Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Il Roccolo di Mezzomerico Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2026

Il Roccolo di Mezzomerico. Francesca Gelmini e la responsabilità di scegliere

  Francesca Gelmini ha lasciato una carriera nell’avvocatura per assumersi la responsabilità del Roccolo di Mezzomerico, accanto alla madre Margherita. Attraverso Vigna La Cascinetta, Vespolina e Valentina prende forma una storia di libertà, famiglia e futuro nelle Colline Novaresi.   Mio padre mi mandava sempre in vigna e mi diceva che partivo per la guerra Francesca ha un sorriso sul suo volto mentre racconta un episodio intimo della sua infanzia. Un episodio che, di fatto, racchiude tutta la storia del Roccolo di Mezzomerico: un padre ingegnere che desiderava tornare alle radici della famiglia, una cascina dove un tempo stavano le mucche trasformata in casa e cantina, una madre capace di condividere quel progetto e due figlie cresciute attorno a una tavola con la televisione spenta, mentre ogni vendemmia, ogni etichetta e ogni scelta diventavano materia di famiglia. Francesca allora pensava soprattutto a guadagnarsi qualche soldo per uscire con gli amici. Pietro la mandava tra i filari, le affidava piccoli lavori e la coinvolgeva in un’impresa che apparteneva al mondo degli adulti, mentre dentro di lei cominciava a radicarsi qualcosa di cui avrebbe compreso la forza molti anni dopo. Quella ragazza avrebbe studiato Giurisprudenza, conseguito un dottorato, frequentato un master all’estero, attraversato Milano, Roma, Parigi e Londra, lavorato nei grandi studi legali e seguito operazioni societarie complesse, costruendosi una carriera prestigiosa attraverso disciplina, lucidità e anni trascorsi a prepararsi. Il vino, intanto, sapeva aspettare. Anche le grandi storie di famiglia conoscono l’attesa rimanendo accanto a noi mentre corriamo altrove e ci lasciano attraversare città, professioni e vite possibili. Poi scelgono un momento preciso e inaspettato per tornare a bussare. Restano tra una vigna e una tavola apparecchiata, tra una vendemmia e un ricordo, respirano silenziosamente mentre ognuno cerca la propria direzione, fino al giorno in cui qualcuno riconosce in quel luogo il punto nel quale desidera fermarsi. Al Roccolo ad aspettare Francesca erano rimasti anche tre vini. Vigna La Cascinetta custodiva la casa e gli anni dell’infanzia, la Vespolina portava il carattere di un territorio in cerca di futuro, Valentina aveva il nome della sorella e l’eleganza delle cose capaci di seguire un tempo personale conservando intatto il legame con la propria origine. Tre vini e una sola domanda: quanto lontano possiamo andare prima di riconoscere il luogo al quale desideriamo appartenere? Pietro e Margherita, una strada aperta alle figlie La storia del Roccolo attraversa più generazioni. Nel 1891 il bisnonno di Pietro Gelmini partecipò alla fondazione della Cantina Sociale di Oleggio, legando il nome della famiglia alla viticoltura di queste colline. Il nonno, medico, continuò a produrre vino per il consumo familiare, poi Pietro raccolse quel filo e, insieme a Margherita, gli diede la forma di un progetto. Era ingegnere urbanista, abituato a leggere i territori attraverso linee, equilibri, destinazioni e possibilità. A Mezzomerico comprese che una terra possiede anche una vocazione capace di precedere qualsiasi piano regolatore e di sopravvivere alle trasformazioni. Su quella collina la vocazione aveva il colore del Nebbiolo, il profumo speziato della Vespolina e il respiro di una famiglia che cercava il modo di riavvicinarsi alle proprie origini. Mio padre aveva sempre desiderato tornare qui. Insieme a mia mamma ha ristrutturato la cascina, ha trasformato la vecchia stalla nella cantina e ha impiantato i vigneti. Prima di cominciare hanno studiato, frequentato corsi, viaggiato in Francia, cercato conoscenza. Mio papà aveva una mente da ingegnere: quando affrontava qualcosa voleva comprenderla fino in fondo. Il nome dell’azienda arriva dal Roccolo, l’antico edificio circondato da una siepe di carpino un tempo destinato alla caccia con le reti e oggi utilizzato per l’appassimento delle uve. Poco distante, un piccolo ponte attraversa la vecchia strada che collegava il Ticino a Ghemme, mentre la collina, a circa trecento metri di altitudine, guarda verso il Monte Rosa. La vecchia strada e quella nuova hanno sempre convissuto al Roccolo: la prima attraversava la memoria viticola della famiglia, la seconda nasceva dallo studio di Pietro e Margherita, dai viaggi, dalle prove in cantina, dagli impianti rinnovati e dalla volontà di portare il Nebbiolo delle Colline Novaresi verso un’espressione più ambiziosa. Anche alle figlie lasciarono due strade. Desideravano che studiassero, viaggiassero, conoscessero il mondo e costruissero una professione. Il Roccolo avrebbe rappresentato una possibilità, mai un obbligo. Per questo Valentina diventò ingegnere e Francesca avvocato. Pietro e Margherita avevano creato un’azienda familiare, evitando di trasformarla in un destino imposto. I miei genitori hanno fatto benissimo a spingerci verso le nostre strade. Se fossi rimasta qui fin dall’inizio avrei potuto chiedermi per tutta la vita come sarebbe stato lavorare a Milano o a Roma, entrare in uno studio importante, vivere quel mondo. Sono partita, ho studiato, ho fatto le mie esperienze e, quando sono tornata, sapevo che cosa stavo scegliendo. Quella libertà avrebbe dato valore a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Una responsabilità accettata per dovere conserva sempre una parte di risentimento; una responsabilità scelta può diventare identità. Vigna La Cascinetta, la casa prima di ogni scelta Vigna La Cascinetta porta il nome dell’edificio rurale di fine Ottocento nel quale l’azienda ha trovato dimora e rappresenta il punto dal quale la storia prende forma. È il vino della casa, dei primi impianti e delle stanze in cui Francesca e Valentina crescevano ascoltando gli adulti parlare di vendemmie, affinamenti, mercati e scelte produttive, anche quando quelle conversazioni sembravano appartenere soltanto al mondo dei genitori. Io sono cresciuta qui. Durante i fine settimana lavoravo sempre in cantina, facevo le degustazioni, seguivo le vendite, partecipavo alle vendemmie. I miei genitori ci hanno sempre rese partecipi di tutte le scelte. Eravamo molto tradizionalisti: a tavola la televisione restava spenta e si parlava dell’azienda, delle linee, delle cose che dovevano essere fatte. Mio papà mi mandava in vigna e mi ripeteva che partivo per la guerra. Vigna La Cascinetta nasce dal Nebbiolo cercandone il volto più giovane, lasciando al frutto la libertà di esprimersi prima che il tempo lo renda austero. Nel calice il rubino conserva luce e trasparenza, con il bordo ancora vivo e una mobilità che anticipa un sorso agile. Il profumo parte dalla ciliegia fresca, dal lampone e dal ribes rosso, richiami netti e immediati, attraversati da una sensazione succosa che riporta al frutto appena raccolto. La parte floreale emerge lentamente, con la rosa e la violetta che alleggeriscono il registro del Nebbiolo, mentre sul fondo affiorano la scorza d’arancia, un soffio speziato e una lieve impronta terrosa capace di ricondurre il vino alla collina. In bocca il frutto mantiene la propria croccantezza e incontra una freschezza tesa, quasi nervosa, che allunga il sorso e gli impedisce di fermarsi sulla morbidezza. Il tannino arriva subito dopo, giovane, sottile, ancora vibrante, con una presa asciutta che ricorda la buccia della ciliegia e rende il vino profondamente gastronomico. Nel finale tornano la rosa, il ribes e un tratto agrumato, insieme a una sensazione appena balsamica che lascia il palato pulito, pronto a cercarne ancora. Vigna La Cascinetta possiede quel qualcosa proprio delle cose destinate a crescere. Dentro quel Nebbiolo giovane vive la Francesca dei fine settimana in cantina, delle mani impegnate durante la vendemmia e dei primi soldi guadagnati per uscire con gli amici. Prima dell’avvocato, prima di Milano e Roma, prima che la responsabilità assumesse un nome preciso, esisteva già questa parte di lei, legata a una casa che le avrebbe permesso di partire continuando a custodirne il posto. All’università i miei genitori mi ripetevano che, se volevo uscire a cena con gli amici, ormai ero diventata grande e dovevo guadagnarmelo. Allora era soprattutto un incentivo a essere più coinvolta nell’azienda. Quando sei adolescente tante cose ti interessano poco, però oggi li ringrazio, perché mi hanno permesso, anche involontariamente, di sviluppare una passione che sarebbe esplosa più avanti. La libertà diventa responsabilità La morte di Pietro cambiò il peso di ogni cosa. Margherita continuò a portare avanti l’azienda, sostenendo i vigneti, la cantina, i dipendenti, le vendite, gli adempimenti e una produzione ormai troppo articolata per essere vissuta come un’attività secondaria. Francesca proseguiva intanto la propria carriera, mentre il Roccolo continuava a vivere e proprio quella vitalità rendeva l’assenza ancora più presente: ogni vite potata custodiva un gesto del padre, ogni bottiglia riportava alla tavola di famiglia, ogni annata dimostrava che il tempo agricolo continua a procedere anche quando quello delle persone subisce una frattura. Mia mamma ha portato avanti l’attività da sola dopo la morte di mio padre. A un certo punto c’era una scelta da fare, perché oggi è impossibile tenere un’azienda del genere come hobby. Se produci trentamila o trentacinquemila bottiglie, o la segui costantemente e le dai energia, rendendola autosufficiente, oppure diventa un problema. Ci sono i dipendenti, certo, però serve la presenza dei proprietari. La continuità sembra una cosa scontata, naturale. Ma non lo è affatto. Serve presenza. Quella di una persona disposta ad assumersi la responsabilità dell’intero progetto. Francesca e Valentina. Due sorelle cresciute tra la cascina, le vendemmie e le conversazioni attorno alla tavola. Eppure ciascuna aveva maturato una propria idea di felicità. Mia sorella lavora nella consulenza, ha due figli e oggi questa attività non le interessa. Viene sempre qui, quando ci sono le degustazioni le piace partecipare e stare con noi, però ha fatto una scelta diversa. Un domani, se dovesse esserci spazio e lei desiderasse entrare, si vedrà. Oggi la sua scelta è quella. Io sono stata più coraggiosa, forse molto più pazza, e ho deciso di venire. Quando mi parla capisco che non c’è nessuna forma di recriminazione. Valentina aveva il diritto di continuare lungo la strada costruita negli anni. Lo stesso diritto che Pietro e Margherita avevano difeso per entrambe le figlie. Francesca riconosce la libertà della sorella ma proprio dentro quella stessa libertà c’è la propria decisione. Il suo ritorno diventa forza proprio perché rimane una scelta interamente personale, con la fatica, i rischi e la soddisfazione che ne derivano. Mi sono messa per la prima volta a riflettere su quello che volevo fare nel mio futuro. Avevo trentaquattro anni. Comprendevo il ragionamento dei miei genitori: studia Giurisprudenza, diventa avvocato, costruisci la tua strada. Io quelle esperienze le avevo fatte, avevo preso il dottorato, avevo studiato all’estero e lavorato negli studi importanti. A quel punto mi sono chiesta che cosa volessi fare davvero della mia vita e che cosa mi rendesse felice. Francesca possedeva una carriera riconosciuta, uno stipendio importante e una specializzazione costruita in anni di studio. Proprio per questo il suo ritorno conserva un significato profondo. Stava lasciando qualcosa che funzionava per assumersi la responsabilità di qualcosa che amava, pur conoscendone le incertezze. Prima ancora di diventare avvocato avevo detto ai miei genitori che mi sarebbe piaciuto stare in azienda. Lavorare per qualcosa che puoi vedere nascere e crescere, fino ad arrivare a un prodotto, mi aveva sempre attirata. I miei genitori hanno fatto bene a spingermi fuori, perché se fossi rimasta qui subito avrei potuto pentirmene. Andare via mi ha aperto la mente e mi ha permesso di tornare con consapevolezza. Anche Margherita accolse la decisione con paura. Aveva visto la figlia superare ogni passaggio dell’avvocatura, conseguire il dottorato, frequentare un master e lavorare nei grandi studi. Ora la vedeva scegliere il vino, un settore attraversato dal calo dei consumi, dai costi, dal clima, dai dazi e dalle differenze imprevedibili fra un’annata e l’altra. Mia mamma era spaventata. Mi guardava e vedeva una carriera avviata, un bello stipendio, tutti gli studi che avevo fatto e la possibilità di entrare negli studi che volevo. Qui il vino è un’attività incerta e, in una realtà familiare, devi occuparti anche del lavoro manuale. All’inizio sono stata io a impormi. Le ho detto: va bene, io vengo. Io vengo. Una frase secca, forte decisa. Non è solo un trasferimento. Rappresenta un cambio, radicale, di vita. Francesca raggiunge sua madre dentro una responsabilità rimasta troppo a lungo sulle sue spalle, entra nella parte concreta del sogno di Pietro e accetta che il proprio nome torni a essere legato a Mezzomerico, stavolta attraverso una decisione pienamente sua. Quando ho superato quello scoglio, il dubbio è finito. Cambiare tutto fa paura, perché passi da Milano e Roma a una vita completamente diversa. Poi sono arrivata qui e ho sentito che le giornate erano dinamiche, che potevo seguire tante cose, incontrare persone e sviluppare l’azienda. Da quel momento ho capito che la scelta era quella giusta. La vecchia strada rimaneva visibile: l’antitrust, le multinazionali, le operazioni societarie, Milano, Roma e una professione capace che le offriva sicurezza economica. Francesca, come solo una persona che è perfettamente conscia delle difficoltà di una impresa agricola, si lasciò all’inizio un un passaggio aperto verso la vita precedente. Lo faceva però mentre quella nuova occupava ogni giornata e acquistava sempre più consistenza. L’antitrust è una nicchia. Lavoravo nei grandi studi e seguivo operazioni importanti, però è un mestiere al quale devi dare tutto. Inizi la mattina alle otto e finisci quando il lavoro è terminato, spesso durante il fine settimana. È difficile tenerlo come consulenza secondaria. Il mio obiettivo è chiudere quella parte e dedicarmi completamente al Roccolo. Una convinzione che acquista forza dalla lucidità con cui Francesca riconosce la fatica della nuova vita. Il ritorno alla terra ha poco di romanticismo: significa essere i primi a svegliarsi, gli ultimi a fermarsi, potare, stralciare, legare, seguire la vinificazione, preparare le dichiarazioni, gestire l’etichettatura, il personale, le vendite, l’export, le consegne e le degustazioni del sabato. Qui fai tutto a trecentosessanta gradi. Quest’anno ho potato per la prima volta, prima mi hanno affidato i vitigni meno delicati del Nebbiolo, poi ho stralciato e legato. Un giorno parte un ordine per l’estero, quello dopo devo fare le consegne, il sabato seguo le degustazioni. Quando hai una tua attività il lavoro continua, però senti che quello che fai appartiene a te. La responsabilità, per Francesca, passa anche dalla conoscenza. La formazione giuridica riemerge nella necessità di risalire alla ragione di ogni gesto, mentre la vigna le insegna che lo studio deve incontrare le mani. Io sono abituata a studiare. Prima di fare il mio lavoro avevo alle spalle anni di preparazione; qui, invece, tante volte mi sento persa perché devo affrontare cose nuove. Dopo avere potato ho cominciato a guardare i libri e a cercare corsi sulla potatura. Sto valutando di iscrivermi a Enologia, perché un domani, per dare una direzione alla cantina, devo conoscere pienamente ciò che facciamo. Avremo sempre bisogno dell’enologo e dell’agronomo, persone che fanno quel lavoro dalla mattina alla sera e possiedono anni di esperienza. Voglio però comprendere quello che mi spiegano. Se un tecnico propone una direzione, io devo essere in grado di capire il ragionamento che c’è dietro, perché sarò io ad assumermi la responsabilità finale della scelta. Quando curi la tua pianta, vedi il vino nascere, lo segui, lo vendi e incontri un cliente soddisfatto, senti di avere accompagnato tutto a trecentosessanta gradi. Quella sensazione non la sostituisci con niente. L’idea di far gestire questo posto a qualcun altro o di lasciarlo, per me, era fuori discussione. Questa azienda è una parte del mio cuore. Francesca dimostra tutta la propria centralità, il proprio stato, le capacità. Soprattutto quanto l’aver studiato e provato altre esperienze rappresenti qualcosa di non banale, anzi necessario. Portare avanti il Roccolo è si una scelta affettiva ma, nello stesso momento, una responsabilità economica. Il modello creato dai genitori accompagnava le loro professioni; quello di Francesca dovrà sostenere la sua vita. La difficoltà è trasformare qualcosa che per i miei genitori è sempre stato un hobby, un’attività collaterale capace di produrre i propri risultati, nella mia attività principale. Se questo diventa il mio unico lavoro, il modello deve cambiare. È anche qui che nasce il confronto generazionale con mia mamma, perché devo rispettare quello che è stato fatto e, insieme, creare le condizioni affinché l’azienda possa sostenersi in futuro. Vespolina, la fermezza di chi ha scelto Se Vigna La Cascinetta conserva la casa, la Vespolina racconta la donna che vi è tornata. Francesca la descrive attraverso il tratto più riconoscibile del vitigno, quel carattere pepato e speziato che emerge con immediatezza e sembra tradurre la sua nuova presenza in azienda: netta, energica, capace di cambiare il ritmo di ciò che incontra. La Vespolina l’abbiamo impiantata successivamente. Noi la facciamo in purezza, scelta ancora poco comune perché spesso viene utilizzata insieme ad altre uve. Ha un carattere pepato, speziato, e sta tornando all’attenzione delle persone. Il colore rubino conserva riflessi violacei e una brillantezza che anticipa la vitalità del sorso. Il profumo parte dai piccoli frutti scuri, ribes e mora in particolare, mantenuti su un registro fresco, quasi croccante, poi la parte floreale acquista spazio con una viola intensa che accompagna l’intera progressione. La spezia arriva subito dopo, precisa e riconoscibile: pepe nero appena macinato, un richiamo più fresco di ginepro e una sfumatura balsamica che apre il respiro. Con l’aria il vino acquista profondità senza perdere definizione. Emergono note di erbe aromatiche, foglia e sottobosco, mentre la spezia resta il filo conduttore, mai decorativo, capace di legare il frutto alla terra. Il naso conserva movimento, alterna la pienezza della mora alla tensione del ribes, il carattere ombroso della viola alla brillantezza del pepe. In bocca la freschezza entra per prima e attraversa il frutto, rendendolo succoso. Il tannino possiede una grana minuta e vivace, sufficiente a dare presa senza togliere agilità. La spezia accompagna il centro del sorso, si intreccia alla componente fruttata e ritorna nel finale insieme a una lieve sensazione amaricante, capace di pulire il palato e rendere la chiusura lunga, asciutta, profondamente territoriale. La Vespolina conquista attraverso il carattere più che attraverso il peso. Lascia una sensazione energica e restituisce l’immagine di un vino consapevole della propria identità, pronto a occupare lo spazio che per molto tempo gli è stato negato. Anche Francesca avrebbe potuto restare in una posizione laterale, aiutare durante il fine settimana, partecipare alle degustazioni e conservare l’avvocatura come centro della propria vita. Ha scelto di assumere una voce piena dentro l’azienda. Sono stata più coraggiosa, forse più pazza. Certamente ogni tanto mi fermo e mi chiedo che cosa abbia fatto, poi guardo questo posto e sento che la direzione è quella giusta. Mi piacerebbe sviluppare l’accoglienza, creare esperienze, portare qui più persone, perché quando racconti la storia e ci metti ciò che ami, loro lo percepiscono. Nel pepe della Vespolina vive la sua idea di futuro: far crescere il Roccolo mantenendo la qualità, raggiungere nuovi mercati, sviluppare l’accoglienza e rafforzare il rapporto con i ristoratori della zona. Per noi è un valore aggiunto entrare direttamente nei ristoranti del territorio. Quando vai a mangiare in un luogo è bello bere anche il vino di quel luogo. Consegniamo noi, conosciamo le persone e costruiamo un rapporto diretto. Vorrei che le aziende collaborassero di più e che promuovessimo insieme le Colline Novaresi, perché all’estero dovrebbero imparare a chiedere il nostro Nebbiolo, la nostra Vespolina, il vino di questo territorio. OLYMPUS DIGITAL CAMERA Valentina, la libertà di due sorelle Valentina (2019) porta il nome della primogenita e custodisce la parte più lenta della storia. Anche lei è cresciuta al Roccolo, ha partecipato alla vita della cantina e ha scelto un percorso diverso, la consulenza, la propria famiglia e due figli. Il legame con l’azienda conserva una forma affettiva, presente, libera. Mia sorella viene qui, partecipa, durante le degustazioni le piace stare con noi e dare una mano, però oggi ha scelto la sua vita. È giusto così. I miei genitori hanno voluto che entrambe studiassimo e costruissimo la nostra strada. Lei ha seguito la sua, io ho seguito la mia. Il Nebbiolo dedicato a Valentina racconta una fedeltà priva di possesso. Nel calice il rubino si muove lentamente verso il granato, colore che annuncia il lavoro del tempo e introduce un profilo più profondo rispetto alla giovinezza di Vigna La Cascinetta. Il primo profumo appartiene alla rosa, stavolta più scura e matura, accompagnata dalla violetta e da una ciliegia che ha perso la croccantezza del frutto appena raccolto per acquistare densità. Il lampone e la mora ampliano il centro aromatico, poi arrivano la scorza d’arancia rossa, le erbe secche, la liquirizia e il tabacco. L’evoluzione procede per dettagli, con una speziatura delicata e una componente terrosa che appare lentamente, lasciando al Nebbiolo il tempo di raccontarsi. L’ingresso in bocca possiede maggiore ampiezza rispetto a Vigna La Cascinetta, eppure conserva una freschezza capace di tenere il sorso in tensione. Il frutto maturo riempie il centro del palato, mentre il tannino ha grana fitta, autorevole, già levigata e ancora capace di promettere sviluppo. Il calore trova equilibrio nella freschezza, la struttura nel movimento, la profondità nella precisione. Il finale trattiene la rosa, la ciliegia scura, la liquirizia e una vena sapida che riporta il vino alla collina. La persistenza si misura nella capacità di cambiare lentamente, lasciando prima il frutto, poi la spezia, infine una sensazione asciutta e floreale che rimane come un pensiero tornato alla mente molto dopo la fine di una conversazione. Valentina è lineare nelle annate. Quando lo assaggi lo riconosci subito, perché possiede una personalità precisa. È il nostro Nebbiolo più importante e continua a esprimere lo stile della famiglia anche con il passare del tempo. Valentina è il vino di ciò che rimane unito pur assumendo forme diverse: due sorelle con vite autonome, una madre e una figlia impegnate a quattro mani, un padre presente nelle scelte compiute dopo di lui. La bottiglia dedicata alla primogenita ricorda a Francesca che l’amore familiare lascia liberi e che la responsabilità acquista valore soltanto quando viene assunta volontariamente. Nessuna delle due sorelle deve qualcosa all’altra. Valentina ha scelto di continuare la propria vita. Francesca ha scelto di portare avanti il Roccolo. Il rispetto reciproco permette alla famiglia di restare unita senza trasformare una direzione differente in una colpa. La scelta che appartiene a Francesca La vecchia strada continua a esistere. Francesca potrebbe ancora riconoscerne ogni curva: l’antitrust, le operazioni societarie, i grandi studi, Milano e Roma. Quella vita le ha dato formazione, indipendenza e consapevolezza. La nuova attraversa i filari di Mezzomerico, entra nella cantina ricavata dalla stalla, passa accanto a Margherita e raggiunge il punto nel quale Pietro aveva cominciato. Le due strade convivono dentro di lei. Francesca rimane ferma nella decisione presa. La cosa che più mi pesava in ufficio era sentire che il mio tempo apparteneva sempre a qualcun altro. Potevo avere finito il lavoro, avere saltato la pausa pranzo ed essere arrivata presto, eppure dovevo restare davanti al computer perché quello era il modo in cui funzionava quel mondo. Anche i partner avevano qualcuno sopra di loro. Nessuno era davvero padrone del proprio tempo. Essere padrona del tempo significa anche rispondere del modo in cui lo si utilizza. Il Roccolo le chiede giornate lunghe, presenza, studio, energia e disponibilità ad affrontare gli errori. La libertà di Francesca ha il volto della responsabilità. Qui lavoro tanto, durante il fine settimana ci sono le degustazioni e, vivendo nella tenuta, senti che l’attività continua sempre. Però posso leggere, riprendere il tennis, studiare finanza, coltivare le mie passioni e decidere come organizzare la giornata. Voglio diventare una persona padrona del proprio tempo. Questo, per me, conta moltissimo. Francesca parla del futuro con la lucidità. Sembra conoscere bene la differenza tra crescita e grandezza. Vorrei mantenere questa realtà familiare e continuare a produrre vino di qualità, facendolo conoscere di più. L’ideale sarebbe restare tra trentacinquemila e cinquantamila bottiglie, magari crescere un poco, evitando dimensioni nelle quali perdi il contatto con il prodotto. Desidero raggiungere canali internazionali, aumentare il valore, sviluppare l’accoglienza e mantenere il vino al centro. Vigna La Cascinetta conserva il luogo dal quale è partita. La Vespolina possiede la fermezza della donna tornata con idee nuove. Valentina custodisce la libertà di due sorelle che hanno scelto vite differenti continuando ad appartenere alla stessa famiglia. Pietro aveva iniziato il Roccolo lasciando alle figlie la libertà di seguirlo oppure andare altrove. Francesca ha accolto quell’eredità nel modo più fedele possibile, esercitando fino in fondo la libertà ricevuta. Papà avrebbe riconosciuto la mia felicità. Quando mi vedeva costruire la mia carriera capivo la sua scelta di spingermi fuori, però oggi sentirebbe la passione con cui io e mamma portiamo avanti ciò che lui ha creato. L’idea di lasciare questo posto o affidarlo a qualcun altro, per me, rimane fuori discussione. Avrebbe potuto continuare a fare l’avvocato, aiutare Margherita durante il fine settimana e conservare Mezzomerico come una parte affettiva della propria vita. Ha scelto di esserci ogni giorno, di imparare ciò che ancora le manca, affrontare il confronto generazionale, assumersi il rischio dell’impresa e trasformare il progetto di Pietro in una possibilità capace di attraversare un’altra generazione. Ha scelto senza chiedere alla sorella di seguirla. Ha scelto senza attribuire alla famiglia il peso della decisione. Ha scelto per responsabilità, per appartenenza e per se stessa. Il vino aveva saputo aspettare. Francesca, quando è arrivato il momento, ha risposto: Io vengo.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Valeria Radici Odero Frecciarossa Arrow Right Top Bg

30 Ottobre, 2026

Frecciarossa. Valeria Radici Odero e la traiettoria irreversibile

  Tra le colline dell’Oltrepò Pavese, dove il Pinot Nero trova una delle sue espressioni più autentiche, Frecciarossa custodisce una storia fatta di famiglia, ritorni e visione. In questo nuovo appuntamento di Suggestioni di Vino incontriamo Valeria Radici Odero, custode di una delle realtà più rappresentative del territorio, per raccontare il legame profondo tra radici, biologico, identità e futuro. Un viaggio che attraversa generazioni, vini e paesaggi, dimostrando come il carattere di un luogo possa vivere per sempre dentro una bottiglia.   Tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre.
Pascal, Pensées, 139 (Tutta la sventura degli uomini viene da una sola cosa: non saper stare in quiete in una stanza.) Una freccia, un destino Gli antichi credevano che il nome fosse già una profezia. Sagitta, la freccia, era per i Romani simbolo di direzione, di scopo, di traiettoria irreversibile. Un oggetto che, una volta scocca­to, non mente: va dove deve andare. Chissà se questo destino è già nel nome di Frecciarossa, la tenuta che sorge silenziosa tra le colline dell’Oltrepò Pavese, in quel lembo di Lombardia che guarda la Liguria e sogna la Borgogna. Una freccia rossa. Come il sangue che scorre nelle viti. Come il vino che scende nel bicchiere. Come le radici che tirano verso casa chi si è allontanato. Quando ho incontrato Valeria Radici Odero, ho immediatamente capito che avrei dovuto smettere di fare domande per, semplicemente, ascoltare. Capita. Capita quando incontri persone che portano addosso una storia intera, non come un peso. Semmai come un mantello che le avvolge definendole senza schiacciarle. Valeria ha la voce dalla cadenza raffinatamente morbida di chi ha vissuto in più posti e ha assorbito da tutti. Senza appartenerne a nessuno per davvero, tranne che ad un posto. Uno solo. Frecciarossa. L’Oltrepò Pavese: il territorio che non si lascia dimenticare In certi luoghi il vino diventa l’ineluttabile, inevitabile conseguenza del paesaggio. Avete presente la nebbia nella Pianura Padana, la Bora a Trieste, il vento sul Mar Ligure o il sole cocente a Palermo. Ecco, l’Oltrepò Pavese appartiene di diritto ad uno di questi luoghi. Lo affermo con quella sensazione che arriva quando si ha davanti qualcosa di sottovalutato. Quasi con una piccola rabbia. Perché questa terra merita un racconto più grande di quello che generalmente le viene dedicato. Siamo nella parte meridionale della Lombardia, oltre il Po rispetto a Pavia. Altrimenti mica si chiamerebbe Oltrepò (che poi non ho mai capito perché pò non si debba scrivere con la P maiuscola visto che richiama il fiume Pò). Un sistema collinare che sale dolcemente verso i 900 metri dell’Appennino Ligure su un suolo fatto di argille, calcare, marne in grado di lavorare il vino dall’interno, costruendolo dalle fondamenta. Un clima continentale con venature mediterranee, dove le escursioni termiche danno ai vini quella nervatura acida così da renderli eleganti, longevi, mai banali. Infatti qui c’è il Pinot Nero. Perché l’Oltrepò è, con la Franciacorta, il più grande territorio lombardo dedicato a questo vitigno impossibile, il più ingrato e il più generoso di tutta la viticoltura mondiale. Stendhal, che l’Italia la conosceva meglio di molti italiani, scriveva che la bellezza non è che la promessa della felicità. L’Oltrepò è esattamente quella promessa: una bellezza che non si mostra subito, che chiede di essere cercata, che si rivela solo a chi ha la pazienza di tornare. Valeria: l’arte di partire per imparare a tornare Valeria Radici Odero nel 1990 ha appena 24 anni. L’Italia è in tumulto per i Mondiali di calcio. Tutti volevano stare qui. Era una grande festa in ogni luogo. Lei invece prende e se ne va a Parigi. Avevo bisogno di orizzonti più grandi. La gioventù che non sopporta i confini, la curiosità che si traveste da fuga, la necessità biologica di uscire dall’orbita familiare per capire di che materia siamo fatti. Conosco troppo bene quella sensazione. Quella luce obliqua che prende certe mattine quando si pensa che altrove la vita sia più alta, più densa, più degna di essere vissuta. È un’illusione necessaria. È il motore di quasi tutta la grande letteratura del mondo: da Odissea in avanti, la storia dell’uomo è la storia di chi parte e di chi torna. È il senso del racconto che sta sempre nella distanza percorsa. Valeria studia Belle Arti pur concedendosi un anno di Agraria forse per compiacere qualcuno o darsi una parvenza di richiamo alla famiglia. Mi ha dato qualche base di chimica e botanica che ancora oggi mi servono. La svolta verso il disegno, la pittura, quella parte di sé che aveva bisogno di forma e di colore. Quel senso di evasione che poteva essere nell’arte e che poi ha trovato a Parigi.  Parigi le ha dato un marito americano, tre figli, un’altra lingua, un’altra pelle. Nel 2011, la vita ha cominciato a chiamarla indietro. Sua madre aveva bisogno di aiuto. L’azienda aveva bisogno di aiuto. Così lei, lentamente, anno dopo anno, come una freccia che torna nel mirino, è tornata a Frecciarossa. Tornare qui non era solo tornare in un luogo. Era tornare in quello che questo luogo rappresenta, in quello attraverso cui questo luogo vive. Che è sempre stato il vino. Altro che enfasi retorica o nostalgia sentimentale. Sarà la consapevolezza che alcune cose non si possono spostare, non si possono copiare, non si possono ricreare altrove. Come ha risposto al suo dentista parigino che le chiedeva se non avesse mai pensato di spostare l’azienda in Francia No. Non è che funzioni. Tre parole. Un universo. Un modo per dire che non sposti le fondamenta di una casa così come non sposti le vigne in un altro universo. Puoi spostare te stesso in un altro luogo ma non sposterai mai il luogo da dove vieni. Il filo di Veronelli: la storia entra dalla porta di servizio Ogni grande azienda ha un momento in cui la storia entra in scena in modo inatteso. Basta un attimo e il caso bussa alla porta. Senza preavviso. Solo che si può aprire o no. Per Frecciarossa, quel momento ha le sembianze di un giovane curioso che bussa alla porta di un nonno. Il giovane si chiama Luigi Veronelli. È ancora sconosciuto, scrive di cucina non di vino, ma ha già quello sguardo che capisce prima degli altri. Il nonno di Valeria lo accoglie, lo invita a pranzo. Un pranzo improvvisato, piselli dell’orto, uova sode del pollaio. Niente di speciale. Però da quel pranzo nasce un legame speciale che durerà decenni. Lui tutta la vita si è ricordato di quei piatti che mia nonna aveva preparato. Veronelli è stato il critico che avrebbe cambiato il modo di raccontare il vino italiano. Il polemista, il filosofo della tavola, colui che si commuove per dei piselli e delle uova sode. Una scena reale, vera, intensa dove la grande cultura non disdegna mai il piccolo, il semplice, l’essenziale. Anzi, li riconosce come la forma più alta di civiltà. Una sorta di sottolineatura di come dalla terra arrivi tutto così che per la terra e per i suoi interlocutori, occorra avere, sempre, il massimo rispetto. Quando il nonno muore, nel 1980, è ancora Veronelli a consigliare la famiglia sul cosa fare, come rinnovarsi, come ripartire. È su suo consiglio che viene chiamato Franco Bernabei come primo enologo dell’azienda. Bernabei, uno dei nomi più importanti dell’enologia italiana degli anni Ottanta. L’azienda si rinnova rifacendo la cantina, comincia a competere con gli strumenti del suo tempo senza perdere l’identità di sempre. Questo è il patrimonio che Valeria eredita. Non solo le vigne, non solo le cantine. Ma una storia di relazioni umane, di fiducia, di intuizioni condivise. Un’eredità immateriale che vale più di qualsiasi appezzamento. Il biologico, la terra, l’equilibrio delle piante Quando Valeria riprende in mano le redini dell’azienda, la prima cosa alla quale si dedica, prima ancora di pensare ai vini, alle etichette, ai mercati, è condurre tutta la produzione in biologico. Una scelta che racconta molto di lei. Non è marketing, è solo un atto di fedeltà e d’amore. È il mio modo di pensare le cose. Di rispettare la natura in un luogo in cui viviamo, in mezzo ai nostri vigneti. Trova Pierluigi Donna, agronomo, e con lui comincia un lavoro paziente e certosino sul rapporto tra la pianta e il suolo. Perché il biologico non è solo l’assenza di chimica: è una filosofia che parte dall’idea precisa che una pianta in equilibrio produce frutta migliore.  Più la pianta sta bene, più la qualità del frutto è buona. È come i pomodori: quelli dell’orto non hanno niente a che fare con quelli del supermercato. L’immagine è semplice, quasi ovvia. Eppure è la stessa cosa che i più grandi vignerons del mondo, da Lalou Bize-Leroy in Borgogna a Nicolas Joly in Savennières, ripetono da decenni. La grandezza del vino comincia dalla terra, non dalla cantina. La cantina può salvare o rovinare, ma non può inventare quello che il suolo non ha già dato. Frecciarossa oggi ha 22 ettari di vigna certificati biologici, più tre di noccioli a rappresentare un esperimento di biodiversità che i cinghiali avevano quasi fatto fallire Me li hanno devastati. Poi li abbiamo cintati col filo elettrico e ora va meglio Per il resto: circa 100-120.000 bottiglie l’anno. Un numero che può sembrare piccolo o grande a seconda dei punti di vista ma che comunque è il risultato di grandinate, gelate, stagioni capricciose e dello sforzo del biologico. La campagna non garantisce niente. Pretende solo rispetto. Pietro, la nuova freccia Pietro è il figlio di mezzo. Valeria lo definisce una persona con una monopassione totalizzante. Dopo aver visto il vino, non ha più voluto vedere altro. Cresciuto a Parigi ha percorso la vita in maniera inversa a sua madre: a Frecciarossa ci ha messo radici così che ora spinge l’azienda verso una ricerca sempre più profonda. Ogni generazione porta qualcosa di sé, qualcosa del suo tempo. Ti mantiene il progetto più moderno, più attuale. Con Pietro è arrivata una nuova ossessione: l’affinamento. Non solo scegliere le barrique, ma sapere da quali foreste provenga il legno, capire come le molecole del rovere dialogano con il Pinot Nero, alzare la barra della ricerca fino a livelli che Valeria, che si è sempre occupata più della produzione in vigna e in cantina, riconosce come conquista generazionale. In Sideways, il film di Alexander Payne del 2004 che ha cambiato il modo in cui l’America guarda al Pinot Nero, il protagonista Miles dice: «Il Pinot Nero è così difficile da coltivare. Ha bisogno di cure costanti, di attenzione. Solo nei posti giusti, con le condizioni giuste, riesce a esprimere il suo potenziale. È una varietà fragile, riservata.»  È una metafora delle persone, ovviamente. Ma è anche la verità assoluta su questo vitigno. E Pietro sembra uno che quella verità l’ha capita nel profondo. Gli altri due figli? Il più piccolo fa il cuoco con passione autentica a Parigi, in un ristorante che porta il nome di Chateaubriand, quel nome letterario e gastronomico insieme. Il più grande si è dedicato alle Belle Arti, come aveva fatto sua madre. Uno dei suoi professori era anche compagno di classe di Valeria.  È stato molto divertente È la circolarità del tempo che si fa vita: ogni generazione riprende i fili della precedente e li porta altrove, senza spezzarli. La nonna, il rosato e la democrazia del vino Parlare con una persona incredibile come Valeria vuol dire calarsi nei suoi racconti. Essere trasportato nella classe e nello charme del suo essere. Leggiadra e sorridente. Affabile e coinvolgente. È così che in uno dei suoi racconti ho risso e riso di gusto.  Un’estate, Pietro e la bisnonna di 86 anni, ancora presente, ancora combattiva, ancora capace di litigare per una scelta enologica, si scontrano per un nuovo rosato. Lei vuole l’Uva Rara e basta. Lui vuole la Croatina. La discussione va avanti. Alla fine Pietro la spunta, ma non senza un Ma che palle la nonna con questi Gli ho detto: amore, trovami un altro dei tuoi amici che litiga con sua nonna per un rosato. Non c’è da aggiungere altro. Questa scena è Frecciarossa: tre generazioni intorno a una vigna, a un vino, a un’idea di territorio che nessuno vuole cedere per intero. È la vitalità di un progetto vivo, che si discute, che si contende, che si ama abbastanza da litigare sopra. Valeria ha poi in mente anche un’altra idea che l’ha guidata nel pensare i vini: la democratizzazione del piacere. Il Carillo, ovvero il Pinot Nero giovane, fresco, «del martedì», come lo chiama lei nasce proprio per questo. Un vino accessibile, allegro, quotidiano.  Un vino molto democratico. Il vino di tutti i giorni. Il vino che dà allegria. L’idea è arrivata da una visita ai vigneron della Loira: qualcuno le aveva detto che quel Pinot Nero leggero e beverino era «geniale». E lei aveva capito che c’era uno spazio, nella sua produzione, per un vino che non fosse performance ma compagnia. Basta esibizione della cantina, delle vigne immacolate, delle etichette patinate, dei punteggi acquistati. L’idea di semplicità consapevole è preziosa e geniale. Già Leopardi, nello Zibaldone, sosteneva che il piacere non sia mai così pieno come quando è condiviso senza sforzo. Come a dire che, certe volte, occorre lasciarsi andare senza pensare. È così che mi vengono in mente i film di Totò, di Tomas Milian, di Montesano o di Alberto Sordi che per la critica dell’epoca erano di serie B. Nazional popolari. Ma che male c’è in una risata? Perché bisogna sempre ridere con intelligenza, con le battute per le quali c’è da pensare. La polemica su Pucci al Festival di Sanremo l’ho trovata stucchevole ed inutile ad esempio. Se un comico riempie i teatri sarà meglio di chi invece non li riempie no? E se chi critica non ha piacere ad andare o a vedere il Festival con un comico come lui, basta cambiare canale.  Giorgio Odero e il Pinot Nero come identità di territorio Accanto al Carillo, l’altro polo della produzione è il Giorgio Odero: il Pinot Nero che porta il nome del nonno, il vino su cui Valeria e Pietro stanno lavorando con più intensità. Una riflessione costante, aperta, mai definitiva, su vinificazione e affinamento. Un Pinot Nero dell’Oltrepò deve parlarti della sua terra. Sarà per forza diverso da un Pinot Nero della Borgogna. Avrà delle sue caratteristiche, ed è molto importante lavorarle e rispettarle. Una frase che potrebbe essere usata come  manifesto di tutto quello che Frecciarossa è e vuole essere. Siamo in un’epoca in cui la globalizzazione del gusto ha appiattito troppi vini verso un modello internazionale indistinguibile, scegliere di restare dentro la propria identità territoriale è un atto di coraggio. Non di conservatorismo, di coraggio. Saper rinunciare a certi mercati, accettare di non piacere a tutti, scommettere su qualcosa di difficile da spiegare. Ma preservando l’unicità del luogo. Walter Massa, uno dei più grandi vignaioli italiani, custode del Timorasso nel Tortonese, raccontava a Valeria che da studente all’Enologica di Alba, negli anni Settanta, la sua scuola portava i ragazzi a visitare Frecciarossa come esempio di viticultura inerbita. Quando tutti toglievano l’erba, il nonno di Valeria la lasciava. Quando tutti puntavano alla quantità, lui pensava alla qualità. Era un precursore. E oggi, quarant’anni dopo, quella strada è diventata il mainstream dell’enologia d’eccellenza mondiale. L’odore della cantina e le radici dell’infanzia Alcuni odori ci accompagnano dall’inizio della nostra esistenza. Da quando siamo dentro il ventre della mamma. Se chiedeste a Valeria, come ho fatto io, quale odore le sia rimasto dentro più di qualunque altro, capireste da un lato la fuga, dall’altro il ritorno.  L’odore della cantina quando ci sono i vini in fermentazione. Quell’odore è uno degli odori della mia infanzia. Sono gli afrori del vino. Quello strepitio che porta nell’aria non solo l’anidride carbonica ma anche una serie di afrori che permeano l’aria. La rendono alle volte irrespirabile. Eppure irrinunciabile.  Sono odori che la mente ha memorizzato. Come li ha memorizzati il corpo. Valeria sapeva già tutto sul vino a otto anni, perché seguiva sua madre nelle visite guidate in cantina, sentiva le spiegazioni. Nessuno le insegnava le cose. Annusava, toccava, viveva. Forse questo è il modo più profondo di trasmettere una passione. Non le parole. Gli odori. Oggi che ho una figlia piccola, capisco questa cosa in modo fisico. Lei stappo una bottiglia e mi chiede se può annusare il tappo prima, il vino poi. Detta da una bocca di tre anni, mi riempie di una gioia che non so descrivere con precisione. Perché so che quell’odore di sughero resterà dentro di lei, anche quando non lo ricorderà più con la mente. L’illusione è che sia associata a me quando non ci sarò più a metterglielo sotto il naso. L’agriturismo: il vino come porta d’accesso all’innamoramento Frecciarossa oggi è anche un agriturismo. Una scelta impegnativa ancorché, oggi, fondamentale. Con le migliaia di produttori di qualità, la differenza non la fa solo il vino. La fa il racconto. La fa il luogo. La fa la persona che ti versa il bicchiere e ti guarda negli occhi. La nostra missione e lo dico sempre a mio figlio, è che la gente ripartita da qui innamorata di Frecciarossa. Innamorata della storia, di come lavoriamo, dei nostri vini, del nostro cibo, di tutto. Questo è il punto esatto in cui Valeria smette di essere solo una produttrice di vino e diventa una costruttrice di esperienze. Ha ragione e ha ragione da vendere. Il vino, da solo, non basta più a fare la differenza. Non perché i vini siano diventati meno buoni. Anzi, la qualità media dell’enologia italiana non è mai stata così alta. Ma la competizione è talmente intensa che il vino, senza contesto, senza storia, senza volto umano, rischia di perdersi nel rumore. Frecciarossa ha dalla sua parte qualcosa di prezioso: la vicinanza a Milano. Sotto le colline dell’Oltrepò c’è la pianura Padana, con i suoi dieci milioni di abitanti.  Basta che venga l’uno per cento Così che non basterebbero le 120.000 bottiglie Frecciarossa e la freccia che sa dove va Torno alla citazione di Pascal con cui ho aperto. Quella che indica nel non saper stare da nessuna parte la sventura degli uomini. Non è da nessuna parte chi è dovunque. Stare ovunque è una sorta di dispersione che diventa inquietudine. Quando però si trova il proprio posto, il vero posto, allora lo si vive in modo pieno, totale, radicato. Valeria Radici Odero non è da qualche parte. È a Frecciarossa. È nel profumo della cantina durante la fermentazione, nel sapore dell’erba bagnata tra i filari, nella voce di sua madre che ancora oggi litiga per i fiori ma in realtà parla di vino. È nei occhi di Pietro che studia le foreste da cui viene il legno delle barrique. È nel rosso di quella freccia che, come tutte le frecce vere, sa già dove arriverà. Il richiamo della terra è stato molto forte. Questo posto per me è sempre stato la casa con la C maiuscola. Qui si faceva vino e si viveva. C’è tutta la storia della mia famiglia. Tutto era una cosa unica. Tutto era una cosa unica. Non so se esista una definizione più bella di cosa significa fare vino davvero. Una traiettoria. Irreversibile.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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29 Ottobre, 2026

Vino e Arte che Passione. Dieci anni nel giardino segreto di Roma

  Vino e Arte che Passione festeggia dieci anni nel giardino segreto del Casino dell’Aurora Pallavicini a Roma. Petrolo, Castello del Terriccio, Colognole, Biondelli, Tasca d’Almerita e Tenuta di Fiorano raccontati calice dopo calice. Il portone di via XXIV Maggio, davanti alle Scuderie del Quirinale, è decisamente grande. Se lo si varca si viene proiettati dentro la corte di un grande palazzo romano.  C’è una piccola porta sulla sinistra. Decisamente anonima. Come fosse l’ingresso della guardiola del portiere. Ci sono dei roll up con il logo dell’evento e qualche persona in fila. Varcata la porticina la sensazione è di essere in una sorta di sottoscala piccolo e buio. Dopo l’accredito si sale per una scala a chiocciola di marmo. Si sale su, giro dopo giro quasi a non finire mai. In cima però si apre all’improvviso un giardino. Resti fermo un momento. Sei nel cuore di Roma e intorno hai prato, alberi, silenzio e luce d’ottobre. È un posto nascosto. È un posto per pochi. Il Casino dell’Aurora Pallavicini apre le porte di rado. Domenica 11 ottobre le ha aperte a qualcuno in più, per la decima edizione di Vino e Arte che Passione. L’evento lo firmano Ciro Palmisano e CF Wine Advisor. Le cantine sono blasonate e tornano fedeli anno dopo anno. Sulla sinistra si entra in una grande sala con i banchi d’assaggio. La sala dopo è allestita allo stesso modo. Alle pareti ci sono quadri enormi che sembrano osservare chi passa. Hanno l’aria distratta. Credo siano abituati alle feste. I produttori sono pochi. I sommelier Fisar sono bravissimi e versano con mano ferma e sorriso pronto. Molte etichette le ho già assaggiate altrove. Le annate però riservano sempre sorprese. Una cantina la conosci per davvero solo un anno alla volta. Petrolo, il Valdarno nel bicchiere Comincio dalla Toscana, da Petrolo. Il Torrione è lo château della tenuta. Lo volle Lucia Bazzocchi Sanjust nel 1988, con l’aiuto di Giulio Gambelli. Raccoglie le uve di tutti i vigneti di casa. Sangiovese per la gran parte, un po’ di Merlot, un tocco di Cabernet Sauvignon. Ciliegia matura, bacche nere, chicchi di caffè, rosmarino. Il sorso è succoso, il tannino maturo, il finale speziato. È il rosso da mettere al centro della tavola la domenica. Il Trebbiano vale da solo la salita sulla scala a chiocciola. Si chiama Bòggina B e nasce da viti piantate negli anni Settanta. Nel Trecento il Trebbiano del Valdarno arrivava fino ai papi, qui a Roma. Domenica è tornato in città, dentro il mio calice. Albicocca, pesca, camomilla, mandorla, erbe secche. Il sorso è teso e sapido. Chiude con un amaro leggero che chiama subito il secondo bicchiere. Per me è il vino del pomeriggio. Il Bòggina A 2023 è Sangiovese in purezza, fatto in anfora di terracotta. Ciliegia croccante, viola, terra bagnata. È giovane e scalpita. Il tannino è vivo e l’acidità fa salivare.  Con il Bòggina C Riserva il livello sale moltissimo. Viene dalla vigna che Gastone Bazzocchi, nonno degli attuali proprietari, piantò nel 1947. Viola, prugna, arancia rossa, un filo di fumo. Il sorso è ampio, elegante, lunghissimo. Resto a guardare il bicchiere più del dovuto. Castello del Terriccio, un crescendo verso il mare Resto in Toscana e scendo verso la costa, da Castello del Terriccio. Faccio tre assaggi in fila. Il Tassinaia 2023 è Merlot e Cabernet Sauvignon. Mora, ribes, macchia mediterranea. Il tannino è morbido e il sorso scorre. Il Castello del Terriccio 2019 alza il tono. Pepe nero, liquirizia, oliva nera. In bocca è potente e ordinato, con un finale caldo e salmastro. Il Lupicaia 2019 chiude la salita. È la punta di diamante della tenuta, nata nel 1993. Cassis, cedro, cacao, un filo di menta. Il tannino è fitto e setoso. Lo bevo piano. La sala intorno sembra abbassare la voce. Colognole, la Rufina in quota Salgo sulle colline della Rufina, da Colognole. La famiglia Spalletti è qui dalla fine dell’Ottocento. Le vigne salgono lungo la Sieve fino a oltre cinquecento metri. Il bianco si chiama 4 Chiacchiere a Oltrepoggio. È lo Chardonnay 2024, e il passaggio in legno si sente tutto. Mela, agrumi, fiori bianchi, vaniglia. Chiude con una nota di mandorla. Il nome fa venire voglia di sedersi e restare. Il Chianti Rufina Riserva 2021 Vigneto Le Rogaie mi incuriosisce subito. Amarena, rosa appassita, sottobosco. L’aria fresca della montagna lo tiene sveglio e il tannino è preciso. Le Lastre 2020 mette insieme Sangiovese, Merlot e Syrah. Frutto scuro e maturo, spezia, una carezza morbida. Il Sangiovese tiene tutto in piedi. Merita l’applauso, e glielo faccio volentieri. Biondelli, la Franciacorta che sa aspettare In Lombardia, in Franciacorta, mi aspetta Biondelli. Il Première Dame Riserva 2016 è Chardonnay in purezza dalla vigna Nave, a Bornato. È un Pas Dosé. È buono. Buono buono, come si dice a casa quando basta così. Giallo paglierino antico, bollicina fine. Biancospino, erbe aromatiche, susina bianca, agrumi, frutta secca. In fondo burro e cannella. Il sorso è fresco e minerale. Gli anni sui lieviti si sentono tutti, e si sentono bene. Tasca d’Almerita, la Sicilia d’altura Scendo fino in Sicilia, alla Tenuta Regaleali di Tasca d’Almerita. Il Nozze d’Oro 2024 ha una storia d’amore dentro. Il Conte Giuseppe lo creò per i cinquant’anni di matrimonio con la moglie Franca. Inzolia e Sauvignon Tasca. Agrumi, fiori bianchi, erbe di campo, una scia sapida. Convince. Il Rosso del Conte 50 Vendemmie 2020 mi resta in testa. Nasce dalla vigna San Lucio, la più antica di Regaleali, piantata nel 1959 ad alberello. Nero d’Avola e Perricone, a quasi cinquecento metri. Prugna, spezie, una nota balsamica. Al sorso è energico e vibrante, con una freschezza che allunga tutto. Ecco la prova che in Sicilia si fanno rossi freschi ed eccellenti. Cinquanta vendemmie in un calice. Tenuta di Fiorano, l’Appia nel bicchiere Chiudo nel Lazio, sull’Appia, con Tenuta di Fiorano. Il Fioranello è Cabernet Sauvignon. Mora, mirtillo, spezie, un filo di fumo. Arrivano anche erbe aromatiche e una scorza d’agrume. È equilibrato ed elegante. Il Rosso Fiorano è Cabernet Sauvignon e Merlot, maturato in vecchie botti di rovere di Slavonia. Goudron, fumo leggero, note balsamiche, cassis e mirtillo. Il sorso è setoso, il tannino finissimo, il finale agile e lungo. Due vini da guardare con rispetto. Chi li snobba sbaglia. Gli stessi produttori, vini sempre nuovi Riprendo la scala a chiocciola in discesa. Ritrovo il sottoscala buio, la corte. Il traffico è leggermente aumentato ma non più di tanto visto che è domenica e il tempo è mite. Il giardino resta negli occhi. Il luogo è bello, anzi affascinante. Chi pensava di ritrovare gli stessi vini avrà avuto una sorpresa. I produttori sono quelli di sempre. I vini cambiano. E come cambiano!     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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28 Ottobre, 2026

De’ Federici Franciacorta. Federico Messina, dove finisce la corsia

  Dalla sala operatoria ai vigneti della Franciacorta, la storia di Federico Messina racconta una scelta nata dopo gli anni della pandemia e trasformata in un progetto di vita. Con De’ Federici, il chirurgo pugliese ha dato forma a una cantina che unisce metodo, passione e visione, producendo Franciacorta capaci di riflettere il suo percorso umano e professionale.   Le strade che scegliamo raccontano soltanto una parte della nostra vita. Le altre sembrano aspettarci da sempre, pazienti, nascoste dietro una curva che raggiungiamo quando dentro di noi qualcosa è finalmente pronto. Federico Messina racconta la propria storia partendo dalla chirurgia. Sarebbe naturale, perché è il mestiere che lo accompagna da anni, la professione che lo ha portato lontano dalla Puglia, attraverso Ferrara e l’Inghilterra, fino alla Franciacorta. Eppure, mentre ascolto le sue parole, il vino continua a rimanere sullo sfondo. Come se fosse una filigrana. In primo piano, c’è tanto altro. Un bambino che accompagnava il nonno a prendere una damigiana di vino. Una famiglia legata agli ulivi e ad un olio conferito alla cooperativa locale. Un uomo che durante il Covid ha vissuto giorni capaci di cambiare per sempre il peso delle scelte dunque la loro priorità. Un padre che immagina il futuro del figlio. Un professionista arrivato ad un punto importante della propria carriera e ancora animato dal desiderio di costruire qualcosa con le proprie mani. Forse è proprio da qui che bisogna partire per comprendere De’ Federici. Dall’uomo che ha deciso di affidare alla terra una parte dei suoi sogni.   Federico viene da Molfetta ovvero da quella Puglia nella quale l’agricoltura voleva dire famiglia. Altro che un progetto professionale. Gli ulivi rappresentavano (e rappresentano Xylella a parte) una presenza concreta e consueta;  il vino la vera memoria domestica delle case, delle tavole, dei legami tra le persone e in grado di dare vita ai ricordi di un volto, una voce, dei colore di certi pomeriggi trascorsi con i nonni. La connessione con l’agricoltura arrivava dall’olio. I miei hanno sempre conferito alla cooperativa locale. Il vino, invece, era quello del nonno, quello che andavamo a prendere in damigiana dalla cantina. A volte una vocazione nasce così e non si riesce nemmeno a darle un nome. Se ne sta rccolta da qualche parte, continua a respirare silenziosamente durante gli anni dello studio, del lavoro, dei viaggi, poi riemerge quando la vita apre lo spazio necessario per accoglierla. Dalla Puglia all’Inghilterra, imparando a ricominciare Federico si laurea in Medicina a Bari e vince il concorso di specializzazione in Chirurgia generale a Ferrara dove rimane tredici anni. Poi decolla verso il Regno Unito. Lavora tra Birmingham e Londra, affinando la propria esperienza nella chirurgia generale, colorettale, bariatrica e mini-invasiva. L’Inghilterra non può che lasciargli molto più di una competenza tecnica. Gli consegna un metodo, una forma mentale, un modo di affrontare le difficoltà attraverso passaggi precisi, analisi e responsabilità. Il metodo britannico è diventato un modo di vivere le cose e le persone. Davanti a un problema parte un processo mentale. Lo analizzi, lo scomponi, trovi una direzione. Anche il vino comincia a mostrare, timidamente, il proprio volto. Nel Kent Federico osserva una produzione spumantistica ancora giovane, segue la crescita delle bollicine inglesi. Così, un interesse già presente, inizia a trovare nuovi argomenti. In Veneto, terra d’origine della moglie, guarda vigneti e progetti legati al Prosecco. Il desiderio comincia ad assumere contorni più precisi. Arriva la Franciacorta. Un territorio disteso a sud del Lago d’Iseo, fatto di colline, suoli capaci di cambiare nel giro di pochi metri, boschi, piccoli borghi e vigne che sembrano conoscere il valore dell’attesa. Qui il vino è fatto di bolle, di lunghi affinamenti, di lavoro quotidiano e di capacità nel trasformare il tempo in materia. Federico riconosce subito quel paesaggio come il luogo adatto alla propria idea. Quando sono arrivato qui ho pensato che fosse il posto giusto. Ero nel cuore del metodo classico, dentro una tradizione fortissima. A quel punto sono andato ancora più deciso. Solo che c’è il lavoro quotidiano e non certo un lavoro facile. Belli i sogni ma la vita è diversa. Quella di un medico lo è ancora di più. Detto fra noi non so come diavolo facciano i medici a svegliarsi la mattina, andare in corsia, fare le visite, gli interventi, poi le visite ecc. ecc ecc. Venti ore al giorno a dover tenere la mente attiva. Così come il corpo.   La ferita e la terra Lo slancio definitivo arriva dopo il Covid. Federico e sua moglie sono entrambi medici. Vivono la pandemia dalla prima linea, dentro ospedali chiamati a fronteggiare un’emergenza per la quale mancavano riferimenti, certezze e perfino il tempo necessario per comprendere. Tommaso, loro figlio, aveva otto anni. Per parecchio tempo io e mia moglie ci davamo il cambio. A volte Tommaso rimaneva a casa da solo, seguiva la scuola a distanza e faceva i compiti. Una vicina che abitava di fronte si affacciava alla finestra per controllare come stesse. Tornavamo dal lavoro, ci cambiavamo fuori, facevamo la doccia e soltanto dopo arrivavano i baci e gli abbracci. L’immagine di quel bambino dentro una casa improvvisamente troppo grande non può che pesare. Ho sentito tante molte ricostruzioni collettive di quegli anni ma quella di un bambino, da solo, in casa, è terribile. Perfino l’affetto era diventato una procedura, sottoposto alla prudenza, alla paura di portare oltre la porta ciò che si incontrava ogni giorno in corsia. Quando Federico parla delle decisioni prese allora, la voce cambia intonazione oltre che ritmo. Si sente una sofferenza vera. Abbiamo vissuto situazioni che seguivano criteri di guerra, con risorse limitate e informazioni ancora fragili. Ti trovi a compiere scelte che in un altro contesto avrebbero avuto un significato diverso. Le fai perché quello è il tuo compito, poi il peso arriva dentro di te. L’Italia aveva chiamato eroi medici e infermieri, aveva suonato dalle finestre e immaginato una nuova solidarietà. Terminata la fase più dura, la memoria collettiva ha ripreso a consumarsi rapidamente. Federico conserva un giudizio lucido, perfino duro, su ciò che è rimasto negli adulti e sulle ferite silenziose portate dai ragazzi, privati della socialità proprio mentre stavano imparando a costruirla. Dentro quella stanchezza nasce però un desiderio semplice: stare all’aperto, sentire l’erba, seguire il movimento delle stagioni, ritrovare una forma di vita capace di accogliere invece di stringere. Dopo essere rimasto bloccato per tanto tempo in ospedale ho cercato quel senso di liberazione che provo nei campi. Avevo bisogno di ricongiungermi alla terra, di stare fuori. Nell’ottobre del 2022 acquista i primi terreni, due ettari già vitati, divisi tra Chardonnay e Pinot Nero. De’ Federici prende corpo a Paderno Franciacorta come progetto artigianale, con una produzione contenuta e una precisa volontà identitaria. Un chirurgo con il decespugliatore Durante la settimana Federico indossa il camice. Il sabato o la domenica lo si può trovare nei vigneti con il decespugliatore, intento a tagliare l’erba, osservare le piante, controllare il lavoro svolto e imparare quello che la terra insegna soltanto a chi la frequenta. La scena sorprende gli abitanti della zona che lo conoscono come chirurgo. A lui diverte. Quando mi vedono in campo rimangono scioccati. Mi trovano mentre taglio l’erba, controllo come vanno le cose, faccio i lavori che posso svolgere personalmente. La parte più specialistica la affidiamo ai professionisti, ma dentro questo progetto metto anche la mia fatica fisica. Il camice e gli abiti da lavoro appartengono allo stesso uomo. Cambia il luogo, cambia il ritmo, resta intatta la cura del gesto. Nella vigna, però, Federico attraversa una libertà diversa. L’ospedale vive di urgenze, la terra chiede presenza. La chirurgia misura il tempo in minuti, la vite lo conta attraverso potatura, germogliamento, fioritura, maturazione e raccolta. Ogni azione produce conseguenze che affiorano mesi o anni dopo. Forse proprio questo lo affascina: imparare un tempo sul quale il controllo umano ha confini precisi. Il bersaglio grosso Quando faccio qualcosa miro al bersaglio grosso. Per Federico, la De’ Federici rappresenta un’impresa piena, sostenuta da investimenti, rischio, studio e responsabilità familiare. Questo è lontano dall’idea di un hobby per ricchi. Qui dentro ho messo tempo, denaro, fatica e una parte della mia vita. Ci credo e voglio che diventi un futuro per la mia famiglia, qualcosa che vada oltre la medicina. Prima di acquistare i terreni studia la normativa, frequenta percorsi dedicati al vino e alla comunicazione enogastronomica, approfondisce le regole necessarie alla costituzione dell’azienda e prepara personalmente documenti e statuto. Il metodo imparato in medicina entra anche qui: conoscere, preparare, misurare il rischio, poi agire. Per la parte enologica sceglie di affidarsi a Jean-Pierre Renard, capace di comprendere la direzione desiderata dal progetto. Accanto a lui trova anche il sostegno di Loris Biatta e del mondo Le Marchesine, diventati negli anni riferimenti tecnici e umani. Ho chiesto una cosa molto semplice: dimmi ciò che faccio bene, ma soprattutto dimmi dove sbaglio. Dei complimenti posso fare a meno, dagli errori posso imparare. Ecco Federico. Il chirurgo. Colui che impara dagli errori. La sicurezza di chi ha costruito tanto convive con la disponibilità a ricominciare da allievo. La sua fragilità è esattamente questa. Il timore di essere sottovalutato, di essere considerato un medico con il capriccio della vigna, insieme alla volontà ostinata di meritare ogni passo sul campo. La scelta di restare outsider Il progetto enologico nasce immaginando prima il vino finale e risalendo poi verso le scelte necessarie per raggiungerlo. Federico e Jean-Pierre condividono l’idea di preservare freschezza, frutto e tensione, evitando la fermentazione malolattica e cercando una voce capace di muoversi dentro la Franciacorta con una propria personalità. Mi piace essere l’outsider, nell’accezione britannica del termine. È una condizione che mi ha accompagnato anche nella vita professionale. Essere outsider in Franciacorta significa entrare in un territorio popolato da aziende storiche, investimenti importanti e identità già consolidate. Significa accettare una competizione intensa e scegliere la riconoscibilità del proprio passo. Questa volontà riaffiora nel calice. Il Franciacorta Brut mi da la sensazione di muoversi con energia e precisione, attraverso un perlage fine e continuo che porta al naso la freschezza della mela appena tagliata, della pera croccante e del cedro, per poi aprire verso il pane ancora tiepido, la mandorla fresca, le erbe aromatiche e una traccia gessosa capace di ricordare la componente minerale delle colline. Il sorso procede spedito, sostenuto da un’acidità tesa e luminosa, mentre la bolla accompagna il palato con eleganza e lascia affiorare una sapidità netta, quasi salina, destinata a prolungare la memoria dell’assaggio. Nel Brut ritrovo il Federico più immediato: analitico, concentrato, proiettato verso il passaggio successivo. La pulizia del sorso richiama quella precisione affinata in sala operatoria, mentre il frutto restituisce una vitalità più istintiva, legata alla Puglia, agli ulivi e a quella parte di lui che cerca nella vigna un respiro ampio. Il Franciacorta Satèn Millesimato rivela invece un registro più intimo. Nel bicchiere il vino chiede tempo e lo ricompensa con fiori di campo, tiglio, camomilla, pesca bianca, albicocca appena matura, nocciola e una sfumatura di miele d’acacia che rimane sottile, lontana da ogni dolcezza compiaciuta. Il sorso entra morbido, avvolgente, con quella carezza tipica del Satèn, poi la freschezza cambia la traiettoria e una vena sapida dà profondità all’insieme. La sua forza risiede nel modo in cui modifica il ritmo. Prima accoglie, poi rivela. La cremosità accompagna il palato, mentre l’acidità protegge nitidezza e slancio. È il vino che più somiglia alla parte di Federico che affiora dopo avere superato il racconto della carriera: il padre, il marito, l’uomo attraversato dalla paura negli anni del Covid, il professionista che ha sentito il bisogno di riavvicinarsi a una materia viva. Anche qui la precisione serve a raggiungere l’emozione. Il Rosé e una storia ancora aperta Nel Franciacorta Rosé Millesimato il Pinot Nero porta un’energia diversa, più carnale, capace di unire slancio e profondità. Il colore richiama la buccia della cipolla rossa e i riflessi ramati di una sera di fine estate, mentre al naso arrivano fragolina selvatica, melograno, ribes, lampone appena schiacciato e scorza di arancia sanguinella. Una sfumatura di rosa canina incontra il pepe rosa e una traccia ferrosa sottile, quasi ematica, che conferisce al profilo una verità più cruda. Il sorso parte agile, poi prende volume. Il frutto conserva croccantezza, la freschezza allunga il palato e la sapidità imprime una direzione precisa. La bolla entra nella trama del vino e ne sostiene il movimento, lasciando una chiusura vibrante, con un ritorno di agrume e piccoli frutti che invita a un secondo assaggio. Federico racconta spesso di avere bisogno di nuove sfide, di sentire il desiderio di spostare ogni volta un po’ più avanti l’orizzonte. Forse è per questo che nei suoi vini trovo più tensione che appagamento. Nessuno sembra nato per celebrare un punto d’arrivo. Tutti guardano oltre. È una sensazione che ritrovo soprattutto nel Rosé. All’inizio arrivano i piccoli frutti rossi, il melograno, la scorza di arancia sanguinella. Poi il vino cambia passo, acquista profondità, lascia emergere una vena sapida che allunga il sorso e invita a restare. Sembra seguire lo stesso percorso di Federico: la Puglia degli ulivi e delle damigiane del nonno, gli anni della formazione tra Bari e Ferrara, l’Inghilterra, le sale operatorie, il Covid vissuto in prima linea, infine la Franciacorta. Ogni esperienza ha lasciato una traccia. Ogni passaggio ha aggiunto uno strato di complessità, proprio come accade ai vini che maturano lentamente e trovano la propria identità con il tempo. Una identità precisa che viene espressa dal Dosaggio Zero che sembra spingersi qualche passo più vicino all’essenza del progetto. Nel bicchiere affiorano cedro, pompelmo, mela appena colta e una scia minerale che ricorda la pietra dopo la pioggia. Con il passare dei minuti emergono crosta di pane, erbe aromatiche, mandorla fresca e una nota sapida che richiama immediatamente la terra da cui nasce. Nulla appare in eccesso. Ogni profumo occupa il proprio posto con naturalezza. Il sorso è vivo, teso, attraversato da un’energia che lo accompagna dall’inizio alla fine. La freschezza dà ritmo, la sapidità costruisce profondità e la bolla sostiene il racconto senza mai cercare protagonismo. È uno di quei vini che invitano ad ascoltare più che a descrivere. Questo Dosaggio Zero assomiglia soprattutto al modo che Federico ha di guardare la vita. Dentro il calice non infatti trovo la ricerca della perfezione ma una sorta di verità, liberazione. La stessa che lo ha portato a lasciare la Puglia per costruire il proprio percorso professionale. La stessa che lo ha accompagnato negli ospedali inglesi, nelle corsie attraversate durante gli anni più difficili della pandemia e nelle vigne della Franciacorta dove oggi immagina il futuro della sua famiglia. Il Dosaggio Zero procede senza scorciatoie. Senza effetti speciali. Senza un effetto wow ma con la concretezza che lo fa rimanere fedele alla propria natura lasciando che sia il tempo a fare il resto. In fondo è la stessa lezione che Federico ha imparato dalla terra. Le cose importanti crescono lentamente. Una vigna. Una famiglia. Un sogno. E qualche volta anche una nuova vita. Oggi quella tensione verso il futuro prende la forma di un casale da trasformare in casa e cantina, di nuovi vigneti, di un luogo capace di accogliere persone e storie oltre alle bottiglie: raccontare una storia intenzionata a proseguire fino a raggiungere un equilibrio. Non per fermarsi ma per continuare a crescere. Un titolo inventato per una storia vera Anche il nome De’ Federici nasce dall’incontro tra il desiderio di radicarsi e il piacere di giocare con la storia. Federico si imbatte in una leggenda locale legata a una famiglia Federici, di origine guelfa, entrata in conflitto con il proprio ambiente e scesa dalla Val Camonica verso i territori della Franciacorta, fregiandosi di una discendenza da Federico Barbarossa. La precisione documentaria cede qui il passo al fascino del racconto, e Federico, pugliese cresciuto sotto l’ombra culturale di Federico II, riconosce immediatamente quella risonanza. Mi piaceva l’idea di comprarmi anch’io un titolo nobiliare che ovviamente non possiedo. De’ Federici suonava come un latinismo di provenienza, qualcosa che mi apparteneva e al tempo stesso parlava del territorio. Il logo conserva la stessa misura. La parola diventa segno, mentre l’apostrofo assume una forma trapezoidale che richiama metà della merlatura di una torre. Piuttosto che un’araldica decorativa, sceglie un dettaglio geometrico capace di tenere insieme ironia personale, storia e identità contemporanea. In fondo anche il nome racconta ciò che Federico sta facendo: acquistare il diritto all’appartenenza attraverso il lavoro. Il casale, la paura, l’all-in Il nuovo capitolo arriva attraverso il marito di un’infermiera della rianimazione, che conosce da tempo la ricerca di Federico e lo chiama per segnalargli una proprietà. Mi ha detto soltanto: questa è quella che stai cercando. Federico visita il casale insieme al geometra che negli anni lo ha accompagnato a vedere molte altre soluzioni. Quando persino lui riconosce che quella proprietà possiede qualcosa di diverso, la decisione matura in fretta. Dentro quel luogo Federico vede già la casa della famiglia, la cantina, gli spazi per l’accoglienza, le stanze e una parte dedicata alla ristorazione. Altri due ettari si aggiungono idealmente ai primi vigneti, rendendo più concreta la prospettiva di portare in futuro la vinificazione all’interno dell’azienda. Firma il preliminare e telefona alla moglie. Lei conosce l’entusiasmo del marito, insieme alla sua tendenza a studiare ogni dettaglio prima dei grandi passi. Lo sostiene anche quando il progetto chiede molto alla famiglia e quando il rischio finanziario diventa più evidente. Sa che sono analitico, anche nei colpi di testa. Diciamo che sono colpi di testa calcolati. Ogni tanto arriva la paura e penso: forse questa volta l’hai fatta grossa. La fragilità di Federico appare in frasi come questa, pronunciate con un sorriso che lascia passare tutta la responsabilità del momento. Il coraggio, del resto, somiglia poco all’assenza di paura. Assomiglia piuttosto alla scelta di andare avanti portandola con sé. Con questo immobile sto facendo all-in. La sua ambizione guarda ad una produzione capace di raggiungere in futuro una dimensione più rilevante, intorno alle settantamila bottiglie, forse centomila, con un’identità forte e riconoscibile. Immagina un Dosaggio Zero, un Pinot Nero vinificato in bianco, riserve numerate e affinamenti più lunghi, procedendo per passaggi, con lo stesso metodo che ha guidato la carriera medica. Prima il casale. Poi la cantina. Infine gli esperimenti che daranno voce alle vendemmie future. Tommaso e la libertà di scegliere Il futuro di De’ Federici passa anche attraverso Tommaso, se un giorno vorrà attraversarlo. Federico evita di trasformare l’eredità in un obbligo. Vale per il vino, vale per la medicina, vale per ogni decisione destinata a definire la vita del figlio. Tommaso oggi parla del desiderio di diventare manager, affascinato dall’idea di dirigere persone e attività. Il padre sorride, la madre conosce bene il peso reale di quel ruolo, ma entrambi gli consegnano la stessa libertà. Scegli quello che vuoi. Qualunque cosa deciderai di fare, falla al massimo delle tue possibilità. Scegli ciò che ti interessa, invece della strada più comoda, perché il talento sprecato per me è un sacrilegio. Quelle parole parlano a Tommaso e, nello stesso momento, sembrano rivolte anche a Federico. De’ Federici nasce dalla sua scelta di usare ogni parte del proprio talento, perfino quella rimasta per anni senza una forma precisa. La medicina gli ha insegnato a curare il presente, la vigna gli permette di preparare qualcosa destinato a vivere oltre l’urgenza di oggi. Ogni vendemmia parla dell’anno che l’ha generata. Alcune raccontano stagioni difficili, altre portano con sé il sole, l’attesa e la generosità del raccolto. De’ Federici custodisce una storia ancora diversa: quella di un uomo che, dopo aver attraversato ospedali, città, Paesi e una pandemia capace di lasciare cicatrici profonde, ha scelto di investire ancora nella possibilità di costruire. Costruire una cantina. Costruire una casa. Costruire un futuro. Forse è questo il significato più vero delle sue bottiglie: continuare a credere in ciò che deve ancora arrivare.       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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23 Ottobre, 2026

Il terzo tempo. Daniele Cusmano, Andrea Martinati e Tenute RaDe: un sogno di famiglia diventato squadra nel Monferrato

  Un’amicizia nata su un campo da rugby, il sogno agricolo della famiglia Cusmano con vini che affidano al tempo la propria identità. Daniele Cusmano e Andrea Martinati raccontano Tenute RaDe, il Monferrato e una squadra che continua a giocare tra vigne, cantina e mercato. Chiunque abbia frequentato un campo da gioco e appartenuto ad una squadra, sa che la partita occupa soltanto una parte della giornata. C’è il viaggio, le battute nello spogliatoio, l’attesa e una sana tensione che ciascuno prova a nascondere come può. Dopo la partita rimane il fango sulle gambe e i lividi che il lunedì si faranno ancora sentire. Nel rugby, diversamente da molti altri sport, c’è anche il terzo tempo, quando avversari e compagni si siedono allo stesso tavolo a ricordare le azioni, a sfottersi l’un l’altro ridendo. È la consapevolezza che si tratta di un gioco e i giocatori avversari, mai nemici, sono persone con le quali, dinanzi ad una birra, tutto scivola. Anche una sconfitta. Il rugby possiede ciò che il resto degli sport possedeva e ha, purtroppo, dimenticato. È una sorta di grazia che insegna a reggere l’urto e, subito dopo, a versare da bere a chi te lo ha dato. Daniele Cusmano e Andrea Martinati si sono conosciuti così, inseguendo una palla ovale dal rimbalzo capriccioso e soprattutto il piacere di stare dentro un gruppo. Andrea è un ragazzo alto e massiccio che rivela subito il suo passato da rugbista. Anche da quel sorriso che incarna alla perfezione l’anima del terzo tempo. Ero assolutamente incapace. Ancora adesso, se guardo una partita, qualche regola mi sfugge. Però il gruppo era bellissimo. Daniele lo ascolta con il sorriso di chi già sa il seguito e potrebbe correggerlo in almeno tre punti. Tra loro funziona così: uno apre il racconto, l’altro entra di lato, aggiunge il dettaglio che mancava e insieme finiscono per ridere prima della conclusione. Ascoltarli non solo è divertente ma mi conduce direttamente nella loro storia. Le domeniche sul campo hanno lasciato ricordi che tornano nei racconti delle trasferte, degli infortuni, degli allenamenti da raggiungere macinando chilometri, dei compagni che con il passare degli anni hanno smesso di giocare rimanendo amici. Nel terzo tempo qualcuno ricostruiva la propria azione decisiva, qualcun altro ascoltava con la benevolenza di quelle imprese diventate leggenda magari quando i bicchieri erano già vuoti. Le partite finivano; la squadra continuava. Alcuni di quei ragazzi oggi lavorano in cantina, tra imbottigliamento e produzione, come se il campo avesse semplicemente cambiato forma. Daniele e Andrea hanno condiviso, molto prima del vino, merende, birre, serate, fatiche, svolte personali e un tratto di vita in cui gli amici assistono ai nostri cambiamenti quasi senza far rumore. La complicità che portano oggi in azienda nasce da lì, dal tempo trascorso insieme quando nessuno dei due doveva dimostrare qualcosa all’altro. Si punzecchiano, discutono, alzano il tono e trovano una sintesi. Quasi come accadeva in campo dove ci si poteva scontrare e un minuto dopo tornare a sostenere il compagno. Dietro questa allegria c’è una storia familiare cominciata nel 1988, quando Raimondo Cusmano e sua moglie scelgono la campagna al posto di Milano e acquistano un’azienda agricola tra le colline astigiane. Daniele è nato in città, ma i suoi ricordi hanno presto preso il colore della terra. All’inizio venivamo soltanto nei fine settimana. Poi, nel 1996, ci siamo trasferiti definitivamente qui. La prima vendemmia l’ho fatta quando ero ancora bambino. La madre aveva conosciuto la campagna durante le vacanze dagli zii nel Pavese, il padre portava con sé una formazione agraria e il desiderio di dare forma ad una vita diversa. Il Monferrato diventa così casa. L’impresa, l’azienda, arriva dopo. A San Marzano Oliveto le colline si inseguono senza ostentare nulla. I vigneti cambiano luce nello spazio di poche ore e il lavoro agricolo rende fattiva ogni idea. Da qui la famiglia ha allargato il proprio sguardo verso l’Alta Langa e i Colli Tortonesi, seguendo uve e territori differenti con la convinzione comune di accompagnare il percorso che va dalla prima foglia alla bottiglia. Questo porta il nome Tenute RaDe. Quelle sillabe uniscono Raimondo e Daniele, il fondatore e il figlio che ha raccolto il progetto dopo essersi formato in enologia ed essere entrato in cantina da ragazzo. Alla fine il sogno dei miei genitori l’ho preso io. Orgoglio, fatica e quella responsabilità che negli anni ha cambiato destinatario. Prima riguardava il padre e la madre. Oggi comprende il gruppo cresciuto intorno all’azienda. Quando tutto funziona ed hai persone attorno che credono nel progetto, è molto bello. Le difficoltà arrivano, si superano faticando e si va avanti. Un tono che è leggero, scanzonato, quasi volesse proteggere la parte più fragile della scelta. La sensazione di chi trasforma un’eredità affettiva nel proprio lavoro quotidiano. Andrea non arriva al vino in maniera diretta. Ha studiato nautica, collezionando note in condotta perché parlava sempre (non faccio fatica a crederci) e capendo presto che quella facilità di relazione poteva diventare un mestiere. Lavora come commerciale in settori legati alla pasticceria, alla gelateria e alla ristorazione, mentre l’amicizia con Daniele continua tra rugby e terzi tempi. In una di quelle serate arriva il primo esperimento: Daniele gli affida alcuni campioni e gli propone di provare a venderli. Io sul vino avevo pochissima esperienza. Ho iniziato a berlo praticamente l’altro ieri. Le prime prove furono tragiche: andavo dagli amici che avevano un locale, facevo assaggiare le bottiglie e loro mi dicevano di restare lì. Così finivamo per provarle insieme. Io dovevo imparare. Andrea ride, Daniele pure. Il ricordo parla di goffaggine felice degli inizi. Il venditore cresce ascoltando una persona, poi dieci, poi cento, raccogliendo il linguaggio di chi sta dall’altra parte del banco e riportandolo in cantina. A conquistarlo non sono i dettagli tecnici, è l’identità dei vini. Il lavoro insieme arriva solo più tardi, quando Andrea si avvicina ai quarant’anni e sente che l’impiego di allora ha esaurito la propria spinta. Lo racconta a Daniele durante un evento come fosse una delle tante confidenze scambiate negli anni. Daniele gli fa una proposta. Se ti va, vieni con noi. Poche parole che rappresentano fiducia, conoscenza reciproca, libertà, vita. La cosa bella è stata la carta bianca. Per uno che deve costruire una rete commerciale significa tantissimo. Se alle otto di sera sto ancora parlando con una persona che domani potrebbe credere nei nostri vini, guardare l’orologio serve a poco. Da allora si sostengono proprio dove l’altro ha più bisogno. Daniele conosce la vigna, immagina i vini, accetta il rischio della sperimentazione; Andrea attraversa ristoranti, enoteche, fiere e distribuzioni, ascolta il mercato e riporta in azienda domande concrete. Quando propone un’Alta Langa più giovane, lo fa perché distributori e clienti stanno chiedendo quel passo. Daniele dapprima ragiona, poi prende l’idea come una sfida. Quando una riserva sembra più difficile da collocare, arrivano Roma e Torino a ricordare a entrambi che un vino può aspettare anche il proprio pubblico. La loro dialettica ha la vivacità tipica di una partita: avanzano, si placcano sulle idee, proteggono la palla e cercano insieme lo spazio giusto. Serve una persona che ti dica cosa succede dall’altra parte, cosa cercano i consumatori, quale prodotto funziona e dove possiamo concentrare le energie. È Daniele a riconoscere una fiducia e Andrea la restituisce con la presenza che supera l’orario e spesso anche il ruolo. In fondo, in un’amicizia il confine fra lavoro e vita resta mobile. Hanno attraversato matrimoni, figlie, relazioni a distanza, cambiamenti e infortuni; sanno quando scherzare e quando lasciare all’altro il tempo di rimettere in ordine i pensieri. In cantina questa intesa diventa atmosfera. Il piacere di stare insieme è più forte di qualunque strategia di comunicazione. La filosofia di Daniele emerge con chiarezza quando il discorso scivola sul tempo. Mi piace vedere dove può arrivare un vino. La sua curiosità parte dalla vigna e continua in cantina, dove l’attesa diventa parte del lavoro, quasi una materia da modellare. Daniele accompagna il vino, ne osserva i cambiamenti, accetta quei passaggi in cui sembra rallentare e gli concede lo spazio necessario per trovare una voce compiuta. In un mercato sedotto dalla prontezza, questa pazienza assume il valore di una scelta precisa. L’Alta Langa Pas Dosé Riserva 2015 porta questa idea fino in fondo. Nasce da Chardonnay e Pinot Nero e rimane sui lieviti per settantanove mesi, un arco temporale che trasforma l’immediatezza del frutto in una trama più profonda. Il colore paglierino conserva una luce viva, mentre dal calice emergono crosta di pane, agrumi canditi, frutta bianca matura e mandorla tostata. Il perlage è minuto, continuo, ormai parte della materia del vino. In bocca entra con ampiezza, trova subito una vena sapida e prosegue con una verticalità che alleggerisce la struttura, lasciando affiorare il carattere asciutto del dosaggio zero. È un vino maturo e ancora vitale, capace di tenere insieme profondità e slancio, come certi giocatori che dopo anni sul campo hanno imparato a leggere la partita prima che l’azione cominci. È anche il vino che ha regalato a Daniele una felicità quasi infantile quando, al termine di una degustazione alla cieca, è arrivato un riconoscimento nazionale. Sono saltato come un bambino. Un premio così ti dice che forse qualcosa di buono lo stai combinando. Andrea conosce bene questa ostinazione e sa anche quanto sia difficile raccontare al mercato vini che chiedono ascolto. La ritrova nell’Alta Langa Pas Dosé Millesimato 2019, dove il tempo assume un significato diverso, più scattante, più convinto. Mostra l’altro volto della stessa idea. Il colore è ancora paglierino, attraversato da riflessi verdolini, mentre il perlage sale finissimo e continuo. I primi sentori sono vegetali, seguiti dalla crosta di pane, dal lime e dalla scorza di limone. La mineralità cresce nel bicchiere e prepara un sorso in cui il dosaggio zero si presenta con una spinta acida netta, sostenuta da una sapidità profonda. La bollicina diventa quasi evanescente, attraversa la bocca e la lascia pulita, elegante, delicata. Sapidità e perlage trovano un equilibrio sorprendente, un incontro tra energia e finezza che continua a tornare alla memoria anche dopo il sorso. È uno di quei vini che girano nella testa, riaffiorano, chiedono un altro assaggio per comprendere fino in fondo una profondità capace di evitare ogni pesantezza. Chi ama il dosaggio zero vi ritrova purezza, precisione e una tensione che resta viva senza irrigidirsi. Tra la Riserva 2015 e il Millesimato 2019 sembra di vedere Daniele e Andrea durante una delle loro discussioni. Il primo difende il valore dell’attesa, il secondo porta la voce di chi cerca un vino più giovane, immediato da proporre e capace di aprire nuove porte. Due tempi differenti della stessa partita. La Riserva custodisce la profondità di ciò che ha attraversato gli anni; il Millesimato possiede il passo rapido di chi avanza, vede uno spazio e decide di entrarci. Il terzo vino porta il racconto ancora più lontano. Tre Pupitres nasce dal Timorasso della vendemmia 2016, rimane ottanta mesi sui lieviti e viene sboccato nel 2024. Già il colore, paglierino molto scarico con riflessi verdognoli, suggerisce un’identità tesa e luminosa. Al naso arrivano limone, salmastro, crosta di pane, cedro, foglie di mandorlo e fieno, profumi che uniscono la natura del vitigno all’evoluzione del Metodo Classico. In bocca entra diretto come una lama, poi si allarga e lascia emergere tutta la freschezza del Timorasso. Il perlage è finissimo, il limone incide il sorso con precisione e il finale quasi amarognolo pulisce il palato, lasciandolo fresco e incredulo. La mineralità accompagna ogni passaggio. È una sensazione insolita, inaspettata, intensa e insieme delicata: una lama che attraversa il burro caldo. Tre Pupitres racconta il lato più curioso di Daniele, la sua inclinazione a prendere un’uva conosciuta per la profondità dei vini fermi e condurla verso un’espressione diversa. Dentro conserva il rigore del Timorasso, la tensione, la materia, quel carattere che emerge lentamente e chiede tempo. Il Metodo Classico gli aggiunge un movimento nuovo, una leggerezza capace di rendere ancora più evidente la parte minerale e salmastra. Più che un esercizio tecnico sembra una domanda affidata al vino: fin dove può arrivare? La risposta vive in questi tre calici. La Riserva 2015 ha la maturità di chi conosce il peso e il valore del tempo, il Millesimato 2019 porta freschezza, sapidità e una bollicina che sembra dissolversi lasciando soltanto eleganza, mentre Tre Pupitres 2016 trasforma la sperimentazione in sorpresa. Tre modi diversi di interpretare l’attesa, tenuti insieme dalla stessa inquietudine creativa e dalla complicità tra Daniele, che immagina ogni nuova strada, e Andrea, che cerca il modo migliore per farla arrivare agli altri. Queste diverse interpretazioni del Metodo Classico nascono in parte dai vigneti e in parte dalla loro indole. Daniele ama esplorare; Andrea sa che una gamma capace di attraversare espressioni, annate e tempi di affinamento differenti permette alla cantina di dialogare con pubblici diversi. I numeri restano misurati, alcune etichette sono chicche di poche bottiglie, e proprio questa scala consente di tentare. Accanto alla linea Tenute RaDe, l’esperienza commerciale della famiglia ha generato progetti su misura e cocktail a base vino, un modo concreto per sostenere l’azienda e continuare a investire nei vini che ne esprimono il volto più personale. Daniele è chiaro e concreto come non può essere altrimenti chi ha una azienda. Dobbiamo viverci di questo. Cerchiamo di far convivere la nostra filosofia, quello che ci piace, con quello che si vende. L’impresa agricola riacquista la propria verità. La poesia della vigna vive insieme alle fatture, ai collaboratori, alle annate difficili e alla necessità di costruire una base solida. Andrea lo aiuta a tenere aperta quella finestra sul mercato; Daniele protegge l’identità del vino. Nessuno dei due vince da solo, e probabilmente è questo il loro vantaggio. Quando provano a immaginarsi fra vent’anni, Andrea sceglie un’immagine semplice. Mi piacerebbe entrare in un ristorante e trovare una nostra bottiglia sul tavolo accanto. Daniele parla di linee capaci di far lavorare tutti, di una presenza più forte nella ristorazione, della serenità necessaria per viaggiare, proporre e comunicare. Nessun trofeo solitario. Ancora una volta il desiderio riguarda la squadra. Il terzo tempo, in fondo, serve anche a questo: restituire ogni impresa alla sua misura umana. Dopo la fatica, qualcuno versa da bere; dopo una discussione, arriva una battuta che rimette in ordine le distanze; dopo un’annata complicata, una bottiglia trova il proprio tavolo. Raimondo ha portato un sogno da Milano al Monferrato, Daniele gli ha dato una voce nuova, Andrea lo accompagna nel mondo con l’allegria di chi sa che lavorare insieme può ancora significare condividere la vita. La palla ovale ha smesso da tempo di rimbalzare davanti a loro. Il gioco continua fra i filari, in cantina, dentro ogni viaggio e in quelle idee che passano dall’uno all’altro prima di diventare vino. Alcune amicizie cambiano campo senza cambiare squadra. E forse la fortuna più grande è proprio questa: arrivare al proprio terzo tempo avendo ancora accanto le persone con cui si è cominciato a giocare.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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21 Ottobre, 2026

Tenuta di Capezzana. Filippo Contini Bonacossi, il Conte che non possiede la terra

  Dalle pergamene dell’804 fino alle sfide dei mercati internazionali, il racconto di Filippo Contini Bonacossi attraversa la storia di Capezzana, una delle più antiche aziende vitivinicole e olivicole d’Italia. Un viaggio tra Carmignano, biologico, famiglia, riconciliazioni e grandi vini come Villa di Capezzana, Trefiano e Ghiaie della Furba.   La terra non è nostra  Sembra una frase già sentita. La terra è in prestito. Dobbiamo averne cura. Si, senz’altro tutto vero. In genere arriva alla fine delle chiacchierate e in genere è decisamente sentita, vera, proveniente dal profondo dell’animo. Parla di rispetto per chi verrà dopo, di chi continuerà il lavoro svolto. È cosi che il vino passa in secondo piano. Non mi era però mai capitato che assumesse un significato di famiglia, ferita, riconciliazione, mercato, giovinezza, paura, futuro, olivi, biologico, figli, fratelli, memoria. Tutte queste cose insieme. La frase è di Filippo Contini Bonacossi che la pronuncia quasi senza enfasi, con naturalezza. Una sorta di stanco distacco che appartiene soltanto alle persone che pronunciano verità assimilate lentamente, un pezzo dietro l’altro. Filippo è un Conte che possiede queste terre da generazioni. Ecco, la frase suona decisamente in maniera diversa. Eppure, mi è rimasta addosso come quelle battute dei film che non sai nemmeno perché, ma continuano a tornare. Il principio non scritto di chi ha capito che “possedere“, per una tenuta come Capezzana, sarebbe un verbo troppo povero, quasi volgare. Una terra così non si possiede. Si attraversa. Si ascolta. Si governa per un tratto minuscolo di strada, sapendo che prima di te ha visto passare imperatori, papi, mercanti, contadini, famiglie nobili, guerre, vendemmie, lutti, eredità, stagioni generose e annate capaci di piegare le ginocchia.  Capezzana non comincia con Filippo e non finirà con Filippo. Non comincia nemmeno con i Contini Bonacossi. Nell’804 dopo Cristo una pergamena conservata all’Archivio di Stato di Firenze citava già vigne, boschi e oliveti sulle colline di Capezzana, mentre l’Europa provava ancora a darsi una forma sotto l’ombra carolingia. Prima ancora del marchio, prima delle etichette, prima delle guide, prima delle classifiche, quella collina aveva già scelto la propria lingua: vite, olivo, bosco, respiro.  Capezzana ha un documento che la mette come la più antica azienda di produzione vitivinicola e olivicola ancora in attività. Il resto è storia, ma non quella che resta chiusa nei libri. Storia agricola. Ostinata, concreta, meno disposta alla retorica. Nel 1716 il Bando di Cosimo III de’ Medici inserisce Carmignano tra le aree toscane più vocate al vino, anticipando di secoli l’idea moderna di tutela dell’origine. Una vera dichiarazione di identità che eleva Carmignano molto prima che il mondo imparasse a pronunciare la parola denominazione.  I Contini Bonacossi arrivano nel Novecento con Alessandro e Vittoria portando dentro Capezzana una storia che non appartiene soltanto al vino, ma anche all’arte, alla bellezza, al collezionismo, a quella borghesia aristocratica capace di trattare un dipinto come un’eredità spirituale e una vigna come un organismo vivente. Alessandro e Vittoria furono grandi collezionisti tanto che una parte fondamentale della loro raccolta è oggi nota come Donazione Contini Bonacossi, custodita agli Uffizi. Un dettaglio che spiega già molto di come i Contini Bonacossi abbiano sempre avuto a che fare con la custodia. Prima le opere d’arte. Poi la terra. Sempre qualcosa che non può essere ridotto al semplice possesso o al mero utilizzo personale. Filippo non entra però in questa storia dalla porta monumentale. Non si presenta come il Conte consapevole del proprio blasone. Non recita la parte dell’erede predestinato. Non indossa il passato come un mantello. Si, lo so, tante negazioni ma sono tutte utili a far comprendere come il racconto che mi consegna è ruvido, umano, vero. Lascia tutto, davvero tutto, da parte e si apre. Lo stemma sta chiuso in un cassetto. Quello che conta è la terra, non il blasone. È il settimo di sette fratelli, l’ultimo arrivato, quello che nella logica delle grandi famiglie di un tempo, dovrebbe osservare più che comandare. Invece il padre Ugo lo individua presto, forse per quell’energia imprenditoriale che gli riconosce, forse per una forma di intuizione paterna che appartiene alle decisioni definitive, quelle che non fanno rumore subito ma cambiano il destino di tutti.  Mio padre aveva una predilezione per me, mi vedeva più adatto alla guida, con più spirito imprenditoriale. Ma quella scelta non mi ha fatto un gran servizio. Mi ha scaricato addosso una serie di problematiche e responsabilità. Lucidità, concretezza, nessun lamento. Filippo sa di aver ricevuto un privilegio, ma ne conosce anche il prezzo nascosto. La successione, nelle famiglie, non è mai soltanto una questione di ruoli. Somiglia piuttosto a quei passaggi di Shakespeare in cui il sangue, la proprietà e l’amore finiscono per confondersi. Re Lear non è mai troppo lontano quando una famiglia deve decidere chi porterà avanti il regno, anche se il regno, questa volta, ha il profilo gentile delle colline di Carmignano.  La scelta del padre non può che creare una frattura con Vittorio, il fratello maggiore. Tecnico, vinificatore, uomo di valore. Filippo ne parla con rispetto, mai con durezza. Racconta gli anni di tensione, l’uscita di Vittorio da Capezzana, il lavoro a Trefiano, poi il ritorno, la ricucitura, la maturità che poco alla volta sostituisce l’orgoglio. Ascoltandolo è veramente il punto più commovente della sua storia. Non il successo aziendale, non la crescita sui mercati, non la modernizzazione. È la riconciliazione. Ogni azienda familiare ha una contabilità visibile e una invisibile. La prima misura fatturati, ettari, bottiglie. La seconda misura silenzi, incomprensioni, telefonate non fatte, cene difficili, abbracci rimandati.  Filippo le ha vissute entrambe ed è per questo oggi parla di Capezzana senza arroganza. La sua non è la voce di chi ha vinto una battaglia dinastica, ma quella di chi ha capito che salvare un’azienda significa anche salvare, quando possibile, le persone che l’hanno ferita e amata insieme.  Una famiglia, una villa, un vino che ha imparato a durare  Capezzana non è mai soltanto cantina. È una casa larga, piena di persone, intuizioni, sorelle, nipoti, figli, operai, vigne, olivi, mercati da aprire e mercati che si chiudono. Beatrice e Benedetta entrano spesso nel discorso non come figure laterali, ma come presenze decisive. La famiglia, oggi, porta avanti la tenuta insieme alla nuova generazione, in un passaggio che unisce quarta e quinta generazione.  Villa di Capezzana (2021) è il vino simbolo dell’azienda e ce ne accorgi quando la voce di Filippo cambia ancora. L’etichetta storica ha compiuto cento anni ha in sé qualcosa che supera la bottiglia. È uno di quei vini che non sembrano nascere per impressionare, ma per restare. Il Sangiovese gli dà la spina dorsale, il Cabernet gli aggiunge profondità, Carmignano gli offre quella singolare matrice storica nella quale l’incontro tra autoctono e “uva francisa” non è moda recente, ma memoria antica.  È il vino che ci rappresenta anche quando non lo beviamo noi. Deve essere sempre riconoscibile. Villa di Capezzana (Sangiovese, Cabernet con 50% affinato in tonneaux per 12 mesi e 50% in botte per 16) è infatti esente da effetti speciali. Si muove nel calice con passo sicuro, quasi educato, lasciando emergere ciliegia scura, arancia sanguinella, tabacco gentile, erbe aromatiche. Un soffio balsamico riporta immediatamente alle colline e una trama tannica cerca di non dominare accompagnando tutto il sorso. Sembra un vino di portamento, non di posa. Fa pensare a quelle figure che entrano in una stanza dove ci sono tante  altre persone provocando un immediato ammutolimento. Nel suo equilibrio vive forse la parte più classica di Filippo: il rispetto del nome, la consapevolezza della storia, la volontà di non tradire ciò che gli è stato consegnato.  La versione “10 anni” di Villa di Capezzana, nata dall’intuizione di Beatrice, aggiunge un elemento quasi sentimentale al racconto. Filippo spiega che mettere da parte alcune migliaia di bottiglie e riproporle dieci anni dopo serve a dimostrare la longevità del vino e a offrire alla ristorazione un’annata già matura. Ma dietro la ragione commerciale io sento qualcosa di più delicato: la scelta di concedere al vino il diritto di diventare adulto prima di essere chiamato a parlare.  Barco Reale di Carmignano DOC 2023 Il Barco Reale (Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Canaiolo con affinamento in botti di rovere per 6/8 mesi) non ha alcuna ambizione di occupare il centro della scena. La sua forza è la naturalezza, quella della dimensione quotidiana che per secoli lo ha reso essenzialmente compagno della tavola e sulla tavola. Ecco che il Barco Reale sa di buono già nel calice. Sa che se vuol essere un compagno di pasto deve accompagnare nella piacevolezza. È per questo che nel calice si apre su profumi di ciliegia croccante, melograno, lampone, petali di viola e una sottile vena speziata che non si permette mai di coprire il frutto senza. C’è luminosità, dinamismo. Vita. Il sorso ha in sé dunque sprigiona una energia tipica delle giornate di fine estate, quando le vigne sono ancora verdi e l’aria comincia ad indicare come la vendemmia sia vicina. Si beve con naturalezza grazie anche al sostegno di una freschezza che invita continuamente a tornare al calice. Dietro quella immediatezza si percepisce però il carattere di Carmignano, fatto di equilibrio, misura e profondità. Ogni elemento trova il proprio posto senza cercare protagonismi. È il vino delle tavole rumorose, delle bottiglie che si svuotano mentre la conversazione prende direzioni impreviste, delle cene alle quali nessuno aveva pensato di assegnare un orario di chiusura. Un vino che accompagna le persone anziché chiedere di essere accompagnato. Non è semplice semplicità ma la filosofia stessa che guida Capezzana da generazioni: rispettare ciò che la terra offre e raccontarlo con sincerità. Per questo il Barco Reale 2023 riesce a essere molto più di un vino d’ingresso. È il primo sorriso con cui Capezzana accoglie chi entra nella sua storia. Trefiano 2021, ovvero il fratello ritrovato  Fra tutti i vini, Trefiano (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo affinato per 18 mesi in tonneaux) è quello che più somiglia a qualcosa nascosto, celato, non detto per anni. Nasce da Vittorio, nel 1979, come cru di Carmignano portando con sé la storia di un luogo, di una villa, di vigne dalle esposizioni e dai suoli differenti, capaci di generare un blend naturale di grande complessità.  Trefiano non può essere soltanto questo. Deve diventare il vino della ferita e del ritorno. Perché quando Filippo parla di Vittorio, occorre capire che quel vino porta dentro qualcosa che nessuna scheda tecnica potrà mai registrare. Porta dentro la distanza tra due fratelli, l’orgoglio di entrambi, il talento di Vittorio, la scelta del padre, gli anni difficili e infine la possibilità, non scontata, di ritrovarsi.  Quando lo bevo penso sempre a lui, a quegli anni. Non c’è da aggiungere altro Nel calice Trefiano ha una profondità diversa da Villa di Capezzana. Il frutto è più scuro, il passo più raccolto, la materia più introspettiva. Frutti rossi maturi, spezie dolci, liquirizia, una traccia di vaniglia e un finale persistente appartengono al suo profilo più riconoscibile. Ma oltre la descrizione tecnica, Trefiano possiede una gravità emotiva. Sembra parlare più lentamente, come chi ha atteso molto prima di dire la cosa giusta. Il tannino non aggredisce, accompagna. La speziatura non copre, ricama. Il finale resta lungo, quasi meditativo. Bevendolo, o anche soltanto raccontandolo, viene naturale pensare che alcune riconciliazioni non cancellano il passato, ma gli danno finalmente una forma sopportabile.  Ghiaie della Furba 2021, la libertà senza travestimenti  Filippo non ama il termine Super Tuscan. Lo trova antipatico. Anche io per quel che può contare. La definizione è più del mercato che dell’anima. Meglio parlare di vini in libertà così da restituire a certe bottiglie una sorta di possibilità creativa che non è imposta ma è frutto della ricerca di una strada propria,. Non per moda ma per necessità.  Sono quei vini in libertà che grandi uomini del vino hanno creato negli anni Sessanta e Settanta per rilanciare il vino di qualità toscano, tristemente noto per il fiasco. Ghiaie della Furba nasce nel 1979 da un’idea di Ugo e Vittorio Contini Bonacossi con l’intento di produrre a Carmignano un vino da uvaggio bordolese. Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah (con affinamento in barrique per 18 mesi) si incontrano in un vino di materia, volume, tannino dolce e fitto, lungo retrogusto fruttato e speziato.  Nel racconto, però, Ghiaie della Furba deve restare un vino di passo largo. Ha una complessità che è forza. Non bruta però anche se corre il rischio di ogni vino potente: dimenticare la terra da cui nasce. Nel bicchiere il rosso diventa quasi impenetrabile, il frutto vira verso mora, ribes nero, prugna, poi arrivano spezie, tabacco, cacao, una nota balsamica che impedisce alla ricchezza di farsi pesante. È un vino che potrebbe facilmente scegliere la via della muscolatura, ma preferisce la profondità. Galoppa, sì, ma non perde il sentiero.  In un certo senso, Ghiaie della Furba è il lato più imprenditoriale di Filippo. La capacità di leggere il mercato, di aprire rotte, di cercare Oriente quando l’America rallenta, di capire che un’azienda storica non sopravvive ripetendo se stessa all’infinito. La tradizione, se resta ferma, diventa una stanza chiusa. Se invece cammina, diventa destino.  Ugo Contini Bonacossi, il Sangiovese del contadino nobile Nato nel 2013, è il più giovane delle etichette di Capezzana e insieme il più personale: un Sangiovese in purezza (con 18 mesi di barrique) dedicato non a un’annata o a un cru, ma a un uomo. Nasce dalla vigna Viticciana, disegnata e piantata da Ugo Contini Bonacossi, il padre che per primo, nel dopoguerra, trasformò Capezzana da fattoria mezzadrile in azienda moderna. Fu lui a voler i filari interrotti da due strade a giropoggio, in controp­endenza, per incanalare l’acqua piovana e proteggere la terra dall’erosione e a bordarli di rose scelte e curate da lui stesso, annaffiate a mano ogni estate. In etichetta restano le sue iniziali, le stesse che faceva incidere sul proprio bicchiere personale. Ecco perché rappresentano un dettaglio che trasforma la bottiglia in un piccolo monumento privato prima ancora che in un vino da carta. Vendemmiato a mano a fine settembre e affinato diciotto mesi in barrique prima di ulteriori mesi di bottiglia, si presenta di un rosso rubino intenso, con un profumo elegante e persistente di viola mammola, tabacco Kentucky, frutta rossa e un tocco di spezie. Sembra barocco nella sua ricchezza ma è più schietto di molti altri che non lo dichiarano. Al palato il tannino è setoso, avvolgente, ben integrato, con una vena dolce che non può che ricordare quella energia solare diuna vita lunga e fiera di contadino nobile. L’ho trovato un vino rusticamente nobile che accompagna il pasto. Forse qualunque cosa ci sia sulla tavola. Vin Ruspo, l rosato, la leggerezza presa sul serio  Il Rosato di Capezzana (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo) merita uno spazio non laterale, perché in un racconto come questo la leggerezza non va confusa con la semplicità povera. Filippo parla molto dei giovani, del prezzo del vino, della ristorazione che ha spesso trasformato la bottiglia in un oggetto intimidatorio, dei calici venduti a cifre che allontanano più che avvicinare. Parla di convivialità perduta, di nonni che compravano damigiane, di bottiglie a tavola, di pane vino e zucchero; parla di una generazione cresciuta con il vino come presenza quotidiana e di ragazzi che oggi non rifiutano il vino in sé, ma il linguaggio che troppo spesso lo circonda.  È il vino più povero e più vero che abbiamo. Bisogna raccontarlo prima che si perda anche il nome. Il rosato, allora, diventa una chiave. Non perché sia facile, ma perché può essere accessibile senza diventare banale. Nel bicchiere il Vin Ruspo sembra raffigurare il movimento: melograno, ribes, arancia rosa, una vena agrumata e un finale agile, teso, quasi salino. Non ha bisogno di essere vestito da vino estivo per avere senso. Funziona perché è come se restituisse al bere una componente di naturalezza. Quella che Filippo vorrebbe riportare al centro: un vino capace di stare vicino alle persone, non sopra di loro.  Monna Nera, la donna che apre la porta ai giovani  La storia di Monna Nera Bonaccorsi merita un romanzo. Filippo la dipinge come una figura potentissima: nel 1475, rimasta vedova, inizia a gestire la proprietà con un senso imprenditoriale sorprendente. Bello pensare che si sia scelta proprio una donna del Quattrocento per parlare ai giovani. La vera intelligenza narrativa sta in Monna Nera che dimostra come certe qualità che oggi racchiuderemmo nelle parole Vision e Leadership esistevano già quando nessuno aveva bisogno di nominarle in inglese. Una vedova che prende in mano una proprietà nel 1475 non è un dettaglio, non è scontato, non è solito. È però una dichiarazione di forza.  La linea Monna Nera nasce allora per riavvicinare le nuove generazioni al vino attraverso un racconto più semplice, prezzi più accessibili, possibilità di servizio al calice, minore distanza psicologica. Eppure, proprio in questa apparente semplicità, si intuisce una domanda enorme: come si può custodire una storia lunga dodici secoli senza trasformarla in un museo? Filippo prova a rispondere così. Con un vino che non chiede curriculum. Con una bottiglia che può stare su un tavolo di ragazzi senza pretendere riverenza. Con un nome antico e un passo nuovo.  Il biologico, un gesto d’amore Quando la conversazione scivola sul biologico, Filippo diventa un uomo di campo. Non parla per slogan, non idealizza in modo ingenuo, non nega la fatica. Nel 2023, racconta, Capezzana ha perso quasi il cinquanta per cento della produzione. La scelta biologica non è una passeggiata estetica tra fiori e farfalle. È rischio, competenza, tempestività, capacità di accettare che la natura non firmi contratti di garanzia.  La sua idea di biologico porta il discorso oltre la certificazione. Racconta la differenza tra togliere e aggiungere. L’agricoltura convenzionale, dice, spesso vive nella logica del levare: togliere erbe, togliere insetti, togliere tutto ciò che disturba. Il biologico, nella sua visione, lavora invece per riempire il sistema di ciò che è buono: sovesci, sostanza organica, insetti utili, vita.  È una differenza splendida anche fuori dalla vigna. Eliminare il fastidio, semplificare, sterilizzare, rendere tutto più controllabile. Questa è la semplicità richiesta dal progresso. Ma Filippo, al contrario, accetta la complessità. Sa che un vigneto vivo è meno obbediente, ma più espressivo. Sa che la terra, quando non viene trattata come una superficie da sfruttare, cambia colore, consistenza, voce. «Scricchiola», «Lievita.» Immagino come questa parola, lievita, sia una delle più belle che si possano usare per descrivere un suolo.  È come ti parla la terra, come scricchiola il terreno, come lievita, come cambia di colore. È un’emozione. Lievita la terra quando torna viva. Lievita un vino quando smette di essere banalmente prodotto diventando racconto. Lievita una famiglia quando riesce a superare le proprie fratture.  L’impresa, la forma di responsabilità  Filippo non è soltanto un uomo della terra. È anche un imprenditore lucido. Sarebbe un errore addolcire troppo il suo ritratto trasformandolo in un custode romantico chiuso nella contemplazione delle vigne. Lui parla di mercati, di Cina, Corea, Filippine, India, America che forse non tornerà ai numeri di un tempo. Parla della crisi della ristorazione, del calo dei consumi, della necessità di avere vini con rotazione, prezzi sostenibili, letture più immediate.  La sua sensibilità sta proprio in questo equilibrio. Da un lato il documento dell’804, dall’altro il by the glass. Da un lato Cosimo III, dall’altro TikTok. Da un lato le pergamene, dall’altro un rosso da bere fresco per avvicinare i ventenni. Qualcuno potrebbe leggerla come contraddizione. Io la leggo come intelligenza. Perché custodire non significa congelare. Custodire significa capire quali parti del passato devono rimanere intatte e quali devono trovare una lingua nuova per non morire.  Filippo ha preso un’azienda familiare e l’ha condotta attraverso decenni complicati, mantenendola in mano alla famiglia in un tempo in cui molte realtà storiche hanno cambiato proprietà. Ha sviluppato l’olio, rinnovato frantoi, investito sull’ospitalità, ampliato i mercati, creduto nel biologico, valorizzato le selezioni massali, accettato di condividere la guida con la nuova generazione. Non tutto sarà stato perfetto  Se uno tornassi indietro farebbe sicuramente qualcosa meglio. Ecco una frase che lo rende ancora più credibile. Qualora ve ne fosse bisogno. Gli uomini troppo sicuri non mi hanno mai convinto. Preferisco quelli che portano addosso qualche dubbio, qualche rimpianto, qualche esitazione trattenuta. Il dubbio, quando non diventa paralisi, è una forma alta di responsabilità.  L’uomo dietro il Conte  Alla fine, ciò che resta di Filippo Contini Bonacossi non è il titolo, il Conte o il blasone. Non è quel cognome lungo, importante, quasi cinematografico. Resta un uomo che faceva fermentare femminelle in damigiana già a dodici anni Una roba orribile Ma un orribile che offriva l’attrazione misteriosa per quel mondo.  Resta un figlio scelto dal padre troppo presto, forse troppo bruscamente. Resta un fratello che ha attraversato una frattura e ha cercato di ricucirla. Resta un imprenditore capace di leggere mercati lontani senza perdere il contatto con il colore della terra. Resta un padre che non vuole imporre ai figli la stessa investitura ricevuta. Resta un uomo che lavora oltre l’orario, finché la moglie lo chiama chiedendo se torni.  Una normalità che è bellissima. Perché la nobiltà vera, se esiste ancora, non sta nello stemma. Sta nel modo in cui una persona tratta ciò che gli è stato affidato. Una vigna. Un fratello. Un operaio. Un figlio. Un paesaggio.  Capezzana, dopo aver attraversato più di dodici secoli, continua ad avere bisogno di uomini così. Non perfetti, non monumentali, non scolpiti nel marmo. Uomini capaci di sbagliare, imparare, insistere, cambiare linguaggio, difendere una terra senza trasformarla in una reliquia. Filippo appartiene a questa categoria rara: quelli che sanno che il passato non va adorato, ma accompagnato. Con rispetto. Con fatica. Con amore.  La terra non è nostra. Ce l’abbiamo in prestito. Mi sembra quasi il contrario esatto del nostro tempo, così affamato di possesso, visibilità, dominio, prestazione. Filippo, invece, parla di prestito. Una parola mite, fragile, temporanea. Una parola che obbliga alla cura.  Forse Capezzana è proprio questo: un prestito lungo più di mille anni, passato di mano in mano, di famiglia in famiglia, di generazione in generazione. Filippo Contini Bonacossi, con le sue sicurezze e le sue inquietudini, con la sua energia e la sua cautela, con la sua capacità di fare impresa senza smettere di ascoltare il terreno, ne è oggi uno dei custodi più credibili.  Non perché abbia ereditato la storia. Ma perché ha scelto, ogni giorno, di non tradirla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 a Roma Arrow Right Top Bg

19 Ottobre, 2026

La Guida Essenziale 2027 a Roma. I vini restano nel calice, le persone nella memoria

  Allo Spazio Novecento di Roma, la Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 di Daniele Cernilli diventa un pomeriggio di assaggi e incontri. Tra Toscana, Campania, Veneto, Molise e altre regioni, il racconto segue i produttori presenti ai banchi e i vini capaci di lasciare un segno.   Arrivo all’Eur con il cellulare in mano e la testa altrove. Seguo alcune persone, entro e mi presento all’accredito stampa. Cercano il mio nome, mi sorridono e sono pronti a sistemare tutto in pochi secondi. Alzo gli occhi. Bandiere, slogan, un palco. Nella sala stanno presentando un nuovo soggetto politico. Chiedo scusa, saluto e torno rapidamente in strada. L’ingresso giusto è a pochi passi. Il tappeto rosso conduce al grande salone del primo piano di Spazio Novecento. Pareti altissime, marmo, linee razionaliste, luce e respiro. L’atmosfera conserva il carattere degli altri anni. Daniele Cernilli attraversa la sala con il calice in mano. Intorno a lui si muove chi cerca una parola, una foto, un cenno di attenzione. L’immagine più bella è vederlo fermarsi davanti ai produttori. Ascolta loro e ciò che ha nel bicchiere. La guida nasce da questo gesto, ripetuto migliaia di volte: assaggiare, capire, scegliere. La Toscana occupa una parte importante della sala. Una presenza ampia, forse dominante. Altre regioni avrebbero meritato più spazio. La scelta dei banchi, però, segue presto un criterio personale: cerco i produttori. I sommelier di servizio conoscono le etichette e lavorano con cura. La voce di chi coltiva la vigna porta invece dettagli diversi. Quelli di cui mi nutro. Un’annata diventa una stagione vissuta. Una scelta tecnica porta il peso di una notte trascorsa in cantina. Una bottiglia acquista un volto. È lì che il pomeriggio può prendere ritmo. Abruzzo, il primo passo Comincio da Ciavolich. Il Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli ha energia, slancio e una sapidità che prolunga il sorso. Il Montepulciano chiamato affettuosamente “Montepulcianino” si muove sulla freschezza e su un frutto vivo. Il Montepulciano d’Abruzzo Fosso Cancelli, nato dalle vigne più antiche della tenuta di Loreto Aprutino, porta maggiore profondità, una trama più fitta e un carattere che resta impresso. Toscana, molti vini e alcune soste necessarie A Montepulciano mi fermo da La Ciarliana. Luigi Frangiosa sembra austero ma si scioglie subito così da farmi scoprire il Nobile di Montepulciano Vigna ’Scianello 2021, un vino che unisce profondità e misura per un equilibrio gustativo che merita tanta attenzione. Il Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana poi allunga il sorso, cresce nel bicchiere e lascia una traccia precisa e, soprattutto, indelebile. Due assaggi capaci di mettere a fuoco territorio e stile. Qualcosa che sa di tanta ma tanta tradizione. A Montalcino incontro Cecilia Brandini al banco di Pietroso, l’azienda che guida con il marito Gianni Pignattai e i figli Andrea e Gloria. Scherziamo, parliamo di vigne, annate e mercati. Il Rosso di Montalcino 2024 mostra energia e succosità. Bello, vivo, scattante. Il Brunello di Montalcino 2020, nato dall’unione di più vigne, tiene insieme l’ampiezza e l’eleganza di un vero Brunello. Il Brunello di Montalcino Riserva 2020 aggiunge profondità, tanta profondità, dimostrando non solo di avere un tempo lungo davanti a sé ma anche di saper portare, sorso dopo sorso, qualcosa di intenso. A Vagliagli, nel Chianti Classico a pochi chilometri da Siena, Terra di Seta racconta l’incontro tra Maria Pellegrini e Daniele Della Seta. Lei porta una storia familiare legata al vino. Lui ha lavorato per oltre venticinque anni come biologo prima di dedicarsi interamente all’azienda. Biologia, agricoltura e tradizione confluiscono nello stesso progetto. Nei loro vini si sente un’attenzione concreta alla vigna, ai tempi e all’equilibrio. Il Chianti Classico 2024 è appena imbottigliato. Il sorso cerca ancora il proprio centro, mentre il frutto e la freschezza mostrano già la stoffa dell’annata. Il Chianti Classico Riserva 2022 cambia passo. Ha maggiore profondità, ampiezza e una struttura che chiede tempo. Assai, Chianti Classico Gran Selezione 2022 da Sangiovese in purezza, mi costringe a rallentare. Il vino possiede armonia prima ancora della potenza. Il frutto è pieno e composto. La freschezza attraversa la materia, il tannino dà forma al sorso e il finale conserva energia. Con qualche minuto nel calice emergono dettagli più sottili, tra spezie, richiami balsamici e una vena sapida. Oggi è già coinvolgente. Il tempo potrà renderlo ancora più profondo. È il genere di assaggio che finisce troppo presto e continua a lavorare nella memoria. Con Tua Rita mi sposto idealmente a Suvereto dove il responsabile commerciale dell’azienda Sergio Marchetti mi conduce nel caleidoscopio dei vitigni non sempre toscani. Il mare della Maremma sembra affiorare nella tensione dei vini. Giusto di Notri 2023 riunisce Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc con grande equilibrio. Frutto, profondità e slancio procedono insieme. Per Sempre, Syrah in purezza, evidenzia una dimensione che sa di intensità speziata  unendosi ad una mediterraneità che mi intriga davvero. Redigaffi 2023, Merlot in purezza alla sua trentesima vendemmia, chiude il percorso con la naturale autorevolezza dei grandi Merlot italiani: materia, eleganza e una persistenza che occupa il palato senza appesantirlo. La sapidità marina è l’elemento che lo rende incredibile. E unico. Prima di lasciare la Toscana assaggio il Bolgheri Superiore Grattamacco 2022 e 2023 di Grattamacco. Il 2022 segna la quarantesima vendemmia dell’etichetta simbolo della cantina. Due annate con accenti differenti e la stessa precisione. Il 2022 appare più avvolgente. Il 2023 mostra tensione e freschezza. Entrambi confermano la solidità della cantina. Umbria, Lazio e Trentino Da Scacciadiavoli lo Spumante Brut Rosé Metodo Classico da Sagrantino lascia qualche domanda che merita approfondimenti. Lo Spoleto Trebbiano Spoletino 2024 trova invece una voce più chiara: agrume, erbe, mandorla e una freschezza sapida che invita a tornare al calice. Nel Lazio, Famiglia Cotarella presenta Ferentano 2022 e Il Punto 2024, due bianchi della Tenuta Montiano. Il primo, Roscetto in purezza, conferma il carattere del vitigno attraverso struttura, maturità e tensione. Il secondo, primo Sauvignon della famiglia, gioca su immediatezza, agilità e pulizia del sorso. Il Trentino regala una delle sorprese più piacevoli con Moncalisse, la cantina delle sorelle Julia e Karoline Walch sulle pendici del Monte Calisio. Il Trentodoc Extra Brut Riserva 2019 possiede precisione, una bollicina fine e una maturità ben dosata. Il Trentodoc Montis Arcentarie Blanc de Blancs Extra Brut Riserva 2017, Chardonnay da vecchie viti, cresce a ogni sorso. Profondità, eleganza e complessità si distendono con calma. Il calice si svuota mentre l’assaggio continua a cambiare. Grandioso. Silvia Imparato e il fascino di Montevetrano La Campania mi affascina sempre. Al banco di Montevetrano incontro Silvia Imparato e mi fermo più del previsto. Silvia parla dei suoi vini come fanno tanti altri produttori. Nessuno ha però il suo charme. Può raccontare una vendemmia, una scelta in vigna o un progetto futuro e rende ogni parola credibile.
O i suoi vini sono fantastici oppure il suo fascino mi ha fatto prendere un abbaglio. La spiegazione è più semplice: le due cose convivono. Silvia ha charme, classe e una storia che merita di essere raccontata. Come i suoi vini. Ha contribuito a scrivere una pagina importante del vino italiano e porta quel percorso con una naturalezza rara.
I due Core aprono la degustazione con energia e identità: il Bianco da Fiano e Greco, il Rosso da Aglianico in purezza. Il Montevetrano 2024, da Cabernet Sauvignon, Aglianico e Merlot, è giovanissimo. La materia appare compatta, il frutto profondo, il tannino ancora saldo. Il vino lascia intuire molto e consegna soltanto una parte di ciò che saprà esprimere. Il resto appartiene al tempo. Elena Scienza e l’Amarone che invita al sorso In Veneto incontro Elena Scienza di Rubinelli Vajol. Bastano pochi minuti per desiderare una conversazione più lunga. Nei suoi racconti la Valpolicella ha il tono di casa. I vini seguono la stessa direzione e mettono al centro freschezza, nitidezza e piacere di beva.
Il Rubiní, Rosso Veronese IGT da Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara, ha nel calice ciliegia, spezia e vitalità. Il Valpolicella Classico Superiore 2023 aggiunge profondità e conserva lo stesso passo agile.
L’Amarone della Valpolicella Classico 2018 merita tempo. Ha ricchezza, frutto maturo, spezie dolci e una trama profonda. L’aspetto più affascinante è il movimento. La struttura sostiene il vino e la freschezza lo accompagna. Il sorso resta dinamico, preciso, invitante. L’appassimento nel fruttaio scavato nel tufo dona concentrazione e complessità, mentre l’equilibrio preserva la voce del territorio. Nel finale affiorano ciliegia scura, cacao, erbe e una sfumatura balsamica. Il calice richiama il sorso successivo. Per un Amarone è un risultato prezioso. Rubinelli Vajol firma un vino autorevole e vivo, capace di lasciare il segno con misura. Piemonte, il carattere dei vitigni ai margini Al banco di Tenuta Santa Caterina mi fermo sul Grignolino. Arlandino 2025 e Monferace 2021, entrambi Grignolino d’Asti, mostrano quanto questo vitigno sappia essere fine, elegante e coinvolgente. Il primo ha slancio e immediatezza. Il secondo, frutto di un lungo affinamento in botte e in bottiglia, porta maggiore profondità e una trama tannica capace di accompagnare la tavola. Il percorso piemontese continua con Castello di Gabiano. Corte, Piemonte Sauvignon, La Braja Barbera d’Asti e A Matilde Giustiniani Gabiano Riserva raccontano una gamma articolata eppure ben centrata. Il Sauvignon appare elegante e raffinato. La Barbera è viva come quelle che ricordano il Piemonte vero. Con A Matilde, che aggiunge alla Barbera una piccola parte di Freisa, appaiono in unione il frutto scuro, le spezie e una freschezza che sostiene vigorosamente la struttura. Benissimo! Molise, memoria e responsabilità Il Molise prende voce al banco di Di Majo Norante. Con Editha, moglie di Alessio Di Majo Norante, parlo della loro storia e della responsabilità che oggi deve portala a condurre, da sola, l’azienda. Le sue parole hanno la stessa intensità dei vini. Una cantina può essere impresa, eredità e promessa nello stesso momento. La Tintilia del Molise 2022 ha un carattere netto, tra frutto scuro, spezia e slancio. Don Luigi Riserva 2022, da Montepulciano, aggiunge profondità, struttura e persistenza. Due vini che acquistano un peso diverso dopo aver ascoltato la persona che li custodisce. La storia di Editha merita un incontro dedicato.   Marche, freschezza sul finale La giornata si chiude da Tenuta Cocci Grifoni. Notturna, Offida Passerina 2025, ha un passo luminoso, agrumato e floreale. Colle Vecchio, Offida Pecorino 2025, aggiunge erbe aromatiche, frutto giallo e una sapidità decisa. Due vini immediati e territoriali. Una chiusura piena di gusto.
Il potenziale prima del traguardo La Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 offre molti spunti e altrettanti indirizzi da approfondire. Alcuni vini apparivano già compiuti. Altri sembravano custodire un potenziale ancora da raccogliere, destinato a emergere con qualche mese o qualche anno in bottiglia. Qui si misura il lavoro di Daniele Cernilli e del suo staff: leggere un vino nel presente e riconoscere la direzione che potrà prendere. La selezione diventa così una mappa aperta, utile anche quando invita al dissenso o alla verifica personale. Torno a casa con molti appunti, alcune visite da programmare e storie che chiedono spazio. Maria e Daniele, Cecilia, Silvia, Elena, Editha. I vini restano nel calice per pochi minuti. Le persone continuano a parlarci molto più a lungo. Una presenza più ampia dei produttori avrebbe reso la giornata ancora più ricca. Sarà per il prossimo anno.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cave Monaja Arrow Right Top Bg

16 Ottobre, 2026

Cave Monaja. Chul Kyu o Andrea Peloso: il custode coreano delle radici valdostane

  Un volto coreano, un’anima profondamente valdostana e vigne antiche aggrappate alla montagna. Andrea Peloso ha trasformato Cave Monaja in un luogo nel quale radici lontane, piccoli appezzamenti abbandonati e vitigni autoctoni tornano a vivere insieme. I suoi vini nascono dal tempo, dalla fatica e dalla memoria: assaggiarli significa entrare in una Valle d’Aosta intima e ostinata, lasciandosi guidare da un uomo che ha scelto di appartenere alla terra prendendosene cura.   Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò Cave. In latino è un imperativo: fermati, stai attento, guarda. Gli antichi romani lo incidevano sulle soglie di casa accanto all’immagine del cane da guardia. Era un monito per i distratti. Cave canem. In italiano è lo spazio scavato nella roccia, il luogo dove la materia si trasforma, dove il silenzio ha spessore e la temperatura obbedisce solo alla montagna. Una cella, un segreto, qualcosa che non si rivela senza impegno. Infine, in francese, è la cantina. Il luogo dove si produce o si custodisce il vino. La Valle d’Aosta è il crocevia dell’Italia verso la Svizzera francese e la Francia. Un luogo attraversato nei secoli a partire dai romani. Cave Monaja è tutte queste cose insieme: un avvertimento e un rifugio, una soglia e un ventre, una azienda che produce vino in una regione poco nota magari perché troppo lontana.  Monaja è il cognome del nonno materno, l’uomo che per Andrea Peloso, nome italiano, nome della quotidianità, è stato radice, bussola, orizzonte. Cave Monaja vuol dire: entra in questo spazio. Fallo sapendo da dove viene. Chul Kyu, nome nome coreano che i genitori adottivi hanno conservato con la discrezione delle persone perbene, arriva in Valle d’Aosta che ha tredici mesi. Viene da Seoul. Viene da un altro emisfero, dove i caratteri si scrivono diversamente e il paesaggio dell’infanzia non ha niente a che fare con le creste delle Alpi. È però in Valle d’Aosta che diventa se stesso. Pavese aveva capito e raccontato che il rapporto tra un uomo e il suo paese non è una questione di sangue. È una questione di tempo, di fedeltà, di cose che si imparano respirando. Ma anche di integrazione. Quella che oggi faticosamente ricerchiamo nelle generazioni di immigrati arrivati in Italia e troppo spesso lasciati ai margini. Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, torna al paese d’infanzia dopo anni di lontananza e scopre che quella terra lo tiene ancora, che l’appartenenza non si cancella. Si aspetta, paziente, come le radici sotto la neve.  Quando ascolto Andrea parlare della Valle d’Aosta non colgo in nessun istante la nostalgia di chi è partito. C’è solo la certezza di chi ha scelto di restare. Chul Kyu, ovvero Andrea: la doppia origine come forza In Corea, i nomi tradizionali trovano radici nei caratteri cinesi e dalla loro combinazione si può trarre un significato, quasi un destino suggerito a chi lo porta. Andrea non conosce con precisione i caratteri originari Sono cresciuto qui. La Corea la conoscono meglio i ragazzi di adesso che vanno pazzi per il K-pop È l’ironia leggera che Andrea usa spesso, come scudo e dono insieme. Conosce quello che quei caratteri, tradotti in gesti quotidiani, hanno prodotto: un uomo che ragiona in modo concreto, che non si perde nelle ideologie, che alle scelte arriva con metodo. Persino nell’adolescenza, quando si trattò di scegliere l’indirizzo scolastico, Mi feci semplicemente una tabellina: per ogni indirizzo scolastico riportavo le ore di studio e le ore di pratica. Agraria prometteva più pratica e meno teoria. Non fu così, naturalmente. Ma intanto aveva scelto. La sua storia è fatta di quel modo di costruirsi un destino attraverso scelte pragmatiche che nascondono, sotto la superficie razionale, una vocazione molto più profonda. Un uomo che guarda allo specchio e vede un volto coreano sentendo dentro i suoni, i ritmi, i sapori di una cultura alpina. Questa tensione, invece di spezzarlo, lo ha reso più solido di molti che non hanno mai dovuto interrogarsi su chi sono.  Mi spaccio per un coreano, ma alla fine sono più valdostano di tanti altri. Ecco la sua filosofia. Quella che raffigura come l’identità non sia un dato biologico ma una costruzione continua fatta di luoghi, di persone, di abitudini, di radici che si scelgono ogni giorno anche senza sapere di sceglierle. Si è italiani per diritto di sangue oppure perché si è vissuto così tanto nel nostro paese da averne assimilato a pieno ogni tratto? Che meraviglia la moltitudine di razze che portano parte della loro cultura per assimilarne tanto della nostra. Contaminazione positiva. Fusione e arricchimento.  Andrea racconta di un amico, adottato in Corea e cresciuto a Reggio Calabria. Quando apre la bocca parla con il classico calabrese stretto.  Ci sono rimasto di sasso. È una storia bellissima e non è solo qualcosa da raccontare a cena. È la prova provata che l’appartenenza ha poco a che fare con i cromosomi e molto con il dialetto che ti viene spontaneo, con il modo in cui si taglia il pane, con la montagna che vedi ogni mattina dalla finestra. Certo, tutto ciò devi volerlo. Devi staccarti da quello che rappresenta le tue origini, senza perderle mai, è compenetrarti nei luoghi dove ti trovi. Questa è vera integrazione. La scuola dei Canonici e la formazione silenziosa di un vignaiolo Per capire Cave Monaja bisogna capire Andrea e per capire Andrea bisogna fermarsi su quella prima scuola. Quella che lo ha formato nel profondo: l’Istituto Agricolo della Valle d’Aosta gestito dai Canonici del Gran San Bernardo. Un ordine religioso noto ai più per i cani che salvavano i viandanti sulle Alpi in tempesta, ma celebre nell’istruzione valdostana per un rigore che oggi farebbe sobbalzare qualsiasi genitore di buona volontà. Eravamo in 55 in prima. In seconda eravamo 25 Selezione vera. Una struttura dove il convitto era obbligatorio anche se abitavi a cinque minuti a piedi, dove gli orari erano quelli di un monastero, dove il linguaggio doveva essere appropriato in ogni circostanza.  Quasi meglio fare il militare. È una delle scuole che mi ha segnato di più. Mi ha permesso di diventare quello che sono. Una formazione severa, metodica, fondata sul senso di responsabilità individuale. Una formazione che si riversa oggi in ogni scelta che applica in azienda, nella precisione con cui organizza i passaggi in vigna, nella pazienza con cui aspetta che le vigne abbandonate riprendano vigore, nel rigore con cui costruisce la sua presenza sul mercato. I Canonici del Gran San Bernardo, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare uno dei vignaioli più interessanti della Valle d’Aosta. Da lì, la Langa. La scuola di Alba. Il professor Rissone che lo nota e gli trova lavoro prima ancora che finisca gli studi. Le prime esperienze tra i grandi vini piemontesi come Barolo e Barbaresco e poi, per contrasto, il lavoro in un’azienda industriale orientata all’export di Moscato.  Ebbi modo di vedere le due realtà, che sebbene facessero parte del mondo del vino erano completamente diverse. È lì che capisce cosa vuole fare. Non il volume. Non la convenienza. La qualità, quella che lascia traccia. Il ritorno e la vigna dell’amica: come nasce un’azienda per caso (ma non troppo) Le cose grandi non nascono quasi mai da un piano preciso. Quasi sempre da un gesto piccolo, apparentemente casuale, che poi si espande come fanno i cerchi sull’acqua. Cave Monaja nasce così: da una vigna abbandonata, da un nonno anziano che non ce la fa più, da un’amica che chiede un favore. Qualsiasi cosa fai è comunque meglio di niente. Una frase che è il vero punto di partenza di tutto. Andrea inizia a occuparsi di quella vigna nei ritagli di tempo. Il passaparola fa il resto: nel giro di una stagione, da trecento-quattrocento metri quadri si ritrova a gestirne oltre tremila.  Ho iniziato a fare delle riflessioni, perché altrimenti si rischiava di iscriversi agli Alcolisti Anonimi. La sua è una battuta che vale come una confessione. Il lavoro in vigna a tempo perso produce vino che non si vende. Divertente ma poi che ce ne si fa? Nel 2018 decide e formalizza tutto. Affitta dei locali, procura le attrezzature, crea un’identità aziendale. Cave Monaja. Il nonno, le cave come metafora di tutto ciò che si trova solo scavando in profondità, la cantina. Quello che rende straordinario questo percorso è una scelta che la maggior parte degli imprenditori del vino non farebbe mai: Andrea non ha volontà di possedere la terra. Tutte le vigne sono in gestione, nessuna in proprietà.  Quello che ho sempre voluto fare è fungere da custode. Custode: parola antica, dal latino custos, il guardiano, il protettore. Chi custodisce qualcosa sa che non gli appartiene, ma se ne prende cura come se fosse suo. Forse di più. La Valle d’Aosta, la viticoltura eroica e un mosaico di 140 metri quadri Due ettari e mezzo. Trenta appezzamenti. Nove comuni. Il più piccolo misura 140 metri quadri.  Quando parlo con qualcuno e dico due ettari e mezzo, pensano alle colline distese, alle file ordinate. Invece è un puzzle. La Valle d’Aosta è la regione vinicola più piccola d’Italia per superficie, ma è anche una delle più antiche, delle più ostinate, delle più cariche di storia silenziosa. Qui la vite si coltiva aggrappata alle pendici delle Alpi a quote che vanno dai 400 ai 1200 metri, in condizioni che altrove sarebbero impensabili. Si chiama viticoltura eroica, e il nome non è retorica: è una categoria codificata dal CERVIM, che la definisce tale su pendii oltre il 30%, su terrazzamenti, a quote elevate, su piccole superfici frammentate. Esattamente quello che fa Andrea ogni giorno, tra un comune e l’altro, salendo e scendendo sentieri che una volta erano l’unica via. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrisse le vigne alpine come prodigi della tenacia umana. Non è cambiato granché. I contadini di queste montagne hanno sempre saputo che la vigna in quota non si coltiva per convenienza: si coltiva per fedeltà, per memoria, per quella cosa difficile da spiegare che si chiama appartenenza. Andrea governa questo mosaico con una logica che, senza enfasi, definirei filosofica. Le vigne vecchie hanno sessanta, ottant’anni. Ospitano un mix di vitigni autoctoni che nessuno ha mai separato, perché non c’era motivo di farlo: erano vigne per uso familiare, per il calice a tavola, non per l’etichetta commerciale.  Non siamo in un contesto come la Toscana o il Piemonte, dove i vitigni sono fortemente identitari. Qui sono vini nati in un contesto di montagna, legati a varietà del territorio che oggi iniziamo a far conoscere, ma che un tempo erano semplicemente quel mix che contribuiva ad avere un buon calice sul tavolo. In Valle d’Aosta la terra veniva divisa tra tutti i figli eredi. Ognuno doveva avere il suo fazzoletto di terra per sussistenza. Coltivare non per vendere ma per sopravvivere. In montagna, la vita è difficile e la sussistenza diventa, in molti casi, sopravvivenza che solo i beni della terra può assicurare. Il blend impossibile: raccogliere per maturazione, non per vitigno In un vigneto convenzionale, si vendemmia per vitigno: si raccoglie lo Chardonnay quando è maturo lo Chardonnay, il Pinot Nero quando è maturo il Pinot Nero. Ma nelle vigne di Andrea, piantate dai nonni dei nonni senza logica commerciale e con la sola bussola del gusto familiare, i vitigni sono mescolati, distribuiti senza separazione. Una pianta di Blanc de Morgex accanto a una di Petit Rouge accanto a una di Muscat. Non è un puzzle perché il risultato non è una immagine da scoprire. Semmai è una sorta di enciclopedia viva, di racconto di barbatelle prese da altri contadini e arrivate li chissà da dove e da chi. Come si vendemmia un sistema del genere?  Faccio due o tre passaggi per ogni appezzamento, cercando di convogliare le epoche di maturazione. Ciò significa che Andrea entra in vigna più volte, raccoglie le uve mature in quel momento, indipendentemente dal vitigno e le unisce. Il blend non nasce in cantina ma in campo, attraverso il tempo e il lavoro. Le sei etichette nascono dalle quote altimetriche, dalle esposizioni, dalle età delle piante: non dal vitigno, ma dal luogo e dal momento. È un metodo antico, rispettoso, profondamente logico. Così produce vini che non assomigliano a niente di ciò che siamo abituati a etichettare. Un approccio che accetta la realtà nella sua complessità invece di semplificarla per convenienza. L’approccio che indica, con una filosofia quasi Zen, che la natura non si divide in categorie rigide ma va accettata, assolta nel suo tempo. Sono cresciuto qui, la cultura coreana la conosco poco.  Certe disposizioni interiori abitano le persone indipendentemente da dove le hanno imparate.  Va bene la filosofia, vanno bene i principi ma Andrea è sempre solo. A dividersi nei suoi svariati appezzamenti in pendenza dove entrare vuol dire scalare. La pergola di tre secoli e la storia che aspettava di essere trovata Fine Seicento. Luigi XIV governa la Francia, Newton sta elaborando i Principia Mathematica, Vivaldi non ha ancora diciotto anni. In qualche angolo della Valle d’Aosta, qualcuno pianta una pergola di Petit Rouge che ancora oggi dà uva. Questa pianta, più di trecento anni, radici che hanno attraversato guerre, pestilenze, rivoluzioni, industrializzazione, cambiamento climatico, è oggi sotto la cura di Andrea Peloso. È stata lei, ma solo in parte, a dargli la visibilità che meritava: Geo&Geo lo ha invitato, Rai 3 ha parlato di Cave Monaja, La Repubblica ha scritto di questa vigna straordinaria, l’allora ministro Martina lo ha citato su RTL. Una vigna diventata voce, ambasciatrice di un intero territorio. La storia riconosce, in chi sa ascoltarla, un interlocutore degno. Un vignaiolo che prende in cura qualcosa di antico, e quell’antico lo introduce al mondo: è uno scambio che ha la logica delle cose vere, quelle che resistono al tempo non per caso ma perché qualcuno ha avuto la pazienza di custodirle. Il sarto e il vino: costruire l’identità con ciò che si ha Ho cercato di fare un po’ quello che fa un sarto. Una metafora che descrive il suo approccio creativo. Il sarto non sceglie i tessuti dal nulla: guarda la persona davanti a lui, ne capisce le proporzioni, le esigenze, il carattere. Poi prende i materiali che ha e solo quelli: la seta, il lino, il cotone per unirli in qualcosa che quella persona non sapeva di volere ma che, indossandolo, riconosce come proprio. Cave Monaja conta sei etichette. Ognuna nasce da un’idea precisa, da un gruppo di vigne specifico, da un approccio diverso alla cantina. Le vigne più vecchie, quelle con i vitigni autoctoni in campo misto, vanno verso i vini più tradizionali: affinamento in botti di legno esausto. Non nuovo, non barriques aromatizzanti, ma botti rigenerate, piallate, private dei residui dei passaggi precedenti. L’interazione con il legno è solo microossigenazione, non invasione. Una scelta tecnica ispirata, dichiaratamente, al nonno.  Il contenitore per antonomasia era la botte. Così si faceva un tempo. Mi piace parlare di criteri di buon senso. Mio nonno non si preoccupava di essere biologico o biodinamico. Si preoccupava che ogni scelta avesse un senso. Una frase che incornicerei per farla leggere ai tromboni del vino. A quelli che se non c’è una certificazione neanche degnano di uno sguardo. Quanto mi piacerebbe che si tornasse al buon senso. Anche perché, parlano sempre di territorio, ritorno alle origini, alle tradizioni, ai nonni. Però dimenticano che i nonni nemmeno avevano una etichetta da apporre alla bottiglia. Figuriamoci una certificazione!   I Vini di Cave Monaja Monaja300. Vallée d’Aoste AOC Rouge Petit Rouge 40%, Fumin 30%, Vien de Nus 30%. Produzione limitata a trecento bottiglie annue. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post fermentativa di tre/quattro settimane, affinamento per 24 mesi in barrique di rovere francese e altri 12 mesi in bottiglia. Trecento bottiglie, quanti gli anni della vite monumentale di Farys. Una pergola sopravvissuta agli uomini che l’hanno piantata, alle case rimaste vuote, agli inverni capaci di cancellare ogni sentiero. È ancora lì, aggrappata alla montagna, con le radici protese verso una profondità che appartiene alla memoria. Nel bicchiere il rubino ha il colore della sera quando le ombre risalgono lentamente la valle. Il profumo si apre sull’amarena, sulla confettura di frutti di bosco e sulla mora, avvolte da liquirizia, cioccolato e spezie. Ogni aroma sembra portare con sé una stagione lontana, una mano sul tronco, una voce perduta tra le pietre. Il sorso ha la gravità delle cose attraversate dal tempo. La materia avvolge il palato, il tannino ne disegna la struttura, la freschezza apre un passaggio e conduce verso una persistenza profonda. Rimangono il frutto scuro, la spezia, il calore del legno e una sensazione terrestre che sembra provenire direttamente dalle radici. Monaja300 contiene molto più di una vendemmia. Custodisce tutto ciò che quella vite ha visto e continua a trattenere in silenzio. Berlo significa avvicinarsi a tre secoli di vita e sentirli ancora pulsare dentro un grappolo. Foehn. Vallée d’Aoste AOC Rouge Fumin 40%, Petit Rouge 30%, Vien de Nus 30%. Vecchie vigne di sessanta/settant’anni, poste tra i cinquecento e i settecento metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, affinamento per 18 mesi in tonneaux di rovere francese e ulteriori 12 mesi in bottiglia. Il föhn arriva quando la montagna decide di cambiare il cielo. Scende caldo, attraversa la valle e porta via le nuvole. Le cime riappaiono vicine, precise, quasi potessero essere raggiunte allungando una mano. Andrea ha dato il nome di quel vento al suo primo vino. Sembra una scelta voluta per raccontare il momento esatto in cui quella intuizione di vigne disperse ha finalmente trovato una direzione. Il rubino intenso conserva riflessi violacei. Nel profumo si incontrano frutti di bosco, confettura, frutta secca, caffè e una sfumatura di cocco. Il Fumin offre profondità, il Petit Rouge porta energia, il Vien de Nus cuce le sensazioni in una trama fluida e coerente. Il sorso riempie la bocca con calore, mentre i tannini setosi accompagnano il frutto maturo. La freschezza percorre la materia e restituisce equilibrio. In fondo rimane una dolcezza scura, vicina alla confettura, insieme alla memoria delle spezie e del legno. Foehn parla di quei momenti rari in cui tutto diventa improvvisamente chiaro. Il paesaggio resta lo stesso, eppure lo sguardo lo riconosce per la prima volta. La strada era già lì. Serviva soltanto un vento capace di liberarla. Stau. Vallée d’Aoste AOC Blanc
Chardonnay 60%, Muscat 20%, Traminer 20%. Macerazione sulle bucce per 24/36 ore, fermentazione in acciaio e invecchiamento per 12 mesi in barrique di rovere francese. Vigne situate tra i seicento e i mille metri. Lo stau è l’aria che risale la montagna e si ferma davanti alla sua grandezza. Si addensa, raccoglie umidità, trattiene la pioggia. Il cielo si abbassa e la valle entra in una quiete carica di attesa. Nel calice il giallo paglierino si accende di riflessi dorati. I fiori bianchi e la zagara emergono con delicatezza, seguiti da una sfumatura di vaniglia. Il Muscat allarga il profumo, il Traminer aggiunge una vibrazione aromatica, lo Chardonnay sostiene l’insieme con pienezza. In bocca il vino entra ricco e morbido. La freschezza cresce nel cuore del sorso e ne solleva la materia, mentre la sapidità porta il pensiero verso la roccia e le vigne coltivate in quota. Il finale rimane sospeso tra il calore del frutto e il respiro freddo della montagna. Stau racchiude l’emozione dell’istante che precede la pioggia, quando ogni suono sembra allontanarsi e il paesaggio trattiene il fiato. È una promessa direi sospesa, intensa proprio perché attende di compiersi. Sélection Monaja. Vallée d’Aoste AOC Rouge Fumin 40%, Petit Rouge 40%, Vien de Nus 20%. Vigna familiare di sessanta-settant’anni situata ad Aosta, a 650 metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post-fermentativa di tre-quattro settimane, affinamento in acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia. La vigna da cui nasce Selection Monaja appartiene alla famiglia. Tra i filari crescono ciliegi, peri e fichi, come accadeva nei piccoli appezzamenti destinati a nutrire una casa prima ancora che a produrre un’etichetta. Sembra che ogni pianta conservi un posto, una funzione, una memoria. Sta li perché qualcuno l’ha piantata per essere proprio li. Il rubino intenso introduce la ciliegia matura, la confettura e i frutti di bosco. Il Fumin scende in profondità, il Petit Rouge accende il frutto, il Vien de Nus porta respiro. L’acciaio lascia emergere questa armonia con chiarezza, mantenendo viva l’impronta della vigna. Il sorso possiede corpo, energia e una freschezza capace di attraversare la materia. Il tannino accompagna con fermezza, il frutto si distende e il finale lascia una traccia lunga, scura, profondamente vitale. Selection Monaja racconta ciò che accade quando un’eredità viene accolta con cura. La terra passa da una generazione all’altra attraverso gesti ripetuti, nomi pronunciati a tavola, alberi piantati da qualcuno che forse immaginava già il futuro. Andrea raccoglie quella voce e la porta nel presente, lasciandole la stessa inflessione familiare. Prêt à Boire Rouge Pinot Noir 40%, Syrah 30%, Petit Rouge 20% e piccole percentuali di altri vitigni a bacca rossa. Produzione di 788 bottiglie. Fermentazione in acciaio con lieviti selezionati autoctoni, breve macerazione prefermentativa, fermentazione alcolica di otto-dieci giorni, fermentazione malolattica sulle bucce e affinamento sulle fecce fini per circa cento giorni nel vaso ovoidale di cemento Nomblot. Il rubino è intenso e profondo, con una consistenza visiva che anticipa la pienezza del sorso. Mora e ciliegia emergono subito, seguite dall’arancia rossa, da una sfumatura ematica e da un respiro balsamico che amplia ogni sensazione. Arriva anche il pomodoro maturo, succoso, ancora caldo di sole. Una morbida carezza di vaniglia completa il quadro aromatico, pur in assenza di legno. Questo vino porta dentro una casa di montagna. Un camino acceso, la tovaglia a quadri, il pane tagliato in fette spesse. Fuori il freddo stringe le finestre. Dentro le voci si sovrappongono, i piatti passano da una mano all’altra e il calore appartiene alle persone prima ancora che al fuoco. Il sorso entra fresco e asciutto, trova tannini levigati e si distende in una materia succosa, quasi palpabile. La ciliegia ritorna insieme alla polpa del pomodoro e alla mora. La morbidezza avvolge la bocca, quindi cede lentamente il passo a una freschezza crescente. La sapidità affiora nel finale e lascia una traccia minerale capace di prolungare l’esperienza. Il Pinot Noir porta luce, la Syrah calore e profondità, il Petit Rouge imprime l’accento valdostano. Nel cemento ovoidale queste voci si incontrano e trovano una forma comune, mantenendo ciascuna il proprio colore. Prêt à Boire Rouge possiede la complessità delle emozioni familiari. Sembra semplice perché arriva senza distanza, con la naturalezza di qualcosa che conosciamo da sempre. Eppure continua a cambiare nel bicchiere, passando dal frutto alla terra, dal calore alla freschezza, dalla morbidezza alla vibrazione minerale. Alla fine resta la ciliegia. Resta una lieve patina sul palato. Soprattutto, resta quella casa immaginata davanti al fuoco, con un posto ancora libero a tavola e qualcuno che sta versando il vino. Funambule Brut Nature 30 mesi sui lieviti. 40% Malvoisie de Nus, 30% Muscat, 20% Traminer con piccole percentuali di Chardonnay e Petite Arvine. Funambule cammina su un filo e il nome non può che rendergli rende giustizia procedendo leggero, quasi sospeso, senza mai perdere la direzione. Il perlage è finissimo, delicato, lontano da qualsiasi aggressività. Sale nel bicchiere discretamente, come la neve che inizia a posarsi sui tetti. Al naso si muove tra mela cotta, albicocca matura, agrumi canditi e una sfumatura di burro che racconta il lungo riposo sui lieviti. Emergono poi ricordi di cannella, mosto cotto e una nota alcolica appena percettibile che ne amplifica la profondità aromatica. Il sorso sorprende per la pulizia. Le bollicine accompagnano senza invadere, lasciando spazio a una freschezza vibrante che attraversa tutto il palato. La mineralità è protagonista e alimenta una salivazione continua, quasi compulsiva, che invita immediatamente al sorso successivo. Il percorso gustativo non è lineare, ed è proprio qui che risiede il suo fascino: l’ingresso mostra una leggera sfumatura amaricante che apre la strada a una progressiva esplosione di limone, sapidità e tensione. Il gusto si allarga sulla lingua, cresce, si espande. La profondità è il suo tratto più personale. Non richiama la freschezza estiva o la leggerezza di una terrazza assolata. Evoca piuttosto il calore raccolto di una baita alpina mentre fuori l’aria si raffredda. Un calore silenzioso, avvolgente, che nasce dalla pietra, dal legno e dal tempo. Funambule è uno spumante intenso e contemplativo. Un vino che non si limita a rinfrescare il palato ma invita a rallentare, fermarsi e ascoltare quello che ha da raccontare. Come le migliori storie di montagna, continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso. La strategia: alta ristorazione, stampa, e la cura del racconto Cinquemila, seimila bottiglie l’anno. Un’azienda minuscola per il mercato. Una boutique. Eppure Cave Monaja è in carta da Vittorio, tre stelle Michelin, Cantalupa e da Enrico Bartolini al Mudec di Milano. Non per caso. Ho capito che se non riesci a far percepire il valore di quello che fai, difficilmente riesci a valorizzare l’impegno profuso. Ufficio stampa a Milano, degustazioni con giornalisti almeno due volte l’anno, presenza mirata nell’alta ristorazione. Non per snobismo, ma per necessità: in quei contesti un sommelier ha il tempo e le competenze per raccontare il vino a tavola. Il vino di Andrea ha bisogno di essere raccontato, perché è fatto di dettagli che non si leggono in etichetta. Il cliente importante cerca esperienze e vuole prodotti che possano trasmettere, comunicare, raccontare storie. Concordo senza riserve. Anche io, nelle serate che organizzo, ho visto come le persone non vogliano solo bere: vogliono sapere. Vogliono ascoltare come dietro una bottiglia ci sia una storia e come questa cambi il modo con cui il vino entra nel palato. Il vino è la più narrativa delle bevande e non è un caso che ci abbia costruito intorno un modo intero di fare giornalismo. Slow Food Corea e il cerchio che si chiude Andrea racconta come Slow Food Corea lo abbia contattato e invitato a presentare l’azienda. In quel contatto, in quella terra d’origine che tende la mano, ha trovato una strana specularità che non si aspettava.  Mi sono reso conto che aver creato un’azienda che valorizzasse un’identità territoriale, che si fondasse sulla storia del prodotto in un determinato contesto… per certi versi mi è sembrato di poter pensare che avesse una qualche attinenza col voler dar valore a quello che è la storia di ciascuno di noi. Un’azienda che recupera vigne abbandonate, che custodisce varietà autoctone dimenticate, che difende la memoria agricola di un territorio. Un uomo che porta nel volto una storia e nella voce un’altra. Cave Monaja e Chul Kyu: due storie di radici salvate dall’oblio, due modi diversi di dire che niente va perduto se qualcuno si prende la briga di ricordare. Il consolato coreano, con cui Andrea mantiene i contatti attraverso l’associazione di adottati che ha presieduto, propone i suoi vini ai genitori coreani in visita. Un vino della Valle d’Aosta, figlio di vitigni autoctoni alpini, offerto come ponte tra due mondi. Proprio come il simbolo in etichetta: la lettera iniziale del nome coreano, scritta in hangul, affiancata al nome di una cantina valdostana. Due alfabeti. Un’identità sola. Il futuro di Cave Monaja: seduto a tavola, con calma Chiudi gli occhi e riaprili tra vent’anni. Cosa vedi Andrea? Spero di essere seduto a tavola davanti a un cliente importante. Chiarezza di chi sa quello che vuole. Di chi desidera che Cave Monaja cresca quanto basti per avere qualcuno che si possa occupare della vigna così da potersi dedicare alla cantina, alla comunicazione, ai clienti. Vuole girare, raccontare, stare in quei contesti dove il vino non è solo qualcosa da bere ma qualcosa da raccontare, da spiegare. Da vivere. L’annata 2025 è stata ottima. Le vigne si stanno riprendendo. Le bottiglie stanno aumentando. Il grafico fiorentino che arriva dalla moda capisce l’estetica. Il simbolo coreano in etichetta racconta più di mille didascalie. Il custode valdostano con gli occhi a mandorla sale ogni mattina su appezzamenti di 140 metri quadri sparsi su nove comuni. Controlla i tralci. Ascolta la vigna. Decide quando vendemmiare. Cave, dicevano i romani. Fermati. Guarda. Questo merita attenzione. Aveva ragione, come sempre, la lingua di chi sapeva di fare le cose per rimanere.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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14 Ottobre, 2026

Ritorno in Alta Langa. La terra che Marina voleva lasciare ai figli 

  Marina Piazzo conosceva San Bovo di Castino attraverso i racconti del padre Armando. Ha cercato quella terra per consegnare ai figli un luogo nel quale riconoscere le proprie origini. Ritorno in Alta Langa è il nome del Metodo Classico Brut Millesimato di Piazzo Comm. Armando e del viaggio familiare che lo ha fatto nascere.   Le storie che ascoltavo da bambino  Da bambino mi piaceva ascoltare gli adulti parlare dei luoghi che avevano lasciato. Bastava il nome di un paese, una strada in salita, una casa con la cucina accesa e qualcosa cambiava nei loro occhi. Io provavo a immaginare quei posti e, dopo un po’, mi sembrava quasi di conoscerli. Ho conosciuto molti luoghi prima negli occhi e nei racconti dei nonni, poi li ho ritrovati andandoci con loro, infine li ho visti con luce diversa quando sono tornato da solo. Forse è per questo che ho trovato subito qualcosa di familiare nelle parole di Marina Piazzo, titolare dell’azienda Piazzo Comm. Armando.  San Bovo di Castino era entrato nella sua vita attraverso la voce del padre Armando. Marina conosceva il carro, la legna, il bisnonno e la vecchia cascina pur non avendo frequentato quei luoghi. Li aveva ascoltati tante volte da sentirli propri.  Io volevo un pezzo a San Bovo. Lo dicevo da anni. Volevo qualcosa che mi tenesse legata alle nostre origini.  La voce si abbassa e gli occhi si illuminano. Marina parla con il viso, con le mani, perfino con le pause. La forza arriva subito, la dolcezza un attimo dopo.  Cercava una terra capace di dare un luogo ai racconti del padre. Voleva raggiungerla, camminarci sopra e lasciarla ai figli, perché anche loro conoscessero il punto dal quale la famiglia era partita.  Il vino sarebbe arrivato dopo, trasformando quel desiderio in Ritorno in Alta Langa, il Metodo Classico Brut Millesimato della famiglia Piazzo La parola che riportava a San Bovo  Le origini dei Piazzo conducono a San Bovo di Castino. Il bisnonno commerciava legna e, quando qualcuno gli chiedeva quanta ne avesse ancora, rispondeva di avere soltanto un mugiot, un piccolo mucchio in piemontese. Una cautela da commerciante, forse accompagnata da un sorriso appena trattenuto. (I mucchietti sono anche nell’articolo che avevo scritto sull’azienda Piazzo e che trovi qui) Un parola che rimase in famiglia dopo il trasferimento verso San Rocco Seno d’Elvio.  Armando ricordava i viaggi compiuti da bambino con il carro trainato dai buoi, mentre la legna scendeva da San Bovo. Volle quell’immagine sulle etichette dell’azienda. Il carro dei Piazzo conserva il passo degli animali, il profumo del bosco e un bambino in viaggio con la propria famiglia.  Papà parlava del Mugiot, di San Bovo, di questo andare e tornare. Lui aveva dei ricordi. Io ho ricevuto i suoi.  Marina aveva imparato ad amare quella terra attraverso gli occhi del padre. È qualcosa di bellissimo che nelle famiglie più unite: una persona racconta, l’altra ascolta e, molti anni dopo, scopre di custodire immagini mai vissute. Ecco perché custodisco ancora in me il calore del camino, l’odore della pelle di mio nonno, le sue mani rugose, gli occhi, le parole. Ogni cosa è scolpita in me. Anzi, la parte di me. Lei desiderava che Marco e Simone ricevessero qualcosa di più concreto. Una terra da vedere, toccare e riconoscere come propria.  Il luogo che sentiva già suo  Marina parlava di San Bovo con le agenzie, con gli amici, con chiunque potesse conoscere un terreno disponibile. Gli anni passavano, lei continuava a cercare. Un giorno poi confidò quel desiderio a una persona estranea alle compravendite.  Gli dissi che, in quel momento, l’unico investimento che desideravo davvero era un terreno a San Bovo.  Il giorno seguente quella persona le mostrò un appezzamento. Era un bosco fitto e vivo. Marina lo acquistò per riavvicinare la famiglia alle proprie origini. In quel momento mancavano ancora il progetto, la vigna e la bottiglia. Le bastava sapere che i Piazzo avevano di nuovo una terra a San Bovo.  Quando Marco e Simone maturarono il desiderio di produrre un Alta Langa, quel bosco sembrò offrire una possibilità. Marina scelse di custodirlo.  Era bellissimo. Mi spiaceva tagliarlo. Così abbiamo cercato un altro terreno.  Poco distante trovarono un noccioleto trascurato, già destinato alla coltivazione. La vigna nacque lì, accanto al primo appezzamento. Il bosco rimase intatto. Aveva cercato quella terra per anni e, dopo averla trovata, volle rispettarla.  Franco ha seguito ogni lavoro con un’attenzione incredibile. Vedere quel terreno cambiare, giorno dopo giorno, è stato bellissimo.  Franco è il marito di Marina. Una figura importantissima nell’azienda. Marina ne parla con un misto di amore, riconoscenza, stima. Un mix che difficilmente si trova in altre famiglie.  Poco distante da quella terra si trova ancora la vecchia cascina di famiglia, oggi appartenente ad altri. Marina la guarda con la serenità di chi conosce bene la propria tenacia.  Prima o poi ci arriviamo. Piano piano.  Conoscendola, viene spontaneo crederle.  Il nome che San Bovo ricordava ancora  Il proprietario del bosco prese il biglietto da visita di Marina e lasciò trascorrere alcuni giorni. Poi comprese chi fosse quella donna arrivata fino a San Bovo per acquistare il suo terreno. Era la figlia di Armando Piazzo. Da bambino aveva conosciuto Armando e ricordava i suoi passaggi con la famiglia.  Quando capì chi ero, cambiò tutto. Conosceva papà. Da piccoli si erano incontrati lassù. Proprio il ricordo di Armando aiutò Marina a ritrovare la terra che il padre le aveva raccontato. Dopo tanti anni, quel nome viveva ancora nella memoria di un uomo.  Nei paesi piccoli un cognome porta con sé i gesti, la parola mantenuta, il modo in cui una famiglia ha vissuto accanto agli altri. Il proprietario riconobbe Marina e comprese a chi stava affidando quel bosco. Un episodio che porta alla mia memoria quando andavo da nonna paterna a Santissimi Cosma e Damiano, un paesino del basso Lazio. Prima di uscire lei mi diceva sempre: ricordati di dire che sei il nipote della maestra Vellucci. Lei e il nonno erano stati gli insegnanti del paese. Gli unici al tempo. Io non capivo perché mi dicesse quelle cose. Almeno fino a quando, giocando nel vicolo dietro casa le donne del paese che incontravamo mi chiedevano: a chi si figl’ tu? A chi sei figlio tu? Allora ricordavo ciò che nonna Evelina mi aveva detto e rispondevo pronto: sono il nipote della maestra Vellucci. Da li si aprivano ricordi che partivano sempre con: è stata la mia maestra! Il ricordo di Armando era rimasto lì e, tanti anni dopo, aiutava sua figlia a tornare.  Armando e Gemma, la loro bellissima follia  Quando Armando Piazzo e Gemma Veglia arrivarono a San Rocco Seno d’Elvio fecero una scelta che, osservata con gli occhi di allora, sembrava quasi incomprensibile.  Armando rinunciò al posto in banca. Gemma lasciò il lavoro nella confezione degli abiti da sposa. Insieme acquistarono porzioni di una collina mentre molte famiglie partivano verso Torino in cerca di sicurezza.  Se ci penso, fu una cosa folle. Acquistavano terreni mentre tutti volevano andare via. Li chiamavano i matti.  Marina sorride pronunciando quelle parole. Nel volto affiorano insieme orgoglio e gratitudine. I suoi genitori vedevano qualcosa che gli altri avrebbero riconosciuto molto più tardi.  Quando parlo dell’intuizione di papà e mamma mi brillano gli occhi. Quello che hanno costruito ha qualcosa di incredibile.  Marina e sua sorella crescevano in una casa piena di persone. Dipendenti, operai e collaboratori entravano nella vita quotidiana, sedevano a tavola, condividevano lavoro e giornate. Lei usa con affetto la parola “principessine” per descrivere un’infanzia protetta dai sacrifici più duri, ma immersa completamente nell’azienda.  Gemma teneva insieme la casa e le persone che la attraversavano. Armando guardava la collina e immaginava ciò che sarebbe diventata.  Anni dopo Marina avrebbe fatto qualcosa di simile: avrebbe guardato una terra e vi avrebbe riconosciuto il futuro dei propri figli.  Quello che Marina voleva lasciare  Armando aveva consegnato a Marina parole, immagini e il sentimento per San Bovo. Lei aveva dentro di se il desiderio di lasciare a Marco e Simone una terra sulla quale camminare, un bosco da custodire, una vigna da seguire.  Senza questa mia voglia loro avrebbero avuto pochi motivi per cercare qualcosa a San Bovo. Volevo lasciare ai miei figli qualcosa che li tenesse vicini al luogo da cui veniamo.  Marina ha trasformato i racconti del padre in un luogo che i figli potessero conoscere. Ora Marco e Simone possono salire a San Bovo, camminare tra i filari, guardare il bosco e sapere che la storia della famiglia passa anche da lì.  I giovani portano idee nuove ed è giusto che accada. Le fondamenta restano e continuano a sostenerci mentre cambiamo.  I figli viaggiano, incontrano mercati diversi, portano nuove competenze e cercano vini sempre più fedeli ai luoghi. Il carro voluto da Armando resta sull’etichetta.  Anche Franco ha accompagnato questa crescita. Aveva studiato francese e imparò l’inglese per accogliere i clienti stranieri. Marina lo ricorda mentre interrompeva il lavoro, lasciava la tuta e cercava le parole giuste per raccontare l’azienda a chi arrivava da lontano.  Questo mestiere ti tiene vicino alla natura e nello stesso tempo ti chiede di conoscere il mondo, parlare le lingue, viaggiare, tenere la mente aperta.  Ogni bottiglia che parte da San Bovo porta con sé il nome dei Piazzo e il luogo dal quale la famiglia era partita.  Un nome che era già dentro la storia  Quando la vigna cominciò a prendere forma, serviva un nome. Franco lo trovò con semplicità.  Ritorno in Alta Langa.  Dentro quelle parole convivevano il bisnonno e la legna, Armando bambino sul carro, la cascina, il bosco cercato da Marina e il desiderio dei figli di produrre un Metodo Classico proprio lassù.  Siamo partiti da quella terra e siamo tornati vicino alla cascina dove aveva avuto origine la nostra famiglia. Ritorno in Alta Langa era il nome giusto. Teneva insieme ogni cosa.  Il nome è intimamente della famiglia piuttosto che di una semplice bottiglia. Ritorno in Alta Langa non può essere un semplice ritorno perché è un ritrovare le proprie radici, il proprio inizio, l’anima stessa di una famiglia. Marina aveva cercato San Bovo per un legame affettivo; Marco e Simone vi avevano riconosciuto il luogo adatto a realizzare il loro Metodo Classico Alta Langa.  Il vigneto cresce accanto al bosco. Marina cercava una terra da affidare ai figli. Loro hanno trovato il modo di farla viaggiare.  Marina, San Bovo e ciò che ritrovo nel calice  Ritorno in Alta Langa è un Metodo Classico Brut Millesimato prodotto da Pinot Nero e Chardonnay. Il lungo affinamento rende il sorso ampio e cremoso, sostenuto da una freschezza nitida.  Nel bicchiere la luce incontra riflessi dorati e un perlage sottile, fitto, continuo. Il profumo si apre sulla pera e sulla pesca bianca, poi arrivano il pane appena tagliato, il lievito e la frutta secca.  Il pane mi riporta alla casa piena di persone e a Gemma impegnata, ancor oggi, ad accogliere tutti. La sfumatura più calda ricorda la legna commerciata dal bisnonno. La freschezza guarda a Marco e Simone, al loro desiderio di conoscere il mondo e riportare ogni esperienza in azienda.  Il sorso ha slancio e morbidezza. La bollicina accompagna il palato, la sapidità gli dà ritmo e la freschezza allunga il piacere. Nel finale tornano la mandorla, il pane e la polpa chiara della frutta.  Mentre Marina parla, nel vino ritrovo qualcosa di lei. La forza arriva per prima, la dolcezza subito dopo. La voce cresce quando ricorda i genitori, rallenta parlando del padre e riprende energia appena il racconto raggiunge i figli.  Il mio viso racconta tutto. Quando provo qualcosa, si vede.  Ritorno in Alta Langa porta nel calice la vitalità dell’Alta Langa e la storia familiare che ne ha ispirato il nome. Il vino diventa il modo più concreto per condividere quel ritorno.   I sogni che Marina racconta ad alta voce  Da bambina Marina amava Gianni Morandi e desiderava incontrarlo. Quel sogno, accompagnato dalla sua tenacia e dall’aiuto di Franco, è diventato prima un incontro e poi un’amicizia.  Franco mi ha aiutata a realizzare tanti sogni. Servono impegno e tenacia, però molti si sono avverati.  Un banale (manco tanto) episodio racconta molto bene due cose. La prima è l’amore, il rispetto, la fiducia, la gratitudine di Marina verso Franco. Non solo un marito ma un vero compagno di vita. La seconda è il suo modo di stare al mondo nel suo raccontare ciò che desidera con qualcuno che, spesso, finisce per indicarle la strada. Anche San Bovo è arrivato così, attraverso una conversazione inattesa.  Lei parlava di quella terra. Qualcuno conosceva un terreno. Il proprietario ricordava Armando. Franco ha trovato il nome. Marco e Simone hanno piantato la vigna.  Ogni persona ha raccolto una parte del desiderio e l’ha portato un poco più avanti.  La strada lasciata ai figli  Le idee nuove servono. I giovani guardano il mondo con occhi diversi e portano l’azienda avanti. Le tradizioni, i ricordi e quello che è stato costruito continuano a sostenerci.  Il carro di Armando rimane sull’etichetta. Marco e Simone viaggiano e lavorano su vini sempre più legati ai luoghi. Il bosco resta accanto alla vigna. Alla famiglia. La cascina continua ad affacciarsi poco distante. Tutto respira qualcosa che non è solo nell’aria. Armando aveva lasciato a Marina la voce di San Bovo. Marina ha restituito ai figli quella terra.  Il resto vive nel bosco rimasto intatto, nella vigna che gli cresce accanto e in una bottiglia dal nome semplice, quasi inevitabile.  Ritorno in Alta Langa. L’amore, quando ricorda la strada, sa sempre dove riportarci.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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