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15 Luglio, 2024

lo champagne: la guida definitiva per saperlo bere

La storia e il territorio dello Champagne sono intimamente legati al suo successo e alla sua reputazione come uno dei vini più prestigiosi al mondo. La sua ricca storia, unita alla maestria dei suoi produttori e alle caratteristiche uniche del terroir, rendono lo Champagne un vero e proprio tesoro enologico da scoprire e apprezzare. la lunga storia dello Champagne Nel XVII secolo, la nascita dello Champagne come vino frizzante, attribuita all’abate benedettino Dom Pierre Pérignon, segna una rottura significativa nella storia del vino. Questo vino effervescente è associato per la prima volta a un preciso terroir e vengono utilizzate specifiche tecniche di vinificazione. Il successo dello Champagne si diffonde rapidamente, conquistando prima l’Inghilterra e poi la Francia aristocratica del Settecento. Tuttavia, i produttori di Champagne affrontano sfide tecniche, come la mancanza di conoscenza sulla seconda fermentazione e la fragilità delle bottiglie. Solo dopo decenni di sforzi e innovazioni, come l’uso di sughero e ferro per la tappatura e l’eliminazione dei depositi tramite il dégorgement, lo Champagne diventa il vino della gioia e della festa, simbolo della cultura e dello spirito francese. Nel XIX secolo, le grandi maison diffondono lo Champagne tra le élite aristocratiche di tutto il mondo, mentre nel XX secolo continua la sua ascesa, culminando con la creazione dell’AOC Champagne nel 1936. Oggi, lo Champagne è un universo complesso, popolato da grandi maison commerciali e piccoli produttori artigianali, che hanno contribuito a conferire al vino una nuova vita e prestigio. territorio La regione dello Champagne, con le sue specifiche caratteristiche, gode di un clima oceanico che favorisce una perfetta maturazione delle uve, con un’insolazione di 1.600 ore all’anno e una pluviometria relativamente modesta. Le sue diverse sotto-regioni offrono una varietà di terroir unici, ognuno con le proprie peculiarità. Nella Montagne de Reims, le colline caratterizzate da terreni gessosi assicurano un ottimo drenaggio e una perfetta esposizione al sole. Qui, il vitigno predominante è il pinot nero, e gli Champagne della zona sono rinomati per la loro potenza e struttura. Le sottoregioni includono Montagne de Reims, Piccola Montagna, Massif de Saint Thierry e Monts de Berru. Nella Vallée de la Marne, le colline sono caratterizzate da terreni argillosi e calcarei, ideali per il pinot meunier. Gli Champagne della Vallée de la Marne si distinguono per il loro bouquet fruttato e la morbidezza. Le sottoregioni comprendono Grand Vallèe de la Marne, Coteaux Sud d’Epernay, Vallèe de la Marne rive droite, Vallèe de la Marne rive gauche, Terroir de Condè e Vallèe de la Marne occidentale. Nella Côte des Blancs, i terreni gessosi garantiscono elevate riserve d’acqua e trattengono bene il calore, perfetti per lo chardonnay. Gli Champagne della Côte des Blancs sono noti per i loro aromi delicati e la finezza. Le sottoregioni includono Côte des Blancs, Val du Petit Morin, Côte de Sezanne e Vitryat. Infine, nella Côte de Bar, i terreni gessosi e marnosi sono ideali per il pinot nero, producendo Champagne di carattere e complessità aromatica. Le sottoregioni sono Barsuraubois e Barsequanais, che offrono una varietà di stili e caratteristiche uniche. classificazione Le classificazioni sono tre : Grand Cru (100%), Premier Cru (90-99%) e Cru (80-89%).
Le percentuali stanno a significare che le uve provenienti da un comune Grand Cru, la cui classificazione è 100%, saranno pagate esattamente il prezzo stabilito, mentre le uve provenienti da un comune classificato come 85%, saranno pagate per l’85% del prezzo stabilito. I comuni classificati Grand Cru sono 17, quelli Premier Cru 41, quelli Cru 255.
I 17 Grand Cru della Champagne sono: nella Montagne de Reims Louvois, Bouzy, Ambonnay, Verzy, Verzenay, Maill, Beaumont-sur-Vesle, Sillery e Puisieulx; nella Vallée de la Marne Aÿ e Tours-sur-Marne; nella Côte de Blancs : Oiry, Chouilly, Cramant, Avize, Oger e Mesnil-sur-Oger. Metodo di produzione
Uno degli elementi distintivi dello Champagne è il metodo di produzione, noto come “metodo champenoise” che prevede una seconda fermentazione in bottiglia per conferire al vino le sue bollicine effervescenti. È un processo complesso che richiede grande attenzione e precisione in ogni fase.
Le uve raccolte confluiscono in una pressa che viene riempita con 4.000 kg di uva e per legge si possono estrarre 2.050 litri (cuvée) che saranno vinificati, mentre la pressatura successiva produrrà ulteriori 500 litri (taille) meno pregiati e che normalmente vengono venduti. Il resto viene inviato alla distillazione. Le vin clair e la prima fermentazione La cuveé viene quindi sottoposta alla prima fermentazione alcolica, trasformando gli zuccheri in alcol grazie all’azione dei lieviti. Otteniano un vin clair che riposa fino a primavera in vasche di acciaio o botti di legno, svolgendo l’eventuale malolattica. Quindi viene assemblato con altri vini e messo in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage, una miscela di zuccheri, lieviti e sali minerali. In cantina, durante la prise de mousse, avviene la seconda fermentazione che produce CO2, creando le bollicine caratteristiche dello Champagne. Le bottiglie riposano in cantina per un periodo minimo di quindici mesi per i prodotti base e di trentasei mesi per i millesimati. remuage e degorgement: il fascino Dopo il periodo di riposo in cantina, le bottiglie vengono sottoposte al remuage, un processo per far depositare i sedimenti sul collo della bottiglia. Segue il dégorgement, a la volée o tramite una tecnica, sempre più diffusa, che prevede di porre il collo della bottiglia nell’azoto liquido che congela una piccola parte di vino. Ciò permette di aprire la bottiglia e di estrarre le impurità congelate sotto l’azione della pressione interna e senza perdita importante di liquido.. Segue l’aggiunta di rabbocchi o del liqueur d’expédition che definisce il dosaggio finale. L’habillage completa il processo, con la tappatura, l’inserimento della gabbietta e l’etichettatura, preparando gli Champagne per essere apprezzati e condivisi con il mondo. CARATTERISTICHE DEL PRODUTTORE Sulle etichette di Champagne si possono trovare le seguenti sigle che definiscono la natura del produttore:
NM négociant-manipulant: è il caso di una casa produttrice di Champagne che compra le uve e le assembla per elaborare e commercializzare il vino;
RM récoltant-manipulant: sono i vignaioli che elaborano e commercializzano le proprie uve; si tratta in generale di prodotti di alta qualità e di limitata produzione;
CM coopérative de manipulation: gruppi di produttori che associati in cooperativa raccolgono, vinificano e commercializzano;
RC récoltant-coopérateur: viticultori che conferiscono le loro uve a una cooperativa che ha l’incarico di eseguire la vinificazione; le bottiglie vengono quindi restituite ai singoli viticultori per la commercializzazione;
ND négociant-distributeur: un commerciante che acquista le bottiglie pronte per il consumo e le commercializza con il proprio marchio;
MA marque d’acheteur: prodotti creati appositamente per la grande distribuzione. TIPOLOGIE Il processo di produzione e le annate delle uve utilizzate possono identificare lo Champagne come:
Rosé, prodotti con due tecniche: assemblaggio di bianco base con vini rossi, o breve macerazione di uve rosse. Oggi queste tipologie sono molto richieste in quanto a un’immutata qualità e fragranza, uniscono una gradevole nota di colore;
Blanc de Blancs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca bianca chardonnay, anche se di differenti annate;
Blanc de Noirs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca nera pinot nero e pinot meunier, singolarmente o associati, non necessariamente della stessa annata;
Millesimé: vino ottenuto da una sola vendemmia;
BSA brut sans année: Champagne ottenuto con vini base di diverse annate. Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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12 Luglio, 2024

Pertinace. Al buon senso degno di lode

Al buon senso degno di lode
È una frase scritta su un Sesterzio, antica moneta romana. Difficile trovarne una. È  dedicata all’Imperatore romano Publius Helvius Pertinax morto esattamente il 28 marzo 193. Assassinato dai pretoriani. Quegli stessi pretoriani che lui aveva comandato per anni nelle battaglie in giro per il mondo conosciuto. Assassinato tre mesi dopo essere stato nominato da Senato romano, Imperatore. Pertinace era il soprannome di Publio Elvio attribuitogli dal padre che lo vedeva eclettico, determinato, abile nel seguire le proprie orme nella vendita di legna e lana. L’essere di umili origini non gli impedì di riscattarsi diventando insegnante di grammatica prima, coraggioso ufficiale dell’esercito poi. La sua integrità morale ed il rispetto che i suoi uomini mostravano verso il Generale Pertinace gli valsero la nomina a Senatore da parte dell’Imperatore Marco Aurelio. Alla morte di quest’ultimo l’Impero Romano iniziò con il suo successore, il figlio Commodo, un periodo di decadenza. Quando Commodo fu ucciso dal suo istruttore di combattimento a seguito di una congiura toccò al Senato scegliere il nuovo Cesare. Scelse colui che era il migliore e che forse Marco Aurelio stesso avrebbe dovuto nominare alla guida dell’Impero: Pertinace. Pertinace iniziò un certosino lavoro dedicato a rendere l’Impero un luogo più giusto e, forse, proprio per questo venne ucciso. Tre mesi di governo furono pochi per risollevare, con la sua rettitudine, un Regno che non si risolleverà più. Riscatto nella integrità. Riscatto nel rispetto delle regole. Riscatto con il buon senso. Non serve riscattarsi venendo meno ai propri principi morali. Non serve riscattarsi per guadagnare inutili soldi. Ogni Sesterzio onestamente guadagnano potrà essere speso solo con un buon senso, esso stesso degno di lode. Spesso la storia di una persona influisce su tanti. In altri casi, su pochi. Perché pochi sono quelli che lo hanno conosciuto o ne hanno letto. Altrettanto spesso, le persone integerrime non hanno alcuna velleità di insegnare qualcosa e l’importanza che danno all’essere ricordati è pari a zero. Le coincidenze della vita però alle volte sono strane. Ci si sforza spesso di trovare un senso, un significato alle cose, ai fatti, agli avvenimenti. Ma non sempre c’è. Oppure c’è ed è così evidente che non ce ne facciamo una ragione. Publio Elvio Pertinace nacque in un paesino vicino ad Alba, Treiso. Tres come lo chiamavano i romani che lo fondarono. Pertinace è proprio il nome di una frazione di Treiso dove gli storici collocano la nascita di Publio Elvio il primo agosto 126. Essere sindaco di un paesino come Treiso negli anni ‘70, che oggi di abitanti ne conta 765, non era una di quelle cose che necessitasse tanto impegno. Abnegazione, rettitudine ed impegno, si. Mario Barbero oltre ad essere sindaco di Treiso continuava a fare il suo mestiere di informatore medico scientifico. Su e giù per i paesini ad incontrare i medici di famiglia e poi, nel tempo libero ovvero il fine settimana, a lavorare nelle vigne di famiglia.
Coltivare si ma non produrre vino. Non c’era il tempo. Non c’era la cantina. Non c’era la capacità commerciale. Le uve dunque era meglio venderle.
A quei tempi (in parte anche ora!) per vendere le uve ci si rivolgeva ai mediatori. Loschi figuri che facevano attendere i conferitori fino alla fine. Far stare i contadini sulle spine era un modo efficace per spuntare prezzi migliori. Al ribasso ovviamente.
A Mario la cosa non andava giù. Anche perché Treiso insieme a Barbaresco (comune dal quale aveva ottenuto “l’indipendenza” nel 1957) e Neive faceva parte, già dal 1966 della DOCG Barbaresco. Le uve non potevano essere pagate sempre a prezzi ridicoli. Mario capisce che l’unico modo per cambiare le cose è insieme. Insieme a qualcun altro. L’unione fa la forza insomma. Quale miglior cosa se non la cooperativa sociale? Con 12 amici trovarono a Treiso una cantina piccolina che veniva dismessa. L’hanno acquistata iniziando. 12 amici e lui 13. Al tempo per poter fondare una cooperativa occorreva essere minimo in 9. Oggi è 3. Hanno preso vicini di casa, contadini, ecc. C’erano fratelli e cugini. Insomma il gioco delle parentele per aumentare il numero dei fondatori. Cesare Barbero, figlio di Mario, è l’attuale Direttore della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace. Un nome che venne in realtà abbreviato nel 2005 semplicemente in Pertinace. All’estero ci chiamavano solo più Pertinace. Alcuni non riuscivano nemmeno a dirlo tutto. Abbiamo deciso di abbreviarlo in Pertinace. Poi la storia di Pertinace è molto bella e i soci si sono immedesimati. Il figlio di uno schiavo che diventa imperatore. Una storia di riscatto. I contadini che hanno cercato il loro riscatto nell’unione. Pertinace poi è conosciuto per essere una persona corretta. Quando vado all’estero e devo spiegare la parola “pertinace” ne spiego il significato. Una persona pertinace è una persona che non molla e cosi sono stati i soci. Già non mollano. 13 persone che si riuniscono in una cooperativa portando in dote circa 30 ettari di vigne. Tutti conferitori che si impegnano per diventare produttori. 13 famiglie che cominciano una strada insieme e che fanno ritrovare insieme le loro seconde e terze generazioni dopo 51 anni. 13 soci oggi sono diventati 20 aggiungendo altri ettari per un totale di 110. Niente male davvero. All’inizio si vinificava solo uve per il Barbaresco e via via negli anni si sono aggiunte altre uve. Quando comprarono la cantina c’era già del vino dentro e solo la vendita di quel vino servì per pagare l’investimento. La prima vendemmia è del 1973 ma la prima etichetta è del 1969. Da bambino venivo qui con mio padre e mi ricordo le liti che facevano per pigiare. Tutto portato con delle ceste di plastica e pesato sulla basacula ovvero la bilancia a bascula. Salami, formaggi. Durante la pigiatura si faceva questo. Era una cooperativa goliardica, tra amici. Amici, parenti, compaesani. Mettetela come vi pare ma erano persone. Persone che volevano riscattarsi e dire la loro nel mondo. Senza prevaricare nessuno. Senza essere di intralcio. Rispettando il proprio ruolo e soprattutto gli altri. Gli anni ‘80 segnano l’inizio dei primi investimenti strutturali. Aumento soci e aumento delle superfici grazie agli stessi soci che si ingrandiscono acquisendo nuovi terreni. A dimostrazione di come la cooperazione possa davvero funzionare.
Le prime fiere. I primi investimenti commerciali. I Clienti nuovi, anche stranieri. Ma soprattutto l’imbottigliamento. Anche perché fino ad allora si andava in giro a vendere lo sfuso. Mio papà vendeva molto ai medici che andava a visitare. I nostri più grossi clienti erano i medici di paesi. Vendeva mentre era li a promuovere la medicina. Si era innescato un circolo virtuoso. All’inizio erano investimenti per vasche e serbatoi poi di terreni dei singoli soci e la cantina. Adesso produciamo oltre 8000 quintali di uve, ovvero 5000 ettolitri di vino, 750.000 bottiglie. Quegli inizi me li ricordo anche se abbiamo pochi documenti. Nessuno veniva a fare foto. Anche noi siamo stati poco accorti. Nemmeno si pensava di arrivare a questi volumi. C’era un pò di visione certo ma non tanto. Mia mamma dice che lei ogni volta che è uscito un articolo lo conserva. Magari lei ha qualcosa. Cesare ne parla con negli occhi la nostalgia di un bambino ormai cresciuto e un grande rispetto per quelle persone, papà Mario in testa, in grado di creare tutto ciò. Una azienda. Una prospettiva di vita. Una rinascita per quelle tredici famiglie, diventante venti oggi. Iniziarono a fare il Barbaresco perché c’erano le botti. Poi il Dolcetto e noi siamo una cantina conosciuta per questo. Poi viva via gli altri. Un tempo si faceva il Dolcetto Langhe e qualche vino di fantasia come “il vin che bevi” che era fatto con uve di seconda scelta. Un vinello con l’etichetta scritta a mano. O il farinel ovvero nebbiolo vinificato in bianco. Questo nome lo ha registrato un’altra cantina qui. Vuol dire bimbo allegro, bimbo giocoso e pazzerello. Il primo cliente straniero è negli anni 70. Uno svizzero che è stato nostro cliente per 40 anni. Adesso ha chiuso. Ha comprato un terreno adesso e fa del vino a Calosso. Ogni tanto ci sentiamo ancora. Grandi sacrifici, grandi sforzi. Ma anche grandi unioni. I soci, la parte fondante della cooperativa. Il loro affetto verso una azienda che è la loro. Ne supportano lo sviluppo. Ne promuovono la crescita. Ne condividono gli investimenti. Prima i 13, oggi i 20 soci, sono la vera e unica forza di Pertinace. La percezione della proprietà del socio è la chiave di tutto. Essere in grado di far sentire che tutto ciò che si fa per la cooperativa. Lo si fa per se stessi. Perché la cooperativa è di tutti i soci. Un concetto semplice. Così semplice che in Italia le cooperative ci sono dal 1854 e oggi ne contiamo oltre 41.000 in grado di generare un fatturato di circa 1.2 miliardi di € (fonte rapporto Euricse). La Costituzione italiana, ne sancisce, con l’art. 45 l’importanza sociale La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione
a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.
La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei
e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità Ci è capitato che qualcuno si è staccato nel tempo. Ma chi è uscito non è mai uscito completamente. Un socio aveva due figli e solo uno dei due è uscito per mettersi in proprio. Tutti l’anno vista crescere e sanno che fa parte della loro vita. Gli investimenti per fare una nuova cantina sono importanti e chi lo fa deve partire piano piano con molti rischi. Non è un periodo cosi roseo. L’avere la sicurezza di avere un posto dove portare le uve e vedersele pagate bene è molto. Paghiamo sopra il 20/30% del prezzo medio di mercato. Nessuno ha il coraggio di togliersi. Ma è anche una questione affettiva. La forza di una grande cooperativa come Pertinace è avere una grande varietà di terroir in grado di assicurare una importante ed interessante diversificazione. Le vinificazioni separate consentono di esaltare i cru del Barbaresco regolati dal disciplinare. MGA Castellizzano, Marcarini e Nervo per tre vini identitari del territorio. Papà iniziò con i cru. Ne facevamo anche di più ma ora abbiamo ridotto a tre. Riusciamo a farla perché non c’è gelosia tra i soci. I cru vengono liquidati allo stesso modo per equità. Non c’è scontro, non c’è gelosia. Non c’è paura che uno prenda di più perché ha la vigna nel cru. La liquidazione dei soci come elemento necessario per la retribuzione. Certamente non il più importante per l’unione. Un elemento messo a punto in maniera democratica e che riesce a non creare gelosie. Si parte dalla base di mercato e sale. È raro che scenda. Devono essere uve che hanno avuto problemi. Sale secondo dei coefficienti che abbiamo deciso. Qualità visiva, qualità chimica. Più l’uva di qualità più il prezzo si alza in maniera più che proporzionale. Ci sono diversi punti percentuali. La certificazione SGQ è arrivata nel 2018. Con essa un agronomo che si occupa che tutto venga rispettato per la certificazione. Trasmette il calendario del trattamenti, i materiali consentiti. Ma rimane sempre il principio che le singole aziende si autogestiscono e per dubbi chiedono. Il conferimento è qui in cantina. Tutti i soci sono a conferimento totale per le uve rosse. Per le uve bianche noi non abbiamo un grande mercato quindi vinifichiamo quelle che ci servono e le altre le portiamo alle altre cantine collegate a noi. Abbiamo il moscato ma viene tutto conferito a chi interessa. Magari nel futuro. I vini di Pertinace sono decisamente rappresentativi del territorio. Io personalmente li ho trovati essenziali, puliti, vivi. Ecco, la parola migliore è vivi. Mi hanno ricordato e ricondotto in quella parte di Piemonte dove l’allegria sta nel vivere con gli amici a tavola. Quelle tavole dove magari c’era poco cibo. Non certo poco vino. Solo che doveva essere un vino da bere mica con pietanze complesse. Al contrario. Cose semplici. I nostri vini sono molto tradizionali. Sono molto simili a quelli di papà per tempistica di lavorazione. Cappello sommerso. Lunghe macerazioni e invecchiamento in botte grande. In continuità ma abbiamo limato i difetti anche con la tecnologia. Partiamo dal classico Barbaresco 2020. 18 mesi in grandi botti di rovere donano al Nebbiolo una pulizia e limpidezza invidiabili. Questo, come tutti gli altri vini di Pertinace sono contraddistinti dall’essere limpidi e puliti. Scarichi di colore tanto che la mano sotto il calice si vede, sempre, chiaramente, Scarichi di colore ma non certamente di altre sensazioni sensoriali.
Di questo Barbaresco ne ho apprezzato la qualità estremamente fine dei sentori. Un bouquet talmente raffinato da non volerne sentire altri. La piccola frutta rossa e nera quasi in confettura si mescola ai rigogliosi fiori rossi. Poi è un altalenanza di preziose note erbacee e spezie dolci. L’arancia rossa calda e succosa si unisce al cardamomo, alla cannella, ai chiodi di garofano, al pepe inebriando anche grazie al velo di balsamico. Un bouquet che si esala con il tempo. Un Barbaresco ha bisogno di aria e tempo per esprimersi ma quando lo fa, consente di respirare meraviglie. Il balsamico si accentua così che sembra di respirare una caramella alla frutta. Di quelle balsamiche ovviamente. Un accenno di ematite fa comunella con salvia e timo.
La bocca raggiunta dal sorso accoglie finezza e raffinatezza. Fresco e soave, caldo ma non troppo nonostante i suoi 14 gradi. Sapido ma non eccessivamente come si conviene ad un nobile. Secco ma non troppo per preservare il gusto. Persistenza giusta e una bocca che si inebria ed impreziosisce dei piccoli frutti rossi e neri. I tannini sono rimasti in disparte. Presenti ma non invadenti a dirigere le operazioni dalle retrovie. Bilanciamento eccellente e chiusura di bocca che definirei unica. Un vino che avvolgente e coinvolgente che, alla fine non è impegnato e al contrario risulta immediato tanto che con un pezzo di Parmigiano l’ho trovato sublime. Barbaresco Marcarini 2020. Il colore granata già evidenzia che qualcosa di diverso c’è nel calice. La frutta è polposa e decisamente cotta mantenendo una punta di acidità che induce il naso ad attendersi altro. Prugna, ciliegia, ribes, arancia. Il balsamico arriva ad aprirmi le vie aeree ed apprezzare il tabacco, la noce moscata, il pepe, il pellame, il goutron. Un lieve sentore di sottobosco e ferroso donano struttura. Il sentore di mela cotta mi fa venire alla mente quella che mi preparava la nonna: un infuso zuccherino con una parte acida a donare finezza.
Il sorso è immediatamente meraviglioso. Fresco, secco, caldo, decisamente sapido. La percezione di frutta arriva all’istante per poi essere sovrastata dai tannini: decisi, importanti, prorompenti. Il bilanciamento è insolito e interessante. Non arrivano prima le durezze ma al contrario le dolcezze creando la necessità e l’aspettativa di un nuovo sorso. Ecco che se il sorso viene accompagnato da un intrigante cibo, la sensazione che se ne ricava è eccellente. Chiusura di bocca meravigliosa e persistenza lunga. Potrei berlo anche da solo. Barbaresco Nervo 2020. Anche qui colore granata e assoluta finezza sono il biglietto da visita. La frutta cotta c’è. Il balsamico c’è. Tabacco, note ferrosa e sottobosco, ci sono. Qui c’è del pellame e i fiori che sono in potpurri insieme al melograno e alla viola. La complessità e la varietà olfattiva differenzia il cru. Incantando ancora.
Il sorso si evidenzia per i tannini setosi e rotondi che bilanciano la decisa freschezza aumentando la persistenza. La frutta rossa diventa più viva e polposa, stupendo per come si differenzia rispetto alle sensazioni olfattive. Bilanciamento perfetto con un equilibrio fuori dal comune. Questo è uno di quei vini che si iniziano a bere senza volere un accompagnamento. Perché è buono. Tanto buono che non si vuol mischiare con niente. Il calore c’è ma non si percepisce. E non so se questo è un bene o un male visto che la bottiglia si può tranquillamente finire. Ci si abbina un pezzo di salame e formaggio e il gioco è fatto.
Veramente ma veramente convincente per la sua dinamicità e immediatezza. Davvero unica per un Barbaresco. Davvero unica. Nebbiolo 2021. Qui siamo nel Piemonte godereccio. Quando oltre alla Barbera e al Dolcetto occorreva bere il Nebbiolo perché quello c’era. Ma mica si poteva aspettare tanto. Andava bevuto in fretta e in grandi quantità. Si un pò in botte ci deve andare perché sempre Nebbiolo è.
Il colore è rubino e la trasparenza è quella dei vini di Pertinace. Top.
Al naso c’è subito la percezione di una bella alcolicità che la balsamicità amplifica copiosamente. I fiori e i frutti rossi appaiono senza far aspettare. Sono i fiori a prevalere. Arancia e lamponi iniziano poi a virare verso il mirtillo. Il sottobosco non può mancare ad impreziosire. Così come il tabacco e il cioccolato, il pepe rosa e la rosa canina.
In bocca i tannini i presentanTipo una tagliatella al ragù. Ci vuole poco per arricchire il pranzo della domenica. Barbera d’Alba 2021. Barbera appunto. Non poteva certamente mancare. Il bellissimo colore rubino nel calice è un vero e proprio invito a berlo senza passare per i sentori. Non lasciamoci tentare perché ci perderemmo il cesto di lamponi e fragole. Di quei cesti che poi si espongono direttamente sulla tavola. Frutta fresca e croccante appena cotta dal sole ma bagnata dalla rugiada mattutina. Respirare queste sensazioni è inebriante. Una rosa e una peonia arrivano grazie alla consueta balsamicità. Così come l’arancia sanguinella e la prugna. Vivaci e genuini.
Il sorso me lo aspetto di importante freschezza e in effetti non mi delude. I tannini sono anche morbidi e la sapidità è spiccata, cosa questa che mi fa apprezzare maggiormente la frutta croccante che ho in bocca. La sensazione è quella di bere un succo di arancia con i frutti di bosco. Non c’è grande corpo ma la avvolgenza è comunque sì curata. Mi viene voglia di bere questo vino e berlo ancora, con semplicità, senza infrastrutture e senza la necessità di stare con il naso dentro al calice per cogliere chissà quali sfumature. Non voglio studiarlo. Voglio solo berlo. Datemi un piatto di pasta con del ragù semplice o una fetta di salame. Sto bene cosi. L’equilibrio questo Barbera lo raggiunge alla fine, quando le dolcezze sovrastano le durezze. La chiusura di bocca è fantastica e la persistenza non particolarmente lunga. La bottiglia si finisce! Se i 13 soci bevessero i vini attuali li apprezzerebbero anche perché per dirla tutta quel concetto di diradamento che è ben consolidato in quei tempi non era cosi scontato. La qualità del prodotto è dovuto alla qualità dell’uva. Il clima ci ha anche dato una mano. Negli anni 70 c’era grande alternanza qualitativa. 74 buonissima, 78 buonissima. 82 buonissima. 72 declassata. Uno dei motivi perché è stata fondata la cantina. Non è stato fatto ne Barolo ne Barbaresco.
Un bel segno di serietà anche per quei tempi. Qualità e serietà ben radicata sul territorio. I nostri vini seguono le annate però non c’è più quel divario che c’era in quegli anni li. Sono più annate simili adesso. Si possono andare a ricercare le differenze che ci sono ma non sono più quelle di quei tempi li. La forza e la bravura di una azienda è essere costante nella qualità. Pertinace da 51 anni è un riferimento nel territorio e non solo. Sono riusciti a produrre grandi quantità di vino ad una qualità mostruosa. Se siamo conosciuti per un certo livello qualitativo dobbiamo mantenerlo. In quel senso li c’è una standardizzazione verso l’alto. I nostri clienti delle Langhe capiscono che le annate sono diverse. Non vogliamo nasconderle. Non devono essere nascoste perché è una storia in più per ogni annata da raccontare. Valutiamo la qualità del prodotto che abbiamo in casa e decidiamo la destinazione. La forza della cooperazione è che è proprietaria dal vigneto alla bottiglia. Tutta la filiera. Pochi privati possono fare le selezioni che può fare una cantina. Possiamo tenere i nostri vigneti migliori e fare volumi importanti abbiamo la possibilità di selezionare tantissimo. Qualità e quantità si possono fare senza essere necessariamente in contrasto. Pertinace ne è la dimostrazione. La cooperativa e la cooperazione è sempre stata vista di basso livello. Si, magari con un buon rapporto qualità prezzo, ma niente di più. In realtà, il costare meno è, banalmente, una conseguenza che parte dalla possibilità di gestire masse più grandi e prezzi più bassi. Così le cooperative che lavorano bene riescono ad ottenere qualità ben superiore a ciò che si pensa. Siamo sette dipendenti. Io sono uno dei soci e il direttore. C’è un consiglio di amministrazione con presidente e vice presidente. Venti soci. Ci troviamo abbastanza spesso. Siamo una grande azienda o meglio una azienda per lo più familiare. Siamo tutti di Treiso e ci conosciamo da sempre. I confronti sono continui e non abbiamo mai avuto scontri tra fazioni. Non c’è mai stato in cinquantuno anni della cantina. Tutto diventa più facile da gestire. Qualche screzio ci sarà pure stato come è normale che sia. Ma è come litigare tra moglie e marito. L’amore non è bello se non è litigarello. Perché solo così si possono risolvere le cose. Parlando e parlando chiaro. Senza che nessuno si offenda perché non è mai una offesa verso la persona. Si parla, si discute anche animatamente. Ma poi l’azienda è di tutti e la si deve portare avanti. Senza personalismi. Senza la velleità di essere la prima donna. Il bene è per il bene di tutti non del singolo. La particolarità di Pertinace come azienda è la stessa di Publio Elvio Pertinace: si arriva da umili origini e solo la rettitudine può portare risultati. Non ci sono castelli. Non ci sono storie millenarie o nobili. Non ci sono tunnel con barrique lasciate dai bisnonni. Niente di tutto questo. Siamo dinamici e non vogliamo presentarci in maniera storica. Non abbiamo il castello o i tunnel. Abbiamo i vigneti e noi stessi. Questa cosa dei castelli mio papà lì aveva già messa nella prima etichetta. Una frase del tipo “non siamo proprietari di castelli o antiche tenute. Questo vino è frutto esclusivamente del nostro lavoro”. Una frase che riassumeva il pensiero di quei tredici che si sono trovati. Non siamo per i fronzoli. Siamo cosi. La nostra cantina non è vendibile. Quello che vendiamo non è che il vino. I toc. Quando ero in Fiat Auto a Torino i “toc” era chiodo di fisso di tutti. I pezzi. Bisognava fare i toc. Ogni minuto usciva dalla linea di montaggio una vettura. Un pezzo. Un toc. Ogni volta che la linea di produzione si fermava per qualche motivo, era un toc in meno. Un problema. Il piemontese somatizza il problema fino a che è in fabbrica. Poi a casa, un bicchiere di vino e ci si penserà, ai toc, l’indomani. Ma i toc devono uscire. Si pensa ad essere pragmatici sulla linea di montaggio e si pensa ad essere pragmatici a casa: perché tanto una volta andati a casa non è che si possa fare niente per la linea di montaggio.
Cose, se uno il castello non lo ha, si basa, pragmaticamente, sui propri prodotti ovvero sui propri vini. Noi dobbiamo ancora ringraziarli questi fondatori. Sono loro che hanno consentito di dare lavoro a venti famiglie. Per questo siamo molto attivi sul territorio e quando l’amministrazione comunale ha bisogno noi, noi ci siamo. Abbiamo in mente di fare un ampliamento della cantina e poi, quando realizzato, magari qualche nuovo socio. Non è semplice trovare soci in queste aree. Quando tutto va bene nessuno viene. Quando le cose vanno male, qualcuno viene a fare domande. Siamo nelle Langhe e anche chi ha un piccolo pezzo di terra ha il pensiero di mettersi in proprio. Una cantina. Una etichetta. Una attività. Normale in questo angolo di paradiso dove le terre ormai costano un patrimonio. Così come però è assolutamente normale che molti vignaioli continuino ancora a produrre e conferire l’uva. Molto meno stressante. Molto più immediato. In questo contesto cooperative come Pertinace, proprio per il rispetto che ha per i propri soci, paga più del prezzo di mercato attraverso un meccanismo in grado di pagare in funzione della qualità dell’uva conferita. Solo in questo modo si paga seriamente il lavoro svolto in vigna e si ottengono prodotti di eccellenza. Abbiamo bisogno dell’ampliamento per crescere perché siamo a tappo per la trasformazione. Abbiamo lasciato che i nostri soci crescessero e abbiamo cercato di crescere in proporzione. Però sono finite le stanze e allora abbiamo bisogno. La struttura della Pertinace è ai piedi della collina e si è ampliata fino al torrente. Aldilà del torrente stesso è stato acquisito un altro immobile per ampliarsi. Dove potevamo ampliarci lo abbiamo fatto. Abbiamo acquisito un immobile perché chi abitava li ha deciso di trasferirsi altrimenti non avremmo avuto modo. Oggi, cinquantuno anni dopo, i 13 di Terso, fondatori della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace o più semplicemente Pertinace, troverebbero tanto di quello che hanno creato. Non già nelle strutture quanto nelle persone. Unite più che mai. Cresciute di numero. Cresciute nella voglia di fare, insieme, impresa per riscattarsi. Sempre che questo riscatto non sia già avvenuto. Cresciute nella rettitudine e nel merito. L’unica differenza con l’Imperatore Pertinace è l’avere avuto il tempo per costruire qualcosa che potrebbe tranquillamente essere riassunta con “Al buon senso degno di lode”. Mi piace terminare questo articolo con la frase posta a chiusura dell’atto costitutivo del 1973: “L’amore per la nostra terra, ci spinge ad affrontare insieme, con amicizia, fiducia e collaborazione, le difficoltà e i successi per il bene di ciascuno e di tutti” Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Ps nel mio dialogo con Cesare Barbero ho chiesto del perché non fossero citati da nessuna parte tutti i fondatori e tutti quelli che oggi portano avanti l’eredità di quest’ultimi. “Non ci avevo mai pensato” mi ha risposto. Però mi ha inviato questa lista che sento il dovere di pubblicare. I soci fondatori:
Barbero Mario, Vola Luigi, Rosso Luigi, Rapalino Michele, Stella Pasquale, Bongioanni Carlo, Perno Giancarlo, Flori Aldo, Fedele Carlo, Nada Fiorenzo, Dotta Eugenio. Sono 11 perché pochi mesi dopo si sono aggiunti Vola Rita e Ferrero Annibale. Le aziende attuali:
AZ. AGR. CORINO (CORINO DOMENICO)
AZ. AGR. BRICCO MARCARINI (VOLA ALDO E GABRIELE)
BARBERO CESARE
BIOAGRI
BONGIOANNI ANNA
BONGIOANNI ROBERTO
DACOMO GIULIANO
DELLAFERRERA PAOLO
DOTTA PAOLO
DRAGO ALBERTO
FERRERO PAOLO
FLORA MARINA
FLORI ERNESTINO
FLORI ROBERTO
PERNO GIOVANNA
PORTA SERGIO
RAPALINO FLAVIO
TERZOLO MAURIZIO
VOLA FRATELLI
VOLA ROBERTO
ZUNINO SILVANA
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11 Luglio, 2024

I GRANDI BIANCHI D'ABRUZZO (la masterclass)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso Sabato 8 Giugno è andato in onda ITALIA WINE EXPERIENCE “ABRUZZO EDITION”, giornata organizzata da Saula Giusto e Veronica Laurenza e patrocinato dal CONSORZIO VINI D’ABRUZZO con l’intento di promuovere con eleganza la Qualità della produzione vitivinicola e gastronomica della Regione. Sede dell’Evento è stata l’Azienda PODERE SANTA LUCIA di Tossicia (TE), scelta appositamente per dimostrare quale sia la capacità ricettiva di un Territorio troppo spesso dimenticato. L’Evento è stato anticipato il Venerdì sera da un incontro tra Produttori, professionisti della comunicazione e stampa nell’elegante location di CORTE DEI TINI a Villa Vomano (TE). Evento riuscito e totalmente “plastic-free” grazie agli allestimenti in cartone riciclato dell’Azienda IRONDA che ha viso numerosi winelovers affollare i banchi d’assaggio. LE MASTERCLASS 3 le masterclass organizzate a latere dell’Evento, la prima dedicata alla DOCG MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE, la seconda ai GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO e la terza agli abbinamenti cibo-vino a “km zero”. Giuseppe Ialonardi, delegato FISAR di Teramo, ha condotto le prime due (quelle cui ho partecipato) illustrando storia e storie della prima DOCG abruzzese e presentando un’ampia selezione di vini bianchi della regione con un bel focus sul Montonico e senza dimenticare la novità dei PIWI.     I GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO 8 (+1) i vini in degustazione con un occhio di riguardo per quel Montonico che grazie all’impegno di alcuni illuminati Produttori ha saputo ritagliarsi un proprio spazio all’interno del variegato panorama dei bianchi abruzzesi e senza dimenticare tanti vitigni minori che per molto tempo hanno recitato semplicemente il ruolo di ballerini di fila nello spettacolo del Trebbiano d’Abruzzo. 8 vini (+1) cui mi sono permesso di assegnare un punteggio che Vi invito a discutere. Se doveste pensare che sono stato troppo “cattivo” beh, sappiate che me lo hanno già detto. Io preferisco dire di essere stato “severo ma giusto”, perché l’Abruzzo del vino non è solo il Montepulciano (e il Cerasuolo) ma anche un mondo di vini bianchi che aspettano solo di essere valorizzati per quello che sono e di occupare il posto che meritano sul podio della Qualità. 1. ABRUZZO DOC SPUMANTE METODO CLASSICO MONTONICO PAS DOSÉ “PILATUM”, CICCONE: 52 mesi sui lieviti (per la precisione: vendemmia 2018, imbottigliamento 2019, sboccatura 2023 per questo Metodo Classico. L’olfatto propone toni green di prato sfalciato e mela Granny Smith ben prima di quelli quasi nascosti di pesca e frutto croccante cui conduce la sottile scia di lieviti fornai che screzia lo sfondo minerale. Il sorso è dritto e freschezza e sapidità sono i due tagli della lama di una spada affilata che spartisce, con un colpo forse troppo netto, le dolcezze del frutto dalle amaritudini di un osso di pesca che una sottile tannicità tende ad evidenziare. (85 Punti ma…da riassaggiare, nel bene e nel male). 2. ABRUZZO DOC MONTONICO SUPERIORE “SANTAPUPA” 2023, VINI LA QUERCIA: m’aspettavo un olfatto vegetale e agrumato e invece ho trovato i tropici (ananas) e la pesca bianca con la mela Fuji a proporre una iniezione di dolcezza croccante. Sorso decisamente sapido che vira bruscamente su dolcezze femminili e troppo affettate lasciandoci un po’ così… (83 Punti). 3. ABRUZZO DOC MONTONICO SUPERIORE “EMOZIONE N° 3” 2020, VALENTE: si propone subito pimpante, con piccantezze cementizie che veicolano con piacevole dinamismo pendii sfalciati di fresco, erbe e fiori di campo, una pesca bianca fresca e lungi dall’essere matura e una nota di brace spenta che sa tanto di riposo dopo una giornata di lavoro nei campi. Il sorso, decisamente fresco e scorrevolissimo, vive del ritmato contrasto tra saporita sostanza e inattese dolcezze chiudendo lungo e quasi piccante Un’interpretazione che dimostra capacità e conoscenza al servizio della Qualità e della piacevolezza edonistica. (86/87 Punti). Da bere ascoltando (e non potrebbe essere altrimenti) “EMOZIONI” di LUCIO BATTISTI. 4. TERRE DI CHIETI IGP COCOCCIOLA BIO “IAVA” 2023, FAMIGLIA DI CARLO (VIGNAMADRE): vispo, si apre al naso su note di melone ma vira presto su più ammiccanti toni esotici di papaia lasciando che, sullo sfondo, le vegetalità si sbraccino per farsi notare. Molto fresco e decisamente sapido, propone un sorso ben più largo di quanto il naso lasciasse intendere calcando la mano sulle dolcezze di frutta gialla matura e chiudendo un po’ spigoloso. (84 Punti). Un’Azienda “unica” quella della Famiglia Di Carlo. Giannicola crede da sempre nel Biologico e nell’Energia. Tra i redattori del Regolamento Bio e tra i primi a puntare sulla “confusione sessuale” per proteggere il vigneto dagli insetti “molesti”, ha costruito la prima cantina europea seguendo i dettami della bioarchitettura e crede nella “comunicazione tra le piante attraverso gli apparati radicali. Ha praticato per molti anni meditazione trascendentale e creato il primo Vigneto Dinamico Energetico assegnando a ciascun filare uno dei 7 colori dei chakra… Non Vi dico altro. Pensateci Voi ad approfondire queste storie e a cercare nel bicchiere l’unicità del suo pensiero. Ne riparleremo. 5. TERRE DI CHIETI IGT PASSERINA 2023, FATTORIA ITALIANA MARTELLI: l’olfatto propone le dolci grassezze di una mela renetta, granulosa e matura, e poi il calore dell’erba secca e della pietra arroventata dal sole. Sorso fresco, semplice e scorrevole, che ripropone il giallo frutto e vi aggiunge quello della ginestra chiudendo leggermente amaricante. (82/83 Punti). 6. TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “BARDASCE” 2022, TENUTA DE MELIS: bianco, nel suo abito olfattivo fatto di mela golden, pesca bianca, pera e leziose margherite. Impatto gustativo segnato da una profonda mineralità gessosa che presto evolve in ricordi di frutta lasciando spazio a soffi di erbe aromatiche e lontani sguardi marini. (83/84 Punti). 7. TERRE DI CHIETI IGP PECORINO “NUNTIUS” 2021, MASTRANGELO TENIMENTI DEL GRIFONE: ci vuole pazienza e capacità di “fare la tara” per scostare una sottile ma sgarbata nota ossidativa e concentrarsi sull’analisi olfattiva di un vino più complesso di quanto ricordassi. Ecco dunque sottigliezze selvatiche alternarsi a dolcezze di frutta bianca, amaritudini di gheriglio di noce a un ché di tropicale e quella chiusura salmastra…quasi di mollusco. Sorso ampio, fresco e scorrevole, decisamente sapido e appena speziato. Si becca il mio premio “PECCATO” e la promessa di un riassaggio appena possibile. (84 Punti). 8. TREBBIANO D’ABRUZZO DOC BIODINAMICO “PEPE BIANCO” 2013, STEFANIA PEPE: un Trebbiano che Chardonneggia con troppa disinvoltura e si muove con non troppa circospezione sul filo del difetto. Propone grassezze di cera d’api e frutta gialla matura, la scorza d’arancia messa sulla piastra dell’economica e un quid di freschezze di erbe aromatiche. Sorso deciso, fruttato e quasi succoso, giocato tra ricordi di pesca gialla e mandarino cinese, che rimarca con davvero troppa foga le note ossidative percepite all’olfatto. Certo può piacere ma… (80/81 Punti). 9. VINO BIANCO PIWI “PETRINO” 2023, PAOLUCCI: quello dei PIWI è per me ancora sentiero in massima parte sconosciuto e certo, questo Soreli, non mi aiuta a dirimere le nebbie. Il naso mixa dolcezze di frutta estiva matura con una intensa nota di sambuco. C’è poi un’idea di stoppia e un ché di come lavanda che mi spiazza. Il sorso denota una muscolatura che va oltre quello che i 12.5° alcolici farebbero supporre, fresco, punta decisamente su dolcezze mielose ma non dimentica graffi amaricanti di erbe aromatiche e mandorla. Vorrebbe essere territoriale ma, forse per quell’identità che ancora non ha, risulta modaiolo e piacione. Da riassaggiare insieme ad altre etichette per capire meglio lui e il mondo dei PIWI. (82 Punti). IN CONCLUSIONE In conclusione beh, “I GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO” non era forse il titolo più adatto a descrivere questa masterclass. Va comunque dato merito a chi l’ha organizzata di essere riuscito quantomeno a presentare una visione assolutamente panoramica della produzione bianchista di una Regione che dovrebbe credere di più nelle proprie produzioni tradizionali senza inseguire mode o scimmiottare altri areali.     Roberto Alloi VINODENTRO
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10 Luglio, 2024

Il Mercante di sogni

Che cosa proviamo quando osserviamo un tramonto che colora con fiamme rosse il cielo di una città? Quando intravediamo la prima fessura di luce uscire dall’acqua del mare all’alba di un nuovo giorno? Quando osserviamo, durante un viaggio in macchina, la Natura intorno a noi che ci avvolge con la sua sconosciuta immensità, che sentiamo così familiare? E la luna? Perché stare con il naso all’in su, in una notte di stelle cadenti, ci porta a dare in custodia i nostri desideri più profondi al sorriso accennato della luna piena che, come un faro, sembra volerci sussurrare che esistono strade luminose per uscire dall’infinita vastità delle nostre tenebre? Quello che sentiamo in quei momenti è il riflesso di chi siamo, dell’esperienze che abbiamo vissuto nella nostra vita, delle persone che abbiamo amato e di quelle che ci hanno fatto del male; delle risate e delle lacrime che ci hanno accompagnato; dell’incanto di quei rari momenti eterni, che rimangono impressi nella nostra memoria. Planare su colline verdi a pochi passi dal mare, quando questo ne è immensità, è quella sensazione di pace che ti fa sentire connesso con le componenti circostanti. A Cupra Marittima (AP), piccolo e favolosamente “lento” borgo a pochi km da Grottammare c’è un luogo dove l’attinenza, l’accoglienza, la mescita e la ristorazione sono famiglia e rispetto. Il Koko Enoteca Beach & Restaurant. Umberto padrone di casa ospitale, sorridente e coinvolgente come un romanzo, è il Mercante di Sogni della costa Marchigiana. La sua carta vini riproduce fedelmente la grande conoscenza dei vini e l’amore per la sua terra. Qui le connessioni tra le persone sono intensità e sincerità della vita, e la Famiglia Cossignani, Letizia e Edoardo, ne sono parte integrante.  I loro vini, prodotti, a pochi km dal mare, in quello che al primo sguardo è il Giardino del Re, sono la rappresentazione del Tempo nella sua forma più aurea e simbolista. Tra questi il Blanc de Blancs Cossignani L.E. Tempo. Metodo Champenoise 24 mesi sui lieviti uve 100% Pecorino Extra Brut. Questo vino è un Acceleratore, è un circuito di feedback positivi. Non come quei circuiti che si accumulano troppo rapidamente ed esplodono senza provocare alcuna trasformazione reale. In questo caso l’Accelerazione è un circuito in cui la misura quantitativa della velocità si fonde con la dimensione qualitativa dell’intensità. Un gradiente ibrido in cui i cambiamenti di quantità non possono essere separati dai cambiamenti di qualità, e in cui l’oggetto dell’accelerazione è preservato ma solo nella misura in cui il suo principio fondamentale è quello della trasformazione costante. C’è sempre il rischio che questa tipologia di circuito finisca con il collasso della realtà nella virtualità. Ma noi amiamo i rischi. Qualsiasi cosa è meglio dell’eterna tirannia della realtà. Cercate di capirmi, quel che occorre non è un profeta ma un terminale schizo. Un ricevitore dotato di altissima sensibilità capace di captare e interpretare le vibrazioni psichiche disseminate nell’oceano mente. Questo è il nostro tempo. Non serve a nulla la previsione di tendenze del mondo oggettivo, perché il mondo oggettivo non esiste. Quel che serve (forse) è una macchina di trascrizione degli impulsi che provengono da sensori disseminati nella psicosfera che ci sta intorno illimitatamente. Se l’accelerazione obbliga a un’esperienza di vita intensa, allora il suo avatar è lo schizo. Questo perché lo schizo non ha confini, Lui/Lei, meglio dire “It” è invaso da tutti i lati. Si connette a tutto senza mai cercare di ricondurre queste connessioni alla logica ricreativa dell’essere umano. Sognando e sperando nuove realtà, Il Mercante dei Sogni si è palesato. Stiamo in silenzio, immobili, osservando, dando una tregua al nostro sforzo di voler trovare una spiegazione a tutto e al nostro desiderio di controllo sulla quotidianità – infantili illusioni – sentendo che siamo parte di qualcosa di più grande e più saggio di noi, che dovremmo imparare a rispettare e del quale dovremmo fidarci più di qualsiasi altra cosa, sentendoci in armonia con una sublime meraviglia che, non sempre, ha senso che venga capita. È sufficiente sentirla.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 15 prodotti in mescita, con possibilità di sostituzione alla carta circa la disponibilità: Bollicine (italiane e Francesi), Fermi con focus su Vini Bianchi, accompagnati Rossi e Rosati (del territorio). Ad accompagnare la mescita una selezione di piatti di grande qualità, materie prima legate al mare con uno sguardo alla cucina internazionale (Fusion, Japan)   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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5 Luglio, 2024

Rossella Cicalese. L’ultimo baluardo

Io pensavo a quante volte, ogni giorno, usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. – Ninte, – come dicono a Gagliano. – Che cosa ha mangiato? – Niente. – Che cosa speri? – Niente. – Che cosa si può fare? – Niente -. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L’altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai. Ma crai significa mai.
Niente e mai. Niente. Non c’è nulla da fare qui Mai. Tanto non cambierà, mai, nulla. Sono le parole tratte dal libro di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli. Levi, ancorché medico, era artista, scrittore e pittore, mandato al confino dal Regime Fascista. Da Torino al piccolo paese di Aliano, vicino Matera. Posto ideale per il confino visto l’isolamento e l’arretratezza di quei luoghi. Arretratezza che in parte, purtroppo, continua ancora ai giorni d’oggi.  La storia di questo libro, divenuto poi un film nel 1979, nulla a che vedere ha con Eboli che diviene, suo malgrado, simbolo di arretratezza (almeno per coloro che non hanno letto il libro o visto il film).  Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Quante volte ci sarà capitato di percorrere l’autostrada A2 (Salerno – Reggio Calabria), imbattersi nel cartello per l’uscita Eboli e pensare a quel titolo. Cristo si è fermato ad Eboli.  Eppure Eboli nulla ha a che vedere con l’arretratezza. Un paese con la sua storia che parte dalla preistoria e passa per gli antichi greci, i romani, i saraceni, i longobardi. Fino ad arrivare ai giorni d’oggi con i suoi quasi 37.000 abitanti. Il golfo di Salerno proprio dinanzi. Insomma forse Cristo si sarà pure fermato qui, ma male non deve essere stato. Rossella Cicalese ad Eboli ci è nata e vissuta. Una vita tranquilla. Di quelle che portano i ragazzi (adesso ha poco più di trenta anni) a vivere e studiare per garantirsi un futuro. Anche se Rossella un futuro lo avrebbe avuto nelle attività di famiglia. Ma preferisce studiare giurisprudenza. Si addice di più ad una brava ragazza.  Strana la vita. Una stranezza di quelle che fanno si che, quando meno te lo aspetti, te ne fanno cambiare il corso.  Quasi dodici anni fa avevo ventuno anni. Mio nonno aveva dei terreni agricoli ma data l’età, aveva quasi 80 anni, li aveva dati in affitto questi terreni. Stavano per scadere i contratti e non sapevamo cosa farne. Era il periodo dei bandi per aumentare l’agricoltura così che abbiamo iniziato questa avventura. Questa follia. Impeto giovanile. Incoscienza giovanile. Intraprendenza giovanile. Vallo a capire. Dalle aule e dai libri di giurisprudenza, Rossella si trova catapultata sui terreni del nonno a dover cominciare tutto da zero. Avete letto bene, da zero. Ero molto incosciente. Dissi di si senza pensarci. Nemmeno mio padre pensava che fosse cosi difficile. Ah beata l’incoscienza.  Nei terreni di nonno Donato, oggi arzillo novantenne, c’erano piante da frutto e ortaggi. La decisione presa era quella di impiantare una vigna.  Al tempo però. Non è che Rossella partisse avvantaggiata. Se voleva prendere in gestione i terreni del nonno, si poteva fare. Non fosse altro che di tutti i nipoti lei era l’unica che si era fatta avanti per gestirli. Servivano però i fondi. Senza soldi non si canta messa! Papà mi ha supportato con la banca per i finanziamenti. Ad una giovane non avrebbero mai dato i soldi. È penalizzante per i giovani. Poi mio nonno mi ha aiutato. Non avevo studiato per questo. Concimazione, potatura, ecc. poi ci siamo affidati a delle persone. Mi serviva però recuperare la tradizione Le tradizioni. Quelle di un tempo andato. Magari proprio quando Carlo Levi passava di qui per andare al confino in Lucania. Solo che allora Rossella nemmeno era in programma. Nonno Donato c’era e lavorava nei campi. Nei suoi campi. Che solo L’avanzare degli anni e la fatica accumulata non gli consentivano più di gestire.  I ricordi di Rossella bambina sono quelli dei giochi della domenica in giardino o in campagna con il nonno a raccogliere la frutta. Ricordi che si perdono nella memoria per poi riaffiorare nell’animo, negli odori di quelle domeniche in famiglia.  È stato bello stare con nonno tutto il giorno. Nonno ha insegnato tutto. Quando io ero piccola andavamo a raccogliere le pesche, le albicocche…non in vigna.  Con nonno Antonio andavo anche io in campagna. A Camigliano c’erano le piante di nocciole, di albicocche, di fichi. Ogni odore che è nella mia mente lo devo a lui. Ogni sensazione legata alla terra, ogni ricordo tattile ed olfattivo, parte da li. Le domeniche in campagna con nonno Antonio. Rossella mette da parte gli studi di giurisprudenza e inizia quelli della terra. Gli ettari da coltivare sono quattro e mezzo su due siti. Nemmeno poi tanto vicini. C’è quello di Eboli, in pianura. C’è quello di Perdifumo nel pieno del Parco del Cilento.  Siete mai stati nel Cilento? Vi consiglio caldamente di andarci. Gente meravigliosa. Luoghi meravigliosi. Cibo meraviglioso. Vino meraviglioso.  Oltre cinquanta chilometri separano le due vigne. Se già era follia partire da zero, partire con due vigne così distanti era follia al cubo. Rossella non è una che si abbatte per poco. Sarà pure incosciente come dice lei, ma tosta è tosta. Le idee ben chiare. La voglia di lavorare che non la spaventa. L’umiltà che non le manca. Ecco, l’umiltà. Quando sai che non sai, chiedi. Ma devi saperlo di non sapere. Si affida ad un agronomo per capire i terreni e ad un enologo per decidere cosa impiantare e che vini fare.  Eravamo vincolati dai disciplinari per i parametri da seguire. La Regione impone in qualche modo.  Abbiamo fatto le analisi del terreno per capire cosa fare. Ad Eboli il terreno era molto utilizzato per ortaggi e frutta. C’era dunque molta sostanza organica che ha consentito di entrare in produzione subito. A Perdifumo era incolto, dunque è stato più duro. Dalle barbatelle alla prima vendemmia i canonici tre anni. Duri e lunghi durante i quali Rossella in parte studia sui libri dell’università, in parte in campagna.  Dopo la banca abbiamo iniziato con nonno e il mio cuginetto piccolo in vigna. Era la terra dove ero cresciuta. Nonno prima non lo vedevo spesso. Prima ci andavo la domenica ma no durante i giorni.  Studia per la vigna. Si affianca ad una agronoma, sorella dell’enologo, poi a quest’ultimo. Piano piano cresce fino ad arrivare ad essere da sola in vigna. A cavarmela da solo. A riconoscere le patologie, a capire il tempo giusto per fare le cose. Ho fatto un corso da sommelier ma ora ne faccio un altro con una didattica più severa. In cantina c’è l’enologo ma io lo sto affiancando. I tratti del carattere forte e perfezionista di Rossella si delineano dalle sue parole. All’apparenza mite come forse “deve” apparire una donna del sud. Nella sostanza determinata e decisa. Sa cosa vuole per la sua azienda. Sa cosa vuole dai suoi vini.  L’azienda. Nemmeno poteva immaginare cosa potesse essere gestire una azienda. Nemmeno aveva idea di come si coltivasse una terra, una vigna. Nemmeno era nei suoi programmi essere una vignaiola. Adesso invece, da dodici anni, l’azienda che porta il suo nome, Rossella Cicalese, è una realtà. 12.000 bottiglie che nelle annate pre covid arrivavano a 17.000. 6 tipologie di vino con la scelta di rappresentare a pieno il territorio. Aglianico e Fiano dalla vigna di Perdifumo; Aglianico in due versioni di rosso (acciaio e botte), un rosato e una bollicina blanc de noir Charmat.  Il mio obiettivo è rappresentare il territorio. Infatti abbiamo scelto principalmente acciaio. Entrambe le vigne sono vicino al mare. Dunque i vini sono sapidi e fruttati. Siamo fortunati perché abbiamo delle condizioni che ci permettono poche lavorazioni in vigna. Anche la scorsa annata è andata bene ma ho dovuto lavorare tanto.  Evoli è il primo Aglianico che ho assaggiato. Un omaggio alla cittadina di Eboli il cui nome medioevale era proprio Evoli. Un colore scuro ed impenetrabile che torna anche nei sentori di frutta nera non ancora matura. Arriva la freschezza e la vinosità a rappresentare a pieno un territorio. Schietto e sincero tanto da pizzicare il naso e stimolare i sensi. Quanto è differente dai maestosi e duri Aglianico dell’Irpinia. 
Le ciliegie nere sono quelle del vicino Cilento, le more quelle dei rovi, il vegetale della natura circostante. Un non so che di speziato di pepe e liquirizia arriva a ricordare epoche saracene. Ma la ciliegia, quanto è buona la ciliegia che emerge prepotente!
Il sorso è fresco e i tannini hanno la loro importanza: è pur sempre un Aglianico in fondo. In bocca è evidente una certa pastosità. Una avvolgenza in grado di trasmettere il frutto dal naso alla bocca coinvolgendo i sensi. Ha certamente bisogno di un cibo per accompagnarlo ma per quanto è buono, per quel senso di frutta viva, polposa, quasi da mordere che arriva prepotente in bocca, lo berresti per risentire questa incredibile sensazione. Insomma, sa di buono. Ottimo bilanciamento e chiusura di bocca precisa. Non una grandissima struttura ma meno male che ci sono vini così! Poggio alle noci. Prende il nome dalla collina del poggio di Perdifumo da dove si domina il mare del Cilento. Riposa in botti di rovere da 500 litri per almeno un anno prima di passare in bottiglia. Colore rubino vivace. Sentori di frutta nera e rossa, polposa ma ancora non matura. Prevale il sottobosco con una nota di erbaceo che sa di fresco. La ciliegia polposa, quella del Cilento, si unisce alla prugna, alla arancia sanguinella e ai fiori rossi. Arriva anche un pò di balsamico ad allargare le narici. Il connubio tra l’agrume e la frutta polposa fornisce una bella sensazione di freschezza con il sottobosco ad impreziosire. Le note di noce moscata, cannella e pepe arrivano senza disturbare.
Il sorso è intenso e poderoso. Non sembra un Aglianico del Cilento, semmai quasi un Taurasi. Molto intenso, vivo, energico tanto da necessitare un giusto accompagnamento. I tannini sono maturi e impattanti ancorché mitigati dalla freschezza. Il calore percepito si nasconde nonostante i suoi 14°. La persistenza non è lunga e la bocca chiude bene.
In sostanza è un Aglianico vero. Non per tutti. Non per tutte le occasioni. Da solo è spigoloso ma abbinato a qualcosa di succulento diventa avvolgente, fluido, attrattivo a dimostrazione di come solo “insieme” la meraviglia ha inizio. Fluminè è il Fiano. Bello nel calice per la luminosità del giallo paglierino. I sentori sono immediatamente vinosi con una mandorla che si nasconde tra gli agrumi. Vengo catapultato immediatamente nel Cilento per via dell’aroma di limoni, tenue e non invasivo. La mela e la pera vengono invece avvolti nello iodio così che sembra di respirare il mare direttamente dalla riva. I fiori bianchi mi trasportano in un campo dove l’erba è appena stata tagliata e le balle di fieno sono in bella mostra. Il fiore di sambuco impreziosisce il tutto. L’olfatto lascia presagire freschezza e sapidità.
Il sorso in effetti appare immediatamente fresco, moderatamente caldo, secco e con quella sapidità che supporta un interessante equilibrio. La chiusura di bocca mi piace per un meraviglioso agrumato che pulisce il cavo orale in maniera raffinata. La voglia è quella di un nuovo sorso. Una voglia irrefrenabile.
Insomma, una espressione di Fiano non opulenta e dotata di giusta morbidezza e freschezza. Senza eccessi per una bellissima serata tra amici.
Purtroppo non basterà una bottiglia Angel è lo spumante da Aglianico. Rossella non me lo ha detto ma suppongo sia dedicato al papà. Angelo appunto. 
Non ci si aspetta tanto da una bollicina metodo Charmat della Campania. Nel calice i sentori sono di agrumi, di pesca a pasta bianca e di quel pane che qui generalmente si chiama “cafone” (ma quanto è buono!). Semplici e tipici delle bollicine di tutta Italia. In bocca però dimostra una certa finezza e freschezza. Mozzarella di bufala, una pizza con i friarielli (non sapete cosa sono??) o un “cuoppo” di fritti e avrete svoltato il pasto. Per intenderci i friarielli sono essenzialmente le cime di rapa che in Campania si friggono. Da qui il nome. Per rimanere in tema frittura, il cuoppo è il nome onomatopeico del cono di cartone nel quale vengono messi gli svariati ingredienti della frittura napoletana: la pasta cresciuta, la crocchè (crocchetta di patate), pesce, frittatina di pasta (dovrebbe essere tipicamente “avanzata” dal giorno prima ma vallo a dire ai NAS), verdure in pastella, mozzarelline fritte, fiori di zucca, ecc. Insomma una bella botta al colesterolo del quale, una volta ingerito il primo pezzo ce ne si dimentica senza rimpianti.  Vini di una azienda tradizionale che punta al biologico. Che sta voltando piano piano verso tecniche moderne puntando alla qualità.  Stiamo facendo la lotta integrale ma diventeremo biologici. È complicato anche perché le coltivazioni attorno non lo sono. Ho delle aziende come punto di riferimento e voglio diventare come loro. C’è una azienda del territorio che fa poche bottiglie ma riesce ad avere un prezzo medio alto. Due tre etichette di qualità e rappresentativa del salernitano (a Montevetrano). Un’altra è famosa ma non voglio diventare lui per le dimensioni ma per l’ottica di poter rappresentare il territorio per i prodotti oltre il vino: olio, confetture, ecc. dare un servizio al clienti ed offrire. Il contato con il pubblico mi piace molto. Una volta assaporata l’azienda e le possibilità del territorio, per Rossella l’appetito vien veramente mangiando. O bevendo. Di certo non si ferma Rossella. Ha capito che per valorizzare il territorio e la sua azienda c’è bisogno di farla conoscere. L’accoglienza ad esempio. Anche se il covid ha dato una vera mazzata all’economia locale e alle aziende. Nel 2019 la mia sembrava veramente una azienda. Esportavamo in Francia. Era positivo. Avevamo avuto un articolo su un giornale di Napoli. Dopo la prima vendemmia del 2015. Soddisfazioni. Poi il covid ha azzerato tutto. Facendo le corna quest’anno sta andando bene. La soddisfazione è quando iniziano a contattarti i clienti. Se continuasse cosi sarebbe ottimo. Adesso Rossella vive nella vicina Battipaglia con il suo compagno Gianluca che non si tira indietro anzi, da una mano in vigna e nella parte commerciale. Ha sposato la causa oltre che Rossella (ancora no ma mi sa che è questione di poco tempo…). Nonno Donato continua ad essere presente nonostante i tempi non siano più quelli di prima e lui non ci si ritrova tanto. Va con Rossella in vigna e penso gli brillino gli occhi a vedere una sua nipote che si prende cura delle sue terre.  Papà Angelo partecipa anche se lascia fare a Rossella. Ha la sua attività che gestisce insieme al fratello di Rossella.  Mio nonno ha sei nipoti. Anche da parte di mio padre erano agricoltori ma nessuno dei nipoti ha continuato. Sono l’ultimo baluardo dell’agricoltura. Sono pure l’unica che dovrebbe laurearsi. Manca solo la tesi. Questa scelta, comunque la rifarei perché. No posso negarlo. L’ultimo baluardo. Che meravigliosa visione. Forse Rossella non ci ha mai riflettuto sopra o forse l’ha fatto senza badarci più di tanto. Però la sua scelta ha evitato la fine di quel ciclo che portava un tempo le terre a rimanere all’interno della famiglia. Per il bene della famiglia. Per la continuità della famiglia. Difficile trovare oggi ragazzi che, come Rossella, virano completamente il corso della loro vita scegliendo di rimanere e scegliendo di impegnarsi nella terra. A queste persone, a Rossella, è dedicato il mio impegno e la mia voglia di raccontare queste storie. Grazie Rossella, per il dono che mi hai fatto raccontandomi la tua. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Forse adesso, non è più cosi. Anche grazie a ragazze come Rossella Cicalese     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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4 Luglio, 2024

DOCG COLLINE TERAMANE: il grande Abruzzo nel calice (la masterclass)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso Sabato 8 Giugno è andato in onda ITALIA WINE EXPERIENCE “ABRUZZO EDITION”, giornata organizzata da Saula Giusto e Veronica Laurenza e patrocinato dal CONSORZIO VINI D’ABRUZZO con l’intento di promuovere con eleganza la Qualità della produzione vitivinicola e gastronomica della Regione. Sede dell’Evento è stata l’Azienda PODERE SANTA LUCIA di Tossicia (TE), scelta appositamente per dimostrare quale sia la capacità ricettiva di un Territorio troppo spesso dimenticato. L’Evento è stato anticipato il Venerdì sera da un incontro tra Produttori, professionisti della comunicazione e stampa nell’elegante location di CORTE DEI TINI a Villa Vomano (TE). Evento riuscito e totalmente “plastic-free” grazie agli allestimenti in cartone riciclato dell’Azienda IRONDA che ha viso numerosi winelovers affollare i banchi d’assaggio. LE MASTERCLASS 3 le masterclass organizzate a latere dell’Evento, la prima dedicata alla DOCG MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE, la seconda ai GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO e la terza agli abbinamenti cibo-vino a “km zero”. Giuseppe Ialonardi, delegato FISAR di Teramo, ha condotto le prime due (quelle cui ho partecipato) illustrando storia e storie della prima DOCG abruzzese e presentando un’ampia selezione di vini bianchi della regione con un bel focus sul Montonico e senza dimenticare la novità dei PIWI.   DOCG COLLINE TERAMANE: IL GRANDE ABRUZZO NEL CALICE. Le Colline Teramane, areale spesso offuscato dalla presenza delle montagne e del mare, sono un vero scrigno di Qualità. Una zona che come poche altre dimostra come l’uomo sia il vero discrimine all’interno di quel termine “terroir” di cui spesso abusiamo. 8 i vini in degustazione per 8 interpretazioni differenti dello stesso vitigno. 8 Montepulciano d’Abruzzo che raccontano di Tradizione, moda, presente, passato e futuro. Io ve li ho raccontati in ordine di assaggio e, come mio solito in maniera schiettamente personale. Mi sono poi permesso di dare a ciascuno un punteggio ma se vorrete stilare una classifica dovrete farlo Voi perché la Qualità non era argomento di discussione. 1. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “YANG” 2022, BARBA: l’olfatto è una ridda di frutti croccanti: amarene, more e mirtilli. E poi quella sottile (ma neanche troppo) vena vegetale fatta di cassis e erbe amare che tanto intriga… Sorso davvero succoso e dissetante. Freschezza e tannini marciano mano nella mano e la sapidità aiuta a chiedere un secondo bicchiere. Un Montepulciano moderno per cedere alla tentazione di abbinamenti azzardati. (87 Punti). 2. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “COLLE SALE” 2020, BARONE DI VALFORTE: da subito tabaccoso e mentolato si lascia poi andare a succosità fruttate di arancia rossa e ciliegia croccante. Seguono spezie e erbe di campo che, in chiusura, cedono nuovamente il posto a dolcezze di piccoli frutti di bosco. Sorso sostanzioso, di buona freschezza e corretta trama tannica ma con una sorta di “scollatura” tra le dolcezze vanigliate e quell’animo amaricante di china e mandorla che gestisce il finale. (84/85 Punti). 3. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “M IL BOSSA” 2020 (MAGNUM), BOSSANOVA: quest’anno m’era già capitato di berne un’annata 2022 verde, balsamica e irriverentemente naif. Ora, il “boccione” (ché “magnum” è termine che lascio ai cugini francesi) che racchiude la 2020 riempie i calici con selvatica schiettezza. Poi abbiamo giusto il tempo di rinfrescarci a suon di balsamicità prima di affondare i piedi nella terra umida e scoprire in chiusura, anche qui come nel prodotto più giovane, quel frutto scuro che ancora mancava all’appello. Sorso dinamico e squillante, decisamente fresco, sapido e tannicamente esposto, che nella sua bella rispondenza, sottolinea un’amarena che veicola con troppa disinvoltura un forse extra di alcol e quella sana rusticità che firma anche gli altri prodotti aziendali. (Quasi 85 Punti). Da bere ascoltando ”CORNER OF THE EARTH” di JAMIROQUAI. 4. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “OINOS” 2019, SAN LORENZO: il naso è una profusione di frutta matura (forse anche troppo). Ciliegie, more e mirtilli fanno comunella con l’esuberate nota vanigliata rilasciata da un legno in eccessiva evidenza nascondendo quasi del tutto le note di tabacco (dolce anche lui) e spezie. Sorso di bella coerenza, più brillante e più sapido di quanto atteso e con un finale che dice più di spezia che di frutto. Certamente NON il mio vino e forse troppo “americano” anche per l’attuale palato degli americani. Certo, c’è stato un tempo in cui il Montepulciano “doveva” essere fatto così ma… (83/84 Punti). 5. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “CASTELLUM VETUS” 2018, CENTORAME: indossa un abito austero e meditativo di tabacco arrotolato e dalle bisacce di cuoio tira fuori cacao liquirizia e spezie scure che distraggono dalla sostanza fruttata di prugna e more (rovi compresi). Poi è un rincorrersi di freschezze balsamiche e cespugli d’erbe aromatiche vista mare. Sorso consono all’olfatto ma birichino e invitante, succoso, reso vieppiù dinamico dagli smerigliati tannini e dalla sottile vena vegetale che si lascia seguire fino alla lunga chiusura di friccicosa sapidità. Un Montepulciano da non perdere! Da bere ascoltando “CASTLE OF GLASS” dei LINKIN PARK. (89/90 Punti). 6. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “TORRE MIGLIORI” 2017 RISERVA, CERULLI SPINOZZI: un naso boschivo che scomoda resina e muschio oltre all’humus e a quei piccoli frutti che accompagnano una prugna più importante. C’è poi una gentilezza floreale a cercare di tener testa alla nota green di quasi peperone mentre la chiusura è un gioco a due mani di tabacco e china (peccato per un sottile sgarbo laccato che neanche l’attesa riesce a zittire). Sorso di grande freschezza e coerenza, tenuto vivo dai guizzi agrumati e dai tannini serrati. Lungo e deciso il finale di un vino che, causa “pensionamento” della vigna del ’65 da cui era proveniva, non sarà più prodotto. Cercatelo. (88 Punti). 7. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “NEROMORO” 2017 RISERVA, FATTORIA NICODEMI: piccoli frutti rossi e neri in confettura sono la parte “luminosa” di un olfatto altrimenti scuro e intimista che sciorina un lungo corteo balsamico di tabacco e liquirizia pepe, peposo. E poi ci sono un sottobosco di humus e funghi, un’idea di oliva, una carezza di cioccolato “fondente ma non troppo”. Sorso gustoso, agile nella sua tonica muscolatura, di agrumata freschezza, preziosa sapidità, tannini addomesticati e un lungo finale in cui la frutta alza la testa. (86/87 Punti al vino e una insufficienza a me che non l’ho riconosciuto). 8. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “MASTROBONO” 2014 RISERVA, VINI LA QUERCIA: cinquant’anni il vigneto e 50 gli ettolitri della botte in cui ha passato circa tre anni prima di finire in quella bottiglia che, aperta, rilascia note scure e a maricanti prima che il canonico frutto rosso che tutti si aspetterebbero. Ecco dunque cacao e radice di liquirizia introdurre la sorpresa di una importante oliva nera per distendersi poi tra corteccia e peposità di cemento. Il sorso denota spalle larghe, definita muscolatura ed una agilità quasi ragazzina nel riproporre con coerenza i descrittori olfattivi sottolineando verdi toni balsamico-boschivi e ancora quella nota di olivosa sapidità. Un Montepulciano “DAVVERODAVVERO” alla faccia dell’annata affatto semplice. Da bere ascoltando “MASTER OF PUPPETS” dei METALLICA. (89 Punti). E QUINDI? Beh, posto che ormai mi dovreste conoscere e che comunque si capisce benissimo quello che mi ha convinto e quello che mi ha lasciato perplesso, tirando le somme, posso senz’altro confermare quanto affermato sopra riguardo quanto l’interpretazione del vignaiolo influisca sul risultato finale nel calice. Sono poi emerse filosofie aziendali diverse, che evidenziavano ora un’attenzione particolare al mercato estero, ora un particolare attaccamento alla Tradizione, ora la voglia di staccarsi da schemi precostituiti e guardare al futuro. Ed è emerso come il Montepulciano d’Abruzzo possa e debba essere considerato come strumento di promozione di un Territorio Roberto Alloi VINODENTRO  
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3 Luglio, 2024

Rauscedo, le radici del vino

Chissà perché quando beviamo un calice di buon vino pensiamo a chi lo ha prodotto e mai a chi lavora per fornire ai vignaioli le viti migliori! Ora che ho visitato Rauscedo, centro di eccellenza mondiale di produzione delle barbatelle, ci penserò. Si discute sempre molto di vino e vigne, di territorio e stile ma saltando il passaggio fondamentale, ovvero la qualità a monte, le radici, per così dire. Oggi come non mai, il cambiamento climatico e la domanda crescente di sostenibilità obbligano i vivaisti a trovare nuove soluzioni che aiutino i viticoltori. E non solo loro, anche la produzione delle nocciole e delle mandorle ad esempio risente gli effetti del riscaldamento globale… LA STORIA DI RAUSCEDO Partiamo dall’immediato dopoguerra (la Prima) in una zona povera e martoriata dai combattimenti. Precisamente nel piccolo Comune di Rauscedo ai piedi delle Alpi Carniche. In quel periodo, in tutto il mondo si cercò di trovare una soluzione all’invasione della temutissima filossera, “sbarcata” in Europa a fine ‘800 e in rapidissima diffusione. Dopo che fu individuato il fattore di resistenza in alcune specie di viti americane, si comprese che la strada da percorrere era quella dell’innesto. Si osservò infatti che le specie americane resistevano all’attacco della fillossera all’apparato radicale, mentre la vite europea, responsabile della produzione, non reagiva alle punture nell’apparato fogliare. Così, vennero associate le due caratteristiche, selezionato il portainnesto in base alla resistenza a specifiche avversità (in particolare alla fillossera) e il nesto in funzione della sua adattabilità all’ambiente climatico e alle sue caratteristiche produttive. A Rauscedo si formò una cooperativa di uomini che con tenacia e genialità diedero vita alla prima barbatella in terra friulana. Da qui in poi, tutta la comunità si adoperò per sviluppare questo particolare settore. In un territorio povero ma dotato di una buona condizione climatica e di un terreno adatto alla coltivazione, i primi soci si misero all’opera per produrre e commercializzare le barbatelle, dapprima in Italia e successivamente all’estero. E’ del 1933 il primo listino con i prezzi degli innesti in vendita delle ben 24 varietà a bacca rossa, 16 a bacca bianca, 17 da tavola e 17 portinnesti. Quando si dice “fare la storia”!  Oggi siamo passati a 496 varietà, 480 cloni originali VCR®, esclusiva mondiale di 14 varietà resistenti e 4 portainnesti M, con il 77% di resa media in vivaio.  LA RADICI DELLA RICERCA Cos’è la ricerca se non curiosità e studio al servizio della collettività e di un futuro migliore? La prevenzione, la previsione delle problematiche future per la loro risoluzione non è forse la miglior arma che possiamo utilizzare? In sintesi “prevedere il futuro” ci può aiutare a crearne uno migliore? Incoraggiati dai traguardi raggiunti, i soci di VCR decisero di aumentare gli investimenti sulla ricerca fino a creare, nel 1965, un centro per individuare le migliori tecniche vivaistiche e avviare un proprio programma di miglioramento genetico. La selezione clonale muoveva a quel tempo i primi passi e i Vivai Cooperativi Rauscedo, unica azienda privata a potersi fregiare del titolo di “Costitutore Viticolo”, nel 1969 riuscirono ad omologare i primi 51 cloni della serie “Rauscedo”, ancora utilizzati ai giorni nostri. IL RESEARCH CENTER E LE RADICI NEL FUTURO Inaugurata nel 2019, la nuova sede VCR Research Center accoglie 365 m² di laboratori in una costruzione architettonicamente inserita in modo armonioso nel contesto paesaggistico e caratterizzata dall’autosufficienza energetica. Gli 8 laboratori sono divisi per aree e sono dedicati alla diagnostica sierologica e molecolare, alla microbiologia, alla micropropagazione, alle colture in vitro e alle analisi chimiche. L’estensione totale è di 22,5 ettari. Questi comprendono ben 19 ettari di vigneti, 4 serre riscaldate di 2000 m² e molto altro. Per capire come i VCR siano leader mondiali indiscussi del vivaismo viticolo basta leggere alcuni numeri: 210 soci produttori 80 milioni le  barbatelle innestate all’anno 80 dipendenti 1000 lavoratori stagionali specializzatissimi (la selezione viene fatta manualmente) 35 i paesi nel mondo dove VCR è commercialmente presente  Questi sono alcuni dei dati che mi hanno impressionato maggiormente ma vi assicuro ce ne sono tantissimi altri, più tecnici e non meno significativi, che si trovano nel loro sito e che fanno capire come nel tempo questa realtà ha raggiunto il primato del distretto di produzione di barbatelle più importante al mondo.  Ad esempio, sono 100 le strutture nel territorio nazionale e 24 quelle nei paesi esteri. VCR possiede inoltre il 90% di VCR France (società creata nel 2002 a Nimes) e detiene come società partecipate Agromillora in Spagna, Vitro Hellas in Grecia e Novavine in California. Affida inoltre, tramite licenze di esclusività, la commercializzazione oltre oceano delle proprie varietà e dei propri cloni a Chalmers Nursery in Australia, Riversun in Nuova Zelanda e Bosman Adama in Sud Africa. VCR fornisce al viticoltore un servizio a 360°, dalla fase di progettazione del vigneto all’analisi del terreno, proseguendo con la consulenza post-vendita e affiancando il cliente anche in fase di produzione.  LE MICROVINIFICAZIONI DI RAUSCEDO Credo che sia un ‘unicum’ nel mondo…Cosa? La cantina di vinificazione che può effettuare 600 microvinificazioni all’anno e più di 300 nano-vinificazioni, con annesso laboratorio enologico, per l’analisi e la comparazione qualitativa di cloni, varietà convenzionali e nuove varietà di uve da vino e da tavola. Le innumerevoli vinificazioni consentono una verifica costante delle potenzialità enologiche di tutte le varietà e dei diversi cloni italiani e stranieri oggetto di moltiplicazione. Nell’accogliente sala di degustazione abbiamo avuto la possibilità di assaggiare in anteprima tre microvinificazioni di vitigni resistenti (PIWI). Sauvignon Kretos, gradevole, sapido e ben strutturato Sauvignon Rythos frutti tropicali, buona acidità Pinot Iskra MC, limone, agrumi, buona acidità Una curiosità: alla guida del Laboratorio c’è una donna, la Dott.ssa Elisa de Luca, mentre mentre il CDA è  formato da giovani sotto i 30 anni. Anche i dirigenti sono molto giovani, come ad esempio Yuri Zambon. RAUSCEDO LE RADICI DEL VINO La nostra visita prosegue alla sede storica della Cantina Rauscedo, anche questa una cooperativa nata nel 1951, voluta da 130 soci e ispirata all’esperienza delle cooperative nate intorno alla produzione di barbatelle, come ci spiega con orgoglio Michele Leon.  Inizialmente contava 280 ettari di cui 85% a bacca rossa e 15% a bacca bianca. Oggi la cantina ha due sedi produttive, conta 370 soci e 1900 ettari di superficie, il che la rende la più estesa della regione. I vitigni a bacca bianca sono il  92%, mentre il restante è a bacca rossa.  La cantina è ampia, sobria e dotata delle più moderne tecnologie. Spazi immensi ospitano le cisterne storiche in cemento da 200 a 700 ettolitri termocontrollate, tuttora utilizzate a fianco di quelle in acciaio. Qui si lavorano circa 240.000 ettolitri di vino! Le vigne si trovano nella bassa pianura alluvionale, su terreni sassosi e ciottolosi molto drenanti, in mezzo ai fiumi Tagliamento, Meduna e Cellina. Un suolo simile alle famose Graves di Bordeaux. Tra Prealpi e mare, nel bicchiere si apprezzano la sapidità e, allo stesso tempo, gli aromi intensi e una grande persistenza. Bello il detto locale “L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce”. GLI ASSAGGI  Brut Villa Manin (in onore del Doge Manin che depose la Serenissima), Metodo Classico con oltre 32 mesi di affinamento sui lieviti, crosta di pane, intenso ed elegante. Chardonnay, fresco e persistente. Traminer Aromatico, pesca, rosa, ananas. Prodotti di qualità e prezzi accessibili a tutti. Controllare per credere. Una curiosità: il Friulano non è un dialetto ma una lingua riconosciuta dallo Stato Italiano nel 1999. Questa lingua pare che derivi dal latino rustico aquileiese, mescolato a elementi celtici, a cui si sono poi aggiunti numerosi elementi slavi e germanici, in quanto i vari popoli di stirpe germanica (longobardi, goti, franchi, tedeschi) hanno dominato il Friuli per oltre 900 anni. Si chiama ‘clap’, che è anche il nome dei sassi che si trovano nei fiumi. E come lasciare il Friuli senza assaggiare il Frico? Una degna conclusione di una giornata che ricorderò!Un sentito ringraziamento a Lorenzo Tosi (Responsabile Comunicazione e Marketing VCR), Michele Leon (Sindaco di San Giorgio della Richinvelda) e all’amico Mauro Genovese che ha reso possibile tutto questo. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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30 Giugno, 2024

L'enoturismo degli Dèi. Un'accoglienza epica.

Benvenuti mortali!… (da leggere molto lentamente, con ghigno mefistofelico, a cui far seguire una lunga pausa silenziosa) Preparatevi ad un viaggio che non dimenticherete mai più, tra vigneti, broli cinti da pietra antica, sidri e vini che nemmeno le stelle hanno mai assaggiato! Siete pronti a scoprire i segreti dell’enoturismo della cantina divina di Zeus? Oggi vi racconteremo il significato del piacere del vino, come solo gli Dèi possono offrirvi. Preparatevi a vivere un’esperienza che nessuna cantina terrestre potrebbe mai eguagliare! Questa è la storia dell’evento più epico al mondo mai raccontato prima d’ora nell’ambito dell’accoglienza dei turisti del vino: “L’Enoturismo degli Dèi”. Sul maestoso Monte Olimpo, dove cielo e terra si incontrano, Zeus, re degli Dèi, ha deciso di rivelare al mondo i segreti della divina cantina, recentemente rinnovata con maestria titanica da Dioniso e Bacco. In una competizione leggendaria contrapposta alle manifestazioni mortali, questa festa del vino promette di essere un’esperienza senza pari, un incontro tra il sacro e il profano, dove ogni calice di vino racconta una storia, dove ogni sorso é un viaggio nel tempo e nello spazio, una macchina del tempo appunto, un assaggio di eternità, e ogni vigneto canta una leggenda. Un’esperienza sensoriale che unisce il passato mitologico con il presente. Aspettatevi un viaggio memorabile nel cuore della divinità vinicola, dove il nettare degli Dèi scorrerà in abbondanza e la magia del Monte Olimpo vi lascerà senza fiato. Benvenuti mortali! Oggi avete l’onore di varcare la soglia del regno del vino divino, un luogo dove gli Dèi brindano con il nettare dell’immortalità; una meraviglia che le vostre cantine terrestri possono solo fantasticare…. e che il vino degli Dèi vi accompagni!”
Con queste parole, il potente Sovrano degli Dèi accoglie i mortali aprendo le porte della città divina, dando il via all’evento. E questa quassù è anche l’insegna, che campeggia sotto la chiave di volta del maestoso portale ad arco a tutto sesto dell’entrata alla città sul Monte Olimpo. Cominciamo bene, non c’è che dire! Prima però, dobbiamo fare un passettino indietro per capire l’ostilità di Zeus verso le iniziative dei mortali…. L’enoturismo dei mortali L’enoturismo è una forma di turismo legata alla cultura del vino che offre agli appassionati l’opportunità di visitare vigneti, partecipare a degustazioni, conoscere le tecniche di produzione del vino e immergersi nella tradizione enologica locale. Gli enoturisti possono esplorare le cantine, scoprire la storia e le storie dei viticoltori, e assaporare vini unici direttamente dai produttori. La manifestazione “Cantine Aperte” è uno degli eventi più importanti in questo campo, dove le cantine aprono le loro porte al pubblico per far vivere esperienze uniche e coinvolgenti. Il turismo del vino è una componente essenziale per molte cantine vinicole, storiche e recenti, e la sua progettazione richiede un’attenzione particolare ai dettagli per garantire un’esperienza memorabile ai visitatori, perché può contribuire significativamente all’economia locale e alla promozione culturale. Le premesse della grande manifestazione enoturistica degli Dèi Nel cuore delle maestose altezze del Monte Olimpo, dimora degli Dèi, tra nuvole dorate, panorami celestiali e templi imponenti, nasce un’iniziativa senza precedenti: “L’Enoturismo degli Dèi”. Questo evento straordinario è il frutto della volontà di Zeus di celebrare e condividere con i mortali l’antica e sacra tradizione vinicola degli olimpici.
Non è solo una celebrazione del vino, ma un vero e proprio incontro tra il divino e il terreno, che affonda le sue radici in antiche tradizioni mitologiche e culturali. La competizione con l’evento mortale “Cantine Aperte” ha stimolato gli Dèi a creare qualcosa di unico e senza precedenti. Ma quali sono le premesse che hanno portato alla creazione di questa manifestazione e perché Zeus ha designato Dioniso e Bacco come organizzatori principali? Scopriamolo insieme. L’ispirazione di Zeus L’idea di Zeus di organizzare una manifestazione enoturistica nasce dal desiderio di condividere con i mortali e i semidei le meraviglie vinicole del Monte Olimpo. Il sovrano degli Dèi ha osservato con interesse crescente il successo di “Cantine Aperte”, un evento che, pur essendo di origine mortale, ha conquistato molti cuori grazie alla sua capacità di avvicinare le persone alla cultura del vino. Zeus, consapevole del potere simbolico e culturale del vino nella tradizione, decise che era giunto il momento di mostrare al mondo la superiorità del nettare divino. Ma per far tutto ciò, egli sapeva che doveva primariamente compiere un piccolo sforzo in più e cioè ristrutturare l’esistente cantina antica, da troppi secoli rimasta in attesa. La ristrutturazione della cantina divina Facciamo un passo indietro.
L’antica cantina era condotta da un anziano e scorbutico vignaiolo delle valli ed era oramai vetusta e bisognosa di importanti interventi di riqualificazione edilizia.
Insomma, una cantina un tantino da incubo. Zeus, dunque, mosso da uno spirito di rivalutazione qualitativa delle aziende vinicole dell’Olimpo, decise di ristrutturare la cantina e assegnare l’annoso incarico ai due nostri mitici dèi, Dioniso e Bacco. Sempre loro, e chi sennò. La ristrutturazione edilizia della cantina sul Monte Olimpo, cui avremo modo nei prossimi contributi di approfondire le varie fasi, è risultata un’impresa titanica, complessa per varie ragioni. Sotto la loro guida, la cantina è stata trasformata in un luogo di meraviglie architettoniche e tecnologiche, unendo antiche tradizioni enologiche con le innovazioni più avanzate.
Per questo infatti, la si può ritenere la Cantina delle cantine, l’esempio perfetto di una Cantina vinicola costruita a regola d’arte. Diciamo, “fatta ad Arte”. Dioniso e Bacco si assicurarono che ogni dettaglio riflettesse la maestosità e la sacralità del vino, dalla scelta delle viti fino ai processi di fermentazione e invecchiamento. L’uso di materiali preziosi e l’arte divina hanno contribuito a creare un’atmosfera che evoca la sacralità e la potenza del Monte Olimpo. La cantina, oggi, non è solo un luogo di produzione vinicola ma un tempio dedicato al culto del vino e gestita secondo le regole dell’imprenditoria avanguardista, ma con uno sguardo alla tradizione. Zeus prese atto che, da questa nuova partenza, doveva anche originarsi una nuova e grande manifestazione che ne desse risalto e luce.
Nasce così l’evento “l’Enoturismo degli Dèi” che intende porsi come avanguardia di superiorità sui mortali. Gli Dèi in azione e l’itinerario enoturistico Per garantire il successo della grande manifestazione “L’Enoturismo degli Dèi”, Zeus ha chiamato a raccolta l’intero pantheon olimpico, assegnando a ciascheduno la responsabilità di un settore specifico della cantina, di farsene carico e curarne l’aspetto estetico e funzionale. La progettazione del percorso enoturistico Nel frattempo, Dioniso e Bacco si ritrovano a discutere i dettagli della pianificazione di un nuovo itinerario per l’imminente manifestazione enoturistica. Entrambi sanno che il successo dell’evento dipenderà dalla qualità dell’esperienza offerta ai visitatori. Inevitabilmente, emergono divergenze tra Dioniso e Bacco.
Dioniso insiste sull’importanza dell’educazione e della riflessione, mentre Bacco punta sul divertimento e sulla convivialità. Tuttavia, queste differenze si rivelano complementari: la combinazione di saggezza e allegria crea un’esperienza equilibrata e coinvolgente, soddisfacendo le diverse aspettative dei visitatori. Ecco a voi il master plan enoturistico a tappe a cui i nostri due titani sono giunti: Accoglienza e introduzione Dioniso: Bacco, sveglia! Dobbiamo assicurarci che ogni dettaglio sia perfetto per “l’Enoturismo degli Dèi”. Hai in mente come organizzare il percorso delle visite guidate ai reparti della cantina? Dobbiamo garantire che i nostri ospiti apprendano la storia e la tecnica della nostra produzione vinicola. Bacco: All’arrivo i visitatori saranno accolti in un’area dedicata, dove Atena, la dea della saggezza, fornirà una breve introduzione storica sulla cantina e sul Monte Olimpo. Con la sua eloquenza, Atena preparerà i turisti ad un viaggio che unisce storia, mito e modernità. Offrirà ai visitatori una visione approfondita delle tecniche enologiche e dell’importanza storica del vino nella cultura nostrana. Racconterà degli antenati vitivinicoltori. La sua conoscenza e il suo intelletto assicureranno che ogni dettaglio sarà accurato e affascinante. Percorsi di accompagnamento e visita ai reparti della cantina Dioniso: Inizieremo con un’introduzione storica raccontando le origini divine del vino. Seguirà una descrizione dettagliata del processo di vinificazione, dai vigneti alla bottiglia. Bacco: Inoltre, voglio installare schermi interattivi e arredi accoglienti per un’esperienza immersiva.” Dioniso: Il circuito deve essere fluido e funzionale, senza tratti difficili o pericolosi. Dobbiamo assicurarci che i percorsi siano accessibili a tutti, inclusi i visitatori con disabilità. Bacco: Perfetto. Eviteremo spazi angusti e soffocanti. Il percorso sarà ben illuminato e ventilato, con una disposizione che eviti ingorghi e garantisca una visita piacevole. Dioniso: Dobbiamo simulare l’itinerario con prove reali. Coinvolgeremo gli altri Dèi per testare il circuito e identificare eventuali criticità. Bacco: Sì, faremo delle esercitazioni coinvolgendo anche visitatori esterni per avere feedback autentici e migliorare ogni dettaglio. Dioniso: Iniziamo dal grande portale d’ingresso, dando ai mortali il benvenuto che si meritano…. passando per i giardini mitologici, le vigne e infine la sala di fermentazione e le cantine sotterranee. Bacco: Aggiungiamo una sosta alla sala degustazione panoramica e concludiamo con il wine shop e la SPA del vino….  poi la sorpresa Dioniso: Segnaliamo chiaramente le aree di lavoro e creiamo percorsi alternativi sicuri, ciò è essenziale. Non possiamo permettere che i visitatori si imbattano in zone pericolose. Come succede nelle stantie cantine dei mortali italici…. ah … ah…ah! Dobbiamo pianificare punti di sosta strategici, dove i visitatori possano rilassarsi e godere del paesaggio. Bacco: Concordo. Mettiamo sedie comode e monitor informativi in questi punti, dove possiamo anche offrire assaggi e raccontare storie. Percorsi accessibili, percorsi di visita e fruibilità ai reparti della cantina Dioniso: Non dimentichiamo l’importanza dell’accessibilità Bacco: Per questo delicato incarico ho scelto Hermes, il messaggero degli dèi è responsabile della logistica dell’evento. La sua velocità e abilità organizzativa garantiscono che ogni aspetto della manifestazione si svolga senza intoppi, dall’accoglienza degli ospiti alla gestione delle degustazioni.
Ha il compito di assicurare che i percorsi siano accessibili anche alle persone con disabilità, così che possano partecipare alle visite. Grazie a rampe, ascensori, servoscale e segnaletica tattile, la cantina è completamente fruibile. Dioniso: Bravo Bacco, stai imparando. Concordo! È essenziale essere inclusivi. Sala degustazione e tasting room Dioniso: Bacco, Zeus mi ha espressamente chiesto di metterti a capo della sala degustazione…. ma senza troppi balletti e giochi, attenzione perché non devi farti distrarre dalle belle donzelle mortali e bere come un dannato Bacco: Ah, Dioniso, sei sempre così grave! Io credo che dobbiamo puntare anche sul divertimento. Ho preparato una sala degustazione con musica dal vivo e un’atmosfera festosa. La gente viene qui non solo per imparare, ma anche per godersi il vino e divertirsi.
Afrodite, la dea dell’amore, mi coadiuverà offrendo consigli su abbinamenti cibo-vino, rendendo l’esperienza ancora più piacevole e piccante. Apollo delizierà gli ospiti con la sua lyra e stacchetti musicali Dioniso: Zeus mi ha anticipato che ci saranno due sorprese all’inaugurazione della sala degustazione, due guest star extraterrestri,: Sommelier Louis de Funès che presenterà i nostri vini rossi olimpici e Sommelier Antonio Albanese con i nostri vini bianchi olimpici Bacco: Mi sento svenire Punto vendita e banco somministrazione Dioniso: Bene. E per quanto riguarda il punto vendita? Dobbiamo assicurarci che sia ben fornito e che i nostri vini siano presentati al meglio. Bacco: Il punto vendita sarà curato da Apollo, con il suo occhio artistico, ha pianificato uno spazio esteticamente piacevole e funzionale, uno spazio elegante; sarà un luogo luminoso e accogliente dove i visitatori possono acquistare i vini e altri prodotti locali. Attività esperienziali Dioniso: E che ne pensi delle attività esperienziali? Dobbiamo assicurare che queste attività siano ben coordinate. Bacco: Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, organizzerà workshop sulla produzione di attrezzature vinicole tradizionali. Dioniso: Ma Demetra, dea dell’agricoltura, non la impegni in nessun modo? Bacco: Ella spiegherà l’importanza della terra e delle viti, mostrando come il rispetto per la natura sia alla base della produzione vinicola divina. E se avanzerà del tempo, terrà corsi di cucina con ingredienti locali e stagionali delle nostre rive. Servizi igienici accessibili Dioniso: Va bene, e soprattutto non dimentichiamo i servizi igienici accessibili e fruibili a tutti! Bacco: Per questo delicato incarico ho pensato a Poseidone, con la sua maestria sull’acqua, ha concepito servizi igienici a risparmio idrico, toilette ecologiche che convertono l’urina in acqua pulita, fornendo una risposta ai problemi ambientali del risparmio idrico, wc spaziosi, accessibili e funzionali garantendo che tutti i visitatori possano usufruirne comodamente. Dioniso: Ottima scelta Bacco! Camere e Hospitality Dioniso: Molto bene! Inoltre, Zeus ha voluto che le camere per gli ospiti fossero all’altezza e ben integrate con l’ambiente e la vista sui vigneti. Così gli ospiti potranno rilassarsi completamente. Bacco: Zeus è passato a supervisionare la realizzazione delle camere per gli ospiti, garantendo che ogni dettaglio rifletta l’ospitalità divina. Le stanze, con vista sui vigneti, offrono comfort e tranquillità. Centro benessere e SPA del vino Dioniso: Non ti scordare il centro benessere e SPA del vino: voglio che sia gestito direttamente da Igea, la dea della salute. Dopo una giornata di tour e degustazioni, un po’ di vinoterapia sarà perfetto per i nostri clienti mortali… ah.. ah…ah… ah! Bacco: Si Dioniso, sarà fatto! Igea gestirà il centro benessere e Wine Spa. Qui, i visitatori possono godere di trattamenti a base di wine therapy, rilassandosi e rigenerandosi profondamente la pelle immersi in una deliziosa cortina di effluvi vinosi Loges e capanne vinicole in mezzo ai filari Dioniso: Bacco, delle Loges e delle capanne vinicole chi se ne occuperà? Bacco: Artemide, dea della natura, dopo un corso nella Champagne e poi nella antica Henetia, ha ideato innovative loges e capanne vinicole tra i filari dei vigneti, offrendo ai visitatori la possibilità di pernottare immersi nella natura.
Non solo, Artemide organizzerà tempo permettendo corsi di tiro con l’arco tra i vigneti. Stazionamento bici e tour tra vigneti Dioniso: Hey Bacco, ricordati di organizzare anche gli arrivi dei mortali ciclisti Bacco: Perfetto! Hermes, dio del commercio e messaggero degli dei, gestirà lo stazio delle bici per i tour tra i vigneti e il trasporto dei turisti col trenino elettrico. È un’ottima idea per un turismo sostenibile. E Era, dea dei legami e delle unioni, predisporrà i parcheggi, inclusi quelli per le persone con disabilità Parcheggi e colonnine di ricarica Dioniso: Zeus installerà personalmente colonnine di ricarica per i veicoli elettrici sotto tettoie fotovoltaiche, e ogni tanto scaglierà qualche saetta per ricaricarle. Siamo pronti, così, a promuovere anche la sostenibilità ambientale. Bacco: Invece Era, predisporrà parcheggi auto, camper e bus, inclusi spazi riservati alle persone con disabilità come solo lei sa fare. Vendemmia Interattiva Dioniso: Abbiamo pensato a tutto. Però, mi piace l’idea di aggiungere una vendemmia interattiva. I turisti potranno partecipare alla raccolta dell’uva e imparare le tecniche tradizionali della vendemmia, culminando con un banchetto con i prodotti freschi della cantina. Questa esperienza immersiva offrirà non solo la possibilità di comprendere meglio il processo produttivo, ma anche di creare un legame più profondo con la cultura del vino. Sarà un successo! Bacco: Un’ottima idea, Dioniso. Demetra, la dea dell’agricoltura, potrebbe spiegare l’importanza dei terroir e delle viti da cui nascono i pregiati vini olimpici. La sua presenza sottolinea il legame tra la natura e la divinità, mostrando come il rispetto per la terra sia fondamentale per la produzione di vini di eccellenza.  Questo renderà l’esperienza ancora più coinvolgente Dioniso: Ma non dimentichiamo di mantenere l’ordine e la sicurezza e facciamo attenzione ai turisti irrequieti… Ares, dio della guerra e dello spargimento di sangue, si occuperà della sicurezza durante l’evento. Bacco: Con Ares a garantire la sicurezza, siamo tranquilli. La nostra collaborazione sta funzionando alla grande. Banchetti enogastronomici: il brolo antico della cantina divina Intanto, tra le maestose vigne della cantina, fervono i preparativi della fase più popolare e più attesa della manifestazione enoturistica: la sagra nel brolo. Il brolo antico della cantina è situato in un luogo incantevole sul Monte Olimpo, circondato da vigneti rigogliosi e da mura di pietra, dove crescono piante di ogni tipo, viti e alberi da frutto, immerso in un’atmosfera di serenità e bellezza, sotto la benevola protezione degli Dèi. Questo luogo, che unisce natura e sacralità, sotto antichi alberi e pergolati fioriti, disposi in cerchio intorno al brolo antico, verranno allestiti banchetti con degustazioni di piatti tipici della tradizione mitologica, accompagnati dai migliori vini Olimpici, ed è stato scelto come centro delle attività enogastronomiche durante la manifestazione. Ogni angolo del brolo sarà un tripudio di sapori autentici, profumi invitanti e vini straordinari, che permetterà ai visitatori di assaporare ogni delizia con calma e contemplazione Le tavole sono imbandite con tovaglie bianche e decorate con fiori di campo, creando un’atmosfera rustica e accogliente.
In ogni angolo, sommelier esperti sono pronti a spiegare gli abbinamenti tra i piatti e i vini olimpici, mentre i cuochi locali preparano i loro capolavori culinari. Il menù olimpico: un trionfo di sapori Dopo estenuanti discussioni sulla pianificazione dei banchetti, finalmente Dioniso e Bacco hanno deciso il menù olimpico e la disposizione dei chioschetti e dei tavoli: il brolo sarà diviso in diverse aree tematiche, ciascheduna dedicata ad un gruppo di piatti e ai relativi abbinamenti vinicoli. Vediamoli insieme: Area risotti
Il risotto ai bruscandoli sarà il protagonista, accompagnato da un vino bianco Olimpico, fresco e aromatico: Dioniso: Bacco, dobbiamo assicurare che ogni piatto rappresenti la tradizione e la qualità della nostra terra. Pensavo di iniziare con il risotto ai bruscandoli, delicato e perfetto per esaltare i sapori del nostro vino bianco. Bacco: Risotto ai bruscandoli? Sicuramente delizioso, ma dobbiamo anche pensare a qualcosa di più sostanzioso per i nostri ospiti. Cosa ne dici dei nervetti alla venexiana? Sono un classico intramontabile! Area cicchetti e nervetti
Qui, i visitatori potranno gustare cicchetti col musetto e nervetti alla venexiana, abbinati a un rosso leggero e fruttato: Dioniso: I nervetti sono un’ottima scelta. E non possiamo dimenticare i cicchetti col musetto, ideali per accompagnare un bicchiere del nostro vino rosso. Bacco: Ho già l’acquolina in bocca! Area polpette e folpeti
Con un rosso corposo, perfetto per esaltare il gusto delle polpette e dei folpeti. Bacco: Concordo. E le polpette? Le polpette sono sempre apprezzate, sia dai grandi che dai piccoli! Dioniso: Assolutamente. E cosa dire dei folpeti? Sono un autentico sapore del mare che può essere apprezzato con il nostro vino bianco più fresco. Area trippa e bovoleti
Piatti più robusti, accompagnati da un vino rosso invecchiato, con note di spezie e cuoio. Bacco: Perfetto! Aggiungiamo anche i bovoleti aglio, olio e prezzemolo. Sono irresistibili e si sposano benissimo con i nostri vini. Dioniso: E non possiamo dimenticare la trippa in umido. È un piatto sostanzioso che richiama le tradizioni contadine. Area sarde e baccalà
Dove le Sarde in Saor saranno servite con un vino bianco secco, mentre il baccalà alla vicentina e mantecato avranno il loro abbinamento con un bianco più strutturato. Bacco: Sì, ma per un tocco di dolcezza e acidità insieme, le sarde in saor sono indispensabili. Dioniso: E poi il baccalà alla vicentina o mantecato. Sono piatti che rappresentano la nostra cultura culinaria in modo sublime. Area fegato alla Venexiana
Questo piatto verrà servito con un rosso importante, capace di sostenere i sapori intensi del fegato: Dioniso: E per chiudere in bellezza, il fegato alla venexiana, un piatto ricco che si abbina meravigliosamente con un rosso corposo.”Bacco: “Il fegato alla venexiana con cipolla caramellata è un altro piatto che non può           mancare.” Dioniso: Ottima idea, Bacco. Area sidro Dioniso: Ricorda Bacco, uno dei punti salienti del brolo antico deve essere dedicato al banchetto del nostro sidro, prodotto secondo le antiche ricette tramandate nel tempo Bacco: “Non ti preoccupare Dioniso, gli ospiti potranno assaporare il sidro abbinato a formaggi e altri prodotti tipici, che completeranno la serata.” Una lezione per l’enoturismo italico “L’Enoturismo degli Dèi” insegna che la chiave del successo nel settore enoturistico risiede nella collaborazione e nella sinergia tra tutti i partecipanti. Le cantine italiane devono, perché possono, creare un sistema integrato e collaborativo che non solo migliora la qualità delle esperienze offerte, ma promuove anche il territorio come una destinazione enoturistica di eccellenza a livello mondiale. In un mondo sempre più competitivo, l’unione delle forze è la vera strada (del vino?) per il successo e la crescita sostenibile. Spesso, le cantine operano in un regime di competizione piuttosto che di collaborazione, limitando le potenzialità di crescita e di attrattiva turistica del territorio. Una collaborazione più stretta tra le cantine, e non solo, potrebbe portare a numerosi vantaggi: Miglior esperienza per i visitatori: unendo le forze, le cantine possono offrire percorsi enoturistici più completi e variegati, combinando degustazioni, visite guidate, eventi culturali e spettacoli artistici. Innovazione e condivisione delle risorse: collaborare significa condividere conoscenze, tecnologie e risorse, migliorando le esperienze offerte. Promozione integrata del territorio: un sistema enoturistico integrato può promuovere l’intera regione come destinazione enoturistica di eccellenza, attirando più visitatori e aumentando il turismo locale. Dioniso e Bacco qualche idea da proporre all’enoturismo italico ce l’avrebbero pure, e più volte l’hanno avanzata, ma le risposte e le non risposte hanno condotto alla riflessione finale che a certe associazioni del settore e ai grandi espertoni beneficia mantenere il carrozzone. Infine, l’accoglienza evidenzia l’importanza di una progettazione che deve essere più popolare e meno d’elite, ma accurata e pianificata nei minimi dettagli, anche simulando le varie situazioni di accoglienza. Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero   Per approfondimenti, mi trovi qui:
– Cantine fatte ad Arte (link Sito Web)
– Cantine fatte ad Arte (link Linkedin)
– Cantine fatte ad Arte (link Instagram)
– Cantine fatte ad Arte (link Facebook)   PS: La rubrica raccoglie spunti, consigli, suggerimenti e altro ancora attinente al tema e soprattutto segnalazioni di titoli di testi antichi sulle costruzioni enotecniche e cantine vinicole. Grazie!  
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28 Giugno, 2024

Midia. Manuela, Gaia, Marsala, una nuova vita

A quattro anni dal covid ci si interroga ancora sugli effetti dell’isolamento cui siamo stati sottoposti con il lockdown. Aumento dell’ansia, disturbi del sonno, depressione solo per citare alcuni studi in materia. Per non parlare dei litigi e dei divorzi. O dei cambi radicali di vita che sempre divorzi sono.  Ogni tanto fermarsi a riflettere fa bene. Essere obbligati a farlo, per svariati mesi, forse è stato troppo. Chi non è incappato in problemi fisici o psicologici, forse ne è uscito più forte. O perlomeno più convinto della propria vita.  Più parlo con le persone e più mi convinco di come troppo spesso si facciano le cose per convenzione. Si sta con una persona perché si è sempre stati con quella/quello. Si inizia a fare un lavoro perché quello si è trovato. Non si ha la forza di cambiare anche se non piace. Passa il tempo e non solo le forze vengono meno. Viene meno la voglia e, in alcuni casi, anche il coraggio. Magari perché non si decide solo per se stessi.  Il lockdown se una cosa dovrebbe averla insegnata, è la possibilità di vivere con poco. Poche relazioni. Poco comfort. Poco svago. Poca possibilità di spendere. Solo l’essenziale includendo in questo anche le persone che vivono quotidianamente con noi.  L’essenziale è invisibile agli occhi. Sempre più vera come frase. Sempre più reale. Ci sono ricordi che si sedimentano in noi. Esperienze che quando le facciamo, viene voglia di non finirle più. Piuttosto che ritornare, non andar più via.  Quante volte ci è capitato di andare in vacanza in un posto del quale ce ne siamo innamorati e abbiamo detto a noi stessi: io mollo tutto e vengo a vivere qui. Tante. Davvero tante volte.  Poi però, il ritorno inesorabile a casa vuol dire ripiombare nella routine quotidiana. Torniamo ad essere i criceti che corrono sulla ruota senza mai chiedersi: perché sto correndo su questa ruota? Covid. Lockdown. Pensieri. Ricordi. Futuro. Speranza. Cambiamento Una apparentemente semplice (ma in realtà complicatissima) catena che in taluni casi ha sciolto le proprie maglie generando non un piccolo insignificante cambiamento ma un qualcosa di radicale e definitivo.  Io lascio il lavoro. Ma che dici? Si si io lascio il lavoro.  Immaginatevi questa conversazione in un piccolo soggiorno di un piccolo appartamento dei palazzoni del quartiere Laurentino a Roma. Alveari, in genere dormitori, che ne periodo del lockdown si trasformano in stadi di calcio.  Chi vuole lasciare, anzi, chi decide di lasciare il proprio lavoro è Manuela. Manuela Rendina. 36 anni. Single (nel senso di non sposata ma con una compagno fisso). Impiegata in una società che produce birra artigianale nella parte finance. Nata e vissuta a Roma. Nessun legame con la Sicilia. nemmeno amici. La Sicilia? Che c’entra la Sicilia.  Ah scusate. La Sicilia fa parte dei ricordi di Manuela. Un viaggio in macchina con degli amici. Una vacanza itinerante per scoprire la Sicilia e i suoi vini con particolare attenzione ai vini naturali. È qui in Sicilia e più precisamente a Marsala che scatta quel pensiero che coglie molti di noi in vacanza. Quell’innamoramento perlopiù effimero che non si trasforma mai in amore eterno. O quasi mai.  Ho conosciuto Vincenzo di Vita ad Ovest. Abbiamo fatto una degustazione insieme che sarà durata sei sette ore. Abbiamo parlato e bevuto e da li mi sono offerta per fare una esperienza in cantina. Durante la vendemmia prendevo ferie e davo una mano in vigna e in cantina.  È il 2017 quando accade questo. Per tre anni Manuela viene in questo angolo complicato ma meraviglioso della Sicilia per aiutare gratuitamente Vincenzo nella vendemmia. Lo fa semplicemente per amore. Amore di questa terra. Amore per le espressioni dei vini. Amore per le persone. Amore per il sapore di mare che il vento porta fin sulle uve. Amore per il sole che qui batte forte. Amore.  Scendevo qui invece di andare in vacanza. Chiedevo a Vincenzo se poteva darmi vitto e alloggio. Qui era bello. Mangiavamo insieme con i genitori di Vincenzo. Tutti insieme. Con gli operai. Era una famiglia allargata. Fino al 2020 quando decido di lasciare il lavoro dopo tre anni che venivo qui. Mi ero stancata del lavoro e ho detto proviamoci. Ho preso una vigna in affitto facendo la prima etichetta di bianco. 1800 bottiglie. Poi ho fatto la seconda annata ed è entrata Gaia in azienda. Lavorava anche lei a Birre del Borgo. Il 2020 segna per Manuela l’anno della svolta. La rinascita. La voglia di rimettersi in gioco.  Ho chiamato Gaia e le ho detto: Io lavoro fino a fine mese poi vado in Sicilia. Ho disdetto il contratto di affitto ho caricato la macchina e sono partita.  Leggerezza? Voglia di evadere? No, voglia di vivere. Il tono nella voce di Manuela è di felicità. Ricordare quei momenti la fa stare bene. Rivivere quell’esatto istante è vivere nuovamente la felicità, l’eccitazione, la grandezza di un momento che voleva dire libertà. Come un emergere dal buio. Un aprire gli occhi dopo tanto tempo passato a vivere una vita che non era la sua.  Sorride Manuela. Sorride non solo con il viso. Sorride con gli occhi. Gli occhi che sono tutto. Manuela ricorda con lucidità ogni istante associando ad esso il suo stato d’animo. Il racconto non è un semplice racconto. È un vivere ancora e ancora le emozioni provate. L’eccitazione. La preoccupazione. Lo sgomento. La felicità. L’impazienza. Gli addii. I ciao. Gli sguardi. I sorrisi. Le lacrime. La gioia. La speranza. La paura. E mo che faccio? Ho pensato. Avevo preso il traghetto da Napoli per imbarcarmi con la macchina. Avevo coinvolto anche mio fratello per un pranzo a Napoli prima della partenza. Sul traghetto mi dicevo: ma che ho fatto che ho fatto. Un salto nel buio con contratto a tempo indeterminato. Non è stato facile trovare una situazione di stabilità. Un bel passo. Difficile. Chi non è mai stato a Marsala non può capire un luogo dove il tempo si è fermato a parecchi decenni fa. La vita è rimasta semplice. Le campagne sono scarsamente popolate: vaste, assolate, difficili. I servizi praticamente assenti. Eppure, oltre agli anziani rimasti, brulica di giovani. Ragazzi provenienti da ogni parte di Italia e del mondo che hanno scelto, come Manuela, di vivere in queste zone. Lavorando. Rimboccandosi le maniche. Senza paura. Senza rimorsi. Con la voglia di fare qualcosa per una magnifica terra che aspetta solo qualcuno che la sappia raccontare e valorizzare. Ricordo la mia prima volta qui. Non era per il vino ma per fare kitesurf alla Riserva dello Stagnone. Me ne avevano parlato come un posto semplice, con il vento che spirava sempre forte e nella giusta direzione. Un paradiso per i kiters. Semplice non era esattamente l’aggettivo che mi venne in mente quando arrivai. Anzitutto il paesaggio. Uno di quei posti dove le cartoline non ne riescono a descriverne la bellezza. Provate ad andarci al tramonto e a conquistarvi uno spazio per assistere al calar del sole sulle saline dinanzi l’isola di Mozia. Sarà un tramonto che non dimenticherete più per il resto della vita. Così bello e suggestivo che non avrete neanche la voglia di smettere di guardarlo per fare una foto.  Le persone qui sono semplici. Vive e schiette. Non troverete alloggi fantastici ma una ospitalità che non ha pari. Ricordo un bed&breakfast proprio sulla laguna. Non certamente dotato dei migliori comfort anzi, direi abbastanza fatiscente. Però. Ecco, proprio però. Il proprietario era una persona così a modo, così coinvolgente, così disponibile che tutto il resto passava in secondo piano. Per non parlare della colazione: solo quella valeva più di un hotel a cinque stelle.  Il mare cristallino gode dei venti che arrivano dall’Africa miscelandosi con quelli atlantici che riescono ad attraversare lo stretto di Gibilterra. Avete mai notato, osservando la cartina, che la Sicilia si incastra perfettamente proprio nello spazio che divide l’Africa dall’Europa a Gibiliterra?Marsala si posizionerebbe proprio nel bel mezzo dello stretto.  Marsala ricorda a tutti il vino Marsala. Ma pochi, se non gli addetti ai lavori, sanno che il Marsala è un vino liquoroso prodotto con vitigni storici coltivati nelle campagne qui attorno: Grillo, Insolia, Catarratto, Ansonica, Damaschino. Vitigni che qui assumono espressioni uniche e diverse solo cambiando terreno. Il sale portato dai venti. La sabbia. L’argilla. Il calcare. Il sole. Ogni parcella di terreno sembra un diverso pezzettino di un grande puzzle la cui figura è ancora tutta da decifrare.  Torniamo a Manuela. La protagonista è lei in fondo.  Quando mi racconta la sua storia non posso che provare ammirazione per questa ragazza. Forse un pò folle. Lucidamente folle. Lascia una città dove ci sono i suoi affetti. Lascia un lavoro che le garantisce stabilità. Lascia una vita certa per qualcosa di completamente incerto. Incerto e dannatamente complicato.  Arrivo e predo una vigna in affitto. Durante l’inverno prima della vendemmia facevo su e giù con la Sicilia perché qui non riuscivo a mantenermi. Per qualche mese sono andata a vivere a Forlì per lavorare nella distribuzione del vino. Facevo su e giù Sicilia-Forlì. Dormivo a casa di un amico. Per avere uno stipendio. Un pò di lavoretti qui e la. Il vino ha cominciato ad ingranare anche se dovevo fare altri lavoretti. Aiutavo Vincenzo nella parte amministrativa perché tanto venivo da quello. Riuscivo non dico a sostenermi ma a ricominciare.  Applausi a scena aperte per Manuela. Mi vengono in mente i giovani che se ne stanno sul divano o protestano per uno stipendio adeguato. Giusto o meno, lo lascio commentare ad altri. Di certo non parto con una filippica sull’argomento per rispetto a Manuela. Dovrebbero parlare di lei e far parlare lei nel circo Barnum dei talk show. Dico solo che la fortuna, come ogni cosa della vita, non arriva se non la si cerca e non si investe su se stessi. Inseguendo un sogno. Manuela questo sogno lo sta ancora inseguendo con la sua compagna di avventure Gaia. Ha lasciato il lavoro sicuro, ha, hanno, investito i loro risparmi in un progetto, lavorano duramente per poter andare avanti. Devo aggiungere altro? La prima vendemmia di Manuela è del 2020. Una vendemmia con l’uva trovata nelle vigne che avevano appena prese.  Conoscendo tutti tramite Vincenzo sappiamo come lavorano. Si trovano tantissime vigne qui. Sono contadini che le hanno ma non riescono ad occuparsene.  Una vendemmia quasi carbonara perché l’azienda che verrà, Midia, si costituisce solo l’anno seguente, nel 2021. Una vendemmia utile a sperimentare l’idea che Manuela ha del vino. Una idea maturata nei suoi trascorsi con Vincenzo. Una idea che è più una filosofia di vita applicata, anche, al vino.  Volevo un vino di pronta beva. Apri e te lo bevi. Anche senza mangiare. Semplice ma che ricordasse il territorio. Senza pensieri a fine giornata lavorativa. Con una bassa gradazione alcolica grazie ad un solo giorno di macerazione. Dal 2021 ho pensato di dargli un pò più di ampiezza. Ho fatto maturare di più l’uva allungando la macerazione. Qui i vini sono caratterizzati da acidità e sapidità. Volevo dargli anche ampiezza però. Che fosse anche un vino bello. Se il primo era di pronta beva, dal 2021 abbiamo aggiustato il tiro. Vincenzo Angileri. È lui la persona che accompagna Manuela in questa meravigliosa avventura. Un consigliere. Un maestro. Un amico. Uno di famiglia.  Ho fatto tre anni con lui in cantina e mi ero fatta la mia idea. Quando ho iniziato a vinificare lui mi ha detto: sediamoci e parliamo. Già me lo immagino questo colloquio. Dinanzi ad un bicchiere di vino. Non un calice. Un bicchiere di quelli svasati che ricordano i pranzi con il nonno. Nonno Antonio aveva il suo bicchiere. Più cicciotto degli altri, svasato e con i bordi arrotondati. Era simile agli altri ma il suo era diverso e inconfondibile. Non si poteva farlo bere in un altro bicchiere.  Gli ho detto quale voleva essere la mia idea di vino. Per me è un confronto continuo con lui. Anche adesso che mi sono messa a studiare enologia all’università è un confronto continuo.  Meraviglia di Manuela. No solo cambia tutta la sua vita ma vuole fare le cose bene. Per bene e senza sconti. Enologia all’università. Mica una cosa semplice per una ragazza che arriva dal finance. Qui sta la meraviglia e la bellezza. Qui sta l’intraprendenza, la voglia di fare e di rimettersi in gioco. Rischiando sulla propria pelle e senza gravare sugli  altri.  Lui ascolta, ti da suggerimenti ma poi il vino te lo devi fare da solo. “Dimmi cosa vuoi fare e ti aiuto ad arrivare dove vuoi”. Se prendo una vigna in affitto lui passa, sta mezz’ora ma poi rimani solo e le cose te le devi fare da solo. Siamo noi attivamente che lavoriamo in campo ed in cantina.  Abbiamo comprato mezzo ettaro. Una bandierina. Adesso abbiamo iniziato un progetto di recupero di vigne che stanno espiantando o abbandonando. Ti finanziano per impiantare vigna nuova. Così si perde un patrimonio pazzesco perché ogni anno si espianta tanto.  Meritiamo davvero l’estinzione mi viene da dire. Le leggi possono anche avere un nobile fine ma poi si trova sempre la strada per sfruttarle al peggio. “Fatta la legge, trovato l’inganno” non è solo un detto. È un modo di essere tutto italico che non si debellerà mai. Si invita all’espianto offrendo soldi con il risultato che piante vecchie scompaiono. Solo per soldi. Ragazzi come Manuela e Gaia hanno scelto di vivere in un lembo dimenticato della Sicilia con lo scopo di valorizzare veramente il territorio e la sua storia. Estirpare qualcosa che appartiene proprio alla storia ed al territorio non è pensabile.  La riflessione che sorge spontanea è una domanda rivolta ai siciliani: ma deve venire uno straniero per tutelare la vostra storia e il vostro territorio? Meritiamo l’estinzione.  l progetto delle vecchie vigne. Io me le prenderei tutte. Non vorrei che si espiantassero. Gaia mi dice aspetta perché non riesce a venire giù e sa che da sola non ce la farei. Manuela è una romantica. Vive le piante come esseri viventi. Espiantare le vigne vuol dire uccidere esseri viventi che hanno una storia. Un sacrilegio che cancellerebbe proprio la storia di queste zone che si fatica a portare avanti.  Ufficialmente la società nasce nel 2021. Imbottigliamo da Vincenzo e lavorando nella distribuzione andavo in giro a vendere le mie bottiglie.  Il 2021 segna anche l’entrata in società di Gaia cosi che Midia diventa una azienda ancora più al femminile.  Siamo andati a bere una birra. In genere ci diciamo andiamo a fare un aperitivo e finisce dopo 8 ore. Mentre bevevamo birra e gin tonic le ho chiesto se le andava di entrare in Midia. A me serve una mano. Se ti va. Lei ha risposto: ma lo sai…si. Cosi è andata. La scelta di Gaia è di quelle ponderate. Non si è ancora licenziata anche se lo vorrebbe ma in due, senza la possibilità che Midia si sostenga da sola, non è possibile.  Manuela lavora e studia. In Sicilia fa la cameriera anche per sostenersi. Poi fa la spola tra Roma e la Sicilia e con l’università a Viterbo tanto per non farsi mancare nulla.  A Roma sto a casa del mio compagno che ha un locale a Roma e fa vino in Puglia. Sono quattro soci e lui si occupa della parte commerciale. Fa la manovalanza in vendemmia. La Cattiva. Così si chiama l’azienda. È un concorrente in casa.  Midia si ritrova con mezzo ettaro di proprietà, 2500 metri quadri di una vigna di Catarratto del 1993.  Abbandonata. C’era erba alta due metri. Ci siamo ammazzate per rimetterla in piedi. Poi mezzo ettaro di Frappato. Produciamo 2800 bottiglie di Frappato e 3500 di Midia. Il Catarratto è ancora in un tonneau di 500 litri.  Quando chiedo che cosa l’abbia fatta innamorare del vino, la risposta di Manuela è di quelle sincere, umili, vive. Le sue parole sono soavi, flautate, sorridenti. C’è un tale rispetto per le cose che mi confida che è per me un dono.  Io penso che questa tipologia di vino innanzitutto non sposi solo a livello di vino ma per la tua vita a 360 gradi. Se vuoi fare un vino artigianale non si limita a quello. Dai valore alle persone che ci lavorano, ai produttori, alla campagna. Sposi uno stile di vita. Dire naturale è riduttivo. C’è un etica che parte dal non sfruttare le persone che lavorano con te. Non è solo non mettere prodotti chimici in vigna o in cantina. Non compro una carne allevata male ecc. Le persone e il territorio fa tanto. Quando sono arrivata qui sono rimasta colpita dalle espressioni dei vini del territorio e dalla storia che si respira. Che un pò si è persa. In questa parte della Sicilia non sono riusciti a valorizzare la storia. Marsala non è solo vino marsala. Sposare un territorio è difficile. Io l’ho sposata questa causa. Ci sono tanti ragazzi che si sono messi in gioco. Ci sono tanti ragazzi che sono qui e lavorano. Le persone qui sono fantastiche è vero. I giovani, tanti, sono arrivati o sono tornati per fare qualcosa. Li ho visti aprire spot per il kitesurf allo Stagnone e li ho visti con la zappa in mano ad estirpare l’erba per recuperare vigneti. Li ho visti attorno ad un tavolo con il sorriso e la spensieratezza di chi sa di stare bene. Anche se i calli sulle mani prima, quando si viveva in città, non c’erano. Accogliere una ragazza o un ragazzo nuovo, non fa differenza. Magari la fa per gli anziani del luogo che mai avrebbero pensato che una ragazza com Manuela potesse resistere qui, a Marsala. Qui da dove tutti scappano e solo qualcuno ritorna. O arriva. Stando magari il tempo di una stagione.  Mi hanno accolto bene qui ma lavorando in campagna è sempre difficile. L’anno scorso ero in campagna da sola a zappare. Gaia lavora dunque non mi può dare una mano. Ero li e passa un signore con il trattore. Mi guarda e va via. Passa una, due volte poi ferma il trattore e mi dice: mi posso avvicinare? Certo rispondo io. Lui mi dice: guarda che non ti faccio niente. Ma che fai qui? Ho comprato vigna, sono una produttrice. Da dove vieni? Da Roma. Di dove sei? Romana. Ha sei rumena? No, di Roma. Mi ha guardato e non sapendo cosa dire mi ha detto: vuoi una sigaretta?Molti pensano che sarei rimasta pochi giorni. Devi farti valere un pò di più rispetto agli uomini. Ma siamo davvero una grande famiglia. Vinifichiamo tutti da Vincenzo poi. Alla fine ci diamo una mano tutti quanti.  Lavorare con etica. Lavorare con l’idea che un vino debba essere piacevole. Senza difetti. Altrimenti che piacere può dare. Tanta tanta ma davvero tanta attenzione in vigna. Pochi, essenziali, trattamenti dettati anche da un territorio che non ne richiede. Lieviti spontanei e un pò di solforosa prima dell’imbottigliamento. Non serve altro.  L’idea di fare l’università era approfondire le mie conoscenze ed evitare che ci siano problemi. Studiare, conoscere il processo è fondamentale. C’è quella parte teorica che ancora mi manca e per la quale mi affido a Vincenzo. Devo essere indipendente. Dall’altro avere una idea ancora più mia. Capire se il vino sta prendendo una certa piega cosa fare. Facciamo solo il controllo della temperatura perché qui fa caldo. La temperatura ci consente di conservare i profumi. L’idea di Manuela e Gaia è di allargarsi e crescere così da essere sostenibili dando anche a Gaia la possibilità di staccarsi dal suo lavoro. Una crescita legata essenzialmente alle vigne e a ciò che riuscirà a trovare in queste. Una idea romantica davvero. Nessuna voglia di espiantare ciò che troveranno ma valorizzando le piante e l’uva già presente. Il vino sarà una diretta conseguenza. Una vera valorizzazione del territorio. Volevamo partire con un progetto di recupero. Solo che non è sostenibile. La vigna di Catarratto ha necessitato di una potatura corta e necessiterà di due anni per andare in produzione. Abbiamo preso il Grillo per il Midia e rimaniamo con il Frappato. Poi parallelamente stiamo prendendo le altre.  I vini di Manuela e Gaia, al momento, sono due. Midia il bianco da Grillo e Zahia il rosso da Frappato. Midia che è anche il nome dell’azienda è il diminutivo di Emidia, la nonna di Manuela. Zahia, viste le influenze arabe proprie di queste zone, è un nome che porta con se bellezza luminosa e personalità affasciante. Perché devi sempre chiederti che sentori o che caratteristiche meravigliose abbia un vino? Un vino deve essere piacevole e inebriante. Semplice e schietto. Senza fronzoli. Anche perché si tratta “solo” di uva trasformata in altro. Stappi e bevi. Per piacere di farlo da soli o, meglio in compagnia.  Zahia è il Frappato che mantiene il suo vivo colore rubino con riflessi porpora e la capacità di meravigliare grazie a sentori di frutta ancora non matura: melograno, ciliegia, fragola, lampone. Frutta croccante, di quelle appena colte dall’albero. Qualche fiore di campo rosso a completare un semplice ma efficace bouquet. 
Secco in bocca. Fresco e moderatamente caldo. Sapido ovviamente. Un sorso che avvolge per la grande freschezza e soprattutto schiettezza che ricorda vini di altri tempi. Il sapore rimane in bocca il giusto tempo perché se ne possa assaporare un ulteriore sorso. Non serve berlo a temperatura molto elevata: direi tra i 12 e i 14°.
A me ha ricordato appieno la Sicilia. Un vino che sa di vino!!! Midia da Grillo. Colore giallo quasi dorato. I sentori semplici mi fanno piombare direttamente in Sicilia. Chiudo gli occhi e respirando sento chiaramente i fiori di zagara, le pesche, le mandorle, la salinità del mare e la dolcezza della Sicilia. I fiori di pesco, le ciliegie bianche, la pasta di mandorle che diventa frutta martorana. Le note dolci del miele. Le arance tarocco, i mandarini. Il finocchietto selvatico. In questi odori c’è tanto di Sicilia. Mi commuovo per il trasporto che sto avendo. Anche se capisco che bisogna esserci stati per capire. 
Il sorso porta con se i contrasti della Sicilia grazie ad una innata freschezza. Un sorso che ami o o che odi ma se lo ami o se ci convivi, non lo lasci più per il suo calore, per l’avvolgenza, per la sapidità portata dal vento del mare. Un vino che ti trasporta come il vento nell’entroterra siciliano, in quelle in quelle terre dove poi sentire l’odore del mare a ricordare che sempre su un’isola sei. Persistenza non elevatissima ma comunque buona per un vino vino bianco. Bilanciamento perfetto. Un vino non artefatto, non elaborato, semplice, diretto, schietto. Vivo. Di quei vini che sceglierei per bere con gli amici in una serata d’estate accompagnandolo con insalata di riso, una pasta ‘ncasciata, un pane cunzato o ancora meglio, con la pasta con le sarde condito con quel finocchietto selvatico che è lo stesso che ti sei trovato al naso. 
Davvero intenso. Davvero unico. Davvero mi piace. Brave, brave  Un compagno a Roma con vigna in Puglia. Manuela in Sicilia a far la trottola su e giù. Una vita difficile ma che la rende felice. Il suo sorriso è delicato. La sua espressione è di appagamento. Stanchezza tanta ma di quella stanchezza che ti fa voltare indietro apprezzando la giornata appena trascorsa. A volte penso di stare in un altro posto. Ma sono pensieri di momenti in cui si è stanchi. La mentalità qui è difficile e ti scontri con determinate cose. Trovi immondizia da tutte le parti e non te lo spieghi. Forse in un altro posto le cose sono diverse ma qui il territorio è pazzesco. La storia, il mare, le persone. Ogni tanto mi fanno arrabbiare ma poi sono splendidi. Come i giovani che sono tutte persone meravigliose. Io rimango sempre positiva e fiduciosa.  Sono parole di amore per la terra che l’ha accolta. Per le persone che le gravitano attorno. Per il vento che spira. Per il mare. Per il sole. Per la terra. Per gli amici. Per i sorrisi. Per le lacrime.  Spero di portare in giro il territorio attraverso i miei vini. Parlare di Marsala attraverso i vini. Nei miei vini come in quelli dei ragazzi qui, Marsala parla. I vitigni, il sole, il mare, il sale. Solo assaggiando i vini si sente la varietà del territorio. Da quelli che si affacciano sul mare a quelli dell’entroterra. La bellezza del territorio è la diversità dei suoli. C’è tutto qui. Siamo sei produttori che vinifichiamo da Vincenzo su terreni diversi. Il Grillo ad esempio è completamente diverso per ogni terreno. Annata e terreno fanno il vino. Insieme al sole.  36 anni Manuela, 35 Gaia. La realizzazione del sogno, del loro sogno, si concretizzerà nella seconda parte della loro vita. Sono la dimostrazione di come si sia sempre artefici della propria esistenza. Quando si ha una idea e un progetto, quando ci si crede veramente, quando si realizza che il sogno può diventare realtà, le cose accadono. Ma devi farle accadere tu. Ritrovandoti sotto il sole cocente e con una zappa in mano. Con il vento freddo e quello caldo. Con il sole che ti acceca e il sudore che ti fa appiccicare la maglia alla pelle. La ricompensa? Un sorriso e una meravigliosa, sublime, sensazione di appagamento. Null’altro che questo.     van Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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