Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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21 Giugno, 2024

Ca' Moranda. Serena, la forza di un sorriso

E niente, c’è poco da fare. Quando mi trovo ad incontrare donne che lavorano in questo settore non posso che constatare la marcia in più che hanno. Sarà che nel mondo contadino le donne hanno sempre avuto un ruolo marginale, di secondo piano rispetto all’uomo anche se comunque sempre attive in azienda. Non è un senso di riscatto quello che vedo. Non c’è voglia di rivalsa, di prendersi una rivincita, di far veder che si è in grado. Nulla di tutto questo. C’è solo la possibilità di guidare l’azienda che fu del nonno prima, e del padre poi. Nella serenità più totale. Con il papà super contento nel vedere la figlia competente e felice. Serena Montalto felice lo è anche lei tanto che dialogare è piacevolissimo per via di quel sorriso, vero e caldo, sempre presente. È felice. È felice così. Per la scelta di aver preso le redini dell’azienda. Prese senza lottare ma con quella decisione e fermezza che, agli occhi di un genitore, non può che voler dire: è pronta! I miei nonni E i miei bisnonni lavoravano nelle vigne. Come tutti nelle Langhe. L’azienda è sempre esistita. Vendevano l’uva e il vino sfuso. Da quando sono entrata io nel 2018 abbiamo iniziato ad imbottigliare. Siamo a Neviglie. Un paesino ad un quarto d’ora da Alba, un pò a margine delle Langhe, quelle dei grandi Barolo, delle vigne costosissime. Il vero Piemonte è questo però. Quello delle cascine dove ogni famiglia contadina vive e lavora la terra. Il Piemonte delle tradizioni che predilige cibo buono e vino schietto, genuino. Si comprava sfuso con le damigiane d riempiere dai carretti in piazza Savona ad Alba o direttamente in cantina. L’uva un tempo la si coltivava non per produrre le bottiglie che tanto non comprava nessuno perché i soldi erano pochi. La si coltivava per venderla al pari delle altre colture. Al massimo la si conferiva alla Cantina Sociale e quel che rimaneva, visto che ne rimaneva tanta visto l’abbondanza produzione, via nei fiaschi! Le vigne sono un pò a Neviglie e un po’ a Neive. Per un totale di 10 ettari. Sono le due cascine di mia mamma e di mio padre messe assieme. Non che fosse stato un matrimonio combinato quello di papà Dino e mamma Anna. Però capitava che ci si conosceva tra contadini. In fondo, i due paesi, dunque le due cascine erano distanti poco meno di sei km.
Anna e Dino. Sono loro che si occupano della cascina di Dino a Neviglie, unico dei sette fratelli a voler rimanere a lavorare la terra. Si occupano anche della cascina di Anna a Neive quando il papà non ce la fa più a portare avanti il lavoro. È proprio quando viene a mancare che occorre decidere cosa fare della cascina e delle terre. Mio nonno di Neive è mancato e si dovette decidere cosa fare della cascina. Prenderla noi, dividerla a metà con la sorella di mia madre. Venderla. Abbiamo preso tutto noi e visto che a Neive si può fare il Barbaresco mentre a Neviglie no, abbiamo fatto il barbaresco. Con la regione Piemonte abbiamo avuto degli incentivi per i giovani in azienda. Serena ha 32 anni. Quando ne ha 26 e una laurea in Economia e Commercio, magari qualche sogno nel cassetto, decide di prendere lei in mano l’azienda.
Le donne sono meravigliosamente così. Sanno di essere pronte o forse sono nate pronte. Magari se ne stanno in disparte per cultura o per rispetto. Quando però c’è da farsi avanti, sono dei treni che iniziano la corsa. Non si fermano, non hanno paura, non tentennano. Serena è così. A 26 anni non vuole perdere l’occasione di gestire lei l’azienda di famiglia. Giù senza paura. Quando uno nasce in questo mondo non è che torna. C’è sempre dentro. è stata solo una cosa di fermarmi a casa e dire che dovevo stare qui. Ho deciso io perché a me piace questo mondo. Ho detto io che volevo gestire. L’ho detto alla mamma perché figlia unica e le terre erano sue o potevano diventare sue. Serena è una di quelle persone, di quelle donne che ti fregano sorridendo. In senso buono eh!
Quello che voglio dire è che Serena sa il fatto suo. È tosta, sa prendere le decisioni, è determinata, precisa, puntigliosa. Ma ti dice le cose con il sorriso. Ecco perché ti frega. Ovvero ci sa fare e ci sa fare bene.
Il suo ingresso in azienda vuol dire mettere in piedi tante cose. Una dietro l’altra con una determinazione e una programmazione da far invidia ad una grande azienda.
Anzitutto la sovvenzione da parte della Regione. Serena si studia tutto e oltre a prendere i finanziamenti che usa per creare la sala degustazioni, si mette in graduatoria per trasformare la vigna di Chardonnay in Alta Langa. Con il Nebbiolo di Neive, inizia a realizzare il Barbaresco comprando botti, pigiatrice. Coibenta la cantina. Crea le etichette per i vini. Rimette a posto tutte le vigne convertendo le in biologico. Mica poco! In cantina ancora non siamo biologici perché dobbiamo fare tante scartoffie e sono sola. Con mio padre qualcosa è cambiato ma con me è cambiato proprio tutto. Lo sfuso ok ma con le bottiglie è diverso. Già devi studiare le etichette in un mondo dove ce ne sono migliaia. Ovviamente tiri fuori la tua storia con l’apostrofo, la foto di famiglia con mio nonno e mio zio che con il carretto attraversano le vigne negli anni 50. Tutte le bottiglie hanno un nome o di fantasia o della nostra storia. Il dolcetto Ottavio è dedicato a mio nonno che piantò le vigne. Sono nata nei filari, mi piace il vino. Sono contenta Le etichette sono davvero belle con l’accento sulla a di “Ca Moranda” si prende la scena contenendo comunque al suo interno la storia. Un accento che magari sta a porre l’attenzione su di lei. Un rafforzamento della propria presenza comunque legata ad una identità, una storia.
Quando le chiedo come mai non abbia studiato agraria o enologia la sua è una risposta che sembra scontata ma non l’ho è affatto. È però lo specchio dei tempi. Di una generazione che forse rifiutava il lavoro dei genitori, la terra, la fatica, le delusioni. Che mirava a qualcos’altro non sapendo che ciò che ti lega alla terra è un cordone ombelicale impossibile da recidere. Poi è anche vero che il movimento del vino oggi attrae molto. Ritornare può essere più semplice. O sembrare tale. Quando sei piccolino, quando scegli la scuola, non sai bene cosa vuoi dalla vita. Mi vedevo prima come veterinario, poi come notaio. Poi siamo passati a fare l’imprenditrice. L’amore per le vigne e il tuo lavoro te lo porta il fatto di esserci nato. In una azienda famigliare, qualunque azienda, l’amore ti viene. Quando ho visto uscire la mia prima bottiglia con il vino che a me piace, con l’etichetta che avevo creato, è stata una grande soddisfazione. È come un bimbo che nasce. Così quando ti chiedono quale è quello che ti piace di più, è difficile. Perché sono tutti bimbi tuoi. La delicatezza di Serena prende il sopravvento mantenendo comunque il suo sorriso. Quasi a rendere più leggero il discorso. L’atmosfera. In un contesto che comunque è difficile. Perché affermarsi è difficile in questo mondo.
Dieci ettari e poco più di ventimila bottiglie (continuando a fare lo sfuso) per una azienda dove lavorano comunque mamma Anna e papà Dino, sono comunque impegnativi.
A proposito. Quando scrivo questo articolo Serena si è appena sposata con il fidanzato storico, Claudio. Anche lui produttore di uva nell’azienda della famiglia e che ogni tanto da una mano a Serena. Sono dieci anni che ci conosciamo. Sin da piccola avevo deciso di sposarmi dunque mi sposo.
Vorrei andare in giro per il mondo a vendere il vino. Mi vedo come una famiglia normale, con i figli. Mamma e suocera per forza di cose mi daranno una mano. Una vita alla quale Serena non rinuncerebbe per nulla al mondo. Oggi, è palese la sua soddisfazione. Come si può toccare con mano la sua felicità che è anche quella dei genitori che vedono l’azienda andare avanti. In buone mani. Nelle Langhe vedere una donna al comando è sempre stato difficile. Le femmine dovevano stare dietro. Mio nonno Pietro diceva di una donna “È solo una femmina”. Oggi sarebbe molto contento. Gli ho dedicato il Nebbiolo. Serena è divertente e dolce. Sorride. Anzi ride. Di gusto. Leggiadra. Felice. Consapevole di aver fatto la scelta giusta. Consapevole della sua vita e del suo futuro.
Oggi in gamma sette etichette. Tutte identitarie del territorio. Un Dolcetto, una Barbera, un Nebbiolo, un Barbaresco. Poi due bianchi e un moscato. La Barbera mi rappresenta di più. Perché la Barbera per me è femmina. È stata dedicata alla mia bisnonna Catlinin, Caterina. Era una vera donna di una volta, quelle con il pelo sullo stomaco. Il moscato è invece è dedicato a me. perché dolce. Il Barbaresco è Ancermò che nella lingua piemontese vuol dire forza, la potenza. Quando l’ho bevuto mi è venuta in mente la figura di un ballerino che danza sulle punte con la capacità di muoversi toccando terra solo per il tempo necessario a spiccare il volo. Un vino elegantissimo al naso per le sue note che sanno di frutta ancora acerba e polposa. Prugna, ribes, arancia. Soprattutto fini note vegetali che lo collegano alla erra: fiori rossi di campo e castagno. La preziosità è quella del tabacco e del cioccolato amaro che scrocchia sotto i denti.
In bocca la danza si fa passionale ed intensa. Arriva subito la freschezza e sapidità che si uniscono ai tannini, forti e caparbi ma poi morbidi e sensuali. Segue la sensazione di arancia che arriva a danzare in bocca, non a riempirla, non a renderla pastosa, ma a bilanciare le sensazioni creando armonia. La parte inferiore della bocca è pervasa dagli agrumi mentre il palato continua a sentire i tannini aspettando cosi un nuovo sorso. Persistenza buona e chiusura di bocca al limite dell’eleganza. Un vino che ricorda il vero Piemonte per forza e freschezza e che abbinerei tranquillamente ad un formaggio. Una ottima interpretazione di Nebbiolo. Il prossimo anno uscirà un altro Barbaresco visto che abbiamo due menzioni geografiche. Ancermò è un blend tra le due menzioni. Dal prossimo anno uscirà il Bricco di Neive. La differenza sarà dal tempo di permanenza in legno e dalla grandezza di questo. La vigna di Neive è più alta e cambia anche l’esposizione. Sarà un vino diverso. Catlinin è la femmina, la Barbera d’Alba. La Barbera ha più struttura e grado alcolico di un tempo perché diradiamo e la raccogliamo più avanti. Non facciamo il legno perché la terra di Neive rilascia la morbidezza senza legno dunque senza essere Superiore. Fa un anno di bottiglia. Anche se non me lo avesse detto Serena, questa Barbera sarebbe stata femmina. La doppia anima di eleganze e sinuosità che si unisce a semplicità e leggerezza.
Quando lo verso nel calice è così limpido e trasparente che vedo distintamente le mie dita. I sentori sono immediatamente vinosi come si compete ad una Barbera. Sentori che sanno di freschezza con fiori rossi e sottobosco ancora verde. Si la frutta non particolarmente matura, certo, ma questa vivacità lo rende brioso.
Il sorso, in perfetta continuità con il naso è fresco, caldo, secco. Soprattutto avvolgente con una setosa sensazione di frutta grazie a tannini delicati e maturi senza per questo essere banale e scontata. Persistenza decisamente buona ma non lunga così che per una merenda o un pranzo domenicale ci sta alla grande. Lo berrei anche senza alcun accompagnamento.
Una Barbera che sa di Barbera e della quale nonna Catlinin ne sarebbe fiera. Il Nebbiolo Pietro II dedicato al nonno. Il Nebbiolo che non diventa Barbaresco e che si differenzia da questo in maniera concreta e decisa. Un vino determinato che si contrappone all’Ancermò ma senza sfidarlo, senza essere contro. Anzi, a rafforzare il concetto di Nebbiolo. Non ha la finezza del Barbaresco ma di questo mantiene la vigoria. Il Nebbiolo vien lavorato diversamente dal Barbaresco. In quest’ultimo facciamo una parte in acciaio poi botte grande e tonneau per 15 mesi circa poi bottiglia. Nell’imbottigliamento facciamo il taglio. Il Nebbiolo rimane circa un anno nel tonneau. Le vigne sono vicine al Bricco di Neive e al Bricco Micca. Sono vicini come vigne dunque ciò che cambia è la cantina. Raccogliamo tutto a mano dunque l’uva arriva sana in cantina. Lo Chardonnay Bon’imor ovvero il buon umore. Un vino semplice ma efficace. Di quelli che si bevono senza pensieri e senza tante sovrastrutture come a dire che il vino è buono anche così. Semplice nel colore paglierino con riflessi verdognoli. Semplice nei sentori di mela verde, prugna gialla acerba e pera; fiori di biancospino ed erba appena tagliata. Semplice nel sorso fresco e moderatamente caldo con la sapidità che dona leggerezza e spensieratezza. Un finale amarognolo che ti proietta in un campo erboso di una giornata di primavera. Ecco, con un vino così ci si può immaginare su un plaid a quadrotti a fare un picnic in una assolata, ma non calda, domenica di aprile. Sorseggiare un fresco calice di Bon’imor, mangiando anche un panino o una insalata di riso, rende felici e spensierati. La pulizia di bocca sarà meravigliosa e la bottiglia, da sola, non basterà. Occorre una piccola scorta! Il Dolcetto Ottavio. Il Dolcetto piemontese, quello semplice, schietto, vero. Il suo colore rubino, non intenso, non strutturato lascia intravedere l’immediatezza di questo vino. Il naso nel calice identifica facilmente la ciliegia e la rosa, la prugna e la peonia. Poco altro perché un Dolcetto deve essere semplice, non strutturato. Non certo “amabile” ma senza dubbio immediatamente fruibile. Pronto appena si stappa per versarlo nei calici senza perdere tempo. L’Arneis Bon’ora (dal nome della vigna) è il classicissimo Arneis. Un olfatto semplice di pesca bianca e fiori bianchi di campo. Una freschezza che si ritrova anche al sorso. Conquista per la sua schiettezza e semplicità risultando un vino che si beve con piacere dall’aperitivo alla tavola senza soluzione di continuità. Una bottiglia si finisce e anche in fretta. Mai averne una sola disponibile! Il Moscato d’Asti Duenovedue Serena se lo è dedicato. L’ha dedicato alla sua dolcezza. Impossibile darle torto. Duenovedue è la sua data di nascita dunque fatele gli auguri ogni quattro anni! Presto arriverà l’Alta Langa che Serena aspetta tanto. C’è un enologo. Alcune leggi le detta lui altre noi. Io una cosa che voglio sia cosi è che ci siano pochi solfiti perché anche io ne soffro la presenza. Il Barbaresco deve stare nove mesi ma noi lo facciamo stare di più. Poi acciaio. Ferma, decisa, dolce. Idee chiare. Tanta voglia di vivere. Questo è Serena. Questa è Ca’ Moranda. Serena ha reso questa giovane azienda sostenibile e dinamica. L’ha portata ad una dimensione imprenditoriale con la voglia, non la semplice speranza, di farla crescere. Sono assolutamente certo che ci riuscirà perché è una ragazza, una donna forte ma che sa prendere la vita con il sorriso. Vai Serena vai!     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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14 Giugno, 2024

Komjanc Alessio. La famiglia. Družina

Non parlo sloveno. Sono italiana. Anche se ora dalla finestra vedo le case della Slovenia. Italia. Slovenia. Confine. Terre di confine. Popoli che si uniscono o si dividono. Confini fisici che non sono quelli delle persone. Non esistono se non sulle carte geografiche, nelle competenze degli enti locali, degli stati sovrani. Mentre le persone, attraversano e attraversavano il confine nazionale senza curarsi della diversa nazionalità o etnia. Come se la nazionalità poi fosse un muro divisorio di culture: io di qui, tu di li. Diversi. Ma perché?
Solo una guerra può costringere le persone a restare da una delle due parti. Magari a combattere l’amico aldilà di quello stupido, imposto, confine. Magari invece a resistere. Insieme. Un uomo nato in Italia da madre italiana e da padre ignoto che cos’è?
Aspetti un momento mi lasci riflettere…nato in Italia..madre italiana…padre ignoto..è italiano!
Arrivederci
È sicuro che è italiano?
Sicuro
Ma se alla nascita è stato dichiarato al municipio francese, che cos’è?
Questo è un pochino più difficile. Nato in Italia…madre italiana…padre ignoto…ma dichiarato al municipio francese…è francese
È francese! Hai visto? La legge è legge, è un film del 1958 con gli indimenticabili Totò e Fernandel. Nel paesino immaginario di Assola, con la via principale a fare da confine tra Italia e Francia, i due nemici amici danno vita ad una spassosissima storia all’insegna proprio del rapporto tra persone di confine. Una guardia, l’altro ladro. Pur sempre persone. Che si conoscono da una vita. Indipendentemente dalla nazionalità.
Francia, Slovenia, Austria, Svizzera. Che cambia? Quando c’è un confine, tutto si miscela. Tutto diventa più sfumato. Filo spinato. Fiumi. Muri. Tutto si supera. Il confine con la Slovenia vuol dire Collio. Un meraviglioso territorio melting pot di due popoli in grado di produrre fantastici vini colmi di mineralità, eleganza, finezza, profumi e freschezza. Identità.
Un territorio incastonato tra le alpi e il mare, conteso da chi passava di li. La Grande Guerra a fare da spartiacque temporale: l’Austria prima, l’Italia dopo. I tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, le milizie di Tito e la nascente Jugoslavia poi. Repubblica Slovena e Italia alla fine. In pace. Così come la pace che regna in queste zone. Anche se per alcuni essere italiani, non sloveni o sloveni, non italiani è un vanto. Un orgoglio. Alessio Komjanc oggi ha superato gli ottanta anni. È lui la seconda delle tre generazioni della famiglia che produce vino. Famiglia. Družina.La famiglia che c’è e ci sarà. Qui a Giasbana, piccola frazione di San Floriano del Collio, a pochi metri dal confine con la Slovenia, l’azienda Alessio Komjanc e figli è davvero una azienda di famiglia. Di quelle che fanno tutto da loro. Che si sono strutturati per fare le cose da se. In famiglia. Siamo una famiglia da sempre e vogliamo rimanere tali. Siamo qui da inizio 800 e siamo da sempre viti viticoltori. Fino agli anni 70 questa era una azienda promiscua. Così erano le realtà e non solo nel Collio. Nessuno produceva vino per venderlo. Almeno in Italia dove le campagne si spopolavano.
Neanche lo si imbottigliava. Damigiane o sfuso. Per riempire le damigiane. Mio suocero negli anni 70, dopo aver lavorato con il padre e ricevuto da questo qualche appezzamento, decise di mettersi in proprio partendo con la viticoltura. Impianta i primi vigneti con l’idea di una azienda di sola viticoltura. Costruisce poi la cantina e ai primi anni 80 inserisce la linea di imbottigliamento per completare tutta la filiera. La prima bottiglia che abbiamo trovato è del 1973. La lungimiranza di una persona semplice che ha alle spalle l’esperienza della famiglia ma non gli studi. Studiare era per pochi e se abiti in una terra di confine, ancora per meno.
Alle viti aggiunge, negli anni 80, gli ulivi abbandonati nel Collio dopo il 1929.
Fino a quella data qui c’erano frutteti, vigneti ed oliveti. Il 1929 segna per l’Europa una delle ondate di freddo, intensa e inaspettata, più severe del secolo scorso (forse anche di quello attuale). Si ripeté in maniera simile solo nel 1956 e nel 1985. Arrivarono 30 cm di neve a Roma, 20 a Napoli, 70 a Bari. Figuriamoci qui nel Collio, porta di accesso all’Europa continentale e balcanica. Le coltivazioni furono devastate aggiungendo così alla macerie della guerra e della successiva crisi economica, solo altra povertà. Le persone erano già scappate per via della guerra e le gelate diedero la mazzata finale a chi rimase. Solo nel 1970 i monaci dell’Abbazia di Rosazzo provarono a reimpiantare qualche pianta di olivo per capirne la resistenza. Con la speranza, magari accompagnata da qualche preghiera, di non rivedere più quel freddo Mio suocero ha sei figli. Provò ad impiantare gli olivi dicendo “al limite faccio l’olio per la famiglia”. Adesso ci sono circa 2000 piante. 24 ettari a vite, 52 ettari ad olivo, 2 ettari a bosco. Una azienda, quella di Alessio, cresciuta nell’ottica della sostenibilità. Abbiamo avuto da sempre i vigneti inerbiti ed il bosco. Va di modo la sostenibilità, la biodiversità. Ma qui non hanno mai estirpato nulla. Mai tagliato i boschi per coltivare la vite. Non hanno impiantato selvaggiamente. Ci sono molti cacciatori anche in famiglia e ci tengono. Tutto serve a mantenere un certo equilibrio. Un legame con la terra. Un legame con le persone. Un legame all’interno della famiglia. Tutto per la famiglia.
Qui ogni legame è forte e duraturo. Si lavora e si lavora tanto. Senza mai tirarsi indietro. Perché solo così, con il lavoro, si cementano i rapporti all’interno della famiglia.
La famiglia.
Alessio è una di quelle persone che ha lavorato tanto desiderando tanto. Non per se. Per la famiglia. Numerosa. Come erano le famiglie di un tempo nelle quali servivano braccia forti per mandare avanti l’azienda. Sei figli. Quattro maschi: Beniamin, Roberto, Patrik, Ivan che nel 2004 si cementano per mandare avanti l’azienda di famiglia.
La famiglia.
L’intelligenza e la lungimiranza hanno posto le basi per una ripartizione di compiti. Difficile pensare di mandare avanti l’azienda con tutti a fare tutto. Evitare i contrasti attraverso specifici ruoli e rispetto reciproco. È cosi che Beniamin, Patrik e Ivan si dedicano alla terra aiutando papà Alessio; Roberto in cantina e la parte commerciale. Quattro figli a casa possono rappresentare una difficoltà. Nati qui in questa azienda, che è casa. Ci si sente a casa con la voglia e la libertà di dire tutto ciò che si vuole. L’intelligenza del dividere i compiti. La sensibilità e l’ulteriore grande prova di intelligenza, di tutti, nel rispettarli. Le decisioni importanti si prendono insieme ma poi ognuno nel proprio ambito È qui che entra in gioco Raffaella, la moglie di Roberto. È con lei che parlo. È lei che mi guida. Una donna venuta dal Friuli e che incontra l’amore, Roberto, a Milano. Entrambi studiano all’università. Roberto agronomia, Raffaella lingue. L’amore e il sogno di fare qualcosa insieme si legano alla difficoltà di due facoltà che poco hanno da spartire. Io vengo da studi linguistici a Milano e lavoravo con le lingue. Poi ci siamo sposati. Da studenti l’idea era di lavorare insieme. Lui faceva agraria, io lingue e ci sembrava un pò difficile. La fortuna era che lui aveva l’azienda a casa e ci siamo buttati. Buttati. Altro che buttati. È un salto quantico. Una sfida che ha in se due forze incredibili. La prima è ovviamente l’amore tra Roberto e Raffaella. La seconda è lo spirito di Raffaella che la porta a compenetrarsi così tanto nell’azienda e nella famiglia Komjanc che diventa parte di essa. Alessio aveva lasciato un pò andare la parte commerciale. Un figlio solo che lavorava in azienda ma in campagna. Erano gli anni 90, quelli nei quali molti nascevano molte aziende per via della fine della mezzadria. Alessio si è sentito in difficoltà. Roberto è intervenuto dicendo che l’azienda era seduta sull’oro del Collio e occorreva sfruttarlo. Abbiamo rinunciato entrambi a qualcosa. La donna con la quale parlo è una della famiglia. Lei non parla con il benché minimo distacco. Vive l’azienda e la famiglia come se ci fosse nata. Non ci sono tentennamenti. Non c’è nulla che possa far apparire, neanche minimamente, una incertezza. Mancano due sorelle che non lavorano in azienda. C’è anche qualche cognata che occasionalmente è in azienda. Siamo cinque famiglie che lavorano in questa azienda. Ci teniamo a rimanere azienda familiare perché per noi è un valore. Per quanto si voglia mantenere una certa filosofia, con altri dipendenti si perde quello spirito. I vini sono un omaggio ai vitigni autoctoni. Ci sono, come è tradizione in queste zone, tutti i bianchi consentiti dal disciplinare della DOC mentre per il rosso lo Schioppettino, autoctono ma non nella DOC. Dunque IGT. Poi il Pinot Nero, presente già negli anni 70. Nei documenti del Collio di inizio 900 il Pinot Nero era presente. Dunque è stato mantenuto. Noi siamo imparentati con l’Alto Adige e quella cultura. In effetti, i conti di Gorizia annetterono alla Contea, nella metà del XIII secolo, il Tirolo creando legami solidi anche con il vino e i vitigni. Legami solidi che si aggiunsero alla mescolanza del confine. Il Pinot Nero è stato impiantato negli anni 70. Le vigne sono esposte a nord ovest nella parte bassa della collina ai margini di un bosco. Una zona molto fresca che bene si addice al vitigno. Diciotto sono le tipologie di vino. Tanti? Forse si, forse no. Alessio, mio suocero desidera sempre avere tanto. Tanti ettari, tanti figli, tanti vitigni. Dunque tanti vini. Lui nasce nell’epoca dove ha fatto anche la fame. La sua mentalità era anche produrre tanto ma noi siamo riusciti a ridurre drasticamente la produzione per ettaro. Con la consulenza enologica che abbiamo, vengono bene dunque, perché dismetterli? Diciotto tipologie di vino rappresentano a pieno la capacità espressiva del territorio. La mescolanza porta frutti meravigliosi come a dire che le differenze, arricchiscono. Specialmente in una terra, il Collio, in grado di far esprimere al meglio anche varietà differenti. Con tutte le difficoltà del caso. Una difficolta e una fatica. Iniziamo la vendemmia, negli ultimi anni ad agosto, con Sauvignon, Pinot Grigio e Pinot Nero, la finiamo con lo Schioppettino, 45 giorni dopo. Se aggiungiamo pure il Picolit, che facciamo passito, un anno lo abbiamo pressato alla vigilia di Natale. Una fatica! In ognuno dei vini di Alessio Komjanc e figli c’è eleganza e tipicità. Tipicità nel lavorare vitigni autoctoni rispettando ciò che il Collio riesce ad esprimere. Rispettando la natura. Senza eccessi e con intelligenza. Rispettando la famiglia. Roberto, che si occupa anche del campionamento, quando assaggia l’uva nel momento migliore, dice: da sempre io voglio ritrovare nel bicchiere quello che sento nell’acino quando è matura. In cantina occorre rispettare questo. Siamo in agricoltura integrata dettata da una scelta oculata. Attaccati al territorio, siamo i primi consumatori e non vogliamo porcherie. La zona è abbastanza piovosa e grazie alla escursione termica, l’aromaticità è una componente essenziale. Fare biologico vorrebbe dire eseguire dei trattamenti con rame che potrebbero abbassare l’aromaticità dell’uva nei vini. Vogliamo mantenere vini nei quali si esprimano bene gli aromi primari. Siamo dunque una via di mezzo come agricoltura. Noi facevamo già quello che prevedeva il disciplinare dell’agricoltura integrata. Ci siamo accorti che non ci discostavamo. Il biologico ci limita. Proprio da parole come questo si capisce come Raffaella sia compenetrata nell’azienda. Sembra appartenere alla famiglia e alla storia. Parla dei familiari con rispetto passione ed amore così che la storia è anche sua. Avremmo voluto fare il Pignolo. Non l’abbiamo fatto perché ci spaventava. Tutti ci hanno sconsigliato. Dicevano che era da diventate matti. Ci attrae però. Anche il Pinot Nero ci sta facendo impazzire perché non tutti gli anni si raggiungono gli obiettivi che ci siamo posti. L’enologo è Gianni Menotti. Figlio di questo territorio dove conserva la anima. Da qui e per qui ha inanellato per le sue creazioni premi su premi. È una consulenza esterna. Lui nasce agronomo dunque ci fa supporto anche nelle vigne. Con lui abbiamo fatto un salto davvero. 80.000 bottiglie. 18 vini. 9 vitigni a bacca bianca. 4 a bacca rossa. Un immenso patrimonio di culture riunito nelle nuove etichette studiate, anzi, lasciate studiare per loro. I vini
Partiamo dal Pinot Nero Dedica. Il più internazionale e il più locale al tempo stesso. Qui assume colore e sentori finissimi anche grazie ai due anni di affinamento in tonneaux. Piccoli frutti rossi ancora non matura che si uniscono ad arancia e prugna per poi lasciare spazio al sottobosco erbaceo, ai fiori di peonia e rosa. Il balsamico ci ricorda a pieno dove siamo preparandoci a percepire le note speziate di pepe che pungono il naso. Poi nasce moscata e cannella per un bouquet di rara finezza.
Il sorso è caldo, fresco, secco con buona mineralità. I tannini maturi non aggrediscono anzi, contribuiscono a sottolineare la sensazione di finezza. Bilanciamento ottimo e persistenza non particolarmente lunga con una frutta che rimane a far compagnia senza essere invadente. Elegante! Bratje in lingua slovena significa fratelli. Roberto, Ivan, Beniamin, Patrik sono i fratelli Komjanc. Chardonnay, Riesling Italico, Friuliano, Pinot Bianco i vitigni che compongono Bratje. La sequenza non è a caso: ogni vitigno rispecchia la personalità di ognuno e la loro fusione in acciaio, con il solo Pinot Bianco che che affina in tonneaux per 12 mesi, da vita ad un vino interessantissimo.
Un vino che è un vero abbraccio tra fratelli: caldo e caldo (ovvero ad almeno 10°) va bevuto così che i sentori possano arrivano nella loro completezza alleviando tutte le spigolature.
Il naso è di pera, frutti tropicale, agrumi, vaniglia e cera d’api. Morbidezza di velluto che solo una scorsa di limone candito prova a scalfire con un pizzico di brio. La sensazione è di sentori dolci accarezzati da una fresca brezza.
In bocca è fresco e secco ma soprattutto caldo, morbido e con una grandissima mineralità. La sensazione di morbidezza lascia il campo ad una astringenza che deve essere compensata con un qualcosa di succulento. Con lo scaldarsi la persistenza aumenta e la bocca rimane pulitissma con le note di frutta che diventano spezie. Torna l’agrume del naso che abbraccia morbidamente la bocca. Un vino complesso, particolare e identitario dell’azienda. Verticale ma solo quando la morbidezza lo consente. Ho ritrovato dentro il Collio e, soprattutto, il confine tra morbidezza e durezza che fondendosi aiutano a far capire quanto in famiglia i confini, non esistano. Chardonnay Dedica 2021. Non un semplice Chardonnay ma un elegante bouquet di fiori e frutta che spiazza e meraviglia. Fine, complesso, unico anche grazie ad un passaggio a metà fermentazione e per 12 mesi in tonneaux.
Al naso mi ha spiazzato. L’etichetta recita Chardonnay, il naso dice altro per via degli agrumi che si miscelano alla pera, alla pesca di mio padre messa nel vino, alla banana e, soprattutto, a salvia e mentuccia. Poi arrivano i fiori freschi che danno una ventata di campo fiorito: lavanda, margherite e fiori di camomilla che arrivano ad essere miele al limone. Difficile voler togliere il naso dal calice.
Il sorso è secco e morbido. Perfettamente in linea con lo stile della Komjanc. Grande avvoglenza e un finale di bocca molto ma molto convincente. La mineralità anche qui è presente in maniera evidente. La bocca si bea di una ampiezza iniziale che si trasforma poi in verticalità spinta con la mineralità che continua legandosi ad una sensazione di calore non eccessiva ma vivace (nonostante i suoi 15°). La temperatura di servizio non può essere superiore agli 8° altrimenti l’alcol si sentirebbe troppo.
Insomma, le sensazioni che questo vino fornisce sono indubbiamente eleganti e fine. Mi è piaciuto per la sua “vivibilità” e per essere uno Chardonnay atipico ma nobilitato. Non si può non finire la bottiglia. Malvasia IGT. Identitaria, pulita, memorabile. Mi è piaciuta e molto già al naso per le note olfattive semplici ma pulite. La pesca bianca, la pera, l’arancia (quella arancione con la buccia sottile), i fiori di camomilla e le margherite di campo. Niente è banale. Niente è complesso. Ma tutto preciso, puntuale, identitario.
Altrettanto il sorso niente affatto banale. Deciso e fine senza essere grandemente aromatico come magari ci si aspetterebbe da una Malvasia. Niente di opulento o sovrastrutturato. Bella freschezza, bella pulizia di bocca, bella sapidità. Il calore? Non si sente ma è traditore.I suoi 14° sono celati, nascosti dietro una superba morbidezza mai stucchevole, dietro una ampiezza di bocca ammirevole, dietro un suo essere buono ma buono. Proprio questo abilita a berne e berne ancora così che poi, gioco forza, i gradi si sentono tutti. La persistenza con il calore si allunga ma attenzione alla temperatura di servizio ovvero a non farlo scaldare troppo perché potrebbe dare un finale verso l’amaricante. Ma non credo si corra questo rischio! Sauvignon 2022. I frutti qui la fanno da padrone. Pera, mela, melone, pesca a pasta bianca, ananas, mango, albicocca. Poi agrumi. Frutti vivi e polposi che inebriano e conquistano. I fiori di biancospino e le note balsamiche donano freschezza consentendo al naso di percepire meglio i sentori. Insomma, sentori molto ma molto piacevoli grazie ad una altalenanza di freschezze e morbidezze. Mai stucchevoli. Piacevolmente estivi.
In bocca la prima sensazione è quella dell’agrume misto alla pesca. Che piacevolezza! Fresco, secco, estremamente sapido da subito e un calore che non parte immediatamente ma è progressivo. In fondo, sempre 14° ha questo Sauvignon. Ottimo equilibrio e una bocca che chiude piacevolmente. Un vino estremamente verticale che si lascia bere soprattutto per una non stucchevolezza. Lascia in bocca la giusta secchezza che merita di essere accompagnata con una pasta al pesce o con vongole ad esempio. Di grande carattere insomma. Di seria identità. Pinot Grigio 2022. Già il colore paglierino al limite del dorato lo differenzia dagli altri. Mantiene però il carattere dei Komjanc: riservato, semplice, non banale.
Non ci sono grandi sentori ma quelli che trovo, rinfrancati da una evidente, continua, sempre presente, mineralità, sono vivi. Puliti Semplici. Rigeneranti. Anche per via del balsamico che comunque mi ha accompagnato in questa degustazione. Roteando il calice però scopro inaspettatamente anche degli aghi di pino.
Fresco al naso con una pungente dovuta alla mineralità. La frutta è a pasta bianca non matura e i fiori sono, manco a dirlo, bianchi. Semplice ed efficace.
Ci si sarebbe aspettato un sorso semplice. Invece è proprio qui che arriva la meraviglia. Altra caratteristica dei Komjanc: pragmaticità. Estrema mineralità anche in bocca che si trasforma In sapidità. Secco e fresco dunque con un calore che si percepisce in maniera evidente. Mi viene da dire che stavolta i Komjanc non si sono risparmiati. Anche questo vino fa 14°. C’è sostanza! Il marchio di famiglia continua ad esserci: partenza morbida, poi secchezza, infine sapidità. Grande forza in questo Pinot. Lunga persistenza. Ampia avvolgente ed equilibrio raggiunto. Un vino che va abbinato per poterlo gustare al meglio. Ma basta un bel formaggio non stagionato per farlo esaltare. Non smetterei di berlo perché intriga ad ogni sorso anche grazie ad un finale piacevolmente vegetale. Abbiamo trovato un bravo grafico per un progetto importante sul quale abbiamo investito. Volevamo una etichetta che ci rappresentasse, che parlasse del Collio e della famiglia. Il grafico dopo aver assaggiato il vino e a parlare con noi ha colto le nostre anime e ci ha prodotto le nuove etichette. Nel 1988 una commissione austriaca venne qui per cercare una selezione di vini per il quarantesimo di Francesco Giuseppe. L’unico vino ritenuto “buono e perfetto” fu quello di Florian Komjanc. In etichetta abbiamo proprio messa questa notizia. La necessità e la voglia di continuare come famiglia. Anzi, cinque famiglie. 14 nipoti 9 dei quali figli dei fratelli impegnati in azienda. 20 persone di famiglia impegnati in azienda. Nessuna voglia di pensare ad un futuro diverso da questo status. Famiglia è oggi, famiglia sarà domani. C’è posto per tutti a casa Komjanc. Chi vuole può rimanere e dare una mano. Chi ambisce ad una esperienza esterna ha l’incondizionato supporto della famiglia pronta a raccogliere senza chiedere nulla in cambio.
Questa è famiglia. Famiglia o Družina, poco importa.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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7 Giugno, 2024

Molino, Bergadano. Famiglie unite del Barolo

Possedere una terra è sempre stata una grande fortuna. Almeno per coloro che della terra e dalla terra ne ricavano i frutti così da viverci. Anche un piccolo pezzo di terra poteva essere di ausilio alla sopravvivenza. Piccolo o grande che fosse, prima o poi arrivava, inesorabile, il momento della successione. Solo che dividere tra i figli significava ridurre, di fatto, la superficie della terra. Riduzione che continuava ad ogni cambio di generazione. Per ovviare a questo, il pater familas oltre a escludere a priori le figlie femmine dalla successione, trasmetteva il patrimonio terriero al solo primogenito. Con l’onere di assumere il ruolo di capo famiglia offrendo lavoro ed ospitalità anche agli altri componenti della famiglia. Primogenitura. Una pratica adottata sin da tempo degli antichi ebrei e per fortuna scomparsa ai giorni d’oggi (forse). In questo contesto, i matrimoni di convenienza, ovvero con la scelta della consorte tenendo conto del patrimonio posseduto dalla famiglia, diventavano un metodo per incrementare la dotazione “familiare” delle terre. Quando si parla di vini e non solo di vigne però, le cose cambiano. O meglio, cambiano se si è intelligenti e lungimiranti. Quando una famiglia produce vino e vino pregiato, in una zona altamente vocata a questo tipo di produzione, una divisione o una unione andrebbe sempre fatta con intelligenza e lungimiranza. Tutto può sembrare facile in un territorio meraviglioso e unico come quello delle Langhe, in Piemonte. Avere per le mani un vino come il Barolo e ricavarlo da vigne situate in territori identitari, è una di quelle fortune che non si può e non si deve in nessun modo gettare al vento. Ma sempre intelligenza e lungimiranza ci vuole e non è che questa si trovi sotto i sassi. Bergadano e Molino sono due famiglie che producono Barolo dall’inizio della storia di quest’ultimo. Piercarlo (Bergadano) e Silvana (Molino) si uniscono in matrimonio e fin qui nulla di strano, se non fosse che decidono che la loro unione non include i marchi, i vini, le vigne, le lavorazioni di cantina. Va bene l’amore, va bene la famiglia ma non certo la propria storia. La nostra storia parte da cinque generazioni fa. Io sarei la quinta. Michele Bergadano con la sorella Francesca rappresentano la quinta generazione di vignaioli. Siamo nella culla delle Langhe, a La Morra, in provincia di Cuneo. Qui sorge Cascina Rocca, punto di incontro tra le due famiglie. Il fondatore non è sempre stato nel nostro territorio. Comprava e rivedeva le proprietà nel Piemonte. Nel 1800 acquistò l’attuale cascina con annessa una vigna. Li si decise di cambiare vita insediandosi nel territorio. Bisnonno e nonno lavoravano la terra. Nonno Dante iniziò a vinificare e nel 1965 produsse il primo Barolo. A quel tempo non è che si vendevano le bottiglie come ora. Il Barolo lo si metteva nelle damigiane o si vendeva sfuso. Altri tempi. Altra cultura. Altro modo di vedere le cose. Un mondo dove la genuinità prevaleva su tutta l’infrastruttura di marketing creata successivamente su queste terre. Dire se le cose siano cambiate in meglio o in peggio, è complicato. Di certo oggi è arrivata la ricchezza come, sempre di certo, si è persa la genuinità di molte, non tutte, le persone. Si produce, forse, come una volta. Si vende il vino a prezzi maggiori rispetto ad una volta. Si accolgono le persone con tanta attenzione e professionalità ma non certamente (in molti casi) con lo stile di queste terre. Nonno comprò altre vigne. Poi mamma e papà iniziarono a lavorare con l’export la Germania e  l’America. Negli anni l’azienda 80 si è ingrandita puntando sulla qualità. Era il periodo in cui c’era la fuga dalla nostra zona. Chi comprava le vigne era un pazzo. Dagli ani 90 cambiò tutto. Chi investi all’epoca oggi vede i risultati Michele anche se non ha vissuto quel tempo, sa di cosa si parla. I racconti dei genitori hanno fatto breccia nella sua anima. Le Langhe come le vediamo ora non sono sempre state così. Le stupende colline con i filari a fare da cornice, le cascine sistemate come alberghi di lusso con tanto di spa, i ristoranti con piatti gourmet, le cantine. Tutto questo prima degli anni 90, non c’era. Da qui, come da tutti i luoghi dove l’unica possibilità era fare il contadino, la gente scappava. La città, il lavoro in un ufficio o in fabbrica, le luci, le comodità. Perché mai rimanere in un luogo ameno, freddo e nebbioso? Però, proprio le Langhe, sono la dimostrazione di come si possa valorizzare un territorio facendo sistema, investendo nella riqualificazione e non puntando solo per ad un prodotto. Per generare ricchezza. Per tutti. Non siamo una azienda grande ma abbiamo le vigne nei vari comuni. 11 ettari con 50 mila bottiglie. Barolo e La morra. Poi Villero a Castiglione Falletto. Ah però mi viene da esclamare. Le migliori zone per produrre Nebbiolo. Ciò che serviva però era un punto di incontro tra le due realtà. Da un lato Bergadano, dall’altro Molino. Vigne sparse nelle Langhe. Prodotti diversi. Storie diverse. Ecco che nella lungimiranza e nella intelligenza nasce  Cascina Rocca proprio come punto di incontro tra le due famiglie. Ristrutturata nel 1999 per farne qualcosa di valore. Era quasi una stalla. La rifecero da zero preservando le parti essenziali. La cantina per la vinificazione in legno venne conservata. Rocca deriva dalla zona della rocca dove sorge la cantina. Negli ultimi cinque, sei anni mio papà si è occupato più della produzione, mamma delle vendite curando anche l’agriturismo. Non ce la faceva più ad andare in giro peri l mondo. Adesso l’agriturismo è migliorato tanto lasciando da parte la cantina. Io e mia sorella invece ci stiamo occupando più dalle cantina. Un conto è Molino, un conto Bergadano. Non facciamo confusione. Franco Molino è l’azienda portata da mamma Silvana e oggi gestita da Michele e Francesca. Bergadano, due ettari e mezzo con circa 10.000 bottiglie, portata e gestita da papà Piercarlo. Nel 1999, insieme alla Cascina, si sono unite anche le aziende. Lasciando tutto separato per preservare l’identità e lo stile dei singoli vini. Intelligenza e lungimiranza. L’idea non è avere due linee diverse ma due stili, due modi di vedere i vini del territorio. Franco Molino con base La morra e Rocca dell’Annunziata con Villero a Castiglione. Lo stile dei vini resta più floreale e c’è tanta freschezza. Barolo con botte grande. Passaggi non troppo concentrati. Bergadamo nel comune di Monforte e Barolo. Suoli più tenaci. Utilizzo di barrique. Legno, corpo, forza nei vini. Insomma, due prodotti decisamente diversi. Due filosofie diverse che portano Molino ad identificarsi come azienda classica, Bergadamo come una piccola azienda di alto livello capace di produrre veri cru. L’azienda rimane comunque a carattere familiare. Cosa non è di poco conto in una zona dove le grandi aziende si impossessano delle vigne. C’è sempre stata la possibilità di stare in vigna con papà. Una vera fortuna. I miei compagni che non hanno avuto la fortuna di avere una cantina sono un pò indietro. Avere una idea di come funzionasse già il lavoro, la passione. Seguiamo tuto per voglia e no per costrizione. È una passione nata di conseguenza. Michele è stato dietro al papà e al nonno dai quali ha assorbito l’arte della vigna e la passione per questo mestiere. La scuola enologica che frequenta sta aggiungendo le nozioni tecniche necessarie. Non diamo per scontato che un ragazzo e una ragazza vogliano rimanere a fare i vignaioli e a gestire una azienda agricola solo perché siamo nelle Langhe! Sto valutando di fare l’università. Mia sorella è sempre stata più mirata all’aspetto commerciale. Ha fatto il linguistico con delle esperienze all’estero per migliorare le lingue. Michele e Francesca sanno di avere per le mani qualcosa di importante. Con l’onere di non poter e non dover mettere in pericolo l’azienda. La passione, la loro passione, non è qualcosa che si acquisisce per potere divino o per usucapione. Devi averla e devi al contempo coltivarla. Con la fatica e con lo studio. Con la applicazione pratica e con gli errori. Rispettando le tradizioni e ascoltando chi ne sa più di loro. In vigna non c’è un tecnico perché facciamo noi direttamente. Siamo noi 4 della famiglia più qualcuno che ci aiuta in vigna e cantina. Le scelte le facciamo noi. Esperienza e studio. In cantina abbiamo un cantiniere con un consulente esterno che poi è pure un parente. Si chiama Molino. Parenti e vicino di casa. Viene spesso in cantina quando c’è da fare delle scelte. Facciamo tutto a modo. Una famiglia che sta insieme con la voglia di stare insieme uniti. Progetti e sogni per il futuro tanti e ben concreti a significare quanto ci si tenga a rimanere ben ancorati al territorio. Che è in parte anche loro. Mi piacerebbe avere una vigna nel territorio di Serralunga per uno stile di Barolo che mi piace tanto. Faremo una cantina nuova perché la cantina che abbiamo adesso è divisa in tre parti cosa questa che ci obbliga a fare delle scelte sull’invecchiamento o imbottigliamento. Non forziamo alcun passaggio ma alle volte dobbiamo imbottigliare per forza. Sul mercato italiano non abbiamo molto poi. Lavorano tutti con i grandi nomi. Mi piacerebbe avere qualche sbocco. Questo è un punto saliente delle due aziende Bergadano e Franco Molino. Andando sul web o cercando in giro, sembrano due brand che non esistono. Se non in qualche recensione estera. Eppure sono vini fantastici. Espressioni di Barolo, Barbera, Dolcetto, Nebbiolo a dir poco meravigliose. Uve provenienti dai templi delle Langhe e lavorate con metodi giusti. Quando Michele parla dei grandi nomi appare evidente come per un piccolo eccellente produttore sia difficile emergere nonostante la qualità eccelsa dei prodotti. Che mondo strano. I nostri Barolo non sono quelli da 100 punti che fanno tre anni di barrique. Sono Barolo, Nebbiolo e Barbera che rispecchiano le vigne di provenienza. Manteniamo la singola vigna. Lavoriamo su uno stile con l’invecchiamento mirato sulla zona. Il Villero fa un passaggio più strutturato perché non ne risente. Viene influenzato ma non stroncato. Il Nebbiolo fa un passaggio di 12 mesi in legno grande. Due barbera. Superiore e base. Superiore 18 mesi in barrique: ma non sa solo di barrique. Intensità ed equilibrio rispettando molto gli aromi. Mio papà è sempre stato contrario al legno. Ha sempre cercato di farne un uso corretto in tutti i vini tranne il dolcetto. Ha scelto legni e tostature giuste. In effetti tutti vini Franco Molino sembrano vini vecchio stampo. A mio modo di vedere rappresentano il Piemonte a pieno. No sono artefatti. Non sono una bomba al naso nonostante abbiano anche sentori complessi. Vediamoli i vini che ho assaggiato, partendo dai tre Barolo. Diversi, identitari, territoriali. Degustarli vuol dire viaggiare nei territori iconici delle Langhe e di Sua Maestà il Barolo. Partiamo dal top di gamma. Il Barolo DOCG Villero Riserva 2012. Siamo nel territorio di Castiglione Falletto dunque, suolo Elveziano. Nonostante i 12 anni di invecchiamento tra barrique (24 mesi), acciaio (12 mesi) e bottiglia (24 mesi prima della messa in commercio poi il resto) per colorazione e naso sembra ancora un giovanotto. Io l’ho trovato rubino con riflessi granata! Sentori complessi con praticamente tutto dentro. Ogni cosa che si studia nei corsi da Sommelier, qui c’è. Niente prevale e tutto si bilancia. C’è un sapiente equilibrio di note dolci e pungenti. Più si rotea il bicchiere e più si scopre qualcosa.
In bocca è sublime specialmente per l’elegante chiusura di bocca e per i frutti che tornano prepotenti nel finale ad addolcire il sorso quando i tannini, certo ammorbiditi, rimangono belli attivi. Un vino intrigante e misterioso che quando pensi di aver capito, stupisce con nuove sensazioni. Una vera droga. Se non posso dare 100 punti, ci manca davvero poco. Barolo Rocche dell’Annunziata 2017. Cambia il territorio e cambiano le caratteristiche. Da Castiglione ci si sposta nelle vigne di La Morra su suolo Tortoniano. L’affinamento è di 24 mesi in legno dividendo a metà le masse per sfruttare barrique e botte grande. Poi 12 mesi in acciaio e 6 in bottiglia. Il legno si fa sentire un pò di più ma manco tanto. La pulizia di questo vino è la medesima di tutti i vini della casa. C’è una finezza e trasparenza che abbagliano. I sentori si fanno più polposi, vivi, intensi, caldi. Prevale una bella balsamicità alcolica. La frutta è matura ed è data ai fiori il compito di mantenere freschezza e pungenza. Il sottobosco dona una piacevole nota verde. Le spezie sono rotonde, mai dolci. Se non per una punta che rende ammaliante i sentori. Il pellame è liscio; il tabacco trinciato.
Il sorso appare decisamente caldo, secco, molto avvolgente e con un perfetto bilanciamento che lascia in bocca una sensazione meravigliosa. Un vino armonioso, sinuoso, caldo che riesce comunque a mantenere inalterata la sua fresca austerità incontrando le esigenze di necessita finezza a quelli che amano la morbidezza. Barolo Selezione Cascina Rocca 2018. Rimanendo nelle vigne de La Morra questo vino affina 24 mesi in botti grandi per poi passare ulteriori 12 mesi in acciaio. Incredibile come qui, rispetto al precedente, cambi tutto presentandosi come un Barolo pronto e fresco. Uno di quei vini che aprirei per la merenda sinoira. Certo, una merenda di classe. La caratteristica è la finezza dei sentori molto lineari e distinti. Non particolarmente complessi ma ben definiti. I frutti sono più di bosco con la parte acidula a prevalere. Quasi un pomodoro che si unisce alla cannella e al pellame. Il sottobosco ben definito. I fiori rossi omni presenti.
Il sorso è pieno con i tannini presenti e maturi ancorché non aggressivi. Grande avvolgenza, grande freschezza e un, consueto direi, ottimo bilanciamento. Un fine retrogusto di frutto che pian piano comincia a prendere forma grazie anche ad una lunga persistenza. Piacevolmente morbido, piacevolmente fresco. Nulla prevale e tutto si bilancia con una bocca che chiude in maniera elegante. Barbera d’Alba Superiore 2019. Prodotto sempre a La Morra ha un lungo affinamento per essere una Barbera. 18 mesi in barrique, 12 in acciaio, 6 in bottiglia. I sentori sono i frutta cotta. Evidente e molto la ciliegia marasca e l’accenno di arancia. Evidente il sottobosco che sa quasi di muschio. Evidente la nota minerale che in maniera sfacciata tende ad essere preponderante. Evidenti i fiori rossi. Evidenti le note speziate di noce moscata, cardamomo, pepe e chiodi di garofano. Evidenti il pellame, il tabacco e la nota di cioccolata. Per essere un Barbera, è complesso e quasi aristocratico. In bocca torna ad essere il Barbera della tradizione che strizza comunque sempre l’occhio alla eleganza. Secco, fresco e caldo con i tannini che si sono già ammorbiditi conservando comunque un che di vegetale. Come se potessero ancora esprimersi nel tempo. Freschezza e basso alcol percepito sono i punti di forza. Bocca che chiude in maniera precisa, persistenza non particolarmente lunga, ottimo equilibrio. Questo Barbera non è, ed è bello che sia così, un vino ampio. Anzi, è un rosso quasi verticale, morbido e pungente in bocca, per certi versi civettuolo così da renderlo adatto a far avvicinare a questo fantastico vitigno, persone che cercano una maggiore rotondità. Ovviamente non piemontesi. Barbera d’Alba 2019 dalle vigne del comune di Barolo. 12 mesi in botti grandi e un breve passaggio in acciaio per donare a questo Barbera l’aspetto di un vero Barbera. Brillante già nel calice. Questo per la merenda, dei piemontesi, va benissimo. Langhe Nebbiolo 2020. Sempre a Barolo e stesso affinamento della Barbera per un vino che rispetto a quest’ultimo è più pungente. D’altronde se si vuole addomesticare il Nebbiolo occorre aspettarlo. Ma si otterrebbe un Barolo. Convincente perché quasi un vino, nobile, da tutti i giorni. Dolcetto d’Alba 2022. Un mix di Barolo e La Morra che non può e non deve fare legno per preservare la peculiarità di un vino da bere subito e a tutto pasto. Gli odori di frutta fresca inebriano e invogliano a berlo. Vellutato in bocca pur mantenendo una bella freschezza. Occhio solo al finale che può essere leggermente amarognolo. Ma buono proprio per questo. Magari quelli da 100 punti ne bevi un bicchiere poi non so. Queste bottiglie si finiscono. Non sono baroli impegnativi Qui ritrovo tutta la filosofia piemontese. Quella che consente di sedersi intorno ad un tavolo a fare la merenda sinoira: mangiare un pò di salame e bere un bicchiere di vino. In compagnia. Oddio, un bicchiere proprio no. Magari qualcuno di più. Ma non nel calice. Proprio nel bicchiere. Aprire una bottiglia per finirla ma solo se sei in compagnia. Perché questa è la vera essenza del vino: bere in compagnia. In Piemonte si fa così. A Cascina Rocca si fa così. Il vino è fantastico, di grande livello, ma non lo si vuol dare a vedere. Non si vuol portare quello che è vino e condivisione ad un livello così alto da snaturarne l’essenza. In questo sta la forza di una famiglia. Anzi due. Mai come in questo caso, l’unione fa la forza. Ma solo grazie a intelligenza e lungimiranza.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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31 Maggio, 2024

Emiliano Fini. Semplicità ed umiltà

Non c’è vino senza ingegno La terra. Tutto nasce dalla terra. Tutto torna alla terra. Un ciclo chiuso. Un anello che si chiude da dove aveva iniziato.
Ognuno ha una sua origine. Ed è li che torna. Sempre e comunque. Non c’è nulla da fare. L’elemento dal quale si è nati, nel quale si è vissuta la fanciullezza, i primi passi, le prime esperienze. Li si torna. Prima o poi si torna.
Il mio probabilmente è il mare. Senza il mare, l’odore acre dello iodio, lo sciabordio delle onde, la sabbia sotto i piedi. Non saprei neanche il mio nome senza di questi elementi.
Per Emiliano, Emiliano Fini, è la terra. La terra acquistata da papà Anacleto che, figlio di contadini, aveva lasciato la sua origine per fare l’ingegnere. La terra. La terra. Come fai a rimanerne lontano. Non la deve solo coltivare. Non la deve usare come unico strumento di sopravvivenza. Ma perlomeno la deve avere. Per coltivarla. Per viverci.
Su quella terra Emiliano scorrazzava felice con la moto da trial. Guidava il trattore dello zio. Si divertiva. Era il mio giocattolone. Un giocattolone per un bambino. Un impegno per un adulto. Un rimanere attaccato a qualcosa per papà Anacleto. Dieci ettari, 7 dei quali vitati. Una casa. Quella per viverci anche continuando a fare la professione di ingegnere. Così papà Anacleto. Così Emiliano. Tale padre, tale figlio.
Papà Anacleto non poteva che conferirla l’uva. Difficile fare il contadino a tempo perso. Vanno bene i sogni ma poi la realtà è ben diversa. Mio nonno faceva vino. All’epoca si faceva in modo diverso. Era un alimento principalmente. Mio nonno era agricoltore. Mio padre Anacleto ingegnere anche lui con il pallino dell’azienda agricola. Nel 1988 abbiamo questo terreno nei pressi di Campoleone, nel comune di Aprilia, alla base dei castelli romani. Siamo per 200 metri nel comune di Aprilia. Terreni piroclastitici e pozzolana. Emiliano è ingegnere. Papà Anacleto è ingegnere. Lavorano insieme. Progettazione edilizia. Strutture.
Emiliano solo a vederlo ti fa una gran simpatia. Un sorriso innato, spontaneo e sornione che si espande su un viso dove non ci sono capelli a modificarne l’ovale. Lui sorride di felicità quando parla della sua avventura che è grande passione. Continua a sorridere quando versa il vino. Continua a sorridere quando parla di sua moglie Michela e dei suoi figli.
Capisci quanto un uomo possa essere completo con una famiglia, un lavoro e una passione. Che magari un giorno sarà anch’essa lavoro. Mi sono appassionato e avvicinato al mondo del vino perché partecipammo ad un corso, di quelli veloci da 8 lezioni con Marco Cum. Abbiamo iniziato ad andare in giro con lui nelle Langhe. Bellissimo. Siamo sempre andati da cantine di un certo livello. La mia prima cantina è stata Contermo, la seconda Mascarello Giuseppe. Mi sentivo raccontare….”Noi abbiamo il terreno vulcanico”. “Noi abbiamo l’influsso del mare”. “Qui c’era il mare”. Ma queste cose le abbiamo anche noi. Avevo sempre pensato che sì abbiamo una cantina, ma che non non avesse chissà quali potenzialità. Così è nel Lazio e così è sui colli Albani. In queste zone il vino si è sempre fatto. Per casa. Per venderlo sfuso o un tanto al kg, pardon, litro, agli osti di Roma, ai fraschette, alle taverne. Chi aveva ettari di viti, quelle che danno vino quant’abbondanza c’è, le vendeva alle cantine sociali o a quelle grandi. Tanto, di mettersi a produrre vini che nessuno avrebbe mai comprato in bottiglia, non era il caso. Terra di bianchi questa. Suoli di matrice vulcanica che si incontrano con quelle che erano le paludi. Fertili e minerali. Un giusto mix per avere vini sapidi e fini ma con poca la struttura. Anche perché di vitigni autoctoni, interessanti e identitari sì, ce ne sono pure, ma la loro fragilità o comunque la necessità di grandi produzioni, li hanno snaturati.
La Malvasia Puntinata ad esempio. Quella riconoscibile per la macchia sull’acino. Uva tanto meravigliosa quanto delicata. Così delicata che si preferiva sostituirla con quella di Candia. Tanto, sempre a litri doveva essere venduta.
O il Bellone, detto pure Cacchione. Vino in quantità ma solo se trattato come una uva di serie B.
Anche il Trebbiano qui trova le sue interpretazioni più popolari e di massa. Certo, nel Cannellino di Frascati ci stava pure bene ma vuoi mettere la differenza a chiamarlo Ugni Blanc o per fare l’Armagnac? Avevamo trovato qui, vecchie piante di Trebbiano toscano e Malvasia di Candia. Piante con circa 50 anni. C’erano 1.2 ettari di Merlot che serviva per la DOC Colli Albani. Nel 1992 piantammo 1.7 ettari di Chardonnay perché mamma insegnava francese e voleva qualcosa del genere. Dava pure ottima uva ma la mia intenzione è di non fare vini internazionali e infatti saranno i primi che salteranno. È nel 2017 che Emiliano si decide a vinificare. Timidamente, come è lui. Quasi in punta di piedi. Con timore reverenziale ma senza paura. Un timore dettato dall’essere completamente all’oscuro di tutte le pratiche vitivinicole. Nei campi ci aveva solo scorrazzato e il vino lo aveva visto fare. Certo, da ingegnere, e se sei ingegnere devi avere una certa predisposizione fin da piccolo, il perché delle cose te lo chiedi sempre. Ma farle….Beh farle è tutta un’altra storia. Iniziammo a frequentare Marco nel 2014 e nel 2017, proprio a casa di Marco mia moglie Michela mi dice “ma perché non imbottigliamo?” Ero un pò scettico perché avevamo già provato ad imbottigliare ma avevo dato delle uve bellissime ad una cantina sociale della zona e mi avevano ridato un vino di quelli con il punto interrogativo. Una usanza purtroppo abbastanza comune nella zona. Ci si mette poco a capire poi perché nessuno imbottigliava in queste zone. Marco mi presentò Damiano Ciolli con la moglie Letizia che è enologa. Sono venuti in azienda. Ho spiegato loro quello che volevo fare. Era giugno 2017. “Compra due serbatoi e li appoggiamo in cantina da me” così mi disse Damiano. Cotto e mangiato. compro due serbatoi e li porto ad Oleavano Romano in cantina. Il 2017 era stata una andata facile. Calda, con zero malattie. Mi dissero di raccogliere bene l’uva e di portare grappoli sani perché loro lavoravano solo uva sana. “O il vino viene male o devi ricorrere alla chimica ma noi non lo facciamo. Porta solo uve buone”. Porto allora solo uve perfette e loro mi dicono “Allora il vino è fatto”. Come è fatto? “Tre quarti della difficoltà sta nel portare le uve in cantina sane. Poi non devi sbagliare”. Loro il vino lo sano fa E quindi è cominciata così. Damiano Ciolli e la moglie Letizia sono quasi una istituzione in zona. Damiano è alla terza se non quarta generazione di viticoltori. Biodinamico manco a dirlo. Emiliano in ogni modo, ragionando da ingegnere e non da viticoltore, non riesce a capire come si possa fare il vino in maniera così facile. L’annata è stata buona e come inizio, gli è andata più che bene. Non credo si aspettasse qualcosa di così rapido e ben riuscito. Ha stupito in primis a me. Soprattutto la Malvasia che era un pò scorbutica. Aveva bisogno di tempo per esprimersi. Era pimpante, molto sapida. Mi piaceva. Per ignoranza mia mia, non ero molto ferrato sui vini del Lazio come Grechetto e Malvasia Puntinata. Una volta assaggiata ho detto “però però”. Piacevano a me per prima. Adesso sono un fan dei miei vini. Abbiamo continuato. Emiliano è un ingegnere che fa strutture ma soprattutto è un ingegnere ovvero uno di quelli che deve fare le cose da se, dall’inizio alla fine. Da Damiano e Letizia rimane giusto il tempo di farsi la cantina investendo oculatamente e riuscendo a prendere qualche finanziamento. Ci ho messo un pò di tempo per richiesta di finanziamento, bandi come ocm….prima che te li approvano. Nel 2022 ho prodotto 10.500 bottiglie. Nel 2023 mi sono abbastanza salvato anche se siamo in regime biologico. Siamo stati tempestivi anche se la perdita è stata del 30% di perdita. L’attenzione al biologico della famiglia Fini c’è sempre stata. Prima con i kiwi che in queste terre hanno rappresentato l’Eldorado, poi, senza soluzione di continuità, con la vigna. La terra è il giardino di casa dei miei dunque la trattiamo bene. Non abbiamo mai usato prodotti impattanti. Dagli anni 90 quando c’era la 2078 siamo stati in regime biologico. Per me è la stessa cosa. Nelle prime due annate non abbiamo usato lieviti selezionati. Poi abbiamo cominciato ad utilizzare accortezze in vigna e solo sovescio così sono partite con le fermentazioni spontanee. Dal 2022 l’azienda è certificata biologico. Ho scoperto, per ignoranza mia, che per mettere il marchio biologico deve essere certificata la cantina. Ho perso un anno così che dal 2023 anche le bottiglie recheranno il marchio. Lieviti naturali nell’ottica di fare un vino il più naturale possibile. Non per moda ma per giusta conclusione di un ciclo di grande attenzione in vigna. La maniera corretta di fare le cose per una piccola azienda che vuole rispettare la tradizione e i vitigni locali. La terza cantina che visitammo nelle Langhe fu Cavallotto. Faceva la lotta integrata in vigna da tanto tempo. Mi ha sempre affascinato la cosa ma avevo paura delle fermentazioni spontanee. Prima erano in pochi e ti davano del pazzo. Anche oggi mi danno del pazzo. Avevo un pò di timore ma Letizia mi confortava. Faccio vino naturale come conseguenza non come fine. Un lavoro che deve essere fatto bene dall’inizio alla fine. Il vino naturale deve essere buono ma senza difetti. Anche perché se ci sono i difetti, può far male più della chimica. Il pragmatismo di un ingegnere insieme all’amore e alla passione di una persona che ha ritrovato nella terra non una valvola di sfogo, ma quasi un elemento indispensabile della propria esistenza. Anche perché Emiliano è consapevole di avere altro che gli da da vivere. Non biasima chi agisce in maniera diversa. Lui sa che si può permettere di non vivere senza compromessi. Avevo pure comprato due libri di enologia ma ho rinunciato subito perché tutta chimica. Troppo complicato. Applico il rigore ingegneristico e ottengo uve sane. Cerco di capire il perché delle cose. Ecco l’Emiliano ingegnere. C’è poco da fare. Non ho mai trovato un ingegnere in grado di snaturare la sua essenza. Lui ascolta, impara. Poi agisce. Anche se per sua stessa ammissione c’è poco da fare in vigna e in cantina. Un pò dissacrando e smentendo coloro che usano la chimica per difendersi. È anche vero che qui i terreni sono particolarmente facili e le condizioni atmosferiche non sono mai proibitive. Come ingegnere sono progettista strutturale. Cemento armato, pratiche edilizie, consulenze, computi metrici. Mi porto da questo lavoro l’attenzione, la prevenzione e il saper di non poter sbagliare. In cantina faccio tutto perché Letizia e Damiano non vengono più. Seguo le loro indicazioni che popi sono quattro cose: rimontaggio per muovere le fecce e finche non puzzano le tieni li. Poi affinamento. La parte enologica è cosi semplice che non stiamo a fare cose strane. Solo nel 2018, annata fredda, abbiamo fatto con il Grechetto quello che facciamo con la Malvasia ovvero un contatto tra buccia e mosto dopo la diraspatura e prima della pressatura e fermentazione per prendere estratto dalle bucce. Nelle annate normali non lo puoi fare altrimenti sarebbe troppo amaro. Non facciamo niente di più. Insomma una vinificazione semplice. Poche cose con la voglia di capire il più possibile. Nel caso c’è sempre Letizia alla quale fare domande. Senza vergognarsi. Perché Emiliano si sente sempre un neofita. Ed è questa la sua vera forza. Semplicità ed umiltà. In vigna ho fatto il corso di potatura e mi piace molto. Sono un paio di anni che non riesco per mancanza di tempo. Ci tornerò quando i bambini cresceranno. C’è una lotta culturale con le persone che lavorano. Ti prendono per pazzo. Avevamo una fresa e gliela ho fatta buttare. C’è sempre stata la mentalità che il terreno non lavorato ovvero incolto non va bene ma è il contrario.
Non facciamo cultura intensiva ma inerbimento e sovescio e non abbiamo bisogno di concimare. Mamma Giorgia a dare una mano con il tempo inizia a farsi sentire. Papà Anacleto che a 79 anni continua a fare l’ingegnere anche se stufo di correre dietro la burocrazia. Sta più in azienda e gli piace più la parte amministrativa. In vigna non c’è mai stato anche perché mi dice che lui ha le sue idee date dal padre e non vuole andare in contrasto. Per i vini, Emiliano è un bianchista convinto. Convinzione che deriva anche dal pragmatismo di una persona che sa cosa si può ricavare dal suo territorio. Vocato ai bianchi autoctoni e impossibilitato a generare rossi importanti. Negli anni 90 avevamo piantato i kiwi. Nel 2006 abbiamo deciso di piantare vigna ma non c’era idea di vinificare. L’agronomo ci suggerì Malvasia Puntinata e Grechetto. Mi sono convinto che noi abbiamo cose importanti che nessun altro al mondo ha. Tra i miei vitigni ho scelto di fare quelli autoctoni. Ci piaceva il Grechetto anche logisticamente vicino alla Malvasia così che si poteva controllare meglio. Nella mia prima parte di approccio al vino erano solo vini rossi. I bianchi che mi facevano impazzire erano pochi. l rossi qui verrebbero poco strutturati e poi lo fanno bene poco lontano da qui. Le espressioni di rossi locali mi hanno fatto strappare i capelli che non ho. Due le etichette, di bianchi ovviamente, prodotte. Cleto, dedicato a papà Anacleto per il Grechetto, Lavente perla Malvasia. Due vini identitari, pieni e caldi. Minerali e goduriosi. Non tante bottiglie perché Emiliano non vuole crescere tanto. Arrivare alle 25.000 bottiglie prima, 40.000 poi. Da ingegnere capisce che questi sono i potenziali della terra e della cantina. Perché rinunciarci? Perché non puntarci? Mi è capitato di bere dei vini importanti come il Don Chisciotte di Zampaglione e mi è piaciuto. Mi piacerebbe fare con il Trebbiano un vino macerato. Non perché vanno di moda ma ne ho visto le potenzialità. Lavente è la Malvasia, Puntinata. Non quella di Candia. L’ho aperto e ne ho apprezzato il colore semplice come quello del sole la mattina, la trasparenza di un mare cristallino (ma quello del Lazio dove la sabbia restituisce colori chiaro/scuri). Sentori anch’essi semplici ma rotondi ed avvolgenti. La pesca, i frutti tropicali, i fiori di camomilla, il biancospino. Pochi ma buoni si direbbe. Sentori che diventano caldi abbracci roteando il calice. Avviluppanti, morbidi, suadenti. Sentori che si completano con elementi di freschezza: agrumi, salvia, mentuccia, maggiorana e iodio a bilanciare perfettamente quella morbidezza.
Quando il vino arriva in bocca, la sensazione di piacere continua. Un liquido fresco e morbido, caldo e sapido che ammalia e stupisce. Una insolita nota di sottofondo attrae l’attenzione. Non è immediatamente comprensibile così da obbligarti ad un nuovo sorso. Poi la si mette a fuoco e appare una mela cotogna che diventa cotta così che il sorso diventa ampio e avvolgente per poi diventare verticale. Non puoi fare a meno di berlo ancora perché la sensazione di grazie della bocca è un richiamo irrinunciabile. Alla fine rimane il gusto impresso per molto tempo. Ma ne necessiti comunque ancora Cleto, papà Anacleto. Un Grechetto che sa di Grechetto ma con una inesorabile marcia in più. Sarà perché quando lo porto al naso, pur riconoscendo il Grechetto (quello buono e ben fatto) vengo stregato da sentori che non mi fanno bere subito. Anche se vorrei. Tanti fiori miscelati alla frutta. Sensazioni che inebriano per via degli agrumi mischiati alla pesca e alla banana ma rinfrescati dalla menta. Sembra un cocktail inusuale. La cera d’api che sa di ambrato spiazza. La salinità quasi salmastra adesso si unisce a mela e pera, al frutto tropicale e alle erbette di campo generando un non so che di piacevole. Ho la sensazione di essere un’ape che svolazza nei campi.
Il sorso è da vero Grechetto. Non banale. Non scontato. Deciso, fresco, armonico, bilanciato. Un calore percepito bene e una sapidità che lascia armoniosamente inalterati tutti i sapori. Morbidezze e durezze si uniscono donando alla bocca una incredibile piacevolezza. Non fruttato, non civettuolo. Persistenza anche lunga. Potrei berlo anche da solo ma in un aperitivo sono certo che conquisterà. La progettualità è tutta nella mente di Emiliano. Aumentare le quantità con il Grechetto e la Malvasia. Espiantare lo Chardonnay. Sfruttare a pieno la cantina. Anche se lui dice che per ora non è un piano, nella mente di un ingegnere c’è sempre un piano. La mia progettualità non è ampia e io sono soddisfatto di quello che faccio. Mio suocero i primi tempi diceva: “c’hai la azienda agricola ad Aprila…li fanno i vinacci schifosi. C’hanno le uve schifose”. Adesso si sta ricredendo. Queste sono le piccole soddisfazione che mi piacciono. Sono soddisfatto già cosi. Ride Emiliano. Ride di gusto. Di quella felicità che immagino avesse quando a 11 anni scorrazzava per le terre di papà Anacleto. Il giardino di casa. La felicità di un ritorno alla terra che forse ancora non ha percepito in pieno. Ma sta montando. Piano piano. Ha solo bisogno di un pò di convinzione in più. Di qualche riconoscimento o di qualcuno che gli dica che sta facendo veramente bene. Emiliano, un puro e un entusiasta. Una persona che crede nel suo lavoro. Pragmatico. Solare. Vuol dar lustro alla sua terra. Con semplicità. Senza artefazioni. Come i suoi vini, meravigliose espressioni del territorio. Vai Emiliano, vai!
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24 Maggio, 2024

Castello di Razzano. Il fascino nel Monferrato

La Gioconda di Leonardo è custodita al Louvre di Parigi. È in una grandissima sala, protetta dietro una spessa teca di vetro. Per vederla occorre fare la fila. Piccolo è il quadro, grande la ressa.  Un quadro meraviglioso, un capolavoro senza tempo. Il sorriso di Monna Lisa è enigmatico (avete mai provato a dividere in due il quadro e ad osservare solo il lato destro o sinistro?). Lo sguardo ti segue da qualunque angolazione guardi il dipinto. I colori non sono vivi ma attraggono. Un quadro nel quale Leonardo ha posto attenzione maniacale. Insomma, una opera che merita senz’altro di essere vista e studiata. Eppure, una visita al Louvre non può e non deve essere rivolta solo a questa opera. Ve ne sono di stupende, a partire da quello posto nella medesima sala: Le nozze di Cana di Paolo Caliari detto il Veronese. Quando si parla di Piemonte del vino, si parla di Langhe, meraviglioso e unico territorio con sua Maestà il Barolo a dominare la scena. Un territorio così esclusivo che rischia di mettere in ombra le altre perle della regione. Come ad esempio il Monferrato, un incredibile territorio incastonato nelle province di Asti ed Alessandria, dal nord del Pò fino quasi a ridosso dell’Appennino ligure.  Dolci colline, vigneti, borghi, castelli che, al pari delle Langhe, sono Patrimonio dell’Unesco. Alfiano Natta è un piccolo (poco meno di 700 abitanti) paese dell’Monferrato Casalese. Ancorché faccia parte della provincia di Alessandria è più vicino ad Asti. Siamo nell’Alto Monferrato dove Grignolino, Barbera, Dolcetto, Arneis, Ruchè, Freisa, Bonarda, Cortese sono solo alcuni dei vini che si producono. Un aereale molto vasto che gode di 4 DOCG (Barbera d’Asti, Ruchè di Castagnole Monferrato, Nizza, Terre d’Alfieri) e 9 DOC. La Barbera è trainante per tutti gli altri vini di queste zone. Un vitigno e un vino che caratterizza il Piemonte ancor prima del Nebbiolo. Il vino della gente, fresco e versatile.  Qui si respira il vero Piemonte che fonde l’aristocrazia con il lavoro dei contadini, l’austerità Sabauda dei militari con la voglia delle persone del luogo, mai esuberante, di godersi la vita. Il vino al centro di una cultura fondata sul connubio cibo-vino. È il vero Piemonte, non artefatto dalla necessità di mutarsi per piacere a qualcuno. Un pò chiuso tra le colline e fuori, ancora per poco, dalle rotte dei turisti e degli eno turisti. Ernesto Olearo, agli inizi del secolo scorso, investe nelle terre e nella cantina per produrre vino. Piccole dimensioni, quasi ad uso familiare. Poco vino prodotto nella Tenuta Cà di Corte ovvero Casa Vinicola Olearo. Con Ernesto e la moglie Clementina Razzano, inizia l’avventura enoica di una famiglia. La nostra è una azienda familiare alla quarta generazione di produttori di vino. Adesso siamo due fratelli. Io mi occupo più della parte amministrativa e ospitalità. Federico della vinificazione e della produzione in quanto enologo. Incontro Riccardo Olearo che con suo fratello Federico, dal 2006 costituiscono la quarta generazione degli Olearo.  Dopo Ernesto arriva Eugenio a fare crescere l’azienda.  Mio nonno era un grande commerciante che comprava partite di uva e vino da tutta italia vendendoli sfusi o in damigiane. Nonno Genio. Un diminutivo certo ma anche un appellativo. Negli anni del boom economico non sta fermo. È lungimirante. Vede lontano. Sa che quello è un momento di grande espansione. Occorre solo capire dove andare senza aver paura dei soldi. Tanto ci sono le banche. Un giorno andò in banca. Non aveva grandi disponibilità economiche. Va dal direttore e gli chiede: di quanto è il conto oggi? Siamo (sparo una cifra a caso) ad un miliardo e mezzo in passivo. Lui rispose: Allora abbiamo troppi soldi. Dobbiamo spenderli. Era un carro armato. Doveva vedere cisterne piene in cantina. Grandi persone queste. Grandi imprenditori dotati di quel fiuto che una volta trovavi in persone con il sacro fuoco che ardeva dentro. Volevano emergere. Certo, il business andava bene ma gli investimenti, quelli giusti, erano altra cosa. Riuscire a vedere l’evoluzione che verrà, è per pochi. Eletti, dotati, scaltri, intraprendenti. Ce ne fossero ancora oggi. Poche volte capita che ad un grande padre succeda un grande figlio. Forse gli Olearo sono fortunati o bravi nel trasmettere il dna giusto. Fatto sta che ad Eugenio succede Augusto che da enologo modifica completamente (e ci vuole coraggio con un padre come Eugenio!) la filosofia aziendale iniziando a produrre, in proprio, il vino. Acquisisce nuove terre piantando nuovi vigneti fino a raggiungere gli attuali 30 ettari. Da commercianti a produttori. Un passo non proprio breve e facile ma utile per costituire l’azienda attuale Castello di Razzano. Nel 2006 entriamo in azienda io e mio fratello portando avanti la filosofia di papà attualizzandola. Oltre alla parte di cantina infatti abbiamo aggiunto la parte di ospitalità. La cantina è suddivisa in tre diverse Tenute. Quella principale, il Castello di Razzano, è stata adibita a ospitalità con 13 camere e ristorazione. Oltre alla cantina dove facciamo l’invecchiamento dei vini. La nostra rimane una piccola attività familiare e non puntiamo ad ingrandirci tanto. Si cerca di curare sempre più il prodotto e la sua qualità. Non vogliamo ampliare vigneti e produzione. Il nostro mercato è, per scelta, a clienti privati. Cerchiamo di andare a dare il nostro vino direttamente a cliente finale. Produciamo vino e olio extra vergine. Questo è nato un pò per follia e passione. Alla fine degli anni 90 papà ha piantato gli olivi e oggi abbiamo circa 1200 piante in produzione, 300 che entreranno in produzione nei prossimi anni. Abbiamo installato un frantoio in azienda. Facciamo tutto internamente noi.   Mi sa che pure con Riccardo e Federico gli Olearo sono riusciti a trasmettere il dna giusto…. Al Castello di Razzano si respira un’aria aristocratica. Un Castello, una tenuta di charme del 1600 acquistata dal Genio nel 1969 dalla famiglia Caligaris.  La tenuta è una casa forte con una torre. Mio nonno aveva acquistato la tenuta dall’avvocato Valentino Caligaris, avvocato della Repubblica Italiana. Una famiglia molto importante. Era la tenuta di campagna della famiglia e veniva usata da loro in estate. Fino alla Seconda Guerra Mondiale quando la famiglia si rifugiò qui per evitare le rappresaglie del Duce che aveva chiesto a Valentino Caligaris di occuparsi della Repubblica di Salò. Altre due tenute costituiscono l’azienda. Cà di Corte, quella di nonno Ernesto, dove si vinifica; Campasso per stoccaggio e affinamento delle bollicine metodo classico. Tutte nel comune di Alfiano Natta con i vigneti intorno. Riccardo e Federico contribuiscono ad un ulteriore, saggio, passo per l’azienda: arrivare a vendere quasi il 70% delle 100.000 bottiglie prodotte, direttamente in cantina.  Papà lavorava con distributori e vendita al dettaglio. Noi abbiamo stravolto il concetto portando il consumatore in azienda. Degustazioni e visite in cantina così che di ogni bottiglia possa esserne narrata la storia.  Qui in effetti si respira la storia del nostro paese e di una famiglia. Non è un racconto però. Non c’è un disco che parla o una persona che recita la sua poesia, fa il suo compitino. Qui c’è una famiglia che si racconta. Ci mette non solo la faccia ma anche la propria anima.  La nostra è una famiglia e il rapporto con il cliente è quasi a livello familiare. C’è un rapporto umano. Una scelta ponderata.  L’ospitalità qui è sacra. Il vino, il cibo, i luoghi. Dietro ogni cosa, dietro una etichetta, ci sono delle persone. Una identità,  una storia. Quello che c’è qui, c’è per passione e amore. Ci siamo nati. Ci viviamo. Vogliamo continuare a stare qui. I miei genitori non ci hanno mai ne chiesto ne imposto di rimanere in azienda. È stato naturale. Hanno visto in noi una passione che c’era già da bambini. A quattro anni andavo insieme ai cantinieri ad imbottigliare. Per me questo mondo è quello che voglio fare. Non immagino di poter fare altro.  Non c’è solo un enologo qui. Ce ne sono due: papà Augusto e Federico. Non so dire se sia una fortuna o una sfortuna (per le eventuali liti!) ma a giudicare dai vini, è una fortuna. Il confronto serve!  Tante etichette per andare incontro alle varie esigenze del mercato. Non può mancare la Barbera nelle versioni Barbera d’Asti e Barbera d’Asti Superiore. La Barbera è quella che vogliono i nostri clienti. Un gusto che incontra quelli di tanti. È in cinque tipologie proprio per andare ad accontentare gusti diversi. Acciaio, botte di rovere da venti ettolitri, affinamento in barrique di diversa tostatura e passaggio con altre tre versioni.  Nella prima versione, La Leona, è la Barbera che più Barbera non si può. Classicamente fresca, fruttata, di pronta beva. Ovviamente vinificata in acciaio. Quattro le versioni Superiore. Campasso (riposa 3 anni in botti di rovere da 20 ettolitri). Mantiene la freschezza della Barbera con un pizzico di complessità e rotondità in più. I sentori infatti parlano di una Barbera pronta e immediata: una frutta non ancora matura, una intensa parte floreale che si esalta per il meraviglioso bouquet di fiori rossi freschi. Il passaggio in botte ha riesco evidenti ma non eccessive le spezie e le tostature: tabacco e cacao si sentono senza stressare. Così come la vaniglia, il pepe e la cannella. Infine la nota di goudron. Ne deriva un naso interessante senza esser particolarmente complesso.
Il sorso è caldo per via dei 15 gradi. La meraviglia sono i tannini non aggressivi ancorché vivi e presenti e tali da rendere il vino determinato e fresco. Un perfetto bilanciamento per una chiusura di bocca anch’essa perfetta. È davvero meraviglioso come chiude la bocca e come la persistenza, non particolarmente lunga renda questo vino decisamente bevibile. Il retrogusto piacevolmente fruttato, ma di frutta fresca nella quale la vaniglia viene fuori insieme al sapore che mi ricorda l’odore di goudron, fanno di questo vino una vera, piacevole, scoperta (ho assaggiato la versione 2020). Beneficio. L’uso di barrique a diversa tostatura e passaggio consentono l’ingresso, non aggressivo e non invasivo, di spezie e note fruttate più mature. 15 mesi vanno bene. Eugenea ha sempre 15 mesi di barrique ma, in questo caso, tostature, spezie e rotondità, sono più evidenti.  Valentino Caligaris infine è il vino con il maggior corpo e la maggior presenza di spezie. Le barrique nuove qui fanno il loro egregio lavoro per una alta espressione della Barbera. La frutta al naso è matura. Nera e matura. Ciliegia e mora spiccano insieme ad una nota erbacea che impreziosisce il naso. Sembra di essere in un rovo di more! Parecchie le note speziate e di tostature. Spezie di cardamomo, vaniglia, noce moscata, pepe, liquirizia. Le tostature del tabacco, del cacao, del pellame. Roteando il bicchiere è come se quel cespuglio fosse stato reciso per sigillarlo nella ceralacca di un sacchetto di gomma. Siamo ad una bella complessità con il plus dell’etereo.
Il sorso non si può che definirlo meraviglioso, ricco, pieno. Una Barbera perfettamente bilanciata che pur mantenendo la freschezza ammalia per morbidezza e avvolgenza così che la bocca rimane in un vero stato di grazia. C’è una sorta di marmellata di visciole che riempie e aggrazia pur essendo decisa. I tannini sono eleganti tanto da danzare silenziosi in bocca. Uno dei migliori Barbera io abbia mai bevuto che vorrei bere ancora tra qualche anno per capirne l’evoluzione (ho assaggiato il 2017) Due le interpretazioni di Nebbiolo. Serra del bosco, Monferrato Nebbiolo DOC. Solo acciaio per un vino fresco ed equilibrato ancorché quasi vegetale sul finale.  Nero di Razzano, il Monferrato Nebbiolo Superiore DOC. Tre anni di barrique per un vino decisamente interessante. Uno di quei vini che si ricordano. Devo dire che difficilmente si trovano vini da Nebbiolo che escono fuori dal canone tradizionale che sa di austerità. Austero come solo un Barolo, il Re del Piemonte (forse d’Italia) può essere. In questo (versione 2020), ho trovato un vino leggiadro ancorché corposo dotato di pienezza e delizia. Mi ha entusiasmato già dal colore granata e dai sentori a matrice floreale e di frutta secca (datteri e fichi). Il resto della frutta appare polposa, ricca, piena. La cannella e la vaniglia sono insoliti per un Nebbiolo. Qui invece ammorbidiscono, ammaliano, stuzzicano. Così come la cioccolata, intensa, morbida e la liquirizia. Affascinante il goudron che è il filrouge dei vini rossi del Castello.
Anche in bocca è evidente la nota di continuità con gli altri vini. Tannini levigati, eleganti morbidi. I 15 gradi nona i fanno sentire per il grado alcolico quanto per la morbidezza. Il bilanciamento si muove protendendo verso le morbidezze Molto lunga la persistenza e la chiusura di bocca, impreziosita dalla frutta che si unisce a vaniglia e cannella, chiude in una sorta di stato di grazia. Avvolgente, ammaliante quasi civettuolo tanto che potrei berlo anche con un dolce. Da ribere tra qualche anno per vedere quanto si è ammorbidito ancora (ho assaggiato il 2020). Poi il Ruchè DOCG Ruckè, bellissima interpretazione di un vino che amo. Pieno, ricco, unico. Mi ha intrigato. Mi ha stupito. Senza se e senza ma. Abbiamo del Merlot in purezza e un taglio bordolese. Di famiglia siamo molto appassionati di merlot e taglio bordolese. Li abbiamo fatti più per noi anche se poi sono molto richieste. Il taglio bordolese è il Pian dei Tigli (blend di Cabernet, Croatina e Merlot) con 5 anni di affinamento in barrique; Cuntrà, Merlot 100% con tre anni di barrique.    Da sette otto anni produciamo spumante metodo classico. Era molto richiesto. Continuano a chiamarlo prosecco gli stranieri. È una battaglia persa. Due metodo classico da Pinot Nero in purezza con 12 mesi sui lieviti: Lunadoro rosè, rosato; Lunadoro blanc de noir. Poi Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi sui lievi per Privilegio. Infine i bianchi. Sanspirit, Sauvignon blanc affinato in acciaio. Semplice e deciso.  Costa del Sole, Chardonnay. Preciso, uno Chardonnay che fa il suo mestiere. Desiderio, la versione francese del Sauvignon realizzato con affinamento in legno di acacia per 8 mesi. Sa di miele di acacia! Non poteva mancare un rosato, Bellaria, da Pinot Nero. Semplice, razionale, giusto. Colpisce il vedere così tanti vini con etichette tutte diverse. Non ce ne è una uguale! Le etichette sono diverse una dall’altra. Fa parte un pò della vecchia generazione. Mio papà ha fatto le etichette che sono dei quadri di un artista locale. Giancarlo Ferraris. Ha disegnato etichette anche per altri produttori. È un discorso che stiamo affrontando. Sotto un punto di vista commerciale sappiamo che è una strategia sbagliata.  Un artista del territorio che offre la sua arte alle etichette del vino. Per una azienda che vende gran parte delle propri bottiglie ai visitatori, ci sta. Ci starebbe meno per la distribuzione. Riccardo e Federico lo sanno. Così come sanno che sarà dura far retrocedere papà Augusto. Ma non dubito che è solo questione di tempo. Nemmeno poi così tanto.  In fondo, siamo alla quarta generazione e di cose ne sono cambiate in questi oltre cento anni di vita dell’azienda. Cambierà pure questa. Con il giusto tempo piemontese. La giusta calma piemontese. La giusta austerità piemontese.  Nonno Genio avrebbe voluto vedere i numeri, le quantità, il dinamismo. Forse andava bene per quei tempi, non per oggi. Chissà, forse vedendo questa realtà come è diventata oggi, storcerebbe il naso per poi però meravigliarsi subito dopo per il fascino che il Castello di Razzano oggi ha acquisito. Che prima non aveva.  Fascino in cambio di volume. La scelta giusta per contribuire allo sviluppo di uno straordinario territorio. La scelta che fa del Castello di Razzano un punto di riferimento per il Monferrato.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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17 Maggio, 2024

Terre Antiche. Il Cesanese si distingue

Eravamo quattro amici al bar
Che volevano cambiare il mondo
Destinati a qualche cosa in più
Che a una donna ed un impiego in banca
Si parlava con profondità 
Di anarchia e di libertà
Tra un bicchier di coca ed un caffè
Tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò Nella canzone di Gino Paoli, gli amici erano quattro e bevevano coca e caffè. Qui di amici ne abbiamo tre. Non so se sono al bar ma di certo non bevono coca e caffè, ma vino. Un vino che ha radici nel passato, probabilmente nell’antica Roma: il Cesanese.  Poco lontano da Roma, il comune di Affile, divenne colonia romana già del 133 a. C. Qui c’erano e ci sono ancora dei boschi che vennero tagliati proprio per far posto alla colonia. Cesanese infatti deriva da Caesae, il luogo dagli alberi tagliati.  Il Cesanese nacque qui e qui, nell’areale che comprende i comuni di Piglio, Acuto, Anagni, Paliano e Serrone si produce il Cesanese del Piglio DOCG. Affile invece è a capo del Cesanese di Affile DOC. Due denominazioni per due biotipo di uve.  In ogni caso il Cesanese è vitigno difficile. Pieno, ruvido e poco domabile ha avuto vicende alterne per poi diventare finalmente protagonista nel Lazio e non solo.  Anche il Marchese Onofrio del Grillo, o meglio Gasperino il carbonaro ne facevano grande uso. Gasperino: “….aspetta ‘n pò prima de fa fagotto dimme ‘na cosa, ma quel vinello che se semo bevuti oggi a tavola, ma che o famo noi?”
Amministratore: “Si Signore, viene dalla vigna del mascherone!”
Gasperino: “Si, e quanto ce ne avemo?”
Amministratore: “Parecchie botti….di quello nuovo, più quello vecchio imbottigliato!”
Gasperino: “ Si indove statto tutte ‘ste botti e ‘ste bottije, oltre a casa tua?
Amministratore: “Giù in cantina!”
Gasperino: “E allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo. Brutto ladro.” Torniamo a noi altrimenti mi perdo. Tonino, Michele, Ambrogio. Il vino lo bevono. Come tutti in queste zone e ci mancherebbe altro. Mica solo il Cesanese. Anche la Passerina che è tipica del frusinate. Lo bevono certo ma non lo producono. Anche perché fanno altro. Tonino ha una azienda che si occupa di materie plastiche; Ambrogio, una azienda di movimento terra; Michele fa il commercialista (anche per le aziende degli amici). La passione per il vino li accomuna e tra un bicchiere e l’altro è Tonino a proporre di costituire una azienda. Ambrogio e Michele si accodano. Pazzi? Visionari? Incoscienti? Romantici? Ah beh questo non lo sapremo mai. È il 2017 quando decidono di acquistare quattro ettari. Non quattro qualsiasi ma quattro ettari con piante di Cesanese vecchie di sessanta anni nella DOCG. L’anzianità delle vigne ma anche la storia di questi territori conduce immediatamente al nome dell’azienda: Terre Antiche. Le vigne sono proprio sulla Strada del Cesanese, a Colle di Grano e Gricciano. La cantina ad Acuto. Tonino è quello dinamico. Una mina vagante. Proviamo. Facciamo. Se propone qualcosa io mi ci accodo. Michele è il preciso dell’azienda. Ambrogio è tutto fare. Se serve qualcosa lui la trova. La follia si sa è una cosa meravigliosa. Specialmente se sana. La sana follia è quella che ti fa fare cose apparentemente insensate ma con un contenuto estremamente intelligente.  Il terzetto sa bene che produrre Cesanese DOCG come tutti gli altri produttori non avrebbe senso. Occorre essere diversi e proporre un prodotto diverso. Anzitutto sano. Non fosse altro perché i primi clienti sono proprio loro. Ecco allora che scelgono di partire in regime biodinamico. Non sapendone molto, si affidano ad una persona che è quasi un guru per il biodinamico nel Lazio (e non solo): Michele Lorenzetti.  La gestione agronomica ed enologica è affidata a lui mentre i lavori in vigna a Gianni. Tuttofare dell’azienda.  La filosofia era un vino naturale. Michele Lorenzetti è l’enologo e agronomo. Ci siamo indirizzati bene. C’è dall’inizio. Dalla prima potatura. Una scelta intelligente. In vigna abbiamo una persona fissa tutto l’anno. La scelta della biodinamica si unisce a quella della vinificazione in anfora. Insolita per Cesanese e Passerina (i due vitigni tipici di queste zone). La necessità comunque di un passaggio in botte per domare il Cesanese comporta una ulteriore scelta di distinzione. Non botti piccole, non rovere. Botti da mille litri in legno di castagno così da non avere grande invasione del legno e quand’anche ci fosse, limitata, che sia di legno locale. La prima vendemmia nel 2019, quattro ettari diventano cinque e Giorgio (con il quale parlo) viene cooptato in azienda per occuparsi della parte marketing e commerciale.  Proprio la prima vendemmia fornisce segnali incoraggianti. Eufonia, uno dei vini rappresentativo dell’azienda conquista alla prima uscita i cinque grappoli Bibenda (2019). Come a dire che se il buongiorno si vede dal mattino, i tre hanno fatto un buon lavoro! L’idea alla base era il Cesanese DOCG. Volevamo fare un cesanese diverso. Siamo in regime biodinamico. Ad impatto zero. Abbiamo anche i pannelli solari sulla cantina. È nata proprio cosi per fare un Cesanese diverso. Un Cesanese classico sarebbe stato un Cesanese tra i tanti. Anche l’affinamento in elementi naturali era per fare un prodotto diverso. Cinque le etichette proposte. La Forma, dal nome della zona ove sono i vigneti, è il bianco da Passerina. Un bianco che grazie alla fermentazione  ’affinamento in anfore di terracotta si configura come una Passerina decisamente unica. Rimane semplice e deciso ma con una persistenza che si allunga decisamente. Insolito.
Insolito anche per un colore al limite del dorato e una limpidezza che va apprezzata cosi come è vista la mancata filtrazione. Sentori vinosi di frutta tropicale, di mandarancio e banana, di pesca bianca e di tanti fiori gialli, di melissa e camomilla. Insolito per quella vena di balsamico che fa capolino. Un insolito che riempie pastosamente il naso. Non so se si può dire pastosità olfattiva, ma è ciò che definisce meglio questo vino.
In bocca mi sa di un vino vero, di quelli di una volta che non avevano artefazioni. Niente lieviti inoculati, niente uso di diserbanti, solo anfora. Insomma ci vuole arte. Qui c’è tutta e la bocca restituisce il singolo chicco di uva. La sensazione è proprio quella di avere in bocca gli acini. Se ne estrae il succo. Se ne sente la compattezza. Se ne inala il retrogusto. Una bella freschezza, secco, non particolarmente caldo, splendidamente sapido. La bocca chiude in maniera eccellente e la voglia è di berlo ancora anche per via di una persistenza non elevata e un bilanciamento perfetto. Facile beva, piacevolmente insolita. Finirei la bottiglia. Rubino, Cesanese del Piglio DOCG. Prende il nome dal colore della prima svinatura. Fermentazione in anfora con un 20% di grappoli interi e affinamento in botte, anfora e acciaio. Ne deriva un interessante Cesanese di medio corpo. Elegante direi grazie a note essenziali di frutta e fiori. Si beve bene ma sempre accompagnato come vuole il Cesanese. Poderoso Eufonia, Cesanese del Piglio DOCG. Fermentazione in anfora con le bucce e affinamento sempre in anfora. Nessuna chiarifica senza che il colore ne risenta. Il nome pare derivi dalla esclamazione di una persona che durante la prima degustazione disse che il gusto ricordava il rumore della vigna. In effetti mi da questa sensazione. Sentori non particolarmente complessi ma decisi e precisi: frutta ancora non matura (arancia sanguinella, melograno, fragoline di bosco); erbacei, fiori rossi non sbocciati. Il sorso poderoso ed equilibrato. Bello fresco, non particolarmente caldo e una sapidità che piano piano arriva. Tannino deciso e importante. Come un Cesanese vuole. Bellissimo e riuscitissimo bilanciamento. Persistenza non particolarmente lunga con finale che si arricchisce con un tocco di vegetale tale da renderlo particolarissimo. Insomma un vino che si ricorda e che merita un giusto accompagnamento con una pasta al ragù o una bistecca alla brace. Un vino vero, bello, non artefatto. Monumento, Cesanese del Piglio DOCG, a voler essere l’opera monumentale dell’azienda. È il cru che deriva dalla vigna Colle di Grano. Fermentazione in acciaio e affinamento in botte di castagno per 10 mesi ai quali fanno seguito 12 in bottiglia. Un vino elegante che aumenta complessità rispetto ai precedenti. Tannino bello deciso. Un vino che può continuare ad affinare in bottiglia per donare sensazioni anche nel futuro. Di prospettiva. Mi è piaciuto per le note che sanno di profondità. C’è alloro e balsamico. C’è foglia di pomodoro e cioccolato. C’è tabacco Kentucky e castagno (quasi marron glacé). Mi è piaciuto per la ricca trama tannica presente e rilevante con la persistenza quasi lunga. La sua sapidità, il buon bilanciamento e il corpo, non opulento, non stressante. Il finale con la assoluta non banalità che ricorda le ciliegie sotto spirito di nonna con quel lievissimo, impercettibile ma preziosissimo amarognolo. Anche questo, un vino che si ricorda! Infine, l’ultimo arrivato, il rosato da Cesanese R(osè). Vendemmi tardiva e vinificato in anfore di terracotta. Decisamente insolito e unico nel suo genere. Uno di quei vini che accompagnano le estati esaltandole per la sua freschezza e semplicità ma anche per la capacità di accompagnare tanti piatti. Convincente.  Io mi occupo della parte commerciale e marketing. Lavoro nell’altra azienda di Tonino. A me piace questo mondo. Le vinificazioni sono fatte tutte con contenitori del territorio. Anfore di terracotta non smaltate, botti non in rovere perché non ci appartiene. Castagno da 1000 litri perché del territorio. Vino avvicinato al territorio. Ambrogio si occupa della parte agricola. Con l’azienda di movimento terra ha i trattori dunque per la manutenzione della vigna se ne occupa lui. Michele della parte amministrativa e commerciale. Tonino commerciale. Eventi, agenti, distributori. Quasi tutti i giorni sono presenti. 15 mila le bottiglie prodotte con un obiettivo di massimo 20 mila. Il distretto è piccolo e non si può ne si deve crescere troppo. Oltretutto la scelta di fare un vino il più naturale possibile fa si che ci voglia tempo e dedizione. L’aumento dei numeri vorrebbe dire dover rinunciare al loro primo lavoro cosa questa al momento, impossibile. Bello che rimanga una passione e un business che deve crescere.  È una passione. Un business fino ad una certa perché se lo dovessimo fare per le entrate no. Io essendo poco che sono qui, da luglio, sono il jolly. Mi sento parte del progetto. Mi coinvolgono in tutto e mi fanno divertire. Quello che c’è ed ho visto, funziona tutto. Il vino piace e i feedback sono positivi. In cantina tutto funziona. C’è Gianni che fa tutto. Sulla parte commerciale stiamo crescendo. Non vogliamo crescere troppo. Facciamo un vino che beviamo tutti i giorni. Visto che nella canzone di Gino Paoli, ne rimane solo uno, l’augurio che mi faccio e che faccio a tutta la banda di Terre Antiche, è di continuare a stare insieme. Per business e per diletto ma, sopratutto, per non privarci dei loro vini poiché danno del Cesanese una interpretazione che sarebbe certamente piaciuta a Gasperino il carbonaro. Oltre che a me. Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma che fai Aho!? e lassame perde, porca mignotta, devo finì er Genzanese del ’91…”
Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma chi sei Aho! Io so’ il Marchese, il padrone de tutte e botti! me le scolo! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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10 Maggio, 2024

Tenuta Cavalier Pepe. Milena, la grazia, la forza

Conoscete la differenza tra slavina e valanga?
In realtà non c’è perché, tecnicamente parlando, sono la stessa cosa. Si tratta sempre di una massa di neve o ghiaccio che si distacca e precipita fino a valle. Aldilà infatti se la massa sia grande o piccola, se si ingrossa o meno durante la caduta, il risultato è sempre abbastanza disastroso a causa della velocità con la quale si muove la massa e il dislivello che affronta.
Quando incontro Milena Pepe dell’azienda Tenuta Cavalier Pepe, ho l’impressione, già dopo poche parole, di essere dinanzi ad una valanga che ancora non ha terminato la sua corsa. Milena può sembrare, all’apparenza, una donna fragile. La pelle bianca, i capelli biondi, il viso sorridente, la sua parlata con tipico accento francese mista al dialetto irpino. Una fisionomia che oltre a farla sembrare fragile non la connotano propriamente come una donna irpina. Però da quasi venti anni lei vive qui, a Luogosano, un piccolo paesino con poco più di 1100 anime in quel meraviglioso angolo di Irpinia patria di grandi vitigni e grandi vini (Greco, Fiano, Aglianico). Raccontare la vita di Milena sarebbe forse banale. Lei è donna di marketing del vino formata in Belgio, Olanda e Francia. Sa come si produce il vino e soprattutto sa come si vende. Sa coccolare i clienti e farsi amare da loro. Sa l’importanza del consociativismo e di quanto sia importante valorizzare un territorio. Sa come muoversi sui mercati internazionali. Sa quanto sia importante far conoscere il proprio brand. Lei sa e soprattutto fa. Fa tanto. La trovi ovunque ci sia una fiera nazionale o internazionale del vino. Tanti articoli parlano di lei e della sua storia. Tanti blogger parlano dei suoi vini.
Ecco, in questo articolo ho scelto di non parlare di questo ma di una donna che da sola sta affrontando qualcosa di grande. Forse di anche più grande di lei. Ma lo fa con una tale grazia e una sorprendente forza vitale, difficilmente trovabile in una persona, che tutto sembra facile. Apparentemente. Milena arriva in Irpina nel 2005. Come una valanga. Dopo aver finito i suoi studi. C’è bisogno di una di famiglia che si prenda cura dell’azienda. Lei è la maggiore e tocca a lei.
23 ettari di vigna acquistati dal papà, il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe, per investire nella sua terra di origine. Lui che dall’Irpinia se ne era andato trenta anni prima alla volta del Belgio dove aveva aperto ristoranti crescendo piano piano come imprenditore. Sembra una storia semplice. Cosa c’è di più bello che ricevere le “chiavi” di una impresa e poter mettere a frutto ciò per il quale si è studiato? Quando sono arrivata in Irpinia ho detto: e mò chi mi viene a trovare qui? Ho dovuto mentalmente capire come dovevamo fare. Ero associata a Slow Food in Francia e sono diventata socio fondatore dello Slow Food in Irpinia. Poi associata a Donne del vino. Quindi al locale Consorzio. Infine a FIVI. Molto associazionismo per farmi conoscere sul territorio. Essere presente. Il Movimento Turismo del Vino con Cantine aperte e con gli eventi successivi ha creato tanto. Io figlia di ristoratore so come si accoglie una persona ma il decalogo che mi hanno fornito ha aiutato. Tenuta Cavaliere Pepe da sola non ce la può fare. Serve questo. Tanta consapevolezza per una azienda che oggi è arrivata a produrre oltre 500.000 bottiglie in circa 70 ettari. Le esperienze in Francia, specialmente quella da Chapoutier, grande produttore ma anche grande marketer, sono state di grande insegnamento. Forma mentis e praticità. Studio e spirito di abnegazione. Tanta volontà. Tanta ce ne vuole davvero. Lei che non si spaventa di lavorare in un mondo di maschi così come arrivare in un paese così piccolo. Le ossa se l’è già fatte in Francia, al BTS in mezzo ai vigneti, in un paesino di 200 abitanti, nella profonda umidità della Borgogna, in un ambiente molto maschile. Non me ne sono accorta sul momento. Venivo dal Belgio, Bruxelles, un collegio cattolico, nobili. Mi chiamavano Barbie. Un ambiente maschile. Così mi sono concentrata sullo studio. Non avevo la tv. Ho studiato tanto tanto tanto. La forza delle idee di una donna che si scontra con l’isolamento e la difficoltà del luogo. Essere donna già non aiuta nel mondo del vino. Esserlo in Irpina, ancor meno. Un mondo maschilista da un lato, la difficoltà ambientale dall’altro. Con un padre che ha l’ambizione di crescere. Anno dopo anno quei 23 ettari crescono. Crescono. Crescono. Fino ad arrivare a 70. Crescono gli ettari. Crescono le bottiglie. Crescono gli investimenti. Cresce il lavoro. Per Milena. Che sola è e sola rimane a gestire l’azienda.
Papà Angelo non è presente. Ha i suoi ristoranti da mandare avanti. I fratelli e sorelle di Milena vivono in Belgio e di spostarsi in Italia non ne hanno possibilità. Milena è sola e si sente sola. Ma questo è il suo sogno. La voglia, la perseveranza, la determinazione che dimostra Milena è straordinaria. Dalla scelta dei vini a quella di valorizzazione del territorio e della sua azienda. Nel 2005 sono arrivata sotto vendemmia. Senza serbatoi, senza elettricità. Il primo anno è stata una battaglia. Quasi che nono ci volessero far vinificare. Papà aveva costruito i primi 500 metri quadrati di cantina. Opera mia si chiama cosi perché sono caduta in una delle vasca. Non dentro. Fuori alla fine delle vendemmia. Era una vasca di Aglianico che stava ancora fermentando. Non sapevo neanche cosa fossero le scarpe antinfortunistiche. Forse non ero nemmeno assunta. Il primo passo per poi lavorare su altro. Su ogni piccolo particolare di una azienda che produceva e conferiva ma al tempo stesso voleva diventare grande. Il papà più orientato alle dimensioni. Le vigne. La quantità. Voleva creare un ristorante nella tenuta. Voleva crescere. Milena, in un territorio così vocato per il vino, capiva che si poteva e si può fare altro. Valorizzarlo ad esempio. Valorizzare i vitigni nelle loro espressioni più alte. Contaminazioni. Tradizioni. Valorizzare i prodotti della terra oltre il vino. Per fare questo c’era tanto da fare. Dal creare la rete vendita alle etichette nelle varie lingue, a gestire la comunicazione, ecc ecc ecc ecc. Un progetto dove aveva tanto e tutto da fare. Era bello perché potevo fare tutto. Papà era presente. Solo al telefono purtroppo. Le discussioni tra Angelo e Milena non possono che iniziare come è normale e giusto che sia quando si hanno idee diverse con alla base tanta passione e ardore. Legato alle tradizioni il primo che sceglieva anche le barbatelle; innovativa, internazionale e con idee ben precise Milena. Attento alla quantità e alle dimensioni papà Angelo; focalizzata sulla qualità e sul territorio Milena.
Due filosofie diverse. Due modi diversi di intendere il vino e la gestione aziendale. Un papà istrionico e impulsivo che vorrebbe gestire a distanza con un progetto improntato sulle dimensioni. Milena che sa cosa vuole. Sa come fare bene le cose. Sa quanto e cosa ci vuole. Ha studiato per questo. Ha l’animo e la passione giusta. Due caratteri diversi
Prendon fuoco facilmente
Ma divisi siamo persi
Ci sentiamo quasi niente Così cantavano Mina e Celentano nella bellissima canzone “L’emozione non ha voce”. Quanta verità c’è in queste parole e quanta attinenza c’è nel porle in questa storia.
Nelle parole di Milena c’è tanta volontà e forza. Passione e fatica nel portare avanti l’azienda, la necessità di padre dal quale ricevere, anche una volta ogni tanto, una pacca sulla spalla. Un cenno di approvazione. Una carezza. Non solo più ettari da gestire. A pensarci bene però, per un uomo che si è fatto da solo, che è emigrato per andare in cerca di fortuna rimboccandosi le maniche e lavorando sodo, è proprio questo il modo per dirle quanto è brava e quanto i fidi di lei. Ho avuto la difficoltà di trovare le persone che mi capivano. La grossa parte dei collaboratori è nella vigna perché abbiamo sempre vigneti da piantare. Adesso ho una ottima squadra in cantina e un ottimo enologo, Gennaro Reale, con il quale ci rispettiamo reciprocamente. Con lui può solo migliorare. Ci confrontiamo sempre. Papà interveniva più nel passato, meno oggi. All’inizio c’era un enologo di Taurasi. Poi, per avere un respiro più ampio come il mio, c’era un ragazzo francese che poi non è più potuto venire. L’incremento della produzione necessitava scelte che non sempre papà voleva seguire. Nel tempo ci hanno ascoltato. Milena è sola. Sola nel gestire tutto. Una situazione familiare che la lascia purtroppo sola in Irpinia. A lavorare incessantemente. Con l’azienda cresce e lei sempre sola. Il senso di responsabilità le fa sentire l’azienda sulle spalle. La voglia di far sempre qualcosa di nuovo e per il bene dell’azienda e del territorio. Creare, inventare, sperimentare. Sempre con il suo sorriso. Sempre con la sua inesauribile energia. Ho creato i tour per la cantina e le vigne. I tour sul tartufo, la lavanda, i formaggi. Ho sviluppato tanto. Sono da sola però. I fornitori, i clienti, i giornalisti, i dipendenti vogliono me. Avrei bisogno di riposarmi ogni tanto. È davvero così: tutti vogliono lei. Lo vedi quando la incontri alle fiere come al Vinitaly dove sono riuscito a salutarla a malapena. Accerchiata dalle persone che la abbracciano e vogliono fare un foto con lei come se fosse una diva. Ma in fondo lo è. Lo è per la sua affabilità così come per i vini che produce. Vere creazioni. Veri punti di riferimento non solo per l’Irpinia. Ciò che si ritrova tra le mani è una azienda da 500.000 bottiglie annue che, per il meridione, sono sintomo di grande azienda. Una gamma molto ampia. 4 vitigni autoctoni bianchi, Falanghina, Greco, Fiano, Coda di Volpe. Sua Maestà l’Aglianico per i rossi. Vogliono tutti il vino fresco ma io sono di altra cultura. Con vini impegnati e arrotondati. Ci sono tante denominazione e abbiamo in vigna anche vitigni per blend. Si è deciso di avere vini più morbidi e vini più strutturati come il Taurasi. Per i bianchi volevo le riserve. Le modifiche ai disciplinari per Fiano e Greco riserva li ho voluti io più di sette anni fa quando ero Presidente del Consorzio. Ci è voluto tanto. Ci sono volute parecchie presidenze. Una cultura quella di Milena che miscela sapientemente tradizione e l’innovazione con un occhio attento al mercato. Internazionale. Perché Milena sa che non ci si può ne si deve fermarsi al mercato domestico se si vuole far funzionare una azienda così grande. Ecco che nascono vini variegati pur mantenendoli nello stupendo contesto irpino. I vitigni della storia, i metodi della contaminazione, lo sviluppo della novità. Cominciamo dal Bianco di Bellona da Coda di Volpe. Un vino che nella sua semplicità esprime al meglio le potenzialità del vitigno. Fresco, sapido, armonioso. Una scoperta.. Poi Lila, la Falanghina DOC. Anch’esso semplice, lineare, pulito. Dotato della freschezza tipica della Falanghina con quel retrogusto di frutta fresca che rimane a pulire la bocca. Nestor, il Greco di Tufo DOCG, corposo e ampio già dal bouquet di frutta matura e fiori per poi ritrovarlo ad avvolgere la bocca.
Refiano è la Falanghina DOCG con la mineralità acquisita dai terreni vulcanici si sposa con la pastosità della frutta tropicale e di quella candita. Un vino che avvolge sinuoso la bocca donando frutti e spezie per arricchire il sorso e il naso.
I bianchi si arricchiscono delle due riserve, Brancato da Fiano e Grancare da Greco di Tufo. Entrambi DOCG ovviamente ed entrambi con un passaggio in barrique. Ne derivano due grandi vini che mantengono meravigliosamente inalterate le caratteristiche dei vitigni aumentando complessità, corpo e persistenza. Un bouquet che si scalda, si matura e diventa ricco di tostature e spezie. Due esperienze divine. Il Brancato meraviglia per la sua nota lievemente vanigliata che si unisce al balsamico e all’erba fresca per dare freschezza e complessità. La noce moscata e la cannella si fondono agli agrumi, ai fiori di camomilla e alla melissa. Il bouquet è complesso e ampio, intenso ed interessante. Un sorso fresco ma manco tanto; caldo ma manco tanto. Grazie alla sapidità raggiunge un perfetto equilibrio. Il retrogusto di nocciola che si unisce agli agrumi ed alla pesca, lo impreziosisce associandolo indelebilmente al territorio. Un vino che risulta versatile come abbinamento ma lo berrei tranquillamente anche senza cibo, in riva al mare o guardando una vigna al tramonto. Stupendo. Ho lasciato per ultimo tra i bianchi il Vigna Santa Vara il cui nome deriva dall’omonima vigna di Falanghina. Un vino che reca in se un metodo di produzione particolare quale la fermentazione in botte per poi affinare sulle fecce sempre in botte. Vi ricorda qualcosa? Ovviamente i sentori non possono che arricchirsi di tostature e spezie così come il sorso non può che ampliarsi allungando la persistenza. Divino. Sei poi i rossi. Tutti dedicati all’Aglianico.
Appio con il suo lungo processo che parte dalla macerazione in anfora per 20 giorni, affinandosi poi in anfora e barrique per 2 anni e ulteriori 2 in bottiglia. Un tempo nemmeno sufficiente per ammorbidire i tannini dell’Aglianico ma certamente utile per donare grande eleganza e forza. Ho avuto il piacere e l’onore di provare la bottiglia n. 1541 di 1910 dell’annata 2017. Appio è uno di quei vini, pochi davvero, che risultano immensi per la loro nobile schiettezza. La vinificazione in anfora e il successivo affinamento sempre in anfora non apporta particolari intensità olfattive ma, meno male, lascia inalterati i sentori naturali di questo meraviglioso vitigno. C’è frutta al naso: ribes e mirtilli, more e ciliegie. Frutta non particolarmente matura a riprova che per domare l’Aglianico ci vuole ancora tempo. Ci sono i fiori rossi insieme ad un non so che di pomodoro. Di quelli che si coltivano in Irpinia.  Appio appare dunque già intenso al naso. Non complesso, intenso, poderoso. Il sorso riempie la bocca e la porta ad un livello superiore. Ampio e avvolgente, fornisce una sensazione di spazialità. mai banale. Tannini presenti, precisi, puntuali quasi domati. Ma non è ancora il tempo. Secco e fresco. Anche sapido. Una bocca che chiude in maniera elegantissima, forse memorabile. La ricordi e la ricordi ancor di più durante una cena. Senti in bocca tutta l’Irpinia, il Taurasi, il sole, la montagna, le valli. Senti la genuinità di qualcosa che non ha subito evoluzioni modificanti mantenendo la sua vera essenza, quella di un vino poderoso ma che sa offrirsi con generosità. Un vino che non va compreso, va scoperto e rispettato. La Loggia del Cavaliere cambia completamente il processo di produzione e affinamento. Fermentazione e macerazione in acciaio poi 24 mesi in barrique e tonneau, 24 mesi in vasca di cemento, 18 mesi in bottiglia. Un vino complesso e ampio. Note di frutta secca come noci e datteri, poi marmellate di prugne e ciliegie. Tanti frutti rossi in potpourri, sottobosco, e ancora frutta, stranamente alpina.  Arriva la vaniglia e la noce moscata insieme al pepe e ad un tocco di ferroso. Infine cioccolato. Tutto mi ricorda la pizza dolce alle noci di mia nonna: una bomba fatta di pasta sfoglia con noci, miele e cioccolato. Un sorso fresco. Una bella struttura. Sinuoso per via dei tannini addomesticati e setosi. Un modo diverso e unico di interpretare l’Aglianico. Non banale e che non va banalizzato. Opera Mia è il Taurasi DOCG. 12 mesi di barrique, 24 mesi in cemento, 12 in bottiglia. Un vino intenso e voluminoso con i tannini presenti e vivi a reclamarne la presenza. Un colore impenetrabile, intenso come la profondità del mare. La voglia di perdersi dentro è totale in una sorta di attrazione fatale. Sentori immediati di frutta e balsamico. Cioccolato e caffè. Meravigliosa maturazione dei frutti che si fonde con il cioccolato. La roteazione del bicchiere offre sensazioni ancor più avvolgenti ancorché sempre scuri. Poi anice stellato, pepe, liquirizia, origano. Tutto trasporta verso l’ignoto. Anche il sorso, che con un avvolgente calore che si avverte solo dopo, prima ti ammalia poi ti trascina. Persistenza lunga per un vino che continua a coinvolgere anche grazie ad un retro olfatto fruttato. Opera Prima, seconda, terza. Da non fermarsi. Santo Stefano Irpinia Campi Taurasini è l’Aglianico con meno struttura. Fermentazione e macerazione in acciaio per poi affinare 12 mesi in barrique prima, 24 in acciaio e 6 in bottiglia poi. In bocca mantiene l’eleganza pur aumentando la forza. Sanserino infine è l’unico rosso che offre all’Aglianico la presenza del Sangiovese (30%) evitando il passaggio in botte. Un vino semplice e spontaneo. Di quelli che servono per accompagnare un piatto di salumi e formaggi in allegria. Non possono ovviamente mancare un rosato e le bollicine.
Il rosato è ovviamente da Aglianico. Vela Vento. Fresco, profumato, aromatico. Un vino che va bevuto a litri al tramonto.
Tre le bollicine.
Or’Osè (blanc de noir) e Oro Spumante (blanc de blancs) sono prodotti con metodo Charmat. Semplice e utili in molte occasioni potendo trovare le differenze tra i due in un interessante gioco di società.
Oro Classico, il blanc de blancs metodo Classico. Cresce la complessità per delle bollicine super interessanti. Tanti ettari, tante tipologie di vini, tanto lavoro. Sia in vigna, dove si fa tutto in biologico e a mano, sia in cantina dove le lavorazioni si moltiplicano sia fuori e dentro l’azienda per far conoscere i vini. Io non mi vedo concorrente di altre aziende qui. Magari le altre si. Mi vedo diversa, più piccola, una dimensione che consente prodotto di nicchia. Durante il covid ho creato il sito che non c’era. Le strategie di posizionamento e prezzo. Mi sono interfacciata con la grande distribuzione fino a quel tempo snobbata. Ho sempre ricevuto le persone. Abbiamo creato i gazebo su misura sotto i quali possiamo ospitare fino a 100 persone. Creato la passeggiata. Recuperato il ristorante per le degustazioni. Creato i percorsi riadattando tutto anche durante la vendemmia. Durante il covid ho dovuto creare tutto rispettando le regole. Un delirio. Ho partecipato e vinto dei bandi di gara in Svezia, Norvegia, Canada. Su Air Canada e su American Airlines. Adesso ho trovato una persona in gamba che capisce di enologia, sommelierie, che parla le lingue a vuole vivere in Irpinia. E che vuole lavorare di sabato e domenica. È un problema per molte persone trovare i collaboratori. Ritorna spesso il tema dei collaboratori. Milena la pone in una maniera molto diretta e precisa. Per una azienda con una simile produzione, l’ospitalità soprattutto di clienti stranieri e l’esportazione diventano requisiti fondamentali per sopravvivere. Conoscere le lingue, non è un plus ma una necessità. Essere disponibili a lavorare nel fine settimana, non è ogni tanto ma la regola. Ecco che trovare persone è già complicato di suo, portarle in Irpina è ancora più complesso. Un territorio tutto da valorizzare. Una donna grintosa, con tante idee. Tanta voglia di fare. Un papà poco o forse, al contrario, molto attento. Milena è ovunque. Parigi, Düsseldorf, Verona. Segue l’estero. Segue l’Italia. Segue l’azienda all’interno della quale c’è anche il ristorante che può ospitare fino 180 persone. Una sala grande. Quattro salette con camino. Una veranda con paesaggio a 360 gradi su tutta l’Irpinia. Una azienda vivibile tutto l’anno. Ha insomma certamente avuto carta bianca per creare ciò che ha voluto. È ovunque. Ogni settimana c’è qualcosa. In Irpinia abbiamo 5 tipologie di tartufo delle 7 presenti in Italia. La lavanda irpina. I formaggi irpini. Meravigliosi e poco noti. Ci vuole gente che lavora il sabato e la domenica. Una donna sorridente, piena di vita, di voglia di fare. Passione per il vino. Passione, e amore, per una terra che non è la sua ma che le ha comunque donato una famiglia. Una gran voglia di far bene, di portare le sue idee a vantaggio del territorio. Una donna amata dai clienti, dai fornitori, dalle persone delle quali si circonda. Una persona con un cuore grande. Competente e affabile. Quel suo sorriso che riesce a farti sciogliere. La sua parlata, quel meraviglioso accento francese misto ad una cadenza irpina come a dire che conosce più il dialetto che l’italiano.
Questa è Milena Pepe. Arrivata in Irpinia, a Luogosano come una valanga a curare le terre acquistate da papà Angelo perché la più grande dei cinque figli ma anche colei che, avendo fatto studi appropriati, si sarebbe potuta occupare della tenuta.
Capisco in fondo papà Angelo, Cavaliere del Lavoro, nella sua cultura di volersi espandere. Partito dall’Irpinia quando non c’era niente e arrivato in Belgio a costruire un piccolo regno nella ristorazione, la voglia di rivalsa, di emergere, di far vedere che ce l’aveva fatta, di dare qualcosa alla propria terra di origine. Crescere per investire. Crescere per dare lavoro. Crescere per dire al mondo chi era diventato. Il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe.
Giuste e sacrosante ambizioni certo. Ma c’è anche Milena.
Milena, Milena, Milena. Tutto ciò che la Tenuta Cavalier Pepe ha raggiunto dal 2005, anno nel quale ha messo piede in azienda, la si deve alla sua forza, alle sue idee, alla sua perseveranza. Ma anche al suo beatificante modo di fare, di porsi. Con grazia da un lato, forza dall’altro. La Tenuta è profondamente diversa così come era una volta. Oggi è qualcosa di grande, unico e importante. Anche grazie a Milena. Milena che ha dedicato all’azienda tempo e passione togliendolo alla sua famiglia, ai suoi figli. La sua vita. Papà ha messo i capitali, determinazione, lungimiranza. Ha anche scelto al persona giusta, Milena, per far crescere l’azienda di famiglia. Ha riposto in lei una fiducia grandissima. Perché solo se si ha fiducia in una persona le si può affidare una cosa così grande. Ogni tanto però, Milena avrebbe bisogno di una pacca sulla spalla, di una parola di conforto, di un abbraccio. Basterebbe poco. Basterebbe davvero molto poco. Con affetto. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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3 Maggio, 2024

Cantina Murales. Piero, su strangiu. Anzi no, su sambenau

“Su sambenau” o “sangunau” è una termine sardo (e il sardo è una lingua) che denota il cognome di una persona: il nome di sangue. Il nome che è legato alla terra sarda per nascita. Una vera appartenenza. Si contrappone a “su strangiu o “istranziu” ovvero il forestiero, lo straniero, l’estraneo. Non sempre in accezione negativa. Ma comunque non sardo, non nato sull’isola.  Ora, immaginatevi di essere ad Olbia, in Sardegna e di incontrare una persona con tipico accento nordico, quasi milanese o giù di li. Magari non saprete bene distinguere la zona ma la differenza con il modo tipico di parlare di questo luoghi sarebbe evidente.  In fondo Olbia è limitrofa alla Costa Smeralda e di milanesi o lombardi ce ne sono a iosa. Turisti certo ma anche strangiu, stranieri colonizzatori. Proprietari di ristoranti e hotel frequentati, per via dei prezzi stratosferici, solo dai ricchi. O perlomeno benestanti.  Se poi il presunto lombardo vi accoglie nella sua meravigliosa cantina insieme alle sue figlie che parlano varie lingue, beh allora ogni dubbio è fugato. Un altro strangiu in terra sarda.  Eh le apparenze le apparenze quanto ingannano e quanto possono fornire una visione distorta del mondo. Fermarsi in superficie è sempre un errore. Vedere il cielo da un oblò come cantava Gianni Togni vuol dire perdersene un bel pezzo.  Quando conosco Piero Canopoli in qualità di titolare della Cantina Murales, non posso fare a meno di chiedergli: scusa, ma sei sardo? E lui: certo che sono sardo? Ma con questo accento? Ecco qui inizia la mia conversazione con Piero. La scoperta di quante vite ci siano al mondo, quante storie possano celarsi dietro le persone, è meraviglia. Quanto ognuna sia diversa dall’altra e rechi in se la meraviglia di un racconto. Sono le storie come questa che meritano di essere raccontate. La mia anima oltre ad esserlo è sarda. Ragiono da sardo. Amo questa terra in maniera viscerale. Accento del nord Italia ma sardo fino al midollo. L’accento non mi colloca sulla mia terra di origine. Con quell’accento li non sei sardo dice la gente qui.  Se cinquanta anni fa i giovani scappavano dalla Sardegna era perché non c’era possibilità di lavorare. Forse possiamo dire che non c’era “ancora”. Poco il turismo sviluppato. Poche le necessità ricettive. Poco il focus sulle risorse locali. Toccava emigrare. Spostarsi altrove.  Il papà di Piero faceva un lavoro antico e nobile. Un livello di artigianalità che in Sardegna non si sarebbe potuto esprimere al meglio. Restaurava arazzi. Un lavoro particolare. Unico.  Il destino gioca scherzi strani. C’è chi arriva e chi va. Sfiorandosi senza mai incontrarsi davvero. Capita questo in un paese sulle sponde del Lago Maggiore, Leggiuno, provincia di Varese.  Leggiuno. Un paese sconosciuto e sfido chiunque non sappia di calcio a dirmi se lo conosce.  Calcio? Si, proprio calcio. In questo paese di poco più di 3000 anime, nacque nel 1944 Rombo di tuono. Così un maestro del giornalismo sportivo italiano, Gianni Brera, definì Gigi Riva. La leggenda del calcio italiano da poco scomparso.  Una bandiera per i sardi. Una specie di Dio. Qui lo vedevano come qualcosa di unico. E probabilmente lo era. Da bambini all’oratorio lui ci spiegava il calcio. Anche io come Gigi Riva sono tornato in Sardegna. Però dopo 40 anni.  Gigi Riva in Sardegna approda, al Cagliari nel 1963. Gioca con la squadra sarda per 14 anni vincendo anche uno scudetto (campionato 1969/70) ma dalla Sardegna non se ne andò mai più. Legato a questa terra. Stregato da questa terra. Un sardo di adozione adorato dai sardi.  “S’istranziu“ (o S’istranzu), l’ospite d’onore che diventa uno del luogo.  Piero invece torna in Sardegna nel 2000. Molti anni dopo di Gigi Riva. Piero ad Olbia, Gigi Riva a Cagliari.  Gli anni a Leggiuno Piero li dedica al mondo del vino. Insieme alla moglie Giuliana fanno consulenze, formazione, didattica per associazioni.  Da sommelier ci siamo occupati di questo modo sia dal punto di vista produttivo sia formativo. Ma anche commerciale. Facevo molto estero come consulenza. Prendevo 120 aerei all’anno. Prenderli da Malpensa mi creava fastidio. Perché non vivere dove ci piace vivere? Farò uno scalo in più ma almeno viviamo dove ci piace. Così ci siamo trasferiti in Sardegna. Insomma, trasferirsi in Sardegna è solo un modo per tornare alle origini. Per vivere nella terra che si ama e nella quale si riesce a tornare solo nel periodo estivo come vacanzieri. Si continua a fare il lavoro di prima. Si continua a fare la vita di prima. Piero, Giuliana e le tre figlie Martina, Arianna e Greta.  La scelta di andare via è stata anche legata a loro, le nostre figlie. La grande ha finito le scuole a Leggiuno e poi si è trasferita qui. Le altre due erano in età prescolare. Abbiamo ritenuto giusto che quel momento lo vivessero qui. Nessun trauma e adesso nessuna vuole spostarsi da qui. Su strangiu. Piero è sardo. Il papà era sardo. La sua famiglia è sarda. Ragiona come un sardo. Però parla con il tipico accento del varesotto. Lui come la sua famiglia. È lo straniero. Non certo quello del quale occorre temere perché Piero, solo a vederlo negli occhi, è un buono. La sua professione, quella che continua a portarlo fuori dalla Sardegna per le consulenze, non passa certo inosservata, cosa questa che gli comporta l’iniziale ad essere coinvolto in piccole consulenze enologiche.  Hanno cominciato a chiedermi delle piccole consulenze. Poi senza quasi e rendermi conto ho acquisto dei terreni insieme a qualche altro che non era all’altezza. Ci siamo ritrovati soli e cosi partiti con il progetto definitivo di Cantina Murales. Inizialmente, nel 2007, erano 5 ettari poi sono diventati 8, poi 12, adesso 25. L’idea è ridurli per concentrarci ancora maggiormente su un concetto di nicchia. È brutto dire di nicchia perché sembra che produciamo solo per pochi. Però produciamo 100.000 bottiglie e io le voglio ridurre a 60.000 per aumentare e stressare il concetto di qualità. Che non potesse più fare il lavoro di prima, viaggiando per mezza Europa, Piero non l’aveva messo in conto anche se, inesorabilmente, i viaggi iniziano a diminuire con il crescere dei vigneti. Adesso quasi non viaggio. Non me ne sono praticamente accorto. Adesso a mia volta pur non avendone necessità, ho un consulente. Sono sempre stato un tecnico con le mani in pasta. Dunque non c’è stato un cambiamento. Mi avvalgo di collaboratori perché delego molto. E mi piace.  Spesso si dice che i consulenti siano dei teorici. Persone certo preziose per il bagaglio di esperienza derivante dagli studi e dal poterli applicare in molteplici e variegate realtà. Quanto però a mettere personalmente in pratica i loro dettami, è altra cosa. Piero invece, è riuscito in questo salto. Magari per qualcosa presente nel DNA in maniera innata. Siamo una famiglia di sei fratelli cinque dei quali sono imprenditori. In vari settori ma imprenditori. Ristorazione, gelati..siamo sparpagliati tra Sardegna, Germania, Canarie. Forse nostro padre, con intenzione o meno, ce l’ha trasmessa. Anche se papà non è riuscita a vedere questa imprenditorialità. La differenza con i produttori locali, raramente con esperienze fuori dall’isola, è evidente. Piero ha nel bagaglio, grazie alla sua precedente professione, una grande conoscenza del mondo enologico. Capire cosa si possa ottenere da un suolo, da un ambiente piuttosto che da una filosofia di vita o necessità commerciale è un valore aggiunto che porta con se. Ho fatto una sintesi e l’ho applicata al territorio. Così i nostri vini non sono tradizionali. Tipici si ma non tradizionali. Anche se il concetto di tradizionale è strano. I territori vanno sperimentati e bisogna farli evolverli attraverso la conoscenza.  25 ettari sono una discreta superficie. Le 13 etichette in gamma sono certamente compatibili con tanta vigna ancorché sembrano un pò troppe. Troppe se non si capisce nel profondo l’uomo e il professionista Piero. Pacato si ma istrionico e sempre alla ricerca, per necessità caratteriale, di sfide e di qualcosa da inventare. Sperimentare per capire. Non c’è da parte sua esigenza di una personale consacrazione. Per lui i vini sono suoi fino a quando non vengono messi in bottiglia. Poi li considera del cliente. Una filosofia che lo porta a cercare quella tipicità territoriale volta a capire cosa il terroir può fornire.  La molteplicità nasce un pò per esigenze di natura commerciale della quale si occupa mia moglie. Aveva esigenza di toccare più segmenti. Io sono stato in disaccordo con questa filosofia anche se i territori che si esprimevano in modo diverso. Mi permettevano di fare questo. Non mi è mai andato di contaminare i vigneti combinandoli tra loro. Ogni territorio esprime un vino e per questo tante etichette. Ma sono tante. Andrò ad eliminarne qualcuna. Almeno cinque etichette sono di annate eccezionali. Ogni due tre anni e non di più. Quando tappo la bottiglia ho la sensazione che non mi appartenga più. Il giudizio sul vino che c’è dentro sono gli altri che devono darmelo. Fino a che non lo chiudo in bottiglia lo sento mio. Poi dopo no. Credo che questo appartenga a molti tecnici. Mi piace sentire i feedback. Il nostro è un mondo dove parlare e giudicare è alla portata di tutti.  Prima si diceva che eravamo tutti tecnici della Nazionale di calcio e Gigi Riva ne sapeva qualcosa pur essendo stato (e ancora lo è) il miglior realizzatore di sempre. Ora siamo tutti sommelier e abili degustatori. Bello comunque assistere ad un confronto di sensazioni. Siamo soggetti sensorialmente diversi uno dall’altro e le differenze sono senz’altro preziose. Ciò che però non si capisce è come, per diventare Commissario Tecnico della Nazionale di calcio occorra studio, preparazione, esperienza. Idem per essere un divulgatore di vino. Non ci si improvvisa. La personalità di Piero è in ogni suo vino. A partire dall’etichetta. Lui è una di quelle persone che usa l’istinto e l’improvvisazione. Non in maniera geniale ma in modo viscerale. Sono gli attimi, sono le situazioni, è l’ascolto a nutrire questa capacità.  È un pò di follia anti commerciale. È l’istinto. L’etichetta nasce con il vino. Il vino mi ha dato degli stimoli. Sono accadute delle cose, belle e brutte. Così nasce il nome e l’etichetta. Tutto è legato al momento.  Vermentino Lumenera. È un Vermentino di Gallura superiore. Ha poco a che fare con i Vermentini tradizionali perché ragionato in stile Borgogna. Le uve fermentano in tonneau per poi affinare in cemento con bâtonnage quotidiani. Ne deriva un vino corposo e strutturato, complesso e armonioso. Un vino che piace e si fa piacere senza snaturare il vitigno. A fine fermentazione, nello spostamento dalla tonneau al cemento, il vino aveva un colore che sembrava brutto, crepuscolare, come quando sta per tramontare il sole e la luce ci abbandona. La prima volta questa operazione l’abbiamo fatta proprio a quell’orario. Aveva un colore crepuscolare, eravamo al crepuscolo ed è andata via la corrente. Per cui abbiamo acceso delle lampade ad olio che in Sardegna si chiamano Lumenere. Queste lampade sono state accese durante il primo travaso ed il vino ha ripreso luce tornando ad essere bello. Era la prima sfecciatura. L’etichetta ritrae proprio questa scena. È proprio Piero che abbozza le etichette. Metto giù le idee e lascia fare ad un suo amico grafico che le mette in bella. Miradas è un Vermentino di Gallura. Classico direi ma dal gusto che ricorda in pieno la Sardegna per la sua finezza ed eleganza. Iodio ed agrumi, frutta tropicale, biancospino, macchia mediterranea avvolgono il naso per poi lasciare spazio ad un insolito balsamico che punge il naso. L’agrume spinge ancora. Senza dare fastidio o ingolfare il naso. Le noti risultano dolci, non pungenti, non stucchevoli. Un naso che invita clamorosamente al sorso. Lo chiama e, quando arriva, appaga riempiendo completamente la bocca con l’agrumato che, anche qui, non sovrasta bilanciandosi perfettamente con la dolcezza. C’è quasi una botta di salmastro che affascina per la sua forza e pienezza. Un vino secco e fresco con un finale quasi mandorlato, ma mandorla dolce. Persistenza decisamente buona. Un vino  mai banale, mai civettuolo. Al contrario, preciso e che in una tavola della Costa Smeralda colmo di crostacei diventa una celebrità.  Quando nasceva quel vino in cantina avevamo due ragazzi che facevano l’alternanza scuola lavoro. Erano un giovane e una giovane. 14/15 anni. Erano li per osservare. Una signora che lavorava con noi, aggredì questa ragazzina parlandone in sardo. Chiuse la sua invettiva dicendole Miradas. “Ma perché l’hai aggredita e perché le hai detto Miradas?” Mi disse che la ragazza, nascosta da un velo, mandava dei messaggi in codice al ragazzino. Il vino voleva essere un pò ammiccante ed ammaliante. Dunque ci stava. Bastat una mirada
ch’essit dae su coro
po ti narrer chi t’amo.
Columba mia amada
ses su meu tesoro
ischis cantu ti bramo Il Sentenzia, da uve Viognier rappresenta le anime di Piero. Da un lato quella del tecnico, del professionista che vuole sperimentare perché capisce che in una terra come la Gallura un vitigno del genere ha tutte le potenzialità per esprimersi. Dall’altro quella del sardo, testardo per antonomasia, che quando si mette una cosa in testa, la vuole fare.  Ha un punto esclamativo che sta per perplessità. Ho piantato un vigneto di Viognier che in Sardegna nessuno aveva mai fatto. Io lo volevo ma ho beccato un sacco di no. Dalle istituzioni dai tradizionalisti, dalle persone. Ma volevo sperimentare. È partita una diatriba territoriale che è finita con il vino Sentenzia. Una sentenza. Oggi è diventato un IGT e tutti possono piantare Viognier poiché nell’elenco regionale.  Ha fatto bene Piero ad insistere perché la versione Sentenzia è una positiva e inappellabile sentenza per il Viognier qui. L’eleganza, la complessità, la capacità di questo vitigno di raccogliere qui ogni sentore del territorio e del mare è a dir poco magico e sorprendente. Rotondità e sapidità i punti di forza in bocca.  Nativo è il rosso da Carignano che esprime la forza e la magia di questo territorio. È come se la Sardegna, centro del Mediterraneo, sia riuscita a raccogliere tutto nel calice. Poderoso, armonico, equilibrato, possente ma al contempo morbido e speziato. Un vino che nasce tra la macchia mediterranea che generosamente restituisce. Bisogna guardare l’etichetta. È un tronco di pianta da sughero. Molto bella. Rispecchia la nostra volontà di essere una azienda molto rispettosa dell’ambiente. Per impiantare quel vigneto abbiamo tolto qualche pianta da sughero. Un ciocco di albero era rimasto nel vigneto. Dopo un anno passando di li vidi che aveva buttato un germoglio. Ho fatto una fotografia e l’ho data al grafico. Voglio questa per l’etichetta. “L’etichetta è già fatta” risponde lui. Il germoglio è diventato dorato perché prezioso. Vicino ci ho messo un’ape che idealmente aspetta un fiore per ripartire per l’impollinazione.  Il Cannonau Riserva è Arcanos. Un vino che lascia l’impronta e che può lasciarla per molto visto la sua capacità di essere longevo. Ribes, mirtilli, prugna, arancia. Poi sentori di muschio e fiori rossi che si uniscono alla cannella, al pepe, alla noce moscata. Infine un insolito incenso che rende il balsamico e la macchia mediterranea, davvero uniche. In bocca arriva subito una importante freschezza. Arriva come lo schiaffo di gelosia, intenso, passionale, vibrante di una donna che ti ama e ti vuole per se e solo per se così da baciarti intensamente subito dopo. La freschezza lascia infatti spazio ad un sorso pieno e morbido. Corposo. Così corposo da avvolgere completamente la bocca con un vero calore. Quello dei suoi 14 gradi, dei quali te ne freghi perché il bacio è ancora lungo dal finire. Come la sua persistenza. Sublime Se guardi l’etichetta ci sono dei compagnoni festosi. Sono i nonnetti della Sardegna. Mi piace molto di questo territorio. Quando mi voglio rilassare prendo la macchina, vado in uno dei paesi sulle colline, mi siedo in una piazzetta e mi metto a chiacchierare con queste meravigliose persone. È un pò una dedica a questo mondo di persone meravigliose. Certo che me lo vedo Piero che si va a sedere con i vecchietti del paese. Li ascolta, li guarda. È uno di loro. Immagino però quando è lui a parlare.  Devi capire che il sardo è quello che parla meglio di tutti l’italiano. Il sardo è una lingua e quando parlano l’italiano, è quello corretto. Hanno l’accento sardo però non lo contaminano con forme dialettali come fanno in altre regioni. Al limite ci mettono dento un aiò  Continuando a parlare di vino ci sono altre etichette che Piero definisce “di nicchia” perché prodotte raramente. Non eccezioni ma veri e propri inni.  Come Millant’Anni, inno alla longevità del territorio. Blend di Cabernet Sauvignon e Syrah. C’è un murales realizzato dal professor Francesco Del Casino, colui  che ha iniziato il muralismo in Sardegna. Mi piaceva concettualmente quel tipo di idea. Questo uomo anziano con la maro enorme che ha lavorato tanto nella vita. Il bastone ha il profilo dorato per esaltare la qualità del lavoro e dell’esistenza.  Ai Posteri rappresenta, come Sentenzia, la voglia di Piero di sperimentare in Sardegna attraverso la sua esperienza. Da uve Cannonau, Merlot e Syrah lasciate ad appassire in pianta fino a novembre. Possibile solo in particolari annate ovviamente.  C’è una mano timida che si vede poco che concede un grappolo d’uva ad una mano preziosa, dorata, che ha il compito di trasformarlo in un grande vino.  Ai posteri l’ardua sentenza insomma! PEP infine. Un vino che Piero ha nel cuore poiché legato all’amicizia. Quelle amicizie che ti porti dentro nel cuore. Che hanno quel sapore speciale dolce ed amaro. Un ricordo di un amico che non c’è più che ad ogni sorso riemerge per parlarti dei bei momenti trascorsi insieme. Cannonau, Syrah e Malvasia Nera vinificati separatamente dopo una appassimento in pianta. Lungo affinamento in cemento e in botte. Tempo di meditazione per un vero amico.  Lo chiamo il vino dell’amicizia. PEP è diminutivo di Peppino o Peppino e Piero. Era un ingegnere nucleare che aveva una fabbrica sua nel padovano. Per passione aveva realizzato un grande caveau e due o tre volte la settimana radunava alcuni amici industriali veneti. Guadagnava di più con le degustazioni che con la sua fabbrica. Mi ha coinvolto in un progetto a Dubai. Gli era stato chiesto di fare un vino assoluto. Così lo chiamava. “Piero lo faccio cont te o non lo faccio”. Siamo partiti per realizzarlo e raggiunto l’obiettivo con una etichetta diversa da quella che doveva avere ed era stata già pubblicizzata sulla rivista Living. Doveva chiamarsi Santabarbara. Nel bel mezzo dell’operazione Peppino è venuto meno e ho deciso di non seguire più quel business ma di dedicargli una bottiglia.  Nonostante Piero sia un tecnico di grande professionalità ha deciso di avere in cantina una sorta di contro altare. Confrontarsi per sentire non solo la propria testa. Confrontarsi per non farsi prendere dal facile entusiasmo. Maurizio Saltini è con lui da vari anni.  Mi piace confrontarmi perché spesso il mio gusto tende ad ingannarmi. Lui è un amico e mi rimette con i piedi per terra. Poi ci sono due cantinieri e un genero che lavora in vigna con la squadra.  Parlando con le donne di casa, definiscono, amorevolmente, Piero “fuori controllo”. Anche se non sembra è uno di quelli che non si ferma mai. Di quelli che quando hanno finito un progetto ne iniziano subito un altro. Sto lavorando su una mia personale versione del Vermouth che non ha nulla a che fare con quelli sul mercato. Non sarà la conseguenza di un vino da smaltire ma partirà dalle uve. Ho studiato molto e sono andato a vedere le origini del Vermouth. A Berlino, alla Biblioteca Culinaria, ho trovato un manoscritto del 1720 dove ci sono delle indicazioni. Sono quattro anni che ci lavoro e adesso ho trovato la formula giusta. L’ho messo sul mercato di nicchia degli amici e ora è il momento. Ma poi avrò bisogno di altro. Ho già testato per nicchia è metodo classico utilizzando i fichi d’india. Ho raggiunto una età che posso giocare. Martina, Arianna e Greta le tre figlie di Piero e Giuliana lavorano in azienda. Una azienda che si concentra certo sul vino ma, forte del richiamo turistico della Gallura e della Costa Smeralda, ha fatto dell’enoturismo un pilastro fondamentale. Martina si occupa della locanda e le sue dieci camere oltre che della parte amministrativa dell’azienda. Arianna che forte delle sue quattro lingue parlate correttamente si occupa dell’accoglienza (e qui di persone e arrivano davvero tante). Greta si è integrata nel gruppo e si sta formando in cantina. Abbiamo un bel flusso di persone. Abbiamo anche realizzato una linea di cosmetici con gli scarti della lavorazione della vinificazione: Acini nobili. Abbiamo anche la vinoterapia. Fanno massaggi con i nostri prodotti, poi una sauna e infine il bagno in un tino colmo di vino ed essenze. Magari facendo l’aperitivo. Li vedo che arrivano stressai e vanno via sollevati ad un metro da terra. La Sardegna è una terra meravigliosa ma impegnativa. Di quelle terra che ami o odi. Anche se sei nato qui, puoi scappare perché pensi di non amarla o perché pensi di non trovare la tua strada. C’è chi la lascia per trovare uno sfogo alle proprie attitudini anche se poi, il richiamo, il richiamo di questa terra è forte.  Un’isola che fa storia a se nel bacino del Mediterraneo. Qui sono approdati popoli prima di qualunque altro posto. Qui ci sono tradizioni antiche che si perdono nella notte dei tempi. Qui dove si parla una lingua vera, incomprensibile se non sei un  sangunau. I giovani scappano nonostante ci sia tanto da fare. Nella accoglienza come nell’agricoltura. Giovani che scappano e adulti che tornano. Come Piero.  E se anche un campione come Gigi Riva decise di vivere qui, diventando di fatto, sardo, vuol dire che questa terra rappresenta, anzi è, qualcosa di speciale.  Però. Però, invece di parlare di Piero e di Gigi Riva vorrei concludere lodando le donne della famiglia di Piero. Giuliana, la moglie, che ha scelto di seguire Piero. Una scelta consapevole e mai rinnegata. Le figlie Martina, Arianna e Greta perché pur non scegliendo ma subendo la scelta dei genitori adesso non se ne andrebbero più. Avere una azienda non è condizione necessaria e sufficiente per rimanere. C’è molto di più in questa scelta e se un merito si può dare a Piero, oltre a quello di produrre vini che sono sogni, è quello di aver fatto innamorare della sua terra a chi gli sta intorno. Sarà per quel suo carattere mite. Sarà per la gentilezza nei modi. Sarà per l’istrionicità e la capacità imprenditoriale. Sarà qualcosa che non ho visto. Ma l’unione di questa famiglia ne è il risultato.  Così, il risultato di questo amore, di questa necessità di essere sardi e come tali parte di un tessuto sociale non può che aver trasformato se stesso e tutta la sua famiglia da Su strangiu in Su sambenau. Non si è ospiti nella propria terra. Si è parte di essa. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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26 Aprile, 2024

Andrea di Luteraia. Il vino si fa sensoriale

Il vino è magia. Il vino è mistero. Il vino è materia viva. Lo abbiamo sentito dire spesso. Tanto spesso che sembra banale ripeterlo. Banale perché poi, alla resa dei conti, non sempre ha un vero significato. Un ragion d’essere così visibile e palpabile tale da far sobbalzare. Specialmente in un mondo moderno dominato da tanto altro.  C’è chi si inventa una storia pur di poter raccontare qualcosa dimenticando che c’è sempre da raccontare. Una famiglia, le persone, l’anima, le angosce, gli errori, i successi. Di cose da dire ce ne sarebbero. Basterebbe spogliarsi degli orpelli e presentarsi per quello che si è. Si dice che il vino sia materia viva perché evolve. Non sta mai fermo. Non riesce a rimanere immutato. Sarà perché, chimicamente parlando, instabile. I microorganismi che abitano in esso, per quanto spesso mutati da sostanze atte a mantenerlo nella bottiglia per parecchio tempo, un pò di lavoro lo fanno sempre.  Ma se il vino potesse interagire con qualcos’altro? Se fosse influenzato da qualcosa di “esterno” già durante il processo di produzione? Ora, per spiegare qualcosa di inspiegabile, occorrerebbe essere come dei bambini che, scevri da qualunque sovrastruttura mentale, assistono a ciò che accade senza aspettarsi nulla. Assistono e prendono atto. Abbiccia ‘a moto Babà…Non sacc’ come fa…ma va! Era Napo Orso Capo, capo appunto di una banda di orsi composta oltre che da Napo, il capo capellone, Bubi, il piccolo orsetto, Babà l’orso grande. Proprio quest’ultimo veniva chiamato in causa da Napo allorquando occorreva scappare dal Guardiaparco sig. Otto e il suo fido McKallock. Era a quel punto che Babà accendeva una moto immaginaria, faceva salire Bubi davanti e Napo dietro, partendo a razzo. Non sacc come fa…ma va Non poteva che dire Napo. (Non so come fa, però va, funziona).
Dove voglio andare a parare appare pericolosamente difficile. 
Ma se vi avessi parlato da subito di vini sensoriali, di vini che riescono a giocare con le persone, mi avreste creduto?
Probabilmente non mi credete neanche adesso e lo capisco. Ci sta e ci sta tutta.  Mi è capitato di incontrare Andrea Paolini, o Andrea di Luteraia come preferisce farsi chiamare, ad una manifestazione del vino. Il suo stand, molto carino, recava la scritta “Vini sensoriali” e “Vino Indaco” Sono una persona apertissima e che sperimenta molto. Non mi sono certo fatto scappare l’occasione di provare un vino sensoriale. Il termine “vino indaco” l’ho capito solo dopo. Molto dopo. Luteraia è una azienda di Acquaviva di Montepulciano (SI), patria del Nobile, alta espressione del Sangiovese (minimo 70%).  Sapevo cosa aspettarmi dalla degustazione di vini del territorio. L’ignoto è arrivato dall’abbinamento proposto da Andrea: finocchio prima, cioccolato poi. Chiunque abbia studiato da Sommelier o frequentato corsi di degustazione del vino sa perfettamente che ci sono alcuni cibi killer. Quelli per intenderci che sono inabbinabili con il vino. Il finocchio in particolare, per i suoi aromi forti, sovrasta il vino rendendo questo spesso di sapore metallico. Stesso discorso per il cioccolato la cui persistenza e pastosità necessita, spesso, un distillato. Orbene, le sensazioni gustative ottenute abbinando i vini di Andrea con finocchio prima, cioccolato poi sono state non accettabili. Ottime.  La nostra famiglia ha i vigneti da tanto tempo. Mio nonno ha fatto i vigneti dal 57. Mio padre all’età di 50 anni andò in pensione dalla banca e si mise a fare il coltivatore. Fino al 2014 quando se ne è andato. La storia di Andrea è una di quelle controverse e tormentate. Di quelle che possono dividere e far pensare. Ho scelto di raccontarla attenendomi alle esperienze relative al vino. Perché di quello parliamo. Il resto lo lascio a chi ha più competenza di me.  Quando parlo con Andrea trovo una persona umile che sente quasi il bisogno di aprirsi parlando di se. Il rapporto con il padre non è stato di quelli da incorniciare. Lo sa. Me lo dice. Lo ammette. Al tempo stesso però non può far almeno di lodarlo e confessare che ha capito tutti i suoi errori. Un passato che non può e non vuole cambiare. Perché tanto non servirebbe a nulla. Ma un passato che lo ha fatto diventare uomo adesso.  Sergio Paolini, il papà di Andrea era uno di quelle persone che solo a sentirlo parlare si capiva il vero amore per la terra e il vino. Determinato, preciso, forte. E follemente innamorato della sua terra.  Era arrabbiatissimo con la cantina sociale di Montepulciano pur essendo la nostra famiglia tra i fondatori della cantina sociale di Montepulciano, Quando portava le uve vedeva che non lo valorizzavano come meritava. Disse basta, prese il piccone, andò giù al podere vecchio e cominciò a picchettare con il cugino architetto per fare la cantina. Era il 2003. Che poi è il primo anno che si è fatto il vino con mio padre. Le uve raccolte di notte. Le vasche di cemento. Io dopo venti minuti gli dissi: pà, ho sbagliato. Ho fatto il vino bianco. S’è sbagliato. Ho fatto il vino bianco invece che rosso. Dopo sei mesi di lavorazione, facevo enologia, porto la bottiglina di plastica alla commissione, all’istituto Capezzine di Montepulciano. C’era un sacco di gente che mi prendeva in giro. Dove va questo con la bottiglina di plastica. Assaggiano il vino e dicono: porca puttana ma che è sta roba! Ecco si decise di iniziare nel 2004 Andrea si racconta. Racconta di quanto a quel tempo fosse uno scapestrato. Un ragazzo che nonostante avesse compiuto gli studi di enologia si sentiva perso. Nella classe i suoi compagni avevano una storia alle spalle, una famiglia blasonata, una azienda avviata. Lui no. Aveva un padre che era andato in pensione per seguire il suo sogno di vignaiolo e la passione dell’orologiaio. Aggiustava orologi da tasca.  Il giorno lavorava in vigna e la notte lavorava agli orologi. Gli ho visto fare cose fantastiche. Da tutto il mondo gli mandavano orologi irreparabili e lui li rimetteva a posto. Ci volevano anni.Io non riuscivo a fare nulla. Ero davvero scapestrato. Crisi esistenziale o solo errori di gioventù. Vallo a capire. Storie viste e riviste quelle di un figlio che non va d’accordo con il padre e un padre che non va d’accordo con il figlio. Quando non ci si capisce a vicenda, qualcuno, in genere il figlio, scappa.  Non capivo chi era mio padre. Non capivo chi ero io. Non volevo sapere nulla e sono andato via in giro per l’Europa. Facevo oli essenziali e profumi. Distillazione di piante officinali. Profumi personalizzati. Ero un distillatore. Avevo una associazione culturale olistica. Facevo i mercatini. Niente di grosso. Bastava e avanzava.  Storie viste e riviste appunto. Un figlio che va via. Un padre che continua la propria strada perché sa, o spera, che il figlio prima o poi torni. Il che avveniva quando c’era da fare il vino.  Ogni tanto tornavo e facevo il vino con mio padre. Avevo da sempre una passione per i cristalli. Avevo una stanza piena di cristalli quando vivevo a casa e papà mi prendeva in giro. Un giorno, era l’annata 2007, sbagliò qualche cosa nel fare il vino. Anche se era bravissimo qualcosa sbagliò. Fatto sta che era venuto un vino scarico di colore. Era tutto naturale e non gliene fregava nulla di mettere prodotti. Pà dai ci si mette l’ametista dentro. Non di cazzate va. Un cristallo può influenzare qualcosa o qualcuno? Addentrarsi in questa domanda è come attraversare, bendati, un campo minato. Un argomento divisivo non fosse altro perché non c’è alcun riscontro scientifico di eventuali influenze. Ne parlava anche Plinio nella sua Naturalis Historia o Teofrasto nel Trattato sulle rocce. Se ne parlava nel medioevo. Se ne parla adesso con la Cristalloterapia.  Scienza, stregoneria, pratica alchemica. Vallo a capire.  Ma il mondo del vino è pervaso da pratiche di questo tipo. Solo che ci sono pratiche per le quali non ci si scandalizza. O forse non ci si scandalizza più perché blasonati produttori le hanno fatte proprio. Come ad esempio l’agricoltura o viticoltura Biodinamica, messa all’Indice per anni per le sue pratiche che avevano un che di mistico, esoterico, alchemico.  Ma poi, alla fine, ognuno può credere a ciò che vuole e in ciò che vuole. Quello che conta è il prodotto finale passando attraverso il rispetto per la natura e l’utilizzo di ciò che la natura stessa ci ha data. Non serve essere per forza talebani verso se stessi e verso gli altri.  Avevo studiato della influenza dei cristalli sui liquidi. Lavorando con l’alchimia. Lavorando con le raccolte in funzione delle lune e dei giorni astronomici. Lavorando con i cristalli e la loro interazione con le persone (mischiavo i cristalli con gli oli essenziali). Misi la pietra di ametista dentro una botte per tre cicli lunari. Da dieci quintali. Tre settimane. Si travasa e il liquido ed era più scuso. Mandiamo in laboratorio e il dottore gli dice: bravo Sergio si vede che hai fatto un taglio. Hai rispettato le regole ma questo è un taglio. Guarda che colore. È cambiato rispetto a prima no?è pure più profumato. Con che l’hai tagliato? Torna a casa dicendo: io non ci credo ma funziona dunque andiamo avanti. Metteva ogni tanto l’ametista nella Mastella prema del rimontaggio. Giusto per divertimento. Per gioco o forse per scaramanzia. Io ero convinto ma lui no. Che cosa fosse realmente successo, Andrea non lo sapeva. Forse non lo sa nemmeno adesso. Si, certo, ora c’è più consapevolezza. Più studio. Più capacità. Ci sono volute prove e prove. Però tanta incertezza e tanto da scoprire rimane ancora.  Ciò che i cristalli non sono certamente riusciti a fare è evitare i contrasti tra padre e figlio. Troppa la distanza e troppo il richiamo di altre persone, una in particolare, per Andrea. A quella età, gli altri sono sempre più importanti del babbo.  È così che se ne va a Tenerife.  Ho sbagliato perché mi sono fatto trasportare da una persona allontanandomi dalla famiglia. Ha sofferto talmente tanto che si è beccato un tumore. Sono tornato tra il 2012 e il 2014 ma stava tanto male. A quel punto mi sono riavvicinato a mio padre, alla famiglia. Certo prima venivo ogni tanto per fare il vino. È sempre stato bono il vino di Luteraia. Facevamo solo un vino, il Nobile. Nobile e IGT. Era anticonformista. Gli stavano antipatici quelli consorzio. Questo fino al 2012. Nel 2013 si è fatto l’ultimo vino insieme, la base del Lemuria. Lui aveva avuto nel periodo della malattia una vera trasformazione nello spirito. Con la malattia ci siamo avvicinati. Me ne sono andato via perché mi trattava come un bambino. Non ci si capiva. Non c’è mai stato anche se c’era. Si faceva i cazzi suoi forse perché non ha mai ricevuto affetto. Mia madre gli è stata vicino ma non è bastato.  Il racconto di Andrea è un vero sfogo. Un confessare la sua intimità. Quello che nel profondo della sua anima lo ha toccato. Gli errori, il dolore, il rimpianto. Tutto gira intorno ad un passato che non può tornare indietro a modificare. Forse lo farebbe o forse no chissà. Inutile pensarlo. Inutile riflettere su ciò che sarebbe stato. Tanto non torna più. Vivere nei ricordi può essere utile solo per non smettere di crescere. Per provare a far rivivere quel sogno ora diventato anche il suo. Nel 2014, una settimana prima di morire erano le 2.45, viene da me e mi dice: mi devi fare una promessa. Mi devi fare il vino Indaco. Ma che sei rincoglionito oggi? Perché lo sai come so fatto io? Il mondo fa schifo. Per me è finito. Però puoi continuare te e rifare il vino Indaco. Pà, ma che è il vino Indaco? Io lavoro con i cristalli. Cosa è il vino Indaco? Il vino indaco è il vino della famiglia, dei nonni. Prima il vino era Indaco. Univa, risvegliava, faceva diventare le persone sorridenti, creava armonia. Ora non gliene frega più nulla. Ho fatto il concorso e ha vinto quello con le polverine. Fallo con il 2013 che è una base squisita. È una annata stupenda.  Indaco. Un colore stupendo. Un incrocio di azzurro e viola che può ricordare i colori di una aurora boreale o quello di una farfalla. Leggiadro, etereo. Quasi evanescente. Eppure concreto. Un colore da sempre associato alla spiritualità alla psiche. Tanto da essere associato alla profonda comprensione di se stessi e del mondo.  Facile pensare come Sergio, sul punto di morire, dopo magari una totale immersione nella propria spiritualità, possa aver richiesto al figlio di continuare la sua opera con qualcosa di elevato. Un vino che potesse riaccendere gli animi e fungere da collante tra le persone. Per farle vivere e sorridere insieme.  Parto per la Germania. Il 16 di agosto mi sono sentito male ma non ne capivo il perché. Fino a quando ricevo un messaggio. Mia madre mi annunciava che papà era morto. Papà è morto nel 2014 ma nel 2016 è stato presente. Quando mi sono ribaltato con il trattore. Ho fatto una cosa che non dovevo fare. Con il carico pieno di uva su una salita ho avuto la brillante idea di frenare e ripartire di colpo. Il trattore parte lateralmente. Era sulle due ruote posteriori. È andato giù per la scarpata di sei metri. Mi sono sentito tirare fuori. Il trattore si è accartocciato.  Andrea non sa fare il vino. Non è all’altezza del padre. Non conosce la sua arte. Sciocco a star lontano. Sciocco a non apprendere da lui. Ma la strada che aveva scelto era un’altra. Fino ad adesso. Fino a quella promessa: il vino Indaco.  Prove, riprove, sperimentazioni. Capire la vigna scavando nei ricordi del tempo. Negli insegnamenti di papà Sergio.  Manco se rinasco riesco a trattare la vigna come lui. Le lavorazioni. Gli sbagli. I vini crescevano e venivano sempre fuori cose diverse. L’idea di mettere i cristalli nelle vasche e non solo l’ametista. Seguire le lune. Fare i rimontaggi con le lune. Ho messo tutto dentro e oggi ne parlo tranquillamente perché se metto insieme tutte queste prove e supposizioni capisco siano diventate una realtà. I miei vini non sono migliori degli altri vini ma hanno un’anima. Conservano la loro originalità senza che pensieri e parole altrui possano influenzarli.  Non c’è alcun tipo di presunzione in Andrea e nei suoi pensieri di un ragazzo, oggi uomo, ancora insicuro. È consapevole che i suoi vini non siano migliori degli altri. Non ha questa velleità. Sa che sono ottimi vini donati da un territorio fantastico. Sono speciali perché hanno qualcosa di diverso. I cristalli, le lune, i cicli del mondo, l’attenzione maniacale. Sono così. Offrono qualcosa di diverso. L’Ametista per il Lemuria.
Il Rubino Stellato per il Luteraia Nobile di Montepulciano e la Riserva.
Il Quarzo Rosa per il Rosato Loseè. 
Il Granato Almandino per il Rosso di Montepulciano, l’Idea.
Per la bolla, realizzata in collaborazione con altra azienda e non ancora commercializzata, quattro cristalli: Quarzo rosa, Rodonite, Rodolite e Selenite.  Tutto per realizzare circa 20.000 bottiglie su tre ettari.  Non c’è bisogno della quantità. Se metti una pietra in un bicchier d’acqua non succede niente. Magari l’acqua si dinamizza perché ha assorbito la memoria frequenziale del cristallo. Se però tu lo fai per un certo periodo di tempo, in un particolare momento del mese, in un giorno del calendario biodinamico, i due mondi si uniscono. Lo fai per caso o coordinato e anche l’acqua ha tutto un’altro sapore. È stregoneria? Serve a creare una storia e basta? Di trattati sulla Cristalloterapia ne troviamo tanti. Di persone che la praticano e ci credono, ancor di più. Che ci sia qualcosa di magico viene spontaneo nel pensarlo vedendo tutte quelle meravigliose sfaccettature cromatiche. Non chiedetelo ad uno scienziato, ti prenderebbe per matto o eretico (un pò come chi pratica il regime biodinamico): non ci sono delle rilevanze fisiche o controlli sperimentali. Masaru Emoto era uno scienziato giapponese che studiava la formazione di cristalli nell’acqua. Secondo le sue esperienze si formavano nell’acqua cristalli simili a quelli del ghiaccio in presenza di energia alla quale veniva esposta: onde sonore (musica o parole), parole, onde celebrali. Venne massacrato dalla comunità scientifica.  Non è vero che non abbia rilevanze fisiche. Ricordi le prime puntate di Star Trek? Le porte si aprivano con la fotocellula. Adesso sono preistoria. La scienza è limitata a ciò che le persone hanno paura di scoprire. Io per tanti anni ho studiato queste cose ma ho deciso di lasciarle spiegare in maniera filosofica e romantica. Quasi magica. Funziona. Magari si potrebbe spiegare ma chi la capirebbe. Lasciandola come una favola, va bene così.  Una congiunzione di mondi. Quello del vino con quello sensoriale, alchemico, filosofico. Non c’è esoterismo o stregoneria. Il vino è così: magia allo stato puro. È come se papà Sergio avesse fatto ad Andrea un dono.  Eravamo arrivati ad un punto di riunione. Io sono sempre scappato da lui perché non mi ha insegnato a vivere. Mi ha iper protetto. Come mia madre. Si sono dimenticati di insegnare a me e a mia sorella di vivere nella società. Mia sorella Sandra è una nutrizionista allergica al vino “Mi sono tanto massacrata con il vino che non ne voglio più sapere”. Sandra, non è scappata. Io per più di quindi anni sono scappato. La terra adesso mi ha insegnato ad essere radicato. La cantina amplifica tutto nella fatica e nella sofferenza.  Andrea che non è certo uno sprovveduto, sa che per fare i vini e farli bene serve una grande capacità in vigna e in cantina. Che lui non ha. Solo un enologo poteva dargli una mano. Anzi, una enologa. Fino al 2019 io fatto il vino senza saperlo fare. La componente energetica ha rappresentato la vitalità. Dal 2020 in poi i vini sono migliorati al livello chimico pazzesco grazie ad un enologo. Io avevo l’enologo che mi faceva la vinificazione via whatsapp. Lei, l’enologa nuova, mi ha insegnato a fare il vino davvero. Abbiamo fatto lavorazioni naturali. Le sono grato perché ho amplificato l’altra componente. I vini nascono da un approccio naturale e biodinamico. Prima di essere sensoriali. Ce ne sono sette in gamma. E pensare che papà Sergio ne voleva fare e ne faceva solo uno. Era fatto così. Prendere o lasciare.  Literaia è un vino nato per un importatore americano. “Rimedio naturale alla sete ed affini”. Bottiglie da un litro. Una sorta di Fiaschetto. Il classico vino buono toscano.  Non ci vado d’accordissimo con questo vino.  95% Sangiovese e 5% Trebbiano. Il Trebbiano le chiamo le Principesse. Tre filari del 57 tra filari di Sangiovese. La storia narra che siano tristi perché sole tra i filari. Le ho allora messo dei fiocchetti dicendo che erano le mie principesse. Dopo di questo la produzione è aumentata e di maggior qualità. Tutta la massa viene vinificata insieme con lieviti spontanei. Solo acciaio. Idea. È un rosso di Montepulciano prodotto per la prima volta nel 2022. 70% sangiovese e 30% Merlot. Solo acciaio. Avrei voluto farlo con solo il 20% di Merlot e un anno in tonneau. L’enologa ha voluto solo acciaio. Uso il Granato come cristallo. I vini sensoriali hanno un messaggio interno. Idea ti da lo stimolo al cambiamento. Non lo sai magari poi lo fa. Vinificazione separata tra Merlot e Sangiovese. Sempre con lieviti spontanei.  Loseè rosato da salasso di Montepulciano 100%. Due giorni di Quarzo rosa, 13 di Granato e affinamento di 6 mesi con cristallo nella botte. Una volta che hai fatto le lavorazioni con i cristalli, per fare in modo che il messaggio del cristalli si sintonizzi con il vino, c’è bisogno che il cristallo stesso venga lasciato nella botte per almeno sei cicli lunari completi (10 per il Nobile, 12 Lemuria). Alchimia energetica. Luteraia Nobile di Montepulciano. 70% Sangiovese, 30% Canaiolo, Mammolo e Malvasia provenienti dai vigneti del nonno. Vinificazione separate. Cristallo Rubino. Botte grandi vecchie e rigenerate. 12 mesi per il Nobile, 15 per la Riserva. Acciaio, legno, acciaio, bottiglia.  Un vino che mantiene un bellissimo colore rubino. Con i suoi 9 anni (ho assaggiato il 2015) l’unghia granata non può non fare capolino. Il naso è pieno di frutti rossi quasi a piena maturazione con l’immancabile violetta. Poi cannella, noce moscata, pepe e un tabacco che svetta senza sovrastare. Tutta questa dolcezza trova il suo equilibrio legandosi a piacevoli note erbacee. Tutto è preludio al sorso che mi fa immediatamente pensare: davvero ha 9 anni? La spalla acida indurrebbe ad un vino più giovane; persistenza lunga e bilanciamento parlano del contrario. Tannini levigati, secco e all’apparenza non particolarmente caldo. Molto sapido direi. La meravigliosa chiusura di bocca mi entusiasma con il suo stupendo retrogusto di frutta che si miscela ad un quasi limone. Effetto wow. Aveva ragione papà Sergio. La Riserva non c’è sempre. Solo nelle annate migliori. Ho avuto la gelata. Ho avuto la siccità. Ho avuto un arresto di fermentazione. Tanti problemi. Però è un vino meraviglioso.  Lemuria è il vino più importante e rappresentativo. Mio padre nasce da li. Un vino che parla dell’Indaco di mio padre. Parla di Omero e del suo vino Indaco. Si ispira ai vini lemuriani. Non è un vino ma una esperienza. Il vino Indaco sensoriale. Il vino al quale dedico la mia vita. Se ti approcci al Lemuria come vino normale si incazza e diventa vino rosso. Non va decantato perché altrimenti diventa aceto. Si adatta a qualunque tipo di cibo. Non si fa tutti gli anni. Io non lo so se sono i cristalli a renderlo speciale. Altrimenti tutti potrebbero farlo. Forse gli piace come lo tratto e come lo faccio. C’è una sorta di dialogo. Se vedrò che i cristalli non basteranno più e magari servirà che parli con il vino, parlerò con il vino. Saranno le persone a dirmi se funziona ancora o meno. 55% di Sangiovese, poi Canaiolo, Mammolo, Malvasia e Merlot.  7 mesi di tonneau. Un centinaio in bottiglia.  Il Lemuria 2013 l’ho voluto assaggiare a casa, in tranquillità, senza alcun tipo di condizionamento. 55% di Sangiovese, 25% di Canaiolo, 14% di Mammolo, 5% di Malvasia Bianca, 1% di Merlot. I sentori sono tenui di frutta non particolarmente matura che man mano vira verso la maturazione con il calore dell’ambiente. Non può mancare il floreale della violetta alla quale si aggiunge una pungente foglia di pomodoro. Arriva il balsamico con un accenno di spezie dolci e un che di caramello e cioccolata. La sensazione che ho al naso è di pace. Davvero inspiegabile. Non c’è quella eccitazione prodotta dai sentori che spingono il desiderio di un sorso. C’è già al naso serenità e appagamento. Anche in bocca la sensazione è similare. Nonostante i suoi 11 anni è ancora fresco. Caldo, secco e sapido con un tannino ancora importante ancorché ben levigato. Ottimo equilibrio e un finale con la bocca che rimane decisamente, armoniosamente, incredibilmente, pulita. Buona struttura, non certo imponente. Fin qui un ottimo vino. Niente da dire. Le sorprese arrivano quando lo abbino con il cibo. Non avevo il finocchio ma l’ho comunque messo a dura prova: con delle patatine, con una semplice frittata al formaggio, con le verdure lesse, con il cioccolato amaro. Con ogni cosa abbia provato ad abbinarlo, non solo rispondeva bene, restituiva sensazioni diverse e piacevoli. Era come se Lemuria stesse giocando con me. Mi sfidava accarezzando e stuzzicando i sensi. Incitandomi ed invitandomi a provare abbinamenti più strani, insoliti, difficili. Lemuria è un camaleontico ammaliatore che si adatta senza prevaricare. Si concede ma solo se ci credi. Ecco, questo è un vino sensoriale.  Lemuria erano i giorni 9, 11 e 13 maggio. Si celebravano i lemuri, i fantasmi, con lo scopo di placare le anime vaganti dei defunti. Capisco il nome adesso. Capisco cosa sia un vino Indaco, Andrea non poteva che chiamarlo così. Non a placare papà Sergio ma ad onorarlo anche quando non c’era più. La differenza tra Luteraia e Lemuria? Semplice. Davvero semplice. Luteraia offre sensazioni; Lemuria una esperienza. Infine le bollicine.  È una collaborazione con altra azienda. 70% Pinot nero e 30% Chardonnay. Vino normalissimo ma lavorato con i cristalli diventa una Geisha. Ne bevi un goccio non succede niente. Ne bevi un pò e ti rende passionale.  Forse quest’anno farò l’elisir ovvero un vino alchemico al 100% preso da un libro del 1400. Vino monofonico atomizzato in oro e lapislazzuli. Qualcuno che faceva il vino alchemico l’ho trovato. Cosa è alla fine tutto questo? Magia? Superstizione? Un semplice racconto? Una suggestione? Ecco si, magari una suggestione. Una Suggestione di vino come la mia rubrica. Perché allora rompere la magia e smettere di credere nelle favole? Andrea può avere tutti i difetti del mondo e non sarò certo io a giudicarlo. Fa il vino con il cuore. Parla con papà Sergio. Usa i cristalli e la cultura biodinamica. Quello che ne deriva è qualcosa di intenso e buono. Soprattutto sorprendente per l’esperienza che ho personalmente avuto.  Allora è bene che il romanticismo di tutto ciò continui a vivere, lasciando che le persone sognino. Perché i vino è un sogno.    Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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