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5 Ottobre, 2026
San Leonardo. La meraviglia comincia dopo dieci anni
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Ottobre, 2026
Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo. Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato. Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza. In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto. Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac, qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto. Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine. Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità. La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso. Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere. Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva. La terra avrà l’ultima parola Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate. Nerissimo È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo. Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto. Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro. Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda. Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere. Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla. Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore. Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva. Ho trovato proprio il mio posto. Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
30 Settembre, 2026
Villa Corniole. Per la famiglia, per sempre
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
28 Settembre, 2026
I 95 punti sono il problema
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
27 Settembre, 2026
Roma fa Corto Circuito e accorcia la filiera del vino naturale
25 Settembre, 2026
Il talento ha bisogno di spazio. Floriana Risuglia e la voce delle Donne del Vino
Anche se la storia di queste tre fantastiche donne appartiene agli anni Sessanta, conserva qualcosa di vicino, qualcosa che rimane sempre sospesa tra uffici, università, consigli di amministrazione, tribunali e cantine: quanto talento resta ancora fuori dalla porta soltanto perché nessuno ha pensato di farlo entrare? Questa domanda ha accompagnato la mia conversazione con Floriana Risuglia, avvocata specializzata in Diritto Vitivinicolo, Esperta Assaggiatrice e docente in ONAV, componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino. Una donna che ha attraversato luoghi, professioni ed esperienze con la curiosità capace di unire mondi apparentemente lontani. Siracusa, Terni, la Puglia, il Veneto, Roma: la sua vita sembra il passo irrequieto di chi cambia casa così che, insieme all’indirizzo, impara ogni volta un modo diverso di leggere le persone. Nella sua storia il vino arriva attraverso un corso aperto quasi sotto casa, seguito pensando di incontrare soprattutto calici e degustazioni, e diventato invece una porta spalancata sulla cultura dei territori. Pensavo di andare lì semplicemente a bere, poi si è cominciato a parlare di suoli, territori, storia. La cosa mi ha incuriosita e da quella semplice bevuta ho scoperto tutti gli aspetti culturali del vino. Da quel momento non me ne sono più allontanata. Floriana Risuglia, dal diritto al vino Il vino, quando entra davvero nella vita, difficilmente rimane confinato nel bicchiere. Non può proprio perché si viene rapiti dal conoscere la terra, le persone, le regole, le etichette, i confini di una denominazione e perfino le parole consentite per raccontarla. Floriana cercava un corso da assaggiatrice, molto più interessata alla conoscenza che alle cerimonie del servizio, e proprio durante una lezione sulla legislazione ha riconosciuto il punto in cui la sua professione e quella nuova passione potevano finalmente incontrarsi. Parlavo con i produttori e ascoltavo problemi concreti: l’etichetta copiata, l’acquisto dei terreni, i disciplinari, i regolamenti. Mi sono chiesta come potessi conciliare queste esigenze con il mio lavoro di avvocata e ci sono riuscita. Nel 2016 prendeva ogni settimana il treno per Firenze, dove frequentava un master in Diritto Vitivinicolo, entrando dentro una materia capace di tenere insieme responsabilità delle imprese, tutela dei marchi, etichettatura e normativa europea. Da allora la cantina è diventata anche uno dei luoghi del suo lavoro, con un vantaggio che racconta sorridendo e che rivela il suo modo concreto di stare nelle cose Parlare con un cliente in cantina, davanti a un bicchiere di vino, è molto meglio che farlo in studio. Non è solo la leggerezza della frase ma una visione precisa. Il diritto, come il vino, acquista senso quando incontra la vita reale, protegge il lavoro, accompagna un progetto e offre strumenti a chi investe il proprio nome, la propria terra e il proprio futuro in una bottiglia. Il percorso dentro Le Donne del Vino comincia nel 2017, attratta dalla qualità degli incontri, dalla formazione e da una rete che andava molto oltre il piacere di ritrovarsi. Convegni dedicati alle neuroscienze e al neuromarketing, occasioni di approfondimento, webinar, attività sui territori e uno scambio continuo tra competenze diverse. Nel 2020 diventa vice delegata del Lazio, poi arriva l’elezione nel Consiglio nazionale, mentre cresce l’impegno per raccontare un territorio che sente ormai come casa, pur conservando dentro di sé la luce e il carattere della Sicilia. Le donne e il vino, oltre l’immagine della vendemmia Nel Lazio, Floriana e le altre associate hanno lavorato molto sulla comunicazione dei vitigni e dell’origine vulcanica di una parte importante del territorio. Cercando parole nuove per raccontare una regione vitivinicola spesso schiacciata dall’immagine politica e monumentale di Roma. I laghi, i suoli, l’antico Vulcano Laziale, la colata arrivata fino alla tomba di Cecilia Metella compongono una geografia più profonda, nella quale il vino diventa memoria fisica del paesaggio. È un racconto che vorrebbe restituire al Lazio la sua identità agricola mostrando anche la pluralità dell’associazione. Dentro Le Donne del Vino convivono infatti produttrici, enologhe, agronome, ristoratrici, comunicatrici, giornaliste, professioniste dell’accoglienza, tour operator e figure come Floriana, capaci di accompagnare le aziende attraverso la complessità del diritto. Ecco allora un punto focale: la donna del vino non può coincidere con l’immagine rassicurante di chi sorride in vendemmia tenendo un grappolo tra le mani. Quella fotografia racconta soltanto una parte e, troppo spesso, trascura il lavoro che tiene in piedi un’impresa ogni giorno. Floriana restituisce anche dignità anche ai ruoli amministrativi e commerciali, troppo facilmente descritti come una posizione laterale La cantina è un’azienda. Chi tiene i conti, segue l’amministrazione, organizza il lavoro o sviluppa i mercati internazionali ha una responsabilità enorme. Se una donna sceglie quel ruolo perché corrisponde alle sue capacità e alle sue aspirazioni, quella scelta possiede lo stesso valore di chi lavora in vigna o segue la produzione. La differenza vive proprio nella parola sceglie. Una figlia può raccogliere l’eredità di famiglia, costruire una propria azienda oppure seguire una strada completamente diversa, perché il fascino che avvolge il vino conserva comunque la sostanza concreta di qualsiasi attività imprenditoriale. Floriana cita giovani produttrici laziali che hanno ripreso il lavoro dei nonni, studiato all’estero, avviato nuovi progetti e diviso responsabilità con fratelli e familiari secondo inclinazioni e competenze. Storie che spostano lo sguardo dall’obbligo all’opportunità e liberano anche la tradizione da quel sottile ricatto emotivo secondo cui appartenere a una famiglia significa necessariamente continuare ciò che altri hanno iniziato. Perché Le Donne del Vino servono ancora La necessità dell’associazione emerge lontano dalle dichiarazioni solenni, dentro una situazione ordinaria. Durante la preparazione di un convegno, Floriana osserva il gruppo dei relatori e qualcuno alza la mano: nove uomini e una donna. Vi siete accorti della composizione del panel? La risposta è stata semplice: non ci avevamo pensato. È proprio questo il punto. Le donne competenti esistono, eppure spesso nessuno pensa automaticamente di coinvolgerle. Il pregiudizio più resistente possiede raramente un volto aggressivo. Vive nell’abitudine, nella ripetizione, nelle scelte compiute senza guardare davvero l’intero panorama. Passa attraverso elenchi di nomi nei quali la presenza femminile rimane un’eccezione, attraverso un incarico assegnato alla persona che viene in mente per prima, attraverso la convinzione che alcune professioni abbiano ancora un suono maschile. Le Donne del Vino servono per accendere quella lampadina, rendere visibili professionalità già formate e costruire una spontaneità nuova, capace un giorno di includere senza bisogno di contare. Nuttata persa e figlia fimmina. Mi è venuto in mente proprio parlando con Floriana. Un proverbio crudo e rurale come il vino. Non è solo della terra natale di Floriana ma in tutte le culture contadine di un epoca forse non sopita del tutto. Dietro quelle poche parole, riemerge la contabilità severa delle vecchie famiglie rurali. La nascita di una figlia veniva considerata un “magro risultato” economico, perché alla donna si attribuiva una minore capacità di sostenere i lavori più pesanti nei campi e, al momento del matrimonio, la famiglia avrebbe dovuto affrontare anche l’esborso della dote. Una formula breve teneva insieme fatica, patrimonio e destino, trasformando una bambina appena nata in un bilancio già scritto dagli altri. Eppure proprio la vita delle campagne raccontava donne impegnate nella casa, nella cura dei figli, nella terra, nella raccolta e nella continuità stessa della famiglia. Quel proverbio oggi suona come la misura della distanza percorsa e, insieme, come il segno di una mentalità che ha bisogno di essere riconosciuta ogni volta che riaffiora sotto forme più educate e moderne. Floriana ricorda un episodio di famiglia capace di rovesciare quel detto con l’immediatezza di una vignetta. Alla nascita di una bambina, mentre qualcuno si preparava forse alla delusione tramandata dall’abitudine, il padre accolse la notizia con una gioia incontenibile, come se tutta quella vecchia contabilità contadina avesse perso improvvisamente ogni significato. In quella felicità c’è già una società diversa, nella quale una figlia arriva con il proprio nome, il proprio futuro e tutte le possibilità ancora aperte. A me l’espressione quota rosa fa arrabbiare, anche perché il nome è bruttissimo. Poi mi rendo conto che, finché questa attenzione manca, certe situazioni continuano a passare nell’ombra. Il punto resta la competenza, insieme alle condizioni concrete che permettono alle persone di esprimerla. Una donna con figli, anche quando possiede preparazione ed esperienza straordinarie, ha bisogno di un’organizzazione che le consenta di partecipare a un consiglio di amministrazione, assumere una responsabilità o proseguire il proprio percorso. Aprire formalmente una porta rappresenta l’inizio; creare le condizioni per attraversarla significa trasformare un principio in realtà. In questa differenza si trova il passaggio dai diritti alle opportunità. Il diritto afferma che tutti possono partire, l’opportunità fa in modo che ciascuno possa davvero arrivare alla linea di partenza. Floriana lo conosce anche attraverso il diritto del lavoro, materia alla quale dedicò la tesi di laurea La parità di trattamento significa riconoscere gli stessi diritti anche nella diversità delle condizioni. Una maternità si gestisce, come si gestiscono gli altri passaggi della vita. Il valore professionale della persona rimane. Ho lavorato per molti anni con donne, ne ho promosse, ho affidato loro responsabilità e ho sempre trovato naturale considerare i collaboratori prima di tutto persone e professionisti. Proprio per questo mi colpisce la persistenza di certe frasi, pronunciate spesso con il tono di chi pensa di descrivere soltanto una difficoltà organizzativa: una gravidanza, un figlio che si ammala, la disponibilità di tempo, la presunta affidabilità. Ogni organizzazione affronta imprevisti, assenze e trasformazioni; attribuirli in anticipo a un genere significa usare una previsione come confine e privarsi, nel frattempo, di competenze preziose. Il linguaggio offre alle donne le stesse opportunità Il cambiamento passa anche, forse soprattutto, dalle parole, perché una professione pronunciata soltanto al maschile finisce per suggerire inconsciamente un unico volto. Floriana oggi si presenta come avvocata e intorno a quella parola ha incontrato resistenze, ironie, obiezioni fondate quasi sempre sulla sua presunta bruttezza. Suona strano perché manca l’abitudine. Poi una persona apre la porta, mi vede e dice: “Signorina, mi chiama l’avvocato?”. L’avvocata sono io. Sembrano sciocchezze, però il linguaggio può collocare una donna al centro oppure lasciarla di lato. Essere nominati significa esistere anche nell’immaginario degli altri. Una bambina che ascolta le parole enologa, agronoma, direttrice o avvocata riceve una possibilità prima ancora di ricevere un consiglio. Vede un posto che potrebbe occupare e una storia nella quale può riconoscersi. Floriana porta l’esempio di articoli nei quali uomini di rilievo vengono presentati con nome, cognome, incarico e risultati, mentre accanto a loro compaiono genericamente “due donne”, quasi che il genere bastasse a esaurirne l’identità. Quelle donne hanno un nome, una professione, una storia. Chiamarle semplicemente donne le mette ancora una volta in una posizione laterale. Anche nel vino questa visibilità produce futuro. Conoscere il percorso di Donatella Cinelli Colombini, che cercò enologhe quando quasi nessuno le richiedeva, oppure quello di Graziana Grassini offre alle nuove generazioni una prova concreta. Vedere una donna arrivata ai massimi livelli aiuta chi sta cominciando a pensare: posso farcela anch’io. Gli esempi servono proprio a questo. La rappresentazione, prima ancora di celebrare chi è arrivato, rende immaginabile il viaggio a chi deve ancora partire. Un’associazione capace di parlare a tutti L’integrazione è integrazione. L’associazione valorizza prima di tutto le competenze interne, perché molte avrebbero meno occasioni di essere conosciute, e allo stesso tempo le nostre iniziative parlano a tutti. Questa forse è la sfida più interessante per il futuro delle Donne del Vino: conservare uno spazio capace di sostenere e rappresentare le donne, portando la conversazione oltre il perimetro femminile. Perché l’uguaglianza riguarda l’intera società e ha bisogno anche di uomini disposti ad ascoltare, comprendere, cambiare abitudini e condividere responsabilità. Un’immagine composta soltanto da donne può raccontare la forza della rete; un’immagine nella quale uomini e donne costruiscono insieme il cambiamento può raccontarne l’effetto. L’associazione diventa così un ponte. Da una parte offre alle donne esempi, relazioni, formazione e fiducia; dall’altra mostra alle aziende un patrimonio di competenze che chiede di essere incontrato. Il percorso è cominciato. Esistono ancora ragazze che possono provare timore davanti agli ostacoli ed esistono realtà nelle quali il problema è molto concreto. Per questo bisogna continuare a parlarne, far conoscere chi è arrivata, mostrare alle imprese quante professionalità siano già pronte. Il vino come spazio condiviso Il vino conosce da sempre il valore delle differenze. Ogni territorio trova la propria forza nelle caratteristiche che lo rendono riconoscibile, ogni annata interpreta condizioni diverse, ogni vitigno chiede cure adatte alla propria natura. Nessun vignaiolo penserebbe di trattare allo stesso modo una vite sulla sabbia e una piantata sopra un antico suolo vulcanico; eppure, nella società, confondiamo spesso l’uguaglianza con l’omologazione. Floriana riporta il ragionamento alla sua essenza Parità significa stessi diritti, stessa retribuzione, stessi percorsi di carriera e stesse opportunità. Significa mettere le persone nelle condizioni di esprimere ciò che sanno fare. Nel calice la diversità diventa ricchezza quando riceve cura, tempo e possibilità. Lo stesso accade con il talento. Chiede di essere visto prima ancora che celebrato, ascoltato prima di essere giudicato, messo alla prova prima che un’abitudine decida quale posto assegnargli. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Occorre dare un nome alle donne de Il diritto di contare perché solo così i loro passi dentro quei corridoi può dar voce alla determinazione con cui trasformarono una presenza considerata eccezionale in una competenza indispensabile. Floriana compie lo stesso gesto ogni volta che entra in una cantina da avvocata, pronuncia il nome esatto della propria professione, porta una collega competente dentro un convegno o racconta a una giovane donna che la strada esiste e può essere percorsa. Forse il traguardo arriverà quando la presenza di una donna alla guida di una cantina, di un’impresa, di uno studio legale o di un consiglio di amministrazione smetterà di sembrare una notizia e diventerà semplicemente la conseguenza del suo valore. Fino a quel momento serviranno parole, associazioni, esempi e persino espressioni imperfette come “quote rosa”, se capaci di accendere una luce dove l’abitudine preferisce ancora la penombra. Dentro ogni calice di vino riconosco la ragione per cui continuo a raccontare queste storie: la bottiglia permette l’incontro, poi si fa da parte e lascia emergere le persone. Floriana ha attraversato territori e professioni tenendo insieme diritto, cultura e passione, e nelle sue parole rimane una verità semplice: il talento appartiene a chi lo possiede, l’opportunità appartiene alla società che sa riconoscerlo. Il futuro comincerà davvero quando una donna entrerà in una stanza e nessuno dovrà più accorgersi che è l’unica. Ci accorgeremo soltanto che era la persona giusta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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25 Settembre, 2026
Maso Furli. A nome di chi verrà
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18 Settembre, 2026
Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta
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16 Settembre, 2026
Hic et nunc. L’arte di essere presenti
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15 Settembre, 2026
Hofstätter e l'anima di Mazon
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14 Settembre, 2026
La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana
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11 Settembre, 2026
Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare
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9 Settembre, 2026
Castello Frisari. La terra deve avere un nome
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4 Settembre, 2026
I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, la vita che scegliamo
Jean-Paul Sartre Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno. Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi. Arrivo al vino quasi per scivolamento. Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese. La telefonata delle dieci di sera La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto: Ho sentito parlare di lei. Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete. Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta Mi avevano detto che era un po’ pazzo. La risposta parte prima di qualunque calcolo Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei. Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza. Come mai? chiede lei, sorpresa. Sto arrivando. Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo. L’estraneo che cambia tutto Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi. Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione. All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione Il colore. Mi fermo qui. Un mese dopo viene assunto. La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione. Quando si è stanchi si fanno soltanto danni In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare. Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra. Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori. Al nord, vicino Voghera. A Casteggio. Il nome riaccende nel vecchio un ricordo A Casteggio portavo le botti. Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità. Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini. L’identità dell’Oltrepò La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti. Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale. Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti. Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling. Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie. Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale. I vini de I Doria di Montalto Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce. AD Nebbiolo Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino. Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione. Riesling Le Briglie Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile. Roncobianco. Riesling Riserva Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza. Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita. 1800. Riesling Metodo Classico Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia. AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera. Turais Moscato secco Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla. Il biologico come contratto di onestà Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro. In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro. Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce. La scienza incontra l’uva Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute. Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli. Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più. La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura. Diventare socio, prima ancora di esserlo Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte. Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità. “Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale. Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente. Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato. Il sogno futuro Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi. Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia. L’essenza viene dopo Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso. Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine. Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi. Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Settembre, 2026
Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta
Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera. È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto. In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto. Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi. Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale. Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare. Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica. Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare? Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine. Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane. Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno. La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo. Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni. I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi. Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione. Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni. Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente. Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto. Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza. Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative. Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao. Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre. La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti. Tornare. Perché non poteva non tornare La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici. Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione. Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora. Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare. Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno. Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi. È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti. Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa. Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario. Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei. Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene. Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità. Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi. Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia. Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua. Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda. L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire. Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così. Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza. Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre. Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo. Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce. La figlia nata dentro la paura Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra. Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro? Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no. Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano. Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro. Non arrendersi non significa crederci sempre La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante. In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso. Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia. C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici. Il vino non salva. Però trattiene qualcosa Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione. Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate. Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo. Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere. E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo. A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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31 Agosto, 2026
Arillo in Terrabianca. Adriana Burkard, intanto custode, poi la terra farà il resto
Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino. Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica. Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope. La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa? La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo. Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa. Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto. Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo. Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte. default Una famiglia non si salva dividendosi il futuro Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice. È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato. Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so. Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza. Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori. Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune. default Custodi Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce. È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi. Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui. Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male. Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare. Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla. Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente. Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino. Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare. All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso. Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili. Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati. La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri. Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo? Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali. Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare. Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà. Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande. L’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo. Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo. Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità. Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro. Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio. Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo. Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso. Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente. Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella. Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo. La memoria sensoriale che abbiamo perduto Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine. È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega. La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità. L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro. Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia. La terra farà il resto Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni. La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui. E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare. Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi. Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi. Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito. La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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7 Agosto, 2026
Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia
Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo. «Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole. Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche. Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via. Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino. Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri. L’ultima osteria d’Italia Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato. A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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7 Agosto, 2026
Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio
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5 Agosto, 2026
Trasparenze di sale. Il connubio tra i vini di Vito Oddo e l'arte di Liliana Vianello a Via Margutta
3 Agosto, 2026
Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti
Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi. Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare. Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa. Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina. Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità? Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta. Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove. Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin. Dal mondo della quantità alla religione del tempo Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo. Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi. La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando. Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso. Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare. Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare. Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni. Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili. Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale. In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no. A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta. La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia. E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari. Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti. Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto. Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo. Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta. Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana. Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola. La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni. L’impresa, un atto di custodia Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle. Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali. Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi. Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo. Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare. Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione. Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino. Le bottiglie come figli Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice. Non ho figli. La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa. Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo. Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità. I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere. I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così. Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive. 110 Oyster 2024 (Greco) Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza. Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia. Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano) Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare. Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile. In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino. Piante a Lapio, Fiano Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa. Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta. Quello che resta dopo il bicchiere Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli. Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande. Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario. Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere. Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo. Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti. In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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29 Luglio, 2026
Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta
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28 Luglio, 2026
La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione
nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5 (Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.) Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra. Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974 L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome. La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro. La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire. La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare. Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato. Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso. È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa. Un nome che racconta l’ospitalità Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie. La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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24 Luglio, 2026
La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio
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17 Luglio, 2026
Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano
Alcuni lo custodiscono. Altri ci bruciano la vita.
I migliori ci fanno il vino. Barile. Un nome che sa di destino. In genere si dice che il destino è scritto nelle stelle. Pensare che possa essere scritto nei suoli vulcanici del Monte Vulture, in quel lembo di Basilicata che odora di zolfo rappreso e di mosto la mattina presto di settembre, fa un po’ strano. Eppure in Basilicata, Barile è un paese di grotte e cantine scavate nel tufo, di una comunità arbëreshë che parla ancora la lingua degli albanesi fuggiti secoli fa, di vigne piantate su cenere e pietra lavica da chi sapeva che quella terra brontolava ancora, sotterraneamente e che il fuoco spento di un vulcano è forse il padre più generoso che un vigneron possa desiderare. È su queste terre che Pier Paolo Pasolini decise di girare il suo Vangelo secondo Matteo nel 1964, intuendo in quei paesaggi pietrosi qualcosa di biblicamente vero. A Barile è nato nel 1982 Fabio Mecca. Anno 1982: l’Italia vince i Mondiali di Spagna e un bambino apre gli occhi a Barile, provincia di Potenza, quasi senza accorgersene. È Fabio stesso che me lo racconta. Ha il tono leggero e ironico che non posso che riconoscere in chi nel meridione non solo è nato ma ne è parte integrante. Un tono che trasforma la biografia in commedia La mia data di nascita è il 1982, quando hanno vinto i Mondiali. Mi sono laureato nel 2006, quando l’Italia si giocò la qualificazione agli ottavi con l’Australia. Mentre Totti segnava il rigore, stavo discutendo la tesi. Due Mondiali, una laurea, una vita intera compressa tra i calci di Gentile a Zico e quelli della testata di Zidane a Materazzi. Una parentesi storica durante la quale l’Italia smise di avere paura di se stessa, almeno per novanta minuti. Una paura che è tornata tant’è che sono dodici anni che non partecipiamo più ad un Mondiale di calcio. Se nasci a Barile, impari presto che la terra non si piega. A niente e nessuno. Devi ascoltarla e sapere ascoltarla. Se poi nasci con la Cantina Paternoster di fronte casa, cresci inevitabilmente dentro un calendario scandito non dai giorni della settimana ma dalle fasi della vite: il grappolo che si forma, il trattamento, la vendemmia del moscato, l’attesa. Fabio Mecca è cresciuto dentro quel ritmo. La sua famiglia è legata ai Paternoster ovvero la cantina fondata nel 1925 da Anselmo Paternoster. Non una cantina qualunque nel Vulture ma la prima ad imbottigliare l’Aglianico del Vulture per venderlo al mondo. La stessa che poi ha portato l’Aglianico del Vulture a diventare DOC grazie Giuseppe detto Pino, il primo enologo del territorio. Cento anni di storia viticola che Fabio non può che portare addosso come una seconda pelle. Ho vissuto sempre in sinergia con l’azienda, con i tempi della natura, con i tempi della vendemmia anche quando ero più ragazzo. Sai, iniziava l’estate e i miei amici andavano al mare la prima volta, ma il mio tempo era scandito dall’attesa del trattamento il giorno dopo o dalla vendemmia del moscato. È facile immaginarlo bambino, nemmeno adolescente, mentre i coetanei dormono ancora e lui già sa che quella mattina c’è qualcosa da fare in vigna. Sono quelle cose, quei pezzi di vita, che non si vivono come obbligo. È semplicemente appartenenza. Il Classico che non ti aspetti e poi da Barile a Conegliano Il padre di Fabio, medico, aveva letto Benedetto Croce, forse anche Giovanni Gentile. Sicuramente credeva che una mente ben formata fosse una mente libera. E prima di lasciare il figlio all’agrario, dove sarebbe andato di corsa con naturalezza gli chiese una cosa sola: la maturità classica. Mio papà è medico e mi ha chiesto solo di prendere la maturità classica, in modo tale da poter avere una visione più ampia. Io non l’ho assecondato di primo acchito, ma poi ho accettato perché ho compreso quello che mi voleva dire. Devo dire che poi mi ha aiutato tantissimo: la metodologia dello studio, la determinazione, l’etimologia delle parole. Vi ricordate il professor Keating de L’attimo fuggente? Strappate la pagina, anzi l’intera introduzione. Non è la Bibbia, non andrete all’Inferno. Continuate a strappare, strappate, questa è una battaglia, una guerra, e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime Il padre di Fabio non era Keating. Era l’uomo che insistette perché il figlio leggesse i classici prima di sporcarsi le mani con il mosto, certo che un giorno quelle radici avrebbero dato frutti insospettabili. E aveva ragione. Dopo il liceo classico, Fabio segue la sua natura e va a Conegliano Veneto, Scuola Enologica, istituzione-madre di ogni enologo italiano che si rispetti. I primi tre mesi non può che essere drammatico visto che tutti i compagni di corso provenivano da percorsi tecnico-agrari, sapevano già di cosa si parlava. Lui arrivava dai drammi dei greci e dalla sintassi latina. Non capivo un cazzo di quello che dicevano. Ancora quella ironia meridionale e, per ironia della sorte, mentre Totti calcia il rigore contro l’Australia, Fabio Mecca diventa enologo. Isole & Olena e Paolo De Marchi: la palestra di un’anima Prima di tornare a casa, Fabio fa una tappa che nella sua narrazione torna continuamente, come un leit motiv: la Cantina Isole & Olena, in Toscana, da Paolo De Marchi. È lì che impara il vocabolario del vino che ancora oggi parla. La viticoltura di precisione. Il legno lavorato barrique per barrique. L’analisi parcellare. Il rispetto per quella che lui chiama l’identità del vitigno. Da Paolo De Marchi è stata una palestra di vita, prima di tutto, e poi di approccio al mondo della viticoltura di precisione. Mi si è aperto totalmente un altro mondo, mirato davvero alla qualità. Legno per legno, barrique per barrique. Ma quando finirà che un enologo del Sud sia costretto ad andare in Toscana, in Piemonte, in Veneto, per capire cosa significhi lavorare il vino con cura maniacale? Perché al Sud sembra non essere possibile? È la storia di un Paese che ha esportato la propria bellezza vinicola soprattutto dal centro verso il nord, lasciando il Sud a inseguire, spesso a rimorchio. Fabio Mecca è uno di quelli che ha capito che il recupero doveva partire da dentro. Dall’apprendere prima, dal restituire poi. Sono cose che si portano dentro come idee ossessive. Fabio è fatto così: cita il Cervaro della Sala, la Tunina di Jermann, l’Ornellaia del Beppe Caviola come se fossero testi sacri da comprendere. Non certo da imitare. Vintage Tunina, Cervaro della Sala. Vini che stappano quotidianamente come si stappa il Tavernello. Eppure mi hanno sempre detto: sì, va bene il territorio, il vitigno, ma c’è l’uomo. Cosa fa l’uomo per ottenere questo? L’inibizione della malolattica. La vinificazione in legno per certi vitigni. Il contatto sulle fecce fini per i bianchi. Tecniche che sembrano soltanto processo. In realtà sono scelte filosofiche. La porta chiusa in faccia e il debito di gratitudine Torna a casa. Torna alla Paternoster, alla cantina che ha davanti agli occhi da bambino, al profumo di Aglianico che gli ha invaso i polmoni. Ma l’azienda nel frattempo ha uno zio enologo rientrato dopo vent’anni. Come potrebbe accogliere bene il giovane nipote con la laurea di Conegliano e le idee di De Marchi ancora fresche in testa? Ero rientrato con mille stimoli, come dice Jovanotti, con mille visioni diverse. In cantina come enologo c’era mio zio, il quale non ha accettato di buon grado né la mia irruenza né la mia intromissione. Sono stato accompagnato con educazione alla porta. Me ne sono andato con tanto dispiacere familiare. Ma ora lo ringrazio. Sembra paradossale, ma lo ringrazio perché mi ha messo nella condizione di applicarmi diversamente. I giovani. Irruenti. Decisi. Determinati. Sembrano sapere tutto con solo qualche vendemmia sulle spalle. Non ammettono che l’esperienza è come un vino che deve maturare nella botte. Può anche maturare da solo ma ha bisogno di essere controllato oltre che coccolato. Davo tutto per scontato, per possibile. Per me la prova di una fermentazione in legno dell’Aglianico era semplicemente da fare. Quando ho preso e ho scoperchiato cinque tini per far fermentare all’interno, non ho chiesto il permesso. Dall’altra parte qualcuno avrebbe dovuto comprendere il mio perché senza gridare e sbattermi fuori. Ma erano vent’anni fa. E le porte chiuse in faccia insegnano, sempre. Il dolore è certamente il miglior maestro e non perché sia buono, ma perché è onesto. Non mente sui risultati. La porta chiusa in faccia è diventata per Fabio una sorta di molla. Già, una vera molla che lo ha proiettato fuori dalla Basilicata, dentro Roberto Cipresso, dentro l’Italia intera. Difficile non vedere in quella umiliazione, perché tale era, anche se Fabio non la chiama così, il seme di tutto quello che sarebbe diventato. Roberto Cipresso e l’Italia come mappa sentimentale Roberto Cipresso è uno degli enologi più influenti d’Italia, scrittore oltre che tecnico, uomo che ha tradotto la vigna in pensiero. Fabio lo contatta, Cipresso lo accoglie. Per tre anni diventa il suo responsabile nel centro-sud. Tre anni in giro per vigneti d’Italia. Dalla Campania all’Abruzzo, dal Veneto alla Toscana. Però serve. Serve ad imparare ogni giorno qualcosa che non sapeva di non sapere. Nel 2010 inizia la carriera da libero professionista. La prima azienda è la Cantina Villadora a Terzigno, in Campania, sul versante del Vesuvio. Un altro vulcano manco a farlo apposta. Altra cenere, altra mineralità primordiale, altro clima, altro vitigno. Ed è lì che Fabio capisce qual è il suo metodo da consulente: Ho applicato un approccio diverso rispetto alla Paternoster. Ho ascoltato quelle che erano le necessità, quello che voleva essere il percorso. Ho replicato con assoluta dedizione. E solo quando la fiducia era maturata, quando eravamo arrivati ai risultati che l’azienda aveva chiesto, ho iniziato a rompere le scatole, a proporre. Anche lì abbiamo fatto prove di vinificazione in legno del Caprettone, vitigno tornato protagonista. La fiducia prima, la sperimentazione poi. È una lezione che ha imparato dal legno della porta sbattuta in faccia. Ed è anche, mi pare, una lezione di eleganza umana. Ventidue cantine, un’identità, e la questione meridionale del vino Oggi Fabio Mecca lavora con ventidue cantine. Il numero spaventa chi ragiona in termini di omologazione. Una sorta di critica lecita e legittima che mi sento di avanzare. Potrebbe esserlo, l’omologazione. Io cerco di avere al massimo due aziende per realtà produttiva, mai aziende limitrofe. Non applico protocolli standard. Non lo faccio e ritengo di riuscire ancora a trovare quelle identità territoriali che vengono fuori. Poi c’è chi ne ha cinque e chi ne ha cento: è una fase. Al Sud siamo un po’ costretti: le aziende sono piccole, la visibilità è tutta da costruire, la geografia è vasta. Insomma, la questione meridionale del vino. Non un problema di qualità, spesso altissima (e chiunque abbia stappato un Aglianico del Vulture di annata, lo sa bene). È un problema strutturale: aziende piccole, mercati da costruire da zero, territori che ancora faticano a uscire dai confini regionali sui mercati internazionali. Luca Gardini, quando degustò i vini di Fabio anni fa, disse che «l’enologo Mecca è il futuro perché rispetta il vitigno e il territorio». Nel 2025, la Guida dell’Espresso lo ha eletto miglior enologo dell’anno. Forbes lo aveva già messo nella lista degli enologi da seguire nel 2023. Il futuro, evidentemente, è arrivato. Ciò che colpisce di Fabio non sono i premi. È il modo con cui li racconta ed identifica: punti di verifica, non di arrivo. Quando è periodo di guide, me le compro tutte. Con fattura. Le studio e vado a cercare sia le certezze che le novità, compro le bottiglie perché voglio capire cosa accade, qual è l’espressione, qual è la metodologia. Faccio il calcolo combinatorio delle possibili combinazioni tra centinaia di vitigni: è una cosa pazzesca. Non si finisce mai. Quello che è semplicemente benchmarking, per Fabio è curiosità. In fondo, il cammino non è mai fine a se stesso, ma è il modo in cui la mente impara a conoscere il mondo prima del corpo. Fabio cammina così tra i vigneti d’Italia: con la mente già là, un passo avanti. Il ritorno a Paternoster e i cento anni sotto il Vulcano Dopo sei o sette anni, Fabio torna alla Paternoster. Lo zio si era allontanato. La famiglia lo richiama. Ed è come se il cerchio si chiudesse con una dolcezza inaspettata. Non è certo il ritorno del figliol prodigo, ma quello del figlio che nel frattempo è diventato qualcuno. Uomo prima di tutto. Nel 2016 la cantina viene acquisita dal Gruppo Tommasi, famiglia veneta, grande esperienza nella valorizzazione di territori autentici, da Valpolicella alle Langhe. Un’operazione che avrebbe potuto snaturare tutto. Non è successo. Ho la fortuna di lavorare con questo grande gruppo, il quale non ha assolutamente stravolto nulla dell’aspetto produttivo. Anzi, ha potenziato la strategia, la voglia di andare avanti, dando grande fiducia nel percorso lavorativo che avevo iniziato qualche anno prima. I vini in produzione oggi alla Paternoster sono i vini di Fabio. Dal Don Anselmo, cru storico che porta il nome del fondatore Anselmo Paternoster, nato nel 1985 nel momento più buio del vino italiano dopo lo scandalo del metanolo, quasi una risposta di dignità, fino al nuovo Barone Rotondo, Aglianico del Vulture Superiore DOCG, 2.500 bottiglie da vigneti storici a seicento metri di altitudine, affinato in un’antica neviera seicentesca scavata nella roccia vulcanica. Non è solo una cantina, è un organismo vivo. Ogni pietra ha una voce. Nel 2025, la Paternoster ha celebrato i cento anni. Un secolo di Aglianico, di vulcano, di famiglia. Fabio, che in quella famiglia è entrato non per nascita ma per vocazione, ha fatto da tramite tra il passato e il futuro, come solo chi ama davvero un luogo sa fare. L’enologo come vice del produttore: una visione del mestiere Quello che mi sorprende di più, parlando con Fabio, è la sua visione allargata del ruolo dell’enologo. Non solamente il tecnico che entra in cantina, assaggia, prende appunti e riparte. È qualcosa di più strutturato e umano insieme. Ritengo che la figura dell’enologo sia totalmente stravolta in questo momento e mai come adesso debba affiancare ancora di più il produttore. Puoi fare il miglior vino del mondo, ma se lo sappiamo solo io e il titolare, ce la cantiamo e suoniamo. Per questo affianco le aziende anche nella comunicazione, nel racconto. Mi metto a disposizione per avere rapporti con giornalisti, con agenti, con distributori, con le guide. È esattamente quello che succede nel mondo del vino contemporaneo: non bastano più le bottiglie buone, bisogna che le bottiglie parlino. Fabio ha capito che l’enologo di oggi è anche e soprattutto un narratore, un mediatore culturale, quasi un agente letterario del vino. Almeno una volta al mese visita ognuna delle sue ventidue cantine. Non delega, non si fa mandare campioni. Va. Guarda. Tocca la terra. Non riesco a non andare almeno una volta al mese in tutte le mie cantine. Devo capire cosa succede, devo avere tutto sotto controllo. È una mia forma mentis, non è un giudizio verso nessuno. So lavorare così. Una forma mentis che, in un’epoca in cui si può seguire le fermentazioni da remoto attraverso sensori e app, è quasi una dichiarazione di principio. Il corpo presente. Le mani che sanno. Il sogno del metodo classico e le porte che si tengono aperte Tante cantine. Tante esperienze. Eppure una persona curiosa ha sempre qualcosa che manca. Non certo come una mancanza vera e propria ma quasi con un latente senso di incompiuto. Un perfezionista, uno che fa dell’imparare un proprio Credo, ha sempre qualcosa che manca. Mi piacerebbe lavorare nelle Marche o in Abruzzo. Li sento miei emotivamente, ci sento ancora quella parte umana, verace, disponibile che a me serve tanto. E poi vorrei fare un gran metodo classico. Non per moda, perché ora un po’ tutti lo stanno facendo. Ma perché mi piacerebbe misurarmi da un punto di vista tecnico: la sosta sui lieviti, i vitigni, il pH, l’acidità. Mettermi lì, da pignolo. Il Metodo Classico per chi ha fatto vini fermi e importanti. I vini fermi per chi ha fatto solo bollicine. Sembra qualcosa di scontato ma non lo è affatto. Due grandi aziende lo hanno contattato negli anni, offrendogli le chiavi dell’intero progetto produttivo. Ha detto di no a entrambe. L’istinto lo ha fermato. Se avessi avuto un’altra vita, una vita parallela, mi avrebbe fatto piacere sperimentare anche lì. Capire com’è la metodologia, cosa vuol dire quando ti affidano l’aspetto gestionale di tutto quello che hanno a livello produttivo. Ma il mio istinto mi porta ancora a dire di no. Mi piace fare quello che faccio. Scegliere di non fare è anch’essa una forma di libertà. Spesso la più difficile. La famiglia, la serenità, il figlio che va al liceo di grafica In genere c’è sempre qualcuno al quale si deve dire grazie. Maestri, mentori, colleghi. Però, a guardarsi bene attorno, c’è chi è davvero molto più importante. Spesso si sottovaluta, si da per scontato. Non è facile stare con una persona che sta sempre fuori, sempre al telefono, sempre con mille cose. Io riesco a fare tutto questo solo se ho la serenità emotiva. Se da quella parte c’è serenità, io sono sereno e affronto tutto. Se c’è qualcosa che non va, perdo la lucidità. Per questo ogni sera cerco di tornare a casa, cenare con la mia famiglia, guardare negli occhi mio figlio, parlarci. È la famiglia. È tua moglie, i tuoi figli. Sono loro ad aspettarti da un giro tra le cantine. Da un lavoro che ti porta fuori e ti tiene lontano da loro. Il rientro a casa, nell’armonia. Alla famiglia occorre sempre dire grazie. Ognuno ha il suo compito. Ognuno ha la propria parte. E può anche accadere, non certo per un contrappasso, che tuo figlio che andrà al liceo classico. Ci ho provato a convincerlo. Non andrà nemmeno all’agraria. Ha scelto un liceo sperimentale di grafica e comunicazione. È giusto che facciano le cose per cui sono portati e hanno voglia. È giusto così. Suo padre, il medico, gli aveva chiesto il liceo classico. Fabio invece non insiste, lascia andare. Forse è questa la più grande prova di maturità. La libertà di lasciare che qualcuno scelga il proprio fuoco. Fuori, da qualche parte sotto il Monte Vulture che, meno male, non erutta da centinaia di migliaia di anni anche se si sente ancora, nei suoli, nelle rocce, nei vini, l’Aglianico sta maturando. Lentamente, come deve fare. Fabio Mecca sarà lì, a settembre, a guardarlo. Forse con una guida sotto il braccio. Forse con un’idea nuova che non ha ancora nome. I vulcani non muoiono. Si trasformano. I migliori enologi, anche. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
16 Luglio, 2026
Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella
15 Luglio, 2026
Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino
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11 Luglio, 2026
Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri
per brindare a un incontro
con te
che già eri di un altro
ricordi
c’era stato un invito
stasera si va tutti a casa mia Un pianoforte ancora acceso a fine serata. I tavoli quasi vuoti. Un calice di champagne lasciato da qualcuno che se n’è andato senza finirlo. Poi una voce appena nasale, capace di attraversare il tintinnio dei bicchieri senza mai alzarsi di tono. Un sorriso composto che pareva promettere sempre qualcosa di più di quanto concedesse. L’uomo del piano bar che l’Italia ha sognato per sessant’anni Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, non è stato soltanto un cantante. È stato l’uomo che ogni italiano avrebbe voluto incontrare, ad un’ora tarda, al pianoforte di un piano bar. Ha fatto ballare intere generazioni con il twist e le ha fatte innamorare l’istante dopo, senza mai alzare la voce. Come se il segreto della sua arte fosse proprio dominare una sala restando quasi in disparte, dietro un paio di occhiali che funzionavano anche da distanza di sicurezza. Il suo genio non stava nell’esibizione, ma nella confidenza: cantava come si parla a una sola persona, anche negli stadi. Champagne, l’architettura di un addio Se Peppino di Capri ha un monumento, è una canzone che non racconta una festa ma il momento subito dopo. Champagne non è la storia di un amore che finisce con uno strappo: è la fotografia del gesto che resta quando tutto il resto è già sparito, il brindisi alzato per abitudine, per qualcuno che non risponderà più a quel gesto. Nel vino, la stessa bollicina che sale a raccontare la gioia porta già scritta nella propria fisica la sua sparizione: nasce per salire e per sparire. In questa doppia natura la canzone trova la sua verità più elegante. Aprire una bottiglia significa avviare un conto alla rovescia luminoso: ogni sorso che segue il primo è già un passo verso il bicchiere vuoto. Champagne non canta la rottura: ne canta l’eco. Proprio per questo generazioni diverse hanno continuato a riconoscersi in un pezzo che parla, in fondo, della fine di ogni cosa bella mentre è ancora bella. Il sorriso che schermava Ogni grande intrattenitore porta con sé una domanda mai del tutto risolta: quanto di quel sorriso appartiene davvero a chi lo indossa? Peppino di Capri ha attraversato sessant’anni di palchi con un’eleganza che sembrava naturale. La voce sempre calma colma di una malinconia che il pubblico non ha mai visto per intero e che forse lui stesso ha coltivato in silenzio. Soprattutto negli ultimi anni. Forse non è un caso se il suo brano più amato sia diventato, con il tempo, anche il più autobiografico: chi canta la fine di un amore con quella grazia composta, forse, ne conosce il peso più di chiunque altro. Il calice di un intero paese Da mezzo secolo l’Italia porta con sé Champagne come colonna sonora involontaria delle proprie estati, dei matrimoni, delle radio accese in macchina nelle notti di ritorno. Oggi quella stessa canzone è di un intero paese che vive, nei confronti del suo interprete, esattamente ciò che il brano racconta da cinquant’anni. Non un grido, non uno strappo, ma il gesto sommesso di alzare un calice per un amore che non risponderà più. È lo stesso brindisi solitario della canzone, moltiplicato per milioni di persone che lo hanno canticchiato senza sapere che, un giorno, l’avrebbero cantato per lui. Resta, come l’ultima bollicina in un bicchiere lasciato sul tavolo, quel sorriso, quella voce appena nasale che ha insegnato all’Italia come si può essere eleganti anche mentre si soffre. Lo so
mi guardate lo so
mi sembra una pazzia
brindare solo senza compagnia
ma, ma io, io devo festeggiare
la fine di un amore
cameriere, champagne… Ciao Peppino. Mi hai fatto cantare. Mi hai fatto sognare. Mi hai fatto innamorare. Continuerò a cantare le tue canzoni e quando verserò un calice di Champagne, non potrò fare a meno di pensare a te e a quelle note struggenti. Ma, meravigliose. Canta anche lassù. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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10 Luglio, 2026
Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro
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9 Luglio, 2026
Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano. Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia. Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso. I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito. Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso. Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto, persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio. Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo. Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce. Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”. Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi. Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia. La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura. Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea. Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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8 Luglio, 2026
Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino
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8 Luglio, 2026
Principe di Corleone. Non è solo un nome, è un destino
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3 Luglio, 2026
Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra
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2 Luglio, 2026
Torre Rosazza. Finezza e Tempo
Seneca, Epistulae Morales, VIII Un nome, un destino Rosa in latino è la rosa, ma rosaceus è ciò che ha il colore della rosa, il tono del laterizio antico, l’incarnato di un tramonto sui colli di ponente. La torre che dà il nome a questa tenuta non è un simbolo scelto a tavolino per fare marketing: è pietra viva, medievale, riportata alla luce nel 2018 durante un restauro che ha restituito al mondo degli affreschi che nessuno sapeva esistessero. Il merlato è riemerso come un segreto sepolto nel calcare, e questa è già una storia degna di un romanzo. Amo le aziende che hanno uno strato nascosto. Quelle dove scavi e trovi ancora qualcosa. L’antico complesso, già fortilizio medievale in località Poggiobello, sorge a poca distanza dall’Abbazia di Rosazzo, fondata nel IX secolo dai monaci agostiniani, ai quali si devono le prime attività di coltivazione della vite e dell’ulivo in questa parte della regione. Prima i monaci, poi la pietra merlata, poi il vino. Un filo sottilissimo che lega il Medioevo a una masterclass con Riccardo Cotarella che guida una verticale di Pinot Grigio e Friulano come se stesse dirigendo un quartetto d’archi. Il Leone Alato e l’imprenditore che scommette Igor Boccardo non è un uomo che si siede comodamente sui numeri. Quando parla del gruppo Leone Alato del quale è amministratore delegato, sedici mila ettari divisi tra l’anima agricola di Genagricola 1851 e le cinque tenute vitivinicole disseminate in quadro diverse regioni, lo fa con la precisione dell’ingegnere e con qualcosa di più difficile da classificare: una tensione verso il futuro che assomiglia a una scommessa lucida. Cinque cantine. Torre Rosazza nei Colli Orientali del Friuli, Costa Arente in Valpolicella, Duemani in Toscana, Brico dei Guazzi nel Monferrato, Tenuta Sant’Anna ad Annone Veneto. Un gruppo che presidia con rigore i territori del vino italiano senza mai rinunciare a una visione di qualità assoluta. La cifra vera di questo progetto imprenditoriale non è la grandezza del perimetro. È semmai la consapevolezza che il territorio è il valore non copiabile. Che il suolo non si carica su un camion e non si spedisce. Boccardo porta convinamente avanti due pilastri di sostenibilità che non sono slogan. Il primo è la decarbonizzazione: il gruppo è stato infatti una tra i primi in Europa a certificare un obiettivo Net Zero al 2040. Il secondo, più sottile e più rivoluzionario, è la biodiversità misurata. Sensori che contano gli insetti, riconoscono i lombrichi nel suolo grazie all’intelligenza artificiale, mappano l’avifauna e i mammiferi delle tenute. Nelle proprietà friulane sono stati avvistati (e hanno persino figliato) gli sciacalli dorati. Un tempo spia di ecosistemi compromessi, oggi indicatore di un habitat che prospera. Esiste una vecchia idea, cara alle avanguardie del Novecento, che l’arte e la natura si oppongano. Il vino, quando è fatto così, dimostra il contrario. Un suolo sano produce un’uva sana e un’uva sana è la premessa di tutto il resto. Il territorio: la ponca, i ronchi e il Friuli di frontiera Il Friuli è una terra di confine e di avamposto, forte e piena di contrasti. Basta guardare una mappa per capirlo: le Alpi Giulie a nord, il golfo di Grado a sud, il Natisone che scende verso la pianura, il Collio che sfuma verso la Slovenia. Torre Rosazza è incastonata esattamente in questo punto di tensione geografica, su quella che Giovanni Casati, direttore tecnico delle Tenute del Leone Alato, definisce come “l’ultima collina prima della pianura”. Il termine frontier in inglese porta con sé una doppia valenza: confine, ma anche frontiera aperta, territorio da esplorare. Il Friuli dei Colli Orientali è entrambe le cose. Qui i vitigni si sono incrociati per secoli. Da una parte gli autoctoni come la Ribolla Gialla, il Friulano, lo Schioppettino, il Picolit. Dall’altra, gli internazionali arrivati con i Francesi a metà Ottocento. Non c’era nessuno che potesse tracciare una linea netta tra ciò che è “di qui” e ciò che “viene da fuori”. Il Friulano stesso, considerato il vitigno emblema della regione, è arrivato insieme al Pinot Grigio nell’Ottocento. Ha trovato però questo suolo e non l’ha più lasciato. Il suolo. La ponca. Una stratificazione di marna argillosa alternata a strati di arenaria, ricca di minerali e povera di sostanza organica. Un terreno che si sgretola facilmente, che costringe l’uomo a inventare i terrazzamenti, i ronchi, per tenerlo fermo. Sono proprio i ronchi il paesaggio di Torre Rosazza: colline pettinate come spartiti musicali, dove ogni filare è una nota tenuta a fatica sul pendio. Solo che non è una decorazione. È necessità fisica che è diventata identità culturale. Le radici che penetrano nella ponca alla ricerca dell’acqua trattenuta dall’argilla, le brezze del mare Adriatico che arrivano da sud, le Alpi Giulie che fermano i venti freddi da nord: tutto in questo angolo di Friuli converge verso un equilibrio che non puoi progettare a tavolino. Puoi solo riconoscerlo, rispettarlo, tradurlo in bottiglia. Finezza e tempo. La masterclass Il titolo scelto da Giovanni Casati per la degustazione, “Torre Rosazza: verticali di finezza e tempo”, è di quelli che non si dimenticano subito. Cotarella lo ha citato più volte, compiaciuto. Ha ragione: è un titolo che porta dentro di sé l’intera filosofia di Torre Rosazza. La finezza come vocazione stilistica. Il tempo come argomento da dimostrare, non da dichiarare. La struttura della degustazione era volutamente capovolta: le Riserve prima dei vini classici, le annate più giovani prima delle più vecchie. Un percorso non cronologico ma pedagogico, costruito per mostrare cosa succede quando si dà al vino ciò che il vino chiede. Tempo. Pinot Grigio. Il più famoso, il meno compreso. Cotarella lo ha detto senza giri di parole: il Pinot Grigio è probabilmente il vitigno bianco più frainteso al mondo. Secondo vino più venduto negli Stati Uniti dopo il Prosecco, replicato in ogni latitudine d’Italia con risultati che vanno dall’ottimo al banalissimo, è diventato nei decenni una parola svuotata di contenuto. Torre Rosazza ha scelto un’altra strada. Niente ramato, niente macerazioni lunghe, niente estremismi di nessun tipo. Una vinificazione che rispetta il carattere dell’uva. La buccia colorata porta con sé un tannino impercettibile, una certa corazza olfattiva, una tendenza a manifestarsi lentamente. Oltre che una resa in vigna che punta alla qualità invece che alla quantità. Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Al naso è ancora giovane, espansivo, fresco. Non grida. Ha una profondità che richiede attenzione. Un senso di floreale che sa di frutta non ancora sbocciata. Sono le erbette quelle che dominano. La salvia, la menta, il sambuco. In bocca domina la piacevolezza tipica del vitigno, con quel leggero retrogusto di mandorla che è la firma della Ponca friulana. Quasi cicciotto ma meno prezioso mancando l’idrocarburo. È un vino ancora in costruzione, muscoloso, a cui il tempo darà l’equilibrio che già promette. Mi è venuta in mente la canzone di Francesco De Gregori “La leva calcistica della classe ’68” Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2022 L’annata ha portato le sue difficoltà: un’estate torrida, poi le piogge di fine agosto. È logico che il vino le porti nel corpo. Più sottile del 2023, con un’acidità più espressa, note balsamiche che percorrono il profilo olfattivo aprendo ai frutti tropicali, alla mineralità, al pompelmo e alla mandorla. Poi in bocca è tagliente, vegetale, con il limone che spicca sapidamente. Eleganza nervosa, da attendere o da bere subito. Dipende. Dipende da cosa si cerca in un vino. In questo io ho amato particolarmente la verticale pulizia, la non lunghissima persistenza, la capacità di farti dire “porca miseria”! Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2021 Qui il tempo ha fatto il suo lavoro. Cotarella lo ha descritto con un’immagine perfetta: un quadro in cui non si identifica nulla di separato, ma tutto parla insieme. La pesca, la pera, il biancospino, il gelsomino: nessuno domina, ma domina tutto. Armonia olfattiva e gustativa, dolcezza che non è dolcezza ma equilibrio tra acidità e sostanza. Resterà impresso. Mi ha intrigato la fine citrosità, l’idrocarburo interessante, la mineralità quasi salata che persiste a lungo. La nota di mandorla nel finale che qui diventa preziosa piuttosto che appuntita. Un vino che suggerisce giornate ventose, limoni acerbo, il sale che arriva sul palato. Dopo. Un vino verticale ma con la capacità di pulire la bocca in maniera incredibile. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il vino che ha convinto l’azienda a fare le Riserve. Otto anni, niente legno, niente macerazione. Il colore è un giallo dorato con riflessi ancora vivi. Il naso è esattamente quello che ti aspetti dai grandi bianchi invecchiati: profondità, armonia, qualcosa di antico che non è stanchezza. È il modello ideale di longevità non costruita ma guadagnata sul campo. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2022 Paradossalmente più aperto e più espressivo della sua Riserva coetanea: al naso è ricco, pieno, immediato, con un carattere varietale che si manifesta senza reticenze. In bocca ha peso e presenza, una certa rotondità che lo rende soddisfacente nell’istante. È un vino realizzato per dare tutto e subito: vigneto diverso, nessuna criomacerazione, produzione pensata per la beva nel breve termine. Devo dire che lo fa con onestà. Non sognerà mai la longevità di una Riserva, ma non è questo che gli si chiede. Nella sua immediatezza dichiarata, c’è una forma di coerenza che vale. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2024 Il più giovane della batteria. Si sente ma va bene così perché non cerca la complessità ne la simula. Ha un carattere preciso e definito, una finezza molto spinta che si traduce in un’acidità vivace, quasi provocatoria: in bocca fa salivare con una generosità che è già un invito al sorso successivo. Non è un vino esplosivo e non vuole esserlo. È solo (e non è poco) fragranza, pulizia, piacevolezza immediata. Un bianco che non impegna ma non delude, pensato per essere bevuto, ora, nel fiore dei suoi anni. Friulano. Il vitigno che non perdona e non dimentica. Se il Pinot Grigio è il cosmopolita della famiglia, il Friulano è il friulano. Radicato. Esigente. Sensibilissimo al territorio. Molto più sensibile ai cambiamenti di esposizione e di suolo rispetto a qualsiasi altro vitigno della tenuta. Cotarella è categorico: il Friulano è uno dei vitigni più influenzati dal territorio che conosce, in qualunque zona d’Italia. Il cru Masiero, alle spalle del Colle di Santa Caterina, è prodotto da un vigneto composto da quattro cloni, frutto di una selezione massale delle migliori vigne di tutta l’azienda. Ponca pura, esposizione nord-est, altitudine superiore rispetto ai vigneti del Pinot Grigio. Un vigneto che chiede sole e lo riceve dalla parte giusta. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Giovane, quasi infantile nel vocabolario di Cotarella: “tre o quattro anni, una vita davanti”. Il profilo è suadente, più rotondo del Pinot Grigio nonostante la sua totale verticalità. Sarà la giovane età che vi devo dire. Le note sono di mela verde e fiori di sambuco; di erba tagliata e di agrume. In bocca si percepisce appena quella sensazione idrocarburica-vegetale che è la firma evolutiva del Friulano: ancora larvale, ancora nascosta, ma già presente. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2022 L’annata sottile si fa sentire anche qui, ma con minor intensità rispetto al Pinot Grigio. La varietà copre le debolezze stagionali anche se rimane un certo grado di leggerezza, di forza sommessa. Come se non si avesse voglia, o forse ancora la forza, di spingere. Le note balsamiche e minerali sono in evidenza quel carattere nervoso di un ragazzo che deve ancora farsi tanto che il finale, amarognolo, dichiara al mondo di dover aspettare. Forse arriverà. Anzi, sicuramente arriverà. Solo che occorre del tempo. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2021 La meraviglia. Un’onda che avanza senza fare schiuma, senza rivoluzioni. Morbidezza e freschezza in perfetto equilibrio, velluto in bocca, naso e palato saturi di qualcosa che non sai nominare ma che riconosci. Il 2021 in Friuli è stato un’annata straordinaria e la complessità di questo vino la evidenzia a pieno. La mandorla salata, il limone antico, la mineralità che fa pensare al mare vicino. Un vino che si espande e si assottiglia allo stesso tempo e che alla temperatura giusta diventa pastoso e ammaliante. Ha la qualità dei grandi bianchi di Borgogna senza volerla imitare: è semplicemente se stesso. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il colore è un giallo paglierino che ha perso ogni sfumatura verdognola e si è orientato verso il dorato, ancora luminoso, ancora vivo. Un’evoluzione cromatica che anticipa ciò che il naso confermerà. Il 2018 è un vino che ha trovato la sua strada senza fretta. Gli idrocarburi vegetali sono presenti facendo registrare quella nota che nei grandi bianchi invecchiati diventa firma. La componente balsamica dosata e la spiccata mineralità attraversano l’intero profilo olfattivo. La mela verde c’è, ma resta sullo sfondo, scalzata da sentori che guardano verso la frutta tropicale matura. Il bouquet è ampio, più che complesso: fine, elegante, costruito su una coerenza interna che non cerca l’effetto ma lo ottiene. In bocca è fresco, secco, verticale. Gli agrumi e i minerali dominano il sorso. La bocca resta pulita in modo quasi insolito per un vino di questa età: nessuna stanchezza ossidativa, nessun cedimento. La persistenza è lunga. Abbastanza da richiedere abbinamenti pensati, perché il vino non lascia spazio all’approssimazione. Un bianco che a sette anni dall’annata ha ancora molto da dire. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2019 Un anno di differenza, un vino completamente diverso. Stesso vitigno, stessa Ponca, altra storia. Se il 2018 è rimasto fedele a se stesso: elegante, verticale, minerale; il 2019 ha imboccato una direzione che sorprende e affascina in egual misura. Il naso è denso, burroso, quasi opulento. Vaniglia, burro, arachidi, rosmarino: una famiglia di sentori che non ti aspetti da un Friulano, eppure qui non risulta forzata. La noce moscata compare e scompare. Sotto tutto c’è qualcosa che ricorda un caramel cremoso, dolce non per zucchero ma per texture olfattiva. Un bouquet molto intenso, costruito su strati che si sovrappongono invece di allinearsi. In bocca la differenza si fa ancora più netta. Dove il 2018 tagliava verticalmente, il 2019 si espande, si apre, riempie la bocca con una pastosità cremosa che porta con sé spezie e frutto. Meno fresco del precedente, con un finale mandorlato che si fa lentamente spazio. La mineralità c’è, ma è la base strutturale di un edificio che ha alzato molto le pareti. La persistenza è lunga anche qui, ma diversa. Più avvolgente, meno tagliente. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2023 Un colore più carico della coetanea Riserva. Al naso sorprende. Più aperto, più ricco, più immediato della sua Riserva gemella. Un paradosso solo apparente, perché senza la protezione della criomacerazione e della struttura superiore della Riserva, il Friulano si manifesta prima e senza filtri. Il risultato è un profilo olfattivo generoso, varietalmente esplicito, che non lascia dubbi su cosa stai bevendo. In bocca è un’irruzione. Il carattere del Friulano si esprime con una forza quasi provocatoria: frutto, mineralità, quella vena agrumata che è il filo conduttore di tutta la gamma. Non c’è la mediazione che il tempo e la struttura della Riserva ancora devono compiere. Con tempo nel bicchiere, si ammorbidisce, diventa più armonioso, meno spigoloso: un segnale preciso di potenziale evolutivo. Un vino che dà molto adesso e promette di dare ancora, a chi ha la pazienza di aspettarlo. Dallo stesso vitigno, sullo stesso suolo, tre annate hanno prodotto tre vini che si riconoscono come fratelli solo da lontano. Il 2018 ha custodito la finezza. Il 2019 ha scelto la ricchezza. Il 2023 l’armoniosità. Dimostrano che il Friulano, quando invecchia su Ponca, non si ripete mai. Cosa rimane Alla fine di una verticale come questa, con sei vini di Pinot Grigio e sei di Friulano che si confrontano attraverso le annate, rimane qualcosa di difficile da sistematizzare. Rimane l’evidenza che il tempo non è un nemico dei bianchi friulani. Rimane la certezza che la Ponca è un suolo che non perdona le approssimazioni ma premia la pazienza. Rimane la figura di Cotarella che porta un bicchiere alla luce, lo osserva, e dice: “Vorrei durare io quanto dura questo vino.” Torre Rosazza è un luogo che custodisce cose emerse dall’oblio: affreschi medievali, vitigni antichi, terrazzamenti che gli uomini hanno costruito per tenere fermo un suolo fragile. Ha la qualità dei posti che sanno aspettare. Come i suoi vini migliori. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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1 Luglio, 2026
Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà
Perché diavolo uno sceglie di fare il mestiere del vignaiolo che poi si tratta sempre un contadino? Me lo chiedo spesso, guidando verso qualche cantina lungo una statale che taglia i campi, con la radio accesa su una stazione che trasmette roba che non conosco più. Me lo chiedo nei tratti di autostrada, nei raccordi anonimi, nei parcheggi di qualche zona industriale dove il vino si fa tra capannoni e recinzioni. Me lo chiedo anche quando, per contrasto, arrivo in un posto bello e capisco che qualcuno ha scelto di restare. Perché? Perché uno sceglie questo mestiere? Perché lo sceglie davvero, con tutta la consapevolezza di chi sa cosa si porta dietro. La terra, la famiglia, la provincia, il rischio economico, la solitudine creativa, il confronto perpetuo con qualcosa che non controlli mai del tutto, cioè la natura. Perché? Ciliegie e grandine. Sole e muffa. Il vino che viene, il vino che non viene. Il mercato che premia l’ordinario e ignora chi si ostina a fare le cose a modo suo. Federico Mencaroni sta a Corinaldo, nelle Marche. Un posto che, a chi non è marchigiano, probabilmente non dice nulla. Eppure è incastonato tra Senigallia e la dorsale appenninica, con il mare che si intuisce dalla finestra e i colli che scendono dolci verso la costa. È lì che esiste la sua azienda. Undici ettari oggi, cinque ereditati da un nonno che vinificava in botti di legno e mandava il vino a Milano e Torino in damigiana, come si faceva in quegli anni in cui partivano treni carichi di vino sfuso verso le città del nord che avevano sete e non avevano vigna. Ma Federico a Corinaldo non ci è rimasto. Prima è fuggito, come si deve e come si fa quando si è giovani e la provincia stringe. Poi è tornato. E questo ritorno, come tutti i ritorni veri, vale più della partenza. Chi è Federico Studiavo biologia a La Sapienza. Poi un amico al Politecnico di Milano doveva cambiare casa. Ho detto, vengo io. Così, per caso ho fatto l’esame di ammissione a enologia alla facoltà di Agraria. C’erano venti posti. Sono entrato. Da lì non ho più smesso di studiare. Biologia. Ingegneria Aerospaziale rifiutata a favore di un esame fatto quasi per gioco. Mi sembra ci sia qualcosa di tipicamente italiano e tipicamente umano in questo percorso obliquo, in questa traiettoria che sembra casuale ma che forse casuale non è mai. Federico era cresciuto tra le botti di suo nonno. Ci correvo sopra da bambino. Erano tutte attaccate e ci potevi camminare sopra. Era come un labirinto. Il vino era già dentro di lui, come una lingua madre che aveva dimenticato di parlare e che un giorno, per caso, è tornata in bocca. Quante storie ho sentito simili a questa e quante invece sono diverse. Penso al figlio che eredita e non ha altra scelta. Penso al figlio che eredita e non lo vuole e lo fa lo stesso perché nessuno gli ha detto che poteva dire di no. E poi penso a Federico, che ha detto di sì dopo aver detto forse, dopo aver visto le botti di Bordeaux, dopo aver dormito qualche notte da Selosse. Quando non era ancora così famoso E dopo aver capito che quella cosa lì, la fermentazione, il tempo, la pazienza, il controllo e il suo contrario, ha capito che era la cosa che voleva fare. Il periodo milanese di Federico è un capitolo a sé. Anni in cui gira le cantine d’Italia come consulente, ricercatore sul campo, enologo itinerante: Caprai in Umbria, Mottura in Puglia, la Basilicata, la Franciacorta, il Friuli. Ogni estate parte, ogni dicembre torna. Una vita da serial killer come lui stesso la definisce ridendo Tornavo a missione compiuta E poi Bordeaux. Quarantacinque château visitati in una sola trasferta. Margaux, Lafite, Cheval Blanc, Pétrus. Ti senti ancora più piccolo Lo capisco. In certi posti c’è quella grandezza che non schiaccia ma interroga, che non toglie respiro ma lo modifica. Quegli châteaux sono la dimostrazione che l’ossessione, quella giusta, quella costruita su generazioni, quella che non ha fretta, produce qualcosa che resiste al tempo. Federico lo guarda, lo registra e lo porta a casa dentro di sé. Nel frattempo, a Corinaldo, suo zio continua. Suo padre aiuta. Le vigne ci sono. L’azienda esiste, piccola, silenziosa, produttiva a modo suo. Federico inizia a rubacchiare spazio. Qualche etichetta di Verdicchio, qualche Rosso, bottiglie serigrafate altrove per evitare qualsiasi punto di frizione con chi già c’era. Arrivavano in azienda già pronte con il fronte-retro. Bastava riempirle. Un gesto di rispetto e di strategia insieme. Ma soprattutto è il gesto di chi sa già dove vuole arrivare. Il ritorno vero avviene nel 2009, 2010. Federico lascia Milano. Sua moglie Sonia lascia Venezia. Lei, laureata in lingue orientali, giapponese, tra l’altro, ha quella competenza, che in qualsiasi altra vita sarebbe rimasta un’eleganza accademica e che invece, in questa, diventa una porta sul mercato asiatico. Federico diventa uno dei primi esportatori di metodo classico di Verdicchio in Giappone. Ho incontrato storie simili. Una cantina marchigiana, Biancopecora, fondata da milanesi che hanno mollato tutto e sono scesi a fare vino nelle Marche. Il verso contrario della stessa traiettoria. Migrazioni interne, spostamenti silenziosi, bisogno sempre più urgente di trovare un posto dove vivere abbia ancora una scala umana. Per me che vivo nel delirio di Roma, una vita tranquilla magari gioverebbe. Roma è una città che ti vendi come un sogno e poi non ti lascia viverla. Ce l’hai tutta, ma non la sfrutti. Stai dentro una cartolina che non riesci a leggere. A Corinaldo, invece, si vede il mare da casa. Federico è maniacale nelle sue cose. Nei metodi, nella precisione, nelle parole. Tutto per ricercare non la perfezione ma il meglio. O forse per non sbagliare. Io non ho mai detto che i miei prodotti sono buoni. Quando stappi un mio vino, è un’esperienza. Positiva o negativa, ma un’esperienza. Una frase che vale più di qualsiasi scheda tecnica. È la frase di qualcuno che non ha paura del giudizio perché conosce così bene ciò che ha realizzato tanto da essere lui stesso il primo critico. Lui ha un giudizio che può decodificare in tempo reale, come un musicista che sente una nota sbagliata in una sala buia. Se la critica rientra nei parametri di quello che sa di aver prodotto, la valuta. Se non ci rientra, sa già che viene da altrove. Magari dal gusto personale di chi beve, dal pregiudizio, dalla fretta, da qualcosa che non ha a che fare con la bottiglia. Come se uno salisse su una Mercedes e dicesse che è scomoda Rido, perché è un paragone esatto. Ogni prodotto serio, ogni prodotto fatto con visione, ha una grammatica interna che o conosci o non conosci. E se non la conosci, la colpa non è della Mercedes. Ad una Mercedes-Benz puoi dire tutto ma non che non sia comoda. Le grandi maison di Champagne costruiscono i loro assemblage, le cuvée in un modo che sembra un atto di coerenza stilistica attraverso le annate così da rappresentare una sorta di contratto implicito con chi beve. Federico non fa Champagne, ma ragiona allo stesso modo Non ho mai fatto vini di moda. Non so neanche cosa stiano facendo gli altri. L’ho scelto. Per non essere contaminato. Il Brut Nature. Devo parlarne. Quarante mesi sui lieviti, Verdicchio, metodo classico. Quando Federico lo lancia, nelle Marche non c’è ancora la dicitura nel disciplinare. I legislatori gli dicono che non si può scrivere Brut Nature sull’etichetta. Fate come volete. Se volete metterci Spumante, nessun problema. Lo vendo comunque. Oggi quella dicitura c’è. Oggi tutti la fanno, quella tipologia. Federico lo dice con una risata che è metà soddisfazione e metà rassegnazione. È diventato simpatico a pochi e scomodo a molti. Quando chiedi aiuto diventi simpatico. Io non l’ho chiesto. È il prezzo dell’indipendenza. Lo pagano tutti quelli che arrivano prima. Lo pagò Selosse quando faceva Champagne in modo che sembrava sbagliato. Lo pagano i pittori che cambiano modo di dipingere quando il mercato vuole altro. Lo paga chiunque abbia la chiarezza. E il coraggio di sapere cosa vuole prima che gli altri capiscano che era quello che volevano. Poi lo copiamo. E l’originale diventa fastidioso per quello che ha dimostrato. Il vino che sta sui lieviti per dieci anni è un’altra storia dentro questa storia. Sua moglie Sonia, che nel racconto di Federico è una presenza concreta, determinante, ironica, ad un certo punto gli ha detto O esce il vino o ti lascio. Ride raccontandolo. Poi aggiunge, serio E avendo deciso di intraprendere anche il discorso della famiglia… Una piccola confessione domestica incastonata in mezzo ad un discorso tecnico sui mesi di affinamento. Il vino e la vita che si intrecciano senza romanzarsi, senza bisogno di enfasi. Sonia è quella che gestisce il mercato estero, che conosce le lingue, che va alle fiere mentre lui sta in cantina a sperimentare. È la metà del progetto e non solo della famiglia. A volte chi ti sta accanto capisce prima di te cosa stai facendo. X Pas Dosé 2015. Verdicchio. Ho assaggiato la bottiglia n. 375 di 500 Undici anni. Undici anni sotto il tappo, nel silenzio di una cantina marchigiana, mentre il mondo del vino cambiava vocabolario, inseguiva mode, scopriva e dismetteva tendenze. Questo vino non ha sentito nulla di tutto questo. È rimasto lì, a diventare quello che doveva diventare. Il colore è paglierino carico con riflessi dorati, il perlage fine e persistente, capace, cosa rara, di pulire il palato completamente ad ogni sorso come se si riazzerasse. Al naso è una sequenza che si costruisce con il tempo nel bicchiere: prima la crosta di pane fragrante con crema di limone, poi, lentamente, quasi con ritrosia, la tartelletta che non diventa mai burrosa, il gesso, i fiori bianchi, il pepe bianco che penetra in profondità. Poi la mela cotogna, la pera, la scorza di limone che torna e chiude il cerchio. In bocca ancora a più sorprendente: nonostante gli undici anni è freschissimo, quasi acerbo. Sapido, diretto, pieno con una cicciosità che non ti aspetti da un vino che ha passato così tanto tempo a sgrassarsi. Il finale è lievemente amaricante, preciso, pulito. È verticale e avvolgente insieme, duro e cremosissimo nello stesso sorso. Una contraddizione che si risolve solo bevendo. E poi si ricrea. E si ribeve. C’è una parola che mi viene per questo vino e la uso con cautela perché la si consuma in fretta: sublimazione. Il Verdicchio che sale, che lascia dietro tutto il superfluo, e arriva da qualche parte dove non arriva spesso. Federico lo sa. Per questo ci ha messo dieci anni. E per questo sua moglie Sonia gli ha detto che bastava. Aveva ragione lei. Come quasi sempre. Metodo Classico Extra Brut, sboccatura 2021. Verdicchio, Chardonnay, Pinot Bianco Colgo una precisione quasi infastidita in questo vino, come di qualcuno che non ha fretta di piacere. Il colore è paglierino con riflessi verdolini, il perlage fine e disciplinato. Al naso arriva subito una mineralità secca, gessosa, che ricorda certi vini della Loira più che le Marche. Poi viene fuori la crosta di pane, la scorza di limone, un tocco erbaceo che tiene tutto in tensione. In bocca è verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai. Il finale è lungo, amaricante nella misura giusta, come il retrogusto di un caffè ben estratto. Non è uno spumante che ti abbraccia. È uno spumante che ti interroga. E le domande che pone sono quelle giuste. Le risposte? Dipendono da ognuno di noi. Le mie sono in realtà dei grandi complimenti a Federico. Metodo Classico Rosé, sboccatura 2025. Verdicchio e Montepulciano Rosa antico, quasi cipria, con bollicine che salgono silenziose come se non volessero disturbare. Al naso è una sorpresa gentile: fragola di bosco, lampone appena schiacciato e poi, inatteso, un soffio di agrume rosso, quasi bergamotto, che riporta il tutto verso la tensione e lontano dalla dolcezza. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. La struttura è leggera ma non fragile: è la leggerezza di chi sa esattamente quanto peso portare. Un vino da bere con qualcuno che non conosci ancora bene, in un pomeriggio che non ha ancora deciso cosa vuole diventare. Isola Verdicchio dei Castelli di Jesi 2023 Il nome è giusto. Sembra un vino isolato, nel senso nobile del termine. Qualcosa che non cerca di integrarsi, di assomigliare, di compiacere. Giallo paglierino luminoso, naso che apre su fiori bianchi e frutta a polpa gialla matura, poi si schiarisce verso la scorza di cedro e una nota iodata che arriva dall’ultimo momento, come una brezza che non avevi previsto. In bocca è pieno ma non pesante, con una sapidità marchigiana schietta e un finale che torna sempre lì, sull’agrume, sul sale, sulla pietra. Il Verdicchio nella sua forma più riconoscibile ma raccontato da qualcuno che lo conosce abbastanza da non aver bisogno di spiegarlo. Opere Verdicchio dei Castelli di Jesi 2024 Se Isola è il Verdicchio che guarda al largo, Opere è quello che guarda dentro. Stessa uva, annata diversa, intenzione diversa. Al naso è più elaborato, più stratificato: mela golden, fiori di acacia, poi una speziatura sottile come anice, finocchietto selvatico. Salgono lenti come un pensiero che non si vuole mettere a fuoco subito. In bocca ha più corpo, più rotondità, con un equilibrio tra frutto e acidità che sembra cercato e trovato senza forzature. Il finale è caldo, persistente, con un ritorno minerale che lo salva dalla compiacenza. Un vino che si fa capire, ma non tutto in una volta. Ci torna su. Urbano 2022. Montepulciano, Merlot, Cabernet Sauvignon Rosso profondo, quasi opaco, con un naso che non ti dà scampo: mora selvatica, prugna, spezie scure e sotto tutto un fondo di terra bagnata che sa di posto preciso, di stagione precisa, di scelta precisa. In bocca arriva con la stessa determinazione, tannini presenti ma non asciuganti, acidità che sorregge una struttura generosa senza farla pesare. Questo blend bordolese in salsa marchigiana in mano a Federico non diventa mai il vino facile che potrebbe essere. Rimane selvatico, un po’ burbero, con quel carattere che nei vini come nelle persone distingue chi ha qualcosa da dire da chi si limita a rispondere. Lunga persistenza, finale con ritorni di spezia e frutti. Un rosso che non chiede permesso. Forse perché non ne ha proprio bisogno. Federico parla di biologia come parla di vino. Con la stessa intensità. Sta studiando da due anni i biomeri, polimeri di cellulosa prodotti da batteri acetici che crescono nel vino, molecole biodegradabili, biocompatibili, potenzialmente utilizzabili in altri settori. Una start-up appoggiata a un politecnico. È tornato alla biologia, come aveva detto all’inizio. Il cerchio si chiude, o meglio, non si chiude: si allarga. Perché Federico non è il tipo che chiude i cerchi. È il tipo che aggiunge spirali. I miei figli, Marcello e Maria Sole, faranno quello che vorranno. Nessuna pressione. Nessun destino scritto tra le vigne. Io fuori dal lavoro sono normalissimo. Easy, tranquillo. Ci credo, perché la maniacalità applicata al lavoro non è una condizione esistenziale. È una scelta di campo. Si può essere ossessivi in cantina e sereni a tavola. Si può volere il massimo da ogni grappolo e non volerlo dai propri figli. Questa è maturità. O saggezza. O forse semplicemente esperienza. Quella di chi ha visto abbastanza per capire dove vale la pena mettere l’energia e dove no. Chissà se Federico vorrà fare questo mestiere tutta la vita o si vorrà dedicare ad altro. Magari alla biologia. Non è detto Dice. Poi ride. Lascerò tutto a mia moglie. Non è cinismo. È la libertà di chi ha costruito qualcosa di vero, con le proprie mani, e sa che quello che ha fatto regge in piedi da solo. Che i vini ci sono, che l’azienda funziona, che Sonia sa vendere meglio di lui, che i bambini crescono bene tra il mare e le colline. E che lui, nel frattempo, vuole ancora sperimentare. Vuole il Vermentino, il Viognier, il Verdejo, tre varietà che iniziano con la V e che nella sua testa già formano un blend che nessuno ha ancora immaginato. Vuole uscire con un metodo classico rifermentato in bottiglia con tappo a fungo, come si faceva prima che il tappo a corona semplificasse tutto. Vuole capire cosa succede quando lasci entrare l’ossigeno invece di temerlo. Se non trovo uno spiraglio che mi dà felicità, ho sbagliato lavoro Federico non ha sbagliato lavoro. Ha solo scelto, per caso e poi con tutta la forza di una decisione consapevole, di fare esattamente quello che voleva. In un posto dove si vede il mare, con una moglie che parla giapponese e lo costringe a stappare le bottiglie prima che diventino leggenda. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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26 Giugno, 2026
La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie
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25 Giugno, 2026
Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale
Alberto Moravia Le colline alte e il tempo lungo Non fuit in solo Roma peracta die La pazienza è una virtù per pochi. Così come Roma non fu costruita in un solo giorno alcuni vini hanno bisogno di tempo. E tanta pazienza. Quella che si misura in mesi, anni. Quella che si conta nel silenzio delle cantine dove avvengono trasformazione lente e silenziose dentro una bottiglia sigillata. L’Alta Langa DOCG è uno di questi vini. È metodo classico piemontese che porta nel nome stesso la sua geografia: le Langhe alte, quelle dove l’altitudine supera i 250 metri sul mare, dove il suolo è più povero e la vite deve faticare, dove Pinot nero e Chardonnay trovano le condizioni per esprimere una tensione che nelle terre più generose non avrebbero. La storia dell’Alta Langa affonda le radici nella metà del XIX secolo, quando le prime sperimentazioni di spumante metodo classico in Italia ebbero luogo nelle celebri “cattedrali sotterranee” di Canelli: un vasto sistema di gallerie e sale scavate nel tufo, profonde fino a 32 metri, dove i vini vengono tutt’oggi affinati a temperatura e umidità costanti. Era il 1865 quando Carlo Gancia si recò a Reims per studiare il metodo degli Champagne. Al suo ritorno aveva impiegato oltre quindici anni di ricerca per giungere a risultati soddisfacenti, partendo dai vitigni Pinot nero e Chardonnay. Il Piemonte, in questo senso, non ha nulla da invidiare a nessuno. Ha solo avuto, come spesso gli capita, un carattere riservato e poco incline alle celebrazioni premature. La storia della DOCG è più recente: i lavori per il riconoscimento della Denominazione d’Origine iniziarono negli anni ’90, quando alcuni produttori locali decisero di tornare alla produzione di vini spumante metodo classico, selezionando i vitigni migliori e mappando il territorio. L’Alta Langa ottenne la DOCG attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale del 21 febbraio 2011, con riconoscimento retroattivo fino alla vendemmia 2008. Da allora, la denominazione ha percorso una traiettoria silenziosa ma inesorabile verso la consapevolezza della propria identità. Palazzo Brancaccio: l’ultimo palazzo nobile di Roma Che un vino così costruito sulla storia abbia scelto Roma per raccontarsi e dentro Roma uno dei suoi luoghi più carichi di memoria, non è casuale. Palazzo Brancaccio sorge sul Colle Oppio ed è l’ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma. Fu finanziato dall’americana Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell’alta società di New York, la cui figlia Elizabeth andò sposa al principe Salvatore Brancaccio portandogli una dote di un milione di dollari. Edificato nel 1880 su progetto dell’architetto Gaetano Koch, sorge nel cuore della città eterna, a un passo dalla Domus Aurea, tra il Colosseo e le basiliche di San Giovanni e Santa Maria Maggiore, e rappresenta uno dei massimi esempi di architettura e decorazione d’interni in stile eclettico. Il terreno acquistato dalla famiglia comprendeva un grande parco cresciuto sulle rovine delle Terme di Traiano, tra le quali una torre, detta di Mecenate dalla quale Svetonio sosteneva che Nerone avesse assistito al grande incendio di Roma del 64 d.C. Strati su strati. Ogni pietra di questo palazzo poggia su un’altra storia, e quella storia poggia su un’altra ancora. Oggi Palazzo Brancaccio mantiene la sua straordinarietà diventando un luogo di incontro aperto al pubblico, destinato a mostre, eventi e cultura, con i suoi saloni a disposizione per eventi privati di alto livello. Lo Spazio Field, il polo espositivo interno dedicato all’arte moderna e contemporanea, è la cornice che il Consorzio Alta Langa ha scelto per il terzo anno consecutivo. Alta Langa Roma: la terza edizione Lunedì 11 maggio, il Consorzio Alta Langa ha portato nella Capitale la terza edizione di “Alta Langa Roma”, evento B2B rivolto al mondo dell’Horeca e alla stampa di settore. Una manifestazione che ogni anno consolida la presenza della denominazione a Roma, costruendo un dialogo con la ristorazione e i comunicatori della città. Nelle sale affrescate dello Spazio Field, tra l’eco di una storia millenaria e la tensione del presente, i produttori hanno portato le loro bottiglie e dentro quelle bottiglie, anni di attesa. Ho avuto modo di assaggiare una rassegna ampia e significativa. Ne racconto i passaggi più intensi. I vini Agricola TT. Un Pinot nero in purezza affinato 36 mesi sui lieviti. Franchezza, senza preamboli. Bolla fine e continua. Il naso porta sentori di piccoli frutti rossi appena accennati, crosta di pane, un filo di grafite. In bocca è teso, verticale, con una mineralità che rimanda direttamente ai suoli argilloso-calcarei delle Langhe alte. Non cerca la complessità a tutti i costi e la trova per via naturale. Semplicemente stando fedele al territorio. La Fusina. Ancora un Pinot nero in purezza, ma con un affinamento portato tra i 36 e i 42 mesi. Una manciata di mesi in più che si percepisce nella tessitura del vino, in una trama che si apre con più lentezza e più ricchezza. Il frutto è più integrato, la crosta di pane lascia spazio a qualcosa di più profondo. Tostature leggere, nocciola, un accenno di spezia dolce. Un vino che invita a rallentare il ritmo della degustazione. Josetta Saffirio sceglie un assemblaggio di Chardonnay e Pinot nero con 40 mesi sui lieviti. Il nome della produttrice porta con sé tutto il rigore morale delle Langhe, di una famiglia che ha costruito la propria reputazione sul Barolo. È così che porta la stessa serietà nel metodo classico. Il vino è austero nel senso migliore del termine: non freddo, non distante, ma misurato. Al naso fiori bianchi, agrumi canditi, una nota gessosa elegante. In bocca la struttura è solida, il finale lungo e sapido, con una chiusura che evoca la pietra bagnata. Tenuta Langasco presenta il Gredo, Chardonnay e Pinot nero con 48 mesi di affinamento: uno dei vini più profondi dell’intera giornata. Quarantotto mesi significano quasi quattro anni a contatto con i lievit. Il vino porta quella storia con piena consapevolezza. Il perlage è finissimo, quasi impercettibile alla vista ma cremoso al palato. Al naso si aprono note di pasticceria, miele d’acacia, agrumi maturi, con una complessità che si stratifica nel bicchiere nel tempo. In bocca è ampio, lungo, con un equilibrio tra freschezza e maturità che testimonia un lavoro preciso e paziente in cantina. Vite Colte. Pas Dosé 2021. Si coglie con chiarezza la filosofia della denominazione: zero dosaggio, nessuna correzione zuccherina, il vino lasciato parlare senza intermediari. Il risultato è un Extra Brut secco e diretto, con note di limone, fiori di campo e un filo di lievito fresco. Freschezza integra, beva scattante. Un vino che dice esattamente quello che è, e non chiede nulla in cambio se non attenzione. Deltetto convince con il Blanc de Noir 570 Riserva: il numero rimanda all’altitudine dei vigneti, e già questo dettaglio racconta il progetto. Il Pinot nero vinificato in bianco cede il colore ma conserva tutto il carattere: la bolla è finissima, il naso elegante e floreale, con petali di rosa, pesca bianca, un tocco di mandorla. In bocca è cremoso, sapido, con una lunghezza che sorprende per pulizia e precisione. Un Blanc de Noir che sa di quota, di vento, di collina. Marco Capra porta il Seitremenda Rosé. Il nome stesso ha qualcosa di evocativo: tre cose, tre elementi, una sintesi. Il colore è di una tenuità quasi trasparente, cipria con riflessi ramati. Al naso piccoli frutti rossi, fragoline di bosco, una nota di rose appena appassite. In bocca è leggero ma non esile, con una beva elegante che ha la grazia dei grandi rosé da Pinot nero. Un vino che non si impone: si lascia incontrare. Ettore Germano con la Riserva Blanc de Blancs 2017 firma uno dei momenti più alti dell’intera degustazione. Sette anni sulle spalle portati con una grazia che lascia senza parole. Germano riversa in questo Blanc de Blancs la stessa attenzione maniacale propria delle Langhe. Il colore è dorato, luminoso. Al naso si aprono note di agrumi canditi, fiori secchi, miele di zagara, una complessità che si evolve nel bicchiere minuto dopo minuto. In bocca la tensione citrina è ancora viva, la freschezza miracolosamente preservata nonostante il tempo, il finale è lunghissimo, minerale, con una persistenza che accompagna ancora qualche minuto dopo l’ultimo sorso. Daffara e Grasso presentano la loro Riserva con 90 mesi di affinamento. Solo questo dato ferma il pensiero. Novanta mesi: sette anni e mezzo dentro la bottiglia, a contatto con i lieviti esausti, in una trasformazione lenta e irreversibile. Il vino che ne esce appartiene già a una categoria altra, quasi a un genere diverso di bevanda. Al naso note di ossidazione controllata (noci, burro antico, miele ambrato) convivono con una freschezza residua che tiene tutto in equilibrio. In bocca è ricco, profondo, con una sapidità che contrasta la morbidezza e una persistenza interminabile. Non è un vino per tutti i momenti. È un vino per i momenti che contano. Ghione con La Reine vendemmia 2018 offre un millesimato che ha trovato il proprio equilibrio. Il 2018 in Piemonte è stata un’annata complessa, con estati calde e vendemmie anticipate, eppure questo vino restituisce una bella compostezza: frutto maturo ma non stanco, fiori gialli, una nota di crosta di pane integrale. In bocca è strutturato, pieno, con una chiusura lunga e appagante. La Reine, la Regina, porta bene il suo nome. Tenuta Il Falchetto. Un Blanc de Noir pulito e preciso, dove il Pinot nero cede elegantemente il colore ma conserva il carattere varietale: una nota di lampone appena accennata al naso, poi fiori bianchi e lievito fresco. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che lo rende di grande bevibilità. Un vino che funziona anche fuori dai contesti da degustazione. Si apre a tavola e finisce troppo presto. Poderi Cusmano. Pas Dosé millesimato 2019 di bella tensione. Il 2019 è un’annata che in Alta Langa ha regalato vini vibranti. Questo lo conferma. Naso agrumato e floreale, bocca salina e fresca, con una struttura snella che porta lontano. Zero dosaggio, zero compromessi. Un vino onesto e convincente. Tenute Rade. Riserva Pas Dosé prosegue il filo del rigore: note di pasticceria e frutta secca al naso, bocca ampia e persistente, con una verticalità che il lungo affinamento non ha scalfito. Un vino che guarda avanti, che ha ancora strada da fare in bottiglia. Nada Giuseppe. Su Altezza millesimato 2022, il più giovane in degustazione. Il nome è un omaggio ironico e affettuoso all’Alta Langa stessa: Sua Altezza, le colline alte. Il vino ha la vivacità e la freschezza di un millesimo recente: frutto croccante, floreale, bolla energica. Non ha ancora la profondità dei vini con più anni, ma ha qualcosa di prezioso che il tempo rischia talvolta di erodere: la gioia pura del vino giovane. Vale la pena seguire la sua evoluzione. Pecchenino. PSea Riserva Pas Dosé da Chardonnay e Pinot Nero, conferma che i produttori di Dolcetto e Barolo, quando si avvicinano al metodo classico, portano con sé una sensibilità per il territorio difficile da imitare. Il vino è secco, preciso, con una mineralità austera e un finale che ricorda le pietre delle colline di Dogliani. La beva è seria ma mai severa. Cantina Clavesana. Un Extra Brut che esalta la generosità tipica delle cooperative di territorio. Sembra un vino pensato per portare la denominazione a un pubblico più ampio. Lo fa senza scendere a compromessi sulla qualità. Fresco, agrumato, con una bolla vivace e una beva diretta. Un’Alta Langa democratica, nel senso più nobile del termine. Podere Gagliassi 2021 è una delle sorprese genuine della giornata. Produttore giovane, ancora in fase di consolidamento, ma già capace di un vino che parla con chiarezza: naso preciso tra fiori bianchi e lievito, bocca fresca e sapida, ritmo incalzante. Da tenere d’occhio con attenzione. Marziano Abbona chiude la mia rassegna con un Extra Brut 2021 di grande eleganza. Abbona è uno dei nomi storici delle Langhe che nel metodo classico riversa tutta la sua esperienza con i suoli e i vitigni piemontesi. Il vino è raffinato, composto, con una complessità che non si rivela tutta subito: al naso fiori di mandorlo, agrumi, una nota di brioche. In bocca è lungo, equilibrato, con una chiusura sapida e pulita che invita al sorso successivo. Una firma autorevole con cui chiudere. La denominazione che guarda a Sud Mi piace particolarmente l’idea di portare l’Alta Langa a Roma per tre anni di fila. Non è solo promozione. Somiglia ad un dialogo tra due geografie della cultura italiana: le colline del Nord che fanno vino lento e la città che da tremila anni custodisce il senso del tempo lungo. Il vino che fermenta 36, 48, 90 mesi dentro una bottiglia sa qualcosa che Roma sa: che le cose migliori non si affrettano. Che la pazienza non è debolezza, è metodo. Questi metodi classici piemontese hanno molto da raccontare alla Capitale. E la Capitale, evidentemente, è pronta ad ascoltare. Superanda omnis fortuna ferendo est.
La pazienza vince sulla sorte. Virgilio Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
21 Giugno, 2026
Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta e Area Contesa Arte celebrano il mito insieme a Vigna Nica
Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte. Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana. Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
18 Giugno, 2026
Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia
quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini. Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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17 Giugno, 2026
Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino
Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state. Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo. Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono. L’uomo che si annoia facilmente Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata. L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto. Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda. Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante. No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me. La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo. Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta. Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo. Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire. Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto. Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi. Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza. Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi. Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena. Suo padre, la vigna, le mani Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni. Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna. In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore. Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini. Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni. L’ho formato io. Adesso forma lui. In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole. Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi. Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no. Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare. Centorame: il nome, la madre, lo spumante Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto. L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto. Vannucci non suona bene. È poi era giusto così. Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla. Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro. È stato un anno nero, Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti. Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti. Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora. Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa. Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia. Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge. Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi. Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente: Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia I vini: franchezza come manifesto Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa. Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione. E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza. Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo. La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere. Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile. Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno. Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti. Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità. Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia. Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri. Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma. Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere. Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato. Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano. Liberamente Trebbiano d’Abruzzo Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo. Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021 Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione. In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse. Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno. Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021 Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare. In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno. L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare. Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019 Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza. Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi. Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario. In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto. Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile. Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione. In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso. Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti. Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette. Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute. È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa. Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente. Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura. L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento. Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario. C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino. I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina. È quello più lontano dall’azienda, penso. Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni. Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo. Si ferma. Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai. Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso. Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani. Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito. Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare. Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta. Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta. È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente. Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene. Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri. Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente. È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato. Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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14 Giugno, 2026
Le Grazie. La serenità delle cose semplici
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14 Giugno, 2026
Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella
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Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce
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10 Giugno, 2026
La Torre di Castel Rocchero. Il collettivo diventa poesia
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5 Giugno, 2026
Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfo: il vino, un atto di resistenza
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4 Giugno, 2026
Vigna Madre. La terra ricorda
Gabriele D’Annunzio, I pastori Tornare a parlare di Giannicola Di Carlo non è mai una semplice ripetizione. È piuttosto come rileggere un libro che si credeva già conosciuto e trovare, nelle stesse pagine, frasi nuove che prima non avevano colpito. Forse non eravamo pronti a riceverle. Ho scritto di lui, della sua storia, del suo dolore trasformato in metodo di vita. Ma alcune persone hanno lo strano potere di moltiplicarsi ogni volta che le si incontra, di rivelare strati diversi di sé a seconda della luce del momento. Questa volta l’incontro è avvenuto a distanza, attraverso lo schermo di un webinar organizzato dall’ufficio stampa di Vigna Madre. Eppure nulla è stato freddo, nulla di digitale. Giannicola parlava dalla sua terra, da Caldari di Ortona, quattro chilometri dal mare Adriatico, trenta dalle nevi della Maiella. Quella terra entrava nelle parole con la stessa forza con cui entra nei vini. Il dolore come bussola Per capire Vigna Madre bisogna tornare al 1986. Chernobyl. Un nome che oggi ritorna con una brutalità d’attualità dolorosa, in un’Europa che torna a fare i conti con la fragilità nucleare e con le cicatrici di una storia che non smette di ripetersi. Per Giannicola, quella nube tossica che attraversò l’Adriatico non fu solo un’emergenza ambientale: fu la morte di suo fratello, portata via da quella malattia silenziosamente irraggiata nel corpo d’Europa. Quella sofferenza mi ha spinto a indirizzare l’azienda verso una sostenibilità che fosse in sintonia con la natura stessa, con l’uomo stesso», dice. E non lo dice con la voce di chi recita una filosofia appiccicata sopra come un’etichetta. Lo dice con quella cadenza piana, quasi quieta, di chi ha già attraversato il fuoco e sa bene da quale parte stare. Nel 1991, Giannicola realizza la prima conversione totale al biologico su scala aziendale in Italia. Non come scelta commerciale ma come atto di coerenza con una perdita e con una promessa fatta a sé stesso. Oggi VignaMadre, azienda della Famiglia Di Carlo dai 1830, porta avanti quella promessa attraverso sei generazioni di viticoltura abruzzese. Il vigneto che parla con i colori Giannicola ha la capacità di muoversi tra scienza e poesia senza che le due si escludano a vicenda. I filari suddivisi nei sette colori dei Chakra, il brevetto biodinamico-energetico, l’uso di leguminose per fissare l’azoto, la lotta alla tignola tramite confusione sessuale: tutto risponde a un’idea di natura come sistema vivo, capace di comunicare attraverso le sue radici. Il Vigneto Dinamico-Energetico attrae insetti utili attraverso i colori: il giallo della creatività, il viola della spiritualità, il rosso della forza vitale. Le piante, attraverso l’epitelio vegetativo delle foglie, percepiscono quella presenza e rispondono con una vitalità maggiore. Misticismo? No, è biofilia applicata. Miisurabile, tanto che Giannicola cita dati sull’accrescimento degli internodi dei tralci: fino a quasi un centimetro in più rispetto ai vigneti campione. I ragazzi delle scuole che vengono da noi, quando entrano in quel vigneto, hanno un effetto di cromoterapia. È un qualcosa che abbiamo evidenziato.» A volte mi chiedo se la differenza tra un vignaiolo e un poeta sia davvero così netta. Cerasuolo Capo le Vigne DOC. La luce del ciliegio Il primo vino in degustazione è il Cerasuolo d’Abruzzo DOC Capo le Vigne. Già al versarlo nel calice ci si accorge che non è non un rosato convenzionale, non il cerasuolo carico e muscoloso che certi mercati pretendono. Questo è rosato come lo è la ciliegia matura prima di diventare scura. Una sfumatura che cambia a seconda dell’angolo della luce, vivida, trasparente, con quella vibrazione cromatica che anticipa già la beva. Al naso, il frutto si annuncia con discrezione elegante: fragola selvatica, scorza di lampone, un filo di melograno che arricchisce senza sovraccaricare. Il sorso è teso, fresco, con la croccantezza che ricorda certi bianchi di montagna piuttosto che certi rosati fiacchi da estate. Tredici gradi e quaranta senza mostrarli con arroganza. Li porta come si porta un vestito ben tagliato, senza ostentazione. La chiusura è leggermente ammorbidita, con un ritorno di frutto che si dissolve pulito. Lontano dai cliché delle bollicine e degli aperitivi, questo Cerasuolo è un vino da tavola vera, da conversazione lunga, da quei pasti abruzzesi che cominciano con il sole e finiscono quando le stelle hanno già preso posizione. Perché inseguire la Provenza o i chiaretti del Garda? Il Cerasuolo di Giannicola sceglie di non inseguire nessuno. Resta se stesso. Ed è esattamente questa la sua forza. Maiolica Iconic Terre d’Abruzzo IGP. Il ritorno di ciò che era perduto Sula Maiolica occorre fermarsi un attimo. La Maiolica è un vitigno autoctono abruzzese presente già verso la fine dell’Ottocento, poi abbandonato a causa della sua ridotta produttività e recentemente riscoperto da alcune aziende vitivinicole abruzzesi che stanno cercando di rilanciarlo. Il nome evoca la ceramica: la buccia dell’acino, lucida e cerosa, ricorda proprio quella lucentezza che contraddistingue la maiolica ceramica. A partire dal 2015, Giannicola Di Carlo ha avviato protocolli di microvinificazione sperimentale grazie al contributo tecnico dell’agronomo Cesare Tiberio dei Vivai Rauscedo, che ha selezionato e recuperato le marze storiche di Maiolica Nera. Una tappa fondamentale si colloca nel giugno 2019 quando furono presentate le prime prove di microvinificazione alla presenza di oltre cento enologi abruzzesi. Nel 2024 è arrivato il riconoscimento ufficiale: la denominazione Maiolica Terre d’Abruzzo IGP è stata approvata dal regolamento comunitario. Le date e i regolamenti raccontano solo la superficie della storia. Quello che si percepisce davvero al calice è qualcosa di più difficile da registrare nei documenti: la sensazione di incontrare qualcosa che esisteva prima di noi, che aveva vissuto, era stato dimenticato e ora torna. Non come reperto da museo, ma come voce viva. Dodici gradi. Un rosso da bere fresco, tra i dodici e i quattordici gradi. Il naso è un piccolo trionfo di frutto: ciliegia marasca, mora appena colta, una sottile nota floreale che ricorda la viola appassita. La bocca è scorrevole, luminosa, con un tannino ancora giovane ma già armonioso, distribuito senza spigoli. Paola Restelli fa un commento che secondo me lo descrive con una incredibile precisione che sa di meraviglia. Spezzatura varietale, vivacità della freschezza, dinamica del tannino progressivo non grasso, ma comunque materico e saporito. Giannicola dedica questa Maiolica ai giovani. Vuole che sia un vino d’ingresso al mondo del vino autentico, una porta aperta senza scalini. Un uomo che ha attraversato la perdita e la sofferenza sceglie di rispondere con qualcosa di leggero, piacevole, generoso. Come chi ha visto abbastanza buio da voler tenere accesa la luce per gli altri. Nobu 1830. Prolungare il solco Nobu, in giapponese, significa prolungare. Prolungare un solco nella terra, dal passato verso il futuro. È un nome che porta già dentro di sé tutta la poetica di Vigna Madre: la continuità, la radice, il gesto che attraversa il tempo. Il Nobu 1830 è il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2021. La sua vinificazione racconta una scelta radicale e raffinata insieme: cemento, anfora e legno. Tre contenitori, tre temperamenti, tre velocità del vino che si fondono in qualcosa di più complesso di ciascuno preso singolarmente. Il cemento preserva le caratteristiche native del vitigno, l’anfora dona immediatezza e rotondità, il legno aggiunge nei nove mesi, complessità senza coprire. Al naso il vino è una sequenza di strati che si aprono nel tempo come si apre un libro per bambini. Sapete quelli che con una sorta di pop up fanno emergere figure ad ogni cambi di pagina? Cacao fondente, caffè tostato, mora matura, una speziatura scura che ricorda il pepe nero e la cannella. Poi, man mano che il vino respira, arriva il finale con uno balsamico quasi mentolato che diventa freschezza inaspettata. Un vino che si pensa di aver capito e poi ti sorprende ancora. In bocca il tannino è quello che Giannicola cerca da sempre: ben distribuito, silenzioso, capace di dare struttura senza spezzare il filo della beva. Non stringente, non verde. Maturo come le uve che lo ha prodotto, raccolte solo quando il vinacciolo era già brunito. Intorno ai quattrocento metri sul livello del mare, con l’escursione termica tra il mare Adriatico e la Maiella che regola tempi e ritmi della maturazione. Radici e futuro Ascoltando Giannicola parlare durante la degustazione, mi sono tornate in mente le parole con cui aveva aperto uno dei suoi discorsi Non basta dire che facciamo vino da due secoli per garantire la qualità. La qualità ha un percorso che attraversa la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente, l’innovazione, la ricerca. Calo dei consumi tra i giovani, la pressione dei vini dealcolati, i cambiamenti climatici che alterano i ritmi millenari della vigna. Uno scenario nel quale Vigna Madre sceglie di rispondere con la memoria. Non con la nostalgia, che è statica e sterile, ma con la memoria attiva: quella che recupera il vitigno dimenticato, lo vinifica per renderlo contemporaneo, lo mette in bottiglia a dodici gradi e lo offre a chi non ha ancora incontrato il vino. La Maiolica rappresenta una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità, consapevolezza ed equilibrio tra uomo e natura diventano elementi centrali. D’Annunzio scriveva dei pastori che migravano verso il mare in settembre, trascinando greggi lungo le vie della transumanza. In quel movimento antico c’era qualcosa di sacro: il ritorno ciclico, la fedeltà alla terra, il sapere che certi cammini vanno percorsi anche quando sembrano anacronistici. Giannicola Di Carlo fa qualcosa di simile: riporta alla luce ciò che era stato abbandonato, lo accompagna senza dominarlo. Per consegnarlo al futuro con la stessa cura con cui si teneva per mano un fratello. Non tutti i vini raccontano chi li ha fatti. Questi sì. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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3 Giugno, 2026
A terra nun menti. Vito Oddo: vita, vite, vino
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio. Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale. Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo.  Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte. Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo. Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito. A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni. Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve. Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra. È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità. La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare. Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo. Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese. L’importante è che io ti do e tu mi dai È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare. Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari A terra nun menti: si la semini, raccoggi. Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai. Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario. L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato. Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti. Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica. Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori. Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce. Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala. Il futuro: Andrea e quello che verrà Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso? Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino. Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato. Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene. Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo. La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido. Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente. A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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29 Maggio, 2026
Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento
vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna. Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile. Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie La chiamano mamma Uber Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia. Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore. L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo. Il biologico per Paolo non è una certificazione. È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra. Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì. Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva. È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose. I Vini di Paolo Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa. Caparsa Chianti Classico 2022 Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere. Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere. In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene. È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione. Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015 Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto. Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro. In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole. È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà. Caparsino Chianti Classico Riserva 2019 Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa. Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce. In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane. Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così. Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire. Come certi uomini. Come Paolo. Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi. Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero. Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito. Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere. Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti. È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa. Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare. Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale. Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro. Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia. Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa. Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello. Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima. Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica. Avrei voluto abbracciarlo. Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi. Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più. Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto. Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori. Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate. Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre. Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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27 Maggio, 2026
Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare
Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano. Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto. Ha citato Einstein, Marco. Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza. Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato. I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema. È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre. Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere. Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza. Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo. È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante. La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati. Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro. Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro. È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono. Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo. Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere. Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste. Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia. Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte. Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo. Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri. Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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26 Maggio, 2026
Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani
Chi è ovunque non è da nessuna parte. Il vino autentico, quello fatto da mani che conoscono la terra su cui si appoggiano ogni mattina, è l’esatto contrario: è radicato, preciso, inconfondibile. È da qualche parte. Ma è. È presente. È presente il vignaiolo in vigna perché questa ha bisogno del suo supporto. È presente in cantina perché le uve non sono solo trasformate ma cullate, curate, accompagnate nel diventare vino. Il Sabato del Vignaiolo organizzato dalla FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è stato esattamente questo: un luogo preciso, scelto con cura e con senso. La Riserva della Cascina, nel Parco dell’Appia Antica, con i suoi banchi di degustazione disposti in fila lungo i filari che scendevano morbidi verso il verde profondo delle vigne lontane. Come se la storia stessa del vino romano si fosse fatta scenario per accogliere chi quel vino lo produce e chi lo ama. Faceva caldo. Il tipo di caldo che filtra attraverso la luce bianca di un pomeriggio romano a maggio, che si posa sulle spalle e fa brillare i calici come piccoli soli. Eppure nessuno sembrava soffrire. I giovani, e di giovani ce n’erano tanti con una presenza che è già di per sé un segnale, erano impegnati a tutt’altro: a sporgersi sui banchi, a fare domande, ad ascoltare. A scoprire. Tra le vigne si muovevano persino bambini, con quella libertà disinibita che appartiene solo a chi non ha ancora imparato a fingere che le cose si facciano per obbligo. Li guardavo correre tra i filari e pensavo a quando anch’io ero così, a quando la campagna era ancora un posto in cui perdersi senza paura. Li guardavo e mi rendevo conto che forse proprio quella scena era il messaggio più importante dell’intera giornata. Gli eventi come questo andrebbero ripetuti più spesso. Con più frequenza, più assiduità, più coraggio. Perché avvicinare le persone al vino non significa portarle in una sala buia con musica bassa e luci soffuse: significa portarle dove il vino nasce. Tra i sassi. Tra le radici. Sotto il sole che scotta e la terra sotto i piedi. Cosa ho assaggiato di interessante Matèe. Antonella Pacchiarotti. Aleatico Bianco IGT Lazio Antonella Pacchiarotti ha fatto una cosa rara e coraggiosa: ha deciso che un solo vitigno bastava per fare del vino e farlo di qualità. Ha trovato l’Aleatico senza più mollarlo. Dal lago di Bolsena, da terreni vulcanici a cinquecento metri, ha costruito un mondo fatto di sei declinazioni di un’unica uva. Il Matèe è la sua versione bianca, quella che nasce dal clone più grande, più generoso di buccia, meno carico di colore. E già questo racconta qualcosa di un carattere che non si accontenta dell’ovvio. Nel calice è giallo paglierino con una luce viva, luminosa. Al naso arriva fresco, quasi improvviso, con una nota di agrume maturo. La scorza del cedro più che la polpa. Poi fiori bianchi, acacia, qualcosa di quasi mentolato che sparisce prima che tu riesca ad afferrarla. È un naso che sussurra e ti obbliga ad avvicinarti. In bocca è minerale in modo netto, quasi austero, con un finale sapido che fa venir voglia di ricominciare dall’inizio. Un vino che si spiega nel tempo, sorso dopo sorso. La tipica espressione di chi sa aspettare. Lepanto. Alberto Giacobbe. Cesanese del Piglio DOCG Superiore Riserva La storia di Alberto Giacobbe comincia nel 1939, con suo nonno Leopoldo che compra un appezzamento in cima al colle San Giovenale. Alberto è la terza generazione. Laureato in economia, aspirava ai numeri e alle statistiche e invece è finito nella vigna, trascinato da un affetto per la terra che alla fine ha avuto la meglio su qualsiasi calcolo razionale. Ha convertito tutto al biologico, ha introdotto nuove pratiche di coltivazione, ha fatto del Lepanto, Cesanese del Piglio Superiore Riserva prodotto da un vigneto impiantato nel 1952. Il simbolo di questa svolta. Il vino porta con sé il peso dignitoso di quelle radici vecchie di settant’anni e più. Rosso rubino con riflessi granati che si scaldano nell’aria di maggio, è un vino che inizia con frutta matura, more, mirtilli, una confettura di prugna che non è mai pesante e poi si apre su note floreali, spezie fini, un cenno di liquirizia che chiude in bellezza. In bocca è avvolgente, caldo, con tannini ben integrati che non graffiano ma sostengono. Un vino che porta la Ciociaria nel bicchiere con eleganza e senza complessità inutili. È pensare che non volevo assaggiarlo. Poi mi ha detto che era il vino dedicato al nonno. Non ho potuto esimermi. Raboso. Bellese. IGT Veneto Viaggio non breve, quello della famiglia Bellese: dal bacino alluvionale del Piave, dalle grave trevigiane, da quelle stradine sterrate tra le Guyot e le monumentali Bellussere che sembrano foreste in miniatura. Tre generazioni legate a questa terra dall’orgoglio di chi non ha mai smesso di coltivare ciò che il territorio ha da offrire. E il territorio, qui, ha da offrire il Raboso Piave, vitigno autoctono per eccellenza, spigoloso, brusco, anarchico nell’anima. Il Raboso di Bellese si presenta frizzante, con una spuma vivace e un rubino luminoso che promette acidità. E quella promessa viene mantenuta con generosità: la bolla è fine, il naso è un lampo di marasca, ribes rosso, fiori rossi appena colti. In bocca l’acidità è viva, quasi tagliente, ma mai aggressiva. È la freschezza di un vino che non vuole addomesticarsi, che vuole restare com’è, asciutto e vero. Un vino da pomeriggio caldo, da salumi e conversazione tra amici. Da berlo senza cerimonie. Da berlo. Arcaro. D.S. Bio. Maturano del Frusinate IGT Danilo Scenna ha scelto vitigni che non conosce quasi nessuno. Tra questi il Maturano. Antico, ostinatamente laziale, quasi scomparso prima che un manipolo di vignaioli testardi decidesse di salvarlo. Anche Cesidio Di Ciacca arrivato in queste zone dalla Scozia. La cantina D.S. Bio nasce nel 2012 tra le alture di Pescosolido, in Ciociaria. Lavora in biodinamica, seguendo le fasi lunari, rifiutando filtrazioni e chiarifiche, lasciando che il vino dica quello che ha da dire senza censure. L’Arcaro è un bianco che non assomiglia a nessun altro bianco. Giallo ambrato, velato, con quella torbidità che non è difetto ma lingua franca dei vini naturali veri. Al naso è un posto denso e affascinante: agrume ossidato, albicocca, camomilla selvatica, pietra calcarea bagnata dalla pioggia, resina di pino, un accenno di miele grezzo. In bocca è largo, sapido, quasi salmastro, con una lama acida che attraversa tutto e tiene tutto in tensione. Non è un vino per chi cerca rassicurazioni. È un vino per chi vuole essere sorpreso, destabilizzato, convinto. In Anfora. Donna Vittori. Cesanese del Piglio DOCG Donna Vittori nasce nel 2021 da un sogno condiviso tra amici, dalle mani di Maria Vittori e di sua madre Claudia Bettiol, da un borgo agricolo a Paliano che sa di comunità internazionale e di radici locali tenute insieme con cura. Il Cesanese del Piglio è il cuore di questa storia e la sua versione “in anfora”, affinata dieci mesi in terracotta porosa, ne è l’espressione più pura e più curiosa. Il contatto con l’anfora non aggiunge nulla che non fosse già nel vino: leviga, scalibra, restituisce. Nel calice il colore è rubino intenso con sfumature di violetto che cambiano con la luce. Il naso è ampio e aromatico: ciliegia fresca, lampone, fiori di campo, una polvere leggera come il profumo di una chiesa antica. In bocca è morbido, vellutato, con una tannicità elegante che non preme mai. L’anfora sembra togliere le pareti al vino, lasciarlo respirare senza blocchi. È il Cesanese in un modo che non ti aspetti, e per questo è il più commovente tra i rossi della giornata. San Tin. Poggio Baranello. Sangiovese IGT Lazio Rosso Silvia Pragliola e Lisa Gentili hanno costruito la loro storia a Montefiascone su 38 ettari affacciati sul lago di Bolsena a 450 metri di altitudine, in un territorio che il vino lo conosce da secoli. L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è la denominazione più antica e aneddotica d’Italia. Ma Poggio Bbaranèllo guarda avanti: biologico, artigianale, con pochi numeri e molta cura. Il San Tin è il loro Sangiovese IGT e si porta dietro tutto il vento che soffia dal nord, il baranèllo del dialetto martano, quel vento che non smette mai su quel poggio. Rosso vivace, dal carattere nervoso e diretto, il San Tin ha la schiettezza di un vino che non cerca di impressionare. Il frutto è fresco, la ciliegia è viva e non in confettura, c’è un’erba tagliata di sottofondo che dà freschezza e rimanda al paesaggio. Ma quello che più entusiasma è il geranio. Si, geranio. Più lo si annusa più sa di geranio. In bocca è agile, beverino nel senso nobile del termine. Un vino che non vuole fermarsi nel bicchiere ma vuole essere bevuto, vissuto, condiviso. Giovane e già bello. Costa di Basalto. Riserva della Cascina. Syrah IGT Lazio Biologico E poi c’è lei, la padrona di casa. La Riserva della Cascina è nata nel 1945, quando Giovanni Brannetti comprò un pezzo di agro romano e ci mise le radici insieme alla moglie Ida. Nel 1986 Giuseppe, figlio minore e erede di quella passione, acquista un vigneto nel Parco dell’Appia Antica, uno di quei luoghi dove Roma smette di essere città e diventa paesaggio. Biologico dal 1994, da sempre senza diserbanti né concimi chimici. Oggi c’è Silvia con tutta la sua freschezza e bellezza di una gioventù che ha fortemente voluto l’evento nella sua azienda. Il Costa di Basalto è lo Syrah che cresce sul fianco di una piccola collina basaltica, un suolo vulcanico che si sente in ogni sorso. Rubino profondo con riflessi porpora che sembrano viola in certe luci, è un vino che si annuncia con intensità: frutti rossi maturi in confettura, fragoline di bosco, viola mammola. Sotto a tutto apprare quella mineralità ferrosa, ferrosa davvero, come il sapore dell’aria vicino a un binario bagnato dalla pioggia. In bocca è secco, morbido, con una sapidità e una freschezza che bilanciano la struttura. Lo Syrah laziale su basalto è una rarità che vale il viaggio. Con il tempo diventa ancora più se stesso. Più minerale, più salmastro, più antico. Come il paesaggio attorno a lui. La giornata finisce com’è cominciata: con il sole che taglia le vigne obliquo, con le conversazioni che si trascinano oltre i banchi, con qualche bottiglia già acquistata stretta sotto il braccio come un tesoro. Manifestazioni come Il Sabato del Vignaiolo non sono soltanto mercati del vino: sono atti civili. Sono il modo in cui una comunità di produttori dice al mondo che esiste, che lavora, che ha qualcosa da raccontare. Il modo in cui il mondo risponde dicendo che vuole ascoltare. Ho incontrato persone. Ho rivisto amici come Cesidio Di Ciacca e le sue incredibili interpretazioni di Maturano. Oppure Nathalie Clarici di Terre di Marfisa e i suoi vini vulcanici. O ancora Michele Fanfarillo e suo papà Lorenzo che nelle terre di Olevano Romano hanno trovato una seconda vita con Migrante. Incontri. Racconti. Parole. Abbracci. Baci. La FIVI ha scelto un luogo che è già storia, già racconto. E lì, tra le pietre dell’Appia e i filari di luglio acerbo, tra adulti con il calice in mano e bambini con i piedi nella terra, qualcosa di essenziale ha trovato il suo spazio. Il vino, quando è autentico, non ha bisogno di scenografie. Ma quando la scenografia è il Parco dell’Appia Antica, allora anche il vino più semplice diventa memorabile. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Maggio, 2026
Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente
Paul Virilio, Velocità e politica, 1977 Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è. Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà. Aveva ragione. Il chiodo contro il vento Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato. Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione. Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale? La terra come vocabolario Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine. Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia. Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata. Terra Madre e il mondo che si connette Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali. Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale. Quello che rimane nei solchi Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me). Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua. Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere. Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile. Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Maggio, 2026
Terreno. Sofia Ruhne e il giardino impossibile
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15 Maggio, 2026
Nicoletta Madrigali. La custode della Croara
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13 Maggio, 2026
Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito
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11 Maggio, 2026
Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta..
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8 Maggio, 2026
Best Wine Stars 2026: tutto pronto per la settima edizione
La piattaforma rappresenta inoltre uno strumento operativo per il networking, grazie a funzionalità dedicate alla gestione dell’agenda, alla messaggistica diretta tra operatori e alla possibilità di fissare appuntamenti, rendendo più efficace l’incontro tra domanda e offerta. Al suo interno è già disponibile il calendario completo di masterclass, tasting room e talk, consultabile in anticipo per organizzare al meglio la propria esperienza durante i tre giorni di manifestazione. È inoltre possibile accreditarsi direttamente online per accedere all’evento. Tra gli appuntamenti più attesi, nella giornata di lunedì 18 maggio, si terrà un talk organizzato da Best Wine Stars in collaborazione con la rivista Italia a Tavola, che vedrà la partecipazione di chef di ristoranti stellati, come Salvatore Butticè e Claudio Sadler, insieme a direttori marketing di importanti realtà vitivinicole come Marchesi Antinori e ad altre figure di rilievo del settore, offrendo un momento di confronto di alto livello sul ruolo del vino nella ristorazione contemporanea. Spazio anche a esperienze trasversali come “Alla scoperta del Parmigiano Reggiano: il valore del tempo”, che proporrà un percorso di degustazione guidata tra diverse stagionature, affiancato da una selezione di vini, valorizzando il dialogo tra eccellenze del panorama enogastronomico italiano. Sabato 16 maggio 2026
12:30 – 13:15
Verticale Fiorduva di Marisa Cuomo. Quattro annate sospese tra mare e roccia della costa d’amalfi
Azienda in degustazione: Cantine Marisa Cuomo Srl
Relatori: Adua Villa, Mattia Asperti 13:45 – 14:30
A Cuor Leggero: il nuovo volto del vino senza alcol firmato Colli Ripani.
Azienda in degustazione: La Cantina Dei Colli Ripani
Relatori: Adua Villa, Giambattista Marchetto, Cecilia Guglielmi – Responsabile Commerciale e Marco Pignotti – Enologo della Cantina dei Colli Ripani 15:00 – 15:45
CUSTOZA CONTEMPORARY BLEND
Azienda in degustazione: Consorzio Tutela Vino Custoza DOC
Relatori: Adua Villa e Costantino Gabardi – Degustatore e Consulente 16:15 – 17:00
Da nord a sud: l’Italia da bere. Un racconto del vino attraverso etichette che custodiscono terra e memoria.
Aziende in degustazione: Tenuta Il Finale, Fenoglio Matteo, Donblasi – Tenuteblasi srl
Relatori: Adua Villa, Stefania Vinciguerra, Cesare Tonelli – Enologo Tenuta Il Finale, Matteo Fenoglio – Produttore e Vignaiolo di Alta Quota, Mirco Blasi – Amministratore Donblasi – Tenuteblasi srl Domenica 17 Maggio 2026
12:45 – 13:30
Il “Risveglio del Ceppo”. Quando la Barbera d’Asti si trasforma
Azienda in degustazione: Cantina Barbera Sei Castelli
Relatori: Adua Villa, Valentina Vercelli, Enzo Gerbi – Enologo e Monica Meneghelli – Curatrice Progetto 14:00 – 15:30
Limoncello Lab. Blind Tasting. “Un viaggio nel mondo di uno dei più tradizionali liquori italiani che sta conquistando il mondo”
Aziende in degustazione: Casoni, Drupa, Lemoner- Caffo, Luxardo, Nazionale Spirito Italiano, Pallini, Sarandrea, Villa Massa- Compagnia dei Caraibi, Vol 0 Meregalli
Relatore: Fabio Bacchi 16:00 – 16:45
Radici di Pietra. Il risveglio dei vini della Murgia
Azienda in degustazione: Cantina Luca Gentile
Relatori: Adua Villa, Sara Missaglia e Nicola Laricchiuta – Enologo Cantina Luca Gentile 17:15 – 18:15
Alla scoperta del Parmigiano Reggiano: il valore del tempo
Aziende in degustazione: Assaggiatori Parmigiano Reggiano, Coronea, Beghel, Tenuta Micoli
Relatori: Adua Villa e Alessandro Stocchi – Responsabile Associazione Assaggiatori Parmigiano Reggiano Lunedi 18 Maggio 2026
11:00 – 12:30
Vino al ristorante: opportunità per tutti o pratica per il cassetto?
Moderatore: Alberto Lupini – Direttore di Italia a Tavola
Relatori: Salvatore Butticè – Chef patron del ristorante Il Moro di Monza, Enrico Chiavacci – Marketing Director Marchesi Antinori, Ottavia Giorgi di Vistarino – Titolare della cantina Conte Vistarino, Luca Montanaro – Direttore di sala di Moebius, una stella Michelin a Milano, Paolo Porfidio – Enologo e Sommelier Founder Somm Is The Future, Emanuele Rabotti – Presidente Consorzio Franciacorta, Claudio Sadler – Chef patron del Ristorante Sadler, una stella Michelin a Milano, Luciano Sbraga – Vicedirettore generale FIPE e Direttore area Centro Studi e Politiche per lo Sviluppo BWS VILLAGE E MIXOLOGY ARENA Riconfermata l’area BWS Village, pensata come punto di incontro privilegiato per buyer, stampa e operatori del settore, con l’obiettivo di favorire relazioni, scambi e opportunità di business. All’interno del BWS Village nella giornata di lunedi 18, verranno inoltre distribuiti kit di degustazione omaggio, offrendo un’ulteriore occasione di scoperta delle realtà presenti in manifestazione. Tra le novità dell’edizione, la Mixology Arena, in programma lunedì 18 maggio dalle 14:00 nel Parterre del Palazzo del Ghiaccio, un’area esperienziale in cui i migliori bartender di selezionati cocktail bar milanesi si alterneranno nella preparazione di cocktail live, davanti a una platea ristretta di giornalisti e operatori del settore. Tra i bartender protagonisti: Loris Melis (MaG), Emanuele Cosi (Backdoor43), Carlo Dall’Asta (Iter), Francesco Bonazzi (Tripstillery), Angela Mountassier (Flow Milano) e Beatrice Cremonesi (The Blind Tiger – Leggiuno, Lago Maggiore). Le creazioni saranno realizzate utilizzando i distillati e liquori delle aziende spirits presenti all’evento, valorizzando i prodotti attraverso il linguaggio della miscelazione contemporanea.
A guidare l’esperienza sarà Fabio Bacchi, che accompagnerà il pubblico alla scoperta dei prodotti e del loro mondo, mentre i cocktail verranno preparati in diretta, offrendo un’esperienza immersiva e interattiva. BEST WINE STARS AWARDS 2026 Tra i momenti più attesi della manifestazione, la Best Wine Stars Awards Ceremony, che si terrà domenica 17 maggio presso il Parterre del Palazzo del Ghiaccio, sarà accessibile su invito per stampa e buyer, oltre che per gli espositori presenti. La mattinata si aprirà alle ore 9:00 con un coffee break, mentre la cerimonia di premiazione avrà inizio alle ore 9:30. Durante la cerimonia saranno assegnati i premi qualitativi 2026, attribuiti da una giuria composta da professionisti di riferimento del settore: – Best White Wine e Best Deal, conferiti da Valentina Vercelli, giornalista de La Cucina Italiana e Condé Nast Traveller
– Best Red Wine e Best Rosé Wine, attribuiti da Stefania Vinciguerra, giornalista professionista e caporedattore di DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia
– Best Sparkling Wine, assegnato da Adua Villa, scrittrice, narratrice digitale, sommelier e imprenditrice
– Best Spirit e Best Herbal Liqueur, conferiti da Fabio Bacchi, fondatore di BarTales e Roma Bar Show
– Best International Excellence, novità 2026 dedicata alle realtà internazionali, giudicata da Sara Missaglia, giornalista, wine educator e sommelier Accanto ai premi di categoria, saranno attribuiti anche i riconoscimenti speciali:
– Best Green Project, assegnato da Camilla Manzato, Founder di VineRespect
– Best Vinum Innovation, assegnato da Adua Villa
– Best Hospitality Project, conferito da Andrea Guolo, Direttore ItalianWineTour A questi si aggiungono:
– Best Logo, Best Label e Milano Wine & Spirits Explorer, assegnati da Prodes Italia
– Best Buyer Selection, a cura di buyer internazionali GLI ESPOSITORI 3exp Wine For Mixology_Puglia | Acerle Valdobbiadene_Veneto | Agricola Le Querce_Toscana | Al Spirits_Emilia Romagna | Aldegheri Family Winery_Veneto | Amaro 30 Nodi_Calabria | Aqvo_Liguria | Arche’ Srl_Sicilia | Arciera_Lombardia | Assaggiatori Parmigiano Reggiano_Emilia Romagna | Attanasio Giuseppe_Puglia | Az Agr La Quinta Terra Di Couelle Anne Claire_Toscana | Az. Agr. Quattroquarti_Friuli Venezia Giulia | Az. Agr. Villa Sorbo – Vini Vulcanici_Campania | Azienda Agricola Antonio Buccoliero_Puglia | Azienda Agricola Belluogo_Puglia | Azienda Agricola Campo Al Noce_Toscana | Azienda Agricola Casal Dell’arco_Abruzzo | Azienda Agricola Fontana Reale_Campania | Azienda Agricola Ganaghello Di Losi Società Agricola_Emilia Romagna | Azienda Agricola Il Castello Ll_Lombardia | Azienda Agricola Le Lagore_Liguria | Azienda Agricola Mesina Giovanni Battista_Umbria | Azienda Agricola Sartori Michele_Trentino Alto Adige | Azienda Agricola Tre Pile_Piemonte | Azienda Di Dio Liboria_Sicilia | Bacca Spirits – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Baglio Reale Srls_Sicilia | Benante 1960_Veneto | Berlingeri Tartufi_Abruzzo | Blue Queen Mix – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Bragaglia_Toscana | Cabala – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Caelum S.R.L._Piemonte | Cammisuli Wine Brothers_Sicilia | Cantina Barbera Sei Castelli_Piemonte | Cantina Beghel_Trentino Alto Adige | Cantina Bello_Campania | Cantina Castioni_Lombardia | Cantina Delaiti_Trentino Alto Adige | Cantina Famiglia Pillan_Veneto | Cantina Luca Gentile_Puglia | Cantina Orzaia_Friuli Venezia Giulia | Cantina Puianello_Emilia Romagna | Cantina Sassarini_Liguria | Cantina Tulone_Sicilia | Cantine Domenico Russo_Puglia | Cantine Marisa Cuomo Srl_Campania | Cantine Stoli_Calabria | Čarga_Slovenia | Casa Vinicola Ettore Sammarco_Campania | Casata Bassi Parolo_Lombardia | Casata Merge’_Lazio | Cerbero_Marche | Champagne Gallimard Les Riceys – Distributed by Winebroker srl | Cocoah!_Lombardia | Colja Wine_Slovenia | Colle Uncinano_Umbria | Consorzio Tutela Vino Custoza Doc_Veneto | Coravin_Paesi Bassi | Coronea_Lombardia | Daria Spirito Ottanta_Friuli Venezia Giulia | Dello Scompiglio_Toscana | Dergano Gin – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Distilleria Alpe_Val D’aosta | Distilleria Delaurenti_Piemonte | Distillerie Tim – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Domaine Bègue Mathiot – Distributed by Winebroker srl | Domaine de la Galinière – Distributed by Winebroker srl | Domaine de l’Île Margaux – Distributed by Winebroker srl | Donblasi – Tenuteblasi Srl_Puglia | Dottori Zandegiacomo Srl_Friuli Venezia Giulia | Erzinio Salumifico Ciociaro_Lazio | Famiglia Ciccone Lo Conte_Campania | Famiglia Crema Societa’ Semplice Agricola_Molise | Farnulla Wines_Toscana | Fattoria Dell’agresto Di Gasparri Giacomo E Andrea Societa’ Agricola_Toscana | Favara Srls_Lombardia | Fenoglio Matteo_Piemonte | Feudo Stagnone_Sicilia | Gagiablu_Toscana | Gin Todi_Umbria | Horatio Winery_Campania | I Love Gargano_Lombardia | Infusi Di Calabria Società Benefiti_Calabria | Johannes Schneider – Distributed by Winebroker srl | Koglot Wines_Slovenia | Kraljič_Slovenia | La Cantina Dei Colli Ripani_Marche | La Rocca Tartufi_Marche | Le Canà_Marche | Macelleria Sant’ambrogio_Lombardia | Maria Faretra_Puglia | Marlus Di Zambello Marco_Piemonte | Maro Wine_Slovenia | Merlotta Società Agricola_Emilia Romagna | Montemiglietto_Piemonte | Monviert_Friuli Venezia Giulia | Natiia Wine Relais_Veneto | Oleificio Lu Trappitu_Sicilia | Orobicum Srl_Lombardia | Palazzo Prossedi_Lazio | Palmieri Domus Vinaria_Campania | Paradiis Winery_Friuli Venezia Giulia | Perruccio Srl_Puglia | Petrucca E Vela_Lazio | Pippo Greco_Campania | Podere Casaccia – Sine Felle_Toscana | Podere Gamberaio_Toscana | Qb Spirits – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Sartieri 1931_Lombardia | Sciore_Campania | Sesto 21_Lazio | Soc. 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16 · 17 · maggio 2026 – 12:00 | 20:00
18 maggio 2026 – 10:00 | 18:00 L’accesso è aperto agli addetti al settore su accredito, mentre il pubblico può accedere tramite acquisto del biglietto online. Durante la manifestazione sarà inoltre possibile acquistare direttamente i prodotti in degustazione, entrando in contatto con le aziende presenti. 👉 Tutte le informazioni e la registrazione sono disponibili su:
https://visit.bestwinestars.com/it/ PARTNER E MEDIA PARTNER Best Wine Stars 2026 si avvale della collaborazione di importanti realtà del settore Partner: AGIVI, ASSOENOLOGI, AssoDistil, Consorzio Nazionale Grappa e Assaggiatori Parmigiano Reggiano. Buyers Partner: Strive International Consulting Ltd., Camera di Commercio Italiana in Ungheria e DANITACOM. Media Partner: I Grandi Vini, Italia a Tavola, Wine Meridian, DoctorWine, BarTales, Vino News 24, ItalianWineTour, EventiMilano.it, Gazzetta di Milano, Mixology Mag, Vinerespect, Enologonline e Wine Tales Magazine. Partner Tecnici: LezRent, I Macoritti, Watnext Industries Srl, Enduro Republic, Vinstrip. La Redazione
8 Maggio, 2026
Azienda Agricola San Giovanni. Il vino in un angolo di Paradiso
La passiona mia nce tuzzuléa
Nu garofano addora ‘int ‘a na testa
Passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa
A Marechiare nce sta na fenesta
A Marechiare, a Marechiare nce sta na fenesta Marechiare è una canzone napoletana del 1885, scritta da Francesco Paolo Tosti su versi di Francesco Cimmino. Racconta di una finestra che si apre sul mare la notte di luna, di un garofano rosso sul davanzale, di un amore che si sente nell’aria salata prima ancora di vedersi. Non è una canzone triste, ma ha quella malinconia particolare del Sud, quella che non pesa ma levita, come il profumo del finocchietto selvatico quando il vento lo porta dal promontorio verso il mare aperto. Ogni volta che penso al Cilento mi torna in mente quella melodia. Non per nostalgia, ma perché certi luoghi hanno un andamento musicale preciso, un tempo interno che non appartiene all’orologio ma al mare e il Cilento ce l’ha con una coerenza quasi ostinata. Punta Tresino è uno di quei posti che non si raggiungono cosi banalmente. Si devono quasi guadagnare. Tre chilometri di strada bianca tra la macchia mediterranea e il Tirreno. Il cellulare che perde il segnale come se volesse avvertirti che stai uscendo dal mondo ordinario e poi, all’improvviso, il panorama che si apre e diventa tutto: la costa di Castellabate a sud, Capri e Ischia nelle giornate limpide, le acque dell’area marina protetta di Santa Maria di Castellabate di un blu che non ha nome preciso in italiano. Dal cima del promontorio, a 356 metri sul livello del mare, lo sguardo abbraccia un orizzonte che va da Punta Licosa fino ai monti di Capaccio. È il tipo di panorama che mette in ordine le idee. O le distrugge definitivamente per sostituirle con qualcosa di più essenziale. Il nome Tresino deriva probabilmente dalla presenza dei Greci Trezeni, cacciati da Sibari e insediatisi in questa zona nel VI secolo avanti Cristo. Secondo Strabone, sul promontorio si ergeva il tempio dedicato a Poseidone, eretto dai Trezeni a protezione della vicina Poseidonia, l’odierna Paestum. Tutto questo per dire che quando Mario Corrado parla di radici, non sta usando una metafora viticola. Sta parlando di strati geologici di civiltà, di un suolo che sotto i filari ha sepolte tombe bisome del III secolo avanti Cristo, ville romane, torri Angioine. I vigneti di San Giovanni crescono sopra duemila anni di storia mediterranea. Il vino, qui, non è un prodotto agricolo. È una forma di archeologia. Mario Corrado era architetto. Ida Budetta, sua ex compagna, avvocato. Nel 1999 fuggivano da Salerno per rifugiarsi in questo luogo impervio e sublime con l’obiettivo di produrre del vino, del grande vino. Quando arrivarono, non c’era il telefono, non c’era l’energia elettrica, non c’era la vigna, non c’era una casa. Solo un vecchio casale cilentano in disfacimento. La civiltà distava tre chilometri di sterrato. Chiunque li avesse osservati dall’esterno li avrebbe giudicati fuori di testa. Il Cilento anni Novanta non era quello di oggi, romanticizzato dai food blogger e dalle guide naturalistiche o da film come Benvenuti al sud. Era una terra dura, bellissima e indifferente, che non faceva sconti a chi la sceglieva. Questa storia mi colpisce ogni volta che incontro produttori che hanno abbandonato tutto per la vigna. Non perché si tratti di storia rara visto che nel vino italiano ce ne sono tantissime, quasi troppe. Ognuna ha una sua specifica qualità di coraggio. Il coraggio di Mario e Ida non aveva la retorica del ritorno alla terra, non c’era un avo contadino a giustificare la scelta. C’era semplicemente un luogo che li aveva chiamati, con quella voce che i luoghi scelti sanno usare. E loro avevano risposto. Oggi l’azienda conta circa venti ettari di proprietà, con tre ettari destinati ai vigneti coltivati in regime biologico, in modo da rispettare e preservare il frutto e la terra, con l’idea di donare benessere al luogo e alle persone che bevono i vini che si fanno. Mimetizzato tra le vigne si staglia un minuto casolare cilentano in pietra, amabilmente ristrutturato da Mario. L’architetto è rimasto dentro il viticoltore e si vede. La cantina non si annuncia, non si esibisce. È lì, discreta, quasi vergognosa della propria presenza in un paesaggio che non ha bisogno di aggiunte umane. Tutti i vini di San Giovanni nascono da un singolo appezzamento, indicato in etichetta con le sue coordinate geografiche. Le fermentazioni sono spontanee, ogni bottiglia è numerata e si segue il ciclo naturale di ogni annata. C’è qualcosa di quasi radicale in questa scelta di trasparenza geografica, in un momento storico in cui il mondo del vino naturale rischia di diventare esso stesso un brand, una moda, un’estetica da Instagram. Mario va nella direzione opposta: l’etichetta come documento catastale, il vino come testimonianza di un preciso punto sulla mappa. Coordinate geografiche invece di fantasie grafiche. Mi piace questa sobrietà quasi militante. Anche se la storia di questo incredibile luogo nasce alla fine degli anni ‘70 con il papà di Mario, la produzione inizia nel 1993 con la prima vendemmia e con la nascita di tre progetti: il Paestum, da Fiano con piccole percentuali di Trebbiano e Greco; il Tresinus, da Fiano di un vigneto di circa cinquant’anni; la Ficonera, da Aglianico di un vigneto altrettanto antico. I nomi sono tutti toponimi, tutti omaggi al territorio: Paestum, Tresinus, Castellabate, Maroccia, Ficonera, Tyrrhenus, Aureus. Una geografia in bottiglia, un atlante liquido del promontorio. Il Fiano è l’uva bianca di questo pezzo di Campania e a Punta Tresino trova una declinazione che non assomiglia a nessun’altra. La vicinanza del mare conferisce ai vini una sapidità benefica che la salsedine porta direttamente ai vitigni. Il Tresinus, Fiano in purezza dal vigneto più vecchio, ha quella struttura che viene dalla resa bassa, dal sole che batte sul calcare, dal vento che asciuga e concentra. Arriva nel bicchiere con un bellissimo colore paglia oro e un corredo aromatico merlettato di agrumi, fiori gialli, erbe aromatiche, salsedine, balsami. Il sorso mostra consistenza e finissima tessitura, persistenza gustativa e misurata sapidità. Uno di quei bianchi che verrebbe voglia di incorniciare. Poi c’è l’Aglianico. Il Maroccia è il vino che più di tutti rivela la pazienza di Mario: tre anni in tonneaux, con sperimentazioni di affinamenti ancora più lunghi. L’Aglianico cilentano non ha la muscolarità nervosa di quello irpino. Ha qualcosa di più marino, di più salmastro, come se il Tirreno fosse entrato dentro le bucce durante la maturazione e avesse lasciato un ricordo di sé. Il Maroccia aspetta. Lo fa con la pazienza di chi sa di avere qualcosa da dire, ma non ha fretta di dirlo. Prende il nome dal vallone Maroccia, che si trova poco distante dall’azienda. Un nome, una vigna, un vino. La vigna Maroccia è una piccola parcella di meno di mezzo ettaro, posta proprio sotto la cantina, a cinquantacinque sessanta metri sul livello del mare, impiantata nel 2000. Giovane, in termini geologici. Eppure già capace di una voce propria. Le uve arrivano leggermente surmature, appassite naturalmente, con quindici gradi alcolici che non pesano ma sostengono, come fa un basso profondo in un’aria lenta. Il colore è rosso rubino scuro, con bagliori purpurei sull’unghia che tradiscono un’energia ancora non del tutto domata. Al naso è un paesaggio notturno: un tripudio di piccoli frutti maturi a bacca rossa, ciliegie, lamponi, mirtilli, conditi da spezie e vaniglia che con dolcezza si accompagnano al fruttato. Poi, man mano che il vino si apre, arrivano i sentori di noce moscata, chiodi di garofano, goudron, grafite, cacao. Sembrano strati di una storia che si svela a chi ha la pazienza di restare in ascolto. C’è anche qualcosa di floreale, la violetta in particolare, che affiora in una cornice eterea quasi a ricordare che tutta quella profondità non esclude la grazia. In bocca entra caldo, corposo, quasi carnoso, con una superba intelaiatura tannica che non disturba poiché accompagnata da una percezione di freschezza che corre nelle pieghe del sorso per poi accelerare rendendosi persistente. È la freschezza che fa la differenza. La stessa che allevia i quindici gradi come l’umidità di una notte d’estate. La salsedine di Punta Tresino è ancora lì, in fondo, come una firma che non si cancella neanche dopo tre anni di legno. Castellabate. Aglianico e Piedirosso, Paestum IGT Nasce dal vigneto più alto del promontorio di Punta Tresino, dove l’Aglianico all’ottanta per cento, si divide lo spazio con il Piedirosso in una convivenza che non è blend nel senso industriale del termine, ma dialogo tra caratteri affini che si completano. Il colore è granata, con quelle venature violacee che nei rossi cilentani sono quasi una firma del territorio. La trama nel bicchiere è vellutata, come quei tramonti sul tirreno in una sera di primavera. Al naso arriva la generosità di chi sa di avere molto da dire. Prugna sotto spirito, ciliegia matura e scorza d’arancia candita. Poi lo zenzero, le spezie e, più in fondo come quel tramonto coperto da poche nuvole in lontananza, il sottobosco, il tartufo, il tabacco. Sono sentori costruiti dal tempo, dall’affinamento in acciaio che preserva la frutta e lascia che sia il terroir a fare la parte del protagonista. Memorie di terra, di sole, di venti marini: tutto quello che sta intorno ai filari entra nel bicchiere senza chiedere il permesso. In bocca è composto, fresco, con tannini levigati che non aggrediscono ma accompagnano, come fa il mare con il suo sciabordio. C’è una sapidità che viene dalla salsedine. Quella che si deposita sulle foglie di Punta Tresino. Una persistenza che si allunga verso un finale caldo, quasi materico, che richiama l’applauso prima ancora che il silenzio. Un vino che non insegue la modernità e non rimpiange il passato. Sta lì, sulla collina, a guardare l’orizzonte. Come chi sa che il tempo, alla lunga, dà ragione alla sostanza. Carpe diem. La questione del vino meridionale è una di quelle che torno a frequentare spesso, con la stessa ostinazione con cui si torna su un libro difficile. Il problema non è mai la qualità, il problema è la narrazione. Il Sud del vino italiano ha subìto per decenni una forma di inferiorità strutturale. Veniva acquistato al Nord per tagliare, per dare colore e corpo a vini più blasonati e quando finalmente ha cominciato a produrre in proprio, ha dovuto fare i conti con un mercato che lo guardava con quella curiosità benevolente riservata ai talenti di provincia. Le cose sono cambiate, certamente. Ma il cambiamento vero non è nel riconoscimento critico. Le guide, le fantomatiche guide, oggi premiano il Cilento, premiano la Campania. Il cambiamento vero è in produttori come Mario Corrado, che non hanno chiesto il permesso a nessuno, che hanno scelto un posto impossibile e hanno costruito lì, in silenzio, una cantina con coordinate geografiche sulle etichette. Non cercano la validazione esterna. Cercano la precisione. Intorno ai vigneti di San Giovanni ci sono solo il mare, i boschi e il silenzio. Ogni attività nasce dall’idea di condivisione: non solo scambio, ma un rituale di cura e gratitudine, dove le persone si incontrano senza giudizio e senza aspettative. C’è qualcosa di programmaticamente controcorrente in questa frase che apre il sito dell’azienda. In un momento in cui tutto tende alla performance, al dato, alla metrica, anche il vino naturale sta diventando un algoritmo da seguire. San Giovanni propone un’etica della lentezza che è anche, in fondo, un’etica del gusto. Le esperienze che Mario organizza a Punta Tresino sono degustazioni al tramonto tra i filari, escursioni nei boschi, assaggi in barca lungo la costa. Non si tratta di pacchetti enoturistici ma il prolungamento naturale di una filosofia: il villaggio di San Giovanni, antico insediamento fondato intorno all’anno mille e disabitato dal Settecento, le torri saracene a difesa dei pirati, la chiesa costruita da Ligorio di Atrani nel 957 non è un contenuto da comunicare, è l’aria che si respira tra una degustazione e l’altra. Ricordate la canzone di Tosti, a Marechiare? C’è un verso che dice: quanno sponta la luna a Marechiare, nessuno se ne vo’ da ’nnammurato. Nessuno vuole allontanarsi da chi ama, quando c’è la luna sul mare. È una cosa semplicissima, quasi banale. Eppure nella sua semplicità contiene tutto il senso di certi luoghi del Sud: non promettono grandi cose, non hanno ambizioni cosmopolite, non cercano di stupire. Semplicemente, quando ci sei, non vuoi andartene. Punta Tresino è così. Mario Corrado ha capito questa cosa prima di fare il vino: ha capito che il suo compito non era creare qualcosa di straordinario, ma non tradire qualcosa di già straordinario. Le coordinate geografiche sulle etichette non sono un’idea di marketing. Sono un atto di rispetto verso un luogo che esisteva molto prima di lui e che esisterà molto dopo. Anche grazie a Luna, Marco e Alice. I figli che, mai come in questo caso, hanno trovato un luogo che li accoglie. Un luogo dove, se vi trovate a passare, varrà la pena di una sosta che dovrà però durare. Un luogo così non è da toccata e fuga. È semmai da fuga lunga una vita. Al tramonto, con la musica giusta e un calice di vino buono. Un vino che non tradisce il posto da cui viene. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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1 Maggio, 2026
Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino
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29 Aprile, 2026
Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova
Restare per non perdersi.
E poi scoprire che il posto che cercavi
non era una geografia. Era un mestiere. Poi, qualche tempo dopo il nostro primo incontro, mi arriva un messaggio. Poche righe. Julian mi dice che ha lasciato. Che è in Champagne. Ho riletto quella parola tre volte. Non perché mi sorprendesse. Lui è fatto di cambiamenti, l’inquietudine è il suo carburante. Il salto era però enorme. Dalla Toscana rurale, dai merlot scolpiti con tagli sperimentali ai tralci, dai vermentino pensati come basi spumanti mai spumantizzate, all’epicentro mondiale delle bollicine di lusso. Da artigiano solitario a direttore di un domaine con quaranta ettari di proprietà. Porca miseria, mi sono detto. E mo’ che scrivo? La famiglia che scappa. E il nipote che rimane. Per capire Julian bisogna partire da lontano. Molto lontano. Dalla Spagna degli anni Trenta, dalla guerra civile, da quella che i repubblicani chiamavano la Retirada, la ritirata. Quando centinaia di migliaia di uomini e donne attraversarono i Pirenei a piedi verso la Francia, portando con sé solo quello che sapevano fare con le mani. C’è chi scappava poiché antifascista che non poteva certo rimanere in una Spagna franchista. Chi aveva paura in generale per via di un regime che lasciava preannunciare anni duri. Scappare forse era per molti l’unica vera opportunità di rimanere in vita. I nonni di Julian erano tra loro. Agricoltori. Arrivati nel sud della Francia senza terra, senza lingua, senza niente. Ricominciarono dall’unica cosa che conoscevano: lavorare la terra. Con gli anni, mettendo da parte qualcosa, i primi ettari acquistati, poi una cantina, il vino. Non per passione, non per vocazione artistica. Per sopravvivenza. Perché era l’unica cosa che sapevano fare. Non c’era un’idea del vino nella mia famiglia. Facevano questo perché era l’unica cosa che sapevano fare. Il vino non si vendeva, nessuno sapeva come farlo davvero. E io quando vedevo questa difficoltà, quando vedevo quanto fosse faticoso, l’unica cosa che volevo, era andarmene. Ci penso spesso, a queste storie di radici spezzate e poi ritrovate. Al fatto che i nonni di Julian attraversarono Pirenei a piedi. Probabilmente con le scarpe rotte, probabilmente di notte. Per scappare dalla fame. Per fare l’agricoltori in un paese che non era il loro e che nemmeno li accoglieva a braccia aperte. Non c’era Internet a quel tempo. Non c’erano i social media. Ma le cronache raccontano di centri di raccolta dove i francesi trattavano gli esuli in maniera brutale e disumana. È lo stile dei francesi che non è cambiato mai. Pensiamo alle colonie ma, più vicino a noi, a quanto accade al confine di Ventimiglia. Julian è diventato enologo per scappare dall’agricoltura che i nonni avevano costruito. Il cerchio è strano. La vita è strana. E il vino, che è una cosa viva che porta dentro di sé il tempo e il luogo di chi lo ha fatto, è forse lo specchio più onesto di tutto questo. Julian nasce a Carcassonne. Cresce con la cantina di famiglia sullo sfondo. Qualcosa di faticoso, di poco glamour, di difficile. Decide che quella non è la sua storia. Non può essere la sua vita. A vent’anni, nel 2008, si laurea in enologia a Tolosa. La crisi economica globale è nel pieno. Le opportunità scarseggiano. Ma Julian ha già la risposta pronta e non è una risposta seria come quella che i genitori probabilmente si aspettavano. Avevo fatto enologia più per questo che per passione per il vino. Era un modo di viaggiare. Argentina, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti, Italia, Germania, Spagna. Erano tutti i paesi produttori che volevo conoscere. Un enologo, ragiona il giovane Julian, può atterrare ovunque nel mondo. È una specie di passaporto universale. Questo è il suo piano. Non il vino: il mondo. Atlantico, Pacific Coast, cento punti Parker. Quello che succede dopo ha il sapore di un romanzo scritto un po’ male. Nel senso che è troppo bello per sembrare vero. Julian parte da Carcassonne in autostop. Arriva a Bordeaux, si presenta al porto, bussa su ogni barca che trova e chiede dove è diretta. Una lo porta a Cuba. Dieci giorni di Atlantico. E invece di spendere mille euro in aereo, ne guadagna tremila come membro dell’equipaggio. Quando me lo racconta, mi rendo conto che questa scena da sola vale un articolo. Un ragazzo di ventidue anni che si presenta al porto di Bordeaux e chiede a delle barche se può salire a bordo. Non so quanti altri avrebbero avuto il coraggio, o la leggerezza, di farlo. Julian lo racconta come se fosse ovvio. Come se non ci fosse alternativa. Forse per lui non c’era. Da Cuba al Messico. Poi la California. La prima vendemmia da Flowers Winery, sulla Sonoma Coast, una realtà biodinamica dove il vino si fa con una cura quasi meditativa per la terra. Ed è lì, tra i filari affacciati sul Pacifico, che succede qualcosa che Julian non aveva messo in conto nel suo piano di fuga. Ho visto che fare il vino poteva essere affascinante. Poteva essere molto buono. E da lì ero convinto di una cosa: volevo capire come si fa davvero. Il giro del mondo continua. Hawaii, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Australia, Indonesia, Giappone, Russia, ritorno in Europa. Adesso c’è un filo. Il vino non è più il pretesto, è il centro. Julian lavora su yacht di lusso, porta bottiglie in tavola per proprietari ricchi e appassionati, fa conoscenze che valgono più di qualsiasi curriculum. È in questo modo, su una barca, davanti a un bicchiere scelto bene, che arriva l’invito per Opus One in California. Opus One, nel 2012. Non una cantina qualunque: una delle istituzioni più riconoscibili al mondo, la joint venture tra Robert Mondavi e il barone Philippe de Rothschild. Julian fa la prima vendemmia. Poi la seconda. Su quella seconda vendemmia, in una degustazione in anteprima, Robert Parker mette cento punti. Cento. La luce che ne segue è di quelle abbaglianti, e Julian è dentro, nel mezzo. Da Opus One, la strada porta in Europa. Un gruppo francese, Château du Groupe Caisse d’Épargne, cerca qualcuno per dirigere Caia Rossa in Toscana. Julian arriva a Montalcino nel marzo del 2014. Non parla italiano, non conosce nessuno. Ha trent’anni. Ha già fatto il giro del mondo due volte. La pallamano, la Lituania e la vita che non ti aspetti. Non ci sono solo le vigne toscane e non c’è solo il vino nella vita di Julian. È anche, o forse era, un giocatore di pallamano di buon livello. In Francia aveva giocato a livelli decenti. In Toscana, non trovando squadre vicino a dove abita, manda una mail alla Federazione Italiana Pallamano. Pardon, Handball. Come se chiamarla con l’inglese faccia diventare più sexy un gioco, purtroppo, poco noto. In ogni modo, la federazione gli segnala una squadra a Follonica. Julian si presenta al primo allenamento, parla con il direttore sportivo, dice che vuole giocare. Il direttore non ci crede. Il mercato era chiuso, eppure questo ragazzo dice di essere libero, senza contratto, senza niente. Devono chiedere alla federazione francese una certificazione. Racconto questo pezzo di storia perché mi sembra rivelatoria di come Julian si muova nel mondo. Non aspetta che le cose arrivino. Bussa. Al porto di Bordeaux, alla federazione di pallamano, ai mercati asiatici. Bussa sempre, con la stessa naturalezza con cui un altro aspetterebbe che qualcuno aprisse. La pallamano lo porta alla pallavolo. O meglio: lo porta a lei. La sua compagna è una pallavolista lituana, naturalizzata italiana perché la federazione la voleva in nazionale, dove ha giocato per una decina d’anni. Professionista vera. Talmente brava che quando ha iniziato a pensare di smettere, e ha giocato senza il peso dell’aspettativa, ha fatto una stagione straordinaria. Così straordinaria che sono arrivate proposte da tutto il mondo. Tra cui una da Chicago. Lei è di origine lituana, io non sono italiano. Non siamo chiusi a niente. Potremmo tornare in Francia, andare negli Stati Uniti, restare qui. Staremo bene comunque, non ci facciamo troppe domande. Questa frase mi piace molto. Dice tutto di un uomo che ha imparato, a forza di oceani attraversati e porte bussate, che la felicità non ha un indirizzo fisso. Julian smette di giocare a pallamano purtroppo. Non con rimpianto ma con sollievo. Quasi. Perché la sua ragazza gioca due allenamenti al giorno e le partite il fine settimana e lui capisce che il tempo libero è così prezioso da non spenderlo correndo dietro a un pallone quando puoi stare seduto a guardare qualcuno che lo fa meglio di te. Colline Albelle. La vigna come tabula rasa. Caia Rossa finisce nel 2018. Non male. Anzi, finisce bene. Ma Julian ha già la testa altrove. Ha trovato qualcosa a Volterra: quaranta ettari, una villa in rovina, vigne abbandonate, argille bianche che parlano di un territorio ancora tutto da raccontare. Trova due socie che credono in lui più di quanto probabilmente lui credesse in se stesso in quel momento. Firmano. Lui lascia le consulenze, lascia Caia Rossa, e si butta. Il progetto si chiama Colline Albelle. E il modo in cui Julian lo affronta dice tutto di lui. Non ripianta. Recupera. Mette mucche nei filari per ripulire l’erba cresciuta in anni di abbandono. Le lascia pascolare, poi le porta altrove. Porta le api: tre arnie che diventano un apario floridissimo. Segno inequivocabile, per chi sa leggere queste cose, che l’ecosistema risponde, che stai facendo qualcosa di giusto. Il biologico e il biodinamico non sono per lui una fede. Sono una logica. Una lettura del territorio. La biodinamica mi piace molto anche per tutta la parte filosofica. Mi mette fuori dagli schemi. E meccanicamente, mi mette fuori da tanti altri schemi. I vini che escono da questa visione sono piccole rivoluzioni silenziose. Il Vermentino nasce dall’ossessione di Julian per le basi spumante. Sono quei vini vinificati per diventare bollicine, che lui assaggiava in Champagne e trovava bellissimi così, incompiuti, aromaticamente precisi, e si chiedeva perché nessuno ci facesse un vino fermo. Lo ha fatto lui. Fermentazione a bassissima temperatura con lieviti indigeni, malolattica per ammorbidire l’acidità, sei mesi in barrique a doghe piegate a vapore. Un bianco timido al naso, quasi riservato, che in bocca sorprende con un equilibrio che non sembra toscano, non sembra italiano, non sembra niente di già catalogato. Inbianco Vermentino Toscana IGT, Colline Albelle C’è qualcosa di strano in questo bicchiere. Strano nel senso buono, nel senso di quello che non ti aspetti e che poi ti rimane. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati, luminoso, pulito. Il naso non urla. È un naso riservato, quasi schivo, che si apre lentamente su note di fiori di campo, frutta a polpa bianca. Poi, eccola, quella vena minerale precisa, quasi iodata, che rimanda alla pietra focaia, alla selce, a qualcosa di ancestrale che viene dal tufo bianco Riparbella. A chi conosce certi Riesling tedeschi, quell’accento non passerà inosservato. A chi non li conosce, sembrerà semplicemente qualcosa che non aveva mai sentito in un bianco toscano. In bocca succede qualcosa di inaspettato. L’alcol, dieci gradi e mezzo, quasi impercettibili, lascia spazio a tutto il resto: una freschezza ondivaga, agrumata, amarognola nel finale, con una vena sapida che persiste. Non è un vino che sazia. È un vino che invita. Che fa venire voglia di un altro sorso, poi un altro ancora, per capire cosa sta succedendo davvero. Julian ha costruito questa cosa partendo dalle basi spumante che assaggiava in Champagne e che trovava bellissime così, incompiute. Ha preso quella tensione aromatica e l’ha messa in una bottiglia ferma. È un’idea semplice, detto così. Nella pratica, è un vino che non assomiglia a niente di già visto. Il Merlot è ancora più radicale. Julian ha sviluppato a partire da un errore di cimatura, poi trasformato in sistema dopo anni di sperimentazione. Una tecnica di taglio dei tralci durante la fioritura che altera l’equilibrio ormonale della pianta, ritarda la maturazione di alcuni grappoli e cattura le pirazine: quei precursori aromatici vegetali che normalmente il Merlot perde oltre gli undici gradi. Il risultato è un vino con note leggermente erbacee, elegante, atipico, che nelle degustazioni fa alzare le sopracciglia a chi se lo aspettava morbido e fruttato. Inrosso Merlot Toscana IGT, Colline Albelle Se l’Inbianco ti sorprende al primo sorso, l’Inrosso ti sorprende un po’ alla volta. È un vino che parla sottovoce ma dice cose interessanti. Un rosso con un carattere che in bocca ti aspettavi rotondo e invece ti trova verticale, teso, con una struttura tannica presente ma mai invadente. Al naso è quasi austero all’inizio. Ci vuole pazienza, come con le persone che non si svelano subito. Poi emergono le note erbacee: peperone verde, erba fresca, una macchia mediterranea lieve. Sono le pirazine, quelle che Julian ha imparato a conservare con il taglio sperimentale dei tralci. Poi arriva la frutta scura: ciliegia, piccoli frutti di bosco. Qualcosa di terroso, speziato, con un cenno di cioccolato fondente nel finale. Il legno, diciotto mesi tra barrique e anfora, è ben assorbito, non si impone. In bocca la freschezza sorprende. Un Merlot che non si lascia andare alla morbidezza facile, che mantiene una mineralità riconoscibile, una vena acida che allunga il sorso. È un vino che pensa. Come chi lo ha fatto. Non volevo fare il Merlot normale. Volevo fare qualcosa che sorprendesse. Non al naso, ma in bocca. Quel sorriso sul viso di chi non se lo aspettava. È quello che cerco. Devo dire la verità: quando Julian mi ha spiegato la tecnica nel dettaglio, con l’auxina, la citochinina, il rapporto che si inverte quando tagli l’apice del tralcio, ho capito che stavo parlando con qualcuno che non si è fermato alla pratica. Che studia. Che ragiona. Che non fa le cose perché le ha viste fare, ma perché ha capito perché funzionano. Questo, nel vino come altrove, è la differenza tra un artigiano bravo e uno straordinario. Il momento in cui le visioni divergono. Le aziende, come le persone, crescono. E a volte crescono in direzioni diverse. Colline Albelle ha funzionato. Il mercato cinese si apre, gli investitori cominciano a vedere numeri. Quando si vedono i numeri si inizia a vedere altro. L’ottimizzazione. I volumi. Comprare uva esterna, abbassare i costi, trasformare un progetto artigianale e visionario in una cash machine con un exit da manuale. Non è una storia nuova. Nel vino, come in qualunque settore dove l’artigiano convive con la finanza, questo copione si ripete con frequenza sconfortante. Ho visto aziende bellissime diventare prodotti di scaffale in pochi anni. Ho visto etichette che raccontavano territori diventare strumenti di marketing globale. È un processo che non ha colpevoli, tecnicamente. Ma ha vittime. Di solito sono i vini. Julian lo capisce prima che lo dicano esplicitamente. Io non voglio fare questo. Non voglio che un giorno la gente veda Colline Albelle come un vino commerciale e dica: Reneaud si è lasciato andare. Non voglio avere quell’immagine. Lascia. Non in modo brusco, non con astio. Con rispetto, con gratitudine verso due socie che gli hanno dato fiducia e libertà per anni. Ma lascia. Perché c’è una cosa che Julian si è promesso all’inizio della sua carriera, e me la dice con quella semplicità che è la sua firma: non lavorare mai con persone che non lo ispirano, e non restare mai in un posto dove la visione non è più condivisa. Prende gli sci. Sparisce in montagna per due mesi. Poi vola in Asia a trovare un amico. La compagna fa la sua stagione. Julian fa il vuoto. E dal vuoto, come accade sempre a chi sa aspettare, arrivano le proposte. Champagne Edouard Duval. Quaranta ettari. Tutti insieme. Il mondo dello Champagne è, per sua natura, un mondo di frammentazione. Le vigne sono divise, cedute, ereditate, acquistate in parcelle minuscole sparse su decine di comuni. I grandi marchi assemblano da centinaia di fonti diverse. Anche i piccoli vigneron indipendenti, quei récoltants-manipulants che negli ultimi vent’anni hanno ridisegnato il panorama qualitativo dello champagne, sottraendo progressivamente terreno e narrativa alle maisons storiche, lavorano spesso su superfici frantumate, parcelle lontane le une dalle altre, diversi terroir che richiedono altrettante attenzioni. Edouard Duval ha qualcosa di raro. Quaranta ettari di proprietà. E trenta di questi sono tutti insieme. Una parcella continua. Udn blocco unico in un territorio dove questa cosa quasi non esiste. Una risorsa che fino al 2020 veniva sostanzialmente svenduta: le uve, di qualità eccellente, cedute alle grandi maison che le usavano nei loro assemblages senza che il nome Duval comparisse da nessuna parte. Poi Edouard comincia ad imbottigliare in proprio. Trentamila bottiglie l’anno, su quaranta ettari: chiunque conosca la Champagne sa già, solo da questo numero, che il potenziale è straordinario. Che c’è uno spazio enorme da riempire. Che serve qualcuno con la visione e i contatti per farlo. Entra in scena Julian, segnalato da un head hunter che lo segue fin dai tempi di Caia Rossa, nel 2013. Quando ho visto questo progetto ho detto: c’è un bel potenziale, c’è qualcuno che ha possibilità, e io ho qualcosa da dare. È un bel match. Mi sono innamorato del posto. Arriva in aprile e in pochi mesi apre il mercato giapponese e quello tedesco. Gli Stati Uniti sono il prossimo obiettivo. Qui la vita privata e quella professionale si sovrappongono in modo quasi cinematografico, perché la sua compagna si trasferisce a Chicago per giocare a pallavolo così che Julian avrà una base americana naturale per costruire la distribuzione. Io so già che ho il potenziale per mandare un paio di container negli Stati Uniti. Ho lavorato lì due anni. Ho i contatti. So dove andare. Ma il lavoro vero, quello che lo emoziona, non è certo la distribuzione. È quello che viene prima. Imparare di nuovo. A trentasette anni. C’è una cosa che Julian dice e che mi colpisce molto. Dice che ha trentasette anni e che arrivare in un posto dove deve imparare tutto da capo gli piace moltissimo. Non lo dice come uno che cerca di convincersi. Lo dice come chi ha già fatto questa cosa abbastanza volte da sapere che è il momento più vivo di tutti. Io non so fare lo Champagne però imparo veloce. Della parte tecnica non ho paura. Non sapevo fare il sangiovese. Non sapevo fare il vino californiano. Ho imparato ogni volta. Ad affiancarlo c’è un uomo che lavora in quella cantina da trent’anni. Julian lo chiama *il maestro*. Conosce ogni angolo della vigna, ogni capriccio della cantina, ogni stagione che si è depositata in quei quaranta ettari. Il direttore precedente gestiva la parte tecnica da vent’anni, ma quando l’azienda ha iniziato a imbottigliare in proprio, nel 2020, si è trovato a dover gestire anche comunicazione e commercializzazione, che non erano il suo terreno. Julian arriva a coprire esattamente questo spazio vuoto: i contatti internazionali, la rete costruita in quindici anni di cantina in cantina, la capacità di aprire mercati. Le cuvée attuali sono cinque: Blanc de Blancs, Blanc de Noirs, Rosé, Brut millésimé, e un Blanc de Noirs Brut Nature pensato specificamente per il mercato italiano, dove Duval è distribuito da un partner di primissimo livello come Pretzhof Selection. Degli Champagne di Edouard, ne ho assaggiati tre. Brut d’Eulalie NV La cuvée di ingresso di Duval. Ma “ingresso” è una parola che qui rischia di ingannare, perché questo champagne ha una personalità ben definita e non si scusa per averla. È un assemblaggio a dominante Pinot Noir (oltre l’ottanta per cento) con una quota di Chardonnay da una singola parcella chiamata L’Épicéa. Una parte dei vini affina in demi-muids di rovere borgognone, che aggiungono rotondità senza appesantire. Il risultato è uno champagne dalla veste oro paglierino luminoso, con un perlage fine e vivace che non si stanca. Al naso è generoso e immediato: fiori bianchi primaverili, mela verde, pera matura, e poi un accenno di brioche tostata che arriva dopo qualche minuto nel bicchiere. C’è una nota iodata, quasi marina, che rimanda al calcare e alle marne su cui crescono le vigne. In bocca l’attacco è morbido, cremoso, con un’effervescenza che si integra bene nella struttura. La frutta (pesca, ciliegia chiara, pompelmo rosa) si allunga su un finale fresco, leggermente ammandorlato, con una mineralità che pulisce e invita al sorso successivo. È uno champagne onesto, diretto, piacevole in ogni occasione. Il tipo di bottiglia che non delude mai. Noir d’Eulalie Brut Nature NV Il Noir d’Eulalie Brut Nature è uno Champagne che ha bisogno di silenzio e di un bicchiere pulito. Zero dosaggio, cento per cento Pinot Noir da vigne che hanno cinquantacinque anni di storia alle spalle. Radici che scavano in profondità nelle marne a ostriche di Sainte-Eulalie, in quella Côte des Bar che ancora oggi fatica a ottenere il rispetto che merita, eppure continua a produrre champagne di una sincerità disarmante. Quaranta per cento affinato in legno, settantadue mesi sui lieviti. Non c’è trucco. Non c’è dosaggio a correggere, a smussare, a rassicurare. C’è solo la verità nuda della terra. Nel bicchiere è giallo oro pallido, luminoso, con una bollicina fine e instancabile che sale senza affrettarsi, come se sapesse di avere tutto il tempo del mondo. Al naso apre su un timbro calcareo e minerale, austero, quasi scabro: la firma della pietra, del suolo, di qualcosa che viene da molto in profondo. Poi, con l’aria, si apre. La violetta arriva prima, delicata, inaspettata. Il pepe esotico le fa compagnia. E poi, piano, i frutti rossi: ribes nero, mora, ciliegia, avvolti da una freschezza di pompelmo che alleggerisce senza distrarre. Le note calde, il pane, la brioche, il miele, sono figlie del tempo sui lieviti, di quei settantadue mesi in cui il vino ha imparato la pazienza. Al sorso succede qualcosa. L’attacco è ricco, cremoso, con un’effervescenza che si integra nella struttura senza sovrastarla. Poi arriva la mineralità come una lama di freschezza sapida che attraversa il palato in verticale. Infine il ritorno fruttato, nitido, goloso, che chiude il cerchio con eleganza. Un finale lungo, pulito, che lascia la bocca in silenzio e la mente a pensare. Non è uno champagne che intrattiene. È uno champagne che racconta. Noir d’Eulalie Extra Brut Questo è il champagne che racconta di più. Blanc de noirs in purezza, cento per cento Pinot Noir da tre parcelle in cima ai coteaux, quaranta per cento affinato in demi-muids borgognoni. Un vino raro anche solo da trovare: nella Côte des Bar il Pinot Noir domina, ma farne un blanc de noirs di questa ambizione è un’altra cosa. La veste è oro giallo pallido con riflessi quasi verdolini. Sorprendente per un vino fatto solo di uva a bacca nera, segno di una pressatura gentile e di una vinificazione precisa. Le bollicine sono fini, vive, persistenti. Al naso apre su qualcosa di terroso e marino insieme: calcare fumé, iodio, la mineralità densa e salmastra che viene dalle marne ad ostriche su cui poggiano le radici di queste vigne. Poi, con l’aria, emerge la frutta: ciliegia, more, pompelmo, con qualche accento di pepe che sorprende e che dà carattere. Sotto, discreto, il pane tostato dell’affinamento. In bocca è ricco ma fresco, con un’effervescenza cremosa che porta la materia fruttata in modo elegante. L’acidità è precisa, non aggressiva, e fa il suo lavoro sostenendo un finale lungo e sapido. È il tipo di champagne che un sommelier appassionato ordinerebbe senza guardare il menu, solo per vedere la faccia di chi non se lo aspettava così. Il primo Champagne completamente suo, dalla vigna alla bottiglia, con ogni scelta presa da lui, non arriverà prima del 2030. Lo Champagne non ha fretta. Ha metodo. Ha il tempo come ingrediente principale. Ma Julian non aspetta inoperoso: sta già modificando piccoli processi in cantina, sta già mettendo le mani nella vigna, sta già cambiando qualcosa. Nel frattempo vuole fare dei Coteaux Champenois, i vini fermi della Champagne, rarità assolute. Julian vuole, necessita subito una prova. Qualcosa per dimostrare cosa sa fare, senza aspettare, senza bollicine come schermo. Il primo vino che sarà completamente mio, seguito dalla vigna fino alla bottiglia, sarà non prima del 2030. Ma intanto già cambia qualcosa. Già si vede. Un’installazione d’arte tra le vigne. E una famiglia che aspetta. C’è un’ultima cosa che Julian ha in testa e che mi racconta con quegli occhi da chi ha una visione ancora da costruire. Quella parcella di trenta ettari contigui è, a suo avviso, abbastanza rara e abbastanza bella da meritare un gesto artistico. Pensa a Château La Coste, in Provenza, dove artisti come Tadao Ando e Frank Gehry hanno lasciato installazioni permanenti tra i vigneti, trasformando una tenuta vinicola in un percorso di arte contemporanea nel paesaggio. Qualcosa di simile, con proporzioni adeguate e artisti diversi, potrebbe esistere su quella collina in Champagne. Edouard Duval ha detto di sì. E quando un proprietario dice di sì a queste cose, soprattutto quando è presente ogni settimana, quando fa lui stesso i giri commerciali in Asia, quando si impegna personalmente, allora è il segnale che il match è davvero quello giusto. Con le aziende dove ho lavorato prima, i proprietari quasi non li vedevi mai. Opus One, la famiglia Mondavi, in due anni li ho visti tre volte. Caia Rossa, il proprietario l’ho visto il giorno che ho firmato il contratto. Edouard invece è qui ogni settimana. Si impegna personalmente. Questo dà una carica enorme a tutta la squadra. C’è poi la dimensione personale, quella che Julian tiene per ultima ma che si sente pesare in ogni cosa che dice. Una famiglia che prende forma. Una compagna che si sposta a Chicago ma che vuole costruire qualcosa di stabile. Possiede un’accademia di pallavolo in Lituania, vuole aprirne una analoga negli Stati Uniti, suo fratello giocherà alle Olimpiadi di Los Angeles. I pianeti si allineano verso ovest. Julian e lei si troveranno lì, o da qualche altra parte, prima o poi. C’era anche questo, l’idea che con Colline Albelle facevo ogni anno un anno in Asia, un anno in America, sempre in giro tra Torino e Napoli, una volta al mese a Londra o a Parigi. Dal punto di vista della creazione di una famiglia, ci voleva un allineamento tra i pianeti. E ho capito che era il momento di pensare ad altre cose. Quando sento questa cosa, penso che c’è un tipo di intelligenza che non si studia e non si impara in cantina. È l’intelligenza di saper leggere la propria vita senza aspettare che sia troppo tardi. Di capire quando un capitolo è finito, non perché sia fallito, ma perché ne sta cominciando uno nuovo, più importante. Julian ha lasciato Colline Albelle non perché Colline Albelle fosse andata male. L’ha lasciata perché c’era qualcosa di più grande che aspettava. Il sabato e la domenica, adesso, non lavora. Lo dice con la soddisfazione di chi ha conquistato qualcosa di prezioso. Non il riposo per sé visto che Julian non sembra il tipo da stare fermo. Lo spazio. Lo spazio per la compagna, per i progetti che non si mettono in bottiglia, per quella famiglia che sta costruendo piano piano come ha costruito tutto il resto: con pazienza, con coraggio, e con qualche errore necessario lungo la strada. Quello che resta, nel bicchiere e fuori. Mi fermo a pensare a Julian mentre scrivo queste righe. A cosa lo distingue dalla maggior parte delle persone che incontro nel vino. Non è la tecnica e in Champagne ce n’è tanta, distribuita tra migliaia di produttori. Non è la visione commerciale, che pure ha e sa usare. Non è nemmeno il coraggio di cambiare, che è una qualità che molti rivendicano ma pochi esercitano davvero. È questa combinazione di leggerezza e serietà che non si trova spesso. La leggerezza di chi ha attraversato l’Atlantico su una barca senza biglietto di ritorno. La serietà di chi studia per anni la curva di maturazione di un grappolo ritardato. La leggerezza di chi lascia un progetto creato da zero perché la visione non è più condivisa. La serietà di chi sa aspettare il 2030 per mettere il proprio nome su una bottiglia di champagne. Dell’Italia quello che mi manca di più è la cultura, il cibo. Devo ammetterlo, anche se sono francese: preferisco la gastronomia italiana. La semplicità. Pomodoro, mozzarella, sale, basilico. Finito. Noi in Francia siamo bravi a cucinare, certo. Ma è un’altra cosa. Un francese che preferisce la cucina italiana. Un enologo che quasi non beve. Un ex proprietario di vigna diventato dipendente, ma con più libertà di prima. Un uomo che ha lasciato il suo progetto non per fallimento, ma per non tradirlo. Julian Reneaud è pieno di queste contraddizioni apparenti. E sono esattamente queste contraddizioni il segreto migliore che ha. Quello che, ne sono convinto, finirà prima o poi dentro quei calici che aspettano il 2030. Lo champagne ha pazienza. Ma Julian di più. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
24 Aprile, 2026
Terre di Marfisa. Nathalie Clarici e la scelta del cuore
Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare. Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto. La guerriera e la nonna Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna. La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa. Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua. Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza. Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.” Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati. Il casale perduto Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile. Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto. Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM. Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto. La figlia di Bruno Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità. Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice. Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare. Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono. Costruire da zero Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA. I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio. Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla. Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via. Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora. Il caso e il destino: i vini La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot. Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato. Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione. L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato. L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.” Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro. Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo. Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero. Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto. Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro. In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero. Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire. Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso. Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza Tesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere. Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa. Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata. In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta. Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé. E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario. Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50. La pietra che diventa vino Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri. Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia. Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi. Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno. Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso. È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare. Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore. La guardia e il sogno Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali. Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola. Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti. C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui. Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Aprile, 2026
Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi
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Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce
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Imparare il vino. Con le mani, i piedi e un po' d'anima
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Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne
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10 Aprile, 2026
Marco Parusso. Il vino assoluto
Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia. Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede. Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto. Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita. C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida, desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più. Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti. Il tessuto del tempo Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi. Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà. Guardare lontano Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco. I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale. Ma poi torna su qualcosa di più semplice. La prima regola è non avere troppe regole. Sorride. L’importante è sapere dove vuoi andare. È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe. Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto. Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto. Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano. Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi. I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro. C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno. Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà. Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo. Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno. Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse. Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai. La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte. E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto. Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare. Io non posso che far tesoro di tutto questo. Grazie Marco Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
8 Aprile, 2026
Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez
Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado. Era solo per noi. Per capire. Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo. Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo. La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo. Le domande giuste: la memoria come maestro C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”. Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino. Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché? Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi. Il tempo come ingrediente Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri. Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui. E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria. Come scriveva Ernest Hemingway: l vino è una delle cose più civilizzate del mondo. Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente. Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto Niente marketing, niente campioni. Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo. Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione. È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino. Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo. I Vini di Santa Petronila Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare. Fino Flor de Macharnudo en Rama 100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato. Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni, questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza. Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa. È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta. Oloroso Santa Petronila en Rama 100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni. Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras. Niente viene filtrato, niente viene corretto. Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini, non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione. Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo. Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte. P.X. Santa Petronila en Rama 100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto. Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo. Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo. Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez. Tornare all’origine La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento? Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo. E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
3 Aprile, 2026
Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è
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3 Aprile, 2026
Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici
Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo. Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse. Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona. Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo. L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro. Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma. Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è. E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia. Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini. Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno. Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre. C’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo. I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te. Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma. Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé. Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
1 Aprile, 2026
IoVino. Un Club senza cancelli
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27 Marzo, 2026
Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche
Quante possibilità
Dove si va, il destino è di la
Se vuoi però tu puoi fare zig zag Il DNA è come un tralcio di vite che scava nelle viscere della terra anche dove trova elementi solidi per far si che le radici trovino il nutrimento necessario. Scavano e continuano a scavare portando nel frutto tutto ciò che sono riuscite a trovare. La vita è così. È proprio così. Ciò che oggi noi siamo è frutto di quanto nel profondo le radici della famiglia sono andate. Nei nostri ricordi di bambino c’è molto di quella profondità. Solo che quando diventiamo adulti, non sempre ricordiamo tutto. Ma è dentro di noi. È nel DNA. Pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. Mio nonno mi fa: visto che tu un po’ di gente la conosci, prova a vedere se trovi qualcuno che possa apprendere in affitto la nostra campagna. Mi sono fatto quattro domande e ho detto: perché no io ? E ho iniziato. L’ho presa io in affitto e lo sono tutt’ora in affitto da mia madre. I ricordi di infanzia, quelli del saltare giù dai muri, l’aiutare il nonno, giocare al nascondino in mezzo alle vigne. Tutti bellissimi ricordi. Ma bastano? Bastano a mandare a rotoli anni di università e un futuro interessante? Niccolò Dama è un ragazzo tranquillo. Parla pacatamente, senza fretta. Non è abituato a raccontarsi, a dedicare del tempo a parlare di se. Non so se sia quasi in imbarazzo o è solo timidezza ma si vede quanto non sia particolarmente a proprio agio. Eppure sorride perché nella sua Fiumane, sta bene. Sta veramente bene. È felice. Con la sua poca terra e le sue appena 5.000 bottiglie annue. Non ha bisogno di nient’altro di questo, di sua moglie e delle sue due bambine, per essere felice. Sono figlio di un medico e di un’insegnante. Mio nonno materno era un farmacista, sua moglie una casalinga. Il padre di mia nonna ovvero il bisnonno è la radice di tutto questo. Lui veniva dalla campagna, dalle basse veronesi. Erano gli anni 20. Era una persona di umilissime origini, faceva il lustascarpe alla stazione di Isola della Scala. Da Isola della Scala si sposta a Fumane negli anni 30. La nonna nasce e cresce a Fumane. Poi arriva il benessere. Gli affari vanno bene e il tenore di vita cresce cosa questa che allontana tutti gli suoi eredi dall’agricoltura. Fare il contadino non era particolarmente apprezzato dalla società. Non era di appeal. Mia nonna sposa un farmacista che comunque ha origini in campagna. Così acquista un terreno nell’est veronese, con in mezzo una vecchia casa colonica che rimettono in ordine. Nella ristrutturazione creano anche questa piccola cantina. Una piccola cantina nella quale occorre giocare a Tetris per muoversi. Ricordi di domeniche con genitori, zii, cugini passati in campagna a scorrazzare per i campi a raccogliere olive. Un coinvolgimento familiare. Il calore della famiglia. Tre semplici ettari di terra dei quali uno a vigna, poi olivi, alberi da frutto e bosco. Si faceva tutto in casa. Si prendevano i rami per fare i sostegni delle viti. Si tagliava l’erba e la si dava alle capre. Poi i nonni sono mancati e la proprietà è stata divisa. La parte più strettamente agricola è rimasta a mia madre mentre la casa colonna agli miei zii. Sembra una storia di quelle già sentite. Un nonno, un bisnonno, la terra, l’eredità, ecc. ecc. ecc. Eppure, il modo con il quale Niccolò si esprime è proprio di una persona che ha studiato e tanto. Solo che è come se fosse così, completamente, preso dal suo presente che è come se il passato non esistesse più. È il 2014 quando Niccolò prende in mano le redini di quel terreno lasciato alla mamma. Nel 2015 il primo vino. Appena tre anni dopo essersi laureato in urbanistica. Durante gli studi aiutavo mio nonno e questa cosa mi faceva stare bene. Mi rimaneva. Non c’era l’idea di rendere questa campagna un lavoro vero e proprio perché sapevo non sarebbe stato abbastanza. Ma mi sono un po’ incaponito così che ho iniziato lo stesso fare quello che secondo gli altri non era possibile. Alla fine sono riuscito a tirare fuori qualcosa. Mia moglie è insegnante però viviamo grazie a questo appezzamento. Non c’era assolutamente la prospettiva di farne un lavoro. Prima la laurea, poi un centro di ricerca a Bolzano infine il ritorno per prendere in mano i terreni di famiglia. Mio nonno mi diceva: guarda, abbiamo bisogno di trovare una soluzione per la campagna. Dobbiamo affidarla a qualcuno. Avevo già una passione per il vino. Giravo le piccole cantine della zona. Ero curioso. Anche questo, dopo il COVID, sembra la stessa storia di tanti ragazzi annoiati o ispirati dal lockdown: abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a qualcosa di proprio. Insomma la trasformazione di Niccolò sembra normale ma non nel 2014 quando forse veniva considerato un vero alieno nonostante la sua passione del fare. Una bottiglia vino che è figlia totalmente tua, del tuo lavoro, della tua idea era comunque una cosa fighissima. A Bolzano una vita quasi monacale. I soldi messi da parte per comprare il primo trattore, le prime bottiglie. Già, anche le bottiglie. Una convinzione. Qualcosa che da dentro lo fa rinunciare ad un futuro. Qualunque esso potesse essere. Qualunque cifra potesse portare. Mi sono fatto i miei conti perché non è che sono arrivato senza sapere dove sarei andato a finire. La mia forza è stata il lavorare da solo. Se io avessi dei dipendenti da pagare, non riuscirei assolutamente a sostenermi. Un ettaro, poco più di 5000 bottiglie. Il lavoro non manca comunque ma rimane il tempo per la famiglia, alla parte commerciale. Non è un lavoro asfissiante. Adesso sono rimasto solo con l’apprezzamento storico ma negli anni ho avuto quasi il doppio che adesso. Non ho mai avuto un minimo di affanno a livello lavorativo. Poche pretese. Nessuna velleità di fare la bella vita, di avere agi, di spendere soldi in cose inutili. Non si sceglie altrimenti questo mestiere. Qui si dice: non è quel che guadagni ma quel che ti spendi. La mia fortuna è stata avere un bisnonno che veniva dal nulla, da una situazione di povertà vera ed è arrivato al benessere. Non bisogna volere qualcosa che è superflua. Non mi comprerò mai la Porsche però quello che ho io adesso, è la mia Porsche. La vera ricchezza è il tempo. Avere a disposizione tempo per le passioni come la montagna dove può andare a camminare e a sciare. Non c’è nulla di meglio che questo. Una passeggiata con gli amici o la moglie. Niente altro. Non serve niente altro. L’essenziale è quello che dona la felicità. Magari avessi quattro soldi in più, andrei più fuori al ristorante ma non la trovo neanche una cosa necessaria. Come dico sempre a mia figlia che mi chiede perché non possiamo andare tutti i giorni a mangiare il gelato: se tu mangiassi tutti i giorni il gelato, ti stuferebbe. È meglio mangiarlo meno spesso così ti piace tantissimo. Nessuna esagerazione. Una filosofia che abbraccia lo stare insieme senza superfluo fanno di Niccolò una persona equilibratissima. Ha imparato da zero con la voglia di farlo. Con l’umiltà di chi sa di non sapere. Sono arrivato in questo mondo, diciamo del vino fatto con l’uva, grazie al mio vicino. Quando sono arrivato qua, avevo la conoscenza limitata a quello che facevo con mio nonno. Ma mio nonno non è che fosse proprio un gran espertone di campagna. Per non sbagliare visto che mio nonno ormai era vecchio, mi sono rivolto al vicino, Antonio. Ho cominciato a chiedere cosa dovessi fare. Passo passo, partendo dalla potatura della vigna, mi ha spiegato tutto. Quando è arrivato il momento della prima vinificazione (prima la vendevamo) lui mi ha detto: prendi l’uva, la schiacci, la metti in una vasca, aspetti che fermenti, poi fai i travasi, ecc. Non mi ha mai parlato di prodotti chimici. Ho iniziato a fare il vino in quel modo lì perché mi ha spiegato che il vino si faceva così. Solo dopo ho scoperto questo movimento, del vino naturale. Il vino naturale, per caso. Perché è questo che fa Niccolò. Per caso, senza volerlo. Solo perché era così che lo faceva Antonio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Antonio non gli avesse dato quei suggerimenti. Lieviti selezionati, solforosa, magari un pò di chimica. Chissà! Quando sono arrivato qui in vigna, la prima cosa che ho pensato era fare biologico. Secondo me, quell’idea lì mi sarebbe arrivata da una parte o dall’altra. Poi sono convinto che quando il destino..Però, insomma, se il mio vicino mi avesse spiegato che il vino si faceva in altro modo, sicuramente lo avrei fatto così. Se chiedi a qualcuno un consiglio, poi lo segui. Per i primi rudimenti c’è stato Antonio, ma poi quando ha capito che occorreva fare sul serio, di fare qualcosa di fatto bene, la scelta di un enologo diventava obbligatoria. Mi sono rivolto ad un ragazzo poco più grande di me che è un enologo con una certa visione. Quella che interessava a me. Solo che se mi avesse detto di aggiungere qualcosa non gli avrei detto di no. Ma io volevo fare qualcosa senza aggiunte. Non è tanto la chimica ad infastidire Niccolò quanto il dover rispettare un protocollo ben definito magari per gestire le annate e realizzare un certo tipo vino. Qualcosa di costruito a priori. Per un urbanista, per uno che dovrebbe programmare e pianificare lo sviluppo di un territorio nel futuro, rigettare l’idea di qualcosa di costruito è un vero ossimoro. Se potessi campare senza soldi, se potessi vendere tutte le bottiglie a un euro, sarei felicissimo. Però, visto che questo è il mio lavoro e se quella vasca lì ha un problema, io non porto a casa i soldi per mantenere me e la mia famiglia. Dunque se il problema è risolvibile con qualcosa, non mi faccio scrupoli. la uso. Ma allo stesso tempo, lo dichiaro. Non è un talebano ma pragmatico. La necessità di dover portare a casa lo stipendio per aggiungerlo a quello della moglie insegnante, è un dovere. Scendere a compromessi non è una scelta, è una necessità. Trovare una persona onesta è complicato al giorno d’oggi ma ho dinanzi una persona che lo è. Senza dubbi e senza scandali. Al diavolo una connotazione chiara, una filosofia. Chissenefrega. Poche vendemmie (ma non così poche) sulle spalle e tante altre dinanzi per poter affinare tutto. Senza avere fretta e con la voglia di seguire un principio. La mia idea è proprio quella di produrre il vino nel modo più naturale possibile. Soprattutto credo che l’onestà nel confronto del consumatore sia la cosa più importante. Perché buttare tanto vino in fin dei conti? Certo, te lo puoi permettere se hai più ettari o altre attività ma non certamente se devi campare con un ettaro e 5.000 bottiglie. Fortunatamente in oltre dieci vendemmie per Niccolò non ci sono state problematiche. Forse è solo andata bene. La fortuna ha aiutato ma adesso che le vendemmie stanno diventando sempre più difficili sarà più complicato. La scelta del naturale, quando possibile, non è affatto in discussione. Ciò che deve essere gestito, conseguentemente comunicato, è quando questo non sarà possibile seguire tutti i dettami. I vini di Niccolò Le Quarette è il vino quotidiano. Quello più semplice. Corvinone, Molinara e Rondinella. Fermentazioni spontanee, travasi, affinamento in grandi botti di rovere. È alla fine un Valpolicella ma non gli si può dare il DOC. Poco male. Tanto i conformismi non ci piacciono. Sandro è il rosato a base Rondinella. Fermentazione a contatto con le bucce che poi vengono eliminate continuando la fermentazione stessa. Spontanea ovviamente. Filtrazione? Perché mai farla se si lavora bene. Ho tutto ciò che mi serve. Ora scrivo la sezione dell’articolo dedicata al vino Sandro, intrecciando le note degustative con il contesto narrativo dello stile di Ivan. Su certi vini, il nome non ha bisogno di spiegazioni. Arriva e si deposita, come una fotografia trovata in un cassetto. Sandro non “Cuvée du Domaine”, non un toponimo latino, non un codice alfanumerico che rimanda a parcelle e coordinate. Sandro. Un nome di persona, netto come una firma su un foglio bianco. E in quella scelta c’è già tutto Niccolò: la volontà di nominare le cose con familiarità, di togliere distanza tra chi fa e chi beve, di ricordare che il vino non nasce da un territorio astratto ma da mani precise, da affetti concreti, da storie che hanno un nome e un volto. Già la Rondinella è un comprimario ma vinificato in rosato in terra di Amarone mostra subito di voler raccontare qualcosa di diverso. Nel calice arriva un colore che ha il nome preciso delle cose belle: rosa antico. Non il rosa fragile di certi petali appena sbocciati, ma quello maturo, leggermente velato, di una rosa che ha vissuto. Un colore che non chiede di essere guardato, ma che trattiene lo sguardo. Al naso è un racconto di piccole cose selvatiche e gentili insieme: la ciliegia appena colta, la mela annurca con la sua dolcezza terrigna, un accenno di pomodoro che sa di orto e di estate, i fiori rossi tenui che somigliano a quelli dei bordi di campo. E poi, quasi nascosta, la rosa canina insieme a quel verde selvatico e lievemente speziato che cresce dove nessuno ha piantato nulla, che appartiene alla terra senza chiedere il permesso. Un profumo dolce e fresco insieme, come una mattina di fine estate quando l’aria porta ancora il ricordo della notte. In bocca è fresco, vivo, leggero nei piedi come chi sa dove andare senza bisogno di correre. Poi arriva qualcosa di inaspettato e meraviglioso come l’arancia amara. Non un’arancia qualunque. No, quella che penetra e riempie la bocca con una sensazione tattile, quasi masticabile, che rinfresca e avvolge lasciandi un senso di piacevolezza lunga, pulita, soddisfatta. Un finale che non smette subito, che rimane lì a ricordare che c’è stato qualcosa di bello. Il Sandro è un vino che fa quello che i vini migliori sanno fare: semplifica il mondo. C’è un’immagine che torna, bevendo il Sandro e non è un’immagine da enologia. È quella di qualcuno che ti dice il proprio nome con la mano tesa e uno sguardo diretto, senza cerimonie, senza titoli, senza pedigree. Solo un nome. Solo il vino che è. Valpo è il Valpolicella Superiore DOC. L’unico DOC in produzione. Tocca avere qualcosa che richiami il territorio in fin dei conti. Corvina, Corvinone, Rondinella affinate in rovere aspettando e assecondando la natura. I profumi prendon forma lentamente in un calice che si colora di granato dal timbro luminoso a ricordar la pietra bagnata dal sole: prima prugna e ciliegia, mature, vive, sostenute da una freschezza che sorprende; poi il lato intimo con fiori delicati, tabacco trinciato, chiodi di garofano, sottobosco balsamico; infine il legno, leggero, sullo sfondo, come un’eco lontano che regala un accenno di vaniglia, poi, di nuovo il territorio. Il sorso è snello, verticale, elegante. Fresco e sapido, con un tannino presente ma gentile, che asciuga senza ferire a lasciare la bocca pulita, viva. Prugna e ciliegia tornano, non appesantiscono, accompagnano. È un vino che non invade, rimane. 𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à è 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘳𝘦𝘮𝘢 Con Valpo, la semplicità è misura di autenticità e verità: sembra quel marmo levigato dall’acqua che non cerca la forza, semmai la durata di freschezza rivolta al futuro. Longevità, equilibrio. Valpo fa lo stesso: scorre leggero lasciando il segno. Nessun muscolo da mostrare. Solo fine delicatezza e complessità senza eccessi. Così che si beve con piacere, chiedendo solo silenzio (o tanta allegria) e un altro sorso Arusnati. Anzi no, Auai Arusnati adesso ha cambiato nome perché un produttore vicino ha fatto un vino che si chiamava così. Un nome che sa di antico, dell’antico popolo degli Arusnati, una popolazione di origine etrusca il cui nome potrebbe derivare dall’eroe, etrusco Aruns. Come gli entruschi vicino Roma, piantarono l’uva in Valpolicella. Arusnati è un blend di uve a bacca bianca: Cortese, Garganega e Malvasia fermentate spontaneamente sulle bucce senza controllo della temperatura eppoi affina e in barrique di acacia. Prima che Verona diventasse la città di Romeo e Giulietta, prima che gli Scaligeri costruissero le loro tombe gotiche lungo le strade della città, prima ancora che Roma portasse le sue strade dritte e la sua lingua nei boschi del Veronese c’erano gli Arusnati ad abitare queste colline. La Valpolicella fu una terra abitata dai fieri Arusnati, di origine retico-etrusca, che avevano divinità originali nel loro Pagus rispettato dai Romani. Il territorio romano prese il nome di Pagus Arusnatium e corrisponde grosso modo all’attuale distretto della Valpolicella. Non molto è noto di questo popolo: i nomi di alcune delle loro divinità ci sono stati tramandati attraverso il latino: Cuslano, Imnhagalle, Lualda, Schnagalle, Udisna Augusta. Divinità di cui non sappiamo quasi nulla. Nomi che suonano stranieri anche all’orecchio più allenato. Eppure eccoli qui, incastonati nel calcare veronese come fossili, a ricordarci che questa terra ha ospitato gesti e riti e vendemmie molto prima che qualcuno pensasse di classificarli. Niccolò lo sapeva. E quando ha cercato un nome per il suo bianco macerato, un vino che non assomigliava a nessun altro, un vino che era ostico e magnifico come la terra che lo aveva generato, ha guardato sotto i piedi. Ha scavato. Ha trovato gli Arusnati. Ha chiamato il vino Arusnati. Solo che Arusnati non si può chiamare. Non perché il nome sia sbagliato. È il più giusto che esista, storicamente, geograficamente, poeticamente. Ma perché qualcuno ha già registrato quella parola. Un birrificio, un altro produttore, un marchio. La burocrazia del vino ha le sue ragioni, che la ragione del vino a volte non conosce. Così Niccolò ha dovuto trovare un altro nome. E ha scelto Auai. Una parola che suona come un’eco lontana, come qualcosa udito attraverso i secoli, come il verso di un uccello che nessuno sa più identificare. Una parola che porta dentro di sé quella stessa alterità che ha il vino. Quella strana, scomoda, meravigliosa distanza dalla rassicurante normalità del gusto. Ma il nome originale rimane. Vive sotto, come le iscrizioni nel museo. Come le radici dei viti che scendono in profondità che l’occhio non vede. Garganega, Cortese, Malvasia Istriana e altre varietà a bacca bianca, raccolte insieme, senza separazioni di convenienza. Una vasca di acciaio da dieci ettolitri. Lieviti indigeni, fermentazione spontanea, nessun controllo della temperatura, lasciata oscillare tra i 19 e i 22 gradi come un respiro naturale. Il mosto fermenta in presenza delle bucce. Questo è il punto. Questo è il gesto che trasforma tutto. Poi in barrique di acacia per 16 mesi. Non in rovere. In acacia. Per le sue note gentili, che non vuole dominare, che accompagna senza sopraffare. Nessuna filtrazione. Nessun intervento che non fosse strettamente necessario. Il colore è oro. Non il giallo pallido, non paglierino, oro. Come quello di certi pomeriggi di settembre sulle colline della Valpolicella, quando la luce bassa prende i filari di taglio e li trasforma in qualcosa di antico. Al naso arriva tutto insieme, senza ordine di presentazione: erbaceo, miele di acacia, camomilla. Poi tiglio e menta, quasi medicinali nel senso più nobile. È il senso delle erbe di montagna. La frutta è disidratata, concentrata: mela e pesca che hanno perso acqua e guadagnato profondità, albicocca che sa già di confettura artigianale. Uno zest di arancia a ricordare che il frutto era fresco, una volta. Sentori quasi legnosi, appena accennati. È solo il segno del legno di acacia, presente ma discreto, come un ospite educato. In bocca Auai si apre, non si distende, non si adagia. Si apre, come una porta che girava arrugginita e poi cede. E dentro c’è tutto. C’è freschezza. Ci sono tannini. Veri, concreti, leggermente aspri. Auai non ha paura di essere sé stesso. Torna l’albicocca, come un tema musicale che si ripresenta nel finale. Un vino divisivo. Non nel senso deteriore della parola. Non divisivo come qualcosa che fa litigare, ma divisivo come qualcosa che rivela. Chi lo beve o lo ama o non lo capisce. E in entrambi i casi, ha ragione. Bassa gradazione alcolica bassa, sapido, quasi masticabile. È un vino vero, nel senso in cui certe cose antiche sono vere: non perché siano perfette, ma perché non fingono niente. Nella zona della Valpolicella era comune la coltivazione a bacca bianca e il vino proprio più pregiato che veniva fatto era il Recioto. La Garganega aveva le recie (orecchie) non l’uva rossa. Si faceva l’appassimento e via. Con Arusmati facciamo si fa la macerazione ma non l’appassimento. Con Il Vin del Leo arriva un leggero appassimento. È fatto come un Amarone ma non mi piacciono i vini con lunghi appassimenti perché sono vini un pò troppo complessi. Ho accorciato l’appassimento a circa un mese, legno per un anno e mezzo, tre anni di affinamento in bottiglia. Leo era mio nonno. Ha i sentori dell’amarone ma con una maggiore bevibilità. Forse sono troppi vini per un ettaro, ma Niccolò è curioso e sperimenta. Impara e impara con e attraverso i vini. Sa che è importante anche se da un punto di vista commerciale non l’aiuta certamente. Ma tanto lui è felice così. Sostiene di fare il lavoro più bello del mondo e di comprare una Porsche non gliene frega assolutamente nulla. PS Antica Valpolicella è a Fumane (VR) proprio sopra Sant’Ambrogio in Valpolicella e ad est del Lago di Garda. Una volta arrivati qui capirete senz’altro perché Niccolò abbia deciso di viverci Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
25 Marzo, 2026
Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica
A pensarci bene non è soltanto una questione di lusso o di estetica. È qualcosa di più antico e, se vogliamo, più semplice. Il desiderio umano di abitare il mondo con grazia.
Potremmo chiamarlo edonismo, ma sarebbe riduttivo. È piuttosto quel sentimento che Oscar Wilde avrebbe definito con eleganza: Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Un gioiello nasce dal fuoco che fonde l’oro e dalla pazienza di mani che incastonano pietre. Un mobile dal legno di alberi che hanno visto più stagioni di noi. Un abito da fibre vegetali o animali trasformate in tessuto. Il vino da una vite che affonda le radici nella terra e combatte ogni anno la sua piccola battaglia contro il tempo. Tutti nascono da materie primordiali. Tutti sono figli della terra. Eppure, questi mondi raramente si parlano. Si sfiorano, si usano, talvolta si ignorano.
Forse perché alcuni di loro, soprattutto quelli più sedotti dall’industria, hanno dimenticato la loro origine. Il vino, invece, non può permetterselo. Perché il vino è memoria liquida. È paesaggio. È racconto.
E raccontarlo bene significa portarlo nello stesso territorio narrativo dell’arte, del design, della moda. Significa sottrarlo all’idea riduttiva di semplice bevanda e restituirgli la sua dimensione culturale. È esattamente su questa linea di confine che si muove Enzo Carbone, fondatore di Prodes Italia, l’azienda che organizza a Milano uno degli eventi più interessanti del panorama contemporaneo: Best Wine Stars. Un architetto che costruisce relazioni Enzo Carbone è pugliese, di Bari. Ma come molti spiriti curiosi ha seguito la traiettoria che porta verso Milano, la città dove, come scriveva Carlo Emilio Gadda le idee si muovono con la velocità dei tram. Arriva per studiare architettura. Poi la vita, come spesso accade, prende una direzione inattesa. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcuni studi di design e architettura. Nel frattempo, avevo creato una community web dedicata al design. Mi sono ritrovato con tantissimi contatti e da lì è nato prima un progetto editoriale e poi l’idea di un evento durante il Fuorisalone. Il design, a Milano, è quasi una religione laica. Durante il Salone del Mobile la città diventa una grande scenografia diffusa, un teatro urbano dove creatività e mercato si incontrano. È in quel contesto che nasce il primo esperimento. Durante il Fuorisalone lanciamo un primo evento. Da lì iniziamo a farlo crescere e ad affiancarne un altro dedicato al mondo del gioiello. Nel 2012 prende forma Artistar Jewels. Non soltanto una esposizione. Un piccolo universo: mostre, laboratori, cene, talk, premiazioni. Un catalogo finale curato come un libro d’arte e una piattaforma e-commerce pensata per i buyer. Un format. E i format, quando funzionano, sono come le buone vigne: prima o poi producono frutti. Poi il vino entra in scena A un certo punto la domanda diventa inevitabile: perché non portare questo modello anche nel vino? Enzo ha quella calma tipica di chi riflette prima di parlare. Come se le sue parole avessero bisogno di un adeguato affinamento. Riflessività certo ma anche grande capacità di guardare al contesto, di comprendere. Questo format era per il settore del design prima e del gioiello poi. Decidiamo di replicarlo in un altro settore e dopo alcune analisi decido di proporlo al settore del vino. Partiamo a fine 2017 a lavorarci su per poi dar vita, a maggio 2018 alla prima edizione di Best Wine Stars La location è il Museo Diocesano, nel suggestivo Chiostro di Sant’Eustorgio. Uno spazio raccolto, quasi contemplativo. Le cantine, abituate alle sale anonime degli hotel o ai grandi padiglioni fieristici, si trovano improvvisamente dentro una cornice che ricorda più un film d’autore che una fiera. Settanta aziende partecipano alla prima edizione. Per un debutto è già un piccolo successo. Eppure, il mondo del vino non è sempre pronto a capire. Sarà perché è come se fosse al paleolitico della comunicazione Se osservato da lontano, il vino sembra un universo luccicante. Etichette blasonate, castelli, vigne secolari. Il cinema lo ama anzi, lo celebra come la letteratura lo ha celebrato infinite volte, da Ernest Hemingway a Mario Soldati. Ma chi vive davvero la vigna sa che la verità è molto più semplice: terra, sole, lavoro. Persone spesso lontane dai riflettori delle città. Per questo la comunicazione, nel vino, rimane spesso un territorio inesplorato. All’inizio le aziende vitivinicole comprendevano un po’ meno il nostro format. Noi però abbiamo insistito. Fotografavamo tutte le bottiglie, curavamo ogni dettaglio. Abbiamo lavorato davvero tanto nelle edizioni 2018 e 2019. La sensazione è che, su questo fronte, il settore non sia cambiato poi così tanto. Molti eventi vinicoli sono ancora legati a un rituale elementare: si apre la bottiglia, si versa il vino, si spera che qualcuno importante passi di lì. Se accade bene. Se non accade, si riproverà alla prossima fiera. Comunicazione? Posizionamento? Storytelling? Spesso rimangono parole sospese. A un certo punto mi sono reso conto che per noi era uno sforzo enorme che non veniva riconosciuto. Così dalla quarta edizione abbiamo eliminato l’e-commerce e il libro e ci siamo concentrati ancora di più sull’esperienza dell’evento. Il Palazzo del Ghiaccio Nel frattempo Best Wine Stars cresce. Si trasferisce al Palazzo del Ghiaccio, uno degli edifici liberty più affascinanti della città. Arrivano aziende estere. Entrano anche spirits e realtà gastronomiche. Dalle 70 cantine iniziali si arriva alle 160 aziende del 2025. Un percorso che si realizza mantenendo una scelta precisa: privilegiare cantine medio-piccole, realtà che spesso non hanno grandi mezzi per comunicare. Quando i visitatori assaggiano questi vini rimangono stupiti. Perché c’è una selezione molto attenta delle aziende. Il punto è proprio questo: selezionare. Non tutto. Ma ciò che merita di essere raccontato. E per raccontarlo occorre prendersi cura dei narratori, di coloro che vivono l’azienda, realizzano i prodotti. Ecco perché Best Wine Star si prende cura degli espositori. Parlando con Enzo è la sua attenzione quasi artigianale per i dettagli organizzativi. Cerchiamo di offrire agli espositori un’esperienza il più possibile leggera. Ci occupiamo noi della logistica, delle spedizioni. Allestiamo i desk. Le bottiglie arrivano in magazzino e se l’azienda ha bisogno di altre referenze basta un messaggio WhatsApp: in due o tre minuti arrivano. Ghiaccio illimitato. Calici illimitati. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Chi ha frequentato fiere del vino sa quanto la logistica possa diventare un incubo. Per continuare a prendersi cura delle aziende, occorrono due elementi fondamentali. In primis la comunicazione. Parlare di vino, ma in modo diverso. Trovare modi nuovi di comunicare utilizzando, ad esempio, le masterclass ed i talk (che a Best Wine Star sono ad ingresso gratuito). Devono essere un ulteriore servizio alle aziende. Un ulteriore palcoscenico. Una scelta dettata dalla volontà di portare giornalisti e coloro che possono raccontare di esperienze particolari. A tenerle sono giornalisti, comunicatori, anche dj. Insomma, un modo diverso per parlare di vino. E qui torna quella contaminazione tra mondi di cui parlavamo all’inizio. Il vino non vive isolato. Respira la stessa aria della musica, del design, dell’arte. Il secondo elemento sono i collegamenti di business che si concretizzano in una piattaforma web che vive prima e dopo l’evento senza fermarsi ai tre giorni della manifestazione. Abbiamo creato una piattaforma web di nostra proprietà web dove sono caricai tutti gli espositori con le informazioni e la posizione all’interno del Palazzo del Ghiaccio. Tutti i visitatori, buyer inclusi, sono obbligati ad iscriversi alla piattaforma. Il buyer può anche fissare autonomamente appuntamenti tramite i calendari, possono scambiarsi messaggi con le aziende. Nel 2025 ci sono state oltre 70.000 interazioni tra aziende e visitatori. La apriamo circa un mese prima dell’evento e rimane attiva per un mese post evento Il vino continua a parlare non arresta il suo spirito comunicativo. Una sorta di continuità prima, durante e dopo l’evento. Non è solo una piattaforma ma l’universo delle possibilità che ogni azienda può cogliere. Con Enzo Carbone si continua a percepisce la sua calma. Non quella distaccata di chi osserva il mondo dall’alto, ma quella concreta di chi costruisce passo dopo passo. Per strada forse non lo noteresti. Ma quando inizi a parlarci emerge qualcosa di raro: una modestia autentica. Cosa questa che nel mondo degli eventi del vino, dove spesso l’ego viaggia a gradazioni più alte del tasso alcolemico medio, non è cosa comune. Forse è anche per questo che Best Wine Stars ha trovato una sua identità precisa. Non è una fiera come le altre. Da una parte i consumatori, curiosi e appassionati. Dall’altra i professionisti: buyer, ristoratori, distributori. Un equilibrio difficile. Molti eventi puntano quasi esclusivamente sul pubblico pagante. Altri, come Vinitaly, sono fortemente orientati al business. Qui invece le due dimensioni cercano di convivere. La prossima edizione di Best Wine Stars si terrà dal 16 al 18 maggio 2026 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Ma mentre ne parliamo, Enzo e il suo team stanno già pensando alla successiva. Perché gli eventi, come le vigne, non si costruiscono in un giorno. Serve tempo. Visione. E quella pazienza antica che appartiene a chi lavora con la terra. O con le idee. Ci vediamo a Milano. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
23 Marzo, 2026
Mancano sei giorni a ViniAmo
ViniAmo è pronto a tornare e a trasformare una giornata di degustazione in qualcosa di più: un luogo dove scoprire vini che difficilmente si incontrano altrove, produttori che lavorano con maestria e fuori dagli schemi, sapori che restano impressi con una lunga piacevolezza. Oltre 350 vini in degustazione, nettari di nicchia, annate particolari e produzioni premiate, come quelle della Guida Vini Decanto, ospite speciale di questa edizione di ViniAmo, etichette selezionate esplosive come quelle presentate dal Consorzio Vini dell’Etna, assaggi internazionali da Francia e Romania. Accanto ai vini saranno protagonisti prodotti gastronomici selezionati: dal Parmigiano Reggiano agli oli, salumi, affumicati e dolci da forno di piccole realtà, fino agli spirits artigianali. Un’occasione in cui il vino e non solo incontra il cibo per accostamenti tutti da sperimentare. Infine, a grande richiesta, l’evento sarà allietato dalla presenza degli Amici del Toscano, per una pausa all’aperto, calice alla mano. ViniAmo è una festa di sapori! Le masterclass di ViniAmo 2026: il Vino raccontato davvero Il cuore pulsante di ViniAmo 2026 sono le masterclass: esperienze guidate costruite per chi vuole scoprire, assaggiando e divertendosi. Non si tratta di esperienze comuni ma di viaggio nella piacevolezza, nel gusto e nella storia … perché dietro ogni vino si cela un racconto. Dalla Francia più identitaria, con Chardonnay e Cabernet Franc tra Borgogna e Loira, fino alla forza minerale dell’Etna, passando per una sfida sensoriale alla cieca che metterà al centro il palato di ognuno, per diventare veri esperti senza alcun pregiudizio, per un approccio al vino spontaneo e genuino. Una masterclass avvincente e coinvolgente, perché ViniAmo vuol far scoprire il bello e il buono del vino a tutti. Infine, un finale d’eccezione: “ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio”. Un momento che riporta tutto al gesto semplice del degustare, ma fatto con consapevolezza. Qui il vino diventa linguaggio accessibile, racconto diretto, esperienza da portare con sé anche dopo l’evento. Tutti i biglietti delle quattro Masterclass di ViniAmo, con i vari importi per le quote di partecipazione, sia per i winelovers sia per gli operatori, sono acquistabili qui su Eventbrite. Alcune sessioni stanno per esaurirsi: questo è il momento giusto per prenotare per assaporare il lato più speciale e giocoso di ViniAmo 2026. PRIMA MASTERCLASS Un viaggio con Chardonnay e Cabernet Franc ore 13.00 – 14.30 Dalla finezza minerale di Chablis all’eleganza vibrante della Valle della Loira, questa masterclass porta i partecipanti tra i terroir francesi più rappresentativi, alla scoperta di Chardonnay e Cabernet Franc in sei vini selezionati. Un tour fantastico per scoprire alcuni dei bianchi più iconici francesi accanto a rossi inediti che, se hai sempre voluto intraprendere un viaggio lungo la Loira, tornerai ad assaggiare. A guidare la degustazione sarà Marco Recupero di Goudron Wine Selections, insieme a produttori di eccellenza: Emmanuelle Fourrey – Chablis (Premier Cru) Clos de Léchet 2024 Mont de Milieu 2023 Les Fourneaux 2023 Clotilde Legrand – Saumur Champigny La Chaintrée 2015 Les Rogelins 2011 Les Terrages 2004 Un confronto tra annate e cru che racconta profondità, longevità e sapori di grande eleganza. Quota di partecipazione Wine Lovers: 50 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 35 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) SECONDA MASTERCLASS Sono i sensi che contano ore 15.00 – 16.30 Mettiti alla prova con una vera degustazione alla cieca. La seconda Masterclass è un blind tasting che mette al centro il vino e i sensi, pensato sia per esperti sia per appassionati e neofiti che desiderano un approccio ludico e interattivo alla degustazione . Il vino è per tutti, con questa esperienza potrai affinare le tue percezioni, in piacevolezza e allegria, con la guida di Ivan Vellucci Direttore di Wine Tales Magazine. Nella degustazione alla cieca i partecipanti assaggeranno 7 vini dal Nord al Sud Italia, tra etichette iconiche e riserve speciali. Metti alla prova naso, memoria e papille, senza lasciarti condizionare dalle etichette. Una sfida saporita e sorprendente, con premi finali per i più arditi. Quota di partecipazione Wine Lovers: 45 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 30 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) TERZA MASTERCLASS L’Anima del Vulcano: viaggio tra i vini dell’Etna ore 17.00 – 18.30 Una Masterclass destinata a dare la carica, grazie al potere dei bianchi e dei rossi prodotti alle pendici dell’Etna: un’immersione nell’energia pura della Sicilia orientale. Questa avventura del gusto, in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Etna DOC, porta i partecipanti tra suoli lavici, microclimi unici e altitudini estreme. Roberta Marchese Ragona, con il Dott. Maurizio Lunetta, guiderà la degustazione di: 4 Etna DOC Bianco 4 Etna DOC Rosso una sorpresa esclusiva, pensata per raccontare la forza del vulcano e l’eleganza dei suoi vini … perché ViniAmo nasce per stupire a ogni edizione. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) EVENTO FINALE ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio ore 19.00 – 20.00 ViniAmo 2026 si conclude con brindisi speciale: un percorso sensoriale e culturale guidato da Alessandra Massimi e Sara Costantini, Vice Delegata Lazio dell’Associazione Le Donne del Vino. Qui il vino diventa racconto diretto: dalle basi della degustazione all’esplorazione dei calici delle cantine locali più rappresentative, tra cui: Vigneti Jacobini Azienda Agricola Torre dei Falchi Casale Lucino Villa Simone Vini Valle Marina Eredi dei Papi Con questi sorsi conclusivi, ViniAmo 2026 lancia un messaggio chiaro e coinvolgente: il vino è cultura, esperienza ed emozione. Quando viene raccontato da chi lo vive ogni giorno, diventa una storia capace di unire persone e territori in un unico, grande brindisi! Se stai progettando un tour tra i vini del Lazio, questo è un punto di partenza imperdibile che ti farà innamorare ancora di più di questa regione. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) I PROTAGONISTI DI VINIAMO 2026 Ecco le cantine, le aziende e gli espositori che ti conquisteranno nella quarta edizione di ViniAmo. Questa edizione è ancora una volta un viaggio tra tutte le regioni italiane, con un tocco di internazionalità, alla ricerca di chicche speciali capaci di stupire proprio tutti. VALLE D’AOSTA D&D Maison Agricole PIEMONTE Ferrero Cristian Cantina Pertinace Az. Agricola Valletti Roberta Cantina Mascarello Michele & Figli Claudio Mariotto Gozzellino Gavi dei Gavi – La Scolca LOMBARDIA Retica Vini TRENTINO ALTO ADIGE Cantina Bazzanella VENETO Società Agricola Eleva FRIULI VENEZIA GIULIA Vini Zorzon Azienda Vinicola Fruscalzo LIGURIA Tenuta Maffone EMILIA ROMAGNA Cantina Messori TOSCANA Cantina Tuscania CasaGrande della Quercia Tenuta Friggiali – Montalcino Il Borro Gagiablu Luteraia Tenuta Poggio Bonelli Tenuta Chigi Saracini MARCHE Terre di Serrapetrona Tenute Recchi Franceschini Le vigne di Clementina Fabi UMBRIA Azienda Agricola Castello di Corbara Tenuta di Saragano Fattoria Le Poggette Perticaia Cantina Baldassarri Azienda Agricola Oleum LAZIO Villa Simone Borgo del Cedro Cantina Raparelli Tenuta Iacoangeli Terre del Veio Società Agricola Mita Giorgio Pecora Vini Aziena Agricola Biologica Monti Cecubi ABRUZZO Tenuta De Melis Burgus Vitae Tenuta Fanton Poderi Costantini MOLISE Azienda Agricola L’Arco Antico CAMPANIA Aroma Winery Azienda Le Grazie Cantina Vezzoso Azienda Agricola San Giovanni PUGLIA Anastasia Tommasino Giancarlo Ceci BASILICATA Vitis in Vulture Torre Albineta CALABRIA Cantine Viola Tenuta Renda SICILIA Consorzio Tutela Vini Etna Doc (protagonista della terza masterclass) Flavia Rebellious Wines Azienda Agricola G. Milazzo Tenute Foti Randazzese SARDEGNA Siddura Vini TraMonti Agricola Niuge ESTERO Domeniile Averesti – Bucarest – Romania Goudron Wine Selections: Domaine Emmanuelle Fourrey – Borgogna – Francia Domaine Clotilde et René – Noël Legrand – Loira – Francia DISTRIBUTORI e ORGANIZZAZIONI Stappando.it (presto l’elenco dei loro migliori produttori di varie località d’Italia) Decanto che proporrà il format Tre Cavatappi in Tour, sarà quindi possibile assaggiare alcuni dei migliori vini della Guida Untold premiati con i Tre Cavatappi. ABC della Degustazione: Marco Mergè vini dal 1920 (Lazio) Azienda Agricola Cavalieri (Lazio) Chiorri dal 1890 (Umbria) PetitVigneron – Importatore/Distributore vini francesi FOOD & EXTRA VINO Il Primotto (Primi appena cotti) – Toscana Associazione Parmigiano Reggiano – Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano – Emilia Romagna Nativa Bio (creme spalmabili) Sapor Maris (Salmone affumicato & company) Azienda Agricola Fratelli Ludovisi (Olio) – Umbria Pasticceria Cera (Punto gastronomico) – Lazio Baked Potato (Punto gastronomico) – Lazio Alberto Paolino – Pizzaiolo (Punto gastronomico) – Campania/Basilicata SPIRITS Bepi Tosolini (Amari e Distillati) – Friuli Istintosardo (Liquori di Sardegna Artigianali) – Sardegna Musa Gin (Spirits Artigianali Siciliani) – Sicilia TazSiena (Gin) – Toscana EXTRA Club Amici del Toscano (Sigari in abbinamento con vini e liquori) – Lazio SPONSOR Careisgold – Operatore professionale in oro Memory Box – Conservazione ed esposizione tappi SPONSOR TECNICO SAL.PA. – Pan de Roma con una vasta area gourmet, offrirà assaggi gratuiti di snack salati su tutti i banchi d’assaggio – Lazio VoiceWise – Start up innovativa e spin off dell’Università degli Studi di Roma TorVergata ORARI E MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE L’evento si svolgerà dalle 12:30 alle 20:30, ultimo ingresso ore 19:30. Biglietto intero: 25 € – accesso ai banchi d’assaggio e più di 350 vini in degustazione. Ridotto: 20 € – riservato a sommelier con tessera in corso di validità, studenti universitari, gruppi e associazioni di almeno 8 persone. Ingresso gratuito per operatori del settore, (ristoratori, titolari di enoteche, wine bar, agenzie di rappresentanza, distributori, ecc.) è possibile richiedere l’accredito scrivendo a: operatori@viniamoroma.it indicando nome del richiedente e dell’attività. Accredito stampa gratuito per gli addetti stampa la richiesta di accredito va inviata a: uff.stampa@viniamoroma.it indicando nome del giornalista/wine blogger e testata, blog o pagina social. CONTATTI & INFORMAZIONI Stefano Minelli: 338 3046072 minelliwine.events@gmail.com Accrediti Operatori operatori@viniamoroma.it Accredito stampa uff.stampa@viniamoroma.it Sito ufficiale viniamoroma.it minelliwineevents.it La Redazione
21 Marzo, 2026
ReWine. Monteregio: il lato silenzioso del vino toscano
Ma una storia che chiede di essere ascoltata. Wine Tales Magazine è media partner della iniziativa Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
19 Marzo, 2026
Arriva ViniAmo e siamo alla quarta edizione
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
18 Marzo, 2026
Vini Selvaggi. La rivoluzione gentile del vino tra le persone
Coppie, gruppi di amici, curiosi di ogni tipo. Ragazzi che si muovevano sicuri tra gli stand. Ascoltavano, domandavano, ridevano. Lontani dall’immagine di consumatori disinteressati o distratti. E non è un caso. Gli ultimi studi raccontano infatti un quadro ben diverso dalla narrazione comune: gli under 44 italiani e statunitensi stanno sostenendo il mercato premium, considerano il vino uno status symbol e sono disposti a investire in etichette di qualità, super-premium e fuori dagli schemi. A Vini Selvaggi, questa tendenza prende corpo: il vino diventa socialità, esperienza, atmosfera. Tutto fuori dagli schemi.
E i giovani rispondono. Perché apprezzano. Ma apprezzano il dialogo e la socialità prima di ogni altra cosa. La forza di un luogo semplice, vero, respirabile La magia del festival sta nella sua struttura disarmante: una location non altisonante, ma accogliente; produttori veri, felici di parlare, spiegare, raccontarsi; un contorno fatto di street food, musica, sorrisi. È qui che emerge il tratto distintivo dell’evento: il vino non è protagonista da solo. È parte di un ecosistema che mette le persone al centro. I vignaioli sono rilassati, sorridenti, desiderosi di condividere e confrontarsi, senza formalismi, senza la rigidità che spesso accompagna le fiere tradizionali. Le bottiglie, naturali, territoriali, figlie della terra, sono un tramite, non un traguardo. Perfino la presenza di un’intera area dedicata ai bambini, rarità assoluta negli eventi del vino, racconta un’idea diversa, inclusiva, contemporanea. Un vino che non divide, ma unisce. Il naturale come accesso, non come recinto Parliamo spesso di vino naturale come di una categoria a sé, un mondo a parte.
Ma Vini Selvaggi insegna qualcosa di diverso: il naturale è un modo, non un dogma. È rispetto della terra, sì. È attenzione all’ambiente e alla salute, certamente. Ma è soprattutto relazione. In un mondo dove il consumo si fa più consapevole, meno bottiglie, più qualità, crescente attenzione ai vini leggeri e a bassa gradazione alcolica, questo approccio appare non solo attuale, ma necessario. Relazione e racconto. Quello della terra in simbiosi con le persone. Rinascita, recupero, impegno, volontà, forza, attitudine, orgoglio. Queste le parole che ho sentito dai vignaioli. Ragazzi e un tempo tali che mettono le proprie mani nella terra e nel mosto senza paura di sporcarsi se non con qualcosa che di naturale non ha niente. Non è un bando alla chimica perché ognuno può fare ciò che vuole. No, è una voglia tutta personale di interpretare il mondo per poterlo lasciare a quei bambini che si sono portati dietro. Anche loro, anche i vignaioli e le vignaiole erano li con i loro figli! Dietro il sipario: Giulia, Lorenzo e una visione che cresce Ho parlato a lungo con Giulia e Lorenzo, gli organizzatori. Con Giulia ho parlato accanto all’area kids, mentre il loro bambino giocava sereno. Mi hanno raccontato delle difficoltà di quest’anno, soprattutto sul fronte sicurezza, superate con determinazione.
Mi hanno parlato del loro impegno a evitare ogni forma di omologazione, a dare spazio continuo a nuove cantine, a coltivare un pubblico curioso, partecipe, vivo. E allora ho condiviso con loro quella che ritengo la sfida più interessante per il futuro: portare a Vini Selvaggi chi, oggi, il vino naturale lo snobba o lo evita. Non per convertirlo ma per mostrargli un’atmosfera che parla da sola. Un clima umano che merita di essere vissuto indipendentemente dal contenuto del calice. I miei assaggi Anche se mi sono perso nell’atmosfera gioiosa, nell’ascoltare e nel guardare quanto di meraviglioso avevo attorno, qualcosa di interessante sono riuscito ad assaggiare. Ed è allora giusto riportarli in questo articolo. Le Terrazze del Canto sono una incantevole simbiosi tra vino e fiori in quel di Mapello (Bergamo). Partiamo dalle etichette: veri capolavori artistici che dalla bottiglia dovrebbero immediatamente spostarsi sulle pareti con tanto di cornice. Incrocio Terzi, Franconia, Marzemino, Rebo, Merlot, Cabernet Sauvignon e Moscato giallo. Vini che respirano la vita e soprattutto sono buoni. L’influsso floreale ancora non c’è ma non vedo l’ora di riassaggiarli quando il progetto di integrazione sarà compiuto. Anche se già così meritano. E tanto. Il Poeta, Il Pirata, La Vena, Anfitea. Ognuno di questi vini merita un elogio, merita un sorso, merita un discorso a parte. Spero di farlo presto. Barbara Avellino è a Rovescala (Pavia). Una donna che emana una classe pulita e gaudente. La stessa che porta nei suoi vini. La bollicina Blanc de noir da Pinot Nero Lupi della luna masticabile e lascia in bocca una sensazione da urlo. Minerale e tanto. Sempre da Pinot Nero, il rifermentato Il Pellegrino è un vero succo di frutta armonico e avvolgente che con la sua mineralità pazzesca non si smette di bere. Infine il macerato da Riesling Italico, Zephyro, è un capolavoro di concretezza e meraviglia con la frutta secca che svetta tra la solita (si fa per dire) mineralità. Colleformica è vicino Velletri (a sua volta vicino Roma). Arancia Atomica da Malvasia di Candia e Trebbiano nella sua semplicità ha quel perché che non si capisce subito ma poi quando si inizia a bere lo capisci eccome. Con lo stesso uvaggio c’è Formica Pazza Gialla, il rifermentato che è giovanile, brioso, semplice. Ma efficace. Infine Primativo, il rosso da Primitivo che mantiene tutto il primitivo ma con l’aggiunta della mineralità vulcanica. La Torretta è a Grottaferrata, poco fuori Roma e nel Parco dei Castelli Romani. Terreni vulcanici che nei vini si rispecchiano appieno. Bolle di Grotta è il Trebbiano che si concede l’anfora cosi da non certo arricchirsi ma da completarsi. Semplice ma raffinato. Torretta ha in se, oltre al Trebbiano anche la Malvasia Puntinata per arricchirsi di un po’ di rotondità tale da renderlo più cicciotto e godibile. Mantenendo tanta tanta mineralità. Infine Rosa, il rosato da Sangiovese. Un nome delicato, un olfatto delicato. Poi, in bocca, esplode Valleris è a San Floriano del Collio (Gorizia). Due cugini, un progetto. Meraviglia. Il loro Sauvignon è qualcosa di talmente minerale e intenso (forse per i tre mesi di macerazione sulle bucce ed il successivo passaggio in rovere) che ti fa dire: io di questi due devo assaggiare anche tanto altro, I Nove Filari sono in piena Maremma, a Campagnatico (Grosseto). Oltre il mare è il Sauvignon marino che non ti aspetti. Va oltre il mare ma mantiene la sapidità. Un Sauvignon andato per mare insomma. Intensamente buono. Brezza di mare: prendi il Sauvignon, aggiungi il Vermentino, metti tutto in anfora e ciò che ne derivi è qualcosa che prima non capisci ma poi, quando afferri, lo tieni con te. Nuvole in Maremma: conservi l’anfora ma arrivano Trebbiano e Malvasia. Cambiano gli attori ma il risultato è sempre sorprendente. Sole di Maremma: l’anfora rimane ma qui c’è il signor Sangiovese con il Syrah e l’Aleatico che arriva per ultimo ma si fa sentire. Il blend è qualcosa di interessantissimo. Morbido ed interessantissimo. In Slovenia ho incontrato Tauzher Emil Tavcar con la sua Valerya 2014 (Malvasia e Vitovska), Vitovska 2018, Vitovska 2015, Malvazya 2015, Malvazya 2018, Malvazya 2020, Malvazya 2019, Vlkovin 2015 per i quali posso solo dire: wow. Capolavori puri. Certo, divisivi: piacciono o non piacciono. Ma se piacciono…. Schnabel è in Austria e i suoi vini sono pazzeschi. Legionär è il Sauvignon macerato che conserva quel tanto di zucchero residuo da renderlo incredibile e dal colore ambrato. Kor è il Blaufränkisch ovvero Franconia: mantiene il frutto, mantiene la freschezza, aggiunge l’eleganza. Che si vuole di più? Infine il Dio Pinot Noir, Hoch. Qui si annusa, si assaggia, si fanno tanti applausi e si dice: chapeau! Domenico Lombardo è a Calatafimi (Trapani), luogo della prima battaglia dei Mille di Garibaldi. Mezzatesta, un piacevolissimo sapido Catarratto che esprime a pieno quel gusto vivo della mandorla siciliana. Iamonte è il Catarratto macerato che assume un colore che è un programma dove le zagare si insinuano a provare di spodestare le mandorle. Scarlatta infine è il Nero d’Avola, fresco, profumato, avvolgente. Perché pure da queste parti un po’ di calore serve. Tenute Nynfà è a Santa Ninfa (Trapani). Caricato non può che essere da Catarratto che sa di spezie e miele mantenendo una fresca sapidità che conquista nella sua semplicità. Droide è lo Zibibbo secco. Non ha un marcato sentore di Moscato cosi che quando arriva in bocca, piace per la sua speziatura floreale. Sempre sapido ovviamente. Eppoi, eppoi il Driope che è quel Frappato che tanto mi piace per la sua capacità di essere fresco, fruttato il giusto, giovanile e che può anche essere bevuto leggermente fresco! Con Fabio Ferracane ci siamo abbracciati a lungo e intensamente. L’anno scorso non ero riuscito ad assaggiare il Vermouth dedicato al papà Nino, Ninù. Meno male che quest’anno l’ho fatto. Di questo Vermouth ho solo detto una cosa a Fabio: non vendere mai questa meraviglia a chi aggiunge ghiaccio o lo usa per i cocktail! Iacopo Paulucci è a Todi. Il Ponziano è il Trebbiano fresco e sapido che identifica a pieno l’Umbria e le capacità di questo vitigno di essere tenue ma gustoso se ben trattato. Jacopone (da Todi!) è il Grechetto. Sempre di Todi ovviamente. Qui si sale molto di complessità e intensità come tipico del Grechetto. Un vino ben fatto e che si gusta benissimo. Sempre sulla scia della sapidità. Ho assaggiato anche lo stesso vino in selezione Vigna Vecchia e devo dire che qui si capisce benissimo come le piante abbiano una importanza decisiva nel prodotto finale. Il Rimacerato da Trebbiano con passaggio in anfora è un inno alle piante selvatiche della zona (e non solo). Si gusta con tanta piacevolezza e accompagna pranzi e cene come se niente fosse. Baciafemmine è il rosato da Sangiovese e Aleatico: sapido, fresco, piacevolmente di frutta fresca senza essere invadente ma mantenendo comunque la vigoria umbra. Il Bascialesco unisce un vitigno internazionale come il Cabernet Sauvignon, ad uno omnipresente come il Sangiovese, ad un tipico e quasi perso vitigno umbro come il Grero (o Nero di Todi). Il risultato, dopo un passaggio in tonneaux, è di un vino leggero e speziato che non avvolge ma conquista per una pacata morbida freschezza. Infine il Nero Jacopone che fa tutto suo il Grero riuscendo a far capire in pieno come questo vitigno abbia delle potenzialità tutte da sfruttare: elegante, fine, per niente rustico. Vini Leoni è a Roncofreddo (Forlì e Cesena). Se ci si aspetta espressioni goderecci di una terra godereccia, non è così. I vini sono eleganti e determinati ma anche soavi e fini. Come il Leoni Bianco da Bianchello: non serve essere muscolosi con i bianchi. Basta saperli fare. Il Leoni Arancione è l’Albana macerato per 30 giorni. Che dire? Semplice, gustoso, bevuto, piaciuto! Poi a chiudere il Leoni Rosso da Sangiovese di Rubicone. Fresco, godibile, da mettere nel bicchiere a tavola e goderselo senza stare a pensare molto (ma sapendo che è fatto bene e quando dico bene, è bene!). Infine, Filarole. Siamo a Pianello Val Tidone (Piacenza). Statale 412 (in onore della strada che da Milano passa di li) è un macerato di uve Ortrugo, Verdea e Malvasia di Candia aromatica. Si sente il velo di tannino. Si sente l’aroma della Malvasia. Si sente tutto e rimane tutto in bocca. Piacevolmente con quel tocco di rusticità che intriga e te lo fa ribere. Fatto coi piedi potrebbe essere una brutta cosa ma non in questo caso. Rispetto al precedente si sostituisce la Verdea con il Trebbiano, si mette più Malvasia e si allunga la macerazione. Il risultato non è fatto con i piedi ma con intelligenza e sapienza poiché l’aromaticità si sposa con la sapidità per un vino che va bevuto per accompagnare (io lo userei per una Cacio e pepe). Onda d’urto è il rosato da Croatina. Tannico si ma anche fresco ed elegante. Quasi un rosso per cui non vi azzardate a berlo freddo! Rosso Filarole per chiudere, da Barbera e Croatina è il vino fresco e sincero che non va aspettato (anche se reggerebbe qualche anno). Sentori giusti e freschi, gusto giusto e fresco. Cosa si vuole di più? Il vino non è in crisi, è in metamorfosi I numeri ci dicono che i consumi scendono, che il mercato fatica, che le aziende temono il futuro.
Vini Selvaggi ci ricorda però una verità fondamentale: il vino non è solo un prodotto economico, è un gesto culturale. E in un luogo dove le persone ridono, parlano, si avvicinano, dove i produttori si raccontano senza filtri e i bambini giocano accanto ai calici, il vino torna alla sua essenza più antica: fare comunità. Perché la vera rivoluzione non è nel bicchiere. È tra le persone che quel bicchiere lo condividono. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
16 Marzo, 2026
Salone del Vino Torino 2026. Un segnale
Dal 28 febbraio al 2 marzo, le OGR Torino si sono trasformate in un hub di storie, territori e visioni contemporanee, registrando oltre 19.000 presenze, più di 500 cantine, 2.000 partecipanti alle masterclass e migliaia di persone coinvolte negli eventi diffusi in città. Non solo un evento.
È stato un segnale. Tanti segnali. Già dal sabato pomeriggio, appena aperti i cancelli, si percepiva un’energia diversa.
E soprattutto una presenza netta, evidente, quasi dominante: fascia 25-45. Wine lovers. Persone che il vino lo vogliono capire, scegliere, raccontare. Un pubblico che non cerca l’etichetta da esibire, ma un’esperienza da ricordare. Il Salone non è stato solo banco d’assaggio, ma una vera piattaforma di contenuti.
Il programma di masterclass, talk e momenti di confronto diretto con i produttori si è rivelato particolarmente ricco e strutturato, offrendo ai visitatori occasioni concrete di approfondimento. Oltre 50 masterclass hanno scandito le giornate con degustazioni guidate, focus su territori, vitigni autoctoni e interpretazioni contemporanee del vino italiano.
Spazi di dialogo reale, dove il racconto si è affiancato all’esperienza diretta nel calice. A questo si sono aggiunte aree tematiche dedicate alle nuove generazioni del vino, incontri con produttori emergenti e momenti di confronto pensati per avvicinare linguaggi, visioni e mercati diversi. Un’impostazione che ha reso il Salone un luogo di partecipazione attiva, non una semplice esposizione. Ed è in questo contesto concreto e dinamico che il talk Il Lato Giovane del Vino ha trovato la sua collocazione naturale. Il Lato Giovane del Vino In questo clima si è inserito il talk & degustazione “Il Lato Giovane del Vino”, un format che evita la retorica generazionale e va dritto al punto: il vino non ha età anagrafiche, ha linguaggi. Non ho parlato dei giovani, ma con giovani professionisti che oggi prendono decisioni vere dentro le loro aziende. Produzione, visione, mercato, posizionamento. Nessuna promessa futuristica: presente puro. Tre cantine. Sei vini. Tre storie imprenditoriali che dimostrano una cosa semplice:
il vino sta smettendo di essere spiegato per iniziare a essere desiderato. Poderi Moretti, Tenuta Roletto, Scarzella e la “sfumatura” finale, Z-Rossa. Accoglienza più informale.
Meno distanza tra produttore e consumatore.
Comunicazione diretta.
I social usati come strumento, non come vetrina patinata. Un dialogo da entrambi i lati del tavolo: chi produce e chi sceglie.
Calice alla mano. Senza filtri. I protagonisti nel calice Poderi Moretti (https://www.morettivini.it/)
Alessandra Moretti non parla di futuro. Lo pratica.
Formazione enologica ad Alba, studi in marketing, oggi gira il mondo portando la sua cantina oltre i confini geografici e mentali.
Accoglie gli ospiti come si accolgono gli amici di famiglia e racconta il Roero con un equilibrio raro tra precisione tecnica e calore umano. Tenuta Roletto (https://tenutaroletto.it/)
Enrico Luculano rappresenta quella generazione che non vuole modernizzare a tutti i costi, ma tradurre la tradizione in un linguaggio attuale.
Il suo racconto dell’Erbaluce non è nostalgia, ma consapevolezza territoriale.
Sa che innovare non significa rompere, ma comprendere profondamente ciò che si ha tra le mani. Scarzella (https://www.scarzella.it/)
Alessandro Scarzella ha lo sguardo di chi ha visto il mondo e ha scelto di tornare a casa.
Esperienze internazionali, studi solidi, poi la decisione di lavorare la propria terra insieme ai fratelli.
Sette etichette, ognuna figlia di un terreno diverso. Vitigni autoctoni, agricoltura sostenibile, produzioni limitate.
Non inseguono il mercato. Costruiscono identità. Z-Rossa (https://www.zrossa.it/)
Gianluca Tedeschi è designer nell’anima. E si vede.
Il suo liquore nasce dal vino biologico ma cresce dentro una storia familiare, con la pazienza di nonno Vincenzo.
Z-Rossa non è solo un prodotto: è un ponte tra artigianalità e visione estetica. Una conduzione che guarda avanti: Simona Smeriglio Accanto a me, nella conduzione del talk, Simona Smeriglio.
23 anni. Sommelier AIS. Ma soprattutto una mente curiosa, rapida, affamata di storie vere. Non ama stare in superficie. Scava. Ascolta. Collega. Ha idee chiare su dove stia andando il vino e una sensibilità rara nel leggerne i cambiamenti. Conosce il territorio piemontese come chi lo vive davvero, non come chi lo studia sui manuali. Ne riconosce sfumature, differenze, tensioni evolutive e riesce a raccontarle con un linguaggio contemporaneo, accessibile, mai didascalico. Una presenza giovane, sì. Ma con lo sguardo di chi ha già capito che il vino non è materia da spiegare: è relazione da costruire. Il ritorno alle radici: la nuova generazione in vigna Un’altra attenzione emersa durante il Salone riguarda un fenomeno che attraversa molte regioni italiane e che in Piemonte sta trovando terreno fertile: la nuova generazione è tornata in vigna. Non per replicare modelli passati. Ma per riscoprire vitigni autoctoni abbandonati, reimpiantarli, ridare voce a profumi dimenticati e sapori che rischiavano di restare solo nei ricordi. In un’epoca che ha celebrato forse troppo a lungo sempre gli stessi nomi e vitigni, questi giovani produttori stanno riportando biodiversità, identità e coraggio sulle tavole. Un lavoro silenzioso. Ma decisivo. Ed è anche grazie a loro se oggi certi calici tornano a raccontare storie autentiche. Il vino al centro del progetto Il vino non deve essere trattato come oggetto da vendere. Deve tornare al centro del progetto. E attorno a lui il vero protagonista è il cliente finale: chi sceglie, chi acquista, chi consuma, chi racconta. A lui va dedicata attenzione vera: nella qualità, nel dialogo, nel linguaggio, nell’esperienza, nella comunicazione. Perché il vino del futuro non sarà quello più spiegato. Sarà quello capace di creare relazioni. E Torino, per tre giorni, è stata una conferma chiara di questa direzione. Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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13 Marzo, 2026
Federico D’Alessio. Il Bottino della vita
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
11 Marzo, 2026
Best Wine Stars 2026 arriva!
Riconferme e novità per la settima edizione della Fiera Internazionale dedicata al vino, food e distillati Dal 16 al 18 maggio, il Palazzo del Ghiaccio di Milano ospiterà la settima edizione di Best Wine Stars, evento ideato e organizzato da Prodes Italia evento ideato e organizzato da Prodes Italia che, da quest’anno, ottiene il riconoscimento di Fiera Internazionale di settore da Regione Lombardia, con il patrocinio del Comune di Milano. La manifestazione si conferma come un appuntamento di riferimento per il settore dei vini e degli spirits, riunendo produttori italiani e internazionali, buyer, professionisti e stampa specializzata, in tre giornate di degustazioni, incontri e networking di alto livello. PERCORSI DI DEGUSTAZIONE E LA NUOVA AREA BRONZE Anche per il 2026, il percorso espositivo sarà suddiviso in aree tematiche, pensate per valorizzare le eccellenze del settore e offrire ai visitatori un’esperienza di degustazione completa. Saranno presenti: Area Vino Italia, Area Vino Internazionale, Area Bio, Area Spirits e Area Tasting. Accanto a queste, l’Area Food, ospiterà le proposte gastronomiche di Enduro Republic Bistrot, realtà nata nel borgo di Grazzano Visconti e fondata su una filosofia di condivisione e autenticità. Durante i tre giorni dell’evento proporrà una selezione di piatti semplici e genuini, realizzati con ingredienti locali e pensati per accompagnare le degustazioni. Tra le novità dell’edizione 2026 debutta l’Area Bronze, collocata al piano superiore del Palazzo del Ghiaccio: uno spazio dedicato a piccole aziende emergenti e produttori provenienti da territori meno rappresentati, offerto a condizioni particolarmente vantaggiose e con una formula pensata per favorire nuove realtà in fase di sviluppo. Enzo Carbone, CEO di Prodes Italia Con questa iniziativa riconfermiamo il nostro impegno nel sostenere e valorizzare, attraverso un aiuto concreto e mirato, le realtà promettenti che stanno ridefinendo il panorama del vino e degli spirits… L’area risulta già sold out, a conferma dell’interesse delle aziende più giovani e innovative del settore per la Fiera. NETWORKING: AREA VILLAGE E PIATTAFORMA DIGITALE Riconfermata anche l’Area Village, uno spazio dedicato a stampa, buyer e professionisti del settore, pensato per facilitare incontri commerciali e relazioni B2B. Lunedì 18 maggio, gli operatori del settore potranno ritirare un kit di degustazione in formula “blind box”, contenente alcune bottiglie delle cantine partecipanti all’iniziativa, stimolando nuove opportunità di contatto tra buyer, giornalisti e produttori. Dopo il successo della prima edizione nel 2025, da metà aprile sarà nuovamente attiva la piattaforma digitale ufficiale dell’evento, progettata per facilitare incontri, networking e interazioni tra espositori, buyer e operatori del settore prima, durante e dopo la manifestazione. PARTNERSHIP E COLLABORAZIONI 2026 L’edizione 2026 si avvale di una rete consolidata di collaborazioni. Tra i Partner Ufficiali, si riconfermano AGIVI e ASSOENOLOGI, mentre si affiancano al progetto per la prima volta AssoDistil, l’Associazione Nazionale Industriali Distillatori di Alcoli e Acquaviti, attiva da oltre 80 anni nella rappresentanza delle principali distillerie italiane e nella tutela degli interessi delle aziende associate a livello nazionale e internazionale, e il Consorzio Nazionale Grappa, organismo ufficialmente riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura per la tutela e la valorizzazione della Grappa a Indicazione Geografica. Il dialogo con i mercati esteri viene rafforzato grazie ai Buyers Partner, tra cui Strive International Consulting Ltd., società di consulenza internazionale specializzata in export marketing e sviluppo commerciale, Camera di Commercio Italiana in Ungheria e DANITACOM, impegnati nella creazione e sviluppo di opportunità Internazionali commerciali e relazioni. Si rinnova inoltre la collaborazione con diversi Media Partner di primo piano come I Grandi Vini, Italia a Tavola, Wine Meridian, DoctorWine, BarTales, Vino News 24, ItalianWineTour ed EventiMilano.it. Per l’edizione 2026 si aggiunge anche Wine Tales Magazine, piattaforma di riferimento dedicata al mondo del vino e agli appassionati, che racconta produttori, eventi, curiosità enoiche e itinerari attraverso contenuti realizzati da una redazione esperta. Durante la manifestazione, alcuni media partner saranno presenti con desk dedicati, dove si svolgeranno interviste, incontri e momenti di networking con giornalisti e espositori. L’eco della manifestazione sarà ulteriormente amplificato dalla creators community, composta da Simona Geri, Fabio Gobbi e Adriano Amoretti che accompagneranno la manifestazione nella divulgazione digitale dei contenuti, aumentandone visibilità e engagement tra appassionati e operatori di settore. MASTERCLASS, TASTING ROOMS E TALKS Accanto al walk-around tasting, Best Wine Stars 2026 proporrà un calendario di circa 12 appuntamenti tra masterclass, talk e tasting rooms, pensati per approfondire le principali tendenze del settore. Siamo cambiati | Sono cambiati i tempi o non abbiamo più tempo. Viaggio in Italia | Il vino che ci gira intorno No alcol | Non paragoniamoli, conosciamoli Piccole aziende, grandi progetti | L’Italia più nascosta si racconta Le masterclass offriranno l’opportunità di conoscere numerose aziende, approfondirne la storia e la filosofia produttiva e degustarne le etichette più rappresentative. Tra le realtà confermate in calendario figurano Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli, il Consorzio Tutela Vino Custoza DOC, la Cantina Sociale Luca Gentile Soc. Coop. Agr, Tenuta Il Finale Società Argicola ARL e molte altre. Le sessioni si terranno nella suggestiva Sala Piranesi e rappresentano un’occasione unica di aggiornamento professionale e di interazione tra produttori, buyer, stampa e appassionati.
A condurle sarà Adua Villa, scrittrice, narratrice digitale, sommelier e imprenditrice, affiancata da importanti nomi del settore tra cui: Mattia Asperti, sommelier e creatore della community Il Sommelier Divino, Francesco Quarna, speaker di Radio Deejay e vignaiolo, Valentina Vercelli, giornalista de La Cucina Italiana e Slowine, Stefania Vinciguerra, giornalista professionista caporedattore di DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia. Svelati in anteprima due appuntamenti da non perdere: Domenica 17 Maggio: la Tasting Room, curata da Fabio Bacchi, fondatore di BarTales e del Roma Bar Show, dedicata al mondo degli spirits. Lunedì 18 Maggio: il talk ufficiale di Italia a Tavola, che entra per la prima volta nel programma culturale della manifestazione. ll palinsesto completo sarà disponibile da metà aprile sulla piattaforma ufficiale dell’evento: visit.bestwinestars.com Con un format consolidato e contenuti in continua evoluzione, Best Wine Stars 2026 si conferma un palcoscenico privilegiato per promuovere vini e distillati, unendo esperienze sensoriali, approfondimenti culturali e relazioni professionali di alto livello, continuando a crescere nel segno della qualità e della valorizzazione delle eccellenze italiane e internazionali. Le candidature per partecipare a Best Wine Stars 2026 sono aperte fino al 20 aprile 2026.
Per informazioni e adesioni: info@bestwinestars.com BEST WINE STARS 2026
Palazzo del Ghiaccio, Milano – 16 / 17 / 18 Maggio 2026
Riconosciuto come Fiera Internazionale di settore da Regione Lombardia ORARI AL PUBBLICO:
Sabato 16 maggio: 12:00 – 20:00 (ultimo ingresso alle 19:00)
Domenica 17 maggio: 12:00 – 20:00 (ultimo ingresso alle 19:00)
Lunedì 18 maggio: 10:00 – 18:00 (ultimo ingresso alle 17:00) La Redazione
11 Marzo, 2026
La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni
10 Marzo, 2026
ViniAmo 4a Edizione. Il Wine Tasting della Capitale torna a far battere i cuori
6 Marzo, 2026
Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo
La Sicilia ovviamente. Assabbinidica. Che Dio ti benedica. È questa la formula arcaica usata dai siciliani per salutare le persone anziane o dotate di una certa autorità. Un modo per onorare l’ospite nella maniera più alta. Una abitudine frutto di oltre 3000 anni di accoglienza: Fenici, Greci, Romani, Barbari, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borboni. Popoli, persone, italiani inclusi (arrivati con lo sbarco dei Mille a Marsala), portatori della propria cultura sull’isola più affascinante del Mediterraneo. La Sicilia è un’isola meravigliosa della quale non si può non rimanerne incantati. Qui tutto fa storia a se e ogni cosa è qualcosa che sembra una contraddizione ma contraddizione non è. Spesso, troppo spesso, ci si perde nei luoghi comuni, come quello narrato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’incredibile e sempre attuale romanzo Il Gattopardo I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…la loro vanità è più forte della loro miseria… Luoghi comuni e falsità, proprie di chi non ha messo piede in questa meravigliosa terra oppure si è limitato a vedere quello che fanno vedere ai turisti. Addentrandosi invece nella Sicilia delle terre, delle interminabili e arse colline, dei pascoli e del silenzio che porta con se solo saggezza qualcosa si può iniziare a capire
I grandi latifondi, i nobili con i loro privilegi, la povera gente che lavorava per un tozzo di pane. Un immobilismo che non accettava cambiamenti. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”
Don Fabrizio, principe di Salina parlava della volontà dei nobili siciliani di non cambiare, del voler restare ancorati al passato, agli antichi privilegi. Così che per non cambiare nulla il nipote Tancredi suggeriva Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi La Sicilia del Gattopardo era ancora governata da nobili parrucconi dei grandi possedimenti fatti di latifondi, case, palazzi. Financo persone.
Possedimenti transitati indenni nei secoli e arrivati fino ai giorni d’oggi. Non tutti. Alcuni smembrati in tante particelle altri ceduti in toto, magari per ragioni economiche. Altri con alterne vicende.
Il Feudo Disisa, oltre 400 ettari nei pressi di Monreale, venne ceduto, insieme ad altri sei feudi, da Guglielmo II detto il buono, intorno al 1172, all’Arcivescovado di Monreale per finanziare la costruzione della stupenda Cattedrale. Guglielmo era un Altavilla, un Normanno e in quello stile fece erigere la Cattedrale. I normanni conquistarono la Sicilia nel 1060 dagli arabi, gli stessi che, insieme alle tante altre cose lasciate in Sicilia, diedero il nome al Feudo di Sisa. Sisa, zisa, cosa preziosa. Deriva dall’arabo aziz: caro, prezioso, splendido. Quando si dice ad una donna siciliana che si è azzizzata vuol dire che se ne riconosce la capacità di essersi sistemata meravigliosamente. Feudo di Sisa diventa di proprietà della famiglia Di Lorenzo a fine ‘800 e arriva ai giorni d’oggi con Mario a gestire l’azienda. Mario Di Lorenzo, un ingegnere prestato alla agricoltura e alla Sicilia intera. Quando ho finito la scuola in azienda c’era il nonno, ma soprattutto l’azienda era un’azienda agricola senza trasformazione di nulla. Vendevano le uve. Mio padre aveva in mano la situazione e io sono stato lasciato libero. Ho fatto i miei studi da ingegnere. Durante il periodo di dottorato, mio padre aveva sempre avuto l’idea di tornare fare vino, perché noi facevamo vino. Mio nonno ha fatto vino fino alla fine degli anni 70. Un vino da taglio, vino sfuso, quindi non imbottigliato. Con le cantine sociali si è cominciato a conferire l’uva. Mario è una persona calma e posata. Forse una dei pochi siciliani che non si scompone rimanendo nel suo aplomb fatto di gentilezza e cordialità. Il dialogo con lui è incredibilmente rilassato. Anche se gestisce una azienda grandissima, si ferma per abbandonarsi ai ricordi di un passato che non si può che ascoltare a bocca aperta. Feudo Dsisa non è solo un’azienda storica ma un riferimento nel territorio. Di quelli che diventano famiglia all’interno di un tessuto sociale nel quale è importante potersi riunione intorno ad un focolare e sentirsi parte di qualcosa. È cosi che qui a Disisa sia facile imbattersi in giovani lavoratori figli o nipoti di chi già lavorava qui. Una famiglia che, come nelle vecchie tradizioni contadine di un tempo, vive all’interno di un medesimo casolare. Siamo nelle campagne del comune di Monreale, completamente lontani dalle rotte turistiche. Le distanze in Sicilia non sono mai quelle che sembrano e, in questo caso, nonostante Feudo Disisa sia nel comune di Monreale, per arrivare in paese servono non meno di 40 minuti percorrendo strade non certo agevoli. L’abitato più prossimo è Grisi che conta quasi 1000 abitanti. Tutto intorno c’è solo il nulla delle dolci colline spesso non coltivate e dei silenzi rotti dal ronzio delle grandi pale eoliche che cercano di raccogliere un po’ di energia dal vento senza che nessuno sappia dove andrà a finire. Mio padre ha la soddisfazione che io abbia preso in mano tutto questo. Lui per tanti anni, da bambino, ha vissuto a Disisa. Era il periodo della guerra e Palermo era pericolosa per via dei bombardamenti così che tutta la famiglia si è trasferì qui. È veramente cresciuto in azienda. Andava a scuola a Grisi. È cresciuto qui e ha avuto un legame molto più forte di quello che ha avuto io. La passione che l’ha mosso è qualcosa io dico di invidiabile. Il fatto che io ci sia arrivato dopo, a lui ha fatto sempre piacere per dare continuità al lavoro fatto. Da abitazione principale per sfuggire alla guerra a casa di campagna con l’arrivo del benessere. Un luogo dove passare le estati e staccare la spina dalla quella caotica Palermo. Palermo, casa, la città della famiglia Di Lorenzo, degli studi di Mario in ingegneria. Sono stato lasciato libero, anche perché mio padre aveva fatto a sua volta anche altri studi. Studiò legge e lavorò alla Regione Siciliana per tanti anni. Anche lui si divideva le due cose. Dopo l’università ho fatto anche tre anni di dottorato all’Università e contemporaneamente avevo cominciato a fare libera professione in uno studio professionale a Palermo. Una visione abbastanza larga e poi, a poco a poco, ho abbandonato il tutto. È proprio vero che spesso, quando una famiglia di città possiede una terra, per i figli questa diventa come una sorta di soprammobile, un elemento decorativo che sembra non servire. Ci si occupa di altro perché la terra, ciò che serve per lavorarla, cosa produce, ecc. è di pertinenza del padre che deve aiutare il nonno. Si certo, ci si va ogni tanto, ci sono ricordi, i momenti belli, ma non ce ne si occupa in prima persona. È capitato anche a me con le terre di mio padre per poi ritrovarmi a non saper letteralmente cosa fare quando morì improvvisamente. Poi arrivano quei momenti quando le cose cambiano o iniziano a cambiare. Senza un perché. Nel 2004 abbiamo ricominciato a fare vino in azienda con la nuova cantina. Ho cominciato veramente ad entrare attivamente in azienda quando costruimmo la cantina seguendone la parte ingegneristica. Mi sono seguito tutti i lavori, ho progettato gli impianti elettrici e poi ci siamo ritrovati con questa cantina bella, grande e pronta per lavorare. È stato quasi naturale, giorno dopo giorno. Sempre più coinvolto. Fino al 2009/2010 ho fatto entrambe le cose. C’era ovviamente e c’è tutt’ora mio padre che in quel periodo era sicuramente molto più attivo di adesso. Mi sono permesso di potere fare due cose contemporaneamente. Poi sempre meno l’ingegnere e sempre più coinvolto in azienda. Mese dopo mese, anno dopo anno, il coinvolgimento è stato totale. Per le sue dimensioni, per le quantità di prodotti raccolti e, soprattutto, per il non occuparsi a tempo pieno dell’azienda, Feudo Disisa non trasformava nulla. Conferiva le proprie uve. Almeno fino a quando la voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso fa capolino. Da una professione in qualche modo a un imprenditore, il passo è importante. Andavo dal commercialista con mio padre e me ne andavo come come fossi stato bocciato ad un esame. Frastornato completamente. Ingegnere, dottorato all’università, libera professione. Palermo. La città. Gli amici. La vita. Tutto lontano anni luce da Monreale, dalla azienda, dal Feudo, dalla terra. Dal vino. Niente, non c’era nulla in comune con una vita dalla quale Mario non voleva staccarsi. Però le cose avvengono naturalmente, senza accorgersene. Perché si è invischiati negli affari di famiglia o perché si capisce che senza quella linfa, non si è nulla. Ciò che però Mario capì è che ad una azienda così grande come Feudo Disisa, serviva un approccio diverso, meno romantico e più impegnato, fatto di testa e managerialità. Oggi per portare avanti un’azienda, ci vuole tanto altro. Non basta più solo il vino. C’è tutto l’aspetto di comunicazione e marketing, organizzazione commerciale, ecc. Che se non sei pronto, rischi di fare un flop e di perderci i soldi. Ancora oggi noi facciamo degli investimenti per cercare di portare l’azienda ad avere dei dei degli utili. Abbiamo 120 ettari di vigneti ma parte di questi sono piante di 35/40 anni: un bassissimo livello produttivo e costi di gestione molto alti. Vitigni magari non di grande interesse. Banalmente abbiamo sette ettari di Merlot che, per quanto possa essere qualcosa di buono, alla fine non è un il vitigno siciliano e non è la Syrah che in Sicilia ha trovato condizioni pedocmatiche ideali. Un cambio di rotta voluto fortemente dalla famiglia per passare dal vendere il 100% delle uve ancora nel 2004 all’anno successivo dove ne venivano lavorate il 50%. Oggi, quella cantina progettata e realizzata da Mario ha un potenziale produttivo di oltre 700.000 bottiglie così che Feudo Disisa produce per se e per altri produttori italiani. Se io guardo al passato, tra quello che si faceva ai tempi di mio nonno e oggi, c’è un abisso di differenza. Questo abisso è stato costruito nel tempo. Se guardo a come si faceva il vino da noi 10 anni fa, diciamo che tendenzialmente era la stessa cosa, ma ora ci sono quei tanti piccoli accorgimenti. Siamo migliorati tanto in tanti aspetti sia da un punto di vista agricolo, sia da un punto di vista di tecnologie e know how. Tanti piccoli miglioramenti tecnologici che una azienda come Feudo Disisa non poteva non abbracciare per arrivare a produrre, in regime biologico da sempre, vini che sanno di Sicilia anche non provenendo sempre da vitigni autoctoni siciliani.
Nello stranissimo mondo del vino italiano accade che se un grande e famoso produttore crea meravigliosi vini con vitigni internazionali viene identificato come un innovatore ma se la stessa cosa capita ad un piccolo, lo si taccia di scarsa attenzione al territorio.
Feudo Disisa ha in se la doppia anima dei vitigni autoctoni siciliani e degli internazionali frutto questo di qualcosa che molti dimenticano. Nell’83 mio padre impiantò un vigneto sperimentale in collaborazione con l’Irpos Istituto regionale della vite dell’olio che a suo tempo era della vite e del vino. In quel tempo il presidente era Diego Planeta, amico di papà che lo coinvolse in questa sperimentazione. Si fecero cinque campi sperimentali in diverse zone della Sicilia proprio per vedere questi vitigni internazionali che risultati potevano avere. In quegli anni il vino siciliano era considerato vino di massa e non di qualità. Le uve venivano vendute ai grandi produttori del nord per produrre vini di maggior grado alcolico. Poi arrivò anche il metanolo e serviva una soluzione per rendere il vino siciliano più adeguato ai tempo. Più internazionale magari e con lo scopo di mettere in secondo piano i vitigni autoctoni considerati (sbagliando) non di qualità. L’intuizione fu dunque il ricercare la qualità attraverso vitigni che nel mondo sono sinonimi di qualità. Il ragionamento quindi nasceva dal falso di considerare i vitigni siciliani di secondo piano. Però dico alla fine tutto questo è servito per farci prendere consapevolezza. Quando facemmo l’esperimento in questo vigneto sperimentale, c’erano filari di Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon così come varietà che non hanno avuto successo: Riesling, Glera, Müller Turgau, Pinot Bianco. Adottando i vitigni internazionali e capendo come questi potevano ben figurare in Sicilia, si compresero a pieno gli errori del passato.
Forse un paradosso ma i grandi investimenti contribuirono ad un maggior innamoramento del territorio, di quella terra meravigliosa transitata nei secoli delle dominazioni. L’amore per la propria terra torna nei discorsi di Mario. Torna sovente. Il punto di riferimento per un territorio che trova in Feudo Disisa molto di più di un semplice datore di lavoro. Noi avevamo vigneti di Catarratto e Trebbiano che producevano 300 q per ettaro. Poca qualità quindi. Facevamo la raccolta di questi vigneti in maniera separata e portavano le uva a Marsala, dove c’era la cantina sperimentale della Regione. Dopo i primi risultati, ricordo mio padre che veniva invitato dalla Regione nel mese di maggio a fare i confronti fra i risultati dei vari campi sperimentali e dal vigneto di Disisa c’era sempre la Syrah e lo Chardonnay che risultavano migliori rispetto agli altri campi sperimentali. Da un punto di vista vitivinicolo siamo stati sempre sul pezzo. In quegli anni mio padre aveva come consulente il professore Pastena che era forse uno degli ultimi ad aver fatto un trattato sulla viticoltura italiana. Era un’azienda grande che aveva sempre investito nella nella parte agricola. René. Metodo Classico Chardonnay 2017, Sboccatura 2023, Pas Dosé Il vino è la risposta. Qual era la domanda? Non importa. — W.C. Fields Uno Chardonnay in Sicilia, e non in qualunque Sicilia: a Monreale. Già questo è un atto di coraggio, quasi un paradosso che diventa poesia. Come un attore nordico che recita Shakespeare sotto il sole di agosto. E lo fa meravigliosamente. Nel calice arriva vestito di un giallo paglierino brillante, vivo come l’oro antico dei mosaici del Duomo. Le bollicine salgono disciplinate, sottili, quasi timide come a non voler disturbare, a voler far assaporare un profumo tenero, senza arroganza: crosta di pane appena sfornata, pesca gialla, susina dolce. Poi quella sapidità marina che ricorda che il Mediterraneo non è lontano. Non si è mai davvero nell’entroterra, a Monreale. È se il mare sussurrasse sempre nell’orecchio. In bocca è una rivelazione. I tanti mesi sui lieviti sono quel silenzioso miracolo che solo il tempo concede: una pienezza avvolgente, una fragranza croccante che il sole siciliano è riuscito solo ad accarezzare. Il pas dosé lascia nuda tutta la verità di questo terroir. E quella verità è bella, pulita, memorabile. Da bere guardando un tramonto o con un piatto di pesce bianco al sale. Soprattutto, bevetelo lentamente, con rispetto. Terra delle Fate. Fiano 2022. Il profumo è la forma più intensa di memoria. — Jean-Paul Guerlain Esistono vini che, quando li apri, ti fanno venire voglia di aprire anche la finestra, di uscire fuori, di alzare il viso verso il cielo e di respirare fino in fondo. Il giallo paglierino con riflessi dorati è già una promessa mantenuta. Ma è il naso che cattura subito, senza bussare: foglie di cedro, zest di limone, biancospino, nocciola. E poi, meraviglia, la zagara, i fiori d’arancio della Sicilia con quell’aroma che sa di Conca d’Oro, di orti arabi, di sere tiepide a maggio. Uno iodio minerale che arriva dal mare come una lettera di saluti. Respirare questo calice è un gesto necessario, quasi terapeutico. In bocca il Fiano di Monreale si trasforma in qualcosa di difficile da dimenticare. È ampio, è sapido, è ciccioso nella sua verticalità. Sembra masticabile così da lasciare in bocca la sensazione fresca e pungente di aver appena addentato un limone siciliano. Uno di quelli veri, gialli come il sole, con la buccia profumata, la parte citrina così presente, così intensa da pulire la bocca ad ogni sorso facendone desiderare immediatamente un altro. È un vino che non vorresti mai finire. E questa, credetemi, non è una frase fatta: è la verità nuda di ciò che senti nel calice. Dopo 5/6 anni di questo vigneto sperimentale, mio padre piantò subito 8/10 ettari fra Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Da quel periodo tutte le cantine siciliane che già in quegli anni vendevano il proprio vino in bottiglia, chiamavano perché volevano questi vitigni. Mi ricordo quello è stato gli anni in cui prima della vendemmia mio padre riceveva telefonata da un pò tutta l’isola per cercare di accaparrarsi queste uve. Chardonnay e il Cabernet Sauvignon venivano pagate qualcosa come 2700 lire. Che significa oggi sarebbe 1,30 €. Ovviamente con costi di manodopera di gasolio di gestione che erano un’altra cosa. All’inizio papà si rivolse ad un enologo di fuori. Dal 2009 la scelta mia è stata di tornare su un enologo siciliano che conoscesse di più il territorio, le tempistiche, il vitigno. C’è stato un miglioramento qualitativo. La moda, la necessità di smarcarsi con vitigni internazionali porta dietro anche quella di enologi ed esperti in genere non indigeni. Una trasmigrazione di menti che ha provocato un livellamento dei prodotti in barba al territorio. Poi, la consapevolezza che diventa forza conduce a guardarsi in casa e capire come si abbia per le mani non solo un territorio fantastico ma anche di persone che a questo territorio sono legate con un filo nemmeno poi così tanto sottile. In quegli anni c’è stato il boom dei vitigni internazionali togliendo quelli autoctoni. Autoctoni o meno perché per dire, da noi il Trebbiano era molto presente. Una tendenza durata fino ai primi anni 2000 quando poi cominciammo a lavorare i vitigni siciliani alla stessa maniera in cui si lavoravano i vitigni internazionali (non più tendone ma soltanto spalliera e con una produzione per ettaro che difficilmente superava i 100 q per ettaro): Cataratto, Grillo, il Nero d’Avola. Vini che potevano assolutamente essere confrontabili con i vini da vitigni internazionali con la differenza che un Grillo, un Catarratto o un Perricone lo fai solo in Sicilia e non c’è in tutte le parti del mondo. Abbiamo fatto una sperimentazione sui vitigni internazionali e siamo stati fra i primi a vivere in pieno quel quel passaggio. Dal vitigno autoctono al vitigno internazionale. Chara. Catarratto e Insolia. La semplicità è la massima forma di eleganza. — Coco Chanel Certi vini non cercano di impressionare. Si siedono accanto guardandoti negli occhi solo per significare che sono li. Questo è il Chara. Un giallo paglierino scarico, quasi timido nella sua luminosità, ma con la vivacità che tradisce la propria l’energia. Al naso arriva il profumo di un pomeriggio di primavera in Sicilia: la pera Smith croccante, la mela, il lime fresco, il pompelmo. E poi i fiori di mandorlo e di camomilla che galleggiano come petali su una fontana araba. In bocca è una danza di semplicità e carattere. Fresco, secco, sapido con quella mineralità marcata che viene dritta dal terroir di Monreale. La pera ritorna, questa volta morbida, quasi cremosa. Il finale è lungo, impreziosito da un tocco di pompelmo e mandorla che ti convince a versarne un altro dito nel bicchiere. La sua duttilità è il suo talento più sottile: con il pesce al sale sta da Dio. Ma starebbe bene anche con un’antipasto di mare, con una pasta al branzino, con una conversazione importante sotto le stelle. Granmassenti. Perricone 2021 Il vino rosso è il sangue della terra che ritorna a sé stessa. — Pablo Neruda Il Perricone è un vitigno siciliano di quelli antichi che la globalizzazione vinicola ha quasi fatto dimenticare. Granmassenti, è il grande tesoro che, secondo la leggenda locale, è nascosto nelle grotte del feudo (Lu Bancu di Disisa) e chi lo trova non riesce più a riportare fuori. Una promessa di profondità insomma. Nel calice si presenta con quel rubino vivace che cattura la luce rimandandola indietro trasformata in riflessi che sembrano braci. Al naso è fresco, quasi selvatico: arancia tarocco, prugna rossa, ciliegie, una nota erbacea e di sottobosco che parla di vigne non domate. C’è il ribes, il mirtillo, e sullo sfondo una speziatura discreta di pepe. Niente di ostentato, solo un cenno, come un musicista jazz che cita un tema classico prima di riprendere il proprio. In bocca la croccantezza. I tannini non aggrediscono, accompagnano, sostengono. Una sapidità diffusa, una consistenza che riempie la bocca senza appesantirla. E poi quel finale amarognolo, appena percettibile, quasi un’ombra, che invece di disturbare, intriga, stuzzica, invita a tornare. Quel velo amaro finale è la firma del Perricone, il suo modo di ricordarti che non è un vino da salotto ma un vino da tavola vera, da cibo vero, da compagnia vera. Magari rustico, ma finemente rustico. Come un contadino che conosce Virgilio a memoria. Come queste terre che sotto la semplicità nascondono secoli di bellezza. Mentre Mario lavora le figlie giocano felici a Disisa. Un po’ come faceva lui quando era bambino. Poi c’è Palermo con la vita di tutti i giorni, la scuola, gli amici. Le guarda con quell’amore con il quale si guardano i figli e la speranza di far si che Feudo Disisa continui ad essere un’oasi di felicità. In fondo però, lo è da sempre e non c’è motivo perché qualcosa cambi. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
5 Marzo, 2026
Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù
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4 Marzo, 2026
La Calabria. Scopritela, ne vale la pena
Della stessa cantina anche Dorè, un ardito metodo classico Pas Dosè sempre da uve Zibibbo che il naso percepisce ancorché non in maniera possente. Semmai delicatamente, senza prepotenza. In bocca ha un perlage fine e una persistenza che si fa sentire. Uno Zibibbo che, sembra strano, sgrassa! Casa Comerci è a Nicotera, sempre sul Tirreno. Rèfulu è il Greco Bianco, la semplicità che non ti aspetti possa poi stupire per le note di freschezza floreale e un gusto che sembra potersi abbinare con tutto. Specialmente con il tramonto del Tirreno. Ad Isola di Capo Rizzuto, proprio difronte lo stupendo parco marino, c’è Massimo Marrelli che con il suo metodo classico brut 2017 da uve Greco Bianco e Mantonico fa ricordare quanto siano morbide e delicate le estati su questo mare. Sentori di miele e zagare, piccola pasticceria e tanti fiori per poi approdare in bocca e perdersi nella finezza di un perlage che arriva sapidamente a far godere i sensi. In un’altro meraviglioso luogo di mare, Simeri, c’è Dell’Area con il Vanitas blend di Mantonico con altri vitigni locali. Si concede il lusso di un pò di barrique che non lo stravolgono anzi, lo arricchiscono senza toglierli la caratteristica principale di balsamicità. Interessantissimo. Centocamere è il metodo classico da Mantonico di Barone Macrì. Coltivato sulla parte dell’Aspromonte che vede lo Ionio, sa tutto di fiori e agrumi come a ricercare un collegamento con la Sicilia. In fondo siamo sulla punta dello stivale, lato ionico. Pulisce e si fa bere. Poco più sotto, a Bianco, c’è Antonella Lombardo che produce Particella Cinquantotto, 100% Greco Bianco. Un vino essenziale nel senso che se non lo si beve, si perde qualcosa dalla vita. Floreale e sapido, rotondo e saporito. Merita e tanto ma tanto.
Sempre di Antonella, Autoritratto è il Mantonico che trasforma i sentori floreali del precedente in frutta tropicale ed agrumi mantenendo i fiori bianchi. Divino. In tutti i sensi. La Calabria è unica anche per vini dolci, vere chicche decisamente interessanti. Il Mantonico Passito di Azienda Agricola Lucà nella Locride, per il suo affinamento in botti di castagno ha una intensità che si sposa meravigliosamente con i formaggi. Da non smettere di berlo. Un pò come il Greco di Bianco sempre di Lucà. Questo mi ha impressionato di più anche se di entrambe ho ormai un ricordo indelebile. A Saracena, sopra Cosenza, Feudo dei Sanseverino ha creato il Mastro Terenzi Passito da uve Malvasia, Guarnaccia, Odoraca e Moscato. I classici fichi secchi si uniscono alla frutta esotica. Meraviglia pura. Il Greco di Bianco di Maria Maisano è semplicemente speziato al punto giusto da offrire delle sensazioni di puro godimento. La frutta candita che permea naso e bocca aumenta le sensazioni di piacere. Le Cantine Viola avevano già stupito con il Biancomargherita e continuano a stupire per il Passito Luigi Viola Saracena con uve Guarnaccia bianca, Malvasia, Moscatello di Saracena e Duraca di Saracena. Un procedimento tutto da leggere (a parte) e zero legno per una scoperta che ha bisogno di tanto tempo per essere dimenticato. Ma poi ci si riesce davvero? Naaaa A Casignana, quasi sulla punta del tacco d’Italia, Ceratti Vini produce il Greco di Bianco passito. Dico solo che varrebbe il viaggio fino li per bersi questo nettare. Magari passando dall’alba dello Ionio al tramonto del Tirreno. Tanto distano poco. A Bianco, Cantine Ferdinando Ielasi produce il suo Greco di Bianco Passito che non è possibile non provare almeno una volta nella vita!!! Insomma, alla fine di questa degustazione io sono sempre più contento di scrivere della Calabria e sempre più arrabbiato che non se ne parli maggiormente. Anche perché, tutti i vini che ho provato sono stati semplicemente fantastici e spero con questo articolo di renderli un pò più noti. Ultima nota è il loro prezzo. Direi eccessivamente basso. Troppo per prodotti di questo calibro. Dunque, è meglio farne scorta subito. Sono destinati, spero, a salire. La qualità si deve pagare! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
25 Febbraio, 2026
Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena
24 Febbraio, 2026
Ci siamo dimenticati le emozioni del vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
20 Febbraio, 2026
Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale
In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo. Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano. Vini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo. Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei. Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!). Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager. Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute. Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro. Come dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante. È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo. Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing! A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto. L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti. Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività. Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia. L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano. Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto. Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi. Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto: proviamo a farlo noi. Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo. Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale! La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio. Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo. Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi. San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare. Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata. Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi. Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza. La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione. L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico. Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi. Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano! L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono. Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia. Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo. Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti. Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare. Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
13 Febbraio, 2026
Manilo Frattari è IoVino. Marche e Campania: luce, fuoco e una scoperta inattesa
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
6 Febbraio, 2026
Migrante. Michele, la terra affidata
Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù. Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore. L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo. Equo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese. Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò. Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma. Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”. Facile ricordare Seneca: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato. Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni. Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti. Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare. Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano. Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso. La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro. Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso, Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male. Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo. Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni. Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo. Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita. Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco. Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole. Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza. Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so. Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani. Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo.. Michele è pronto? Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro. Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80. Una bella famiglia. Semplice ed unita. Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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4 Febbraio, 2026
Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito
Sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale Definire con una semplice parola un anno intero di lavoro potrebbe essere riduttivo e magari poco gratificante per chi ha lungamente faticato per arrivare alla fine di un percorso. Eppure, è l’esatta parola che mi è venuta in mente riflettendo sulla giornata Un Mare di Foglie dedicata alla consacrazione dei vini biologici e della Guida Bio organizzata da Antonio Stanzione. Entusiasmo che ho respirato nel corso delle due ore intense di discussioni attorno al mondo del biologico in Italia. Entusiasmo durante le premiazioni delle Foglie d’oro, dei vini e delle aziende. Entusiasmo di chi ha partecipato al successivo pomeriggio degustativo. Entusiasmo tra tutti i produttori presenti. Entusiasmo nello staff di Antonio. Entusiasmo in Antonio stesso che credo non abbia mancato neanche una stretta di mano o un sorriso. Un entusiasmo contagioso e diffuso che evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, come il vino prodotto secondo criteri di rispetto per l’ecosistema debba necessariamente essere parte integrante del nostro futuro. Ciò, nonostante vi siano produttori che stanno abbandonando il proprio orientamento al biologico. Occorre parlare chiaro e dire una volta per tutti che il biologico non è per tutti e non si può utilizzare ovunque. A meno di riduzioni delle quantità raccolte. C’è poco da fare. Ci sono infatti luoghi con condizioni pedoclimatiche piuttosto che annate particolari che necessitano numeri consistenti di trattamenti in vigna in assenza dei quali la produzione non può che risentirne. Delle due, l’una: o meno interventi e meno raccolto o più interventi e più raccolto. Tutto ciò si traduce in sostenibilità economica, margini, prezzi e compagnia cantando. L’entusiasmo di un intero movimento che celebra il biologico come ragione dell’essere, va oltre. Va oltre la fatica, le energie, il tempo. Persino i profitti. L’importante è realizzare vini di assoluto livello. Sani. Ecco allora cosa ho scelto nel corso della degustazione pomeridiana. Cà du Ferrà Che dire? Ho riassaggiato i loro vini delle Cinque Terre prodotti a Bonassola (SP): identitari, sapidi, stratificati, vivi. Non posso che rimanerne sempre affascinato. Bonzolae (Vermentino, Albrarola, Bosco), Luccicante (Vermentino) e il mitico Ruzzese Zero tolleranza per il silenzio con l’etichetta che Davide mi ha strappato in diretta. Si strappato! Perché il nome emerge solo tirando un lembo con il movimento di strappare l’etichetta. Sono vini che meritano non solo l’assaggio ma la poesia di essere vissuti ascoltando lo sciabordio delle ombre. Un crescendo di sensazioni senza che l’uno prevalga sull’altro. Un gioco di emozioni che si sussegue, compensando l’altro quel tanto da renderlo diverso e unico. Giusto difronte ho trovato un’altra Cà, Cà Rugate In Veneto, a Montecchia di Crosara (VR) si fanno incontri interessanti, come Michele Tessari con il quale, ridendo e scherzando, ho avuto il grande piacere di assaggiare due vini ed un Vermouth. Già, un Vermouth, oltretutto prodotto con l’Amarone. Da pazzi sì ma il risultato è, appunto, pazzesco, folle. Uno di quei prodotti per i quali la bottiglia da 0.75 non è sufficiente. Ovviamente, se qualcuno pensasse di utilizzare questo Vermouth come base per cocktail, peste lo colga.
Amedeo, il Durello con ben nove anni di affinamento sui lieviti, dimostra ancora una volta come questo vitigno sia del tutto sottovalutato.
Non poteva mancare il Dio Amarone che, in questo caso, arriva dalle zone collinari adiacenti alla Cima Caponiera. Nomen Omen. L’opulenza non appartiene a questo Amarone che fa invece della fresca croccantezza la sua vera forza. Con Rabottini si fa tappa in Abruzzo. A Chieti. Una tappa per la quale occorre prendersi del tempo. Non certo quello che Carlo lascia riposare i suoi vini visto che è molto lungo. I vini di Carlo sono come una di quelle belle donne che amano farsi aspettare e anche quando arrivano, non si concedono subito. Tocca mettercela tutta.
Per iniziare si parte proprio con Per Iniziare. Altro nomen omen della serata. Un Trebbiano del 2017 che quando assaggi ti fa dire solo una cosa: wow. Oltre a dire però la voglia di provare altro è molto ma molto alta. Come le aspettative.
A Salire non può mancare il Cerasuolo. 2019 e 2022. Chi l’ha detto che il Cerasuolo va bevuto giovane? Non certo Carlo. Lui aspetta pure questo. E fa bene perché ciò che emerge sono due evoluzioni che possono far parlare di se. Dopo essersi inebriati di sentori che sanno di attesa. Due espressioni di Cerasuolo da Montepulciano che continuano a farti dire: wow.
Poi per finire c’è Ed in Fine, il Montepulciano 2018 che, con il suo solo acciaio, ha dalla sua una sapidità ed una freschezza così intensa che ne berresti una bottiglia intera.
Ed in Fine è un nome sbagliato perché avrei voluto altri vini. Sempre in Abruzzo, Tenuta Pescarina è a Spoltore (PE). Il Cerasuolo non può mancare e infatti Radusa lo rappresenta appieno. Semplice, sapido, diretto. Non si può volere altro da un Cerasuolo. L’importanza arriva con il Montepulciano Fra Lucerta. Affinato in tino di legno e a fermentazione spontanea spinge e spinge tanto. Ricco e forte grazie ad un tannino che non perdona. La Sicilia è tante cose. L’Etna però, Idda, è qualcosa di più. Il vulcano è vita. Complicata, ma vita. Tenuta Boccarossa di Passopisciaro (CT) è anzitutto Claudia e Michele con il loro sorriso e la loro storia fatta non solo di Italia. I vini sono espressione diretta del terreno vulcanico tanto che l’Etna Bianco Sciara 1911 prende il nome proprio dalla colata lavica (sciara) dello stesso anno. Un Carricante che fa della sapidità minerale delle zagare il suo punto di forza. Poi l’Etna Rosato da Nerello Mascalese che fa sognare i tramonti sul mare di Sicilia. Non può mancare l’Etna Rosso sempre da Nerello Mascalese. Forte come la sciara e caldo come il sole della Sicilia. Tannico, avvolgente. Poi però la chicca vera e propria, il DiRampante, Nerello Mascalese dalle vigne antiche di oltre 130 anni poste in quota. Con una vigna che resiste così tanto, ciò che ne deriva è qualcosa che varrebbe la pena di preservare per sempre. In Trentino Alto Adige, a Lavis (TN) c’è Maso Furli che sfrutta a pieno le montagne e di queste le tradizioni. È così che il Sauvignon transita per parte della massa in legno senza risentirne più di tanto. Anzi, offre qualcosa di più al Sauvignon. L’Incrocio Manzoni, semplice ma particolarmente efficace è giusto preludio al Gewurztraminer. Entrambe non sono assolutamente stucchevoli e la minerale sapidità ne fanno due gioiellini da non mancare. Ho trovato dei vini che meritano di essere raccontati con calma, senza clamore. Così come Marco, timido e riservato ma che nasconde qualcosa di interessante da raccontare. La mia amica Barbara Fracassi ha insistito tanto per portarmi nel foyer per farmi provare Il Borro de Il Borro ovviamente. Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah. Un blend al quale non si può e non si deve dire nulla. Si applaude. Mentalmente e in silenzio. Altrimenti ci si disturba nella degustazione contemplativa. Torniamo alle regioni e via in Friuli Venezia Giulia con Tenuta Stella. Delegna del Collio (GO) dice tutto del dove siamo e cosa si può trovare qui. Il Tocai Friulano ovviamente. Peccato aver perso la diatriba sul nome. Comunque, lieviti indigeni e solo acciaio per ritrovare una mandorla minerale e tanti agrumi di pasticceria che quasi mi dispiace portare il calice in bocca. Meno male che l’ho fatto perché la meraviglia si presente. Chapeau. Anche la Malvasia non sfigura per nulla. Parte della massa passata in botte che all’inizio mi aveva spaventato ma poi in bocca stupisce per la sua struttura senza alcuna stratificazione particolare. Intensamente meraviglioso. Infine Sdencina Rosso che è un ricco blend di tutte le uve a bacca rossa del territorio: Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino. Per domarle ed amalgamarle un doppio passaggio in barrique e botte grande. Il risultato è un vino che ancora non è domato ma ringrazio per questo perché mantiene una intensa freschezza tagliente tipico dei vini di queste zone. Un ritorno in Alto Adige ma più su di prima. Glassierhof è a Neumarkt ovvero Egna. Stefan Vaja con i suoi capelli bianchi, quando ti guarda, sembra metterti in soggezione. Poi però si scopre simpaticissimo. I vini sono una sua propagazione. A partire dal Sauvignon che è semplice, diretto, schietto. Minerale, sapido, fresco. Top.
Vernach è la Schiava che qui coltivano solo chi ama non distaccarsi dalla tradizione senza lasciarsi influenzare dalle sirene dei vitigni che in queste zone la fanno da padrona. Vero, incredibilmente vero. Fresco, incredibilmente fresco. Territoriale. Stop.
Il Pinot Nero Riserva Himalaya 2021 è la esaltazione di questo territorio grazie ai vigneti in altezza, alla fermentazione in barrique e all’affinamento in botti di quercia. Un vino che merita una carne di accompagnamento. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Merlot Riserva 2018. Incredibilmente meraviglioso tanto che non saprei quale scegliere tra i due per una serata dinanzi al camino. El Citera è in Veneto, a Peschiera del Garda. Un nome che andrebbe raccontato con maggiore calma e non è detto non lo faccia a breve. L’esaltazione del Turbiana si fa con due vini: il Lugana DOC, semplice e diretto; l’Artigianale, che invecchiando 24 mesi in cemento (come si faceva una volta!) aumentano la complessità non lasciando andar via la freschezza. Incredibili. Sempre sul Garda, ma a Lonato ovvero in Lombardia, c’è Perla del Garda. Sempre Turbiana, sempre Lugana, stavolta bollicine. E che bollicine. Uno Charmat che fa dell’esaltazione della Turbiana una ragione di vita. Essenzialmente buono!
Poi il Valténesi, Groppello, Marzemino, Sangiovese, Barbera per un rosato Charmat che si berrebbe dall’aperitivo al contorno del secondo senza sosta. Slurp. Podere 109 è in Toscana è a Grosseto Il punto di forza è senza dubbio Peppe Esposito che ha trovato qui il suo buon ritiro producendo vini di una tale schiettezza che mi hanno fatto ricordare quelli campani. In fondo, il nome non tradisce la sua provenienza (di Peppe ovviamente). Il Trebbiano si concede un breve passaggio in legno così da renderlo, oltre che fresco e sapido, anche con un po’ di quella struttura che non guasta. Pur rimanendo schietto!
Il Ciliegiolo segue la stessa strada del Trebbiano dando vita ad un vino sincerissimo comunque dotato di struttura caparbia e ammaliante.
Infine il Sangiovese con passaggio in barrique e tonneaux: ecco un vino che sa di Toscana marittima. Insomma, vini che se si stappano con Peppe, si finiscono chiacchierando della vita! In Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Hic et Nunc. Un nome importante per una giovanissima cantina che produce vini del territorio. Monolite è il Cortese, antico vitigno che se ne sta quasi in disparte ma quando è come questo, meriterebbe la prima fila. Sarà stato il passaggio in legno che l’ha reso più complesso o il Cortese che si esprime benissimo ma i sentori di indrocarburi mi hanno stregato. Alla beve poi, pure!
Altromondo è il Grignolino, altro vitigno tipico della zona. Semplice e di beva semplice. Ma di quella beva che la bottiglia finisce in un nulla. Basta una fetta di salame.
Monumento infine è la Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Il passaggio in legno è d’obbligo così che il risultato è un vino pazzesco. Fresco e tannico. Complesso e super sinuoso. Buono ma buono. Essendoci Villa Bucci non potevo non riassaggiare il Classico dei Classici: il Verdicchio 2024. Un vino che non si smentisce. Certo, magari in alcuni contesti, è sopravvalutato ma secondo me di Verdicchio come questo ce ne vorrebbero e tanti. Senza dimenticare che altri produttori hanno brevettato una bottiglia ma Villa Bucci ha reso grande il Verdicchio. Ecchettelodicoafa! Tenimenti Leoni mi porta nel Lazio, sui terreni vulcanici di Lanuvio. Vulc Num è il Bellone che qui si esalta davvero con la sua fresca sapidità che sa di minerale. Caliga è il blend Vermentino, Bellone e Chardonnay che mantiene la beva del Bellone ma con un bouquet che si arricchisce e tanto. Elegantissimo! L’azienda poi merita una visita per salire fin su la torre che sta li da tempo immemore e dalla cui sommità si può vedere tranquillamente il mare. Il che capita anche nelle giornate nuvolose purché dopo la degustazione. Tornando in Liguria ma molto più a nord, la fermata da Tenuta Maffone è d’obbligo. Il Metodo Classico Duezerosette da Ormeasco con 84 mesi sui lieviti è qualcosa che va necessariamente e assolutamente assaggiato. Così come l’Ormeasco di Pornassio Superiore 2022 Il Meneghin. Provare per credere (e rimanere stupiti). In ogni modo, onore al merito di Eliana e Bruno che con tanta fatica e altrettanta passione hanno recuperato terreni non consentendo loro l’oblio. Stessa cosa per l’Ormeasco di Pornassio che in queste versioni, senza dimenticare lo Sciacchetrà, sono dei vini dal potenziale incredibile. In Veneto ancora, a Brognoligo di Monteforte d’Alpone (VR), c’è Portinari Maria Portinari, una donna di una dolcezza infinita. Soave i suoi modi, Soave i suoi i vini. Vere perle nascoste tra le dolci colline venete. Il Ronchetto è il Soave Classico DOCG, un cru che sa di freschezza e spensieratezza composta. Un vino che quando il sorso va giù non puoi che guardare il calice e sussurrare: però, però!
Il Soave Vigne Le Albare proviene invece da un vigneto posto in pianura. Qui la Garganega si esprime in maniera totalmente diversa dalla collina e la tecnica della Doppia Maturazione Ragionata che consiste nel recidere il tralcio di parte dei grappoli in pianta e lasciarli maturare solo con il sole, dona a questo vino una maggiore rotondità. Al naso la frutta secca fa capolino e al sorso si apprezza una versione di Soave decisamente complessa e avvolgente. Sempre in Veneto a Farra di Soligo (TV) c’è Perlage. Ovviamente bollicine, ça va sans dire. Animae è il Prosecco Superiore DOCG da Glera senza solfiti. Ecco, finalmente qualcosa di diverso da un Prosecco che continua a sapere di Prosecco ma con una meravigliosa sensazione di freschezza. Tanto per continuare a stupire e dimostrare che anche il Prosecco può essere speciale, ecco Col di Manza, Prosecco DOCG Millesimato Extra Dry proveniente da agricoltura biodinamica. Oltre che speciale questo Prosecco è unico e intenso. Da non sprecare! Ecco qui. Questo è stato il mio Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo l’ho ritrovato nei vini che ho assaggiato e in tutti i produttori che ho incontrato. Questo è lo spirito giusto. Questo il futuro sostenibile da lasciare alle nuove generazioni. Solo che, così come ho avuto modo di motivare nel mio personale intervento in plenaria, occorre uscire fuori dal mero ambito agricolo e comprendere che se tutto ciò, se questo incredibile movimento e gli altrettanto incredibili prodotti ha la pretesa di essere di esempio gridando al mondo che un modo diverso di fare vino è possibile, occorre comunicare. Occorre prendersi del tempo per comunicare le proprie storie, quelle di cui la gente si nutre lasciando stare i punteggi e le dissertazioni enfatiche dei vecchi tromboni del vino. Le persone oltre che nutrirsi di cibo e vino, si nutrono di storie. Sono queste che fanno la differenza e creano un ricordo. Quello che poi fa scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra. Comunicare non vuol dire necessariamente utilizzare denaro ma, sicuramente tempo. Tempo per guardarsi dentro e capire cosa si ha da raccontare: la propria anima. In tutti i produttori che ho incontrato qui da raccontare c’è tanto. Sarà perché hanno una grande anima. Buon racconto allora. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
30 Gennaio, 2026
Memory Box. La forma dell’acqua
Ramón Gómez De La Serna (1888–1963) Stappiamo una bottiglia per accompagnare il cibo così come semplicemente per bere qualcosa con amici (spero mai da soli). In alcune, rare, occasioni per celebrare qualcosa, festeggiare qualcuno. Scegliamo la bottiglia con cura. Dobbiamo far scena ma anche rendere quel momento, memorabile. Pensiamo al capodanno: certo che è da festeggiare e certo che dobbiamo stappare qualcosa di importante. Ma c’è il compleanno, il matrimonio, la laurea, la comunione, il battesimo,. E via così per ricordare ogni momento importante della nostra vita. Stappiamo e il tappo vola via. Quel pezzo di sughero (ma oggi non è detto sia così visto il proliferare di materiali diversi) che ha contenuto per anni il liquido della bottiglia, finirà con tutta probabilità nella spazzatura. Cosa rimane di quel momento? Un semplice ricordo che prima o poi svanirà (a meno di non legarlo a qualcosa di memorabile) piuttosto che delle foto digitali. Vi rendete conto che nessuno ha più degli album di foto? Tutta la nostra memoria è in un server chissà dove nel mondo. Con un semplice click le possiamo rivedere tutte ma a nessuno viene in mente che, con la medesima semplicità, tutte le nostre foto e con esse i ricordi di una vita, potrebbero svanire per sempre. Per sempre capite? Avete idea di cosa voglia dire per sempre? I miei genitori hanno lasciato a noi figli album interi di foto, i ricordi di una vita. Sono li e ogni tanto li sfoglio. Sento la carta oleosa di un tempo sotto le dita così che quelle immagini diventano vive. Ma ritorniamo al tappo. Si, proprio al tappo. Perché non conservare proprio il tappo come ricordo di quel momento? Conserviamo la bottiglia potrebbe dire qualcuno. Già, ma le bottiglie occupano spazio. Il tappo no. Certo, ma se si fa come faccio io che ho scatole piene dei tappi delle bottiglie degustate, come posso renderne speciale qualcuno? Ho incontrato una persona speciale come Paolo Buffadini grazie alla quale ho capito come il genio italico non ammetta confini. Si è inventato la Memory Box. Io sono semplice, un semplice artigiano. Ho studiato per geometri per fare il geometra, però poi ho abbandonato subito l’impresa perché non faceva per me. Però purtroppo o per fortuna, feci un concorso e entrai all’Istituto Geografico Militare. Disegnavo carte geografiche. Più che toscano, Paolo è fiorentino. L’aria scanzonata di chi vive la vita senza pensarci su più di tanto. Un po’ testa dura a contenere tante idee che gli frullano ma che poi vien noia a realizzarle tutte. C’è da viverla la vita, mannaggia a te. Sapete che è strano il cervello? Appena l’ho visto Paolo non ho associato immediatamente ma poi, parlandoci, mi è scattato il click. Avete mai visto il film Amore, bugie & calcetto? In quel film Emanuele, alias di Filippo Nigro, marito di Silvia, ovvero Claudia Pandolfi, faceva il padre di due figli. Come Paolo. Ma ci somiglia proprio a Paolo. Divagazioni a parte, di fare il geometra non gli garbava. Il lavoro part time statale se lo era preso. O che si fa adesso? Apriamo una falegnameria. Mica si bighelloneggia in giro da questa parti. Si, magari anche quello, però a Paolo piace lavorare perché si diverte. Facevo due lavori: la mattina andavo all’Istituto, a mezzogiorno smettevo e andavo a questa falegnameria che avevamo aperto con un socio. Mi incuriosiva il mondo dell’artigianato. Lavori di legno, di marmo, qualsiasi cosa fatta con le mani. La falegnameria produceva e produce arredamento. Su misura ovviamente. Solo che il socio di Paolo era uno a cui piacevano i mobili diciamo, non moderni. Mal si conciliava con la voglia di far qualcosa di innovativo e diverso, di usare Autocad per disegnare i mobili, di sperimentare materiali particolari. È cosi che dopo quattro anni la società si scioglie e ognuno per la sua strada. Nel mentre Paolo trova tempo e modo per fare due figli e licenziarsi dall’Istituto. Poi ditemi se non è meravigliosamente folle uno così. Folle ma con quella curiosità propria dei bambini (le sceneggiature dei film sono pazzesche)! Per due anni ho avuto la fortuna di collaborare con una falegnameria che faceva ristoranti. Ne abbiamo fatti una decina in centro qui a Firenze. Si andava di notte a montare perché loro sono macchine da guerra e non possono perdere nemmeno una giornata. C’era il proprietario di una catena di ristoranti che andava sempre a cercare idee, ma in tutta Europa, per portarle al ristorante e tutte le volte ci diceva: bisognerebbe fare qualcosa di diverso, qualcosa di diverso. Una sera non mi ricordo, ero a casa e c’avevo come ci abbiamo tutti a casa una serie di tappi: uno quando era nato il mio figliolo, quell’altro della mia figliola. Sicché guardavo e dicevo vabbè, ma ora gli fò un quadro. Comunque gli ho fatto una teca e ad avercela sotto gli occhi tutti i giorni e lavorando per il ristorante ho detto: però sarebbe carino riuscire, da parte dei ristoratore, lasciare come ricordo il tappo della bottiglia. Qualcosa che richiamasse il posto dove sta stappata questa bottiglia. Le idee sono come pezzi di pongo colorate. Mia figlia ne ha tanti di tanti colori e ci gioca in continuazione: stimola la fantasia. Con un pezzo informe di pongo in mano si possono realizzare tante cose oppure nessuna. Dipende da che forma vogliamo dare alla nostra idea e che tipo di manualità abbiamo. Per ovviare a questa ultima, ci sono anche delle formine così che nessuno si possa sentire inabile. Il risultato sarà una forma comune e convenzionale oppure no. Dipende sempre dall’idea. Ciò che Paolo ha nella testa ha uno scopo ben preciso ma non ancora una forma. Almeno non una forma ben chiara. Come l’acqua che non ha una forma ben precisa ma può assumerne tante. Qual è la forma dell’acqua?
Ma l’acqua non ha forma! Piglia la forma del recipiente che lo contiene
A. Camilleri. La forma dell’acqua Doveva essere un oggettino carino da tenere su una mensola di casa. Ci ho messo un anno e mezzo a svilupparla perché ci perdi la testa dietro. Quando la gente viene da me e mi dice: mi fai una cucina? 50 domande manco te bastano per capire. Allo stesso modo per creare la scatola. Paolo, che è un artigiano e per sua natura, precisino, si butta anima e corpo per realizzare la sua idea. Business plan? Piano dei costi? Budget? Niente di tutto questo. La sua è una idea che gli piace e la vuole realizzare. Cura tutto personalmente nei minimi particolari usando materiali e tecniche a lui poco note. Tutto per dare forma alla sua idea e creare il contenitore della memoria. La forma dell’acqua sta tutta qui. Ciò che Paolo crea è un vero contenitore per dare forma all’acqua. Cos’altro non è un ricordo in fondo? Qualcosa di personale, intimo, unico. La scatola è solo la forma ma il contenuto è tutt’altra cosa. Questa è la Memory Box che di per se è una di quelle idee geniali che una volta vista cominci a dire: carina. Ma che idea carina. Perché non l’ho mai vista? Ma sai che è carina? È proprio una bella idea? Ma che carina! Perché nessuno me l’ha mai regalata una cosa così carina? Un cubo realizzato in plexiglas con una semplice vite posta sul basamento inclinato sulla quale poter avvitare un tappo in sughero. Poi, con un pennarello dorato (oggetto di attento studio perché mica si può prendere un pennarello qualsiasi per scrivere di un ricordo) si incide sul bordo del basamento una frase con la data alla quale quel tappo fa riferimento. La box è dotata anche di una luce per renderla ancora più oggetto di arredo. Se non si ha voglia di fare una dedica, ci sono delle box con dei messaggi pre impostati. Ma perché diavolo nessuno ci ha mai pensato prima? Forse perché occorre pensare in modo analogico e non digitale. Usando le mani oltre che la testa. Provando e riprovando fino a veder realizzata la propria idea. Le prove mi sono costate veramente quattrini, ma veramente tanti soldi e sinceramente ne avrei fatto anche a meno ma purtroppo non vedo nessuno quando parti con un progettino che ti aiuti. C’è però quell’entusiasmo che spinge ad arrivare fino in fondo. A perseguire la propria idea. A non lasciarsi abbattere dalle difficoltà. Quando si è arrivati in fondo ero contento e molto positivo. Comunque è una cosa difficilissima lanciare un prodotto nuovo. Per quanto secondo me è carina come idea sto facendo veramente una gran fatica a riuscire a far conoscere questa cosa. L’entusiasmo da un lato, l’inesperienza dall’altra, l’illusione infine. Ne ho visti di prodotti incredibili finiti su un binario morto perché bruciati appena nati. Mancanza di una strategia chiara, di budget dedicati. Scelte inopportune e poca attenzione al brand. Già, il brand. Non si capisce quanto sia importante nel processo di vendita parlare prima di brand e poi di prodotti. Altro che sedicenti influencer che promettono faville per il semplice fatto di mostrare il prodotto accanto alla propria faccia. Non si vende così. Non si promuove un brand così. No, assolutamente no. Non è mai riuscito a nessuno e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Eppure la Memory Box è un prodotto semplice e carino, prodotto con tanta cura maniacale e in maniera artigianale. Ha una utilità ben delineata, una sua ragione di esistenza per tornare al valore che davamo un tempo alle cose. Si, proprio agli oggetti a quei ciaffi che prendevano polvere sulle mensole della nonna. In un mondo così dematerializzato dove le foto sono delle sequenze di zero e di uno, dove le amicizie sono solo virtuali, dove si regalano i buoni (digitali) di Amazon per non perdere tempo, in un mondo così, serve qualcosa di fisico. Intendo qualcosa che quando lo prendi in mano, quando lo guardi dal vivo e non attraverso lo schermo di uno smartphone, ti suscita emozioni. Si, qualcosa di concreto che ti guarda mentre passi per il salone dalla libreria dove lo hai appoggiato e ti dice: ti ricordi di quella sera? Non una sveglia sul telefono, non un ricordo nelle foto dell’Iphone ma un fottuto oggetto che sta li, fermo, immobile a rappresenta qualcosa che non deve perdersi. Non basta spegnere il telefono o fare slide per toglierlo dinanzi gli occhi. Sta li e dovrai buttarlo via se non lo vuoi più. Un gesto concreto, una scelta. Ecco, una scelta. In un mondo fatto di niente, serve qualcosa che ci ricordi che siamo esseri umani. La fede che portiamo al dito o il tappo della bottiglia stappata per il matrimonio; il vestitino del battesimo o il tappo della bottiglia stappata per l’occasione; il tomo con la tesi di laurea o il tappo della bottiglia stappata per festeggiare. Qualcosa che rimanga e non vada via. Il 27 gennaio mia moglie Claudia ha compiuto 45 anni e nello stesso giorno nostra figlia Azzurra, 3. Sono nate per caso lo stesso giorno. Povero (ma felice) me!. Abbiamo festeggiato ed aperto una bottiglia di Champagne Dom Caudron Cornalyne (meraviglioso). Il tappo l’ho avvitato alla Memory Box che Paolo mi ha regalato. Mi ha inciso una frase che avevo pensato per il giorno: 45+3 = amore puro. Eccola qui. Claudia ha apprezzato tantissimo e spero che Azzurra la ritrovi un giorno per ricordarsi di questo giorno. Grazie Paolo. Grazie per aver pensato e realizzato quella che qualche stolto chiamerà bischerata ma che invece vale più di qualunque oggetto digitale al mondo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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23 Gennaio, 2026
Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio
Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso. Per avere paura ci vuole un pericolo, anche immaginario. Qualcosa o qualcuno che ci può far male, quel male che può procurarci ansia, dolore, sofferenza. Sant’Agostino diceva: O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura Già, spesso è la paura stessa ad essere il male.
La casa al paese di mia mamma, Camigliano, era grande e con una corte dove tutti i nipoti potevamo giocare. Facevamo tanto di quel frastuono durante i pomeriggi d’estate che nonno Antonio saliva fin su in soffitta senza che noi ce ne accorgessimo e iniziava a lanciare giù scarpe vecchie. La nonna, Mimma per tutti i nipoti, scappava dicendo che il Gatto Stivalone si era arrabbiato per via del nostro rumore. Nessuno lo aveva mai visto ma avevamo così paura di questo essere da esserne terrorizzati. Bastava nominarlo che subito ci andavamo a rintanare da qualche parte osservando un rigoroso silenzi.
Paura di un essere immaginario. Abbiamo scoperto che non esisteva trovando il coraggio di andare in soffitta in esplorazione. Una paura vinta solo con la consapevolezza e l’affrontare le cose. Di cosa abbiamo paura oggi? Se pensassimo a quante cose odiamo o che altri ci inducono ad odiare, la lista sarebbe lunga. Odio sì, poiché sovente la paura ha come contro altare proprio l’odio. Ho paura dei ladri dunque li odio. Gli immigrati delinquono dunque li odio. I ricchi e i padroni sfruttano dunque li odio. Si potrebbe andar avanti per molto fino ad arrivare agli atteggiamenti personali frutto di arretratezza culturale piuttosto che di una paura recondita per la quale occorrerebbero fiori di psichiatri per arrivarne alle origini. Pensiamo all’omofobia ad esempio. Omofobia Paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità. Qualunque persona sana di mente o non affetta da leonite da tastiera, non potrebbe essere omofoba. Nel mio piccolo ho sempre pensato che le persone in quanto esseri umani vadano rispettate indipendentemente dalle loro idee politiche, fedi religiose, sesso, età, razza, orientamenti sessuali e quant’altro vi possa venire in mente. Davide e Giuseppe stanno insieme da venti anni. Sono sposati e, sempre insieme, sono Cà du Ferrà, una meravigliosa e dinamica azienda vitivinicola in quel di Bonassola, parte integrante delle Cinque Terre. Cà du Ferrà è un’azienda di affezione. È stato proprio un riportare alla luce l’amore per questa terra. Davide Zuppi è originario di queste terre che per un turista possono sembrare meravigliose (e lo sono davvero) ma viverci e pensare ad un proprio sviluppo, è un pò più complicato. Specialmente se sei brillante, hai ottenuto una laurea in Giurisprudenza e Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano e sogni di fare il magistrato. Avevo un’idea di andare fuori, di girare. Poi ho conosciuto l’attuale mio marito. 20 anni fa. Giuseppe Aieta è ingegnere gestionale con master in finanza. Quella che mia nonna avrebbe definito una bella testa. Ognuno di noi aveva fatto delle attività e abbiamo poi deciso di tornare. Tornare. Tornare a Bonassola dove i genitori di Davide avevano una azienda agricola per produrre uve da conferire e dove si erano spostati per amore di un territorio. Bonassola è uno dei quattro comuni della DOC Colline di Levanto: Albarola, Vermentino per i vitigni a bacca bianca; Bosco, Ciliegiolo, Sangiovese per la bacca nera. Una DOC così piccola che non arriva a produrre neanche 100.000 bottiglie annue. Sarà che le vigne sono veramente strappate ai pendii che degradano rapidamente verso il mare così che per coltivarle occorre tanta motivazione e passione. Di certo, se ne ricava poco. Anche se c’è molto da raccontare in questi borghi racchiusi tra cielo, terra e mare. Volevamo mettere del nostro in un’azienda che voleva essere raccontata ma nessuno l’aveva ancora fatto. Quando abbiamo preso in mano praticamente tutto, ormai nove anni fa, l’idea era di rivoluzionare ogni cosa a partire proprio dall’implementazione agronomica ed enologica, al packaging, al marketing, al posizionamento. Un lavoro lunghissimo. Un grande puzzle di visione. Una visione che, in qualche modo, inizia già qualche anno prima della folgorazione avuta nel chiostro del Bramante alla Cattolica di Milano quando Davide si chiede: ma chi me lo fa fare? Perché mi devo rinchiudere in un ufficio con il neon?
Nel 2013 spinge infatti il padre a chiedere alla Cooperativa di Levanto di disporre di un paio di vasche per vinificare qualcosa per loro. Sono partito dalla terra, dal fondo, dalla trasformazione. Avere l’uva in cantina e iniziare a lavorarla. Mi sono dovuto interessare anche alla parte agronomica pur avendo collaborazione con il nostro Agronomo, Gabriele Cesolini, il nostro responsabile di campo col quale ci aggiorniamo tutti i giorni. Ho dovuto comunque imparare a capire quali sono le malattie della vite, i patogeni, gli insetti e via discorrendo. Adesso le bottiglie prodotte sono 30.000 (e all’inizio erano solo 3600!) grazie ad un mosaico di 11 lembi di terra che dai 50 metri sul mare si inerpicano fino ai 400. Un grande puzzle, un gioco ad incastro cresciuto nel tempo fino ad arrivare ai cinque ettari attuali. Produrre qui è dannatamente complicato. Non solo le pendenze sono quelle che sono ma i lembi di terra strappati alla montagna sono sparsi un pò dovunque. Solo il costo di logistica è devastante. Ci sono vigne che devono essere vendemmiate in giorni diversi per quanto abbiano diversa altitudine. Mi sono avvicinato poi tardi al vino. È stata una scoperta. Oggi sono io in cantina con la collaborazione di Graziana Grassini. L’idea è stata proprio quella di fare qualcosa di totalmente nostro, di metterci un un grande impegno, una grande voglia di di rivalsa. Se vuoi di rinascita. La rinascita del territorio come rinascita personale. Smarcare la Liguria da quella vecchia idea di lembo di terra racchiuso tra montagna e mare utile solo per far svernare gli anziani e condurla verso qualcosa di giovane, dinamico, moderno. Un racconto che è un viaggio, quello di Giuseppe e Davide, fatto non da soli ma insieme ai ragazzi incontrati lungo il loro percorso così come quelli locali. Abbracciare un progetto è abbracciare un modo di affermarsi che va aldilà di qualunque schema precostituito. Non avrei mai fatto il vignaiolo o l’imprenditore agricolo se non avessimo avuto la voglia di lasciare un pezzo di storia nella storia, di raccontare anche un pezzettino di noi attraverso i vini. È quello secondo me che è la figura del vignaiolo. Dietro questa idea c’è il rispetto per tutti i prodotti agroalimentari, la visione del mondo di chi lo produce. Una sensibilità diversa e particolare. Un pezzo di storia nella storia. La voglia, la necessità, il bisogno di gridare al mondo la propria esistenza come individui, come coppia, come persone che si amano senza voler cedere a nessun compromesso. Davide ha quella finezza ed eleganza nei modi che quasi non ci credi possa esistere una persona così. Allo stesso tempo però è determinato, preciso e capace di una visione condivisa totalmente con Giuseppe. Eleganza, distintività, presenza. Questo ho ritrovato a pieno nei vini di Cà du Ferrà. Il primo che ho assaggiato è stato Luccicante, un Vermentino che è il raggio di sole liquido che cattura l’essenza della terra della Riviera ligure del Levante. Giallo paglierino che quasi accarezza il verde, timido all’apparenza, ma che poi brilla di luce inaspettata, proprio come la vita stessa.
Un profumo che avvolge per le sue note agrumate di lime e ananas acerba intrecciate ad un soffio di menta e alla sabbia salmastra, ricordo potente della macchia mediterranea che si posa sull’anima. E poi il biancospino, un tocco di eleganza discreta che anticipa la sua sorprendente profondità.
All’assaggio, ciò che sembrava semplice verticalità si trasforma nella incredibile polposità della pesca bianca da addentare, piena, succosa, vibrante. La sua sapidità maestosa e la pienezza riempiono la bocca: secco, eppure così profondamente appagante. Un’esplosione di eleganza e finezza, con quel accenno di menta che accarezza il palato.
Il Luccicante luccica nell’anima lasciando ricordi di bellezza e armonia che dalla terra arrivano al cuore. E un brindisi alla natura generosa, alla freschezza che rigenera e alla magia di un istante che diventa eterno. Io non nego che Luccicante non vuole essere soltanto un grande Vermentino ma stiamo lavorando perché sia un grande vino italiano. Con il lavoro che stiamo facendo con Graziana Grassini, raggiungeremo questo obiettivo. Dobbiamo far conoscere questo territorio straordinario. Poi Magia di Rosa, un rosato da Sangiovese, Vermentino Nero e Syrah che nel calice si illumina dello stesso colore del calar del sole. Poi i profumi di pesca e petali di rosa, il respiro di mentuccia e alloro sono profumi che conducono alla memoria dei tramonti estivi.
In bocca è teso, verticale, come l’orizzonte che si allunga, sapido come l’onda che sfiora la riva, delicato come un ricordo che non svanisce.
Un rosato che sussurra la Provenza ma che resta unico, armonico, infinito…
come questo tramonto sul mare.
Il resto, lasciamolo al silenzio. O al ritmo dell’estate. Da bere sì in estate ma anche aspettando la stagione del mare. Bonazolae infine è il bianco che porta con se i vitigni della Liguria: Vermentino, Bosco, Albarola a formare un verdognolo di buona luminosità. Svetta il vermentino con le note salmastre di paglia, cedro, mandorla e pesca bianca. Tanti fiori che si incontrano nella pineta in riva al mare a sussurrarsi ricordi di balle di fieno, aghi di pino ed erbette di campo. Il sorso emo ampio e allo stesso tempo tagliente; fresco, estremamente sapido, di una sapidità che deposita sulla lingua il sale del mare. La freschezza si espande senza che la sensazione salmastra abbandoni la bocca così da lasciarla fresca e goduriosa di cedro e melone bianco. Un finale scoppiettante che intravede l’amaro della mandorla. Ampio, dinamico, stratificato per meravigliare e continuare a meravigliare. In tutti i vini c’è una grande stratificazione gustativa, una sapidità che diventa potenza elegante. Si vede, si sente, si percepisce che il lavoro è assolutamente maniacale. La scelta delle vigne, la scelta dei tempi di vendemmia, l’utilizzo della catena del freddo ad acino intero. Tutto per ottenere qualcosa di assolutamente studiato e voluto. I nostri sono assolutamente vini tecnologici, se vuoi tecnici che nascono, però da un’idea assolutamente territoriale. Una stilistica di grande purezza e nessuna deroga alla qualità. Tecnica, testa, attenzione, determinazione. Tutto sembra andare nella direzione di un progetto di vita e di azienda che non accetta deroghe e compromessi. Eppure una Davide e Giuseppe l’hanno avuta e concessa con il Ruzzese arrivando probabilmente a portare questo vino ad essere un manifesto del loro intero progetto. Si è scritto molto recentemente di questo vitigno grazie proprio all’attività di recupero di Cà du Ferrà. Uno storico vitigno a bacca bianca presente nel volume di Sante Lancerio dei vini d’Italia che sceglieva per Papa Paolo III Farnese. Si racconta di forme di allevamento per le quali era quasi praticamente steso a terra su questi muretti delle cinque terre; della capacità anche di evolvere; che veniva spedito sulla piazza di Roma tramite piccoli caratelli spediti via mare. C’era la narrazione che il mare perfezionava. Una narrazione anche poetica di di questo vino che era tradizionale della nostra zona e si è perso poi con l’arrivo della fillossera. Anche lì, una storia. 10 anni di collaborazione partendo con due filari e 77 barbatelle per arrivare a produrre (su più piante ovviamente) 635 bottiglie in una prima vinificazione del Ruzzese in purezza fermentato e affinato in tonneaux. Un vino straordinario perché ha questa freschezza anche con vendemmia tardiva. Grande spessore, grande pienezza di bocca. Timbrica di cedro, molto fresco, molto accattivante con una parte di erbe e resine boschive, resine di vino, salvia. Veramente particolare, molto molto intrigante. Poi l’abbiamo voluto confezionare in particolare etichetta che si chiama zero tolleranza per il silenzio. Una doppia etichetta accoppiata con una carta di tessuto di cotone che si strappa in modo tale che ogni strappo sia totalmente diverso dall’altro. Non ci sarà una bottiglia uguale all’altra. Il nome è Zero tolleranza per il silenzio. Un messaggio al mondo di non avere mai paura della vita. Di non avere omertà ma di vivere una vita a testa alta e di parlare quando c’è da parlare. Durante le degustazioni ognuno l’ha interpretato un pò a suo modo. Persone che avevano zero tolleranza per il silenzio contro il genocidio di Gaza, contro l’omofobia, contro i femminicidi. Zero tolleranza per il silenzio secondo me si declina anche nel proprio personale o nel nel proprio vissuto nella propria sensibilità. Un messaggio forte. Non uno schiaffo perché la gentilezza di Davide non lo consentirebbe, ma la determinazione di chi nella vita non si arrende ne se ne vuole restare in silenzio. E perché dovrebbe poi? Ciò che più mi rallegra è l’esser certo che Giuseppe continuerà ad occuparsi delle camere dell’agriturismo, della gestione del personale e dei mercati esteri; Davide della parte agronomica ed enologica oltre che del mercato Italia così che Cà du Ferrà possa crescere nel meraviglioso territorio di Bonazzola anche tramite l’inserimento di sempre nuovi pezzi del puzzle delle vigne. L’elemento importante però di tutto questo è che Davide e Giuseppe continueranno a stare insieme, mano nella mano, andando avanti grazie al loro amore, alle persone che amano e che li supportano (io tra quelli) così che il loro progetto dunque la produzione di vini eccellenti valorizzando il territorio ligure, non abbia fine. Senza che si spenga mai la voglia di avere zero tolleranza per il silenzio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
16 Gennaio, 2026
Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso
Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
Figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
9 Gennaio, 2026
Biancopecora. Da MIlano a Monsampietro Morico
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Gennaio, 2026
Roberta Valletti. Ti sorridono i monti
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più. Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi. Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore. Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti. Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali. Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto. Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta. Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne. Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa. Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale. Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle. Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino. Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata. Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica. Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento. Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei. Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie. Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme. Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che fa scuola pasticceria. Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più. Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno. Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle. E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello. I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio. Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico. L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla. Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io. Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar. Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia. Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita? Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse. Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere. Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte. Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo. Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita. Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre. Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva. Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione. Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità. Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione. Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici. Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente. Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così? Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile. Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già. Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione. Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo. I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme. Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza. Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto. Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla. Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta). Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza. Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza. Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro. Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
30 Dicembre, 2025
Cantina Messori a via Margutta. La notte si accende di arte e gusto
24 Dicembre, 2025
Lire of Wine. Meno male che c’è
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
19 Dicembre, 2025
Fabio Ferracane. Ah l’amore l’amore
non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore. L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia. L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate. Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi. In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo. Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita. La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala. Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio. Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina. Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana. Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte. C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite. Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose? C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero. Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda. Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre. Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood. Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa? Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna. Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000. Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello. Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce. Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti. In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino. Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva, semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito. Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia. Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata. Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura. Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla. Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto! Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più. Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa. In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare. Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia. Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna. Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare. Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala. C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi. Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc. Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più. Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti. Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato. Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo. Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti. Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto. Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo. Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta. Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace. Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa. Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato. Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno. In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti. Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita. In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale. Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole. Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si. La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra. Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni. Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo? Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente. Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire. L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette. Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi. Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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17 Dicembre, 2025
Uva Fiera. La spensieratezza è servita
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12 Dicembre, 2025
Il Maturano di Cesidio di Ciacca
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10 Dicembre, 2025
Imprinting Art&Wine. Sepulveda aveva ragione!
Soddisfatto, fece un ruttino, e si rannicchiò stretto stretto al ventre di Zorba.
Ho sonno, mamma stridette.
Senti, mi dispiace, ma io non sono la tua mamma miagolò Zorba.
Certo che sei la mia mamma. E sei una mamma molto buona rispose
chiudendo gli occhi L. Sepulveda Non è strano in natura. Succede. Succede per il semplice fatto che un neonato non si vede allo specchio. Non conosce la propria natura. Respira per la prima volta. Vede la luce per la prima volta. Sente l’odore della madre per la prima volta. Ogni istante è un istante nuovo, ricco di cose da scoprire. Poi, con la crescita, arriverà la consapevolezza, i pensieri, i pregiudizi. Imprinting è la meraviglia della natura. Scevra di pregiudizi e luoghi comuni. Abbinamenti che avvengono solo per la scoperta e l’amore. Un pò quello che hanno provato, con successo, a fare Roberta Marchese Ragona e Marco Sargentini con la prima edizione di Imprinting Art&Wine svoltosi lo scorso 29 novembre alla Terrazza Bernini di Piazza Barberini a Roma, con il patrocinio dell’Arsial dunque della Regione Lazio. 19 cantine a rappresentare le sfaccettature dei vini del Lazio che si sono unite ciascuna ad un’opera diversa del maestro David Phoenix. Un imprinting che vuole significare come arte e vino siano non l’uno subalterno all’altro ma integrazione reciproca. O semplicemente due espressioni dell’arte. Così come un quadro di David è un mix di colori in grado di offrire sensazioni visive diverse in funzione delle angolazioni di visione, dello stato d’animo, della luce e di chissà cos’altro, un vino può stregare semplicemente per un sentore, per il colore nel calice, per quel sapore che ricorda un pensiero felice. Entrambe sono opere d’arte realizzate dalle mani dell’uomo. Entrambe hanno dietro un pensiero, una emozione, un ricordo. L’arte e il vino si fondono in un imprinting dove la tela riesce a carpire i pensieri del vignaiolo trasponendo i colori in un caleidoscopio sensoriale. La serata è stata piacevole e intensa. I vini assolutamente all’altezza. I sorrisi dei tanti intervenuti, ancor di più. Queste le aziende presenti Cantina Solis Terrae
Drogheria Alesse
Muscari Tomajoli
Tenuta Iacoangeli
Cantina Il Bottino
Cantina Raparelli
Terre del Veio
Cantine Silvestri
Palazzo Tronconi
Ronci di Nepi
Salpa Roma
L’essenziale dell’arte bianca
Cantina Raparelli
Colle de Conti
Azienda Agricola Castelli
Frantoio Camilli Indispensabile citare una presenza alla quale tengo molto, VoiceWise, lo spin-off dell’Università di Tor Vergata a Roma con il loro progetto legato al primo etilometro vocale (l’articolo è qui), una semplice app in grado di stimare, con precisione incredibile, il nostro tasso alcolemico solo attraverso la voce. Merita l’attenzione e il supporto di tutti noi affinché la quantità di dati disponibili possa rendere il sistema sempre più affidabile. Se c’è un imprinting allora è bene che non finisca qui. Ivan Vellucci – Direttore
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9 Dicembre, 2025
Maison Lehmann. L’arte del calice che nasce nel cuore dello Champagne
È in questo dialogo continuo tra vinificazione d’eccellenza e arte del vetro che nasce la filosofia della maison: sublimare ogni vino rispettandone identità, aroma e struttura. Non è un caso che la prima Collezione Signature, nel 2010, sia stata dedicata proprio al mondo dell’effervescenza, in collaborazione con Philippe Jamesse, ex sommelier dello stellato Les Crayères. Da allora, altri ambasciatori d’eccezione, chef, master sommelier, artisti del gusto, hanno firmato collezioni che uniscono competenza tecnica e personalità olfattiva. L’esperienza sensoriale che rende unico ogni brindisi Che si tratti di un grande champagne, di un rosso complesso o di un distillato da meditazione, il calice giusto non è un dettaglio: fa la differenza.
La differenza della forma perfetta, della capacità del vetro di accompagnare aromi e materia offrendo piena neutralità, della leggerezza che permette al vino di esprimersi senza barriere. Così, la tecnologia Ultralight porta a produrre calici leggeri, proposti sia in versione soffiata a bocca che a macchina, che generano sensazioni quasi eteree tra le dita. Una precisione assoluta nella resa aromatica, la delicatezza di un gesto, la forza di un’esperienza. Sono calici che offrono nella loro brillantezza, sottigliezza, armoniosità, un vero spettacolo. Cristallo senza piombo, tre tecniche di produzione per garantire la massima qualità per ogni esigenza. Non serve essere un professionista per desiderare un simile compagno per le proprie serate di festa. Quando ho avuto la possibilità di avere in mano un meraviglioso calice Lehmann soffiato a bocca è stato come prendere le manine di un neonato. Avete presente quando un bimbo in fasce mette la sua mano nella vostra? Si ha sempre l’impressione di una fragilità estrema. Quando presi la prima volta tra le mani quelle di mia figlia o di mio figlio, sembrava che le loro dita potessero spezzarsi da un momento all’altro. Non era così e, anzi, vedendo il trattamento riservato loro dall’ostetrica di turno, ho capito non vi fosse alcuna fragilità. Al contrario, erano così resilienti ed elastiche…. Proprio come il calice Lehmann. Lo stelo, lungo e finissimo è la leggerezza eterea di una ballerina danzante sulle punte. Eleganza slanciata. Finezza e consistenza di un cristallo che fa del suo evanescente spessore, forza trasparente. Le bollicine nel calice sono sembrate librarsi nell’aria come non vi fosse alcun cristallo a separarla dall’ambiente circostante. Parimenti il sorso è stato inglobante di ciò che mi circondava. Che si trattasse di vino fermo o di bollicina, la perfetta neutralità del cristallo ha garantito una esperienza olfattiva e gustativa fantastica. Anche nel lavaggio ho trovato i calici straordinariamente resistenti. Ricordo quando acquistai dei calici all’Ikea a Torino. Vivevo solo e non potevo certo permettermi spese folli. Belli a vedersi ma si rompevano solo a guardarli. Così, lavandoli, un semplice tocco del calice al bordo del lavandino ne determinava la sicura rottura. Non c’era nulla da fare. I calici Lehmann hanno resistito a trattamenti anche poco consoni. Li ho trattati non proprio bene e sono tuttora intatti. Meraviglia pura. Ripensando alle dita della mano di un bambino non più neonato, arriva il momento nel quale riescono a stringere quella di un genitore. La sensazione è quella di un ricordo di fragilità ormai svanito. Di purezza che continua e continuerà. Un calice Lehmann allora è proprio questo: fragilità solo immaginata, purezza, forza slanciata. Collezioni Signature: quando il vetro incontra i grandi del mondo gastronomico Ogni collezione Lehmann racconta una storia, un incontro, un’idea di gusto: Philippe Jamesse – curve eleganti e sferiche che esaltano energia e colore dei grandi vini. Arnaud Lallement – delicatezza senza tempo, ideale per leggere in trasparenza la complessità dei terroir. Fabrice Sommier – precisione assoluta per interpretare i Grand Cru. Gérard Basset – un omaggio al miglior sommelier del mondo; linee raffinate che celebrano l’emozione del vino. Florian Thireau – la più recente, dedicata alla mixology contemporanea, perché il brindisi non conosce confini. Ogni collezione include anche un calice “universale”, perfetto per chi desidera un solo bicchiere capace di accompagnare tutto: bianchi freschi, rossi strutturati e, naturalmente, champagne. Un compagno ideale per i pranzi delle feste, i cenoni, o un semplicissimo aperitivo improvvisato tra amici. Una boutique d’autore, tra Reims e Parigi La boutique Lehmann di Reims è una tappa obbligatoria per chi visita la Champagne: un luogo in cui il vetro diventa racconto, dove si può toccare con mano l’essenza della maison.
Dal 2024, un nuovo spazio prestigioso si affaccia anche sulla Senna, al n°1 di Quai de Conti, nel cuore elegante del VI arrondissement di Parigi. Non ci sono ancora stato ma sarà tappa del prossimo viaggio nella capitale francese. Due sedi che parlano la stessa lingua: accoglienza, savoir-faire, desiderio di trasmettere l’arte della degustazione. Un invito unico: la Lehmann Experience Per chi desidera un’immersione totale, la maison ha creato la Lehmann Experience: un workshop di un’ora e mezza nella dimora storica di Reims.
Un viaggio nella storia del vetro e nella magia dei calici da champagne, che termina con la degustazione di un’annata iconica attraverso cinque diversi bicchieri. Un percorso affascinante che mostra quanto la forma possa cambiare l’anima di un vino. Se qualcuno pensasse che un calice è un calice e che un calice non fa la differenza, con questa esperienza, magari da ripetere a casa, avrà modo di ricredersi. La partecipazione dà diritto anche a un 15% di sconto su tutte le collezioni: un’idea perfetta per un regalo di Natale diverso dal solito. Uno stile francese che conquista il mondo Con oltre 12 milioni di bicchieri prodotti all’anno, una presenza in 50 paesi e clienti in continua crescita, Lehmann sta scrivendo una delle pagine più interessanti nel mondo degli accessori da degustazione.
Stati Uniti, Cina, Brasile sono i nuovi mercati di riferimento senza dimenticare il mercato italiano che merita una attenzione particolare vista la nostra propensione all’eleganza e allo charme. Lehmann può essere considerata, a ragion veduta, una maison che guarda lontano pur restando profondamente legata alla Champagne. E forse è proprio questo il suo vero segreto: la capacità di portare in ogni calice la magia di Reims, della sua storia e delle sue bollicine. Per le feste che arrivano, un solo consiglio: scegliere il calice giusto Champagne per il brindisi di mezzanotte, rossi importanti per le cene di Natale, cocktail creativi per le serate tra amici: ogni momento può e deve essere valorizzato.
Un calice leggero, elegante, studiato per esaltare profumi e vibrazioni del vino trasforma un sorso in un ricordo. Vi ricordate quando nei bicchieri di cristallo di una volta un colpetto con le unghie provocava un bellissimo suono? Ecco, ad un certo punto abbiamo smesso di farlo e sapete perché? Perché i bicchieri hanno smesso di essere prodotti con il giusto materiale cosa che con un calice Lehmann non succede. La piccola schicchera data trattenendo il dito anulare con il pollice per poi mandarlo a colpire il calice mi ha provocato quelle grandi piacevoli emozioni che avevo smesso di provare. Le stesse emozioni ottenute nuovamente con quel meraviglioso gesto del colpire il bicchiere delle persone con le quali si brinda dicendo: cin cin (termine onomatopeico). In fondo, la festa comincia sempre da un piccolo semplice gesto: avvicinare il calice alle labbra e lasciarsi sorprendere dalle emozioni. Non senza prima aver brindato dicendo: cin cin. E, mi raccomando, guardate sempre negli occhi colui o colei che brinda con voi. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
5 Dicembre, 2025
Anton Robert Zaccheo. Carpineto sarà in buone mani
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti! Le rivalità tra famiglie hanno segnato la storia di ogni nazione, regione e perfino città. Montecchi e Capuleti (che in realtà erano i San Bonifacio, di Cremona ma Shakespeare si confuse e, per citare Dante cambiò Cappelletti in Capuleti) si sfidavano a Verona; Medici e Borgia rivali storici del Rinascimento; Asinelli, Garisendi, Alberici, ecc a Bologna costruivano torri per beffarsi degli altri. Ci si divideva perfino anche in fazioni: Guelfi e Ghibellini; papalini e repubblicani. Rivalità, disfide, guerre. Tragedie, sangue, ferite nella storia. Comprendere le origini di cotanta stupidaggine è praticamente impossibile e tutto sommato inutile. Tanto, a chi importerebbe? Pensiamo invece a cosa si sono perse queste famiglie. A quanto tempo, soldi, pensieri, vita hanno gettato via, impegnati nel principale scopo dell’esistenza di generazioni, dell’annientare l’altro. Cosa avrebbero invece potuto realizzare se invece di farsi la guerra avessero messo insieme le forze? Per una famiglia, rimanere unita a condurre una azienda, è affare complicato, figuriamoci per due contemporaneamente. Francamente, non me ne vengono in mente ma ne ho trovato due che con tanta intelligenza, volontà e senso di responsabilità, insime hanno realizzato qualcosa di incredibile. Sono le famiglie Zaccheo e Sacchet che, insieme, sono Carpineto: 500 ettari, 5 tenute nelle zone più ambite della Toscana, 180 ettari di vigneto, uliveti storici, tartufaie, prati, boschi. Insieme dal 1967. Non tantissimo ma nemmeno poco! Ho sempre sostenuto che le cose belle della vita nascano dall’incontro di persone meravigliose. Con fame e idee. Fame e idee sono il vero motore del successo. Solo che la fame e tanta e le idee ancor di più. Realizzarle è l’unico modo di soddisfare quella bulimia che continua. Ci si incontra per caso e si sta insieme per volontà. Spesso si capisce che l’altro colma quel qualcosa che si sa di non avere. Nessuna rivalità. Semmai capacità di comprendere come insieme, si possa correre ancora più veloci, al riparo da pericoli. È il 1967 quando Giancarlo Carlo Sacchet da Conegliano e Antonio Mario Zaccheo da Bari fondano a Greve in Chianti la Carpineto con lo scopo di produrre vini di eccellenza. Giancarlo, enologo, fresco di studi alla Scuola di Conegliano voleva creare grandi rossi e Antonio voleva imbottigliare vino con proprie etichette smettendo di produrre solo uva. Ecco, quando due persone cosi si trovano riuscendo a mettere a fattor comune le loro idee, ambizioni e fame, non può che crearsi qualcosa di eccezionale. Come Carpineto! Da Giancarlo e Antonio si arriva ai giorni d’oggi dove i giovani iniziano a muovere i primi passi in azienda. Da un lato Caterina, figlia di Giancarlo che seguendo le orme del padre è l’enologa dell’azienda. Dall’altro, Anton Robert Zaccheo, nipote di Antonio e figlio di Antonio Michael che si occupa del commerciale. Incontro proprio Anton Robert, nato a San Francisco e tornato in Italia all’età di 4 anni per innamorarsi perdutamente del mondo del vino. Papà andò a studiare negli Stati Uniti dove sono nato io. Lo dico molto sinceramente: non mi rendevo conto bene di cosa significasse avere una tenuta, una vigna, fare il vino. Pur lavorando non mi rendevo pienamente conto della realtà. Mio padre mi ha sempre detto che era necessario lavorare in cantina, in vigna, ecc. Ad un certo punto mi è scattata la molla e ho detto a mio padre che sarebbe stato interessante fare un corso da sommelier. Lì mi è partita una passione molto più approfondita e, anzi, mi sono reso conto molto di più del mondo del vino, della realtà insomma italiana, mondiale. Anton Robert è un ragazzone alto con il viso che esprime la sua giovane età. Mi ricorda molto, a guardarlo bene ma anche ad ascoltare il tono delle sue parole, Jannik Sinner: posato, calmo, riflessivo, umile e con un sorriso che non ti aspetti. Si esprime sempre con molta attenzione e rispetto. Come se quello di cui sta parlando meriti grande proprio grande. Sarà per via dell’irripetibile percorso del nonno. Irripetibile magari ai giorni d’oggi ma, comunque, con la necessità di mantenerlo e svilupparlo. Cosa questa che per lui, figlio unico, è una grande responsabilità alla quale non intende sottrarsi. Non per obbligo quanto per scelta. Anche questa posata. Ho fatto il corso e poi c’è stato il COVID. Subito dopo sono andato a fare una vendemmia in un’azienda tedesca dove lavoravano persone che avevano studiato università di Geisenheim e mi chiedevano: ma te hai studiato enologia? Che hai fatto? Un giorno mi dico: io chiamo l’università e andiamo a capire cos’è. Vado là, faccio un tour che mi ha interessato parecchio. Avevo però preso già degli impegni di andare in Australia per fare una vendemmia e il semestre era già iniziato. Vado così in Australia e mentre stavo li mi sono detto: sai che c’è, lo facciamo. Ci vado e mi è piaciuto parecchio. Ho finito da poco questo questo percorso di International Wine Business. Una sorta di overview del mondo enologico sia dal punto di vista produttivo sia finanziario e marketing. Insomma tutto quanto sa di quel business che ruota attorno al vino inclusa la parte tecnica. Meno male che questi ragazzi possono studiare tutto quanto può e deve girare attorno al mondo del vino cercando di far uscire questo dalla mera realtà contadina! La famiglia Sacchet ha sempre gestito la parte produttiva; famiglia Zaccheo quella commerciale. È successo così per caso. Solo che io, da quando sono piccolo ho vissuto il mondo commerciale ed è proprio questo il lato che mi piace parecchio. Ho intenzione di continuare ad aiutare mio padre principalmente con l’export. Il mercato americano, l’export, la vendita. Cinque tenute: due nel Chianti Classico, una a Montalcino, una a Montepulciano, una in Maremma a rappresentare tutte le denominazioni chiave della Toscana. Tre milioni di bottiglie prodotte. Un impegno quello commerciale, non di poco conto. Tre milioni di bottiglie. Pensate cosa l’unione sinergica di due famiglie è riuscita a realizzare. Una scelta consapevole quella di Robert. Con la supervisione di papà e nonno potrà crescere e crescere in fretta. Senza la voglia di strafare o di alzare la testa così, tanto per alzarla. Lavoriamo molto insieme e l’obiettivo mio è quello di imparare da lui il più possibile e il più in fretta possibile senza ovviamente bruciare le tappe. Ho la fortuna di vivere proprio vicino a lui quindi posso acquisirne i segreti. Senza fretta e non perché non ne abbia voglia ma tre milioni di bottiglie possono far tremare i polsi a chiunque e ci vuole coraggio, tanto coraggio per un ragazzo di 26 anni, ad imbarcarsi in una avventura del genere. Robert si sarebbe potuto tirar fuori e lasciar fare. Invece no, è rimasto e vuole, quando sarà il momento, dire la sua. Per adesso domina la pacatezza e la lucida capacità di mettere a fuoco ogni aspetto, compresa la responsabilità di affidare la gestione a chi sa fare le cose. Un marchio di fabbrica per Carpineto poiché solo con una mentalità del genere si cresce insieme. Pensate a cosa sarebbe successo se ognuno fosse voluto entrare nel lavoro dell’altro! Noi siamo molto interconnessi e lavoriamo molto vicino alla produzione dei vini. Noi facciamo su una trentina di etichette. Facciamo vino Nobile di Montepulciano riserva che è un vino al quale sono particolarmente legato perché vivo in questa tenuta. Un vino speciale entrato nella lista dei top 100 Wine Spectator tre volte nell’ultimo decennio. Viene da una argilla blu. Quello che ho provato io è la Riserva 2020, Nobile già dal colore nel calice. Sentori immediati di frutta molto matura che si esaltano grazie alla balsamicità. Nonostante la breve permanenza in bottiglia, si sta già sviluppando qualche etereo (ceralacca). Emergono le spezie che rimangono comunque nascoste nel sottofondo. Spezie dolci tra le quali è il pepe a dare un pò di brio. Poi cardamomo, noce moscata, vaniglia. Non può mancare la viola, semplice e sottile. In tutto questo bouquet c’è la nota alcolica che viene fuori a ricordare che qui c’è Sangiovese. Quello vero. Il sorso, come da tradizione, è ampio e poderoso. Tannini presenti e prepotenti che, comunque, si fanno setosi e caldi, freschi e sapidi. Un vino da ricordare per la potenza, la forza così come per la schiettezza con la quale si propone. Elegante e non banale può riposare in bottiglia ancora per tanti anni restituendo sensazioni sempre diverse. Un altro vino secondo me fantastico è il Chianti Classico, la nostra storia la nostra, che sa di eleganza. Ho provato anche di questo la Riserva 2020 trovandolo davvero elegante tanto che nel calice la trasparenza sa di finezza. Non c’è impenetrabilità ma quella evanescente vivacità che lo rende intensamente elegante. Ceralacca e goudron lo proiettano già verso livelli di complessità superiori. La frutta particolarmente matura e la viola lo riportano all’essenza del Chianti Classico dunque al Sangiovese. Non c’è particolare intensità nel bouquet e occorre roteare il bicchiere per cercare i sentori. Ma va bene così perché si dimostra non ruffiano, non particolarmente immediato bensì ricercato e per nulla spocchioso. In bocca la gioventù del Sangiovese emerge con i tannini intensi, la freschezza importante, la rotondità che viene meno. Ecco che ha bisogno di quella tanto agognata bistecca per rendere al meglio. Un giusto connubio che non può mancare. Anche se per me un crostino con fegatini risolve egregiamente il paring. Tutto, purché lo si apra con molto anticipo! Poi c’è il Brunello, che è un vino interessante per noi perché siamo a 550 m di altitudine esposti verso nord. Un vigneto di montagna. Il Brunello 2020 ha maturato benissimo e appare già di un bel colore granata. Un sentore di ceralacca e di cera di candela forniscono proprio la sensazione di solennità. La frutta molto matura, al limite del cotto, l’erbaceo, le erbe aromatiche, il castagno, la vaniglia, il cioccolato, il sottobosco, i fiori rossi e chi più ne ha più ne metta, dicono che siamo in presenza della complessità aristocratica di un vino importante, di quelli che, pur austeri, coccolano in maniera avvolgente. Un caldo accogliente che fornisce la chiara sensazione di una coccola famigliare, come le carezze della nonna. È il sorso che ricorda però come questo Brunello sia ancora giovane: la freschezza è viva, i tannini sono aggressivi, la bocca è ampia. La sensazione è che ci sia dell’altro che arriverà nel tempo. Quella evoluzione che consentirà, mantenendo inalterata l’eleganza e l’austerità di un Brunello, di diventare immenso. Ciò che rimarrà è la sapidità che la montagna ha conferito e la necessità di accompagnarlo degnamente. Il Dogaiolo in versione rossa è uno dei nostri vini più esposti. Esportiamo in 70 paesi e il Dogaiolo è sempre presente. Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Ora abbiamo appena fatto uno spumante nuovo perché Giancarlo Sacchetti ha avuto una voglia di ritorno agli arbori. Base Chardonnay mentre quest’anno abbiamo fatto uno spumante a base Sangiovese. Idee chiare e una infinita voglia di rappresentare la sua azienda soprattutto verso quel mondo dei giovani che Robert, e non potrebbe essere diversamente, sente proprio. L’impressione è che voglia arrivare a condividere come sia possibile innamorarsi del vino, magari utilizzando un linguaggio che solo un ragazzo come lui può gestire opportunamente. Anche qui, senza fretta. Robert sembra proprio non averla ma non già per paura, per mancanza di voglia, per riluttanza. La sua è quasi una immersione nel dna di una azienda che fa della capacità e del merito un valore imprescindibile. Perché solo così si può rimanere uniti. Sinceramente non saprei quando sarò pronto per prendere le redini. Dovrei chiedere a a mio padre. Sicuramente è ancora presto. Mi impegno molto, ma è ancora presto. Mia figlia che ha poco meno di tre anni, dice sempre che è capace a fare qualcosa anche se è allo stesso modo pronta a chiedere aiuto quando si rende conto, con contrizione, di non essere in grado. C’è chi mantiene questa forma mentale per l’intera vita e chi invece, sapendo di avere delle responsabilità, ha la consapevolezza di poter fare qualcosa solo quando ne si ha la certezza. Ovvero quando si acquisisce la giusta capacità ed esperienza. Robert è silenziosamente così. Un ragazzo che ha la dote, assolutamente apprezzabile, di non gettarsi in una impresa con il rischio di fallire. Anche se tutto sommato lo potrebbe fare: quale è quel genitore che non coprirebbe gli insuccessi di un figlio? Nessuno, tanto che mamma Bianca e papà Antonio non fanno altro che spingerlo. Eppure per questo ragazzo, silenzioso e quasi enigmatico, troppo forte è il senso di responsabilità verso l’azienda fondata dal nonno Antonio e da Giancarlo Sacchet. Arriverà il suo momento e quando lo sarà avrà immagazzinato così tanta esperienza e capacità che ne vedremo delle belle. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
28 Novembre, 2025
AntiCelebration. Le bollicine della (nuova) vita
Sono così tante e variegate che ogni volta che ne apprendo una rimango affascinato da quanto le nostre vite siano differenti l’una dall’altra così che solo quando due vite si uniscono, il corso di una storia o della storia in generale, muta in maniera drastica.
Avete mai pensato a cosa voglia dire un figlio? Non è solo la magia di una vita ma una nuova esistenza che, intersecandosi con quella dei genitori, determina un cambiamento nella precessione degli eventi. Cambia tutto. Anche e soprattutto la percezione dei valori della nostra esistenza. Spesso, troppo spesso, viviamo come criceti in una gabbia. Bellissimi topolini (perché di questo si tratta ancorché colorati e carini tanto che ho sempre pensato che sia una delle più grandi discriminazioni della storia) che trascorrono il proprio tempo correndo sulla ruota che fa tanto divertire i bambini. Corrono incessantemente come unico modo di muoversi, costretti, non certo per scelta, all’interno di una gabbia metallica.
Avete mai avuto la sensazione di essere proprio noi i criceti in gabbia? No? Sicuri?
Analizziamo una giornata tipo: sveglia alle 6.30. Colazione, doccia e in contemporanea figli da preparare. Poi chiusi in una scatola di latta (auto, treno, autobus) per portare i pargoli a scuola, dunque recarsi in ufficio. Secondo una ricerca di moovit.com, il tempo medio di permanenza in auto è di 52 minuti al giorno. Io devo essere fuori media perché il Grande Raccordo (Parcheggio) Anulare di Roma non mi fa scendere sotto i 90 minuti giornalieri.
Tornati a casa, bene che vada alle 19, rimane poco tempo per stare con i figli e il partner. Comprimiamo tutto nel weekend. Sempre che non ci siano altre attività da espletare.
È vita questa? Pensate adesso se quei 52 minuti giornalieri diventassero 8 ore. Delle 24 giornaliere se 8 sono già spese per il traffico e 8 di lavoro ne rimarrebbero 8 di altro. 6 di sonno volete mettercele? Bene, ne rimangono 2. Solo due dannatissime ore di vita. Altro che criceto. Vabbè ma chi è il folle che sceglie di andare al lavoro a 4 ore di distanza?
Nessuno sano di mente, chiaro. A meno che quelle quattro ore non siano l’unico modo per recarsi al lavoro. Paradossale se servissero per percorrere solo 5 km. A Mosca vivono dodici milioni di persone e sono registrate oltre quattro milioni di autovetture. I moscoviti che si considerano pendolari affermano che fino ad un’ora e mezzo di tragitto è nella norma, mentre sopra le due ore può (non deve) diventare argomento di discussione. Ogni persona può descrivere la vita e la qualità di vita in modo diverso. Per noi c’erano delle cose insopportabili. Per esempio 4 ore di traffico ogni giorno. C’erano solo 5 km dalla casa all’ufficio. Uscendo alle sette o alle otto la sera ci volevano comunque quattro ore. A meno che non si usciva alle dieci così che ce ne volevano due. In nessun modo arrivavamo a casa prima prima delle otto. Maxim Merkulov e sua moglie Elena li ho conosciuti in un caldo fine settimana romano. Al Ponte della Musica Armando Trovajoli di Roma andava in scena Calici di Stelle. Un tramonto mozzafiato, musica di sottofondo. Ero li con mia moglie per la copertura stampa dell’evento. Vengo attirato da uno stand un pò più lungo del solito sul quale facevano bella mostra di se bottiglie di bollicine con etichetta nera. Apparivano tutte uguali tanto da non capire la necessità di una simile esposizione. Dietro lo stand un ragazzo alto e una ragazza altrettanto alta. Si guardavano in un modo che non poteva che essere identificato se non con “con amore”. Il nome dell’azienda non poteva non destare attenzione: AntiCelebration. Elena e Maxim oltre ad essere due persone squisite rappresentano l’esempio vivente di come la guerra in Ucraina sia, oltre che scellerata, insensata. Ucraina lei, russo lui. Coppia dai tempi dell’università. A Mosca, dove entrambe vivevano. Una coppia come tante in Russia dove ucraini e russi hanno sempre convissuto. In pace. Sposati e con una bellissima figlia, Alice; direttrice marketing in ambito IT e vino, Elena; funzionario di banca impegnato su importanti progetti ESG (Enviromental, Social, Governance) Maxim. Una famiglia benestante a Mosca. C’era una vita molto intensa. A Mosca, quando si è giovani, ci sono tante cose diverse. Non c’è tempo di provare tutto. Il ritmo è assolutamente matto. Quanto è diversa la nostra visione della Russia e di Mosca. Maxim ne parla come una città pazzesca, sempre attiva, dinamica, frenetica, con un traffico incredibile. Una città che non dorme mai e che è sempre in movimento. Non c’è nulla di quello che un occidentale può pensare. Troppi stereotipi magari formatisi per via di una comunicazione del tutto assente. Pensateci, cosa ci arriva della Russia e della vita li? Niente. Non sappiamo niente. Nel bene e nel male. Abbiamo capito che stavamo correndo come criceti. Non si finisce mai di correre. Lavori fino alle 11 di sera. Ti svegli alle 6. Tutti i giorni così. Non vedi la tua figlia. I risultati del tuo lavoro non sono tangibili. Non li vedi. Ti svegli e vedi tutto questo. Può capitare che ti svegli un giorno e vedi tutto questo. Così come può capitare che non ti svegli mai continuando a fare quello che hai sempre fatto. Forse la discriminante è l’avere o meno un sogno. Qualcosa che viene riposto in un cassetto in attesa, prima o poi, di tirarlo fuori. Con la complicazione che quando sei una famiglia, quel sogno, non può essere solo il tuo. Deve essere il sogno di tutti. Altrimenti conviene lasciarlo nel cassetto. Ci sono tante persone che hanno il sogno della vita, noi avevamo questa sogno anche prima prima di incontrarci. Ognuno di noi aveva questo sogno di fare il vino. Il nonno di mia moglie faceva il vino in Georgia. E quindi lei da piccola diceva che da grande avrebbe fatto il vino. Ho conosciuto tante persone con il sogno di diventare produttori vino. Per la maggior parte è solo qualcosa di bohemien. Quel desiderio di ambire ad una vita in campagna, tra i filari, la vendemmia, la cantina. Desiderare, immaginare una vita diversa. In pochi arrivano però a concretizzare, a trasformare il sogno in realtà. La terra, la fatica, l’attesa, gli investimenti, la capacità, l’aiuto, il tempo, il lavoro. La terra. Già la terra con la quale sporcarsi le mani senza preoccuparsi dei calli che verranno.
Ecco perché per molti rimane solo il sogno bohemien che fa figo ogni tanto tirar fuori per ricordare a se stessi che c’è e che se non si è realizzato è solo per qualche motivo al quale crediamo solo noi. Io fin da giovane mi sono appassionato al vino e alla produzione. Feci diversi tour enogastronomici. Con il tempo e con la consapevolezza ho iniziato anche a leggere testi più tecnici, professionali ma non sono stato mai sicuro che sarebbe potuto diventare la mia vita. C’è una strada, c’è un sogno, c’è una vita reale. È così che tra due persone è possibile, anche se altamente improbabile, che le due strade si incontrino, i due sogni coincidano. Un allineamento astrale, un sei al Superenalotto. In un viaggio come turisti in Italia abbiamo visitato qualche cantina. Poi nel 2021 abbiamo pensato che saremmo stati in grado di farlo. C’è una convinzione diffusa in Russia che lasciare un lavoro di ufficio per dedicarsi a una vigna significhi andare in pensione. Noi abbiamo capito come fosse una convinzione assolutamente sbagliata. C’è tanto da fare in vigna. A meno che tu non abbia un sacco di soldi per non fare nulla. È la fine del 2021 quando Elena e Maxim decidono di fare il grande passo. Lasciare la Russia per trasferirsi in Italia. Tutto pronto. Compreso il rogito per l’acquisto di una casa e sei ettari di terra a Maiolati Spontini, vicino Ancona fissato per il 27 febbraio 2022. Sì, avete letto bene, 27 febbraio 2022. Una settimana dopo l’inizio dell’invasione Russa in Ucraina. Uno stress impensabile perché avevamo già preso questa decisione. Le persone qui in Italia con le quali lavoravamo prima di trasferirci non sapevamo come potevano aiutarci. Non eravamo solo noi, c’era anche Alice che aveva 7 anni. Ci sentivamo responsabili della sua vita, del suo futuro. Elena e Maxim non stavano scappando da niente e da nessuno. Volevano solo una vita diversa per la loro famiglia. Vivere la loro vita in un posto tranquillo dove poter affermare i loro valori. Questo per loro voleva dire determinazione. Eravamo sempre insieme e sempre pensavamo le stesse cose. Le cose che facciamo ci daranno i frutti, non adesso, ma tra qualche anno. Anche per la nostra figlia che adesso è molto contenta e super felice. Il primo giorno di scuola eravamo molto preoccupati perché non parlava italiano ed era proprio il primo giorno di scuola in assoluto. Il secondo giorno si è svegliata prima di noi e ha detto: andiamo a scuola vai vai veloce! Ci ha dato una extra motivazione per continuare. L’italiano di Maxim è eccellente. Certo, si capisce della sua provenienza per via di quell’incredibile accento fedele alle origini. Il sorriso, vero e sincero, che accompagna i suoi discorsi, sa di serenità. Di quello stato meraviglioso riuscito a raggiungere con la sua famiglia. La serenità di vivere in un luogo lontano dallo stress, dalla inutilità della vita, dai pericoli di pazzi scriteriati.
Maxim era abituato a lavorare con i progetti così, per realizzare la loro seconda vita, ha progettato tutto, nei minimi particolari e insieme ad Elena, per oltre due anni. Insieme. Sempre insieme. Per stare insieme. A Mosca, quando hai 35 anni senti che la tua vita è quasi finita. Hai la percezione che tutto va cosi veloce che pensi che la vita stia per finire. In Italia ci chiamavano giovani e per noi era strano. Lo abbiamo capito in Italia di essere giovani, di avere l’energia per fare le cose. Noi stiamo insieme come famiglia, facciamo le cose insieme, lavoriamo in vigna insieme, facciamo il vino insieme, selezioniamo il taglio per ogni prodotto, prendiamo le decisione insieme. Tutto questo insieme con la nostra figlia che vede come lavoriamo, quali sono i nostri principi. A Mosca abitava più con la babysitter che con noi e tutti i principi erano quelli della babysitter. Ecco, questo è insieme il senso della vita e la realtà di tutti i giorni.
Spesso quando torno dall’ufficio, incontro la figlia dei vicini di casa. Avrà una decina di anni. Torna a casa con zaini grandissimi insieme alla sua babysitter. La scuola fino al pomeriggio, poi magari qualche sport. Sempre senza i genitori che magari vede per cena. Quando va bene. La guardo, le guardo, penso che almeno mia figlia è stata durante il pomeriggio con i nonni. Quando sarà più grande e loro non ce la faranno, ci sarà, anche per lei, una babysitter. È così che mi chiedo se ha senso una vita del genere, una famiglia che è tale solo nei fine settimana o durante le vacanze. Ci fosse almeno la soddisfazione di realizzare qualcosa di tangibile nel proprio lavoro. Invece nemmeno quello. I frutti del lavoro in campagna sono sono concreti, sono tangibili. Ciò che ottieni dipende solo da te, dai tuoi sforzi e della natura. In Russia guadagnavamo ma la qualità della vita e la percezione dei soldi che guadagni, è assolutamente diversa. Già, ma solo il viaggio dalla Russia all’Italia basterebbe per far tremare i polsi. Cultura diversa, lingua diversa, persone diverse, ambiente diverso. Persino la religione è diversa. Oltre alla circostanza di non poco conto di passare da dietro una scrivania al trattore. Eppure, Maxim ne parla con la serenità d’animo e il sorriso di chi sa di averci guadagnato da questa pazzia. Se non in soldi, perlomeno in tranquillità. Adesso noi abbiamo due progetti dei quali il primo è AntiCelebration, dedicato sugli spumanti metodo classico. Una idea che ci è venuta quando ci siamo trasferiti e visto quanti vitigni autoctoni ci sono con i quali fare spumanti di altissima qualità. È certamente vero che oggigiorno se non hai una bollicina in gamma non sei nessuno e che se non fai un metodo classico sei un poveraccio, però è anche vero che di bollicine fuori dal comune ce ne sono, ancora poche. La maggior parte hanno al loro interno Chardonnay, Pinot Noir, Pinot Meunier. Poi abbiamo assaggiato Verdicchio, Erbaluce, Durella e siamo rimasti sorpresi nel vedere la qualità di questi piccoli produttori assolutamente sconosciuti fuori della propria zona. Vitigni non certo nuovi alla spumantizzazione anche se, oggettivamente, senza una particolare presa sul mercato. Nel 2024 l’Italia ha prodotto 1,015 miliardi di bottiglie di bollicine. Di queste 660 milioni sono di Prosecco, 19 milioni Franciacorta, 12,3 di Trento DOC. Di Erbaluce di Caluso se ne producono circa 60.000. Durella e Verdicchio non avendo dati certi possiamo presumere in poche migliaia.
Nonostante tutti gli estimatori del Metodo Classico tessano le lodi di questi vitigni, pochi poi si azzardano a portare su una tavola qualcosa che non sia Pinot Noir e Chardonnay. Abbiamo lanciato questo progetto dedicato agli spumanti per far conoscere e promuovere questo patrimonio italiano. Un progetto nato dalla passione per l’Italia e il suo patrimonio. Una sorta di ponte verso il secondo progetto, quello che sa veramente di vita e di famiglia: una cantina, una azienda. Qualcosa che Maxim ed Elena hanno voluto, cercato, sviluppato con grande senso di progettualità dove le pregresse esperienze di entrambe sono state utilizzate al massimo. Un progetto molto più tradizionale è la nostra cartina e il nostro marchio, con la nostra vigna, dove facciamo anche gli spumanti di Verdicchio, ma anche vini fermi. I nostri primi vini sono usciti pochi mesi fa. Una cosa molto familiare, piccola realtà per valorizzare il territorio. È Root Winery. La cantina che sorge proprio sul paese di Maiolati Spontini, paese che è una vera dedica al compositore italiano Gaspare Spontini. Noi abbiamo anche la missione e l’obiettivo di promuovere il patrimonio di quel compositore, perché ci piace la musica che ha creato. Assurdo come la nostra musica, la nostra storia, la nostra cultura sia conosciuta e apprezzata all’estero mentre in Italia non sappiamo nemmeno di chi si stia parlando. In Russia i bambini crescono con la musica, la danza, il teatro. Un patrimonio culturale che diviene dna. Un modo perché la cultura si propaghi nel tempo e nello spazio. Un aspetto che noi quasi rifuggiamo. Un pò come quando negli scantinati dei musei rimangono ad ammuffire opere per le quali tutti i musei del mondo farebbero follie per esporle. Una che fa 10.000 bottiglie aiuta tutti in zona coloro che vogliono iniziare la produzione del metodo classico. Questo ci ha dato anche tanta motivazione per iniziare questo progetto per far vedere il lavoro di questi piccoli produttori. L’incredibile e unico calore umano dei piccoli borghi. Dove non c’è invidia o competizione. Solo solidarietà e mutua assistenza. C’era un tempo e c’è ora. Speriamo che ci sarà sempre. Root Winery e AntiCelebration due progetti, di vita il primo, di inizio della vita il secondo. Anche se a pensarci è davvero strano.
Capisco che da neofiti, arrivati in Italia nel 2022, ci si è scontrati con l’impossibilità di far decollare in tempi brevi l’azienda della vita, ma è pur vero che pensare di impiegare il periodo intermedio con un progetto relativo al Metodo Classico vuol dire solo essere folli. Ma come li considerereste due persone che senza alcuna esperienza lasciano la Russia per trasferirsi nelle Marche? Adesso posso dire che era molto rischioso. In quel momento sembrava che non potevamo fare in altro modo perché. Quando abbiamo scelto il posto dove ci saremmo dovuti trasferire, abbiamo scelto le marche, Castelli di Jesi, per il Verdicchio e per fare metodo classico. Nel 2021 abbiamo deciso di fare questo progetto delle cantina senza sapere di fare il progetto di Anticelebration. Non era abbastanza chiaro il mercato degli spumanti in Italia. Oltre un mercato non chiaro per nulla, pensiamoci bene, una bottiglia di bollicine sa molto di allegria e festeggiamenti. Solo per le feste lo scorso anno si sono stappate oltre 355 milioni di bottiglie. Un terzo della produzione annuale. Quanto se ne sarà bevuto? Poco. Specialmente a fine dei luculliani pasti e se qualcuno non avrà annaffiato tutti. Ecco, la pessima abitudine di celebrare qualcosa spruzzando dello champagne. Nata nel 1950 al termine della gara di Formula 1 a Reims quando Juan Manuel Fangio stappò una bottiglia di Moët & Chandon. Per fortuna, si attese 16 anni prima che a Le Mans, Jo Siffer, vincitore della gara, spruzzò nuovamente lo champagne sulla folla. Jo sostenne però che il tappo era saltato. Non saltò più e ancora oggi si consumano magnum di champagne in questo modo. Per non parlare dei deficienti che si fanno il bagno nelle bollicine oppure puliscono i cerchi della Ferrari. Lasciamo perdere! Dobbiamo promuovere il metodo classico non come bevanda per farsi la doccia, per metterla nella Jacuzzi. Non si riempie la Jacussi con il vino fermo ma con le bollicine. Il metodo classico deve essere rispettato. Ecco perché sul sito di AntiCelebration si vende una bottiglia di acqua gasata che fa le stesse cose di una bottiglia di metodo classico. Tanto, a chi importa cosa esce se nessuno lo beve? AntiCelebration è un vero progetto di sviluppo e partnership realizzati insieme a piccoli produttori di metodo classico. Ogni cuvée, rigorosamente brut nature, è realizzata con uno specifico produttore rivelato sulla fascetta del collo bottiglia. I modelli di collaborazione sono diversi e dipendono dal produttore. In Piemonte compriamo il vino base oppure il tiraggio già invecchiato. Abbiamo elaborato il liqueur d’expedition e fatto la sboccatura. Non era importante come lo avremmo fatto ma che lo facciamo. Un prodotto di qualità che non c’è sul mercato. Deve essere una partnership che genera un prodotto unico. AntiCelebration vuol dire 8 vitigni autoctoni per 13 cuvée e circa 7000 bottiglie prodotte. Nebbiolo, Erbaluce, Verdicchio, Durella, Pinot Nero, Incrocio Bruni (Sauvignon, Verdiccio)+Sangiovese+Famoso. Il piano era iniziare con l’Italia perché ci sono tanti vitigni autoctoni per poi iniziare a fare le stesse cose in Francia, Sud Africa, Germania, Argentina. Con lo stesso modello di business perché i problemi dei piccoli produttori sono uguali in tutto il mondo. Noi vorremmo scoprire attraverso queste collaborazioni, piccoli produttori da tutto il mondo. Se un consumatore italiano volesse assaggiare un metodo classico del Sud Africa, con AntiCelebration avrà la sicurezza di provare qualcosa di eccellente. Un piano che non poteva prevedere solo la vigna di proprietà, prima di tutto uno spazio di sperimentazione (anche nel mondo dei degli spumanti) ma anche, principalmente dire, uno spazio di armonia familiare. Noi siamo tifosi di blend particolari. All’inizio volevamo fare solo spumante dalla nostra vigna ma poi abbiamo cambiato idea perché ci siamo resi conto che con il Verdicchio possiamo fare tante cose. Abbiamo lo stesso enologo per tutti e due i progetti. La sua visione è la nostra visione. Fortunatamente è anche della nostra zona e giovane. Noi siamo contenti e spero anche lui. AntiCelebration Cuvée I Peruzzi sboccatura 2023 è un Verdicchio con quattro anni sui lieviti.
Colore quasi dorato, sentori cremosi di crema al limone, crostata, scorsa di limone, mela cotogna (quasi cotta), fiori di campo. Poi tanto minerale.
Un gusto burroso, quasi masticabile. Poi limone e mela cotta. Si stavolta in bocca diventa cotta. Un perlage fine e determinato a donare buona persistenza lasciando la bocca pulitissima grazie ad una freschezza viva, diretta, non invadente e ad una giusta sapidità. Il finale mantiene la pienezza e la goduriosità. pieno, ampio, godurioso. AntiCelebration Cuveé VII Crosio Erbaluce di Caluso sboccatura 2024 vendemmia 2019.
Una bottiglia che assorbe la luce del sole che tramonta rendendosi luminoso. Una intensa emozione che cresce piano piano.
Crosta di pane e aromi di erbe aromatiche aprono il respiro, mentre un zest di limone, fiori di camomilla, salvia e mentuccia regalano freschezza vibrante. Un soffio di gesso ricorda la terra, il finale, accennato di mandorla, chiude con eleganza.
Bollicine finissime, quasi impalpabili, pizzicano come luce sulle onde: verticali, pulite, intense. Una bellezza che si svela sorso dopo sorso, come il tramonto che non smette di incantare. AntiCelebration Cuveé X Dama del Rovere Durello 2017 sboccatura 2024. Dal color oro, luminoso e da un perlage immediatamente fine. Sentori di crosta di pane, mela verde e tante foglia di limone che divengono, col tempo, crostata. In bocca è complesso, ampio, pieno, vegetale con la nota di limone che emerge irruenta, senza infastidire più di tanto, anche grazie a quel perlage così fine da sembrare evanescente seppur funzionale. Si sente l’ottimo lavoro fatto con il vino di base cosa questa che si ritrova nel piacevole, lungo ed intrigante finale di parzialmente amarognolo per via del limone che si fa pompelmo. Una bollicina, perfettamente bilanciata, sfruttabile a tutto pasto. Veramente veramente intrigante e, con la meravigliosa chiusura di bocca, unico. Insomma, uno, anzi, due progetti che sanno di famiglia nel senso più alto di questa parola. Essere felici ed esserlo per Elena, per Maxim, per Alice. Tutti uniti dagli stessi valori. La cantine crescerà, venderemo più vino, avremo qualche premio, ma saremo qua, saremo insieme con gli stessi valori che spero non perderemo. Perché è molto facile di scambiare i valori per per i soldi. Tradire quei principi sarebbe una grandissima sconfitta. Peggiore di qualunque altra. Quella che ho conosciuto è una coppia bellissima, determinata, forte. Forgiata da scelte radicali e complicatissime che solo un amore granitico poteva sostenere. Un viaggio di non ritorno dalla Russia (dove non sono più tornati) per andare, insieme, verso il futuro. Forse un salto nel buio ma, comunque, illuminato dalla luce dei loro occhi. PS Brindare con una bottiglia di AntiCelebration sarà il modo migliore per guardare al Natale con occhi diversi. Se non altro, vi ricorderete di non sprecarne neanche una goccia. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Ingresso banchi d’assaggio: 25€
Ridotto: 20€ (sommelier, studenti tesserati, gruppi 8+) Ingresso gratuito per giornalisti, blogger e operatori del settore, previo accredito.
All’accoglienza tutti i partecipanti pagheranno 5 Euro di cauzione per il calice, che verranno restituiti alla riconsegna dello stesso. Riceveranno in omaggio una tracolla porta calice. Una navetta gratuita ti aspetta, su prenotazione, per portarti da Eur Fermi alla location e vice versa. LE MASTERCLASS DI ASPETTANDO VINIAMO… Un giorno ricco di assaggi e di incontri con vini e produttori unici. Tre racconti memorabili per vini che lasciano il segno. Scegli il percorso che più ti affascina ma affrettati, i posti nelle tre masterclass sono limitati. “Amarone Sabaini: tradizione e modernità” a cura di Ivan Vellucci (Wine Tales Magazine) Ore 12.00 – 13.30
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma Storia, qualità e passione. Cantina Sabaini è tradizione tramandata tra generazioni a partire dal 1800 fino ai giorni d’oggi con Riccardo ed Alberto; è amore profondo per la Val d’Illasi, territorio delle DOC Valpolicella e Soave nonché della DOCG Amarone. È cultura e raffinata arte del vino grazie al titolare Adolfo e alla moglie Mirca. Crediamo fortemente nelle nostre origini, nei saldi principi legati alla famiglia, nella tradizione che sa di storia, nella terra che coltiviamo ogni giorno. Riccardo Sabaini Degustazione con verticale di Amarone della Valpolicella DOCG, annate:
2020 – 2019 – 2018 – 2015 RISERVA Importo: 40 euro
Operatori e stampa: 20 euro “Nebbiolo a Mucchietti – Cantina Piazzo Comm. Armando” a cura di Ivan Vellucci (Wine Tales Magazine) Ore 14.30 – 16.00
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma In degustazione:
• Ritorno in Alta Langa DOCG Chardonnay e Pinot noir (Bollicina)
• Massim (Nebbiolo spumante)
• Rizzi Vigna Fratin (Barbaresco)
• Valente (Barolo)
• Sottocastello (Barolo)
• Vigna Giaia (Barbaresco Riserva) La scoperta della tradizione nelle Langhe. Dalla Malora ai giorni d’oggi Importo: 45 euro
Operatori e stampa: 20 euro “Incontro tra i Vitigni Francesi e la Costa Toscana” a cura di Roberta Marchese Ragona
Ore 17.00 – 18.30
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma Consorzio Suvereto e Val di Cornia
Scopri le sfumature di un territorio unico nella Masterclass dedicata ai vini delle denominazioni Suvereto DOCG, Val di Cornia DOC e Rosso della Val di Cornia DOCG, tutelate dal Consorzio Suvereto e Val di Cornia.
Un viaggio sensoriale tra Francia e Toscana, con otto vini in degustazione. Importo: 40 Euro
Operatori e stampa: 20 euro COME PARTECIPARE ALLE MASTERCLASS Per assicurarsi un posto alle Masterclass è obbligatoria la prenotazione.
Per le prenotazioni, scrivere a:
• minelliwine.events@gmail.com
• masterclass@minelliwineevents.it CANTINE E AZIENDE PARTECIPANTI Da Nord a Sud, una selezione di cantine, consorzi e produttori artigianali che raccontano
la ricchezza del nostro Paese. Dai rossi eleganti piemontesi ai profumi della Valpolicella,
fino ai vini vulcanici del Sud e alle dolci colline toscane.
E poi olio, miele, distillati, birre artigianali, pizza e norcineria: un viaggio sensoriale
completo. Di Gaspero (Friuli) Maso Furli (Trentino-Alto Adige) Cantina Sabaini (Veneto) La Romiglia (Veneto) Azienda Vitivinicola Piazzo (Piemonte) Giacomo Barbero (Piemonte) Gozzelino (Piemonte) Ferrero Cristian (Piemonte) Tenuta Maffone (Liguria) Cantina Messori (Emilia Romagna) Castagnini Vini Apuani (Toscana) Cantina Fassati (Toscana) Innocenti (Toscana) Azienda Agricola Poggio Primo (Toscana) Cantina Pomario (Umbria) Cantina Tenuta di Saragano (Umbria) Società Agricola Mita (Lazio) Piana dei Castelli (Lazio) Azienda Agricola Deanike (Lazio) Azienda Agricola Debora Castelli (Lazio) La Corte dei Greci (Lazio) Cantina il Bottino (Lazio) Tenuta Ronci (Lazio) Cantina Raparelli (Lazio) Nevi Antolini (Lazio) Le Cime Basse (Marche) Cantina Vezzoso (Campania) Vitivinicola Iovino (Campania) Barbato 1907 (Campania) Cantine Vitematta (Campania) Cantina Ocone (Campania) Azienda Agricola Torricino (Campania) Aroma Winery (Campania) Azienda Agricola San Giovanni (Campania) Azienda Le Grazie (Campania) Azienda Agricola Sorelle Pepe (Puglia) Terre di Maria (Puglia) Tenuta Donna Donata (Puglia) Giancarlo Ceci (Puglia) Agri Girardi (Puglia) Leonardo Pallotta (Puglia) Vitis in Vulture (Basilicata) Tenuta Santoro (Calabria) Vino Nibali (Sicilia) Tenute Foti Randazzese (Sicilia) Vigna Nica (Sicilia) Cantina Crisponi (Sardegna) Siddura (Sardegna) Bruale (Georgia) ASSOCIAZIONI, DISTRIBUTORI E PARTNER Associazioni/Consorzi: Wine Specialists Council – Moscato di Trani (Puglia) Consorzio Suvereto DOCG e Val di Cornia DOC (Toscana) Distributori/Enoteche Online: Divina Italia in collaborazione con Concours Mondial de Bruxelles Stappando.it • Mazzolada – La Terra del Gheppio (Veneto)
• Lidia & Amato (Abruzzo)
• Merlotta – Vignaioli dal 1962 (Emilia Romagna)
• Apollonio (Puglia)
• Borgo Antico (Veneto)
• Cantina Li Seddi (Sardegna) Mosconi Rappresentanze Cantine Mucci (Abruzzo) Cantina Tre Secoli (Piemonte) Ca’ Saline (Veneto) Goudron Wine Selections Agents & Brokers Champagne Riotton & Fils Vallée de la Marne Champagne Lavinista Montagne de Reims Champagne Daniel Pétré & Fils Côte des Bar Extra Vino: Azienda Agricola Marco Cacioni – Terra e Sassi (olio) Pozzo Serpi (olio) Carichissimo Partner (caffè) Api e Miele Cardinali Andrea (miele) Aroma Winebar & Enoteca (gin e vermouth) Bepi Tosolini (liquori e distillati) Nativa Bio (creme spalmabili) MostoItaliano (birra) Tenimenti Marotta (olio, Vermouth, Composte, Nettari) Sponsor Gastronomico: Da Norcia per voi – Fraschetti – Le Norcinezze Romizza (pizza) Sponsor Tecnico: Pan de Roma – Salpa (lievitati/snack) Stappando.it (enoteca online) Sponsor: Paolo Finocchiaro Consulente Finanziario ASPETTANDO VINIAMO… PERCHÉ NON PUOI MANCARE
Aspettando ViniAmo… di Minelli Wine Events è un’esperienza autentica, fatta di scoperte, sorrisi e brindisi. Un evento per appassionati, curiosi, operatori e amanti del buon vivere. Segna la data e preparati a degustare: Roma, 15 novembre 2025. Contatti & Informazioni
Stefano Minelli: 338 3046072
minelliwine.events@gmail.com
https://minelliwineevents.it/ Per gli addetti stampa la richiesta di accredito va inviata a:
giuliaferrero.press@minelliwineevents.it Per tutti gli operatori del settore (ristoratori, enoteche, rappresentanti commerciali, agenti, distributori, ecc.) è possibile richiedere l’accredito scrivendo a: operatori@minelliwineevents.it Per la conferma dell’accredito per stampa e operatori è necessaria la mail di conferma da parte dell’organizzazione. La Redazione
7 Novembre, 2025
Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti
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4 Novembre, 2025
Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci
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3 Novembre, 2025
Uva Fiera. Alla scoperta dei propri gusti
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31 Ottobre, 2025
Filippo Signorini. Rêver Ouanalao Saint Barth, lo Champagne dell'effetto Madeleine
Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine. Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi. Un plaisir délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause.
Il m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs, sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi. J’avais cessé de me sentir médiocre, contingent, mortel.
D’où avait pu me venir cette puissante joie ? Je sentais qu’elle était liée au goût du thé et du gâteau, mais qu’elle le dépassait infiniment, ne devait pas être de même nature. D’où venait-elle ? Que signifiait-elle ? Où l’appréhender ? Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.
E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa.
E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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24 Ottobre, 2025
Eliseo Santoro. L’artigiano, sereno, del vino
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23 Ottobre, 2025
Back to the Wine 2025: il vino che parla un’altra lingua
E questo approccio si riflette anche nella comunicazione: niente vocabolario ingessato, niente punteggi, niente gergo da manuale. Si parla di vino come si parlerebbe tra amici, con parole semplici, poetiche, dirette. Il vino torna a essere un linguaggio inclusivo, che unisce e non separa. Non solo calici: il vino come fatto culturale. A sottolineare la dimensione culturale dell’esperienza, ci sarà una zona dedicata ai libri di settore: editoria indipendente, pubblicazioni rare, racconti dal mondo del vino e dell’agricoltura. Un luogo dove scoprire storie, approfondire temi e portarsi a casa pensieri da leggere dopo l’ultimo sorso. Un food market etico e goloso. Ad accompagnare i vini, un’accurata selezione di produttori gastronomici artigianali: formaggi della tradizione, pani da grani antichi, salumi a lenta stagionatura naturale senza additivi, fermentati, conserve, dolci di filiera corta. Tutto realizzato con gli stessi principi che ispirano i vignaioli: sostenibilità, trasparenza, identità territoriale. Convivialità, bellezza e lentezza. Back to the Wine è anche un invito a fermarsi, condividere, stare bene. Venezia, con il suo fascino sospeso tra acqua e cielo, regala alla fiera un’atmosfera unica. Il tramonto sulla Laguna, visibile proprio dal Terminal 103, diventa parte integrante dell’esperienza: uno spettacolo da gustare con un calice in mano, magari chiacchierando con un produttore o scoprendo una nuova etichetta. Per chi è Back to the Wine? Operatori del settore: un’occasione unica per scoprire nuovi produttori, stringere relazioni dirette e costruire carte vini originali e sostenibili. Wine lovers e appassionati: per perdersi tra calici e racconti, fare acquisti consapevoli e assaporare un nuovo modo di bere. Giornalisti, blogger e influencer: un evento pieno di storie, immagini e spunti. Per chiunque ami la bellezza, la lentezza, la verità nel bicchiere. Informazioni pratiche Domenica 9 novembre (11:00–19:00) e lunedì 10 novembre (10:00–18:00)
Terminal 103 – Stazione Marittima, Venezia
Biglietti online su backtothewine.com
Parcheggio gratuito per i visitatori dell’evento.
A 10 minuti a piedi dalla Stazione di Venezia Santa Lucia.
Struttura completamente accessibile anche alle persone con disabilità e ingresso gratuito ai possessori della Disability Card e ai loro accompagnatori. WineTales Magazine è Media Partner di Back to the Wine 2025 La Redazione
19 Ottobre, 2025
Le bollicine dell'AIS
Un involucro di anidride carbonica che si forma nel processo fermentativo.
Ci pensate? Sembra una cosa banale ma può dar vita a qualcosa di stupefacente. Quanto è grande? Dipende. Sì, dipende da una moltitudine di fattori che sarebbe troppo complicato e complesso da spiegare. Semplificando però possiamo affermare che quanto più è grande tanta più anidride carbonica contiene all’interno così da offrire sensazioni gustative e olfattive profondamente diverse. Noi però, tutti fini intenditori, abbiamo imparato ad apprezzare le differenze del perlage così come i diversi sentori sviluppati dalla fermentazione. Metodo Classico o Charmat (meglio forse Martinotti) che sia; pas dosè, brut…; lunghi o brevi affinamenti; millesimati o sans année, ecc ecc ecc. Cosa sia meglio? Dipende sempre da cosa si vuole ottenere, da cosa si vuole trasmettere, da quanto tempo si vuole attendere, da cosa si ha per le mani. Grazie all’AIS del Lazio il 28 settembre scorso è andata in scena una entusiasmante anzi, effervescente manifestazione per celebrare le differenti espressioni di Metodo Classico scovati su e giù per l’Italia: l’Altro volto del Metodo Classico. Magari è vero che se non hai in gamma una bollicina, non sei nessuno. E magari è ancora più vero che se non è un metodo classico con almeno 36 mesi di affinamento, meglio non dirlo. Però, in un panorama così vasto di territori e vitigni, l’AIS è stata in grado di scovare etichette e produttori di ottimo, se non eccellente in certi casi, livello. Cosa mi è piaciuto? Anzitutto la location. L’A.Rome LifeStyle Hotel è in una zona tranquilla vicino Villa Dora Pamphilj con buona facilità di parcheggio. Lontano dagli hotel del centro dove, va bene il fascino ma arrivarci e parcheggiare, scoraggia molti. Poi la sala, molto grande e spaziosa. Direi fruibile. Poi le etichette che ho trovato e delle quali parlerò in seguito. Molto interessanti per varietà dei vitigni, per collocazione geografica, per tipologia di affinamento. Insomma, un eccellente modo per esplorare ed avere una panoramica completa delle possibilità del Metodo Classico. Cosa mi è piaciuto meno? Dettagli ma che quando si parla di bollicine potrebbero fare la differenza. In primo luogo, l’identificazione dei produttori e dei territori. L’ho trovato eccessivamente confusionario. Capisco che nella quasi totalità dei casi era presente una sola referenza per produttore, ma occorreva pensare ad altro per valorizzare perlomeno i territori o i vitigni. Poi la scarsa presenza dei produttori magari legata alla singola referenza, chi può dirlo. Però poter parlare con i produttori invece che con il pur sempre preparatissimo sommelier AIS, fa la differenza. Gli assaggi da ricordare Centorame Anna. Pecorino 100%, 48 mesi sui lieviti, Pas dosè. Solo questo mi ha indotto ad inserirlo nella mia lista di assaggi da ricordare. Centorame poi è azienda seria che, in quel di Casoli (Teramo) produce vini provenienti da soli vitigni autoctoni abruzzesi. Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia. Magari con un arrosticino di pecora. Lambrusco DDR 2015 Cantina della Volta. Un Lambrusco che di Lambrusco sa poco. Cosa che per me è un gran complimento. Non perché non ami (come si potrebbe?) il Lambrusco ma unicamente perché da tutti gli altri si distingue e nettamente. Ricorda il Lambrusco come si può ricordare un lontano parente emigrato chissà quanti anni fa. Magari, quando lo rivedi, te lo ricordi ancora. O magari no. In questo DDR, le bollicine sono giuste, i sentori (che non sanno di Lambrusco) sono giusti, il gusto è giusto. Insomma è davvero giusto. MasSim Piazzo Comm. Armando. In Langa ma non in Alta Langa. MasSim è una bollicina che stupisce. Non banale, non civettuola, non scontata. Nebbiolo e un pò di Chardonnay per un olfatto e un gusto che si ispira alla frutta secca tanto che il finale è leggermente amarognolo così da renderlo spettacolare e diverso. Tecnicamente è un rosato ma il colore è tutto da interpretare. Proprio come queste bollicina. Pensi di capirlo, poi non lo capisci. Questo mi ammalia. Rimango in Langa e rimango sul Nebbiolo. Stavolta in purezza e Brut Nature. Enzo Boglietti il produttore. Una bollicina che non ha nulla da invidiare ad un Alta Langa anzi, come si direbbe a Roma glie passa sopra. Nel senso che ha in se le caratteristiche di una grande bollicina con i sentori tutti al posto giusto e un agrumato che da un Nebbiolo forse non ti aspetti. Pensare che con lo stesso vitigno si possa fare un Barolo o un Barbaresco, non ci si crede. Dalle Langhe al foggiano, la strada è lunga ma quando si arriva a Borgo Turrito e c’è un Calarosa Brut Rosè da Nero di Troia, il viaggio non si sente più. Leggero e soave da il meglio di se in bocca con una capacità di rinfrescare eccellente. Più floreale che fruttato l’ho apprezzato per la facilità di beva e la fresca sensazione che lascia in bocca. Mi è toccato (non a malavoglia) ritornare in Langa per il Kashal di Rivetto. Un 60 mesi, sempre da Nebbiolo che ha in se una unica parola: eleganza. Una eleganza che danza nell’equilibrio di una ballerina sul ghiaccio. Nessuna sbavatura, nessun tentennamento. Come se fosse finto e invece è magnificamente vero. Una di quelle bolle che non si può non assaggiare. Chiudo e mi dispiace non citare tutti gli altri, con Mahsarà dell’Azienda Agricola Ornina, giovane realtà biodinamica di Castel Focognano (Ar). Mahsarà è Pinot Nero, Sangiovese e Trebbiano realizzato, a dosaggio zero, con metodo ancestrale. Me ne sono innamorato appena ricevuto nel calice per un colore che sa di rame antico. Poi in bocca (non l’ho nemmeno annusato), deciso, determinato, prepotente ma quanto è stato bevibile! Non per tutti e meno male visto che non credo ne producano tante bottiglie. Tutte le altre? Non sono ruffiano ne pagato da qualcuno e posso liberamente affermare che ho trovato la qualità decisamente alta. Alcune le avevo già assaggiate come il meraviglioso Ebraluce di Roberto Crosio, altre non sono riuscito a provarle. Ma tanto ci sarà la prossima edizione dell’evento Ais! Alla prossima dunque. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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17 Ottobre, 2025
Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce
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15 Ottobre, 2025
Imprinting. Arte&Wine per il Giubileo di Roma 2025
10 Ottobre, 2025
Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso
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3 Ottobre, 2025
Barbato 1907. Raffaele, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita
Mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
Statte scetata, si vuò stà scetata,
Ma fa’ vedè ca duorme a suonno chino! Sono le parole di Voce ‘e notte, una meravigliosa canzone d’amore scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi perdutamente innamorato (e ricambiato) di Anna Rossi, figlia di un ricco commerciante che la diede in sposa ad un facoltoso cliente settantacinquenne. Una storia struggente che narra di come un destino avverso possa essere cambiato o cambiare esso stesso in qualche modo. Occorre far qualcosa, muoversi, rimanere svegli. Inquadrare Raffaele Barbato Capasso non è affatto semplice. Un omone dal volto e dall’aspetto gentile che quando lo vedi versare e parlare dei suoi vini, non puoi che notarne la felicità. Felicità. Si è proprio la felicità che mi viene in mente. Gli sorridono gli occhi e non solo. L’ho conosciuto ad una meravigliosa manifestazione, IoVino, completamente dedicata ai vini campani e marchigiani. Era accanto a sua moglie Francesca e alla figlia Peonia che disegnava beatamente accanto ai genitori. Nonostante il trambusto che regnava nella grande sala dell’hotel, Peonia era felice, Francesca era felice, Raffaele era felice. C’era una sorta di idillio che ho preferito osservare da lontano prima di avvicinarmi. Poi ho capito. Solo poi, chiacchierando con Raffaele, ho capito. Mi chiamo Raffaele Barbato di nome e Capasso di cognome. Già questo è un casino. Il nonno da parte di mamma che faceva vino. Loro sono i Barbato. Io però Barbato ce l’ho come nome. All’epoca non si poteva avere il doppio cognome. Nonno aveva una sola figlia femmina che poi ha fatto tre femmine e per quarto sono arrivato io. Lui era nato nel Far West del 1907 e l’azienda infatti si chiama Raffaele Barbato 1907. Fu anche l’anno in cui è stata ultimata la grotta e ultimato il palazzo. Un doppio nome per poter conservare il cognome che altrimenti si sarebbe perso. Una di quelle cose che solo la genialità campana poteva partorire. Siamo a Frattaminore, paesino dell’hinterland di Napoli. Giusto giusto al confine con la provincia di Caserta. Grandi distese di terre dedicate negli anni perlopiù alla canapa e intervallate dalla moltitudini di piccoli o grandi centri abitati. Io sono la supponta ovvero il bastone della vecchiaia, che però in effetti è l’erede morale. Sono cresciuto con lui, andavamo sempre in campagna io e lui il cane, che era un mastino napoletano e a cui mio nonno teneva, il suo trattorista Carluzzo. I primi anni della mia vita e fino ai 15 anni, sono stati così. Nonno voleva sempre un maschio ma non l’ha mai avuto. Lui mi diceva fai altre cose, studia. Il doppio nome e ‘a supponta. Tutto quadra. Una tradizione napoletana quella della supponta ancora oggi, manco a dirlo, ben radicata. Un modo per trasmettere non solo il nome o il cognome ma ciò che si è appreso dalla vita, ciò che dalla vita si è ottenuto. Il nonno di Francesco era uno che con la terra ci lavorava. Tanti ettari, tanta produzione. Si, anche il vino. Come si faceva allora. Quello che più conta per Raffaele sono i ricordi delle grandi alberate di Asprinio all’ombra delle quali se ne stava con il nonno, il mastino napoletano e gli altri personaggi dei quali il nonno si circondava per l’azienda. I medesimi ricordi, al netto del cane, che ho anche io impressi nella mia memoria. Ricordi che sono come dolci carezze nella notte. Le passeggiate in campagna con il nonno e sotto braccio il paniere in vimini per raccogliere i fichi o le nocciole. L’ombra dei grandi alberi. Il canto delle cicale. Gli odori della campagna. Al bambino Raffaele cosa volete importasse del vino. Contava il contatto con il nonno e la sua realtà. Una supponta neanche scritta ma nella natura delle cose. Era lui, nonostante le due sorelle e un fratello più piccolo, quello destinato al nome. Il vino poi non poteva che essere quello che si faceva dall’Asprinio, vero artefice di questi luoghi. Nonno aveva l’Asprinio con piante vecchie di 100 anni a piede franco. Mischiava anche varietà diverse. Sopra c’era una vasca di cemento dove metteva i grappoli con il raspo. Li lasciava una nottata poi torchiava e faceva confluire il mosto in un’altra vasca di cemento a tre metri dove iniziava la fermentazione. Dopo tre giorni portava tutto in grotta nelle botti. Lui faceva la pigiatura, diciamo prima coi piedi, poi con la macchina che schiacciava solamente con con il raspo. Poi stava tutta la nottata con il raspo e le bucce poi veniva nelle botti che erano di castagno. Quindi era una Asprinio con i tannini, poi in botte di castagno. Va bene che erano in cerate però era un bel vino importante. Fermo anche se l’Asprinio avendo un residuo zuccherino tende a rifermentare un pò. La grotta. Credo che se non la si veda non la si possa nemmeno immaginare. In questi luoghi il tufo domina il sottosuolo per via dei riporti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio. La terra, o la sabbia, nel corso dei secoli, lo hanno solo ricoperto con diversi risultati. È cosi che ci sono zone dove il tufo lo si trova a pochi metri sotto argilla e sabbia e altri dove è più profondo. Come una sorta di gioco collinare. Chi ha avuto la fortuna di potersi costruire la casa negli anni e secoli scorsi, mai si è lasciato scappare l’occasione di avere, realizzandola, una cantina. Non c’erano i frigoriferi e avere un luogo dove poter conservare alimenti (vino incluso) era davvero una necessità. Mio nonno aveva la cantina. Un luogo buio e misterioso dove ai nipoti non era consentito scendere. Vi si accedeva con una irta scala completamente buia alla fine della quale c’erano altri cunicoli che portavano chissà dove. Sempre che in realtà non si fermassero dopo pochi metri. Vallo a capire. Era li che trovavamo sempre mio nonno prima di pranzo. Diceva che andava a prendere il vino ma poi rimaneva in contemplazione a farsi un bicchiere in serenità. Vai a dargli torto! Il nonno di Raffaele più che una cantina aveva creato, sotto il grande palazzo della famiglia, una vera e propria grotta. 18 metri di profondità scavati integralmente nel tufo. Per scenderci c’erano le grandi scale in legno. Le stesse che gli agricoltori usavano per arrampicarsi sui grandi pioppi maritati con i filari dell’Asprinio. Oggi c’è una scala in muratura, realizzata parecchio dopo. È nella grotta che si stivava anche il vino. Ma non solo ovviamente. Il vino era l’Asprinio o il rosso di Solopaca ed è grazie alla grotta e alle botti di legno che questi vini cambiavano totalmente. Temperatura e umidità fisse, zero luce. Condizioni ideali per la maturazione. O far morire le persone. Già, perché in luoghi come questo l’ossigeno viene spesso mangiato dall’anidride carbonica. Ecco perché la grotta ha delle bocche di areazione. Si scendeva con la candela per capire della presenza di anidride carbonica. Dalle bocche di areazione si gettavano delle fascine accese in modo che il calore potesse portare sopra l’anidride carbonica. Succedeva nelle giornate afoso e stagnanti. Si diceva: la grotta s’è mbriacata. Purtroppo Raffaele sarà costretto a pavimentare la grotta per via della falda che si sposta verso l’alto. L’abbandono delle coltivazioni nella zona, abbandonate come gran parte delle cose qui, determina una diminuzione dell’assorbimento di acqua dalla falda che è destinata ad alzarsi. Senza una pavimentazione l’acqua allagherebbe tutto. Mio nonno faceva l’Asprnio. Aveva una zona dietro Aversa perché migliore. Nonno è finito negli anni 90. Nelle ultime annate nonostante fossi piccolino, ero comunque quello che segnava le giornate degli operai, andava in vigna, ecc. Segnavo le pese, la qualità, portavo la contabilità, poi andavo da quello lì per i soldi. Morto nonno, mamma ha affittato i terreni. La regione Campania pagò per farli togliere i vigneti. Erano gli anni 80. Gli stessi dello scandalo del metanolo in Italia e dell’antigelo in Austria. L’Unione Europea corse ai ripari e cercò di ridurre le quantità prodotte con lo scopo di aumentare la qualità del vino. Ovviamente con gli incentivi all’estirpazione delle vigne. L’Asprinio, decantato da Mario Soldati nel suo viaggio Vino al vino, non aveva avuto le stesse fortune di altri. Oltretutto complicato da gestire in vigna per via delle alberate, poco di appeal come vino fermo. Fu così che proprio al posto delle alberate si piantarono le nocciole o le pesche. Ma pure con queste ci fu lo stesso problema del vino. Non con scandali ma con eccessiva produzione. Ricordo ancora i tir pieni di pesche che venivano portate alla discarica. Sentivo gli effluvi a distanza. Belle pesche, gradi e succose, ammassate sui camion. Perché non darle ai poveri? L’Unione Europea non voleva (e non vuole per tante altre cose come ad esempio il latte….). Poi, fine anni 90, abbiamo tolto le le pesche. Comunque con problemi. Le terre vennero vendute alle persone che c’erano dentro. Erano coloni che vendevano l’uva coltivata sui terreni dei quali lui era il proprietario. Qualche terreno è diventato edificabile. Da che avevamo 30 ettari adesso ne abbiamo 12. Due e mezzo coltivati a vigneto, mezzo lo sto seminando. Avevamo quattro alberate e adesso ne sono rimaste tre per via di un incendio nel 2021. Altri quattro ettari con 2 ad Asprinio e due a Camaiola, Casavecchia e Pallagrello Bianco. La mamma di Raffaele non poteva certamente fare il lavoro del padre. Mio padre aveva studiato medicina e faceva il vino con mia nonno, ma erano due capatosta. Ehhh quando due capatosta entrano in contatto, bene che vada c’è uno scontro titanico. Ma non si piò fare nulla. Oltretutto la capatosta è qualcosa di ereditario tanto che pure Raffaele lo è. Io ho sempre lavorato in famiglia. Sia con mio nonno che con mio padre. Il più bel periodo della vita mia sono stati i vent’anni. Un terzo andavo all’università, un terzo uscivo sul corso con le femmine dell’università, l’altro terzo passavo per lo studio, però non avevo grosse responsabilità. Poi mi sono trovato a sostituire mio padre perché fu operato. Ma io sono capatosta perché una volta assaggiato il potere, non lo vuoi mollare, capatosta lui che giustamente dice vai truvann, è roba mia… la crisi dell’edilizia negli anni pre covid, poi il covid. Io avrei fatto cose diverse ma passavamo il tempo a discutere di come avremmo fatto le cose… La faccenda si ingarbuglia ed è meglio spiegarla così si capisce bene il personaggio Raffaele. La storia sembra proprio essere uscita da una commedia di Edoardo Scarpetta, di quelle magistralmente interpretate da Edoardo De Filippo. Il papà di Raffaele oltre ad aver studiato medicina, essere stato sindaco a Frattaminore ed avere una passione per i cavalli da corsa, ha una impresa edile nella quale lavora Raffale e una sorella. Le altre due sorelle sono medici e il fratello, ingegnere. Stanno bene di famiglia i Capasso e il buon Raffaele ama la bella vita. Non lo nasconde e per sua stessa ammissione, se la gode. Studiavo giurisprudenza perché a me non piaceva la matematica. Non avevo la mia strada. Studiavo, mi divertivo, mi facevo le meglio vacanze. A marzo prendevo l’aereo e andavo a Miami. Mia sorella stava all’università a Miami che faceva un dottorato. Lei è pediatra. In famiglia abbiamo un pediatra, una ginecologa, due ingegneri. Io sono l’unico che ha studiato altre cose. Insomma, avete capito il tipo. Ciò che però manca di capire è perché proprio uno come Raffaele si sia messo a fare il vino, anzi, lo spumante. Qui e proprio qui sta la commedia di Scarpetta, quelle che da possibili tragedie creano una rinascita. Nello spirito, nell’animo e soprattutto nella vita. Per quanto uno possa stare bene economicamente e pensi di potere avere tutto dalla vita, accadono dei fatti, perché la vita è così, che fanno comprendere quanto tutto si sostenga su un sottile foglio di carta velina. Raffaele si sposa e proprio a ridosso del COVID, nasce Peonia. Un evento meraviglioso se non fosse che la moglie non ha esattamente un parto semplice e il COVID non aiuta. Stavamo chiusi dentro casa per il COVD, mia moglie aveva appena partorito e aveva avuto problemi con il parto e diciamo l’hanno acchiappata perché stava in buon ospedale se no, non so cosa sarebbe successo. Dentro casa lei allattava con la mascherina e con i guanti. Io stavo sul tavolo come imprenditore a fare il business plan per ordinare le piantine, mia figlia che mi guardava e aspettava che ogni tanto dovevo portarla ad allattare. Io stavo cagato sotto perché avevo paura che l’avrei cresciuta da solo. Da quel momento m’è scattata una molla. Ho detto voglio fare questo e mentre stavo scrivendo il business plan che si chiama ci pensa papino 2040 quando mia figlia avrà 18 anni in quell’anno è di avere una azienda che fa buoni prodotti, è conosciuta, ecc. Niente nella vita è semplice. Però sono proprio i momenti di difficoltà ad aprirti gli occhi e a farti pensare a quali siano realmente le cose importanti nella vita. La famiglia che ho visto a Roma, dietro un banco di degustazione, i sorrisi, gli sguardi, le parole sussurrate all’orecchio, le carezze per Peonia, lo stupore per i disegni che stava facendo. Piccole cose. Piccoli momenti di gioia che sanno di felicità. Ognuno può trovare questi momenti nel passato o nel presente, Raffaele lo ha trovato guardando al passato e a quando stava bene con il nonno. Il vino? Ma si, è importante ma se il nonno avesse prodotto canapa, sarebbe stato bello lo stesso. Sono le sensazioni che contano. Faccio questo perché sono nel mio ambiente e sto bene. Sono felice. Faccio lo spumante di Asprinio e sto cercando di uscire con il Casavecchia e il Camaiola perchè voglio essere una azienda spumantistica. Ho un legame con quello che è il mio passato, che è la mia vita con la con il vino. Io voglio ripartire da me stesso voglio, quello che mi rende felice. Voglio voglio fare quello che che mi fa stare bene. Sono felice quando mi sento me stesso. Spumanti. Spumanti metodo classico. Con l’Asprinio, con il Casavecchia, con la Camaiola. Il business plan di Raffaele è al 2040 con un risultato da raggiungere nel 2030. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo. Ho un terreno che da la giusta acidità. Ho l’Asprinio che è ottimo per spumantizzare. Ho la grotta. La mia situazione è perfetta per andare bene. Tutto. Raffaele Barbato ha tutto per riuscire ed è certamente vero può permettersi di aspettare. Ma non è questo il vero motivo. Non vuole, nella maniera più assoluta, lasciare a Peonia qualcosa che non sia di eccellenza. Ha iniziato un percorso nel 2020 che si è rivelato complicato. Nel 2021 andò a fuoco la vigna di cent’anni. Si salvò un ramo. Le ripiantai. Dopo un anno guardavo le piccoline e mancava qualcosa: l’alberata dove stavo seduto là sotto io e mio nonno Carluzzo. Era diverso, era tutto diverso. Era come quando perdi non dico familiare, ma un amico di gioventù. Dopo un anno ho accusato che mi è mancato. Poi in quel momento dissi vabbè però noi dobbiamo fare le cose nuove e belle. Il problema è che il vecchio non va bene se tu non lo rispetti. Se tu rispetti quello che ti da allora e capisci come usarlo. Così hai un amico. Le alberate sono così. Vecchie e difficili. Vecchie e complicate. Vecchie e desuete. Però sono le alberate. Da quelle e su quelle l’Asprinio si esprime al meglio per via delle altezze che concede minore alcolicità. 9178 bottiglie prodotte nel 2023 che si venderanno tra qualche anno. Nel 2020 1600 bottiglie. Nel 2021 incendio. Nel 2022 era la prima annata con la produzione dei nuovi impianti e con l’alberata abbiamo fatto una unica produzione con una parte, quella a sei metri, un pò più matura. Io faccio il biologico e voglio meno prodotti in cantina. Così abbiamo prodotto il Gold, molto minerale cosi che profumi e colori mi ricorda l’Asprinio che conosciamo noi. Anche il profumo di miele. Ho provato l’annata 2020. Nato nella grotta, dove il silenzio plasma l’eleganza luccica di oro nel calice.
Atteso per 40 mesi, così da scolpire l’anima spumeggiante.
Nel calice, la memoria di un vitigno antico, la freschezza che taglia l’aria come marmo scolpito, la mineralità che sussurra storie di tufo e radici. Sentori di crosta di pane, mela verde, agrumi canditi, una vena salina che ricorda le profondità della terra.
La sapidità pervade il sorso con le agrumate e fresche bollicine che dissetano offrendo una innata sensazione di pulizia estrema.
È un brindisi verticale, aspro, scolpito, scandito bolla dopo bolla. Insomma, un interessantissimo metodo classico solo per chi vuole scoprire, senza domarlo, l’impeto e la verticalità di un vitigno come l’Asprinio. Mano mano sto cercando di capire, di avere la consapevolezza. Sicuro ho la consapevolezza di non sapere le cose. Mi informo, chiedo e mi fido di qualcuno. Pietro Ceparano è l’agronomo e enologo. L’obiettivo è raggiungere la vendita di 12/15.000 bottiglie per anno nel 2030 attraverso una linea (Pure) di derivazione unicamente dalle alberate. Un Casavecchia blanc de noir, un millesimato e un sans année. Ho avuto il piacere di assaggiare il vino base delle alberate e devo dire che la differenza c’è tutta. La frutta emerge con veemenza sia al naso sia in bocca arrivando a dare sensazioni gustative interessanti. È una ottima base che darà bellissime soddisfazioni nella sua evoluzione. Stiamo facendo delle prove. Poi 36 e 40 mesi. Per adesso un unico prodotto che mette insieme tre annate. Ho 5000 bottiglie e basta. Poi ci vorrà il 26 e 27. Arrivare, fare e 12.000 15.000 bottiglie di vendita all’anno 20.000 all’anno sarò faticoso. Assolutamente deciso a non intraprendere scorciatoie. Un progetto articolato e complesso che per Raffaele è o cosi o non si va da nessuna parte. Per adesso, oltre ad attendere che le bollicine prendano forma insieme al suo progetto, porta la sua meravigliosa bimba in giro con lui. Mi porto mia figlia appresso fin da piccolina. Il sabato andiamo in campagna. La domenica al parco a farla giocare sulle giostrine. L’anno prossimo devo vedere come devo fare per seminare i papaveri o qualcosa per lei. Si chiama Peonia come prima nome poiché scelto da mia mia moglie. Le piaceva da una storia che aveva letto da piccolina. Secondo nome, Margherita come mia nonna. Dunque Peonia Margherita Capasso. Figlia di un agricoltore, perché alla fine, io sono sono imprenditore agricolo. Ecco, questa è la meraviglia del vino. La campagna, la terra, il vivere una vita scandita dai cicli della natura. Assecondarla. Per essere felici. In questo caso, tra le bolle. PS La canzone di Eduardo Nicolardi è anch’essa una storia a lieto fine che insegna come occorra provare a cambiarlo il destino piuttosto che attendere che qualcosa accada. Nel suo caso, il facoltoso cliente morì, Anna divenne sua moglie ed ebbero ben otto figli. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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2 Ottobre, 2025
L'uomo che non lascia nulla al caso
Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa. Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità. Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti. Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach. La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante. Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi. Paola Restelli
Wine immersion – Su web, Instagram, Linkedin Identità in fermento
26 Settembre, 2025
Cristian Ferrero. Un ragazzo speciale
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24 Settembre, 2025
Imparare dalle crisi
Editoriale
19 Settembre, 2025
Piero Riccardi, Lorella Reale. Il nastro di Möbius
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12 Settembre, 2025
Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio
12 Settembre, 2025
Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore
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5 Settembre, 2025
Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali
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13 Agosto, 2025
Contini 1898. La convivialità in Sardegna
Il premio, conferito dal Progetto Eccellenze Italiane fondato dal giornalista Piero Muscari e alla sua nona edizione, riconosce alla cantina di Cabras un percorso imprenditoriale di oltre un secolo caratterizzato da eccellenza qualitativa, passione familiare e profondo legame con il territorio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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8 Agosto, 2025
Philema. Il vino si fa glamour
Sì stava meglio quando si stava peggio.
Quando c’è la salute, c’è tutto.
La matematica non è una opinione.
Questa casa non è un albergo.
Il tempo vola
Non si finisce mai di imparare.
I cibi di una volta avevano tutto un altro sapore. Che faccio, continuo? Le frasi fatte, quelle banali. Quelle che in qualunque discussione, in qualche modo escono. C’è poco da fare, escono. Poi ci si guarda in faccia e ci si mette a ridere cominciando a citarne a raffica. Sempre che non si frequenti persone banali. Perché allora ve la siete proprio andata a cercare! Per certi versi, il mondo del vino è banale. C’è sempre la storia del papà o del nonno che faceva il vino o delle terre di famiglia che occorreva preservare. Ci sono i castelli ricchi di storia, le cantine scavate nella roccia, i vigneti centenari. Spesso mi invitano a visitare le cantine ma io le trovo di una banalità estrema. Cosa volete che cambi tra una cantina e l’altra? Le botti, i tini, le anfore. Quello c’è. Magari si, qualche volta sono ricche di fascino e di storia. Ma solo qualche volta. Per tutto il resto, banale. Non il vigneto. Non la storia delle persone. Quelle no. Ognuna ha in se qualcosa di speciale che va preservata. Non fosse altro perché dentro una bottiglia c’è, sempre, qualcosa di più. Però il vino e il suo mondo sono autoreferenziali. Difficilmente si esce fuori dagli schemi e pochi sono quelli che sperimentano e si adeguano ai tempi. Al contrario, si cerca di rimanere ancorati al passato. In parte è anche giusto così. Rappresentare un pezzo di storia è sempre importante e mantenerla diventa un dovere. Ma ai giovani, chi ci pensa? Cosa cattura l’attenzione di un giovane? Può una bottiglia di Barolo con la sua austerità rappresentare un oggetto del desiderio per chi è abituato alle novità, ai colori, alla frizzantezza dei propri anni? Così come è mai possibile che non si cerchi in nessun modo di portare i giovani verso il mondo del vino che ne avrebbe tanto ma tanto bisogno? Ho incontrato Pierpaolo Schierano, un imprenditore dell’astigiano che ha deciso di intraprendere un progetto diverso e dirompente nel mondo del vino: Philema. Non vivo del vino e non ho questo stress di un vino che deve piacere al mercato. Sono partito dal presupposto di fare un vino che mi piace. Sono un imprenditore. Ho un parco commerciale con la mia famiglia. Partiti con l’ingrosso e approdati al dettaglio. Pierpaolo gestisce il Parco Commerciale Magnone a Castelnuovo Don Bosco, paesino dell’alto astigiano. Al mondo del vino si è avvicinato con una idea ben precisa: realizzare un prodotto che rompesse gli schemi partendo certo dal vino ma con un brand, Philema, che fosse rappresentativo del concetto che si vuole trasmettere. Non una operazione di puro marketing ma qualcosa che possa comunque contenerlo. Philema, φίλημα, è il bacio conviviale. Un gesto di affetto che indica la convivialità. Nell’antica Grecia il bacio era tipicamente orientato al saluto, alla devozione, alla supplica. Lo storico greco Erodoto descrisse nelle sue Storie (I secolo d.c.) il bacio nel mondo classico inquadrandolo come simbolo di diversità tra le varie culture. Sembra che i grandi cultori del bacio come lo conosciamo oggi, siano stati gli antichi romani e Ovidio, nella sua opera Ars amatoria, L’arte di amare, ne decanta approfonditamente le diverse sfaccettature. Philema è qualcosa di diverso. Forse meno profondo e viscerale. Superficiale si potrebbe dire ancorché collettivo e aggregativo. Un modo per celebrare lo stare insieme in armonia ed allegria. Un pò come la funzione conviviale del vino. Una funzione della quale spesso ce ne si dimentica. L’autoreferenzialità del mondo del vino porta il prodotto vino ad essere il protagonista delle diverse occasioni mentre, per sua natura, non può che essere comprimario. Il vino si beve a tavola dove ci si riunisce tra persone. Il vino accompagna il pasto. Il vino allieta le serate. In nessuna di queste forme il vino è il protagonista indiscusso. Mangiando si beve vino per accompagnare il pasto e renderlo più piacevole. Bere il vino senza accompagnamento di un cibo e in solitaria, diciamocelo, è da sfigati. Quando allora si esalta il vino e non la sua funzione di co-protagonista, si commette un errore imperdonabile. Quello stesso errore che allontana le persone, giovani in primis. Tanto meglio una birra che è meno altezzosa e pretenziosa. Mio papà mi ha lasciato dei vigneti. Era un professionista mancato venti anni fa. Non ha mai prodotto vino. Le uve venivano conferite ad una cantina sociale del territorio fino al momento in cui i vigneti non mi piacevano più. Erano storici. Il Fresia esiste da 500 anni qui a Castelnuovo Don Bosco che è in una posizione collinare vocata. I vigneti ci sono dal tempo dei latini dunque 2000 anni fa. Ho deciso di estirpare questi vigneti per re impiantarli. Alla fine del 2016. Nel 2017 i vigneti nuovi. Autunno 2019 la prima vendemmia.vInizialmente volevo solo avere i vigneti a posto. Avere la bellezza morfologica di un territorio. Adesso ci sono 4000 barbatelle nuove tutte messe in file. La bellezza. Può essere in un oggetto di design come in un territorio. Un paesaggio può essere bello perché la natura lo ha disegnato in quel modo ma se l’uomo in qualche modo è intervenuto, allora occorre disegnarlo continuamente per renderlo sempre bello. Pierpaolo rimette a posto i vigneti del padre, poco più di un ettaro, non già per produrre vino quanto per non vedere un paesaggio deturpato da piante poco curate. Quello che può sembrare pensiero edonistico è invece la voglia di restituire ad un territorio la bellezza che merita. Poi mi sono detto: invece di conferire le uve, perché non faccio un vino che piaccia a me. Non son un gran bevitore di vino. Ero profano. Bevevo occasionalmente. Assaggio questo si. C’è poco da fare. Quando si vedono i filari ben posizionati lungo il crinale della collina con il sole che si insinua tra le foglie verdi creando giochi di luce incredibili, non si può non rimanerne affascinati. E non si può non pensare a cosa si potrebbe fare con quelle incredibili piante. Il vino certo. Qui però c’è la differenza tra un imprenditore visionario e un normale vignaiolo che non vuole altro che seguire le tradizioni. Innanzitutto la scelta di un vino che possa far bene. La mia produzione è di vino rosso. Sentivo tanti che dicevano che il vino rosso ha solfiti, mi viene mal di testa. Volevo certamente un vino legato al territorio. Facendo delle indagini non riuscivo a mettere tutti d’accordo sul tipo di vino. Bollicina, secco, bianco, ecc. Chi se la tira e dice che vuole sempre vino di pregio. Volevo un prodotto genuino che parte da trattamenti naturali nel vigneto dove ne vengono fatti tanti perché il prodotto sia il più naturale possibile. Trattamenti leggerissimo solo a base di zolfo per conservare o tenere il vigneto florido e produttivo. Lontano da flavescenze e da ciò che si può generare. Era un ettaro, oggi 2.3 ettari. Due anni fa ho acquisito due vigneti di Freisa attigui ai miei. Lo porterò a regime tra qualche anno. Li sto ancora curando perché producano Philema. I trattamenti naturali proseguono anche in cantina. Molti travasi per ridurre i solfiti. Lieviti selezionati. Almeno una parte. La visione era per un prodotto digeribile. Un rosso da bere anche a digiuno (ovvero che non desse bruciori di stomaco o mal di testa) ma non a digiuno poiché conviviale. È così che nasce Philema, il Monferrato rosso. Un vino che sa di vino. In ogni sorso di 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 si ritrova l’essenza di convivialità, di freschezza giovanile, di voglia di bere qualcosa senza pensarci su. Un vino che conquista subito per l’esplosione di frutta 𝘴𝘤𝘳𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢, le note floreali e un leggero tocco balsamico: è la gioia di vivere della 𝐅𝐫𝐞𝐢𝐬𝐚 e della 𝐁𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐚. 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 è un vino vero, senza fronzoli, come quelli di una volta: si beve per il puro piacere di berlo, non per l’edonismo di guardarlo o annusarlo. In bocca, una carezza di freschezza, un tannino appena sussurrato e la frutta che persiste, lasciano il palato suadente e appagato. Perfetto per un semplice pane e salame o per un brindisi tra anime innamorate che vogliono solo godere il gusto di un momento condiviso. Sorrisi e divertimento che scorrono leggeri. Tranquillo, veloce, fugace. Come un bacio, preludio di tante altre meraviglie. Lo bevi (anche fresco), continui a berlo. Ti piace. Sorridi. Ami. Non c’è bisogno di alcuna giustificazione. Al rosso poi si affianca una bollicina da Glera. Avete letto bene, da Glera. È un extra dry con una base di Glera da vecchissimi vigneti di Valdobbiadene con una percentuale di rosso vinificato in bianco. In autoclave si è arrivati fino a 120 mesi per avere una bolla impercettibile e sentori fruttati. Al metodo classico ci abbiamo pensato ma è una mancanza di tempo. In un mondo ingessato e per certi versi anche ipocrita, realizzare una bollicina, in Piemonte, con uve provenienti da Valdobbiadone, può essere una eresia. Ma è esattamente quello che Pierpaolo voleva: rottura degli schemi. Chi l’ha detto che perché il vino si è sempre fatto in un modo, occorre continuare a farlo così? Philema Extra Dry rispetta le aspettative ed è assolutamente coerente con la filosofia del marchio. Si voleva qualcosa di pronto e conviviale e l’Extra Dry è la scelta giusta. Qualcosa che potesse accontentare tutti e l’Extra Dry è sempre la scelta giusta. Niente di altezzoso e il Glera è la scelta giusta. Un pizzico di eleganza non fa mai male e l’aggiunta di Chardonnay ci sta tutta. È un Prosecco? Di base si. Ha qualcosa di speciale? Ni, nel senso che sicuramente lo Chardonnay lo rende più verticale e la lunga permanenza in autoclave le bollicine estremamente fini per uno Charmat. Insomma, l’ho trovato gradevole ed elegante. Non scontato e in grado di accendere una allegria non volgare. Molto versatile così da essere bevuto dall’aperitivo in poi. Un Extra Dry che diventa morbido e ammaliante tanto da piacere molto a chi non ama particolarmente la freschezza di un minor residuo zuccherino. Una di quelle bottiglie che grazie a quella sua stupenda etichetta gialla con le labbra tatuate, ispira ancor prima di stapparla. Se devo dirla tutta, in barba ai Sacri testi, mi è venuta voglia di stapparla con il botto. E così è stato! Pierpaolo ci ha messo la faccia e la propria azienda in un concept del tutto nuovo. Molti altri, fanno lo stesso nascondendoci dietro etichette più o meno blasonate. Non occorre andare alle indagini di Report per sapere come il Glera si sia coltivato anche in Puglia per poi etichettare le bottiglie come Prosecco DOCG. Ci sono fior di produttori che acquistano vino sfuso o uve da altri per poi commercializzare il prodotto finale con tanto di etichetta pluripremiata. Tutti però dimenticano il consumatore finale e la necessità di non apparire come ubriaconi bacchettoni. Ecco allora che Philema svecchia completamente l’imparruccato mondo del vino e lo fa con elementi di marketing e comunicazione pura. A partire da una etichetta accattivante con le labbra tatuate di meravigliosi fiori colorati e etichette con palette che spingono la bottiglia tra le mani del consumatore. Anche il lettering scelto è realizzato per emergere dall’etichetta grazie ad una tridimensionalità accattivante. La denominazione Monferrato DOC Rosso è secondaria rispetto al nome Philema come a dire che la provenienza è certo importante ma lo è ancora di più la convivialità offerta dal nome. Il nome è stata una folgorazione notturna. È venuto fuori prima il nome che la produzione del vino. Mi svegliai una notte girando per casa e stavo pensando al nome del vino. Mi venne in mente questo nome e mi sembrava molto adatto al vino che volevo fare. Un Freisa d’Asti con un pò di Bonarda per conferire più struttura all’uva giovane. Philema, l’unione. Come lo è il Monferrato Rosso. Unione tra Freisa e Bonarda. Due vitigni della tradizione piemontese, quella di un tempo, reinterpretati in maniera fresca, giovane, dirompente. Nessun fronzolo, nessuna voglia di rappresentare qualcosa se non il momento in cui la bottiglia diventa parte di qualcosa. Un momentum che si trasforma anche in un altro vino, il Momentum che però si fa solo nelle annate che lo permettono. Il Momentum è il barricato, con un anno di acciaio e sei mesi di rovere. È solo nella annata 2022 perché lo permetteva. Le altre annate non avevano una qualità tale da consentire l’invecchiamento. Non riuscirebbe ad avere quel corpo giusto. La legnosità sarebbe troppo marcata anche per pochi mesi di botte. Momentum 2022 è un riuscito mix godereccio di Fresia (80%) e Bonarda. Colore rubino scuro e immediati sentori di visciola, lampone e mirtilli resi vegetali da un bellissimo sottobosco e da qualche spezia e tostatura. Poi liquirizia e anice stellato. Al naso piace e convince senza essere potente ed elegante. Ma non lo deve essere. La sua è una natura di vino che ha un gusto e deve piacere senza se e senza ma. In bocca è infatti così: pieno, intenso e tanto godereccio. La visciola arriva lasciando la bocca pulita per via di una intensa freschezza e un tannino domato. Le erbe aromatiche sembrano ricordarsi di esserci e arrivano. Tutto sa di scuro e intenso tanto che ho come la sensazione, per via della visciola, di avere la lingua nera. Magari è una idea per la prossima etichetta. Philema è un occhio non solo al mercato italiano ma anche internazionale. Come potrebbe non esserlo un vino che già dalla etichetta diventa accattivante e instagrammabile? Una operazione di marketing, è vero. Ma un marketing arrivato dopo la voglia di fare il vino: Pierpaolo cercava prima il vino poi ha trovato il packaging. Un packaging così bello da essere stato tra i finalisti dei Pentawards a Londra. Un lavoro magnificamente svolto da una dinamica agenzia creativa, la Neom. Il vino, come l’etichetta, è frutto di un percorso e non di una improvvisazione. Le vigne prima, la cantina poi, la squadra infine. In vigna funziona con due vignaioli che mi seguono i vigneti. Due enologhi. In cantina c’è la collaborazione con Raimondo Marolo. Lui produce con il suo marchio ma ha sposato la mia filosofia. Non lo conoscevo ed è stato bello incontrarsi come pensiero e dedizione al progetto. Avevo a che fare con una ventina di produttori del territorio ma non avrei mai prodotto vini con loro. Volevano producessi presso la loro cantina. Con Raimondo c’è un percorso fatto insieme e lui mi ha dedicato del tempo. Nelle altre cantina mancava l’ascolto della mia idea del vino. Anche in questo c’è unione. Di intenti e di visioni che si sposano per realizzare qualcosa che non c’era. Come ad esempio anche il Gin. Ho un paio di soci con i quali siamo partiti con la produzione di un gin a base di fico. Fichi freschi e foglie di fico oltre a botaniche che sono presenti in questi vigneti. Dal vicino Carlo Quaglia che fa già il gin Portofino. Il gin si chiama Immoral. Ginepro, coriandolo, cardamomo, semi di Angelica, iris, sambuco, fiori di camomilla, cannella, fiori di arancio. Una bella iniziativa. Una sferzata totale ad un territorio statico, fermo attraverso il gin: assolutamente poco piemontese. Ma chissenefrega. In Piemonte ci sono tutte le erbe officinali necessarie a fare un ottimo gin. Perché non farlo allora? Solo perché qui si è sempre fatto Vermouth e Bicerin? Eppure io ho trovato Immoral gin super interessante. Fresco e con marcate note agrumate che si uniscono al fico mentre genziana, camomilla, rabarbaro, ginepro e assenzio fanno da giusto corollario. Sono però i fiori di zagara e le foglie del limone che secondo me riescono a far esaltare maggiormente il fico. La parte floreale è penetrante e preminente con una sorta di piccantezza inebriante. Lo si beve anche neutro perché non è uno di quei gin “cattivi” nel senso di ruvidezza. Sa essere morbido ma solo il giusto posizionandosi al centro della lingua per renderla secca ma non eccessivamente. La bevuta è dunque garantita. I fiori di zagara ritornano anche in bocca con una sorta di mix dolce vegetale ad alleviare la verticalità spinta. In bocca dunque è sinuosamente verticale tanto da scivolare giù in gola con quella lunghezza di respiro che porta alla mente interminabili abbracci. Adesso a Philema occorre un pò di consolidamento. Dopo l’accelerazione iniziale del progetto serve rafforzare il marchio per diffonderlo a dovere. Sono in una fase di consolidamento di queste tre etichette o due etichette e mezzo vista che una ha solo l’annata 2022. Per poi riprendere il percorso con nuove sperimentazioni. Capire quale potranno essere gli altri prodotti. Qualcosa che possa spaziare dalla piantumazione di un vigneto a bacca bianca, un vermouth, un orange, un metodo classico. Ci sono diverse idee. Affiancare alla bollicina bianca una rosè. Tante cose cosi ma ora consolidamento. Al momento facciamo 18000 bottiglie. Non vinifichiamo tutto. Tra queste c’è anche il Glera dunque poco più della metà derivano dalle mie uve. Un piano di sviluppo che può avere un discreto futuro. Che va continuato e perseverato affinché si possa provare a fare qualcosa di diverso in questo incipriato mono del vino. Ne hanno bisogno anche i territori, quelli che non devono inventarsi castelli e sotterranei o cercare di scimmiottare i mostri sacri del vino italiano per trovare la propria strada. La via, quella alternativa, può essere proprio questa. Nessuna storia da inventare, nessun antenato da riesumare, ma rompere gli schemi puntando sui giovani, il vero futuro, con progetti freschi e innovativi come Philema. Ben vengano persone come Pierpaolo che con il suo fare pacato, determinato e irriverente, se ne fregano dei luoghi comuni e dei conformismi. Il mondo e il futuro del mondo (del vino) ha in se spazio per tutti e, anzi, più idee come Philema ci saranno maggiore sarà la possibilità di soddisfare le esigenze della incredibile diversità che ci troveremo a gestire da qui a breve. Se allora il luogo comune oggi è: Meglio seguire la massa che rischiare di essere esclusi Proviamo a non seguire la massa e a dotarci di pensiero laterale pensando fuori dagli schemi. Un pò come fanno i bambini che trovano soluzioni creativi a problemi che sembrano banali. Il principale nemico della creatività è il buonsenso. Cosi diceva Pablo Picasso che di creatività se ne intendeva un tantino. Serve pensare fuori da quegli schemi che continuano ad essere utilizzati semplicemente perché si è sempre fatto così. Troppi sono i produttori che producono troppi vini ancorché tutti mediamente di buon livello. Pochi, pochissimi coloro che hanno capito che occorre un approccio diverso che non è certo quello dei dealcolati. Perché se si continuerà a voler produrre e vendere il vino (anche dealcolato) incipriandosi il naso, allora la fine per molti sarà vicina. Grazie Pierpaolo per questo tuo dirompente progetto. Non mollare! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
29 Luglio, 2025
Serate romane. I vini calabresi di Tenuta Santoro e i vernissage di Area Contesa Arte
18 Luglio, 2025
Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza
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Marco Capitoni. L’uomo delle frasi
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20 Giugno, 2025
Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius
Com’è il padre, tale è il figlio. Una frase che sicuramente è capitata molte volte nelle nostre interlocuzioni, spesso per sottolineare come il figlio sia talvolta molto simile al padre. È l’educazione e la presenza nella crescita che rende le persone, carattere a parte, simili. Non serve necessariamente una paternità biologica. Nell’educazione così come nell’amore. Tanto che una estensione della locuzione latina è quella che viene altrettanto spesso citata pur se in modo non corretto:
I figli sono di chi li cresce. Non conta il legame biologico ma l’affetto, l’amore, l’educazione che viene impartita ad un figlio perché si senta parte di una medesima famiglia.
È così che l’amore per una terra che non è di proprietà, può diventare viscerale solo vivendola, curandola, custodendola. Non serve sia propria. Serve amarla così come quella stessa terra, ama te. Gabriele Rosi è un ragazzo che gestisce, come se fosse suo, Borgo Salcetino, un luogo incantato, parte integrante di una delle perle del Chianti Classico: Radda in Chianti. Vengo una famiglia di operai. Non c’è un legame con il vino. Sono di Montelupo Fiorentino. Vivo fuori da casa da dieci anni esatti da quando avevo ventitré anni. Per seguire il mondo del vino. La mia passione. Chi in queste zone non ha un nonno con la terra? Suvvia, tutti. Solo che quasi tutti la terra l’hanno lasciata coltivare al nonno seguendo certamente le orme dei padri, primi tra tutti a non sentire l’attrazione del suolo. Generazioni che hanno cercato il meglio per loro e i loro figli, nonni compresi, avendo conosciuto la fatica dei campi. Ma vaglielo a spiegare che non è tutto oro ciò che luccica e che stare in un ufficio o in una fabbrica sia proprio meglio della schiena china sui campi.
Per i nonni, portare i nipoti con se nei campi (visto che i figli non ne volevano già sapere da tempo) poteva essere solo un modo per tramandare qualcosa. Non certo il lavoro. Magari i sapori. Magari le tradizioni. Gabriele è invece uno di quei giovani che la terra, l’hanno sentita nel cuore. Una magnetica attrazione fatta di sole e fatica così come di tanta vita libera e aria da riempire i polmoni. Come pochi della sua generazione (pochi perché piena di scansafatiche interessati più alla vita virtuale che a quella vera), sceglie di studiare agraria. Ho fatto agraria alle superiori. Poi fino a 18 anni non è che bevessi vino e fossi interessato. Mi appassionai intorno alla maturità. Ho però sempre avuto un palato pignolo. Se mio nonno usava un latte diverso o cambiava l’acqua io lo sentito. Una predisposizione. Il vino invece che la birra o i cocktail. Meglio un calice di vino che uno shottino. Non tanto per berlo quanto per capirlo.
Solo che se non arrivi da una famiglia dove il vino lo si produce, tutto diventa più difficile da un lato, più sentito dall’altro. Provavo piacere a capire, conoscere. Mi sono iscritto all’università di viticoltura ed enologia. Sarebbe stato il lavoro della vita. Tre anni di università a Firenze. Durante il tirocinio ho fatto la vendemmia al Castello di Albola. Sono sempre stato innamorato del Chianti Classico e in particolare di Radda in Chianti. Dopo la laurea decisi di cambiare zona e ho lavorato un anno da Avignonesi. Una esperienza non solo dettata dal Sangiovese. Mi piaceva lavorare in un azienda multietnica. C’erano persone da tutto il mondo e si lavorava con macchine all’avanguardia. Più che in cantina a fare l’enologo Gabriele sceglie di lavorare sulla terra. Per capire ancora di più. Aveva bisogno di capire cosa ci fosse a monte del vino senza pensare di poter gestire direttamente l’uva in cantina. Anche questa cosa non proprio scontata per un ragazzo di 23 anni. In genere a quell’età, o si pensa di saper tutto o di voler fare solo quello per cui si è studiato. Con le conseguenze disastrose del caso. Loro mi offrirono di rimanere ma avevo 23 anni e mi piaceva fare una esperienza all’estero. Avevo una offerta in Australia. Una azienda piccola di una grande compagnia. In Tasmania. Più parlo con Gabriele più mi sembra un extraterrestre. Un alieno entusiasta di capire prima di agire, impaziente di imparare e scoprire il mondo.
Ora, immaginatevi vostro figlio a 23 anni che decide di andare dall’altra parte del mondo, senza sapere la lingua ma senza un briciolo di paura, ad imparare.
Mia madre nemmeno mi fece andare a frequentare la scuola aeronautica perché avrei dovuto prendere l’autobus per un ora a tratta, figuriamoci cosa avrebbe fatto se le avessi detto che andavo per un anno in Tasmania. Ci sono siti, pagine Facebook, ecc. Io invece mi sono scelto la zona. La Tasmania mi affascinava. Sono andato a vedere le aziende e le cercavo piccole. Mandai curricula a 50 aziende. Volevo fare una esperienza. Venni contattato da questa azienda. Feci il colloquio e mi presero. Ecco, ma senza sapere l’inglese? Un colloquio che mi rievoca il noio vulevan savuar di Totò memoria. Il mio inglese era molto scolastico. Non avevo un grande feeling. Mi sono preparato un pò di domande dicendo: se fossi un enologo che domande mi farei? Sono stato fortunato insomma. Ci siamo sentiti tramite email per i documenti. Mi hanno trovato una casa. Sono partito da solo. Arrivato a Melbourne mi sono fatto tutti i documenti e sono andato in Tasmania all’avventura. Non volevo un posto dove ci fossero italiani. Non capivo nemmeno come si dicesse buongiorno perché avevano uno slang particolare. Ma in un mese imparai l’inglese. La vendemmia durava un paio di mesi. L’azienda faceva base spumante, bianco e Pinot Nero. Mi ero specializzato nel Pinot Nero anche se ero un semplice cantiniere. Esperienza incredibile. Quando tutti sono andati via chiesi di arrivare almeno a 90 giorni per prolungare il working holiday e rinnovarlo. Rimasi li un mese con la mia casina sull’oceano. Avevo il rumore dell’oceano e un solo disco: i Dire Straits Una esperienza di vita. Altro che vino. Di quelle che piacerebbe fare a tutti se non fosse che per vivere così, prima devi lavorare. E sodo. Mi sono girato un mese da solo l’Australia. Pensai fosse meglio fare una esperienza in Oregon o in California. Iniziai a mandare curricula. Mentre cercavo e valutavo risposta, mi arriva una chiamata dall’Italia da parte di Matteo Giustiniani. Lui è l’attuale AD di Avignonesi. Enologo nonché proprietario di una azienda di diciotto ettari a Lucca. Avrei bisogno di una sorta di cantiniere evoluto con predisposizione al lavoro in vigna. Ne rimasi lusingato. Volevo fare esperienza all’estero per poi lavorare in italia. Un pò ci ho pensato ma manco troppo e ho accettato. È cosi che Gabriele va a lavorare alla Fattoria Sardi. Tre anni intensi, dal 2015 al 2018. Una grandissima scuola. Solo che uno come Gabriele ha bisogno di cominciare a dimostrare di saper fare qualcosa. Giovane si ma con tanta energia e già un pò di vendemmie sulle spalle. Avevo 27 anni e volevo qualcosa di più. Il proprietario enologo, la moglie enologo, il consulente enologo, il direttore enologo. Dove vado io? Non ho futuro. Mi sentivo oppresso ma non ho mai cercato lavoro altrove. Quando si semina bene, prima o poi i frutti si raccolgono. In un settore come quello vitivinicolo, di persone serie ed affidabili se ne incontrano poche. Di quelle che ci mettono l’anima anche quando le cose non sono proprie, ancor meno. Nel frattempo mi sono fidanzato e siamo andati a convivere. Un giorno, non è ben chiara questa dinamica, mi arriva una chiamata da uno del nord: guarda Gabriele noi stiamo cercando una persona qui in azienda per affiancare il nostro direttore, poter crescere e lasciargli l’azienda in mano. Li per li dissi vediamoci, incontriamoci. Ero un pò scettico. Non so ancora come siano arrivati a me. Nelle vecchie email avevo mandato un cv ma nel 2012. Strano. Il legame forse sarà stato che quando sono andato al Castello di Albola l’agronomo, che era stato a Borgo Salcetino gli avrà detto che ero un bravo ragazzo perché di più non facevo! Borgo Salcetino? Chiamata da uno del nord?
Borgo Salcetino è una di quelle realtà incastonate, immerse in maniera quasi invisibile, nel variegato territorio di Radda in Chianti. Proprio questa sua invisibilità la rende incredibilmente bella. Così bella che nel 1996 venne acquistata dalla famiglia friulana dei Livon, storici produttori di vini del Collio, per allargare il proprio bagaglio vitivinicolo (e la gamma). Stesso concetto poi ripetuto nel 2001 per Fattoria Colsanto, in Umbria Feci il colloquio, poi ci risentimmo, ci incontrammo al Vinitaly. Da febbraio entrai li a luglio. Credo che io sia stato il miglior rapporto qualità prezzo. Come dire, onestà. Che Gabriele sia piaciuto come persona, penso sia stato facile. Apprezzato come professionista, forse era ancora troppo presto. Ma la lungimiranza di un imprenditore sta anche in questo: scovare talenti cui affidare le chiavi di una azienda. Mi affiancano al vecchio direttore. Insomma si poteva rischiare di inserire un ragazzo giovane. Mi avevano promesso di lasciarmi la conduzione dell’azienda dopo che il direttore fosse andato in pensione. Avviene proprio così, in quella modalità che solo le aziende serie e in grado di programmare sanno fare. Nel 2018 si impara. Nel 2019 la gestione è un affiancamento tra i due con la prima vendemmi interamente affidata a Gabriele. Nel 2020, onore e oneri tutti a Gabriele. Nel frattempo cambiò anche l’enologo di Livon. Da una persona di oltre sessant’anni a Giovanni Genio che è la figura di riferimento. Un meraviglioso cambio generazionale in Livon accompagnato anche dalla nomina di Matteo Livon, classe 1988 alla guida dell’azienda. Cosa questa che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la lungimiranza di una azienda che guarda al futuro con i piedi ben piantati nella solidità della terra che l’ha vista nascere. In una azienda agricola, specialmente se si è a distanza e se le cose da gestire sono tante, non si può che delegare affidandosi a persone competenti. Sono abbastanza libero in cantina. La parte agronomica, la vendemmia, la parcellizzazione, sono tutte cose che devo decidere io. Per dubbi e consigli, parlo con Giovanni essendoci anche un bellissimo rapporto di amicizia. Ci confrontiamo perché siamo una bella squadra. Quando arriva il periodo dell’imbottigliamento vengono in azienda Matteo, la proprietà e Giovanni cosi che assaggiamo insieme le masse per la gestione delle singole etichette. La cosa che mi da tanto orgoglio è che mi lasciano tanto spazio per lavorare. Questa è la delega. Questo il modo per valorizzare le risorse umane consentendo loro di esprimere il massimo delle potenzialità facendo le cose con energia vitale e passione. La cosa che fa onore alla famiglia Livon è che da friulani hanno voluto mettere un ragazzo toscano che conoscesse il territorio in toscana e un ragazzo umbro che conoscesse il territorio in Umbria. Fin dal primo giorno che mi hanno inserito in azienda mi hanno sempre presentato come il responsabile dell’azienda. Anche da un punto di vista enologico. Questo è molto stimolante. Undici ettari di vigneto da gestire da solo. Una produzione di circa 80.000 bottiglie. Quattro etichette improntate al Sangiovese. Davvero una grande responsabilità per un ragazzo dell’età di Gabriele. Però è cosi che si cresce ed è cosi che si ottengono grandi risultati. Fornire stimoli continui senza per questo fornire stress. Ho bisogno di stimoli e di lavorare in una azienda dove ci sono progetti di crescita. All’inizio ero ansioso ma ho avuto modo di imparare grazie al vecchio direttore. È stato molto stimolante. Capire guardandomi intorno. Studiare. Sperimentare. Lo spavento iniziale è presto scomparsa. Grande energia. Precisione. Voglia di fare e farlo bene. Per se stessi certo, per l’azienda ovviamente, per il territorio di Radda. Sono in azienda dal 2018. I primi tre anni sono di conoscenza. Poi si iniziano a capire le zone migliori cosi da vinificarle da sole. L’affinamento ti obbliga a metterli in bottiglia dopo trenta mesi. Il mio lavoro inizio a vederlo adesso. Fino ad oggi è stato tutto molto stimolante. Per ora non ho bianchi e dunque l’unica sarebbe un rosato o una base spumante di Sangiovese. Occorre però seguire le indicazioni dell’azienda. Ad oggi la volontà dell’azienda è di rimanere con questi quattro vini e per me va bene cosi. Per ora. In verità a Gabriele dei bianchi o di ciò che non sia Sangiovese, interessa poco. L’amore è per il Chianti Classico e, soprattutto, per Radda in Chianti. Ho girato molto la Toscana come tutti quelli che amano il vino e la cultura contadina. Ogni zona ha la sua peculiarità e da giornalista mi sembrerebbe fare un torto elogiandone una piuttosto che l’altra. Radda però è forse l’areale rimasto maggiormente selvaggio e incredibilmente diversificato. Sarà per questo che il Sangiovese qui assume una espressione tutta sua fatta di finezza ed eleganza autentica e non edulcorata. Ho provato tre espressioni diverse del Sangiovese di Borgo Salcetino. Tre interpretazioni che sembrano essere tre spartiti diversi di una medesima melodia. Come a dimostrazione di quanto la musica di un vitigno possa essere profondamente diversa quando interpretata con gli strumenti giusti. Il primo è il RossoSole che vede l’unione del Sangiovese con il Merlot in un matrimonio solo per breve tempo (sei mesi) sedimentato in barrique. Mi è particolarmente piaciuta la freschezza dell’unione tra i due vitigni che ha generato un vino croccante e giovane sia al naso sia in bocca. La ciliegia è croccante. La prugna e l’arancia sono appena mature. I fiori di viola e le erbe portano con se un velo di balsamico. Le spezie sono solo silenti spettatori che si godono lo spettacolo senza interferire più di tanto e quel tanto per concedere un minimo di impercettibile, seppur presente, rotondità. Il sorso presenta tannini maturi e levigati che mantengono comunque la freschezza della frutta croccante e la goduriosa sapidità così da farne un vino immediatamente godibile. RossoSole va goduto per la sua freschezza arrotondata dal Merlot, per la sua struttura non opulenta e non importante, per la capacità di bere bene nella semplicità. Poi il Chianti Classico 2021 che ha un periodo di affinamento in botti da 50 ettolitri per quasi due anni. Lo versi nel calice e capisci immediatamente che si tratta di un vino fine ed elegante per via di una incredibile e luminosa trasparenza. Sentori immediatamente floreali che si uniscono alla frutta fresca e croccante. Fai un bel respiro nel calice ed ecco emergere il balsamico che pervade le narici donano leggere spezie e leggiadre tostature in una alternanza cadenzata, ritmica, danzante. Freschezza e dolcezza che si rincorrono come amanti nel prato. Amanti, non bambini. Perché si sente sostanza e corposità. Passione e intensità. In bocca infatti avviene l’esplosione di sensi. Una immediata dolce freschezza che pervade. La ciliegia carnosa da addentare che sprigiona il suo caldo succo acidulo ma non aggressivo. I tannini infatti sono li presenti ma non fanno male: governano il sorso senza aggredire. Emerge quel senso di vegetale che intriga ed ammalia poiché rende il sorso longevo e intrigante. Grande persistenza e immensa bocca finale con quel velo di amaricante che continua ad intrigare. Tanto La cosa che mi ha sempre affascinato è il paesaggio. Mi faceva impazzire venire qui e guardare il panorama. L’idea di biodiversità mi piaceva tanto. Così come il Chianti Classico. Radda è un paese conosciuto per il vino ma la superficie vitata è il 7%. Volevo lavorare in un ambiente variegato. Le colline di Radda mi hanno sempre fatto impazzire. La prima volta che sono venuto a Borgo Salcetino mi sono detto: io sono della zona, questo posto è fantastico eppure vivevo qui vicino. Ci sono terreni argillosi e calcarei ma anche all’altitudine. I critici di Radda dicono che la fortuna sia il cambiamento climatico perché negli anni 70 si faceva fatica a fare vini sopra i 13 gradi. Qui a Radda riusciamo ad esaltare l’eleganza del Sangiovese. Non si tratta di essere critici ma le condizioni climatiche di Radda erano un tempo proprio quelle che, insieme alla tipicità dei territori, non consentivano elevati accumuli di zuccheri. Se questa costituiva la difficolta ad elevare il grado alcolemico, determinava al contempo la finezza ed eleganza dei vini. Il territorio è fantastico e non grazie agli enologi ma a madre natura. Gli enologi fanno il loro lavoro in cantina. Io credo nell’affinamento in botti grandi. Utilizzo botti da 50 ettolitri per il chianti classico, 25 per il riserva. Lucarello è il Chianti Classico Riserva 2020, Sangiovese in purezza con 30 mesi di affinamento. Deriva da una vigna specifica che i francesi chiamerebbero cru. Ma siamo in Toscana e forse, ancora, non ci si bada. Il colore nel calice evidenza una vena granata nella intensità di un meraviglioso rubino, segno di grande maturità. Sembra così vivido ed acceso che ci si specchia dentro richiamati da un senso di profonda attrazione. Sarà anche per gli invitanti e volitivi sentori di fragola, ciliegia, prugna, scorze di arancia che aprono, grazie al balsamico, alle spezie di cardamomo, noce moscata, liquirizia, cioccolato, tabacco. Roteo il bicchiere e scorgo le mie dita nel fondo, rimanendo a godere di una inebriante finezza. La liquirizia continua a pervadermi le narici unendosi alle erbe officinali e al cuoio per un bouquet intenso e delicato. Il sorso è vigoroso poiché fresco, con un tannino non eccessivamente invadente, caldo e appagante, sapido e sapido da essere finemente godurioso. Un sapore di frutta viva e quasi ancora acerba che rende la bocca elegantemente pulita. Un vino che sa di grande prospettiva e incredibile versatilità. Ci sono terreni diversi in zone diverse. Ci sono anche piccole parcelle di terreno che gestisco come cru. Per me non è una varietà unica ma tante varietà in funzione del vigneto. Gabriele parla con tanta competenza. Ama il suo lavoro. Conosce le vigne e ne sa sfruttare le caratteristiche. Sembra che ogni metro quadro sia un figlio diverso che va trattato in maniera diversa. La mia filosofia è il legno grande perché garantisce la micro ossigenazione senza cedere componenti aromatici. Assaggiando il Chianti Classico dopo dodici mesi come da disciplinare ti accorgi che è ancora un pò duro. Per questo la scelta aziendale è di prolungarne l’affinamento. La botte da 25 ettolitri per il riserva ha un discorso diverso. Devo mettere una massa che mi permetta un affinamento più lungo. La botte da 25 ettolitri è la botte perfetta per un sangiovese di qualità. La superficie di contatto è maggiore ma è il rapporto perfetto tra legno e vino. Lavoro cosi sulla rotondità e la micro ossigenazione. Iniziamo a dare complessità al vino senza coprire gli aromi primari del sangiovese. Sulla Gran Selezione la filosofia era 30 mesi di barrique. Io lo trovavo un pò troppo internazionale e non ci sentivo Radda. Abbiamo investito sul botti da 25 ettolitri e li invecchiamo il nostro vino. La botte nuova è invasiva ma non come la barrique. Radda ci deve stare. Gabriele Rosi non è solo l’enologo o l’agronomo di Borgo Salcetino. Ne è l’anima e la forza propulsiva. I vini, diretta emanazione, lo confermano. Si sente la freschezza giovanile e l’orgoglio di un territorio. L’amore per la sua terra e per un territorio che deve certamente essere valorizzato ma ancor prima, custodito. Gabriele ne è custode fedele al pari di tanti altri bravi e seri vignaioli della zona. L’unica vera differenza con Gabriele è che lui non è il proprietario delle terre che custodisce. Questo lo pone in una posizione di maggiore ammirazione. Almeno da parte mia.
È proprio vero che i figli sono di chi se li cresce! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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30 Maggio, 2025
Oinoe. Alex Cerioli, la forma dei sogni
A stanchezza salita
A salute brindata
Provi a fare i conti
A giornata finita
Alla fine capita
A preghiera pensata
Tu ti prendi il tempo che
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
Sono sempre i sogni a fare la realtà
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
E sogna chi ti dice che non è così
E sogna chi non crede che sia tutto qui Sono sempre i sogni a dare forma al mondo. Ligabue La positività è poter dare una forma ai propri sogni. Cercandoli da svegli dopo che ci hanno fatto compagnia la notte. Senza dannarsi l’anima, sorridendo alla vita e alle cose della vita. Affrontando il giorno con la voglia di realizzare qualcosa. Non necessariamente i sogni. Perché tanto quelli, prima o poi arrivano. Qualcosa che inganni il tempo e aiuti ad alzarsi ancora il mattino per arrivare poi stanco alla sera.
Nella semplicità ci sono le cose belle della vita. Nella semplicità del rapporto con la terra ci sono i valori. Da coltivare come fossero delle piante. Giorno dopo giorno. Ma che forma hanno i sogni? Per Alex Cerioli, quella di una bollicina. Anzi, di una serie interminabile di bollicine che emergono impalpabili da una flûte di metodo classico. Per berle e brindare alla vita, soprattutto per produrle. A Parma. Sono un semplice contadino della bassa mantovana. Come cultura e famiglia siamo agricoltori da generazioni. Il fatto della vite e del produrre vino è stato un mio sogno che ho realizzato. Un sogno che avevo coltivato dentro me stesso anche quanto economicamente parlando si poteva fare. Alex Cerioli, fisico massiccio di chi ci tiene, sorriso stampato sulla faccia. Una faccia che ti fa subito simpatia e che non si fa fatica ad incasellarlo in Emilia Romagna. Appena ti saluta, capisci subito come sia emiliano. Di Viadana per la precisione, provincia di Mantova. Ma Mantova non è una provincia della Lombardia? Si, certo ma questa è sempre Emilia. Aldilà di chi ne ha spostato i confini culturali Io nasco come allevatore di suini da quando mi sono diplomato. Papà aveva i bovini e le mucche da latte. In quel periodo li c’era l’inizio delle quote latte, le multe. Papà aveva prodotto tantissimo latte e le multe erano arrivate: parecchi milioni di vecchie lire. Insomma non andava bene tenerle. Mi diplomai geometra, si vendettero le vacche e venne aperto un piccolo allevamento di suini che abbiamo tenuto fino al 2008. Nel 2008 ci fu una crisi di mercato dei suini. Decidiamo di intraprendere dunque un nuovo percorso, quello del biogas. Gli allevamenti sono aumentati e l’azienda è passata da avere 18 ettari di terreno a 380 di cui 170 di proprietà. In quindici anni. Poi sono arrivate le acquisizioni di un’altra azienda suinicola con altri soci quindi gli investimenti in bioenergie. Non per ultimo nel 2013 siamo riusciti a realizzare il sogno di una cantina. La cantina l’abbiamo comprata nel 2013 quando il mio enologo tuttora enologo che avevo conosciuto per fare una cantina a Viadana dove abito. In pianura nella bassa mantovana. Volevo produrre spumante elle nebbie del Po. Quando una persona racconta il proprio sogno che si avvera, tende a saltare completamente quanto accaduto prima. È come se la fatica, il sudore e i sacrifici necessari per arrivare a realizzarlo, fossero immediatamente passati in secondo piano. Anzi, nel dimenticatoio. Eppure sono stimmate, profonde indelebili ferite che magari non fanno più male, però sono li a ricordartene. Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ecco, che qualche tua amica disinfetterà. Con Alex non ne abbiamo parlato se non marginalmente. Un matrimonio alle spalle, tre figlie delle quali due già grandi, una compagna attuale. Eppure sono convinto che “certe notti” parlino di lui in qualche locale della bassa. Con una azienda da mandare avanti e il suo volersi godere la vita Certe notti la macchina è calda
E dove ti porta lo decide lei
Certe notti la strada non conta
E quello che conta è sentire che vai Anche se poi la sensazione è che comunque qualche ferita la nasconda davvero. Il suo fare guascone, la risata, vera e sincera e sempre pronta, il piglio con il quale racconta. Non so.
Lui è cosi comunque vada. L’Emilia ce l’ha nel sangue e non lo nasconde per nulla. Quando ha parlato dei suini, mi è venuto in mente tutto quanto di buono, in termini di salumi, possa da essi derivare. Da emiliano e da imprenditore emiliano, ci ha messo su un ristorante con salumeria annessa: Osteria la Bastia. Una visita è d’obbligo! Dicevamo del sogno. Quello di Alex. Una vigna. Una cantina. Soprattutto un metodo classico. Voleva il Lambrusco metodo classico. Per distinguersi. L’enologo mi lascia parlare per un paio di ore mentre gli espongo il mio progetto. Avevo i terreni comprati, le quote viticole. Era un pomeriggio di metà estate. Alla fine mi dice: ma chi te lo fa fare di fare una cantina dove puoi coltivare solo del Lambrusco. C’è una cantina ormai pignorata dalle banche che è oggi la peggior cantina di Parma ma ti posso garantire che quella collina è speciale. Ha caratteristiche che gli altri non hanno. Un mese dopo ero a raccogliere l’uva. La parlata, oltre ad essere emiliana, è veloce. Difficile interromperlo ma poi mi chiedo perché visto che è piacevolissimo ascoltare una persona che sa di vitalità. Come capisco l’enologo nel lasciarlo parlare del suo progetto: interromperlo sarebbe stato oltre che imprudente anche inutile. Il metodo classico lo avevo già in testa facendolo con il Lambrusco. Le bollicine erano un mio chiodo fisso. Avevo avuto approcci con altre cantine ma il cuore non si entusiasmava. Deluso di non poter realizzare il progetto mi ero detto: lo faccio a casa mia con il Lambrusco. Smontare una idea di Alex non deve essere facile ma è comunque una persona pragmatica che mette famiglia e business sopra ogni cosa. Non tanto per una realizzazione personale. È più la necessità di fare le cose per bene. Se qualcuno gli propone una idea migliore della sua, ci mette un attimo a cambiarla. Sa che le cose si realizzano con tanta tenacia ma ascoltando attentamente tutti e osservando ciò che si ha intorno. L’enologo mi ha smontato. Farlo a Viadana in provincia di Mantova senza una denominazione non avrebbe avuto senso. Io manco sapevo a Parma si facesse il vino. Così come ha fatto con l’azienda di famiglia da quando il padre, all’età di diciannove anni, gliela ha intestata, Alex si butta a capofitto nella nuova avventura. Crescere e divertirsi. Non arricchirsi ma divertirsi e stare bene con gli altri. Quando butto la testa io faccio alla svelta. Allora erano 14 ettari oggi sono 26 più una decina in affitto. Tutto piantato. Comprati circa 3 ettari già piantati. Tutti gli anni piantiamo qualcosa. Alex nasce con le mani nella terra ma nel mondo del vino è un autodidatta che deve alla sua curiosità e al saper ascoltare e guardare il successo di ciò che fa. Parma è stato un amore a prima vista. Era una sfida e a me piacciono le sfide. Non è una zona conosciuta per gli spumanti. Tutti questi vitigni a Parma ci sono perché c’era l’influenza di Maria Luisa d’Austria, seconda moglie di Napoleone che con le famiglie nobili francesi avevano impiantato le loro aziende. La fillossera colpì molto Parma cosi da eliminare tutte le colture. C’era però la tradizioni. La Barbera, la Malvasia e il Lambrusco Maestri erano a corollario dei vitigni internazionali. L’unico vitigno che ho messo io è il Pinot Nero. Non c’era perché il precedente proprietario l’aveva estirpata perché aveva smesso di fare spumante metodo classico. Pinot bianco e chardonnay c’erano già. Non si pensi che la storiella della zona sia stata imparata a memoria tanto per condividerla con un giornalista. Qui si tratta di comprendere a pieno le potenzialità di un territorio che per anni ha visto Lambrusco e cantine sociali. Il che non ci sarebbe niente di male se non fosse che in questo modo il territorio non si può caratterizzare per produzioni di elevata qualità. Avere a cuore il territorio vuol dire capirne l’essenza e soprattutto le potenzialità. Potenzialità alle quali nemmeno il consorzio sembra credere fortemente. Basta andare sul sito del Consorzio Tutela dei Colli di Parma per capire come non ci si provi nemmeno a valorizzare il territorio. Sembra tutto banale e banalizzato. Nessun cenno storico quando a Parma si faceva vino dai tempi dei romani che si insediarono qui già nel 183 a.C. Le dominazioni napoleoniche e le influenze francesi portarono qui tanti vitigni, enologi famosi e metodi interessanti. Poi non ci si credette fino in fondo dando spazio al Lambrusco. Il Lambrusco metodo classico l’ho fatto una sola volta per un amico. È venuto talmente bene che si è fatto la cantina. Le uve erano le sue Il metodo classico di Alex nasce subito alla prima vendemmi nel vigneto storico I boschi dove nasce anche il Cru Cerioli X con l’etichetta intitolata al Teatro Regio di Parma con il quale c’è una collaborazione. Li nasce la prima bottiglia. Erano 3600 bottiglie. Volevo berlo nel tempo. L’abbiamo lasciato li 10 anni. Nel 2024 abbiamo prodotto altre bottiglie del decennale. Il primo anno, 2013, ho fatto uno Charmat da Barbera. Era di un vigneto sbagliato perché chi lo aveva piantato l’aveva piantato verso nord e non prendeva colore. Il metodo classico da Barbera arriva dopo sperimentazioni nel 2017. L’Oinoe X Brut che ho assaggiato era vendemmia 2019 con sboccatura novembre 2023. Oltre 50 mesi sui lieviti per un blend Pinot Bianco (60%) e Chardonnay che definire meraviglioso è poco.
Perlage finissimo già nel calice. Sentori di crosta di pane, frutta delicata tipo ananas e lime. Molto minerale e con una intensità inebriante.
Un gusto in bocca estremamente fine e conturbante. Il perlage fino in bocca è ancora più elegante. Secco, fresco, voluttuoso. Una persistenza anche lunga e un finale di bocca fantastico con un retrogusto di limone con una vena di fumè e una crosta di pane fragrante che torna. Pulizia di bocca superlativa con un non so che di intrigante e stuzzicante amarognolo appena percepito.
Ecco, questa è la dimostrazione di come per fare bollicine serie, basta sfruttare e bene le potenzialità del territorio. Oltre che avere un bravo enologo come Alberto Grasselli. Io sono un ignorante totale di vino e ho ascoltato. Gli ho dato carta bianca. Lui era molto felice di questo perché mi raccontava le difficoltà di intraprendere percorsi di questo tipo nelle cantine dove era stato. Carta bianca per produrre anche un altra incredibile bollicina come il Cerioli Zero Nature da uve Barbera. Ho assaggiato la vendemmia 2020 con sboccatura maggio 2024: un metodo classico che non ti aspetti e invece ti conquista.
Grande intensità olfattiva con frutti di bosco e piccoli frutti rossi che si uniscono alla crosta di pane come se fosse marmellata sul pane. Poi la mela annurca, fiori che sbocciano qua e la e poi tanta tanta mineralità.
Bellissimo e finissimo il perlage che fa assaporare sapidità e freschezza.
Ottima la persistenza e grande ritorno della frutta che comunque, nella eleganza e finezza, ci sta tutta. Alex ascolta e si prende in giro da solo. È un imprenditore. Un visionario. Una persona che guarda avanti. Vede il futuro con quel misto di guasconeria e intelligenza. Non gli fa paura. Lo eccita. Gli da quella carica che serve per non stancarsi mai. Non sono normale. Ho la fortuna di avere tantissimi collaboratori. Tutti giovani e quasi tutti che non provengono dal settore in cui sono. In cantina non ho una persona che abbiano avuto precedenti esperienze nel mondo del vino. Andavo da miei amici che mi esprimevano solo negatività circa il settore. Ma io il progetto lo volevo fare. Per questo mi sono rivolto a persone non del settore. La determinazione. La voglia di fare qualcosa nel mondo del vino, di produrre bollicine di qualità. Allora cosa si fa? Sì chiede agli amici che, invece di incoraggiarlo, gli parlano solo degli aspetti negativi del business. Ce l’ha con loro? Piuttosto non gliene frega nulla. Solo che non si lascia influenzare. Ho introdotto mia sorella, mia figlia. Il commerciale è il fratello del mio avvocato che vendeva spugne. Abbiamo sviluppato la rete nel centro sud perché lui vendeva spugne li. Un sognatore che fa le cose con quel fiuto che magari da l’impressione di non prestare particolare attenzione al lato economico a breve termine. Anche se non è così perché quando uno ci nasce con il fiuto non ha tanto bisogno di fare i conti. Le sue scelte, per ora, si sono rivelate tutte azzeccate. Dai suini al biogas. Biogas? Un’altra trovata mica da ridere. Sono uno dei primi privati a sviluppare il progetto del biometano e UniCredit mi ha finanziato. Tutti mi dicono che non sono normale ad avere le esposizioni cosi alte. Sveglia alle 5 e subito in azienda a Viadana dove vive metà della settimana (l’altra metà a Desenzano dove ha la compagna). Un giro in azienda per vedere bene le cose. Il momento migliore è proprio quando non c’è nessuno. Poi arrivano i doveri familiari e c’è una figlia da andare a portare a scuola. Arriva quindi il cantiere e ancora a Viadana. Il pranzo è quasi sempre al ristorante di Zibello. Il pomeriggio è dedicato alla cantina. Almeno fino alle 19. Da li, la stanchezza arriva presto. Il tempo me lo trovo anche per i miei capricci. Sono uno che la vita se la gode. Mangiare bene e stare con amici e famiglia. Le figlie sono entusiaste. Voglio che facciano da sole. Ci sto prendendo le misure ma le lascio indipendenti. L’estate scorsa si sono inventate di fare le feste da discoteca in cantina. Non solo vino. Oggi per tirare giovani in cantina devi dargli anche il mix. Ogni cosa che Alex intraprende è una sfida personale prima, un divertimento poi. Magari lui dirà il contrario ma poco importa perché lui da sempre il meglio. Si vive di emozioni e lui le deve provare. Altrimenti non se ne fa nulla. Quando scendo in cantina e mi trovo sessanta, settantamila bottiglie di metodo classico mi batte il cuore. Qui si produceva metodo classico ma si è smesso. Così si è persa la tradizione. Perché non hanno osato. Hanno preferito vendere prodotti a basso costo. Adesso io auspico che aumentino colleghi di metodo classico a Parma. Non sono più da solo. Non mi mangiano una fetta di torta ma facciamo territorio. Non solo metodo classico nella gamma di Oinoe. Tanto altro. Forse troppo. Ne ho contate ventidue. ma Forse mi sbaglio In questa zona qui tutti hanno tante tipologie di vino. Sarà perché ci sono tanti vitigni. Il fatturato lo facciamo con la Malvasia e il Mambrusco. Come volume. Con il Lambrusco perdo dei soldi. Non deve essere quello trainante dell’azienda. C’è troppa concorrenza ed è considerato povero nonostante le ore di lavoro che comporta produrlo. Il mio obiettivo non è dire che sono arrivato a trecentomila bottiglie ma dire: oggi sono arrivato a 1.5 milioni di fatturato con 150mila bottiglie. Spererei di fare 1.8 con 80mila bottiglie vendute. Il Lambrusco solo qualche bottiglie estrema. Bianchi e rossi fermi si ma il tanto amato metodo classico. Ho fatto l’anfora perché credo nella tradizione del territorio. Ho lottato perché La Malvasia è sempre stato considerata un prodotto di bassa linea. Ho sviluppato l’anfora, poi la Rea, molto strutturato, cicciotta; la Bio che è su un vigneto alto vicino il passo della Cisa (l’abbiamo chiamata Brezza di Monte) vendemmiata in anticipo, in acciaio. Così ha una bella spalla che può andare anche sul pesce. Le tante etichette in fin dei conti è la voglia di sperimentare e mettersi sempre in gioco. La sua estrosità, la spalvaderia forse. Diventa un difetto per i costi ma un pregio perché gli ha consentito di crescere velocemente specialmente nella zona. Oinoe, la città del vino. Per la sua cantina il nome scelto sembra uno scioglilingua. Ma non è proprio così. Quando ho comprato l’azienda, io sono uno che va dentro con la ruspa e spiana tutto, non si poteva lavorare su un brand che non andava bene. Un amico grafico, professore di musica e storico, mi ha illuminato subito. Anche se ho fatto fatica per un anno a pronunciarlo. È la prima città nella mitologia greca che fece il vino. I primi nomi dei vini era tutta riferita alla mitologia greca. Ha permesso di farmi notare. Le bottiglie erano satinate. Non mi conosceva nessuno e mi dovevo far notare. Una personalità istrionica. Un personaggio di quelli che non nascono ne incontri facilmente. Eclettico, energico e sempre attivo come l’orsetto della Duracell. Di fondo, un sognatore che dopo aver realizzato un sogno (perché lui li realizza) subito si predispone al prossimo. La voglia di fare un metodo classico con delle spalle e degli anni dietro. Ca’ del Bosco ha presentato l’Annamaria clemente 1982. Mi sono arrivate due bottiglie e le ho messe da parte. Mi sono messo a piangere perché mi sono detto: ma questo uomo che ha aspettato 42 anni per fare la sboccatura di un gioiello…Una la aprirò appena finisco l’impianto di biometano. Con la mia compagna. Alex Cerioli è così. O lo ami o lo odi. Non ci sono mezze misure. Non deve essere facile lavorare con lui ma è un buono dunque anche un generoso che si fa voler bene. Di certo non deve rimanere fermo. Perché li si arrabbia. Lui che è sempre in movimento e che è più spumeggiante delle sue bolle, di rilassarsi forse non ne ha la necessità. La voglia forse si. Specialmente quando è a tavola con la famiglia e gli amici. Il mio sogno con Alex? Trovarmi un giorno al suo ristorante a chiacchierare e bere quel Lambrusco metodo classico che avrebbe sempre voluto fare. Chissà. Un giorno! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
23 Maggio, 2025
Van Thiel. Lussuria e leggerezza
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione Noia. Professione. Passione. È sempre e comunque un modo per iniziare a fare le cose. La noia probabilmente è per chi cambia in continuazione. Troppo preso dal volere che le cose accadano di continuo e diversamente. Sperimentare. Cambiare. La professione. Ciò che un pò accomuna gran parte delle persone. Sì sceglie di fare qualcosa come fonte di reddito. Non si vive ne bene, ne male. Forse si sopravvive e basta. La passione. Quando arriva la passione si smuovono le montagne. Spesso si fanno pure fesserie tanto è l’ardore di veder realizzato un proprio sogno. Quante volte ci siamo trovati a tavola tra amici a fantasticare sul futuro. Scrivere progetti tra sorrisi e calici di vino. Parlare di quanto sarebbe bello se. Ecco se. Quel se che poi blocca ogni progetto perché coinvolti e presi dalla vita di tutti i giorni. Dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia. Francesca Vannetiello e Riccardo Clemente si conoscono da quando ne hanno ricordo. I loro genitori da ancor prima. È come se fossero cugini così che gran parte del tempo libero, lo trascorrono insieme. Prima a Montesarchio (AV) come ragazzi quindi a Roma come studenti di giurisprudenza. Riccardo proviene da una famiglia produttrice di vino da generazioni: Masseria Frattasi. Laureato in giurisprudenza, è stato risucchiato nell’azienda di famiglia con il fratello che invece lavora li da tempo. Francesca ha scelto di studiare diritto sia per una innata voglia di concretezza sia perché, vivendo in una casa dove si mangia probabilmente pane e codici visto il papà Dario, noto penalista italiano, era difficile scegliere altro. Anche se di esercitare la professione forense percorrendo le orme paterne non sembra assolutamente essere interessata. Negli anni ho sviluppato la passione per il mondo del vino. Probabilmente per influssi esterni. Papà è un avvocato ma è amico di Pasquale, un viticoltore campano che è Masseria Frattasi. Sono amici di infanzia. Io sono automaticamente amica dei figli di Pasquale. Riccardo è attualmente il mio socio. Siamo quasi cugini. Facciamo vacanze insieme. Anche lui laureato in giurisprudenza a Roma. Andiamo molto d’accordo. Tutto inizia per scherzo. Proprio nelle sere d’estate trascorse all’aperto mangiando e bevendo vino. Quelle dove ci si rilassa dopo una calda giornata. Si ride. Sì fanno discorsi che nascono da dentro ma si nascondono tra le pieghe della leggerezza estiva. Nelle sere d’estate del 2019 ci vedevamo in Masseria da Riccardo. Cenavamo e facevamo degustazioni. Riccardo si lamentava perché a tavola mancava sempre il Primitivo. Ero molto interessata alla diatriba che si creava. Mi divertiva. Nel tempo Riccardo scherzava dicendo che lo dovevano fare pure loro mentre il padre rispondeva che non esisteva, che serviva la vigna ad alberello, il terreno giusto. Zio Dario bisogna fare qualcosa diceva allora Riccardo a mio padre. C’è una fase della vita, arriva intorno ai due anni, durante la quale si forma la personalità dell’individuo. In quel momento si manifesta il pronome personale “io”. Avviene attraverso la richiesta di voler fare autonomamente le cose. Il genitore, premuroso e attento ad evitare disastri, prova a spiegare che non è possibile ma, nel caso di esserini molto determinati, si rischia di finire allo scontro per via delle grida disumane che non tardano ad arrivare. Ecco allora che si concede la possibilità di sperimentare già conoscendone comunque l’esito. È in questa fase che l’esserino sperimenta e inizia a fregarsene di sbagliare. Tanto, lo sa, anche se inconsciamente, che prima o poi riuscirà nel proprio intento. Nel medesimo arco temporale, inizia a farsi strada nel genitore l’idea che quell’esserino non ce la farà mai: è piccolo! Il problema è che sarà piccolo per sempre. Non fosse altro perché la differenza anagrafica con il genitore non si allevierà mai. Da qui spesso si generano quei pazzeschi problemi interazionali che si vedono in giro. Tutto questo panegirico perché mi sono immaginato la scena di Dario e Pasquale, rispettivamente genitori di Francesca e Riccardo (che avevano già deciso di fare vino insieme. Certo, Riccardo un pò di dimestichezza l’aveva pure essendo nato in una famiglia di viticoltori ma Francesca, vendemmie e amicizie a parte, poco o niente) che si trovano dinanzi ad una idea strampalata, impegnativa e poco percorribile con dunque la possibilità di farsi una risata oppure rifletterci su. Probabilmente nella testa di Pasquale non si era creato nemmeno il più flebile dei pensieri relativo al produrre un Primitivo nelle terre della Masseria di famiglia. Così come in quella di Dario che la figlia si mettesse a produrre vino in generale. Però, perché non assecondare i sogni dei propri figli? Pasquale e mio papà ne hanno parlato. Abbiamo così fatto cinque sei spedizioni in Puglia girovagando per cercare terreni e cantine dove produrre. Non c’era una idea precisa. È capitata l’occasione perché il figlio della famiglia Centonze era professore alla Cattolica. Sono entrata in contatto con lui attraverso gli studi. C’è stato un avvicinamento e poi la formalizzazione. Insomma trovano la cantina e i terreni? Non proprio. La cantina è parte di un palazzo del 1700, in quel di Squinzano, piccolo e incantevole comune nei pressi di Lecce. I terreni non ci sono più però. Alienati da tempo ai contadini locali che continuano a coltivare l’agognato Primitivo. Solo che lo fanno per loro o per conferire le uve. La storia si ingarbuglia complicandosi non poco. Oppure no. Fare una offerta di acquisto delle uve ai contadini locali non è poi così complicato. Basta comprarne tanta e il gioco è fatto. Si ma tanta per due ragazzi cosa vuole dire? 12.000 bottiglie di Primitivo. Come dodicimila bottiglie? Al primo anno di produzione (2021…)? Eh si. Questo è. Oltretutto i due enologi hanno decretato per per produrre l’unica etichetta dell’azienda, il vino debba stare per almeno tre mesi in botti di rovere. Due enologi? Una sola etichetta? È uno scherzo? C’è una persona del posto e una ragazza laureata in enologia da poco che collabora con Masseria Frattasi. È un modo di procedere proprio come Masseria Frattasi. Cerchiamo sinergia tra le persone e i due sono diversi tra di loro. Una persona del posto e una ragazza con innovazione. Così si fa sinergia. Due enologi per produrre 12.000 bottiglie di un solo Primitivo. Anche buono poi. Quando l’ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di Luca Maroni, ne sono rimasto impressionato. L’ho anche recensito sul mio blog Instagram. Un vino scuro e impenetrabile come la notte e forse per questo, già nel calice, seducente. La profondità dei sentori, con la prugna cotta al sole e l’arancia che si legano indissolubilmente alla cioccolata e alle tostature, inebriano. Quando però è la visciola balsamica a prendere il comando, non c’è più ritorno e il sorso diventa un obbligo. Potente come un abbraccio, caldo come il sole. Impetuoso come il vento, salmastro come il mare. Può alleviare le pene, può stregare. È godurioso. È lussurioso. Uno di quei vini nei quali ci si perde senza saperne il perché. Se lo si assaggia, si capisce perché l’amore esista. Detto così allora si vende facile! Niente si vende facile. Occorre essere ben organizzati. Far fuori dodicimila bottiglie all’anno non è un gioco da ragazzi e per ragazzi. Per la vendita non ci affidiamo a nessuno. Siamo io, Riccardo, papà, Pasquale. Andiamo nei ristoranti a farlo assaggiare. È tutto molto giocoso ed intrigante. Ci siamo noi e solo noi. Gli esperti solo nella produzione. Stiamo costruendo noi da zero. Ora io lo vorrei proprio vedere l’avvocato Dario Vannetiello che va nei ristoranti a vendere il vino! Bene inteso, non lo scrivo ne con fare irriverente ne con incredulità. È che davvero mi piacerebbe vederlo. Così come mi piacerebbe vedere Francesca e Riccardo (Pasquale probabilmente è abituato) all’opera. Questa storia è comunque così surreale da risultare davvero troppo intrigante per me. Ricapitoliamo. Una cantina in un palazzo del 1700 a Squinzano acquistata da due ragazzi di Montesarchio con poca o nessuna esperienza nella filiera del vino. Cantina e palazzo da ristrutturare. Nessun terreno di proprietà. Due enologi. Una sola etichetta. Dodicimila bottiglie. Nessuna rete commerciale. Sembra follia eppure è realtà. Aspettate, non è finita qui. Vi manca di sapere il nome dell’azienda e dell’unica etichetta in commercio, Primitivo in purezza ovviamente (altrimenti di parliamo scusate?): Van Thiel. Mò che c’azzecca Van Thiel? In Puglia poi? Riccardo è un appassionato di storia. La tesi l’ha fatta in Storia del Diritto. Nel periodo dei vari giri per le cantine lui si stava informando sull’origine dei cognomi. Andava all’anagrafe di Montesarchio e dalle fonti che ha trovato dovremmo essere di origini olandesi. Durante la reggenza di Carlo V, dall’Europa del nord sono arrivati soldati tra cui la famiglia Van Thiel. Poi il cognome si è italianizzato e campanizzato in Vannetiello. Anche Vanvitelli ha questa derivazione. Ci è piaciuto il nome perché colpisce. La storia dei cognomi è comunque vera. L’Italia è piena di cognomi la cui derivazioni è al di fuori dei confini. Il papà di Luigi Vanvitelli si chiamava Gaspar van Wittel. Arrivò nel 1674 a Roma cambiando e italianizzando il proprio nome e cognome facendolo diventare Gaspare Vanvitelli. Ciò che maggiormente colpisce è la meravigliosa e coinvolgente leggerezza di Francesca. Una leggerezza di animo che non sa affatto di superficialità. Le scelte sono tutte molto convincenti: una bottiglia importante, una etichetta dal sapore antico e prezioso, un nome che non lascia intravedere nessuna influenza da altre regioni italiane. Come se il Primitivo possa essere il nettare di un nobile trapiantato in terra pugliese. Geniale! Non ci affidiamo a nessuno per il marketing. Sono le nostre idee che cerchiamo di mettere in pratica. Il premio di Luca Maroni è arrivato perché abbiamo solo inviato il vino. Così a Merano e siamo stati premiati. Per noi l’importante è farci conoscere e far si che questa cosa diventi una unione tra di noi e non un lavoro vero e proprio. Se nel tempo viene, lo accettiamo di buon grado. Adesso vedremo le prossime annate. Forse un modo per gettarsi nell’ignoto. Dal rigore degli studi alla possibilità di sperimentare e agire. La ristrutturazione della cantina, la prova dei vini, le fasi di produzione. Mettersi in gioco con la parte creativa, il vino, da contrapporre a quella razionale, la giurisprudenza. C’è tanta sperimentazione e questo li rende differenti. Ma quella leggerezza, quella che li porta a ragionare ed agire senza patemi d’animo dando tanto, anche di più rispetto al richiesto, è davvero sorprendente e invidiabile. Anche se non è detto che i conti economici tornino sempre. Magari è deleterio economicamente parlando, ma si sperimenta. C’è l’impatto con la bella bottiglia e quando me lo dicono ribatto che spero il gusto sia altrettanto impattante. Volevo fare altri vini ma la scelta di un solo vino è stata di Riccardo. Voleva un vino e farlo bene. Risaltare l’uvaggio e il territorio. Si, lo so che in molti staranno pensando ai soliti figli di papà che si mettono a giocare con il vino. L’idea non sta in piedi economicamente o comunque senza gli investimenti dei genitori. Può essere ma, premesso che qualunque investimento, nel mondo del vino a maggior ragione, deve essere valutato in un arco temporale piuttosto lungo, 12.000 bottiglie di un solo uvaggio con terreni non propri, è davvero una genialata. Oltretutto c’è il anche il Palazzo. Parallelamente alla produzione del vino c’è l’accoglienza. Stiamo ristrutturando il livello superiore per adibirlo a b&b. È un palazzo nobiliare. La cantina l’abbiamo immediatamente ristrutturata mente sopra ci sono suite e ambienti per organizzare eventi legati al mondo del vino. Una struttura dunque da adibire a tanto altro Francesca è determinata. Papà Dario l’ha certamente aiutata e supportata ma lei, oltre agli studi giuridici, si è messa sotto a studiare anche il vino. Partendo dal corso da sommelier, ovviamente. Il tempo ci dirà se la vedremo dietro una cattedra universitaria (le aule del tribunale giammai!) o nella cantina di Squinzano (o chissà in quale altra città). Per adesso è importante che la bellezza, freschezza e leggerezza che caratterizzano questo progetto, continuino a sedurre sempre più persone così come fa il Primitivo Van Thiel. Ciò che mi auguro però, è che non spenga mai quelle meravigliose discussioni delle serate estive alla Masseria! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
6 Ottobre, 2026
Ferlinghetti blues
Tu fidati della deviazione. È forse questo il modo più interessante per raccontare Verso , una vinosteria di quartiere che nel cuore di San Giovanni, in via Taranto, ha scelto di non giocare la partita dell’ennesima enoteca uguale alle altre. Perché anche un locale può trovarsi davanti a una scacchiera. Può scegliere di seguire le mosse già conosciute, quelle che garantiscono una partita ordinata e prevedibile. Oppure può decidere di spostare un pezzo, cambiare ritmo, cercare un’altra combinazione. Verso nasce proprio da questa idea: andare verso qualcosa. Verso il vino, prima di tutto. Verso i produttori, i territori, le storie che stanno dentro una bottiglia. Verso una cucina capace di accompagnare il calice senza trasformarsi in protagonista assoluta. E soprattutto verso le persone. La filosofia dichiarata del locale parte, infatti, dal vino naturale e artigianale e da una ricerca costruita attraverso viaggi, assaggi e incontri con i produttori. Oggi la cantina raccoglie etichette, selezionate in Italia e nel mondo. Le bottiglie qui non sono un numero, da solo, racconterebbe poco. La vera differenza sta nel modo in cui quelle bottiglie vengono messe in relazione con chi entra. Non una collezione da osservare in silenzio, ma un repertorio di possibilità. Una bottiglia può essere l’inizio di una conversazione, una scoperta, un ricordo, oppure semplicemente la risposta a quella domanda che ogni tanto vale la pena farsi: e se questa volta scegliessi qualcosa di diverso? È qui che la metafora degli scacchi torna a funzionare. Scegliere un vino è, in fondo, una piccola deviazione. Significa affidarsi a qualcuno, uscire per una sera dal proprio repertorio abituale, accettare di non sapere esattamente dove porterà quella mossa. E forse è proprio questa la parte più bella del gioco: non conoscere in anticipo tutta la partita. È quello che accade quando nel bicchiere arriva 24h di Rinelli Vigneti. Un vino che invita a cambiare prospettiva, a rallentare la consuetudine e a lasciare spazio alla sorpresa. Dietro una bottiglia non c’è soltanto un’etichetta, ma un territorio, una scelta, un modo preciso di interpretare la vigna e il tempo. E quando queste cose arrivano nel calice, la degustazione diventa inevitabilmente un viaggio. 24h racconta proprio questo: la possibilità di attraversare il vino senza seguire necessariamente la strada più conosciuta. Un nome che richiama il tempo, le ventiquattro ore, il ciclo completo di una giornata, e che diventa quasi una misura simbolica di un modo diverso di guardare alla viticoltura. Dalla vigna alla cantina, ogni passaggio diventa una mossa. E come negli scacchi, non conta soltanto quella che stai facendo, ma ciò che quella mossa rende possibile subito dopo. Così il vino non arriva a tavola come un punto d’arrivo, ma come l’inizio di qualcosa: una conversazione, un abbinamento inatteso, un ricordo che si forma mentre il bicchiere si svuota. È qui che la deviazione acquista ancora senso. Non sempre bisogna sapere dove si sta andando. A volte basta scegliere una bottiglia capace di aprire una strada diversa. Alcuni vini, più di altri, sembrano ricordarci che anche il tempo può essere una scelta. 24H di Rinelli Vigneti nasce proprio dalle ventiquattro ore. Ventiquattro ore di macerazione sulle bucce che bastano a cambiare il destino dell’uva e a trasformare il Cesanese in un rosato capace di raccontare il suo territorio con una voce inattesa. È una piccola deviazione, anche questa. Il Cesanese lo conosciamo soprattutto attraverso il rosso, nella sua espressione più tradizionale. Qui, invece, Rinelli Vigneti sceglie di guardarlo da un’altra prospettiva: quella del rosato. Non per allontanarsi dalla propria identità, ma per cercare dentro la stessa uva qualcosa di diverso. Così, quelle ventiquattro ore diventano una misura data dal tempo necessario per lasciare che le bucce incontrino il mosto, per estrarre colore, profumi e carattere, prima che il vino prosegua il suo percorso in acciaio. Una scelta precisa, quasi una mossa sulla scacchiera. Il risultato è un vino dal colore rosa salmone con riflessi cipria, profumato di fiori bianchi e rosa, di fragola e susina. Al palato porta freschezza, frutto e una piacevole acidità, con quella combinazione di vivacità, equilibrio e leggerezza che lo rende immediato senza essere semplice. Ecco che proprio qui 24H incontra perfettamente il senso della deviazione. Non serve sempre cambiare strada per cercare qualcosa di completamente nuovo. A volte basta guardare la stessa strada da un’altra angolazione. La stessa uva. Lo stesso territorio. Un tempo diverso. Nel vino, come nella vita, non è sempre necessario sapere quale sarà la prossima casella. A volte è sufficiente avere il coraggio di giocare una mossa diversa dalle precedenti. Ventiquattro ore possono bastare per cambiare prospettiva. A Verso il vino incontra una cucina che segue la stessa direzione. Il progetto racconta una proposta fatta di ingredienti di qualità, stagionalità, ricette semplici e curate, con piatti pensati per accompagnare il vino senza sovrastarlo. Una cucina, dunque, che accompagna il calice. Il vino, a Verso, non sembra essere un elemento accessorio di un ristorante che potrebbe esistere anche senza la sua cantina. È piuttosto il punto da cui tutto comincia. La stessa storia del locale viene raccontata partendo da un calice, dalla curiosità per i vini naturali e dal desiderio di creare uno spazio nel quale bere bene e stare bene. Solo dopo è arrivata la cucina. Dopo ancora San Giovanni, il contesto, un quartiere vivo, attraversato ogni giorno da chi ci abita, da chi lavora, da chi passa per una cena, da chi va a teatro. Verso è accanto al Teatro Golden e ha costruito intorno a questa posizione una formula capace di cambiare ritmo: aperitivo, cena, dopocena, degustazione, una bottiglia da portare via. Anche gli spazi seguono questa idea di movimento. Il dehors dialoga con la vita della strada; il bancone e lo scaffale dell’enoteca hanno un carattere più dinamico e conviviale; le sale diventano invece il luogo per una cena più lenta o per una degustazione. Non un unico modo di vivere il locale, dunque, ma diversi tempi della stessa esperienza. Ed è proprio il tempo, alla fine, a chiudere il cerchio con Ferlinghetti. Viviamo dentro un orologio che non si ferma. Scegliamo, rimandiamo, acceleriamo. A volte consumiamo le nostre energie cercando di prevedere tutte le mosse successive, come se la vita fosse una partita che possiamo controllare fino all’ultima casella. Ma non funziona così. Arrivano le deviazioni che non avevamo previsto. Strade che sembrano allontanarci e invece ci portano esattamente dove dovevamo arrivare. Verso parla proprio di questo. Di un bicchiere scelto senza conoscerlo. Di una bottiglia scoperta per caso. Di un piatto ordinato perché qualcuno ce lo ha raccontato bene. Di una cena che doveva durare un’ora e finisce molto più tardi. Di una conversazione iniziata al bancone con uno sconosciuto. Di quella possibilità, apparentemente piccola, di cambiare la propria traiettoria per una sera. Non serve sempre una grande rivoluzione. A volte basta spostare un pezzo. Fare una mossa diversa. Prendere una strada laterale. Entrare in un’enoteca di quartiere e lasciare che sia il vino, per una volta, a decidere la prossima mossa. Fidati della deviazione. Forse è proprio lì che comincia la parte più interessante della partita. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Alla Mescita circa 12 prodotti trasversalmente italiani, naturali, artigianali e territoriali: Bollicine, Bianchi, Rossi e Rosati. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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6 Ottobre, 2026
Due passi in vigna: il 10 ottobre il vino che verra' si confronta con la cucina
Dennys Rodriguez proporrà “La Tartare”, con quattro interpretazioni differenti costruite su tagli e livelli di acidità diversi, in abbinamento ai vini di montagna.
Arcangelo Dandini racconterà invece il supplì romano, accompagnato dal Cesanese. Per tutta la giornata saranno inoltre protagonisti i Laboratori del Gusto, a cura del ristorante Cucina Mediterraneo, con appuntamenti dedicati alla pasticceria, alla pasta fresca, alle cucine del Mediterraneo orientale e alle tradizioni gastronomiche delle isole del Mar Tirreno. Tra le proposte: maritozzi, veneziane e brioche salate con Cannellino e Muffato di Moscatello; tagliatelle ai funghi porcini e raviolo cacio e pepe al ragù alla romana; Gözleme, Muhammara e Shakshuka; fino allo spaghetto alla murena e alla Cappunadda carlofortina. IL VINO DEL TEMPO RITROVATO Alle 18 sarà presentato il progetto “Il vino del tempo ritrovato”, con Jacopo Manni dell’Università di Tor Vergata e Rocco Toti di Fra i Monti. L’incontro sarà accompagnato dalla degustazione in anteprima del pet-nat prodotto nell’ambito del progetto. Un momento che si inserisce nella riflessione più ampia proposta da questa edizione sul futuro del vino e sulle nuove possibilità di relazione tra ricerca, territorio e produzione. DALLE 17 I BANCHI D’ASSAGGIO Il cuore della manifestazione sarà l’apertura, dalle 17 alle 22, dei banchi d’assaggio con i produttori e le proposte gastronomiche degli Artigiani del Mercato Centrale. La giornata si concluderà con la musica: dalle 19 alle 23 è previsto il dj-set di Daniel Si, per proseguire la serata all’insegna della convivialità. IL PROGRAMMA IN SINTESI 11–12 | Masterclass
L’impasto perfetto – Luca Mastracci
La Tartare – Dennys Rodriguez
Supplì – Arcangelo Dandini 10–12 | Pasticceria Lab
Maritozzi, veneziane e brioche salate in abbinamento ai vini dolci del Lazio. 13–15 | Pasta fresca Lab
In abbinamento agli spumanti. 16–18 | Laboratorio del Gusto
I piatti dal Mediterraneo orientale in abbinamento a bevande a base d’uva. 17–22 | Banchi d’assaggio
Produttori, vini e proposte degli Artigiani del Mercato Centrale. 18–19 | Il vino del tempo ritrovato
Presentazione del progetto e degustazione in anteprima del pet-nat. 19–23 | DJ-set
Daniel Si Selection. 19–20 | Laboratorio del Gusto
Le isole del Mar Tirreno: la loro cucina e i loro vini. INFORMAZIONI
Due Passi in Vigna Ep16
Sabato 10 ottobre 2026 Mercato Centrale Roma – Via Giolitti 36 Ore 11–23 Ticket degustazione: 20 € (Il ticket comprende le degustazioni di vino e 2 gettoni food)
Masterclass: 20 €
Laboratori del Gusto:
Pasticceria Lab 20 €
Pasta Fresca Lab 25 €
Piatti del Mediterraneo orientale 20 €
Le isole del Mar Tirreno e la loro cucina 10 € Organizzazione: Vinario4 & Mercato Centrale Roma
Location: Mercato Centrale Roma ACREDITI STAMPA La stampa è invitata a partecipare a Due Passi in Vigna Ep16, sabato 10 ottobre al Mercato Centrale Roma.
Per l’accredito è sufficiente inviare nome, cognome e testata a eventi@vinario4.it
Vi aspettiamo a Roma per raccontare insieme “Il vino che verrà”. La Redazione
6 Ottobre, 2026
In MonteNapoleone District è tempo di Vendemmia dal 5 all'11 ottobre
Si rinnova la partnership con Casa Conte, che anche quest’anno sarà la lounge ufficiale de “La Vendemmia di MonteNapoleone”, accogliendo gli ospiti a Palazzo Melzi di Cusano, in Via MonteNapoleone 18.
A supporto della sicurezza dell’evento, l’Associazione attiverà anche quest’anno un servizio integrativo di vigilanza privata, operativo durante tutta la settimana della manifestazione, affidato a Secursafe Vigilanza, partner esclusivo che da anni garantisce professionalità, affidabilità e un rapporto di reciproca fiducia Gli highlights dell’evento Nel segno della solidarietà e dell’eccellenza italiana, martedì 6 ottobre alle ore 18.30 la kermesse si aprirà con la tradizionale asta benefica “Italian Masters”, a favore di Dynamo Camp e battuta da Christie’s Italia presso la Sala delle Colonne di Palazzo Bovara – il Circolo del Commercio di Confcommercio Milano, in Corso Venezia 51, con esposizione dei lotti a partire dalle ore 16.00. Protagonisti dell’asta saranno 30 lotti di pregiate bottiglie storiche e da collezione, selezionate dal patrimonio di etichette del Comitato Grandi Cru d’Italia. Seguirà un momento dedicato al tartufo, ulteriore espressione dell’eccellenza enogastronomica italiana.
I proventi derivanti dall’assegnazione dei lotti saranno destinati totalmente a sostenere i progetti di Dynamo Camp, fondazione che ha la missione di contribuire al diritto alla felicità di bambini e ragazzi con patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità, e delle loro famiglie. Il progetto sostenuto, in particolare, è il programma di Natale, a beneficio di 37 famiglie, a Dynamo Camp, nel periodo natalizio.
Giovedì 8 ottobre, dalle 19.00 alle 21.30, le boutique del Quadrilatero accoglieranno gli ospiti per un cocktail, dando vita a una speciale shopping experience, arricchita da una selezione curata di etichette italiane e internazionali. Il programma proseguirà di venerdì 9 ottobre al Four Seasons Hotel con la tradizionale degustazione “Solo per veri intenditori” dalle 19.15, un’occasione esclusiva per scoprire e degustare le pregiate etichette selezionate dai Soci del Comitato Grandi Cru d’Italia.
A portare “La Vendemmia” oltre i confini del Quadrilatero, per tutta la settimana 24 importanti realtà della ristorazione milanese parteciperanno alla manifestazione con uno speciale “Menù Vendemmia”, con calice incluso. Disponibile a prezzo fisso, da 40 euro a pranzo e 75 euro a cena, il percorso gastronomico offrirà un’esperienza pensata per celebrare l’incontro tra alta ristorazione e cultura del vino, con portate studiate per valorizzare l’abbinamento con una selezione di etichette italiane e internazionali. Tra le nuove adesioni di quest’anno, Antidoto Bistrot – Lucanda di una Giapponese, Cafe Floretta, da Niko, GioGio’s e SUSHISAMBA Milano, che si aggiungono ai ristoranti già coinvolti, portando lo spirito de “La Vendemmia” in diverse zone di Milano e ampliando così il perimetro della manifestazione oltre il Quadrilatero. Guglielmo Miani, Presidente di MonteNapoleone District, ha commentato: “La Vendemmia è ormai un appuntamento simbolo di MonteNapoleone District e inaugura ogni anno la stagione autunnale milanese. Un momento in cui shopping, moda, vino e alta ristorazione si incontrano dando vita a un’esperienza di lifestyle e convivialità, espressione di quel savoir-faire che rende Milano unica. Un evento che porta il Quadrilatero al centro della scena, coinvolgendo un pubblico italiano e internazionale e raccontando, attraverso esperienze e contaminazioni, lo stile e l’identità della città”. Mario Iaccarino, Direttore Commerciale di Ferrarelle Società Benefit, ha dichiarato: “La Vendemmia di MonteNapoleone è un appuntamento che celebra l’incontro tra eccellenza, cultura dell’ospitalità e alta ristorazione, valori che da sempre contraddistinguono questa manifestazione. Siamo quindi lieti di rinnovare la nostra presenza con Electa e Maxima, due acque minerali premium nate per accompagnare l’esperienza a tavola con identità e carattere. Essere acqua ufficiale de La Vendemmia significa per noi dialogare con alcune delle espressioni più autorevoli del gusto e dell’ospitalità, proseguendo un percorso strategico volto a rafforzare il ruolo di Ferrarelle Società Benefit nel mondo della ristorazione di alto livello”. MonteNapoleone District è l’associazione che riunisce oltre 130 Global Luxury Brand attivi nelle vie di MonteNapoleone, Sant’Andrea, Verri, Santo Spirito, Gesù, Bagutta, Borgospesso, San Pietro all’Orto, Corso Matteotti e gli Hotel 5 Stelle lusso Partner. Obiettivo dell’associazione è far conoscere le prestigiose vie del Quadrilatero della moda, non solo come tempio dello shopping e del lifestyle, ma anche come luoghi in cui storia, tradizione, creatività e innovazione si fondono. Con l’intento di accrescere costantemente la qualità del servizio e dell’offerta, l’associazione mira a consolidare il primato di Milano a livello internazionale nelle sue espressioni più tipiche: Fashion, Design, Food & Beverage, Hospitality, Made in Italy. Tutte le info al sito: www.montenapoleondistrict.it
Hashtag: #LAVENDEMMIA2026 #MONTENAPOLEONEDISTRICT
IG: @montenapoleonedistrict
APP su sistema Android e Apple: MNDistrict La Redazione
6 Ottobre, 2026
ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
5 Ottobre, 2026
Lazio in Calice. Racconto, territorio e cultura del Vino
Le Formiche Lab, via Vitorchiano, 42 L’associazione Futuro Aperto organizza per la prima volta Lazio in Calice, una manifestazione volta alla valorizzazione della cultura del vino, al suo racconto, ai territori e alle storie nascoste dietro ogni calice. Quest’anno protagonisti saranno i vini delle produttrici delle Donne del Vino Lazio. Un evento fatto dalle Donne del Vino, ma rivolto a tutti, per raccontare territorio e cultura del vino dal punto di vista delle donne. La location prescelta Le Formiche Lab, sono degli ex-capannoni industriali ristrutturati da un artista, dove divani vintage si alterneranno ai banchi di degustazione. La struttura è dotata di parcheggio gratuito. Il cuore della manifestazione saranno proprio i banchi d’assaggio, dove le stesse produttrici presenti racconteranno il loro vino ad appassionati ed operatori del settore. E’ prevista anche una masterclass dal titolo “Lazio e Umbria, due terre e un confine” dove saranno messi a confronto alcune etichette laziali con altre umbre. Programma Ore 15:30 apertura banchi d’assaggio Ore 16:00 Masterclass “Lazio e Umbria due terre e un confine” Ore 21:00 chiusura banchi d’assaggio INGRESSO Biglietto 15 euro (assaggi, bicchiere e sacchetto portabicchiere) DDV tesserate ingresso gratuito + 20 amici a 5 euro Stampa ingresso gratuito mandando mail a futuroaperto.it@gmail.com Operatori di settore ingresso 5 euro mandando mail con Partita Iva a futuroaperto.it@gmail.com Sommelier con tessera in corso dell’anno valida ingresso 5 euro Il progetto, promosso da Roma Capitale è vincitore dell’Avviso Pubblico per la realizzazione di iniziative di interesse per l’Amministrazione Capitolina in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. Info e prenotazioni futuroaperto.it@gmail.com La Redazione
5 Ottobre, 2026
Josko Renčel. L'artista del Carso sloveno
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
4 Ottobre, 2026
Vino e Arte che Passione. Si brinda ai dieci anni!
Dieci anni di incontri, passione, cultura del vino e luoghi straordinari. Torna a Roma Vino e Arte che Passione, l’evento ideato da Ciro Formisano, che celebra nel 2026 il suo decimo anniversario scegliendo una delle location più affascinanti e meno conosciute della città: il Casino dell’Aurora Pallavicini, all’interno di Palazzo Pallavicini. Un luogo normalmente accessibile solo in rare occasioni, custode di importanti testimonianze artistiche e della celebre Aurora di Guido Reni. Sarà qui che, domenica 11 ottobre, vino e arte torneranno a
incontrarsi in un’esperienza che unisce opere, storia, giardini e grandi vini. La decima edizione riunisce importanti realtà vitivinicole italiane, con una selezione di etichette capaci di raccontare territori, tradizioni e differenti espressioni dell’enologia italiana. Le aziende presenti proporranno una degustazione open, offrendo agli ospiti la possibilità di incontrare i produttori, scoprire le loro storie e conoscere i diversi territori attraverso un percorso libero tra i vini in degustazione. Per celebrare il decimo anniversario è stata inoltre ideata una VIP Experience, riservata a un numero selezionato di ospiti, che comprenderà una visita guidata al Casino dell’Aurora Pallavicini e ai suoi ambienti artistici. L’esperienza proseguirà nella VIP Lounge, con speciali Master Class dedicate al vino e agli abbinamenti gastronomici, accompagnate da un percorso di degustazione curato da sommelier professionisti e docenti del settore, in un dialogo tra vini, sapori e cultura del territorio. Arte e vino hanno radici antiche: entrambi raccontano il territorio, il tempo e la cultura. Dopo dieci anni, continuiamo a cercare luoghi e storie capaci di emozionare, andando oltre la semplice degustazione. Per questa decima edizione, il progetto torna così alle sue origini: un luogo straordinario, grandi vini, arte e un pubblico selezionato, con quella dimensione conviviale e culturale che da sempre caratterizza Vino e Arte che Passione. L’evento si svolgerà dalle ore 14:00 alle ore 20:00 e comprende un biglietto d’ingresso di Euro 35,00, incluso un calice “cadeau”, in vendita esclusivamente online sul sito: www.vinoeartechepassione.eu Anche gli operatori del settore e la stampa, dovranno accreditare sul sito. La chiusura dell’evento è prevista alle ore 20:00.
L’evento è rivolto a un pubblico adulto e non sono ammessi gli animali.
Un evento ideato da Ciro Formisano e realizzato in collaborazione con: Banca Patrimoni Sella, Principe Pallavicini, Paolo e Noemia d’Amico, Acqua Rocchetta, La manifestazione sarà sostenuta da una campagna radiofonica dedicata su Dimensione Suono Soft, realizzata in collaborazione con RDS, nella settimana precedente l’appuntamento dell’11 ottobre. Le cantine presenti Cantine Biondelli, Castello del Terriccio, Castello di Gabiano, Col d’Orcia, Colognole, Kellerei Kurtatsch, Emo Capodilista, Mazzei, Masi, Paolo e Noemia d’Amico, Petrolo, Pomario, Principe Pallavicini, Serego Alighieri, Tasca Conti d’Almerita, Tenuta di Fiorano, Tenuta San Leonardo, Villa Cambiaso, Zisola. L’appuntamento
Domenica 11 ottobre 2026
Dalle 14.00 alle 20.00
Casino dell’Aurora Pallavicini
Via XXIV Maggio,43-Roma Per informazioni e partecipazione:
www.vinoeartechepassione.eu
Vino e Arte che Passione La Redazione
4 Ottobre, 2026
Arriva la prima edizione autunnale di Quartiere Vino Pigneto
20 euro Orario: dalle 16:00 alle 21:00
Ticket disponibili sul sito: www.quartierevinopigneto.it
L’evento è organizzato con il patrocinio del V Municipio di Roma e di Roma Città Metropolitana CONTATTI SO2 DISTRIBUZIONE
Instagram: QuartiereVinoPigneto
Email: quartierevinopigneto@gmail.com
www.quartierevinopigneto.it
Instagram: quartirevinopigneto Ufficio Stampa Passion Fruit Hub Media Food
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