo che ricopre tutto con lo zucchero di rito, una cura che il vino ha già dentro di sé.
Perché si, il vino sa ancora fare una cosa che nessun algoritmo potrà mai togliergli, farsi trovare a tavola senza chiedere il permesso
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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