Vinodentro

Vinodentro è una damigiana (ché altri contenitori sarebbero troppo nobili) che riempio pian piano di emozioni e suggerimenti.
Vinodentro è un palco sul quale il vino è l’attore protagonista e a cui presto la mia voce ma che Vi invito a doppiare con la vostra, perchè qui non stiamo parlando di matematica ed il fatto che in un bicchiere 2 + 2 può benissimo non fare 4 è una magia e…deve stupirVi!
sono assaggi deliranti, storie di Produttori e di Territori, “recit de dégustation” relativi ad Eventi cui ho avuto il piacere di partecipare ed altro ancora, il tutto scritto trattando il vino in quanto tale: un prodotto della terra e dell’uomo e nobile proprio per le sue umili origini.

Guida Essenziale ai Vini d’Italia. DOCTOR WINE fa 13. Arrow Right Top Bg

5 Novembre, 2026

Guida Essenziale ai Vini d’Italia. DOCTOR WINE fa 13.

  DOCTOR WINE, al secolo Daniele Cernilli ha fatto 13 e ha presentato a Roma l’Edizione 2027 della GUIDA ESSENZIALE AI VINI D’ITALIA, tutt’altro che un vangelo ma certamente una fotografia ragionata delle eccellenze enoiche dello stivale italico. IL COSA E IL DOVE Roma, Eur, sabato 10 ottobre. Il quartiere che doveva celebrare l’eternità del Regime e che oggi sopravvive di ministeri, travertino e silenzio da domenica pomeriggio anche quando è sabato, ospita Spazio Novecento, a due passi dall’obelisco di Marconi. Qui, dentro un contenitore che sembra progettato per ricevere un’adunata, va in scena la tredicesima edizione della GUIDA ESSENZIALE AI VINI D’ITALIA di Daniele Cernilli, detto Doctor Wine. Il soprannome è diventato una carica, come “il Papa” o “il Governatore”, e come per le cariche vere nessuno si ricorda più chi l’ha votato. La fauna è quella da manuale, Produttori in giacca buona e sorriso di cartapesta che sanno già a che pagina sono finiti e fingono di non saperlo, giornalisti dimentichi del relatore con l’occhio che scansiona la sala in per capire se c’è il buffet, sommelier in libera uscita, qualche curioso entrato per il calice serigrafato e rimasto per vergogna. Alle 13.30 la conferenza stampa, poi i banchi d’assaggio fino a sera, che è il momento in cui in Italia ogni convegno confessa la propria vera ragione sociale. Sul palco Cernilli non la prende larga, dice del momento poco felice per il vino. Niente “ripartenza”, niente slide con l’alba sui filari, niente parole in inglese a coprire il buco. Parla di una tempesta perfetta: un’immagine pubblica ammaccata, le vendite in apnea, i giovani che guardano il bicchiere come si guarda un parente che chiede soldi. Intanto il rosario lo conoscono tutti: il vino fa male, costa troppo, non è trasparente. E la stampa generalista, che una volta il vino lo trattava con la devozione riservata ai santi patroni, ha preso a guardare altrove con un’aria da vicino di casa che non ti saluta più dopo il litigio per il parcheggio. Per spiegarsi usa Tom Selleck e Blue Bloods, il capo della polizia di New York a capotavola nella cena domenicale di famiglia. Davanti a lui, e davanti ai tre figli ormai grandi, calici di rosso, serviti senza imbarazzo né avvertenze. Il Paese che ha una relazione con l’alcol da ex fumatore pentito, in prima serata, lo lascia a tavola. Da noi “mamma RAI” non se ne deve essere accorta visto che non ha calato la mannaia come ha fatto su È Sempre Mezzogiorno dove la bottiglia non può neanche essere mostrata. La platea ride, ma è una risata a denti stretti. Il microfono passa poi a Stefania Vinciguerra, caporedattore del sito e della Guida, che sceglie la strada dell’ottimismo, con la fermezza di chi ha deciso di non farsi rovinare il sabato. Il messaggio è che il vino deve tornare a tavola, dove in Italia è sempre stato di casa, senza sensi di colpa e senza il bollino del ministero. Poi snocciola dati, dice che si beve meno ma si legge di più, che il sito cresce in utenti, visite e impressions. Il pubblico, quindi, il vino lo ordina meno ma lo studia con zelo. Una generazione di enologi da divano che consulta il Dottore invece di stappare, una piccola rivincita per le redazioni, che finalmente servono a qualcosa. Il Coup de Theatre è La guida “aggratis”, irrinunciabile app che cela, quale genio della lampada, un avatar con la faccia e la voce di Cernilli e in memoria l’intero archivio redazionale. Un Doctor Wine che non prende ferie, non si offende, non chiede il rimborso della trasferta e risponde anche alle tre di notte a chi si è accorto di avere tre bottiglie e zero criterio. Last but not least Marco, il “Biker Sommelier”, quello che, casco in testa, va a cercarsi i Produttori a casa loro. E poi i numeri, quelli che, se non ci fossero, che Guida sarebbe? 1.347 Aziende, 3.476 vini recensiti, 910 etichette segnalate per il rapporto qualità/prezzo… Quell’ultima cifra è quasi un atto di insubordinazione. In un’epoca in cui il vino sembra pagare soprattutto il peso dell’etichetta e le fatture dell’architetto che ha disegnato la cantina, Cernilli mette in vetrina quasi mille bottiglie che costano il giusto. Da ultimo i premi speciali, quelli che la sala attende come un verdetto e che io non sto a elencarVi. I banchi d’assaggio sono approdo naturale e necessario. Ogni banco una piccola nazione, ogni Produttore un ambasciatore del Territorio che parla poco e lascia parlare quello che ha portato. Nel lento pomeriggio, tra bianchi e rossi, tra etichette note e meno note, ogni sorso diventa una storia che non ha bisogno di essere raccontata a voce alta; folla che si muove, calici che passano, conversazioni a metà tra l’aneddoto e la vendetta e quella frase che a ogni degustazione romana si sente sussurrare almeno una volta: “questo me lo segno”. Quando esco, il sole di Ottobre sta già calando sull’Eur. Cernilli ha costruito qualcosa che non si misura solo in stelle o faccine, ha costruito un modo di guardare al vino italiano senza pretese, con rigore e con curiosità. E a Roma, in questo pomeriggio di Ottobre, quel modo ha preso forma tra i banchi di Spazio Novecento, tra i calici alzati e le parole scambiate a mezza voce. Io me ne vado con la certezza che, ancora una volta, il vino ha vinto. Non perché qualcuno gli abbia detto di farlo, ma perché è così che funziona, quando è fatto con onestà e con passione. E questa edizione della Guida, la tredicesima, lo dimostra con la naturalezza di un sorso che non ha bisogno di spiegazioni. GLI ASSAGGI Tantotanto da assaggiare, e tra tutti undici (perché si). Undici vini soltanto, saltandone altri che avrebbero meritato ma di cui ho già scritto altre volte o che, semplicemente, sono stati sfavoriti dalla sorte. Dategli una letta e…correte ad assaggiare.       QUELLI DA NOVANTA – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT GRIGIO “GIATL” 2023 RISERVA, PETER ZEMMER (ALTO ADIGE): non c’è preambolo, non c’è cortesia da salotto, il calice ti guarda dritto negli occhi e ti intima di lasciare fuori dalla porta qualsiasi idea preconcetta. Il naso è un attacco frontale di dolcezza matura, è pera croccante e succosa che si è lasciata baciare dal sole troppo a lungo, melone che ancora porta addosso il calore del campo, pesca che ha deciso di non essere più adolescente. Poi, senza preavviso, spuntano spezie che sembrano arrivate da un mercato lontano, un pizzico di pepe che graffia appena, uno zenzero che fa finta di essere educato, un filo di vaniglia che non vuole dominare ma solo sussurrare. E se non manca un tocco di pasticceria dimenticata sul davanzale, è quella mineralità che sa di pietra bagnata dal fiume ad alzare la voce. Serve un altro respiro per allargare il quadro ai bianchi, alle erbe aromatiche, all’eco di agrumi che arriva in ritardo ma con la precisione di chi sa di essere necessario. Ti prende per il collo, ti costringe a stare attento, a cogliere i dettagli di un paesaggio che cambia di continuo. Del sorso colpisce la contraddizione tra una morbidezza iniziale che ti fa quasi sorridere, una rotondità che sembra volerti consolare e un’astringenza gentile che non è tannino ma quasi, un pepe che torna a farsi sentire, una freschezza che non è semplice acidità ma un’energia che scorre e non si ferma. Tornano gli agrumi, i fiori bianchi pure, e tutto si muove con una coerenza che confonde. Non c’è un momento in cui puoi dire “ah, ecco, adesso ho capito”, ogni sorso aggiunge un pezzo al puzzle e allo stesso tempo ne sposta un altro. La mineralità diventa quasi salata, una lingua di mare che si è infilata di nascosto in mezzo alle montagne, e il finale… Il finale è una storia a sé, balsamico, lungo, insistente, come una canzone che continua a suonare anche dopo che hai alzato la puntina. Si beve e si torna a bere. Non perché sia facile, ma perché è inquieto. Ha una personalità che non chiede di essere amata, chiede di essere ascoltata. Ha calore, spinta, una densità che non appesantisce mai, quella freschezza che continua a tirarti fuori dal conforto e a spingerti un passo più in là. È un calice che ti costringe in presenza, attento, sul pezzo. Ogni sorso è un piccolo viaggio che ricomincia da capo, una “sliding door” su qualcosa che prima ti era sfuggito, un dettaglio di spezia, un’eco di erba, una nota di frutta che si era nascosta dietro le altre. Alla fine resti lì, con il bicchiere vuoto e la testa piena. Non è un’esperienza che si racconta facilmente, è più qualcosa che si subisce e si assapora, qualcosa che lascia un’impronta e un po’ di nostalgia. Si prende il tempo che gli serve, e intanto ti prende tutto il tempo che hai. 91 Punti, e forse di più, se hai la pazienza di lasciarlo parlare fino in fondo. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC CHARDONNAY “VIGNA CRIVELLI” 2023 RISERVA, PETER ZEMMER (ALTO ADIGE): si apre come un sipario di velluto dorato, un gesto lento e deliberato che invita a entrare senza chiedere permesso. Quel giallo paglierino che vira all’oro non è colore: è luce catturata e trattenuta, un bagliore che ha deciso di non spegnersi mai. E allora il naso si avvicina, curioso e già un poco innamorato, e scopre un mondo che non ha fretta di svelarsi. Prima arriva la camomilla, mica quella dei filtri! quella raccolta a mano nei prati di luglio, ancora calda di sole e di memoria. Subito dopo l’albicocca matura, la pesca gialla che si scioglie tra le dita, un tocco di ananas appena sbucciato e quel sussurro di mandorla tostata che sa di pasticceria di paese, di forni accesi all’alba. Poi s’affacciano le erbe aromatiche, timo e maggiorana che giocano a nascondino tra le pieghe di una vaniglia fine, quasi impercettibile, e un legno che non grida ma sussurra, come una mano che accarezza la schiena senza pretendere nulla. È un invito a chiudere gli occhi, a lasciarsi trasportare. Qui, assaggiare significa mettersi in ascolto. Si ascolta il vento che scende dalle montagne e porta con sé freschezza e sale, si ascolta il silenzio delle notti fresche che ha modellato ogni sfumatura, si ascolta la terra che parla attraverso la polpa e non attraverso i proclami. E quando finalmente il sorso arriva, è una dichiarazione d’amore pronunciata a bassa voce. Cremoso ma non molle, avvolgente ma con un’anima tesa che non si arrende. La struttura è solida, quasi architettonica, eppure si muove con grazia da ballerina classica. La freschezza è il coup de theatre: non invadente, non urlata…precisa, chirurgica, capace di tenere insieme tutto senza mai spezzare l’incanto. C’è volume, c’è grassezza, c’è quella rotondità che invita a un secondo sorso prima ancora di aver finito il primo. E nel finale, lungo e insistente, tornano le note di frutto giallo e di mandorla, accompagnate da una mineralità sottile che lascia la bocca pulita e desiderosa. Non è un incontro banale. È uno di quelli che restano sulla pelle, che tornano a visitarti nei giorni successivi con la stessa insistenza di un pensiero erotico non ancora consumato. Ha il fascino di chi sa di valere e non ha bisogno di dimostrarlo. Altero, elegante, un poco sprezzante, ma capace di donarsi completamente a chi ha la pazienza di ascoltarlo. Potreste berlo ascoltando “LA MER” di Charles Trenet, o meglio ancora “NE ME QUITTE PAS” di Jacques Brel, perché c’è in lui qualcosa di malinconico e di grandioso allo stesso tempo, qualcosa che parla di addii e di ritorni, di promesse mantenute e di attese infinite. O forse “CLAIR DE LUNE” di Debussy, se si vuole restare nell’intimità di una stanza con le tende semiabbassate e un solo calice sul tavolo (ma un solo calice sottolineerebbe una tristezza che qui sarebbe eresia). Già adesso racconta di profondità da romanzo ma il tempo lo renderà ancora più affascinante, rendendo più confidenziale il frutto e più aristocratica la mineralità; allora sarà difficile separarsene. Più che comprensione immediata chiede rispetto, attenzione, quel silenzio pieno che si crea solo quando si incontra qualcosa di vero che non se ne va più, che resta, insiste, seduce. È quella presenza che si cerca nei giorni grigi, quel ricordo che sa di sole e di vento, di una terra che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Bevilo lenta. Bevilo pensando a chi vorresti accanto. Bevilo sapendo che, una volta finito, cercherai di nuovo quella stessa emozione pur avendo già la certezza che sarà diversa. Perché certe cose, quando ti passano vicino, lasciano un’impronta che non si cancella. 91 Punti. – COLLIO DOC SAUVIGNON “RONCO DELLE MELE” 2015, VENICA & VENICA (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il rubinetto del cimitero. Il cimitero di Dolegna ha un solo rubinetto, e questo spiega tutto. Ines e Ottone si conoscono da nove anni davanti a quel rubinetto, alle sette e mezza del sabato, con due annaffiatoi e una guerra fredda a base di precedenze. Lei innaffia i crisantemi del marito Bruno, lui i gerani della moglie Licia. Le tombe sono vicine, abbastanza da leggere reciprocamente le fotografie, e abbastanza da giudicarle. “Bruno aveva la faccia di uno che sapeva troppo” ha detto una volta Ottone. “Licia sorrideva come chi ha appena venduto una macchina usata” ha risposto Ines. Il sabato in cui tutto è cambiato, il rubinetto era rotto. Ottone, che aveva con sé una bottiglia che aspettava da undici anni nella cantina di casa, ha fatto la cosa meno razionale della sua vita: ha tirato fuori due bicchieri dalla borsa della spesa e ha detto “finché non riparano, tanto vale”. Ines ha guardato la bottiglia, poi lui, poi la lapide di Bruno. “Se lo viene a sapere…” “Lo sa già. Guarda come ride.” Nel bicchiere il vino era oro chiaro, con un ricordo verdolino che gli anni non avevano avuto cuore di cancellare. Il naso si è aperto a strati, come un cassetto di nonna, prima il mandarino candito e la pesca gialla, poi la mentuccia, il tè nero, un mazzo di erbe officinali, e in fondo spezie fini, dosate col contagocce. Ines, che in vita sua aveva solo dichiarato di capirne, ha detto a bassa voce: “Ma questo non finisce mai di dire cose.” In bocca arrivava largo, con una materia quasi da pasto, e invece una freschezza viva, inattesa, lo teneva sollevato da terra come un funambolo. Ogni sorso aggiungeva un’idea nuova, un’erba, una scorza, un’ombra balsamica e il finale non voleva saperne di andarsene con quella pesca matura, gli agrumi canditi e un fiato di menta che restava in gola a lungo dopo che il bicchiere era vuoto. Hanno bevuto in piedi, sulla ghiaia, in mezzo ai crisantemi e ai gerani. Si sono raccontati cose che non avevano detto a nessuno, che Bruno russava come un trattore ma che la casa, senza, era diventata troppo educata, che Licia cantava stonata mentre stirava e che Ottone, quel canto, lo avrebbe riascoltato volentieri anche in purgatorio. Verso le nove è arrivato il custode con la chiave inglese. Li ha trovati seduti sul muretto, con la bottiglia a metà e gli annaffiatoi vuoti, due ragazzini grigi in castigo. “Il rubinetto è a posto” ha detto. Ines e Ottone hanno annuito. Nessuno dei due si è alzato. Il sabato dopo il rubinetto funzionava, ma a loro non serviva più. Si sono presentati comunque con gli annaffiatoi, per abitudine, e con due bicchieri. 92 Punti. – TOSCANA IGT ROSSO “REDIGAFFI” 2023, TUA RITA (TOSCANA): Il testamento dice “insieme”. Gino e Marcello Pistolesi non si parlano da undici anni, tre mesi e un numero di giorni che Marcello conosce a memoria. Il motivo è un filare di ulivi a Suvereto, o meglio il confine tra due filari, o meglio ancora una frase detta a Pasqua davanti a diciassette parenti, che nessuno dei due ricorda uguale all’altro. Poi è morta la mamma, Argia, novantun anni e una calligrafia da carabiniere. Dal notaio, tra le solite faccende di terre e conti, è saltata fuori una riga sola, sottolineata due volte: la bottiglia nel mobile del tinello va aperta da tutti e due, nello stesso giorno, nella stessa stanza. “Ha pensato anche a questo” ha detto Gino al cognato, senza guardare il fratello. “Con lei non si finisce mai” ha risposto Marcello, senza guardare Gino. Si sono trovati un sabato di ottobre nel tinello di Argia, con la tovaglia di cerata, il crocifisso storto e due sedie messe a tre metri di distanza. In mezzo, un’altra sedia vuota, con la bottiglia sopra. Per un quarto d’ora hanno parlato del tempo, per un altro quarto d’ora del prezzo dell’olio. Il ghiaccio, a Suvereto, si scioglie col calendario, non col sole. Poi Marcello ha stappato. Nel bicchiere il rosso era rubino fitto, quasi inchiostro, e quando la luce della finestra lo ha attraversato ha lasciato un riflesso violaceo sul muro. Il naso è venuto avanti largo e generoso, esponendo mora e ribes nero, prugna, ciliegia scura, frutti di bosco maturi, poi il ginepro, il mirto, la macchia dietro casa dopo la pioggia, un soffio di liquirizia e di cumino, il tostato di noci e nocciole, la moka del mattino, e in fondo qualcosa di terroso, quasi un tartufo, che ha fatto alzare la testa a Gino. “Questo è l’odore del bosco di babbo.” In bocca era pieno e potente, ma senza sbracarsi, niente marmellata, niente prepotenza, un tannino fitto e setoso, di quelli che ti fanno passare la lingua sulle gengive, e una freschezza viva che teneva in piedi la struttura. Il finale tornava lungo, conducendo, tra frutta nera e spezie, fino a un punto nel quale i due fratelli hanno smesso di fare i diplomatici. “Il filare era il tuo” ha detto Marcello. “Il filare era il tuo” ha detto Gino. “Ma io avevo detto…” “Lo so cosa avevi detto.” Hanno riso insieme, tutti e due, per la prima volta dopo undici anni, con la faccia della mamma quando sbagliava la ricetta e dava la colpa al forno. A sera la sedia in mezzo era ancora lì, con la bottiglia vuota e un biglietto sotto il fondo che nessuno aveva visto. Argia, calligrafia da carabiniere: “Il confine l’ho spostato io. Scusate.” Gino ha riempito di nuovo i bicchieri. 90 Punti. – TRENTO DOC “MONTIS ARCENTARIE” 2017, MONCALISSE (TRENTINO): Delitto perfetto a base di bollicine. Alle 23:47 di un martedì qualunque, il tappo è saltato. Non il botto da festa di paese, no: uno pfffff educato, professionale, ma con le idee ben chiare sul prosieguo della serata. Io ero lì, in cucina, con la luce dell’aspirapolvere accesa perché il lampadario si era suicidato la settimana prima. Atmosfera perfetta per un interrogatorio. Sul tavolo la bottiglia: “MONTIS ARCENTARIE” 2017, MONCALISSE. Etichetta sobria, nessuna urgenza di piacere a tutti…il classico sospettato che entra in questura senza avvocato e con le mani in tasca. Ho capito subito che non sarebbe stata una pratica da archiviare in fretta. Perché io, in fondo, sono un cinico. Ne ho visti passare tanti di Metodo Classico in questo ufficio: quelli che si presentano con l’alibi di ferro e poi crollano al secondo bicchiere, quelli che sgomitano per farsi notare e quelli che sanno solo ripetere “io non c’ero”. Questo, invece, ha fatto una cosa che mi ha spiazzato: ha aspettato. Ha lasciato che fossi io a parlare per primo, a sparare le mie domande peggiori, a girargli intorno come un commissario in crisi di mezza età. Primo indizio: la calma. Nel bicchiere nessuna fretta, nessuna isteria. Bollicine che salivano in fila ordinata, come testimoni ben istruiti. E ci mancherebbe altro! Dal 2017 a oggi ha avuto tutto il tempo di ripassare la sua versione dei fatti, e si sente che non sta improvvisando. Secondo indizio: il carattere. L’interrogatorio è iniziato dal naso, da quella spinta aromatica più che sospetta, da quella crosta di pane appena sfornato che ti fa venire voglia di citofonare al panettiere alle sei del mattino con la scusa di confermare un alibi. Ha provato per un attimo a confondere il giallo dei tropici con quello della mela golden ma l’ho tanato subito, strappandogli anche l’ammissione a mezza voce di aver ceduto alle lusinghe della nocciola tostata e a un’ombra di burro e brioche che lasciava supporre che qualcuno avesse fatto colazione sul luogo del delitto tra un soffio di fiori bianchi appassiti e la pietra bagnata. Un alibi con più strati di una cipolla. È stato allora che provato la mossa sporca, quella del poliziotto cattivo. L’ho lasciato scaldare un paio di minuti, convinto di farlo cedere, gli ho torto il collo agitandolo… Niente. Anzi, è uscito più sicuro, più dritto, con l’aria di chi ti dice “tutto qui, commissario?”. Al sorso, il colpo di scena. Leggiadro, grazioso, quasi innocente, il tipo che giureresti incapace di far male a una mosca, l’effervescenza che ti accarezza il palato con la mano guantata, mentre l’acidità ti sfila il portafoglio senza che tu te ne accorga. Ti irretisce con quell’aria vinosa e con astuzie di spezia mentre la scorza di limone torna per chiudere la deposizione accompagnata da quel suo legale vestito con un impermeabile di sale e sigaretta. È stato a quel punto che mi sono accorto che stavo sorridendo da solo, in una cucina illuminata da un aspirapolvere, parlando ad alta voce con una bottiglia. Sintomo inequivocabile, lo conosco bene: quando il sospettato smette di essere un sospettato e diventa il complice. Un vino che cerca di essere quello di cui ti ricordi il giorno dopo, quando ti svegli e ti chiedi chi diavolo fosse quel tizio così a posto che ti ha fregato senza che tu te ne accorgessi. E qui sta il colpo di scena, quello che nei gialli arriva sempre a pagina duecento: non c’è nessun colpevole. O meglio, il colpevole sei tu, che ti sei seduto convinto di poter indagare e invece sei finito nel romanzo di qualcun altro. Un delitto perfetto, consumato in tre bicchieri, senza armi e senza testimoni, se non un lampadario morto e un’orata in frigo che ha assistito a tutto in silenzio. Ho pensato di cercare il movente, poi ho lasciato perdere. Con certi vini il movente è semplice: ti fanno stare bene, e questo in tribunale non regge mai, né in questo né in nessun altro. Verdetto? Ho chiuso il fascicolo a mezzanotte e un quarto, con la bottiglia ormai tragicamente sotto il livello di guardia. Si beve con attenzione e con la complicità giusta: da soli, come me, con la voglia di lasciarsi raccontare una storia, oppure in compagnia di gente che non fa troppe domande. Con qualcuno che chiede di aggiungere il ghiaccio, invece, si va dritti in cella. È uscito dalla questura a testa alta. Io, per onestà professionale, ho firmato la deposizione…e ne ho stappata un’altra per sicurezza, nel caso il caso non fosse davvero chiuso. 91 Punti. I QUASIQUASI – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “BINOMIO” 2022, LA VALENTINA (ABRUZZO): il naso viene raggiunto da un’ondata di frutti scuri, more mature, ciliegie nere, una prugna sotto spirito che ti guarda storto e ti dice “finalmente”. Subito dopo è il turno del pepe nero e della liquirizia, con un’aria da “io so già che ti piacerò, non fare il difficile”. C’è anche un filo di cuoio e di tabacco dolce, come se qualcuno avesse lasciato la giacca di pelle sul tavolo e se ne fosse dimenticato. In bocca non chiede se sei pronto, arriva, si sistema, e ti fa capire che la polpa non è un’opzione. I tannini sono maturi, presenti, e ti guardano con un sorrisetto mentre la freschezza fa da moderatrice, tipo “ok, basta, non esagerare”. Il sorso si allunga, insiste, e quando chiude ti lascia con la sensazione di aver appena ricevuto un’occhiata significativa da qualcuno che non ha bisogno di presentarsi. Non è il tipo che ti fa la corte con i fiori, è quello che ti siede davanti, ordina da bere e ti osserva mentre cerchi di capire se stai ancora in piedi. Generoso, un po’ sfrontato, e con quella faccia da “tanto lo so già che tornerai”. Bevetelo senza fretta. Bevetelo consapevoli che, quando finisce, Vi ritroverete a cercare di nuovo quella stessa faccia da “te l’avevo detto”. Perché certe presenze non ti lasciano un’impronta: ti lasciano un appunto mentale. 89- Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO “GIOCHEREMO CON I FIORI” 2025, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Zio Nando ha rimesso la cravatta. Zio Nando in vita sua ha regalato fiori tre volte: al matrimonio, al funerale di suo suocero e per sbaglio a una vicina, convinto fosse sua cugina. Geometra in pensione, uomo di squadra e livella, convinto che l’allegria sia roba da gente che non ha mutuo da pagare. Domenica scorsa, in Abruzzo, sul terrazzo, con il mare che faceva finta di niente laggiù in fondo, ho stappato questa bottiglia con l’etichetta che sembra disegnata da una nipote di sei anni con troppo tempo libero. Nando l’ha guardata come si guarda un vigile che ti chiede i documenti. “GIOCHEREMO CON I FIORI…E che siamo, all’asilo?” Poi ha bevuto. Un sorso, di quelli diffidenti, col mento in avanti. Non ti dirò cosa ha sentito, perché non l’ha detto nemmeno lui. Ha posato il bicchiere, ha guardato il vaso di gerani che mia zia cura da trent’anni e che lui chiamava “quella roba che perde terra”, e ha detto soltanto: “Però sono messi bene, questi”. Da lì è andato tutto in discesa, nel senso migliore. Si è slacciato il primo bottone, ha raccontato di quando ballava il liscio e non era un’esagerazione di famiglia, ha ammesso che il geometra Ricci aveva ragione sul muro di confine, ha chiesto se ce n’era ancora. Mia zia lo fissava come si fissa un’eclissi, con la mano sulla bocca. Questo vino ha un talento raro: non ti spiega niente, non ti fa il discorso, non pretende che tu abbia un palato da copertina. Ti toglie l’armatura senza che tu te ne accorga, come un amico che ti prende il cappotto all’ingresso e intanto ti mette in mano qualcosa da mangiare. Quando se n’è andato il mare, Nando ha preso un geranio e l’ha infilato nel taschino. Mia zia non l’ha ancora superata. 89–Punti. – CERASUOLO D’ABRUZZO “ROSA-AE” 2025, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Il salone chiude alle sei. “Rosa, c’è il tuo nome sulla bottiglia.” “Il mio nome sta su tante cose. Sulle bollette, soprattutto.” Così comincia l’ultimo giorno di lavoro di Rosa, settantun anni, quarantacinque passati a fare messe in piega a mezza Giulianova. Ha le mani che sanno ancora a memoria la testa di ogni cliente: la signora Bruna che “non si tocca dietro”, l’avvocatessa che chiede sempre “una cosa naturale” e poi vuole il cotonato… Il nipote ha portato la bottiglia a sorpresa, infilata in una busta del supermercato come si fa con le cose preziose e con quelle compromettenti. Rosa l’ha messa sul lavabo, al posto dello shampoo, e ha detto che non se ne parlava, che c’era ancora la signora Bruna sotto il casco. La signora Bruna sotto il casco ha sentito tutto e ha alzato la mano come a scuola. Alle sei meno dieci il salone era pieno di donne con i bigodini a metà e i bicchieri da bagno al posto dei calici. Nessuno ha fatto un discorso, perché Rosa li odia, ma qualcuno ha attaccato a raccontare del 1987, della permanente venuta troppo riccia a una sposa che era entrata in chiesa con la testa da pecora e aveva comunque detto sì. Io non ti spiego cos’è questo rosato. So dirti solo che nessuna ha guardato l’orologio. Che l’avvocatessa ha chiesto il bis dicendo “una cosa naturale” e ha riso da sola per cinque minuti. Che Rosa, che non piange nemmeno ai matrimoni, ha tirato su col naso e ha dato la colpa al fono. Alle sette ha girato il cartello sulla porta. Poi l’ha rigirato. Dice che per stasera il salone resta aperto, ma solo per le amiche. 89 Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COCCIAPAZZA” 2022, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO): Ottavio paga il conto in natura. Il carro attrezzi è rientrato alle nove di sera con una bottiglia sul sedile del passeggero, allacciata con la cintura. Succede, a Ottavio, che i clienti lo paghino come possono, una volta con un prosciutto, una volta con una promessa. Stavolta con questa. Quarantotto anni, meccanico, mani che sembrano ricavate da un blocco di ferro vecchio, un’idea molto precisa su tutto e nessuna intenzione di cambiarla. Ha letto il nome sull’etichetta, “COCCIAPAZZA”, e ha riso come ride lui, una volta sola e dal naso. “Testa matta. Come mia suocera.” Ha tirato giù la serranda a metà, ha pulito due bicchieri con lo straccio meno sporco e ha chiamato Peppe, il vicino, che aspettava da due ore una scusa per non tornare a casa. Non ti racconterò cosa c’era nel bicchiere. Te lo racconto in un altro modo: Peppe, che di solito commenta pure il silenzio, ha smesso di parlare. Per quattro minuti. Ottavio ha controllato che non gli fosse venuto un colpo. Poi è partito il resto. Sono usciti fuori i vent’anni, la Ritmo arancione, la serata del ‘98 in cui hanno spinto una macchina per tre chilometri per una scommessa che nessuno ricorda più. Si sono dati del cretino a vicenda, con affetto, che è l’unica lingua che conoscono davvero. Questo rosso è così, ha il carattere di chi entra in officina con la tuta sporca e ti fa venire voglia di restare. Non ti chiede di essere più elegante di quello che sei, ti vuole com’eri a ventidue anni, quando ancora non sapevi cosa non potevi dire. A mezzanotte la serranda era ancora a metà e la bottiglia non c’era più. Il cliente ha pagato meno di quanto doveva. Ottavio dice che è stato il miglior affare dell’anno. 89 Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC FRIULANO 2023 RISERVA, MONVIERT (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il notaio non firma più niente. Il notaio Ferruccio Zanier ha una regola: nessuna decisione prima delle undici di mattina e nessun bicchiere prima delle sei. Per sessantadue anni ha rispettato entrambe, e per sessantadue anni la gente di Cividale ha pensato che fosse un uomo di pietra, uno di quelli che nascono già con il timbro in tasca. Poi è arrivato novembre, con la nebbia che in Friuli non cala ma si siede, e con lei una bottiglia lasciata sullo studio da un cliente che non aveva i soldi per la parcella ma aveva una cantina e un’idea di dignità. “Dottore, la apra quando le pare. Ma la apra.” Ferruccio l’ha tenuta tre settimane sulla scrivania, accanto al calamaio di famiglia, come un fascicolo che non si decide ad aprire. La segretaria, la signora Dorina, trentacinque anni di servizio e zero illusioni, ci passava davanti con il caffè e sospirava. Un giovedì di pioggia, alle cinque e quaranta, il notaio ha guardato l’orologio, ha guardato la bottiglia, ha guardato Dorina. “Venti minuti sono venti minuti” ha detto, e ha stappato. Il vino è uscito dorato, con un riflesso paglierino che prendeva la luce della lampada da tavolo. Il naso ha fatto quello che il notaio non faceva da decenni: ha parlato prima di lui. Fiori d’acacia e camomilla, poi la pera matura, la pesca bianca, una mandorla fresca appena sgusciata, e sotto, giù in fondo, un’erba aromatica che sapeva di prato dopo il temporale, con una vena di burro e di pietra bagnata, come il cortile del Duomo a quell’ora. In bocca era pieno senza essere pesante. Morbido all’ingresso, con la polpa della frutta e una cremosità appena accennata, poi la sapidità che raddrizzava tutto, e una freschezza lunga, sottile, che non lasciava cadere il sorso. Il finale tornava sulla mandorla, con quel rametto amarognolo che è la firma di famiglia e che resta in bocca come una frase detta a mezza voce. Ferruccio ha posato il bicchiere. Per la prima volta in carriera ha lasciato un atto a metà. Ha tolto gli occhiali, cosa che non faceva nemmeno per dormire, ha cominciato a raccontare di quando aveva diciannove anni e faceva il vendemmiatore a Rosazzo per pagarsi i libri di diritto, e di una ragazza di nome Liliana che cantava sulle terrazze e stonava, e che lui avrebbe sposato volentieri se non fosse stato così occupato a diventare qualcuno. Dorina ha posato la penna. Non l’aveva mai sentito dire “volentieri”. Questo bianco ha una dote che i vini seri di solito nascondono, ti fa smettere di recitare. Ha il passo lento di chi sa di valere e per questo non ha fretta di dimostrarlo, e nel frattempo ti lascia lì, senza la toga, a fare i conti con il ragazzo che eri prima di imparare a firmare. Alle sette il vento aveva spinto la nebbia fin dentro il corridoio. Il notaio e la sua segretaria stavano ancora discutendo di Liliana, di dove sarà finita, se ha continuato a cantare. A un certo punto Ferruccio ha preso un foglio bianco, non un atto, un foglio qualunque, e ci ha scritto un nome e una città. Poi ha chiesto a Dorina se, per una volta, poteva fargli da testimone. 90– Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC BIANCO “TRICÛR” 2022 RISERVA, MONVIERT (FRIULI VENEZIA GIULIA): Il capostazione aspetta un treno che non passa. Gelindo Moretti ha il berretto rosso da capostazione ancora in testa, vent’anni dopo che la ferrovia ha chiuso la stazioncina fuori Cividale. Lo mette ogni mattina per andare a controllare il binario morto, dove le erbacce hanno vinto e lui fa finta di non vederle. Ottantadue anni, un fischietto d’ottone nel taschino e la certezza granitica che prima o poi qualcuno gli darà ragione. Il nipote è arrivato un sabato con una bottiglia pesante, di quelle che si appoggiano al tavolo con rispetto, e una frase di quelle che si dicono per vigliaccheria: “Nonno, assaggia, poi ne parliamo.” Di cosa, il nipote non l’ha detto. Gelindo ha capito lo stesso, la casa di riposo, i depliant a colori sul frigorifero, le brochure con vecchietti sorridenti che nessun vecchietto vero ha mai imitato. Ha stappato lui, perché certe cose non si delegano. Nel bicchiere il vino era oro pieno, quasi ambrato dove la luce del tinello lo prendeva di sbieco. Il naso è arrivato prima di tutto il resto, olio di scorza di cedro, quel profumo che esce quando sbucci l’agrume con l’unghia, poi fiori bianchi, albicocca, un’idea di ananas matura, il miele appena accennato, un’erba da prato di montagna. E sotto, sottilissima, una nota di idrocarburo, benzina e pietra calda, che al capostazione ha ricordato la banchina d’agosto, quando i convogli sudavano. “Questa è roba che sa di ferrovia”, ha detto. Il nipote ha deciso di non contraddirlo. In bocca era caldo e largo, con una sostanza che teneva il sorso come un abbraccio che non soffoca. Poi la sapidità lo teneva dritto, e l’acidità, fine e puntuale, faceva da capotreno; ogni cosa al suo posto, nessun ritardo, mentre il finale si chiudeva su un amarognolo gentile, da persona educata che saluta senza voltarsi. Gelindo ha bevuto lentamente, come quando si fa il conto dei passeggeri. Poi ha cominciato a parlare. Del direttissimo per Venezia che si fermava un minuto e mezzo e lui lo faceva durare due, della ragazza che scese a Cividale nel ‘66 con una valigia legata con lo spago e non ripartì più, e che sarebbe diventata la signora Moretti, di tutti i treni arrivati in ritardo che lui aveva giustificato con la nebbia, e di quelli arrivati in orario che nessuno ricordava. Il nipote non ha tirato fuori il depliant, l’ha lasciato nella macchina, sotto il giubbotto. A sera Gelindo era sulla soglia, berretto in testa, il fischietto in mano. Ha soffiato una volta sola, in direzione del binario. Giura che da qualche parte, nella nebbia, qualcosa ha risposto. 89- Punti. – COLLI DI LUNI DOC VERMENTINO “NUMERO CHIUSO” 2022, CANTINE LUNAE BOSONI (LIGURIA): Il tredicesimo non entra. Il circolo dei pescatori di Bocca di Magra ha dodici soci dal 1961 e un regolamento di una riga sola: i dodici sono dodici. Quando uno muore si discute per due anni su chi prendere al suo posto, e nel frattempo la sedia resta vuota, con sopra un cappello, perché il morto non si offenda. Quella sera i soci erano undici. Il dodicesimo, Aldo, era mancato a marzo, e sul tavolo di formica, sotto il neon che friggeva, c’era la candidatura di un tizio di Sarzana che faceva l’assicuratore. Undici facce lunghe. Nessuno lo voleva, nessuno aveva il coraggio di dirlo. Il presidente, Vinicio, settantaquattro anni e una voce da maestrale, ha deciso di rimandare tutto con l’unica arma che conosceva, ha tirato fuori una bottiglia che teneva da una vita dietro il barometro rotto, ha detto: “Vediamo se ci aiuta a decidere” e ha riempito undici bicchieri, più uno, per il cappello. Nel bicchiere il vino era oro pieno, con certi riflessi limpidi che sembravano acqua di porto al mattino. Il naso ha zittito la stanza: la polpa bianca e matura della frutt, fiori gialli, ginestra, poi la macchia mediterranea, quella vera, rosmarino e salvia secca e un filo di timo schiacciato tra le dita, con sotto, a tradimento, una carezza di burro e di spezie dolci. Il vecchio Gigi, che di mestiere sentiva l’odore del tempo in arrivo, ha detto che sapeva di scogliera dopo mezzogiorno. In bocca era ricco e tondo, con una struttura da molo, solida, che non si piega. Poi la sapidità ha preso il comando, lunga, salmastra, e una freschezza viva ha impedito al sorso di sedersi. Il finale restava, asciutto e profondo, con un ricordo di erbe secche e un pizzico di zenzero. Non è stato un bicchiere da commentare, è stato un bicchiere da raccontare. E in poco tempo il tavolo ha cominciato a parlare di Aldo: di quando aveva venduto una cassa di acciughe a un prete come fossero tonno, di quando era finito in mare vestito durante una processione, di tutte le volte che li aveva fatti ridere con la faccia seria. L’assicuratore si è affacciato alla porta verso le dieci, con la cartellina sotto il braccio e l’aria di uno che sa già come va a finire. Vinicio gli ha guardato la cartellina, poi gli ha guardato la faccia. Gli ha versato un bicchiere. Poi ha tolto il cappello dalla sedia di Aldo, l’ha appeso al chiodo e ha detto che il regolamento, in fondo, parla di dodici e non specifica chi. Il tredicesimo, per ora, resta fuori. Ma l’assicuratore è rimasto fino all’alba. 89 Punti, forse. E QUINDI? E quindi GRAZIE ancora una volta a Daniele Cernilli per avermi invitato a un Evento di quelli che si mettono in agenda già oggi per l’anno successivo. Perché la Guida non è un monumento definitivo, scolpito nella pietra e pronto a sopravvivere ai suoi autori. È una fotografia, una fotografia accurata, certo, ma destinata a invecchiare appena scattata, perché il vino italiano non sta fermo ad aspettare il prossimo aggiornamento. Doctor Wine ne ha fatto una diagnosi cruda dello stato di salute. È vero, il virus c’è, ma esiste la cura; una cura che non può essere un placebo che ricopre tutto con lo zucchero di rito, una cura che il vino ha già dentro di sé. Perché si, il vino sa ancora fare una cosa che nessun algoritmo potrà mai togliergli, farsi trovare a tavola senza chiedere il permesso Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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ÈNO FLORENCE 2026. Buona la seconda. Arrow Right Top Bg

29 Ottobre, 2026

ÈNO FLORENCE 2026. Buona la seconda.

  Èno Florence Wine Excellence, giunto quest’anno alla sua seconda Edizione, dimostra di meritare a pieno titolo un posto in prima fila tra gli Eventi da cerchiare in rosso sul calendario. Una due giorni ricca di appuntamenti, una due giorni per calarsi totalmente nella Qualità e regalare a Firenze, qualora ne avesse bisogno, un motivo in più per andarci. IL COSA E IL DOVE Domenica 20 e lunedì 21 settembre, Firenze, Fortezza da Basso.
Due giorni chiusi dentro mura che sanno di storia e di polvere, con fuori il rumore di una città che continua a fare finta di non sentire. Dentro, invece, il vino. Tanto, troppo forse, oltre trecentocinquanta aziende, più di millequattrocento etichette, undici Masterclass e un flusso di gente che andava e veniva come marea: operatori, buyer, ristoratori, sommelier, qualche giornalista e un drappello di wine lover che domenica avevano deciso di giocarsi la giornata. La formula era già nota. Domenica aperta a chi aveva voglia di entrare anche senza tessera professionale, lunedì solo per chi il vino lo compra, lo vende o lo versa per mestiere. Padiglione delle Nazioni per i banchi, Sala della Ronda per chi voleva sedersi e ascoltare, Lounge per chi preferiva parlare a mezza voce mentre il bicchiere faceva il suo lavoro. Non era la prima volta. L’anno scorso aveva già lasciato un segno e un po’ di fame, stavolta ha alzato la posta, ha allargato, ha tentato di non trasformarsi nell’ennesima celebrazione del “tutto Toscana e basta”. La Toscana c’era, eccome, ma c’era anche altro. E questo, in una città che ama riconoscersi nello specchio, non è poco. COME È ANDATA (o almeno come l’ho vista io) Si entrava e si aveva subito la sensazione di essere dentro qualcosa che non voleva essere solo vetrina.
I produttori erano lì, non nascosti dietro banchetti laccati e sorrisi di circostanza. C’era chi parlava poco e lasciava parlare il calice, c’era chi parlava troppo e rischiava di far dimenticare il calice, c’era chi aveva ancora la terra sotto le unghie e chi aveva passato troppo tempo a lucidarsi le scarpe. Come sempre, come in ogni posto dove il vino cerca di incontrare le persone. Le Masterclass hanno tenuto il ritmo. Undici appuntamenti sparsi tra domenica e lunedì, guidati da chi sa tenere un pubblico senza farlo addormentare. Conticelli e Bartolotta in testa (ma non soli) Champagne e Coteaux Champenoise, Grande Toscana, bianchi italiani, Jura, verticali aziendali, qualche tuffo in territori meno scontati. C’era chi entrava in sala con la faccia di chi vuole solo bere e usciva con quella di chi ha ascoltato qualcosa che non si aspettava. Succede raramente e…quando succede si nota. Fuori dalle sale, il resto era movimento. Gente che andava da un tavolo all’altro con il passo di chi cerca qualcosa e non sa ancora cosa, conversazioni a mezza voce, biglietti da visita scambiati di sfuggita, sguardi che misuravano se valeva la pena fermarsi o continuare. Il networking, quello vero, non quello da brochure, quello che nasce quando due persone si guardano e decidono che forse, magari, c’è qualcosa da dirsi. I numeri dicono che sono passate più di duemila persone. I numeri, però, non raccontano il peso di certe silenziose attese davanti a un bicchiere, né la stanchezza di chi alla fine della seconda giornata aveva le gambe pesanti e la testa ancora piena. Non raccontano neanche la leggera euforia di chi, usciti dalla Fortezza, si è reso conto che per una volta Firenze non aveva solo esposto il proprio vino, ma aveva cercato di farlo dialogare. GLI ASSAGGI (o meglio: quello che è rimasto dopo la bagarre). Con 1.400 etichette non si fa selezione, si fa sopravvivenza. Si saluta chi si conosce già, si evita chi ha lo sguardo da “devo venderti per forza qualcosa”, e si cerca di ascoltare chi ha ancora la terra sotto le unghie e qualcosa da raccontare che non sia solo marketing. Ho lasciato le Masterclass fare il loro lavoro (Conticelli e Bartolotta sanno il fatto loro). Io avevo solo un giorno a disposizione e dunque mi sono concentrato sui banchi. E dalle innumerevoli soste agli innumerevoli banchi ho tirato fuori quindici vini (si, avevo detto che dovevano essere solo dieci ma…anche per dirvi di quei quindici ho dovuto sacrificarne tanti) che mi sono permesso di descrivere alla mia maniera e che Vi invito ad assaggiare personalmente perché un vino dovrebbe meritare molto più che solo parole. QUELLI DA 90 – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SYLVANER “STIFTSGARTEN” 2021, ABBAZIA DI NOVACELLA (ALTO ADIGE): Il primo approccio con il naso è una stretta di mano educata; il secondo, invece, comincia a frugarti nelle tasche. Mela matura, pera succosa, albicocca, poi una brioche appena uscita dal forno, con quel velo di glassa vanigliata che fa piacioneria senza diventare molesto. In bocca entra largo, quasi sfacciato, e subito mette ordine con una scia di spezie fini. La mineralità non è un turista: prende possesso della scena, rinfresca, asciuga il superfluo e lascia il palato in una specie di rispettabile dipendenza. Non è il bianco da aperitivo, quello dal largo sorriso dispensato a tutti. Ha spalle (anche senza la “s”), memoria e quel piccolo lato ruvido che rende interessante una conversazione. Il finale è lungo, sapido, ostinatamente presente, e quando pensi di averlo archiviato, torna a bussare con un’albicocca in mano. Un carattere vero, senza strilli, non mendica approvazione, la pretende (con garbo ma la pretende), come certi ospiti brillanti che arrivano tardi e finiscono per guidare la serata intera. Allora…secondo me non se li merita ma me l’ha intortata bene, quindi 90 Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CHRISTIAN BELLEI” 2017, CANTINA DELLA VOLTA (EMILIA ROMAGNA): il naso parte sornione con lime, mela croccante e ribes bianco, poi si allarga sulle violette, su una mandorla appena tostata e su quella camomilla che in breve prende possesso dell’olfatto. In sottofondo, ancora una strizzata di limone che tiene tutto sveglio e impedisce alla faccenda di diventare una seduta motivazionale sul metodo classico. La bolla è sottile, insistente, ben educata ma non remissiva, entra, fa il suo lavoro e lascia il palato pulito come dopo una discussione vinta senza alzare la voce. C’è anche una vena di meringa e miele, però senza zuccherare il discorso anzi, la chiusura torna secca, sapida, quasi impertinente. La freschezza non fa la spiritosa, detta il passo, allunga il finale e chiede un altro sorso. Un millesimato preciso, gastronomico, con abbastanza carattere per stare a tavola e abbastanza ritmo per non finire dimenticato nel secchiello. Non cerca applausi, li ottiene per sfinimento. Un Lambrusco che si è messo in giacca, ma sotto porta ancora le scarpe da ginnastica. 90 Punti, forse 91. – COLLIO DOC RIBOLLA GIALLA 2021, DAMIJAN PODVERSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): non fiorisce subito. Si nasconde, quasi timida, come se abbia bisogno di prendere un bel respiro prima di cominciare a parlare, ed allora sembra essere indifferente a chi la giudica. E racconta allora di pesca matura e nocciola, erbe aromatiche e scorza d’agrume, miele di propoli e ricordi iodati, poi cera d’api, camomilla e un filo di fieno. Sotto, albicocca disidratata, pasta di mandorla e una balsamicità resinosa che sa di incenso e legni antichi. Il sorso è pieno, deciso, quasi ostinato, l’acidità non urla ma tiene tutto in equilibrio, mentre i tannini (sì, i tannini, perché qui l’uva ha vissuto la buccia come fosse casa sua) sono asciutti, presenti, mai fuori posto, compagni di banco di una iodata mineralità, dello zenzero e dello zafferano, prodromi di un finale lungo e un po’ amarognolo. Sapida, minerale, viva, ha la quieta arroganza di chi sa di avere tempo e sostanza. Roba che non passa inosservata. 90 Punti? Penso di si. – COLLIO DOC BIANCO “KAPLJA” 2021, DAMIJAN PODVERSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): un naso che si schiarisce la voce e poi grida albicocca secca e pesca troppo matura, quella che il fruttivendolo venderebbe a metà prezzo perché “va mangiata oggi”. Il gelsomino irrompe come se avesse fretta, il caprifoglio lo segue a ruota, e in mezzo a tutto questo spunta un mazzetto di erbe secche dimenticato in dispensa da chissà quanto tempo. La cotogna si fa largo insieme alla mela cotta, la vaniglia flirta con la cannella senza troppa vergogna, lo zenzero pizzica appena e in fondo resta un filo di cera e fumo, come una sigaretta spenta troppo tardi in una sera d’autunno. In bocca è pieno, caldo, quasi sfacciato nella sua opulenza cremosa, eppure una lama minerale gli impedisce di sedersi comodo sugli allori. Attacca morbido, poi si allunga in una scia salina lunga abbastanza da far dimenticare cosa si stesse dicendo un attimo prima. Bicchiere finito, testa già altrove. 91 Punti (bah…facciamo 92 con un – per la mancanza di spigoli veri). – SPUMANTE METODO CLASSICO EXTRA BRUT “SOLERA”, BUVOLI (VENETO): il naso è come un vecchio amico un po’ strano, fiori d’arancio ed erbe aromatiche disidratate che ti prendono per mano, poi una mela renetta che hai tagliato da un po’, l’arancio candito e la scorza d’agrume che non hanno alcuna intenzione di restare in disparte.
Poi paglia bruciata, un filo di gesso, la pasticceria secca, la cipria, un cassetto dimenticato e quella camomilla che…che tutto riempie. In bocca è cremoso ma non molle, teso e sapido, con una freschezza che tiene tutto insieme e una leggera astringenza che ricorda i tannini di un rosso educato. Infine, note ossidative e selvatiche spingono il piede sull’acceleratore regalando una chiusura, lunga, gastronomica, quasi masticabile. Una bollicina che ti costringe a sederti e ascoltare. 90 Punti (ma mica troppo distante da 91). – VALPOLICELLA RIPASSO DOC CLASSICO SUPERIORE 2018 (MAGNUM), SECONDO MARCO (VENETO): entra in scena con l’atteggiamento di chi ha vinto una scommessa vent’anni fa e non l’ha ancora dimenticato. Un naso voluminoso, dove ciliegia e prugna si accavallano senza chiedere il permesso, un ché di pepe solletica, e la liquirizia che arriva in coda come un commento sarcastico buttato lì apposta. Il tabacco e la cannella sono punteggiatura, due virgole in un discorso che altrimenti correrebbe troppo. In bocca la parola d’ordine è “leggerezza”; il tannino è setoso ma non finge gentilezza, l’acidità lega senza alzare la voce…resta un vino che sa di aver “ripassato” sulle vinacce dell’Amarone e non ha alcuna intenzione di lasciartelo dimenticare. Il finale è lungo, caldo, leggermente permaloso, come chi ha ragione e lo sa. Non è un vino da bere distrattamente, pretende attenzione, e in cambio ripaga. Per chi cerca la sostanza senza i tromboni. 91 Punti. – AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOCG 2013 (MAGNUM), SECONDO MARCO (VENETO): che dire di un vino di cui sarebbe meglio non dire niente? Bevuto senza preavviso disorienta, con quella carica di ciliegia scura e prugna che arriva dritta, senza mediazioni. Sotto, le spezie si muovono lente, quasi controvoglia; una scivolata sul pepe nero, tabacco, cioccolato al latte, un’eco terrosa e balsamica che sa di sottobosco e pietra focaia, con quel fumo che sale sottile… In bocca è la Rondinella a porgere il braccio, il tannino è fittofitto e sottilesottile, risoluto e risolto, quasi ostinato, e costruisce una struttura che avvolge senza mai appesantire. Secco, deciso, per niente disposto a farsi da parte, potente ma affatto monolitico. Il finale è roba per Corvina e Corvinone; si allunga “fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare” (cit.), con una persistenza che sembra fatta apposta per mettere alla prova la pazienza di chi beve e un’agilità insolente per la tipologia. Non è un vino timido né accomodante, chiede un piatto sostanzioso, un tavolo lungo, magari un silenzio pensieroso dopo il primo sorso. Chi lo affronta con leggerezza rischia di uscirne un po’ ridimensionato. 92 Punti (ché 93 mi sembrano troppi). I QUASIQUASI – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SOTTOZONA CIALLA “SCHIOPPETTINO DI CIALLA” 2019, RONCHI DI CIALLA (FRIULI VENEZIA GIULIA): arriva come un lampo a Settembre, ti fa strizzare gli occhi e voltare la testa mentre ti stai ancora allacciando le scarpe. Al naso è tuono di fragoline selvatiche e ciliegie scure, un’ombra di terra umida e pepe che ti pizzica le narici come una freccia malandrina. Poi fiorisce, ma privo di didascaliche immagini, è viola di campo, erbe, un’idea di agrume esotico che ti lascia un po’ spiazzato (che sia kumquat? Naaa). In bocca è setoso, ma non molle. Ti irretisce con quella grazia un po’ pinotiana che ti fa credere di avere a che fare con qualcosa di leggero, e poi ti atterra con sostanza, acidità vibrante e un tannino gentile che ti fa succhiare le guance. Frutta rossa e blu, spezie brune, e quel finale che è scia erbacea che continua a ripresentarsi, come se il vino avesse ancora qualcosa da dire e non volesse smettere di dirlo. Ti guarda storto e ti conquista. Non grida, non ostenta, ma se hai voglia di ascoltarlo ti racconta storie di bosco e sfrontatezza. Difficile restare indifferenti davanti a tanta irrequietezza. Bevibile ora, ma con la faccia di chi sa aspettare. 89 Punti. – ERBALUCE DI CALUSO “REND NEN” 2022, LUCA LEGGERO (PIEMONTE): s’avanza lento e inizia a parlare a voce bassa, raccontando di pesca bianca ancora fredda di mattina, pera Williams appena colta, mela che scrocchia tra i denti. Poi fiori di campo e limonaria, fieno tagliato, un filo di miele e spezie dolci che si posano sulla pelle come una carezza. Sotto, la mandorla e la scorza di cedro, le erbe aromatiche a firma di salvia e maggiorana che sanno di collina e di vento. In bocca diventa storia. Acidità che stringe e poi lascia andare, sapidità che avanza come una marea lenta, frutto giallo che non grida ma insiste. Chiude lungo, con quell’amaro delicato di mandorla che resta sulla lingua come un segreto non detto. Verticale, sobrio, occupa lo spazio con la quieta insolenza di chi sa di poter restare. Un vino travestito da bicchiere qualunque. 88+ Punti. – CANAVESE DOC NEBBIOLO “MAURA NEN” 2022, LUCA LEGGERO (PIEMONTE): rosa e violetta che si aprono come una ferita leggera sulla pelle, impercettibile forse, ma improvvisamente presente. Poi ciliegia e prugna mature, piccoli frutti rossi e un filo di melograno che scivolano lenti, come se avessero tutto il tempo del mondo. E sotto, senza fretta ma anche senza pietà, pepe nero, noce moscata, cuoio di buona concia e tabacco, con quella scia di sottobosco e grafite che sa di collina bagnata e di notte antica, di qualcosa che è rimasto a lungo chiuso e ora finalmente respira, portando con sé un’eco di eucalipto, ghisa e terra appena smossa. In bocca la tensione è immediata, fisica. Acidità che graffia e poi si scioglie, tannini di setosa solidità, sapidità che avanza e non molla. Il sorso si allunga, insistente, con il frutto che resta croccante e le spezie, pettegole, che continuano a parlare di quanto sia smorfiosa l’arancia rossa anche quando il bicchiere è già vuoto. Verticale, un po’ scontroso, capace di restare addosso a lungo. Preferisce lasciare il segno piuttosto che farsi ricordare con tenerezza. 88++ – BAROLO DOCG MGA CERRETTA 2022, RÉVA WINERY (PIEMONTE): appena lo avvicinate al naso non sembra spiegare niente, si limita a complicare le cose sciorinando frutti rossi che sembrano freschi ma portano dietro un’ombra scura, poi le erbe di campo, quelle che si strappano camminando senza pensarci. La rosa arriva tardi, quasi controvoglia, seguita dalla violetta che se ne va altrettanto in fretta. Un soffio di sale marino attraversa tutto e sotto, dietro una presa di tabacco, resta una nota di terra umida che sa di collina e che non se ne vuole andare, un’eco di sottobosco che continua a bussare. In bocca è succoso, energico, compatto. L’acidità tiene tutto in carreggiata mentre il tannino, fitto ma lucidato a dovere, stringe con autorevolezza senza mettersi a fare il bullo. C’è profondità, c’è austerità, ma soprattutto c’è equilibrio, la potenza non sfonda la porta e l’eleganza non si presenta in smoking. Il finale è un ritorno di spezie e una scia balsamica che allunga il sorso con una certa cattiveria. Un Barolo di prima vendemmia che già mostra carattere e promessa. Un pugno chiuso; magari indossa un guanto di velluto, ma il pugno resta lì, pronto. 88++ – TOSCANA IGT ROSSO “VOLTA DI BERTINGA” 2015, BERTINGA (TOSCANA): il naso arriva come un pugno avvolto nella seta e racchiude more di rovo schiacciate, violetta che non ha tempo di farsi timida, ginepro e mentolo che spazzano via ogni tentazione di dolcezza facile. Poi liquirizia, un filo di tabacco dolce e quella grafite che sa di pietra bagnata. Non è un profumo, è un monologo. In bocca la potenza non urla: ti prende per la gola con tannini ancora vivaci, quasi piccanti, ma li spegne subito un’acidità salina che ti fa venire voglia di un altro sorso. Frutto nero maturo, estrazione vera, chiusura lunga e di grande spessore su liquirizia e un’eco minerale che resta a far compagnia. È un Merlot che non ha voglia di piacere a tutti. Preferisce sedurre chi sa ascoltare.
89 Punti (forse). – CORTONA DOC SYRAH “IL CASTAGNO” 2022, FABRIZIO DIONISIO (TOSCANA): arriva come un amante che non ha fretta di spogliarsi; sa di attesa e di un concedersi con deliberata, sadica lentezza. Un olfatto che si apre a strati, di mora (rovi compresi) e ribes maturi, confettura di lampone e ciliegia scura; poi scivola languido su cioccolato fondente, caffè tostato, pepe bianco e un filo di tabacco biondo. Sotto, un’eco di sottobosco umido, erbe mediterranee e un soffio di catrame che sa di pelle calda e di un dopo. In bocca è denso e avvolgente, tannini vellutati che stringono senza ferire, una freschezza quasi citrica che tiene vivo il desiderio. Frutto succoso e speziatura che s’avanza a ondate, sapido, graffiato a sangue da ritorni di chiodi di garofano e carne affumicata. Chiude lungo, persistente, lasciandoti la bocca ancora leggermente aperta, come dopo un bacio finito prima di quando tu volessi. Seduce con eleganza e più di un pizzico di insolenza. Rimane, e quando te ne vai ti resta addosso. 89- Punti (ma se fosse per il cuore…). p.s. E “CUCULAIA”? Si, c’era pure “CUCULAIA” ma…a parte che ne saprete certamente più di me, mi è sembrato un po’ troppo “incravattato”, quasi fosse imbarazzato di trovarsi circondato da tanti rivali, mica come “IL CASTAGNO” che mostrava il petto al nemico con la sana semplicità e la nobiltà d’animo di un Brancaleone da Norcia. Lo devo riassaggiare con la calma che gli è dovuta (prima o poi ci riuscirò).   – PINOT NERO “S” 2020, BUVOLI (VENETO): Un naso diretto di fragole e lamponi, di violette che ti guardano dritto negli occhi. Poi uno scivolo di note balsamiche e un sottobosco appena terroso, come se qualcuno avesse appena calpestato foglie umide.
Arrivano tabacco, spezie orientali e l’abbraccio di una vaniglia grassa che sa di cioccolato bianco lasciato al sole. C’è pure un’idea di caffè tostato e anice (e direi un ché di armellina ma potrei sembrare stupido) che non vorrebbe farsi notare ma non gli riesce. In bocca la dolcezza olfattiva si dilegua e lo spazio è tutto delle amaritudini di erbe aromatiche; la freschezza non ha paura di graffiare e i tannini setosi scivolano senza fare rumore introducendo una lunga scia sapida, quasi salmastra, che ti costringe a tornare al bicchiere. Non è un Pinot Nero educato. È uno di quelli che ti fa alzare un sopracciglio e poi ti fa sorridere.
Da bere ascoltando qualcosa di un po’ storto e malinconico. Tipo un pezzo di Nick Cave a volume basso, di notte. 89 Punti (e forse di più, ma aspettiamo che si distenda ancora un po’). – PINOT NERO “P” 2020, BUVOLI (VENETO): un naso che non ha fretta, quasi timido, di piccoli frutti rossi, lampone e ciliegia, magari arancia, che non alzano la voce prima di una scia floreale di rosa e violetta che si mescola a note di sottobosco leggero, a una speziatura fine e peposa e a un filo di tabacco.
C’è pure un’idea di tostatura dolce, di quasi cioccolato, non a seppellire, ma ad accompagnare. In bocca è più snello di quanto il naso lasciasse intendere: tannini setosi che scorrono senza attrito, freschezza che tiene il ritmo e una sapidità sottile che allunga il sorso. Il frutto torna maturo ma non in confettura e chiude pulito, con una scia quasi minerale che invita al secondo calice. The dark side of “S”, volta le spalle alla Francia e se la ride dei cugini d’oltralpe calando l’asso di una componente di sana follia italiana. 89 punti con un + (tuttitutti direi). E QUINDI? E quindi è andata.
Non perfetta, non epica, ma seria (molto seria). Ha tenuto fede a quella promessa, fatta l’anno scorso, di non essere solo una bella vetrina. Ha cercato di parlare di mercato senza dimenticare la cultura, e di cultura senza dimenticare che qualcuno deve pure vendere le bottiglie. Ha messo insieme chi produce e chi compra in uno spazio che non era né troppo formale né troppo caotico e questo, in tempi in cui tutto tende a diventare o fiera o festa, non è scontato. Ora i calici sono stati riposti. I produttori sono tornati alle loro vigne e alle loro cantine. Gli operatori alle loro liste e ai loro clienti. La Fortezza ha ripreso il suo silenzio abituale. Resta la sensazione che qualcosa si sia mosso.
Non un terremoto, un passo. E i passi, quando sono fatti nella direzione giusta, contano più delle dichiarazioni. GRAZIE dunque a chi ha organizzato senza perdere la misura, GRAZIE a chi ha portato il vino e non solo sé stesso, GRAZIE a chi ha ascoltato prima di parlare. Io ci sono stato, ho camminato, ho ascoltato, ho bevuto (e ho messo già in agenda l’Edizione 2027).
E Voi…se non c’eravate, la prossima volta fate in modo di esserci (o non fatelo, ma poi non dite che a Firenze non succede mai niente) Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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PODERE SELVA CAPUZZA. Soglia di terra e di cielo. Arrow Right Top Bg

22 Ottobre, 2026

PODERE SELVA CAPUZZA. Soglia di terra e di cielo.

PODERE SELVA CAPUZZA racconta un Lago che è tale solo se visto su una cartina geografica, imbottigliando un Garda che sa di Risorgimento, rinascita, Storia e futuro. L’AZIENDA   C’è un punto, a quattro chilometri dalla riva meridionale del Garda, dove le colline moreniche si sollevano appena, come un cappuccio posato con delicatezza sul bordo dell’anfiteatro antico. Lì, tra Desenzano e Sirmione, il terreno non è più pianura e non è ancora montagna, è una soglia. I romani la chiamavano Silvae, luogo selvatico, e da quel nome antico, unito a Capuzza, testa, cappuccio, punto elevato, nasce PODERE SELVA CAPUZZA. Arrivare qui non è un’operazione di geografia, è piuttosto un passaggio di stato. Si lascia la superficie brillante del lago, le sue acque che riflettono il cielo, e si entra in un paesaggio che respira più lentamente. Sotto i piedi, l’argilla e i sassi calcarei raccontano di ghiacciai sciolti millenni fa, di venti che scendono dalle Alpi e di una terra che ha deciso di non essere soltanto produttiva, ma ospitale. Attorno ai filari il paesaggio non ha fretta di essere soltanto vigna. Ci sono olivi che segnano il punto in cui il clima mediterraneo comincia a cedere il passo a quello più continentale dell’entroterra; c’è un bosco che un tempo era tartufaia, e che ancora oggi custodisce sottoterra quel profumo come un segreto tramandato in famiglia; c’è un parco di gelsi, testimonianza di un’epoca in cui su questa collina si allevavano bachi da seta e non soltanto uva, e ci sono due piccoli stagni che di sera diventano specchi capovolti, dove il cielo si guarda senza fretta. Sono spazi lasciati apposta alla biodiversità, margini non arati, angoli in cui la natura continua a fare quello che ha sempre fatto, senza che nessuno le dia ordini precisi. Le uve che qui trovano casa sono in gran parte autoctone, quelle varietà che altrove, dove la moda comanda più della memoria, sarebbero già scomparse da tempo. La Turbiana, certo, protagonista della denominazione più nota, ma anche il Tuchì, sottratto a un’estinzione che sembrava ormai segnata, e poi il Groppello, il Marzemino, la Barbera, un Sangiovese che qui suona quasi come un dialetto. Tre denominazioni si intrecciano su questo stesso fazzoletto di terra: Lugana, San Martino della Battaglia, Garda Classico, come tre lingue parlate nello stesso paese, ognuna con il proprio accento ma tutte figlie della stessa geografia. La famiglia Formentini abita questa soglia dal 1917. Non è una data da calendario, è un filo continuo che si è intrecciato con un’altra storia, quella del marchio HIRUNDO. Hirundo, la rondine, l’uccello che torna e se ne va scandendo le stagioni, che nidifica ancora oggi su queste colline e che, durante la vendemmia, risale da sud proprio mentre la terra consegna i suoi frutti. Due storie, una di terra e una di cielo, che si sono fuse in un solo nome e in un solo gesto: restare fedeli a ciò che il luogo sa produrre meglio di ogni altrove. Luca Formentini cammina questo territorio come si cammina un racconto familiare, non cerca scorciatoie. Ha scelto di lavorare solo con ciò che qui è nato e cresciuto da sempre, senza importare varietà che appartengono ad altri paesaggi. Ha scelto di trattare la terra con l’attenzione che si deve a chi conosce segreti antichi, evitando ciò che potrebbe ferirla, limitando il passaggio delle macchine, osservando i cicli invece di forzarli, monitorando l’impronta idrica e del carbonio, affidandosi a metodi naturali, riducendo il peso delle bottiglie… La sostenibilità qui non è un’etichetta appiccicata, ma un modo di stare al mondo, una continuità che si misura nel tempo lungo delle generazioni Il podere si trova al centro di ciò che nel 1859 fu teatro di una delle battaglie più cruente delle guerre di indipendenza, tra le torri di Solferino e San Martino. Oggi quelle torri guardano ancora, ma ciò che scorre tra di loro non è più il sangue dei soldati: è il lento lavoro di chi ha deciso di difendere la quiete, la fauna, la biodiversità e il senso di un luogo che resiste alla fretta. Camminare tra queste vigne, specialmente all’alba o al crepuscolo, è come entrare in uno di quei racconti in cui il viaggiatore non cerca una meta, ma un ritmo. Il ritmo delle rondini che tornano, del vento che arriva dalle Alpi, dei gelsi che hanno visto generazioni passare, dei piccoli stagni che riflettono nuvole e rami. È un luogo che non ha bisogno di dichiararsi speciale. Basta restare un po’ più a lungo del previsto, ascoltare il silenzio protetto dal divieto di caccia, osservare come la luce scivola sui sassi e sulle foglie, e capire che SELVA CAPUZZA non è soltanto un podere, è una soglia dove la storia, la natura e la cura quotidiana di una famiglia continuano a intrecciarsi, senza clamore, con la stessa pazienza delle colline moreniche che da millenni attendono, e accolgono. I VINI Tre tra tanti, tre Lugana che parlano la stessa lingua ma dialetti differenti, occhi diversi per uno stesso Territorio, traduzioni differenti della stessa Storia. Leggeteli, ma soprattutto…assaggiateli. – LUGANA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “HIRUNDO” MILLESIMATO 2019: la bottiglia stava lì da settimane, dimenticata dietro un mucchio di libri che nessuno leggeva più. Quando finalmente la mano e il vetro si incontrarono, questo era freddo e un po’ appannato, come se avesse accumulato silenzio. Il tappo cedette con un suono sordo, quasi seccato dall’attesa, e uscirono bollicine piccole e precise, metodiche più che festose, quasi avessero aspettato troppo a lungo per permettersi di sprecare energia. Nel bicchiere il colore era l’oro spento della luce di una stanza che ha chiuso le tapparelle da ore. Nessuna immediatezza al naso, un silenzio rotto poco dal rumore della crosta di pane raffermo, quella che si spezza con un rumore secco e lascia sulle dita un odore di forno spento da tempo. Dietro, pietra bianca e fredda, come un sasso raccolto in riva al lago e tenuto in tasca per tutto il pomeriggio. Poi le mele gialle, quelle un po’ ammaccate che si trovano in fondo al cesto, nell’angolo dove nessuno guarda, dove riposano quelli poco inclini a occupare il gradino più alto del podio. Dolci e un po’ stufe di aspettare, schive quel tanto da chiedere la compagnia di una pera cremosa e pigra e di una nocciola spezzata in due, il cui odore si mescola a un lievito antico, quasi di cantina abbandonata. Sotto tutto questo, un filo di erbe secche e di foglie che hanno perso il verde ma non ancora il ricordo della pioggia. Il sorso non è conquista. Non bussa, non chiede permesso; altero porta con sé un’acidità sottile che non graffiava ma teneva tutto sotto controllo. E sulle bollicine, piccole e discrete, educati ospiti che sapevano quando andarsene, la frutta gialla tornava, più matura, e la pera si faceva ancora più densa, mentre la nocciola lasciava una scia leggera e un po’ amara. C’era sapidità, quella vera, di sasso bagnato e di aria che arriva dal lago quando il vento gira. Non c’era nulla di teatrale. Solo una progressione lenta, quasi ostinata, che ti obbligava a prestare attenzione senza mai alzare la voce. A metà bicchiere qualcosa cambiò. Il lievito diventò più presente, il pane più scuro, e la pietra sembrò scaldarsi un poco. Non era evoluzione appariscente, piuttosto un lento svelarsi, come se il tempo passato al buio avesse lasciato impronte che solo adesso diventavano leggibili. Il sorso conservava tensione ma perdeva rigidità, diventando piuttosto una forma di memoria, di cose tenute a lungo e finalmente liberate. Quando il bicchiere si svuotò, restò solo un filo di bollicine che salivano ancora, ostinate, e un retrogusto di crosta e di sasso che non voleva andarsene. Non c’era nostalgia, né trionfo, solo la sensazione di aver ascoltato qualcuno che aveva molto da dire e aveva scelto di dirlo piano, senza fretta, senza bisogno di essere capito subito. Fuori stava cominciando a piovere, dentro, il bicchiere vuoto sembrava ancora pieno di qualcosa. 90 punti, forse 91 se la pioggia continua. – LUGANA DOC “SELVA” 2024: si presenta così, senza annunci, senza fanfare, con una luce che pare aver rubato un pezzo di lago. Una sfida più che un invito. La prima cosa che il naso percepisce è la quiete. Niente grida, nessuno sventolio di bandiere. Racconta di frutti gialli che non hanno fretta di maturare, di una mela che ha deciso di restare un po’ acerba per non perdere il nerbo, di una pesca che si è lavata le mani nel fiume e ha portato con sé un ricordo di pietra bagnata. Poi, di colpo, l’agguato del vegetale. Non quello da mazzo di erbe da cucina, ma quello più scuro, più segreto delle foglie che hanno raccolto la rugiada di notte e non l’hanno ancora consegnata al sole, di un filo di erba tagliata che sa di mattina vera, di quella in cui si cammina a piedi nudi e si rischia di calpestare qualcosa di vivo. C’è anche un’ombra, l’appena di una nocciola arrivato a noi come il rumore del suo guscio rotto. E sotto, sempre sotto, una traccia di terra umida, di quella che si attacca alle scarpe quando si cammina troppo vicino alla riva. È un vino che aspetta che tu capisca che la dolcezza non è il punto, che la frutta è solo un pretesto. Il vero discorso è fatto di contrasti: il succo che vuole essere generoso e la mineralità che lo tira indietro per i capelli, il calore che prova a farti sedere e la freschezza che ti obbliga a restare in piedi. In bocca è chiaro, quasi spietato nella sua nitidezza. Non trucco, nessun inganno, solo una linea tesa, un filo di acidità che non graffia ma tiene, e una succosità che non diventa mai pesante. C’è un ché di fumoso, ma non di camino; è come il ricordo di una pietra che ha preso sole e poi pioggia e ha deciso di tenersi entrambi. Uno starnuto di pepe di cui l’aria ha conservato l’idea. E poi, a metà del sorso, si scioglie appena, strizzando l’occhio a una tenerezza tenuta al guinzaglio corto. Il finale è lungo quanto basta per non dimenticarlo, e corto abbastanza da non annoiarti. Lascia una scia di erbe e di frutta che non si è ancora arresa e una nota salina che sembra venire da un posto dove l’acqua e la terra si disputano il primato da secoli. È un vino da conversazione sbilenca, da chiacchiere che chissà dove finiscono. Un vino che ti guarda storto se lo bevi troppo in fretta e ti sorride se gli dai tempo. È bottiglia da aprire quando si ha voglia di ricordare che il lago non è solo cartolina, che le rive hanno memoria di piedi che ci hanno camminato sopra e di storie che non sono mai state scritte per intero. È un vino che chiede di essere seguito, di essere lasciato parlare a modo suo, con quella voce un po’ rauca e un po’ chiara che sa di libertà, con quella voce che vuole essere schiarita con un altro bicchiere, magari solo per dire qualcosa che senso più non ha. Se fosse una canzone? Sarebbe indeciso se essere una ballata o di protesta. 89 punti, forse 90 se il tempo continua a trattarlo bene. – LUGANA DOC “MENASASSO” 2021 RISERVA: in certi pomeriggi che sembrano non finire mai, il bicchiere non è più un bicchiere ma una porta socchiusa. E da quella fessura esce qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che ti prende per la mano e ti trascina altrove senza chiederti il permesso. Questo “MENASASSO” è esattamente questo: una porta. Non una di quelle eleganti, lucidissime, con maniglie di ottone e zerbini ben allineati. No. Una di quelle un po’ storte, di legno scuro e nodoso, che scricchiola quando la spingi e che sa di polvere antica e di vento che viene da lontano. Appena lo avvicini al naso capisci che le gentilezze, qui, “non è camera loro”. C’è una freschezza quasi insolente, una sorta di vegetale radicato, come se qualcuno avesse appena smosso la terra con le mani nude e ne avesse portato via un po’ di radici, di foglie ancora umide, di quella parte segreta del bosco che conoscono solo gli gnomi dei funghi. Poi, piano, arriva la frutta, leggera, quasi trasparente, come se fosse stata lavata dalla pioggia di un mattino di fine estate. Un filo di fumo la sfiora, appena accennato, e accanto a esso qualcosa di tostato, di delicato, che ricorda quei pomeriggi in cui si sgranocchiano nocciole mentre si guarda fuori dalla finestra senza pensare a niente. E poi il finocchio, o forse è aneto, una nota verde e sottile che ti fa sorridere perché è così fuori posto e invece sta lì, perfetta, come un ospite inatteso che alla fine diventa il più interessante di tutti. Bevi. E quando bevi ti accorgi che questo vino non ha nessuna intenzione di farti la corte in modo convenzionale. Non ti avvolge subito, non ti accarezza. Ti prende per il collo con una freschezza affilata, una acidità che non è mai aggressiva ma è precisa, chirurgica, e al tempo stesso ti lascia spazio. C’è sostanza, certo, c’è volume, una sorta di densità che vuole essere presenza ma mai pesantezza. È come se dentro quel sorso ci fosse un’intera giornata di luce filtrata attraverso le foglie, un’intera giornata di silenzio interrotto solo dal rumore lontano dell’acqua. E mentre scende, mentre occupa la bocca, senti qualcosa di fumoso, leggermente terroso, quasi fungino, che si posa sulla lingua come una memoria. Non un ricordo preciso, più un’emozione che non ha nome, qualcosa che sta a metà tra la malinconia e la curiosità. Il finale è lungo. Non nel senso banale del termine. È lungo perché non vuole andarsene, resta lì, un po’ amaro e un po’ dolce, con quella speziatura eterea che sembra arrivare da un cassetto chiuso da anni e improvvisamente riaperto, un finale che ti lascia con la sensazione di aver appena fatto una passeggiata in un posto che non conosci, ma che in qualche modo ti appartiene. E mentre il sapore si dissolve lentamente, ti ritrovi a sorridere da solo, come se ti avessero appena raccontato una storia un po’ sfacciata e un po’ tenera, una di quelle storie che non si raccontano a voce alta perché troppo “private”. C’è qualcosa di profondamente irriverente in questo vino. Non perché cerchi di sorprenderti a tutti i costi, ma perché rifiuta di essere ciò che ci si aspetterebbe. Non è il bianco “bello e buono” da mettere in tavola per fare bella figura. È un personaggio, ha carattere, ha un’anima un po’ scontrosa, un’anima che non si fa prendere subito e che, quando finalmente decide di aprirsi, lo fa con una generosità quasi scandalosa. Ti racconta di un luogo senza nominarlo, di un tempo senza datarlo, di un’emozione senza spiegarla. E in questo silenzio pieno di suoni, in questa assenza di parole che diventa poesia, capisci perché certi vini non si dimenticano. Lo bevi e pensi che forse, in fondo, non serve altro. Non servono etichette troppo chiassose, non servono racconti troppo lunghi, basta questo sorso che ti prende, ti scuote un po’, e poi ti lascia lì, seduto, a guardare il bicchiere vuoto come se dentro ci fosse ancora qualcosa da scoprire. Perché c’è. C’è sempre qualcosa da scoprire, quando un vino decide di non farsi capire del tutto, quando sceglie di restare un po’ misterioso, un po’ distante, e proprio per questo irresistibile. Non chiede di essere amato, si limita a esistere, nella sua austera eleganza, nella sua sostanza che non grida mai. E tu, quasi senza accorgertene, finisci per innamorartene. Non di colpo, piano, come si fa con le persone che valgono davvero, quelle che non ti conquistano al primo sguardo, ma che, una volta che le hai conosciute, non riesci più a dimenticare. E allora alzi di nuovo il bicchiere, anche se è vuoto, e sorridi. Perché sai già che lo riempirai di nuovo. E che, ogni volta, sarà come la prima. Il punteggio? Dateglielo Voi. Da bere ascoltando “HEART OF STONE” dei THE ROLLING STONES. E QUINDI? E quindi GRAZIE a PODERE SELVA CAPUZZA, GRAZIE a Luca (ma anche a Fabio e a Massimo) per avermi ospitato in un luogo magico, lì dove un lago è tale solo se si guarda una carta geografica e si comporta come un mare che, per una volta, non è rimasto imprigionato nella roccia; lì dove il ghiaccio di un tempo e le pietre che ha scavato finiscono in bottiglie che ne conservano la memoria. PODERE SELVA CAPUZZA è luce, vento, pazienza, memoria e futuro. Fateci un salto, ne vale la pena Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023, ROMANZO DEL VINO. Arrow Right Top Bg

15 Ottobre, 2026

COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023, ROMANZO DEL VINO.

  ROMANZO DEL VINO è più di un’Azienda, è un romanzo d’autore da sfogliare piano, un’opera dedicata al Timorasso (ma non solo) da sfogliare piano prestando attenzione alle parole. ROMANZO DEL VINO: un patto scritto sulle colline di Montemarzino. C’è un modo di arrivare in un posto che dice già tutto di quel posto, ed è arrivarci per caso, seguendo indicazioni imprecise, e trovarsi davanti a qualcosa che nessuna guida aveva segnalato. Succede così a chi finisce a Castellazzo, frazione di Montemarzino, nel cuore dei Colli Tortonesi, una manciata di case, colline che si arrotolano una nell’altra senza fretta di distinguersi, e in mezzo, quasi mimetizzata, la cantina di un’azienda che ha scelto per sé un nome insolito. ROMANZO DEL VINO, appunto, un’idea nata più come un gesto di fiducia che come un piano industriale, fiducia nella vocazione silenziosa delle Terre Derthona, nella capacità di queste colline di restituire qualcosa di autentico a chi sa fermarsi ad ascoltarle. Il progetto è recente e porta dentro di sé qualcosa che raramente si trova in un’azienda vinicola giovane: l’assenza di un unico padrone. ROMANZO DEL VINO nasce infatti da un gruppo di persone arrivate qui da percorsi diversi, chi da una professione lontanissima dai filari, chi da una passione coltivata per anni ai margini di un altro mestiere, che a un certo punto hanno deciso di mettere insieme non solo qualche ettaro di vigna, ma il sentimento condiviso di cosa significhi fare vino in questo angolo di Piemonte rimasto per decenni fuori dalle rotte più battute. Un sentimento da trasformare in qualcosa di concreto, non solo produrre ma custodire; custodire la terra, restituirle in parte ciò che generosamente ha donato per generazioni, raccontarla senza forzature. A guidare il gruppo è Carolina Bruno, avvocata di formazione e degustatrice per vocazione, che ha portato dentro il progetto la stessa attenzione al dettaglio con cui si legge un contratto complicato, applicata però a una materia che di contratti non ne conosce: la terra, i suoi tempi, la sua ostinazione a non farsi mai davvero addomesticare. Quando l’idea è stata presentata a Walter Massa, l’uomo a cui va il merito di aver riportato alla luce il Timorasso dopo che per gran parte del Novecento era rimasto un’uva quasi dimenticata, la risposta non si è fatta attendere, ed è arrivata con la forza di un’investitura. Da allora Massa segue il progetto da vicino, non come consulente di passaggio ma come garante di un metodo, la certezza silenziosa che la fedeltà al territorio venga prima di qualunque tentazione di assomigliare a vini pensati altrove. La cantina, in Località Castellazzo, non è pensata come un fortino. È un luogo che i suoi stessi fondatori definiscono inclusivo, aperto ai piccoli vignaioli della zona che condividono la stessa filosofia di allevamento e di vinificazione. Da Montemarzino, Monleale, Villaromagnano, Sant’Agata Fossili, Viguzzolo, Avolasca, Berzano di Tortona e dai comuni limitrofi arrivano qui le uve coltivate con un’agricoltura ragionata, che predilige l’osservazione al dominio e la pazienza alla fretta. Ogni vigneto è una tessera di un mosaico più grande, esposizioni diverse, altitudini che cambiano, suoli che parlano lingue leggermente diverse ma appartenenti tutte allo stesso dialetto, e insieme formano un racconto corale, fatto di storie individuali che si intrecciano senza annullarsi l’una nell’altra. È un dettaglio che dice più di mille dichiarazioni d’intenti, perché nel vino la generosità verso i vicini resta merce rara quanto un’annata perfetta. Sotto tutto questo lavora un terreno che è lui stesso parte della narrazione: le marne bianche del Tortonese, cariche di sale antico, residuo di un mare ritiratosi milioni di anni fa lasciandosi dietro la propria sapidità. Una terra che pretende di essere ascoltata prima ancora che interpretata, e che qui trova la sua voce nei due vitigni storici della zona, il Timorasso e la Barbera, coltivati su parcelle che in certi casi passano da una generazione all’altra come un’eredità di famiglia più che come un semplice appezzamento catastale. Sono loro i due fili narrativi attorno a cui si costruisce ogni annata, senza che l’azienda senta il bisogno di aggiungere altre varietà a un racconto che considera già completo così. Anche l’aspetto delle bottiglie racconta qualcosa di questa filosofia: le etichette, disegnate da Giordano Floreancig, portano dentro un pizzico di follia visiva che sembra fatto apposta per contraddire la sobrietà del contenuto, come se ogni romanzo, per attirare un nuovo lettore, avesse bisogno anche di una copertina capace di incuriosire prima ancora che si giri la prima pagina. In un tempo che corre sempre più veloce e che spinge verso l’omologazione, ROMANZO DEL VINO sceglie un altro passo. Quello di chi sa che i racconti più veri nascono dalla lentezza, dalla cura, dalla capacità di restare fedeli a un luogo anche quando il mondo invita a guardare altrove. Chi arriva a Castellazzo avverte, forse senza saperlo formulare subito, di aver varcato una soglia sottile. Dietro di sé restano le strade più trafficate e le mappe già disegnate; davanti si apre uno spazio dove il tempo si dilata, dove le colline continuano a lavorare in silenzio e dove un gruppo di persone ha deciso di scrivere, insieme, un nuovo romanzo un capitolo per volta. Non con l’inchiostro, ma con la terra, con le radici, con la pazienza di chi sa che i romanzi più belli sono quelli che si lasciano leggere a voce bassa, pagina dopo pagina, senza fretta di arrivare alla fine. IL VINO – COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023: è un atto politico rivoluzionario. Perché oggi fare un vino così significa scegliere di stare dalla parte sbagliata del mercato. Arriva da un pezzo di Piemonte che per anni si è sentito periferia del vino importante. Colline lente lasciate ai margini mentre altrove si inseguivano mode, velocità, lucentezze da catalogo e parole come “premium” usate con la stessa generosità con cui si distribuiscono i volantini davanti ai supermercati. Qui qualcuno ha deciso di fare il contrario, rallentare, ascoltare, rimettere al centro il carattere delle Terre Derthona e lasciare che il vino porti addosso la propria origine, senza pettinarla per Instagram. Per questo il vino arriva nel bicchiere vivo, irregolare, nervoso. All’inizio ha una riservatezza quasi ombrosa, poi prende fiato e comincia a sporcarsi le mani. Profuma di prati verdi, mele mature, mentolo e miele d’acacia. C’è una dolcezza luminosa che dura però solo il tempo necessario per farsi attraversare da gesso, marmi umidi, corteccia, erbe selvatiche, timo serpillo e pepe bianco, una traccia di caramella d’orzo, piccola e ostinata, come un ricordo d’infanzia infilato nella tasca di una giacca da lavoro. Sono odori agricoli, concreti, quasi ruvidi. Non cercano la perfezione del laboratorio e non chiedono di essere tradotti in un vocabolario da degustazione imbalsamata. Raccontano un paesaggio, terra bagnata, vento sulle colline, vegetazione che cresce senza chiedere il permesso. Il vino non descrive il territorio da una distanza di sicurezza, lo porta dentro, è paesaggio liquido, E il sorso è ancora più radicale. Uno starter di miele e mele, poi il sale, il pimento, la lingua sfrucuglia e la gola si accende. La materia è viva, il movimento continuo, la beva che non scivola via educata come un ospite che abbia già controllato l’orologio. Il vino pulsa. Ha una sapidità insistente, quasi ostinata, che sembra voler ricordare una cosa semplice ed enorme al contempo, che queste colline, milioni di anni fa, erano mare davvero. E allora il bicchiere si riempie di una memoria fossile, marina, che torna attraverso la scia salina, le nocciole, il croccante da giostra e l’amaro del timo. Il finale non mette ordine nel racconto. Lo lascia aperto, con il sale sulle labbra e una sensazione di energia ancora in circolo. Tornano le erbe, la parte amaricante, una polpa di frutto che non si arrende e quella mineralità che non fa da fondale, ma prende la parola. È un vino che non addomestica niente. Rivendica il diritto del territorio a essere irripetibile, luminoso, spigoloso, agricolo e, quando serve, persino scomodo. Il suo gesto più rivoluzionario sta proprio qui, nel rifiuto dell’idea del vino come prodotto perfetto, replicabile, sempre disponibile a compiacere chiunque. Difende la possibilità che un luogo resti sé stesso anche quando il mercato chiede altro. Dentro questo bicchiere non c’è soltanto un vino bianco, ci sono colline che resistono alla semplificazione, persone che scelgono di non sparire, un’agricoltura che prova ancora a parlare il linguaggio delle stagioni invece di quello dei grafici. Questa non è nostalgia. La nostalgia guarda indietro e si commuove, qui, invece, si lavora nel presente. È resistenza attiva, con il sole addosso e le mani sporche di terra, è la decisione di custodire le Terre Derthona senza trasformarle in un parco tematico del vino di lusso, senza ridurre il paesaggio a una scenografia da brochure. Il territorio non è lo sfondo della bottiglia: è il protagonista, il regista e anche quello che a fine giornata deve lavare i bicchieri. Il Derthona di ROMANZO DEL VINO è rock perché non cerca eleganza da salotto. Ha luce, sale, elettricità. Ha la voce delle colline e una certa insofferenza per le buone maniere quando diventano un alibi. È un vino di sole e di mare capitato tra le terre tortonesi, ma soprattutto è un vino di resistenza contadina. Un bicchiere con la terra sotto le unghie, il vento in faccia e nessuna intenzione di chiedere scusa. 88- Punti (forse troppi, ma è sempre più difficile trovare qualcuno che scriva bene, quindi…) Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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WHITE OAK VINEYARDS. Uncork Abruzzo wilderness. Arrow Right Top Bg

8 Ottobre, 2026

WHITE OAK VINEYARDS. Uncork Abruzzo wilderness.

  WHITE OAK VINEYARDS si è appena affacciata sul panorama enoico Abruzzese. Un’Azienda giovane, due Tenute, otto etichette e un’unica missione: imbottigliare l’Abruzzo che è così com’è; fedeli alla Terra amandone più di una senza tradire nessuna. L’AZIENDA Otto etichette, due contrade, un’unica ostinazione: non prendere mai un ettaro in prestito da un altro. Quando ho scoperto WHITE OAK VINEYARDS mi è tornato in mente Arturo Bandini che da ragazzo si guardava intorno cercando non un solo posto dove mettere radici, ma tanti, convinto che la vita vera fosse sparsa, non concentrata in un unico fazzoletto di terra, e che per capire chi sei devi prima aver fame in più di un posto. Ecco, questa società agricola di Pineto, in provincia di Teramo, ha fatto della stessa convinzione un mestiere, quasi una preghiera laica: “Non coltiviamo terreni contigui alla nostra cantina” dicono, e lo dicono come una scelta di vita più che come una nota tecnica da comunicato stampa, la stessa frase, ripetuta abbastanza volte, comincia a suonare come un mantra contadino, di quelli recitati sottovoce prima di un temporale. Il risultato è una mappa fatta di pezzi lontani tra loro, ognuno tenuto separato dagli altri come si tengono separati i ricordi importanti, quelli che non vuoi confondere per non rovinarli entrambi. Immagina la cantina come una casa con due finestre spalancate su due paesaggi che non si assomigliano per niente: da una si vede la collina che scende dolce verso il mare, dall’altra una valle stretta tra le montagne dove il vento ha imparato a correre come chi ha fretta di arrivare da qualche parte. Nessuna delle due finestre racconta la stessa storia, e proprio per questo tengono aperte tutt’e due. C’è la Tenuta Fosso del Gallo, su ad Atri, dove i filari stanno in collina tra i centocinquanta e i duecentocinquanta metri e si bevono insieme la brezza di un Adriatico a manco dieci chilometri e i venti freschi che scendono dal Gran Sasso. Un’altalena termica che di notte raffredda tutto quello che il sole ha scaldato di giorno, e che rallenta la maturazione delle uve costringendole, ora dopo ora, a costruirsi con calma invece che di fretta, come si fa con le cose a cui si tiene davvero. Da lì escono quattro vini che di quella terra portano il nome anche quando il nome sembra un codice o uno scioglilingua da bar dopo mezzanotte: “MALA VITAE”, “ZYRAN”, “11.11”, “11.19”, ciascuno un appezzamento diverso, ciascuno una firma diversa, come se ogni filare avesse deciso di non farsi rappresentare da nessun altro. E poi c’è, più a sud, nel cuore della Valle dell’Aterno, la Tenuta degli Scongiuri, a Tocco da Casauria, provincia di Pescara, un pezzo di mondo collegato alle alture del Gran Sasso dalle Gole di Popoli, quelle che i venti le attraversano impetuosi, quasi con rabbia, e regalano alle uve un’escursione termica decisa che poi, nel bicchiere, si traduce in un’aromaticità che non lascia scampo, di quelle che ti prendono per il bavero prima ancora che tu abbia deciso se il vino ti piace. Il nome della tenuta viene dalla tradizione contadina vera, quella delle vecchie vestite di nero che toccavano ferro prima della vendemmia, che sputavano tre volte guardando il cielo se una nuvola sbagliata passava sopra i filari, sapendo per esperienza, non per superstizione da cartolina, che l’annata comanda e l’uomo obbedisce, sempre, comunque vada. Da quei filari nascono altri quattro cru: “PINKNOT”, “DIASILLE”, “SCHWA”, “SON OF ABRUZZO”. Nomi che sembrano soprannomi da bar di paese, di quelli che ti danno da ragazzo senza chiederti il permesso e che ti restano cuciti addosso per sempre, che tu voglia o no. Otto vini, dunque, otto appezzamenti diversi, e in mezzo la geologia che fa da basso continuo prendendosi la scena silenziosamente come farebbe un Flea. Ghiaie, calcari, acque di falda che cambiano da una contrada all’altra come cambia l’accento da un paese all’altro a distanza di venti chilometri, o come cambia il modo di salutare un vicino a seconda di che sangue hai nelle vene. Non serve saperne il nome scientifico per sentirne il peso nel bicchiere: basta fidarsi del fatto che ogni sasso, ogni vena d’acqua, ogni cambio di quota ha lasciato un segno che nessuna cantina, per quanto brava, potrebbe inventarsi a tavolino. Ma quello che conta davvero, qui, non è tanto raccontare ogni sasso uno per uno: è il fatto che nessuno di questi otto vini venga assemblato con uva presa altrove, mescolata per convenienza, addolcita per il mercato. “Produciamo solo Cru da singoli vigneti”, dicono, biologico e biodinamico per principio prima ancora che per etichetta da esibire, e la frase suona quasi come un giuramento fatto a bassa voce, di quelli che non si rompono nemmeno quando converrebbe romperli, nemmeno quando l’annata è stata bastarda e avrebbe fatto comodo un taglio, un aiuto, una scorciatoia. Fante scriveva che un uomo si riconosce dal posto dove ha fame. WHITE OAK VINEYARDS la fame l’ha distribuita apposta su più contrade invece di tenerla tutta in un unico podere, come se avessero capito, prima ancora di piantare la prima vite, che un solo pezzo di Abruzzo non basta mai a raccontare tutto l’Abruzzo e che a volte, per essere fedeli a una terra, bisogna avere il coraggio di amarne più di una, senza tradirne nessuna. I VINI – COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRIGIO RAMATO BIO “PINKNOT” 2025: NODO ROSA. La corda rosa costa due euro al metro, e questo per Dino è già il primo errore. Il secondo è averne comprati dodici. l terzo è seduto sulla sedia della cucina, legato con un nodo che nemmeno Dino saprebbe rifare, e sembra il più sereno dei tre. Il sequestro, se così vogliamo chiamarlo, va male dalle nove di mattina. L’ostaggio è un commercialista di Chieti che ha già chiesto due volte se può andare in bagno e una se c’è qualcosa da bere. Dino, che nella vita lavora in un consorzio agrario e nel tempo libero fa piani, apre il frigo e ci trova una sola bottiglia: “PINKNOT”. “Che roba è?” chiede a Sergio, il socio che parla solo quando non serve. “Boh. Bianco, credo. Rosa no.” “Rosa no” sembra la frase perfetta per un sequestro con la corda rosa. Ne versano tre bicchieri, ostaggio compreso, perché anche nei sequestri esiste un’etica del brindisi. Il colore è di quelli che non promettono niente e per questo ti mettono in guardia. Il naso è pulito: pera succosa, mela verde, una spremuta di lime e limone e una nota di fiori, tipo caprifoglio, che arriva tardi come il resto della banda. In bocca è leggero, secco, senza una briciola di zucchero a complicare la situazione. L’acidità è croccante e fa venire l’acquolina, la sapidità pizzica come una verità detta a cena, il frutto è polposo il giusto. Il finale sa di scorza di limone, netto, ti pulisce la bocca…ma la coscienza no. Il commercialista, con il bicchiere stretto tra due dita che Dino ha dimenticato di legare, fa notare che il nodo è fatto male. Dino ammette di non aver mai fatto un nodo. Sergio propone di chiamare qualcuno. Nessuno sa chi. Alla fine chiamano la moglie. Dino dice che vogliono centomila euro. Lei risponde: “Tenetevelo”. Seguono cinque secondi di silenzio in cui si sente distintamente il frigorifero, poi il clic del telefono. Il commercialista sospira, chiede se c’è ancora un po’ di quel vino e se, già che ci sono, si può mangiare qualcosa. Resterà a pranzo. Nessuno dirà più niente sul riscatto, sulla corda o sulla moglie…la forma più alta di happy ending. “PINKNOT” è il vino giusto quando tutto si è complicato e hai bisogno di qualcosa che non complichi ulteriormente. Da consumare al bisogno (possibilmente senza legare nessuno). 86+ Punti. – COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRICIO BIO “DIASILLE” 2025: IL LIDO DEI SOSPETTI. “Non ce l’ho con te, Gianni. È che stai in mezzo.” Gianni, cinquantadue anni, camicia a fiori su un fisico che ha smesso di fare promesse, è in mezzo a tutto: al sole di luglio, a un ombrellone che gli fa ombra solo sul piede sinistro e a un’indagine sulla scomparsa di un pedalò. Sì, un pedalò. Lungomare adriatico, mare piatto come una risposta evasiva, e la faccenda si è già portata via una vedova, due bagnini e la pazienza di un notaio di Pescara. È a quel punto che arriva la bottiglia. La porta un ragazzino del bar con l’aria di chi sa qualcosa e non intende dirla. È fredda, sudata, con l’etichetta che, se potesse, si staccherebbe a un angolo come uno dei raggi di Diva, la stella marina di Nemo. “DIASILLE” dice il ragazzino, e sparisce come fanno i testimoni migliori. Gianni ne versa un dito, per pura deontologia. Il pedalò, intanto, resta un’ipotesi. Da quel bicchiere, quello che gli colpisce il naso è la cosa più onesta che gli sia capitata da Giugno: pera, un colpo di ananas, agrumi, un cenno di erbe aromatiche e una spolverata di fiori, come un giardino visto da un treno che non si ferma. Nessuna trama, nessun doppio gioco. In bocca è leggero, ma non stupido. L’acidità è vivace e fa il suo mestiere senza chiedere riconoscimenti, la sapidità uno schiaffetto di mare che ti costringe al secondo sorso. Il frutto è croccante, mela verde e limone, senza un grammo di zucchero a complicare i rapporti. È secco come le battute di un film dei fratelli Coen: dice il necessario e se ne va. Il finale è pulito, agrumato, con un ritorno sapido che resta sulle labbra come una battuta a cui ridi con un minuto di ritardo. Gianni ne beve un altro. Comincia a vedere le cose con chiarezza, che vuol dire che è arrivato il momento in cui sta per sbagliare tutto. Segue le tracce fino al molo e incrocia il notaio, che sta cercando lo stesso pedalò. I due scoprono di essere stati assunti dalla stessa persona: un uomo che non esiste, che ha pagato in anticipo e in contanti, e che nel frattempo si è trasferito a Bolzano. Il pedalò verrà ritrovato tre giorni dopo in un’altra provincia, con dentro un tacchino congelato. Nessuno saprà spiegare. Nessuno chiederà. “DIASILLE” non risolve il caso, e sarebbe scortese pretenderlo. Fa una cosa più difficile: rende l’assenza di una soluzione perfettamente sopportabile. Da bere in compagnia di qualcuno che non vi faccia domande. 87++ Punti. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC BIO “SCHWA” 2025: LA VOCALE PIÙ PIGRA DEL MONDO. Il telefono squilla alle 3:12 di notte, che non è mai una buona notizia e quasi sempre una questione di soldi. Dall’altra parte c’è un cugino di Vasto che deve comunicare al professor Marchetti, docente di fonetica in un ateneo di provincia, due cose: la riunione per la cattedra è stata anticipata a giovedì, e davanti alla sua porta c’è una bottiglia. Marchetti la recupera in vestaglia. Sull’etichetta c’è scritto “SCHWA”, e lui ride amaro. La schwa è la vocale più pigra dell’alfabeto, quella che esce quando non hai voglia di scegliere, il suono del «boh». Un nome perfetto per una vita in cui nessuno ha mai deciso niente, lui compreso. Il vino, purtroppo, non ha letto il manuale. Nel bicchiere arriva con il colore di uno che la sa più lunga di te. Il naso parte coi fiori, geranio e garofano, poi lampone, melograno e ciliegia, e in mezzo un verde di salvia e basilico che sta tra l’orto e il compromesso. Sul fondo c’è una spezia sottile, come qualcuno che origlia dietro una porta. È in bocca che Marchetti smette di dire “boh”. C’è struttura, c’è sostanza, c’è un tannino tattile che ti prende per il bavero senza alzare la voce. L’acidità tira dritto, la sapidità le fa da spalla e il frutto rosso ha polpa e una certa rotondità, tanto che ogni tanto ti scordi di stare bevendo un rosato. Il finale è lungo, pepato, con un bordo sapido che ti mette fame di maccheroni alla chitarra e voglia di dire cose che non pensavi di pensare. Alla riunione di giovedì Marchetti si presenta con la bottiglia (mezza bottiglia) e pronuncia per la prima volta in vent’anni una vocale con convinzione. Il comitato lo guarda come si guarda un cane che parla. Fuori dalla finestra, lontano, si forma qualcosa che somiglia a una tromba d’aria, e nessuno ne fa parola. La cattedra andrà a un certo Schwarz, che nessuno ha mai visto. Marchetti scopre di non essere arrabbiato, e non sa se sia merito della vita, dell’età o del bicchiere. Il vino, per onestà, non si prende il merito. “SCHWA” dimostra che un nome che significa “indeciso” può contenere un vino con le idee molto chiare. Da bere con qualcuno che sopporti le pause. 87 Punti. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “ZYRAN” 2025: CILIEGIE SULL’ASFALTO. Il tizio col piumino in pieno agosto non avrebbe dovuto trovarsi lì, e lo sapevano tutti, lui per primo. “Senti, va tutto bene” ripeteva, con la faccia di uno a cui non va bene niente. Statale adriatica, il sole è uscito dal mare da un pezzo e l’asfalto fuma. Nel bagagliaio di una Ford Tempo del 1987 ballano una valigetta che nessuno deve aprire, una pala da neve senza alcuna spiegazione plausibile e una bottiglia di “ZYRAN”, infilata lì dal socio, quello che parla troppo, “per festeggiare dopo”. Il socio, lo si capisce subito, non festeggerà. Il vino sì, perché è l’unico personaggio della storia che sa esattamente cosa sta facendo. Lo stappano in una piazzola, sotto un cartellone di materassi, mentre il piano (chiamiamolo così) si sgretola come un biscotto nel latte. Riempie il bicchiere con un colore che ti guarda dritto in faccia e chiede chi sei tu per giudicarlo. Il naso parte con ciliegia fresca, melograno, fragoline di bosco, poi una folata di petali di rosa. “Sa di fiori?” “Sa di fiori, sì.” Per quindici secondi nessuno dei due pensa più al riscatto. È in bocca che la trama cambia. L’acidità è tesa come il filo di una trappola: ti drizza la schiena e ti toglie la voglia di lamentarti. La sapidità ti obbliga al secondo sorso, il tannino è appena una stretta di mano, quella di un contadino che non ti conosce ma decide di fidarsi. Sotto c’è un pizzico di pepe, una rusticità onesta che tiene a bada tutto quel po’ po di grazia. Non è un rosé da aperitivo in costume da bagno e nemmeno un rosso travestito, è quella terza cosa di cui in Abruzzo sono sempre stati gelosi. Il finale è pulito, con un ricordo di agrume e di roccia bagnata che resta lì, come un testimone che non parla. Intanto, in lontananza, una sirena. Non è per loro, è per un camion di cocomeri ribaltato tre chilometri più avanti. Il tizio col piumino si mette a ridere, poi a piangere, poi chiede se ce n’è ancora. Ce n’è. Ecco cosa fa “ZYRAN”: prende un pomeriggio andato storto e lo raddrizza quel tanto che basta a non combinare altre sciocchezze. Almeno fino alla prossima. Da bere in compagnia di gente di cui vi fidate il giusto. 88– Punti. E QUINDI? E quindi, intanto GRAZIE a WHITE OAK VINEYARDS (expecially nella figura di Claudio) per avermi fatto conoscere non tanto un nuovo pezzo di quell’Abruzzo che, ogni giorno che passa, credo sia più corretto chiamare “Abruzzi” (come quando, fino al 1963, era legato amministrativamente al Molise) stante la diversità di espressioni che il vino riesce a regalarci, quanto una nuova realtà produttiva che ha ben chiaro come queste diverse espressioni debbano essere valorizzate singolarmente per dare lustro al luogo e a chi è riuscito a metterlo in bottiglia. WHITE OAK VINEYARDS è appena nata, ma guarda già lontano.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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1 Ottobre, 2026

PODERI COSTANTINI ANTONIO. Il tempo che torna alla terra.

  Dal 1910 la famiglia Costantini coltiva vigne e custodisce la memoria agricola dell’Abruzzo tra Città Sant’Angelo, Spoltore e Tortoreto. Un viaggio tra storia familiare, territorio e innovazione che passa attraverso due vini simbolo: il Pecorino Iodolanda Anforange e il Montepulciano d’Abruzzo Terre dei Vestini. L’AZIENDA A Città Sant’Angelo, sulle colline pescaresi, il tempo ha il passo lento delle stagioni e la memoria concreta delle mani. Ci sono luoghi in cui la storia non si conserva: continua a camminare. Qui, la famiglia Costantini porta avanti dal 1910 una storia fatta di terra, lavoro e ostinazione gentile, quella che permette a un’idea nata più di un secolo fa di arrivare intatta fino a chi oggi apre il cancello della tenuta. Si potrebbe immaginare l’inizio come una scena semplice: una collina ancora silenziosa, il respiro dell’Adriatico in lontananza, un uomo che guarda le vigne e decide che quella passione non può restare soltanto sua. Da quando Antonio Costantini volgeva lo sguardo all’orizzonte il paesaggio è cambiato, le tecniche si sono evolute, i confini dell’azienda si sono allargati, ma il gesto originario è rimasto lo stesso: affidare alla terra un pensiero e attendere che, con pazienza, sappia restituirlo. PODERI COSTANTINI ANTONIO nasce dentro questo dialogo. Non è soltanto una cantina e non è soltanto un’azienda agricola, piuttosto è una cosa di famiglia e uno sguardo al futuro, un luogo dove ogni scelta sembra avere alle spalle una voce più antica, la voce di chi ha lavorato prima, di chi ha conosciuto la fatica delle vendemmie, l’incertezza del cielo, la necessità di non sprecare nulla. Qui il passato non è un monumento, piuttosto una radice, non si vede, ma tiene in piedi tutto ciò che cresce. La geografia aiuta a capire. I vigneti si distendono non solo a Città Sant’Angelo, ma anche nei territori di Spoltore, Cappelle sul Tavo e Tortoreto, componendo una mappa abruzzese che unisce colline, brevi distanze e differenti respiri del paesaggio. È una campagna che non ha bisogno di alzare la voce. Basta percorrerla quando la luce si abbassa, quando i filari diventano righe scure contro il cielo e il giorno sembra indugiare ancora qualche minuto prima di lasciare spazio alla notte. Dopo Antonio la responsabilità della continuità è passata ai figli Giacomo e Domenico, che hanno scelto di raccogliere il testimone, mettendo in secondo piano le precedenti attività professionali per dedicarsi ai progetti lasciati aperti dal padre. In questa decisione c’è qualcosa di profondamente abruzzese e, insieme, di universale: la consapevolezza che certe eredità non si ricevono davvero finché non si accetta di trasformarle in lavoro quotidiano. Così il casolare di famiglia, costruito alla fine dell’Ottocento, torna a essere parte del futuro, nuovi vigneti entrano nel disegno dell’azienda, le etichette cambiano volto, la ricerca cerca strade ancora da misurare. Non c’è contraddizione tra la casa antica e l’idea di sperimentare anzi, è proprio dalla solidità delle mura, dalla conoscenza del luogo e dalla memoria dei gesti che può nascere il coraggio di provare qualcosa di nuovo. Ora che con Giorgio un’altra generazione è entrata in Azienda lappare ancora più evidente la sua identità e il fatto che si parli del domani senza rinnegare ciò che è stato e senza considerare la tradizione una risposta già pronta. Ci sono bottiglie lasciate riposare in fondo ai pozzi, esperimenti di affinamento in anfora, nuovi impianti pensati anche per riscoprire una storia più lontana. Il vino, qui, diventa quasi un pretesto per interrogare il tempo, scoprire quanto può cambiare una materia quando la si lascia ascoltare il luogo, cosa accade quando una cantina decide di non avere fretta di conoscere il risultato. Sono domande che appartengono alla viticoltura, ma anche alla vita delle famiglie, dove ogni generazione aggiunge una frase a un racconto cominciato molto prima di lei. Perché PODERI COSTANTINI non parla soltanto di produzione, parla di paesaggio coltivato (anche l’olivo rende testimonianza), di responsabilità verso ciò che circonda la casa, di un’idea agricola in cui la terra non viene divisa in compartimenti ma riconosciuta nella sua interezza. Quando si lascia la tenuta, resta l’impressione di aver incontrato non una semplice azienda, ma una famiglia nel momento esatto in cui il ricordo si fa progetto. Quando il cancello si richiude e le colline rimangono dietro la strada si ha ben chiaro che, dal 1910 a oggi, PODERI COSTANTINI ha imparato che custodire non significa fermare il tempo ma accompagnarlo stagione dopo stagione, finché la terra riconosce ancora il passo di chi la ama. I VINI Cinque linee, diciassette etichette…tante, forse troppe (no, decisamente troppe) per raccontarvele tutte in così poco spazio. Ne ho scelte dunque due, due vini che raccontino la Tradizione, il legame tra l’oggi e la Storia e magari qualcosa in più. Date una letta alle mie personalissime descrizioni e correte ad assaggiare lasciandoVi trasportare dalla Curiosità. – COLLINE PESCARESI IGP PECORINO “IODOLANDA ANFORANGE” 2024: la bottiglia arriva quando il giorno si è già dichiarato sconfitto ma non ha ancora trovato il coraggio di andarsene. Ha il colore delle cose che hanno guardato passare il tempo: oro torbido, rame pallido, quasi la luce di una lampadina accesa in una stanza di cui nessuno vuole pagare l’affitto. L’etichetta dice “IODOLANDA ANFORANGE”, il resto lo dice il silenzio, che in certe occasioni è il sommelier più preciso. Arriva dall’Abruzzo, da Città Sant’Angelo, dove PODERI COSTANTINI lavora vigne e ricordi. “IODOLANDA” è il nome di una nonna, “ANFORANGE” è il modo in cui quel nome ha deciso di invecchiare senza diventare malinconico. Pecorino in purezza, 14 gradi, grappoli interi, terracotta, bucce, raspi e una certa ostinazione manuale. Via il tappo! Senza cerimonie. Bottiglia, breve tratto in caduta libera, splash down nel calice, questo il percorso di un vino che non è il bianco educato che entra, saluta e si siede composto lisciando il tovagliolo. La materia, il colore, hanno una densità che sembra trattenere qualcosa, forse una conversazione finita male, forse la luce di un pomeriggio di settembre rimasta intrappolata nella terracotta. La superficie non è ferma: si muove appena, come chi ha appena sentito pronunciare il proprio nome dall’altra stanza. Al naso non recita la parte dell’orange wine esotico e scandaloso, non agita il mantello, non tira fuori il flauto. Si presenta con una trama di agrume maturo con la sua scorza e zenzero, frutta a polpa gialla, erbe secche e fiori appassiti, senape e zafferano, liquirizia e una vena salina che attraversa tutto come un testimone poco disposto a collaborare. Il frutto non è dolce, anche quando ricorda la pesca o l’albicocca, ha piuttosto quella maturità sorvegliata delle cose che hanno smesso di voler piacere a tutti. In bocca il vino fa quello che deve fare un vino macerato quando non vuole ridursi a una fotografia color ambra: tiene botta. L’ingresso è largo, caldo, quasi tattile; poi arrivano i tannini, gentili con moderazione, presenti, tali da fare attrito sulle gengive e regalare un finale che non si limita a sparire ma si allontana lentamente, lasciando dietro di sé agrume, pietra, erbe e una specie di ordine segreto. Non è un vino che cerca la trasparenza ma persistenza, che è una forma più rischiosa di sincerità. C’è un momento, dopo il secondo bicchiere, in cui il Pecorino smette di essere un esperimento in terracotta e diventa un racconto. Non quello della tradizione usata come arredamento, con la polvere sulle bottiglie e il nonno convocato per la fotografia. Un racconto più accidentato: una famiglia, una vigna abruzzese, una nonna chiamata Iodolanda, il desiderio di portare un vitigno riconoscibile in un territorio meno prevedibile. La terracotta non è un effetto speciale. È il luogo dove il vino ha scelto di fare i conti con il tempo, con le bucce e con il rischio di non risultare simpatico. Il risultato è un orange wine che non ha bisogno di travestirsi da manifesto. La sua stranezza è domestica, quasi amministrativa. Sta nel modo in cui un Pecorino, privato della sua solita camicia stirata, conserva l’identità varietale e guadagna una voce più ruvida. Non c’è la pulizia chirurgica del bianco da aperitivo e non c’è nemmeno la confusione di certi vini naturali che sembrano aver perso il numero del proprio avvocato. Qui la libertà ha un indirizzo preciso. Un vino per quando il tavolo è apparecchiato male, la ricetta è venuta diversa dal previsto e qualcuno ha appena detto che tanto il vino bianco è tutto uguale. Non convincerà tutti. Peggio per tutti. Quando la bottiglia finisce, resta sul fondo una luce scura e sulle pareti del bicchiere una traccia color miele. Fuori, la sera ha preso possesso del quartiere. Dentro, qualcuno cerca il nome del vino per ricordarselo il giorno dopo. È un gesto inutile: “IODOLANDA ANFORANGE” non è il tipo di vino che si ricorda. È il tipo di vino che ricompare. 89- Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI 2021: vigne allevate a filari, vendemmia manuale, grappoli scelti uno per uno come si sceglierebbero i complici giusti per un lavoro che deve andare liscio, la cantina, il rituale lento, quasi ipnotico, di quelli che nei film si raccontano in dissolvenza, con la musica che sale piano… Un vino che arriva nel bicchiere come in una di quelle scene in cui il protagonista, dopo avere attraversato mezza America per una faccenda che non si capisce bene, si siede al bancone di un bar sperduto e ordina qualcosa di rosso senza troppe spiegazioni. Un vino che al naso è un piccolo inventario di frutta scura: amarena, prugna, mora, mirtillo selvatico, che si intrecciano a un accenno di liquirizia e tabacco, con quella vena terrosa che racconta il “da dove” tutto è partito, e il legno, discreto e mai invadente, che regala quelle note di cuoio e vaniglia che sanno di sella consumata più che di falegnameria. Non si concede subito, l’ha fatto gente di poche parole e molte vendemmie, e ogni volta che pensi di averlo inquadrato cambia discorso. La bocca è storia complicata. Il tannino si presenta con la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare, la sapidità è tagliente come una battuta secca detta al momento giusto, e i gradi alcolici restano avvolti dentro il frutto senza mai uscire allo scoperto a rovinare la scena. Non è che sia reticente, diciamo che bisogna cavargli un po’ le parole di bocca, si diverte a lasciare dei vuoti nel racconto, e quei vuoti deve completarli chi beve. Il finale è lungo, un po’ ambiguo, di quelli che non chiudono davvero il cerchio ma ti lasciano lì, bicchiere in mano, a chiederti se hai capito tutto o se ti sei perso qualcosa per strada, un ultimo respiro di frutto scuro e spezia che si allontana senza mai voltarsi indietro, come chi esce di scena sapendo perfettamente di aver avuto l’ultima parola. Non è un vino timido, ma nemmeno urlato, ha la forza di chi lavora la terra da un secolo e la pazienza un po’ inquietante di chi ha tutto sotto controllo anche quando sembra il contrario. Un vino scandito da verbi che si coniugano un bicchiere alla volta: restare, insistere, raccontare… Forse non una poesia, ma una strofa scritta con inchiostro denso, da leggere lentamente, magari due volte. 86 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a PODERI COSTANTINI per l’ospitalità concessami, per le parole e per il vino bevuto insieme. Le ore trascorse a Città Sant’Angelo sono servite ad aprire un’altra finestra sull’Abruzzo del vino, ricordando financo le influenze del Regno di Napoli su una Regione che mostra oggi come il Sud possa essere l’asse sul quale ruotare l’italia sottosopra invertendo prospettive e interessi. La Famiglia COSTANTINI lavora a questo da oltre cento anni e come lei ora sono in tanti. Il futuro è dietro l’angolo e a Città Sant’Angelo c’è chi è già pronto ad aspettarlo. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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24 Settembre, 2026

ENOTIRINO 2026. Il racconto delle Colline Teramane.

  ENOTIRINO Sabato 29 agosto, Bussi sul Tirino ha smesso i panni di tranquillo paesone in provincia di Pescara per indossare quelli, decisamente più scintillanti, di capitale enoica d’Abruzzo. Terza edizione per ENOTIRINO, e già si respira quell’aria da “manifestazione che ce l’ha fatta”, mica scontato, per chi tre anni fa partiva da un territorio che aveva la Storia ma di tradizione vinicola strutturata ne aveva ben poca. Eppure, cari Voi, l’associazione Eno Tirino il sogno se l’è tenuto stretto, e oggi il sogno cammina, anzi corre. Il centro storico si è trasformato in un percorso à la carte tra Castello Cantelmo, Piazza Tirino, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani, Via Progresso e Via Dietro Corte: cinque itinerari di degustazione dedicati alle diverse aree vitivinicole abruzzesi, perché no, non ci si accontenta più del generico “vino d’Abruzzo”, si va a cercare l’identità zona per zona. Oltre cento espositori in tutto, di cui più di settanta cantine, tutte abruzzesi, tutte lì a giocarsi la carta dell’orgoglio territoriale. Un dato che permette a ENOTIRINO di fregiarsi, senza troppa modestia mi tocca dire, del titolo di evento tematico con più cantine di tutto il Centro Italia. “Bella Pensata”, verrebbe da dire. E se il vino è il protagonista indiscusso (con banchi d’assaggio, convegni e masterclass tematiche) il resto del cast non scherza: show cooking, musica dal vivo, street food, laboratorio sensoriale per i più piccoli, impegno sostenibile Un programma che definire “eclettico” è quasi riduttivo, ma che rende bene l’idea di un evento pensato per accompagnare l’ospite dall’aperitivo pomeridiano fino alla mezzanotte, senza un attimo di noia. Il bilancio finale, va detto senza tirarla per le lunghe, è di quelli che fanno scuola: ENOTIRINO non cresce soltanto in numeri, cresce in struttura, in visione, in capacità di trasformare un borgo dell’Abruzzo interno in un modello di rinascita replicabile. Non è narrazione, non è marketing da comunicato stampa: è un paese che tre anni fa non aveva una vocazione enoica riconosciuta e che oggi si gioca, a pieno titolo, il ruolo di riferimento del Centro Italia. Appuntamento, direi, al 2027. LA MASTERCLASS: “La prima Docg d’Abruzzo: le Colline Teramane tra Gran Sasso e Adriatico”. COLLINE TERAMANE: stessa DOCG, mille facce. Partiamo da un dato che a molti sfugge, e che invece è la chiave di tutto: le Colline Teramane non sono una collina sola. Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano: quattro vallate che scendono dal Gran Sasso fino all’Adriatico come dita di una mano aperta, disegnando in pochi chilometri un ventaglio di altitudini, esposizioni e suoli che altrove, in Abruzzo, semplicemente non esiste con questa densità. Ed è forse proprio per questo che in questa DOCG (la prima e per anni unica di tutta la regione, arrivata nel 2003 dopo la sottozona del 1995) il territorio non è mai uno sfondo neutro davanti a cui il vitigno recita sempre la stessa parte. È un protagonista capriccioso, che cambia copione comune dopo comune, a volte vigna dopo vigna, e Voi dovete imparare a fidarVi del bicchiere più che della mappa. Prendete i vini della fascia costiera, quelli che nascono a manciate di chilometri dal mare: hanno un che di salmastro, quasi iodato, un’eco salina che si insinua tra il frutto e ti resta in bocca come il ricordo di una passeggiata sul bagnasciuga. Spostatevi verso l’Appennino, sulle colline più alte e interne, dove l’aria si fa più magra e le notti più fresche, e lo stesso identico vitigno racconta tutta un’altra storia: pienezza diversa, sapidità più dura, una mineralità meno rotonda e più tagliente, quasi calcarea. Stesso Montepulciano, stesso disciplinare, stessa provincia…due mondi che a stento si riconoscono fratelli. E badate bene: non parliamo di distanze siderali. Nell’alto teramano, lì dove pochi comuni stanno stretti attorno a un pugno di colline, pur con metodi di lavorazione e affinamento anche molto diversi da un’azienda all’altra, i vini mantengono un filo conduttore gustativo che li rende immediatamente riconoscibili come fratelli di sangue. Lì il territorio parla più forte di qualsiasi scelta enologica. Ma basta spostarsi di pochi chilometri e la regola si ribalta e la mano del produttore diventa la vera protagonista, quella che decide se un vino sarà scorbutico o levigato, ruvido o accomodante. C’è chi, da queste parti, ha scelto la via più scomoda e affascinante: vasche di cemento, lieviti che nascono da soli in cantina senza essere invitati, nessuna filtrazione né chiarifica, affinamenti che si misurano in anni e non in mesi. Un approccio quasi monacale, che lascia parlare l’annata senza filtri anche quando l’annata ha qualcosa di scomodo da dire. A pochi chilometri di distanza, qualcun altro lo stesso vitigno lo veste con un abito più sartoriale, più levigato, più contemporaneo, cercando l’equilibrio tra potenza e finezza con la pazienza di chi sa che il tempo, in barrique come in botte grande, va rispettato e non forzato. Altrove c’è chi ha scelto il biologico non come etichetta di marketing ma come conseguenza naturale di un rapporto quasi affettivo con le piante. Più in alto, tra i 250 e i 300 metri, è l’altitudine da sola, più ancora della mano in cantina, a scolpire un profilo diverso rispetto ai vicini di pianura. E poi c’è chi ha fatto della struttura la propria cifra stilistica, dimostrando che potenza ed eleganza, nel Montepulciano, possono benissimo stringersi la mano senza pestarsi i piedi. Filosofie diverse, un solo disciplinare. Ed è proprio il disciplinare, va detto, a istituzionalizzare questa centralità della mano umana e del pezzo di terra specifico. Le Colline Teramane sono infatti l’unica denominazione abruzzese a misurare la resa per ceppo e non per ettaro e questo, unitamente all’imbottigliamento obbligatorio dentro la zona di produzione, evidenzia come qui non basti piantare Montepulciano, bisogna saperlo coltivare pianta per pianta, e vinificarlo restando fedeli, fino in fondo, al posto da cui viene. Il risultato è una denominazione che, più di altre in regione, si racconta attraverso le differenze piuttosto che attraverso un’unica identità di gusto: il mare che si fa sentire su alcune colline, la montagna che pesa su altre, e in mezzo una quarantina di aziende che, tra tradizione e sperimentazione, continuano a dimostrare, bicchiere dopo bicchiere, che in questo angolo d’Abruzzo il vino non è mai soltanto una questione di uva ma, sempre e prima di tutto, una questione di dove e, subito dopo, immancabilmente, una questione di chi. GLI ASSAGGI Cinque i vini in assaggio, cinque espressioni di Montepulciano da cinque annate, cinque quadri del Territorio dipinti da cinque mani differenti. Un caleidoscopio di emozioni a volte attese, a volte sconvolgenti per raccontare quelle Colline Teramane che troppo spesso il nostro sguardo dimentica perdendosi tra l’Adriatico e la montagna. Date una letta alle mie personalissime note di assaggio, prendetele come sempre con molle molto lunghe e…correte ad assaggiare di persona.   – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “YANG” 2023, BARBA: se aprendo certe bottiglie Vi viene voglia di scusarVi con il vino per la fretta beh, con lo “YANG” non correte questo rischio. Rosso di quasi impazienza di scurirsi, dinamico come vuole la filosofia tradizionale cinese, nel bicchiere sembra muoversi anche da fermo. Amarena, prugna appena scura e un soffio di mora sono le prime note ad arrivare. E dietro la frutta quella nota ferrosa che è un po’ la firma di questo vino, roba da scomodare sangue, chiodi arrugginiti, temporali… Non è un difetto, è la mano che stringo dopo esserti tolto il guanto. In bocca è un contadino che non si è ancora cambiato d’abito, di rustica eleganza, segnato da un tannino vivo, appena ruvido, che osa grattare prima di acquietarsi. Un sorso sorretto dalla verticale freschezza e che non ha alcuna paura del frigorifero. È un vino che parla ancora dialetto, non ha studiato le buone maniere del legno lungo, e proprio per questo convince. La gioventù, qui, non è un limite da perdonare ma la sua condizione naturale, il momento in cui questo “YANG” dà il meglio di sé, prima che il tempo lo ingentilisca e forse lo addomestichi un po’ troppo. Bere lo “YANG” oggi vuol dire bere una Polaroid, un vino ancora acerbo nei modi ma già chiaro nelle intenzioni. Verrà forse il tempo dell’eleganza ma qui, oggi, si celebra la vita e la vita vale la pena di essere vissuta subito, fino in fondo al bicchiere. Siate il suo “YING”. 87–Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “NEROMORO” 2021 RISERVA, FATTORIA NICODEMI: il primo incontro non è fatto di effetti speciali, “NEROMORO” non cerca di sedurre con una successione ordinata di profumi riconoscibili, come una lista preparata per convincere chi assaggia. Ha piuttosto il carattere di un racconto in cui alcune pagine rimangono inizialmente chiuse. Serve aria, serve pazienza, serve quel piccolo intervallo in cui il vino smette di essere soltanto una bottiglia appena aperta e comincia a diventare una presenza. Il naso è un viaggio più che una fotografia. Non c’è il desiderio di stupire con una teatralità aromatica costruita a tavolino, piuttosto una progressione lenta, fatta di sensazioni che emergono una dopo l’altra. Il frutto appare maturo ma mai pesante, la parte speziata arriva come una traccia, mentre il lato più profondo del vino richiama qualcosa di antico, di rifugio, di pietra, sembra raccontare più il luogo che il vitigno. In bocca il “NEROMORO” trova la sua voce. Nessuna dimostrazione muscolare, ma l’ingresso è pieno, il sorso ha spessore. Il tannino è protagonista, fitto, ancora un po’ selvaggio come si conviene a quei rossi che osano sfidare il tempo, magari burbero ma accompagnato da una freschezza che evita ogni sensazione di staticità. Il vino procede lungo il palato con passo regolare, lasciando una persistenza che non è soltanto durata, ma memoria. In “NEROMORO” si conciliano la ricchezza del Montepulciano e un’idea di misura, la complessità e l’identità. Se fosse un film, la scena finale inquadrerebbe il bicchiere sul tavolo e una mano che lo ruota nervosamente quasi a voler estrarre emozioni da quell’ultima goccia che sporca il vetro. Dissolvenza al nero. “NEROMORO” arriva quando tutto il resto ha smesso di fare rumore. 87++ Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG 2017, ABBAZIA DI PROPEZZANO: ovvero: di come la fretta sia cattiva consigliera e di come, pure io😂, me possa sbajà. l primo istinto è arrendersi. Questa 2017 non ti tende certo la mano, addirittura la ritrae! Appena il naso approccia il bicchiere inciampa in un’ossidazione ostinata, quasi provocatoria e il vino sembra guardarti negli occhi e chiederti: “Sei sicuro di voler continuare?”. La tentazione è quella di archiviare il verdetto troppo in fretta e, mea culpa, confesso di averlo fatto (si! L’ho fatto e l’ho addirittura detto davanti a tutti). Ma la mia solita irriverenza mi ha anche fatto fare un salto nel vuoto, guardare oltre l’ostacolo…assaggiare. E quando ormai pensavo di aver capito tutto…è arrivata la bocca. Maledettamente viva, irriverente. L’acidità corre veloce, il sorso è dinamico, il tannino è presente ma non stanca, la salinità rimette continuamente in equilibrio ciò che il naso sembrava aver complicato. È come leggere un romanzo il cui primo capitolo ti aveva fatto dubitare di aver scelto il libro giusto e ritrovarti, cento pagine dopo, incapace di chiuderlo. E ho detto anche questo sospendendo il giudizio e mettendo un grosso punto interrogativo là dove avrebbe dovuto esserci un punteggio. La masterclass aveva i suoi tempi, altri vini dovevano riempire i bicchieri, il tempo scorreva e…e l’occhio tornava ogni tanto a quel calice. È bastato dimenticare il bicchiere sul tavolo, parlare d’altro, distrarsi, lasciare che il vino facesse il vino perché accadesse. Minuto dopo minuto quella scorza ossidata ha perso terreno. Non è scomparsa, per carità, sarebbe stato troppo facile, ma è rretrata. Come una porta pesante che cigola lentamente sui cardini lasciando filtrare una luce che all’inizio non avevi nemmeno immaginato, da dietro hanno iniziato ad affacciarsi spezie dolci, resine, tabacco chiaro, scorze essiccate, un soffio d’incenso, un frutto che non è mai protagonista. A quel punto il bicchiere sembrava aver cambiato latitudine. Le atmosfere si sono fatte misteriosamente medio-orientali. C’era qualcosa che ricordava i mercati delle spezie, le bancarelle di datteri e agrumi canditi, il profumo dell’ambra che rimane sospeso nell’aria dopo il passaggio di qualcuno. Non era un’esplosione aromatica ma una suggestione. Più che descrivere, evocava. Ora fatemi fare un balzo di tempi e di modi, e continuare con un presente che mi pare essere più adeguato. Tra olfatto e gusto c’è comunque una frattura, ma è proprio questa crasi a rendere il vino affascinante. Qui non c’è coerenza immediata, c’è un’evoluzione che bisogna conquistarsi. Serve pazienza, serve Curiosità e serve soprattutto la voglia di concedere una seconda possibilità. Perché questo Montepulciano non regala nulla a chi ha fretta. L’immagine che continua a tornare è quella dell’araba fenice. Non tanto perché rinasca dalle proprie ceneri, ma perché lo fa davanti ai tuoi occhi. Ogni minuto passato nel bicchiere è una piuma che ricompare, un colore che si accende, una forma che torna riconoscibile, fino a quando quello che sembrava un vino stanco si trasforma in qualcosa di sorprendentemente vitale. Non sarà il Colline Teramane più rassicurante, né quello che mette tutti d’accordo al primo sorso. Ma proprio per questo resta impresso. Perché obbliga a rallentare, a dubitare delle prime impressioni e ad accettare che alcuni vini, come certi personaggi dei grandi racconti, si fanno conoscere solo dopo aver superato la diffidenza iniziale. E quando finalmente decidono di raccontarsi, scopri che non parlavano la tua lingua Stavano semplicemente aspettando che fossi tu a imparare la loro. 85-Punti (perché, insomma…sono forse anche tantini) ma l’esperienza è stata unica come il bagno di realtà cui mi ha costretto. Da bere ascoltando “REALITY BATH” dei LAMB OF GOD. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “TORRE MIGLIORI” 2009, CERULLI SPINOZZI: sulla collina, quando arriva la sera, l’aria cambia odore, la terra smette di restituire il calore del sole e comincia a liberare ricordi. È una sensazione difficile da spiegare a chi l’Abruzzo lo attraversa soltanto. Questo Montepulciano sembra nascere proprio da quell’istante sospeso, quando il vigneto tace per lasciare la parola al tempo. Si accomoda nel bicchiere e schiude l’uscio dei profumi. Le spezie, impertinenti, sfrucugliano il naso graffiandolo con pepe da mortaio e lanciano un avvertimento: “Attenzione! Qui dentro c’è vita!” Il silenzio che segue è quello che precede i racconti belli. Dal fondo del calice si alzano il caffè appena tostato e la liquirizia, quella vera, quella che sa di radice e di mani sporche di terra. Le ciliegie sotto spirito sono quelle uscite dalla credenza della nonna, custodite per gli ospiti importanti e dimenticate lì abbastanza a lungo da trasformarsi in memoria liquida. Poi, quasi senza chiedere il permesso, un profondo graffio di mentolo attraversa tutto il quadro aromatico e, incidendo grassezze di cioccolato, gli restituisce luce, respiro, profondità. È un vino che dà l’impressione di aver vissuto molto, ma di non essersi stancato mai. Ogni anno trascorso in bottiglia non ha tolto energia ma eliminato il superfluo lasciando solo l’essenziale. In bocca cammina con la sicurezza di chi conosce ogni pietra della propria strada. Il tannino è ormai velluto che il tempo ha reso liso ma la freschezza continua a sostenere il sorso e la materia, scura di terra e ferro, non pesa mai. Tutto sembra intriso di una sana eleganza contadina, quella delle scarpe impolverate e delle giacche buone tirate fuori la Domenica, quella di chi preferisce una stretta di mano a un biglietto da visita, la dignità alle mode. Il finale è lungo, balsamico, quasi meditativo. Ritornano il caffè, la liquirizia, le spezie e quella freschezza mentolata che continua a rincorrerti anche quando il bicchiere è vuoto. Un vino adulto e coerente, capace di restituire il Territorio attraverso la sua parte più schietta: la materia, la speziatura, il frutto scuro e quella ruvida gentilezza che, quando il tempo riesce a metterla a posto, può diventare eleganza. 89 Punti con forse un + (perché me lo ricordavo appena più brillante). – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “VIZZARRO” 2003, BARONE CORNACCHIA: da un’annata memorabile per il calore e la nascita della DOCG, un vino che si presenta al naso come chi ha camminato a lungo sulle Colline Teramane, con il Gran Sasso alle spalle e il mare che di tanto in tanto manda un saluto salmastro, e ora si siede al tavolo senza chiedere permesso. Scuro in volto, segnato dal tempo come quei marinai che si ostinano a spicciare le reti con le loro dita nodose. È un racconto che non ha fretta, che sotto la copertina impolverata di necessaria ossidazione lasci si sfoglino pagine già lette ma ancora capaci di sorprendere. La confettura di prugne e le marasche sotto spirito hanno lasciato il posto a qualcosa di più inquieto e profondo, trasformando il frutto in quasi memoria. Quel ché di whisky arriva come una nebbia di ricordi, non grezzo ma intriso della dolcezza legnosa e leggermente bruciata di un bicchiere lasciato a metà su un vecchio tavolo, con la leggera traccia di alcol che si è fatta eleganza Accanto, si fa strada la noce moscata a precedere la liquirizia, quella nera e densa che ti resta attaccata alle dita, quella che sa di pomeriggi lontani e di dolci promesse. C’è tabacco, un filo di cuoio, un soffio di sottobosco umido e quella mineralità di pietra e di vento che le Colline Teramane non dimenticano mai, anche quando il tempo ha già fatto il suo corso. In bocca è il tempo a controllare la potenza. Il sorso arriva pieno, carnoso, graffiato dalle note ossidative ma non pesante, i tannini sono setosi eppure presenti, come una stretta di mano ferma e l’acidità tiene tutto in piedi senza mai alzare la voce. Torna la frutta matura, più scura e seriosa, mentre spezie e torba portano il racconto lontano, verso un finale ostinato fatto di amaritudini e sapidità. Un vino di territorio, di famiglia, di tempo. Un vino che non ha perso la voce, un vino da ascoltare prendendo quasi tutto per buono e nulla sul serio fino in fondo. 88++ Punti. E QUINDI? E quindi eccomi qui a ringraziare ancora una volta ENOTIRINO (in primis nella figura di Giorgio D’Orazio” per avermi ospitato ancora una volta a quello che sembra proprio avviarsi a diventare l’Evento enoico più importante del centro Italia. Cura, passione, voglia di raccontare un Abruzzo che merita certo altri spazi e panorami ben più ampi, questo c’è alla base di ENOTIRINO e il tempo sembra voler dare ragione alla tenacia degli Organizzatori. Io ho già messo in agenda l’Edizione 2027 e, fossi in Voi, mi terrei libero per l’ultimo fine settimana del prossimo anno, Bussi ci aspetta Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle. Arrow Right Top Bg

17 Settembre, 2026

ENOTIRINO 2026. L'inaspettato delle bolle.

  ENOTIRINO Da Bussi sul Tirino ha mosso i primi passi la storia del vino di tutta una Regione, a Bussi il Montepulciano e il Cerasuolo raccontano autenticità e Tradizione, il Pecorino ha trovato casa e il Trebbiano non è mai stato solo un nome E a Bussi sul Tirino c’è un giorno dell’anno in cui succede una cosa piuttosto curiosa: un paese tranquillo, che per anni ha conosciuto solo veleni e menefreghismo, dove normalmente il tempo sembra avere un passo diverso, viene improvvisamente invaso da calici, bottiglie, vignaioli, appassionati, curiosi e persone che sostengono di voler “fare solo un giro” (e la frase “solo un giro”, nel mondo del vino, ha più o meno la stessa affidabilità di un navigatore che dice “tra cento metri svoltare a destra” mentre ti sta portando dentro un campo). ENOTIRINO nasce e cresce grazie alla volontà di Giorgio d’Orazio, Luca di Carlo e Marco Giuliani (Associazione ENOTIRINO ETS) e dalla collaborazione fattiva del Comune di Bussi. Giunto quest’anno alla sua terza Edizione, il Wine Festival ha scelto la strada meno ovvia di mettere il vino dentro un territorio e non il territorio dentro un evento. Il 29 agosto il centro storico di Bussi sul Tirino è diventato dunque una grande mappa del vino abruzzese, con oltre 70 cantine, più di 100 espositori, degustazioni, incontri, musica, cucina e prodotti tipici. La cosa interessante è che ENOTIRINO non sembra nato con l’ossessione di essere “grande” ma con l’idea, forse più complicata, di essere riconoscibile. Perché qui non si mette semplicemente una fila di banchi con delle bottiglie sopra. Il vino segue un percorso, attraversa luoghi, sale storiche, palazzi, piazze. Castello Cantelmo, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani diventano tappe di un viaggio tra aree vitivinicole diverse: Colline Pescaresi, Colline Teramane, Colline Teatine, Casauria, Terre Aquilane. Una specie di atlante del vino abruzzese fatto con il vetro dei calici invece che con la carta. E forse la parte più interessante di ENOTIRINO è proprio quella di raccontare una regione che spesso ha avuto bisogno di spiegarsi troppo. L’Abruzzo del vino non è una cosa sola, non è solo Montepulciano, non è solo Trebbiano, non è solo Cerasuolo. È una terra lunga e complicata, fatta di montagne che guardano il mare, vallate nascoste, microclimi, storie familiari e produttori che spesso hanno passato più tempo in vigna che davanti a una telecamera. Durante la giornata non sono mancati gli appuntamenti “seri”, gli incontri dedicati alla cultura del vino, le masterclass, gli showcooking, i momenti di approfondimento e quelli dedicati ai bambini, ma il bello è che tutto convive con il resto. Perché dopo una impegnativa masterclass della DOCG Colline Teramane può capitare tranquillamente di ritrovarsi davanti a un banco di street food, con una band che suona e qualcuno che sta ancora cercando di capire quale fosse esattamente il vino che aveva detto di voler ricordare. È la vecchia storia delle feste riuscite: a un certo punto il programma ufficiale perde il controllo e prende vita qualcosa di diverso. Un produttore che racconta una vendemmia, un visitatore che scopre una cantina mai sentita nominare, una bottiglia aperta “per curiosità” che diventa la sorpresa della giornata. ENOTIRINO sembra funzionare proprio perché non prova a mettere il vino in una teca, lo lascia stare in mezzo alle persone, lo riporta alla sua dimensione più antica, quella dell’incontro. Anche il nome, alla fine, dice tutto. Il Tirino è un fiume, e un fiume non sta fermo, passa, collega, porta con sé storie diverse. Forse è questa l’idea più bella della manifestazione: costruire un punto dove territori differenti possano incontrarsi senza perdere la propria identità. La terza Edizione arriva quindi con una responsabilità non semplice: quella di confermare un appuntamento che in pochi anni ha già trovato un suo carattere. Non essere l’ennesima festa del vino, ma una festa dove il vino è il pretesto per raccontare un pezzo d’Abruzzo. Poi, naturalmente, c’è sempre il rischio di quella frase famosa: “Assaggio quest’ultimo e poi vado”. Ma anche questa, nel mondo del vino, appartiene più alla narrativa che alla realtà. LA PRIMA MASTERCLASS: Spumanti delle province abruzzesi, fra tradizione e contemporaneità. BOLLE D’ABRUZZO: STORIA E GEOGRAFIA DEL METODO CLASSICO. In quell’Abruzzo stretto tra il Gran Sasso e l’Adriatico, la Bollicina non è una moda arrivata ieri sull’onda del Franciacorta o del Trento Doc. È una storia lunga, silenziosa, fatta di gente di casa prima ancora che di cantine. Perché sì, andate a chiedere ai vecchi di Teramo e vi racconteranno che il Montonico, quel vitigno bianco quasi dimenticato che profuma di erbe di montagna, lo si “spumantizzava” già in famiglia, per la festa, per il matrimonio della figlia, per Natale. Non era un Prodotto, era un Rito. E infatti non è un caso che sia stata proprio la provincia di Teramo, tra Colli e Val Vibrata, a dare il via, nei primi anni ’80 del secolo scorso, ai primi timidi tentativi di fare le cose sul serio: bottiglia, rifermentazione, lieviti. Il primo vero Metodo Classico abruzzese nasce lì, tra artigiani autodidatti che si procuravano le pupitre come reliquie e imparavano a maneggiare la sboccatura senza aver mai fatto un corso in vita loro. Gente che scopriva, quasi per caso, che la Passerina, acida, nervosa, mai doma, era perfetta per fare le bolle molto prima che diventasse di moda scriverlo sulle etichette. Da lì l’incendio si è propagato a macchia di leopardo su tutto il territorio regionale, ma con un ritmo tutto abruzzese: lento, cocciuto, mai uguale a sè stesso. Bisogna aspettare gli anni Duemila, e in particolare quel decennio a cavallo tra il 2005 e il 2010, perché la spumantizzazione smetta di essere un’avventura da autodidatti o un servizio affidato ai centri specializzati del Nord Italia e diventi finalmente un mestiere fatto in casa propria, con le autoclavi e le cantine di pertinenza. È in quegli anni che nasce a Bisenti, nel Teramano, per mano della sperimentazione pubblica regionale, il primo spumante interamente abruzzese ottenuto dal Montonico: un piccolo grande spartiacque, più identitario che commerciale, ma fondamentale per capire quanto la Regione credesse già allora nella propria Uva. E qui viene il bello, perché l’Abruzzo del vino non è mai uno solo: è quattro Abruzzi che si guardano, si assomigliano e insieme litigano dolcemente, ciascuno con la propria idea di Bollicina. A Teramo, culla di tutto, il Metodo Classico resta ancora oggi il più radicato nell’anima contadina di montagna: il Montonico, la Passerina, un’acidità che nasce dalle escursioni termiche delle Colline Teramane a ridosso del Gran Sasso, restano la cifra di una spumantistica che sa ancora di casa, di famiglia, di lunga permanenza sui lieviti quasi per tradizione più che per calcolo enologico. È il Territorio che ha inventato tutto e che, con understatement tutto abruzzese, continua a farlo senza troppo clamore. Poi c’è L’Aquila, ed è qui che la faccenda si fa affascinante per chi ama le storie di frontiera. Perché stiamo parlando della provincia più alta, più fredda, più “alpina” se mi passate il termine improprio, dell’intero Centro Italia: altipiani che sfiorano i settecento-ottocento metri, notti che d’estate ti fanno tirar fuori la felpa. Un habitat che più che al Montepulciano strizza l’occhio a vitigni come lo Chardonnay, il Pinot Nero e perfino il Kerner, coltivati in piccoli fazzoletti di vigna dove il Metodo Classico trova finalmente le condizioni climatiche che altrove, in Abruzzo, bisogna quasi inventarsi. Bollicine più verticali, più fredde, più “di montagna” nel senso più letterale della parola: qui la Marca abruzzese somiglia, per una volta, più all’Alta Langa che alla costa adriatica. Scendendo verso Pescara, la storia cambia ancora pelle. Qui la spumantistica si è fatta strada tra le colline del Casauria e le nuove sottozone del Montepulciano che stanno guadagnando identità propria, e convive con un tessuto fatto di piccole realtà diffuse e di agricoltura di collina che guarda al mare. Pecorino, Passerina e Chardonnay si intrecciano qui in Metodi Classici più mediterranei, più caldi nel frutto, meno spigolosi di quelli aquilani, mentre non manca chi sperimenta anche il Montepulciano stesso in chiave rosé, cercando quella freschezza che il vitigno principe abruzzese non sempre lascia intuire a chi lo conosce solo nella versione ferma. E infine Chieti, la provincia più vasta e più vitata di tutta la Regione, quella dei grandi numeri e delle cooperative storiche che per decenni hanno fatto la fortuna (e anche, diciamocelo, un po’ l’ombra) dell’enologia abruzzese. È qui che negli ultimi quindici, vent’anni la spumantistica ha fatto il salto più imponente in termini quantitativi, complice proprio la capacità industriale di queste realtà di investire in autoclavi e in progetti identitari (pensiamo al marchio collettivo dedicato agli spumanti regionali voluto dal Consorzio di Tutela, pensato soprattutto per il Metodo Italiano ma capace di accendere i riflettori anche sul Metodo Classico che cresceva, silenzioso, all’ombra dei grandi volumi). Proprio a Chieti, tra Ortona e la fascia costiera, convivono oggi Metodi Classici di taglio più contemporaneo, spesso a base di Chardonnay in purezza o di Pecorino, accanto alla spumantistica più industriale e “facile” che guarda al consumo quotidiano. Ecco, se dovessi raccontarvi l’Abruzzo delle Bollicine con un’immagine sola, userei proprio questa: quattro Territori che dalla stessa urgenza, raccontare l’Uva locale in una veste diversa da quella ferma a cui siamo abituati, hanno tirato fuori quattro caratteri diversi, quattro dialetti dello stesso Metodo. Teramo che inventa e conserva, L’Aquila che raffredda e verticalizza, Pescara che media tra collina e mare, Chieti che moltiplica e industrializza senza però rinunciare, negli ultimi anni, a cercare anche lei la propria Qualità artigianale. Una Storia giovane, se paragonata ai secoli di Champagne o ai decenni di Franciacorta, ma proprio per questo ancora tutta da scrivere e da bere, ovviamente, un calice alla volta. GLI ASSAGGI Quattro Aziende per otto spumanti, questa la linea conduttrice di una masterclass introdotta da Giorgio D’Orazio e condotta poi “a braccio” dagli stessi Produttori che hanno evidenziato come il mondo della spumantizzazione sia un’effervescenza cui è quasi necessario prestare attenzione (se non altro per adeguarsi alle richieste del mercato). Otto spumanti sensibilmente diversi tra loro per impostazione, filosofia produttiva, vitigni, tempistiche… Otto spumanti che Vi invito a provare personalmente e che provo a riassumerVi nelle mie consuete e personalissime note di degustazione. – SPUMANTE METODO CLASSICO “D’ORA 23” BRUT 2024 (SOLO MAGNUM), DORA SARCHESE (CH): la trama delle bollicine veicola al naso fiori bianchi, scorza di cedro, una mela decisamente più matura di quanto mi aspettassi e una vena erbacea che richiama il vitigno senza mai diventare invadente. I lieviti arrivano dopo e più che il pane appena sfornato sembra vogliano raccontare di pizza e focacce mentre la mandorla fresca e un’idea di pasticceria secca accompagnano senza coprire. In bocca entra morbido ma non si accomoda, richiama con buona precisione i descrittori olfattivi sottolineando un agrume che però ricorda un po’ le caramelle fizz al limone e lascia che l’acidità alzi la voce disegnando una progressione verticale che trascina il vino verso un finale di salina mineralità appena adorno di amaricanti dolcezze. 84+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “ESMERY’S” BRUT 2016 (sboccatura 2026), DORA SARCHESE (CH): dieci anni di reclusione con i lieviti sono tanti, lunghi da contare anche per quella Cococciola che si picca di comunicare riconoscibilità territoriale prima ancora che acidità e slancio lasciando al Trebbiano e allo Chardonnay quello di equilibrare tecnicamente la cuvée evitando che la freschezza si trasformi in durezza e che la lunga permanenza sui lieviti appesantisca il sorso. La fine effervescenza veicola frutta bianca e agrumi ma è la componente evolutiva a segnare l’olfatto, con il registro del pane tostato a dare profondità a quei lieviti che, altrimenti, sarebbero solo pasticceria alla mandorla. In bocca cremosità e spinta acida si contendono il filo sottile dell’equilibrio, il dosaggio mantiene il vino “accessibile”, i lieviti ampliano la percezione tattile e la sapidità quasi piccante governa il finale. Un vino che, più che rinfrescare invita all’ascolto e alla pazienza, giovandosi di una temperatura meno “polare” per rivelare con maggiore chiarezza quella sua doppia anima territoriale e tecnica. Un vino tecnico ma non freddo, maturo ma non stanco. Più che un brindisi, un appuntamento. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA ROSÉ” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): Il calice si accende di un rosa che non urla, di quelli che sembrano tenere per sé un piccolo segreto, animato da un perlage fine, sottile, quasi timido nel salire. Dodici mesi sui lieviti gli regalano quel tocco satin che si percepisce già dal modo in cui la spuma si posa e si scioglie, morbida senza mai perdere nervo. Al naso arriva puntuale l’appuntamento con i piccoli frutti rossi: il lampone in prima fila, il ribes subito dietro a punzecchiare con la sua croccante acidità, la leggera fragranza del lievito ad accompagnare. Il coup de theatre è quel guizzo di salvia che s’infila come lama vegetale allontanando il naso da ogni tentazione di dolcezza compiacente per ricordargli che Ed è qui che il vino si fa interessante, perché tra un frutto e l’altro s’infila un guizzo di salvia, una vegetalità sottile che rinfresca il naso e lo allontana da ogni tentazione di dolcezza compiacente: erbaceo quanto basta per ricordarti che sei ancora in Abruzzo, tra le vigne e non in pasticceria. Il sorso conferma e rilancia: fresco, teso, con un’acidità che il Montepulciano di montagna sa regalare senza sforzo e che qui, complice quel dosaggio ZZero “senza trucco e senza inganno”, trova le condizioni ideali per mostrarsi senza filtri. Lo scheletro è snello, scattante, disegnato apposta perché nulla si frapponga tra il palato e la sensazione di freschezza che rimane a lungo, richiamando ancora il ribes in quel suo finale sapido che invita al sorso successivo. Un vino per quando si è ancora lucidi abbastanza per ricordare quanto Lavoro e quanto Territorio ci siano dietro soli dodicimesisuilieviti. Un piccolo manifesto della cantina (ma con ancora un bel po’ di strada da percorrere). 84++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): “CARTA BIANCA BOLLATA”, è una cuvée che porta addosso il peso (bello e forsanche ingombrante) di un’eredità storica, quella di un bianco peligno che qui ritrova finalmente un corpo e un nome. Trenta mesi sui lieviti sono tempo che scava. Via dunque la fragranza immediata: la crosta di pane c’è, si intuisce, ma resta un sottofondo, quasi nascosta dietro una cortina di acidità e quella mineralità che qui comandano la scena senza discussione. Il frutto non è quello acerbo e squillante da “young bubbles”, è evoluto, ha smesso di correre e si è seduto, richiamando con calma ed eleganza non esibita pesca matura e scorza d’agrume candita. E poi arriva la firma, quella che riconosci solo se sai cosa cercare: la chiusura erbacea, netta, quasi salvia e fieno appena tagliato, testimonianza di una vendemmia anticipata che ha voluto blindare la freschezza prima che il caldo se la mangiasse. Il sorso segue fedele quello che il naso ha promesso: teso, verticale, con una sapidità minerale che si prende la scena e lascia il frutto e il pane sullo sfondo, quasi per pudore. Difficile non pensare che, se Soldati fosse riuscito ad assaggiare quel Peligno Bianco che sempre gli sfuggì, quel “vino del desiderio”, quel vino che nessun vino vero potrà mai eguagliare, avrebbe trovato in questo calice qualcosa di molto vicino a quell’idea. Un vino per un brindisi alla Valle Peligna e a Mario soldati, ovunque sia, per quella caccia che avrebbe meritato un finale migliore. 86++ Punti e tantatanta stima. – SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO 2022, FARAONE (TE): l’identità aromatica dichiarata è nitida. La componente agrumata e la frutta bianca firmano l’estensione varietale della Passerina, la spumantizzazione porta in dote la crosta di pane, il finale appena amaricante impedisce alla beva di diventare accomodante. Non è un’amaritudine difettosa o scomposta, è piuttosto una coda che asciuga il palato e riporta il vino verso la tavola. La freschezza non resta astratta, la sapidità non si limita a fare volume e la cremosità della bolla non cancella la struttura. Un vino che, servito non ghiacciato fino al silenzio, in un calice che non confini il naso in una colonna di anidride carbonica, è in grado di rimanere lì, dove lo sprint della Passerina incontra la calma del tempo. Un vino privo di orpelli, che non concede una carezza zuccherina, piuttosto una stretta di mano. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ PAS DOSÉ “ROSA” 2021, FARAONE (TE): nel calice ha un’effervescenza che lavora di cesello e non di clava che porta al naso porta ricordi di piccoli frutti rossi, rosa canina e contrappunti panificati. Il sorso è fresco, scattante, sostenuto da un dosaggio zero che non concede sconti e lascia parlare l’acidità. L’appena di tannico è una sorpresa. Un’ombra, un accenno, quasi una firma nascosta che il Sangiovese lascia sulla bolla come per ricordarti da dove viene, come quelle note erbacee, leggerissimamente foglia di pomodoro, che affiorano appena sotto la superficie fruttata e danno al sorso una spigolosità intrigante, mai sguaiata. È il tannino che non ti aspetti in una bollicina, la crepa nel marmo che rende la statua più vera. E poi c’è il tempo. Perché versato e lasciato lì, nel calice, questo Rosé non sta fermo: si apre, si stira, si complica in senso buono, ampliando quanto percepito, pungendo appena con le spezie. Contronatura come tutti gli spumanti, dippiù pensandolo nato sulle argille delle Colline Teramane. Un Metodo Classico che non cerca la perfezione levigata da rotocalco, ma la verità imperfetta del vitigno che lo genera. 87- Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): un naso intriso di classicità pasticcera, brioche appena sfornata, pane croccante, un tappeto di mandorle e nocciole tostate… Poi si fa spazio la voce dei fiori, biancospino, glicine, un’eco dei campi delle Colline Pescaresi; una voce che pian piano cresce divenendo il fil rouge dell’olfatto, chetando i terziari con leggerezza e persistenza mentre agrumi maturi, pesca bianca, una nota di salvia e una mineralità salmastra fanno da contrappunto. In bocca il sorso è secco, vivo, voluminoso quanto serve. L’effervescenza è discreta, non invadente, e si accompagna a una freschezza ben calibrata e a una sapidità che pulisce e allunga. La beva è piacevole e progressiva, tornano il frutto e la pasticceria, mentre i fiori s’accostano alla mineralità e chiudono il cerchio con eleganza. Un vino che non cerca di imitare, che ha trovato la propria voce, coerente con l’Abruzzo e con quella “vinosophia” che ispira le produzioni di Franco D’Eusanio: piacevolezza accessibile, profondità senza peso, purezza senza rigidità. 85+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): rosato affatto da salottino, insistente nella sua frizzantezza, a comunicare sostanza e richiedere attenzione. Al naso, tra i lieviti e il frutto rosso che ci si aspetterebbe, spicca invece una nota rustica, quasi a rivendicare un’identità contadina, che non vuole saperne di tacere sotto l’eleganza da Metodo Classico, un ché di terra bagnata, di humus, di radice, di erbe di campo, austerità compita che richiama le Colline Pescaresi e il carattere delle genti d’Abruzzo. Al di sopra si fa balsamico quanto deve e speziato quanto serve a misurare l’oriente all’orizzonte, oltre la linea del mare. In bocca conferma tutto quello che il naso aveva promesso: ingresso deciso, struttura piena, un sorso mai accomodante, con un finale austero per carattere e non per durezza gratuita. Un rosé senza trucchi per smussare gli angoli, nessuno sconto, un rosé che ha aspettato il suo tempo per raccontare, senza vergogna, da dove viene: dalla terra, prima ancora che dalla cantina. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a ENOTIRINO (soprattutto nella figura di Giorgio D’Orazio) per avermi invitato ancora una volta a una manifestazione che “finalmente c’è”. ENOTIRINO è l’Evento dell’Abruzzo intero, dell’Abruzzo che lavora, dell’Abruzzo che vuole far sentire la propria voce e che ha finalmente argomenti concreti, dell’Abruzzo che sa essere richiamo e bussola. Ho già messo in agenda l’Edizione 2027 (se non altro per vedere finalmente Bussi restituito in toto alla comunità sotto il profilo urbanistico); e mi sono ripromesso ancora una volta di riuscire a viverlo con più calma, ché pure quest’anno c’ho avuto un sacco di ‘mpicci. E Voi? Che farete nell’ultimo fine settimana dell’Agosto 2027? Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta. Arrow Right Top Bg

10 Settembre, 2026

RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta.

  IL COSA E IL DOVE Agosto, nessuna tregua dal caldo cattivo di questa estate che sembra voler cancellare qualsiasi memoria precedente, mare “discutibile”, sete e voglia di rivedere vecchi amici presentandoli a nuovi. Mettete tutto questo in un secchio, agitate bene, salite in macchina con l’aria condizionata “a tutta callara” e dirigeteVi verso Chieti, con la segreta speranza che quel produttore noto per i mobili in kit impossibili da montare e per le polpette, lasci che un po’ di freschezza svedese arrivi cinquecento metri più su, dove RABOTTINI VINI E OLI custodisce 15 ettari di Abruzzo e dove Isabella mi sta aspettando per fare quattro chiacchiere e versarmi ancora una volta il vino. L’AZIENDA Sulle colline della provincia di Chieti, tra San Giovanni Teatino e il capoluogo, in quel punto dell’Abruzzo in cui la città prova a ricordarsi di essere campagna e la campagna, per prudenza, non si fida del tutto della città, esiste un’azienda agricola dove le piante vengono ascoltate. Non è una metafora (o almeno non completamente). RABOTTINI VINI E OLI è una storia abruzzese di piante, bottiglie e altre faccende perfettamente irragionevoli, una storia con un oggi datato 2009, una storia iniziata con Massimo (agronomo, fitopatologo, enologo, vignaiolo di quarta generazione…) che decide di tornare ai terreni di famiglia. Scelta senz’altro poetica, soprattutto se raccontata a cena, ma poi, quando arriva il lunedì mattina e bisogna potare, trattare, controllare, telefonare, compilare documenti e capire perché una cosa che ieri stava in piedi oggi ha scelto di sdraiarsi… Isabella (Iezzi), sua moglie, aveva una laurea in Scienze Politiche, un’esperienza nella consulenza finanziaria e un incarico nella pubblica amministrazione ma lascia tutto e si mette a lavorare nell’Azienda occupandosi dell’amministrazione, della logistica e, come in ogni azienda familiare che si rispetti, di qualunque cosa rimanga in piedi dopo le altre. Massimo sostiene di avere un rapporto diretto con le piante e queste, da parte loro, non hanno mai rilasciato dichiarazioni ufficiali e continuano a produrre uva e olive, il che lascia pensare che tale rapporto ci sia e funzioni. L’Azienda di Massimo e Isabella si estende per circa quindici ettari tra vigneti, uliveti, frutteto, bosco e altre porzioni di campagna che sembrano avere ciascuna un ruolo preciso anche quando nessuno riesce a spiegarlo. Cinque ettari di vigna (con tendoni di oltre dieci lustri), sei di ulivi, il resto bosco, tartufaia e quella liquirizia che qui cresce spontanea e viene trattata non come un invasore ma come un collaboratore di reparto. L’imbottigliamento comincia con il Montepulciano d’Abruzzo del 2011. Nel 2013 arriva il Trebbiano d’Abruzzo e nel 2015 il Cerasuolo d’Abruzzo. Le date sono ordinate. La vita intorno alle date, molto meno. Tutti vitigni autoctoni, scelti non per nostalgia ma perché, se si è in Abruzzo, tanto vale cominciare dall’Abruzzo. La cantina è completamente in legno, ha un giardino pensile, un impianto di fitodepurazione e un’aria generale da luogo in cui qualcuno ha preso una decisione molto precisa mentre gli altri stavano ancora discutendo il problema precedente. L’azienda è certificata biologica e lavora sulla vitalità del terreno, puntando alla sua riattivazione e a una gestione attenta delle piante. Quella di Massimo che usa gli essenziali per difendersi da mosca e peronospora potrebbe essere una scena che si svolge in un laboratorio segreto, con ragnatele, una lampadina impolverata appesa al soffitto e un uomo che indica una vigna dicendo: “Si può fare!”. In realtà si tratta di osservazione agronomica, sperimentazione e ricerca di un equilibrio meno dipendente dalla chimica di sintesi. La campagna non applaude, ma continua a crescere. È già una forma di approvazione. In cantina le cose procedono senza particolari effetti speciali. Fermentazioni spontanee, non un solfito in più, cisterna d’acciaio, poi bottiglia. Circa quindicimila bottiglie l’anno, abbastanza per non poterle contare una per una, non abbastanza per smettere di sapere da dove arriva ciascuna. I nomi delle etichette, “PER INIZIARE”, “A SALIRE”, “ED INFINE”, “PER CONCLUDERE” (“FICCANASO” quelli che vengono dalle vigne GGiovani), sembrano il programma di una serata che qualcuno ha provato a organizzare con troppo anticipo. In realtà raccontano il percorso del pasto. È un’idea semplice, quasi geometrica. Prima una bottiglia, poi un’altra, quindi il cibo, le persone, le opinioni non richieste e, infine, il momento in cui qualcuno dice che domani bisogna alzarsi presto. Il vino e l’olio, qui, non sono trattati come oggetti separati dalla vita dell’azienda. Sono il risultato visibile di una quantità notevole di lavoro invisibile, terreni da seguire, piante da capire, tempi da rispettare, attrezzature da pulire e decisioni da prendere quando la soluzione migliore non è particolarmente spettacolare. È il lato meno cinematografico dell’agricoltura e, proprio per questo, quello più interessante. L’olio occupa una parte importante del progetto. Dritta, Leccino, Intosso, Cucco e Gentile di Chieti, insieme a quella FS 17 alla cui ibridazione Massimo ha personalmente contribuito. Ci sono un blend e diverse interpretazioni legate alle singole cultivar quando l’annata lo consente. In altre parole, anche l’uliveto ha le sue gerarchie interne, le sue alleanze e probabilmente almeno una persona che non va d’accordo con nessuno. RABOTTINI VINI E OLI è una piccola azienda, ma non nel senso in cui “piccola” viene talvolta usato per dire irrilevante. È piccola come una stanza in cui tutti si conoscono e nessuno può fingere di non aver visto. Se qualcosa va storto, lo sanno tutti, se qualcosa riesce lo sanno tutti lo stesso. Il vantaggio è che non ci sono molti posti dove nascondere la responsabilità, lo svantaggio è identico. Si può visitare l’azienda, acquistare i prodotti, partecipare a una degustazione e attraversare una campagna che non sembra costruita per impressionare nessuno. Non ci sono grandi promesse. C’è un progetto biologico, una cantina in legno, un giardino sul tetto, un sistema di fitodepurazione e una famiglia che da anni prova a fare le cose secondo una propria logica. A volte la logica funziona, a volte bisogna aspettare, a volte una pianta ha un’opinione diversa. Il punto, alla fine, è proprio questo. Rabottini non cerca di trasformare l’Abruzzo in qualcosa di più elegante, più moderno o più facile da spiegare. Lo lascia complicato. Lo lascia agricolo. Lo lascia pieno di colline, vento, liquirizia spontanea, ulivi, parenti, burocrazia, bottiglie e decisioni prese davanti a una pianta. E se dopo la visita qualcuno domandasse quale sia il segreto dell’azienda, la risposta potrebbe essere molto semplice: nessun segreto. Solo Massimo, Isabella, quindici ettari di terra e una quantità ragionevole di ostinazione. Il resto, come spesso accade, lo fanno le piante. E loro, a quanto pare, sanno il fatto loro. I VINI Quanti ne ho assaggiati? Tanti! Quante volte li ho assaggiati? Tante (tranne il Cerasuolo, nel quale ho ficcato il naso per la prima volta), anche perché raramente mi sono imbattuto in vini più vivi di quelli di Massimo, capaci oggi di “morire” nel bicchiere per risorgere a vita nuova domani o il mese prossimo. Volete sapere delle annate? Quelle in commercio sono per cuori forti e senza macchia. Volete sapere perché tra tanti ne troverete solo due? Perché, soprattutto dopo aver assaggiato i campioni di vasca delle annate che saranno, Trebbiano e Cerasuolo hanno evidenziato analogie sorprendenti, tali da farmeli considerare “gemelli diversi” e perché il Montepulciano d’Abruzzo DOC “ED INFINE” 2018 mi ha spiazzato con una prima bottiglia boh (ma a mio modo di vedere “spaziale”) che è diventata mistero insondabile quando ho ficcato il naso nella seconda, per cui…”cidevodapensareunbelpo’”. Dunque due vini declinati in due “gialli da ombrellone”, dategli una letta e correte ad assaggiarli. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017. Il caso della bottiglia che sapeva troppe cose. La bottiglia era sul tavolo quando sono entrato. Non ricordo di averla invitata, ma era lì. Gialla, silenziosa, con quell’aria da oggetto che ha già sentito la domanda e sta valutando se valga la pena rispondere. «È il Trebbiano?» ho chiesto. Nessuno ha risposto. La bottiglia, però, sembrava divertita. Ho versato. Il vino è sceso nel bicchiere senza fretta, come qualcuno che conosce il posto e non ha bisogno di presentarsi. Il primo odore è stato quello di un’ossidazione netta, inattesa, quasi una porta aperta su una stanza in cui non avevo programmato di entrare. Voluta o no, la nota era lì, non chiedeva permesso e non sembrava intenzionata a uscire. A quel punto, secondo la procedura, avrei dovuto agitare il bicchiere, prendere tempo, assumere l’espressione di chi ha capito qualcosa. Ho agitato il bicchiere. L’espressione è arrivata da sola. L’ossidazione non copre il vino, gli fa da sfondo. Dietro, o dentro, si affacciano fiori bianchi, mela renetta, nespola, sambuco, agrume amaro e liquirizia. Non compaiono in ordine alfabetico, arrivano come testimoni convocati per una faccenda che nessuno vuole spiegare fino in fondo. La mela sembra aver passato una giornata difficile, la nespola mantiene un certo contegno, il sambuco osserva dalla finestra, l’agrume non si fida di nessuno, la liquirizia aspetta la fine, che è il suo mestiere. Il vino viene da Rabottini, ma in questo momento Rabottini è fuori campo, restano l’annata, il bicchiere e il comportamento del liquido. Il 2017 non sembra intenzionato a svolgere il ruolo del bianco giovane, allegro e disponibile. Non sorride al primo incontro, non racconta barzellette, non si mette una giacca chiara per sembrare più estivo. «Sei un Trebbiano?» ho domandato. La bottiglia non ha risposto. «Perché ti chiami “PER INIZIARE”?» Ancora niente. Il vino, tuttavia, si è mosso. Al palato arriva sostanzioso, quasi compatto. Non pesante: compatto. È una differenza importante. Il peso cade verso il basso, la compattezza resta insieme. Qui c’è una materia che non si disperde, sostenuta da un equilibrio preciso e da una scorrevolezza che non si annuncia, si scopre dopo, quando il sorso è già passato e il bicchiere sembra avere ancora qualcosa da dire. La bocca riprende ciò che il naso aveva lasciato sul tavolo. La parte ossidativa non era una trovata teatrale, il frutto non era un diversivo, l’agrume amaro non stava lì per fare atmosfera. Tutto torna, più o meno, come in quelle storie in cui i personaggi sembrano muoversi a caso e poi, all’ultimo momento, si scopre che avevano seguito un piano. Oppure che non c’era nessun piano, e due cose, nel vino, possono assomigliarsi parecchio. Il sorso ha una consistenza quasi fisica, ma non cerca di occupare tutta la stanza. Passa, resta, si ritira. L’acidità tiene la linea. La chiusura allunga il discorso senza alzare la voce. Non è un vino costruito per ottenere un consenso immediato, è un vino che preferisce lasciare un dubbio ben formulato. E il dubbio è questo: quanto deve essere tranquillo un Trebbiano per potersi permettere di essere così poco tranquillo? L’annata 2017, qui, non appare come un numero sull’etichetta. È un comportamento. Ha una maturità che non coincide con la dolcezza, una profondità che non ha bisogno di scurirsi e una parte amaricante capace di tenere il vino lontano dalla comodità. Non è rustico, ma non è neppure pettinato, se ne sta lì con i capelli in ordine sufficiente per non essere fermato dalla polizia. A un certo punto ho provato a lasciare il bicchiere da parte. Era un gesto ragionevole. Il bicchiere è rimasto sul tavolo. Dopo qualche minuto il vino sembrava più disposto a parlare, che è una delle ragioni per cui si lasciano respirare le cose. L’ossidazione si è fatta meno frontale, mentre fiori, frutto, erbe e liquirizia hanno trovato una distanza più leggibile. Non una riconciliazione, una tregua. È qui che “PER INIZIARE” smette di essere soltanto il nome di una bottiglia e diventa una specie di istruzione mal tradotta. “Inizia pure”, sembra dire, “ma non aspettarti che io faccia tutto il lavoro. Io sono qui. Il resto dipende da quanto tempo hai, da quante domande vuoi fare e dalla tua capacità di non scambiare la facilità per chiarezza.” Un vino laterale, non accomodante, con una personalità abbastanza forte da non doverla spiegare ogni trenta secondi. La bottiglia è rimasta sul tavolo ancora un po’. Quando sono uscito, non aveva cambiato posizione. O forse sì. Non abbastanza da poterlo dimostrare. 89++ (che sono quasi 90), ma il punteggio, davanti a una bottiglia così, ha l’aria di un documento lasciato in una stanza sbagliata, dice qualcosa ma non tutto. Da bere ascoltando “LET’S GET IT STARTED” dei THE BLACK EYED PEAS. p.s. a Isabella piace di più la 2015, ma io non sono Isabella. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “A SEGUIRE” 2022. Il caso del rosato che non aveva intenzione di comportarsi da rosato. La bottiglia era arrivata senza preavviso. Nessun biglietto, nessuna telefonata, nessun uomo col cappotto fermo dall’altra parte della strada. Solo lei, sul tavolo, con l’etichetta rivolta verso il muro e un colore che, a prima vista, sembrava aver già superato una certa quantità di problemi. “A SALIRE?” ho chiesto. La bottiglia non ha risposto, ma non sembrava nemmeno sorpresa. Dalla bottiglia al bicchiere dopo un breve tuffo. Il colore è un rosso-granato pallido, con quella tonalità che costringe il degustatore a rivedere alcune convinzioni e il fotografo a spostare due volte la lampada. Non è il rosa che si mette in posa, è più vicino a un rosso che ha deciso di mantenere un profilo basso. Il primo naso non è accomodante. Arrivano erbe secche, una traccia di fungo, un tocco di ciliegia rossa e il pepe. Non entrano insieme, si presentano a gruppi separati, come persone che hanno litigato nel parcheggio e ora devono fingere di essere venute alla stessa festa. La nota di fungo è lì, precisa, senza cercare di diventare elegante, le erbe secche aggiungono una distanza quasi autunnale, la ciliegia prova a riportare il discorso verso qualcosa di più familiare, ma il pepe la interrompe. Nessuno sembra avere il controllo della riunione. È una buona notizia. La gradazione indicata è di 16% vol. ed è una notizia meno buona (per le gambe). A quel punto ho riguardato il bicchiere. Il vino non si era mosso, ma qualcosa era cambiato. Forse la luce, forse il vino, forse io, che è sempre l’ipotesi più difficile da dimostrare. Al palato “A SALIRE” non si presenta come una parentesi leggera, ha una consistenza riconoscibile, una concentrazione che resta anche dopo il primo impatto e una trama tannica che lavora sotto la superficie. Non è un rosato travestito da rosso ma un vino che ha smesso di preoccuparsi della distinzione e procede secondo una logica propria. «Sei ancora giovane?» ho domandato. Il bicchiere ha continuato a non rispondere. L’età, in questo caso, non è un numero ma un atteggiamento. La struttura tannica dà al vino una forma precisa, non è aggressiva ma neppure decorativa. Si percepisce nella trama, nel modo in cui il sorso si allarga e poi si ricompone. La concentrazione tiene il centro, il tempo si occupa dei margini. È il genere di Cerasuolo che mette in difficoltà chi ha bisogno di una definizione rapida. Rosato? Sì, per denominazione. Rosso pallido? Anche. Vino da bere senza pensarci? Non proprio. Vino da bere pensando troppo? Neppure. “A SALIRE” appartiene a quella categoria più scomoda dei vini che pensano di poter fare entrambe le cose, dare una sensazione netta e lasciare una domanda aperta. Il 2022, in questa bottiglia, sembra avere scelto la strada della maturità. Non la maturità dei discorsi solenni, delle tende pesanti e dei mobili scuri, una maturità più pratica, da persona che arriva in anticipo, si siede in fondo alla stanza e osserva tutti gli altri fare confusione. Nel bicchiere il vino continua a cambiare, ma non concede una trasformazione spettacolare, non c’è il colpo di scena con la musica che sale, ci sono piuttosto una serie di piccoli spostamenti: una nota che arretra, un’altra che si fa più leggibile, il frutto che resta in piedi mentre intorno aumentano le ombre. La cosa più riuscita è la coerenza tra colore, naso e bocca. Il rosso-granato pallido non promette un vino semplice e il vino non prova a smentirlo. La concentrazione sostiene il sorso, tannini gli danno una linea e l’evoluzione gli impedisce di scivolare nella banalità. Non è una bottiglia che cerca di piacere a tutti. Probabilmente non ha mai compilato il modulo. Ma non è nemmeno un vino chiuso, ostile o compiaciuto, è semplicemente poco interessato alle buone maniere quando le buone maniere significano togliere qualcosa al carattere. Quando sono tornato al tavolo, la bottiglia era ancora lì. L’etichetta questa volta guardava verso di me. Non ho fatto domande. 88 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Isabella e Massimo per la disponibilità, il tempo che sanno sempre trovare per raccontare il bello che è fare vino e fare olio. Grazie per quel loro lavoro che semplicemente consumiamo per il nostro edonismo e per comunicare il quale io non riesco a trovare che poche e inadatte parole. Se passate da Chieti e siete stanchi di scaffali contenenti prodotti con poche vocali, fate un upgrade di un minuto e regalateVi l’emozione di un francobollo di Abruzzo, viceversa cercate i loro vini e i loro EVO e…programmate quell’upgrade per l’appena possibile. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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