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5 Ottobre, 2026

San Leonardo. La meraviglia comincia dopo dieci anni

  Una verticale di San Leonardo dal 2021 al 1997 organizzata da Bibenda al Cavalieri Hilton di Roma racconta un vino che trova la sua espressione più compiuta dopo almeno dieci anni. Freschezza, balsamicità e trama vegetale evolvono con coerenza nel tempo, mentre Anselmo Guerrieri Gonzaga e Daniela Scrobogna restituiscono il valore umano di una storia familiare diventata eccellenza italiana.   Dieci anni. È il tempo che San Leonardo chiede per esprimersi con pienezza. Da giovane mostra la tensione delle montagne, il tratto vegetale, il balsamico nitido e un tannino saldo. Con l’evoluzione, le note erbacee si fondono con sottobosco, tabacco, resine e spezie; il frutto acquista profondità e la struttura trova equilibrio. Dopo dieci anni il vino raggiunge una delle sue espressioni più complete. Avevo già raccontato San Leonardo e la sua storia in un precedente articolo di Suggestioni di Vino. Questa degustazione ha mostrato un aspetto ulteriore: la capacità del vino di crescere mantenendo intatto il proprio carattere. Dal 2021 al 1997 ritornano freschezza, balsamicità, sfumature vegetali e una sapidità che sostiene anche le bottiglie più mature. Cambiano le proporzioni, la profondità e il ritmo; la riconoscibilità resta precisa. San Leonardo. La Storia attraversa il vino Anselmo osserva le annate cercando in ciascuna il punto d’incontro tra la vendemmia e l’eredità di Carlo Guerrieri Gonzaga. Il padre attraversa l’intera serata nelle parole del figlio, nei ricordi di Daniela e nella fiducia riposta in un vino concepito per durare. Sentire dire che esiste un’identità costante, per me, è il complimento più bello. Ogni anno la vera sfida è mantenere la riconoscibilità. In questa frase emerge l’ammirazione per Carlo, padre e maestro, capace di difendere un’idea mentre il mercato seguiva strade diverse. Negli anni dei vini concentrati e segnati dal legno, San Leonardo conservava misura ed eleganza. Anselmo ricorda un viaggio negli Stati Uniti, le difficoltà commerciali e la tentazione di avvicinarsi al gusto dominante. Tornato alla tenuta, propose qualche cambiamento, persino l’inserimento di una varietà autoctona. Carlo reagì con durezza. Quella risposta divenne una lezione Dopo che mi è passato il bruciore ho capito. Se hai fiducia in ciò che fai, il mondo prima o poi ritorna. Mio padre aveva ragione. Anselmo ha raccolto quell’eredità senza trasformarla in immobilità. Ha rinnovato l’azienda, sviluppato i bianchi, recuperato il progetto paterno delle bollicine e adattato la viticoltura a stagioni più complesse. Il clima cambia e devi adattare tutto per conservare la stessa identità. Devi cambiare tutto per rimanere ciò che sei. Un principio che Giuseppe Tomasi di Lampedusa conosceva bene e che oggi guida San Leonardo nell’intervenire con precisione, preservare lo stile, accompagnare il vino senza forzarlo. Daniela Scrobogna conosce il lato umano di questa continuità. Ricorda Carlo mentre parlava del vino, degli animali e delle persone con voce lieve, quasi sussurrata. Durante una visita, Anselmo volle fermarsi a salutare una donna che lavorava nella tenuta e aveva un figlio malato. Era l’idea del signore di altri tempi, attento a chi offriva il proprio lavoro. Carlo era così e Anselmo ha conservato la stessa cura. La loro amicizia affiora anche in un ricordo più leggero. Daniela e il marito rientravano in motocicletta da Capo Nord con il bauletto danneggiato. Passando vicino alla tenuta chiamarono Anselmo, che li attendeva al cancello insieme alla moglie e alla madre. Li accolsero e li convinsero a fermarsi. Alla partenza Anselmo prese del nastro adesivo e fissò il bagaglio con tale scrupolo da assicurare quasi Daniela alla moto. Mi ha impacchettata. Finché restavo seduta andava tutto bene; i problemi cominciavano alla prima sosta La risata di Daniela coinvolge. Ciò che rimane è un episodio che restituisce la confidenza e la premura di un rapporto costruito negli anni. Il vino assomiglia sempre a chi lo produce La frase di Daniela non può essere che condivisibile. Non faccio altro che ripeterlo anche io. San Leonardo possiede in questo una fermezza quieta, una eleganza priva di ostentazione. Si concede per gradi e raggiunge la maggiore profondità con la maturità. Ad aprire la degustazione è il Metodo Classico Riserva Privata Marchesi Guerrieri Gonzaga, Blanc de Blancs da Chardonnay affinato sessanta mesi sui lieviti. In questo vino riaffiora un desiderio di Carlo, nato già nel 1978 intorno alla possibilità di produrre uno spumante trentino. La freschezza entra precisa, attraversa il palato e si allarga. Una cremosità sottile accompagna il sorso, la sapidità gli dà slancio. Il finale è verticale, ampio e luminoso. Montagna e aria fredda definiscono il profilo. Un Metodo Classico elegante e raffinato che si lascia bere senza sovrastrutture donando così alla semplicità quell’aurea di piacevole allegria che piace in una bollicina. Non c’è impegno, burrosità, artificiosità. Colgo territorio e semplicità pur rimanendo una bollicina di grande livello. Il San Leonardo 2021 apre la verticale con la severità, o impetuosità, della giovinezza. Il rubino è vivo, seducente; nel calice si avverte una materia ancora trattenuta. Erbe fresche, sottobosco, legno bagnato e tabacco dolce precedono eucalipto e mentolo. Il tratto vegetale è netto, vitale e già ben integrato nel profilo del vino. Al palato l’acidità guida, i tannini mostrano decisione e misura, il sottobosco ritorna con fermezza. Il finale è ampio e molto lungo. Il 2021 mostra già la cifra stilistica di San Leonardo e lascia intuire un’evoluzione importante. Pronto lo è senz’altro ma ha ancora anni dinanzi a se per poter dire a se stesso, mostrandolo agli altri, che è cresciuto. Nel 2019 la materia acquista ampiezza e complessità. Il tabacco diventa più scuro e mentolato; china, liquirizia e rabarbaro ampliano il quadro. La componente erbacea si arrotonda e si lega con naturalezza ai richiami balsamici. In bocca l’acidità traccia la rotta, mentre la sapidità occupa il centro e prolunga ogni sensazione. I tannini sono pieni, carnosi, ben inseriti nella struttura. Il vino cresce sul palato e resta a lungo. Due anni di differenza dal 2021 bastano a mostrarne una maggiore profondità. Sembra un inizio di qualcos’altro. Un affacciarsi su un territorio che contraddistinguerà il passaggio tra la giovinezza e la maturità. Dipenderà tutto da ciò che porta dentro, dall’annata da cui proviene, da come in cantina, per quanto maniacalmente trattato, sia stato maneggiato. Con il 2015 San Leonardo raggiunge la piena maturità. Daniela lo definisce «una pietra miliare». Non si può darle torto perché questa annata, o meglio gli 11 anni, rappresentano il giro di boa del San Leonardo. Superare i 10 anni vuol dire restituire il tempo giusto, aspettare quel che serve perché tutto diventi materia. Continuando a vivere. Il frutto sotto spirito si lega al tabacco trinciato, il sottobosco incontra il legno bagnato, le spezie attraversano un balsamico ampio e profondo. Il naso ha intensità e precisione. Il sorso è magnifico. Freschezza e morbidezza procedono unite, l’ampiezza conserva misura, il tannino accarezza. La sapidità arriva sottile, poi incide la materia e prolunga il piacere. Frutto, erbe, terra, tabacco e spezie trovano una collocazione naturale. Potenza e finezza convivono senza sforzo. Il 2015 emoziona per la compostezza. Ha raggiunto la propria statura e conserva un futuro vastissimo. San Leonardo comincia a diventare adulto a dieci anni. È come guardare una persona a venticinque anni: riconosci la sua statura e comprendi la strada che potrà percorrere. La dichiarazione di Anselmo è una sorta di sigillo su una bolla. Certificazione di quando il vino iconico ha la sua ragion d’essere. Il 2011 cambia, forse spezza, il ritmo della degustazione. Liquirizia, cardamomo, tè e china compongono un profilo raccolto. Il frutto è più maturo, quasi cotto, mentre il sottobosco conserva la firma della tenuta. La freschezza procede con passo più quieto e lascia spazio a una rotondità avvolgente. Una cremosità sapida accompagna il sorso verso un finale gentile. Le erbe fresche delle annate giovani sono diventate infuso e foglie essiccate. Il 2011 offre calore, equilibrio e una profondità espressa con discrezione. Ecco, tutto il vino sa di discrezione mantenendo comunque i canoni del San Leonardo. Sarà stata l’annata particolarmente precoce ma è come se fosse un vino affaticato, come se avesse più anni di quelli che dimostra. Il 2008 ritrova uno slancio sorprendente. Uno slancio che spiazza pensando al 2011. C’è vitalità, longevità, futuro. Un vino che diventa da subito grande, memorabile, intensamente unico. Dattero e prugna cotta si intrecciano al tabacco, alla scatola di sigari, all’incenso e a richiami balsamici più scuri. L’evoluzione ha lasciato intatta la vitalità. Il sorso è sinuoso. Ha corpo e leggerezza, profondità e misura. L’acidità lo sostiene con maggiore energia rispetto al 2011, i tannini accompagnano, la sapidità rimane sul fondo della lingua. Il 2008 colpisce per la naturalezza con cui unisce maturità e dinamismo. Elegante, composto, ancora pieno di energia. Uno di quei vini che forse si sottovaluta ma che invece ho ritenuto incredibilmente attuale, magnificamente eterno. Il 2003 porta il calore di un’annata estrema. Il colore vira verso il granato e l’aranciato antico. Il naso si apre su chinotto, arancia matura, castagna, ghianda, ginepro e sottobosco. Il vegetale si è fatto scuro; il balsamico richiama corteccia e resina. In bocca il vino è più largo, quasi masticabile. La freschezza lavora in profondità e la sapidità attraversa la morbidezza fino al lungo finale. Il 2003 è pieno, caldo, avvolgente. Porta il segno della stagione e conserva lo stile della tenuta. Comincia a lasciare il segno quando si contano gli anni dentro la bottiglia. Il 2000 cambia ancora qualcosa nella degustazione: il tono. Per anni è rimasto chiuso, quasi incapace di raccontarsi. Carlo continuava a ripetere che sarebbe diventato grande. Aveva riconosciuto un potenziale ancora nascosto. Dopo oltre un quarto di secolo il colore conserva vita. Il naso sa di ferro e sale, ruggine e cioccolato, menta e salvia. Erbe, spezie e sottobosco si uniscono a una traccia ematica che richiama pietra, terra e radici. Al palato la freschezza è ancora energica. I tannini incorniciano la struttura, la sapidità domina il sorso e lo allunga. Il 2000 sorprende per integrità, intensità e presenza. Conoscendone la storia evolutiva, l’emozione cresce. La fiducia di Carlo trova nel bicchiere la conferma più limpida. Se la mia ammirazione per papà Carlo è ai massimi, vedere che Anselmo quasi gongola da un senso di tenerezza affettuosa, di stima, di rispetto. Di ammirazione. Il 1997 chiude la verticale con un colore profondo e mattonato. Il naso profuma di legno d’olivo, oliva nera, ginepro, frutta secca, cola e fuliggine di camino spento. Erbe, spezie, radici e cenere definiscono un profilo complesso e pienamente evoluto. In bocca sorprende ancora. La freschezza è viva, i tannini sostengono la struttura, la sapidità vibra. Il finale attraversa il palato con notevole lunghezza. Gli anni hanno dato profondità senza sottrarre energia. Il 1997 possiede il fascino di un vino maturo che conserva precisione e slancio. Quasi trent’anni trovano espressione in un sorso misurato, persistente, aristocratico. Un vino multipremiato che conserva ancora il ricordo di quello slancio. Sembra un vecchietto energico che non smette di sentirsi giovane, ricordando quello che fu ma senza aver paura di dimostrare ancora ciò che ha. E ne ha tanto! In finale, la parentela tra le annate appare evidente. Eucalipto e mentolo evolvono verso tabacco, china e rabarbaro, poi ginepro, infusi e spezie scure. Le erbe diventano sottobosco, legno bagnato, tè e radice. Freschezza e sapidità mantengono vivo il vino lungo tutto il percorso. A dieci anni San Leonardo raggiunge una sintesi compiuta. Il 2015 ne mostra la pienezza, il 2008 la grazia, il 2000 l’inattesa energia, il 1997 la longevità. Dieci anni per fare un buon vino e altrettante perché sia ancora più maturo, compiuto. Ma vivo. Come per una persona che ai 18 anni viene considerato adulto quando, magari ancora non lo è. Non è così per tutti perché ogni persona ha la sua storia, la sua provenienza, il suo carattere. Ogni vino non è propriamente diverso dall’altro e non è intrinsecamente uguale. Si potrebbero fare anche tutti uguali ma si perderebbe quel pathos dovuto alla diversa annata, alle cose accadute, agli umori, alle vicende in generale. Però quando si fa attenzione ai tanti particolari necessari durante tutto il processo, il vino acquisisce un’anima, una struttura, una unicità. Nel caso di San Leonardo, Anselmo parla come se fosse una ovvietà di fermentazioni spontanee. Come se non inoculare lieviti in masse che dovranno poi diventare grandi vini sia qualcosa di normale. Questa è la vera meraviglia: una sorta di eccellenza resa normale. Questa verticale ha mostrato due aspetti della stessa medaglia. Da un lato la annata ovvero come si possano far respirare nel calice piccole o grandi differenze dovute alla tipicità di quel momento, alle piogge, alle temperature, all’umidità. Dall’altro la meticolosità di un lavoro in cantina che porta a tenere legati tutti i vini con una impronta indelebile dunque riconoscibile. La fortuna è di avere una cantina che è un meraviglioso termoregolatore e terreni in una valle dove le escursioni termiche delle montagne e del lago creano un microclima perfetto. Per arrivare però a definire terroir c’è bisogno dell’uomo. Carlo, un uomo dotato di lungimiranza, un imprenditore, un viticoltore, un enologo, un visionario. Un uomo che posto le basi perché tutto questo potesse accadere. Non un miracolo dunque ma la ricerca dell’eccellenza in Italia. Anselmo custodisce questa eredità con l’orgoglio del figlio e la responsabilità di chi oggi guida la tenuta. Ha aperto strade nuove senza alterare il carattere del vino. Carlo continua a essere presente nella fermezza delle scelte e nella fiducia accordata all’attesa. San Leonardo appartiene a quella ristretta categoria di vini che trovano negli anni un alleato decisivo. Ogni annata conserva una propria fisionomia; dopo dieci anni equilibrio e complessità raggiungono una dimensione capace di emozionare profondamente. Alla fine della verticale resta una certezza. Carlo Guerrieri Gonzaga aveva costruito un vino destinato a durare. Anselmo continua a custodirne la visione con intelligenza e rispetto. Nel bicchiere, vendemmia dopo vendemmia, quella scelta continua a dare ragione a entrambi.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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2 Ottobre, 2026

Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione

  Bologna, gli esordi di internet, poi le colline di Pianello Val Tidone: tre vite diverse convergono nella stessa scelta radicale. Barbara Pulliero, insieme al compagno Paolo Rusconi e al figlio Nicola, guida Filarole, azienda vinicola piacentina nata nel 2017 dal recupero di vecchie vigne vicine al secolo. Undici etichette, macerazioni spontanee e un’idea di vino naturale scelta molto prima che diventasse una moda. La terza vita L’agricoltura è spesso sinceramente crudele. Ogni giorno ridimensiona l’illusione di poter governare il tempo e lo spazio ricordando all’uomo che il mondo continua a muoversi anche fuori dei suoi programmi. Una riunione può essere spostata, un viaggio rinviato, una consegna rinegoziata, mentre una vite cresce, rallenta, soffre, reagisce, si ammala e riprende forza seguendo un calendario che ignora i social, le notifiche, l’urgenza permanente nella quale abbiamo finito (o finto) per vivere.  Barbara Pulliero ha impiegato tre vite per arrivare a questa verità, sebbene oggi, ascoltandola parlare, quelle esistenze apparentemente lontane sembrino parti della stessa strada, necessarie l’una all’altra, come se il teatro, internet e la terra l’avessero condotta verso il medesimo punto con linguaggi diversi. Questa è la mia terza vita. Credo di essere un po’ matta. La sua è la leggerezza della follia che si attribuisce alla capacità rara di lasciare una vita mentre funziona ancora, prima che il successo diventi abitudine e l’abitudine prigione. Ho visto persone disperarsi perché il corso della propria vita stava cambiando per poi tornare dicendo: non sai quanto ci si diverta la fuori. La prima vita di Barbara comincia a Bologna, dentro il teatro di ricerca, la danza contemporanea, lo studio dei classici e la costruzione, insieme a un gruppo di amici, di uno spazio teatrale nato dal nulla e divenuto negli anni una presenza importante della scena cittadina. Barbara è dottoressa in teatro e di quel periodo ricorda soprattutto gli incontri, le persone con cui condividere un’intuizione ancora priva di forma. La fatica di trasformare un luogo vuoto in qualcosa capace di accogliere storie, corpi e idee. Mi piaceva guardarlo, ho cominciato a studiarlo e poi gli incontri della vita ti portano a trovare dei compagni di strada. Compagni di strada è forse l’espressione decisiva del suo racconto, perché ritorna nel teatro come nella comunicazione, nell’amore per Paolo Rusconi, nell’avventura con il figlio Nicola e perfino nelle vigne vecchie che oggi sembrano accompagnarla con la pazienza silenziosa di chi era già lì molto prima del suo arrivo.  Quando internet comincia a cambiare il modo di comunicare, Barbara avverte la stessa eccitazione provata davanti alla scena, soltanto moltiplicata dalla possibilità di superare le pareti di una sala e raggiungere migliaia di persone in luoghi lontani. Passare da una piccola sala teatrale alla possibilità di comunicare così velocemente con tante migliaia o centinaia di migliaia di persone mi ha affascinato molto, per cui ho cambiato strada. Inizia la seconda vita, quella della comunicazione online agli albori della rete, quando internet sembrava conservare ancora l’innocenza delle grandi promesse. Dal 2004 affianca Paolo nei progetti dedicati al vino, da Vinipiacentini.net a Sorgentedelvino.it; nel 2009 nasce Sorgente del Vino Live, una manifestazione che contribuisce a far conoscere in Italia produttori naturali, vini di tradizione e territori rimasti fuori dalle geometrie più comode del mercato. Poi le colline piacentine aprono una direzione più lenta e insieme più radicale, fatta di legna da preparare per scaldare la casa, pane, orto, conserve, galline, boschi e stagioni capaci di rimettere ordine nei desideri. La Val Tidone e il diritto di appartenere Barbara arriva in Val Tidone da un mondo urbano e velocissimo, eppure dentro quel paesaggio appartato avverte subito una corrispondenza profonda. Ad un’ora da Milano la vita ha, ancora, un altro respiro, soprattutto intorno a Pianello Val Tidone, dove i campi si alternano ai boschi, le vigne affiorano tra le rocce e i siti archeologici ricordano che qui il vino possiede una storia più antica delle strategie con cui oggi si tenta di venderlo. Il territorio è rimasto ai margini delle rotte turistiche più battute e proprio questa distrazione gli ha permesso di conservare una bellezza ruvida, sottratta alla trasformazione di ogni luogo in destinazione, esperienza o scenario da consumare. Sono sempre stata estremamente felice di questa scelta. Ho trovato proprio il mio posto. Nessuna enfasi. Proprio per questo colgo una sorta di confessione definitiva. Come se trovare il proprio posto significa riconoscere una forma di appartenenza e accettarne anche la fatica. Sapete, sento ridondantemente parlare di sostenibilità ma nessuno come Barbara ne ha imparato davvero il significato: procurarsi la legna, seguire l’orto, preparare le conserve quando la stagione offre materia, mangiare ciò che esiste davvero in quel momento. Ritrovare il limite, parola diventata quasi indecente in una società che pretende fragole a gennaio, supermercati sempre aperti e desideri soddisfatti prima che abbiano il tempo di trasformarsi in attesa. È così che mi tocca litigare con mia moglie che, per assecondare nostra figlia, vuole il gelato alla fragola quando non è stagione e critica le gelaterie (sane) che non la propongono. Il vino, all’inizio, entra quasi in punta di piedi, coerente con il resto della vita. Punta di piedi. È Barbara che è così. Un sorriso incredibile che porta con se forza e determinazione. Ma senza darlo troppo a vedere. Nel 2009 Paolo sente il bisogno di attraversare la frontiera che separa il racconto dall’esperienza e propone di provare a farlo davvero. Cercano Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano presso amici vignaioli, raccolgono i grappoli, li sgranano a mano e lavorano sotto casa con una vaschetta, qualche secchio, le mani e i piedi. Abbiamo fatto il nostro primo vino senza avere nulla a disposizione, se non le mani, i piedi e i secchi. In quell’inizio povero di strumenti c’è già tutto ciò che Filarole sarebbe poi diventata: il contatto fisico con l’uva, l’assenza di scorciatoie, la curiosità più forte del calcolo, la volontà di comprendere la materia prima ancora di dominarla. Quel vino prenderà il nome di Fatto coi Piedi e continuerà a portare dentro ogni bottiglia la verità elementare della sua nascita. Il vino naturale prima della moda Allora il vino naturale aveva ancora il carattere di una scelta scomoda. Suscitava diffidenza, ironia e discussioni feroci, perché fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, assenza di correzioni e rispetto delle annate entravano in conflitto con un mercato abituato a chiedere vini riconoscibili, stabili e identici a se stessi. Oggi quella scelta è diventata, purtroppo, anche una moda. Compare nei locali più ricercati, nelle carte costruite per comunicare appartenenza, dentro uno strano senso di estetica che accresce il proprio edonismo attraverso etichette irregolari, colori torbidi e un vocabolario che deve sapere di ribellione. Come quando si diceva che alcuni facevano la rivoluzione con gli abiti firmati. Ecco che, proprio come accade a tutte le rivoluzioni arrivate al successo, rischia di perdere la necessità dalla quale era nata. La bottiglia viene fotografata, condivisa e trasformata in segno sociale. La vigna? Lasciamola fuori dall’inquadratura. Anche perché non è instagrammable.  Le ore trascorse tra i filari, le rese sacrificate, la grandine, le malattie, l costo reale di una scelta agricola: meglio lasciarle fuori dalla narrazione edonistica. Barbara e Paolo sono arrivati prima di questa moda e forse proprio per questo sentono poco il bisogno di pronunciare continuamente la parola naturale. Per loro rappresenta una conseguenza, mai un costume da indossare. Nasce, naturalmente, dal modo in cui abitano le colline, dal rifiuto di considerare la terra una superficie da sfruttare, dalla volontà di scegliere un grappolo sano affinché in cantina bastino precisione, attesa e presenza. La naturalità più profonda comincia molto prima del mosto, nel suolo che resta vivo, nel numero contenuto di passaggi del trattore, nell’uso del rame mantenuto molto al di sotto dei limiti consentiti dal biologico, nella protezione delle vecchie piante, nella capacità di considerare boschi, siepi e animali parte dell’azienda invece che spazio sottratto alla produzione. Li fai quando servono, non li fai quando non servono. Però ci devi essere, devi guardare, devi fare i lavori nel momento giusto. Questa presenza divide due visioni del vino. Da una parte la cantina intesa come luogo in cui uniformare il raccolto, correggere le differenze e rendere ogni vendemmia simile alla precedente; dall’altra il lavoro di Filarole, che accetta il carattere dell’annata e prova a portarlo intero nel bicchiere. Chiamarlo naturale serve a orientarsi, ma la parola rimane insufficiente quando si separa dalla terra. Un vino può esibire fermentazioni spontanee e poca solforosa, conservando alle spalle un’agricoltura estrattiva; può apparire libero nel calice e nascere da un suolo esausto. La scelta ambientale diventa vera soltanto quando costa fatica, bottiglie, tempo e denaro. Le vecchie vigne e il valore di ciò che rende meno La prima vigna avrebbe dovuto occupare qualche fine settimana.  L’abbiamo presa pensando: così poi nel weekend ci divertiamo La terra possiede una propria espansione silenziosa, perché una vigna chiede di essere registrata, rende necessario un trattore, reclama attrezzature, cure e tempo. Un vecchio appezzamento rischia l’abbandono e sembra impossibile voltarsi dall’altra parte, un’altra fila di piante conserva cloni e varietà che potrebbero andare perduti, Nicola scopre di amare il lavoro in campagna e quello che doveva restare un piacere laterale comincia a occupare il centro della vita. Filarole nasce ufficialmente nel 2017 dal recupero di piccoli vigneti che nel dialetto piacentino diventano filaröl, piante sparse nella valle, alcune giovani soltanto secondo la misura della vite, altre vicine al secolo, cresciute tra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta metri, circondate da boschi, campi e un mosaico agricolo ancora capace di offrire rifugio agli insetti, agli animali e alla diversità vegetale. Le vigne vecchie producono meno, richiedono più lavoro, complicano la logistica e sfidano apertamente l’idea moderna di efficienza. Molte sono state estirpate proprio perché incapaci di garantire le quantità richieste da un’agricoltura orientata al volume, eppure Barbara continua a cercarle, a prenderle in affitto, a rimpiazzare le fallanze con materiale proveniente dalle piante madri, preservando selezioni massali e patrimoni genetici costruiti nel tempo. Ci interessava lavorare su vini che sapessero esprimere anche la complessità e la profondità aromatica, il carattere delle nostre colline. Ecco allora la forma concreta di ambientalismo, lontana anni luce dalle formule rassicuranti dei bilanci di sostenibilità e invece più vicina al rischio quotidiano di chi decide di produrre meno per mantenere vivo un organismo agricolo. Ogni vecchia vite custodisce una risposta diversa e propria alla siccità, alle malattie e al mutare delle stagioni. Sradicarla significa perdere un frammento di memoria biologica prima ancora che culturale. Custodirla equivale a riconoscere che il valore di una pianta supera la quantità di uva che riesce a consegnare. Da un ettaro una persona che sta nel disciplinare della DOC può fare circa diecimila bottiglie. Noi, su sette ettari, nelle annate perfette venticinquemila. In agricoltura ogni principio diventa credibile quando si trasforma in rinuncia misurabile. Meno grappoli significano maggiore respiro per la pianta, selezione più severa, concentrazione e rischio economico, ma significano anche difendere un’idea di qualità che il prezzo fatica a raccontare. Il mercato vede il numero finale, quasi mai ciò che è stato lasciato sulla pianta o scartato durante la selezione, e proprio nella distanza tra valore e prezzo si consuma una delle fragilità più dolorose del vino artigianale. dav Una famiglia che discute il futuro Nel 2021 la comunicazione e la campagna smettono di lasciarsi condurre insieme. Barbara e Nicola entrano a tempo pieno nel progetto, mentre Paolo continua anche un’altra attività e conserva l’ultima parola in cantina. Le suggestioni, le prove e i desideri appartengono però a tutti, perché la democrazia familiare di Filarole ha l’imperfezione viva delle cose condivise. Abbiamo questo grande difetto come famiglia: essere molto democratici. Ci piace confrontarci, anche discutere e portare punti di vista diversi. A volte è faticoso, ma i risultati alla fine sono più interessanti e anche condivisi. Nicola ha ventiquattro anni, ama la campagna e avverte contemporaneamente il desiderio di conoscere altro. Barbara riconosce in lui la stessa inquietudine che l’ha condotta attraverso tre vite e rifiuta di trasformare la terra in un ricatto affettivo. Custodire per chi arriverà dopo avrebbe poco senso se a quel dopo venisse tolta la libertà di scegliere. È molto sottile la linea tra la decisione e l’obbligo. Quando prendi una decisione, poi prendi un impegno. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la vita personale, gli interessi e il lavoro. Consegnare qualcosa a un figlio è molto più complesso che lasciargli una proprietà. Vuol dire offrirgli radici abbastanza solide da permettergli di partire e una casa abbastanza libera da consentirgli di tornare. Il futuro sarà di Nicola soltanto se Nicola lo vorrà, e questa possibilità, più di qualsiasi atto notarile, rappresenta l’eredità più generosa che Barbara e Paolo possano preparare. I vini di Filarole: undici modi di lasciare parlare la terra Produrre undici vini con quantità complessive limitate appare commercialmente scomodo, e Barbara lo ammette con incredibile sincerità Razionalmente sono troppi ed è stupido fare così tanti vini, sono d’accordo. Però ogni vino ha il suo motivo di esistere. Il mercato domanda semplificazione, poche etichette facili da spiegare e profili immediatamente riconoscibili. Filarole insegue le differenze tra una vigna e l’altra, tra una stagione e la successiva, tra il carattere di una buccia e quello del mosto liberato da quella stessa buccia. Ogni bottiglia diventa così una prova, una domanda rivolta alle uve piacentine e alla valle.
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo. Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato. Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza. In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto. Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac,  qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto. Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine. Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità. La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso. Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere. Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva.  La terra avrà l’ultima parola Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate.  Nerissimo È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo. Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto. Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro.  Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si  avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda. Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere. Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla. Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore. Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva. Ho trovato proprio il mio posto. Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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30 Settembre, 2026

Villa Corniole. Per la famiglia, per sempre

  Sabina Pellegrini ha ventinove anni e una storia che profuma di montagna, famiglia e vigneti. A Villa Corniole raccoglie un’eredità costruita nel cuore della Val di Cembra e la accompagna verso il futuro con lo stesso passo misurato che da sempre distingue questa terra.   Alzi la mano chi non ha mai giocato almeno una volta (una sola?) al gioco della bottiglia. Seduti in circolo, con una bottiglia in centro fatta roteare vorticosamente. La prima scelta, poi la seconda, poi il bacio tra i due. Una scelta del caso. Un bacio a caso. Una coppia formata dal caso. Quasi come in quel reality Matrimonio a prima vista. Nel mondo del vino, spesso il vino si sceglie. Come ragione di vita. Come fuga. Come ritorno. Poche volte è il vino a scegliere. Come in questo caso quando il vino ha scelto lei. Sabina Pellegrini ha ventinove anni, viene dalla Val di Cembra e quando parla della sua famiglia ha la pacatezza di chi sa esattamente dove si trova nel mondo. Oltre che dove vuole trovarsi. Come se la ricerca e il radicamento coesistano in lei senza contraddirsi. È la più piccola di tre sorelle. Il padre, Onorio è un uomo circondato, nel senso più pieno del termine. Quattro donne, una cantina, una visione. Mi è sembrato veramente un uomo coraggioso. La Val di Cembra è un luogo che il Trentino custodisce con discrezione. Sembra essere un segreto che preferisce non condividere troppo. Valli strette, versanti ripidi, terrazzamenti che sembrano costruiti con la pazienza di qualcuno che non aveva fretta ma sapeva benissimo cosa voleva. Il Müller Thurgau di queste parti ha una storia lunga, seria, radicata nella geologia di porfido e nella quota tra i seicento e gli ottocento metri che regala a questi bianchi una verticalità acidica difficile da imitare altrove. Non è un caso che il Müller Thurgau di Cembra abbia da poco ottenuto la denominazione “Superiore”. Un riconoscimento forse tardivo per chi ci lavora da decenni. Il nonno di Sabina era tra i soci fondatori della cooperativa locale. Cinque, sei ettari. Uva conferita, vino fatto in famiglia come si faceva e si fa ancora in tante case di montagna. Poi, intorno al Duemila, la decisione di fare il passo. Staccarsi dalla cooperativa, imbottigliare, costruire una filiera propria. Sicuramente passione, innanzitutto. Era il sogno di una vita, dedicare il proprio lavoro direttamente alla trasformazione delle proprie uve, creare le proprie bottiglie. Ben diverso dal conferire a un terzo che poi trasforma. In questi anni di giri tra cantine e vignaioli l’ho sentito spesso, ma continua a colpirmi: il momento in cui qualcuno decide che non basta più coltivare e bisogna, anche, firmare. Consapevolezza, riscatto, voglia di mergere. I magari auorialità. Autorialità ovvero l’insieme delle caratteristiche, dello stile e dell’intenzione che definiscono il ruolo di un creatore (autore) rispetto alla sua opera Il conferimento alla cooperativa è un atto solidale e spesso virtuoso. Non datemi addosso per cortesia. Le cooperative trentine hanno fatto cose straordinarie e continuano a farle ma, imbottigliare e farlo con il proprio nome, è qualcosa di profondamente diverso. È come dire: questa cosa la penso io, la faccio io, me ne assumo la responsabilità. Tutta la responsabilità. Onorio Pellegrini ha fatto quella scelta  In maniera azzardata Il sorriso sotteso di Sabina contiene tenerezza e rispetto insieme.  Quando parti da zero, con meno vigna di oggi, è forse più facile. Comunque, è un salto nel buio. Buio, scommessa, come preferite voi. Oggi però Villa Corniole ha quindici ettari, tra 85.000 e 90.000 bottiglie di vini fermi con Müller Thurgau in testa, poi Traminer, Pinot Nero, Pinot Grigio, Chardonnay. Circa 45.000 bottiglie di spumante Metodo Classico in crescita costante. Quasi 150.000 bottiglie in tutto. Altro che esperimento o scommessa. È un’azienda e quando hai una azienda è certamente bello, solo che certe volte i polsi tremano per la paura. Spesso non si ha contezza di cosa significhi, per una generazione, raccogliere il lavoro dei propri genitori. Non è semplice come sembra, né da un lato né dall’altro. C’è il rischio di sentirsi in gabbia, di portare un peso invece di una libertà. C’è anche il rischio opposto di idealizzare quello che si riceve e non avere il coraggio di cambiarlo. La cosa bella, in Sabina, è che sembra aver trovato una terza via: essere dentro il progetto dei genitori senza dissolversi in esso. Anzi, portandoci la propria testa, il proprio sguardo, la propria ambizione. Siamo cresciute in cantina. È un ambiente che mi piace, vario. E mi è sempre sembrato bello poter portare avanti qualcosa di famiglia. Chissà se sia stato automatico o se ci abbia riflettuto. Fa una pausa. Breve, ma reale. Non è facile per le donne, va detto. Purtroppo. Ci sono associazioni, sta venendo fuori, però non era così scontato fino a qualche anno fa. Ha ragione. Il vino italiano, che pure ha prodotto alcune tra le figure più influenti del settore al femminile, porta ancora addosso le cicatrici di un impianto culturale antico, in cui la donna in cantina era eccezione e non regola. Negli istituti agrari, nelle scuole enologiche, la quota rosa è ancora minoritaria. Sabina lo sa bene e ha smesso di stupirsi decidendo di occupare lo spazio comunque. Evviva i giovani, anzi, le giovani. Evviva una generazione che ha deciso, senza mezzi termini, di non curarsi di ciò che gli altri possano dire e pensare. La vita è loro e se la prendono senza riserve (sul tema ho appena scritto un articolo che riguarda Floriana Risuglia de Le Donne del Vino) Le tre sorelle, Sara, Linda e Sabina, si sono divise i ruoli con una logica organica non pianificata a tavolino. Una segue l’estero, una l’Italia, la terza ha seguito l’insediamento agricolo così da essere, formalmente, titolare della parte agricola. La cantina ha un enologo interno e un consulente esterno. Il padre comanda in vigna. Maddalena, la madre, che Sabina menziona quasi di sfuggita, ma con quel calore che si riserva alla mamma, segue la parte commerciale e amministrativa. Affiancando il marito da sempre Fa gran parte del lavoro È una struttura familiare nel senso più denso: tutti fanno tutto, ognuno ha il suo centro di gravità, ma i confini sono porosi.  Quando c’è bisogno, sei in cantina, sei all’estero, sei agli eventi.  È la flessibilità necessaria di chi non ha ancora abbastanza risorse per specializzarsi del tutto, ma è anche una scelta di valore. Restare vicini. Non delegare ciò che puoi fare tu. Il nome Villa Corniole viene da lì, dalla zona: il Corgnolo, il Corniolo, piccoli frutti selvatici rossi usati per confetture e grappe, piante storiche di questi versanti. Un nome di territorio, di materia, di radici botaniche prima ancora che vitivinicole.  Il “Villa” è venuto dopo, un po’ per dare tono Bello vedere Sabina che ride ammettendolo senza falsa modestia. Dare un tono ad un luogo ha poco di romantico ma è invece intelligente e funzionale. Il Müller Thurgau è il vino originario, il primo in assoluto, quello su cui l’azienda ha costruito la propria identità pubblica. Verticale, teso, con quella mineralità di porfido che ti entra nel naso prima ancora che tu abbia bevuto. È il vino simbolo della Val di Cembra, come Sabina dice con la semplicità di chi non ha bisogno di convincerti.  Müller Thurgau Pietramontis 2023. Müller Thurgau 100%. Trentino DOC Superiore Valle di Cembra Il Müller Thurgau di Cembra non ha bisogno di farsi spiegare. Parla da solo, parla chiaro, con un linguaggio chiaro, preciso. James Suckling ha assegnato 91 punti all’annata 2023 descrivendolo come cremoso, con note di pera affettata, finocchio e scorza di lime. Come contraddire un critico come James! La sua non può che essere una lettura corretta ancorché parziale. Come lo sono quasi sempre le recensioni dei critici anglosassoni su certi vini di montagna, dove la componente minerale, esaltata dall’acciaio, tende a sfuggire al vocabolario. Il colore è paglierino chiaro con riflessi verdolini, luminoso, con la trasparenza dei bianchi di montagna di alta quota. Al naso si apre con immediatezza, in maniera direttai. Come quando un amico bussa alla porta e entra perché sa di essere ben accolto. Sambuco, erbe aromatiche alpine, un tocco di pesca bianca, agrume maturo. La componente floreale mi ricorda i prati tagliati in estate. Quell’erba fresca che sa di aria più che di terra. La mineralità è presente in maniera inequivocabile. Porfido e calcare si sentono, non si intuiscono. Il sorso convince ancor di più. È quell’amico che è entrato e si è seduto al tavolo per chiacchierare. Sapido, fresco, con un’acidità viva che non stanca e una morbidezza che accoglie. La lunghezza è buona, il finale pulito. Con il tempo in bottiglia emergono sempre più le componenti aromatiche minerali, e il corpo raffinato avvolge il palato in un gioco elegante di note vellutate e fresca acidità.  È il vino della cantina nella sua forma più essenziale. È il territorio puro, senza mediazioni. Comprensibile a chi si avvicina, commovente per chi già sa. Il Metodo Classico è arrivato dopo. Nel 2009 come prima vendemmia, 2013 come prima uscita sul mercato. Sta diventando ovviamente un asse portante dell’azienda. Oggi ci sono un Brut, un Dosaggio Zero Riserva (60 mesi sui lieviti), un Rosé. E due nuove etichette in sviluppo, ancora riservate. «Working progress», dice, con un sorriso. Salísa Zero Riserva Trentodoc Metodo Classico Millesimato 2019. Chardonnay, 60 mesi sui lieviti In uno spumante che ha riposato sessanta mesi sui propri lieviti c’è qualcosa di quasi testamentario. Il tempo non sembra essere una variabile produttiva. Semmai una dichiarazione di intenti. Salísa nasce dall’incrocio dei nomi di Sara, Linda e Sabina, le tre figlie di casa Pellegrini così da portare un peso affettivo prima ancora che enologico. È il vino che Sabina porterebbe al suo matrimonio. Bevendolo, ne capisco il perché.  La fermentazione avviene per circa l’85-90% in acciaio inox a temperatura controllata, la parte restante in tonneaux. Il lungo affinamento sui lieviti per oltre 60 mesi gode del riposo nella cantina sotterranea a temperatura costante. Nel bicchiere il colore è oro antico, con un perlage che sale sottile e persistente, quasi timido nella sua eleganza. Al naso c’è la complessità che si rivela a strati: prima la crosta di pane, la nocciola tostata, quella firma inconfondibile dell’autolisi prolungata. Poi, man mano che il vino respira, emergono la frutta a polpa gialla matura, un tocco di fiori bianchi appassiti e quella nota minerale calcareo-alpina che è il marchio di fabbrica della Val di Cembra. È un naso che racconta i cinque anni passati nel buio e lo fa con una precisione poetica che raramente trovi altrove. Il sorso è secco, teso, con un’acidità che si fa sentire senza mai aggredire. La bollicina è finissima, avvolge il palato con discrezione e fregandosene del dosaggio zero. Il finale è lungo, minerale, con un amaro gentile che richiama la scorza di agrume e la mela cotogna figlia del tonneaux. Non è uno spumante esuberante. È uno spumante pensante. Il tipo di vino che vuole silenzio intorno e un interlocutore all’altezza. Oppure anche nessuno visto che è incredibilmente appagante. Kròz Bianco 2020 Chardonnay & Müller Thurgau. Dolomiti IGT Kròz è una parola ladina. Significa croce, incrocio. Il punto in cui due strade si incontrano. È precisamente quello che accade in questo vino: due varietà, due anime, una vinificazione che vede il Müller Thurgau e metà dello Chardonnay fermentare in acciaio inossidabile, mentre la parte restante dello Chardonnay passa in legno.  Un incrocio di metodi, non solo di vitigni. Il colore è paglierino luminoso che vira deciso verso il dorato. Non per ossidazione, per densità. Nel bicchiere, una promessa di struttura. Al naso i sentori arrivano soavi, quasi trattenuti: pera bianca candida, mela del Trentino. Quella croccante, acidula, che sa di quota. Poi un agrume delicato, una lieve nota idrocarburica che è marca di eleganza nei bianchi con qualche anno di bottiglia. Arriva l’iris, arriva il pompelmo. C’è balsamico, c’è erba tagliata, c’è quella mineralità che ti ricorda dove si trovano le vigne. I fiori emergono soavi come se comparissero in un campo sterminato uno alla volta. Non tutti insieme, si annunciano. È un naso che dà pace. Il sorso è immediatamente minerale e ampio, con un agrume che si fa lime pulisce, gira, percorre tutto il palato con una freschezza che definire alpina sarebbe riduttivo: è una pulizia verticale, architettonica. La sapidità è alta, quasi salata, di quelle che ti ricordano il mare più che la montagna. Una paradossale nostalgia marina che certi vini di quota sanno provocare, come se la pietra antica ricordasse il fondo dell’oceano che fu. Il finale ha il limone: prima lime, poi limone maturo, con un’ombra di amaro che bussa ma non entra. Non sembra un vino caldo, eppure lo è con i suoi 13,5 gradi che non si sentono mai come peso poiché perfettamente integrati in una struttura che si stratifica lentamente, senza fretta. La persistenza è lunga, la complessità cresce nel tempo. Un vino che sembra esile al primo contatto, poi ti convince piano. Come le persone più interessanti.​​​​​​​​​​​​​​​​ Tanti forse troppi da un punto di vista commerciali i vini di Villa Corniole. Chissà Sabina quale etichetta butterebbe giù dal treno, se fosse costretta a scegliere. Ci pensa sul serio, e apprezzo che non si sottragga alla domanda. Forse il Pinot Grigio classico. È una varietà internazionale, funziona bene sul mercato americano, ma è meno rappresentativa. Terrei il ramato, che è più identitario, più nostro. Abbandonerei il bianco classico, che puoi trovare altrove. Mi piace la risposta precisa e coerente perché non è la risposta di chi vuole compiacere ma di chi ha già pensato a queste cose e ha una gerarchia di valori chiara: prima il territorio, poi il mercato. Mai il contrario. Visito cantine, leggo bilanci, ascolto importatori e comprendo come il vino italiano e quello trentino in particolare, si trovino in un momento di pressione incrociata: da un lato, la proliferazione di nuove etichette e nuovi produttori che ha dilatato l’offerta oltre ogni misura ragionevole; dall’altro, una domanda che in alcuni mercati si è compressa, non per sfiducia nel prodotto ma per ragioni economiche, generazionali, di gusto che mutano più velocemente di quanto le aziende riescano a seguire. In Val di Cembra, dalle sei cantine storiche del territorio si è passati a quasi una dozzina in pochi anni.  Magari chi fa duemila bottiglie, chi se le fa vinificare altrove, chi parte con i primi esperimenti. Non è necessariamente un male. Più voci, più interpretazioni, più curiosità sul territorio. Ma crea competizione interna in un posto piccolo complicando il lavoro di chi come Villa Corniole ha investito anni a costruire una posizione. La competizione. Già. Quella che da queste parti non può non attraversare, anzi, penetrare il mondo delle bollicine.  Se non hai una bollicina in gamba, non sei nessuno. Il problema vero non è fare spumante. Il problema è che oggi lo fanno tutti, ovunque, senza che ci sia sempre una ragione geografica o culturale solida a sorreggerlo. Ho trovato bollicine fatte con il Nebbiolo in Piemonte e con il Bombino in Puglia, Metodo Classico in Sicilia e in Sardegna. Non so dire se sia una distorsione di mercato o l’esaltazione della capacità di sfruttare il territorio e la tecnica. Di certo non si tratta di chiudere le frontiere al metodo classico pugliese o siciliano in sé. Il vino è infatti anche libertà, anche sperimentazione. Occorre però riconoscere che, quando tutto si assomiglia, chi ha un’identità di territorio vera vince nel lungo periodo e rischia nel breve. Il mercato non è sempre paziente quanto la storia. Le zone vocate vincono. Il problema è avere la solidità per arrivare al lungo periodo. Chissà come si immagina tra vent’anni una ragazza di ventinove anni. Una età che necessita di una certa leggerezza e, al contempo, speranza. Spero saremo ancora tutte qui. Con qualche figlio, qualche nipote. Forse i nipoti sono ancora presto. Qualche nuova etichetta, qualche novità in cantina. Non eccessiva crescita. Ben bilanciata. Piccoli passi, però cercando di far conoscere sempre di più quello che è il brand Villa Corniole. Bellissima la visione volutamente discreta. Cosa questa che mi colpisce. Nessuna intenzione di triplicare la produzione, di entrare nei grandi mercati asiatici, di diventare un’etichetta di riferimento nazionale. Sabina parla di restare, di crescere con equilibrio, di non perdere il filo con quello che sono. In un momento storico in cui l’ambizione nel vino tende spesso a tradursi in scala, in numeri, in fusioni e acquisizioni, questa postura mi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità. Chissà che vino porterebbe al suo matrimonio. La bollicina. Verticale, diretta, senza troppi fronzoli. Un po’ lo stile che ci rappresenta come sorelle. E poi porta una parte del mio nome. La governance Un argomento che le famiglie del vino affrontano spesso troppo tardi, quando i conflitti sono già in corso. Ho visto aziende straordinarie implodere non per mancanza di vino buono, ma per mancanza di regole chiare su chi conta e chi decide quando i figli diventano adulti, quando arrivano i partner, quando si moltiplicano le generazioni. Villa Corniole ha nel suo DNA quel pragmatismo tutto trentino. Silenzioso, operaio, lungimirante. Tanto da far riposare una prevenzione già nello statuto aziendale: chi entra in azienda deve essere parte della famiglia per linea diretta. Nessun cognato che si fa valere, nessun marito che porta idee da fuori e rischia di incrinare quello che è stato costruito con anni di fatica. È nata dalla nostra famiglia e deve andare avanti così Sabina ha nel tono della risposta quella naturalezza di chi non sente il bisogno di giustificarsi. Quante volte ho visto esattamente l’opposto con patriarchi che non hanno scritto niente e si affidano alla buona volontà delle generazioni successive. Che spesso arriva, sì. Ma non sempre e non per sempre. Avere una regola non è cinismo. È rispetto per il lavoro fatto. La Val di Cembra si stende su per i versanti con quell’aria di quiete operosa che hanno i luoghi di montagna. I terrazzamenti, i pali di legno, i fili che reggono i tralci contro il vento. Qualcuno ha costruito tutto questo con le mani, un masso alla volta, una stagione dopo l’altra. Il nonno di Sabina era lì. Suo padre è ancora lì. E lei ci sarà ancora, tra vent’anni, con le sorelle accanto e forse (toglierei il forse ma lasciamolo per scaramanzia) qualche nipote che comincia a capire come si fa la vendemmia. I vini di Cembra, con la loro acidità tagliente e il finale lunghissimo di pietra e fiori bianchi, sono vini che, non chiedendo spiegazioni, bastano da soli. Come certi luoghi, come certe famiglie, come certi discorsi che finiscono con una risata e lasciano qualcosa che non si dimentica facilmente. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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28 Settembre, 2026

I 95 punti sono il problema

  Una bottiglia di spumante in promozione, un cartellino da supermercato e un numero stampato in evidenza: 95 punti. Da quel momento la domanda non riguarda più il vino nel calice, ma il significato di quel numero. Quanto influenzano davvero i punteggi le scelte dei consumatori? E soprattutto: chi controlla chi assegna quei voti? Se un 95 può finire su una bottiglia da 3,99 euro, forse il problema non è il vino. Il problema sono i 95 punti.   Facendo la spesa al supermercato mi sono imbattuto in una promozione di uno spumante. Una situazione normalissima. Quello che ha attirato la mia attenzione non era il prezzo e nemmeno il vino, che fino a quel momento non avevo mai assaggiato. Era un numero stampato bene in vista sulla bottiglia: 95 punti.  Da quel momento ho iniziato a farmi qualche domanda.  La prima è molto semplice: può una bottiglia da 3,99 euro meritare 95 punti?  La seconda è molto più importante: quanto può influenzare un consumatore quel numero?  Il vino in questione conta relativamente. Non avrebbe alcun senso criticarlo a priori. La vera questione riguarda il valore che attribuiamo a quei punteggi e il modo in cui vengono utilizzati per orientare le scelte di chi acquista.  Partiamo da un fatto evidente. Un vino venduto a 3,99 euro, anche considerando una promozione importante, viene percepito come un prodotto economico. Basta guardare gli scaffali della grande distribuzione per accorgersi che sotto i quattro euro esiste un’offerta enorme. Non significa che quei vini siano cattivi. Significa semplicemente che il consumatore medio non si aspetta di trovarsi davanti a qualcosa che sfiora la perfezione.  Perché questo comunicano i 95 punti. Non un buon vino e nemmeno un vino con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Comunicano un vino eccellente. Un vino che, su una scala da cento, si colloca vicinissimo al massimo risultato possibile.  Allora la domanda diventa inevitabile. Se quei 95 punti sono reali, confrontabili e rappresentano davvero un livello qualitativo così elevato, che cosa dovrebbero pensare tutti quelli che spendono trenta, cinquanta o cento (magari) euro per una bottiglia?  Una volta intervistai un giovane produttore delle Langhe che mi raccontò come il suo sogno fosse riuscire a produrre un vino da cento punti. Ne incontrai un secondo che condivideva la stessa ossessione. Dietro quell’obiettivo c’erano studio, investimenti, ricerca, errori, sacrifici e anni di lavoro.  Novantacinque è vicinissimo a cento. Talmente vicino da rendere quasi grottesca la distanza tra il sogno di quei produttori e una bottiglia acquistabile insieme ai biscotti e ai detersivi durante una spesa settimanale.  Durante il corso da sommelier mi insegnarono che la valutazione di un vino segue criteri rigorosi. Esistono parametri, schede e procedure pensate per limitare la discrezionalità del degustatore. Il punteggio non è un gioco. È uno strumento che dovrebbe supportare il consumatore ad orientarsi. In altre parole, è un contratto di fiducia. E quella fiducia ha un valore molto concreto.  Le ricerche scientifiche dimostrano infatti che i punteggi influenzano realmente il mercato del vino. Uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of Wine Economics ha analizzato 13.911 osservazioni relative a 8.444 vini recensiti nell’arco di quasi vent’anni. I risultati mostrano una relazione significativa tra punteggi e prezzi e rilevano che un punto in più nella valutazione è associato, in media, a un incremento del prezzo vicino all’8%, a parità delle altre condizioni considerate. In altre parole, i punteggi non sono semplici opinioni stampate su carta. Diventano segnali economici capaci di generare valore (Kaimann, Spiess Bru e Frick, 2023).  L’effetto non riguarda soltanto i prezzi. Una ricerca pubblicata nel 2024 sull’Agricultural and Resource Economics Review ha utilizzato degustazioni reali e aste con denaro effettivo per comprendere come i consumatori reagiscono alle valutazioni. Lo studio ha evidenziato che sia i giudizi degli esperti sia quelli degli altri consumatori possono contribuire a influenzare la disponibilità a pagare, affiancandosi all’esperienza personale dell’assaggio. Anche quando il vino viene provato direttamente, il voto continua a esercitare il proprio peso psicologico (Weerasekara e Streletskaya, 2024).  Una tesi di dottorato discussa nel 2023 all’Université de Bordeaux è arrivata a conclusioni altrettanto interessanti. Gli esperimenti condotti in Francia e Spagna hanno mostrato che i giudizi degli esperti possono avere un impatto sulla disponibilità a pagare superiore a quello della marca o dell’indicazione geografica. La stessa ricerca rileva però che le valutazioni aggregate delle piattaforme come Vivino esercitano oggi un’influenza perfino maggiore rispetto a quella degli esperti in molte fasce di mercato (Dubois, 2023).  Tradotto in termini semplici: i numeri contano. E contano parecchio.  Se questo è vero, allora la discussione non può fermarsi al gusto personale del degustatore. Dobbiamo iniziare a interrogarci sul significato di quei numeri.  Nel caso della bottiglia che avevo davanti, il riferimento era al metodo di Luca Maroni. Un sistema di valutazione che utilizza criteri differenti rispetto a molte delle principali guide internazionali. Chi lavora nel vino lo sa. Il consumatore probabilmente no. Ed è qui che nasce il vero problema.  Per il consumatore un 95 è un 95. Non esiste il 95 di Maroni, il 95 di Parker, il 95 di Suckling. Esiste soltanto il numero. E quel numero comunica eccellenza.  Possiamo discutere per ore di metodi, scale, filosofie di degustazione e criteri di giudizio. Possiamo spiegare che alcuni sistemi valutano aspetti differenti e che i parametri non sono sovrapponibili. Tutto corretto. Resta però una domanda alla quale il settore continua a evitare di rispondere: come può il consumatore distinguere questi significati diversi se tutti vengono espressi attraverso lo stesso numero?  Perché nessuno spiega che un 95 può voler dire cose molto diverse a seconda di chi lo assegna. Nessuno spiega che non esiste una metodologia universale. Nessuno spiega che non esiste un organismo indipendente che verifichi la confrontabilità di questi giudizi.  Oggi ogni guida può costruirsi il proprio sistema, attribuire il proprio voto e vederlo trasformarsi immediatamente in un argomento commerciale. Tutto perfettamente legittimo. Molto meno chiaro è stabilire se sia corretto.  I punteggi non influenzano soltanto il mercato. Influenzano la fiducia.  Il mondo del vino continua a chiedere credibilità ai consumatori mentre moltiplica classifiche, medaglie, bollini, riconoscimenti e valutazioni. Il risultato non è sempre una maggiore comprensione. Spesso è l’esatto contrario: confusione. E quando aumenta la confusione diminuisce la fiducia.  Forse è anche uno dei motivi per cui i giovani si stanno allontanando dal vino. Da anni cerchiamo di capire come avvicinare nuove generazioni che chiedono semplicità, autenticità e trasparenza. Continuiamo però a parlare una lingua fatta di classifiche, punteggi e gerarchie che spesso neppure gli addetti ai lavori riescono più a decifrare completamente.  Il messaggio che trasmettiamo è semplice: “Non fidarti del tuo gusto. Fidati del numero.” È una posizione difficile da sostenere per chiunque sia cresciuto nell’epoca delle recensioni online, del confronto continuo e della libera costruzione dell’opinione personale.  Alla fine quella bottiglia l’ho comprata. L’ho aperta. L’ho bevuta. Era un buon vino. Piacevole, corretto, ben realizzato e con un ottimo rapporto qualità-prezzo. I 95 punti, però, non li ho trovati. E non già in virtù di una percezione personale ma di un metodo rigoroso di analisi.  Dunque, il problema non era nel bicchiere. Il problema era sull’etichetta.  Se oggi un consumatore non riesce più a distinguere tra un giudizio tecnico, una strategia commerciale e una promessa di qualità, allora il rischio non è soltanto quello di inflazionare i punteggi. È quello di inflazionare la fiducia. E la fiducia, a differenza dei punti, non può essere stampata.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Roma fa Corto Circuito e accorcia la filiera del vino naturale Arrow Right Top Bg

27 Settembre, 2026

Roma fa Corto Circuito e accorcia la filiera del vino naturale

Lunedì 5 ottobre a Roma i vignaioli della rete Corto Circuito incontrano gli operatori che scelgono il rapporto diretto con il produttore per riscoprire il piacere di una stretta di mano Il vino è condivisione, relazione, incontro. E la rete Corto Circuito nasce proprio per rimettere al centro le persone: accorciare la filiera del vino, creando connessioni dirette tra vignaioli, ristoratori ed enotecari, senza intermediazioni. Conoscersi, lavorare insieme per un progetto comune, portare alle persone che nelle città bevono il vino un’idea di agricoltura e di vino diversa ma anche un diverso modo di lavorare insieme costruendo alleanze durature. Lunedì 5 ottobre 2026, dalle 11 alle 18 negli affascinanti spazi di LATTA (Via Pacinotti, 83- Roma), un cocktail bar al centro di Ostiense specializzato in cocktail d’autore, vini artigianali e cucina con contaminazioni internazionali con focus sulle fermentazioni e una forte vocazione verso gli esperimenti. Qui gli operatori potranno assaggiare i vini di una ventina di aziende, ciascuna con la propria identità, provenienti da territori e progetti agricoli diversi ma con importanti principi comuni: agricoltura biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee, solfiti minimi o assenti e un rispetto profondo per la terra e per le persone che la lavorano. Scegliere di acquistare direttamente da chi il vino lo fa è il modo più autentico per trasformare la carta dei vini in un viaggio emozionante per i propri clienti, sostenendo al tempo stesso la vitalità di piccole realtà agricole che fanno la differenza. L’appuntamento di Corto Circuito non è una semplice degustazione, ma un’opportunità per creare sinergie concrete mettendo al centro le persone valorizzando storie, territori e scelte produttive che spesso faticano a emergere attraverso i canali distributivi tradizionali. L’ingresso è gratuito e riservato agli operatori del settore con registrazione sul sito: cortocircuitovino.it/giornata-operatori-roma/ Per informazioni logistiche, contatti telefonici e indicazioni sul parcheggio presso la sede di LATTA: www.latta-roma.it   La Redazione
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Floriana Risuglia Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

Il talento ha bisogno di spazio. Floriana Risuglia e la voce delle Donne del Vino

  Floriana Risuglia unisce diritto, vino e impegno nell’Associazione Le Donne del Vino. La sua storia racconta competenze da rendere visibili, parole da cambiare e opportunità da costruire, perché il talento femminile trovi finalmente tutto lo spazio che merita. L’Apollo 11 è stata la missione spaziale della NASA che ha portato per la prima volta l’uomo sulla luna. Era il 1969 e gli USA erano appena usciti dalla segregazione razziale. Immaginate la scena: tre donne di colore attraversano proprio i corridoi della NASA con la consapevolezza di possedere delle competenze che andavano oltre quelle degli uomini che vi lavoravano da tempo. Donne, di colore e con la necessità di dimostrare, ogni giorno, il loro valore. Cosa che non era certamente richieste agli uomini. Il film era Il diritto di contare. Vedetelo se vi capita.
Anche se la storia di queste tre fantastiche donne appartiene agli anni Sessanta, conserva qualcosa di vicino, qualcosa che rimane sempre sospesa tra uffici, università, consigli di amministrazione, tribunali e cantine: quanto talento resta ancora fuori dalla porta soltanto perché nessuno ha pensato di farlo entrare? Questa domanda ha accompagnato la mia conversazione con Floriana Risuglia, avvocata specializzata in Diritto Vitivinicolo, Esperta Assaggiatrice e docente in ONAV, componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino. Una donna che ha attraversato luoghi, professioni ed esperienze con la curiosità capace di unire mondi apparentemente lontani. Siracusa, Terni, la Puglia, il Veneto, Roma: la sua vita sembra il passo irrequieto di chi cambia casa così che, insieme all’indirizzo, impara ogni volta un modo diverso di leggere le persone. Nella sua storia il vino arriva attraverso un corso aperto quasi sotto casa, seguito pensando di incontrare soprattutto calici e degustazioni, e diventato invece una porta spalancata sulla cultura dei territori. Pensavo di andare lì semplicemente a bere, poi si è cominciato a parlare di suoli, territori, storia. La cosa mi ha incuriosita e da quella semplice bevuta ho scoperto tutti gli aspetti culturali del vino. Da quel momento non me ne sono più allontanata. Floriana Risuglia, dal diritto al vino Il vino, quando entra davvero nella vita, difficilmente rimane confinato nel bicchiere. Non può proprio perché si viene rapiti dal conoscere la terra, le persone, le regole, le etichette, i confini di una denominazione e perfino le parole consentite per raccontarla. Floriana cercava un corso da assaggiatrice, molto più interessata alla conoscenza che alle cerimonie del servizio, e proprio durante una lezione sulla legislazione ha riconosciuto il punto in cui la sua professione e quella nuova passione potevano finalmente incontrarsi. Parlavo con i produttori e ascoltavo problemi concreti: l’etichetta copiata, l’acquisto dei terreni, i disciplinari, i regolamenti. Mi sono chiesta come potessi conciliare queste esigenze con il mio lavoro di avvocata e ci sono riuscita. Nel 2016 prendeva ogni settimana il treno per Firenze, dove frequentava un master in Diritto Vitivinicolo, entrando dentro una materia capace di tenere insieme responsabilità delle imprese, tutela dei marchi, etichettatura e normativa europea. Da allora la cantina è diventata anche uno dei luoghi del suo lavoro, con un vantaggio che racconta sorridendo e che rivela il suo modo concreto di stare nelle cose Parlare con un cliente in cantina, davanti a un bicchiere di vino, è molto meglio che farlo in studio. Non è solo la leggerezza della frase ma una visione precisa. Il diritto, come il vino, acquista senso quando incontra la vita reale, protegge il lavoro, accompagna un progetto e offre strumenti a chi investe il proprio nome, la propria terra e il proprio futuro in una bottiglia. Il percorso dentro Le Donne del Vino comincia nel 2017, attratta dalla qualità degli incontri, dalla formazione e da una rete che andava molto oltre il piacere di ritrovarsi. Convegni dedicati alle neuroscienze e al neuromarketing, occasioni di approfondimento, webinar, attività sui territori e uno scambio continuo tra competenze diverse. Nel 2020 diventa vice delegata del Lazio, poi arriva l’elezione nel Consiglio nazionale, mentre cresce l’impegno per raccontare un territorio che sente ormai come casa, pur conservando dentro di sé la luce e il carattere della Sicilia. Le donne e il vino, oltre l’immagine della vendemmia Nel Lazio, Floriana e le altre associate hanno lavorato molto sulla comunicazione dei vitigni e dell’origine vulcanica di una parte importante del territorio. Cercando parole nuove per raccontare una regione vitivinicola spesso schiacciata dall’immagine politica e monumentale di Roma. I laghi, i suoli, l’antico Vulcano Laziale, la colata arrivata fino alla tomba di Cecilia Metella compongono una geografia più profonda, nella quale il vino diventa memoria fisica del paesaggio. È un racconto che vorrebbe restituire al Lazio la sua identità agricola mostrando anche la pluralità dell’associazione. Dentro Le Donne del Vino convivono infatti produttrici, enologhe, agronome, ristoratrici, comunicatrici, giornaliste, professioniste dell’accoglienza, tour operator e figure come Floriana, capaci di accompagnare le aziende attraverso la complessità del diritto. Ecco allora un punto focale: la donna del vino non può coincidere con l’immagine rassicurante di chi sorride in vendemmia tenendo un grappolo tra le mani. Quella fotografia racconta soltanto una parte e, troppo spesso, trascura il lavoro che tiene in piedi un’impresa ogni giorno. Floriana restituisce anche dignità anche ai ruoli amministrativi e commerciali, troppo facilmente descritti come una posizione laterale La cantina è un’azienda. Chi tiene i conti, segue l’amministrazione, organizza il lavoro o sviluppa i mercati internazionali ha una responsabilità enorme. Se una donna sceglie quel ruolo perché corrisponde alle sue capacità e alle sue aspirazioni, quella scelta possiede lo stesso valore di chi lavora in vigna o segue la produzione. La differenza vive proprio nella parola sceglie. Una figlia può raccogliere l’eredità di famiglia, costruire una propria azienda oppure seguire una strada completamente diversa, perché il fascino che avvolge il vino conserva comunque la sostanza concreta di qualsiasi attività imprenditoriale. Floriana cita giovani produttrici laziali che hanno ripreso il lavoro dei nonni, studiato all’estero, avviato nuovi progetti e diviso responsabilità con fratelli e familiari secondo inclinazioni e competenze. Storie che spostano lo sguardo dall’obbligo all’opportunità e liberano anche la tradizione da quel sottile ricatto emotivo secondo cui appartenere a una famiglia significa necessariamente continuare ciò che altri hanno iniziato. Perché Le Donne del Vino servono ancora La necessità dell’associazione emerge lontano dalle dichiarazioni solenni, dentro una situazione ordinaria. Durante la preparazione di un convegno, Floriana osserva il gruppo dei relatori e qualcuno alza la mano: nove uomini e una donna. Vi siete accorti della composizione del panel? La risposta è stata semplice: non ci avevamo pensato. È proprio questo il punto. Le donne competenti esistono, eppure spesso nessuno pensa automaticamente di coinvolgerle. Il pregiudizio più resistente possiede raramente un volto aggressivo. Vive nell’abitudine, nella ripetizione, nelle scelte compiute senza guardare davvero l’intero panorama. Passa attraverso elenchi di nomi nei quali la presenza femminile rimane un’eccezione, attraverso un incarico assegnato alla persona che viene in mente per prima, attraverso la convinzione che alcune professioni abbiano ancora un suono maschile. Le Donne del Vino servono per accendere quella lampadina, rendere visibili professionalità già formate e costruire una spontaneità nuova, capace un giorno di includere senza bisogno di contare. Nuttata persa e figlia fimmina. Mi è venuto in mente proprio parlando con Floriana. Un proverbio crudo e rurale come il vino. Non è solo della terra natale di Floriana ma in tutte le culture contadine di un epoca forse non sopita del tutto. Dietro quelle poche parole, riemerge la contabilità severa delle vecchie famiglie rurali. La nascita di una figlia veniva considerata un “magro risultato” economico, perché alla donna si attribuiva una minore capacità di sostenere i lavori più pesanti nei campi e, al momento del matrimonio, la famiglia avrebbe dovuto affrontare anche l’esborso della dote. Una formula breve teneva insieme fatica, patrimonio e destino, trasformando una bambina appena nata in un bilancio già scritto dagli altri. Eppure proprio la vita delle campagne raccontava donne impegnate nella casa, nella cura dei figli, nella terra, nella raccolta e nella continuità stessa della famiglia. Quel proverbio oggi suona come la misura della distanza percorsa e, insieme, come il segno di una mentalità che ha bisogno di essere riconosciuta ogni volta che riaffiora sotto forme più educate e moderne. Floriana ricorda un episodio di famiglia capace di rovesciare quel detto con l’immediatezza di una vignetta. Alla nascita di una bambina, mentre qualcuno si preparava forse alla delusione tramandata dall’abitudine, il padre accolse la notizia con una gioia incontenibile, come se tutta quella vecchia contabilità contadina avesse perso improvvisamente ogni significato. In quella felicità c’è già una società diversa, nella quale una figlia arriva con il proprio nome, il proprio futuro e tutte le possibilità ancora aperte. A me l’espressione quota rosa fa arrabbiare, anche perché il nome è bruttissimo. Poi mi rendo conto che, finché questa attenzione manca, certe situazioni continuano a passare nell’ombra. Il punto resta la competenza, insieme alle condizioni concrete che permettono alle persone di esprimerla. Una donna con figli, anche quando possiede preparazione ed esperienza straordinarie, ha bisogno di un’organizzazione che le consenta di partecipare a un consiglio di amministrazione, assumere una responsabilità o proseguire il proprio percorso. Aprire formalmente una porta rappresenta l’inizio; creare le condizioni per attraversarla significa trasformare un principio in realtà. In questa differenza si trova il passaggio dai diritti alle opportunità. Il diritto afferma che tutti possono partire, l’opportunità fa in modo che ciascuno possa davvero arrivare alla linea di partenza. Floriana lo conosce anche attraverso il diritto del lavoro, materia alla quale dedicò la tesi di laurea La parità di trattamento significa riconoscere gli stessi diritti anche nella diversità delle condizioni. Una maternità si gestisce, come si gestiscono gli altri passaggi della vita. Il valore professionale della persona rimane. Ho lavorato per molti anni con donne, ne ho promosse, ho affidato loro responsabilità e ho sempre trovato naturale considerare i collaboratori prima di tutto persone e professionisti. Proprio per questo mi colpisce la persistenza di certe frasi, pronunciate spesso con il tono di chi pensa di descrivere soltanto una difficoltà organizzativa: una gravidanza, un figlio che si ammala, la disponibilità di tempo, la presunta affidabilità. Ogni organizzazione affronta imprevisti, assenze e trasformazioni; attribuirli in anticipo a un genere significa usare una previsione come confine e privarsi, nel frattempo, di competenze preziose. Il linguaggio offre alle donne le stesse opportunità Il cambiamento passa anche, forse soprattutto, dalle parole, perché una professione pronunciata soltanto al maschile finisce per suggerire inconsciamente un unico volto. Floriana oggi si presenta come avvocata e intorno a quella parola ha incontrato resistenze, ironie, obiezioni fondate quasi sempre sulla sua presunta bruttezza. Suona strano perché manca l’abitudine. Poi una persona apre la porta, mi vede e dice: “Signorina, mi chiama l’avvocato?”. L’avvocata sono io. Sembrano sciocchezze, però il linguaggio può collocare una donna al centro oppure lasciarla di lato. Essere nominati significa esistere anche nell’immaginario degli altri. Una bambina che ascolta le parole enologa, agronoma, direttrice o avvocata riceve una possibilità prima ancora di ricevere un consiglio. Vede un posto che potrebbe occupare e una storia nella quale può riconoscersi. Floriana porta l’esempio di articoli nei quali uomini di rilievo vengono presentati con nome, cognome, incarico e risultati, mentre accanto a loro compaiono genericamente “due donne”, quasi che il genere bastasse a esaurirne l’identità. Quelle donne hanno un nome, una professione, una storia. Chiamarle semplicemente donne le mette ancora una volta in una posizione laterale. Anche nel vino questa visibilità produce futuro. Conoscere il percorso di Donatella Cinelli Colombini, che cercò enologhe quando quasi nessuno le richiedeva, oppure quello di Graziana Grassini offre alle nuove generazioni una prova concreta. Vedere una donna arrivata ai massimi livelli aiuta chi sta cominciando a pensare: posso farcela anch’io. Gli esempi servono proprio a questo. La rappresentazione, prima ancora di celebrare chi è arrivato, rende immaginabile il viaggio a chi deve ancora partire. Un’associazione capace di parlare a tutti L’integrazione è integrazione. L’associazione valorizza prima di tutto le competenze interne, perché molte avrebbero meno occasioni di essere conosciute, e allo stesso tempo le nostre iniziative parlano a tutti. Questa forse è la sfida più interessante per il futuro delle Donne del Vino: conservare uno spazio capace di sostenere e rappresentare le donne, portando la conversazione oltre il perimetro femminile. Perché l’uguaglianza riguarda l’intera società e ha bisogno anche di uomini disposti ad ascoltare, comprendere, cambiare abitudini e condividere responsabilità. Un’immagine composta soltanto da donne può raccontare la forza della rete; un’immagine nella quale uomini e donne costruiscono insieme il cambiamento può raccontarne l’effetto. L’associazione diventa così un ponte. Da una parte offre alle donne esempi, relazioni, formazione e fiducia; dall’altra mostra alle aziende un patrimonio di competenze che chiede di essere incontrato. Il percorso è cominciato. Esistono ancora ragazze che possono provare timore davanti agli ostacoli ed esistono realtà nelle quali il problema è molto concreto. Per questo bisogna continuare a parlarne, far conoscere chi è arrivata, mostrare alle imprese quante professionalità siano già pronte. Il vino come spazio condiviso Il vino conosce da sempre il valore delle differenze. Ogni territorio trova la propria forza nelle caratteristiche che lo rendono riconoscibile, ogni annata interpreta condizioni diverse, ogni vitigno chiede cure adatte alla propria natura. Nessun vignaiolo penserebbe di trattare allo stesso modo una vite sulla sabbia e una piantata sopra un antico suolo vulcanico; eppure, nella società, confondiamo spesso l’uguaglianza con l’omologazione. Floriana riporta il ragionamento alla sua essenza Parità significa stessi diritti, stessa retribuzione, stessi percorsi di carriera e stesse opportunità. Significa mettere le persone nelle condizioni di esprimere ciò che sanno fare. Nel calice la diversità diventa ricchezza quando riceve cura, tempo e possibilità. Lo stesso accade con il talento. Chiede di essere visto prima ancora che celebrato, ascoltato prima di essere giudicato, messo alla prova prima che un’abitudine decida quale posto assegnargli. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Occorre dare un nome alle donne de Il diritto di contare perché solo così i loro passi dentro quei corridoi può dar voce alla determinazione con cui trasformarono una presenza considerata eccezionale in una competenza indispensabile. Floriana compie lo stesso gesto ogni volta che entra in una cantina da avvocata, pronuncia il nome esatto della propria professione, porta una collega competente dentro un convegno o racconta a una giovane donna che la strada esiste e può essere percorsa. Forse il traguardo arriverà quando la presenza di una donna alla guida di una cantina, di un’impresa, di uno studio legale o di un consiglio di amministrazione smetterà di sembrare una notizia e diventerà semplicemente la conseguenza del suo valore. Fino a quel momento serviranno parole, associazioni, esempi e persino espressioni imperfette come “quote rosa”, se capaci di accendere una luce dove l’abitudine preferisce ancora la penombra. Dentro ogni calice di vino riconosco la ragione per cui continuo a raccontare queste storie: la bottiglia permette l’incontro, poi si fa da parte e lascia emergere le persone. Floriana ha attraversato territori e professioni tenendo insieme diritto, cultura e passione, e nelle sue parole rimane una verità semplice: il talento appartiene a chi lo possiede, l’opportunità appartiene alla società che sa riconoscerlo. Il futuro comincerà davvero quando una donna entrerà in una stanza e nessuno dovrà più accorgersi che è l’unica. Ci accorgeremo soltanto che era la persona giusta.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Maso Furli. A nome di chi verrà Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

Maso Furli. A nome di chi verrà

  Una valigia di cartone, un maso conquistato con il coraggio e una domanda che attraversa le generazioni. A Pressano, la storia di Marco Zanoni e di Maso Furli racconta molto più del vino: parla di eredità, libertà e di ciò che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.   La terra possiede una memoria più lunga degli uomini. Conserva il passaggio di chi è arrivato senza nulla e quello di chi ha trovato qualcosa da custodire. Trattiene le impronte, il sudore, perfino le paure. Per questo, quando si guarda una vigna abbastanza a lungo, si finisce quasi sempre per vedere molto più del vino: si vedono famiglie, scelte, rinunce, scommesse, promesse affidate a persone che ancora non sono nate. A Lavis (TN) tutto comincia con una valigia di cartone e un uomo che decide di rischiare ogni cosa per comprare un maso che non era suo ma sul quale aveva lavorato per tanti anni. Il resto della storia arriverà dopo, vendemmia dopo vendemmia, dentro la fatica di Martino Zanoni, nella libertà conquistata a caro prezzo e nella vita di un figlio che avrebbe impiegato anni per comprendere fino in fondo ciò che quella terra gli stava consegnando. Quel figlio si chiama Marco e la sua storia comincia molto prima di lui.  La valigia di Martino  Mio padre arrivò qui nei primi anni Cinquanta. Veniva da Pranzo, sopra il lago di Garda, un paese che oggi vive di turismo e allora conosceva la povertà vera. Da bambino vendeva fiori e funghi agli alberghi, cercava di portare a casa qualcosa, poi arrivò a Maso Furli e lavorò per vent’anni come mezzadro, fino al giorno in cui decise di comprare tutta la proprietà. Si prese un mutuo enorme e si giocò tutto. Quando dico tutto, intendo davvero tutto. Tutto. Un pronome che sembra banale. In fondo lo diciamo spesso anche senza che rappresenti il vero significato. È così che, forse, si finisce per attribuirgli poco peso. Giocarsi però tutto, per la generazione di Martino, significava davvero tutto. Un azzardo che voleva dire affidare il destino della famiglia alla resistenza delle proprie bracci. L’atto che era stato firmato implicava che un raccolto cattivo o un imprevisto avrebbero potuto cancellare anni di sacrifici. Martino possedeva una possibilità sola e la impegnò interamente in quel maso antico, coltivato prima per altri e infine acquistato con quella combinazione di audacia e follia che appartiene a chi vede il futuro quando gli altri vedono soltanto un debito. Non è come puntare tutto su un numero alla roulette perché nella terra serve lavoro. Ma comunque era un azzardo. In fondo, l’unico possibile per cercare un futuro migliore. Per fortuna andò bene, anche se per l’epoca lo avevano preso tutti per pazzo. Io so che posso fare il vignaiolo grazie a lui. Ho ricevuto la terra, certo, ma prima della terra ho ricevuto il suo lavoro, la sua paura e il coraggio con cui l’ha attraversata. Rispetto a quello che ha fatto mio padre, io non ho fatto nulla. Ciò che ho apprezzato di Marco è la sua pacatezza legata ad una modestia incredibile. Ha sul volto e soprattutto negli occhi, una luce che è indica come sia felice così. Per quello che ha fatto e che fa. La sua è misura morale, severità contadina che riconosce il proprio sforzo continuando comunque a giudicarlo piccolo davanti alla fame affrontata da chi è venuto prima. È così che anche l’aver costruito quasi interamente la cantina con le proprie mani è ben poco rispetto a ciò che ha ricevuto. Una eredità che non è patrimonio ma quasi un intimo debito. È così che l’aggiungere qualcosa non può e non deve tradire ciò che si è ricevuto.  L’Alsazia e la lampadina  Per molti anni Marco coltiva le vigne di famiglia e conferisce le uve alla cantina sociale. Il vino imbottigliato porta il nome di altri, mentre dentro la sua testa girano soprattutto motori, ingranaggi e una incredibile curiosità meccanica che ancora oggi lo spingerebbe a smontare un motore fino all’ultimo bullone pur di comprenderne il funzionamento. Magari la sua idea di vino nasce prorpio dalla necessità di conoscere ogni passaggio rifiutando di considerare misterioso ciò che richiede applicazione, precisione e responsabilità.  Fino a ventidue o ventitré anni non avrei mai pensato di fare vino. Coltivavo i vigneti di mio padre, consegnavo le uve e immaginavo una vita diversa. Poi frequentai alcuni corsi all’Istituto di San Michele e partecipai a un viaggio in Alsazia organizzato da Peter Dipoli. Assaggiai vini che mi stregarono, vini nei quali ogni varietà conservava un’integrità e una chiarezza impressionanti. Tornai a casa con una lampadina accesa e dissi a mio padre: voglio fare il vino. Martino aveva trascorso una vita a conquistare una forma di stabilità e ora quel figlio appassionato di motociclette, privo di studi enologici, voleva riportare il rischio dentro casa proprio quando il mutuo cominciava finalmente a pesare meno. La rabbia del padre conteneva la paura di chi conosce il prezzo di ogni sicurezza; la scelta del figlio conteneva già l’impossibilità di tornare indietro.  Mio padre era arrabbiato nero e, guardando le cose dal suo punto di vista, aveva ragione. Pensava: ho faticato per decenni, finalmente vedo un po’ di luce e questo adesso vuole incasinarmi di nuovo la vita. Io mi rimboccai le maniche, sistemai personalmente una parte del maso e cominciai a vinificare piccole quantità. Francesco Polastri mi accompagnò con una competenza straordinaria e una grande libertà mentale. Piano piano quelle bottiglie cominciarono a piacere e capii che quella lampadina non si era accesa per caso.  Maso Furli avvia ufficialmente la produzione nel 1997 e rimane deliberatamente piccola, con circa tre ettari lavorati da Marco, rese contenute e una produzione tra dodicimila e quattordicimila bottiglie. La dimensione è una scelta puramente imprenditoriale prima di essere agricola: conoscere ogni vigna, seguire ogni passaggio e trasformare il limite in valore proprio mentre l’economia invita a crescere, aumentare e occupare altro spazio.  Potrei comunicare di più e aumentare il valore riconosciuto a ogni bottiglia, su questo mio figlio ha ragione. Aumentare la produzione, invece, cambierebbe la natura di ciò che faccio. Se ho scelto di evitarlo per trent’anni, sarebbe assurdo farlo adesso. La pietra, le mani, la misura  La medesima coerenza attraversa la cantina realizzata a partire dal 2016. Un’opera che Marco avrebbe potuto affidare ad altri ma che ha scelto di costruire insieme ai figli, dalle fondazioni alle armature, recuperando il sasso del luogo affinché l’edificio nascesse dalla terra invece di limitarsi a occuparla. Un gesto concreto, perfino scomodo, di sostenibilità vera. I sassi della terra, di quella terra. Di nessun’altra.  Il novantotto per cento del lavoro l’abbiamo fatto noi. Volevo una cantina in sasso, con la pietra del posto. Dormo poco, lavoro tanto e quando decido che una cosa deve essere fatta in un certo modo continuo fino a quando prende la forma che avevo immaginato. La tranquillità di Marco appartiene alla voce; sotto quella superficie lavora un’inquietudine instancabile che pretende di capire, correggere e migliorare. I suoi vini possiedono una tensione simile: all’inizio sembrano raccolti, poi occupano il palato con lentezza e mostrano una profondità che rifiuta l’effetto immediato.  Il Gewürztraminer 2016, il carattere dietro la calma  Il Gewürztraminer 2016 gira nel bicchiere mentre il racconto torna all’Alsazia. Più si apre, più riconosco la distanza tra ciò che Marco mostra subito e ciò che custodisce. Il paglierino tende verso l’oro, luminoso e pulito, come se dieci anni avessero concentrato la luce invece di spegnerla. Arrivano pesca e pera, nitide, poi la cera d’api porta qualcosa di manuale e antico, il ricordo di una materia lavorata lentamente; con il calore emergono rosa, burro, mela e una vaniglia discreta, mentre una lama fresca rimette ogni volta il sorso in movimento e impedisce alla ricchezza di diventare compiacimento.  In bocca è vivo, pungente nella parte vegetale, largo eppure asciutto. Il finale mandorlato, quasi amarognolo, compare proprio quando potrebbe cedere alla propria aromaticità e lascia sul palato una piccola ferita, una tensione che spinge a tornare al bicchiere. È divisivo nel senso più nobile: possiede una fisionomia, cerca un interlocutore più che un consenso e accetta il rischio di piacere meno pur di rimanere fedele a sé stesso. La pacatezza di Marco funziona allo stesso modo: sotto l’eleganza conserva la durezza del lavoro e una determinazione feroce nella precisione.  Terra e responsabilità  Sotto i filari Marco lavora il terreno con l’aratro, limita il passaggio del trattore, evita la cimatura e ricorre a rame e zolfo per la difesa. La biodinamica lo affascina, ne ha seguito corsi e utilizza alcuni preparati, osserva la luna nei travasi e nelle prime fermentazioni, ma rifiuta di attribuirsi un’identità che sente di non avere ancora compreso abbastanza: per lui ogni definizione comporta un dovere.  In vigna e in cantina cerco di intervenire il meno possibile, ma il meno possibile richiede molta più attenzione. Quando sento giustificare una volatile alta o un difetto dicendo che si lascia fare alla natura, per me qualcosa non torna. Anche una pasta ottenuta da un grano eccezionale diventa pessima se viene buttata nell’acqua fredda. Il vino nasce attraverso un processo e quel processo richiede testa, attenzione e conoscenza. Marco sottrae così la parola naturale a ogni alibi. Ridurre gli interventi significa aumentare la responsabilità, conoscere meglio la materia e accompagnarla senza abbandonarla. La libertà, nel suo modo di fare vino, coincide con la competenza.  Lo Chardonnay 2024 e il paesaggio nel sorso  Lo Chardonnay 2024 raccoglie questo pensiero e lo trasforma in un paesaggio che si può bere. Il colore è paglierino, pulito, attraversato da una luce netta; il limone arriva fresco e pieno, seguito dagli agrumi e da una frutta tropicale misurata, poi la mineralità diventa così intensa da sfiorare il salmastro, quasi il ricordo fisico di un mare antico custodito nella pietra. Le erbe e un soffio balsamico tengono il vino aperto e lo rendono verticale prima ancora che il sorso tocchi la bocca.  Lì la verticalità cambia forma, parte tesa e presto si allarga, mentre il limone diventa maturo, arrossato dal sole, e la frutta tropicale si avvicina al mango senza portare peso. È libero di accompagnare una cucina ambiziosa e di sedersi con la stessa dignità accanto alle patatine di un aperitivo, perché la qualità autentica non teme la semplicità. Uno Chardonnay come Cristo comanda. Una frase ruvida lo riconosco, ma così conserva meglio di ogni formula elegante la gioia dell’assaggio.  Il Manzoni Bianco 2022, il desiderio di compagnia  Il Manzoni Bianco 2022 cambia il tono e conduce dalla responsabilità alla condivisione. Nel bicchiere appare terso come acqua alpina, con acacia, lime, mela verde, fiori, erbe di montagna e una frutta tropicale discreta; la vena balsamica allarga il respiro e la mineralità prepara già una spina sapida. Nessun aroma reclama il centro, ognuno accetta di esistere accanto agli altri, come persone diverse intorno alla stessa tavola.  Il sorso è ampio, sapido e fresco, pulito dall’agrume e sostenuto da una persistenza che cresce senza irrigidirsi. Il finale di mandorla accende il desiderio di condividerlo con speck, polenta o semplicemente una conversazione che nessuno abbia voglia di concludere. La bottiglia sembra incompleta se bevuta da soli, perché contiene una generosità che acquista significato soltanto quando viene distribuita.  Ho piantato il Manzoni nel 2005 perché lo considero una varietà straordinaria. Produce poco, però possiede una capacità espressiva e una tenuta che meritavano fiducia. Vent’anni di lavoro mi hanno insegnato che una vigna va ascoltata a lungo prima di essere capita. Il Manzoni Bianco 2010 e ciò che resiste  Il tempo ritorna nel mutuo di Martino, nelle vecchie vigne, nella cantina costruita in quattro anni, nei clienti rimasti per decenni e nei figli ai quali Marco vorrebbe consegnare una possibilità senza trasformarla in obbligo. Il Manzoni Bianco 2010 raccoglie tutte queste linee. Sedici anni dovrebbero portarlo verso il passato, eppure il colore conserva un riflesso quasi verdognolo e una luminosità che contraddicono il calendario; l’agrume è vivo, camomilla e acacia emergono insieme a mela trentina, pera, pesca bianca e frutta tropicale. La nota balsamica amplia ogni profumo, poi arrivano menta, limone e mandorla.  In bocca la freschezza si è fatta morbida senza perdere forza, levigata come marmo sul quale l’acqua continua a scorrere. Miele e limone rimangono insieme, pera e ananas si rincorrono ai fiori, la sapidità conserva energia e la materia si espande con una pienezza tattile. La persistenza torna molto dopo la deglutizione e si fa memoria. Aprire la bottiglia provoca quasi rimorso, perché avrebbe potuto proseguire e perché rende fisica la distanza fra un gesto e il suo compimento: Martino firmò per un futuro che avrebbe visto soltanto in parte, Marco crea vini destinati a durare oltre il tempo necessario per venderli, i figli tengono fra le mani il diritto di scegliere.  Preferisco che all’apertura il vino sia raccolto e che l’ossigeno gli permetta di esprimersi lentamente, perché così può vivere quindici, venti, forse venticinque anni. Voglio che abbia spazio davanti a sé. Spazio davanti a sé potrebbe essere la definizione del vino e insieme il desiderio di un padre. La longevità, qui, non coincide con la sopravvivenza, ma con la capacità di trasformare gli anni in significato.  Il Gewürztraminer 2023 e il futuro indecifrabile  Il Gewürztraminer 2023 porta l’energia di ciò che cerca ancora la propria forma. Pompelmo, kiwi, mela, zest di limone, tiglio, camomilla e fiore di mandorlo si accompagnano a salvia, menta ed erba di campo. In bocca l’aromaticità prende slancio e incontra subito una sapidità quasi salata, capace di contrastare il ricordo di miele, più floreale che dolce. Il finale amarognolo lascia il palato pulito e pronto a ripartire. Il vitigno è chiaro, l’effetto rompe l’attesa: secco, verticale ma ampio, preciso senza diventare prevedibile.  Accanto al 2016, il 2023 evita ogni semplice successione di annate. Il primo mostra ciò che il tempo può scavare, il secondo conserva la tensione di una domanda appena formulata; insieme raccontano un pensiero iniziato in Alsazia e portato a Pressano, misurato contro queste vigne e reso duro, minerale, caldo, profondamente personale.  Il Sauvignon 2024. L’eleganza della precisione Il Sauvignon 2024 appena entra nel bicchiere ha già la sua identità che sa dì frutta tropicale, agrumi, note erbace. Un profilo aromatico che racconta con precisione il carattere del vitigno. Tutto appare nitido, leggibile, quasi inevitabile. Ogni profumo trova il proprio posto senza sovrapporsi agli altri. Al palato la promossa viene mantenuta. La sapidità entra subito in scena e l’acidità vibra di energia e profondità così che il sorso rimanga sempre agile. Ciò che lascia dietro è una scia agrumata e minerale che rimane a lungo. Sembra che il tempo dell’assaggio si allunga e muta cambiando sfumatura così che il nuovo sorso diventa scoperta necessaria. Trovo in questo Sauvignon una caratteristica che appartiene anche a Marco. Se c’è chi confonde la complessità con la confusione e l’originalità per eccentricità, lui continua a cercare la precisione. Riduce le rese, aspetta la maturazione corretta, costruisce lentamente e lascia sia il vino a parlare. In questo Sauvignon non ci sono effetti speciali o sorprese. C’è verità. Che è anche eleganza. I figli e la luce che non si può imporre  Il futuro entra attraverso tre figli che hanno lavorato alla cantina e possiedono oggi la libertà che Martino ebbe in misura minore. Uno coltiva vigne ma non ama vinificare, la figlia studia ingegneria industriale e ama i vini, il più giovane lavora nella consulenza alle imprese e vede nel maso un potenziale ancora inespresso. Nessuno, per ora, ha scelto interamente la strada del padre.  Spero che prima o poi a uno dei tre si accenda la stessa lampadina che si è accesa a me. Sarebbe una gioia, però questo lavoro deve piacere. Se quella luce arriverà, sarò felice. Deve arrivare da loro. Nel desiderio di Marco abita anche il rispetto, perché nessun padre può avvitare una lampadina nella vita dei figli. Martino avrebbe voluto sottrarlo al rischio e finì per assistere alla nascita di Maso Furli; Marco vorrebbe consegnare il maso e sceglie di lasciare ai figli la libertà di voltarsi altrove. La continuità familiare, liberata dalla retorica, è lo spazio doloroso tra la speranza di essere seguiti e la dignità di permettere a chi viene dopo di scegliere.  Gli piacerebbe produrre una bolla capace di riposare cinque o sei anni sui lieviti, ma conosce il decennio necessario per progettare un vigneto e comprenderlo, così frena un desiderio che rischierebbe di pesare sulle generazioni successive. Anche rinunciare, qualche volta, è capacità d’impresa: immaginare appartiene al coraggio, comprendere il peso futuro di un progetto appartiene alla responsabilità.  Una luce lasciata accesa  La storia di Maso Furli rimane sospesa tra due luci: quella che Martino vide apparire lentamente alla fine di un mutuo affrontato con il lavoro di una vita e quella accesa dentro Marco durante il viaggio in Alsazia. Fra loro scorrono le pietre del maso, i filari rinnovati, il vecchio Chardonnay, il Manzoni piantato nel 2005, la cantina costruita insieme ai figli e bottiglie capaci di resistere ben oltre il tempo richiesto per venderle.  Martino arrivò con una valigia di cartone e nessuna certezza, Marco ha trasformato quel rischio in una forma personale di bellezza e ora protegge il diritto dei figli di accogliere oppure cambiare quell’eredità. Nel mezzo rimane la terra, che riceve il lavoro senza promettere riconoscenza, conserva le tracce senza spiegare a chi apparterranno domani e ogni primavera ricomincia, offrendo germogli anche quando nessuno sa chi sarà chiamato a vendemmiarli.  Rimane una domanda, forse la sola alla quale questa storia non deve ancora rispondere: che cosa siamo davvero chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi? Una proprietà, un mestiere, un nome da difendere, oppure la libertà di riconoscere quella luce e darle una forma nuova? Marco ha ricevuto una terra pagata con la paura e il coraggio di Martino, l’ha attraversata con le proprie mani e l’ha trasformata in vini capaci di attendere; i figli riceveranno anche il diritto di scegliere. Forse l’eredità più alta abita proprio in questo gesto, nel preparare qualcosa che possa continuare diversamente da come lo avevamo immaginato, sapendo che custodire non significa trattenere e che il futuro comincia quando smettiamo di chiedergli di somigliare a noi. Quando arriverà il momento di consegnare ciò che abbiamo amato, sapremo lasciare accesa la luce senza decidere chi dovrà seguirla?      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta Arrow Right Top Bg

18 Settembre, 2026

Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta

  Un uomo può perdere quasi tutto e continuare ad alzarsi presto, controllare il cielo, seguire il lavoro in vigna, rispondere al telefono, partire per Roma, tornare a Sessa Aurunca. In tutto questo, tenere aperta la porta di una cantina che porta il nome di sua moglie. Fabrizio Fiorenza vive dentro una vita alla quale sembra opporre poca resistenza. Non fosse altro per permettere a Masseria Felicia di avere ancora un domani. Una storia intensa di amore, coraggio e appartenenza nel cuore del Falerno del Massico. Masseria Felicia è la  masseria rosa posta alle falde del Monte Massico, nell’antico Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina alle spalle e il Tirreno a pochi chilometri. Qui il paesaggio ha accumulato strati di tufo grigio, pomici, cenere, vento e storie familiari; la vigna più importante dell’azienda cresce perfino sopra un terreno appartenuto al nonno paterno di Fabrizio, perduto a carte contro un barone e tornato, attraverso una concatenazione che sembra scritta da un romanziere, nella sua vita. Questa cosa l’abbiamo scoperta dopo. La vigna dell’Etichetta Bronzo era su un terreno di mio nonno. L’aveva perso a carte. Le coincidenze per me nemmeno esistono: sono cose che si incastrano perché lì ci devi stare. La terra aveva atteso.  Prima di ritrovare Fabrizio la terra era passata per Alessandro Brini, padre di Felicia, rappresentante di materiale tecnico industriale a Napoli e uomo legato a queste campagne da un desiderio antico. Comprò il casale nel quale suo padre aveva lavorato come colono, a duecento metri dalla casa di famiglia, quasi volesse riscattarne insieme ai muri la vita trascorsa dentro di essi. Nel 1995 reimpiantò un ettaro e mezzo con Aglianico e Piedirosso trovando spazio anche per la Falanghina. Voleva fare vino come lo avevano fatto suo padre e i suoi fratelli, dapprima per sé, senza intuire che quel gesto avrebbe cambiato il destino della famiglia. La prima vendemmia arrivò nel 1999. Poche bottiglie, una cantina ricavata sotto casa, la grotta, l’anticantina, l’incoscienza felice degli inizi. L’agronomo Nicola Trabucco conosceva profondamente il territorio e desiderava misurarsi con l’enologia. Il Falerno del Massico in quegli anni viveva soprattutto nei nomi di Moio e Villa Matilde. Attorno restavano vigne, memoria e un’identità ancora priva di una voce collettiva. Trabucco propose di rivendicare la denominazione. Alessandro accettò. Felicia entrò nella storia con la rapidità delle persone che riconoscono il proprio posto prima che gli altri riescano a vederlo. Felicia lavorava nella pubblicità. Con il suo art director fece l’etichetta. La tipografia ne stampò una parte con la lamina bronzo e una parte opaca. Avevamo due vini, uno passato nel legno e uno rimasto in acciaio, così usammo le etichette diverse per distinguerli. Etichetta Bronzo nacque anche da quell’errore. L’errore diventò un nome. Il nome diventò un caso. Alla manifestazione dedicata al Falerno organizzata dalla Camera di Commercio di Caserta, il vino della vendemmia 2000 conquistò cuochi e giornalisti. Tre bottiglie partirono verso una degustazione internazionale e tornarono sotto forma di un punteggio capace di spalancare il mondo: 95. Il fax cominciò a sputare fogli, il telefono a ricevere chiamate dall’estero, mentre in famiglia si cercava perfino di capire come spedire quelle millecinquecento bottiglie richieste dall’Arabia Saudita e da mercati fino al giorno prima impensabili. Pensavamo fosse una pubblicità o un listino. Poi iniziarono a chiamarci da tutto il mondo. Dicevamo: guardate, abbiamo mille bottiglie e nemmeno sappiamo come mandarvele. Loro pensavano che volessimo fare cartello sul prezzo. La verità era molto più semplice: eravamo impreparati a un successo del genere. Una cantina può crescere in fretta, la vocazione chiede invece tempo. Felicia lasciò la città, sposò Fabrizio, diventò madre di Alice e si dedicò con suo padre alla costruzione dell’azienda. Fabrizio, laureando in ingegneria meccanica, sistemista informatico, insegnante in palestra e fotografo nei matrimoni, continuava a fare avanti e indietro da Roma. Poi mollò tutto per partecipare al progetto. Felicia aveva conosciuto quelle campagne da bambina e aveva conosciuto Fabrizio quasi nello stesso tempo. Come nei romanzi, esistono fotografie in cui giocano insieme, anni prima di ritrovarsi nel luglio del 1999 a un matrimonio dove lui scattava immagini e lei era invitata.  La vita li aveva fatti passare uno accanto all’altra, poi aveva unito ogni filo nella stessa casa. Masseria Felicia: il nome di una donna, il lavoro di una famiglia. Felicia divenne una delle prime donne a imprimere una voce personale al Falerno del Massico e contribuì alla nascita di una coscienza territoriale, al consorzio, al racconto di una denominazione che aveva bisogno di uscire dalla citazione antiquaria e tornare materia viva. I nuovi vigneti, pur vicini tra loro, restituivano caratteri diversi; invece di forzarli dentro un’unica etichetta, lei ne ascoltava le differenze. Da quella capacità nacquero vini distinti, ciascuno legato a una parcella, a un’esposizione, alla risposta di un’annata. Aveva raggiunto una dimestichezza impressionante. Sapeva quello che voleva dai suoi vini e riusciva a trasferirlo dentro il bicchiere. Assaggiava e diceva: quest’anno facciamo così, mettiamo questo qui, aspettiamo. Aveva un legame fortissimo con i suoi prodotti. Ascolto Fabrizio che ne parla attraverso l’ammirazione prima ancora che attraverso il dolore. Recita ogni capacità di Felicia come si conserva una voce registrata nella memoria: la sicurezza negli assemblaggi, l’istinto sui bianchi, il coraggio di allontanarsi da un protocollo quando il vino chiedeva un’altra strada. Amare qualcuno significa anche conoscere la parte nella quale ci supera e continuare a esserne fieri quando quella superiorità diventa assenza. Felicia morì improvvisamente. Ho voluto una frase così secca perché la morte, ancor peggio quando è improvvisa, è dura, crudele, ingiusta. La frase occupa lo spazio di tre parole ma divide tutto. Il prima era un’impresa familiare lanciata nel futuro; il dopo diventò una casa attraversata dalla mancanza, un padre incapace di superare la perdita della figlia, una ragazza ancora minorenne, un’azienda sospesa fra norme, successione e vini fermi in cantina. Alessandro, il padre di Felicia, seguì la figlia due anni più tardi, spezzato da una storia clinica complessa e da un lutto che aveva scavato più a fondo della malattia. Per quasi due anni siamo rimasti fermi. Alice era minorenne.  Io con la mia posizione professionale non potevo figurare come imprenditore agricolo. L’eredità era bloccata. Secondo lo Stato non avremmo potuto nemmeno curare le vigne, assumere gli operai, mandare avanti il lavoro. Sembra qualcosa di kafkiano. La burocrazia, la necessità di dover continuare un lavoro, una figlia da crescere, la solitudine. Forse non c’era neanche il tempo per il dolore. Nel frattempo, la vigna continuava, insesorabilmente, a crescere. La burocrazia sa sospendere un’impresa mentre le stagioni ignorano i timbri. Per fortuna, i lavoratori scelsero di restare, legando la propria dignità alla sopravvivenza di quel luogo. I ragazzi dissero: siamo qui da dieci anni, non ti voltiamo le spalle adesso. Ci siamo rimboccati le maniche tutti insieme e abbiamo ricominciato. Ecco che, come accade, meno male spesso, l’azienda non coincidere solo con la proprietà. Si trasforma in comunità. Nessun proclama sulla resilienza, parola consumata proprio da chi ha conosciuto poco il dolore; soltanto persone che curano i filari perché abbandonarli avrebbe significato lasciare morire anche il lavoro di Felicia.  In questo contesto di difficoltà e solitudine, Fabrizio avrebbe potuto vendere, liberarsi di una responsabilità enorme e tornare senza particolari deviazioni al mestiere di ingegnere. La vendita avrebbe portato estranei a pochi metri dalla casa della suocera, ma la ragione decisiva abitava altrove. Vendere non è mai stata un’opzione. Ho visto il lavoro che c’è stato dietro da parte di Felicia e di suo padre. Piuttosto ho pensato di rinunciare a una parte del mio lavoro e capire come rimettere in marcia questa cosa. La fedeltà possiede spesso una forma poco spettacolare: doppio lavoro, trasferte, contabilità, potature, decisioni prese la sera, paura di sbagliare il vino di chi sapeva farlo meglio di te. Fabrizio lavora ancora come libero professionista, ha spostato lo studio a casa, divide la settimana fra la cantina e Roma, dove Alice frequenta l’università. La Masseria porta il nome della madre e appartiene alla figlia; lui la conduce sapendo che il proprio compito consiste nel consegnare una possibilità, mai un debito. Fatti il tuo percorso, fai quello che vuoi. Poi questa è tua. Un giorno deciderai se venderla oppure tornare qui e continuare quello che era il sogno di tua madre. Alice ha ventidue anni e il dolore conserva ancora stanze nelle quali entrare costa troppo. Fabrizio lo comprende. La speranza di vederla tornare resta vicina e silenziosa, privata di ogni ricatto affettivo. Un’eredità diventa amore soltanto quando lascia libero chi la riceve. I vini di Masseria Felicia: raccontare una promessa Vorrei portare i vini di Masseria Felicia nel racconto già prima che compaiano nel bicchiere perché è come se abbiano già attraversato queste righe insieme alle persone che li hanno immaginati, alle vigne che li hanno generati, alle stagioni che li hanno accompagnati. Hanno respirato il vento che sale dal Tirreno, hanno assorbito il calore antico del Roccamonfina, hanno osservato le stesse albe che per anni hanno accolto il lavoro di una famiglia. Per questo, quando finalmente arrivano nel calice, non sembrano semplici vini. Sembrano memoria liquida. Etichetta Bronzo è il luogo dove tutto comincia. Dentro quel vino vive ancora l’entusiasmo degli inizi, l’incoscienza delle prime vendemmie, la sorpresa di un sogno che improvvisamente trova una voce capace di farsi ascoltare lontano da queste colline. L’amarena matura, la prugna, le erbe mediterranee, la cenere e la profondità vulcanica del territorio si rincorrono in una materia generosa che il tempo continua a scolpire anno dopo anno. Le vecchie annate sembrano aprire lentamente uno scrigno di ricordi, lasciando emergere tabacco, spezie, sottobosco e frutta scura. Non entrano nel bicchiere con impeto. Arrivano come arrivano certe verità: lentamente. Etichetta Bronzo è il Falerno del Massico DOC 2017 da Aglianico (80%) e Piedirosso (20%). Affinamento in Barrique e Tonneaux per circa un anno poi vetro per un ulteriore anno. Abbiamo aperto un 2004 e aveva raggiunto un equilibrio meraviglioso, rotondo, pieno, con tremila sfaccettature. Poi assaggi il 2017 e capisci che è buono, ma ha ancora molta strada. I nostri vini hanno bisogno di tempo. Il tempo. Ogni volta si torna lì. Come se queste vigne avessero imparato che la fretta appartiene agli uomini, mentre la profondità appartiene alle radici. Dentro la stessa corrente scorre Anthologia. Qui tutto diventa più sottile. La Falanghina si muove come una luce che attraversa lentamente una stanza. Il cedro, la mela gialla, la ginestra, la mandorla e quella sapidità che sembra portare con sé il ricordo del mare costruiscono un vino che non cerca di essere protagonista. Preferisce restare accanto. Accompagnare. Svelarsi poco alla volta. Sui bianchi Felicia aveva una sensibilità incredibile. L’enologo praticamente non li toccava più. Si faceva i suoi tagli, decideva gli affinamenti, assaggiava e capiva dove voleva arrivare. Anthologia conserva qualcosa di quella sensibilità. Non perché voglia raccontarla, ma perché sembra averla assorbita. Ogni sorso possiede la calma delle cose che conoscono la propria direzione e non sentono il bisogno di dimostrarla. Poi arriva Io Posso e il racconto si apre verso il futuro. Per anni il Piedirosso ha camminato accanto all’Aglianico, compagno fedele e silenzioso, presenza costante all’interno della storia del Falerno. Qui trova invece una voce tutta sua. Le ciliegie croccanti, il melograno, il ribes rosso, le erbe spontanee e la tessitura minerale dei terreni vulcanici compongono un vino attraversato dalla luce, dalla freschezza e da una naturale eleganza che non ha bisogno di esibire forza per farsi ricordare. Il sorso procede con sicurezza e leggerezza insieme, come se conoscesse perfettamente il luogo dal quale proviene. Io non voglio andare dietro alle mode. Voglio che il vino continui a raccontare il territorio. Forse è proprio qui che si nasconde il significato più profondo di questo vino. Nella scelta di restare fedeli alla propria voce quando tutto invita ad assomigliarsi. Nella convinzione che l’identità abbia ancora un valore. Nella fiducia che una terra, se ascoltata davvero, sappia trovare da sola il modo di raccontarsi. E allora i tre vini non possono essere semplici etichette. Etichetta Bronzo custodisce il coraggio di cominciare. Anthologia custodisce la sensibilità necessaria per trasformare una terra in un linguaggio. Io Posso custodisce il coraggio di continuare. Tutti custodiscono qualcosa e non solo l’idea di Felicia. Custodiscono il ricordo insieme alla voglia di portarlo nel futuro. Io principalmente una cosa non la voglio abbandonare: l’idea di portare in bottiglia l’espressione del territorio. Questa è la cosa che ha sempre caratterizzato i nostri vini. Se una vendemmia è stata difficile e il vino viene diverso, va bene così. Racconta quello che è successo. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta dei nostri vini: li riconoscevi, capivi da dove venivano. La promessa che attraversa Masseria Felicia, è tutta qui. Nel rifiuto di cancellare le tracce del tempo. Nella volontà di lasciare che ogni annata conservi il proprio carattere, che ogni vigna mantenga la propria voce, che ogni vino continui a portare impressa la memoria dell’anno, della terra e delle persone che l’hanno accompagnato. Se fai così hai vinto. Perché il vino dice da dove viene. Le sue parole restano nell’aria anche quando il bicchiere è vuoto. Come restano le promesse vere. Quelle che attraversano gli anni, cambiano volto, passano di mano in mano e continuano a vivere senza bisogno di essere ripetute. Quelle che, tra il Massico e il mare, hanno trovato casa dentro una vigna e continuano a raccontarsi vendemmia dopo vendemmia. Restare fedeli mentre tutto cambia Il Falerno del Massico attraversa, e non da poco, una stagione fragile. L’entusiasmo ha moltiplicato le aziende, la contrazione del mercato ne ha ridotto il numero, alcune bottiglie finiscono a prezzi incapaci di sostenere il lavoro e uve, arrivate da altrove, minacciano di confondere il legame con l’origine. Il vino rosso potente incontra consumatori attratti da leggerezza e immediatezza, mentre il clima sposta maturazioni, acidità, gradazioni e tempi di raccolta. Fabrizio osserva tutto questo con lo sguardo dell’imprenditore, conosce la necessità di ricostruire distribuzione e mercati perduti durante la pausa, stima in anni il lavoro necessario e rifiuta di rispondere alla crisi svendendo il carattere della masseria. Eravamo arrivati a quaranta produttori, adesso siamo molti meno. Qualcuno chiude, qualcuno vende bottiglie a due euro e distrugge il lavoro fatto sul territorio. Fare vino sembra facile finché non inizi davvero. Il Falerno, poi, chiede esperienza e tempo. La capacità d’impresa di Fabrizio vive in questo equilibrio difficile: garantire sostenibilità economica, ridare ossigeno alla rete commerciale, ascoltare i gusti nuovi e continuare a produrre un vino riconoscibile. Nessuna nostalgia sterile per il passato, nessuna resa al presente. La masseria riparte da circa dodicimila bottiglie e da tre ettari e mezzo direttamente gestiti, con l’ambizione concreta di ricostruire i rapporti in Italia e all’estero, recuperare libertà decisionale e permettere alla cantina di sostenere chi la custodisce. Il mio mestiere mi piace e oggi mi dà da mangiare. Però sto lavorando perché la cantina torni ad avere un’autonomia, perché un giorno io possa scegliere di dedicarle più tempo. Voglio riportarla in auge e ristabilire un discorso commerciale serio. Imparare, per lui, significa sedersi accanto all’enologo Vincenzo Mercurio, ascoltare, discutere le vigne, capire perché una massa chiede una scelta e un’altra la respinge. Significa accettare di dipendere ancora da una competenza esterna e trasformare quella dipendenza in crescita. Fabrizio non vuole essere leader, stratega, imprenditore. Ha in se una sorta di fragilità diventata forza, amore, conoscenza. Io ne so molto, ma dipendo ancora dall’enologo. Con Vincenzo condividiamo la sensibilità per il territorio e l’idea che il vino si faccia in vigna, lasciando alla cantina il minimo lavoro possibile. Quando viene parliamo, mi fa capire. Sto crescendo anch’io. Le parole di Felicia abitano ancora quel confronto. Fabrizio le riconosce, evita di travestirsi da lei e costruisce una voce propria. Il lutto pretende spesso una fedeltà impossibile: restare identici per dimostrare amore. Lui ha scelto una fedeltà più adulta, capace di cambiare e di assumersi la colpa che accompagna ogni nuovo inizio. Mi dicevano: continui, ma i vini saranno diversi. Certo che saranno diversi. Era lei a farli, era lei ad avere quel sogno e quel modo di vedere le cose. Però allora dovevamo far morire tutto? Le cose succedono. Sarà diverso, ma continuerà sulla strada che abbiamo aperto. Continuare. Un verbo che contiene la parte più autentica, più vera e sincera di Fabrizio. Nessuna certezza sul ritorno di Alice, nessuna garanzia che il mercato restituisca ciò che ha tolto, nessuna illusione di replicare la mano di Felicia. Soltanto la decisione di consegnare al giorno successivo una cantina ancora viva. I ricordi vanno ancora alla vigna dell’Etichetta Bronzo. Apparteneva al nonno, passò ad un barone sopra un tavolo da gioco, venne riscattata da un’altra famiglia e oggi cresce sotto le mani di un uomo che la cura per una figlia. In quel fazzoletto di terra, che importanza può avere il possesso? Semmai restano le persone che lo hanno attraversato e la responsabilità temporanea di chi lo tiene fertile per chi verrà. Fabrizio avrebbe potuto chiudere la porta il giorno in cui Felicia se n’è andata. Avrebbe avuto ogni assoluzione. Invece l’ha lasciata aperta, ha permesso ai lavoratori di tornare, al vino di continuare il proprio riposo, alla madre di Felicia di abitare ancora la casa, ad Alice di conservare una scelta, perfino a se stesso di scoprire quale uomo sarebbe diventato dopo la perdita. Finché posso, io continuo. Poi sarà Alice a decidere. Anche se un giorno vendessimo l’uva e facessimo soltanto poche bottiglie per noi, questa storia rimarrebbe qui. Il dolore ha cambiato il vino, il lavoro, la famiglia e perfino il futuro, ma non è riuscito a chiudere quella porta. Forse l’amore adulto finisce qui, nel gesto di prendersi cura di ciò che l’altra persona avrebbe voluto vivo, accettando che assumerà una forma diversa. Fabrizio resta davanti a quella forma mentre cambia, la studia, la protegge, a volte la teme. Ogni vendemmia gli restituisce una domanda alla quale nessuno può rispondere al posto suo: quanto di Felicia deve rimanere e quanto di Fabrizio ha finalmente il diritto di entrare? La risposta matura lentamente nelle bottiglie, sotto la casa, dentro la grotta dalla quale tutto cominciò. Un giorno Alice tornerà oppure sceglierà altrove. In entrambi i casi troverà una porta aperta e un uomo che ha difeso per lei il diritto di decidere. Allora comprenderà che suo padre non le ha lasciato soltanto vigne, muri e vino. Le ha lasciato intatto il sogno di sua madre, senza trasformarlo in una catena. Masseria Felicia porta il nome di chi manca. Oggi vive grazie a chi avrebbe potuto andarsene. Tra questi due estremi, il Falerno del Massico continua a riempire i bicchieri e a pronunciare, vendemmia dopo vendemmia, la parola che Fabrizio non ha mai avuto bisogno di promettere: domani.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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16 Settembre, 2026

Hic et nunc. L’arte di essere presenti

Nel Monferrato, Massimo Rosolen ha trasformato una scelta radicale in Hic et Nunc, cantina dedicata al Grignolino, al Cortese e ai vitigni autoctoni. Una storia di terra, vino e coraggio, nata dal desiderio di non rimandare più la vita.     Non ti chiedere cosa può accadere domani. Qualunque giorno il destino ti dona, vivilo come un guadagno. Smettere di aver paura del domani, di quello che avverrà, di quel che sarà. Godere del presente così da costruire veramente il futuro. Bello l’insegnamento di Orazio. Sapete, è un po’ come quando una coppia continua a stare insieme sperando che il futuro sia meglio del presente. Rimangono legati non perché stiano bene ma perché sperano che le cose si risolvano. Solo che non solo non si risolvono per il semplice motivo che un vaso rotto non può mai tornare come prima, ma anche perché il presente, la vita, non la si vive appieno. Una volta la mia amica Alessia, avvocato che seguì il divorzio, mi disse che separandoci avevamo fatto il gesto d’amore più grande verso nostro figlio. Le diedi ragione, subito. Oggi e adesso non è la cultura di chiudere gli occhi e non guardare al futuro. Al contrario, è godere appieno del presente per costruire un futuro migliore. Massimo Rosolen ha costruito su questa verità semplice e vertiginosa, un’intera filosofia d’impresa. Avendolo conosciuto, dubito sia per vezzo letterario. Semmai per arrivare a considerare il vino come vero atto d’amore. In questo contesto, la sua azienda, non può che chiamarsi hic et nunc. Qui e ora. In questo momento, in questo luogo. Forse solo qui e solo ora. Il luogo è il Monferrato. Quello vero, quello selvatico, quello che non ha ancora ceduto alle lusinghe della patinatura. All’ombra di altri territori più blasonati, il Monferrato si è ritagliato una immagine di Piemonte vero. Senza orpelli. Alle volte scorbutico. Spesso distante dalle mode. Sempre vero. La follia di un uomo che ascoltava suo nonno Ho visto storie iniziare con un sorso di vino. Uomini diventati tali appoggiando le labbra al primo calice colmo di una qualche sostanza alcolica. Ma anche uomini che, ad un anno, venivano già svezzati con quel sorso. Massimo è uno di loro. Sangue friulano, radici contadine, un nonno che gli ripeteva come un mantra Quando hai qualche soldo, investili in terra, perché di terra non ne costruiscono più. Lui lo ha ascoltato. E come tutti quelli che ascoltano i vecchi saggi e ignorano i consigli prudenti, ha fatto una follia. Ha mollato tutto. Un’agenzia per il lavoro costruita dal nulla, altre società nel mondo dei servizi dedicati all’impiego. Tutto liquidato. Per cosa? Per comprare terre, vigne e un sogno. Avevo bisogno di trovare un po’ di pace Non è la pace di chi si ritira dal mondo. È la pace di chi ha deciso dove combattere la sua battaglia. O semplicemente dove vivere la propria vita. Pensateci un attimo: un imprenditore bergamasco, cresciuto tra la Val Brembana e le pizzerie di famiglia, che decide di piantare tutto e trasferirsi su una collina del Monferrato. Non è propriamente e solamente un cambio di vita. Sembra una vera e convinta dichiarazione di guerra alla normalità. La scelta del territorio: un atto d’amore, non di conquista Ho scelto il Monferrato per due motivi. Cercavo un territorio che fosse atto a fare grandi vini e il Piemonte era la risposta. Ma visto che non mi piacciono le cose facili, cercavo anche un territorio che non fosse già arrivato, saturo. Ho visto molti cercare la scorciatoia, il brand già fatto, la denominazione che si vende da sola. La velocità non del percorso ma dell’arrivo è, in fondo, quella delle nuove generazioni. Saranno magari i social per i quali basta scrollare per trovare qualcosa. Come per le notizie che non si leggono ma si intravedono dai titoli, non ci si sofferma a leggere così come a godersi il percorso. Si vuole già essere arrivato e quando non succede, si vede un video di chi è già li. Non per invidiarlo ma perché ci faccia vivere qualche emozione. Massimo ha scelto deliberatamente la strada in salita. Ha scelto un Monferrato wild, selvatico, pieno di biodiversità ma ancora in ombra rispetto alle cugine Langhe. Ha scelto di essere pioniere, non colonizzatore. Poi innamorarsi di queste colline, non è difficile. La differenza è tra chi compra un territorio e chi lo sposa. Massimo non è arrivato con l’atteggiamento del conquistatore. È arrivato con quello del pellegrino. Ha comprato da Giovanni, terza generazione di coltivatori, un uomo di cinquantacinque anni che era stanco, che vendeva vino sfuso, che viveva in un mondo dove la damigiana da un litro sul tavolo era ancora la normalità. Un mondo che stava morendo. E lui, il forestiero, l’uomo venuto dalla Val Brembana passando per Milano, ha deciso di farlo rinascere. Il nome è destino hic et nunc. Qui e ora. Era un po’ una filosofia, quella del qui e ora. Fare vino, farlo in quel momento, farlo qui. Non poteva che diventare il nostro brand. Anche come augurio di buona fortuna per il futuro. I latini avevano il carpe diem, certo, ma avevano anche il senso della terra, del genius loci, dello spirito del luogo che va rispettato e onorato. Una saggezza antica presa da Massimo per trasformarla in un progetto imprenditoriale contemporaneo. Non è poco. I nomi delle cantine sembrano oggi usciti da un distributore automatico di marketing e chiamare la propria azienda con un’espressione latina che significa “qui e ora” lo interpreto come un vero e proprio atto di coraggio. Una lingua per molti morta e invece viva più che mai. In ogni modo, il nome sembra voler affermare che non apparteniamo a una moda, apparteniamo a un luogo e a un momento preciso. Prendere o lasciare. Stessa cosa dicasi per i nomi dei vini. Quelli di Massimo non solo sono in continuità con ciò che l’azienda l’ha scelto di rappresentare ma rappresentano anche qualcosa di radicato. Nel Monferrato per i vitigni, nella vita per la scelta da portare avanti. Dentro il bicchiere: Monumento, Monolite, Altromondo Monumento è la Barbera del Monferrato Casalese nella sua espressione più pura. Solo acciaio, nessun legno, nessun trucco. Colore rubino profondo, già attraversato da riflessi granata e comunque trasparente che fa capire come non si sia davanti all’ennesimo vino muscolare che cerca di stupirti a suon di estratto. Il respiro è dei fiori rossi freschi, dell’erba tagliata, del pepe, del ribes, della mora, del lampone. Un’arancia sottile illumina tutto come una luna invernale sul Monferrato. Infine il pepe, che firma il tutto con autorità balsamica. Un naso elegante, deciso, pungente. Non grida, non bisbiglia, non urla così che, chi sa ascoltare, capisce. Scorre poi tesa, viva, lucente. Una morbida lama verticale. Freschezza tagliente, tannini maturi ancora pulsanti, frutta che conferma ogni promessa del naso. Non si allarga, sale. Come una guglia. Persistenza sobria, finale pulito, voglia immediata di un altro sorso. È una Barbera che cerca, trovandola, la verticalità, la voglia di pungere senza far male. Rispecchia in pieno la Barbera che voleva dire Piemonte, che si beveva a tavola. Il vino semplice non solo delle domeniche ma di tutti i giorni. Fresco e diretto come il marmo di un monumento. Immagino il vecchio piemontese che per lodare la Barbera dice: A bisognaria faje un monument! Monolite, Cortese Nasce dalle marne bianche di Vignale Monferrato. Le stesse Terre Bianche che furono fondale marino prima di diventare collina. Sarà per questo che ne porta impressa una sapidità che sa di firma geologica. Paglierino e luminoso, apre con un ventaglio di fiori bianchi, pera e pesca che non ha nulla di timido; la vinificazione quasi integrale in acciaio custodisce la freschezza varietale, mentre la piccola quota affinata in barrique dona corpo senza appesantirne il disegno. È un Cortese che rifiuta la vocazione all’immediatezza tipica del vitigno capace, come pochi bianchi piemontesi, di attraversare gli anni e restituire, in tarda evoluzione, note di pietra focaia e idrocarburo che ne confermano la stoffa. Un manifesto, prima ancora che un vino. Altromondo, Grignolino del Monferrato Casalese DOC La materia si trasforma, mai si perde: è la stessa vicenda del Grignolino, vitigno che il Piemonte ha amato e dimenticato più volte nel corso di un secolo e che ad Hic et Nunc trova una delle sue metamorfosi più convincenti. Altromondo nasce sul Bricco, il punto più alto della tenuta, da vigne che superano il mezzo secolo e affondano le radici in marne tufacee; matura solo in acciaio, per non tradire la sua natura di rosso scarico e ingannevolmente lieve. Al calice si apre su rosa e peonia, poi cede a piccoli frutti (ciliegia, lampone) e ad una speziatura di pepe bianco che ne disegna il carattere senza asprezza. In bocca la trama tannica, fine ma presente, sorregge un corpo più pieno di quanto il colore lasci immaginare: un equilibrio che si gusta meglio a quella temperatura di cantina che i nonni sapevano bene anche in estate. Un altro mondo, appunto, quello che si apre quando si smette di giudicare un vino dal suo colore. Forse un mondo dimenticato ma che in Piemonte e nel Monferrato in particolare, proprio per la sua lontananza dalle mode e dal turismo di massa, può dirsi ancora presente. Come a dire che un altro mondo, magari quello del passato, è possibile. Tre vini, tre dichiarazioni d’intenti. E in ognuno si sente la scelta radicale di lavorare solo con vitigni autoctoni.  Uno Chardonnay stupendo a me fa impazzire. Però lo troviamo in tutto il mondo. Il Grignolino no. Il Cortese no. Se ce l’hai, sei caratterizzato e caratterizzante. Un viticoltore importante delle Langhe, ricorda Massimo, gli disse una volta:  Il Barolo viene solo da qua. Puoi mettere il Nebbiolo dovunque, ma viene una schifezza. Se vuoi il Barolo, devi stare qua. Ecco, estremizzando, questo vale per ogni territorio. E hic et nunc ha scelto di essere, prima di tutto, un racconto autentico del Monferrato. Un’impresa familiare nel senso più profondo E poi c’è Emanuela. Le grandi storie d’amore nascono spesso dove meno te lo aspetti e quella tra Massimo ed Emanuela è nata proprio qui, tra i filari.  Galeotta fu l’azienda Ci scherza Massimo così che si capisce come ci sia una tenerezza autentica in questa frase, il pudore di chi non ama spettacolarizzare i sentimenti. Emanuela è cresciuta in zona e con Massimo stanno costruendo qualcosa che va oltre il vino. C’è l’ospitalità, con la vecchia casa dell’ex proprietario ristrutturata e aperta nel 2017. C’è l’idea di un’azienda che sia anche un luogo di incontro, di scambio, di vita vera. C’è la loro vita insieme fatta di azienda e vita privata. Bello vederli insieme e bello vedere come se la tengano per loro. E dire che l’anno scorso sono passati da hic et nunc circa cinquemila visitatori registrati, cinquemila persone che hanno respirato quest’aria, camminato su questa terra, bevuto questi vini ascoltando la storia di chi li produce. Forse sono stati i primi a puntare molto sull’accoglienza. Su questo territorio era tutto ancora un po’ chiuso. Ci sono ancora tante aziende che il sabato e la domenica sono chiuse. Insomma, un modo per rimanere fedeli a loro così come ad un territorio che meriterebbe migliore attenzione. Il Monferrato è uno dei territori più belli d’Italia, ma anche uno dei più timidi. Per anni, quando vivevo a Torino, il Monferrato era il posto dove non trovavi niente. Niente ristoranti aperti, niente cantine visitabili, niente segnaletica. Un tesoro nascosto, certo, ma nascosto un po’ troppo bene. Forse anche per le persone riservate e timide. Quasi timorose di mostrare qualcosa di meno bello rispetto alle Langhe. Un po’ come chi non crede in se stesso avendo invece molto, moltissimo da mostrare. Ora le cose stanno cambiando e persone come Massimo ed Emanuela sono parte di questo cambiamento. Non stanno solo facendo vino: stanno facendo territorio. Le fragilità che rendono umani Sarebbe facile dipingere Massimo come l’imprenditore vincente che ha avuto successo e poi ha realizzato il sogno nel cassetto. Ma la verità è più sfumata e molto più interessante perché, come in molte altre storie, c’era la pandemia che colpiva proprio mentre la cantina nuova veniva ultimata.  La zona degustazione l’abbiamo finita ad agosto 2020. Piena pandemia. Mi sono preso una pandemia, mille problemi, problemi legati al vino e non del vino. Ha imparato che le difficoltà sono parte del gioco. Come la sfida del biologico in una terra dove i contadini “vecchia maniera” diserbavano senza pensarci due volte. Un mezzo terremoto culturale che però non lo ha scalfito.  All’inizio, quando ho iniziato la conversione, Giovanni era ancora presente. È stata una sfida incredibile fargli capire che il mondo girava in maniera differente. Quelli di una certa età hanno sempre lavorato come diceva il nonno. Il nonno diceva che si faceva così e se ha funzionato per cinquant’anni perché cambiare? Eppure Massimo ha tenuto duro.  Biologico deve essere una filosofia, non uno strumento commerciale. Tanto non te lo pagano di più, non le vendi molto di più se è biologico. Ci devi credere. Ci devi credere. Vero, il biologico non si fa se non ci credi. Forse non tanto perché si possa utilizzare come strumento di marketing. Quei tempi sono finiti. Si inizia e si continua con un percorso biologico se pensi possa far bene alla terra prima, alle persone poi. Vera convinzione che non è estremismo da talebani. È semplicemente un modo per interpretare la vita. Qui ed ora, hic et nunc, costruiamo per un futuro. Un futuro con la fatica di farsi conoscere, di costruire credibilità, di uscire dall’ombra. Abbiamo fatto tanto, ma abbiamo ancora una montagna da scalare. Consapevolezza di chi sa che nel vino, come nella vita, non si arriva mai davvero.  Questo mondo è fantastico anche per questo: perché non sei mai arrivato. Quando pensi di essere arrivato, cambia tutto. Il coraggio di restare artigiani Centomila bottiglie, dieci etichette, presto tredici. Numeri da azienda strutturata, ma con un’anima artigiana. Vogliamo arrivare intorno alle 150-180 mila bottiglie, non oltre. Per mantenere l’artigianalità. Questa non sarà mai un’azienda che farà milioni di bottiglie. La saggezza di una scelta che è un mix tra imprenditoria e tradizione. La ricerca di uno sviluppo pur rimanendo dentro canoni legati a quella manualità artigianale frutto del passato. La crescita non è così l’unico parametro che sembra contare. Non serve andare sugli scaffali della grande distribuzione. Non per snobismo, ma per coerenza. Perché quando fai vino con questa filosofia, ogni bottiglia deve portare con sé il racconto del luogo da cui proviene. E quel racconto, su uno scaffale tra cento altre etichette, semplicemente muore. Tra le nuove uscite, tre progetti che mi hanno fatto brillare gli occhi: una riserva di Grignolino, frutto di una selezione maniacale acino per acino, che uscirà in sole 1500 bottiglie; un rosato fermo di Dolcetto a bassa gradazione, pensato per l’estate ma con un’anima seria; e una bolla metodo classico, sempre di Grignolino.  Con il Grignolino avremo tre referenze. È il vitigno che ci rappresenta di più. E la riserva sarà il vino più importante dell’azienda, il fiore all’occhiello, la “chicca”. Abbiamo provato diverse volte, ma non siamo mai riusciti.  Poi è cambiato approccio, passando più volte in vigna, selezionando acino per acino con una pazienza che ha dell’ossessivo. È questo il bello del vino: puoi avere i numeri, la struttura, la visione imprenditoriale, ma se non metti l’anima in quello che fai, la chicca non arriva. Piccola apologia del Grignolino, anarchico testabalorda Prima di proseguire, concedetemi una divagazione. Perché se è vero che ogni vino è un racconto, il Grignolino è un romanzo intero. E come tutti i grandi romanzi, ha bisogno di essere letto con calma. Le cronache lo menzionano già nel 1249 chiamandolo Barbexinus o Berbesino in un documento dei monaci del Capitolo di Sant’Evasio di Casale Monferrato. Otto secoli. Otto secoli durante i quali questo vitigno è rimasto fedele al suo fazzoletto di terra tra le colline astigiane e il Casalese, rifiutandosi di emigrare altrove. Meno del 2% della superficie vitata piemontese, una produzione di poco più di due milioni di bottiglie: numeri da setta segreta, non da grande vino internazionale. Eppure, quando Re Umberto I di Savoia nell’Ottocento lo scelse come vino di corte, il Grignolino se ne stava sulle tavole più raffinate accanto al Barolo, senza complessi d’inferiorità. Poi venne la fillossera, vennero le guerre, venne l’omologazione. E il Grignolino, fragile, sensibile alle malattie, bisognoso di suoli asciutti e sabbiosi, finì nel dimenticatoio. Troppo pallido per essere un rosso, troppo tannico per essere un bianco. Troppo spigoloso, troppo irregolare, troppo scomodo. Il nome stesso è un enigma che profuma di dialetto e di terra. Forse deriva da grignòle, i vinaccioli che negli acini del Grignolino abbondano più che in qualsiasi altra varietà. Forse è legato al verbo piemontese grignare, che significa ridere. Ma non la risata aperta e cordiale: il ghigno, il sorriso di traverso. Quella piemontese insomma. Quella di quando bevi il Grignolino, che ti strappa un’espressione ambigua: da un lato la piacevolezza del frutto, dall’altro la sferzata del tannino che ti ricorda chi comanda. Fu Gino Veronelli, il maestro, a trovare la definizione perfetta: anarchico testabalorda. Anarchico perché non segue le mode, non si piega ai disciplinari del gusto dominante, non cerca di assomigliare a nient’altro che a se stesso. Testabalorda perché, nonostante le basse rese, nonostante la maturazione irregolare, nonostante tutto, continua a crescere solo dove vuole lui. Mario Soldati, che del Piemonte conosceva ogni piega, aggiungeva che non è un vino fatto per i ritmi del consumismo. E infatti il Grignolino ha aspettato. Ha aspettato che una nuova generazione di vignaioli, testaballordi almeno quanto lui, lo riscoprisse e gli restituisse la nobiltà che meritava. Dante Garrone, presidente dell’Associazione Produttori, lo definisce il più bianco dei vini rossi o il più rosso dei vini bianchi. Ed è vero: colore rubino scarico, trasparenza che inganna, profumi di fragolina di bosco, pepe bianco e una vena ferrosa che sa di terra bagnata. In bocca è teso, verticale, con una tannicità che ti afferra il palato e non lo molla più. Un vino che non ti perdona niente, e proprio per questo non ti annoia mai. Nel Monferrato Casalese, dove Massimo ha scelto di piantare la sua bandiera, il Grignolino trova forse la sua espressione più autentica: suoli calcareo-marnosi, compattezza minerale, un’eleganza rustica che è l’esatto opposto della ruffianeria enologica. È un vitigno difficile, antimoderno, che matura bene solo in certe posizioni e solo se produce poco. Un aristocratico decaduto che però, quando lo assaggi, ti ricorda subito perché un tempo i Savoia lo tenevano in cantina. Divagazioni tra un calice e l’altro La terra non la leggi sui libri. La senti, la annusi, la vivi. Devi buttare via i manuali e non perché non servano. Hai bisogno di toccare con mano, vivere la giornata e sperare nella prossima. Massimo è arrivato qui con manuali, con business plan, con una visione imprenditoriale precisa. Ha dovuto imparare ad ascoltare la terra. Solo che la terra, nel Monferrato non urla come certi territori blasonati, sussurra. Bisogna chinarsi per sentirla. La felicità della tua vita dipende in fondo dalla qualità dei pensieri. La felicità che un vino riesce a trasmettere forse dipende dalla qualità di chi lo fa. Una qualità umana e vera. Qualcosa che in Massimo ed Emanuela ho trovato in maniera tangibile. Non artefatta e non nascosta. Ma aperta e vera. Il futuro: essere punto di riferimento Spesso mi piace sapere come qualcuno si veda tra venti, trenta anni. Difficilmente trovo risposte vere o comunque ragionate. Quando però la propria filosofia di vita è un qui ed ora, allora le risposte assumono un significato più intenso.  Intanto spero di essere ancora in vita. Arrivare a quel numero di bottiglie, migliorarci sempre sulla qualità, farci conoscere sempre di più. E mi piacerebbe essere un punto di riferimento per questo territorio. Non si parla di soldi, di espansione, di conquista. Si parla di territorio. Di essere utile. Di restituire qualcosa a queste colline che lo hanno accolto. Una sorta di consapevolezza di come il Monferrato sia un territorio che ha bisogno di ambasciatori, di persone che credano in esso con la stessa forza con cui si crede in un amore difficile ma vero. Forse il Monferrato aveva la pancia piena. E gli andava bene così. Le vecchie generazioni fanno molta fatica a capire il cambiamento. Sono molto chiusi. E di conseguenza hanno rallentato questo territorio. Però forse è andata bene così: magari erano quelle generazioni che si sarebbero fatte prendere troppo la mano e avrebbero distrutto tutto. Massimo non ha minimante l’intenzione di giudicare. Al contrario, comprende. Sa che ogni territorio ha i suoi tempi, le sue ferite, le sue resistenze. E che il cambiamento, quando arriva, deve arrivare con rispetto. Lui la collina l’ha riqualificata: ha buttato giù un vecchio capannone di cemento e lamiera che era “inguardabile”, ha costruito una cantina sotto terra, ha fatto tutto in maniera sostenibile. Non ha sfruttato: ha donato. La lezione del qui e ora Seneca, nel suo De Brevitate Vitae, scriveva: Mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa. Quante volte rimandiamo le cose da fare. Da quelle banali ai nostri sogni. Da progetti di vita a voglia di rivalsa. Mettiamo tutto da parte con la solenne promessa di riprenderli quando arriverà il momento giusto. Solo che quel momento non arriva mai e se pure arriva, lo ignoriamo. Tanto per evitare di prenderci delle responsabilità e fare. Eppure, basterebbe respirare e via. Come dire che purtroppo finisce tutto perché non si sta più bene insieme.  Massimo Rosolen ha smesso di indugiare. Ha smesso di rinviare. Ha preso la sua vita, l’ha ribaltata come un calice dopo l’ultimo sorso e ha deciso che il momento era adesso. Il luogo era qui. Non è solo una storia di vino. È una storia di coraggio. Il coraggio di ascoltare un nonno che parlava di terra in un mondo che parla di finanza. Il coraggio di mollare tutto per qualcosa che non dà certezze ma dà senso. Il coraggio di scegliere un territorio difficile, di puntare su vitigni che nessuno conosce, di fare biologico quando nessuno te lo paga. Il coraggio di restare artigiani quando potresti crescere, di restare umani quando potresti diventare un brand. Massimo, con la sua voce pacata, i suoi occhi che guardano lontano, la sua compagna al fianco, i figli di un’altra vita che forse un giorno prenderanno in mano l’azienda.  Sarei felicissimo se uno dei due decidesse di lavorare qui e seguirci. Sa che i sogni non possono essere imposti a nessuno.  Si seminano. Come si sono seminate le colline del Monferrato. Manca ancora qualcosa però. Manca di essere più presenti sul nostro territorio. A livello nazionale. E avere maggiore credibilità, essere più riconosciuti come marchio. Però siamo sulla strada giusta. Gli credo. Perché quando un uomo ha il coraggio di giocarsi tutto sul qui e ora, il futuro non può che dargli ragione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Hofstätter e l'anima di Mazzon Arrow Right Top Bg

15 Settembre, 2026

Hofstätter e l'anima di Mazon

  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e Riserva Mazon 2022, due interpretazioni di un grande Pinot Nero  Mazon è uno dei luoghi simbolo del Pinot Nero italiano e J. Hofstätter ne è da decenni uno degli interpreti più autorevoli. Attraverso il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022, emerge il racconto di un territorio capace di trasformare identità, eleganza e profondità in vino.   Non ricordo molti luoghi capaci di entrare così profondamente dentro un vino come l’altopiano di Mazon Lo ritrovi nel profumo del bosco dopo la pioggia, nella freschezza che scende dalle montagne al tramonto, nel respiro degli aghi di pino che accompagna il Pinot Nero fin dal primo istante. Qui l’eleganza è una conseguenza naturale del territorio. È il motivo per cui questo vitigno, più che altrove, sembra aver trovato qui una casa definitiva. E forse è anche il motivo per cui parlare di Mazon significa inevitabilmente parlare della famiglia Hofstätter, protagonista di una storia che da generazioni continua a definire il volto più autentico del Pinot Nero altoatesino.  Il Pinot Nero di Mazon  Il Pinot Nero non concede molto. È un vitigno capace di regalare emozioni straordinarie, ma altrettanto pronto a mettere in evidenza ogni limite del luogo in cui cresce. Per questo Mazzon (o Mazon) rappresenta qualcosa di raro. L’altopiano, sul versante più fresco della Bassa Atesina, offre luce senza eccessi, escursioni termiche capaci di preservare tensione e finezza, terreni antichissimi e un dialogo continuo con il bosco che accompagna la maturazione delle uve. Qui il Pinot Nero non ha bisogno di rincorrere equilibrio o eleganza. Li trova naturalmente. È una condizione che negli anni ha trasformato questo anfiteatro in uno dei riferimenti assoluti del vitigno in Italia e che la famiglia Foradori Hofstätter ha saputo interpretare con una visione pionieristica, arrivando a parlare di singole vigne e di cru quando questi concetti erano ancora lontani dall’immaginario enologico italiano.  Da questa lettura del territorio nasce la costellazione di Pinot Nero firmata J. Hofstätter. La tenuta, guidata oggi da Martin e Beatrix Foradori Hofstätter con il supporto dei figli Niklas ed Emma, ha fatto della zonazione una scelta precisa: distinguere le parcelle, rispettarne le differenze e riconoscere alla vigna un’identità propria. Nel 1987 fu la prima azienda della regione a introdurre il termine «Vigna» per alcuni dei suoi vini come logico riconoscimento che altitudine, esposizione, suolo e microclima non sono dettagli da uniformare. Sono il vino.  Il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022 condividono l’origine, la cultura produttiva e la ricerca di purezza, ma restituiscono due espressioni nettamente riconoscibili del Pinot Nero di Mazon.  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, il respiro del bosco  Il Pinot Nero di Mazzon possiede una voce riconoscibile e il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 ne rappresenta il registro più elegante. Nasce esclusivamente dalle uve dell’omonimo vigneto, collocato nella parte più settentrionale dell’altopiano, tra i 430 e i 460 metri di altitudine. Le viti derivano da una selezione massale della Vigna Roccolo, il più antico vigneto di Pinot Nero dell’Alto Adige, allevato a pergola e piantato nel 1942. È un legame concreto con la storia di Hofstätter e, nello stesso tempo, un nuovo capitolo della lettura parcellare di Mazon.  Nel calice il colore è un rubino luminoso, già attraversato ai bordi da leggere sfumature granate che suggeriscono il percorso evolutivo senza tradirne la gioventù. Al naso la personalità emerge con chiarezza: piccoli frutti rossi e neri, fragoline di bosco, ribes, mora, poi aghi di pino, resina e sottobosco umido. La balsamicità è nitida, profonda, e amplifica una freschezza che richiama le prime ore di una mattina autunnale in montagna.  Più rimane nel bicchiere, più il frutto si integra con il paesaggio. La componente balsamica non copre, non forza, non cerca il centro della scena. Tiene insieme il profilo aromatico e conserva al vino una tensione costante.  Il sorso entra fresco e diretto, poi cresce senza accelerazioni. La ciliegia, la prugna e i piccoli frutti di bosco perdono progressivamente la loro croccantezza e acquistano una consistenza più morbida, quasi la densità di una marmellata artigianale ancora fedele al frutto. Il vino si distende con precisione, ma tende a concentrarsi al centro della lingua, dove lascia un’impronta netta. La mineralità lavora in profondità senza dominare, mentre la persistenza aumenta con l’ossigenazione.  È proprio il tempo nel calice a chiarirne la statura. Ogni ritorno aggiunge un dettaglio, amplia il sorso, rende la trama più completa e rotonda senza sottrarle slancio. La struttura c’è, ma non diventa mai rigida; la profondità cresce, ma non appesantisce. Il risultato è un Pinot Nero elegante, snello e duttile, capace di tenere insieme intensità e delicatezza con una naturalezza non comune.  Nel Barthenau Vigna Herbsthöfl ritrovo ciò che cerco più spesso nel Pinot Nero: la forza non dichiarata, la finezza che non diventa fragilità, la capacità di cambiare nel bicchiere restando perfettamente riconoscibile. Pane, burro e marmellata di piccoli frutti affiorano come un ricordo semplice e preciso, mentre la freschezza mantiene il sorso vivo fino alla fine. È un vino raffinato nei gesti, mai altezzoso, e proprio per questo profondamente coinvolgente.  Riserva Mazon Pinot Nero 2022, la profondità del tempo  Se il Barthenau Vigna Herbsthöfl rende immediata la parte più fresca e sottile di Mazzon, il Riserva Mazon Pinot Nero 2022 porta nel calice la continuità di un lavoro iniziato molto prima. La prima annata risale al 1978 e nasce da una rigorosa selezione delle migliori parcelle della tenuta Barthenau. Le radici affondano in rocce formatesi in un’antica laguna risalente a 250 milioni di anni fa. Qui la storia non è un elemento ornamentale, ma una componente concreta del vino.  Il colore appare più intenso e profondo rispetto all’Herbsthöfl. Anche il profilo aromatico è inizialmente più compatto. Non concede tutto subito. Fragolina, prugna, ciliegia matura e marasca emergono con gradualità, legate a una sensazione calda e raccolta. La balsamicità è meno evidente, più integrata, e lascia maggiore spazio alla maturità del frutto.  In bocca il passo cambia grazie all’ingresso morbido e avvolgente. La frutta assume la consistenza di una composta di fragole, marasche e prugne mature e si espande con naturalezza. Il sorso occupa il palato, ritorna sulle sensazioni iniziali, aggiunge volume e continua a svilupparsi. La sapidità si fa più decisa e accompagna un finale lungo, segnato da leggere note amaricanti che ricordano il nocciolo della ciliegia. È un amaro sottile, piacevole, che rende immediato il desiderio di tornare al bicchiere.  La caratteristica più evidente è la stratificazione. Prima il frutto, poi la freschezza, quindi la sapidità e, infine, una persistenza che non si limita a prolungare il sorso, ma ne modifica la percezione. La materia è ampia, eppure non cede all’opulenza. La morbidezza non diventa compiacimento. Ogni componente rimane misurata e contribuisce a una sensazione di solidità e completezza.  Il calore del finale non coincide con la concentrazione. È la conseguenza di un frutto più maturo e di una presenza gustativa più estesa, capace di avvolgere senza stancare. Il Riserva Mazzon mostra così il lato più autorevole del Pinot Nero dell’altopiano: ampio, profondo, già espressivo ma ancora in grado di crescere con il tempo.  La misura di Mazon  Per diversi minuti ho continuato a passare da un calice all’altro. All’inizio cercavo le differenze. Era inevitabile. Da una parte il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, dall’altra il Riserva Mazon 2022. Poi ho smesso di analizzarli.  Il Riserva mostrava con chiarezza la propria struttura, l’ampiezza e quella progressione capace di lasciare tracce lunghe e profonde. L’Herbsthöfl continuava invece a guadagnare definizione, sorso dopo sorso, senza perdere la propria leggerezza espressiva.  A quel punto la degustazione è diventata qualcosa di più semplice. Sono tornato più volte a entrambi i calici, non per cercare conferme, ma per il piacere di farlo. Ed è lì che ho capito quale vino mi stava coinvolgendo maggiormente.  Il Riserva Mazon è un Pinot Nero autorevole, completo, costruito con grande rigore. L’Herbsthöfl possiede la naturalezza che non cerca di dimostrare nulla. Cresce nel bicchiere mantenendo precisione e coerenza.  Tra i due è quello che mi ha lasciato di più, non per un singolo aroma o per una particolare caratteristica tecnica, ma per il modo in cui ogni elemento contribuisce al risultato senza cercare protagonismo.  Alla fine mi sono rimasti entrambi nella memoria. Ma quando ho ripensato a questa degustazione, il primo vino che ho desiderato riassaggiare è stato il Barthenau Vigna Herbsthöfl.  È questa, per me, la differenza tra un vino che apprezzo e un vino che mi emoziona: il primo lo ricordo, il secondo continuo a cercarlo.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana

  La vendemmia è molto più della raccolta dell’uva. All’Orto Botanico di Roma, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni ha trasformato un gesto antico in una grande festa cittadina tra filari, laboratori, musica, famiglie e il sorprendente Vigneto Italia ai piedi del Gianicolo. La vendemmia riesce ancora a fermare il tempo. Per qualche giorno contano meno le scadenze, le preoccupazioni, il rumore che accompagna le nostre giornate. Restano i filari, i grappoli arrivati a maturazione e le persone che, dopo mesi di lavoro, raccolgono il risultato di una stagione intera, portando con sé la fatica dei sacrifici affrontati, la soddisfazione per il clima che ha saputo essere generoso e il peso delle giornate in cui la natura ha mostrato il suo volto più difficile.  Ogni raccolta custodisce sentimenti diversi. La gioia di un’annata andata come si sperava, il sollievo per aver superato gli ostacoli, l’incertezza per un vino che deve ancora nascere. Qualche volta arriva anche la tristezza per ciò che il vigneto avrebbe potuto offrire e che il tempo, la pioggia o il caldo hanno portato altrove. La vendemmia, però, non conclude il lavoro. L’uva lascia la pianta e raggiunge la cantina, dove comincia un altro cammino, attraversato da nuove attese e da incognite che soltanto i mesi successivi riusciranno a sciogliere.  Qualunque sia stato l’andamento della stagione, la vendemmia conserva il valore di una festa. Gioiosa, divertente e coinvolgente quando l’annata è stata generosa, più raccolta se qualcosa è andato storto. Rimane il momento in cui la terra e le persone si ritrovano intorno al frutto di un lavoro condiviso. Una rassicurazione semplice, quasi necessaria: qualcosa è arrivato fino a noi e da quel raccolto potrà nascere qualcosa di buono.  Anche Roma, domenica 13 settembre, ha avuto la sua vendemmia.  All’Orto Botanico, sotto le mura del Gianicolo, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni e organizzata da Sens Eventi ha celebrato proprio quell’atto capace di riunire le persone. Un gesto nato nei campi ha trovato spazio nel cuore della Capitale, portando con sé la gioia della raccolta e trasformandola in una giornata vissuta insieme, tra il verde, i filari e la voglia di scoprire quanto lavoro e quanta vita precedano il vino.  Il luogo scelto per questa festa custodisce una sorpresa che continua a fare un certo effetto anche a chi conosce Roma e il suo antico rapporto con i grandi spazi verdi. Nel Vigneto Italia convivono 170 varietà di uva: 155 vitigni autoctoni provenienti da venti regioni italiane e 15 varietà internazionali, tutti coltivati secondo tecniche biologiche e biodinamiche. Più di cinquecento metri quadrati di vigneto proprio sotto il Gianicolo, in una città nella quale basta attraversare un cancello per lasciare alle spalle il ritmo urbano e ritrovarsi davanti a filari che raccontano territori lontani.  La festa ha cominciato presto ad allargarsi oltre la vendemmia. Lungo i sentieri dell’Orto Botanico le persone si incontravano, si fermavano, riprendevano a camminare seguendo una musica, la voce di un laboratorio o la curiosità suscitata da uno spazio dedicato all’arte, all’artigianato e ai prodotti tipici del territorio. Il verde teneva insieme ogni cosa e restituiva alla giornata una naturalezza difficile da costruire a tavolino. La raccolta dell’uva rimaneva il cuore dell’evento, ma intorno a quel cuore la festa cresceva, ballava e coinvolgeva persone di ogni età.  I bambini correvano tra i sentieri dell’Orto impegnati nella caccia al tesoro, inseguendo gli indizi con la serietà che soltanto loro sanno riservare al gioco. Pochi passi più in là, altri seguivano con attenzione i consigli dello staff per realizzare prodotti naturali, osservando ogni gesto e provando a ripeterlo. Nei loro occhi la scoperta non aveva bisogno di essere spiegata: prendeva forma tra le mani, diventava qualcosa da mostrare ai genitori e da portare con sé al termine della giornata.  Intorno, gli adulti si lasciavano conquistare dallo stesso spirito. Qualcuno si fermava davanti ai prodotti artigianali, qualcuno cercava le tipicità del territorio, altri scoprivano piccoli laboratori d’arte nascosti lungo il percorso, altri ancora si concedevano un calice di vino. I balli restituivano leggerezza alla giornata e la partecipazione cresceva senza bisogno di separare chi era arrivato per la vendemmia, chi per visitare il giardino e chi desiderava soltanto trascorrere una domenica diversa nel verde di Roma. Ognuno trovava il proprio modo di appartenere alla festa.  Proprio questa mescolanza ha dato alla Vendemmiata Romana il suo carattere più riconoscibile. Una vendemmia capace di parlare il linguaggio della città senza perdere il legame con la terra e non solo dunque una riproduzione cittadina di qualcosa che appartiene alla campagna. I filari accanto ai laboratori, la raccolta insieme ai balli, l’uva vicina alle produzioni artigianali, le famiglie immerse in un luogo che invitava a rallentare e a guardarsi intorno. Sotto il Gianicolo, la tradizione agricola ha incontrato la vitalità di Roma e ne è nata una festa partecipata, aperta, attraversata da voci, passi e curiosità.  Il vino, rispetto alle tipiche occasioni, è rimasto totalmente sullo sfondo. Al centro si trovavano il vigneto, il verde e il desiderio di comprendere meglio da dove arrivino i prodotti presenti ogni giorno sulle nostre tavole e, perché no, anche il buon vino. Prima del calice vengono la pianta, l’uva, il clima e il lavoro. Viene la raccolta, con le aspettative che porta con sé e con quella fiducia nel futuro che accompagna ogni nuova annata.  Luca Maroni ha scelto di celebrare tutto questo attraverso una giornata che non si è limitata a raccontare la vendemmia, ma l’ha restituita alle persone. La grande partecipazione, le famiglie lungo i sentieri, i bambini intenti a cercare un indizio o a imparare come realizzare un prodotto naturale hanno dato alla raccolta una dimensione quotidiana e vicina, mostrando come la cultura del vino possa cominciare molto prima dell’assaggio, dalla conoscenza della terra e dalla curiosità verso ciò che da quella terra nasce.  Oltre i cancelli dell’Orto Botanico, Roma continuava a muoversi con la sua finta sonnolenza di una domenica di inizio settembre. Sotto il Gianicolo, invece, la vendemmia aveva trovato il passo della musica, le mani attente dei bambini, i colori dell’arte e i prodotti di una terra tornata vicina anche a chi vive ogni giorno tra palazzi e asfalto.  Tra i filari rimanevano le voci, i balli, le corse lungo i sentieri e quella felicità semplice che nasce quando una città riscopre qualcosa che le appartiene da sempre. Il vino avrebbe cominciato altrove il proprio cammino, nelle cantine e nel tempo necessario ad accompagnarne la nascita. Roma, intanto, ne aveva già raccolto la prima emozione.  Il tesoro cercato dai bambini era forse tutto lì, in una domenica capace di portare la campagna nel cuore della città, a Trastevere, dove per qualche ora un grappolo d’uva aveva restituito a Roma il piacere di stare insieme. La vendemmia chiude una stagione, ma il racconto del vino, quello vero, è appena cominciato.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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11 Settembre, 2026

Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare 

  A Vecchie Terre di Montefili, il Biancone 2024 racconta una donna che ha trasformato il cambiamento in appartenenza   Una strada trovata sullo schermo  Sul vecchio computer di casa compare una graduatoria e Serena Gusmeri cerca il suo nome, lo trova tra i primi venti e resta a fissare lo schermo con una sorta di felicità semplice. Come quando quella porta si apre proprio nel momento in cui speravi si aprisse. Una gioia che si fa fatica a dimenticare. Non fosse altro perché per Serena voleva dire la prima scelta davvero sua.  Guardai la graduatoria e pensai: ce l’abbiamo fatta. Un plurale che contemplava un padre operaio, una mamma infermiera, l’orto di casa, le galline, le giornate passate nei boschi con gli scout e poi da capo scout, le damigiane del Trevigiano che finivano imbottigliate in famiglia. Come per molte situazioni analoghe, il vino era già presente nella sua vita molto prima di diventare una professione. Aveva il volto delle cose semplici, delle mani occupate a fare e di una natura vissuta ogni giorno.  Qualche mese prima una professoressa aveva accolto con scarso entusiasmo la sua idea di iscriversi a Viticoltura ed Enologia. Serena usciva dal liceo scientifico, aveva accompagnato la sorella all’Università di Verona e durante un open day aveva trovato una brochure che parlava di agricoltura, natura e lavoro concreto. Le era sembrata una strada possibile, forse addirittura la sua.  Mi disse che quel percorso sembrava poco adatto alle mie attitudini e mi aveva smontata completamente. Serena passò l’estate sui libri a preparare il test di ammissione, sostenne anche quello di Economia e Commercio a Brescia per tranquillizzare la famiglia e all’uscita dall’aula guardò l’amica Paola pronunciando una frase che oggi assomiglia già a una dichiarazione di libertà.  Economia e Commercio io non la farò mai. Molti anni dopo, seduta tra le vigne di Vecchie Terre di Montefili, conserva lo stesso modo di stare davanti alle possibilità: osserva, riflette, studia e poi sceglie. È accaduto quando ha lasciato Brescia per Verona, quando è partita per l’Australia, quando ha raggiunto Benevento con una valigia e poco altro, quando ha deciso di seguire suo marito in Toscana e quando ha preso tra le mani una collina che chiedeva tempo, pazienza e fiducia. È accaduto anche con il Biancone, lo Chardonnay di Montefili, rimasto per oltre quarant’anni in attesa di una forma capace di esprimere il luogo.  Le cose vanno fatte quando esistono le condizioni per farle bene. A oltre cinquecento metri, sopra Panzano in Chianti, quella frase assume la consistenza delle pietre, il profumo dei fiori spontanei lasciati crescere tra i filari, la fatica dei quattro uomini che lavorano stabilmente con lei e la traiettoria della poiana che sorvola la proprietà. Qui Serena è arrivata nell’estate del 2015 pensando di seguire suo marito e si è ritrovata a costruire una parte decisiva della propria vita. La scusa per incontrarla è il Biancone 2024 ma bastano pochi minuti per capire che il vino è giusto che arrivi dopo. Prima c’è da conoscere la donna che gli ha concesso il tempo di diventare ciò che doveva essere.  Tecnicamente sono io a gestire Montefili, però con le definizioni sono poco brava. Mi sento soprattutto viticoltrice. Mi piace il lavoro in vigna, mi piace capire quello che accade alle piante e portare in cantina uve capaci di raccontare una stagione. Fuori dalla finestra le vigne scendono lungo i versanti e risalgono verso il bosco. Serena le guarda ogni giorno da undici anni e continua a trovarle bellissime. Forse le attitudini possiedono proprio questa forma: qualcuno prova a indicarcele, poi arriva un momento in cui impariamo a riconoscerle da soli, sullo schermo di un vecchio computer, in una valigia diretta a Sud oppure su una collina toscana che diventa il luogo in cui scegliamo di restare.  Il treno di suo padre  La laurea prende forma tra Verona, Asti e Milano, dove Serena approfondisce la viticoltura, poi arriva l’Australia per la tesi e insieme cresce la consapevolezza di voler conoscere il vino partendo dalla pianta. In quegli anni le donne del corso erano davvero poche e per loro sembravano aprirsi soprattutto il laboratorio, le analisi e il commerciale. Serena aveva in mente vigneto e cantina. Passa febbraio a potare accanto ad una squadra di uomini e torna in estate per vivere la vendemmia dall’inizio alla fine.  Avevo ventuno o ventidue anni, ero una ragazza magra e bresciana in mezzo a persone abituate a quel lavoro fisico. Volevo imparare in vigneto e in cantina, quindi feci tutte le potature e poi tutta la vendemmia. Dopo la Franciacorta arriva la proposta di seguire due aziende tra Benevento e Ischia. Serena ha ventisette anni, è fidanzata con Davide e davanti a quella partenza avverte l’entusiasmo insieme alla paura di spostare ogni equilibrio. Suo padre ascolta i dubbi e le consegna una frase che resta il punto cardinale della sua storia.  Questo è un treno sul quale puoi salire e dal quale puoi scendere quando vuoi. Se non sali, non sai dove porta. Parte nel settembre 2009 e rimane in Campania fino all’estate del 2015, facendo la spola tra Benevento e Ischia, imparando il valore dei vitigni autoctoni e incontrando Greco, Falanghina, Coda di Volpe e Piedirosso, varietà che le mostrano quanto profondamente il vino possa appartenere a un luogo.  Lì ho visto davvero la relazione tra vitigno, suolo e singola particella. Da cantine molto semplici uscivano vini bellissimi e quell’esperienza mi ha dato il senso del vitigno e soprattutto del vigneto. Sebbene da anni lavori prevalentemente con il Sangiovese, si definisce ancora una bianchista. Magari perché nei bianchi cerca e trova pulizia, finezza e freschezza. Caratteristiche che ha cercato Ambra nel grande rosso toscano con la capacità di avanzare nel sorso attraverso l’eleganza e la profondità.    Una famiglia dentro la vendemmia  Nel frattempo Davide, biotecnologo con una specializzazione nel mondo della birra, trova lavoro a Castelnuovo Berardenga e affronta ogni fine settimana dieci ore di automobile tra andata e ritorno. Serena ama la Campania, gli amici e il lavoro, ma comprende che la famiglia ha bisogno di tempo condiviso e sceglie di compiere il viaggio opposto rispetto a quello fatto da lui anni prima.  Gli ho detto: facciamo questo giro, stavolta ti seguo io. Il primo passo lo avevi fatto tu. Se continuiamo così, la famiglia resta sempre un progetto. Una coincidenza mette sulla sua strada Montefili. Un importatore conosciuto durante gli anni campani sta valutando con altri soci l’acquisto di una proprietà in Toscana e la invita a visitarla. Serena cammina tra vigne sassose segnate da anni difficili, assaggia vecchie annate di grande bellezza e comprende che quella collina possiede una voce forte, anche se per ascoltarla serviranno anni di lavoro.  Dissi subito alla proprietà che avremmo dovuto abbassare la testa e andare avanti, perché in vigna quello che fai oggi cominci a vederlo davvero dopo tre anni. Lia nasce cinque giorni prima della vendemmia 2016. Serena vive in azienda, la allatta al piano superiore, la lascia dormire e scende a lavorare. Pietro arriva nel febbraio 2019 e attraversa la primavera nel marsupio della madre oppure riposa su una sdraietta accanto a Stefano, il collega commerciale. Serena racconta quei mesi con gratitudine e con la lucidità di chi conosce quanto un simile equilibrio dipenda dalla salute, dalla disponibilità del luogo di lavoro e da bambini particolarmente tranquilli.  L’azienda mi ha permesso di tenerli con me e io ho continuato a esserci. È stato un dare e avere, una possibilità rara che ha fatto crescere insieme i miei figli, il mio lavoro e Montefili. Nella sua esperienza emerge anche il paradosso vissuto dalle donne che ricoprono il ruolo di imprenditore agricolo professionale. La maternità è già difficile per chi ha una busta paga ma per chi è in agricoltura lo è ancora di più. Serena ha potuto continuare, ma la domanda più ampia sulle condizioni nelle quali una donna può scegliere di diventare madre e restare pienamente dentro il proprio mestiere rimane aperta.  La collina delle tre terre  Vecchie Terre di Montefili occupa una collina fuori dalla Conca d’Oro, tra i 480 e i 540 metri, con la cantina al centro e le vigne aperte tutt’intorno. Serena la chiama il suo piccolo panettone, una forma apparentemente semplice attraversata da tre lingue di terra che la mappatura ha ricondotto a pietraforte, alberese e galestro. A pochi passi di distanza il Sangiovese cambia espressione, ritmo e profondità, e proprio queste differenze hanno spinto Serena a vinificare separatamente le parcelle.  Mi chiedevo perché Sangiovesi coltivati così vicini riuscissero a essere sempre diversi. La zonazione ha chiuso il cerchio e ci ha fatto capire che la risposta era nei suoli. Dal 2018 Montefili porta avanti con Vitenova un lavoro di ricerca sulla salute del vigneto, sulla biodiversità e sulla relazione tra suolo, pianta e grappolo. Foglie, piccioli e uve vengono analizzati per seguire la traslocazione dei microelementi, mentre un botanico e un’entomologa osservano fiori spontanei e insetti, costruendo nel tempo una conoscenza concreta dell’ecosistema.  Negli anni abbiamo campionato tra cinquantotto e sessantadue specie floreali. Nella Vigna nel Bosco, quella a 540 metri, sono comparse anche due specie più tipiche della costa toscana e un’orchidea spontanea rarissima da incontrare in vigneto. La Vigna nel Bosco si raggiunge a piedi o lungo la capezzagna con il trattore ed è circondata da centinaia di metri di vegetazione. Il bosco crea un microclima particolare, mitiga alcuni estremi e permette alla vita di esprimersi con una varietà sorprendente. Anche la lavorazione del terreno trova qui una misura precisa, perché un passaggio eccessivo cancellerebbe le fioriture e una cura equilibrata lascia invece emergere ciò che il suolo custodisce.  Quando trovi certi fiori capisci che il terreno viene lavorato con attenzione. Se lo muovi troppo, quelle specie spariscono. I fiori restano tra i filari abbastanza a lungo da completare il loro ciclo e produrre seme per l’anno seguente. In paese qualcuno domanda al trattorista quando verrà finalmente tagliata tutta quell’erba e lui risponde con una frase che è diventata quasi la sintesi di Montefili: a Serena piacciono i fiori.  Io ai ragazzi ripeto sempre che i fiori fanno l’uva buona. Fare impresa significa avere cura  Serena coordina l’intera azienda, dialoga con la proprietà, segue i vigneti, la cantina, gli ordini, i rapporti commerciali e gli investimenti, e continua a sentirsi prima di tutto una viticoltrice. Montefili conta quattro lavoratori fissi in campagna, persone presenti da anni che conoscono le piante, i ritmi della collina e il significato di ogni scelta.  Quando trovi persone brave vanno trattate bene, con contratti corretti e rispetto. I miei ragazzi sono dediti al lavoro e sentono queste vigne anche loro. Nelle stagioni difficili capisci davvero il valore di una squadra stabile. Anche la crescita dell’azienda procede con la stessa attenzione. La cantina vive negli spazi di un vecchio podere, la bottaia occupa il piano terra della casa padronale e ogni nuovo strumento deve trovare il proprio posto in una geometria da Tetris. Gli investimenti arrivano uno alla volta, alternando vigna e cantina: una pressa, un nastro di selezione, un trattore, un atomizzatore, infine una nuova etichettatrice.  La cantina è semplice e la tecnica altrettanto semplice. Ogni anno facciamo un investimento in vigna e uno in cantina, così i ragazzi restano tutti contenti. Serena difende la possibilità di consolidare ciò che esiste mantenendo alta la qualità, proteggendo una squadra per accompagnare dodici ettari e mezzo attraverso stagioni climaticamente complesse rappresenta già una scelta imprenditoriale profonda.  In questo momento sento l’obbligo di tenere bene quello che abbiamo. Abbiamo lavorato anni per raggiungere questo equilibrio e adesso cominciamo a vederne i risultati. Biancone, il tempo necessario  Il vigneto di Chardonnay viene piantato nel 1982 insieme a una piccola presenza di Sauvignon per la moglie del precedente proprietario, che preferiva il vino bianco. Da quelle uve nasceva Vigna Regis, fermentato e affinato in legno secondo uno stile di ispirazione francese, poi la produzione si interrompe e la vigna continua il proprio cammino.  Quando Serena arriva a Montefili riprende a vinificare lo Chardonnay in acciaio. Circa milletrecento bottiglie fresche e immediate destinate soprattutto alla vendita diretta. Il vino incontra il pubblico, mentre dentro di lei cresce la convinzione che quella parcella meriti la stessa attenzione dedicata ai Sangiovesi e una forma capace di stare accanto all’identità della tenuta.  Sapevo che sarebbe arrivato il momento di dare alla nostra vigna bianca lo stesso valore che mettevamo nei rossi. Ho sempre risposto che serviva tempo, perché le cose vanno fatte quando possiamo farle bene. Serena organizza degustazioni alla cieca con la proprietà, assaggia Chardonnay del territorio e cerca un equilibrio capace di preservare la freschezza e la sapidità di Montefili aggiungendo profondità. Nel 2024 sceglie di lasciare metà del vino in acciaio e di affinare il resto in un tonneau e in una barrique di secondo passaggio, con bâtonnage settimanale. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni, l’affinamento dura dodici mesi tra acciaio e legno, poi la massa riposa cinque mesi in bottiglia prima dell’uscita del 3 maggio 2026. La prima produzione conta 1.330 bottiglie.  Il legno serviva a dare struttura e rotondità, salvaguardando la freschezza e quella sapidità che appartenevano già allo Chardonnay in acciaio. Volevo che restasse nello stile di Montefili. Il nome Biancone appartiene alla poiana che vive sopra la tenuta. Un giorno Stefano la fotografa appollaiata su un palo della vigna e da quello scatto nasce il disegno dell’etichetta. Quest’anno una femmina e due piccoli hanno continuato a volare sopra Montefili, trasformando il nome del vino in un racconto di famiglia.  Il Biancone nel calice  Il Biancone 2024 entra nel bicchiere con una luce chiara attraversata da riflessi dorati ancora giovani e si apre con la precisione della mela verde appena incisa, seguita dalla polpa della pera Conference, dalla scorza di lime e da un soffio di sambuco e acacia che ricorda i fiori lasciati crescere tra i filari. Il profumo possiede nitidezza e profondità, avanza per strati senza alzare la voce e restituisce immediatamente l’idea di una collina esposta al vento.  In bocca l’ingresso è ampio e vivo. Il bâtonnage concede alla materia una trama cremosa, l’acciaio conserva la direzione, il legno accompagna come una nota bassa e discreta. La frutta diventa pera succosa e mela gialla, poi l’acidità rialza il sorso e lo porta verso una chiusura salina, lunga, attraversata da agrume, erbe fini e una sensazione minerale che sembra provenire dalle pietre di Montefili.  È uno Chardonnay toscano capace di evitare imitazioni e di trovare una voce d’altura, luminosa e profondamente legata al luogo. Ha la solidità di Serena e anche la sua inquietudine, perché procede con sicurezza e lascia aperta una domanda, possiede una struttura consapevole e una freschezza che continua a muoverlo, proprio come chi ha trovato il proprio posto e conserva intatta la curiosità per il mondo.  Sono molto autocritica. Anche all’università, quando ricevevo buoni punteggi nelle degustazioni, trovavo sempre qualcosa da rivedere. Per essere la prima prova, questo vino è venuto bene. Ciò che resta nel bicchiere  Discrezione. Questa è la parola che mi viene più da pensare con il Biancone. La discrezione di chi ha atteso il proprio momento. Per più di quarant’anni quella piccola vigna è rimasta a cinquecento metri d’altitudine, osservando le stagioni passare sopra Montefili, il vento attraversare i boschi, il Chianti cambiare pelle e il mondo del vino rincorrere ogni volta una novità.  Anche Serena ha seguito una strada guidata dal tempo e dalle scelte. Ha studiato, viaggiato, cambiato città, attraversato l’Australia, la Campania e la Toscana, ha costruito una famiglia tra i filari, ha visto crescere i figli insieme alle vigne e ha imparato che alcune cose trovano il proprio senso quando arriva il momento giusto. Per questo il Biancone emoziona, perché dentro quel vino vivono i fiori lasciati andare a seme, le analisi dei terreni, le notti fresche della collina, le estati sempre più calde, i dubbi, la pazienza e la volontà di aspettare un anno in più pur di trovare una voce autentica.  La sensazione più intensa arriva quando il bicchiere è quasi vuoto e rimane una scia sottile, sapida e viva che invita a tornare ancora una volta al calice. È la stessa impressione che lascia Serena, la forza di chi ha scelto tante volte nella propria vita unita alla delicatezza di chi continua a interrogarsi anche davanti ai risultati migliori.  Fuori, la poiana continua a disegnare cerchi sopra la vigna e i suoi piccoli imparano a stare nel vento seguendo una traiettoria che presto diventerà la loro. Alcune storie impiegano anni per trovare le parole giuste e, quando finalmente arrivano, possiedono la naturalezza delle cose che erano già tutte lì, nella terra, nella memoria e nello sguardo di chi ha saputo aspettarle.  Montefili mi appassiona ancora.  Forse una casa comincia proprio così, nel momento in cui un luogo continua a sorprenderci e ogni ritorno somiglia ancora a una scelta.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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9 Settembre, 2026

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

  Nel basso Salento, Carlo e Roberto Guarini hanno dato vita a Castello Frisari, un progetto che mette il Negroamaro al centro di una ricerca sulle identità territoriali. Tra vigneti, suoli e microclimi differenti, la zonazione diventa lo strumento per raccontare come la stessa varietà possa esprimere caratteri diversi e restituire valore alla terra da cui nasce. Carlo e Roberto Guarini, la geografia del Negroamaro La terra accompagna gli uomini molto prima che imparino a comprenderla, li precede, li divide, li costringe a scegliere quale posto occupare dentro la propria storia. Alcuni la ricevono in eredità e trascorrono la vita a custodirla, altri sentono il bisogno di interrogarla, di attraversarla palmo a palmo, quasi volessero scoprire se sotto un cognome antico possa ancora nascere un pensiero nuovo.  A Scorrano, nel basso Salento, due metri e mezzo di pietra separano la vecchia cantina dall’esterno, una parte appartiene alla fortezza costruita alla fine del Trecento, l’altra all’ampliamento agricolo arrivato secoli dopo. Le volte raccontano le epoche meglio di qualsiasi targa: a ombrello nella parte più antica, a stella in quella successiva; sopra, il paese ha cambiato forma, la piazza ha preso il posto delle vigne, sotto sono rimasti gli ambienti nei quali il vino veniva prodotto e venduto sfuso fino agli anni Quaranta.  Poi il silenzio, gli attrezzi fermi, la polvere, una scala murata.  Carlo e Roberto Guarini sono ripartiti da qui, dal punto in cui una storia familiare sembrava essersi fermata. Da quel punto hanno creato Castello Frisari, una piccola azienda dedicata esclusivamente al Negroamaro, riportando la produzione dentro gli antichi spazi di Palazzo Guarini Frisari. Davanti alla vecchia diraspatrice progettata dall’ingegner Garolla alla fine dell’Ottocento, Carlo si ferma. In Salento il nome dell’inventore è diventato verbo, oggetto, gesto quotidiano: la macchina viene ancora chiamata carolla, anche da chi ignora l’origine di quella parola. È una delle forme più intime della memoria, quando una persona scompare dai libri e continua a vivere nel linguaggio delle mani.  Forse Castello Frisari nasce dalla stessa esigenza: lasciare un nome dentro l’uso della terra.  Due fratelli, una storia lunga quasi mille anni  I Guarini arrivarono in Salento in epoca normanna e la storia documentata della proprietà familiare attraversa quasi un millennio. Oggi l’azienda Duca Carlo Guarini, guidata dalla famiglia, coltiva vigneti, oliveti, cereali, ortaggi e legumi in diverse tenute salentine e dichiara circa settecento ettari di proprietà. Carlo e Roberto continuano a lavorarvi insieme al padre e agli altri familiari.  In apparenza possedevano già tutto: un cognome riconoscibile, vigne, esperienza, una cantina avviata, una storia capace di sostenere qualsiasi racconto. Eppure il privilegio più autentico consiste nella possibilità di assumersi una responsabilità nuova, senza vivere soltanto di quanto hanno costruito gli altri.  Avevamo in mente un altro stile di vinificazione e un’altra ricerca agronomica sui microclimi del basso Salento. Nell’azienda di famiglia c’erano già mio padre, mio zio e mia zia. A noi interessava sviluppare un’idea diversa, per i fatti nostri, senza aggiungere semplicemente un’altra linea o un’altra etichetta. Quel “per i fatti nostri” potrebbe sembrare una dichiarazione di indipendenza, invece possiede il tono, concreto, di chi desidera difendere entrambe le esperienze. Castello Frisari cresce accanto all’azienda familiare, evita di copiarla e rinuncia a mettersi in concorrenza con quanto esiste già.  Se avessimo voluto produrre duecentomila bottiglie, il progetto avrebbe perso senso e sarebbe entrato nello stesso mercato dell’altra azienda. Lo abbiamo disegnato su una dimensione che ci permettesse di gestire entrambe le realtà e, soprattutto, di lavorare come volevamo. Oggi la produzione si aggira intorno alle undicimila bottiglie e l’obiettivo indicato da Carlo arriva intorno alle diciottomila. Piccoli numeri, soprattutto davanti ai circa sessanta ettari vitati dell’azienda di famiglia. Proprio questa misura consente ai fratelli di seguire appezzamenti, prove e vinificazioni con una precisione quasi artigianale.  Roberto è agronomo ed enologo, porta in cantina tecniche apprese in Francia e una conoscenza quotidiana delle vigne; Carlo segue la gestione, il progetto, il racconto, tutto ciò che serve a trasformare un’intuizione in impresa.  Mio fratello è l’agronomo e l’enologo, io faccio un po’ tutto il resto. Siamo molto allineati e lui riesce a interpretare quello che immagino. Quando abbiamo cominciato, nel 2016, l’obiettivo era concentrarci esclusivamente sul Negroamaro, la varietà che rappresenta maggiormente il basso Salento e, per noi, anche la più flessibile, versatile e interessante. Un allineamento non è un fatto naturale e quando avviene è davvero meraviglioso. Difficile ma possibile. Certo, con la fatica di costruire un’identità comune tra due personalità, due competenze e una famiglia dalla presenza inevitabilmente forte. Roberto possiede il rigore di chi ripete “aspettiamo”; Carlo porta l’impazienza necessaria a muovere le cose. Uno misura il tempo della vigna, l’altro quello del progetto. Castello Frisari vive nell’equilibrio tra queste due velocità.  Il basso Salento visto da vicino  Per molti consumatori il Salento resta una figura semplice: pianura, sole, caldo, mare. Basta invece attraversarlo lentamente per accorgersi della varietà di suoli, venti, profondità, esposizioni e consuetudini che cambiano da paese a paese.  A sud di Scorrano cominciano le Serre Salentine con le lievi ondulazioni capaci di modificare il paesaggio dentro distanze minime. Galatone guarda verso ovest con terre rosse più profonde. Ugento avvicina il calcare alla costa, tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare. Scorrano possiede un appezzamento quasi interamente calcareo, segnato dai cuti, le pietre che affioravano e che sono state frantumate per preparare il terreno. Verso Torre Sant’Andrea un nuovo impianto attende di consegnare la propria risposta.  La zonazione comincia così, prima ancora dei confini ufficiali: una vigna, un assaggio, una differenza capace di tornare vendemmia dopo vendemmia.  Noi abbiamo sempre creduto nel valore della terra. Da agricoltore l’unico vero patrimonio che possiedo è la terra. Se sviluppo un lavoro che trascura il nome della zona, creo soprattutto un valore commerciale; se riesco a dimostrare che quel luogo può generare un prodotto con caratteristiche precise, costruisco valore immobiliare, culturale e strutturale. È il passaggio che rende Castello Frisari un progetto imprenditoriale prima ancora che enologico. Nel mercato c’è un incredibile e insostenibile affollamento di nuove etichette spesso senza un senso vero. Carlo e Roberto hanno scelto di investire sulla riconoscibilità dei luoghi, affinché il prezzo di una bottiglia trovi una ragione dentro la vigna e la vigna acquisisca valore grazie alla bottiglia.  Se oggi si discute di sostenibilità attraverso vetri più leggeri, riduzione dei consumi, certificazioni e bilanci, esiste anche una sostenibilità della terra: fare in modo che un appezzamento abbia valore sufficiente per continuare a essere coltivato, che un vigneto possa competere con l’abbandono e con le colture capaci di offrire ritorni più immediati. Non solo dare dignità alla terra dunque ma a chi la lavora. Se produco una bottiglia costosa in una zona alla quale nessuno riconosce valore, basta un errore commerciale e alla fine rimane poco. Io voglio valorizzare il mio patrimonio e far capire che un determinato territorio può dare un vino di una determinata qualità. Il prodotto viene giustificato dal posto e il posto acquista valore attraverso il prodotto. Il Negroamaro smette di essere soltanto un vitigno  Il progetto parte nel 2016 con tre appezzamenti. Uno, mezzo ettaro di vecchi alberelli, viene perso quando il proprietario decide di vendere l’intera proprietà insieme alla casa; restano Galatone e Ugento, poi arrivano Scorrano e la collaborazione per il vigneto di Torre Sant’Andrea.  Carlo usa spesso la parola “vediamo”. Possiede la curiosità di chi crede nel proprio lavoro e lascia alla terra il diritto di contraddirlo. Mi piace davvero molto come approccio perché in esso è insita la voglia di sperimentare, di provare a capire se effettivamente ciò che hanno in mente possa funzionare o meno, se la zonazione è qualcosa di concreto o meno.  La particolarità doveva essere evidente, altrimenti avremmo smesso. Mio fratello ripeteva sempre: vediamo. Quando abbiamo assaggiato le prime vinificazioni, abbiamo trovato due anime diverse e le abbiamo ritrovate nelle annate successive. Per questo abbiamo piantato a Scorrano e coinvolto il nostro amico Francesco a Sant’Andrea. Vogliamo capire se anche quel luogo restituirà un’identità degna di essere raccontata. Stesso vitigno, lavorazioni parallele e lieviti provenienti dalle proprie uve, selezionati grazie alla collaborazione con la ricerca universitaria leccese. Cambiano il suolo, la profondità, la distanza dal mare, l’epoca di maturazione. Cambia il vino.  La zonazione, qui, evita il feticismo del filare utile soltanto a pochi esperti. La differenza tra Pianura e Serre arriva al naso, alla bocca, perfino a chi possiede poca dimestichezza con le degustazioni. I vini spiegano il progetto prima di qualsiasi discorso.  Il mio sogno è che una persona entri in un ristorante o in un’enoteca e scelga un Negroamaro per la zona. Vorrei vedere scritto grande Serre oppure Pianura occidentale del Salento e sotto, più piccolo, Castello Frisari. Il punto siamo noi soltanto fino a quando il lavoro serve a dimostrare che questa differenza esiste. Poi deve diventare patrimonio di tutti. Sette vini, una carta geografica  La degustazione comincia con Sui Lieviti, Metodo Classico Brut Nature da Negroamaro vinificato in bianco, prodotto senza sboccatura. Nel calice porta una bolla cremosa, più morbida che tagliente, capace di aderire al palato senza stancarlo; pesca, agrumi, frutto tropicale, mandorla fresca e un carattere salmastro raccontano un luogo caldo attraverso l’energia, invece che attraverso il peso. Il sedimento gli consegna materia e profondità, con un richiamo di pane appena spezzato che accompagna il frutto. È una bollicina giovane per scelta, costruita sul piacere immediato e sulla capacità del Negroamaro di trattenere freschezza anche sotto il sole salentino.  Volevamo una bollicina divertente, interessante, capace di spezzare il nostro clima. Il tema del Metodo Classico, per noi, riguardava il vino e la sua freschezza, più che i lunghissimi affinamenti. La prima annata, la 2021, conserva ancora un’energia incredibile. Parla di caldo, di mare, di mandorle, e riesce a mantenere tutto insieme. L’Ancestrale, Negroamaro rosato delle Serre Salentine, deriva da un’unica fermentazione, rimane sui propri lieviti ed esce senza filtrazione con un tappo a fungo stile spumante. Ha il colore velato delle albe vicine al mare e una carbonica piena, tenace, pensata per sostenere l’apertura e il residuo. La mentuccia arriva per prima, seguita dalle erbe mediterranee, da una nota di cedro, dal frutto rosso ancora croccante e da una traccia quasi salmastra che riporta a Ugento. Il lievito smussa il profumo e rende il sorso cremoso, poi l’acidità rialza il vino e il calcare lo conduce verso una chiusura asciutta e luminosa.  Abbiamo cominciato dall’Ancestrale perché volevamo qualcosa che rompesse gli schemi e ci allontanasse dal mondo delle bollicine classiche, che in quegli anni stava esplodendo. Il mondo degli ancestrali è una giungla, la parola viene usata in molti modi e manca una disciplina precisa. Per me conta l’identità del prodotto: una sola fermentazione, pressione vera e un vino capace di mantenere la bolla. Il Negroamaro vinificato in bianco, prima annata 2025, nasce a Scorrano da un appezzamento fortemente calcareo. Quasi privo di colore, apre sul fiore bianco, sulla scorza di agrume e su un frutto dolce che richiama la pera matura, con una sfumatura tropicale delicata. In bocca entra verticale, guidato dall’acidità del suolo calcareo, poi il passaggio parziale nel legno allarga il centro del sorso senza appesantirlo. La materia prende una curva più morbida, il frutto torna, il finale recupera secchezza e pulisce il palato. Possiede la spontaneità dell’aperitivo e la struttura necessaria per attraversare un intero pasto.  Io lo aspettavo da tempo e continuavo a rompere le scatole a mio fratello. Lui rispondeva: aspetta, aspetta. Alla fine abbiamo trovato un compromesso e lo abbiamo presentato tra maggio e giugno. Roberto ha fatto un lavoro bellissimo. La sua forza nasce dal movimento: parte affilato, si distende, torna ad assottigliarsi. È il vino che assomiglia maggiormente ai due fratelli, perché unisce l’urgenza di Carlo alla pazienza di Roberto.  Con il Lacrima, rosato da vecchio alberello di Negroamaro nell’agro di Ugento, la costa si avvicina. Al naso il vino accoglie con una dolcezza di fiore e frutto che potrebbe ricordare certa morbidezza tipica dei rosati salentini. In bocca cambia direzione: l’ingresso delicato si allarga, il frutto prende tensione, la mineralità rende il sorso progressivamente più preciso e la chiusura rimane lunga, asciutta, quasi marina. Il rosa possiede una trasparenza ramata, il profumo sfiora melograno, petalo, ciliegia chiara e pietra calda.  All’olfatto può sembrare un rosato più consueto, poi in bocca continua a evolversi. La vinificazione a lacrima lavora soprattutto sulla parte esterna dell’acino e fa emergere il carattere floreale. Il vigneto si trova tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare, su terra calcarea. Il primo dei tre rossi nasce dall’unione dei vigneti di Scorrano, Galatone e Ugento. È il Negroamaro più giovane e diretto della linea, nato da maturazioni e vinificazioni separate, poi riunite per trovare un equilibrio tra le diverse zone. Il frutto rosso conserva il tono vivo della vendemmia, la mora incontra il ribes, le erbe della macchia mediterranea danno profondità e una spezia leggera accompagna un tannino misurato. La macerazione più breve lascia il vino agile, affabile, immediato, con una leggera rotondità del legno sullo sfondo.  Volevamo un Negroamaro diretto, fresco e divertente, anche più accessibile. Con la sua giovinezza mantiene tutta la parte fruttata che il tempo trasforma. Roberto ha interpretato perfettamente il mio desiderio: il vino conserva la bevibilità e porta con sé il risultato varietale. Poi arrivano Pianura di Terra d’Otranto 2022 e Serre di Terra d’Otranto, stessa uva, annata, cantina e tecnica di vinificazione. Il primo nasce a Galatone, su terre rosse profonde; il secondo a Ugento, su terreni calcarei meno profondi e più vicini al mare. La vendemmia delle Serre precede mediamente di circa dieci giorni quella della Pianura.  Il Pianura ha un respiro scuro e largo. Mora, amarena, prugna, spezia e terra rossa costruiscono un naso profondo, attraversato da una componente balsamica più discreta. In bocca il vino occupa spazio, il tannino possiede presenza e maturità, il frutto rimane pieno, la chiusura si distende con calore e lunghezza.  Il Serre parla con un’altra voce. Il frutto diventa più teso e salato, la macchia mediterranea entra con forza, mentuccia, mirto e rosmarino anticipano una bocca più verticale. L’acidità appare più netta, il tannino sottile accompagna il sorso e il finale porta con sé una sensazione calcarea, quasi tattile.  Sul tavolo i due bicchieri sembrano confutare l’idea che pochi chilometri rappresentino una distanza trascurabile. Il Pianura accoglie e allarga, il Serre tende e solleva. Uno conserva la profondità della terra, l’altro la vicinanza del mare. Nessuno prevale, perché la zonazione acquista senso proprio quando evita una graduatoria e offre una scelta.  In tutti questi anni abbiamo avuto preferenze diverse e mai un vincitore assoluto. Era esattamente quello che cercavamo. Il consumatore può riconoscere due caratteri e scegliere in base al proprio gusto, al momento, a ciò che porta in tavola. Questo dimostra che la zona esiste.  L’impresa come atto di fiducia  Carlo parla di mercato con grande lucidità. Conosce il rischio di una regione nella quale molte cantine nascono sulle stesse dimensioni, inseguono fasce di prezzo simili e finiscono per raccontare il territorio con parole intercambiabili. Per questo immagina un sistema nel quale la zonazione diventi uno strumento comprensibile, simile a quanto accade in altre aree europee: provenienza, qualità e valore capaci di sostenersi a vicenda.  La sua è una visione contemporanea dell’agricoltura.  La nostra idea riguarda il vino e anche la dimensione sociale ed economica della zona. Tra un paese e l’altro cambiano tradizioni, dialetti, abitudini, perfino il modo in cui le persone conducevano la vigna. Il Salento possiede una varietà enorme. Vorremmo rappresentarla nel vino e, con il tempo, costruire un lavoro condiviso con altri produttori. Da soli possiamo dimostrare una differenza; per trasformarla in un sistema serve un territorio intero. Castello Frisari approfondisce il proprio luogo. Al posto di chiedersi quale vino desideri il mondo, Carlo e Roberto cercano di capire quale vino possa nascere soltanto qui.  Impresa e affetti si uniscono. La famiglia rimane accanto, dentro l’azienda storica, nei lieviti, nelle prime prove di Negroamaro bianco, nei consigli del padre, nelle competenze apprese dentro una tradizione lunga cinque generazioni a Scorrano. L’autonomia dei figli diventa un’altra forma della continuità familiare: separare i percorsi perché ciascuno conservi integrità, creare spazio perché una storia antica possa generare qualcosa che le somigli senza ripeterla.  Forse crescere significa proprio questo, prendere ciò che una famiglia ci ha affidato e restituirglielo con una domanda in più.  Il giorno in cui si chiederà un Negroamaro di Ugento  Fuori dalla cantina, Scorrano continua la propria vita sopra pietre che hanno visto passare secoli, vendemmie, famiglie, commercianti venuti ad acquistare vino sfuso e ragazzi convinti che per costruire il futuro occorra andare lontano. Carlo e Roberto hanno scelto di raccontare come pochi chilometri tra una vigna e l’altra ma abbastanza per scoprire che il mare, il calcare, le terre rosse e il vento possano cambiare la voce dello stesso vitigno. Tutto sembra passare dal padre ai figli cambiando forma. Come se ogni eredità restasse viva soltanto quando trova il coraggio di evolvere.  Carlo guarda i bicchieri di Pianura e Serre.  Il mio sogno è che qualcuno chieda un Negroamaro della zona occidentale del Salento perché sa che quella zona esiste. Vorrei che scegliesse il territorio prima dell’azienda. Quel giorno potrei anche mettermi a piangere. La sua voce trattiene l’ironia e lascia affiorare la parte più autentica. Dietro la zonazione, le prove, i piccoli numeri, il confronto con il Piemonte o con la Germania, vive il desiderio semplice di consegnare dignità alla propria terra.  Un giorno, entrando in un’enoteca, qualcuno potrebbe chiedere un Negroamaro di Ugento, di Galatone, di Scorrano o di Torre Sant’Andrea. In quel momento Carlo e Roberto avranno raggiunto il proprio obiettivo, anche se il nome Castello Frisari sarà scritto più piccolo.  In fondo, una terra comincia davvero a esistere quando qualcuno impara a chiamarla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, il filosofo in vigna Arrow Right Top Bg

4 Settembre, 2026

I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, la vita che scegliamo

  Daniele Manini è arrivato in Oltrepo’ per caso dopo un pezzo di vita che avrebbe voluto altro. Nell’azienda I Doria di Montalto ha trovato forse ciò che cercava e che, alla fine, si è scelto. Non si sceglie di nascere, ma si sceglie come vivere la vita che ci è toccata.
Jean-Paul Sartre Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno. Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi. Arrivo al vino quasi per scivolamento. Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese. La telefonata delle dieci di sera La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto: Ho sentito parlare di lei. Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete. Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta Mi avevano detto che era un po’ pazzo. La risposta parte prima di qualunque calcolo Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei. Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza. Come mai? chiede lei, sorpresa. Sto arrivando. Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo. L’estraneo che cambia tutto Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi. Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione. All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione Il colore. Mi fermo qui. Un mese dopo viene assunto. La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione. Quando si è stanchi si fanno soltanto danni In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare. Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra.   Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori. Al nord, vicino Voghera. A Casteggio. Il nome riaccende nel vecchio un ricordo A Casteggio portavo le botti. Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità. Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini. L’identità dell’Oltrepò La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti. Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale. Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti. Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling. Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie. Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale.     I vini de I Doria di Montalto Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce. AD Nebbiolo Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino. Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione. Riesling Le Briglie Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile. Roncobianco. Riesling Riserva Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza. Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita. 1800. Riesling Metodo Classico Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia. AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera. Turais Moscato secco Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla.   Il biologico come contratto di onestà Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro. In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro. Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce. La scienza incontra l’uva Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute. Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli. Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più. La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura.   Diventare socio, prima ancora di esserlo Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte. Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità. “Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale. Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente. Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato. Il sogno futuro Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi. Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia. L’essenza viene dopo Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso. Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine. Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi. Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta Arrow Right Top Bg

2 Settembre, 2026

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

  Cremisan 1885 è una delle cantine storiche della Palestina. A Beit Jala, vicino a Betlemme, la produzione vinicola si intreccia con la storia del territorio e con la valorizzazione di vitigni locali. Fadi Batarseh lavora proprio nella cantina. Un tuttofare con una storia incredibile.   Il giorno in cui la libertà diventa una frase semplice Fadi Batarseh parla correntemente l’italiano. Si capisce, anche solo guardandolo, che non ha vissuto tanto in Italia. Non è, come qualcuno vorrebbe far credere il colore della pelle o una sorta di normalità italiana che lo evidenzia. Sono gli occhi. Il suo sguardo che è come la paura, anzi, il terrore emergesse ogni tanto. Quando parla poi non usa parole grandi. Non ne ha bisogno. Le parole grandi, in certe terre, si consumano in fretta. Pace. Futuro. Confine. Casa. Libertà. Le pronunci e sembrano già più deboli della realtà che dovrebbero contenere.
Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera. È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto. In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto. Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi. Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale. Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare. Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica. Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare? Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine. Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane. Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno. La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo. Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni. I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi. Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione. Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni. Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente. Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto. Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza. Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative. Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao. Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre. La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti. Tornare. Perché non poteva non tornare La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici. Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione. Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora. Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare. Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno. Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi. È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti. Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa. Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario. Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei. Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene. Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità. Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi. Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia. Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua. Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda. L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire. Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così. Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza. Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre. Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo. Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce. La figlia nata dentro la paura Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra. Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro? Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no. Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano. Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro. Non arrendersi non significa crederci sempre La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante. In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso. Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia. C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici. Il vino non salva. Però trattiene qualcosa Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione. Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate. Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo. Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere. E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo. A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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31 Agosto, 2026

Arillo in Terrabianca. Adriana Burkard, intanto custode, poi la terra farà il resto

  Alcune eredità non si misurano in ettari o bottiglie. Si riconoscono nelle scelte quotidiane, nel rispetto per la terra e nella volontà di preservare ciò che conta. È da qui che prende forma il percorso di Adriana Burkard ad Arillo in Terrabianca, una storia che parla di famiglia, identità e futuro attraverso il linguaggio più sincero del territorio. Arillo in Terrabianca, la terra come eredità e il vino come memoria Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.
Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino.  Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica.  Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope. La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa?  La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo.  Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa. Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto.  Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo. Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte.  default Una famiglia non si salva dividendosi il futuro  Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice.  È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato. Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e  coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so.  Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza.  Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori. Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune.  default Custodi  Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce.  È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi. Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui.  Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male. Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare.  Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla.  Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente. Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino.  Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare.  All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso. Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili.  Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana  A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati.  La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri.  Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo? Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali.  Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare.  Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà. Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto  A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande.  L’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo.  Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo.  Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità.  Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro.  Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio.  Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo. Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso.  Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente. Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella. Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo. La memoria sensoriale che abbiamo perduto  Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine.  È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega.  La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità. L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro.  Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia.  La terra farà il resto  Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni.  La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui.  E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare.  Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi.  Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi.  Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito.  La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia Arrow Right Top Bg

7 Agosto, 2026

Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia

  Al numero 43 di via Paolo Fabbri, in periferia di Bologna, il campanello ha portato per decenni lo stesso nome del disco più venduto nella carriera di Francesco Guccini. L’indirizzo di casa e il titolo dell’album coincidevano per il semplice fatto che quella porta restava aperta a chiunque bussasse, a qualunque ora, con una bottiglia già sul tavolo. Il 6 agosto, a Pavana, quella porta si è chiusa. Francesco Guccini se n’è andato a ottantasei anni, e con lui si è spenta una delle voci che per mezzo secolo ha raccontato l’Italia dal fondo di un’osteria, tra un fiasco di vino rosso e un tavolo di legno segnato dall’unto e dagli anni. Da via Paolo Fabbri all’Osteria dei Poeti Guccini arriva a Bologna nel 1961, ancora studente, e la città gli si offre attraverso le sue cantine più che attraverso le sue aule. Nel sottosuolo di via de’ Poeti, tra le mura di Palazzo Sampieri Cospi, esisteva da secoli una buchetta per la vendita del vino: è lì che nasce l’Osteria dei Poeti, primo amore bolognese del futuro cantautore, un locale semplice dove si servivano vino bianco, vino rosso e poco altro. Qualche uovo sodo, la compagnia degli anziani del quartiere seduti davanti al loro mezzo litro. 

Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo. «Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole. Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche. Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via. Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino. Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri. L’ultima osteria d’Italia Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato.  A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio Arrow Right Top Bg

7 Agosto, 2026

Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio

  Esistono luoghi in cui il paesaggio non fa soltanto da sfondo. Diventa parte della vita, delle scelte e del lavoro quotidiano. Nel racconto di Roberto Crosio, il ghiacciaio è una presenza silenziosa che continua a influenzare la montagna e a definire il carattere di un territorio capace di lasciare un’impronta profonda in chi lo abita e in chi lo attraversa. Da bambino, la prima cosa che hai quando cresci in una casa che porta il nome di un fiore è il profumo. Il profumo della cucina, delle erbe raccolte all’alba in Valchiusella, del brodo che sobbollisce mentre fuori il Canavese si risveglia piano. Roberto Crosio è il figlio di Mariangela Susigan e Mauro Crosio. Lei chef stellato, lui padrone di sala con mani da sommelier e voce da cantastorie. Loro è il Ristorante Gardenia di Caluso. Una casa ottocentesca avvolta da orti e giardini a mezz’ora da Torino dove Roberto ha imparato la prima cosa che conta davvero: che il rispetto per la terra ripaga sempre. Che cercare l’anima di un luogo non è un atto poetico ma un atto preciso. La cucina di Mariangela è una cucina che va a prendere le cose dove stanno: negli orti, nei boschi, nell’erba spontanea che lei raccoglie nei prati dell’anfiteatro morenico come se stesse leggendo una mappa che solo lei sa decifrare. Crescere a quella tavola, non come ospite, ma come figlio, ha significato imparare come il territorio non sia uno sfondo. È il soggetto. Roberto l’ha capito presto, forse prima di riuscire a dirlo a parole. Da adolescente andava a lavorare part-time alla cooperativa vinicola locale, rubando il mestiere agli anziani che pigiavano l’uva con quella competenza silenziosa che appartiene a chi non ha mai avuto bisogno di spiegarsi. Poi, prima di fondare la propria cantina nel 2000, tanti anni di vendemmie sparse per il Piemonte. Ma anche una decisiva, in Australia: la Barossa Valley, dove il vino si fa con un coraggio diverso, senza le parentesi del passato a proteggerti.  Tornato in Italia con la testa piena di questo contrasto, Roberto ha scelto il punto esatto in cui voleva stare: Caluso. Il suo posto. La sua terra. La terra, qui, non è una metafora. L’Anfiteatro Morenico di Ivrea è una delle formazioni geologiche di origine glaciale meglio conservate al mondo. Superata in Italia soltanto dal bacino del Garda. Ventimila anni fa, il ghiacciaio del Monte Rosa percorreva la valle della Dora Baltea e scaricava in pianura una massa enorme di sassi, ghiaia, sabbia: ciottoli e detriti minerali stratificati per millenni, compattati dal gelo, poi liberati dall’acqua, poi lasciati qui a fare suolo. Il risultato è un terreno franco sabbioso, pH 5,6, acido come deve essere per l’Erbaluce, con quella mineralità che non si sente soltanto nel vino ma si vede nelle colline, nella pietra grigia che emerge qua e là, nei laghi morenici. Candia, Viverone, i cinque laghi di Ivrea punteggiano la pianura come specchi dimenticati. Per questi stessi sentieri passava la Via Francigena, l’arcivescovo di Canterbury Sigerico che nel 990 annotava le sue tappe di ritorno da Roma. Canavese era il paese di mezzo, il luogo dove le strade si incrociano e il vino aspettava i pellegrini. L’Erbaluce Roberto coltiva circa dieci ettari su questo suolo con l’Erbaluce a fungere da centro di gravità nel reticolo della pergola Canavesana. La pergola Canavesana è una scelta di campo: è lenta, è cara da mantenere, è densa di storia. Roberto l’ha tenuta perché è quella che questo vitigno conosce da sempre, quella che gli permette di esprimersi nel modo che gli appartiene. Poi Nebbiolo e Barbera a guyot, poi Merlot e Syrah incontrati durante i suoi viaggi. Vitigni internazionali addomesticati in un paesaggio che non perdona le imposture.  Non si può fare qui il biologico. Troppo complicato. Forse insensato. La lotta integrata con prodotti di origine prevalentemente naturale, niente diserbanti, tutto il lavoro a mano è quello che l’ambiente e la coscienza gli impongono. Un buon vino è fatto solo di uva buona.  Si, certo, facile a dirsi ma quando troppo spesso, inseguendo le chimere del mondo moderno, dimentichiamo quello che facevano i nostri vecchi, quelli che avevano la saggezza di aspettare e intervenire solo quando necessario, in armonia totale con la natura, allora si combinano casini.  Monica, la sua compagna, è l’anima narrante dell’azienda. Sempre con il sorriso. Sempre disponibile. Roberto è sempre in vigna anche se l’ho incontrato ad una degustazione a Roma. Con Monica ovviamente. Ma se c’è da portare i visitatori a scoprire il territorio, a far assaggiare i vini, a parlare dell’azienda e di Roberto, c’è solo Monica. Roberto ha quella timidezza sabauda che è forse solo voglia di rifugiarsi sotto le pergole.  La cantina è a Candia Canavese, sulla strada tra Caluso e il lago. A cinque minuti dal Gardenia, una genealogia geografica che non lascia spazio all’equivoco: questa famiglia ha un solo modo di essere al mondo, ed è questo. Trentacinquemila bottiglie l’anno. Una misura artigianale, intenzionale. Abbastanza per esistere, non troppo da perdersi. Nel 1600 Giovan Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia, descrisse l’Erbaluce con la precisione di chi aveva appena visto qualcosa di necessario: Erbalus è uva bianca così detta, come Alba Lux, perché biancheggiando risplende” Alba Lux, luce dell’alba. Un nome che non descrive una varietà botanica, ma un’apparizione. L’Erbaluce di Caluso ottenne la DOCG nel 1967, prima denominazione bianca del Piemonte, in un territorio dove il vino dolce passito era già presente alla corte di Napoleone e nelle mense dei pellegrini francigensi. Roberto eredita tutto questo senza il peso dell’eredità: lo porta leggero, come chi sa da dove viene ma ha deciso da solo dove andare. Primavite. Erbaluce di Caluso DOCG Il Primavite è il primo vino: non cronologicamente soltanto, ma nel senso che è il gesto originario, l’intenzione da cui tutto il resto discende. Viene da viti tra i quindici e i trent’anni, vinificato in acciaio a temperatura controllata, affinato sui propri lieviti per cinque o sei mesi, poi ancora in bottiglia per sei. È un vino che si costruisce per sottrazione: nessuna barrique, nessuna interferenza esterna, solo il dialogo diretto tra l’uva e il suolo da cui viene. Nel calice il giallo paglierino è scarico, ma ha al tempo stesso una luminosità silenziosa che si impone senza annunciarsi. Al naso sembra già teso prima ancora che lo avvicini. Verticale come il corpo del vino che seguirà. Si sente l’uva nel senso più nudo del termine: un’uva aspra, viva, che poi si esalta nel glicine e nel biancospino, in un agrume maturo che ha la strana qualità di essere contemporaneamente fresco e rotondo, come un limone che ha deciso di non scegliere. L’erba verde, tenue e sana. La mela verde che non mente sulla propria natura. Una pera croccante che da la consistenza prima del sapore. E poi, a sorpresa, quasi un’eco d’ananas: fresca, succosa, con quel contrasto tra acido e dolce che lo rende difficile da smettere di annusare. In bocca arriva, puntuale come il Natale, con la verticalità che prometteva al naso. Solo che è una verticalità generosa, che sa espandersi. La sapidità è il centro di gravità, la persistenza è lunga e non vuota, e quello che rimane sul palato è una sensazione di pulizia che non è sterilità ma grazia: la bocca resta pulita ma con ancora questo retrogusto che è un misto tra limone e mela verde, come se il vino non volesse del tutto andarsene. Un vino che non ti stanca. Un vino che ti fa voglia di ricominciare dal primo sorso. Incanto. Erbaluce di Caluso DOCG Metodo Classico (annata 2020, sboccatura 2024) L’Erbaluce ha due vocazioni naturali: il vino fermo e il Metodo Classico. Roberto le coltiva entrambe con eguale convinzione. L’Incanto è la prova che la seconda non è un capriccio ma una necessità. La naturale acidità del vitigno, la pergola Canavesana, il suolo morenico: tre elementi che sembrano fatti apposta per questo tipo di vino, e che qui si incastrano con la precisione di chi ha aspettato il momento giusto. Quattro anni sui lieviti, sboccatura 2024: il tempo non è un costo ma un ingrediente. Nel calice è un giallo paglierino luminoso, il perlage fine e persistente come si addice a chi non ha nulla da dimostrare. Al naso gli agrumi arrivano in quantità: freschi, possenti, diversi tra loro, come se il vino stesse citando tutti gli agrumi che conosce nello stesso momento. Si mescolano all’erba appena tagliata, al fieno, alle margherite, all’iris. Il limone si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso: un biscotto al limone, quasi, e poi la salvia e le erbette, e una mineralità che insegue ed è inseguita. Un calice che non smette di aprirsi. In bocca la sensazione principale è quella di un’alternanza tra opposti che non si escludono ma si cercano: verticale e cicciotto, fresco e avvolgente, teso e ampio. Il limone è presente ma mai invasivo. È tenue, soave, come una nota bassa che tiene insieme l’accordo senza sovrastarlo. La persistenza è bellissima: lunga, piacevole, con quel finale che ti trattiene lì ancora un momento, a bocca vuota, a fare l’inventario di quello che resta. Una luce che emerge dal calice e ti segue anche dopo. Erbaluce, Alba Lux: aveva ragione Croce. Gemini. Nebbiolo Canavese Ho un debole per i vini che sanno raccontare una storia, ma ancor di più per quelli che lo fanno con discrezione. Il Gemini di Roberto Crosio è esattamente questo: un Nebbiolo che si presenta gentile, quasi sussurrando e poi ti avvolge lasciandoti addosso un calore inaspettato. Il Canavese non è certo la turbolenta e famosa Langa. È un’altra storia. Qui, incastonato nell’anfiteatro morenico di Ivrea, il terreno racconta il lento ritiro dei ghiacciai antichi, lasciando depositi ricchi di minerali e scheletro. Su queste colline, il Nebbiolo ha imparato a esprimersi senza la prepotenza che talvolta assume altrove, regalando invece un’eleganza sottile e una freschezza che sorprende. Qui l lavoro di Roberto Crosio trova la sua dimensione più autentica: l’Erbaluce rappresenta il cuore della sua cantina, ma è con questo Gemini che ho scoperto la sua capacità di interpretare i rossi con una sensibilità fuori dal comune. Nel calice si presenta con un bellissimo colore granato, già accennando a quei riflessi aranciati che sono il biglietto da visita classico del Nebbiolo un po’ maturo. Al naso è un concentrato di dolcezza: non c’è l’aggressività del tannino giovane, ma una nota calda e avvolgente di gianduja che mi ha subito messo a mio agio. Emergono poi la cannella, le spezie d’Oriente, un tocco di liquirizia e quella violetta che fa sempre capolino quando il vitigno è ben interpretato. In bocca conferma questa impressione: un tannino gentile, quasi vellutato, accompagna una beva dinamica dove la componente acida dona la giusta slancio senza mai diventare scomoda. Pensatelo con un bel piatto di selvaggina oppure con formaggi a pasta dura ben stagionati. Porterà a tavola quella sensazione di calore e conforto che cercate quando fuori fa freddo, senza mai stancare il palato. Nel panorama dei rossi piemontesi, dove spesso si corre a cercare l’ennesima etichetta di prestigio dal prezzo stellare, il Gemini di Roberto Crosio è una boccata d’aria fresca. È l’esempio concreto che il Nebbiolo può essere anche ristoro, leggerezza e puro piacere di bere. Le scelte di Roberto Roberto avrebbe potuto ereditare il palcoscenico del Gardenia con quella cucina stellata, quella sala che Mauro gestisce con la grazia discreta di chi conosce il peso di ogni bicchiere servito. Avrebbe potuto diventare chef, maître, sommelier, custode di una tradizione familiare che già portava un nome e una reputazione. Il percorso era tracciato, la strada asfaltata, il risultato prevedibile. Ha scelto la vigna. E non una qualsiasi. Ha scelto l’Erbaluce, un vitigno di nicchia profonda, confinato in meno di trecento ettari di denominazione, capace di ispirare devozione quasi monastica nei suoi estimatori e di passare del tutto inosservato al resto del mondo. Non il Nebbiolo delle Langhe, non il Barolo con la sua liturgia consolidata, non nessuno dei vitigni che il mercato internazionale riconosce senza dover aprire una guida. L’Erbaluce di Caluso: Alba Lux, quella luce che risplende solo per chi si ferma a guardarla. Roberto l’ha scelta sapendo benissimo cosa comportava. Non la via della notorietà rapida, ma quella della fedeltà lenta. La scelta di chi vuole costruire qualcosa di vero invece di qualcosa di grande. Ha voluto fortemente rendere merito alla sua terra e rendere è proprio la parola giusta. Non è prendere, non è appropriarsi. È restituire. Monica Viola abita quel territorio con la stessa coscienza. Un cognome che è il colore del Nebbiolo giovane, il colore che il Gemini porta nei suoi riflessi prima che il granato prenda il sopravvento. Coincidenza, certo. Ma certe coincidenze sembrano progettate. Non è la parte dinamica di un progetto altrui ma la persona che ha scelto di abitare quel progetto con piena coscienza, di farlo proprio senza smettere di essere se stessa. Me la immagino mente cammina tra i filari con la disinvoltura di chi conosce ogni vite per nome. Per questo non sta illustrando il lavoro di qualcun altro. Sta raccontando qualcosa che appartiene anche a lei. È lei a guidare le passeggiate tra le vigne, a portare i visitatori a scoprire l’Erbaluce, a condurre le degustazioni in cantina. Lei, non descrive solo un vino perché ha un entusiasmo vero che  ti fa venire voglia di berlo per ritrovare il modo con cui lei lo vive. Ha sposato Roberto ancora solo in senso figurato e ridono entrambi quando glielo si fa notare. Ma certe unioni non hanno bisogno di cerimonie per essere riconoscibili. Basta un vino che porta il tuo nome, e una vigna che cammini come se fosse casa. Alba Lux. La luce dell’alba non illumina tutto il mondo. Ma illumina benissimo il posto in cui sorge. Così come le persone che hanno scelto di restarci. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Trasparenze di sale Arrow Right Top Bg

5 Agosto, 2026

Trasparenze di sale. Il connubio tra i vini di Vito Oddo e l'arte di Liliana Vianello a Via Margutta

  Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, Via Margutta, Roma, rassegna EstatArte   Per secoli, le navi della Serenissima presero il mare verso la Sicilia con il solo scopo di caricare il sale dalle sue saline. Specialmente quelle del trapanese poiché tra le più produttive del Mediterraneo. I carichi di sale alimentavano il monopolio gestito dal Magistrato al Sal, l’ufficio della Repubblica che ne regolava il commercio. Venezia, che di sale proprio non ne aveva, dipendeva da coste lontane creando un legame concreto, documentato nei registri di quella magistratura. Mi piace pensare a questo legame antico se ripenso all’incontro andato in scena a Roma, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign di Via Margutta ha ospitato, nella cornice della rassegna estiva EstatArte, una serata dedicata a Liliana Vianello creando un dialogo tra le trasparenze pittoriche dell’artista veneziana e i vini della cantina urbana di Vito Oddo, nati sulla stessa terra che per secoli aveva riempito le stive dirette alla Serenissima. Non un semplice accompagnamento a margine di una mostra, ma un vero connubio e la prova, se ma ve ne fosse ancora bisogno, che un vino e un quadro, nati a secoli e a mari di distanza, possono avere qualcosa da dirsi.   La laguna e la salina: due acque, un’unica luce Venezia, nella pittura di Vianello, non compare come citazione ma come vera struttura. La superficie si fa profondità, il colore si deposita in velature successive così che ogni tela custodisce l’eco di un’atmosfera sospesa, quella della laguna nelle ore in cui l’acqua e il cielo si fondono smettendo di distinguersi. Non è un caso che proprio Venezia, dal Cinquecento, abbia fondato parte della propria identità sulla lavorazione dello specchio a Murano, un’arte tenuta a lungo come segreto di Stato, al punto che agli artigiani era proibito lasciare l’isola: una città che ha fatto della trasparenza e del riflesso non un ornamento, ma una vocazione. L’influenza di Venezia emerge non solo come riferimento geografico e culturale, ma come autentica ispirazione poetica. Nei lavori di Vianello, il colore si fa luce, la superficie diventa profondità e ogni trasparenza invita lo spettatore a scoprire nuovi livelli di lettura. È una pittura che suggerisce più che descrivere, lasciando spazio all’immaginazione e al dialogo interiore. Trapani racconta, sulla stessa soglia tra acqua e luce, la storia delle sue navi che per secoli hanno affidato a quelle della Serenissima. Le sue saline, distese basse d’acqua ferma, incorniciate da mulini e argini di terra battuta, restituiscono visivamente ciò che per secoli hanno rappresentato commercialmente: una superficie che non si limita a riflettere il cielo, ma lo trattiene, lo filtra, lo restituisce trasformato. Due città, due lagune minori, un solo principio compositivo: la luce che non si limita a posarsi sull’acqua, ma vi resta imprigionata.   Il Vermentino e la goccia di mare nascosta in Via Margutta Se la pittura di Vianello evoca l’atmosfera sospesa della laguna, il Vermentino di Oddo ne offre la controparte gustativa: un bianco che porta il sale nella propria sapidità senza mai dichiararlo apertamente, teso tra la luminosità del colore e la trattenuta mineralità del sorso. È il vino della soglia, quello che in un territorio segnato dal vento e dall’acqua bassa racconta la vicinanza del mare più di quanto potrebbe fare la sua semplice presenza in etichetta. Anche il nome della strada che ha ospitato la serata custodisce, secondo una delle ipotesi etimologiche più suggestive (per quanto meno accreditata di altre) un’eco d’acqua: “Margutta” potrebbe derivare da “maris gutta”, goccia di mare, in memoria di un rivolo che scorreva lungo la stradina prima delle opere di bonifica ottocentesche. Vera o presunta, quest’origine marina del toponimo regala al Vermentino un ospite naturale: un bianco salino che, senza saperlo, ha bevuto nella strada giusta.   Il Merlot: dalla scuderia alla galleria, dal garage alla cantina Prima di diventare la via delle gallerie e degli atelier, Via Margutta fu per secoli uno spazio di servizio: ospitava le scuderie, i magazzini e le case degli stallieri e dei marmisti al seguito dei palazzi nobiliari di via del Babuino. Fu un artigiano di cui non è rimasto il nome ad aprirvi la prima bottega, dando avvio a una trasformazione lenta ma radicale: baracche e stalle divennero, nel tempo, gallerie e ateliers. È una storia che sembra accomunare quella di Vito Oddo. La sua sede, prima cantina urbana di Trapani, nasce infatti nel garage di famiglia, nel quartiere di Villa Rosina dove Vito ha condotto le prime fermentazioni sperimentali. Il Merlot che matura in quello spazio insieme al Guerra e Pace, cresciuto nella stessa disciplina, porta addosso la stessa materia grezza trasformata in qualcosa d’altro: non più garage, ma cantina; non più semplice contenitore, ma luogo di espressione. Il rosso struttura e trattiene, dà corpo alla trasformazione dove il bianco e il macerato ne raccontano la superficie: la stessa profondità che Vianello costruisce per strati di colore, il Merlot la costruisce per strati di tempo in legno.   Una vocazione già scritta nell’etichetta L’incontro tra la cantina di Vito Oddo e il mondo delle arti visive non nasce con questa serata. Le etichette di Oddo Vini portano da tempo la firma del pittore Alessandro Siviglia, in una collaborazione che ha trasformato ogni bottiglia in una superficie destinata, fin dall’origine, a portare un’immagine oltre che un contenuto. L’incontro con Liliana Vianello a Roma non è dunque un’eccezione nella storia della cantina, ma la prosecuzione, in una città e in un contesto diversi, di un’attitudine che le è propria.  un precedente che lascia intuire quanto lontano possa ancora arrivare, per questa cantina, l’idea del vino come immagine oltre che come sapore.   Via Margutta, soglia tra tradizione e contemporaneità Via Margutta resta, a Roma, uno dei pochi luoghi capaci di ospitare un incontro di questo tipo senza che suoni artificioso: strada di artisti e di ateliers per tradizione, ha trovato nella rassegna EstatArte e nella Galleria Area Contesa ArteDesign un prosecutore naturale della propria vocazione conviviale. La serata dedicata a Vianello ha confermato quella vocazione, offrendo al pubblico un’esperienza in cui il gusto e lo sguardo si sono mossi sul medesimo principio: la trasparenza come forma più alta della verità di un luogo, che questo luogo sia una laguna dipinta o una salina raccontata in un bicchiere. Resta, sullo sfondo, una domanda più ampia: quante altre opere, quante altre cantine potrebbero trovare un simile punto d’incontro, se solo si accettasse di leggere un’etichetta come si legge una tela? La serata di Via Margutta non chiude questa possibilità: la apre.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2026

Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti

  Prima di Joaquin c’erano milioni di bottiglie. Poi è arrivato Raffaele Pagano e la decisione di fare l’esatto contrario. Cercare vigne invece di volumi, attendere invece di correre, custodire invece di consumare. Una storia che attraversa l’Irpinia, Capri e il vino italiano raccontando il valore del tempo, delle radici e delle scelte controcorrente. Il rumore spento di Raffaele Pagano Prima del vino, prima di Lapio, prima della parola Joaquin, c’è il rumore. Il rumore meccanico, ostinato, quasi fisico prodotto dalla linea di imbottigliamento che corre, il vetro che avanza, le bottiglie che diventano numeri, casse, camion, fatture, scadenze.
Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi. Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare. Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa. Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina. Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità? Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta. Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove. Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin. Dal mondo della quantità alla religione del tempo Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo. Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi. La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando. Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso. Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare. Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare. Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni. Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili. Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale. In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no. A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta. La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia. E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari. Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti. Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto. Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo. Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta. Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana. Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola. La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni. L’impresa, un atto di custodia Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle. Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali. Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi. Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo. Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare. Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione. Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino.   Le bottiglie come figli Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice. Non ho figli. La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa. Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo. Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità. I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere.   I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così. Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive. 110 Oyster 2024 (Greco) Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza. Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia. Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano) Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare. Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile. In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino. Piante a Lapio, Fiano Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa. Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta. Quello che resta dopo il bicchiere Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli. Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande. Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario. Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere. Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo. Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti. In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta Arrow Right Top Bg

29 Luglio, 2026

Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta

  Sopra Montecorice, con lo sguardo sul mare del Cilento, Gianlorenzo Scola ha trasformato un uliveto di famiglia in Squasaria, un’osteria intima dove cucina, memoria e accoglienza si incontrano. Un luogo di pace in cui sedersi significa, prima di tutto, ritrovare il tempo. La prima cosa che ricordo di Squasarìa non è un piatto. Non è nemmeno il vino. Non è la sala, non è la cucina a vista, non è Luciano che si muove tra i tavoli con quella sicurezza gentile di chi non serve semplicemente, ma accompagna. La prima cosa che ricordo è la luce. Quella luce strana che il mare restituisce quando la sera ha ormai deciso di diventare notte e la luna, senza chiedere permesso, comincia a mettere ordine nel buio. Da Montecorice lo sguardo scivola verso Acciaroli, accarezza il golfo, si perde in quella linea in cui l’acqua e il cielo sembrano avere fatto pace dopo una lunga discussione. E allora ti accorgi che stai seduto a un tavolo e non hai nessuna voglia di alzarti. Che non stai solo mangiando. Stai abitando un momento. Il golfo, da qui, si guadagna in salita. Tornanti che si arrampicano tra ulivi secolari e muretti a secco, l’asfalto che si restringe fino a sembrare un errore del navigatore. Poi Montecorice si rovescia sotto i piedi tutto in una volta. Occorre andare oltre, ancora più su per poi svoltare in una stradina sterrata che si immerge tra gli olivi. Fino a trovare Squasarìa. Mi è venuto in mente Nuovo Cinema Paradiso, non so bene perché. Forse per quella malinconia buona che hanno certi luoghi del Sud quando non cercano di sedurti ma finiscono per farlo lo stesso. Forse perché in alcuni posti sembra di sentire ancora le voci di chi li ha immaginati prima di costruirli. O forse perché Squasaria, come il cinema di Tornatore, appartiene a quella categoria rara di cose che sanno essere popolari senza diventare volgari, sentimentali senza diventare stucchevoli, semplici senza diventare banali. In fondo la semplicità, quando è vera, è la più difficile delle architetture. Gianlorenzo Scola non ha aperto un ristorante. Questa è la prima bugia che bisogna togliere dal tavolo. Lui ha costruito un posto di pace. Lo dice lui stesso, quasi senza enfasi, quasi con pudore: Io volevo aprire un posto di pace. La cosa sorprendente è che non è una frase preparata per il giornalista. Sapete, di quelle buone per una brochure o per un sito internet. Sembra piuttosto il residuo fedele di un pensiero antico, qualcosa che gli è rimasto addosso per anni mentre saliva su quella collina con i suoi cani e guardava il paese da lontano. Mi affascinava l’idea di avere il paese a portata di mano e allo stesso tempo starci fuori. Vederlo, ma distaccarmi. Una frase che racconta Gianlorenzo molto prima della sua cucina. Montecorice non è uno un paese sullo sfondo. È parte integrante della sua biografia. Il padre era di qui, la madre veniva da Scala, in Costiera Amalfitana. Un paese antico e verticale che guarda Ravello come se custodisse un segreto più vecchio del mare. Padre impiegato alle Poste, madre insegnante di lettere. Una famiglia normale, verrebbe da dire. Come se normale non fosse una parola sempre un po’ ingiusta. Le famiglie normali non esistono. Esistono famiglie che custodiscono silenzi, gesti, paure, educazioni sentimentali. Esistono tavole attorno alle quali si impara senza saperlo. Da bambino Gianlorenzo non cresce dentro una dinastia di ristoratori, non eredita un mestiere già apparecchiato, non ha davanti una strada tracciata. Eppure qualcosa, da qualche parte, lavorava. Il nonno paterno era conosciuto nel Cilento antico come dolciere. Non pasticciere. Dolciere. Parola meravigliosa, quasi perduta, di quelle che andrebbero protette come si proteggono certe varietà antiche di grano o certe viti dimenticate sui terrazzamenti. Si chiamava il dolciere a casa della sposa e lui restava lì tre o quattro giorni. Portava le attrezzature e preparava i dolci per il matrimonio. Qui, in questa frase, c’è un mondo. Il matrimonio prima delle wedding planner, prima delle bomboniere coordinate con il colore dei tovaglioli, prima delle fotografie tutte uguali, prima dell’ansia da perfezione. Il dolciere arrivava a casa e trasformava l’attesa in profumo. Farina, zucchero, mandorle, mani, tempo. Quello vero. Quello che oggi diciamo di non avere più mentre lo sprechiamo in mille inutilità luminose. Forse qualcosa di quel mestiere antico gli è rimasto dentro senza che lui lo sapesse. Forse il gesto di fare da mangiare agli altri, di preparare qualcosa perché una giornata diventi memoria, arriva da lontano. Un paese ci vuole in fondo e non basta averlo sulla carta d’identità. Bisogna portarselo dentro come una febbre mite. Gianlorenzo il paese lo porta dentro anche quando dice di volerlo guardare da fuori, dalla distanza che gli permette di amarlo senza retorica. Prima della cucina ci sono stati altri lavori. Il bar, la pescheria, il bed and breakfast di famiglia. Sei camere, le colazioni del mattino, gli ospiti seduti a tavola non davanti a prodotti imbustati o confezionati ma a dolci preparati giorno per giorno. Le colazioni diventavano un momento di condivisione. Gli ospiti facevano amicizia tra loro, era quasi un appuntamento. Forse nasce qui, senza volerlo e saperlo, la prima forma di Squasarìa. Non ancora ristorante, non ancora osteria, non ancora cucina a vista. Già una tavola attorno alla quale le persone non sono clienti. Sono presenze. Parte integrante del tutto. L’ospitalità non è procedura e accogliere non vuol dire sistemare qualcuno in una stanza o farlo sedere a mangiare. È invece creare le condizioni perché quella persona si senta meno straniera. Poi ci sono i cani e anche questa potrebbe sembrare una deviazione che invece non è. Gianlorenzo ha amato (anzi ama) il cane Corso tanto da essere cinofilo serio, giudice della razza, persino negli Stati Uniti, nel 2015, all’Extravaganza, uno show nazionale con oltre duecento cani. Una passione che porta con se disciplina, osservazione, rispetto del carattere, capacità di leggere ciò che non passa dalle parole. Tutte cose che tornano, paradossalmente, anche nella sua cucina e nel suo modo di stare con gli ospiti. Il cane lo guardi, lo capisci, lo accompagni. Non puoi mentirgli. Forse non puoi mentire nemmeno ad un cliente seduto davanti a te se hai deciso che la tua osteria deve essere una casa. Su quella collina Gianlorenzo saliva con i cani. Allora non c’era nulla. Solo una proprietà di famiglia, un uliveto, il paese davanti e il mare più giù. Venivo spesso qui e ci rimanevo tantissimo tempo. Guardavo. Non lo so, mi affascinava. A volte le vocazioni non arrivano come fulmini e non hanno il rumore delle rivelazioni. Somigliano di più ad una goccia che insiste nello stesso punto finché scava la pietra. Per dieci anni l’idea di Squasaria è rimasta lì, a lavorargli dentro. Non voleva il classico locale sul mare, non il posto di passaggio dove entra la massa, non l’ennesima insegna sul marciapiede. Io volevo un posto dove poter creare una cosa nel tempo, piano piano, che mi rappresentasse. Squasarìa non è sul mare, ma lo guarda. Non cerca la folla, lascia che sia il passaparola a fare il suo mestiere. Non urla, chiama. Soprattutto, accoglie. La cucina a vista dice molto di lui senza essere un vezzo estetico o la moda del momento. Nemmeno l’ennesima scenografia da ristorazione contemporanea. Volevo una cucina dove si vedesse tutto. Non un buco da dove escono i piatti. Un vetro, così stiamo insieme. È come se Gianlorenzo non volesse nascondersi dietro il mestiere per condividere il gesto. Non è teatro, perché il teatro prevede una separazione netta tra scena e platea. È più simile a certe case di una volta, quando la cucina era il centro morale dell’abitazione e tutti, prima o poi, passavano da lì. La nonna che cucinava e portava in tavola chiedendoti di andare a prendere qualcosa. Una cucina che lui stesso ha disegnato. Sessanta fogli, metrature, spazi, percorsi, frigoriferi piazzati e ripensati, fasi di lavoro studiate una a una. La tenera ostinazione di un ragazzo che si mette a progettare la cucina senza essere ancora davvero cuoco nel senso canonico del termine. Ma forse è proprio qui che sta la forza. Gianlorenzo non arriva da una scuola alberghiera, non arriva da anni di brigata sotto chef celebri, non arriva da quella grammatica militare della ristorazione che spesso produce ottimi professionisti e qualche prigioniero. Arriva dalla curiosità. E la curiosità, quando è vera, è una forma di intelligenza affamata. Io sono una persona molto curiosa. Non passa un giorno in cui non guardo qualcosa che tratti tecniche di cucina, anche se poi magari non le metterò in pratica. Studia cotture, pesci, padelle, sottovuoto, bassa temperatura. Studia perché ha capito che rispettare un prodotto non significa lasciarlo lì sperando che faccia tutto da solo. Il rispetto non è ignoranza travestita da purezza. Il rispetto richiede competenza. Un merluzzo, una triglia, possono essere più o meno grandi, più o meno giovani, più o meno sodi. Il tempo e la temperatura non sono sempre uguali. La semplicità non è togliere a caso. È sapere esattamente cosa non fare. Il padre cucinava il pesce. La madre era bravissima con le cose di casa. Pasta al forno, parmigiane. Quei piatti che spesso sono la grammatica affettiva delle madri. Il pesce, però, era un territorio paterno. Mio padre era abbastanza maniacale su queste cose. Quando però il padre viene a mancare Gianlorenzo ha poco più di vent’anni. Una perdita che torna come un basso continuo. Torna quando parla del pesce. Torna quando parla del presente. Torna quando dice che la vita non andrebbe programmata troppo. Quando perdi un papà che hai poco più di vent’anni, la tua mente inizia ad andare in una direzione diversa. Io penso quasi ogni giorno come se fosse l’ultimo. Chi pensa che sia una frase buttata li, sbaglia di grosso. È, purtroppo, semplicemente una ferita diventata filosofia. Non pensate al patetismo perché non è il caso. Gianlorenzo non usa il dolore come carburante retorico. Non si racconta come eroe. Anzi, spesso sembra quasi stupito di essere finito lì, dentro una cucina, a fare un mestiere così difficile. Io volevo cucinare, ma non pensavo di avere le capacità. Poi succede una cosa che nei romanzi chiameremmo svolta narrativa e nella vita chiamiamo problema. Gianlorenzo apre il locale e le persone prese in cucina all’inizio se ne vanno dopo pochi giorni. Fine agosto. Il momento peggiore. Resta solo. Mi sono buttato in cucina. Ho iniziato a sfilettare pesci. Scrivevo su internet: ragazzi, io sono solo, se qualcuno vuole venire a lavorare sono qua. Potrebbe esserci una musica di sottofondo in questa scena che sembra un film. Magari un Paolo Conte lento, una notte pesante, il frigo pieno, i clienti che arrivano, il panico che bussa ma non può entrare perché non c’è tempo nemmeno per aprirgli. È stato un bruttissimo periodo, però lo ringrazio. Molti di noi diventano davvero se stessi quando non hanno più nessuno dietro cui nascondersi. Se le cose fossero andate bene, forse Gianlorenzo avrebbe continuato a fare l’imprenditore con altri in cucina. Avrebbe gestito, organizzato, magari guadagnato. Invece la crisi lo costringe a entrare nella stanza più calda del suo sogno. Da lì esce cuoco. Non per diploma ma per necessità, studio, errori, ostinazione. La necessità aguzza l’ingegno, certo. Ma qualche volta fa di più: ti prende per le spalle e ti dice chi sei. A Squasarìa il menù non è l’esecuzione di un piano immobile. È la conseguenza di quello che accade. Nell’orto, nel mare, nella stagione, nella testa di Gianlorenzo. Per strada ti fermi e vedi che ha il contadino. Compri quei pomodorini come avresti potuto fare tu. Non vado a comprare la zucchina a febbraio. Sarebbe stupido. hAnche la pesca decide. Se è periodo di crostacei, si cucinano crostacei. Se arrivano i totani, si cucinano totani. Se i totani finiscono, il piatto cambia. Tutto molto semplice, si direbbe. Ma la semplicità, di nuovo, non è banalità. È obbedienza intelligente alla realtà. Lui la chiama cucina a chilometro buono. Non zero. Buono. La voglio brevettare questa espressione. Anzi no. Perché le cose belle perdono qualcosa quando diventano slogan. Però è una definizione perfetta. Il chilometro zero è diventato spesso una bandierina da piantare sul menù, una specie di assoluzione preventiva. Ma la vicinanza non garantisce la qualità. Non è detto che quello zero sia buono. Ecco la verità. Meglio un olio eccellente un po’ più in là che un prodotto mediocre sotto casa. Meglio il buono del dogma. Meglio la qualità dell’ideologia. In un tempo in cui tutti cercano formule facili per sentirsi dalla parte giusta della storia, Gianlorenzo rimette al centro il discernimento. Scegliere. Assaggiare. Conoscere. Fidarsi di chi lavora bene. Il Cilento, in questo, gli offre una materia enorme. Olio extravergine, ortaggi, pesce, olive ammaccate, aziende agricole cresciute tantissimo negli ultimi anni, una filiera che non ha bisogno di travestirsi per risultare interessante. Il Cilento in questo momento è incredibile. Ci sono aziende che fanno prodotti di altissimo livello. Mi piace quando lo dice perché non suona come campanilismo. Non è “qui siamo i migliori”. È piuttosto la gratitudine di uno che si accorge di vivere in un territorio generoso e decide di non tradirlo. I piatti che arrivano a tavola hanno questa stessa natura. Sono pensati, ma non ragionati fino a perdere il sangue. Hanno una loro precisione, ma conservano spontaneità. Spontaneo non significa improvvisato male. Spontaneo significa che il piatto non sembra costruito per impressionare qualcuno con la pinzetta in mano e il sopracciglio alzato. Significa che la tecnica non fa rumore. Che l’idea arriva senza bisogno di mettersi in posa. Gianlorenzo racconta dei fiori di zucca e improvvisamente siamo dentro una cucina domestica, dentro un ricordo del padre, dentro l’orto. Quando iniziavano a uscire i fiori di zucca ce n’erano cento. Non potevi fare sempre cose fritte. Allora si sbollentavano e si condivano con sale, olio e limone. Tre o quattro minuti, acqua senza sale per non farli scurire, poi raffreddati e conditi. Niente di più semplice. Mettete quei fiori accanto a delle verdure grigliate e a un tentacolo di polpo. La brace, la sapidità, il limone che contrasta il fumo. Ed ecco che la memoria diventa piatto senza smettere di essere memoria. Non si trasforma il ricordo in museo. Molti piatti della tradizione vengono trattati come reliquie, intoccabili, imbalsamate, quasi morte. Gianlorenzo invece sembra fare un’altra cosa. Prende il ricordo, lo ascolta, poi lo mette in movimento. Fa vita. E la vita, per fortuna, non resta mai ferma. Nessuna velleità di essere un grande chef, di quelli che aprono strade, indicano possibilità. Ognuno deve trovare la propria misura. La sua, oggi, è quella di un’osteria con pochi coperti, un menù che si muove, un rapporto diretto con il cliente e una voglia quasi testarda di far stare bene chi arriva. Ecco che entra in scena Luciano. Non come personaggio secondario, ma come parte essenziale dell’equilibrio. Gianlorenzo sta dentro, Luciano fuori. Uno cucina, l’altro accoglie. Siamo perfettamente equilibrati. Se non avessi Luciano sarei in difficoltà. Lo si percepisce. Ci sono servizi formalmente impeccabili che non lasciano nulla. E poi ci sono persone che hanno la qualità rara di non invadere e non sparire. Luciano è di questa seconda categoria. Ti accompagna senza occupare la scena, ti fa sentire seguito senza farti sentire controllato. In posti come Squasaria la sala non è un reparto. È parte del racconto. Il racconto, però, non funziona se tradisci le aspettative. Gianlorenzo questo lo ha capito molto bene. Il suo posto non è per tutti, e non perché sia esclusivo nel senso più antipatico del termine. Non è per tutti perché ogni luogo serio ha una propria identità. Non tutti i posti devono necessariamente essere adatti a qualsiasi tipo di clientela. Siamo abituati a vedere attività che tentano disperatamente di piacere a chiunque finendo per non appartenere a nessuno. Squasaria invece sceglie. Se in una sera ci sono coppie che cercano silenzio, intimità, atmosfera non può esserci anche una tavolata numerosa. Qualcosa potrebbe rompersi. Non per colpa di qualcuno. Semplicemente perché le energie cambiano. E allora preferisce dirlo prima. Se una coppia mi chiama e ho una tavolata, glielo dico. Preferisco che vengano un’altra sera piuttosto che tradire l’aspettativa. È come resistere e oggi resistere significa spesso sottrarre. Non mettere un secondo turno. Non riempire ogni centimetro. Non trasformare la cena in una catena di montaggio elegante. Nel prezzo del biglietto ci ho messo anche il tempo. Se vuoi stare tre ore e mezza, quattro ore, stai. Hai il parcheggio, l’aria fresca, il tavolo, il mare, la sera. Nessuno ti spinge via. Sembra poco. È moltissimo. Perché la ristorazione contemporanea, in molti casi, ha imparato a essere efficiente dimenticandosi di essere ospitale. Squasarìafa il percorso opposto. Preferisce essere ricordata piuttosto che ottimizzata. E qui torno a quella sera. Alla luna sul golfo. Ai piatti arrivati con una naturalezza quasi disarmante. Prodotti a chilometro buono, appunto. Non zero per forza. Buono. Piatti intensi come i sapori del Cilento, spontanei come Bernardino e Silvia che mi hanno fatto scoprire Squasaria e Gianlorenzo aprendo una stanza intera della loro anima. Piatti semplici ma non sciatti, pensati ma non imprigionati nel pensiero, netti, veri, pieni di quella generosità misurata che ti fa capire quando una cucina non sta cercando di essere altro da sé. L’atmosfera funziona, il servizio funziona, la vista funziona. Ma “funziona” è un verbo povero. Dovremmo inventarne un altro per quei luoghi in cui tutto trova una specie di accordo segreto. Perché Squasarìa non è soltanto bella. Bella è una parola insufficiente. Bella può essere una cartolina. Squasarìa ha qualcosa di più raro: una coerenza emotiva. Quello che mangi, quello che vedi, il modo in cui vieni accolto, la storia di chi ha costruito il posto, il nome stesso dell’osteria, tutto sembra appartenere alla stessa frase. E quando un luogo riesce a essere una frase compiuta, il corpo lo sente prima della testa. Il nome merita un capitolo a parte, anche se questo non vuole essere un articolo a capitoli. Squasarìanasce da una parola del Cilento, “squaso”, o “squasi”, legata al fare, al fare moine, capricci, esagerazioni, atteggiamenti un po’ teatrali. Una parola difficilissima da tradurre, perché certe parole dialettali non significano soltanto qualcosa: portano dentro un modo di guardare il mondo. Poi arriva la madre di Gianlorenzo, con il suo accento della Costiera Amalfitana, e trasforma quel termine in “Squasarìa”. Lo diceva mia madre. Io pensavo fosse un termine suo, poi ho scoperto che l’aveva preso da qui e trasformato. È bellissimo. Una parola cilentana passata attraverso una voce di Scala e diventata nome di un’osteria sopra Montecorice. Più identità di così è difficile immaginarla. Non quella identità rigida, da cartello turistico. Un’identità viva, contaminata, familiare. In un mondo di squasi, Squasarìa. La frase è sua e dentro c’è tutto. Viviamo davvero in un mondo di squasi. Tutti impegnati a mostrare la versione migliore, lucidissima, ritoccata, felice, vincente. Tutti sorridenti nelle foto. Tutti performanti. Tutti in viaggio, tutti a cena, tutti innamorati, tutti realizzati. Poi magari chiudiamo il telefono e non sappiamo cosa farcene del silenzio. Squasarìa, invece, sembra nascere proprio come antidoto a questa recita collettiva. Un posto dove non devi dimostrare nulla. Ti siedi. Guardi. Mangi. Parli. Oppure taci. Che poi il lusso vero, in certi momenti, è proprio poter tacere senza sentirsi in imbarazzo. Gianlorenzo non fa squasi quando cucina. Non cerca effetti speciali inutili. Non vuole stupire l’ospite a tutti i costi. Vuole rassicurarlo senza offrigli cose prevedibili. Vuole fargli sentire che dietro ogni piatto c’è qualcuno che ha pensato a lui. Oggi il cliente vuole essere rassicurato dalla persona. Recensioni compulsive, menù consultati prima ancora di partire, foto viste e riviste, aspettative costruite online e spesso distrutte dal vivo. Il cliente ha bisogno di fidarsi. Non solo del piatto. Della persona che glielo mette davanti. Ha bisogno di sentire che qualcuno si è preso una responsabilità. Forse è per questo che Gianlorenzo ascolta. Anche le critiche. Molti consigli mi sono venuti dai clienti. Magari all’inizio ci rimani male, poi dopo qualche ora ci pensi e dici: forse aveva ragione. Una forma rara di maturità. Perché chi ha costruito un luogo con tanta fatica potrebbe difenderlo da tutto e da tutti. Invece lui no. Ci rimane male, certo. È umano. Poi riflette. Se il cliente dà un consiglio, spesso lo fa perché si è trovato bene e vorrebbe tornare trovandosi ancora meglio. Dentro questa disponibilità c’è la differenza tra orgoglio e vanità. L’orgoglio costruisce. La vanità si offende. Gianlorenzo non parla di espansioni furiose, format replicabili, consulenze, aperture in città. Parla di mantenere lo stile, magari ampliare la proposta, trovare una persona giusta per costruire un menù vegetariano alternativo, sistemare meglio l’esterno, rendere più comoda e accogliente la permanenza. C’è ancora tanto da fare. Io ho fatto il possibile, l’indispensabile con il possibile. Anche qui, nessuna posa. Sa che Squasarìa è già molto, ma non la considera finita. I luoghi vivi non sono mai finiti. Si aggiustano, respirano, cambiano come cambiano le persone che li abitano. E poi ci sono i numeri. Ventisei, ventotto coperti. Pochi. Voluti. Ho deciso di mantenere questi numeri. Chi viene non deve avere l’ansia del secondo turno. La sua forza non sta nel volume, ma nel creare valore emotivo. In un posto così, il ricordo conta più della rotazione. E il ricordo nasce anche dal tempo che ti viene concesso. Dal fatto che nessuno ti guarda come un tavolo da liberare. Dal diritto, ormai quasi rivoluzionario, di restare. Non so se Squasarìa entrerà mai in una grande guida con un simbolo importante accanto al nome. I riconoscimenti sono belli quando arrivano come conseguenza, pessimi quando diventano origine di ogni scelta. Una stella può illuminare un percorso, ma può anche bruciare gli occhi se la guardi troppo da vicino. Gianlorenzo, per ora, guarda il mare. E fa bene. La cosa che resta, alla fine, non è solo la storia di un uomo diventato cuoco senza avere programmato davvero di diventarlo. Non è solo l’immagine del ragazzo che perde il padre e impara a cucinare il pesce anche per inseguire un sapore familiare. Non è solo il cinofilo che va in America a giudicare cani e poi torna sulla sua collina. Non è solo l’imprenditore che disegna una cucina su sessanta fogli. Non è solo il cuoco che studia ogni giorno e cambia menù seguendo l’orto e il mare. È l’insieme di tutte queste cose a fare di Gianlorenzo Scola un uomo che sembra avere accettato le proprie fragilità senza trasformarle in spettacolo. Che ha costruito qualcosa non per dimostrare ma per accogliere, che programma il lavoro e lascia alla vita la possibilità di sorprenderlo. Forse è questa la vera lezione di Squasarìa. Dove tutto è definito, misurabile, replicabile, vendibile, esistono ancora luoghi che tengono per se una parte di mistero, di profondità. Qualcosa che non puoi spiegare del tutto anche se provi a scriverne. Io posso dire che si mangia bene, posso dire che i piatti sono ottimi nella loro semplicità, posso dire che il servizio è attento e familiare, posso dire che il panorama al tramonto e poi di notte, con la luna sul golfo da Montecorice ad Acciaroli, vale da solo il viaggio. Posso dire tutto questo, ma non basta. Perché la cosa più importante non entra in una recensione, non si fotografa, non si mette in una guida. È quella sensazione precisa che ti prende quando sei seduto lì e capisci che potresti restare ancora. Un altro bicchiere. Un’altra parola. Un altro minuto a guardare il mare. Il tempo, per una volta, non ti sta inseguendo. Si è seduto anche lui. Ha ordinato qualcosa. E non vuole più andare via. A Squasarìasuccede questo. E non è poco. PS Squasarìa è con l’accento sulla i     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione Arrow Right Top Bg

28 Luglio, 2026

La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione

    Si potes Archiacis conviva recumbere lectis
nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5 (Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.) Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra. Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974 L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome. La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro. La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire. La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare. Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato. Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso. È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa.   Un nome che racconta l’ospitalità Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie. La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio Arrow Right Top Bg

24 Luglio, 2026

La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio

  Chi è Francesco Welti e come nasce La Sughera? Un viaggio tra Sardegna e Svizzera alla scoperta di una piccola cantina artigianale che valorizza vitigni autoctoni come Caricagiola, Bovale, Cagnulari, Vermentino e Arvesiniadu attraverso una produzione naturale e profondamente legata al territorio. Ogni cosa che ho fatto nella vita l’ho fatta per poterla avere sott’occhio. Quanto sono complicate le vite delle persone. Più ascolto racconti di vita e più mi rendo conto che certe esistenze non procedono in linea retta. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Vanno in una direzione per poi virare. Anzi, se dovessimo vederle in maniera tridimensionale, sono vite elastiche: si tendono, tornano indietro, ripartono, si lasciano strattonare dal destino e poi lo strattonano a loro volta. La storia di Francesco Welti è così: un continuo su e giù tra Svizzera e Sardegna, tra la pagina e la vigna, tra la disciplina e l’istinto. Mentre lo ascolto rimango affascinato da quella che si rivela una chiacchierata vera, di quelle che ti fanno sentire il peso e il senso delle cose. Capisco che La Sughera non è solo un luogo o soltanto un’azienda. È un gesto. Un’idea di vita messa in pratica. È una di quelle follie che, se non le fai, ti rimangono dentro come una musica interrotta. Capita così che, ripensando oggi alla lunga e profonda chiacchierata avuta con Francesco, ciò che mi rimane in mente non è un’immagine di vigne, non è il mare di Aglientu che d’estate sfuma nel turchese tra le rocce di granito. È lui in inverno, sul confine svizzero-tedesco dove è cresciuto, che da bambino guardava verso la Germania come verso una promessa incompiuta. E poi lui oggi, in Sardegna settentrionale, che dalla finestra di casa guarda la vigna. Lo stesso gesto. La stessa necessità profonda di tenere il proprio mondo nello spazio di uno sguardo. Francesco ha la doppia cittadinanza. Padre svizzero, madre italiana, cresciuto sul confine. Una qualità che vede. Quella qualità rara nelle persone di frontiera: la capacità di guardare da due lati senza appartenere del tutto a nessuno. Il che non è una forma di sradicamento. Magari di libertà. È la libertà di scegliere dove piantare le radici non per caso, non per eredità. Per visione. Proprio di visione si tratta. Anche se Francesco comincia a raccontarsi sembra un uomo che scivola nelle cose Sono un po’ scivolato nel vino Nessuno scivola mai a caso nelle cose. Figuriamoci nel vino dove hai bisogno di sporcarti le mani e i piedi nella terra. Il suo è forse si uno scivolamento, ma studiato. Come se ogni deviazione avesse una direzione. Il giornalista diventato vigneron, lo svizzero trapiantato in Sardegna, il cronista divenuto contadino-filosofo, era sempre la stessa persona, con la stessa bussola, anche quando cambiava strada. Ho incontrato Francesco in una di quelle conversazioni che si fanno quando il vino ha tempo così da lasciarlo anche alle persone. Sua moglie, Regula Graf. La Cantina, La Sughera. Tre ettari ad Aglientu, nel nord della Sardegna, a dieci minuti dal mare. Tre ettari scelti con cura quasi maniacale: vicini al mare, in collina per inseguire freschezza e gradazioni meno esasperate, con un’esposizione che pareva giusta. E la vigna sott’occhio. Sempre. Non sono partito con l’idea di fare naturale. Cercavo il minimo degli interventi perché mi sembrava congruo con come lavoravo la vigna. Se là fuori cerco un equilibrio con la natura, non ha senso che poi dentro faccio il contrario. Non c’è bisogno di costruirsi un’identità di marca. È più importante costruirsi una coerenza etica prima che produttiva. In un panorama dove il vino naturale è diventato spesso estetica, tribù, bandiera da sventolare alle fiere, sentire qualcuno parlarne come di una conseguenza logica di uno stile di vita fa un certo effetto. Pasolini diceva che la coerenza è la virtù dei mediocri, intendendo però che la vera coerenza non è quella dichiarata bensì quella praticata in silenzio, quella che non ha bisogno di pubblico. Francesco non ha bisogno di pubblico. Ha bisogno della vigna sott’occhio. Le origini de La Sughera vanno ricercate a Lugano o forse prima ancora, in un ricordo di bambino nel Bellunese, dove c’era uno zio con una vecchia botte, delle vigne e un’infanzia che sapeva di mosto. Uno zio morto giovane, in un incidente e Francesco che da bambino provava a fare quel vino mettendo i piedi nell’uva e aspettando la fermentazione con la trepidazione dei dodici anni. Peccato che ritornando a Pasqua trovò solo l’aceto.  Una grande delusione La prima produzione. Come ogni prima produzione che conta, era inevitabile che finisse male. Poi tutto si dimentica o si stratifica sotto altro. Sotto le pieghe della vita, dei mille rivoli, delle mille svolte. La professione di giornalista in Ticino per giornali di lingua tedesca. La carriera. L’incarico di direttore di una testata.  Facevo il tuo lavoro Sorrido, perché in quella frase c’è una fraternità improvvisa: due persone che conoscono la stessa fame di parole, lo stesso bisogno di capire.  Direttore. Poi freelance. Poi ancora libri: biografie, ricostruzioni, storie lunghe. Finché, ad un certo punto, entra la vigna. Ho iniziato a fare dei corsi… in Ticino c’è una scuola agricola che offre formazione sul vino. E poi ho trovato una piccola vigna in affitto e una cantina familiare dove collaborare. Un giorno direttore, un giorno operaio in vigna, un giorno sulla sua vigna. La testa e le mani. L’inchiesta e la terra. Una doppia anima, sì, ma non come esibizione: come necessità. E in quella necessità riconosco qualcosa di molto attuale: oggi che tutti parlano di “ritorno alla natura” come fosse una moda, Francesco racconta una cosa più scomoda e più vera:  La natura non è un rifugio, è un lavoro.  È fatica. È presenza. È rischio. E intanto, come chi non riesce a stare fermo, una vigna in affitto cominciando a produrre Merlot, Cabernet Franc e Bondola. Bondola, l’antica uva autoctona ticinese. Quella che nessuno voleva più perché soppiantata dal Merlot certamente più facile e commerciale.  Direttore di giornale cinque giorni, operaio in vigna il sesto, vignaiolo nella sua piccola produzione il settimo. Scrivevo i capitoli con la testa mentre lavoravo in vigna. L’unico problema era che arrivavo a casa con il novanta per cento dell’articolo già fatto. Credo che sia un po’ filosofica l’idea che il lavoro manuale sia anche lavoro intellettuale, che zappare e pensare non siano antitetici. La stessa filosofia dei greci che camminavano mentre parlavano. Lo sapeva Thoreau Walden nella sua Vita nel bosco. Lo sa chiunque abbia mai fatto un lavoro fisico con sufficiente concentrazione da trasformarlo in meditazione. 3000 bottiglie prodotte e un inaspettato riconoscimento importante da parte di una rivista tedesca che classifica il Merlot come miglior Merlot del Ticino. Il tipo di risultato che, per molti, sarebbe un traguardo. Per Francesco è un segnale. Non di arrivo. Di partenza. Ho già deciso di mollare… perché fare come mi sarebbe piaciuto non era possibile, in modo ragionevole. Quel “ragionevole” colpisce come uno schiaffo improvviso. Perché la sua storia, in apparenza, è una follia. Ma nella sua testa è quasi l’opposto: la follia è restare in una vita che non ti assomiglia più. Insomma, il Ticino era troppo piccolo, il clima non permetteva quello che voleva fare, i prezzi dei terreni erano inarrivabili. E c’era la Sardegna, che Francesco frequentava da ragazzo, che lo chiamava con quella insistenza silenziosa che hanno i luoghi dove senti di dover tornare. La Sughera: partire da zero per restare fedeli a sé stessi La Sardegna per me era chiara. Come se fosse l’unica alternativa reale. L’altra sarebbe stato il Veneto, dove mia madre era di casa, ma non avrei cambiato molto dal punto di vista climatico. Regula preferiva la Corsica. Francesco non riesce a negare la tensione che è scaturita dalle due visioni differenti. Regula era attratta dall’isola francese e la Sardegna non aveva lo stesso richiamo sentimentale. Il compromesso, pur di portarla nell’isola che voleva, è stato il vivere tra Ticino e Sardegna .  Era il suo turno di scegliere dove spostarci. Ma anche quella volta ho scelto io. Però le è piaciuta Tanti giri. Tante segnalazioni di chi avrebbe voluto abbandonare la terra cedendola a qualcuno. La necessità di avere una posizione particolare per ottenere i vini che aveva in mente. Fino a trovare qualcosa che faceva al caso loro.  Abbiamo cercato la collina… pensando ai cambiamenti climatici e pensando di produrre un po’ meno alcolici. Alla fine si trovano tre ettari. Una scelta precisa: non troppo vicino al mare, ma “a dieci minuti dal mare” e con un’altitudine che aiuta a ragionare sul futuro. Inevitabilmente mi parte una divagazione mentale. La questione dell’alcol che non è solo tecnica, è cultura. È un modo di immaginare il vino nei prossimi vent’anni. Se la viticoltura continua a inseguire potenza e maturazioni estreme, rischiamo di perdere la cosa più preziosa: la bevibilità. Quella che ti fa desiderare un secondo bicchiere, non solo un applauso. Nel 2013 i primi lavori, nel 2019 il primo vino commercializzabile. Nel mezzo, cinque anni di attesa, di garage wine, di B&B per sopravvivere, di un progetto editoriale a Ginevra che assorbe energie. E il COVID, naturalmente, arrivato come una beffa proprio quando finalmente c’era il prodotto.  Sembrava quasi pensato Ride Francesco. Di quel riso amaro con cui si raccontano le sfortune quando non fanno più male. Diecimila bottiglie adesso. Sei etichette, forse sette. Nove varietà in vigna con Cannonau, Bovale, Cagnulari, Carignano, Monica, Vermentino, l’oscuro Arvesiniadu che nessuno vinificava in purezza, il Merlot arrivato quasi per gioco in un angolo nascosto della proprietà. Una lista che Francesco ha costruito come un architetto costruisce una pianta: pensando prima al risultato, poi cercando i materiali. Ho piantato la vigna in base ai vini che volevo ottenere. È una frase di una semplicità spiazzante. È anche la frase di qualcuno che ha capito qualcosa che molti produttori non capiscono mai: che si parte dal vino, non dall’uva. Che la vigna è un mezzo, non un fine. Che l’identità di un territorio non si eredita, si costruisce con le scelte. Torna in mente il Cagnulari.  C’erano due produttori in tutta la Sardegna settentrionale che imbottigliavano quest’uva. Io la volevo perché era quasi sparita. Era l’uva antica della Gallura, del nord dell’isola. Non imbottigliando non la conservi. In un’epoca in cui il vino naturale rischia di diventare un’estetica globalizzata, la stessa arancione sbiadita sull’etichetta, la stessa cuvée senza solfiti da Berlino a Tokyo, Francesco Welti, svizzero di Locarno con l’anima veneta della madre e il rigore tedesco del padre, decide di fare il custode di varietà che nessuno ricorda. Non per marketing. Non perché sia di moda. Perché gli sembrava una cosa giusta. Il problema della visibilità, però, esiste e Francesco lo nomina con la franchezza di chi ha fatto i conti con il mercato senza perdere l’utopia. Vendo più in Inghilterra e negli Stati Uniti che in Italia. In etichetta posso scrivere solo “Isola dei Nuraghi“. Non posso scrivere Sardegna. Dillo a un inglese, isola dei Nuraghi: non sa neanche dove sia. È un paradosso crudele quello della denominazione italiana: un sistema creato per proteggere le tipicità locali che finisce spesso per renderle illeggibili al consumatore. Se produci un Isola dei Nuraghi con Cagnulari e Bovale o Arvesiniadu, sei tecnicamente fuori dalle DOC della Sardegna, che hanno le proprie regole sugli uvaggi. Quindi ci si rifugia nelle IGT perdendo così la possibilità di scrivere il nome dell’isola. Paradossale, sì. Kafkiano, forse. Tipicamente italiano, certamente. Non posso scrivere il nome dei vitigni. Non posso scrivere dove sono. Il consumatore curioso che vuole sapere non ha strumenti. Chi decide di berlo lo fa quasi per fede. Questo ci riguarda tutti. Occorrerebbe riflettere seriamente su queste regole arcaiche e senza senso. Siamo bombardati da informazioni di ogni tipo ma il vino artigianale rimane spesso opaco per scelta regolamentare. Non per pigrizia del produttore, non per mancanza di storia ma perché il sistema burocratico non ha ancora capito che la trasparenza, oggi, non è un lusso ma una necessità competitiva. Non sarà che il sistema normativo invece di difendere le tipicità locali tende a prendere le parti dei grandi produttori? Pensiamoci bene. Le grandi etichette non hanno questo problema: il nome da solo vale decenni di distribuzione. Le micro-produzioni di Francesco Welti ad Aglientu devono combattere con strumenti spuntati. Con stupidi legacci burocratici che non permettono di indicare la provenienza o l’uvaggio. Inconcepibile. I vini de La Sughera La praticità di Francesco e Remula è bellissima e disarmante. I vini hanno un nome che è una sorta di vezzeggiativo del vitigno dal quale derivano. Quasi per chiamarli con quel nomignolo affettuoso con il quale si chiama un figlio.  Ino è il Vermentino Isola dei Nuraghi IGT Dodici ore di macerazione sulle bucce, fermentazione spontanea per trentacinque giorni, sessanta di battonage sulle fecce nobili. Non filtrato. Francesco ha costruito questo vino per dimostrare che il Vermentino, quando viene preso sul serio, non è solo la bottiglia fresca dell’estate sarda ma qualcosa di molto più complesso e duraturo. Così Ino non cerca di piacere subito. Non è quello il suo scopo. Si apre lentamente, come fanno le persone vere. Al naso è la Gallura che parla con la macchia mediterranea, i fiori secchi, una nota minerale che rimanda al granito di queste colline a quattrocento ottanta metri. In bocca ha tensione, ha nerbo, ha quella sapidità che non abbandona mai il finale. Uno dei migliori Vermentino assaggiati. Per un solo motivo: è vero, intenso, capace di riportarti ad un vino che bevi, guardi il bicchiere perché sembra che non hai capito qualcosa. Eppure ti piace. Così ribevi un sorso. Ti piace di più ma continui a non capire altro. Non è poco. È quasi tutto. Iola. Caricagiola e Monica. Isola dei Nuraghi IGT Francesco lo definisce vino estivo. Ma estivo non significa semplice. Significa che ha capito che in certi climi, certi momenti, hai bisogno di qualcosa che si beva fresco, senza cerimonie, senza aspettare. La Caricagiola è l’uva più locale di tutte, la più rappresentativa della Gallura alta, quella che il nord dell’isola custodisce come un segreto mal tenuto. Affinamento in acciaio, macerazione di dieci giorni, imbottigliamento a inizio estate. Nel bicchiere ha un colore rosso rubino vivo, quasi luminoso. Al naso aromi di ciliegia e frutti di bosco, una spezia leggera. Pochi tannini, acidità vivace, una beva che non stanca. Da servire leggermente fresco, con una pasta, un pesce cucinato senza troppi fronzoli o con niente, su una terrazza con il mare davanti. Una suggestione incredibile. Vale. Bovale sardo, Cannonau e Merlot. Isola dei Nuraghi IGT Il Merlot nell’angolo nascosto della vigna. Francesco lo ha piantato per vedere cosa dà, senza un progetto preciso. Poi si è ritrovato a usarlo esattamente come lo usavano nel Mandrolisai ovvero come elemento di eleganza in un assemblaggio dove il Bovale dà struttura e il Cannonau dà calore. O magari sono solo le reminiscenze della loro Svizzera. Fermentazione spontanea separata per le tre uve, il Cannonau affina in botti di castagno per alcuni mesi con battonage, Bovale e Merlot in acciaio. Non filtrato. Ovviamente. Ne risulta il vino più complesso della gamma, quello che ha bisogno di un po’ di tempo nel bicchiere per aprirsi. Se proprio non si riesce a non bere immediatamente. Al naso spezie scure, frutti neri maturi, una nota balsamica che arriva dal castagno senza coprire. In bocca è pieno, tannico ma non duro, con una lunghezza che sorprende per una cantina giovane su una vigna giovane. Il Bovale porta carattere, il Cannonau porta il sud, il Merlot porta il Merlot ovviamente. Ma con una certa grazia inaspettata. Per aziende come quella di Francesco e Remula, il futuro è complicato. Magari non quello del vino, non della cantina. Forse proprio del futuro vero, quello biologico e sentimentale. Ho detto: se voglio farlo lo faccio prima dei cinquant’anni, perché il ciclo della vigna voglio seguirlo. Quando la vigna comincerà a calare, comincerò anch’io. Andiamo a braccetto. È un ragionamento bellissimo e un po’ malinconico, come tutti i ragionamenti veri e profondi. Quelli che vengono da dentro. Dal profondo dell’animo. Francesco e Remula non hanno figli che continuino. Non sanno se qualcuno raccoglierà quello che hanno piantato.  Sarebbe bello  Lo dice con quella cautela con cui si esprimono i desideri troppo grandi per essere pronunciati ad alta voce.  Potrebbe arrivare qualcuno. Ma non è qualcosa su cui conto. In queste zone, negli ultimi quarant’anni, l’esplosione del turismo ha generato come effetto quasi scontato, il totale abbandono della campagna. Chi se ne è andato a lavorare per gli alberghi e le spiagge, chi ha tramutato la propria azienda in agriturismo. Pieno d’estate e completamente vuoto (e desolato) in inverno.  Adesso, forse, sta tornando qualcosa. Giovani che imbottigliano vini che i loro padri conferivano alla cooperativa. Piccoli produttori artigianali che si incontrano, si confrontano, si scambiano esperienze senza quella diffidenza da trincea che si sente invece in certi ambienti del vino convenzionale. Nel vino naturale c’è un clima completamente diverso. Più collaborazione, più voglia di sperimentare, più confronto sano. Senza la necessità di battere l’altro. Non romantizzo. So che anche lì ci sono ego, rivalità, pretese. Ma c’è qualcosa di vero in questa osservazione: quando si opera ai margini del sistema, si tende a costruire comunità invece che gerarchie. È sempre stato così. Nei movimenti artistici, nelle avanguardie letterarie, nelle scene musicali che nascono underground prima di essere inglobate dal mainstream. Il vino naturale ha la stessa parabola. Ed è una parabola interessante da seguire. Francesco Welti tornerà in Ticino e poi ritornerà ad Aglientu dove c’è un bianco che sta ancora fermentando Vediamo quando torno se ha finito La serenità di chi ha imparato ad aspettare. In Ticino aspettano i funghi, i gallinacci arrivati finalmente a dicembre dopo anni di siccità. In Sardegna si aspetta la primavera, che è il momento in cui la vigna sott’occhio ricomincia a vivere. Non smetto però di pensare ai confini. Al bambino sul confine svizzero-tedesco. Al ragazzo che guardava l’Italia da casa. Al produttore che dalla Sardegna vede la Corsica.  Forse fa parte del DNA Lo dice ridendo mentre io non rido. Penso che i luoghi che abitiamo ci scelgono tanto quanto noi scegliamo loro. E che certe persone hanno bisogno di vivere sul margine per vedere tutto con più chiarezza. La vigna sott’occhio, sempre. Ah, dimenticavo Regula che avrebbe preferito la Corsica. Adesso pota le vigne in inverno senza paura del freddo. Adesso collabora anche in cantina. Adesso è La Sughera tanto quanto Francesco. Le persone si trasformano nei luoghi che abitano, specialmente quando quei luoghi sono scelti con intenzione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano Arrow Right Top Bg

17 Luglio, 2026

Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano

  Alcuni luoghi non si lasciano mai davvero. Per Fabio Mecca è il Monte Vulture. Da quelle terre vulcaniche della Basilicata è iniziato un viaggio che lo ha portato a diventare uno degli enologi più apprezzati del Paese, senza perdere il legame con le proprie radici, con l’Aglianico e con l’idea che il vino sia prima di tutto una storia di persone Ogni uomo porta il proprio fuoco dentro di sé.
Alcuni lo custodiscono. Altri ci bruciano la vita.
I migliori ci fanno il vino. Barile. Un nome che sa di destino. In genere si dice che il destino è scritto nelle stelle. Pensare che possa essere scritto nei suoli vulcanici del Monte Vulture, in quel lembo di Basilicata che odora di zolfo rappreso e di mosto la mattina presto di settembre, fa un po’ strano. Eppure in Basilicata, Barile è un paese di grotte e cantine scavate nel tufo, di una comunità arbëreshë che parla ancora la lingua degli albanesi fuggiti secoli fa, di vigne piantate su cenere e pietra lavica da chi sapeva che quella terra brontolava ancora, sotterraneamente e che il fuoco spento di un vulcano è forse il padre più generoso che un vigneron possa desiderare. È su queste terre che Pier Paolo Pasolini decise di girare il suo Vangelo secondo Matteo nel 1964, intuendo in quei paesaggi pietrosi qualcosa di biblicamente vero. A Barile è nato nel 1982 Fabio Mecca. Anno 1982: l’Italia vince i Mondiali di Spagna e un bambino apre gli occhi a Barile, provincia di Potenza, quasi senza accorgersene. È Fabio stesso che me lo racconta. Ha il tono leggero e ironico che non posso che riconoscere in chi nel meridione non solo è nato ma ne è parte integrante. Un tono che trasforma la biografia in commedia La mia data di nascita è il 1982, quando hanno vinto i Mondiali. Mi sono laureato nel 2006, quando l’Italia si giocò la qualificazione agli ottavi con l’Australia. Mentre Totti segnava il rigore, stavo discutendo la tesi. Due Mondiali, una laurea, una vita intera compressa tra i calci di Gentile a Zico e quelli della testata di Zidane a Materazzi. Una parentesi storica durante la quale l’Italia smise di avere paura di se stessa, almeno per novanta minuti. Una paura che è tornata tant’è che sono dodici anni che non partecipiamo più ad un Mondiale di calcio. Se nasci a Barile, impari presto che la terra non si piega. A niente e nessuno. Devi ascoltarla e sapere ascoltarla. Se poi nasci con la Cantina Paternoster di fronte casa,  cresci inevitabilmente dentro un calendario scandito non dai giorni della settimana ma dalle fasi della vite: il grappolo che si forma, il trattamento, la vendemmia del moscato, l’attesa.  Fabio Mecca è cresciuto dentro quel ritmo. La sua famiglia è legata ai Paternoster ovvero la cantina fondata nel 1925 da Anselmo Paternoster. Non una cantina qualunque nel Vulture ma la prima ad imbottigliare l’Aglianico del Vulture per venderlo al mondo. La stessa che poi ha portato l’Aglianico del Vulture a diventare DOC grazie Giuseppe detto Pino, il primo enologo del territorio. Cento anni di storia viticola che Fabio non può che portare addosso come una seconda pelle. Ho vissuto sempre in sinergia con l’azienda, con i tempi della natura, con i tempi della vendemmia anche quando ero più ragazzo. Sai, iniziava l’estate e i miei amici andavano al mare la prima volta, ma il mio tempo era scandito dall’attesa del trattamento il giorno dopo o dalla vendemmia del moscato. È facile immaginarlo bambino, nemmeno adolescente, mentre i coetanei dormono ancora e lui già sa che quella mattina c’è qualcosa da fare in vigna. Sono quelle cose, quei pezzi di vita, che non si vivono come obbligo. È semplicemente appartenenza.  Il Classico che non ti aspetti e poi da Barile a Conegliano Il padre di Fabio, medico, aveva letto Benedetto Croce, forse anche Giovanni Gentile. Sicuramente credeva che una mente ben formata fosse una mente libera. E prima di lasciare il figlio all’agrario, dove sarebbe andato di corsa con naturalezza gli chiese una cosa sola: la maturità classica. Mio papà è medico e mi ha chiesto solo di prendere la maturità classica, in modo tale da poter avere una visione più ampia. Io non l’ho assecondato di primo acchito, ma poi ho accettato perché ho compreso quello che mi voleva dire. Devo dire che poi mi ha aiutato tantissimo: la metodologia dello studio, la determinazione, l’etimologia delle parole. Vi ricordate il professor Keating de L’attimo fuggente? Strappate la pagina, anzi l’intera introduzione. Non è la Bibbia, non andrete all’Inferno. Continuate a strappare, strappate, questa è una battaglia, una guerra, e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime Il padre di Fabio non era Keating. Era l’uomo che insistette perché il figlio leggesse i classici prima di sporcarsi le mani con il mosto, certo che un giorno quelle radici avrebbero dato frutti insospettabili. E aveva ragione. Dopo il liceo classico, Fabio segue la sua natura e va a Conegliano Veneto, Scuola Enologica, istituzione-madre di ogni enologo italiano che si rispetti. I primi tre mesi non può che essere drammatico visto che tutti i compagni di corso provenivano da percorsi tecnico-agrari, sapevano già di cosa si parlava. Lui arrivava dai drammi dei greci e dalla sintassi latina.  Non capivo un cazzo di quello che dicevano. Ancora quella ironia meridionale e, per ironia della sorte, mentre Totti calcia il rigore contro l’Australia, Fabio Mecca diventa enologo. Isole & Olena e Paolo De Marchi: la palestra di un’anima Prima di tornare a casa, Fabio fa una tappa che nella sua narrazione torna continuamente, come un leit motiv: la Cantina Isole & Olena, in Toscana, da Paolo De Marchi. È lì che impara il vocabolario del vino che ancora oggi parla. La viticoltura di precisione. Il legno lavorato barrique per barrique. L’analisi parcellare. Il rispetto per quella che lui chiama l’identità del vitigno. Da Paolo De Marchi è stata una palestra di vita, prima di tutto, e poi di approccio al mondo della viticoltura di precisione. Mi si è aperto totalmente un altro mondo, mirato davvero alla qualità. Legno per legno, barrique per barrique. Ma quando finirà che un enologo del Sud sia costretto ad andare in Toscana, in Piemonte, in Veneto, per capire cosa significhi lavorare il vino con cura maniacale? Perché al Sud sembra non essere possibile?  È la storia di un Paese che ha esportato la propria bellezza vinicola soprattutto dal centro verso il nord, lasciando il Sud a inseguire, spesso a rimorchio. Fabio Mecca è uno di quelli che ha capito che il recupero doveva partire da dentro. Dall’apprendere prima, dal restituire poi. Sono cose che si portano dentro come idee ossessive. Fabio è fatto così: cita il Cervaro della Sala, la Tunina di Jermann, l’Ornellaia del Beppe Caviola come se fossero testi sacri da comprendere. Non certo da imitare.  Vintage Tunina, Cervaro della Sala. Vini che stappano quotidianamente come si stappa il Tavernello. Eppure mi hanno sempre detto: sì, va bene il territorio, il vitigno, ma c’è l’uomo. Cosa fa l’uomo per ottenere questo?  L’inibizione della malolattica. La vinificazione in legno per certi vitigni. Il contatto sulle fecce fini per i bianchi. Tecniche che sembrano soltanto processo. In realtà sono scelte filosofiche. La porta chiusa in faccia e il debito di gratitudine Torna a casa. Torna alla Paternoster, alla cantina che ha davanti agli occhi da bambino, al profumo di Aglianico che gli ha invaso i polmoni. Ma l’azienda nel frattempo ha uno zio enologo rientrato dopo vent’anni. Come potrebbe accogliere bene il giovane nipote con la laurea di Conegliano e le idee di De Marchi ancora fresche in testa? Ero rientrato con mille stimoli, come dice Jovanotti, con mille visioni diverse. In cantina come enologo c’era mio zio, il quale non ha accettato di buon grado né la mia irruenza né la mia intromissione. Sono stato accompagnato con educazione alla porta. Me ne sono andato con tanto dispiacere familiare. Ma ora lo ringrazio.  Sembra paradossale, ma lo ringrazio perché mi ha messo nella condizione di applicarmi diversamente. I giovani. Irruenti. Decisi. Determinati. Sembrano sapere tutto con solo qualche vendemmia sulle spalle. Non ammettono che l’esperienza è come un vino che deve maturare nella botte. Può anche maturare da solo ma ha bisogno di essere controllato oltre che coccolato.  Davo tutto per scontato, per possibile. Per me la prova di una fermentazione in legno dell’Aglianico era semplicemente da fare. Quando ho preso e ho scoperchiato cinque tini per far fermentare all’interno, non ho chiesto il permesso. Dall’altra parte qualcuno avrebbe dovuto comprendere il mio perché senza gridare e sbattermi fuori. Ma erano vent’anni fa. E le porte chiuse in faccia insegnano, sempre. Il dolore è certamente il miglior maestro e non perché sia buono, ma perché è onesto. Non mente sui risultati. La porta chiusa in faccia è diventata per Fabio una sorta di molla. Già, una vera molla che lo ha proiettato fuori dalla Basilicata, dentro Roberto Cipresso, dentro l’Italia intera. Difficile non vedere in quella umiliazione, perché tale era, anche se Fabio non la chiama così, il seme di tutto quello che sarebbe diventato. Roberto Cipresso e l’Italia come mappa sentimentale Roberto Cipresso è uno degli enologi più influenti d’Italia, scrittore oltre che tecnico, uomo che ha tradotto la vigna in pensiero. Fabio lo contatta, Cipresso lo accoglie. Per tre anni diventa il suo responsabile nel centro-sud. Tre anni in giro per vigneti d’Italia. Dalla Campania all’Abruzzo, dal Veneto alla Toscana. Però serve. Serve ad imparare ogni giorno qualcosa che non sapeva di non sapere. Nel 2010 inizia la carriera da libero professionista. La prima azienda è la Cantina Villadora a Terzigno, in Campania, sul versante del Vesuvio. Un altro vulcano manco a farlo apposta. Altra cenere, altra mineralità primordiale, altro clima, altro vitigno. Ed è lì che Fabio capisce qual è il suo metodo da consulente: Ho applicato un approccio diverso rispetto alla Paternoster. Ho ascoltato quelle che erano le necessità, quello che voleva essere il percorso. Ho replicato con assoluta dedizione. E solo quando la fiducia era maturata, quando eravamo arrivati ai risultati che l’azienda aveva chiesto, ho iniziato a rompere le scatole, a proporre. Anche lì abbiamo fatto prove di vinificazione in legno del Caprettone, vitigno tornato protagonista. La fiducia prima, la sperimentazione poi. È una lezione che ha imparato dal legno della porta sbattuta in faccia. Ed è anche, mi pare, una lezione di eleganza umana. Ventidue cantine, un’identità, e la questione meridionale del vino Oggi Fabio Mecca lavora con ventidue cantine. Il numero spaventa chi ragiona in termini di omologazione. Una sorta di critica lecita e legittima che mi sento di avanzare. Potrebbe esserlo, l’omologazione. Io cerco di avere al massimo due aziende per realtà produttiva, mai aziende limitrofe. Non applico protocolli standard. Non lo faccio e ritengo di riuscire ancora a trovare quelle identità territoriali che vengono fuori. Poi c’è chi ne ha cinque e chi ne ha cento: è una fase. Al Sud siamo un po’ costretti: le aziende sono piccole, la visibilità è tutta da costruire, la geografia è vasta. Insomma, la questione meridionale del vino. Non un problema di qualità, spesso altissima (e chiunque abbia stappato un Aglianico del Vulture di annata, lo sa bene). È un problema strutturale: aziende piccole, mercati da costruire da zero, territori che ancora faticano a uscire dai confini regionali sui mercati internazionali. Luca Gardini, quando degustò i vini di Fabio anni fa, disse che «l’enologo Mecca è il futuro perché rispetta il vitigno e il territorio». Nel 2025, la Guida dell’Espresso lo ha eletto miglior enologo dell’anno. Forbes lo aveva già messo nella lista degli enologi da seguire nel 2023. Il futuro, evidentemente, è arrivato. Ciò che colpisce di Fabio non sono i premi. È il modo con cui li racconta ed identifica: punti di verifica, non di arrivo.  Quando è periodo di guide, me le compro tutte. Con fattura. Le studio e vado a cercare sia le certezze che le novità, compro le bottiglie perché voglio capire cosa accade, qual è l’espressione, qual è la metodologia. Faccio il calcolo combinatorio delle possibili combinazioni tra centinaia di vitigni: è una cosa pazzesca. Non si finisce mai. Quello che è semplicemente benchmarking, per Fabio è curiosità. In fondo, il cammino non è mai fine a se stesso, ma è il modo in cui la mente impara a conoscere il mondo prima del corpo. Fabio cammina così tra i vigneti d’Italia: con la mente già là, un passo avanti. Il ritorno a Paternoster e i cento anni sotto il Vulcano Dopo sei o sette anni, Fabio torna alla Paternoster. Lo zio si era allontanato. La famiglia lo richiama. Ed è come se il cerchio si chiudesse con una dolcezza inaspettata. Non è certo il ritorno del figliol prodigo, ma quello del figlio che nel frattempo è diventato qualcuno. Uomo prima di tutto. Nel 2016 la cantina viene acquisita dal Gruppo Tommasi, famiglia veneta, grande esperienza nella valorizzazione di territori autentici, da Valpolicella alle Langhe. Un’operazione che avrebbe potuto snaturare tutto. Non è successo. Ho la fortuna di lavorare con questo grande gruppo, il quale non ha assolutamente stravolto nulla dell’aspetto produttivo. Anzi, ha potenziato la strategia, la voglia di andare avanti, dando grande fiducia nel percorso lavorativo che avevo iniziato qualche anno prima. I vini in produzione oggi alla Paternoster sono i vini di Fabio. Dal Don Anselmo, cru storico che porta il nome del fondatore Anselmo Paternoster, nato nel 1985 nel momento più buio del vino italiano dopo lo scandalo del metanolo, quasi una risposta di dignità, fino al nuovo Barone Rotondo, Aglianico del Vulture Superiore DOCG, 2.500 bottiglie da vigneti storici a seicento metri di altitudine, affinato in un’antica neviera seicentesca scavata nella roccia vulcanica.  Non è solo una cantina, è un organismo vivo. Ogni pietra ha una voce. Nel 2025, la Paternoster ha celebrato i cento anni. Un secolo di Aglianico, di vulcano, di famiglia. Fabio, che in quella famiglia è entrato non per nascita ma per vocazione, ha fatto da tramite tra il passato e il futuro, come solo chi ama davvero un luogo sa fare. L’enologo come vice del produttore: una visione del mestiere Quello che mi sorprende di più, parlando con Fabio, è la sua visione allargata del ruolo dell’enologo. Non solamente il tecnico che entra in cantina, assaggia, prende appunti e riparte. È qualcosa di più strutturato e umano insieme. Ritengo che la figura dell’enologo sia totalmente stravolta in questo momento e mai come adesso debba affiancare ancora di più il produttore. Puoi fare il miglior vino del mondo, ma se lo sappiamo solo io e il titolare, ce la cantiamo e suoniamo. Per questo affianco le aziende anche nella comunicazione, nel racconto. Mi metto a disposizione per avere rapporti con giornalisti, con agenti, con distributori, con le guide. È esattamente quello che succede nel mondo del vino contemporaneo: non bastano più le bottiglie buone, bisogna che le bottiglie parlino. Fabio ha capito che l’enologo di oggi è anche e soprattutto un narratore, un mediatore culturale, quasi un agente letterario del vino. Almeno una volta al mese visita ognuna delle sue ventidue cantine. Non delega, non si fa mandare campioni. Va. Guarda. Tocca la terra. Non riesco a non andare almeno una volta al mese in tutte le mie cantine. Devo capire cosa succede, devo avere tutto sotto controllo. È una mia forma mentis, non è un giudizio verso nessuno. So lavorare così. Una forma mentis che, in un’epoca in cui si può seguire le fermentazioni da remoto attraverso sensori e app, è quasi una dichiarazione di principio. Il corpo presente. Le mani che sanno. Il sogno del metodo classico e le porte che si tengono aperte Tante cantine. Tante esperienze. Eppure una persona curiosa ha sempre qualcosa che manca. Non certo come una mancanza vera e propria ma quasi con un latente senso di incompiuto. Un perfezionista, uno che fa dell’imparare un proprio Credo, ha sempre qualcosa che manca. Mi piacerebbe lavorare nelle Marche o in Abruzzo. Li sento miei emotivamente, ci sento ancora quella parte umana, verace, disponibile che a me serve tanto. E poi vorrei fare un gran metodo classico. Non per moda, perché ora un po’ tutti lo stanno facendo. Ma perché mi piacerebbe misurarmi da un punto di vista tecnico: la sosta sui lieviti, i vitigni, il pH, l’acidità. Mettermi lì, da pignolo. Il Metodo Classico per chi ha fatto vini fermi e importanti. I vini fermi per chi ha fatto solo bollicine. Sembra qualcosa di scontato ma non lo è affatto. Due grandi aziende lo hanno contattato negli anni, offrendogli le chiavi dell’intero progetto produttivo. Ha detto di no a entrambe. L’istinto lo ha fermato. Se avessi avuto un’altra vita, una vita parallela, mi avrebbe fatto piacere sperimentare anche lì. Capire com’è la metodologia, cosa vuol dire quando ti affidano l’aspetto gestionale di tutto quello che hanno a livello produttivo. Ma il mio istinto mi porta ancora a dire di no. Mi piace fare quello che faccio. Scegliere di non fare è anch’essa una forma di libertà. Spesso la più difficile. La famiglia, la serenità, il figlio che va al liceo di grafica In genere c’è sempre qualcuno al quale si deve dire grazie. Maestri, mentori, colleghi. Però, a guardarsi bene attorno, c’è chi è davvero molto più importante. Spesso si sottovaluta, si da per scontato. Non è facile stare con una persona che sta sempre fuori, sempre al telefono, sempre con mille cose. Io riesco a fare tutto questo solo se ho la serenità emotiva. Se da quella parte c’è serenità, io sono sereno e affronto tutto. Se c’è qualcosa che non va, perdo la lucidità. Per questo ogni sera cerco di tornare a casa, cenare con la mia famiglia, guardare negli occhi mio figlio, parlarci. È la famiglia. È tua moglie, i tuoi figli. Sono loro ad aspettarti da un giro tra le cantine. Da un lavoro che ti porta fuori e ti tiene lontano da loro. Il rientro a casa, nell’armonia. Alla famiglia occorre sempre dire grazie. Ognuno ha il suo compito. Ognuno ha la propria parte. E può anche accadere, non certo per un contrappasso, che tuo figlio che andrà al liceo classico. Ci ho provato a convincerlo. Non andrà nemmeno all’agraria. Ha scelto un liceo sperimentale di grafica e comunicazione. È giusto che facciano le cose per cui sono portati e hanno voglia. È giusto così. Suo padre, il medico, gli aveva chiesto il liceo classico. Fabio invece non insiste, lascia andare. Forse è questa la più grande prova di maturità. La libertà di lasciare che qualcuno scelga il proprio fuoco. Fuori, da qualche parte sotto il Monte Vulture che, meno male, non erutta da centinaia di migliaia di anni anche se si sente ancora, nei suoli, nelle rocce, nei vini, l’Aglianico sta maturando. Lentamente, come deve fare. Fabio Mecca sarà lì, a settembre, a guardarlo. Forse con una guida sotto il braccio. Forse con un’idea nuova che non ha ancora nome. I vulcani non muoiono. Si trasformano. I migliori enologi, anche.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2026

Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella

  Il caldo intenso di luglio non ha scoraggiato il pubblico romano. Martedì 14 luglio, negli spazi esterni del ristorante Pulp, nel cuore del Teatro della Garbatella, si è svolta la prima edizione di Roma in Bolle, la manifestazione interamente dedicata alle bollicine italiane nata da un’idea di Roberta Marchese Ragona e realizzata grazie alla collaborazione di Luca della Regina, Marco Sargentini, Adriano Romano e Ivan Vellucci. Un luogo inconsueto per raccontare le bollicine La scelta della Garbatella non è stata casuale. Lontano dai saloni e dalle location più classiche degli eventi enologici romani, il quartiere ha regalato a Roma in Bolle una cornice informale e giovane, capace di restituire alle bollicine italiane un registro meno cerimonioso e più autentico. Tra le architetture liberty e l’anima popolare del Teatro della Garbatella, il vino ha lasciato per una sera i toni della celebrazione formale per indossare quelli della festa di quartiere, complice anche il palcoscenico bohémien del Pulp. La risposta del pubblico ha superato le aspettative: tanta gente, moltissimi giovani, un’atmosfera di festa protratta fino a tarda sera. A un simile risultato hanno contribuito le bollicine eccellenti proposte in degustazione, ma soprattutto una formula snella e diretta, pensata per il piacere di bere bene senza sovrastrutture. Roma in Bolle ha sdoganato le bollicine, dimostrando come un approccio semplice e immediato possa avvicinare al vino un pubblico nuovo, più giovane e curioso. Il riscontro ottenuto racconta da solo la direzione da prendere: per il successo che ha avuto, Roma in Bolle non potrà restare un’edizione isolata. Le voci della serata A dare ritmo alla serata sono stati anche i momenti di interviste e condivisione firmati da Luca della Regina e Ivan Vellucci, che hanno dialogato a lungo con i produttori presenti, raccogliendo storie di territorio, scelte enologiche e aneddoti di cantina. Un filo narrativo che ha accompagnato il pubblico lungo tutta la degustazione, dando alle bollicine in calice un volto e una voce e trasformando ogni assaggio in un piccolo racconto condiviso. Il premio del pubblico Tra i momenti più attesi della serata, la premiazione del pubblico, che ha votato le bollicine preferite attraverso l’app MyVinApp. A conquistare il maggior consenso sono stati il Ribelle di Cantina Messori, Charmat da uve Pignoletto, e Bolle di Borro de Il Borro, Metodo Classico da uve Sangiovese che reinterpreta in chiave contemporanea uno dei vitigni più identitari della Toscana. Professionisti e pubblico, insieme La prima parte della serata è stata dedicata anche al mondo del settore: giornalisti, ristoratori, distributori e addetti ai lavori hanno preso parte a un momento di assaggi riservato, pensato per approfondire con maggiore attenzione tecnica le bollicine in degustazione. Con il passare delle ore, però, ogni distinzione tra pubblico e professionisti si è dissolta: tutti si sono lasciati avvolgere dall’atmosfera glamour e bohémien della Garbatella e del Pulp, in un’unica, grande festa delle bollicine italiane. I partner della serata Un ringraziamento speciale va al Consorzio del Parmigiano Reggiano, che ha deliziato gli ospiti con i suoi prodotti, abbinamento naturale e mai scontato per le bollicine in degustazione. Grazie anche a VoiceWise, che grazie al contributo del pubblico ha potuto proseguire lo sviluppo del proprio alcol test vocale, progetto accolto con grande curiosità e partecipazione. Un grazie particolare va a Brigitta Boccoli, che con la sua presenza ha impreziosito la serata presentando il progetto Brillawear, e allo yoga in vigna che ha aperto la giornata all’insegna del benessere. Un ultimo, sentito ringraziamento va al Pulp, cornice ideale della serata con la sua atmosfera glamour nel cuore del Teatro della Garbatella. Le cantine protagoniste A rendere possibile questa prima, riuscitissima edizione sono state soprattutto le cantine, che Roma in Bolle ringrazia a una a una indicando anche i vino che hanno particolarmente colpito il pubblico. Abrigo Fratelli (Piemonte) – il Sivà Riserva, Metodo Classico da Chardonnay. Albamarina (Campania) — L’Eremita, Metodo Charmat da Fiano del Cilento. Ambasciatori del Gusto (Veneto) – Le Manzane, Glera in versione ancestrale. Blasi (Umbria) – 1742, Metodo Classico da Chardonnay e Trebbiano Spoletino. Bortolin Angelo (Veneto) – il Valdobbiadene DOCG e l’ancestrale Barch. Cantina Messori (Emilia) – lo Spettinato da Lambrusco Grasparossa, il Ribelle da Pignoletto, premiato dal pubblico e il Gasato da Lambrusco Salamino. Colle Uncinano (Umbria) – lo Spoleto DOC da Trebbiano Spoletino. Conca d’Oro (Veneto) – il Prosecco Superiore DOCG. Gozzelino (Piemonte) – il Moscato DOCG e Elena, Metodo Classico da Pinot Nero. Il Borro (Toscana) – Bolle di Borro, premiato dal pubblico, e il raffinato Chiaro di Bolle. Marco Capra (Piemonte) – Sei Tremenda, Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero. Mencaroni (Marche) – il Brut Nature da Verdicchio. Muratori (Franciacorta) – il Brut da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco. Poggio Bonelli Chigi Saracini (Toscana) – il loro Sangiovese in versione extra brut. Quaterluna – Fase 3 e Fase 4, Metodo Classico da Chardonnay e Pinot Nero. Raparelli (Lazio) – il Lallero da Vermentino. Rossi di Madelana (Lazio) – il Ferrino da Bombino. Rotari (Trentino) – la linea Alperegis, Trentodoc di montagna. Silvestri (Lazio) – Brut e Rosé, bollicine dei Castelli Romani dal 1929. Solis Terrae (Lazio) – Bullule, da Bellone e Chardonnay. Vin Viandante (Lazio) – Confine, Cesanese rifermentato. Tenuta Maffone (Liguria) – il Duezerosette da Ormeasco con 100 mesi di affinamento. Valdarno di Sopra (Toscana) – il Sangiovese con 18 e 60 mesi di affinamento Venturini Baldini (Emilia) – il Rubino del Cerro e il Metodo Classico, entrambi da Lambrusco. Vigna Madre (Abruzzo) – il Villa Roscià da Pecorino. Vitematta (Campania) – la Radice Etrusca da Asprinio d’Aversa. Zazzera (Umbria) – Serperosa da Sangiovese e Serpeoro da Grechetto. Zorzon (Friuli) – lo Spumante Brut da Pinot Bianco e Ribolla.   Grazie a tutte le realtà, grandi e piccole, che con le loro bollicine hanno reso possibile questa prima edizione di Roma in Bolle. Appuntamento alla prossima estate, ancora più ricca di energia, di giovani e di Italia nel calice.   La Redazione
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Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Arrow Right Top Bg

15 Luglio, 2026

Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino

  Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Un ponte, di notte, è sempre una promessa. È come se dichiarasse che le due sponde, in fondo, non sono mai state davvero separate. Per questo, qualcuno prima di noi, ha semplicemente reso visibile un legame che già esisteva. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli si allunga sul Tevere con le sue arcate bianche, sospese come una partitura, e per tre serate di giugno ha smesso di essere un semplice attraversamento per diventare un luogo. Un luogo che teneva insieme il quartiere Flaminio e la sponda del Foro Italico e dello Stadio Olimpico, certo, ma che teneva insieme soprattutto le persone e il vino, in quella maniera diretta, senza troppe cerimonie, che Roma d’estate riserva a chi ha voglia di scendere in strada . O, questa volta, su un ponte. Una degustazione all’aperto, in una città che di spazi belli all’aperto ne ha in abbondanza e di sale eleganti al chiuso ne offre invece pochissime, è già di per sé un piccolo privilegio. Se poi lo spazio in questione è un’architettura contemporanea che si specchia nel fiume, con il tramonto che si allunga sull’acqua e la temperatura calda ma non opprimente delle sere romane, il privilegio si fa quasi incanto. Calice alla mano, tra sorrisi scambiati e mani strette, si camminava avanti e indietro lungo la campata centrale, e ogni pochi passi un banco d’assaggio apriva una porta su un pezzo d’Italia diverso. Le Notti del Vino 2026: un ponte tra le due rive di Roma diVino sotto le Stelle è il nome che Roma ha scelto per la propria tappa de Le Notti del Vino, il circuito estivo promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e affidato, nella Capitale, alla cura organizzativa di Decanter Wine Academy. Per la seconda edizione consecutiva è stata ancora Roma ad aprire il calendario nazionale. Un calendario che da giugno a settembre attraverserà borghi e città del vino di tutta Italia. Per la seconda volta la scelta è caduta sullo stesso luogo: il Ponte della Musica Armando Trovajoli, tra il quartiere Flaminio e l’area dello Stadio Olimpico e del Foro Italico. Confermare una location significa anche dichiarare che ha funzionato, che il pubblico l’ha riconosciuta come propria. Per tre serate nel primo fine settimana di giugno, dal venerdì alla domenica, dalle diciannove a mezzanotte, il ponte si è trasformato in un percorso di degustazione con etichette provenienti da tutta Italia, raccontate direttamente da chi le produce. Non un’astrazione, non un catalogo: cantine vere, con le mani vere di chi la terra la lavora, disposte lungo la campata come tanti piccoli avamposti del proprio territorio. Al vino si sono intrecciati altri linguaggi. La masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” curata dalle Donne del Vino Lazio il venerdì, una degustazione alla cieca il sabato pensata per stanare “l’intruso” tra quattro vini laziali e uno straniero, un percorso guidato di abbinamento cibo-vino la domenica, insieme a musica dal vivo, un flash mob di tango e un’area food truck pensata per accompagnare i calici. Il vino, insomma, non veniva servito come un oggetto da analizzare al microscopio, ma come parte di una serata che aveva altre stelle altrettanto luminose: la musica, il fiume, la gente. Vini snelli per una serata leggera Quello che si respirava tra un banco e l’altro era soprattutto freschezza. Non solo quella delle bottiglie tenute in ghiaccio, ma quella di uno stile. I vini in degustazione raccontavano, quasi tutti, una stessa direzione di gusto: snella, poco ingombrante, distante dagli orpelli e dalle grandi architetture di legno e struttura che per anni hanno definito l’idea di “vino serio”. Bottiglie pensate per essere bevute con piacere immediato, senza troppi complimenti, capaci di accompagnare una conversazione senza mai pretendere di sovrastarla. «Assaggia questo, viene da un vitigno che qui non si arrende facilmente» si sentiva dire poco più in là, tra una risata e un calice riempito a metà. La sintesi perfetta di una serata in cui il vino sceglieva di restare un passo indietro rispetto alle persone, senza per questo perdere nulla della propria voce. Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Ponte della Musica ha restituito quest’anno: il vino funziona meglio quando non recita la parte del protagonista assoluto, ma quella dell’eccedenza che rende migliore tutto il resto. Il cibo, la tavola, gli amici, il divertimento. Un’eccedenza che, tra le tante cantine incontrate, ha trovato alcune interpretazioni particolarmente convincenti. Cantina Cellinese e il Negroamaro che si toglie l’abito rosso: il Frata del Salento Nel cuore del Salento, a Cellino San Marco, la Cantina Cellinese porta avanti da oltre cinquant’anni una storia cooperativa che oggi riunisce più di trecento famiglie di viticoltori, custodi di quella terra rossa e ventosa che i Messapi conoscevano già come vocata al vino. È una cantina che negli ultimi anni ha scelto di affidare le proprie decisioni enologiche a Fabio Mecca, lo stesso enologo lucano di cui questa rubrica ha già raccontato il percorso e il talento, e che qui applica la medesima cura sartoriale a un vitigno che si spoglia della propria identità più nota per indossarne una inedita. Il Frata nasce infatti da uve Negroamaro vinificate in bianco: un’operazione che richiede mani sicure, perché la buccia scura di questo vitigno pugliese, se lasciata macerare anche solo per poco, tradisce colore e struttura. Nel bicchiere, Frata si presenta invece con un giallo paglierino luminoso, quasi a smentire la propria origine, e apre un profumo delicato di fiori bianchi e agrumi, con un fondo di frutta a polpa chiara che ricorda la pesca acerba. La bocca è tesa, sapida, capace di quella freschezza che di solito si attribuisce a vitigni ben più settentrionali. La dimostrazione che il Negroamaro, interrogato con la giusta pazienza, sa rispondere con una voce completamente diversa da quella per cui è conosciuto. Tenute Agricole Santojanni: la Scintilla nata sul Vulture, tra Aglianico e Malvasia A Forenza, tra le montagne e i boschi dell’entroterra lucano, la famiglia Santojanni coltiva da tre generazioni una terra che porta ancora nel proprio nome la memoria delle antiche eruzioni del Vulture: cenere e lapilli trasformati, nei secoli, in humus fertile per la vite. Le due contrade storiche dell’azienda, Malandrino e San Zaccaria, custodiscono vigneti che per quasi cinquant’anni hanno cresciuto separatamente Aglianico del Vulture e Malvasia di Basilicata, come due voci che si conoscevano ma non si erano ancora incontrate davvero. È da quell’incontro che nasce Scintilla, uno spumante rosé extra dry millesimato ottenuto per il settanta per cento da Aglianico e per il restante trenta da Malvasia, che porta con sé la struttura del primo e i profumi aromatici della seconda. Il nome racconta la scintilla d’amore che nella storia della famiglia ha unito due giovani cresciuti in quello stesso vigneto, e che oggi si ritrova, quasi per gioco, anche nell’incontro fra le due uve. Nel calice, Scintilla si mostra rosa buccia di cipolla, con un perlage fine e persistente; il naso si apre su note floreali e di piccola frutta rossa, mentre il sorso resta secco e intenso fino a una chiusura che lascia intravedere un accenno dolce, quasi un ultimo sorriso prima del brindisi successivo. Cantina dei Colli Ripani: La Jella, il Mercantino e la nuova Chioccia d’Oro delle Marche Sulle colline marchigiane che scendono dolcemente verso l’Adriatico, a poco più di cinquecento metri d’altitudine eppure incredibilmente vicine alla costa, la Cantina dei Colli Ripani riunisce da oltre trecentotrenta produttori di Ripatransone e dei comuni limitrofi. È una realtà cooperativa che ha fatto della propria altitudine quasi un manifesto: la linea 508, dedicata al punto più alto del Colle San Nicolò, raccoglie le etichette che meglio rappresentano l’ambizione del territorio. Tra queste, La Jella interpreta la Passerina in versione Offida DOCG con un’eleganza che smentisce la fama minore di questo vitigno, regalando un bianco fresco e diretto, capace di raccontare gli agrumi e i fiori di campo senza mai appesantirsi. Il Mercantino, Pecorino della stessa denominazione, porta invece il nome di Luigi Mercantini, il poeta risorgimentale nato a Ripatransone: un omaggio che restituisce al calice un profumo intenso di melone e mango, sorretto da un palato sapido e persistente, quasi a voler onorare, sorso dopo sorso, la voce di chi in quelle terre è nato e ha cantato. Accanto a questi due nomi già noti agli appassionati, la cantina ha da poco presentato La Chioccia d’Oro, un nuovo Verdicchio Superiore pensato per posizionarsi su una fascia più ambiziosa: la prova che anche una cooperativa radicata nella tradizione può continuare a scrivere nuovi capitoli, senza tradire la propria storia. Tenuta Viglione e la Murgia in quota: il Metodo Classico 514 e il Maidomo mai domato A Gioia del Colle, nel cuore della Murgia pugliese, la famiglia Viglione coltiva la vite dal 1937 e arriva oggi alla terza generazione con centocinquanta ettari condotti in regime biologico certificato dal 2005. È una terra calcarea, ventilata, che vive di un’altitudine (circa quattrocentocinquanta metri) inusuale per la Puglia, e che regala ai vini una freschezza e una precisione difficili da raggiungere altrove, a quote più basse. Proprio a quell’altitudine è dedicata la linea 514 Altitude, un Metodo Classico Extra Brut che nelle sue due versioni, bianco e rosé, racconta due tempi diversi della stessa attesa: il bianco affina quarantotto mesi sui lieviti e si presenta affilato, verticale, con note di fiori bianchi, mela verde e agrumi accompagnate da una leggera crosta di pane; il rosé, ottenuto da un raffinato incontro tra Primitivo e Racemi di Primitivo, riposa addirittura sessanta mesi e si offre rosa salmone con riflessi ramati, un perlage fine e persistente, un naso di fragoline di bosco, lampone e ciliegia. Diversa e più giocosa è la storia del Maidomo, un bianco ottenuto da un’uva a bacca rossa, il Negroamaro, che il nome stesso dichiara “mai domato”: un vino che non si lascia ottenere facilmente, ma che ripaga con un giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi di cedro, bergamotto e frutta tropicale, e un sorso fresco, teso, quasi balsamico, che invita irresistibilmente al secondo calice. Cantina Belardi: il racconto etrusco di Cerveteri tra Radiante, Incanto, Sinuoso e Rapito A pochi chilometri da Roma, un territorio conosce il vino da tremila anni prima che diventasse una moda: Cerveteri, l’antica Caere etrusca, dove la necropoli della Banditaccia, patrimonio dell’umanità, ricorda che qui si beveva e si commerciava vino già quando Roma era poco più di un villaggio sul Palatino. È in questo paesaggio, tra uliveti e vigne che si affacciano sul Tirreno, che la famiglia Belardi coltiva le proprie etichette, ognuna delle quali porta con sé un frammento di leggenda. Radiante, il Vermentino dell’azienda, nasce nei terreni vicino al Monte Abatone, proprio di fronte al bosco sacro dedicato al dio Silvano: narra la tradizione custodita dalla cantina che fu qui, secondo Virgilio, che Enea, attraversate le acque gelide del fiume con le sue schiere, si fermò all’ombra di quegli alberi per far riposare uomini e cavalli, scoprendo dalla vetta del monte gli accampamenti etruschi di Tarconte, giunto in suo soccorso contro Turno e i Rutuli. Un vino che porta nel nome, Radiante, la luce di quella costa e di quel sole, con profumi di mela e pesca bianca e una sapidità minerale che richiama direttamente il mare vicino. Sinuoso, il Verdicchio della cantina, racconta invece una storia più intima e recente: quella di un capostipite di famiglia originario delle colline di Fabriano, patria del vitigno, che portò con sé fino a Cerveteri il ricordo di quel vino di casa, tanto che nel 2018 la famiglia scelse di piantarne il primo vigneto proprio in suo omaggio. Incanto, lo Chardonnay, cresce invece su un piccolo appezzamento detto “la collina dell’incanto”, circondato da ulivi, da cui si scorge l’azzurro del mare voltandosi appena verso nord. E infine Rapito, il Moscato giallo dai grappoli dorati così belli, sotto il sole della maturazione, che chi li raccoglie confessa quasi di non avere il coraggio di staccarli dalla vite: da qui il nome, un vino che profuma di tiglio, salvia, ginestra e fiori d’acacia, e che chiude con un accenno mandorlato capace di risvegliare il palato. Fontana Candida: Vigneto Santa Teresa e Luna Mater, l’anima di Frascati Poche etichette raccontano i Castelli Romani come quelle di Fontana Candida, storica cantina di Monte Porzio Catone che da decenni interpreta il Frascati attraverso i suoli vulcanici (le cosiddette “terrinelle”)  che caratterizzano l’intera denominazione. Qui il vino non è mai stato una scoperta recente, ma una consuetudine antica affinata bottiglia dopo bottiglia, annata dopo annata. Il Vigneto Santa Teresa, Frascati Superiore DOCG, nasce da un singolo cru selezionato per la sua posizione e le sue condizioni ideali: la Malvasia del Lazio (la Puntinata ovviamente), si accompagna al Trebbiano Toscano in un vino che l’affinamento in barrique e la successiva maturazione in bottiglia rendono complesso ed elegante, senza perdere la freschezza tipica dei migliori bianchi della zona. Ma è il Luna Mater Riserva a rappresentare il vertice della produzione, un vino che porta nel nome un richiamo alla genesi e alla procreazione, e insieme un legame con la luna, da sempre custode silenziosa delle pratiche agricole e delle fasi di imbottigliamento. Nasce da vigne che hanno superato il mezzo secolo di vita, un uvaggio di Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Greco e Bombino che matura per dodici mesi (almeno quattro dei quali in bottiglia) nelle antiche grotte di tufo scavate sotto le colline di Frascati, dove umidità e temperatura restano costanti come in un abbraccio. Nel calice, Luna Mater si mostra di un giallo dorato brillante, con un bouquet ampio di pesca bianca, pera, miele e una nota di vaniglia che ricorda l’affinamento nel legno; il palato è strutturato, equilibrato tra acidità e morbidezza, con un finale lungo che intreccia mandorla tostata, erbe aromatiche e una sottile mineralità. Tenuta Lungarella: Jvlivs, il vino degli imperatori tra i Monti Prenestini Poli è un piccolo comune romano incastonato tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, un luogo che gli antichi imperatori romani scelsero come rifugio quando cercavano pace, silenzio e serenità lontano dalla città. È a loro che la famiglia Lulli (con il padre Marino, che ebbe l’idea dopo la pensione, e i figli Luigi e Alexander, che oggi la portano avanti) ha voluto dedicare l’intera linea di etichette dell’azienda, tutte firmate JVLIVS, in un omaggio che si lascia illuminare anche dalla vicinanza al Santuario della Fortuna Primigenia, visibile dalle pendici della tenuta. Solo due ettari, strappati al bosco e coltivati a quattrocentocinquanta metri d’altitudine, bastano a raccontare un territorio che non appartiene a nessuna denominazione codificata e che per questo si concede il lusso della sperimentazione. Jvlivs Vermentino nasce da una scelta precisa della famiglia, che ha preferito questo vitigno, più vicino nello stile a certe interpretazioni toscane, alla Malvasia più diffusa nella zona dei Castelli: nel bicchiere restituisce riflessi chiari e verdolini, sentori di pesca gialla, susina e mimosa, un’acidità discreta che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Jvlivs Rosato, ottenuto da uve Cesanese, si mostra invece con un rosa pesca delicato ed elegante, quasi una versione mediterranea di certi rosé provenzali: litchi, pompelmo rosa e lampone accompagnano una beva fresca e persistente, capace di conversare a lungo con chi lo assaggia. A completare l’esperienza, tra gli assaggi finali della cantina, un Vermouth di produzione artigianale che chiude la serata con la stessa cura silenziosa con cui, tra le colline di Poli, si custodiscono i muretti a secco e il paesaggio disegnato dalla famiglia negli anni. Il vino resta un’eccedenza, la vera stella era la serata Alla fine di tre serate come queste, quello che resta non è tanto la somma dei calici assaggiati, quanto la sensazione, rara e per questo preziosa, che il vino avesse davvero fatto il proprio lavoro nel modo più giusto: aggiungendosi alla serata invece di occuparla, accompagnando la musica e il tango invece di competere con essi, aprendo conversazioni invece di chiuderle in una scheda tecnica. Ogni cantina incontrata sul Ponte della Musica, dal Salento alla Murgia, dal Vulture alle Marche, dall’Etruria di Cerveteri ai Castelli Romani fino ai Monti Prenestini, ha portato con sé non solo un’etichetta, ma un pezzo di terra e di famiglia, restituito attraverso un calice che chiedeva solo di essere ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un racconto. Il merito di aver saputo, per il secondo anno consecutivo, trasformare un ponte in un luogo di incontro va riconosciuto a Le Notti del Vino e a Decanter Wine Academy, capaci di intuire che la cultura del vino cresce meglio quando si toglie la cravatta e si mette a proprio agio tra la gente, il fiume, le luci della città. Il Ponte della Musica, intanto, resta lì, sospeso sul Tevere, pronto a diventare di nuovo, alla prossima occasione, quella promessa silenziosa che unisce le due rive.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri Arrow Right Top Bg

11 Luglio, 2026

Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri

Champagne
per brindare a un incontro
con te
che già eri di un altro
ricordi
c’era stato un invito
stasera si va tutti a casa mia Un pianoforte ancora acceso a fine serata. I tavoli quasi vuoti. Un calice di champagne lasciato da qualcuno che se n’è andato senza finirlo. Poi una voce appena nasale, capace di attraversare il tintinnio dei bicchieri senza mai alzarsi di tono. Un sorriso composto che pareva promettere sempre qualcosa di più di quanto concedesse. L’uomo del piano bar che l’Italia ha sognato per sessant’anni Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, non è stato soltanto un cantante. È stato l’uomo che ogni italiano avrebbe voluto incontrare, ad un’ora tarda, al pianoforte di un piano bar. Ha fatto ballare intere generazioni con il twist e le ha fatte innamorare l’istante dopo, senza mai alzare la voce. Come se il segreto della sua arte fosse proprio dominare una sala restando quasi in disparte, dietro un paio di occhiali che funzionavano anche da distanza di sicurezza. Il suo genio non stava nell’esibizione, ma nella confidenza: cantava come si parla a una sola persona, anche negli stadi. Champagne, l’architettura di un addio Se Peppino di Capri ha un monumento, è una canzone che non racconta una festa ma il momento subito dopo. Champagne non è la storia di un amore che finisce con uno strappo: è la fotografia del gesto che resta quando tutto il resto è già sparito, il brindisi alzato per abitudine, per qualcuno che non risponderà più a quel gesto. Nel vino, la stessa bollicina che sale a raccontare la gioia porta già scritta nella propria fisica la sua sparizione: nasce per salire e per sparire. In questa doppia natura la canzone trova la sua verità più elegante. Aprire una bottiglia significa avviare un conto alla rovescia luminoso: ogni sorso che segue il primo è già un passo verso il bicchiere vuoto. Champagne non canta la rottura: ne canta l’eco. Proprio per questo generazioni diverse hanno continuato a riconoscersi in un pezzo che parla, in fondo, della fine di ogni cosa bella mentre è ancora bella. Il sorriso che schermava Ogni grande intrattenitore porta con sé una domanda mai del tutto risolta: quanto di quel sorriso appartiene davvero a chi lo indossa? Peppino di Capri ha attraversato sessant’anni di palchi con un’eleganza che sembrava naturale. La voce sempre calma colma di una malinconia che il pubblico non ha mai visto per intero e che forse lui stesso ha coltivato in silenzio. Soprattutto negli ultimi anni. Forse non è un caso se il suo brano più amato sia diventato, con il tempo, anche il più autobiografico: chi canta la fine di un amore con quella grazia composta, forse, ne conosce il peso più di chiunque altro. Il calice di un intero paese Da mezzo secolo l’Italia porta con sé Champagne come colonna sonora involontaria delle proprie estati, dei matrimoni, delle radio accese in macchina nelle notti di ritorno. Oggi quella stessa canzone è di un intero paese che vive, nei confronti del suo interprete, esattamente ciò che il brano racconta da cinquant’anni. Non un grido, non uno strappo, ma il gesto sommesso di alzare un calice per un amore che non risponderà più. È lo stesso brindisi solitario della canzone, moltiplicato per milioni di persone che lo hanno canticchiato senza sapere che, un giorno, l’avrebbero cantato per lui. Resta, come l’ultima bollicina in un bicchiere lasciato sul tavolo, quel sorriso, quella voce appena nasale che ha insegnato all’Italia come si può essere eleganti anche mentre si soffre.  Lo so
mi guardate lo so
mi sembra una pazzia
brindare solo senza compagnia
ma, ma io, io devo festeggiare
la fine di un amore
cameriere, champagne… Ciao Peppino. Mi hai fatto cantare. Mi hai fatto sognare. Mi hai fatto innamorare. Continuerò a cantare le tue canzoni e quando verserò un calice di Champagne, non potrò fare a meno di pensare a te e a quelle note struggenti. Ma, meravigliose. Canta anche lassù.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro Arrow Right Top Bg

10 Luglio, 2026

Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro

  Ogni storia importante nasce da una domanda. Quella di Andrea Piubello ne contiene una particolarmente semplice: cosa accadrebbe se avessimo il coraggio di entrare nel garage di qualcun altro? Da questa immagine prende forma un racconto che parla di opportunità, visione e della capacità di riconoscere il valore delle idee prima che diventino evidenti a tutti. Alle volte le immagini che si formano nella nostra mente sono così potenti da diventare delle suggestioni vere e proprie. Un pò come le favole, quelle che i nonni ci raccontavano da piccoli tenendoci sulle ginocchia. Evocavano immagini. Che rimangono impresse nella nostra mente. Magari in un angolo nascosto per poi riemergere all’improvviso. Senza che neanche le evochiamo.  Andrea Piubello è un ragazzone che ti fa subito simpatia. Senza spocchia. Senza nessun tipo di sovrastruttura mentale. La semplicità di una persona che ha nel cognome una sorta di nomen omen. È così che quando ripenso alla nostra chiacchierata, non è il vino che mi torna in mente. Almeno non subito. È un’immagine che diventa quasi la scena da film. Vedo un ragazzo che di notte, dopo ore di vendemmia, attraversa il buio per andare a controllare le temperature di un fermentino in una cantina non sua. Il signore che possedeva quella cantina era a letto da tempo. Dalle otto di sera. Stanco dal suo lavoro e troppo stanco per curarsi di quello altrui. Da quel momento in poi, il problema era di Andrea. Così, notte dopo notte, Andrea vegliava su sessanta quintali d’uva che erano già, anche se lui ancora non lo sapeva con certezza, i sessanta quintali più importanti della sua vita. Avrei potuto iniziare da altro. Dalla Valpolicella, per esempio, territorio che negli ultimi anni è diventato uno dei più dibattuti d’Italia, dove la tradizione dell’appassimento si misura ogni giorno con una generazione di produttori che vogliono alleggerire, rinfrescare, reinventare. Dove il rischio del pendolo che oscilla troppo da una parte è reale quanto quello di non oscillare affatto. Oppure potevo iniziare dai numeri: quarta generazione di viticoltori, 2021 come anno zero, due bicchieri del Gambero Rosso appena ottenuti per i primi due vini mai prodotti. Ma i numeri vengono dopo. Prima viene la notte in quel garage. Non il suo garage, tiene a precisare. Un domani, quando le cose andranno bene, potrò dire di essere partito da un garage. E aggiungere che non era neanche mio. Questa piccola parentesi, quel “neanche mio”, dice tutto di Andrea Piubello. L’ironia leggera che serve a non prendersi troppo sul serio. L’orgoglio che non ha bisogno di gonfiarsi. La precisione di chi vuole che le cose siano raccontate come stanno davvero. Andrea è nato nel 1990, da una famiglia di viticoltori della Valpolicella che porta il soprannome idola, soprannome proveniente da un’epoca di povertà rurale in cui chi passava da quelle parti trovava sempre qualcosa da mangiare: un uovo, un salame, un posto a tavola. Il bisnonno aveva il vigneto insieme al maiale e alla gallina, come si usava. Il nonno cominciò a specializzarsi. Il padre e lo zio completarono la transizione verso la viticoltura pura. Andrea è cresciuto in quella sorta di ineluttabile continuità cominciando a lavorare nell’azienda di famiglia a diciotto anni. Rimanendoci fino ai trentuno. Quattro generazioni in linea diretta. Un pedigree, direbbero in Francia. Eppure qualcosa non tornava. Per me era quasi un dovere andare al lavoro, per prendere lo stipendio tra virgolette Lo dice con quella calma che ho imparato a riconoscergli. Una calma che è armatura raffinata più che un temperamento naturale. Il problema non era la vigna. Era cosa ci si faceva con l’uva. Perché nell’azienda di famiglia il ciclo finiva lì: si coltivava, si raccoglieva, si portava tutto alla cantina sociale.  Vedere mio papà e mio zio fare ore e ore di lavoro e ridurlo in cantina senza valorizzarlo, non mi sembrava giusto, neanche a livello di fatica. L’erede che vuole imbottigliare, il padre che dice stiamo bene così, la frattura silenziosa che cresce sotto la superficie dei pranzi di famiglia. Un vero e proprio archetipo, in questo. Non è l’Amarone del conflitto tragico. Non c’è dramma, non c’è sangue versato. È più la storia di una divergenza lenta, di un bivio che si apre per gradi. Le nuove generazioni che capiscono la fatica del lavoro che le precedenti hanno così interiorizzato da non rendersene più conto. Come se bastasse quell’atavico passaggio dalla schiavitù alla mezzadria alla proprietà. Le nuove generazioni non si accontentano e non perché vogliono di più. Vogliono solo un giusto riconoscimento.  Andrea ha provato, ha proposto, ha trovato porte chiuse. Una chiusura d’amore e di rassegnazione. La cantina sociale era comoda. Economicamente sicura. Organizzativamente semplice. Cambiare avrebbe significato stravolgere tutto. Finché Andrea ha deciso che stravolgere tutto era esattamente quello che voleva fare. Il 2019, il garage non suo. Il 2020, un enologo, le prime sperimentazioni serie. Il 2021, la proposta al padre e allo zio. Vi pago le uve quanto vi darebbe la cantina sociale, ma le prendo io e le vinifico io.  Un accordo pulito, senza strappi. Una continuità che si biforca invece di spezzarsi. Ho fatto subito Amarone, Recioto, Valpolicella Superiore e due Metodo Classico.  E qui, se non lo si conosce ancora, ci si potrebbe fermare a ridere bonariamente. Partiamo dall’inizio: Amarone. Certo. Perché no? Eppure non c’è incoscienza in questa scelta. C’è progettazione. Andrea aveva già in testa una gamma e ha cominciato dai vini con affinamento lungo perché così, quando sarebbe arrivato il momento di commercializzarli, avrebbe avuto tutto pronto insieme.  Cominci con i vini a invecchiamento e poi quando si avvicinano all’uscita, hai già pronta anche la parte più fresca.  Una logica da imprenditore e non certo da visionario solitario. Due Metodo Classico. Uno fermentato in legno, l’altro in acciaio. Pensati inizialmente per una sboccatura a cinquanta o sessanta mesi. Poi l’assaggio dell’anno scorso e il vino era già. Così, anche per una questione di cassa si è deciso di uscire prima. Almeno si sarebbe cominciato ad ammortizzare.  Una scelta sia tecnica che di bilancio Senza imbarazzo. Mi piace questa franchezza. Il mondo del vino ha troppi romantici che fingono di non fare i conti. Andrea li fa e non se ne vergogna. In questi anni trascorsi ad ascoltare produttori mi sono sempre chiesto: cosa si nasconde sotto la superficie di chi fa vino in solitudine? Non in solitudine esistenziale, ma in solitudine operativa. Quelli che sono soli a prendere le decisioni, a fare gli investimenti, a svegliarsi la mattina con il pensiero di una cantina nuova da costruire e di debiti da onorare. Andrea è fisicamente tranquillo. Voce bassa, ritmo misurato, nessuna enfasi gratuita. Ma quando gli dico che lo vedo calmo, ride piano All’apparenza sì. Dentro sono abbastanza il contrario. Da giovane ero abbastanza vivace e ribelle, diciamo.”  È un paradosso interessante e non è solo carattere. È estetica.  Mi piace dare l’impressione di essere una persona inquadrata, seria. I vini sono così anche loro. È vero. I vini di Andrea Piubello sono vini posati. Vini da affinamento, da attesa, da silenzio. Ma dentro, lui lo sa e lo dice, cerca qualcosa che li spiazzi un po’. Una freschezza, un’acidità, una nota che non ti aspetti.  Ti aspetti una cosa e trovi qualcos’altro. Non il solito marmellatoso. La modernità, per me, è quella. Questa è la sfida della Valpolicella oggi. E non è una sfida semplice. Da un lato ci sono i produttori che alleggeriscono tutto trovando vini con undici gradi e mezzo, solo acciaio per realizzare il Valpolicella moderno che secondo Andrea rischiano di snaturare il territorio Vanno a scimmiottare altri vini e perdono identità. Dall’altro c’è la tradizione che se non viene rimessa in discussione diventa inerzia zuccherina. La via stretta, la sua via, è quella di chi vuole tenere struttura, tannino, grado, ma non rinunciare all’eleganza.  La sfida è quella. La potenza con la piacevolezza. Chissà quanto questa tensione sia in realtà universale. Non solo nel vino. È la stessa tensione che attraversa ogni artigianato contemporaneo: come rimanere fedeli a una tradizione senza diventarne prigionieri. Come innovare senza tradire. Come essere riconoscibili in un mercato che premia la novità. L’Amarone non è il Barolo e non dovrebbe cercare di esserlo. Sono due mostri sacri diversi nati con strutture e schemi di finezza ed eleganza diverse. Perché copiarsi? Perché provare ad imitarli? Copiare l’uno con l’uva dell’altro non funziona e non ha senso. I miei assaggi Amarone della Valpolicella DOCG 2021 Corvina, Corvinone, Rondinella provenienti da viti di 45 anni a Monte Cereolo ovvero  terreno calcareo. Appassimento 90 giorni. Affinamento 30 mesi in tonneau di rovere francese e americano, poi 1 anno in bottiglia. L’Amarone di Andrea si presenta con la consapevolezza di chi sa esattamente di cosa sia fatto, senza bisogno di alzare la voce. Il colore è rubino fondo, quasi impenetrabile, da osservare con la lentezza che merita un’uva che ha dormito novanta giorni in fruttaio prima ancora di diventare vino. Al naso l’apertura è scura e composta: ciliegia sotto spirito, prugna matura, un filo di cacao amaro che tiene a bada la dolcezza. Con il tempo nel calice emergono sfumature di tabacco, cuoio leggero e una speziatura calda fata di pepe e chiodi di garofano. Un contributo discreto del legno, mai prevaricante. È il rovere che non parla sopra il vino, attende il suo turno e lo accompagna. In bocca la struttura è importante, i tannini ben estratti e già levigati dall’affinamento, ma ciò che sorprende, evidenziando la mano di Andrea, è una certa verticalità di fondo, un’acidità che tiene tutto in tensione e impedisce al vino di afflosciarsi nella dolcezza che la denominazione potrebbe tentare. Il finale è lungo, con un ritorno di frutta secca e un’eco quasi iodica che riporta al calcare di Monte Cereolo. Un Amarone che vuole essere bevuto, non solo contemplato. Valpolicella Superiore DOC Corvina, Corvinone, Rondinella, Teroldego da viti di 25 anni a Monte Scalucce, terreno calcareo ricco di scheletro. Affinamento 24 mesi tra tonneau e barrique di rovere francese e americano, poi 6 mesi in bottiglia. Se l’Amarone è il vino che Andrea ha scelto per dimostrare di saper aspettare, il Superiore è quello in cui si vede cosa abbia in mente per il futuro della Valpolicella. Un futuro in cui struttura ed eleganza smettono di essere in contraddizione per andare a braccetto. Il rosso è intenso, con riflessi granati che compaiono ai bordi come una firma dell’affinamento. Al naso è vivo, fresco, più gaio del fratello maggiore: frutti rossi a polpa soda, una nota floreale residuo e un cenno di speziatura dolce che non sovrasta. In bocca è tonico, con una trama tannica ancora decisa ma non aggressiva. Un residuo zuccherino talmente basso da risultare virtualmente secco con il rovere che arrotonda quel che serve. È un vino che sta cercando il suo punto di equilibrio definitivo e lo sa. Proprio per questo è interessante berlo adesso: c’è ancora un po’ di movimento dentro, qualcosa che non si è ancora seduto del tutto, e in quella tensione sta molto del suo carattere. Andrea dice che i suoi vini devono spiazzarti un po’. Questo ci riesce. Cuvée N°7 Spumante Metodo Classico Pas Dosé Garganega e Trebbiano di Soave provenienti da viti di 40 anni di un terreno vulcanico con fascia calcarea. Fermentazione in tonneau di acacia, 7 mesi di bâtonnage sulle fecce fini. 7 come il nome della cuvée. 36 mesi sui lieviti in bottiglia. Si vede che il ragazzo ha studiato Il legno di acacia rappresenta un dettaglio che racconta già tutto: non la quercia, non il rovere, così da essere più delicata, più floreale, meno invasiva. Una scelta precisa in un vino dove ogni scelta è precisa. La Cuvée N°7 è la sorpresa della gamma, quella che uno non si aspetta da un produttore della Valpolicella e che invece dice molto di chi è Andrea quando può fare quello che vuole. Dorato brillante, bollicina fitta e longanime, persistente come deve essere un metodo classico che ha passato tre anni a maturare in bottiglia. Al naso è composto ma generoso: la mela cotogna e la pesca bianca sono mature. C’è, ovviamente, una vena di acacia e, sotto tutto, un fondo di crosta di pane, lievito integrato, autolisi discreta. In bocca la beva è verticale, come piace ad Andrea: non larga, non opulenta, ma dritta, con una acidità che taglia e pulisce. La bollicina cremosa accompagna senza ingombrare. Il pas dosé è una scelta coraggiosa ma che personalmente approvo su tutta la linea. Si chiude lungo, minerale, con quel rimando vulcanico del terreno che torna puntuale come una firma. Due bambine piccole. Una di tre anni, cosa questa che ci fa sorridere all’unisono. Anch’io ho una figlia di tre anni e c’è un linguaggio segreto tra chi vive questa fase. Un linguaggio fatto di sguardi stanchi e tenerezze continue.  Penso spesso a cosa vorranno fare le mie figlie. Mi ricordo quando non riuscivo a incanalare le mie idee. Mi ricordo quanto era difficile. Quindi seguirò i loro sogni, non i miei. Detto così sembra semplice. Non lo è. Ci vuole una generazione intera, a volte due, per smettere di confondere il proprio progetto con quello dei figli. Andrea ci è già arrivato a trentaquattro anni. Non male. Nel mondo di una cantina c’è spazio per tutto. Per chi ama il vigneto, per chi studia enologia, per chi fa marketing, per chi gestisce il commerciale. Se vorranno, ci sarà posto. E se non vorranno, saranno libere. Fine. Prima di salutarci Andrea mi parla della cantina nuova che sta costruendo, degli  investimenti, dei pensieri, della paura.  Ma mi tiene vivo. Mi fa svegliare la mattina. Devo andare, devo fare, devo correre. È benzina. Se perdessi quello, perderebbe tutto il fascino. Ho sentito dire cose simili molte volte, in molte cantine. Ma da Andrea suona diverso. Forse perché viene da qualcuno che è partito davvero da zero. Da un garage non suo, da sessanta quintali, da notti a controllare le temperature mentre il proprietario dormiva e che quindi sa esattamente quanto vale quella benzina. Non è una frase fatta. È una biografia compressa in due parole. Il bello del percorso, non della meta. Lo so, è un luogo comune. Ma come tutti i luoghi comuni, è diventato tale perché è vero. E Andrea Piubello, che ha trentaquattro anni, un Amarone in affinamento, una cantina nuova da costruire, due bambine che lo aspettano a casa, ne è la dimostrazione silenziosa e precisa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova Arrow Right Top Bg

9 Luglio, 2026

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt.
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II   Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano.   Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia.   Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso.   I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre   Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito.   Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso.  Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto,  persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio.   Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo.   Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce.   Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”.   Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante   Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi.   Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia.   La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura.   Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea.   Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino Arrow Right Top Bg

8 Luglio, 2026

Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino

  Omnia mutantur, nihil interit. Tutto si trasforma, nulla va perduto. Ovidio lo scriveva pensando agli dèi e alle metamorfosi dei corpi, ma avrebbe potuto scriverlo guardando una vasca di fecce sul fondo di una cantina, o un blocco di marmo di Carrara ridotto in polvere sul pavimento di un laboratorio. Le cose, quando muoiono, raramente finiscono. Più spesso aspettano qualcuno che le guardi due volte. Mattia Franzelli quel “qualcuno” lo è da sempre. Lo avevamo lasciato, nel racconto del legno, chino sulle doghe di rovere consumate dal vino e dal tempo, a restituire dignità a ciò che le cantine considerano rifiuto. Oggi torna, e non è più solo: ha trovato due compagni di viaggio che parlano la stessa lingua, quella dei materiali che hanno già vissuto una vita e ne reclamano una seconda. Il risultato è qualcosa che assomiglia, per dimensioni e per ambizione, a un piccolo manifesto: un mosaico di esagoni, otto centimetri per cinque, dove convivono legno di barrique, marmo “ubriaco” di vinaccia e resina naturale traslucida. Tre materiali, una sola origine: il vino.   Il marmo che si è ubriacato di vino Marmo ubriaco. Non è propriamente un vezzo linguistico. È la descrizione esatta di un processo. Da uno scarto della lavorazione del marmo, quella polvere finissima che normalmente finisce in discarica o, nella migliore delle ipotesi, in qualche fondo stradale, nasce una pasta che viene letteralmente immersa nelle vasche e nelle botti dove il vino ha appena finito di fermentare. Quella polvere bianca assorbe i residui umidi delle fecce, si impregna del colore e dell’odore della vinificazione e, quando viene ricompattata in lastra, non è più marmo: è qualcosa che del marmo ha la struttura, ma del vino ha la memoria. Questa polvere riassemblata ha la possibilità proprio di immagazzinare colori e profumi. Non è semplicemente un marmo colorato. È una frase che mi ha fatto molto pensare, per associazione bizzarra, a un passaggio di Patrick Süskind: in Profumo l’odore diventa memoria, identità, persino potere. Qui l’operazione è (meno male) più umile e più onesta. Non si tratta di catturare l’anima di nessuno, ma di lasciare che un materiale racconti, anche attraverso il naso, da dove viene. Tre materiali, un’unica matrice Al legno delle doghe e al marmo imbevuto di vinaccia si aggiunge un terzo elemento: una resina naturale, trasparente, dentro cui vengono immerse foglie o vinacce Capace di diventare una superficie traslucida retroilluminabile. Tre materiali che arrivano da tre lavorazioni completamente diverse, falegnameria, lapideo, design degli interni, che però condividono lo stesso punto di partenza: lo scarto della filiera del vino. Mattia ha una lucidità che gli conosco. La stessa lucidità che gli fa subito mettere le mani avanti Bisogna stare attenti alla comunicazione. Il riciclo ce l’ho io con il legno, lo ha il marmo con le fecce. La resina, invece, è semplicemente un materiale naturale e sostenibile, ma non nasce da uno scarto. Onestà narrativa prima ancora che onestà commerciale: in un mondo del vino che spesso usa la parola “sostenibilità” come un profumo da spruzzare ovunque, sentirla maneggiata con questa precisione chirurgica è quasi un sollievo. La geometria che racconta: perché un esagono Perché proprio l’esagono? Avrebbe potuto essere un quadrato, una forma più semplice, più “già vista”. E invece no. L’esagono è la forma dell’alveare, ma è anche, per chi lavora il legno, la forma che ricorda vagamente la sezione di una botte. È la forma con cui, da Pompei a Ravenna, gli artigiani romani componevano i loro mosaici: piccoli frammenti di materiale di scarto, marmi spezzati, tessere irregolari, messi insieme uno accanto all’altro fino a diventare immagine, fino a diventare arte. Nella storia i mosaici nacquero proprio per recuperare lo scarto. Poi, piano piano, sono diventati capolavori. Mi viene in mente, non ci posso fare nulla perdonatemi, Le città invisibili di Calvino così come la città di Tamara, fatta di segni che vanno letti uno dopo l’altro per ricostruire un senso. Anche queste formelle esagonali, otto per cinque centimetri, pensate per essere affiancate in un mosaico libero, quasi casuale, sono segni. Rivestimenti per pareti, balconi, superfici da abitare con lo sguardo e con le dita, pensati per i luoghi dell’accoglienza vinicola: sale degustazione, spazi che hanno bisogno di stimoli nuovi una versione evoluta dell’accoglienza nel mondo del vino. La perfezione dell’imperfezione Gli esagoni hanno spessori diversi, tre millimetri, cinque millimetri, mai uguali. Non c’è uniformità e questo è anche bello. C’è proprio questa perfezione dell’imperfezione che ci piace mantenere. il kintsugi è l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta saldando le crepe con l’oro: l’oggetto, dopo la rottura, non torna com’era. Diventa più prezioso di prima, perché porta visibile la sua storia. La stessa filosofia che trovo in queste tessere irregolari: il legno segnato dai cerchi della botte, il marmo che porta nei pori il colore di una vendemmia, la resina che trattiene una foglia. Ogni pezzo racconta un prima. E nessun pezzo è uguale all’altro, esattamente come non esistono due annate identiche, né due calici versati nello stesso identico modo. Oltre l’esagono: metallo, pietra, vetro Non è questo un punto di arrivo. Semmai il primo passo. Il primissimo passo. Proprio il giorno prima della nostra chiacchierata, Mattia aveva parlato con una designer che lavora il metallo: i cerchi delle botti, quella “parte nobile” delle bardature che spesso finisce buttata, ossidati e tagliati, potrebbero diventare altri esagoni dello stesso mosaico. E poi la pietra locale, il galestro toscano, la pietra lavica, il vetro, qualsiasi materiale che un territorio porti con sé. I limiti sono veramente inesistenti Insomma, un vero programma di lavoro per i prossimi anni. Non c’è più l’archistar che cala il progetto dall’alto come un oracolo, ma un lavoro a quattro o sei mani. L’artigiano, il designer, il vignaiolo, tutti seduti allo stesso tavolo, con tre bicchieri di vino davanti. Toccare il vino con le dita Se può servire a creare suggestioni, a evocare certe sensazioni e magari a rendere memorabile la piccola esperienza di gustare un vino mentre con una mano si sfiora un materiale che ha partecipato all’evoluzione di quel vino, allora abbiamo raggiunto lo scopo. Tutto questo è Vinergy, il progetto che unisce tre anime: Barriquade di Mattia, Myuca Design Studio, Maarmo. Tre mani, tre materiali, una superficie che sfida il tempo e lo spazio. È un’idea piccola e enorme insieme: il vino non si racconta solo con il naso e con la lingua, ma anche con i polpastrelli, appoggiati su una superficie che, letteralmente, è stata dentro quella botte, dentro quella vasca, prima che il vino arrivasse nel calice. Una memoria tattile della cantina, trasferita in una sala d’accoglienza. Dopo il primo capitolo dedicato al legno (qui il racconto originale: Mattia Franzelli, il racconto del legno), questo è il secondo: meno individuale, più corale e, ne sono certo, solo l’inizio. Perché Mattia ha l’entusiasmo del bambino che scopre qualcosa di nuovo e la fa suo. Ha la voglia di sperimentare per accostare qualcosa a qualcos’altro. Per dare vita a qualcosa che altrimenti avremmo buttato. Ma non si butta mai ciò che può e deve avere un’altra vita.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino Arrow Right Top Bg

8 Luglio, 2026

Principe di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

  Pronunciare Corleone significa evocare immagini che appartengono all’immaginario collettivo. Eppure esiste un’altra storia. È quella della famiglia Pollara e di Principe di Corleone, un’azienda nata alla fine dell’Ottocento che oggi custodisce una Sicilia fatta di boschi, vigne di montagna, varietà autoctone e legami familiari capaci di attraversare le generazioni.   Corleone è un piccolo paese al centro della punta della Sicilia diventato famoso anche grazie ai film memorabili della saga de Il Padrino usciti dal genio di Francis Ford Coppola. Le origini di Don Vito Corleone erano solo la trasfigurazione cinematografica del fenomeno mafioso che aveva in Corleone un centro nevralgico. Occorre però andare oltre e capire come Corleone non sia solo saghe e Mafia. Per andare oltre la linearità del tempo c’è bisogno di attraversare quel paesaggio che smette di essere cartolina di mare turchese, degli agrumeti, delle tonnare abbandonate per diventare qualcos’altro. Qualcosa di più antico, più serio, più silenzioso. Boschi di sughero, querce, mucche al pascolo, la neve che ad agosto non è fantasia ma realtà concreta, acqua che scorre sul terreno mentre il resto dell’isola brucia. È la Sicilia dell’entroterra, quella che non finisce nelle brochure del turismo enogastronomico, quella che bisogna meritarsi attraversando venticinque minuti di bosco senza segnale per arrivarci. Il bosco di Ficuzza, vicino Corleone. Uno dei polmoni verdi più grandi di tutta la Sicilia, dove le vigne arrivano a quote che nessuno si aspetterebbe trovare su quest’isola. Poi perdi il segnale. E capisci di essere arrivato nel posto giusto. Leoluca Pollara ha trentotto anni e quattro generazioni sulle spalle. Il bisnonno Giuseppe aveva acquistato queste terre dal Principe di Corleone a fine Ottocento, nel 1892. Una storia di mobilità sociale prima ancora che di vino: un agricoltore che compra da un aristocratico, che trasforma la proprietà nobiliare in impresa contadina, che costruisce mattone dopo mattone qualcosa che oggi sfiora il milione di bottiglie l’anno. Cento ettari di vigneto tra Monreale e le pendici di quel bosco. Un agriturismo ricavato dal caseggiato originario. Tre generazioni di Pollara a tenerla in piedi, tra avvocati e passaggi generazionali, tra mode del mercato e fedeltà al territorio. Il nome dell’azienda porta un peso specifico enorme e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Principe di Corleone. Tutti pensano a Marlon Brando, a Coppola. Poi invece si scopre che Corleone è un comune dell’entroterra siciliano, che il bosco di Ficuzza è un’altra cosa rispetto all’immaginario collettivo, che lì le vigne crescono in condizioni che stravolgono ogni preconcetto sulla Sicilia vitivinicola. E il Catarratto, già il Catarratto, quello che tutti considerano il vitigno più anonimo dell’isola, il cavallo da tiro della produzione di massa, a quelle altitudini diventa qualcos’altro. Tutti pensano alla Sicilia e pensano al mare. Io sono qui ad aspettare un cliente e per arrivare da me ha passato un bosco, le montagne, le mucche. La settimana scorsa c’era pure la neve. Una vendemmia anticipata, niente irrigazione di soccorso, perché non serve: lì d’agosto c’è ancora acqua sul terreno. Il risultato è un Catarratto che al naso non assomiglia a nessun altro Catarratto siciliano. Sembra qualcosa di friulano, di trentino, di elegante e profumato, di contemporaneo. Un vino che disorienta piacevolmente chi arriva con i preconcetti giusti per essere smentiti. Leoluca porta questa storia con la disinvoltura di chi è cresciuto dentro e non ha bisogno di enfatizzarla. Ha studiato Economia Aziendale, fatto il master in management delle aziende vitivinicole, il tirocinio da Frescobaldi a Firenze. Un percorso costruito con coerenza, orientato fin dall’inizio verso un unico punto di arrivo. Eppure quando gli si chiede se da giovane avesse mai pensato di andare altrove, la risposta è quasi sbrigativa nella sua onestà  Ho studiato, ho fatto il mantenuto. Ma la mia testa era sempre lì. Non c’è nostalgia, non c’è retorica della vocazione. C’è la lucidità di chi ha capito presto cosa voleva e ha costruito gli strumenti per ottenerlo. Il fratello Pietro, libero di scegliere, ha scelto Agraria e poi enologia ad Asti così che adesso segue la parte agronomica e vitivinicola. Un cugino si è aggiunto da poco sul fronte commerciale. Una quarta generazione compatta, in un settore dove le famiglie tendono a dividersi più che a tenersi insieme. Siamo in azienda io, mio fratello Pietro e mio cugino. Bisogna andare d’accordo, perché è importante farlo. Con cento ettari e quasi un milione di bottiglie non è che puoi permetterti di stare a fare i dispetti. Le aziende di famiglia non sono mai solo poesia e Leoluca lo sa meglio di chiunque. Anni fa, quando lo zio Pippo è venuto a mancare e sua figlia Delia era ancora minorenne,  forse mal consigliata, ha scelto di non proseguire l’attività, di liquidare la sua quota.  Avvocati, casino, casino. Ritornando nel tempo, ha detto: forse ho fatto un grande sbaglio. Una frase che rimane sospesa, con tutto il suo peso irrisolvibile. Arriva sempre così, quella consapevolezza. Arriva quando l’azienda va bene, quando le bottiglie escono, quando ci si accorge che quello che si è ceduto valeva molto di più di quello che si è incassato. Non è un giudizio sulla cugina che aveva sedici anni, era sola, e le decisioni che si prendono in quel momento non sono mai del tutto libere. È un’osservazione sulla natura brutale dei passaggi generazionali nelle aziende familiari, su come siano sempre snodi dolorosi anche quando vanno bene, su come ogni volta che si recide un ramo si perda qualcosa che non si recupera.  È così. Nel momento in cui le cose vanno bene, è facile cercare di impegnarsi di più. Ogni passaggio generazionale non è mai nuovo. È sempre tosto mediare. C’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha un po’ di torto. Il vino in Italia è pieno di queste storie. Di sangue che non è mai solo metafora. Leoluca è anche presidente nazionale dei Giovani di Confagricoltura. Seicentomila iscritti, sede a Roma, collaborazioni con La Sapienza per percorsi di orientamento alla carriera agricola. Non è un dettaglio secondario. È la cartina di tornasole di un certo tipo di personalità: quelli a cui non basta il proprio campo, che hanno bisogno di un orizzonte più largo, che trasformano la propria esperienza in sistema.  Ci sono posti in Italia dove l’agricoltura non va granché bene e posti dove un ettaro di terreno vale tantissimo. In Trentino, in Alto Adige, in Toscana. Io ho duecento ettari in Sicilia. Paradossalmente, in proporzione, dieci ettari in Alto Adige valgono più di quello che ho io qui. Non c’è amarezza in questa constatazione. C’è la consapevolezza fredda di chi conosce bene i numeri e non si racconta favole. Si torna sempre ai vini. Si torna sempre al Catarratto di montagna, che è il primo che sceglie se gli si chiede di indicare tre bottiglie della cantina.  È un vitigno di alta montagna, un prodotto unico nel suo genere. Ha profumi molto eleganti al naso, molto da vino trentino o friulano. Molto contemporaneo, quando invece il Catarratto di per sé è considerato un po’ spento. Sophia Bio Catarratto IGP Terre Siciliane Ottocento metri sul livello del mare. Contrada Ciccotta. Corleone ovviamente. Quando si dice che un vino racconta un posto, di solito è una metafora. Qui è una descrizione precisa. Il Sophia Bio Catarratto è la trascrizione fedele di un territorio che non assomiglia a nessun altro vigneto siciliano: alta montagna, suolo limo-argilloso, vendemmia che si sposta verso ottobre quando il resto dell’isola ha già finito da un pezzo. Nel bicchiere, giallo paglierino con riflessi verdolini che sembrano catturare la luce filtrata tra i rami del bosco di Ficuzza. Al naso sorprende e disorienta. In senso buono. Fiori bianchi di pesco, agrumi luminosi, mandorla fresca: un profilo che il Catarratto siciliano di pianura non conosce, che appartiene più ai vini del nord che al sud, eppure è tutto qui, in questa terra di querce e mucche al pascolo. In bocca è fresco, verticale, persistente, con un finale armonico che non chiede nulla in più perché non ne ha bisogno. Un vino che dimostra, con eleganza e senza alzare la voce, che la Sicilia ha ancora molte cose da raccontare che non si aspetta nessuno.   Poi c’è l’Orlando ovvero lo Syrah che come vitigno internazionale si è adattato con una fedeltà sorprendente al territorio del Monrealese.  Ha questa nota di cioccolato fondente che è veramente molto distintiva. Ridente Orlando Syrah DOP Monreale Il nome viene ovviamente dalla poesia epica siciliana, quei poemi cavallereschi in ottava rima che i cantastorie siciliani tramandavano di piazza in piazza con la voce e il gesto. Sembra che ci qualcosa di teatrale e di antico in questo vino, qualcosa che si annuncia già al naso con una complessità che non ti aspetti qui in Sicilia per via dei frutti di sottobosco scuri e maturi del cioccolato fondente decantato da Leoluca , liquirizia, un filo speziato che attraversa tutto come un filo conduttore. Trecentotre metri di altitudine, Contrada Malvello, Monreale, il Syrah qui non è l’internazionale anonimo che tanta parte d’Italia ha piantato e dimenticato. Si è adattato, ha messo radici, ha trovato il suo modo di essere siciliano senza smettere di essere se stesso. In bocca è rotondo e complesso, con tannini setosi che accompagnano una persistenza lunga e soddisfacente. Un vino che racconta bene quella storia di vitigni stranieri arrivati in Sicilia e diventati, nel tempo, qualcosa di irripetibile altrove. Come spesso accade alle cose migliori: arrivano da fuori e diventano più autentiche di quelle nate qui.​​​​​​​​​​​​​​​​ Poi il Nero d’Avola, ovviamente Quando parli di Sicilia il Nero d’Avola ci deve stare, ci sta sempre. Sophia Bio Nero d’Avola DOP Sicilia Il Nero d’Avola è il vitigno più siciliano che esista, nel bene e nel male: quando viene maltrattato è scontato e pesante come certi cliché sull’isola; quando viene rispettato, come qui a Contrada Ciccotta a settecento metri di altitudine, diventa qualcosa di genuino e commovente. Rosso rubino intenso nel calice, con quella densità cromatica che preannuncia una bocca seria. Al naso le note di frutta rossa sono nette e pulite, accompagnate da un gioco insolito e piacevole di mandorla e arachide tostata che rimanda alla terra vulcanica e calcarea dell’entroterra palermitano. La macerazione breve, solo quattro o cinque giorni e l’affinamento in bottiglia senza passaggi in legno restituiscono al vitigno la sua voce naturale, senza forzature. In bocca è elegante e corposo allo stesso tempo, tannini gentili, struttura generosa, quella morbidezza di fondo che è il marchio di fabbrica del Nero d’Avola quando cresce lontano dal caldo soffocante della costa. Un vino che non cerca consensi facili. Li ottiene lo stesso Come non citare il Nerello Mascalese, reimpiantato dopo che i nonni lo avevano estirpato perché negli anni Novanta non valeva niente e gli internazionali valevano tutto.  I miei nonni avevano totalmente strappato il Nerello Mascalese perché nessuno lo voleva. Nessuno. Adesso lo abbiamo reinnestato, ci facciamo anche un metodo classico, un blanc de noir di mascalese.  La storia del vino italiano è piena di queste ironie amare. Di chi ha strappato via quello che oggi varrebbe una fortuna e piantato quello che oggi non vuole più nessuno. A proposito di quello che non vuole più nessuno Abbiamo ancora in portafoglio l’unico Pinot Bianco di Sicilia. Così come il Cabernet, il Merlot. Siamo l’ultimo dei Mohicani degli internazionali siciliani. Una punta di orgoglio bizzarro, come si porta un reperto di archeologia commerciale. Sa benissimo che il vento è cambiato. Sa che i mercati esteri come il Giappone, l’Australia, la Thailandia, il Belgio, il Regno Unito, vogliono sempre più gli autoctoni, i vitigni che non trovano da nessun’altra parte.  Se arrivi in certi mercati con un vitigno autoctono che non fa legno, solo acciaio, ti guardano male. E poi è esattamente quello che comprano. Questo è il paradosso del mercato globale del vino: più si allontana dalla produzione di massa, più pretende autenticità. Ma l’autenticità deve essere spiegata, raccontata, confezionata in modo comprensibile per chi non ha mai sentito parlare di Catarratto o di Perricone. Ed è lì che entra in gioco Leoluca con tutta la sua parte: marketing, etichette, fiere internazionali, export. Il Fancy Food di New York, il Foodex in Giappone, la TX Bangkok. Un uomo che detesta fare la dichiarazione dei redditi  La faccio fare, non la voglio nemmeno vedere, i numeri sono cose amorfe Lui che ha usato il background da economista per capire il mercato, per leggere i consulenti, per tradurre quello che le vendemmie producono in storie che il mondo vuole sentirsi raccontare.  Quando facciamo gli incontri con i consulenti, so come rispondere, so agganciarmi bene ai discorsi, so capire cosa propongono e cosa non ci dicono. Il background formativo mi è stato di grande aiuto. È una divisione del lavoro familiare che funziona proprio perché ognuno sa dove stare.  Mio fratello e mio padre dicono: questi sono i vini, tu vendili. In realtà poi si cerca sempre di adattare. Se il mercato mi chiede un Catarratto più profumato, lo dico in cantina prima della vendemmia successiva. Sono io che detto un po’ le specifiche, perché sono io che so cosa chiede il mercato. Una storia affiora quasi di passaggio ma che vale la pena fermarsi a considerare. Il Perricone, vitigno autoctono siciliano che i Pollara vorrebbero recuperare insieme al Nerello Mascalese. Un metodo classico che richiede cinque, sei anni prima di dare i primi frutti.  Quello che ci spaventa è che fra cinque, sei anni saremo pronti con un vino che magari il mercato non chiede più. Siamo titubanti. Volevamo prima trovare un vigneto già esistente nella zona, fare un pre-esperimento senza mettere in terra noi per primi. Ma non abbiamo trovato nessuno con il nostro stesso protocollo.  Biologico, sostenibile, metodi di raccolta precisi. Non si entra a caso, non si compra l’uva al chilo da chiunque. L’identità passa anche da questo: scegliere con chi stare, anche a costo di aspettare. L’attesa oggi ha un sapore diverso rispetto a vent’anni fa, perché nel frattempo la Sicilia agricola sta cambiando in modo che sarebbe sembrato fantascienza a chi la coltivava un tempo. La notizia della tenuta di Baglio di Pianeto a Noto, venduta a una società che la trasformerà in coltivazioni tropicali, circola tra i produttori siciliani con il tono di un lutto. Mango. Frutta esotica. Addio vigneto. E nella zona di Balestrate, a due passi dall’aeroporto di Palermo, stanno strappando gli agrumeti per piantare mango, sorvegliato di notte da guardie armate perché vale tre euro al pezzo.  Stiamo tropicalizzando. Lo capisco benissimo, per arrivare a fare frutta tropicale ci vuole coraggio, però mi sembra un po’ eccessivo. Ci stiamo adattando, certo, ma c’è un limite oltre il quale non è più adattamento. È resa. La famiglia Pollara, quel sole estremo non ce l’ha, non del tutto. A quelle altitudini del Monrealese, il bosco di Ficuzza fa da scudo e da serbatoio. È un privilegio geografico che si è trasformato nel tempo in identità produttiva, in ragione di esistere che va oltre il nome dell’azienda. Il sogno di crescere è bellissimo, senza dubbio. Ma a volte di crescita si può pure morire. Voglio una crescita sostenibile. E mi piacerebbe concentrarmi ancora di più sulle varietà autoctone siciliane, anche all’estero. Quello sì, quello è il sogno. Una crescita sostenibile. Non è solo lessico aziendale. È una filosofia che si forma solo attraverso l’esperienza diretta di un’azienda che in centotrenta anni è sopravvissuto a tutto: due guerre, le mode degli internazionali, il ritorno degli autoctoni, i passaggi generazionali con i loro strappi e le loro cicatrici. Chi ha visto tutto questo da dentro non insegue la crescita come valore assoluto. La valuta, la pesa, decide quanta ne può reggere senza perdere il controllo di quello che si è. Quando siamo a Vinitaly con duecentocinquanta aziende intorno, noi ci siamo sempre stati. Quando siamo arrivati eravamo in sette. La storia, la tradizione, la famiglia, l’essere stati sempre presenti e riusciti sempre ad adattarsi. Questo è il primo valore. Gli altri sono arrivati dopo. Quasi tutti dopo. Ha ragione. Nel vino italiano, dove ogni anno nascono decine di nuove cantine finanziate da capitali di ritorno dall’edilizia o dalla finanza, la storicità non è un optional. È un argomento. È qualcosa che non si compra. Il nome Principe di Corleone è un destino pesante da portare. Leoluca lo porta con disinvoltura, quasi sfidando chi si aspetta che se ne scusi. Non c’è niente da cui scusarsi. C’è invece tutto da raccontare: un bisnonno che compra terre da un principe, quattro generazioni di Pollara che costruiscono, un bosco che protegge vigne di montagna, un Catarratto che profuma di nord, un Nerello che torna dopo essere stato strappato, un giovane presidente di Confagricoltura che sogna una crescita sostenibile mentre il mango avanza. La Sicilia del vino è anche questa. Non solo mare. Non solo sole. Non solo Etna. C’è un entroterra che aspetta, paziente e silenzioso, di essere raccontato, di andare oltre un nome, che merita di essere identificato con quello che di buono, di tanto buono, un territorio è in grado di offrire.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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3 Luglio, 2026

Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra

  Non sempre sono le persone a scegliere la terra. A volte accade il contrario e dei luoghi che continuano a farsi sentire, anche dopo anni, fino a trasformarsi in una direzione da seguire. È da questo richiamo che prende forma la storia di Tenuta Casachiara, un racconto di famiglia, memoria e identità che trova nel territorio il proprio punto di partenza e la propria ragione d’essere.   Richiamo. Chiamata alle armi. Vocazione. Chi più ne ha, più ne metta. Perché limitarsi? Quello che conta è che arriva un momento nella vita di ciascuno in cui il richiamo, o come diavolo lo volete chiamare, arriva. Non bussa alla porta, non chiama al telefono. Si insinua, lento, nei silenzi. Nei ritorni a casa che durano un weekend e sembrano durare molto di più. Nelle passeggiate tra i filari che non si sono mai smessi di conoscere anche quando si viveva altrove. Spesso sono attimi fugaci. Di quelli che arrivano in vacanza o durante gli incontri con gli amici durante i quali ci si promette di rivedersi per concretizzare il sogno. Solo che poi passa e non torna. Non si sedimenta.  Piergiorgio Mandolesi quel momento lo ha riconosciuto durante il COVID. Ma era lì, sotto traccia, da decenni. Manager, con una lunga carriera nel settore finanziario, Piergiorgio è uno di quegli uomini che hanno costruito la propria vita con metodo, visione, concretezza. Il tipo di persona che si capisce subito, quando parla, che non si muove per impulso. Eppure c’è una parte di lui, quella che ogni tanto tornava a Teramo, guardava i terreni di famiglia a Castellalto e non riusciva del tutto a stare ferma. Quella parte ha aspettato. Ha aspettato decenni. Poi ha vinto. Ne parliamo in una di quelle conversazioni che iniziano come un’intervista e diventano qualcos’altro. Come succede quando di fronte hai qualcuno che non recita un copione ma racconta semplicemente quello che è. Il nonno Bernando e i fazzoletti di terra Tutto comincia, come spesso accade nel vino italiano, da una storia familiare. Dal nonno materno Bernando, che negli anni sessanta, partendo da quei pochi ettari lasciati in eredità, amplia piano piano l’azienda agricola fino agli attuali 65 ettari nella provincia di Teramo. Seminativi, uliveti. Poi, in un angolo, in meno di cinque ettari, un vigneto. Una parte sempre coltivata, sempre curata, ma con l’uva conferita a terzi. Così aveva fatto il nonno, così aveva continuato il padre, medico in pensione che ha sempre tenuto insieme camice bianco e stivali da campagna con quella rara grazia che appartiene ai veri uomini di terra. Piergiorgio aveva provato a dire la sua, molto prima Gli ho sempre chiesto a mio padre: ma perché non proviamo a fare qualcosa noi? E lui mi rispondeva: tu parli facile, vai all’università a Milano, a Roma, fai solo teoria. Così quell’idea era rimasta lì. Sopita ma non spenta. Come i cerchi concentrici di un tronco che crescono anche nell’anno più difficile, anche quando nessuno li vede. La scintilla e come funziona davvero Si parla spesso del COVID come di una parentesi, un guasto da riparare. Ma per alcune persone è stato qualcosa di diverso: uno specchio. Il momento in cui la distanza dalla propria vita normale ha rivelato cosa di quella vita si volesse davvero tenere e cosa, invece, si portava soltanto per inerzia. Ero a Teramo, avevo tempo, avevo silenzio. E ho pensato: quella cosa che volevo fare tanti anni fa, mi piacerebbe davvero farla. Allora mi metto avanti con quello che posso. Mi sarebbe facile romanzare troppo, fare di questa storia il classico racconto del manager che lascia tutto per la vigna. Ma Piergiorgio non ha lasciato niente. Ha aggiunto. E questa differenza è importante, più di quanto sembri. Il vino che produce Casachiara non è una fuga dalla realtà, è una costruzione parallela. Con le stesse competenze che usa nel settore finanziario, visione, progettualità, gestione del rischio, trasferite in un contesto che parla un’altra lingua, quella della terra e delle stagioni. Una lingua che, a quanto pare, Piergiorgio masticava già. Casachiara: una dedica, un simbolo, una quercia Il nome dell’azienda è una storia dentro la storia. Chiara è sua madre. Il cui nome di battesimo, in realtà, è Anna Rosaria. Ma tutti, proprio tutti e da sempre, la chiamano Chiara. Banalmente perché così la chiamava la nonna. Una di quelle cose che nelle famiglie diventano verità per pura forza affettiva. Senza saperne realmente il perché. Senza farsi troppe domande. Mia nonna materna, ad esempio, si chiamava Antonina ma l’ho sempre chiamata, come gli altri nipoti, Mimma. Semplicemente perché quel Mimma era la storpiatura di “mammina”, meraviglioso vezzeggiativo con il quale la sentivamo chiamare dalle figlie. Doveva chiamarsi Casa Bernardo, in dedica a mio nonno. Ma non andava altrettanto bene. E allora Casachiara: una dedica alla parte materna della famiglia, a mia madre e a lui. Il logo racconta la stessa poetica. Davanti al casolare c’è una grande quercia che campeggia sul vigneto. Quell’albero poteva essere il simbolo perfetto, la forza visiva immediata. Ma rischiava di sembrare troppo simile ad altri. E allora la grafica è diventata concettuale: una sezione di tronco vista dall’alto, con i suoi cerchi concentrici, e sopra la foglia della quercia. Solidità, memoria, crescita silenziosa. C’è dentro tutto quello che Piergiorgio sta costruendo. Naturale. Ma con metodo. Qui arrivo alla parte che più mi ha colpito di questa conversazione. Perché il mondo del vino naturale è attraversato da una contraddizione che pochi ammettono apertamente: l’ideologia del naturale può diventare l’alibi per la sciatteria. Il vino torbido non è romantico. È solo un difetto. La riduzione marcata non è carattere, è un problema tecnico. Piergiorgio, che al vino naturale si è avvicinato per gusto e convinzione, non certo per moda, lo sa perfettamente. Un approccio naturale e artigianale è un approccio comunque tecnico. Non è improvvisato. Per me il vino naturale non giustifica un difetto marcato, una riduzione enorme, un vino completamente torbido. Ecco perché fin dall’inizio si è affiancato a un consulente enologo. Non per delegare le scelte, ma per avere qualcuno che le sue idee sapesse trasformarle in pratica con rigore. Un rapporto fatto di principi fissati in anticipo: nessun legno, solo acciaio e cemento. Tanto per lasciare al vitigno la sua voce senza interferenze. L’accordo iniziale è che io stabilisco i principi, il come mi piace fare le cose, e lui li mette in pratica. Salvo confrontarsi sempre, ovviamente. Il tecnico arriva in vigna con i rifrettometri, misura la gradazione zuccherina, controlla il pH. Poi in cantina l’intervento è prossimo allo zero. È questa la sintesi possibile, l’unica credibile: tecnologia al servizio della natura, non contro. Berni, il Montepulciano che porta il nome del nonno La prima etichetta è uscita nel 2021. Solo Montepulciano, pochissime bottiglie, una produzione quasi sperimentale. Il vino si chiama Berni, da Bernardo, il nonno Fernando, con quel diminutivo affettuoso che nelle famiglie abruzzesi suona come una carezza. Seguono poi il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo, costruendo una gamma essenziale, coerente, senza dispersioni. Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2022 Berni Ci sono vini che entrano nel calice come si entra in una stanza buia: con cautela, lasciando che gli occhi si abituino prima di capire cosa contiene quella oscurità. Il Colline Teramane DOCG 2022 di Casa Chiara è uno di questi. Non è un vino che si presenta. È un vino che aspetta. Il colore è nero, quasi impenetrabile, con quei riflessi violacei che nei Montepulciano maturi diventano quasi materici. Un fluido denso, primordiale, che nel calice si muove lento come qualcosa che custodisce qualcosa. E in effetti lo fa. Al naso arriva prima la marasca. Matura, quasi sotto spirito. Poi i legnetti di liquirizia, i fiori nel buio, il cioccolato fondente. E poi, più in profondità, tabacco, chiodi di garofano, e quel tono ferroso, ematico, primordiale che non ha niente di artificioso. È la sincerità di un vino che non ha avuto paura di essere se stesso. La Denominazione d’Origine Controllata e Garantita Colline Teramane è la denominazione che porta il nome dei colli dove il nonno Fernando ha ampliato quei fazzoletti di terra sessant’anni fa. Non è un caso che Casachiara abbia voluto spingersi fin qui. Durante la degustazione ho sentito salire dal calice un balsamico verticale, netto, che apre qualcosa dentro. Una stanza che non sapevi di avere, come succede con certi ricordi familiari che tornano all’improvviso senza preavviso. In bocca è potenza pura. I tannini sono affilati, indomiti, presenti senza mediazioni. Sembrano mettere alla prova. Solo per un attimo, però. Perché poi arriva il ritorno dolce e sapido della ciliegia, che si amalgama lentamente, scalda, abbraccia. Come la mano di un anziano che ha lavorato tutta la vita e non è più morbida come non sarà mai più morbida ma sempre e ancora capace di stringere con un calore che nessuna morbidezza potrebbe restituire. Il nonno Fernando non c’è più. Ma in questo vino, in questi tannini che cedono piano al calore della ciliegia, in questo balsamico che sale fino alle radici, c’è qualcosa che gli assomiglia. Piergiorgio probabilmente lo sa. Forse è proprio per questo che lo ha chiamato Berni. Nel vino sta un’anima che chiede solo di essere ascoltata. Quest’anima è Casachiara. La filosofia di Piergiorgio in materia di etichette è netta e, devo dire, condivisibile in un’epoca in cui molti piccoli produttori naturali sembrano voler competere per il numero di referenze Nel mondo dei vini naturali vedo una tendenza a fare 50.000 etichette. Io penso che anche per chi lavora in modo artigianale, la riconoscibilità sia fondamentale. Fare troppe cose da pochi ettari significa non essere più riconoscibile come brand. Senza un numero sufficiente per bottiglia, non sei conosciuto. Ha ragione. Il vino si deve vendere. Non è una dichiarazione di resa al mercato, è semplicemente il presupposto perché un progetto possa sopravvivere e crescere. I vini in cantina non si raccontano da soli. Montepulciano d’Abruzzo DOC 2021 Lunga macerazione, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, nessun solfito aggiunto. Affinamento prolungato in cemento e poi in bottiglia. Il tempo che serve, non quello che si decide a tavolino. Il risultato è un vino che vuole raccontare un territorio. Al colore è rosso rubino intenso, vivido e trasparente, con quella luminosità che nei Montepulciano vinificati senza intervento diventa quasi una firma. Al naso è complesso e mutevole: frutta scura matura, note terrose, spezie sobrie, cenni ferrosi ed erbacei sul finale. Ogni respiro porta con se qualcosa di diverso: la collina, il vento, la luce di quell’annata. In qualche modo è come se la fermentazione spontanea avesse lasciato dentro al vino qualcosa di vivo che continua a muoversi nel calice. Una sensazione che mi ricorda quella della frutta colta sull’albero in campagna confrontata con quella surgelata del supermercato…. In bocca è compatto, asciutto, progressivo. I tannini sono morbidi e levigati, sostengono il corpo senza oppressione. La sapidità e la freschezza guidano il sorso con equilibrio e continuità fino a una chiusura lunga, nitida, che richiama il frutto e la pietra delle Colline Teramane. Non è ancora il vino definitivo di Casachiara. È semmai il vino di un inizio. Di quelli che promettono molto. IGT Colli Appennini Trebbiano 2022 Il Trebbiano d’Abruzzo è uno di quei vitigni che ha dovuto aspettare per essere capito. Per decenni è stato considerato un vino minore comprimario della grande viticoltura italiana. Poi qualcuno ha deciso di prenderlo sul serio e da quel momento il Trebbiano ha risposto come solo i grandi vitigni sanno fare: rivelando una profondità che nessuno si aspettava. Quello di Casachiara nasce sulle Colline Teramane, fermenta con lieviti indigeni, macera sulle bucce per due giorni senza però essere un orange e perdere di scorrevolezza. Anzi, direi che abbia guadagnato in rotondità e presenza. Nessuna chiarifica, nessuna correzione. Il vino fa il vino. Al colore è giallo oro brillante, quasi aranciato, limpido e vivo, con una luminosità che già indica con precisione qualcosa sulla pulizia del lavoro in cantina. Al naso è complesso senza essere ostentato: frutta a polpa bianca, fiori secchi, erbe di campo. Quindi quella mineralità sottile di pietra bagnata e sabbia calda. Infine scorza di limone. Un tutto che cambia ad ogni respiro così da sembrare di non lasciarsi mai afferrare del tutto. Una sorta di modifica sensoriale che si evolve nel tempo. In bocca è asciutto, dinamico, salino, con una persistenza lunga e chiara che chiude su mandorla fresca e un ricordo minerale che parla direttamente dei colli da cui viene. Mandarino, arancia e, soprattutto, uva. Una vera spremuta d’uva impregnata di frutti, di dolcezze, di freschezza, di vita. Un Trebbiano forse divisivo e polarizzante: da una parte chi lo odierà; dall’altra chi lo amerà follemente perché diretto e stratificato, energico e preciso. Un Trebbiano che racconta il carattere del vitigno e del territorio senza cedere a facili compiacenze. Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2023 Il Cerasuolo è il vino che l’Abruzzo non smette di sorprendere. Non un rosato, non un rosso leggero: qualcosa di terzo, che non si lascia classificare con facilità. Il nome cerasuolo è la ciliegia, cerasa in dialetto. Anche se in realtà deriva dal latino cerasus, ciliegio. Non so se sia arrivato così per caso o fortemente voluto ma il colore è davvero brillante e luminoso con una tonalità viva che alla vista trasmette energia prima ancora che arrivi qualsiasi profumo. Eppure non sembra un rosato ma nemmeno un Cerasuolo. Ha un colore che definirei un incrocio tra un rosso cardinalizio e un granata. Intenso e capace di stupire. Ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo con poche ore di contatto sulle bucce (ovvero il tempo necessario e non un minuto di più) fermenta spontaneamente con lieviti indigeni. Nessuna chiarifica. Neanche lontanamente. Al naso è un bouquet stratificato che si rivela per gradi: ciliegia scura, piccoli frutti rossi croccanti, rosa canina. Poi erbe aromatiche di campo e quella mineralità sottile che non si impone mai. Infine accade che ti trovi al naso un pomodoro rosso e maturo e capisci che c’è un filo che lega ogni sfumatura alla collina teramana da cui viene. In bocca è fresco e armonico, con tannini delicati e levigati che danno sostegno senza irrigidire. La sapidità guida il sorso con leggerezza e precisione, il fruttato, soprattutto il pomodoro, mantiene nitidezza fino alla chiusura lunga, minerale, territoriale. Non appesantisce, non stanca. Ha quella struttura equilibrata che permette di berlo, anche fresco, con piacere immediato e scoprirlo diverso al terzo bicchiere. Un vino che racconta collina, mani e territorio. Con precisione e senza fronzoli. L’ambizione massima è 10.000 bottiglie. Non di più. Una dimensione che permette qualità, controllo, identità. Forse, in futuro, qualche ettaro in più di pecorino. Forse una piccola linea riserva, con anfore o cemento, per chi vuole esplorare. Ma sempre dentro un perimetro chiaro, sempre dentro quella quercia con i cerchi concentrici. Teramo, la famiglia, e il senso del ritorno Piergiorgio vive a Teramo con la moglie e le due figlie. La più piccola ha quattro anni e quando la porta in campagna vuole aiutare in tutto.  La più grande è molto mia madre. Curiosa, attenta, connessa. Sua madre Chiara lo supporta tantissimo, capisce, è parte di tutto questo. Quando vado li, mi rigenero. Alle volte ho proprio bisogno di andare in campagna. Il vino e la campagna diventano cura, ritmo alternativo al mondo della finanza. Non hobby nel senso riduttivo del termine tanto che Piergiorgio stesso rifiuta quella parola. Dimensione parallela che dà respiro all’altra. I weekend, le notti, i ritagli di tempo. Le domeniche a fare travasi, le sessioni pomeridiane ad assaggiare le vasche insieme al consulente. Un mondo dentro l’altro. E poi c’è il futuro. Quello che Piergiorgio enuncia con quella che lui chiama «apprensione tra virgolette», ma che io leggerei come desiderio lucido Tra me e te, io mi vedrei tra qualche anni a dedicarmi al cento per cento all’azienda agricola. Magari prima o poi avverrà. Non sarebbe una sconfitta per me. Sarebbe anche un omaggio alla memoria del nonno. Dove trovare Casachiara I vini di Tenuta Casa Chiara stanno muovendo i primi passi fuori dall’Abruzzo. Roma è il mercato di riferimento, con una distribuzione avviata ormai da un paio di anni. Milano è arrivata più di recente, con Radici e il circuito lombardo-piemontese. All’estero, per ora, c’è la Svezia attraverso una piattaforma che connette produttori direttamente con consumatori finali e piccoli ristoratori. Piccoli numeri ma contatti in crescita. Nessuna fretta. Nessun socio da soddisfare. Un’azienda familiare senza debiti di urgenza, che può permettersi di costruire con gradualità. In un mondo del vino che spesso confonde la velocità con la qualità, questa è forse la libertà più rara. C’è un filo che tiene insieme questa storia: il tempo. Il tempo che Fernando ha impiegato ad ampliare quei fazzoletti di terra. Il tempo che il padre di Piergiorgio ha dedicato al vigneto tra una visita e l’altra. Il tempo che Piergiorgio ha aspettato prima di fare il passo. Il tempo che il vino stesso richiede: un anno per correggersi, un anno per migliorare, sempre un anno. Il vino, in fondo, è una delle poche attività umane rimaste in cui il tempo non si può comprare. Non con i soldi di un fondo d’investimento. Si aspetta, si assaggia, si impara. E poi si aspetta ancora. Piergiorgio Mandolesi lo sa. Lo ha imparato sulla propria pelle, con quella concretezza che lo contraddistingue e che, in un settore pieno di romanticismo improvvisato, vale quanto una buona annata. PS — Il simbolo di Casachiara è una sezione di tronco con i cerchi concentrici e la foglia di quercia. Ogni anello è un anno. Ogni anno è una vendemmia. Ogni vendemmia è una storia nuova. In quella quercia c’è tutto quello che Piergiorgio sta costruendo per sé, per la sua famiglia, per il nonno Fernando che non c’è più. E per quella terra teramana che, alla fine, lo ha sempre aspettato.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Torre Rosazza. Finezza e Tempo Arrow Right Top Bg

2 Luglio, 2026

Torre Rosazza. Finezza e Tempo

  Se c’è chi chiede tutto e subito, è bene conservare il valore dell’attesa. È la lezione di Torre Rosazza, nei Colli Orientali del Friuli, dove Friulano e Pinot Grigio raccontano come il tempo possa diventare un ingrediente invisibile, capace di amplificare finezza, profondità e memoria del territorio.   Locus iste, quem vides, colitur ab hominibus prudentibus, qui norunt quid sibi quisque debeat.
Seneca, Epistulae Morales, VIII Un nome, un destino Rosa in latino è la rosa, ma rosaceus è ciò che ha il colore della rosa, il tono del laterizio antico, l’incarnato di un tramonto sui colli di ponente. La torre che dà il nome a questa tenuta non è un simbolo scelto a tavolino per fare marketing: è pietra viva, medievale, riportata alla luce nel 2018 durante un restauro che ha restituito al mondo degli affreschi che nessuno sapeva esistessero. Il merlato è riemerso come un segreto sepolto nel calcare, e questa è già una storia degna di un romanzo. Amo le aziende che hanno uno strato nascosto. Quelle dove scavi e trovi ancora qualcosa. L’antico complesso, già fortilizio medievale in località Poggiobello, sorge a poca distanza dall’Abbazia di Rosazzo, fondata nel IX secolo dai monaci agostiniani, ai quali si devono le prime attività di coltivazione della vite e dell’ulivo in questa parte della regione.  Prima i monaci, poi la pietra merlata, poi il vino. Un filo sottilissimo che lega il Medioevo a una masterclass con Riccardo Cotarella che guida una verticale di Pinot Grigio e Friulano come se stesse dirigendo un quartetto d’archi. Il Leone Alato e l’imprenditore che scommette Igor Boccardo non è un uomo che si siede comodamente sui numeri. Quando parla del gruppo Leone Alato del quale è amministratore delegato, sedici mila ettari divisi tra l’anima agricola di Genagricola 1851 e le cinque tenute vitivinicole disseminate in quadro diverse regioni, lo fa con la precisione dell’ingegnere e con qualcosa di più difficile da classificare: una tensione verso il futuro che assomiglia a una scommessa lucida. Cinque cantine. Torre Rosazza nei Colli Orientali del Friuli, Costa Arente in Valpolicella, Duemani in Toscana, Brico dei Guazzi nel Monferrato, Tenuta Sant’Anna ad Annone Veneto. Un gruppo che presidia con rigore i territori del vino italiano senza mai rinunciare a una visione di qualità assoluta. La cifra vera di questo progetto imprenditoriale non è la grandezza del perimetro. È semmai la consapevolezza che il territorio è il valore non copiabile. Che il suolo non si carica su un camion e non si spedisce. Boccardo porta convinamente avanti due pilastri di sostenibilità che non sono slogan. Il primo è la decarbonizzazione: il gruppo è stato infatti una tra i primi in Europa a certificare un obiettivo Net Zero al 2040. Il secondo, più sottile e più rivoluzionario, è la biodiversità misurata. Sensori che contano gli insetti, riconoscono i lombrichi nel suolo grazie all’intelligenza artificiale, mappano l’avifauna e i mammiferi delle tenute. Nelle proprietà friulane sono stati avvistati (e hanno persino figliato) gli sciacalli dorati. Un tempo spia di ecosistemi compromessi, oggi indicatore di un habitat che prospera. Esiste una vecchia idea, cara alle avanguardie del Novecento, che l’arte e la natura si oppongano. Il vino, quando è fatto così, dimostra il contrario. Un suolo sano produce un’uva sana e un’uva sana è la premessa di tutto il resto. Il territorio: la ponca, i ronchi e il Friuli di frontiera Il Friuli è una terra di confine e di avamposto, forte e piena di contrasti.  Basta guardare una mappa per capirlo: le Alpi Giulie a nord, il golfo di Grado a sud, il Natisone che scende verso la pianura, il Collio che sfuma verso la Slovenia. Torre Rosazza è incastonata esattamente in questo punto di tensione geografica, su quella che Giovanni Casati, direttore tecnico delle Tenute del Leone Alato, definisce come “l’ultima collina prima della pianura”. Il termine frontier in inglese porta con sé una doppia valenza: confine, ma anche frontiera aperta, territorio da esplorare. Il Friuli dei Colli Orientali è entrambe le cose. Qui i vitigni si sono incrociati per secoli. Da una parte gli autoctoni come la Ribolla Gialla, il Friulano, lo Schioppettino, il Picolit. Dall’altra, gli internazionali arrivati con i Francesi a metà Ottocento. Non c’era nessuno che potesse tracciare una linea netta tra ciò che è “di qui” e ciò che “viene da fuori”. Il Friulano stesso, considerato il vitigno emblema della regione, è arrivato insieme al Pinot Grigio nell’Ottocento. Ha trovato però questo suolo e non l’ha più lasciato. Il suolo. La ponca. Una stratificazione di marna argillosa alternata a strati di arenaria, ricca di minerali e povera di sostanza organica. Un terreno che si sgretola facilmente, che costringe l’uomo a inventare i terrazzamenti, i ronchi, per tenerlo fermo. Sono proprio i ronchi il paesaggio di Torre Rosazza: colline pettinate come spartiti musicali, dove ogni filare è una nota tenuta a fatica sul pendio. Solo che non è una decorazione. È necessità fisica che è diventata identità culturale. Le radici che penetrano nella ponca alla ricerca dell’acqua trattenuta dall’argilla, le brezze del mare Adriatico che arrivano da sud, le Alpi Giulie che fermano i venti freddi da nord: tutto in questo angolo di Friuli converge verso un equilibrio che non puoi progettare a tavolino. Puoi solo riconoscerlo, rispettarlo, tradurlo in bottiglia. Finezza e tempo. La masterclass Il titolo scelto da Giovanni Casati per la degustazione, “Torre Rosazza: verticali di finezza e tempo”, è di quelli che non si dimenticano subito. Cotarella lo ha citato più volte, compiaciuto. Ha ragione: è un titolo che porta dentro di sé l’intera filosofia di Torre Rosazza. La finezza come vocazione stilistica. Il tempo come argomento da dimostrare, non da dichiarare. La struttura della degustazione era volutamente capovolta: le Riserve prima dei vini classici, le annate più giovani prima delle più vecchie. Un percorso non cronologico ma pedagogico, costruito per mostrare cosa succede quando si dà al vino ciò che il vino chiede. Tempo. Pinot Grigio. Il più famoso, il meno compreso. Cotarella lo ha detto senza giri di parole: il Pinot Grigio è probabilmente il vitigno bianco più frainteso al mondo. Secondo vino più venduto negli Stati Uniti dopo il Prosecco, replicato in ogni latitudine d’Italia con risultati che vanno dall’ottimo al banalissimo, è diventato nei decenni una parola svuotata di contenuto. Torre Rosazza ha scelto un’altra strada. Niente ramato, niente macerazioni lunghe, niente estremismi di nessun tipo. Una vinificazione che rispetta il carattere dell’uva. La buccia colorata porta con sé un tannino impercettibile, una certa corazza olfattiva, una tendenza a manifestarsi lentamente. Oltre che una resa in vigna che punta alla qualità invece che alla quantità. Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Al naso è ancora giovane, espansivo, fresco. Non grida. Ha una profondità che richiede attenzione. Un senso di floreale che sa di frutta non ancora sbocciata. Sono le erbette quelle che dominano. La salvia, la menta, il sambuco. In bocca domina la piacevolezza tipica del vitigno, con quel leggero retrogusto di mandorla che è la firma della Ponca friulana. Quasi cicciotto ma meno prezioso mancando l’idrocarburo. È un vino ancora in costruzione, muscoloso, a cui il tempo darà l’equilibrio che già promette. Mi è venuta in mente la canzone di Francesco De Gregori “La leva calcistica della classe ’68” Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2022 L’annata ha portato le sue difficoltà: un’estate torrida, poi le piogge di fine agosto. È logico che il vino le porti nel corpo. Più sottile del 2023, con un’acidità più espressa, note balsamiche che percorrono il profilo olfattivo aprendo ai frutti tropicali, alla mineralità, al pompelmo e alla mandorla. Poi in bocca è tagliente, vegetale, con il limone che spicca sapidamente. Eleganza nervosa, da attendere o da bere subito. Dipende. Dipende da cosa si cerca in un vino. In questo io ho amato particolarmente la verticale pulizia, la non lunghissima persistenza, la capacità di farti dire “porca miseria”! Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2021 Qui il tempo ha fatto il suo lavoro. Cotarella lo ha descritto con un’immagine perfetta: un quadro in cui non si identifica nulla di separato, ma tutto parla insieme. La pesca, la pera, il biancospino, il gelsomino: nessuno domina, ma domina tutto. Armonia olfattiva e gustativa, dolcezza che non è dolcezza ma equilibrio tra acidità e sostanza. Resterà impresso. Mi ha intrigato la fine citrosità, l’idrocarburo interessante, la mineralità quasi salata che persiste a lungo. La nota di mandorla nel finale che qui diventa preziosa piuttosto che appuntita. Un vino che suggerisce giornate ventose, limoni acerbo, il sale che arriva sul palato. Dopo. Un vino verticale ma con la capacità di pulire la bocca in maniera incredibile.  Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il vino che ha convinto l’azienda a fare le Riserve. Otto anni, niente legno, niente macerazione. Il colore è un giallo dorato con riflessi ancora vivi. Il naso è esattamente quello che ti aspetti dai grandi bianchi invecchiati: profondità, armonia, qualcosa di antico che non è stanchezza. È il modello ideale di longevità non costruita ma guadagnata sul campo. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2022 Paradossalmente più aperto e più espressivo della sua Riserva coetanea: al naso è ricco, pieno, immediato, con un carattere varietale che si manifesta senza reticenze. In bocca ha peso e presenza, una certa rotondità che lo rende soddisfacente nell’istante. È un vino realizzato per dare tutto e subito: vigneto diverso, nessuna criomacerazione, produzione pensata per la beva nel breve termine. Devo dire che lo fa con onestà. Non sognerà mai la longevità di una Riserva, ma non è questo che gli si chiede. Nella sua immediatezza dichiarata, c’è una forma di coerenza che vale. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2024 Il più giovane della batteria. Si sente ma va bene così perché non cerca la complessità ne la simula. Ha un carattere preciso e definito, una finezza molto spinta che si traduce in un’acidità vivace, quasi provocatoria: in bocca fa salivare con una generosità che è già un invito al sorso successivo. Non è un vino esplosivo e non vuole esserlo. È solo (e non è poco) fragranza, pulizia, piacevolezza immediata. Un bianco che non impegna ma non delude, pensato per essere bevuto, ora, nel fiore dei suoi anni. Friulano. Il vitigno che non perdona e non dimentica. Se il Pinot Grigio è il cosmopolita della famiglia, il Friulano è il friulano. Radicato. Esigente. Sensibilissimo al territorio. Molto più sensibile ai cambiamenti di esposizione e di suolo rispetto a qualsiasi altro vitigno della tenuta. Cotarella è categorico: il Friulano è uno dei vitigni più influenzati dal territorio che conosce, in qualunque zona d’Italia. Il cru Masiero, alle spalle del Colle di Santa Caterina, è prodotto da un vigneto composto da quattro cloni, frutto di una selezione massale delle migliori vigne di tutta l’azienda.  Ponca pura, esposizione nord-est, altitudine superiore rispetto ai vigneti del Pinot Grigio. Un vigneto che chiede sole e lo riceve dalla parte giusta. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Giovane, quasi infantile nel vocabolario di Cotarella: “tre o quattro anni, una vita davanti”. Il profilo è suadente, più rotondo del Pinot Grigio nonostante la sua totale verticalità. Sarà la giovane età che vi devo dire. Le note sono di mela verde e fiori di sambuco; di erba tagliata e di agrume. In bocca si percepisce appena quella sensazione idrocarburica-vegetale che è la firma evolutiva del Friulano: ancora larvale, ancora nascosta, ma già presente. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2022 L’annata sottile si fa sentire anche qui, ma con minor intensità rispetto al Pinot Grigio. La varietà copre le debolezze stagionali anche se rimane un certo grado di leggerezza, di forza sommessa. Come se non si avesse voglia, o forse ancora la forza, di spingere. Le note balsamiche e minerali sono in evidenza quel carattere nervoso di un ragazzo che deve ancora farsi tanto che il finale, amarognolo, dichiara al mondo di dover aspettare. Forse arriverà. Anzi, sicuramente arriverà. Solo che occorre del tempo.  Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2021 La meraviglia. Un’onda che avanza senza fare schiuma, senza rivoluzioni. Morbidezza e freschezza in perfetto equilibrio, velluto in bocca, naso e palato saturi di qualcosa che non sai nominare ma che riconosci. Il 2021 in Friuli è stato un’annata straordinaria e la complessità di questo vino la evidenzia a pieno. La mandorla salata, il limone antico, la mineralità che fa pensare al mare vicino. Un vino che si espande e si assottiglia allo stesso tempo e che alla temperatura giusta diventa pastoso e ammaliante. Ha la qualità dei grandi bianchi di Borgogna senza volerla imitare: è semplicemente se stesso.   Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il colore è un giallo paglierino che ha perso ogni sfumatura verdognola e si è orientato verso il dorato, ancora luminoso, ancora vivo. Un’evoluzione cromatica che anticipa ciò che il naso confermerà. Il 2018 è un vino che ha trovato la sua strada senza fretta. Gli idrocarburi vegetali sono presenti facendo registrare quella nota che nei grandi bianchi invecchiati diventa firma. La componente balsamica dosata e la spiccata mineralità attraversano l’intero profilo olfattivo. La mela verde c’è, ma resta sullo sfondo, scalzata da sentori che guardano verso la frutta tropicale matura. Il bouquet è ampio, più che complesso: fine, elegante, costruito su una coerenza interna che non cerca l’effetto ma lo ottiene. In bocca è fresco, secco, verticale. Gli agrumi e i minerali dominano il sorso. La bocca resta pulita in modo quasi insolito per un vino di questa età: nessuna stanchezza ossidativa, nessun cedimento. La persistenza è lunga. Abbastanza da richiedere abbinamenti pensati, perché il vino non lascia spazio all’approssimazione. Un bianco che a sette anni dall’annata ha ancora molto da dire. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2019 Un anno di differenza, un vino completamente diverso. Stesso vitigno, stessa Ponca, altra storia. Se il 2018 è rimasto fedele a se stesso: elegante, verticale, minerale; il 2019 ha imboccato una direzione che sorprende e affascina in egual misura. Il naso è denso, burroso, quasi opulento. Vaniglia, burro, arachidi, rosmarino: una famiglia di sentori che non ti aspetti da un Friulano, eppure qui non risulta forzata. La noce moscata compare e scompare. Sotto tutto c’è qualcosa che ricorda un caramel cremoso, dolce non per zucchero ma per texture olfattiva. Un bouquet molto intenso, costruito su strati che si sovrappongono invece di allinearsi. In bocca la differenza si fa ancora più netta. Dove il 2018 tagliava verticalmente, il 2019 si espande, si apre, riempie la bocca con una pastosità cremosa che porta con sé spezie e frutto. Meno fresco del precedente, con un finale mandorlato che si fa lentamente spazio. La mineralità c’è, ma è la base strutturale di un edificio che ha alzato molto le pareti. La persistenza è lunga anche qui, ma diversa. Più avvolgente, meno tagliente. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2023 Un colore più carico della coetanea Riserva. Al naso sorprende. Più aperto, più ricco, più immediato della sua Riserva gemella. Un paradosso solo apparente, perché senza la protezione della criomacerazione e della struttura superiore della Riserva, il Friulano si manifesta prima e senza filtri. Il risultato è un profilo olfattivo generoso, varietalmente esplicito, che non lascia dubbi su cosa stai bevendo. In bocca è un’irruzione. Il carattere del Friulano si esprime con una forza quasi provocatoria: frutto, mineralità, quella vena agrumata che è il filo conduttore di tutta la gamma. Non c’è la mediazione che il tempo e la struttura della Riserva ancora devono compiere. Con tempo nel bicchiere, si ammorbidisce, diventa più armonioso, meno spigoloso: un segnale preciso di potenziale evolutivo. Un vino che dà molto adesso e promette di dare ancora, a chi ha la pazienza di aspettarlo. Dallo stesso vitigno, sullo stesso suolo, tre annate hanno prodotto tre vini che si riconoscono come fratelli solo da lontano. Il 2018 ha custodito la finezza. Il 2019 ha scelto la ricchezza. Il 2023 l’armoniosità. Dimostrano che il Friulano, quando invecchia su Ponca, non si ripete mai. Cosa rimane Alla fine di una verticale come questa, con sei vini di Pinot Grigio e sei di Friulano che si confrontano attraverso le annate, rimane qualcosa di difficile da sistematizzare. Rimane l’evidenza che il tempo non è un nemico dei bianchi friulani. Rimane la certezza che la Ponca è un suolo che non perdona le approssimazioni ma premia la pazienza. Rimane la figura di Cotarella che porta un bicchiere alla luce, lo osserva, e dice: “Vorrei durare io quanto dura questo vino.” Torre Rosazza è un luogo che custodisce cose emerse dall’oblio: affreschi medievali, vitigni antichi, terrazzamenti che gli uomini hanno costruito per tenere fermo un suolo fragile. Ha la qualità dei posti che sanno aspettare. Come i suoi vini migliori.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà Arrow Right Top Bg

1 Luglio, 2026

Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà

  Esistono parole che rischiano di perdere significato perché vengono usate troppo spesso. Libertà non è una di queste quando viene vissuta ogni giorno attraverso le proprie scelte. Nel racconto di Federico Mencaroni, il vino diventa il linguaggio con cui affermare un’idea precisa del mondo, del territorio e del proprio modo di stare dentro le cose.   Perché?
Perché diavolo uno sceglie di fare il mestiere del vignaiolo che poi si tratta sempre un contadino? Me lo chiedo spesso, guidando verso qualche cantina lungo una statale che taglia i campi, con la radio accesa su una stazione che trasmette roba che non conosco più. Me lo chiedo nei tratti di autostrada, nei raccordi anonimi, nei parcheggi di qualche zona industriale dove il vino si fa tra capannoni e recinzioni. Me lo chiedo anche quando, per contrasto, arrivo in un posto bello e capisco che qualcuno ha scelto di restare. Perché? Perché uno sceglie questo mestiere? Perché lo sceglie davvero, con tutta la consapevolezza di chi sa cosa si porta dietro. La terra, la famiglia, la provincia, il rischio economico, la solitudine creativa, il confronto perpetuo con qualcosa che non controlli mai del tutto, cioè la natura. Perché?  Ciliegie e grandine. Sole e muffa. Il vino che viene, il vino che non viene. Il mercato che premia l’ordinario e ignora chi si ostina a fare le cose a modo suo. Federico Mencaroni sta a Corinaldo, nelle Marche. Un posto che, a chi non è marchigiano, probabilmente non dice nulla. Eppure è incastonato tra Senigallia e la dorsale appenninica, con il mare che si intuisce dalla finestra e i colli che scendono dolci verso la costa. È lì che esiste la sua azienda. Undici ettari oggi, cinque ereditati da un nonno che vinificava in botti di legno e mandava il vino a Milano e Torino in damigiana, come si faceva in quegli anni in cui partivano treni carichi di vino sfuso verso le città del nord che avevano sete e non avevano vigna. Ma Federico a Corinaldo non ci è rimasto. Prima è fuggito, come si deve e come si fa quando si è giovani e la provincia stringe. Poi è tornato. E questo ritorno, come tutti i ritorni veri, vale più della partenza. Chi è Federico Studiavo biologia a La Sapienza. Poi un amico al Politecnico di Milano doveva cambiare casa. Ho detto, vengo io. Così, per caso ho fatto l’esame di ammissione a enologia alla facoltà di Agraria. C’erano venti posti. Sono entrato. Da lì non ho più smesso di studiare. Biologia. Ingegneria Aerospaziale rifiutata a favore di un esame fatto quasi per gioco. Mi sembra ci sia qualcosa di tipicamente italiano e tipicamente umano in questo percorso obliquo, in questa traiettoria che sembra casuale ma che forse casuale non è mai. Federico era cresciuto tra le botti di suo nonno.  Ci correvo sopra da bambino. Erano tutte attaccate e ci potevi camminare sopra. Era come un labirinto. Il vino era già dentro di lui, come una lingua madre che aveva dimenticato di parlare e che un giorno, per caso, è tornata in bocca. Quante storie ho sentito simili a questa e quante invece sono diverse. Penso al figlio che eredita e non ha altra scelta. Penso al figlio che eredita e non lo vuole e lo fa lo stesso perché nessuno gli ha detto che poteva dire di no. E poi penso a Federico, che ha detto di sì dopo aver detto forse, dopo aver visto le botti di Bordeaux, dopo aver dormito qualche notte da Selosse. Quando non era ancora così famoso E dopo aver capito che quella cosa lì, la fermentazione, il tempo, la pazienza, il controllo e il suo contrario, ha capito che era la cosa che voleva fare. Il periodo milanese di Federico è un capitolo a sé. Anni in cui gira le cantine d’Italia come consulente, ricercatore sul campo, enologo itinerante: Caprai in Umbria, Mottura in Puglia, la Basilicata, la Franciacorta, il Friuli. Ogni estate parte, ogni dicembre torna. Una vita da serial killer come lui stesso la definisce ridendo Tornavo a missione compiuta E poi Bordeaux. Quarantacinque château visitati in una sola trasferta. Margaux, Lafite, Cheval Blanc, Pétrus.  Ti senti ancora più piccolo Lo capisco. In certi posti c’è quella grandezza che non schiaccia ma interroga, che non toglie respiro ma lo modifica. Quegli châteaux sono la dimostrazione che l’ossessione, quella giusta, quella costruita su generazioni, quella che non ha fretta, produce qualcosa che resiste al tempo. Federico lo guarda, lo registra e lo porta a casa dentro di sé. Nel frattempo, a Corinaldo, suo zio continua. Suo padre aiuta. Le vigne ci sono. L’azienda esiste, piccola, silenziosa, produttiva a modo suo. Federico inizia a rubacchiare spazio. Qualche etichetta di Verdicchio, qualche Rosso, bottiglie serigrafate altrove per evitare qualsiasi punto di frizione con chi già c’era.  Arrivavano in azienda già pronte con il fronte-retro. Bastava riempirle. Un gesto di rispetto e di strategia insieme. Ma soprattutto è il gesto di chi sa già dove vuole arrivare. Il ritorno vero avviene nel 2009, 2010. Federico lascia Milano. Sua moglie Sonia lascia Venezia. Lei, laureata in lingue orientali, giapponese, tra l’altro, ha quella competenza, che in qualsiasi altra vita sarebbe rimasta un’eleganza accademica e che invece, in questa, diventa una porta sul mercato asiatico. Federico diventa uno dei primi esportatori di metodo classico di Verdicchio in Giappone. Ho incontrato storie simili. Una cantina marchigiana, Biancopecora, fondata da milanesi che hanno mollato tutto e sono scesi a fare vino nelle Marche. Il verso contrario della stessa traiettoria. Migrazioni interne, spostamenti silenziosi, bisogno sempre più urgente di trovare un posto dove vivere abbia ancora una scala umana. Per me che vivo nel delirio di Roma, una vita tranquilla magari gioverebbe. Roma è una città che ti vendi come un sogno e poi non ti lascia viverla. Ce l’hai tutta, ma non la sfrutti. Stai dentro una cartolina che non riesci a leggere. A Corinaldo, invece, si vede il mare da casa. Federico è maniacale nelle sue cose. Nei metodi, nella precisione, nelle parole. Tutto per ricercare non la perfezione ma il meglio. O forse per non sbagliare.  Io non ho mai detto che i miei prodotti sono buoni. Quando stappi un mio vino, è un’esperienza. Positiva o negativa, ma un’esperienza. Una frase che vale più di qualsiasi scheda tecnica. È la frase di qualcuno che non ha paura del giudizio perché conosce così bene ciò che ha realizzato tanto da essere lui stesso il primo critico. Lui ha un giudizio che può decodificare in tempo reale, come un musicista che sente una nota sbagliata in una sala buia. Se la critica rientra nei parametri di quello che sa di aver prodotto, la valuta. Se non ci rientra, sa già che viene da altrove. Magari dal gusto personale di chi beve, dal pregiudizio, dalla fretta, da qualcosa che non ha a che fare con la bottiglia. Come se uno salisse su una Mercedes e dicesse che è scomoda Rido, perché è un paragone esatto. Ogni prodotto serio, ogni prodotto fatto con visione, ha una grammatica interna che o conosci o non conosci. E se non la conosci, la colpa non è della Mercedes. Ad una Mercedes-Benz puoi dire tutto ma non che non sia comoda. Le grandi maison di Champagne costruiscono i loro assemblage, le cuvée in un modo che sembra un atto di coerenza stilistica attraverso le annate così da rappresentare una sorta di contratto implicito con chi beve. Federico non fa Champagne, ma ragiona allo stesso modo Non ho mai fatto vini di moda. Non so neanche cosa stiano facendo gli altri. L’ho scelto. Per non essere contaminato. Il Brut Nature. Devo parlarne. Quarante mesi sui lieviti, Verdicchio, metodo classico. Quando Federico lo lancia, nelle Marche non c’è ancora la dicitura nel disciplinare. I legislatori gli dicono che non si può scrivere Brut Nature sull’etichetta.  Fate come volete. Se volete metterci Spumante, nessun problema. Lo vendo comunque. Oggi quella dicitura c’è. Oggi tutti la fanno, quella tipologia. Federico lo dice con una risata che è metà soddisfazione e metà rassegnazione. È diventato simpatico a pochi e scomodo a molti.  Quando chiedi aiuto diventi simpatico. Io non l’ho chiesto. È il prezzo dell’indipendenza. Lo pagano tutti quelli che arrivano prima. Lo pagò Selosse quando faceva Champagne in modo che sembrava sbagliato. Lo pagano i pittori che cambiano modo di dipingere quando il mercato vuole altro. Lo paga chiunque abbia la chiarezza. E il coraggio di sapere cosa vuole prima che gli altri capiscano che era quello che volevano. Poi lo copiamo. E l’originale diventa fastidioso per quello che ha dimostrato. Il vino che sta sui lieviti per dieci anni è un’altra storia dentro questa storia. Sua moglie Sonia, che nel racconto di Federico è una presenza concreta, determinante, ironica, ad un certo punto gli ha detto O esce il vino o ti lascio. Ride raccontandolo. Poi aggiunge, serio E avendo deciso di intraprendere anche il discorso della famiglia… Una piccola confessione domestica incastonata in mezzo ad un discorso tecnico sui mesi di affinamento. Il vino e la vita che si intrecciano senza romanzarsi, senza bisogno di enfasi. Sonia è quella che gestisce il mercato estero, che conosce le lingue, che va alle fiere mentre lui sta in cantina a sperimentare. È la metà del progetto e non solo della famiglia. A volte chi ti sta accanto capisce prima di te cosa stai facendo. X Pas Dosé 2015. Verdicchio. Ho assaggiato la bottiglia n. 375 di 500 Undici anni. Undici anni sotto il tappo, nel silenzio di una cantina marchigiana, mentre il mondo del vino cambiava vocabolario, inseguiva mode, scopriva e dismetteva tendenze. Questo vino non ha sentito nulla di tutto questo. È rimasto lì, a diventare quello che doveva diventare. Il colore è paglierino carico con riflessi dorati, il perlage fine e persistente, capace, cosa rara, di pulire il palato completamente ad ogni sorso come se si riazzerasse. Al naso è una sequenza che si costruisce con il tempo nel bicchiere: prima la crosta di pane fragrante con crema di limone, poi, lentamente, quasi con ritrosia, la tartelletta che non diventa mai burrosa, il gesso, i fiori bianchi, il pepe bianco che penetra in profondità. Poi la mela cotogna, la pera, la scorza di limone che torna e chiude il cerchio. In bocca ancora a più sorprendente: nonostante gli undici anni è freschissimo, quasi acerbo. Sapido, diretto, pieno con una cicciosità che non ti aspetti da un vino che ha passato così tanto tempo a sgrassarsi. Il finale è lievemente amaricante, preciso, pulito. È verticale e avvolgente insieme, duro e cremosissimo nello stesso sorso. Una contraddizione che si risolve solo bevendo. E poi si ricrea. E si ribeve. C’è una parola che mi viene per questo vino e la uso con cautela perché la si consuma in fretta: sublimazione. Il Verdicchio che sale, che lascia dietro tutto il superfluo, e arriva da qualche parte dove non arriva spesso. Federico lo sa. Per questo ci ha messo dieci anni. E per questo sua moglie Sonia gli ha detto che bastava. Aveva ragione lei. Come quasi sempre.​​​​​​​​​​​​​​​​ Metodo Classico Extra Brut, sboccatura 2021. Verdicchio, Chardonnay, Pinot Bianco Colgo una precisione quasi infastidita in questo vino, come di qualcuno che non ha fretta di piacere. Il colore è paglierino con riflessi verdolini, il perlage fine e disciplinato. Al naso arriva subito una mineralità secca, gessosa, che ricorda certi vini della Loira più che le Marche. Poi viene fuori la crosta di pane, la scorza di limone, un tocco erbaceo che tiene tutto in tensione. In bocca è verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai. Il finale è lungo, amaricante nella misura giusta, come il retrogusto di un caffè ben estratto. Non è uno spumante che ti abbraccia. È uno spumante che ti interroga. E le domande che pone sono quelle giuste. Le risposte? Dipendono da ognuno di noi. Le mie sono in realtà dei grandi complimenti a Federico. Metodo Classico Rosé, sboccatura 2025. Verdicchio e Montepulciano Rosa antico, quasi cipria, con bollicine che salgono silenziose come se non volessero disturbare. Al naso è una sorpresa gentile: fragola di bosco, lampone appena schiacciato e poi, inatteso, un soffio di agrume rosso, quasi bergamotto, che riporta il tutto verso la tensione e lontano dalla dolcezza. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. La struttura è leggera ma non fragile: è la leggerezza di chi sa esattamente quanto peso portare. Un vino da bere con qualcuno che non conosci ancora bene, in un pomeriggio che non ha ancora deciso cosa vuole diventare. Isola Verdicchio dei Castelli di Jesi 2023 Il nome è giusto. Sembra un vino isolato, nel senso nobile del termine. Qualcosa che non cerca di integrarsi, di assomigliare, di compiacere. Giallo paglierino luminoso, naso che apre su fiori bianchi e frutta a polpa gialla matura, poi si schiarisce verso la scorza di cedro e una nota iodata che arriva dall’ultimo momento, come una brezza che non avevi previsto. In bocca è pieno ma non pesante, con una sapidità marchigiana schietta e un finale che torna sempre lì, sull’agrume, sul sale, sulla pietra. Il Verdicchio nella sua forma più riconoscibile ma raccontato da qualcuno che lo conosce abbastanza da non aver bisogno di spiegarlo. Opere Verdicchio dei Castelli di Jesi 2024 Se Isola è il Verdicchio che guarda al largo, Opere è quello che guarda dentro. Stessa uva, annata diversa, intenzione diversa. Al naso è più elaborato, più stratificato: mela golden, fiori di acacia, poi una speziatura sottile come anice, finocchietto selvatico. Salgono lenti come un pensiero che non si vuole mettere a fuoco subito. In bocca ha più corpo, più rotondità, con un equilibrio tra frutto e acidità che sembra cercato e trovato senza forzature. Il finale è caldo, persistente, con un ritorno minerale che lo salva dalla compiacenza. Un vino che si fa capire, ma non tutto in una volta. Ci torna su. Urbano 2022. Montepulciano, Merlot, Cabernet Sauvignon Rosso profondo, quasi opaco, con un naso che non ti dà scampo: mora selvatica, prugna, spezie scure e sotto tutto un fondo di terra bagnata che sa di posto preciso, di stagione precisa, di scelta precisa. In bocca arriva con la stessa determinazione, tannini presenti ma non asciuganti, acidità che sorregge una struttura generosa senza farla pesare. Questo blend bordolese in salsa marchigiana in mano a Federico non diventa mai il vino facile che potrebbe essere. Rimane selvatico, un po’ burbero, con quel carattere che nei vini come nelle persone distingue chi ha qualcosa da dire da chi si limita a rispondere. Lunga persistenza, finale con ritorni di spezia e frutti. Un rosso che non chiede permesso. Forse perché non ne ha proprio bisogno. Federico parla di biologia come parla di vino. Con la stessa intensità. Sta studiando da due anni i biomeri, polimeri di cellulosa prodotti da batteri acetici che crescono nel vino, molecole biodegradabili, biocompatibili, potenzialmente utilizzabili in altri settori. Una start-up appoggiata a un politecnico.  È tornato alla biologia, come aveva detto all’inizio. Il cerchio si chiude, o meglio, non si chiude: si allarga. Perché Federico non è il tipo che chiude i cerchi. È il tipo che aggiunge spirali. I miei figli, Marcello e Maria Sole, faranno quello che vorranno. Nessuna pressione. Nessun destino scritto tra le vigne.  Io fuori dal lavoro sono normalissimo. Easy, tranquillo. Ci credo, perché la maniacalità applicata al lavoro non è una condizione esistenziale. È una scelta di campo. Si può essere ossessivi in cantina e sereni a tavola. Si può volere il massimo da ogni grappolo e non volerlo dai propri figli. Questa è maturità. O saggezza. O forse semplicemente esperienza. Quella di chi ha visto abbastanza per capire dove vale la pena mettere l’energia e dove no. Chissà se Federico vorrà fare questo mestiere tutta la vita o si vorrà dedicare ad altro. Magari alla biologia. Non è detto Dice. Poi ride.  Lascerò tutto a mia moglie. Non è cinismo. È la libertà di chi ha costruito qualcosa di vero, con le proprie mani, e sa che quello che ha fatto regge in piedi da solo. Che i vini ci sono, che l’azienda funziona, che Sonia sa vendere meglio di lui, che i bambini crescono bene tra il mare e le colline. E che lui, nel frattempo, vuole ancora sperimentare. Vuole il Vermentino, il Viognier, il Verdejo, tre varietà che iniziano con la V e che nella sua testa già formano un blend che nessuno ha ancora immaginato. Vuole uscire con un metodo classico rifermentato in bottiglia con tappo a fungo, come si faceva prima che il tappo a corona semplificasse tutto. Vuole capire cosa succede quando lasci entrare l’ossigeno invece di temerlo. Se non trovo uno spiraglio che mi dà felicità, ho sbagliato lavoro Federico non ha sbagliato lavoro. Ha solo scelto, per caso e poi con tutta la forza di una decisione consapevole, di fare esattamente quello che voleva. In un posto dove si vede il mare, con una moglie che parla giapponese e lo costringe a stappare le bottiglie prima che diventino leggenda.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie Arrow Right Top Bg

26 Giugno, 2026

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie

  Non so se il destino esista davvero. Se la nostra vita sia già scritta così che non siamo noi a prendere delle decisioni. Magari la vita ci mette dinanzi a delle scelte e il nostro libero arbitrio ci fa decidere. Se però il destino esiste davvero, c’è un momento, nella vita di certi uomini, in cui il destino stesso smette di essere un concetto astratto e diventa un nome di persona. Per Nicolò Fenzi quel nome è Martina. Tutto il resto, La Romiglia, i diciassette ettari tra la Val d’Illasi e San Michele Extra, le venticinquemila bottiglie, il Merlot ancora in vasca che sogna di diventare il vino della sua vita, viene dopo.  Il modo in cui le cose più importanti capitano e solo a posteriori sembrano inevitabili sono la nostra vita. Ma andiamo con ordine. Perché la storia di Nicolò è una di quelle che non si raccontano in due righe, e sarebbe un torto provarci. Ho imparato, nel tempo, a diffidare delle presentazioni troppo ordinate. Quelle in cui il vignaiolo ti racconta di nonni con le mani nella terra, di una vocazione tramandata di padre in figlio come un’argenteria di famiglia. Non che siano false. Spesso sono storie bellissime e piene di sentimento. Nell’ultimo anno ho incontrato una generazione di produttori la cui traiettoria somiglia molto di più ad un percorso accidentato che a una linea retta. Gente che è arrivata al vino per vie traverse, per caso, per amore, per disperazione. Nicolò Fenzi è uno di loro. Così, quando ha iniziato a raccontarmi la sua storia, mi sono ritrovato ad ascoltarlo con quella qualità di attenzione che si riserva alle cose che non ti aspetti. Quando parla di sé, Nicolò usa la parola schizzato con un’affettuosa autoironia che tradisce tutto il contrario. Gli occhi si muovono veloci, il pensiero ancora di più. Ha quella qualità rara nei giovani imprenditori del vino, rara in generale, di non prendersi troppo sul serio pur essendo serissimo in ciò che fa. Prima di entrare nella vigna di famiglia ha scritto software per le banche, raccolto banane nel Queensland, imparato l’inglese guardando il Gladiatore in loop, gestito uno shop e un ristorante fine dining a Melbourne, fatto il venditore di elettrodomestici. Non è una biografia. Semmai è un romanzo picaresco con un finale inaspettato. E il finale, come si diceva, si chiama Martina. Nasce tutto quando sono andato in Australia. Avevo ventuno, ventidue anni. Prima non c’entravo niente col mondo del vino. Programmavo software per le banche. Facevo il tecnico ambientale alle superiori, poi mi sono ritrovato lì. Buono stipendio, macchina aziendale, tutto pagato. E mi ero stufato. Come diavolo si fa a stufarsi a vent’anni di un lavoro che molti si sognano non lo so davvero. Ma se sei irrequieto, se senti che c’è qualcosa che ti da fastidio, allora la noia arriva. È che era monotono. Ripetitivo. Io sono uno che si stanca facilmente. È il motivo per cui ho mollato le banche ed è anche il motivo per cui il vino mi ha preso: continui a imparare, i vini sono sempre diversi, le persone sono sempre diverse. Non ti fermi mai. Licenziato a settembre, a novembre era già su un aereo per Sydney con un borsone che conteneva sei canottiere, due pantaloncini da calcio e un numero imprecisato di mutande. L’idea era starci quattro, cinque mesi. Ci è rimasto cinque anni. L’Australia è quella grande parentesi dorata che i ventenni italiani inseguono da decenni. La possibilità di reinventarsi in un posto che non ti conosce, che non ti giudica, che ti offre uno stile di vita costruito attorno all’idea che lavorare bene non significhi lavorare tanto. Nicolò ci è entrato da cameriere e si è ritrovato in una fattoria di banane nel Queensland. Eravamo 120 persone in un ostello provenienti da tutto il mondo. Mi ha insegnato più di ogni altra cosa, anche di umiltà Da lì ha trovato la strada verso il vino quasi per caso, nel senso in cui le cose più importanti capitano quasi per caso. Ho capito che in Australia gli italiani del vino erano ben visti. Siccome non parlavo inglese e dovevo impararlo, ho cominciato a studiare da sommelier. In inglese. Non sapevo ancora dire buongiorno e già studiavo enologia in lingua straniera. Se fosse stata una strategia, allora mi trovo dinanzi un genio. Se una follia, un incredibile e simpaticissimo folle. Entrambe le cose. Ma soprattutto mi piaceva. Era quello il punto. Poi ho imparato l’inglese guardando il Gladiatore. L’avrò visto un milione di volte tanto che Russell Crowe me lo sogno di notte. Divertente, allegro, scanzonato. Sempre con il sorriso. Sembra un guascone ma è un ragazzo dal cuore d’oro.  Doveva estraniarsi dagli italiani per forza. Per imparare bene l’inglese. È cosi che frequentando gli australiani e gli stranieri in generale entra in Attica, al tempo uno dei migliori ristoranti del continente australiano. Conosce persone e arriva a fare il general manager in un altro ristorante. Poi è arrivato il bando. Un errore del suo immigration agent, il permesso di soggiorno applicato dieci giorni in ritardo e Nicolò si ritrova irregolare sul territorio australiano senza saperlo. Lo scopre nel peggiore dei modi possibili: all’aeroporto, di ritorno da un viaggio in Italia per il diciottesimo compleanno di suo fratello, a cui aveva promesso di portarlo a Londra. Tre anni di bando dal Paese in cui stava costruendo la sua vita. Tre anni di divieto di rientro in Australia. In Australia mica sono come in Italia dove gli immigrati irregolari girano con tanto di foglio di via in mano indisturbati! Là dovevo sposarmi. Una chef brasiliana. Stavamo insieme da quattro anni. Il viaggio di nozze era già organizzato. I biglietti erano già comprati. Ho fatto il viaggio di nozze da solo, Brasile, Perù, Argentina. Con tutti i biglietti che avevo già in mano. Cretino che non sono altro. Lo dice ridendo anche se c’è qualcosa sotto quella risata che non è del tutto allegra. C’è il residuo di un naufragio vero e i naufragi, nella tradizione letteraria e nella vita reale, producono spesso le trasformazioni più profonde. A patto di sopravvivere alla corrente. Nicolò è sopravvissuto. Prima con una stagione a Cervinia Ero una mina vagante, molto bravo nel lavoro ma instabile, i proprietari mi hanno tenuto in piedi Poi con il girovagare sudamericano, poi con cinque anni da venditore di elettrodomestici, in cui il vino non voleva più sentirlo nominare.  Avevo troppi ricordi legati a lei. Ho cambiato completamente, non volevo più saperne. È qui, in questo deserto volontario, che entra Martina. Ero a un matrimonio. Avevo bevuto quei due calici in più. La migliore amica di Martina era diventata fidanzata di un mio caro amico e mi ha detto: non ho un’amica da presentarti, ma se è bionda con gli occhi azzurri dimmi che te la trovo. Ho detto: sono stufo di qualsiasi donna dunque solo se è bionda con gli occhi azzurri. E lei mi fa: ce l’ho. Nicolò fa una pausa. Sembra ancora non capacitarsene del tutto. Quando ci siamo presentati, mi stava sulle palle. Non le ho parlato per tutto il resto del matrimonio. Poi, non so come, alla fine della serata era rimasta impressa in tutto e per tutto. E da lì non ci siamo più lasciati. È una storia d’amore raccontata alla rovescia, come spesso sono le storie d’amore vere. Quelle in cui l’inizio è antipatico e la fine è ancora aperta. Martina è entrata nella vita di Nicolò come entra certa luce nelle cantine: di traverso, inaspettata, e alla fine indispensabile. Mi ha messo in riga Nicolò non lo dice come si dice di qualcuno che ti ha addomesticato. Lo dice come si dice di qualcuno che ti ha restituito a te stesso.  Ero sempre incazzoso. Non avevo voglia di fare niente. Lei mi ha spronato: molla il lavoro, vieni in azienda, questa è la tua cosa. Mi ha sempre appoggiato. È stata una parte importantissima. La famiglia di Martina, il padre Paolo, il fratello Michele, coltivava vigneti da generazioni nella Val d’Illasi, quella valle lunga e appartata a est di Verona dove le colline si alternano a oliveti e ciliegi, dove il torrente Illasi scorre tra i borghi, e dove i vini possono portare il nome di Valpolicella pur vivendo in una dimensione tutta propria, lontana dal clamore della zona classica. Per generazioni le uve erano finite alla cantina sociale. Un classico. Nel 2020 Michele aveva cominciato, in conto lavorazione, a produrre qualche bottiglia in proprio. Nicolò arriva con la sua formazione da sommelier australiano, la sua esperienza commerciale, e la franchezza di chi non ha niente da dimostrare e tutto da costruire. Il suocero Paolo gli da piena autonomia. Firma in banca inclusa. Una attestazione di stima pazzesca. Come se avesse visto in lui qualcosa di speciale. Non solo il compagno della figlia. Non so se ce la farei a fare lo stesso con il fidanzato di Beatrice Nicolò, si riferisce a sua figlia di sedici mesi Perché mi ha dato tutto. Ma poi ci penso e mi dico: dipende da cosa vedi nell’altro. Lui ha visto qualcosa in me. Martina avrà fatto il suo lavoro, probabilmente. E poi bisogna avere il coraggio di fidarsi. È forse la cosa più onesta che mi dice in tutta la giornata. Perché il coraggio di fidarsi, di un estraneo, di un vino ancora in vasca, di un mercato capriccioso, è la competenza più rara in questo settore. E anche la più necessaria. Il primo anno ho fatto un po’ di tutto. Poi ho detto a Michele: per vendere devo dedicarmi alla vendita al cento per cento. Nel campo puoi prendere qualsiasi altra persona, perché non sono tagliato. Sono lento, non sono manuale. Alla fattoria di banane avevo una maglietta gialla con scritto ‘I like bananas’. Ecco, quello ero io nei campi. Oggi i ruoli sono chiari come i filari in una giornata senza nuvole: Paolo nei campi, Michele in cantina, Nicolò sul mercato. E le donne, Martina e sua madre Giovanna, che assaggiano, giudicano, orientano. Novanta volte su cento vedono più lungo loro. Tutto passa per loro. Hanno un palato ben sviluppato, e quando siamo indecisi su dove andare, ne discutiamo con loro. Poi decidiamo. Non c’è ombra di ironia in questa ammissione. C’è invece qualcosa di molto contemporaneo e molto sano: un uomo che sa dove stanno i talenti, i suoi e quelli degli altri e li mette al posto giusto senza fare scenate di ego.   I vini Atena. Spumante Pinot Grigio Atena è la dea della sapienza, della strategia, dell’ingegno. È con quella stessa intelligenza sottile che questo spumante si rivela nel calice, rifiutando le regole del gioco per costruirne di nuove. Il perlage è vigoroso, insistente, ma non invasivo. Le bolle sono fini, disciplinate, come chi, avendo qualcosa da dire, lo dice con misura. Al naso arriva qualcosa di Il melograno, la mela, la pera e la prugna. Solo dopo, quell’arancia amara che ritorna con la tenacia di un’idea fissa. Frutti rossi di bosco, more, lamponi e un’abbondanza di ribes che non ti aspetti da un Pinot Grigio. Tanto meno in forma di spumante. In bocca è secco, fresco e con un finale amarognolo che strega. Salato, rotondo, con una pienezza che riempie per poi lasciarti sospeso in una di quelle domande che sanno di senso della vita: ti piace o non ti piace? Non riesci a deciderlo così che questo è il suo sortilegio più riuscito. Un Martinotti che rifiuta di essere banale. Non è il classico metodo Charmat che scivola via senza lasciare traccia. Questo resta. Floreale, fruttato, intenso, lascia qualcosa al naso e in bocca che ti fa dire, però però però. Non qualcosa di normale. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti ispira, nel bene. Rionda. Garganega La Garganega ha mille volti. Quello di Rionda, che arriva dalla collina di Canova, tra Illasi e Tregnago, a oltre trecento metri, su un suolo ghiaioso e calcareo che racconta millenni di geologia veronese, è un volto di rara purezza. Il colore è paglierino luminoso, con riflessi dorati che evocano la calda luce di ottobre, il momento esatto in cui le uve vengono raccolte. Al naso si apre con discrezione aristocratica: fiori bianchi di campo, mandorla fresca, pesca bianca, una nota agrumata tenue che ricorda il cedro. C’è mineralità, quella mineralità calcarea del terreno che non si inventa, che si sente come il profumo della pietra bagnata dopo la pioggia. In bocca è preciso, agile, con un’acidità netta e pulita che sorprende per eleganza. La pressatura soffice ha rispettato ogni cosa. Niente viene stravolto, niente forzato. La fermentazione in acciaio, a bassa temperatura, ha preservato quella freschezza varietale, quella croccantezza del frutto, quella sapidità finale che si allunga e ti accompagna. Mille trecentocinquanta bottiglie l’anno: quasi un segreto. Una Garganega che non cerca il palcoscenico ma, una volta che la incontri, non dimentichi. Valpolicella Superiore 2023 Nel calice, il colore granata ha qualcosa di disarmante. È limpido, trasparente, con una finezza cromatica quasi insolita per la Valpolicella, un territorio dove i vini tendono alla corposità, alla densità, al peso. Questo, invece, è leggero di struttura ma pesante di carattere. I sentori sono balsamici, meravigliosi: frutta tra il maturo e il croccante, fragole che emergono con allegria, frutti di bosco, ribes, lamponi. Freschi, caldi, sviluppanti. Si avverte l’erbaceo, ma non come difetto, come una nota di campo che dà freschezza, che ricorda il mese di ottobre sui colli, l’aria tra i filari. Le note speziate e legnose sono infinitesime, sullo sfondo, quasi un sussurro. Poi, inaspettata, arriva quell’arancia, una sorta di Fanta che dona un senso giocoso e solare che ti prende di sorpresa e ti fa sorridere. In bocca mantiene quella stessa giovialità. I tannini ci sono, ma appena accennati. Una presenza gentile, non una dichiarazione. La sapidità, invece, si espande magnificamente, allargando il vino, moltiplicandolo. Fresco. Vivace. Lontano anni luce dai vini pomposi della Valpolicella, quelli che si tagliano con il coltello. Questo è un vino che si beve, si condivide, si racconta agli amici senza pretese. Bello perché vivo. Bello perché vinoso e vivace e colorato. Bello perché non ti chiede niente. Ti dà tutto. È un momento complicato per il vino italiano, inutile negarlo. Il mercato rallenta, i consumi interni si contraggono, e troppi produttori cedono alla tentazione di abbassare i prezzi pur di liberare le cantine. Nicolò ne parla con la lucidità di chi conosce i meccanismi della vendita prima ancora di quelli della vigna, e con quella franchezza un po’ scomoda che si trova nelle persone che non hanno paura di dire le cose come stanno. Una volta che hai abbassato il prezzo, hai drogato il mercato e il cliente. Se oggi un vino lo vendi a dieci invece che a venti, l’anno dopo diventa complicatissimo tornare a venti. So di colleghi che pur di vendere fanno accordi sconvenienti, si liberano le cantine a qualunque condizione. E parliamo di vini di ottima qualità. Questo mi fa piangere il cuore. I diciassette ettari ci permettono di conferire quello che non vinifichiamo e questo ci dà respiro. Non abbiamo fretta. Non dobbiamo svendere. Possiamo aspettare il momento giusto per ogni vino, ogni annata. Non tutti possono farlo, e lo capisco. Ma chi può, dovrebbe. La gamma di La Romiglia è ancora giovane, volutamente contenuta. Ci sono i vini che piacciono alle donne di casa. A partire dal Pinot Grigio, il più venduto. Poi quelli che piacciono a Nicolò: i rifermentati, l’ancestrale, il Valpolicella prodotto su quel colle in mezzo al bosco che lui descrive come “un posto pazzesco.” I rifermentati mi ricordano i miei nonni, perché facevano i vini così. Con altri metodi, certo. Ma quella cosa lì, quella naturalezza nel vino, me la porto dentro. È una frase piccola che contiene un’intera storia sentimentale col vino. E mi colpisce, perché Nicolò non ha avuto un’educazione enologica classica, non ha cresciuto le papille tra le botti di papà. Eppure parla del vino con una memoria affettiva che di solito appartiene solo a chi è cresciuto tra i filari. Il Pinot Grigio non lo bevo mai. Non perché non sia buono. Ma è più standard. È quello che piace alle fanciulle di casa, ed è il nostro più venduto. E quindi lo facciamo, e lo facciamo bene. Poi c’è il vino del futuro: un Merlot in purezza, senza denominazione, senza annata per ora. Il 2022 e il 2023 in vasca, uno in cemento, uno in legno, il 2025 che andrà in anfora. Sono un grande amante dei tagli bordolesi. E il Merlot è l’unico che ci permette, adesso che non siamo ancora conosciuti, di poter giocare davvero. Fare microvinificazioni, andare a brindare, starci dietro parecchio. Usciremo l’anno prossimo, quello dopo. Senza fretta. Colgo la consapevolezza precisa del punto in cui ci si trova, senza falsa modestia e senza falsa urgenza. Senza la sindrome da protagonismo precoce che affligge tanta parte del vino italiano emergente. Sulla filosofia produttiva, La Romiglia occupa con onestà quello spazio difficile che molte cantine faticano a abitare con coerenza: biologici in vigna, interventisti minimi in cantina, né rigorosamente naturali né convenzionali. Dipende da quello che facciamo. La Garganega va con lieviti indigeni. Il Falco anche. I rifermentati anche. Il Pinot Grigio no. Lieviti selezionati, neutri. E lo diciamo sempre, apertamente. Più trasparenti possibile. In un settore dove le etichette (naturale, biodinamico, convenzionale) rischiano di diventare campagne di marketing più che dichiarazioni di metodo, questa pragmatica trasparenza ha il sapore di qualcosa di raro. E prezioso. L’importante è agire come se dovessi bere te. In vigna siamo a regime biologico perché ci cammino dentro con il passeggino di Beatrice. Filari su e giù quando non dorme. Non puoi mettere in giro roba che non vorresti respirare tu. Ripensa all’Australia. Al permesso di ingresso negato. Al matrimonio saltato. A cosa sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato quell’errore commesso dal suo agente per l’immigrazione.  Pensa a quello che non mi è stato concesso di fare in Australia. Pensa a dove sarei adesso se non mi avessero bloccato. Probabilmente non avrei Martina, non avrei Beatrice, non avrei questo. Quindi no, non tornerei indietro. Neanche un giorno. Rimango in silenzio un momento. C’è poco da aggiungere a una frase del genere. Il destino, si sa, non chiede il permesso. Arriva travestito da errore burocratico, da bando triennale, da matrimonio con due calici in più. Arriva con un nome di donna e una vigna di famiglia che nessuno stava ancora vinificando davvero. E se sei abbastanza sveglio, o abbastanza stanco di resistere, lo riconosci. Nicolò Fenzi lo ha riconosciuto. E alle pendici del Monte Garzon, tra Illasi e Tregnago, tra le colline a est di Verona, le viti stanno già lavorando per la vendemmia prossima.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale Arrow Right Top Bg

25 Giugno, 2026

Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale

  Roma non è una città come le altre. È un grande libro di storia, aperto su tutti i tavoli.
Alberto Moravia Le colline alte e il tempo lungo Non fuit in solo Roma peracta die La pazienza è una virtù per pochi. Così come Roma non fu costruita in un solo giorno alcuni vini hanno bisogno di tempo. E tanta pazienza. Quella che si misura in mesi, anni. Quella che si conta nel silenzio delle cantine dove avvengono trasformazione lente e silenziose dentro una bottiglia sigillata. L’Alta Langa DOCG è uno di questi vini. È metodo classico piemontese che porta nel nome stesso la sua geografia: le Langhe alte, quelle dove l’altitudine supera i 250 metri sul mare, dove il suolo è più povero e la vite deve faticare, dove Pinot nero e Chardonnay trovano le condizioni per esprimere una tensione che nelle terre più generose non avrebbero. La storia dell’Alta Langa affonda le radici nella metà del XIX secolo, quando le prime sperimentazioni di spumante metodo classico in Italia ebbero luogo nelle celebri “cattedrali sotterranee” di Canelli: un vasto sistema di gallerie e sale scavate nel tufo, profonde fino a 32 metri, dove i vini vengono tutt’oggi affinati a temperatura e umidità costanti. Era il 1865 quando Carlo Gancia si recò a Reims per studiare il metodo degli Champagne. Al suo ritorno aveva impiegato oltre quindici anni di ricerca per giungere a risultati soddisfacenti, partendo dai vitigni Pinot nero e Chardonnay. Il Piemonte, in questo senso, non ha nulla da invidiare a nessuno. Ha solo avuto, come spesso gli capita, un carattere riservato e poco incline alle celebrazioni premature. La storia della DOCG è più recente: i lavori per il riconoscimento della Denominazione d’Origine iniziarono negli anni ’90, quando alcuni produttori locali decisero di tornare alla produzione di vini spumante metodo classico, selezionando i vitigni migliori e mappando il territorio. L’Alta Langa ottenne la DOCG attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale del 21 febbraio 2011, con riconoscimento retroattivo fino alla vendemmia 2008. Da allora, la denominazione ha percorso una traiettoria silenziosa ma inesorabile verso la consapevolezza della propria identità. Palazzo Brancaccio: l’ultimo palazzo nobile di Roma Che un vino così costruito sulla storia abbia scelto Roma per raccontarsi e dentro Roma uno dei suoi luoghi più carichi di memoria, non è casuale. Palazzo Brancaccio sorge sul Colle Oppio ed è l’ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma. Fu finanziato dall’americana Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell’alta società di New York, la cui figlia Elizabeth andò sposa al principe Salvatore Brancaccio portandogli una dote di un milione di dollari. Edificato nel 1880 su progetto dell’architetto Gaetano Koch, sorge nel cuore della città eterna, a un passo dalla Domus Aurea, tra il Colosseo e le basiliche di San Giovanni e Santa Maria Maggiore, e rappresenta uno dei massimi esempi di architettura e decorazione d’interni in stile eclettico. Il terreno acquistato dalla famiglia comprendeva un grande parco cresciuto sulle rovine delle Terme di Traiano, tra le quali una torre, detta di Mecenate dalla quale Svetonio sosteneva che Nerone avesse assistito al grande incendio di Roma del 64 d.C. Strati su strati. Ogni pietra di questo palazzo poggia su un’altra storia, e quella storia poggia su un’altra ancora. Oggi Palazzo Brancaccio mantiene la sua straordinarietà diventando un luogo di incontro aperto al pubblico, destinato a mostre, eventi e cultura, con i suoi saloni a disposizione per eventi privati di alto livello. Lo Spazio Field, il polo espositivo interno dedicato all’arte moderna e contemporanea, è la cornice che il Consorzio Alta Langa ha scelto per il terzo anno consecutivo. Alta Langa Roma: la terza edizione Lunedì 11 maggio, il Consorzio Alta Langa ha portato nella Capitale la terza edizione di “Alta Langa Roma”, evento B2B rivolto al mondo dell’Horeca e alla stampa di settore. Una manifestazione che ogni anno consolida la presenza della denominazione a Roma, costruendo un dialogo con la ristorazione e i comunicatori della città. Nelle sale affrescate dello Spazio Field, tra l’eco di una storia millenaria e la tensione del presente, i produttori hanno portato le loro bottiglie e dentro quelle bottiglie, anni di attesa. Ho avuto modo di assaggiare una rassegna ampia e significativa. Ne racconto i passaggi più intensi.   I vini Agricola TT. Un Pinot nero in purezza affinato 36 mesi sui lieviti. Franchezza, senza preamboli. Bolla fine e continua. Il naso porta sentori di piccoli frutti rossi appena accennati, crosta di pane, un filo di grafite. In bocca è teso, verticale, con una mineralità che rimanda direttamente ai suoli argilloso-calcarei delle Langhe alte. Non cerca la complessità a tutti i costi e la trova per via naturale.  Semplicemente stando fedele al territorio. La Fusina. Ancora un Pinot nero in purezza, ma con un affinamento portato tra i 36 e i 42 mesi. Una manciata di mesi in più che si percepisce nella tessitura del vino, in una trama che si apre con più lentezza e più ricchezza. Il frutto è più integrato, la crosta di pane lascia spazio a qualcosa di più profondo. Tostature leggere, nocciola, un accenno di spezia dolce. Un vino che invita a rallentare il ritmo della degustazione. Josetta Saffirio sceglie un assemblaggio di Chardonnay e Pinot nero con 40 mesi sui lieviti. Il nome della produttrice porta con sé tutto il rigore morale delle Langhe, di una famiglia che ha costruito la propria reputazione sul Barolo. È così che porta la stessa serietà nel metodo classico. Il vino è austero nel senso migliore del termine: non freddo, non distante, ma misurato. Al naso fiori bianchi, agrumi canditi, una nota gessosa elegante. In bocca la struttura è solida, il finale lungo e sapido, con una chiusura che evoca la pietra bagnata. Tenuta Langasco presenta il Gredo, Chardonnay e Pinot nero con 48 mesi di affinamento: uno dei vini più profondi dell’intera giornata. Quarantotto mesi significano quasi quattro anni a contatto con i lievit. Il vino porta quella storia con piena consapevolezza. Il perlage è finissimo, quasi impercettibile alla vista ma cremoso al palato. Al naso si aprono note di pasticceria, miele d’acacia, agrumi maturi, con una complessità che si stratifica nel bicchiere nel tempo. In bocca è ampio, lungo, con un equilibrio tra freschezza e maturità che testimonia un lavoro preciso e paziente in cantina. Vite Colte. Pas Dosé 2021. Si coglie con chiarezza la filosofia della denominazione: zero dosaggio, nessuna correzione zuccherina, il vino lasciato parlare senza intermediari. Il risultato è un Extra Brut secco e diretto, con note di limone, fiori di campo e un filo di lievito fresco. Freschezza integra, beva scattante. Un vino che dice esattamente quello che è, e non chiede nulla in cambio se non attenzione. Deltetto convince con il Blanc de Noir 570 Riserva: il numero rimanda all’altitudine dei vigneti, e già questo dettaglio racconta il progetto. Il Pinot nero vinificato in bianco cede il colore ma conserva tutto il carattere: la bolla è finissima, il naso elegante e floreale, con petali di rosa, pesca bianca, un tocco di mandorla. In bocca è cremoso, sapido, con una lunghezza che sorprende per pulizia e precisione. Un Blanc de Noir che sa di quota, di vento, di collina. Marco Capra porta il Seitremenda Rosé. Il nome stesso ha qualcosa di evocativo: tre cose, tre elementi, una sintesi. Il colore è di una tenuità quasi trasparente, cipria con riflessi ramati. Al naso piccoli frutti rossi, fragoline di bosco, una nota di rose appena appassite. In bocca è leggero ma non esile, con una beva elegante che ha la grazia dei grandi rosé da Pinot nero. Un vino che non si impone: si lascia incontrare. Ettore Germano con la Riserva Blanc de Blancs 2017 firma uno dei momenti più alti dell’intera degustazione. Sette anni sulle spalle portati con una grazia che lascia senza parole. Germano riversa in questo Blanc de Blancs la stessa attenzione maniacale propria delle Langhe. Il colore è dorato, luminoso. Al naso si aprono note di agrumi canditi, fiori secchi, miele di zagara, una complessità che si evolve nel bicchiere minuto dopo minuto. In bocca la tensione citrina è ancora viva, la freschezza miracolosamente preservata nonostante il tempo, il finale è lunghissimo, minerale, con una persistenza che accompagna ancora qualche minuto dopo l’ultimo sorso. Daffara e Grasso presentano la loro Riserva con 90 mesi di affinamento. Solo questo dato ferma il pensiero. Novanta mesi: sette anni e mezzo dentro la bottiglia, a contatto con i lieviti esausti, in una trasformazione lenta e irreversibile. Il vino che ne esce appartiene già a una categoria altra, quasi a un genere diverso di bevanda. Al naso note di ossidazione controllata (noci, burro antico, miele ambrato) convivono con una freschezza residua che tiene tutto in equilibrio. In bocca è ricco, profondo, con una sapidità che contrasta la morbidezza e una persistenza interminabile. Non è un vino per tutti i momenti. È un vino per i momenti che contano. Ghione con La Reine vendemmia 2018 offre un millesimato che ha trovato il proprio equilibrio. Il 2018 in Piemonte è stata un’annata complessa, con estati calde e vendemmie anticipate, eppure questo vino restituisce una bella compostezza: frutto maturo ma non stanco, fiori gialli, una nota di crosta di pane integrale. In bocca è strutturato, pieno, con una chiusura lunga e appagante. La Reine, la Regina, porta bene il suo nome. Tenuta Il Falchetto. Un Blanc de Noir pulito e preciso, dove il Pinot nero cede elegantemente il colore ma conserva il carattere varietale: una nota di lampone appena accennata al naso, poi fiori bianchi e lievito fresco. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che lo rende di grande bevibilità. Un vino che funziona anche fuori dai contesti da degustazione. Si apre a tavola e finisce troppo presto. Poderi Cusmano. Pas Dosé millesimato 2019 di bella tensione. Il 2019 è un’annata che in Alta Langa ha regalato vini vibranti. Questo lo conferma. Naso agrumato e floreale, bocca salina e fresca, con una struttura snella che porta lontano. Zero dosaggio, zero compromessi. Un vino onesto e convincente. Tenute Rade. Riserva Pas Dosé prosegue il filo del rigore: note di pasticceria e frutta secca al naso, bocca ampia e persistente, con una verticalità che il lungo affinamento non ha scalfito. Un vino che guarda avanti, che ha ancora strada da fare in bottiglia. Nada Giuseppe. Su Altezza millesimato 2022, il più giovane in degustazione. Il nome è un omaggio ironico e affettuoso all’Alta Langa stessa: Sua Altezza, le colline alte. Il vino ha la vivacità e la freschezza di un millesimo recente: frutto croccante, floreale, bolla energica. Non ha ancora la profondità dei vini con più anni, ma ha qualcosa di prezioso che il tempo rischia talvolta di erodere: la gioia pura del vino giovane. Vale la pena seguire la sua evoluzione. Pecchenino. PSea Riserva Pas Dosé da Chardonnay e Pinot Nero, conferma che i produttori di Dolcetto e Barolo, quando si avvicinano al metodo classico, portano con sé una sensibilità per il territorio difficile da imitare. Il vino è secco, preciso, con una mineralità austera e un finale che ricorda le pietre delle colline di Dogliani. La beva è seria ma mai severa. Cantina Clavesana. Un Extra Brut che esalta la generosità tipica delle cooperative di territorio. Sembra un vino pensato per portare la denominazione a un pubblico più ampio. Lo fa senza scendere a compromessi sulla qualità. Fresco, agrumato, con una bolla vivace e una beva diretta. Un’Alta Langa democratica, nel senso più nobile del termine. Podere Gagliassi 2021 è una delle sorprese genuine della giornata. Produttore giovane, ancora in fase di consolidamento, ma già capace di un vino che parla con chiarezza: naso preciso tra fiori bianchi e lievito, bocca fresca e sapida, ritmo incalzante. Da tenere d’occhio con attenzione. Marziano Abbona chiude la mia rassegna con un Extra Brut 2021 di grande eleganza. Abbona è uno dei nomi storici delle Langhe che nel metodo classico riversa tutta la sua esperienza con i suoli e i vitigni piemontesi. Il vino è raffinato, composto, con una complessità che non si rivela tutta subito: al naso fiori di mandorlo, agrumi, una nota di brioche. In bocca è lungo, equilibrato, con una chiusura sapida e pulita che invita al sorso successivo. Una firma autorevole con cui chiudere.   La denominazione che guarda a Sud Mi piace particolarmente l’idea di portare l’Alta Langa a Roma per tre anni di fila. Non è solo promozione. Somiglia ad un dialogo tra due geografie della cultura italiana: le colline del Nord che fanno vino lento e la città che da tremila anni custodisce il senso del tempo lungo. Il vino che fermenta 36, 48, 90 mesi dentro una bottiglia sa qualcosa che Roma sa: che le cose migliori non si affrettano. Che la pazienza non è debolezza, è metodo. Questi metodi classici piemontese hanno molto da raccontare alla Capitale. E la Capitale, evidentemente, è pronta ad ascoltare.   Superanda omnis fortuna ferendo est.
La pazienza vince sulla sorte. Virgilio   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta celebra il mito insieme a Vigna Nica Arrow Right Top Bg

21 Giugno, 2026

Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta e Area Contesa Arte celebrano il mito insieme a Vigna Nica

  Il tempo per la vita è adesso. Non c’è ieri. Non c’è domani. Solo il brillante, irreversibile adesso.
Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte.  Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2026

Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia

  Album candidum, qui voluit habere vinum
quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che  sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini.   Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino Arrow Right Top Bg

17 Giugno, 2026

Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino

  Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.
Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state. Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo. Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono. L’uomo che si annoia facilmente Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata. L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto. Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda. Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante.  No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me. La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo. Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta. Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo. Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire. Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto. Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi. Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza. Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi.  Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena. Suo padre, la vigna, le mani Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni.  Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna. In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore.  Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini. Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni.  L’ho formato io. Adesso forma lui.  In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole. Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi.  Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no. Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare. Centorame: il nome, la madre, lo spumante Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto. L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto.  Vannucci non suona bene. È poi era giusto così. Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla.  Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro.  È stato un anno nero, Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti. Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti.  Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora. Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa. Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia.  Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge. Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi. Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente: Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia I vini: franchezza come manifesto Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa.  Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione. E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza. Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo. La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere.  Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile. Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno.  Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti. Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità. Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia.  Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri. Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma. Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere. Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato.  Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano. Liberamente Trebbiano d’Abruzzo Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo. Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi.​​​​​​​​​​​​​​​​ Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021 Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione. In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse. Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno.  Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021 Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare. In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno. L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare. Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019 Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza. Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi.  Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario. In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile. Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione. In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso. Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti.  Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette. Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute. È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa. Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente. Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura. L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento.  Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario. C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino. I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina.  È quello più lontano dall’azienda, penso. Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni. Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo. Si ferma.  Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai. Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso. Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani. Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito. Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare. Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta.  Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta. È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente. Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene. Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri. Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente. È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato. Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni.​​​​​​​​     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Le Grazie. La serenità delle cose semplici Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Le Grazie. La serenità delle cose semplici

  Infandum, regina, iubes renovare dolore. Quando il dolore è quello dolce di una vacanza finita troppo in fretta, raccontarlo diventa quasi un piacere. Palinuro, il fido nocchiero di Enea, cadde in mare proprio su queste coste. Da allora il Cilento porta addosso il segno di quel naufragio fondativo: un territorio che è insieme arrivo e partenza, terra che accoglie chi è stufo di navigare. Duemila e qualcosa di anni dopo, ci siamo arrivati anche noi, in famiglia, per un weekend che doveva essere solo una pausa e che invece è diventato uno di quei racconti che meritano una rubrica. Si, perché il Cilento è uno di quei luoghi che non cercano il clamore mediatico piuttosto che la notorietà facile. Vive di una sobrietà viscerale data da persone che nella loro semplicità amano vivere in tranquillità. Una terra che finisce nel mare e un mare che sa di terra. Fusione di elementi e di significativa voglia di vivere in una tranquillità che solo quando la vivi ne capisci la radicale motivazione. Montecorice e Baia Arena: il Cilento che non ha bisogno di pubblicità Montecorice è uno di quei nomi che, se non sei del posto, fai fatica a piazzare su una mappa. Eppure basta arrivarci una volta per capire perché chi se ne va, prima o poi, ci pensa sempre. Le collinette che scendono verso il mare, gli ulivi che sembrano scolpiti dal vento. Poche case, poche persone ma quello che basta per essere in pace con se stessi, per non sentirsi oppressi da niente. Poi Baia Arena: una spiaggia che non ha la prepotenza delle località blasonate, ma che si fa amare con calma, con quella luce che nel tardo pomeriggio diventa quasi liquida sull’acqua. Ci siamo seduti lì prendendo un ombrellone da un signore che li affittava e li piantava proprio dove si voleva. Azzurra con la sabbia tra i piedini e l’immediato tutto in acqua. Le persone attorno a godere di un sole non troppo caldo di inizio giugno. Ho pensato che certe cartoline non hanno bisogno di filtri. Pollica e Castellabate: il Cilento che è già leggenda A pochi minuti di macchina, Pollica porta ancora il peso e l’eredità di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore che il Cilento non ha mai smesso di onorare. Come di Carlo Petrini, che proprio da queste parti ha trovato uno dei luoghi simbolo della filosofia Slow Food. Camminare tra le sue stradine significa muoversi in un territorio che ha fatto della lentezza una scelta di vita prima che diventasse uno slogan. La spiaggia poi è qualcosa che non si dimentica. Per la sabbia bianca, per l’acqua cristallina. Finanche per la pizza servita al lido Giù Giò che, nella sua verace semplicità, l’ho trovata ottima. E poi Castellabate, che per chi come me è cresciuto con il cinema italiano resta indissolubilmente legata a Benvenuti al Sud. Ne avevo già scritto, raccontando la storia di Bernardino, ma rivederla, con il borgo che si arrampica sopra il mare e il blu che si confonde con il cielo, fa un altro effetto. Il tramonto, dal belvedere immediatamente fuori dalle mura, non ha prezzo. Il sole che cala sul mare non solo fornisce una sensazione di beatitudine ma libera completamente qualunque peso della giornata. Non quando si è in vacanza ovviamente.  Bisio, da buon settentrionale, alla fine non voleva più andarsene. Capisco sempre di più, il perché. Le Grazie: Bernardino e Silvia, i padroni di casa che non ti aspetti Il cuore del weekend è stato Le Grazie, l’agriturismo e azienda vinicola di Bernardino Cera, di cui avevo già raccontato il percorso umano e professionale in un articolo precedente. Tornarci con la famiglia, è stata un’esperienza diversa e forse più completa. Bernardino e Silvia sono stati padroni di casa nel senso più pieno e antico del termine. Quell’accoglienza che non si insegna nei corsi di hospitality, che nasce da un’idea di casa aperta, di tavola condivisa, di tempo regalato senza calcolo. Si respira, in ogni gesto, quella generosità cilentana di cui tanto si parla e che raramente si trova così autentica. Le camere sono veri e propri appartamenti dotati di cucina e veranda. Una grande camera da letto e un bagno di tutto rispetto. Ogni cosa è al suo posto. Ogni cosa è studiata alla perfezione. All’insegna della semplicità e di quella finezza della quale oggigiorno si è un pò persa la bussola. Forse il Cilento ammetterebbe anche qualcosa in meno, ma Bernardino è uno preciso e il livello che vuole mantenere a Le Grazie, non ammette sbavature. Un vero nordico approdato qui. Una piscina sul mare del Cilento, le vigne eroiche L’agriturismo si affaccia sul mare del Cilento con una vista che lascia senza parole: la piscina sembra galleggiare sopra il blu e da lì lo sguardo arriva fino all’orizzonte senza ostacoli. Azzurra non ha fatto che correrci intorno mentre mia moglie ed io sorseggiavamo il Fiano Vincenzì di Bernardino. Siamo stati qualche minuto in più del previsto, complice quel panorama che rende difficile alzarsi. Sopra, le vigne. Quelle che Bernardino ha piantato su un terreno completamente roccioso, dove nessuno avrebbe scommesso un euro. Vigne eroiche nel senso più letterale: ottenute litigando con la pietra, accarezzate dal vento di mare che le tiene pulite e sane. Vederle, salire tra i filari con la brezza che arriva dal golfo, restituisce un senso di pienezza e appagamento. Quando sono arrivato sulla sommità, vedendo il panorama, respirando a pieni polmoni la brezza del mare, ho capito perché Bernardino è tornato. Così come scendendo e letteralmente scivolando sul ripidissimo pendio, ho pensato a tutti quelli che dovrebbero venire qui per capire cosa vuol dire curare queste piante. La chiesetta dove mi sposerei un’altra volta E poi c’è la chiesetta. Piccola, semplice, immersa nel verde con il mare sullo sfondo. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di marmi o di decorazioni barocche per essere solenni: basta la luce che entra dalle finestre e il silenzio che la circonda. L’ho guardata e ho pensato, senza nessuna ironia, che se dovessi rifare la promessa che ho fatto tanti anni fa, sempre a Claudia, la donna che amo, la la rifarei lì. Non so se sia il Cilento, il vino o la stanchezza buona di un weekend in famiglia, ma certi luoghi ti fanno venire voglia di ricominciare le cose belle. O di non abbandonarle mai. Ti fanno venire voglia di mollare tutto, la città, il caos, la vita fintamente patinata, per rifugiarsi in posti come questo dove l’essenza della vita è quella della semplicità e della coesione tra le persone.  I vini de Le Grazie: il sigillo di un territorio E infine i vini, che restano sempre il punto in cui tutto il racconto si chiude e si riapre. Il Vincenzì, il Fiano in purezza affinato in acciaio, conferma quella sapidità marina e quella mineralità che lo rendono riconoscibile. Il Sarto, l’Aglianico dedicato al nonno sarto di Montecorice è un piccolo manifesto di coerenza. Un Aglianico che su questi pendii assume il carattere affabile, mai ostico, del cilentano. Don Ciccio è invece l’Aglianico più austero, quello dedicato all’altro nonno. Uno di quei vini da assaporare lentamente. Anche d’estate perché su queste colline, la copertina serve. A questi si aggiungono i Colli Montecoricesi, blend di Fiano e Falanghina nonché Ripe in Rosa, lo Charmat lungo da Aglianico. Bernardino ha in serbo altre sorprese. Perché questi luoghi si prestano anche a sperimentazioni inedite. Assaggiare questi vini, lì, con il mare davanti e il sole che cala dietro le vigne, ha un sapore diverso. Più vero, forse. O forse sono solo io che, dopo un weekend così, faccio fatica a essere obiettivo. Squasaria. Il ristorante con il panorama più bello del mondo La terza sera con Bernardino e Silvia, abbiamo cenato da Squasaria. Poco distante dall’agriturismo, ci si arriva attraverso una piccola strada sterrata. Una piccola costruzione. Pochi tavoli all’aperto. Il mare che appare tra le montagne. Una suggestione che si unisce alla pace, al buon cibo, alla maestria di Gianlorenzo che quando cucina lo fa con amore. Un panorama, gli amici, del vino, il cibo, una musica accennata di sottofondo. Tutto il resto è veramente superfluo. In fondo, di questo si tratta. Di luoghi che entrano nel bicchiere prima ancora che il vino venga versato. Di persone che rendono i soggiorni non solo piacevoli ma appaganti. Così che non hai bisogno di altro. Grazie Bernardino, grazie Silvia. Al Cilento, come ad Enea, si torna sempre. Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella

  La Garbatella è uno di quei luoghi di Roma che sembrano fatti apposta per accogliere le persone. Nata nei primi anni Venti del Novecento come borgata-giardino in una sorta di esperimento urbanistico e sociale pensato per restituire dignità e comunità alle famiglie operaie della capitale, conserva ancora oggi quella vocazione originaria nei suoi cortili alberati, nei palazzi bassi che si aprono su piazzette silenziose, in una misura umana che il resto della città ha quasi ovunque perduto. È un quartiere che sa stare insieme, che ha sempre saputo farlo, e che porta scritto nell’architettura stessa il senso di una socialità autentica. Non poteva esserci cornice più giusta, allora, per Roma in Bolle. L’evento, in programma per il 14 luglio presso il Pulp di Piazza Giovanni da Triora 15, nasce con un’idea precisa: raccontare l’Italia attraverso le sue bollicine, che non sono mai soltanto vino, ma paesaggio, stagione, scelta umana, pazienza. Ogni metodo, ogni territorio, ogni produttore porta con sé una storia che merita di essere ascoltata con la stessa attenzione con cui si porta il calice alle labbra. E le bollicine, tra tutti i vini, sono forse quelle che meglio incarnano lo spirito della condivisione: nascono da un processo lento e complesso, e arrivano a tavola con la leggerezza di chi ha già fatto il lavoro difficile. L’evento nasce da una idea di Roberta Marchese Ragona costruito insieme a Adriano Romano, Luca della Regina, Marco Sargentini e Ivan Vellucci si articola in due momenti distinti. MASTERCLASS B to B — su invito Ore 16.00 – 19.00 Accreditati HoReCa, giornalisti, comunicatori del vino APERTURA AL PUBBLICO Ore 19.30 – 23.30   Nel pomeriggio, dalle 16 alle 19, una sessione riservata agli operatori HoReCa, ai giornalisti e ai comunicatori del vino: un approfondimento tecnico e culturale su tecniche di spumantizzazione, terroir e identità produttive. Solo su invito. Dalle 19.30 e fino alle 23.30 l’evento apre al pubblico degli appassionati, con ingresso a 20€, trasformando la Garbatella in un piccolo atlante vivente delle eccellenze spumantistiche italiane e internazionali. Dietro ogni prodotto c’è una terra da scoprire è il filo che tiene insieme questa prima edizione. Una promessa semplice, ma esigente: che ogni calice alzato quella sera non sia solo un gesto conviviale, ma un atto di conoscenza. La Garbatella, con la sua storia di comunità e accoglienza, non potrebbe fare da sfondo migliore.   PULP Piazza Giovanni da Triora, 15 – Garbatella – Roma UN’INIZIATIVA DI CON IL CONTRIBUTO DI La Redazione
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Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce

  Orvieto sorge su una rupe di tufo come un pensiero sospeso tra il cielo e la terra. Non è una città che si lascia attraversare. Si lascia abitare. Anche solo per qualche ora. Anche solo col naso inclinato sopra un bicchiere. La mattina del convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Orvieto, in quella sala riunita sotto il titolo “Pluralità di anime“, l’aria aveva già la qualità silenziosa di certi inizi che sanno di essere necessari. Una Masterclass, quattro vini in forma anonima e intorno un territorio che da tremila anni produce vino senza smettere di sorprendere. Presenti tecnici, giornalisti, produttori. Il presidente del Consorzio Vincenzo Cecci, l’enologo Riccardo Cotarella in veste di relatore-degustatore, gli agronomi Massimiliano Pasquini e Pier Paolo Chiasso, l’ampelografo Paolo Nardo. Persone che con questo vino ci vivono, che ne conoscono le radici profonde come quelle delle viti sui fondali marini diventati colline. Quattro anime nel calice: il basso grado, il Classico Superiore, una vecchia annata, la muffa nobile. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa: questo territorio non ha bisogno di inventarsi nulla. La rupe, i fossili e la memoria del mare: il terroir dell’Orvieto DOC Prima di parlare di vino, bisogna parlare di mare. Dieci milioni di anni fa questo angolo d’Umbria era un fondale. Le colline che oggi reggono i vigneti sono sedimenti antichi, strati di argilla e sabbia dove ancora si trovano conchiglie fossili. Testimoni muti di un’era in cui il Tirreno spingeva contro i margini dell’Appennino. È da quella storia geologica che viene la mineralità dei vini di Orvieto: una salinità preistorica che sale attraverso le radici e finisce nel bicchiere come un ricordo che non si riesce a nominare ma che si riconosce ogni volta. Il fiume Paglia taglia la zona come accade in grandi terroir della Francia. A est, terreni di origine sedimentaria marina, sabbie e argille alternate in strati profondi capaci di trattenere l’umidità nelle annate più secche, cuscinetti idrici naturali che proteggono le viti dallo stress estivo. A ovest, l’influenza vulcanica del Lago di Bolsena trasforma il paesaggio con tufo, pomice, terre rosse dal grande potere tampone, veri volani idrici che assorbono e restituiscono. Infine, la parte alluvionale della valle, i terreni fertili e profondi che il cambiamento climatico sta rivalutando con sorprendente generosità: vini più delicati, fruttati, di bevibilità immediata, tutt’altro che secondari. Ogni bottiglia di Orvieto porta dentro di sé una stratificazione che è prima geologica, poi storica, infine climatica. Non è un territorio a tema unico. È un territorio a più voci, come le cattedrali gotiche che ha saputo costruire: ogni pietra al suo posto, ogni voce nella sua parte, il tutto che sorprende più della somma. Procanico e Grechetto: il DNA ampelografico dell’Orvieto classico L’Orvieto è un vino di assemblaggio: Procanico (il Trebbiano toscano nella sua declinazione locale) e Grechetto, insieme almeno il 60 per cento, con il resto aperto a varietà autorizzate nelle province di Terni e Viterbo. Drupeggio, Verdello, Malvasia, e poi i grandi vitigni internazionali come Sauvignon blanc o italiani (Vermentino) che stanno trovando voce in questo territorio senza sopraffarne il carattere. È una convivenza che funziona, forse perché il suolo è abbastanza forte da non farsi influenzare. La storia racconta di vigneti promiscui dove Grechetto e Procanico crescevano fianco a fianco, vendemmiati insieme, vinificati nello stesso tino. Quella promiscuità aveva una saggezza inconsapevole: il procanico che dava corpo, il Drupeggio che portava acidità, il Grechetto che aggiungeva personalità aromatica. I vigneti nuovi sono ordinati, separati per varietà, ma lo spirito di quell’uvaggio antico è ancora lì,  incorporato nel disciplinare, nelle percentuali obbligatorie, nella vocazione corale del vino. Qualcosa che non si legifera per decreto ma che il territorio ha già deciso da solo. Orvieto DOC a basso grado: la prima denominazione italiana a 10 gradi I profumi sono una caratteristica che in un vino fungono da biglietto da visita. Molto più del colore che, certo, ammalia ma non strega come può farlo il profumo di una donna. I profumi sono così. Danno la connotazione. Ecco che i fiori bianchi non ancora sbocciati, agrume verde, una nota quasi di timo selvatico, vegetale e fresca come un campo la mattina presto identificano questo vino con un aggettivo: frizzante. Non nel senso di bollicina ma di energia giovane, viva, brillante. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’ottobre 2025, la modifica al disciplinare ha reso ufficiale ciò che la vendemmia 2024 aveva già anticipato in sperimentazione: la possibilità di produrre Orvieto con gradazione alcolica minima di 10 gradi. Prima denominazione italiana a farlo e non per inseguire una moda, ma per rispondere a una necessità climatica e commerciale con strumenti tecnici precisi, senza ricorrere alla dealcolizzazione meccanica. Non alcol tolto, ma alcol mai raggiunto: vendemmia anticipata, selezione dei vigneti con maggiore vigoria, gestione della chioma per proteggere le uve dall’irraggiamento diretto. In bocca arriva subito quella tensione acida pronunciata, quasi tagliente. Insieme, la salinità. Marina, preistorica. Un marchio per quasi tutti i vini di questo territorio. Ora amplificata dalla freschezza e resa cristallina dalla leggerezza dell’alcol. Un vino che sale, che non si ferma. Beverino senza essere banale. Verticale senza essere duro. La sensazione è di bere qualcosa che appartiene a un luogo preciso e a nessun altro posto. Bella la sensazione finale che rende il primo calice solo il preludio di tanti altri.   Orvieto Classico Superiore 2025: architettura di un bianco che non teme il tempo Un oro brillante con riflessi vivi, ancora giovane, con una luminosità che i vini hanno quando il suolo è calcareo e la stagione ha avuto il suo ritmo. Il Classico Superiore deve aspettare almeno marzo prima di uscire in commercio. Solo una piccola attesa imposta dal disciplinare che raramente mente. Al naso pesca bianca, pera William e l’immancabile mineralità firma più autentica di questi versanti. Un estratto dal suolo, dalle radici che affondano nei sedimenti di un are scomparso. In bocca calibrato così che ogni sensazione è nel suo posto senza sovrastava nulla. Tutto con il peso esatto che deve avere. Ho pensato a una cattedrale romanica, alla perfezione strutturale che non ha bisogno di ornamenti. Completo senza essere chiassoso. Giovane, eppure già consapevole di avere tempo. Per un vino bianco da uve italiane autoctone, mostrarsi così giovane e così compiuto insieme è una qualità rara. Così come è rara la mineralità genuina, non costruita ma estratta, che distingue l’Orvieto dai bianchi italiani che tentano di somigliargli senza averne il suolo. La vecchia annata e il tempo trasformato: invecchiare come vocazione Il terzo vino richiede una sorta di attesa riflessiva. Al naso qualcosa di completamente diverso per via delle note idrocarburiche, quasi laviche che lo accomunano ai riesling maturi del Rheingau. Una firma che non è ossidazione ma evoluzione, non decadenza ma trasformazione. Appena appena frutta esotica dati da un’eco di ananas e di banana matura, subito dominata da quel carattere minerale e quasi salino che ne difende la verticalità. In bocca una potenza espressiva inaspettata, lunga, con quel retrogusto di mandorla amara che è quasi un segreto di Orvieto: una caratteristica storica, scritta nei vecchi disciplinari, quasi scomparsa dai vini giovani ma che nel tempo riaffiora come certe parole dialettali che i nipoti non usano più ma i nonni conservano nell’uso quotidiano. Ho tenuto il vino in bocca più a lungo degli altri. Volevo capire come faceva a essere ancora così vivo. Ho pensato a Pessoa: “Tutto è degno di essere vissuto, quando abbastanza vissuto.” Quel vino aveva vissuto abbastanza. Per chi ancora crede che i bianchi italiani non invecchino, una vecchia annata di Orvieto Classico è una confutazione gentile ma definitiva. Orvieto Muffa Nobile: l’unica denominazione italiana con la Botrytis cinerea nel disciplinare Nelle mattine d’autunno una fitta nebbia sale dal Lago di Corbara e dal corso del Tevere e avvolge i vigneti dell’Orvieto Classico. Per qualche ora le uve restano sospese in quell’umidità silenziosa. Poi il vento arriva, la nebbia si disperde, il sole asciuga gli acini. In questa alternanza di buio e luce, umidità e vento, freddo notturno e tepore diurno, la Botrytis cinerea trova le condizioni ideali per trasformarsi da muffa grigia in muffa nobile. Un equilibrio sottilissimo, una finestra climatica che Orvieto conosce da quasi un secolo. Il 1931 è la data d’inizio: il professor Giorgio Garavini, incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di delimitare le zone di produzione, descrisse per la prima volta questo vino con precisione quasi poetica: colore giallo oro pallido, profumo aggraziato, sapore soavemente dolce con retrogusto leggermente amarognolo come di mandorla. Quasi cent’anni dopo, quella descrizione vale ancora. E l’Orvieto DOC rimane l’unica denominazione italiana a contemplare ufficialmente la muffa nobile nel proprio disciplinare. Introdotta nel 2011, rappresenta un primato che il panorama enologico nazionale conosce meno di quanto dovrebbe. Il colore è quello dell’ambra chiara, quasi mieloso ai bordi. Si fa guardare a lungo come si guarda qualcosa di raro sapendo che il primo approccio è irripetibile. Al naso arriva il mango, l’ananas, lo zafferano in sordina, una nota burrosa che sostiene. In bocca la dolcezza domina ma non stucca mai per via dell’acidità che tiene tutto in tensione come una corda tesa nel silenzio. E poi, anche lì, il sale. La salinità quasi normale in un vino così denso, che lo distingue dai passiti convenzionali e lo avvicina idealmente ai grandi Sauternes o ai Tokaji. Ho finito il calice troppo in fretta. Identità come destino: territorio, comunicazione e il manifesto dell’Orvieto contemporaneo Quello che accomuna questi quattro vini non è il vitigno. Semmai è il luogo. In Italia si parla troppo del vitigno, troppo poco del posto. I francesi lo insegnano da decenni: il Merlot lo puoi fare dappertutto, ma un suolo sedimentario marino con fossili di conchiglie a trecento metri sul mare ce l’ha solo Orvieto. Quella unicità non si comunica con l’etichetta più bella o il vitigno più di moda. Si comunica con la fedeltà al territorio, con vini che non potrebbero nascere altrove, con la pazienza di chi sa che la verità del suolo prima o poi sale in superficie. Il basso grado ottenuto da vendemmia anticipata su vigneti selezionati non è un compromesso ma una risposta coerente con la logica del territorio al mercato che chiede meno alcol. Non sottrazione, costruzione. Non privazione, equilibrio. La stessa logica che ha portato la muffa nobile nel disciplinare, che ha difeso il retrogusto di mandorla amara nei vini da invecchiamento, che mantiene vivo il Grechetto con la sua ruvidità e la sua potenza in attesa di trovare il suo posto nella grammatica orvietana. “Se noi non troviamo sbocchi di mercato, l’urgenza rimarrà nelle tasche dei produttori.” Una frase nuda, quasi brutale nella sua onestà. Ma onesta, vera. La filosofia del vino ha senso solo se i produttori riescono a vivere del loro lavoro. E i produttori vivono se chi comunica, noi giornalisti, sommelier, esperti, facciamo davvero il proprio mestiere non descrivendo il vino ai già convinti, ma portarlo dove non arriva da solo. Raccontandolo a chi vuole bere sapendo e non ignorando. Il Consorzio Tutela Vini Orvieto: oltre 400 viticoltori, un patrimonio collettivo Il Consorzio rappresenta oggi oltre 400 viticoltori e più di trenta cantine in un sistema produttivo che integra aziende storiche come Antinori, Barberani, Palazzone, Le Velette alle cooperative che garantiscono qualità media e coesione sociale. Tutelano la DOC Orvieto e la denominazione Rosso Orvietano, lavorano sulla ricerca varietale in collaborazione con l’Università della Tuscia, gestiscono un comitato tecnico scientifico che ha reso possibili le modifiche al disciplinare più innovative degli ultimi decenni. La DOC Orvieto, riconosciuta nel 1971 tra le prime in Italia, copre un areale interregionale tra la provincia di Terni in Umbria e alcuni comuni della provincia di Viterbo nel Lazio. La zona Classico stringe intorno alla rupe storica. La zona DOC si apre, respira, abbraccia terreni diversissimi tra loro. Quella diversità è la vera ricchezza e la Masterclass del 25 maggio 2026 ne è stata la dimostrazione più eloquente: quattro vini, quattro anime, un solo territorio che non smette di avere cose da dire. Pluralità come forza: note a margine di una mattinata imperfetta e necessaria Quattro vini in forma anonima, senza etichette, senza nomi. Al centro non il produttore ma il territorio, il disciplinare, l’identità collettiva. Una scelta quasi radicale per un settore che tende alla narrazione personale, al marchio, all’autore. Qui invece si scommetteva sulla denominazione come soggetto. Sulla DOC Orvieto come personaggio, con la sua storia, le sue anime plurali, i suoi fossili marini e la sua Botrytis che dorme nelle nebbie autunnali in attesa del momento giusto. I vini bianchi italiani vivono un momento di straordinaria vitalità da nord a sud, dal Soave al Vermentino, dal Greco di Tufo al Carricante ma Orvieto ha qualcosa che non tutti possono vantare: tremila anni di storia ininterrotta sulla stessa rupe, un disciplinare che ha saputo rinnovarsi senza rinnegare le radici, e quel sapore di mare antico che attraversa ogni calice come un filo invisibile. La prossima vendemmia porterà altri basso grado, altri Classico Superiore invecchiati nel tufo, forse i primi bianchi importanti affinati in legno. Il Grechetto aspetta il suo momento. Quella grammatica non è fissa. È viva, come i fossili che sembrano morti ma portano dentro di sé millenni di oceano.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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La Torre e la Cooperativa. Castel Rocchero: il collettivo diventa poesia Arrow Right Top Bg

10 Giugno, 2026

La Torre di Castel Rocchero. Il collettivo diventa poesia

  Cooperativa. Bastano cinque sillabe per costruire un muro. Il paradosso è che quel muro lo si costruisce senza aver mai stappato una bottiglia. Prima dell’assaggio. Prima dell’odore. Prima del colore nel bicchiere. Il pregiudizio è già lì, armato e pronto, che aspetta. La usa come un giudizio, a volte come una condanna. La pronuncia con una sfumatura impercettibile di sufficienza, quasi un rictus involontario che tradisce il pensiero prima ancora che le labbra abbiano finito di muoversi. Mi è capitato spesso, nelle mie peregrinazioni tra cantine e vigneti d’Italia, di confrontarmi con questa resistenza culturale. Di trovare persone capaci di smontarla semplicemente versando. Di parlare con produttori che portano addosso il peso di un’etichetta che non hanno scelto, che non descrive quello che fanno, eppure faticano a scrollarsela di dosso. Come un vestito sbagliato che gli altri continuano a mettere loro addosso ogni mattina.   A Castel Rocchero le colline del Monferrato hanno una qualità rara. Non si mostrano subito. Non cercano l’applauso. Le vigne si aprono lente, quasi con ritrosia, come si apre una conversazione vera con qualcuno che non si fida facilmente degli estranei. Castel Rocchero è uno di quei luoghi del Piemonte che non urlano il proprio nome. Non hanno bisogno di farlo. Sono abbastanza sicuri di sé da potersi permettere il silenzio. E lì, in quel silenzio, c’è La Torre. Non è una metafora. È una torre vinaria, una delle cinque rimaste in piedi in tutta Italia. Le altre quattro, in Sardegna, a Piacenza, in Abruzzo e a Mori in Trentino Alto Adige, hanno ceduto a destinazioni diverse: ristoranti panoramici, musei, contenitori vuoti di funzione. La Torre di Castel Rocchero è l’unica, di fatto, che ha ancora il vino dentro. L’unica che ha conservato la propria ragione d’essere. Quando ci penso, mi sembra una storia quasi allegorica. Una torre che resiste. Non per ostinazione cieca, ma per scelta consapevole. Perché c’è qualcuno, dentro, che ha deciso di non smettere. Marta ha il tono di chi ha imparato a portare un peso senza lamentarsene. Marta Menotti è il responsabile commerciale della Cantina La Torre di Castel Rocchero. La Torre 1953 Parla con quella misura propria di chi gestisce le vendite di un’azienda e sa che ogni parola è anche un posizionamento, ogni frase una scelta. Ma quando arriva al punto — al punto vero, quello che le sta sul cuore, la voce cambia leggermente. Diventa più diretta. Quasi liberatoria. È una cosa che devo dire. Negli anni ho lasciato in secondo piano la parola cooperativa. Perché influenzava negativamente l’interlocutore. Nonostante poi, aprendo la bottiglia, riscontrassero un vino di qualità, il preconcetto creava una barriera. Non si arrivava neanche a strapparla, quella bottiglia. Mentre parla, mi viene in mente una cosa che sento spesso nei dibattiti sul vino contemporaneo: l’ossessione per la narrazione dell’individuo eroico. Il vignaiolo solitario. Il piccolo artigiano. Il custode. Come se la dimensione collettiva fosse per definizione nemica della qualità, dell’anima, del carattere. Come se fare il vino insieme, condividere la terra, il rischio, la vendemmia, fosse in qualche modo una resa. È un pregiudizio figlio di un’epoca, questa nostra, che ha elevato l’unicità a valore supremo e ha dimenticato che il collettivo ha spesso generato le cose più durature e più belle. Le cattedrali. Le tradizioni contadine. Certe DOC costruite mattone su mattone da decine di produttori che avevano capito che da soli sarebbero rimasti invisibili. Il nostro responsabile di produzione me lo dice da anni, in maniera scherzosa: Marta, un giorno mi piacerebbe che la cooperativa diventasse un valore aggiunto. Che ci distinguesse. In Trentino ci sono già realtà che l’hanno fatto. Noi qui in Piemonte siamo ancora molto indietro. Ma ci stiamo lavorando. E continueremo a lavorarci. Federico entra nel discorso con la precisione di chi viene da un’altra formazione. Federico Polotto è l’enologo della cantina. Arriva dalla zona del Gavi, porta con sé un sapere tecnico affilato, una sensibilità per il prodotto che si percepisce nel modo in cui sceglie le parole quando parla di vino. È alla sua quarta vendemmia qui, insieme a Marta. E racconta di come, in questi anni, qualcosa si sia mosso. Alcune cantine hanno chiuso. Alcune sono diventate vinificatori puri. Poche, come noi, si stanno reinventando. Stiamo cercando di prendere i punti di forza di un’azienda agricola privata e applicarli a una cooperativa che non è enorme. Non siamo un vinificatore da centomila pezzi. Questo ci rende anche un po’ attrattivi, per certi aspetti. Centottanta soci circa, meno di trecento ettari. La più piccola cooperativa della zona, per ammissione degli stessi. Eppure, o forse proprio per questo, capace di un controllo sulla materia prima che molte strutture più grandi possono solo sognarsi. Di quei 280 ettari, le partite migliori vengono selezionate per le nostre bottiglie. In annate difficili come le ultime, siccità, caldo anomalo, piogge sbagliate, le diverse esposizioni ci hanno permesso di avere comunque un valore aggiunto. È su questo che stiamo costruendo tutto il discorso di brand, di qualità, di valori. Costruire. È la parola che torna più spesso. Non difendere. Non conservare. Costruire. C’è un tema che mi porto dietro da qualche anno, e che in questa conversazione torna con forza. Il paesaggio della viticoltura italiana sta cambiando forma, silenziosamente ma inesorabilmente. Le micro-aziende familiari, quelle in cui fratello e sorella, madre e figlio lavoravano il fine settimana tra i filari, stanno scomparendo. Non per mancanza d’amore. Per una convergenza di fattori pratici: il costo dei macchinari, la difficoltà nel trovare manodopera, le normative sul lavoro che hanno reso complicato anche solo chiedere una mano a un amico per la vendemmia. Il macchinario costa uguale che tu abbia uno o dieci ettari. E trovare manodopera è sempre più difficile, non solo per la vendemmia, ma per il lavoro quotidiano. L’amico che ti viene ad aiutare il sabato a fare i capi di vigna non è più concesso: deve essere un dipendente in regola, con tutti gli oneri del caso. Il risultato è una concentrazione della superficie in mano a pochi soci strutturati. Anche alla Torre, l’ottanta per cento della superficie è oggi in mano a dieci soci. Il numero totale di conferenti si è ridotto. Eppure, curiosamente, la cooperativa ha appena accolto un nuovo socio quest’anno. Marta ci tiene a raccontarlo non come dato statistico, ma come segnale. Ci sono soci che non si limitano a conferire l’uva. Vengono agli eventi. Partecipano. Coordinano attività. Fanno la camminata tra i vigneti. Si sentono parte di qualcosa. Questo è un valore che voglio far emergere, perché è la vera anima della cooperativa: non è solo uno sbocco per l’uva. È un senso di appartenenza. L’appartenenza. Quella cosa che il mondo del vino più trendy ha cercato di ricreate artificialmente con etichette indie, nomi bizzarri e storytelling di una sola persona sola contro il mondo. E che invece qui, su queste colline del Monferrato, esiste già, radicata nel tempo, costruita da decenni di vendemmie condivise. Alta Langa Brut DOCG Metodo Classico Millesimato Pinot Nero e Chardonnay con oltre 30 mesi sui lieviti Alcuni vini che non hanno fretta. Si prendono il tempo che serve, in silenzio, al buio, nell’attesa lenta di diventare quello che devono essere. Trentadue, trentatré mesi. Il numero preciso conta meno del concetto: una pazienza che pochissimi si concedono ancora. Nel bicchiere arriva paglierino, luminoso, con un perlage che sale tranquillo, senza urgenza. Il naso è una piccola sorpresa: la frutta lascia quasi subito spazio a qualcosa di più evoluto, di più complesso: frutta secca, mandorla tostata, un accenno di crosta di pane appena sfornato, quella nota biscottata che è la firma dei metodi classici che hanno avuto il tempo di maturare davvero. In bocca è pieno. Sapido. C’è una struttura che non ti aspetti sempre da queste colline, un’avvolgenza che convince e non stanca. Il finale è lungo quanto basta per farti pensare al bicchiere successivo prima di aver finito il primo. Non è una bollicina che cerca di sembrare qualcos’altro. È esattamente ciò che è: un Alta Langa fatto da chi conosce la materia prima, la rispetta, e ha avuto la disciplina di aspettare. La Cristallina è il segno più visibile di questa reinvenzione. Una struttura in vetro, tutta trasparente, che si affaccia su un anfiteatro di vigneti. L’hanno chiamata così perché è sulla linea della torre storica, ma guarda avanti. Guarda fuori. Dice alle colline: siamo ancora qui, e abbiamo cose da mostrare. La cantina, oggi, non è più solo un sito produttivo. È una destinazione. È un luogo in cui portare qualcuno, farlo sedere, fargli guardare il paesaggio mentre assaggia. È la materializzazione di qualcosa che chi lavora nel vino sa da sempre ma fatica ancora a comunicare: che il vino non si capisce solo nel bicchiere. Si capisce nel luogo in cui è nato. Abbiamo realizzato questo spazio per dare valore. Il vino abbinato ai prodotti del territorio, la vista sui vigneti, gli eventi. Non solo per valorizzare i nostri prodotti, ma tutto ciò che il territorio può offrire. Sul fronte del vino, quello tecnico, quello che poi finisce nel bicchiere, Federico ha le idee molto chiare. Anche quando si parla di bag-in-box, che in certi ambienti del vino italiano evoca ancora gli stessi rictus della parola cooperativa. Il bag-in-box vuole strizzare l’occhio anche ai paesi nordici. Perché loro sono molto attenti agli aspetti ambientali. Un bag-in-box da cinque litri ha un’impronta carbonica bassissima rispetto all’equivalente in bottiglie. Meno peso, meno imballo, meno emissioni nel trasporto. Ed essendo certificati dal punto di vista ambientale, siamo sottoposti a verifiche e calcoli: ne esce sempre vincitore. È un argomento che mi convince. Non perché sia un irriducibile fan del formato, ma perché trovo intellettualmente onesto non demonizzare ciò che risponde a esigenze reali. Un vino da tutti i giorni, di qualità, che non richiede una cerimonia per essere aperto: c’è un mercato per questo, e negarlo è snobismo travestito da estetica. Alta Langa Brut Rosé DOCG Metodo Classico Pinot Nero in purezza con oltre 30 mesi sui lieviti Il rosa è sempre una dichiarazione d’intenti. Non è un bianco che ha perso qualcosa per strada, né un rosso che si è fermato troppo presto. È un colore che richiede coraggio, perché non può nascondersi dietro niente. Questo rosé arriva con una tonalità tenue, appena accennata. Sarà il Pinot Nero che si rivela con pudore, quasi trattenuto. Il perlage è finissimo, elegante nel modo in cui solo i vini che hanno riposato a lungo sanno esserlo. Il naso ha quella dualità che appartiene ai grandi rosé da metodo classico: da una parte le spezie leggere, dall’altra la crosta di pane, il lievito che ha lasciato il suo segno prezioso. Poi arriva la bocca. E lì il vino si racconta diversamente: fresco, sapido, con una bevibilità quasi ingannevolmente facile che maschera una complessità reale. C’è frutto rosso. Fragoline, lampone. Appena evocato, come un ricordo lontano che non riesci a mettere a fuoco del tutto. È il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga. E che poi, inevitabilmente, cerchi. Sul fronte della viticoltura, la scelta è quella della lotta integrata. Niente biologico certificato, ma non per negligenza: per una riflessione sincera sulla realtà di un territorio a monocultura viticola. O si convertono tutti al biologico, oppure se il vicino che confina con il mio vigneto fa trattamenti, io posso anche essere certificato biologico ma il trattamento non rimane circoscritto a quell’area. Si spande nell’aria. E quindi, bisogna essere onesti: o tutti o nessuno. È la stessa onestà che sento quando Federico parla dei solfiti con quella pazienza di chi ha spiegato la cosa mille volte e ha imparato a non stancarsi mai. I vini senza solfiti aggiunti sono pochissimi. Perché anche il lievito, durante la fermentazione, produce solfiti. Quindi sotto ogni bottiglia trovi scritto “contiene solfiti” anche quando non ne hai aggiunti nemmeno uno. Quel che cerchiamo di fare è essere eticamente corretti: usarli quando servono, nella misura in cui servono. Noi siamo stabilmente a due terzi del limite massimo consentito. Chi dice che il vino biodinamico non fa venire il mal di testa ha ragione. Ma la ragione è quasi sempre una sola: ne ha bevuto poco. C’è un vino al quale Marta vorrebbe cambiare nome. Non la ricetta. Non il vitigno. Non il modo in cui viene fatto. Solo il nome. È un Cortese dell’Alto Monferrato DOC. Stesso vitigno del Gavi, stessa eleganza, una pulizia olfattiva che Federico ha contribuito ad affinare portando la sensibilità della sua zona d’origine. Ma in carta vini quella denominazione non convince, non scalda, non incuriosisce. L’unico spiraglio che ho trovato è metterlo nei mesciti. Così non vedono il nome. Ride, mentre lo dice. Ma c’è qualcosa di malinconico in quella risata. Un vino buono che fatica a farsi amare perché porta un’etichetta sbagliata. Anche questo è un pregiudizio. Anche questo è un muro costruito prima dell’assaggio. Ca’ du Stanga Piemonte DOC Chardonnay Brut Metodo Charmat Prima di diventare Alta Langa, lo Chardonnay di queste colline passa attraverso un filtro: quello del tempo, delle esposizioni, delle scelte. Le uve che non salgono alla DOCG non vengono accantonate vengono reindirizzate. E questo Stanga è esattamente questo: uno Chardonnay brut da metodo Charmat che ha dietro sé la stessa cura selettiva che governa tutta la produzione. Nel bicchiere è paglierino tenue, quasi trasparente. Il perlage è a grana fine, più che fine. Un dettaglio che tradisce la qualità della materia prima. Il profumo è fruttato, pulito, con quella nota d’uva fresca che il Charmat. Quando è fatto bene e non accelerato, riesce a restituire con fedeltà quasi fotografica. In bocca è asciutto, fresco, immediato. Non è un vino che chiede di essere meditato: è un vino che chiede di essere goduto. Da aperitivo, su un piatto di mare, a tavola in una di quelle serate d’estate quando la luce dura fino alle nove e non si ha voglia di pensare troppo. Il Ca’ du Stanga è onesto. Non fa finta di essere qualcosa che non è. Ha la chiarezza di chi sa esattamente dove si trova e non ha bisogno di scusarsi per quello.​​​​​​​​​​​​​​​​ Ogni enologo ha un sogno nel cassetto. Qualcosa che gli deriva dai sogni, dagli studi, dalla curiosità, dal confronto. Così, chiedere dei sogni può, nelle risposte, far rivelare l’anima senza esitare. Federico ha bisogno di un Pinot Nero Un Pinot Nero degno di nota. Ma con le caratteristiche dell’Alto Adige. Quelle notti fredde, quei profumi primari eleganti, quella struttura che si apre lentamente. Il Trentino Alto Adige ha cooperative che vengono viste con orgoglio dalla comunità. Sono il traino del territorio. Non l’eccezione: la norma. Un sogno concreto, quello di Federico. E anche un modello. Perché il Trentino non ha avuto successo nonostante le cooperative. Ha avuto successo grazie alle cooperative. È una distinzione sottile ma fondamentale e chi lavora nel vino farebbe bene a tenerla a mente. Penso alla torre. All’unica torre vinaria d’Italia che ha ancora il vino dentro. Non come cimelio. Come cantina viva, che lavora, che seleziona, che imbottiglia, che porta la sua storia sulle tavole di chi sa ascoltare. Penso a Marta che porta addosso, con eleganza e senza rancori, il peso di una parola ingiusta. E che invece di smettere di usarla, vuole trasformarla. Farne un valore aggiunto. Una bandiera, non una scusa. Il vino italiano è fatto di storie così. Di posti che nessuno racconta abbastanza. Di persone che lavorano in silenzio, convinte che prima o poi la qualità parli da sola. Forse sì. Forse parla da sola. Ma non fa male darle una voce.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfi: il vino, un atto di resistenza Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2026

Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfo: il vino, un atto di resistenza

  Quando si spinge spesso a partire, c’è chi sceglie di rimanere. Di continuare a credere in una terra, nelle sue possibilità e nella sua identità. La storia di Cantina Sant’Andrea nasce da questa convinzione e racconta il rapporto profondo tra una famiglia e un territorio che, stagione dopo stagione, continua a restituire senso alle scelte compiute.   A pochi passi dal mare di Sabaudia c’è una piccola chiesa. Si chiama Sant’Andrea. Sta lì, in mezzo ai campi bonificati dell’Agro Pontino, tra Sabaudia e Latina, con la sua facciata di pietra chiara che il vento del mare rade quasi ogni giorno. Quando una famiglia arriva in un posto nuovo, con niente in mano e tutto da ricostruire, tende a cercare segni. Segnali. Qualcosa che dica: fermatevi qui, questo è il vostro posto. La chiesa si chiamava Sant’Andrea. Il nonno si chiamava Andrea. Era già scritto. Alcune storie di vino iniziano nel vigneto. Altre che cominciano molto prima, altrove, in un altro continente, in un’altra lingua, con un’altra sabbia sotto i piedi. La storia di Andrea Pandolfo e della Cantina Sant’Andrea comincia in Tunisia. Comincia, per essere precisi, nell’estate del 1964. Nazionalizzazione. È una di quelle parole del Novecento che ha cambiato la vita a milioni di persone senza che nessuno chiedesse il permesso. Il presidente tunisino Bourguiba la usò quella primavera come un machete. O accettavi la lingua araba, la religione, la cultura, oppure andavi via. Non c’era una terza opzione. Si pensava che il governo italiano intervenisse in maniera pesante Andrea me lo dice con una di quelle mezze risate amare che arrivano solo dopo aver digerito un dolore per generazioni.  Ma conosciamo la politica estera italiana. Ci dissero: state sereni, andrà tutto bene. L’andrà tutto bene di Stato, quello che ha accompagnato gli italiani in ogni catastrofe della storia recente. Prima un centro profughi a Tunisi. Poi una nave. Poi il porto di Napoli. Poi un altro centro profughi a Latina. E in mezzo, il niente. Perduta la Tunisia, perduti i terreni, perduto tutto quello che tre generazioni di Pandolfi avevano costruito tra Pantelleria, la Sicilia e il protettorato francese del Nordafrica. Perché poi la famiglia era finita là, in Tunisia? Per la stessa ragione per cui tutto si muove nel mondo: convenienza e necessità. Vita. La Francia aveva bisogno di vino. Di tanto vino, di vino da taglio da spedire su navi verso i mercati del nord. Così, per incentivare le coltivazioni assegnava terreni gratuitamente per novantanove anni. Il bisnonno di Andrea era andato per primo partendo da Pantelleria. Poi erano arrivati tutti gli altri. Producevi per il governo, fondamentalmente. Ti dicevano che vitigni piantare. Grandi produzioni, mai in bottiglia. In primavera partivano una o due navi verso la Francia e là si tagliava con altri vini, insomma. La logica coloniale applicata alla vigna. La terra non è tua, il frutto non è tuo, la bottiglia non esisterà mai. Sei un ingranaggio, non un vignaiolo. E gli ingranaggi, quando non servono più, si buttano. Poi si prendono ad esempio i francesi senza conoscere la storia e si condannano i contadini di queste zone se ancora oggi elogiano al Fascismo. Ripartire da zero a sessant’anni. È straziante e grandioso pensare a un uomo che a sessant’anni si ritrova su una nave, scaricato in un porto straniero che è anche la patria dei suoi nonni ma ormai quasi una terra straniera e ricomincia. Pianta. Zappa. Non dorme. Mio nonno morì molto giovane Qui la voce cambia tono. Diventa più lenta. C’è dolore nelle sue parole. Non palese. Non c’è tristezza. Quella ormai è interiorizzata. Nel dna. Si chiamava Andrea anche lui. Classica tradizione del Sud, il nome si tramanda. Lui fu quello che a cinquant’anni dovette ricominciare completamente da zero, lavorando diciotto ore al giorno. Il nonno Andrea amava il mare. Ce l’aveva nel sangue, da Pantelleria. Non ebbe mai il tempo di goderlo. In Tunisia aveva pescato ricci con il gozzo, era andato al porto ogni tanto, aveva respirato sale. Nella nuova vita nell’Agro Pontino non ci riuscì più. C’era da inventarsi una vita e quando l’azienda iniziò ad andare, quando i sacrifici cominciarono a dare frutti, lui prese la macchina per andare a fare le analisi del mosto a Velletri visto che allora non c’erano laboratori vicini. Sull’Appia si addormentò. Stanchezza. Un colpo di sonno. Tutto finì lì. In un istante Ascolto. Rimango in silenzio qualche secondo. Ci sono morti che una famiglia non finisce mai di portarsi dietro. Non come lutto, ma come bussola. Come sorgente. Il nonno Andrea è ancora qui, in qualche modo, in ogni bottiglia che porta il suo nome sulla facciata della chiesa. I Pandolfi arrivarono nell’Agro Pontino nel 1964, con un parente ad Aprilia e nient’altro. Presero in affitto una terra bonificata da poco, quella terra piatta e sabbiosa che Mussolini aveva fatto strappare alle paludi negli anni Trenta dai coloni ai quali aveva poi distribuito. A quelli che erano sopravvissuti. Una terra che agli italiani del nord sembrava quasi lunare ma che a loro, figli di Pantelleria, abituati al deserto nordafricano, doveva sembrare quasi familiare. Venivano dal deserto, quindi la sabbia era un terreno che conoscevano. E poi rimasero sconvolti dall’acqua. Là per fare i pozzi erano necessari lavori mastodontici di mesi. Qui scavavi e usciva acqua dappertutto. Per tre o quattro anni, coltivazioni veloci: zucchine, carote, meloni. Nessuna vocazione, solo necessità. I soldi si mettevano da parte. La vigna richiede investimento, richiede tempo, richiede radici. Non puoi piantarla se non sai se resterai. Nel 1967 i soldi c’erano, la certezza anche. Comprarono il podere. Iniziarono a piantare. E poi la chiesa di Sant’Andrea. E il nome di famiglia. E la decisione che quella terra, quella piccola chiesa bianca, quel vento che veniva dal mare a pochi chilometri, era il posto giusto. Economia Aziendale e vendemmia. Andrea Pandolfi ha gli occhi di chi pensa sempre a tre cose contemporaneamente. Mentre parla, annuisce, gesticola, sorride. C’è un’energia che non si ferma mai, la stessa energia che immagino abbia spinto suo nonno a lavorare diciotto ore al giorno senza che nessuno glielo chiedesse. Si è laureato in Economia Aziendale. Nel 1999. Qualche anno prima di me. Nel 1995. Immagino i suoi genitori che come i miei erano così fieri. Poi per Andrea matematica finanziaria, master, corsi in Toscana, corsi in Francia. Poteva fare qualsiasi cosa. Eh no. Per questo ho detto: era una scelta. Io potevo fare altro, ma l’ho scelto. Mi è sempre piaciuto. Non è che mi sono svegliato una mattina e ho detto vado in cantina. È che non è mai venuta l’idea di fare altro davvero. La risata secca che hanno le persone quando la risposta è ovvia ma devono spiegarla lo stesso. La sua prima vendemmia è proprio del 1999. Oggi la Cantina Sant’Andrea ha cento ettari di vigna, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti fissi più i duecento stagionali durante la raccolta, un ristorante, un agriturismo. Non è più l’azienda che raccoglieva zucchine per mettere i soldi da parte. È qualcosa di completamente diverso. Appena iniziammo ad imbottigliare facemmo trenta, quarantamila bottiglie. Da trentamila a un milione, in venticinque anni, senza enologo. Andrea Pandolfi non ha un enologo. Fa tutto lui. È enotecnico per obbligo burocratico ma è anche ingegnere. Gli ingegneri studiano. Hanno metodo.  Mi sono dovuto fare il pezzo di carta perché sennò non potevo firmare certi documenti. Alcune cose le facciamo teoricamente sbagliate. Ma se il vino teoricamente sbagliato prende più premi di quello teoricamente giusto, qualche merito te lo puoi dare? Il Lazio come questione aperta. A volte, solo a volte, nel mondo del vino italiano si parla dei territori rimasti indietro. Non quelli che non hanno qualità. Spesso ne hanno moltissima. Quelli che non hanno ancora trovato il modo di raccontarsi. Il Lazio è il caso più clamoroso, perché è lì, al centro, con Roma ad essere uno dei mercati turistici più grandi d’Europa. Eppure per decenni è rimasto invisibile. Tanto che a Roma, ai turisti non viene mai proposto vino del Lazio. Prima del Lazio non fregava niente a nessuno. Né dell’estetica né della qualità. Facevi quantità, volumi. E poi il mercato ti percepisce come cheap. Noi ci mettiamo anche del nostro, voglio dire. Ho visto che si producono vini veramente interessanti ma sei costretto a metterli a un prezzo basso, che in qualche modo vengono visti come il frutto di quindici, trent’anni di politiche a farci la guerra sul prezzo. È un paradosso che conosco bene. Il Lazio ha tutto: diversità di vitigni, terreni straordinari, vocazioni diverse da nord a sud.  Ma ha sofferto di quella malattia che affligge chi ha risorse abbondanti: la tendenza a non valorizzarle perché sembrano sempre disponibili, sempre lì, sempre a portata di mano. L’erba del vicino, ma applicata a se stessi. Vai in Toscana e nelle carte dei vini non trovi le altre regioni. Non è che puoi scegliere. Stessa cosa in Piemonte. Hanno fatto un lavoro di territorio: siamo questo, beviamo questo, mangiamo questo. Il tizio che viene dall’America beve bene, mangia bene, e quando torna a casa chiede il vino. Ecco quello che manca qui. Non mancano le aziende che lavorano bene e Andrea è il primo a dirlo. Manca una narrazione condivisa. Mancano i soldi investiti con logica di medio-lungo periodo. Mancano i consorzi che fanno il lavoro sporco dell’identità collettiva, quella che poi fa sì che un nome diventi sinonimo di qualcosa nella testa di un consumatore a Chicago o Copenhagen. Il problema è convincere prima le persone di Roma. Se Roma inizia a bere Lazio, abbiamo risolto. Roma, il mercato più grande d’Italia che beve spesso tutto tranne quello che ha sotto casa. È una storia vecchia, quasi una barzelletta, se non fosse che ha conseguenze economiche reali su centinaia di produttori. Il Moscato e il Vermentino: due facce dello stesso mare. La zona intorno a Terracina è una di quelle che nel mondo del vino italiano meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. C’è il mare, ci sono le colline del campo Soriano con i terrazzamenti eroici sulle rocce, c’è la sabbia dell’Agro Pontino. C’è il Moscato di Terracina, un vitigno aromatico che in mano giusta diventa qualcosa di sorprendente. C’è il Vermentino, che Andrea coltiva nella vigna eroica di Terracina Alta. Li assaggio entrambi. 253 Vermentino Il nome viene dai giorni di sole che Sabaudia accumula ogni anno. O anche i giorni che servirono, durante la grande bonifica, per costruire la città di Sabaudia. Altri tempi Duecentocinquantatré. Un numero che è una promessa, un atto di fiducia nel territorio che lo ospita. Questo Vermentino viene dal vigneto proprio alle porte di Sabaudia. Cosa questa che si capisce immediatamente. È verticale come pochi bianchi che ho assaggiato in questa zona: acidità precisa, mineralità nitida, un salmastro quasi marino che arriva dal finale e non se ne va più. Al naso è pulitissimo con la frutta a polpa bianca, erbe mediterranee, un accenno di agrume. Senza concessioni all’esuberanza aromatica. La bocca è tesa, coerente, con una lunghezza che sorprende. È uno di quei vini che hai come unità di misura. Uno di quei vini che dopo aver assaggiato ti rimane come riferimento, come termometro per capire cosa può fare un territorio quando viene ascoltato davvero. Identitario, salmastro, difficile da trovare altrove. Non lo trovi uguale in Sardegna, né in Liguria, né da nessun’altra parte. Metti il naso nel bicchiere e sai già dove sei.​​​​​​​​​​​​​​​​ Salmastro. Molto salmastro. È il ritorno a Terracina. Le colline intorno al mare, il terreno, tutto insieme. Il Moscato è l’altra faccia. Suadente, grasso, aromatico per eccellenza. Ma con quella nota di sale che emerge a sorpresa e che lo salva da ogni rischio di stucchevolezza.  Oppidum Moscato di Terracina Secco Il Moscato di Terracina ha un problema di comunicazione. Il nome suona dolce. Suona dessert. Suona fine pasto. E invece questo Oppidum arriva al naso con quella fruttuosità aromatica che è il marchio di fabbrica del vitigno: agrumi, pesca bianca, fiori gialli. Poi in bocca succede qualcosa di diverso da quello che ti aspetti: c’è il sale. C’è davvero il sale, quel retrogusto salmastro che viene dalla sabbia e dal mare che sta a pochi chilometri, che trasforma tutto il profilo del vino e lo porta in una direzione verticale, quasi tagliente nonostante l’aromaticità del vitigno. Sarà parte delle uve provengono dai terrazzamenti a Campo Soriano, sopra Terracina. Fermo, con fermentazione a temperatura controllata e qualche accenno di macerazione, Andrea riesce a tenere insieme le due anime del Moscato: la piacevolezza immediata e quella nota salina che è l’identità di questo territorio. Un vino che si scalda nel bicchiere e cambia continuamente: nei primi minuti è una cosa, dopo dieci minuti è un’altra. Meglio prendersi il tempo. Non è un vino difficile. È un vino sorprendente. E la differenza, per chi ama il vino davvero, è enorme.​​​​​​​​​​​​​​​​ Anche qui vengono fuori le note di sale. È la particolarità di questo territorio. Ospita una moltitudine di vitigni incredibili e tutti danno espressioni che non trovi altrove. Le bollicine da Moscato di Terracina sono con metodo Charmat. Una scelta che mi racconta anche di una filosofia. Anche l’Aleatico fa la stessa cosa. Strano un Aleatico in terra Pontina ma solo per chi non conosce la storia delle tante persone che da ogni parte d’Italia arrivano qui per la bonifica portando con loro ogni ben di Dio. Barbatelle incluse Riflessi Extra Dry Rosato Aleatico C’è qualcosa di inaspettato in questo rosato. L’Aleatico è un vitigno che nella testa di tutti vive nel dolce, nel passito, in quella dimensione avvolgente e morbida che il Mediterraneo sembra reclamare come propria. Poi Andrea lo mette in bollicina, lo fa secco, e lo trasforma in qualcosa di completamente diverso da quello che ti aspettavi. Il colore è cerasuolo, luminoso, con riflessi che ricordano il tramonto sul Tirreno. Al naso arriva subito la frutta: piccoli frutti rossi, fragola matura, un accenno di rosa.  Una leggerezza che non opprime, non satura. In bocca è vivace, fresco, con una perlage fine che porta la beva in direzione di una piacevolezza quasi irresistibile. La dolcezza residua è appena percettibile. Quel tanto che basta per far capire da dove viene l’uva. Il vino non concede niente alla stanchezza. Finisce asciutto, con un finale fruttato e pulito. È un vino che non chiede spiegazioni. È un vino da aperitivo, da mare, da tartare di bufala come quella che mi hanno portato in agriturismo senza che nessuno chiedesse. Uno di quei vini che esistono per ricordarti che bere bene non deve per forza essere complicato. Con vitigni aromatici lo Charmat preserva la fruttuosità. E poi perché mi piace il vino piacevole, senza troppi tecnicismi. Siamo tutti sommelier, lo so, ma la gente si è un po’ rotta di sentire parlare di sentori e sfumature olfattive. Ha ragione, anche se detto così fa quasi ridere. Il settore del vino ha passato vent’anni a costruire un linguaggio sempre più esoterico: note di grafite, sentori di sottobosco, retrogusto di tabacco da pipa. Adesso scopre che la maggior parte delle persone vuole solo capire se un vino gli piace o no. Il piacere come punto di partenza, non come punto di arrivo dopo un corso da sommelier. Il peso di tutta una storia. Centoventi ettari, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti, un ristorante, un agriturismo. Tutto in mano a una persona sola. Il padre segue la vigna visto che l’ha sempre fatto. È la sua cosa. Ma la cantina, le vinificazioni, le scelte tecniche, sono tutte di Andrea. C’è sempre e solo lui. Come diavolo faccia non so. Cerchi di non ammalarti. Mio padre non si ammala da trent’anni. Non c’è alternativa, fa parte dell’attività. Ha due figli. Uno di diciannove anni, una di diciassette. La figlia studia enologia. Il figlio ha fatto la sua prima vendemmia nel 2025.  Cerco di stare buono. Se premi i figli su una cosa, fanno esattamente l’opposto. Quindi non dico né sì né no. Aspetto. È un passaggio delicato quello che il vino italiano sta attraversando in questi anni. Non solo alla Cantina Sant’Andrea ma ovunque. Le prime generazioni che hanno costruito le aziende a partire dagli anni Settanta e Ottanta stanno invecchiando. Le seconde generazioni scelgono, spesso, altro. Quello che si rischia di perdere non è solo un’impresa ma un corpus di sapere, di odori riconosciuti la sera girando tra le vasche, di tagli fatti a intuizione dopo decenni, di fermentazioni gestite senza app né consulenti ma per esperienza pura. La sera faccio il giro tra le vasche, dall’odore già so se questa fermenta bene o se c’è un problema. Quello è meglio che gli alzi la temperatura. Il bicchiere lo giri due secondi e capisci cos’è che serve. Valla a spiegare come si fa. Non lo sai. Lo sai e basta. È l’artigianalità nella sua forma più pura. Non riproducibile su un manuale. Non trasmissibile se non attraverso anni di fianco a qualcuno che già sa. Spero che i suoi figli, almeno uno dei due, abbiano voglia di stare a sentire. La Cantina Sant’Andrea non è nata da un sogno romantico. È nata dalla necessità, dal deserto, da una nave che scaricava profughi a Napoli, da un nonno che si addormentò sull’Appia perché lavorava troppo e dormiva troppo poco. È nata dalla sabbia dell’Agro Pontino che sembrava simile al deserto tunisino e dall’acqua che usciva dai pozzi a sorpresa. È nata da una piccola chiesa bianca che si chiamava come il nonno. Non so se il nonno Andrea avrebbe immaginato che da quei ventitré ettari piantati nel 1967 sarebbe arrivato un milione di bottiglie e un milione di storie da raccontare. Forse no. Forse stava solo cercando di sopravvivere. Ma il vino, quando è fatto così, con questa radice, con questo peso, con questa necessità, si sente. Si sente anche al primo sorso.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Vigna Madre. La terra ricorda Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2026

Vigna Madre. La terra ricorda

  Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Gabriele D’Annunzio, I pastori Tornare a parlare di Giannicola Di Carlo non è mai una semplice ripetizione. È piuttosto come rileggere un libro che si credeva già conosciuto e trovare, nelle stesse pagine, frasi nuove che prima non avevano colpito. Forse non eravamo pronti a riceverle. Ho scritto di lui, della sua storia, del suo dolore trasformato in metodo di vita. Ma alcune persone hanno lo strano potere di moltiplicarsi ogni volta che le si incontra, di rivelare strati diversi di sé a seconda della luce del momento. Questa volta l’incontro è avvenuto a distanza, attraverso lo schermo di un webinar organizzato dall’ufficio stampa di Vigna Madre. Eppure nulla è stato freddo, nulla di digitale. Giannicola parlava dalla sua terra, da Caldari di Ortona, quattro chilometri dal mare Adriatico, trenta dalle nevi della Maiella. Quella terra entrava nelle parole con la stessa forza con cui entra nei vini. Il dolore come bussola Per capire Vigna Madre bisogna tornare al 1986. Chernobyl. Un nome che oggi ritorna con una brutalità d’attualità dolorosa, in un’Europa che torna a fare i conti con la fragilità nucleare e con le cicatrici di una storia che non smette di ripetersi. Per Giannicola, quella nube tossica che attraversò l’Adriatico non fu solo un’emergenza ambientale: fu la morte di suo fratello, portata via da quella malattia silenziosamente irraggiata nel corpo d’Europa. Quella sofferenza mi ha spinto a indirizzare l’azienda verso una sostenibilità che fosse in sintonia con la natura stessa, con l’uomo stesso», dice. E non lo dice con la voce di chi recita una filosofia appiccicata sopra come un’etichetta. Lo dice con quella cadenza piana, quasi quieta, di chi ha già attraversato il fuoco e sa bene da quale parte stare. Nel 1991, Giannicola realizza la prima conversione totale al biologico su scala aziendale in Italia. Non come scelta commerciale ma come atto di coerenza con una perdita e con una promessa fatta a sé stesso. Oggi VignaMadre, azienda della Famiglia Di Carlo dai 1830, porta avanti quella promessa attraverso sei generazioni di viticoltura abruzzese. Il vigneto che parla con i colori Giannicola ha la capacità di muoversi tra scienza e poesia senza che le due si escludano a vicenda. I filari suddivisi nei sette colori dei Chakra, il brevetto biodinamico-energetico, l’uso di leguminose per fissare l’azoto, la lotta alla tignola tramite confusione sessuale: tutto risponde a un’idea di natura come sistema vivo, capace di comunicare attraverso le sue radici. Il Vigneto Dinamico-Energetico attrae insetti utili attraverso i colori: il giallo della creatività, il viola della spiritualità, il rosso della forza vitale. Le piante, attraverso l’epitelio vegetativo delle foglie, percepiscono quella presenza e rispondono con una vitalità maggiore. Misticismo? No, è biofilia applicata. Miisurabile, tanto che Giannicola cita dati sull’accrescimento degli internodi dei tralci: fino a quasi un centimetro in più rispetto ai vigneti campione.  I ragazzi delle scuole che vengono da noi, quando entrano in quel vigneto, hanno un effetto di cromoterapia. È un qualcosa che abbiamo evidenziato.» A volte mi chiedo se la differenza tra un vignaiolo e un poeta sia davvero così netta. Cerasuolo Capo le Vigne DOC. La luce del ciliegio Il primo vino in degustazione è il Cerasuolo d’Abruzzo DOC Capo le Vigne. Già al versarlo nel calice ci si accorge che non è non un rosato convenzionale, non il cerasuolo carico e muscoloso che certi mercati pretendono. Questo è rosato come lo è la ciliegia matura prima di diventare scura. Una sfumatura che cambia a seconda dell’angolo della luce, vivida, trasparente, con quella vibrazione cromatica che anticipa già la beva. Al naso, il frutto si annuncia con discrezione elegante: fragola selvatica, scorza di lampone, un filo di melograno che arricchisce senza sovraccaricare. Il sorso è teso, fresco, con la croccantezza che ricorda certi bianchi di montagna piuttosto che certi rosati fiacchi da estate. Tredici gradi e quaranta senza mostrarli con arroganza. Li porta come si porta un vestito ben tagliato, senza ostentazione. La chiusura è leggermente ammorbidita, con un ritorno di frutto che si dissolve pulito. Lontano dai cliché delle bollicine e degli aperitivi, questo Cerasuolo è un vino da tavola vera, da conversazione lunga, da quei pasti abruzzesi che cominciano con il sole e finiscono quando le stelle hanno già preso posizione. Perché inseguire la Provenza o i chiaretti del Garda? Il Cerasuolo di Giannicola sceglie di non inseguire nessuno. Resta se stesso. Ed è esattamente questa la sua forza. Maiolica Iconic Terre d’Abruzzo IGP. Il ritorno di ciò che era perduto Sula Maiolica occorre fermarsi un attimo. La Maiolica è un vitigno autoctono abruzzese presente già verso la fine dell’Ottocento, poi abbandonato a causa della sua ridotta produttività e recentemente riscoperto da alcune aziende vitivinicole abruzzesi che stanno cercando di rilanciarlo. Il nome evoca la ceramica: la buccia dell’acino, lucida e cerosa, ricorda proprio quella lucentezza che contraddistingue la maiolica ceramica. A partire dal 2015, Giannicola Di Carlo ha avviato protocolli di microvinificazione sperimentale grazie al contributo tecnico dell’agronomo Cesare Tiberio dei Vivai Rauscedo, che ha selezionato e recuperato le marze storiche di Maiolica Nera. Una tappa fondamentale si colloca nel giugno 2019 quando furono presentate le prime prove di microvinificazione alla presenza di oltre cento enologi abruzzesi. Nel 2024 è arrivato il riconoscimento ufficiale: la denominazione Maiolica Terre d’Abruzzo IGP è stata approvata dal regolamento comunitario. Le date e i regolamenti raccontano solo la superficie della storia. Quello che si percepisce davvero al calice è qualcosa di più difficile da registrare nei documenti: la sensazione di incontrare qualcosa che esisteva prima di noi, che aveva vissuto, era stato dimenticato e ora torna. Non come reperto da museo, ma come voce viva. Dodici gradi. Un rosso da bere fresco, tra i dodici e i quattordici gradi. Il naso è un piccolo trionfo di frutto: ciliegia marasca, mora appena colta, una sottile nota floreale che ricorda la viola appassita. La bocca è scorrevole, luminosa, con un tannino ancora giovane ma già armonioso, distribuito senza spigoli. Paola Restelli fa un commento che secondo me lo descrive con una incredibile precisione che sa di meraviglia.  Spezzatura varietale, vivacità della freschezza, dinamica del tannino progressivo non grasso, ma comunque materico e saporito. Giannicola dedica questa Maiolica ai giovani. Vuole che sia un vino d’ingresso al mondo del vino autentico, una porta aperta senza scalini. Un uomo che ha attraversato la perdita e la sofferenza sceglie di rispondere con qualcosa di leggero, piacevole, generoso. Come chi ha visto abbastanza buio da voler tenere accesa la luce per gli altri. Nobu 1830. Prolungare il solco Nobu, in giapponese, significa prolungare. Prolungare un solco nella terra, dal passato verso il futuro. È un nome che porta già dentro di sé tutta la poetica di Vigna Madre: la continuità, la radice, il gesto che attraversa il tempo. Il Nobu 1830 è il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2021. La sua vinificazione racconta una scelta radicale e raffinata insieme: cemento, anfora e legno. Tre contenitori, tre temperamenti, tre velocità del vino che  si fondono in qualcosa di più complesso di ciascuno preso singolarmente. Il cemento preserva le caratteristiche native del vitigno, l’anfora dona immediatezza e rotondità, il legno aggiunge nei nove mesi, complessità senza coprire. Al naso il vino è una sequenza di strati che si aprono nel tempo come si apre un libro per bambini. Sapete quelli che con una sorta di pop up fanno emergere figure ad ogni cambi di pagina? Cacao fondente, caffè tostato, mora matura, una speziatura scura che ricorda il pepe nero e la cannella. Poi, man mano che il vino respira, arriva il finale con uno balsamico quasi mentolato che diventa freschezza inaspettata. Un vino che si pensa di aver capito e poi ti sorprende ancora. In bocca il tannino è quello che Giannicola cerca da sempre: ben distribuito, silenzioso, capace di dare struttura senza spezzare il filo della beva. Non stringente, non verde. Maturo come le uve che lo ha prodotto, raccolte solo quando il vinacciolo era già brunito. Intorno ai quattrocento metri sul livello del mare, con l’escursione termica tra il mare Adriatico e la Maiella che regola tempi e ritmi della maturazione. Radici e futuro Ascoltando Giannicola parlare durante la degustazione, mi sono tornate in mente le parole con cui aveva aperto uno dei suoi discorsi Non basta dire che facciamo vino da due secoli per garantire la qualità. La qualità ha un percorso che attraversa la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente, l’innovazione, la ricerca. Calo dei consumi tra i giovani, la pressione dei vini dealcolati, i cambiamenti climatici che alterano i ritmi millenari della vigna. Uno scenario nel quale Vigna Madre sceglie di rispondere con la memoria. Non con la nostalgia, che è statica e sterile, ma con la memoria attiva: quella che recupera il vitigno dimenticato, lo vinifica per renderlo contemporaneo, lo mette in bottiglia a dodici gradi e lo offre a chi non ha ancora incontrato il vino. La Maiolica rappresenta una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità, consapevolezza ed equilibrio tra uomo e natura diventano elementi centrali. D’Annunzio scriveva dei pastori che migravano verso il mare in settembre, trascinando greggi lungo le vie della transumanza. In quel movimento antico c’era qualcosa di sacro: il ritorno ciclico, la fedeltà alla terra, il sapere che certi cammini vanno percorsi anche quando sembrano anacronistici. Giannicola Di Carlo fa qualcosa di simile: riporta alla luce ciò che era stato abbandonato, lo accompagna senza dominarlo. Per consegnarlo al futuro con la stessa cura con cui si teneva per mano un fratello. Non tutti i vini raccontano chi li ha fatti. Questi sì.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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A terra nun menti. Vito Oddo e la vigna di Dattilo Arrow Right Top Bg

3 Giugno, 2026

A terra nun menti. Vito Oddo: vita, vite, vino

  La terra continua a chiamarti anche quando sei lontano. Per Vito Oddo quel richiamo aveva il volto delle vigne di famiglia, della Sicilia occidentale e di una storia che meritava di essere scritta con parole nuove. Il suo percorso racconta il ritorno a una terra troppo spesso considerata soltanto serbatoio di uva e che oggi, grazie a produttori come lui, sta ritrovando identità, orgoglio e futuro.   A vigna voli l’occhiu dû patruni. Ignazio Buttitta, il più grande poeta dialettale siciliano del Novecento, scrisse che un popolo diventa povero e schiavo quando gli tolgono la lingua. Stessa cosa, aggiungerei, quando gli tolgono la terra. Anzi, è proprio quando gli tolgono la terra che diventa schiavo di qualcuno. La Sicilia occidentale, quella che si allunga verso il mare di Mazara con le vigne serrate come un esercito antico, conosce entrambe le perdite: ha visto sparire dialetti, ha visto sparire contadini, ha visto cantina sociali divorare per trent’anni l’identità di un territorio tra i più vitati del mondo per restituire in cambio solo vino anonimo da distilleria. Eppure la terra è rimasta. E qualcuno, ogni tanto, torna a guardarla con gli occhi giusti. Su queste terre stanno tornando tanti giovani. Complice anche il Covid. Stanno tornando per dare un senso diverso alla propria vita e un volto nuovo a queste terre. Che non voleva nessuno tanto da lasciarle incolte o coltivate da persone alle quali interessa poco di cosa produca. Il proverbio siciliano lo sa da sempre: a vigna voli l’occhiu dû patruni. La vigna vuole l’occhio del padrone. Non uno sguardo qualunque. Non quello del bracciante stagionale o quello del mediatore o ancora quello dell’agronomo di passaggio. L’occhio di chi quella terra la possiede nel senso più profondo del termine: non certo come proprietà ma come responsabilità, come appartenenza reciproca. Vito Oddo, enologo, imprenditore, figlio e nipote di questa terra trapanese, quell’occhio ce l’ha nel modo più ossessivo e preciso che io abbia incontrato in anni di giri tra produttori. Il padre lo chiama ‘u farmacista. È il complimento più bello che si possa fare a un uomo di vigna. Le radici: Fulgatore, il nonno e il vino nel garage La terra è di cu la lavura. La storia comincia a Fulgatore, quindici chilometri da Trapani, frazione di milleduecento anime dove il tempo ha il ritmo calibrato delle stagioni agricole. Non certo il calendario del mondo moderno. È il paese natale di Carlo Oddo, il padre di Vito. È il paese dove il nonno Vito, stesso nome del nipote, come una staffetta tra generazioni, produceva vino nel garage di casa usando le grandi botti di legno. Mio nonno fu uno dei soci fondatori della cantina sociale di Fulgatore. A fine anni Sessanta. Prima di allora produceva e vendeva il vino alle famiglie del villaggio o ai compratori che salivano da Trapani. Aveva due botti grandi, quindicimila, ventimila litri. Era il vino del dopoguerra: fatto in casa, venduto a chi lo conosceva. Raccontava chi eri. I garage siciliani sono come una forma di resistenza inconsapevole. Una sapienza trasmessa per contatto diretto, senza libri né diplomi, senza certificazioni né concorsi. Nella stessa tradizione che Giovanni Verga metteva nei suoi contadini di Vizzini e di Aci Trezza. Quella dignità feroce del fare, del costruire, del tenere la roba. Non come avidità ma come identità, come risposta al mondo. Il vino di nonno Vito era roba nel senso più nobile: frutto del lavoro, testimonianza di un’esistenza, ragione di un orgoglio. Poi è arrivata l’industrializzazione, i supermercati, le cantine sociali. La conseguenza è stata che quella piccola economia domestica si è dissolta come nebbia mattutina sui vigneti. Il nonno Vito nella cantina sociale credeva e tanto. La vedeva come un’evoluzione, un modo per fare sistema, per dare voce collettiva al territorio. Carlo Oddo ricorda quelle riunioni del consiglio d’amministrazione con la stanchezza silenziosa di chi ha già capito come va a finire. Il nonno non condivideva la politica della cantina. Lui voleva un marchio, una linea, un’identità. Invece litigava perché si puntava solo alla quantità. Andò persino in Russia negli anni Ottanta per capire se il vino siciliano poteva trovare mercato là. Tornò entusiasta. Al consiglio lo diedero del pazzo. Le cantine sociali. Hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia. Nate sull’onda dell’unione che fa la forza, del riunire contadini con piccoli appezzamenti di terreno così che non dovessero più svendere la propria uva a loschi mediatori, hanno nel corso del tempo preso una piega profondamente diversa.  Le definisco associazioni a delinquere. Hanno rovinato il territorio. Trent’anni a fare quantità, a mandare vino alle distillerie, a non costruire nessuna identità. I soldi giravano, i soci venivano pagati l’uva, e intanto non ci siamo mai fatti conoscere con la bottiglia. Oggi quelle strutture sono fatiscenti. È una sentenza dura ma storicamente fondata. Chi conosce la storia enologica del Mezzogiorno sa quanto la stagione delle cooperative, nata con buone intenzioni, corrotta dall’assistenzialismo comunitario e dalla logica del volume, abbia depresso per decenni il potenziale qualitativo di territori straordinari. Trapani, il Salento, la Calabria: vigne antiche, suoli eccezionali, per troppo tempo nessuna bottiglia degna di raccontarli al mondo. Non si pensava a produrre qualità ma solo quantità. Quella che serviva per accaparrarsi i contributi. È per questo che, non solo al sud, la quasi totalità delle cantine sociali sono miseramente fallite. Oggi ne rimangono poche. Quelle che decisero, ad un certo punto della propria storia, di voltare pagina. Di dedicarsi a produrre vino di qualità, con etichette da promuovere, con budget di comunicazione da impostare. L’agrario di Marsala: sei anni di corriera e una vocazione Cu havi a testa nun havi bisognu di cappeddu. Vito Oddo, il giovane, aveva nove anni quando il padre gli comprò la prima bicicletta da corsa. Per dieci anni si dedicò al ciclismo agonistico arrivando fino alla categoria dilettanti, con trasferte in giro per l’Italia al seguito di un padre che non smise mai di alimentare le passioni del figlio.  Carlo è fiero del figlio. La fierezza trattenuta degli uomini del Sud che non sanno fare complimenti diretti ma li fanno lo stesso Ho sempre riconosciuto che è un bravo ragazzo. Lavoratore e pignolo, farmacista, come detto. Mi sono trovato in lui. Vito e la bicicletta. Le lunghe pedalate, la resistenza alla fatica, la capacità di scegliere una direzione e mantenerla pedalando contro il vento. Vito è questo in fondo. Uno sport lo si sceglie proprio in funzione del proprio carattere. Non arriva per caso.  Quando fu il momento di scegliere la scuola superiore, un amico gli parlò dell’Istituto Tecnico Agrario di Marsala. Trentatré chilometri da Trapani. Una parola magica, agrario, che aprì qualcosa dentro di lui in modo immediato e definitivo. Arrivai a casa e dissi ai miei: voglio fare l’agrario a Marsala. Mia madre e mio padre mi dissero che ero pazzo, che era troppo lontano. Io sono testardo. Mi sono fatto sei anni di pendolare. La corriera alle sette di mattina. Mi ricordo che avrei voluto fare la Scuola Aeronautica a Roma. Avrei dovuto prendere l’autobus ogni mattina da Latina. Mia madre me lo impedì fermamente. Una sorta di protezione per un figlio che poi comunque andò all’università a Roma per studiare Ingegneria Aeronautica. Facendo il pendolare su e giù.  Sei anni, non cinque. Scelse infatti il diploma di Enotecnico, l’unico corso in Italia che all’epoca prevedeva il sesto anno. Quando nel 2006 arrivò il diploma, scoprì che una legge appena entrata in vigore richiedeva anche la laurea per esercitare come enologo. Nessuna esitazione: Conegliano Veneto, Università di Padova, laurea triennale. Pensare a Vito che lascia la Sicilia per il Veneto, che studia tra le vigne del Prosecco con in testa i filari di Dattilo e Fulgatore, mi dà la misura di quanto quella passione fosse già diventata una necessità. Non la definirei una scelta di carriera. Semmai una forma d’essere. Leonardo Sciascia scrisse che la Sicilia è un’isola solo geograficamente. Mentalmente è il centro del mondo, il luogo da cui si irradia tutto. Vito Oddo lo dimostra alla rovescia: parte dalla Sicilia, gira il mondo e torna portando con sé tutto quello che ha imparato, come chi fa un lungo viaggio sapendo già dall’inizio dove andrà a finire. Da Londra ad Adelaide: la formazione di un enologo del mondo La formazione di Vito è un romanzo picaresco con la vigna al posto della spada. Dopo la laurea, sei mesi a Londra per l’inglese Con l’inglese ero messo male, fu bellissima e complicatissima Un passaggio nella cucina di Angela Hartnett, chef di scuola italiana tra le più rispettate d’Inghilterra. Poi l’Australia, vendemmia 2012 ad Adelaide, in una cantina come consulente, turni H24, caschi obbligatori in cantina, tecnologie che in Italia nemmeno si immaginavano. Rimasi sconvolto. Di notte arrivavano camion giganteschi con l’uva che finiva nelle celle refrigerate. Di giorno si lavoravano i mosti in cantina. Non si fermava mai niente. Cose che da noi non le fa nessuno ancora adesso. L’Australia del vino è un altro pianeta e passarci anche solo una stagione lascia un’impronta permanente: quella del rigore procedurale, della misurabilità, del rispetto assoluto per il processo. Le quantità in gioco sono di un ordine di grandezza superiore. Imparare a cimentarsi con dimensioni e numeri importanti diventa scuola non replicabile.  È una lezione che si incrocia in modo interessante con la tradizione siciliana, dove il vino si è sempre fatto per istinto, per memoria corporea, per trasmissione orale così che da quella tensione nasce, nei produttori migliori, qualcosa di irriproducibile. Due irreplicabillità diverse che però devono, in qualche modo, essere unite. Per crescere. Per cercare evoluzioni. Poi le vendemmie da Frescobaldi a Tenuta di Castiglioni e Tenuta di Pomino. L’amicizia con Samuele Falciani, oggi produttore a Bolgheri. Poi quasi tre anni da Felice Mergè a Frascati Lì sono diventato davvero enologo Infine la Puglia. La Puglia che cambia tutto. Felice mi mandò in una cantina sociale fallita, sigillata, riaperta da lui. Vasche in muratura, valvole in ottone, nessun termometro nelle vasche di fermentazione. Cantina ferma agli anni Sessanta. Mi feci il segno della croce. Arrivò li il 5 agosto. Rivoluzionò tutto. Due cantine da gestire, un solo operaio in vendemmia, nessun margine di errore. Un pressappochismo profondamente italiano, profondamente assurdo ma al tempo stesso formativo. Giovani enologi giovani gettati allo sbaraglio con zero risorse e il triplo delle responsabilità. È l’Italia che forgia i migliori tecnici del mondo attraverso condizioni che nessun paese nordeuropeo accetterebbe mai. Vito Oddo è il prodotto di quella scuola brutale, e lo sa.  Mi ricorda il mio primo giorno nello stabilimento Fiat di Cassino. Ero un giovane ingegnere che iniziava la propria esperienza lavorativa. Arrivai sulle quattro linee produttive del Montaggio e mi dissero: tu lavori qui. 150 operai da gestire su due turni e non c’era neanche una scrivania dove sedersi. Quando chiesi dove l’avrei potuta trovare la risposta fu: vai da qualche parte e prendila. Mi misi su un carrello che non avevo mai guidato e andai in un ufficio a rubare una scrivania.  La medaglia d’oro col nome sbagliato: la goccia che fa traboccare il vaso Cu fatica e nun havi, cu havi e nun fatica. Ogni storia di fondazione ha il suo momento di rottura, la frattura che rende impossibile il ritorno al prima. Per Vito Oddo, quel momento ha un nome preciso e una data. Nell’ultima esperienza da dipendente, alle Tenute Stefano Farina, tre fattorie tra Puglia, Toscana e Piemonte, Vito rivoluziona la sede pugliese partendo quasi dal niente: vino che veniva restituito perché sembrava aceto, nessuna catena di imbottigliamento, distribuzione caotica. Porta i camion imbottigliatori mobili dalla Toscana. Porta disciplina, metodo, ossessione. Partecipa al Concours Mondial de Bruxelles col suo Negramaro. Arriva la medaglia d’oro. Roberto Martina, l’amministratore delegato, arrivò in cantina col giornale in mano. Mi fece segno così: guarda qua, siamo usciti. Vado a leggere l’articolo. Sede Puglia, medaglia d’oro. Enologo: Giovanni Sordi. Giovanni Sordi era l’enologo toscano che della sede pugliese non si era mai occupato. La faccia di Vito si fa livida anche a distanza di anni. La rabbia trattenuta, l’umiliazione di anni di lavoro ingrato, la certezza definitiva che quella non era la vita giusta.  Pirandello, che meglio di chiunque altro ha raccontato la Sicilia, parla delle maschere che si sovrappongono alle facce fino a renderle indistinguibili, dove il merito viene sistematicamente sepolto sotto le convenienze. Quella medaglia d’oro con il nome sbagliato è una scena pirandelliana perfetta: la realtà che viene corretta dalla finzione e la finzione che diventa ufficiale. Lì, dissi basta. Il bracciante agricolo me lo vado a fare a casa mia. Luglio 2017. Vito carica i bagagli e torna a Trapani. Non per sconfitta: per consapevolezza. Una certezza che per fare qualcosa che abbia il suo nome ci vorrebbero decenni. Forse. L’ossessione supera il talento Cita un principio fatto suo attraverso ogni cantina sbagliata, ogni contratto da bracciante agricolo firmato da enologo, ogni riconoscimento che finiva sul curriculum di qualcun altro. La madre lo voleva impiegato statale. La mentalità del Sud, quella dell’impiego sicuro, del posto fisso come unica forma di rispetto sociale possibile. Lui ha tenuto duro. E adesso produce vino a Dattilo con il suo nome sopra la bottiglia. Il territorio: la provincia di Trapani e i vigneti di Dattilo Unni c’è bonu terrenu, cresce bona vigna. Il tema del territorio come destino è forze qualcosa di ricorrente. Non come gabbia. Semmai come vocazione. Il destino lo subisci inevitabilmente mentre la vocazione viene da dentro e la scegli. Anche se a volte sembra che sia lei a sceglierti. La provincia di Trapani ha una vocazione viticola che precede qualsiasi scelta umana. È scritta nel suolo calcareo e argilloso, nella luce che in agosto schiaccia ogni ombra, nel vento di maestrale che porta profumi di salmastro e ginestra, nel calore accumulato nelle pietre durante il giorno e restituito alle viti durante la notte. Qui Cartagine e Roma si sono scontrate per secoli. Poi Normanni e Arabi hanno lasciato tracce genetiche nei vitigni come nei cognomi. Fare vino a Trapani significa fare vino in uno dei più antichi crocevia del Mediterraneo, in un paesaggio che Gesualdo Bufalino avrebbe descritto con quella sua lingua densa e sulfurea, piena di luce e di ombra nello stesso respiro. Dattilo è una frazione a dieci chilometri da Trapani, sulla strada per Palermo. I vigneti di Vito Oddo sono sei ettari di filari farmacisticamente ordinati sotto il cielo della Sicilia occidentale. La terra è rossa, le viti sono basse e l’orizzonte sembra il confine del mondo conosciuto. Qui siamo in famiglia. Io, papà, la mamma, la mia compagna Monica. Non ci sono operai. Sei ettari possono sembrare pochi rispetto a una grande azienda, ma se li devi gestire tu con le tue mani, sono un bel impegno. Il bell’impegno della potatura, della gestione del verde, della vendemmia, della vinificazione, dell’imbottigliamento, della vendita diretta, del punto di mescita per lo sfuso che ha sostenuto l’azienda anche durante il Covid quando i ristoranti si fermarono per un anno e la cantina urbana di Trapani continuò a lavorare. Una microeconomia del vino nella sua forma più autentica: la terra, le mani, la bottiglia. I vini: Vermentino, Merlot e la scommessa sul futuro Mio padre aveva il Catarratto. Io gliel’ho estirpato e ho messo il Vermentino. Estirpare il Catarratto in questa parte di Sicilia per metterci il Vermentino sarebbe come dire che si preferisce il panettone al cannolo. Il Catarratto è la religione della Sicilia occidentale: diffuso, radicato, identitario. Eppure per vito, questo frase che rappresenta il suo modo di pensare, ha quella naturalezza di chi ha già elaborato il rischio e lo ha trasformato in convinzione. Un atto di coraggio che in molti non capiscono o fingono di non capire. Già, fingono. Perché la Sicilia è stata lungamente terra di sperimentazioni più svariate. Coltivatori come Feudo Disisa che sperimentarono vitigni internazionali a queste latitudini per capirne le potenzialità.  A un evento ci trovammo vicino a un’azienda toscana che aveva Vermentino e Merlot. I wine lover li osannavano, complimenti, che belli. Poi si spostavano al nostro tavolo, vedevano Merlot e Vermentino in Sicilia e nemmeno li volevano assaggiare. Li dovevo pregare. Io chiedevo: ma cosa cambia, scusatemi? Merlot e Vermentino in Toscana vanno bene e in Sicilia no? Per quale principio? Non c’è nessun principio, ovviamente. C’è solo quel dannato stereotipo del vino che è ormai malattia cronica difficile da eradicare quanto la peronospora. Ma il Vermentino di Vito Oddo ha cominciato a convincere anche i più scettici, tanto da portarlo nella giuria del Concorso Nazionale del Vermentino a Cagliari. Oggi a Trapani tutti mi conoscono come quello del Vermentino È una soddisfazione trattenuta la sua. Quella di chi ha avuto ragione nel silenzio e adesso non ha bisogno di dirlo ad alta voce. Vermentino 2024 Un giallo paglierino luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come luce rifranta sul mare di luglio. Già nell’aspetto c’è qualcosa che non ti aspetti da un Vermentino siciliano, qualcosa di più caldo, di più morbido, come se il sole di Trapani avesse depositato nell’uva una qualità diversa da quella ligure o sarda. Al naso non il Vermentino che conosci, quello salino e pungente del Tirreno settentrionale. È qualcosa di più stratificato, quasi sedimentato. Prima arriva l’agrume che sa di più antico, come la scorza seccata al sole, come la zagara che a marzo invade i giardini di Sicilia. Poi viene la mandorla, quella delle pasticcerie di Trapani, dolce e leggermente amaricante, che si intreccia con una pietra focaia quasi impercettibile, minerale, sottile. Infine, sorprendente, il salmastro. Il mare che è a pochi chilometri da Dattilo e che nei vini di questo territorio si sente sempre, come una firma geografica che nessuna tecnica enologica potrebbe aggiungere dall’esterno. In bocca è una rivelazione. La freschezza è quella di una granita di limone e mandorla. Quella che in Sicilia si mangia a colazione con la brioche (che è probabilmente una delle esperienze sensoriali più perfette che la civiltà mediterranea abbia prodotto). Arriva pulita, precisa, e non va via. Rimane. Ha quella persistenza agrumata quasi balsamica che ti fa tornare al calice senza decidere di farlo, per istinto, perché il sorso successivo sembra sempre necessario. Acidità sostenuta, equilibrio impeccabile, lunghezza importante. È un vino che non ha bisogno di essere spiegato: va bevuto, e poi bevuto ancora. Il Merlot è un’altra storia. È la vigna vecchia del padre, ventisette anni, mai estirpata perché come spiega Carlo con la semplicità di chi ha osservato le cose invece di teorizzarle Qui il Merlot era di casa, si era adattato  Un geologo francese che scende quattro volte l’anno a Favignana per lavoro e passa regolarmente in cantina, disse a Vito che quello era uno dei migliori Merlot che avesse mai bevuto a quel prezzo.  Mi disse: tu lo dai via perché fatto a Trapani non ha valore. A Bordeaux lo pagheresti il triplo. È una piccola storia esemplare sulla geografia del pregiudizio enologico, su come il valore percepito di un vino dipenda ancora troppo spesso dalla latitudine del produttore. Merlot 2019 Il Merlot di Vito Oddo è un vino che non dovrebbe esistere. Almeno secondo i pregiudizi di chi sente Sicilia e pensa solo a Nero d’Avola, Nerello Mascalese (o Cappuccio) e Frappato. Eppure esiste da ventisette anni, da quando Carlo Oddo piantò quei filari a Dattilo e la terra li accolse con la stessa naturalezza con cui accoglie tutto ciò che le si affida con rispetto. Il suolo calcareo e argilloso della Sicilia occidentale, il sole che non risparmia nessuno, le notti più fresche di quanto ci si immagini. Tutto ciò ha trasformato un vitigno bordolese in qualcosa di inequivocabilmente mediterraneo. Il colore è un rosso rubino profondo, compatto, che promette struttura prima ancora che il bicchiere si avvicini al naso. E al naso la promessa è mantenuta: tabacco, liquirizia, cannella, chiodi di garofano. Non è il Merlot morbido e fruttato del Nuovo Mondo, né quello erbaceo delle annate fredde del Nord Italia. È un Merlot solare, speziato, con una complessità che richiama i grandi rossi del Mediterraneo più che quelli della Gironda. Il legno, ovvero i fusti di rovere, si sente ma non è invadente: una cornice necessaria in questa parte di Sicilia dove il barocco arrivò solo marginalmente . In bocca colpisce il corpo, pieno e avvolgente. Poi il tannino quasi terroso che ricorda come vicino al mare ci sia la terra arsa dal sole. La persistenza è lunga, con la spezia che accompagna fino in fondo senza mai diventare pesante. Un Merlot che Trapani dovrebbe fortemente rivendicare.​​​​​​​​​​​​​​​​ Re Siculo. Ambrato A Trapani l’ambrato è sempre stato il vino di campagna. Forse predecessore del Perpetuo di Marsala. Le uve che rimanevano, venivano usate per il vino di casa. Rosse o bianche che fossero, non era importante. Si lasciavano macerare insieme sulle bucce, fermentazione, poi una botte perpetua in cantina che garantiva le scorte per tutto l’anno. Era il vino dei contadini, il vino delle domeniche, quello che il nonno di Vito teneva nei caratelli per gli ospiti importanti. Un vino che esisteva da sempre e che non aveva mai avuto bisogno di presentarsi.
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio. Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale. Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo.  Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte. Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote  Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo. Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito. A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni.  Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve. Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra.  È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità. La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare. Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo. Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese. L’importante è che io ti do e tu mi dai È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare. Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari A terra nun menti: si la semini, raccoggi. Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai. Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario. L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato.  Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti. Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica. Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori. Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce. Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala. Il futuro: Andrea e quello che verrà Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso? Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino.  Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato. Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene.  Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo. La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido. Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente. A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento Arrow Right Top Bg

29 Maggio, 2026

Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento

  Alcune persone assomigliano ai luoghi che abitano. Hanno radici profonde, ma non temono il vento. Paolo Cianferoni appartiene a questa categoria. Attraverso Caparsa ha costruito una visione personale del Chianti Classico, fatta di rispetto per la terra, indipendenza di pensiero e fiducia nella capacità del territorio di esprimersi senza mediazioni.   Il mestiere di giornalista non è né banale né scontato. Ci sono ovviamente le proprie idee che devono essere libere e scevre da qualunque condizionamento. È però utile, direi indispensabile, saper ascoltare e fare domande. L’ascolto serve a sapere. Le domande a comprendere meglio, approfondire, scoprire.  Può capitare però che durante certe conversazioni, smetti improvvisamente di fare domande. Succede, raramente, quando ti accorgi che chi ti sta davanti non sta recitando ma sta mostrando qualcosa di più raro: la propria vita, senza filtri, senza la patina lucida con cui il mondo del vino (e non solo) ha imparato a presentarsi. È cosi che devi semplicemente ascoltare. Solo che ci sono programmi televisivi, penso a Belve, che fanno delle domande (spesso ripetitive) e poco dell’ascolto, la loro fortuna. Paolo Cianferoni è entrato in quella sala di Roma con il cappellino da contadino e lo sguardo di chi sa bene dove sono le sue radici. Era un evento dedicato al Chianti Classico al Palazzo delle Esposizioni a Roma. Non sente il bisogno di nasconderlo. Di mettersi la giacca e darsi delle arie. Mentre altri produttori distribuivano biglietti da visita e sorrisi calibrati, lui parlava con chiunque con la stessa voce dritta e un po’ ruvida, carica di quella cosa difficile da definire che si chiama autenticità. Mi ha incuriosito prima come uomo poi come vignaiolo. Alle fine ho capito che in lui le due cose coincidono. Caparsa è un podere a Radda in Chianti. Undici ettari, quasi tutti a Sangiovese con viti che crescono su galestro e alberese a 450 metri di quota. Numeri che raccontano poco. Quello che conta è il tempo che scorre dentro: il padre Reginaldo acquistò la proprietà nel 1965, quando il Chianti stava svuotandosi di contadini in fuga verso le fabbriche del miracolo economico. Paolo, bambino di sette anni, poi ragazzo, poi uomo, cresciuto su quella terra come se non ci fosse mai stato altro posto possibile. Sono un povero Cristo nato da una famiglia di ex mezzadri Non c’è retorica nelle parole di Paolo. C’è semmai una precisione quasi economica che gli viene da un padre professore, dall’aver letto i suoi libri, dall’aver respirato il concetto di domanda e offerta insieme all’aria dei vigneti.  Mio nonno finanziò l’università a mio padre. Sua sorella, mia zia, fu sacrificata e non poté nemmeno sposarsi. In una frase, un’intera stagione del mondo. Il Chianti degli anni quaranta e cinquanta era povero, duro, ordinato per nascita e non per scelta. Un mondo che Paolo ha ancora dentro come una ferita che non fa più male ma che non si dimentica. A otto anni era già sul trattore. A tredici lavorava d’estate con i vecchi del posto, quelli che  Cantavano in rima mentre zappavano Contadini che non avevano coscienza della differenza tra l’essere contadini e fare i contadini. Lo erano senza porsi alcuna domanda. Poi è arrivata l’adolescenza, gli anni della ribellione, i compagni con le idee rivoluzionarie e i jeans a zampa di elefante. Gli anni di piombo. Le proteste studentesche. Le rivolte. Il sangue. La droga. Paolo ha fatto una cosa che allora sembrava folle: ha detto no alla banca, no all’impiego, no alla città, no alle lotte di classe e se ne è andato a vivere in campagna quando tutti facevano altro. Una ribellione. Come qualsiasi generazione che ad un certo punto rifiuta il mondo che la circonda. Poi però devi scegliere dove mettere i piedi. Lui li ha messi sulla terra. Letteralmente. Con convinzione. Con la sua donna. È rimasto con la sua donna invece di fare qualcosa di diverso così da non doversene pentire. Contrariamente a Marina e Giovanni protagonisti di Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti. E Marina se n’è andata, oggi insegna in una scuola,
vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna.  Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile. Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie La chiamano mamma Uber Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia.  Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore.  L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo. Il biologico per Paolo non è una certificazione. È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra.  Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì. Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva. È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose. I Vini di Paolo Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa. Caparsa Chianti Classico 2022 Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere. Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere. In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene. È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione. Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015 Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto. Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la  cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro. In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole. È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà. Caparsino Chianti Classico Riserva 2019 Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa. Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce. In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane. Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così. Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire. Come certi uomini. Come Paolo.​​​​​​​​​​​​​​​​ Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi. Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero. Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito. Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere. Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti. È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare  tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa. Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare.  Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale. Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro. Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia. Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa. Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello. Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima. Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica. Avrei voluto abbracciarlo. Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi. Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più. Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto. Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori. Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate. Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre.​​​​​​​​​​​​​​​​ Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare Arrow Right Top Bg

27 Maggio, 2026

Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare

  Marco Capra non è mai stato il ragazzo che gli insegnanti avrebbero indicato come esempio. La scuola gli stava stretta, mentre la curiosità lo portava altrove. Il vino è arrivato molto prima delle certezze e si è trasformato nel luogo in cui carattere, esperienza e visione hanno trovato una direzione comune. La sua è la storia di chi ha imparato facendo, costruendo passo dopo passo un percorso personale e autentico.   Ogni tanto ci si imbatte in un tipo di ribellione che non fa rumore. Non sfascia niente, non urla, non brucia, non distrugge. Si manifesta in un modo molto più sottile e, alla fine, molto più efficace: semplicemente non rientra nei ranghi. Non fa quello che ci si aspetta. Prende un’altra strada, spesso senza nemmeno sapere dove porta. E poi, anni dopo, si scopre che quella era l’unica strada possibile. Ho pensato proprio a questo mentre Marco Capra mi parlava in una chiacchierata come se fossimo due vecchi amici al bar. Che poi è esattamente l’idea con cui mi avvicino a queste conversazioni. Il bar come luogo della verità, dove le persone abbassano la guardia. Marco mi ha raccontato la sua storia con quella tranquilla disinvoltura di chi ha smesso da un pezzo di doversi giustificare. Il suo sguardo dolce, ill sorriso che si nota nonostante una barba lunga ma davvero lunga.  È un uomo che ha trovato il suo posto a Santo Stefano Belbo, nel cuore del Piemonte, tra le colline di Langa, Roero e Monferrato che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità nel 2014. Non che lui ne abbia bisogno di attestati. Le sue vigne parlano da sole. Ho fatto dannare un po’ di gente, diciamo così. Ride. Con quella risata breve di chi non si prende troppo sul serio ma sa benissimo di cosa sta parlando. Scuola media, qualche lavoretto in paese. A sedici anni ero già in campagna. Studiare, beh, studiare non era esattamente la mia priorità. Non è tipo da confessarsi e in fatti non è una confessione. È una constatazione. Quella di un uomo che a quarantacinque anni si trova alle spalle quasi trenta vendemmie, 18 ettari di vigne, ottantacinquemila bottiglie l’anno distribuite in nove etichette. Oltre alla consapevolezza serena di aver preso la decisione giusta anche quando non sembrava affatto tale. Eppure, quando l’ho conosciuto ad evento di presentazione delle bollicine dell’Alta Langa a Roma, era impossibile non notarlo proprio per la simpatia che ispirava. Sarà forse per quella insolita barba. Sarà perché non stava mai fermo e non faceva che parlare. Sarà perché anche aveva sul tavolo una etichetta che mi colpì particolarmente colpito. Era disegnata come se fosse stato un soggetto da destinare ad una bambina. Poi il nome: Seitremenda. Nel 2010 è nata mia figlia Elisabetta. Quale modo migliore di festeggiare se non dedicarle una bottiglia? Stavo già pensando a un Metodo Classico, un’Alta Langa. Ed è diventata lei. Seitremenda Alta Langa DOCG, Metodo Classico Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi di affinamento Può capitare che nel momento di aprire una bottiglia di Metodo Classico, quell’attimo silenzioso che precede l’apertura del tappo (che non deve essere lo stappo rumoroso), sembra valere già tutto. È un’anticipazione. Una promessa. Spesso funziona, spesso non funziona. Con il Seitremenda quella promessa porta con sé tutto il peso leggero di un gesto d’amore che è diventato etichetta. Le bollicine sono fini, persistenti, come pensieri che non si esauriscono. Il naso è di una pulizia che non è freddezza ma precisione: crosta di pane, fiori bianchi appena appassiti, un agrume che non punge ma accompagna, mela. In bocca la freschezza è protagonista ma non tiranna. C’è struttura sotto, una spina dorsale che sostiene senza irrigidire e un finale che si allunga con la grazia rara di chi non ha bisogno di fare rumore per farsi ricordare. Un’esplosione di carattere, una sorpresa, un gusto fresco, sapido, con l’eleganza che quando sembra verticale, arriva la rotondità. Un po’ come una figlia che incanta dopo una marachella. Sei Tremenda conquista senza riserve. Due anni dopo è arrivato Riccardo. Ci sono produttori che dedicano vini a grandi annate, a personaggi storici, a luoghi mitici della viticoltura. Marco Capra ha dedicato due suoi vini, non so dire se i più importanti ma senz’altro i più sentiti, ai suoi figli. Il vino come atto d’amore, prima ancora che come prodotto. Una meraviglia senza confini. Riccardo è più emotivo. Più riflessivo. Prende più tempo per arrivare alle cose, ma quando ci arriva, ci arriva bene. Un po’ come quel vino. E poi ride ancora, quella risata breve. Adesso hanno quindici anni e le etichette non gli piacciono più come quando erano piccoli. Ma magari un giorno sceglieranno loro. È così che anche Riccardo ha avuto il suo vino. Un Nebbiolo d’Alba, longevo, riflessivo. Testanvisca. Nebbiolo d’Alba DOC Il Nebbiolo è un vitigno che non perdona la fretta. Lo sai già mentre lo versi, da quel rosso granato che ha già dentro di sé qualcosa di antico, qualcosa che ha aspettato. Il Testanvisca, che vuol dire testa accesa ovvero bimbo sveglio, al naso è un vino che parla sottovoce ma con autorità: rosa secca, terra bagnata dopo la pioggia, una spezia che non si impone e permea. In bocca i tannini sono presenti, vivi, eppure non aggressivi. Il tempo e la quota hanno fatto il loro lavoro, ammorbidendo gli spigoli senza cancellarne il carattere. La frutta è scura, concentrata, e lascia il posto a un finale balsamico, quasi silenzioso, che resta lì anche dopo che il bicchiere è vuoto. Ci hanno insegnato come i vini debbano raccontare il territorio. Poi spesso si scopre come più spesso raccontino di una persona. Nel caso di Testansisca, Marco Capra, fa entrambe le cose. Insieme. E lo fa senza sforzo apparente, che è il segno delle cose vere.​​​​​​​​​​​​​​​​ Il mondo del vino, sotto certi aspetti, ti dà un privilegio strano. Ci pensi tutto il giorno, ne parli, lo maneggi, lo vivi. Mentre gli altri mangiano e bevono per necessità, tu hai trasformato quel gesto in un universo. Marco ha l’entusiasmo genuino di chi fa un lavoro per passione. Cosa questa che consente di avere ancora questa adrenalina dopo quasi trent’anni. È la mia passione. Che è anche il mio lavoro. Non sono tutte rose, ci sono aspetti che non funzionano, momenti duri. Ma in questo mondo sei un po’ drogato, nel senso che non ti trovi bene fuori di esso. Il guaio più grosso è proprio questo. Non riesci a staccartene. Non vuoi farlo. Scorre dentro arrivando dal profondo. La fatica delle giornate lunghe che iniziano la mattina presto. Le maledizioni per una annata non proprio andata bene. La fatica. Il sudore. L’attesa. Eppure non riesci a farne a meno. Non una droga. Semmai proprio l’adrenalina che sgorga e qualora si fermasse renderebbe tutto nullo. Quello che mi ha colpito di Marco è che in nessun momento della nostra conversazione ho avvertito la nostalgia di chi dice che avrebbe potuto fare altro. C’è stata solo la lucidità di chi sa di aver trovato il proprio solco. Solco. ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων. Il carattere è il destino dell’uomo Eraclito intendeva che l’indole, i comportamenti e la personalità di un uomo ne determinano il corso della vita e la vera realizzazione. Il solco non è solo quello che l’uomo scava nella terra ma è anche l’impronta che vuole imprimere alla propria vita. Non importa se lascerà o meno la traccia del proprio passaggio. Ciò che importa è che la propria vita abbia un destino segnato non dal fato ma dal proprio essere. Sua nonna aveva due ettari di collina sparsa. Suo padre lavorava nei trasporti. Marco è stato una sorta di ponte tra i nonni e un futuro che i genitori non avevano ancora immaginato. A quattordici, quindici anni, con quella libertà un po’ spericolata di chi viene lasciato fare perché è l’unico modo per coinvolgerlo davvero. Mi hanno tenuto nel giardino ma lasciandomi tanta possibilità di decidere. Anche di sbagliare. Sulla carta era sbagliato. Ma era forse l’unico modo. È una pedagogia che riconosco. Quella che non protegge ma accompagna. Che rinuncia al controllo per guadagnare la fiducia. Difficile da praticare per un genitore, straordinariamente efficace nei risultati. Poi c’è una cosa che Marco mi ha detto che ho continuato a rimuginare anche dopo. Parlava dei cambiamenti nel vino, dell’evoluzione dei suoi prodotti, di come a un certo punto, era il 2008, con l’arrivo di una giovane e brava enologa, abbiano deciso di rivedere la filosofia produttiva. Non stravolgere, attenzione. Marco ha usato un’immagine bellissima. È come la camicia bianca. La camicia bianca rimane sempre bianca. Cambia il colletto, i bottoni, la cucitura. Ma è sempre una camicia bianca. Non abbiamo cambiato tutto. Abbiamo solo smesso di portare la camicia degli anni Ottanta. Mi ha fatto ridere. E pensare. Perché è esattamente la tensione che vive il vino italiano in questo momento. Non il problema di cosa produrre, ma di come raccontarsi. Come stare nel proprio tempo senza tradire la propria identità. Come essere contemporanei senza inseguire mode. In questo il Piemonte sta lavorando bene, negli ultimi anni. I risultati ci sono. Ma la strada è ancora lunga. Marco lo sa. Il problema è che per anni il vino è stato venduto come una birra. Detto da un produttore, con quella chiarezza diretta che non lascia spazio a diplomatismi evidenzia ancor di più il carattere di Marco. Tanta verità senza peli sulla lingua. La forza e la voglia di dichiarare ciò che si pensa. Non per denigrare qualcuno. Semmai per distinguersi e raccontarsi. Si vendeva a tanto al chilo. C’era un mercato che lo consentiva. E nessuno si è preoccupato di costruire una narrazione, di dire cosa c’è dietro a una bottiglia. Cultura, storie, persone. Quando poi qualcuno ha detto che il vino può fare male, che bisogna stare attenti, non c’era nessun substrato narrativo a reggere il colpo. E tutto è crollato più facilmente. Due altri vini Ci sono altri due vini che per chi vive a Santo Stefano Belbo non possono mancare. Uno è di un vitigno riscoperto, l’altro è di ciò che è la tradizione di questi luoghi. Mi riferisco alla Nascetta e al Moscato. Langhe Nascetta DOC Conna Mi è sempre piaciuta una parola in piemontese: conna. Indica una culla, un luogo protetto dove qualcosa cresce al riparo. Ed è difficile immaginare nome più giusto per un vino che nasce da un vitigno come la Nascetta, che per decenni ha rischiato di sparire, dimenticato tra le pieghe di una viticoltura che correva verso l’internazionale e lasciava indietro tutto ciò che non si capiva subito.
Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano. Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Ha citato Einstein, Marco. Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza. Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato. I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema. È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre. Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere. Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza. Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo. È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante. La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati. Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro. Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro. È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono. Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo.  Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere. Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste. Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia. Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte. Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo. Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri. Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani. Arrow Right Top Bg

26 Maggio, 2026

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani

  nusquam est qui ubique est.
Chi è ovunque non è da nessuna parte. Il vino autentico, quello fatto da mani che conoscono la terra su cui si appoggiano ogni mattina, è l’esatto contrario: è radicato, preciso, inconfondibile. È da qualche parte. Ma è. È presente. È presente il vignaiolo in vigna perché questa ha bisogno del suo supporto. È presente in cantina perché le uve non sono solo trasformate ma cullate, curate, accompagnate nel diventare vino.  Il Sabato del Vignaiolo organizzato dalla FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è stato esattamente questo: un luogo preciso, scelto con cura e con senso. La Riserva della Cascina, nel Parco dell’Appia Antica, con i suoi banchi di degustazione disposti in fila lungo i filari che scendevano morbidi verso il verde profondo delle vigne lontane. Come se la storia stessa del vino romano si fosse fatta scenario per accogliere chi quel vino lo produce e chi lo ama. Faceva caldo. Il tipo di caldo che filtra attraverso la luce bianca di un pomeriggio romano a maggio, che si posa sulle spalle e fa brillare i calici come piccoli soli. Eppure nessuno sembrava soffrire. I giovani, e di giovani ce n’erano tanti con una presenza che è già di per sé un segnale, erano impegnati a tutt’altro: a sporgersi sui banchi, a fare domande, ad ascoltare. A scoprire. Tra le vigne si muovevano persino bambini, con quella libertà disinibita che appartiene solo a chi non ha ancora imparato a fingere che le cose si facciano per obbligo. Li guardavo correre tra i filari e pensavo a quando anch’io ero così, a quando la campagna era ancora un posto in cui perdersi senza paura. Li guardavo e mi rendevo conto che forse proprio quella scena era il messaggio più importante dell’intera giornata. Gli eventi come questo andrebbero ripetuti più spesso. Con più frequenza, più assiduità, più coraggio. Perché avvicinare le persone al vino non significa portarle in una sala buia con musica bassa e luci soffuse: significa portarle dove il vino nasce. Tra i sassi. Tra le radici. Sotto il sole che scotta e la terra sotto i piedi.  Cosa ho assaggiato di interessante Matèe. Antonella Pacchiarotti. Aleatico Bianco IGT Lazio Antonella Pacchiarotti ha fatto una cosa rara e coraggiosa: ha deciso che un solo vitigno bastava per fare del vino e farlo di qualità. Ha trovato l’Aleatico senza più mollarlo. Dal lago di Bolsena, da terreni vulcanici a cinquecento metri, ha costruito un mondo fatto di sei declinazioni di un’unica uva. Il Matèe è la sua versione bianca, quella che nasce dal clone più grande, più generoso di buccia, meno carico di colore. E già questo racconta qualcosa di un carattere che non si accontenta dell’ovvio. Nel calice è giallo paglierino con una luce viva, luminosa. Al naso arriva fresco, quasi improvviso, con una nota di agrume maturo. La scorza del cedro più che la polpa. Poi fiori bianchi, acacia, qualcosa di quasi mentolato che sparisce prima che tu riesca ad afferrarla. È un naso che sussurra e ti obbliga ad avvicinarti. In bocca è minerale in modo netto, quasi austero, con un finale sapido che fa venir voglia di ricominciare dall’inizio. Un vino che si spiega nel tempo, sorso dopo sorso. La tipica espressione di chi sa aspettare. Lepanto. Alberto Giacobbe. Cesanese del Piglio DOCG Superiore Riserva La storia di Alberto Giacobbe comincia nel 1939, con suo nonno Leopoldo che compra un appezzamento in cima al colle San Giovenale. Alberto è la terza generazione. Laureato in economia, aspirava ai numeri e alle statistiche e invece è finito nella vigna, trascinato da un affetto per la terra che alla fine ha avuto la meglio su qualsiasi calcolo razionale. Ha convertito tutto al biologico, ha introdotto nuove pratiche di coltivazione, ha fatto del Lepanto, Cesanese del Piglio Superiore Riserva prodotto da un vigneto impiantato nel 1952. Il simbolo di questa svolta. Il vino porta con sé il peso dignitoso di quelle radici vecchie di settant’anni e più. Rosso rubino con riflessi granati che si scaldano nell’aria di maggio, è un vino che inizia con frutta matura, more, mirtilli, una confettura di prugna che non è mai pesante e poi si apre su note floreali, spezie fini, un cenno di liquirizia che chiude in bellezza. In bocca è avvolgente, caldo, con tannini ben integrati che non graffiano ma sostengono. Un vino che porta la Ciociaria nel bicchiere con eleganza e senza complessità inutili. È pensare che non volevo assaggiarlo. Poi mi ha detto che era il vino dedicato al nonno. Non ho potuto esimermi. Raboso. Bellese. IGT Veneto Viaggio non breve, quello della famiglia Bellese: dal bacino alluvionale del Piave, dalle grave trevigiane, da quelle stradine sterrate tra le Guyot e le monumentali Bellussere che sembrano foreste in miniatura. Tre generazioni legate a questa terra dall’orgoglio di chi non ha mai smesso di coltivare ciò che il territorio ha da offrire. E il territorio, qui, ha da offrire il Raboso Piave, vitigno autoctono per eccellenza, spigoloso, brusco, anarchico nell’anima. Il Raboso di Bellese si presenta frizzante, con una spuma vivace e un rubino luminoso che promette acidità. E quella promessa viene mantenuta con generosità: la bolla è fine, il naso è un lampo di marasca, ribes rosso, fiori rossi appena colti. In bocca l’acidità è viva, quasi tagliente, ma mai aggressiva. È la freschezza di un vino che non vuole addomesticarsi, che vuole restare com’è, asciutto e vero. Un vino da pomeriggio caldo, da salumi e conversazione tra amici. Da berlo senza cerimonie. Da berlo. Arcaro. D.S. Bio. Maturano del Frusinate IGT Danilo Scenna ha scelto vitigni che non conosce quasi nessuno. Tra questi il Maturano. Antico, ostinatamente laziale, quasi scomparso prima che un manipolo di vignaioli testardi decidesse di salvarlo. Anche Cesidio Di Ciacca arrivato in queste zone dalla Scozia. La cantina D.S. Bio nasce nel 2012 tra le alture di Pescosolido, in Ciociaria. Lavora in biodinamica, seguendo le fasi lunari, rifiutando filtrazioni e chiarifiche, lasciando che il vino dica quello che ha da dire senza censure. L’Arcaro è un bianco che non assomiglia a nessun altro bianco. Giallo ambrato, velato, con quella torbidità che non è difetto ma lingua franca dei vini naturali veri. Al naso è un posto denso e affascinante: agrume ossidato, albicocca, camomilla selvatica, pietra calcarea bagnata dalla pioggia, resina di pino, un accenno di miele grezzo. In bocca è largo, sapido, quasi salmastro, con una lama acida che attraversa tutto e tiene tutto in tensione. Non è un vino per chi cerca rassicurazioni. È un vino per chi vuole essere sorpreso, destabilizzato, convinto. In Anfora. Donna Vittori. Cesanese del Piglio DOCG Donna Vittori nasce nel 2021 da un sogno condiviso tra amici, dalle mani di Maria Vittori e di sua madre Claudia Bettiol, da un borgo agricolo a Paliano che sa di comunità internazionale e di radici locali tenute insieme con cura. Il Cesanese del Piglio è il cuore di questa storia e la sua versione “in anfora”, affinata dieci mesi in terracotta porosa, ne è l’espressione più pura e più curiosa. Il contatto con l’anfora non aggiunge nulla che non fosse già nel vino: leviga, scalibra, restituisce. Nel calice il colore è rubino intenso con sfumature di violetto che cambiano con la luce. Il naso è ampio e aromatico: ciliegia fresca, lampone, fiori di campo, una polvere leggera come il profumo di una chiesa antica. In bocca è morbido, vellutato, con una tannicità elegante che non preme mai. L’anfora sembra togliere le pareti al vino, lasciarlo respirare senza blocchi. È il Cesanese in un modo che non ti aspetti, e per questo è il più commovente tra i rossi della giornata. San Tin. Poggio Baranello. Sangiovese IGT Lazio Rosso Silvia Pragliola e Lisa Gentili hanno costruito la loro storia a Montefiascone su 38 ettari affacciati sul lago di Bolsena a 450 metri di altitudine, in un territorio che il vino lo conosce da secoli. L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è la denominazione più antica e aneddotica d’Italia. Ma Poggio Bbaranèllo guarda avanti: biologico, artigianale, con pochi numeri e molta cura. Il San Tin è il loro Sangiovese IGT e si porta dietro tutto il vento che soffia dal nord, il baranèllo del dialetto martano, quel vento che non smette mai su quel poggio. Rosso vivace, dal carattere nervoso e diretto, il San Tin ha la schiettezza di un vino che non cerca di impressionare. Il frutto è fresco, la ciliegia è viva e non in confettura, c’è un’erba tagliata di sottofondo che dà freschezza e rimanda al paesaggio. Ma quello che più entusiasma è il geranio. Si, geranio. Più lo si annusa più sa di geranio. In bocca è agile, beverino nel senso nobile del termine. Un vino che non vuole fermarsi nel bicchiere ma vuole essere bevuto, vissuto, condiviso. Giovane e già bello. Costa di Basalto. Riserva della Cascina. Syrah IGT Lazio Biologico E poi c’è lei, la padrona di casa. La Riserva della Cascina è nata nel 1945, quando Giovanni Brannetti comprò un pezzo di agro romano e ci mise le radici insieme alla moglie Ida. Nel 1986 Giuseppe, figlio minore e erede di quella passione, acquista un vigneto nel Parco dell’Appia Antica, uno di quei luoghi dove Roma smette di essere città e diventa paesaggio. Biologico dal 1994, da sempre senza diserbanti né concimi chimici. Oggi c’è Silvia con tutta la sua freschezza e bellezza di una gioventù che ha fortemente voluto l’evento nella sua azienda. Il Costa di Basalto è lo Syrah che cresce sul fianco di una piccola collina basaltica, un suolo vulcanico che si sente in ogni sorso. Rubino profondo con riflessi porpora che sembrano viola in certe luci, è un vino che si annuncia con intensità: frutti rossi maturi in confettura, fragoline di bosco, viola mammola. Sotto a tutto apprare quella mineralità ferrosa, ferrosa davvero, come il sapore dell’aria vicino a un binario bagnato dalla pioggia. In bocca è secco, morbido, con una sapidità e una freschezza che bilanciano la struttura. Lo Syrah laziale su basalto è una rarità che vale il viaggio. Con il tempo diventa ancora più se stesso. Più minerale, più salmastro, più antico. Come il paesaggio attorno a lui. La giornata finisce com’è cominciata: con il sole che taglia le vigne obliquo, con le conversazioni che si trascinano oltre i banchi, con qualche bottiglia già acquistata stretta sotto il braccio come un tesoro. Manifestazioni come Il Sabato del Vignaiolo non sono soltanto mercati del vino: sono atti civili. Sono il modo in cui una comunità di produttori dice al mondo che esiste, che lavora, che ha qualcosa da raccontare. Il modo in cui il mondo risponde dicendo che vuole ascoltare. Ho incontrato persone. Ho rivisto amici come Cesidio Di Ciacca e le sue incredibili interpretazioni di Maturano. Oppure Nathalie Clarici di Terre di Marfisa e i suoi vini vulcanici. O ancora Michele Fanfarillo e suo papà Lorenzo che nelle terre di Olevano Romano hanno trovato una seconda vita con Migrante. Incontri. Racconti. Parole. Abbracci. Baci.  La FIVI ha scelto un luogo che è già storia, già racconto. E lì, tra le pietre dell’Appia e i filari di luglio acerbo, tra adulti con il calice in mano e bambini con i piedi nella terra, qualcosa di essenziale ha trovato il suo spazio. Il vino, quando è autentico, non ha bisogno di scenografie. Ma quando la scenografia è il Parco dell’Appia Antica, allora anche il vino più semplice diventa memorabile.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente Arrow Right Top Bg

22 Maggio, 2026

Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente

  La velocità è violenza
Paul Virilio, Velocità e politica, 1977 Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è. Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà. Aveva ragione. Il chiodo contro il vento Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato. Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione. Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale? La terra come vocabolario Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine. Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia. Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata. Terra Madre e il mondo che si connette Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali. Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale. Quello che rimane nei solchi Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me). Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua. Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere. Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile. Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Maggio, 2026

Terreno. Sofia Ruhne e il giardino impossibile

  Avete presente le piante che nascono per strada? Si, quelle dentro i tombini piuttosto che alla base dei pali della luce, dei semafori o semplicemente nelle fessure dell’asfalto. Ogni volta che ne vedo una, mi chiedo come diavolo ci sia finito li un seme. Portato dal vento sicuramente. In ogni modo, resistono. Resistono a tutto. Senza scomporsi, anzi, venendo su rigogliose. Anche con radici forti. Sarà la forza della natura. La voglia di adattamento. La sopravvivenza. Ma anche la gioia di essere al mondo e di trovare un proprio spazio vitale esattamente li dove una folata di vento l’ha portata.  Quando ho incontrato per la prima volta Sofia Ruhne è stato a Roma ad una degustazione del Chianti Classico. Mi è sembrata immediatamente fuori posto. La sua altezza, i capelli biondi, gli occhi chiari, il sorriso incredibile e quell’aspetto tipicamente nordico non propriamente toscano. In mezzo a vignaioli e produttori dall’aspetto inequivocabilmente italico, sembrava fuori posto. O perlomeno anomala.  È per questo che ho voluto approfondire la sua storia scoprendo che è una storia che parla di radici piantate nel posto sbagliato. O forse in quello giusto, solo in modo imprevisto.  Una madre svedese che sognava un giardino, un padre che trasportava banane per mezzo mondo e di una figlia che alla fine ha fatto suo quel sogno traslato, moltiplicato, convertito in bottiglie di Sangiovese. Stavo preparando due masterclass su Amarone e Langhe, mondi lontanissimi eppure entrambi abitati dallo stesso bisogno: raccontare. Perché il vino, lo dico sempre e non mi stanco, non sopporta la didascalia. Sopporta la storia, il peso specifico di una vita, la voce di chi lo fa. E la voce di Sofia, quando ha risposto alla mia chiamata, aveva quella qualità luminosa che riconosco nelle persone che hanno trovato il loro posto nel mondo. Non senza fatica, non senza dubbio, ma con una chiarezza finale che si sente anche attraverso uno schermo. Abbiamo finito la raccolta degli ulivi Una frase che dice del sollievo fisico di chi lavora la terra, il respiro largo di chi sa che qualcosa è stato sottratto all’incertezza e messo al sicuro, in cantina, nel frantoio. Almeno sta tutto in casa. Terreno Il nome è già un programma, quasi una dichiarazione poetica. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti, cuore del Chianti Classico e appartiene alla famiglia Ruhne dal 1988. Sofia è la più giovane di quattro sorelle. Le altre tre, quando è arrivato il momento delle scelte, avevano già figli, università, vite consolidate in Svezia. Lei no. E quella differenza, apparentemente casuale, si è rivelata destino. Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio. Che per Sofia non può che essere Stoccolma. Ho fatto il liceo in Svezia, ma le vacanze, i periodi liberi, sempre in Italia. Poi dopo il liceo sono venuta qui e la mia vita adulta l’ho fatta più in Italia che in Svezia. Sette anni a Stoccolma, poi un ping pong transeuropeo fino alla maggiore età, poi la scelta. L’Università a Perugia, una città che di per sé è già una forma di immersione totale nell’italianità più profonda. Studiando Storia. Poi un master in Numismatica a Milano. Poi l’America. Poi ancora la Svezia. Una biografia che somiglia a certi vini giovani: tannini frizzanti, energia dispersa, identità ancora in cerca di forma. Felice della sua vita, del suo sviluppo professionale.  Io pensavo di essere libera di fare altro. Le mie sorelle si occupavano dell’azienda un po’ di più. Mi viene da sorridere a questa cosa. La libertà come condizione di chi non è ancora stato chiamato. Solo che la chiamata, quando è arrivata, non aveva niente di romantico: i genitori che invecchiano, le sorelle impegnate in Svezia con figli piccoli, l’azienda che non può reggersi sul vuoto.  O qualcuno si trasferisce, o dobbiamo vendere. Quando hanno detto vendere, ho detto: aspettate. Vendere Deve aver suonato strano o provocato qualcosa di preciso nell’architettura interna di Sofia. Come una crepa che rivela improvvisamente la struttura portante di un muro. Solo lì ha veramente capito quanto fosse attaccata a quel posto, quanto quel giardino di sua madre, trasformato nel frattempo in vigneti, uliveti, boschi e un lago, fosse diventato anche il suo. O forse proprio il suo. Noi mediterranei pensiamo che chi vive in un paese nordico sia freddo e non abbia quella voglia di lasciarsi pervadere dalla follia, da quell’istinto primordiale che ci contraddistingue come esseri umani. Io penso sia solo questione di occasione. Di lasciarsi andare quando la vita te ne da l’occasione. Vendere. Un click. Una parola, poi da li tutto. Magari una scelta razionale o irrazionale. Qualcosa che abbiamo dentro e non lo sappiamo fino a che accade qualcosa che lo evidenzia. Come la polvere che non ci fa vedere lo splendore di un oggetto. La luce che emana. È una parte che a me piace tantissimo. Questa cosa che non puoi controllare. Che non avrai mai in controllo. Il mondo del vino. Sofia e la sua parte irrazionale iniziata per una necessità razionale. Vendere, non se ne parla proprio. Le estati, i ricordi, la nuova vita. La sua vita.  Suo padre, armatore di navi che trasportavano frutta tropicale, aveva semplicemente avuto la fortuna di potersi permettere un sogno. O magari assecondare quello di sua moglie che voleva un giardino spettacolare. Cosa questa che il clima svedese non consentiva. Trovarono Terreno, posto del quale è facile innamorarsene anche se non sei svedese. Produrre il vino non certo da soli ma con fattori, enologi, consulenti. Non a tempo pieno. Non come ossessione. Ma con rispetto. Una storia di amore geografico, prima ancora che viticolo Innamorarsi del Chianti Classico, una delle denominazioni più contaminate, nel senso nobile del termine, non è per nulla complicato. Ha attirato nel tempo sguardi stranieri che hanno portato investimenti, sensibilità, diversità. Inglesi, americani, tedeschi.  Ma svedesi forse un po’ meno.  Sofia ha preso in mano l’azienda nel 2014 dovendo confrontarsi in primis con coloro tra dipendenti, fornitori, interlocutori del territorio, diffidenti all’idea di una donna al comando.  Mi hanno detto: qui, sai, non ascoltiamo mai una donna. Io vengo dalla Svezia. Sono cresciuta con genitori svedesi. Su certe cose non pensiamo nemmeno. Cose assurde. Parole che dovrebbero far arrabbiare chiunque. Ma non Sofia che ne parla con quella leggerezza tranquilla di chi ha già superato l’ostacolo e non ha più bisogno di arrabbiarsi. Di chi conosce i propri mezzi e con un carattere misto tra forza e tenerezza che non ha bisogno di pacche sulle spalle. DI chi è abituata a confrontarsi alla pari facendosi forza delle proprie capacità.  Sofia Ruhne è la prima donna presidente dell’Associazione Viticoltori di Montefioralle, una delle undici UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, in cui il Chianti Classico è stato suddiviso nel 2021. Una rivoluzione silenziosa e importantissima, quella delle UGA: il tentativo di restituire al vino il senso del luogo specifico, del villaggio, del suolo. Non solo Chianti Classico generico, ma Greve, Lamole, Panzano, Montefioralle. Ognuno con la propria fisionomia, la propria acidità, la propria voce. Sofia ci ha creduto fin dall’inizio. Ha sostenuto la nascita delle UGA quando ancora erano un progetto. E ora le presiede, almeno una di esse. Ho fatto dei programmi. Lavoro sempre così. Me lo dice con semplicità sapendo che dietro questa frase c’è il ritratto di un metodo. Il primo programma quinquennale per sapere e programmare il dove si vuole arrivare in cinque anni. Sistemare i recinti, aggiungere un vigneto in quota per avere Sangiovese con più acidità e freschezza, cambiare la gestione dei vigneti verso una potatura meno invasiva, coprire il suolo per limitare l’evapotraspirazione nelle estati sempre più calde. Poi il biologico, dal 2014, per le vigne mentre gli ulivi erano già certificati bio dal 2010, ancora prima che Sofia prendesse il controllo. Oggi Terreno è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Pannelli solari per l’elettricità. Centocinquanta ettari di bosco che forniscono il legno per il riscaldamento invernale. Un lago che alimenta l’irrigazione dell’orto e del giardino. Una circolarità virtuosa che non è solo scelta etica ma racconto coerente: il territorio che si sostiene da sé, il vino che parla di un equilibrio. Si vede la forza della vite. È molto cambiata da quando eravamo convenzionali. Si vede specialmente sulla foglia. In cantina, l’approccio è figlio della stessa filosofia: microvinificazioni per ogni singola vigna, per ogni clone, per capire come il lavoro in campo si esprime nel vino. Lieviti indigeni selezionati dalla propria vendemmia. Contenimento del legno, legno grande e neutro. L’obiettivo è fare in modo che siano le vigne a parlare, non la cantina. Le vigne che parlano. Questa è la differenza. E poi c’è ASofia. Il vino che porta il suo nome. O meglio, che è il suo nome con una A davanti, una iniziale scritta su una botte da un cantiniere quasi per scherzo: A Sofia, cioè per Sofia, cioè di Sofia. Era una microvinificazione sperimentale di Sangiovese in purezza dalle vigne più vecchie dell’azienda, in un’epoca in cui farlo non era scontato. Le dicevano: i mercati non lo supporteranno. Lei trovava quella risposta assurda. Se il Sangiovese non può essere qualcosa come varietale puro, cosa dice questo del Chianti Classico? Il vino è uscito. È cresciuto. È diventato la Gran Selezione più importante di Terreno. Trenta mesi di affinamento in legno neutro da trenta ettolitri, espressione delle vigne su suolo di macigno, quelle che danno al Sangiovese il profumo straordinario per cui sono famose. Sofia racconta la prima annata degustata in fiera, con quella voce che diventa improvvisamente più lenta, più intensa.  È stato un momento molto importante per me. E ho deciso: lui no, il nome non cambia. Lui. Il vino come creatura. Quel tipo di relazione che distingue i vignaioli veri da chi fa vino per mestiere. I vini di Sofia   Chianti Classico Gran Selezione ASofia 2020 Possono esistere vini che si abitano? Secondo me si e ASofia ne è l’esempio. Il colore è un rubino che ha cominciato a guardarsi dentro: i riflessi granata s’intravedono ai bordi del calice come i primi capelli bianchi di chi è ancora giovane e mostra non segni di declino, ma di profondità che matura.  Poi il naso, dove tutto rallenta. La frutta è intensa. Sembra quasi confettura, eppure la freschezza non cede mai del tutto: prugna, marasca, lampone, more e, su tutto, uno zest d’arancia che taglia l’aria come una lama gentile. La rosa e la viola spingono, sorrette da un balsamico preciso e da quel corteo di spezie (pepe, noce moscata, vaniglia, coriandolo, cannella) che non sovrasta ma accompagna. Come quella  colonna sonora che, pur se sai già a memoria, ogni volta ti sorprende. Il sottobosco emerge senza chiedere il palco. Un fondo ferroso, ematico, resta discretamente in quinta come un basso continuo: lo senti senza vederlo come una presenza silenziosa che è nervo, carattere. In bocca è caldo, ampio, strutturato. Tuttavia non pesa. C’è un calore che avvolge invece di schiacciare, che evoca camini accesi, fili di fumo di pipa, libri sfogliati lentamente senza fretta. La freschezza è reale e non dichiarata: non grida, tiene. La persistenza non è lunghissima e questa è forse la sua mossa più intelligente perché finisce prima che tu voglia che finisca, lasciando in bocca una setosità fruttata che richiama un altro sorso con la stessa urgenza quieta di un bacio salato. Morde le labbra. Vuole tornare. ASofia è così un vino che conquista con passi lenti. Non si impone, si rivela. E quando capisci cosa hai nel bicchiere, è già troppo tardi: sei già dentro. Ad abitarlo. Chianti Classico Le Tre Vigne 2022 L’impressione che ho avuto è di un vino che non si annuncia, non si presenta con cerimonia, non aspetta che tu sia pronto. Entra nel calice e dice: eccomi. Sono quello che sono. Il rubino del Le Tre Vigne 2022 è pulito, vivace, con quella trasparenza che nei grandi Sangiovese significa ancora gioventù. Energia trattenuta. Al naso arriva subito la viola, poi il tabacco, il pepe, la noce moscata, l’arancia. Sono i sentori fondativi di un Chianti che sa di Chianti vero, senza artifici, senza cosmesi. C’è una pungenza vegetale che non disturba affatto: è quel verde quasi primario, sottobosco appena tagliato, che racconta la quota dei vigneti, i suoli calcarei di Greve e Montefioralle. La ciliegia è fresca, vivida, con un lieve velo balsamico che le dà profondità senza toglierle slancio. In bocca il vino si apre con quella freschezza diretta di chi non ha niente da nascondere. I tannini ci sono e sono vivi, ancora un poco spigolosi. Hanno però già deciso di non fare la guerra. Si lasciano sentire e poi si ritirano, lasciando campo alla sapidità, all’allungo, a una bevibilità che diventa quasi pericolosa nella sua semplicità. Non è un vino che ha bisogno di grandi abbinamenti né di grandi occasioni. La sua sottigliezza è il suo pregio. Si beve con la stessa naturalezza con cui si respira. Per un Chianti Classico è la forma più alta di complimento. Tre vigne, tre voci, un’unica frase pulita. Buono e vivo. Fine. Metodo Classico Millesimato Le Quattro Sorelle  Il Sangiovese non è un’uva da bollicine. O almeno, così dice la vulgata. E come tutte le vulgata del vino, merita di essere sfidata. Non per il gusto della provocazione, ma perché il territorio, quando è giusto, trasforma l’impossibile in inevitabile. Le Quattro Sorelle è un omaggio. Quattro donne, quattro storie, quattro percorsi che si diramano e poi convergono ogni anno sulle colline di Greve. Se non fisicamente, almeno nell’idea che quella terra appartiene a tutte. Sei anni sui lieviti: un tempo lungo, quasi ostinato, che avrebbe senso per uno Champagne da Pinot Noir o per un Franciacorta da Chardonnay. Su un Sangiovese del Chianti Classico diventa una dichiarazione poetica. Una follia consapevole, per usare le parole di Sofia. Il colore è un rosa antico con riflessi ramati, frutto di quel contatto prolungato con i lieviti che nel tempo restituisce sfumature dorate. Il perlage è fine, persistente, intessuto nella struttura del vino come un filo che non si vede ma tiene tutto insieme. Al naso emergono la crosta di pane, la pasta di mandorle, il lievito che si è trasformato in complessità. Poi, inaspettata, la firma inconfondibile del Sangiovese: ciliegia acida, un tocco di melograno, quella acidità luminosa che nel metodo classico diventa la spina dorsale di tutto. In bocca è secco, verticale, con una freschezza che le bollicine amplificano senza snaturare. Il finale è lungo e sapido, con un ritorno di frutta che sembra più lontana del solito. Sembra un ricordo preciso invece di una sensazione immediata. Non è un vino facile ne non vuole esserlo. È un vino di famiglia, nel senso più intimo del termine: ci vuole tempo per capirlo, ci vuole affetto per amarlo, e una volta che lo ami non lo dimentichi. Sei anni di attesa per qualcosa che finisce in un sorso. Come tutto ciò che vale davvero.​​​​​​​​​​​​​​​​ C’è una nuova vigna. A Lamole, la sottozona del Chianti Classico più in quota, la più piccola, la più verticale. Una prima vendemmia nel 2025, il vino che uscirà tra un paio di anni. Sarà il quinto cru di Terreno. E Sofia vuole farlo senza legno. Cemento, probabilmente. Vetro resina, forse. Freschezza pura. Con i cambiamenti climatici, sono molto curiosa di capire come sarà questo vino. È una frase che contiene tutto il senso del vignaiolo contemporaneo: guardare avanti con curiosità invece che con paura. Il cambiamento climatico non solo come problema ma come nuovo set di domande, come possibilità di trovare soluzioni che non esistevano prima. Le quote più alte, le UGA più fresche, le vinificazioni senza legno che restituiscono al vino tutta la sua acidità strutturale. Il Chianti Classico, in questo, ha fatto un lavoro straordinario nell’ultimo decennio. Sofia lo riconosce senza riserve Ho vissuto quegli anni quando la denominazione si è trasformata in vini veramente belli, di qualità. Il consorzio ha capito che bisognava investire. Verso la fine della nostra chiacchierata le chiedo come sta. Come persona. È una domanda che faccio spesso, perché credo che il vino sia sempre lo specchio di chi lo fa. Così che conoscere lo stato di salute emotivo di chi produce sia parte integrante della comprensione del vino stesso. Spesso trovo imbarazzo, resistenza, pudore. Sofia invece risponde senza esitare. Non voglio andare via. Voglio continuare a fare questo. E poi aggiunge qualcosa che trovo bellissimo: parla dei nipoti, ormai adulti. Spera che un giorno vogliano prendersi cura di Terreno. Ma li ammonisce già adesso: non venite troppo presto. Fate prima altre cose. Portate qualcosa dall’esterno, qualcosa che non sia solo entusiasmo ma bagaglio, esperienza, visione. Devi portare qualcosa oltre l’esperienza. La voglia di farlo. Devi essere costretto, nel senso buono. Altrimenti viene male. Come un tavolino con due gambe invece di tre, aggiungo io. Lei ride.  Esatto Sofia stessa è arrivata all’azienda di famiglia tardi, per necessità quasi accidentale, dopo un percorso lungo e disperso. Da quella necessità, ha fatto una scelta consapevole, totale, irreversibile. Ora trasmette ai nipoti la stessa legge: il vino non si eredita, si sceglie. Non basta il cognome o il passaporto familiare. Ci vuole la fame. Il COVID è stato devastante.  Sei completamente isolata al mondo, all’aria aperta sì, ma tutto fermo. Le cose crescono e non vendi. Un’azienda agricola durante una pandemia è un paradosso crudele: la natura non si ferma, le vigne avanzano, le olive cadono, il tempo non aspetta. Tu non puoi vendere, non puoi incontrare nessuno, non puoi comunicare quello che produci al mondo. Era importante capire perché lo facessi. Passare quei periodi con una voglia di continuare. Molti se lo sono dimenticato, quel momento. Io penso che sia stato invece uno di quegli insegnamenti che il tempo conserva nelle sue pieghe, silenziosi ma disponibili quando servono. Il vino stesso insegna questa cosa: la pazienza non è rinuncia, è strategie lunga. Ogni annata ti ricordi cosa hai fatto, com’era l’azienda, chi lavorava. E capisci cosa devi fare oggi per andare avanti. Penso a sua madre che cercava un giardino impossibile nel nord e l’ha trovato a Greve in Chianti. Penso a Sofia che da quel giardino ha ricavato vigneti, ha ricavato vini, ha ricavato un’identità così precisa da meritarsi un nome su una botte. A volte le cose più importanti che facciamo nella vita non le pianifichiamo. Le scopriamo nel momento in cui qualcuno pronuncia una parola che non dovrebbe pronunciare, come vendere. Così che qualcosa dentro di noi dice: no, aspettate. Terreno. Il nome è già un programma.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Nicoletta Madrigali. La Custode della Croara Arrow Right Top Bg

15 Maggio, 2026

Nicoletta Madrigali. La custode della Croara

  Siamo dei custodi. Non dei proprietari. C’è una parola che torna spesso nel vocabolario di chi fa vino senza averlo mai programmato. Una parola che suona quasi come una giustificazione, come se il parlante avvertisse il bisogno di spiegare a se stesso, prima che agli altri, come sia finito in mezzo alle vigne. La parola è follia. La usano tutti. La usano quelli che hanno lasciato un lavoro sicuro per comprare una cantina in Toscana. La usano quelli che hanno piantato vitigni su un terreno ereditato senza sapere bene cosa farsene. La usano i medici, gli avvocati, i finanzieri che a un certo punto si sono ritrovati a parlare di Sangiovese e di potature invernali come se avessero fatto altro tutta la vita. È una parola che nella sua brevità contiene una complicità, un riconoscimento reciproco tra chi sa che certi cambiamenti non si spiegano, si vivono. Nicoletta Madrigali la usa così. Con naturalezza. Con quel sorriso che si sente nei toni della voce di chi ha già perdonato se stesso per ogni investimento antieconomico. Lo dice lei stessa, senza pudore, quasi con orgoglio. Per ogni mattina passata a potare sotto un vento impetuoso sulle colline di San Lazzaro di Savena, a dieci minuti dal centro storico di Bologna. Il paesaggio che ti sceglie Parlando con Nicoletta mi sono accorto di una cosa. Nella storia della Tenuta Santa Cecilia non c’è un momento preciso in cui lei e suo marito Michele hanno deciso di fare vino. Non c’è stata una riunione, un piano d’impresa, un obiettivo dichiarato. C’è stato, invece, un paesaggio. Un paesaggio che si è insinuato nelle finestre di una casa in ristrutturazione e non ha più lasciato andare. Erano gli anni intorno al 1988. Una casa a Bologna, la ricerca di qualcosa vicino ai genitori, una sorta di buen retiro familiare lontano da Milano. Di fronte alla casa, una vigna vecchia di cinquant’anni. Sulla destra, un filare antico di cipressi. Più su, nascosta nella curva della collina, una piccola vigna chiamata del campanaro, appartenuta a chi custodiva le campane dell’Abbazia di Santa Cecilia, che ancora oggi si staglia come una sagoma familiare sul colle di fronte. È una piccola valle che rimane un po’ nascosta dalla strada. Un posto abbastanza misterioso. Ed è nata lì la nostra passione per questo luogo, la voglia di salvaguardarlo. Man mano che si mettevano in vendita terreni vicini, di fronte, li abbiamo acquistati. In quel momento ancora non lo sapevano, ma quel paesaggio aveva già preso la sua decisione. L’architetto che non avrebbe lasciato C’è un personaggio che nella storia di Tenuta Santa Cecilia gioca un ruolo fondamentale, anche se probabilmente non avrebbe mai immaginato di contribuire alla nascita di un’azienda vitivinicola. Si tratta di Luigi Caccia Dominioni, il grande architetto milanese del Novecento, colui che diede forma al gusto di un’intera generazione borghese attraverso le sue residenze milanesi, di un’eleganza discreta, mai ostentata. Caccia Dominioni vede la proprietà in una torrida giornata di luglio. Ha già novant’anni. Eppure l’entusiasmo è quello di un trentenne. In quindici giorni produce schizzi, bozzetti, idee. E tra le tante cose che dice ai nuovi proprietari, una è perentoria: la vigna non la potete togliere. È come una volta, dice, quando casa, orto, giardino e vigneto formavano un unico organismo che aveva senso solo nella sua interezza. Togliere la vigna sarebbe stato un sacrilegio estetico prima ancora che agricolo. Lui aveva già novant’anni ed era entusiasta. Aveva visto il chiostro di Santa Cecilia, aveva visto l’ambiente, e in quindici giorni aveva già fatto gli schizzi. Quando ci ha detto che la vigna non si toccava, capivamo il perché. E così la vigna è rimasta. Poi ne è arrivata un’altra. Poi quella sul colle di fronte. Cinque ettari in totale (oggi sei con l’oliveto) in una piccola valle che Nicoletta continua a chiamare misteriosa. Il termine non è scelto a caso. È il mistero della bellezza che si svela lentamente, di un paesaggio che non si offre al primo sguardo dei passanti, che rimane discreto come certe persone che alla quarta conversazione ti cambiano la vita. Custodi, non proprietari Quello che emerge con forza dalla storia di questa tenuta è un’etica della custodia che non ha nulla di ideologico né di ostentato. Nasce semplicemente da uno sguardo, quello di Nicoletta ogni mattina dalla finestra, con la sagoma di Santa Cecilia sul colle di fronte. L’Abbazia fu fondata intorno al 1136. Era un centro ambrosiano, un luogo di cultura e di insegnamento, uno di quelle abbazie benedettine che hanno costruito l’Europa prima ancora che qualcuno sapesse dove l’Europa finisse. I monaci Ambrosoli di Santa Cecilia coltivavano la vite, l’ulivo. Oltre che il sapere. Non è un caso se nelle grandi riunioni dei Vini d’Abbazia, cui Nicoletta ha partecipato, si ritrovano benedettini che in pochi metri quadri di vigna custodiscono una tradizione millenaria. Quando ho partecipato alle riunioni dei Vini d’Abbazia ho scoperto meglio i monaci Ambrosioli di Santa Cecilia. Erano lì, sullo stesso colle che vedo dalla finestra. E ho capito che noi, in qualche modo, stiamo continuando qualcosa. Custodi, appunto. Una parola che nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, biologico, biodinamico, rischia di diventare un’etichetta ideologica, quasi una fede laica con i suoi ortodossi e i suoi eretici. Qui non c’è nulla di tutto questo. C’è solo la consapevolezza, maturata nel tempo e nel lavoro, che un luogo così raro, una piccola valle nascosta dentro un parco naturale a dieci minuti da una grande città, non appartenga a chi lo abita. Va restituito intatto a chi verrà. Cerchiamo di mantenere quello che è uno stile di questa zona. Salvaguardare il territorio, il panorama, le costruzioni nell’ambito di quello che ci circonda. E anche quello che si produce deve rispettare tutto questo. L’azienda è biologica dal 2008. Non irriga così che le radici possano scendere in profondità e trovano da sole le falde sotterranee. Un dettaglio tecnico che diventa quasi una metafora: radicarsi per trovare ciò di cui si ha bisogno, senza aspettarselo dall’esterno. Gelso, Emilia IGT Rosato da Barbera e Merlot Il gelso è l’albero della pazienza. Cresce lento, non si affretta. Quando poi, finalmente, porta i suoi frutti, lo fa con una generosità silenziosa che non chiede applausi. Un nome perfetto per un rosato che nasce dall’incontro di due caratteri diversi: la Barbera, con la sua acidità vivace e il suo frutto tagliente; il Merlot, più morbido, più rotondo, capace di ammorbidire gli spigoli senza cancellarli. Nel calice il Gelso si presenta con un rosa intenso, quasi cerasuolo, con riflessi violacei che tradiscono la presenza della Barbera. Non è un rosato timido, non è di quelli che si scusano del proprio colore. È deciso, luminoso, estivo nel senso più pieno della parola. Al naso arriva subito la frutta rossa fresca: fragola matura, lampone, ciliegia. Poi la nota floreale sottile che ricorda la rosa canina, quella selvatica che cresce lungo i bordi dei campi. C’è freschezza, c’è immediatezza, ma c’è anche qualcosa di più carnoso che il Merlot porta con sé: una morbidezza fruttata che arrotonda il profilo e lo rende accogliente. In bocca è asciutto ma succoso, con una buona acidità che tiene vivo il sorso e una struttura più presente di quanto ci si aspetti da un rosato. Non è un vino da sorseggiare distrattamente. Ha una personalità che si fa notare, la sapidità del terreno, la mineralità del gesso, quella vena quasi salina che è il segno distintivo di questa piccola valle. Il finale è pulito, con un ritorno di frutta rossa e una leggera nota ammandorlata che chiude con discrezione. È il vino dell’estate che non vuole finire. Di quei tavoli apparecchiati fuori, tra i filari, quando la luce scende e non si ha ancora voglia di rientrare. La donna che non si immaginava coltivatrice diretta Se si guarda indietro alla vita di Nicoletta, quella precedente alla Tenuta, si vede una donna del tutto diversa da quella che oggi percorre i filari e decide i tempi di vendemmia. Milano, lavoro nell’immobiliare, le figlie da crescere. E poi, determinante come certi incontri che cambiano le traiettorie senza rumore, la frequentazione di Leari, quello spazio pionieristico milanese dove si vendevano prodotti biologici quando in Italia il biologico era ancora una cosa da iniziati. Un luogo dove avvenivano incontri culturali, confronti, consapevolezze. Non mi sarei mai immaginata coltivatrice diretta. Frequentavo già i negozi biologici a Milano, c’era questa sensibilità che stava crescendo. E devo ringraziare le persone che ho incontrato in quegli anni. Caccia Dominioni, certo, ma anche chi mi ha aperto quel mondo. È stata una preparazione fondamentale, anche se all’epoca non lo sapevo. La parola preparazione mi colpisce. C’è chi arriva al vino per una illuminazione, chi per un’eredità, chi per calcolo imprenditoriale. Nicoletta ci è arrivata per stratificazione lenta. Come il gesso che si forma nei millenni, strato dopo strato, in silenzio. Michele, suo marito, non pensava nemmeno lui di guidare un trattore. Poi lo ha fatto, da quell’atavico istinto contadino che aveva già esercitato da giovane nelle campagne delle zie. E le figlie, oggi adulte, che vivono a Londra e a Milano, si sono avvicinate a modo loro: etichette, fotografie, pubbliche relazioni. Non c’è garanzia che continueranno, e Nicoletta non sembra preoccuparsene. Ciò che tiene in piedi questo posto non è una successione pianificata. È qualcosa di più solido. La bellezza di quello che facciamo è mantenere quello che ci viene dato in custodia. Alla fine siamo custodi di questo terreno, di questo ambiente. Ed è molto bello. Mi arrabbio molto se poi costruiscono intorno delle cose brutte. Purtroppo le hanno fatte. E allora pianterà alberi. Diventerà, dice ridendo, una monaca benedettina. Perché i monaci dell’Abbazia di Santa Cecilia erano già maestri di silvicoltura, di tagli ragionati, di ripianto, di cura dei boschi. Pionieri di un approccio al territorio che oggi chiamiamo sostenibilità e loro chiamavano semplicemente buon senso. Viburno. Barbera DOC Colli Bolognesi Il Viburno prende il nome dal viburno, arbusto selvatico che cresce spontaneo nelle siepi e nei margini boscosi di queste colline, con i suoi grappoli di bacche rosse che d’autunno brillano tra le foglie come piccoli fuochi. Solo il nome sa di paesaggio. La Barbera in purezza, vinificata in acciaio e affinata in anfore di ceramica per dodici mesi, arriva nel calice con un rosso rubino che ha qualcosa di terso e limpido, come l’aria di queste colline dopo la pioggia. È una Barbera che non cavalca la potenza che il vitigno potrebbe darle su altri terreni. Qui la sabbia e il gesso la addomesticano in modo elegante, la smorzano quel tanto che basta per farla diventare qualcosa di finissimo. Al naso frutti rossi e neri, ciliegia, mora, con quella nota erbacea-speziata che ricorda il sottobosco autunnale. Poi qualcosa di più morbido, quasi balsamico, che arriva con l’ossigenazione. In bocca la Barbera della Croara sorprende. L’acidità c’è ma non punge. Accompagna, guida, allunga il sorso in una persistenza lunga e pulita. I tannini, ammorbiditi dal passaggio in anfora, sono vellutati, quasi invisibili. È un vino che si può bere da solo, in concentrazione, ascoltando qualcosa di bello, oppure portare in tavola con carni semplici, con i tortellini in brodo di una domenica bolognese. È versatile come le persone educate. Si adatta senza perdere se stesso. I nostri vini sono raffinati quanto si può dire di vini così. Semplici, però. Che rispecchiassero la nostra situazione geologica. La sabbia, il gesso danno vini che comunque sono abbastanza eleganti. E noi ci siamo adattati a quello. Pignoletto Metodo Classico DOCG Colli Bolognesi Un metodo classico da Pignoletto in purezza con un riposo sui lieviti di circa 5 anni. Versato nel calice mostra un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e una perlage finissimo che sembra salire con la compostezza di un monaco che non ha fretta. Al naso apre con freschezza agrumata di cedro e limone maturo. Poi arriva la crosta di pane appena sfornata con quella nota briochée che sa di firma dei lieviti. Seguono fiori bianchi di acacia e, in fondo, una traccia sottile di frutta secca che ricorda le mandorle tostate delle colline. Non è un profumo che si esaurisce subito. Richiede di tornare, di aspettare che le bollicine portino altra grazia. In bocca è secco, affilato, con una mineralità gessosa che percorre il sorso da cima a fondo come una linea dritta. Le bollicine sono vive ed eleganti. Non aggressive. L’acidità è presente e ben calibrata così da tenere tutto in tensione senza mai irrigidire. E poi il finale, lungo e sapido, con quella nota di mandorla che aveva già annunciato il naso e che qui torna a chiudere il cerchio in modo pulito, risolto, soddisfacente. È il vino delle occasioni che non si annunciano. Non ha bisogno di un brindisi formale né di un motivo speciale. Ha bisogno di silenzio, o di una conversazione vera. Esattamente come il luogo da cui nasce. Non siamo mai partiti da un desiderio di stile. Non abbiamo detto all’enologo: voglio questo tipo di vino. Abbiamo lasciato che fosse il terreno a decidere. E quello che si produce qui rispecchia la zona. Una zona che per secoli è stata riconosciuta per gli orti, per le verdure, per la sapidità e la mineralità. Quella stessa mineralità si sente nel vino, si sente nell’olio. Il mercato che rallenta e la bacchetta magica Anche Tenuta Santa Cecilia ha sentito il vento cambiare. L’export, che aveva funzionato bene per anni, si è fatto più cauto. Il mercato del vino italiano vive una fase di riflessione: i consumi scendono, i grandi mercati stranieri mostrano segnali di saturazione su certi segmenti, e le cantine con le cantine piene fanno prezzi con cui è difficile competere. Non è una novità. Ma è un fatto. Quello che colpisce, parlando con Nicoletta, è l’assenza di ansia. Non quella dell’incosciente, ma quella di chi ha imparato che la natura non accelera per nessuno. Il mercato per noi è un po’ fermo. Prima spedivamo all’estero, facevamo tante spedizioni. Adesso è più quieto. Ma non ci sbilanciamo. La natura richiede un tempo, e cercare di forzarla non porta da nessuna parte. Se avesse una bacchetta magica, dice, farebbe una cosa sola: una cantina vera, lì sul posto. Una cantina progettata per stare in quel paesaggio, tra quelle colline, come parte organica di un luogo che già esiste. Perché vinificare altrove, anche se in una struttura di proprietà, anche se con tutta la cura possibile, è l’unica cosa che si porta dentro come un’imperfezione non ancora risolta. Non una colpa. Un sogno concreto, razionale, che aspetta i tempi e le risorse giuste. Ci vuole. Ma prima di cambiare bisogna procedere molto lentamente. I cambiamenti improvvisi a me non piacciono. Poi ho fatto dei cambiamenti importanti nella vita, ma sempre passo dopo passo, controllando bene. Sei etichette. Trentamila bottiglie. Un territorio che in larga parte si auto-gestisce, con quel vento impetuoso che percorre la valle e che, dice Nicoletta con una leggerezza che vale più di molte spiegazioni tecniche, non ha mai avuto bisogno di rame. È quasi un piccolo miracolo raccontato come se fosse la cosa più normale del mondo. Cosa rimane Alla fine di ogni conversazione con chi fa vino mi ritrovo a chiedermi cosa cerco davvero in queste storie. Non è la tecnica, anche se la tecnica conta. Non è il punteggio, che da queste parti non esiste e non esisterebbe comunque. È capire se dietro una bottiglia c’è una persona che ha qualcosa da difendere, da preservare, da restituire. Con Nicoletta la risposta è stata semplice e immediata. Apre le finestre la mattina e vede l’Abbazia. Vede le colline che ha comprato una a una per evitare che qualcuno ci costruisse qualcosa di brutto. Vede i cipressi antichi della vigna del campanaro. E dice una cosa che suona come una poesia involontaria, come quelle che nascono solo quando si smette di cercarle: Apro le finestre e sono felice. Questa è la parola giusta. Felice. A Roma, dove vivo, si dice chi t’ammazza quando qualcosa è così bello da essere quasi insostenibile. Nicoletta Madrigali, ex immobiliarista milanese, coltivatrice diretta per destino e per vocazione, custode di una piccola valle nascosta alle porte di Bologna, merita esattamente quello. Chi t’ammazza, Nicoletta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito Arrow Right Top Bg

13 Maggio, 2026

Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito

  Qualunque cosa tu faccia, amala come amavi la cabina di proiezione quando eri piccolo. È una frase che travalica il cinema e diventa filosofia di vita. È tratta da una scena del film Nuovo Cinema Paradiso che non si dimentica mai del tutto con Alfredo, vecchio e cieco, che parla al piccolo Totò Mentre chiacchiero con Francesco Sedilesu, titolare dell’Azienda Agricola Teularju di Mamoiada, quella frase mi torna in mente più volte. Francesco ha amato e ama la vigna esattamente così: con l’intensità di qualcosa incontrata da bambino, prima che diventasse scelta consapevole. Mamoiada è il nome che evoca i Mamuthones, le maschere del carnevale di pietra e pelle, parte di quel rito la cui origine si perde nei ricordi degli anziani del paese. Ancor più vecchio di qualunque memoria. Accanto al carnevale, c’è un altro rito che qui si celebra ogni anno. Altrettanto ancestrale. Altrettanto corale. È la vendemmia. Settecento nuclei familiari, duemilaquattrocento abitanti, duecentocinquanta cantine domestiche. Quasi un vignaiolo ogni dieci anime. Francesco descrive quel paesaggio sonoro con una precisione che sa di infanzia recuperata. Da piccolo, quando hai a che fare con l’uva già in vigna, ogni profumo, ogni rumore, ogni musica che in qualche maniera viene dalla natura, ti rimane impressa… ti segna. Entra, si incarna. E quando l’uva veniva portata a casa, messa nel tino, con quei profumi, è chiaro che ti marchiano per sempre. Proust lo sapeva. La madeleine immersa nel tè che riapre un’intera stagione perduta. Ma qui non è un dolce di pasta frolla: è il vapore acido di una fermentazione spontanea, il crepitio di una pressa, il rumore notturno di un paese che vendemmia tutto insieme. Il periodo vendemmiale era una specie di musica. Le presse, i pigiatori, i macchinatori dell’uva. Non si dormiva. E ancora oggi i miei figli mi dicono che quella sensazione ce l’hanno. Probabilmente l’avranno anche i miei nipoti. Quella bella sensazione della vendemmia. Il padre, i fratelli, la stanzetta di venti metri La nonna di Francesco aveva meno di un ettaro. Il suo giardino di casa. Poi tre botti di castagno in una stanzetta di venti metri quadri. Suo padre faceva un altro lavoro. Come spesso accade nelle famiglie di queste zone interne della Sardegna, la vigna era contorno, integrazione, orgoglio domestico. Nutrimento. Perché il vino era nutrimento, non professione. Poi la vita rimescola le carte. Mio padre in primis faceva un altro lavoro. Poi lo perse e dovette,  per arrotondare, prendere dei vigneti in affitto. Alla fine della sua carriera da vignaiolo, aveva cinque ettari così che produceva un bel po’ di vino. Che vendeva ovviamente e nell’economia funzionava, dai. Ancora oggi, a novantaquattro anni, quando lo incontrano gli chiedono del vino. Gli piacerebbe venire ancora in campagna, ma non ce la fa. È sempre un piacere vederlo contento. Gli studi agrari per Francesco non per continuare il lavoro del padre ma per seguire  il mito familiare del posto fisso, la sicurezza. Sicurezza che trova nell’Agenzia di Sviluppo Agricolo della Sardegna, dove ancora lavora. Il vino, però, non l’ha mai mollato. Come un basso continuo sotto la melodia principale. Avevo sempre il pallino di fare l’imprenditore. Il vignaiolo, in sostanza. Ma mia madre e mio padre mi hanno quasi costretto a fare i concorsi. Comunque, sono contento: in ritardo di una generazione, i miei figli hanno realizzato quello che io sognavo. Per me questa è una promessa che si compie. Nel 2002, con i fratelli decidono di tenere insieme i vigneti ereditati dal padre e di imbottigliare. In un ex caseificio abbandonato, quello che la Cassa per il Mezzogiorno aveva costruito negli anni Ottanta accanto a una Cantina Sociale. Entrambe fallite. Francesco non ha pietà nel descrivere il vino di quella cantina sociale Facevano un vino industriale anche perché tutti davano le uve peggiori alla cantina e le uve buone le tenevano per sé. Forse, meno male che c’è stato questo egoismo perché il paese è rimasto fermo, come in una bolla. Come gli ultimi dei Mohicani. Non era coinvolto da quello che faceva il mondo. I paesi vicini andavano dalle cantine sociali. Da noi, niente. Ed è stata una fortuna. Nel paradosso, una vera fortuna perché quando il mercato ha cominciato a cercare autenticità, naturalità, fermentazione spontanea, Mamoiada era già lì. Intatta. Pronta. Come quei paesi di montagna che i turisti del boom avevano saltato e che ritrovano poi, con stupore, ancora vivi. Teularju: il telaio, la trama, il Cannonau L’azienda che si crea è dunque Teularju, il telaio. Lo strumento con cui si intreccia ordito e trama. Difficile immaginare nome più appropriato per chi ha costruito, in vent’anni, una tessitura di territorio, famiglia e comunità.  65.000 bottiglie l’anno su quattro ettari tutti a Cannonau  il vitigno identitario di questa terra rossa e antica. Solo che la scelta produttiva di Francesco e dei suoi figli è, per Mamoiada, quasi rivoluzionaria: raccogliere in anticipo, puntare su bassa alcolicità, acidità viva, frutto integro.  Passare dai 15-16 gradi ai 13, non è solo una questione tecnica è una dichiarazione di poetica. Quando fai vini a 15, 16 gradi sono sì buoni con i nostri alimenti territoriali. Però, come espressività, sono un po’ limitati. Oggi il vino non si beve soltanto, lo si degusta. E nella degustazione mostrano tanti limiti. Invece, se si anticipa la raccolta, la spalla acida è più presente, tutto il frutto non è ancora sciupato. È tutto più delicato e secondo me è meglio. Il processo in cantina è altrettanto radicale nella sua semplicità: fermentazione spontanea, piccoli tini da dieci quintali, follature rigorosamente a mano, nessuna pompa nella fase più delicata. L’unica pompa a disposizione entra in gioco solo sotto la pressa, per portare il vino in botte. Da lì, silenzio. Meno lo si tocca, meglio è. Il vino ritorna in botte e poi lo si rivede dopo un anno. All’imbottigliamento. Il contatto con l’ossigeno nei tini, che sono molto aperti, lo gestiamo con un telo, aprendolo solo in base alla fase della fermentazione. Tutte fasi molto semplici, ma molto curate. Con attenzione. Tecniche che non possono arrivare da studi enologici. Sembrano più tradizioni tramandate da saggio a saggio. Spesso senza parlare. Solo osservando.  Capita che io o mio figlio diamo una mano a qualcun altro. Tutta l’esperienza si è sedimentata piano piano, con scambi con altre persone. Non siamo egoisti perché siamo sempre disponibili ad approfondire. Ma poi si fa una sintesi, senza perdere quello che era il proprio bagaglio culturale. L’enologo magari ti dice: è impossibile che non riparta la volatile, con queste condizioni. E noi diciamo: tranquillo, poi facciamo le analisi e vediamo. E non ci credevano. Non riuscivano a capire come avessimo volatili così bassi. Se hai cura, si capisce. Soprattutto col naso. Francesco e quella sua meravigliosa cadenza sarda. Un intercedere delle parole che sanno di saggezza e vita vissuta, calli sotto le mani, sole sulla pelle. In ogni sua movenza, in ogni piccolo cenno con il volto, nel muovere di una ruga, c’è serenità. La serenità di un intero paese. Del rispetto degli anziani e di ciò che portano con se.  Il naso è uno strumento che hai sempre a disposizione, non hai bisogno di tararlo. Entro in cantina e capisco subito se c’è un problema. È qualcosa di primordiale, ancestrale. Come lavorava mio nonno, come lavorava mio padre. Mai visto un fiasco di aceto. Eppure lavavano le botti con l’acqua e con qualche residuo di aceto come conservante. Cose che oggi una scuola di enologia ti direbbe che sono da pazzi. Eppure funzionava.» Il vino comunitario Nel 2015 Francesco è tra i fondatori dell’Associazione dei produttori di Mamoiada. Avevano viaggiato insieme i produttori della zona. Non si poteva non farlo per capire bene il mondo. Langhe, Borgogna, Alsazia, Francia. Avevano visto e imparato come si costruisce un territorio del vino. Erano tornati con una convinzione: anche Mamoiada ce la poteva fare. Si andava nelle terre del Barolo, del Brunello, in Francia. Avevamo l’idea che anche il territorio di Mamoiada avesse la vocazione. Nel 2015 abbiamo creato l’associazione e in poco tempo i giovani hanno preso coraggio. Abbiamo messa a loro disposizione la nostra esperienza. Sono nate tante aziende. Oggi a Mamoiada sono quaranta le cantine. È un piccolo territorio del vino e rimane quel tessuto comunitario che è la cosa più importante. Una parola, in tutta la conversazione, mi colpisce più delle altre. Non naturale, non artigianale, non biologico. Comunitario. Come a sostenere ancora una volta la forza di una comunità. Il nostro è un vino comunitario. C’è una tradizione di una comunità rurale che sostiene il suo vino e il suo vino oggi si sostiene e sostiene la comunità. Così tutti questi giovani hanno lavoro e rimangono nel paese. Non sono costretti ad andare via. Mamoiada è ormai certificato come uno dei pochissimi paesi delle zone interne della Sardegna in controtendenza: non cresce, ma non cala. E già questo è un segnale. Un bel segnale.» Bob Dylan, nel discorso del Nobel, citò Moby Dick. La nave che insegue qualcosa di impossibile e non smette mai di tracciare la rotta. Francesco non insegue balene bianche. Insegue qualcosa di più concreto e altrettanto difficile: la dignità di un territorio, la sopravvivenza di una comunità, la verità di un vino che sappia ancora di mani e di tempo. Ma c’è anche la paura. Non del fallimento, che conosce e non teme. Paura degli investitori esterni. Il pericolo che vedo è adesso che il territorio sta avendo successo. Arrivano gli investitori. Con tanti soldi. Comprano i vigneti non facendo parte di quella comunità rurale che sostiene il vino.  Sull’Etna da tempo sono arrivati i grandi investitori. Hanno certamente incrementato il prezzo del vino per dargli il valore che merita senza che però che di ciò le comunità locali ne beneficiassero. Se non in piccola parte. Le briciole. Si è certamente creato un movimento di persone locali che, sulla scia dei grandi investitori, hanno avuto lo stimolo di iniziare o continuare un lavoro. Ma il grosso era andato. In tutto ciò, un merito a chi ha scosso le coscienze bisogna comunque darlo.  La verità sta sempre nel mezzo. Come spesso accade.  In Costa Smeralda, l’Aga Khan è arrivato, ha costruito villaggi, ha creato sviluppo miliardario. Tutto quello che vuoi. Ma io da giovane ricordo che andavamo li e ci dicevano: nella spiaggia non potete fare il bagno. Non è casa vostra. Oggi un giovane che vuole sposarsi e farsi una casa lì non può farlo. I terreni costano troppo. Quindi tutto quello sviluppo… non so per chi. Il problema vero è che se arriva un grande investitore, la fermentazione spontanea non te la puoi più permettere. E quella che è un’espressione del territorio viene meno. Il vero problema è che poi gli altri seguono. È che quando si crea un mondo diverso, quello più forte e più spinto ti trascina dentro. A me personalmente non farebbe un baffo — ma ho paura del movimento in generale. La terra è in prestito. Non abbiamo nessun merito particolare per essere nati qui. Abbiamo la responsabilità di conservarla. Non solo per i figli, per tutti. Responsabilità di conservarla. Non c’entra nulla con il guadagno o la consacrazione di se stessi piuttosto che l’invidia. C’entra quel senso di comunità che Francesco più volte ripete. Qualcosa di molto più alto. I figli, la vigna, il telaio che continua La storia più bella però è quella di una famiglia che si moltiplica senza perdersi di vista. Francesco e Rosa hanno quattro figli e di questi, tre sono in Teularju: Giovanni con sua moglie Elisabetta, Giuseppe e Vincenza.  Sei persone, tre famiglie, un’azienda. Più un quarto figlio, Simone,  che ha scelto di fare un percorso tutto suo. Francesco lo ha sostenuto perché diventa una ricchezza. Per la famiglia e per la comunità. Una famiglia in più che fa parte del territorio. Che sviluppa il territorio. Una mentalità incredibile. La capacità di guardare oltre. Non solo nel tempo ma nello spazio. Quella della comunità. Che cresce con il crescere delle persone impiegate.   Quando imbottigliavamo nel 2002, i miei figli avevano dai cinque ai tredici anni. Erano tutti lì, ognuno col suo compito. Come in Tempi Moderni ognuno aveva la sua postazione. Ed erano lì e gli è rimasta. Un meccanismo non perfetto ma magnificamente sincrono. Un formicaio dove ogni membro della famiglia ha il suo compito preciso ancorché pronto a sostituire l’altro. Senza alcun tipo di problema.  Oggi tutti sanno fare tutto. Il bello è questo. Sono vignaioli. Mia nuora è enologa, mia figlia è filosofa, l’altra fa comunicazione e marketing. Ma tutti poi vanno in vigna. Tutti. Voglio che i miei figli siano liberi. Il notaio, quando gli ho trasferito le quote, mi guardava come se fossi matto. Adesso sono nullatenente. Ho il mio lavoro e loro possono tranquillamente fare quello che vogliono. L’unica cosa è che mi riconoscono un’autorevolezza, da padre. Quindi mi ascoltano. Però vedo che in tante cose hanno imparato e fanno anche meglio di me. Francesco è una persona mite e sempre sorridente. Sardo di quella Sardegna fatta di persone perbene che hanno a cuore la propria famiglia e la propria comunità. Una unione che diventa inscindibile e irrinunciabile.  Il patriarcato? Qui non sanno neanche cosa possa significare perché è l’amore che domina sopra ogni cosa. Arriva fino ai vini che sono una diretta espressione della famiglia.  Un uomo buono che vuole solo la serenità della sua vita nell’amore e unione della sua famiglia. Null’altro. Piccole cose. Accontentarsi delle piccole cose continuando a dare il proprio contributo. Fino a quando potrà. Sono come il prezzemolo. Ci sono in tutto e do il mio contributo. Ma sono sicuro che in breve servirò a poco. Gli ho passato tutto, ho fatto tutto e continuerò a dare tutto per quello che vale. Domani faranno loro. E faranno bene. Quello che mi auguro per questa azienda?” Ripete la mia domanda. Sorride con la semplicità di chi ha già trovato la risposta da tempo. Fare sempre meglio. Con l’esperienza visto che l’esperienza aiuta ma anche con le intuizioni dei giovani. Pensa: il fatto di raccogliere prima, in maniera anche drastica, passare dai 15 gradi ai 13, da solo, magari non l’avrei fatto. Sono stati loro a dire: proviamoci. E funziona. Con il Cannonau funziona. Questi giovani hanno voglia di fare. Una famiglia unita e contentissima con tutti i figli e i cinque nipoti, vicini. Una famiglia che si allarga come si allargava una volta nel silenzio lento di una terra che non si vende, non si cede, si tramanda. È il telaio che continua a funzionare. Incessantemente. Con quel suo rumore caratteristico. Magari lo stesso che si unisce a quello della vendemmia. Non posso dimenticare i vini ovviamente.  Quando ho assaggiato i vini di Teularju ero a Roma, in una sera che non sapevo avrei dovuto ricordare. Ocruarana e Cara’GonareMi è rimasta in bocca una sensazione insolita. Non la potenza che ti aspetti dal Cannonau ma una tensione, una vitalità quasi nervosa, un frutto che non aveva ceduto alla stanchezza. Era vivo. Preciso. Necessario. Le due Ghiradas nel bicchiere Ocruarana. Barbagia Rosso IGT La pietra verde che dorme sotto il granito ha un nome antico: Ocruarana. Una parola sarda che suona come un respiro trattenuto, come qualcosa di nascosto che aspetta solo il momento giusto per emergere. La ghirada alta, esposta a nord-ovest, pendenza media del venti per cento, suolo sabbioso di origine granitica con infiltrazioni di quella pietra metamorfica verdognola che ha dato nome al vigneto e al vino. Su questi due ettari a seicento metri di quota il Cannonau impara a non avere fretta. La fermentazione è, manco a dirlo, spontanea, i lieviti indigeni fanno il loro lavoro senza essere sollecitati, la macerazione dura poco meno di due settimane, poi il vino riposa in botte grande di rovere per un anno intero prima di incontrare il vetro. Nel calice arriva qualcosa di non immediatamente decifrabile, qualcosa che richiede silenzio. Il colore ha profondità, non è ostentato. Al naso si apre uno scenario di macchia, di mirto e viola. La viola soprattutto, che in certi Cannonau di quota compare come una firma segreta insieme a spezie dolci che non sovrastano, accompagnano. C’è una sensazione di libertà nel senso più letterale: aria aperta, vento che scende dal monte, una complessità costruita non in cantina ma nella vigna, nelle pietre, nel tempo. In bocca l’eleganza non negozia con la potenza ma le cammina accanto: freschezza, tannino finissimo, finale che insiste su toni balsamici e speziati, con il pepe che ritorna come una nota bassa, lunga, profonda. Un vino che non urla la sua provenienza — la sussurra. E chi ascolta, non dimentica. Cara’Gonare. Barbagia Rosso IGT Il Monte Gonare si vede da lì. La ghirada guarda il monte, il vino porta quella direzione dello sguardo nel bicchiere. Un solo ettaro, esposizione sud-sud/ovest, suolo sabbioso con sostanza organica e scheletro abbondante nella parte più scoscesa: la Cara’Gonare è la ghirada più raccolta di Teularju, la più protetta, quella che il sole accarezza più a lungo. Stessa cura in cantina ma il vino che ne nasce racconta un’altra storia, appena diversa nel timbro, nella temperatura emotiva. Nel calice è un rosso che si presenta con una certa compostezza, quasi con riserbo. Le spezie dolci arrivano prima, cardamomo e chiodo di garofano, poi seguono i frutti rossi, ciliegia balsanica, piccole bacche di sottobosco. Insieme costruiscono un profumo che è maturo senza essere stanco. In bocca è ampio, sapido, con quella densità silenziosa che appartiene ai vini di altitudine. Il tannino è ancora vibrante, giovane, ma non aggressivo: è la giovinezza di qualcosa che ha davanti a sé molto tempo per diventare ciò che sa già di poter essere. Il finale è lungo, persistente, e sulla macchia mediterranea torna a chiudere il cerchio. Come se il Monte Gonare, da lì in fondo, rispondesse. Due vini, due pezzi della stessa terra. Fratelli che si somigliano e si distinguono, come solo sanno fare i figli cresciuti sullo stesso granito. Viene in mente una canzone di Fabrizio De André, Volta la carta: La vita è un dono, un prestito dal niente. Francesco Sedilesu, che di mestiere sviluppa l’agricoltura sarda e nel tempo libero fa il vignaiolo, o forse è il contrario, oramai quella frase la conosce senza averla mai sentita. La vive. La trasmette. La imbottiglia. La terra è in prestito. Il vino anche. E i figli pure vengono da te, ma non ti appartengono. La vera filosofia di Teularju è anche un modo dignitoso di stare al mondo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta.. Arrow Right Top Bg

11 Maggio, 2026

Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta..

  Festeggiare è un atto di civiltà. Non il semplice accumulo di brindisi e sorrisi. È  qualcosa di più profondo: il riconoscimento collettivo che qualcuno ha fatto qualcosa che vale la pena ricordare. Per questo, quando Daniele Cernilli mi ha invitato a celebrare i quindici anni di Doctor Wine e della sua Guida dei Vini Buoni d’Italia, ho accettato con la stessa semplicità con cui si dice sì a una cosa giusta. Perché i quindici anni di Daniele sono una cosa giusta e le cose giuste meritano di essere celebrate. L’appuntamento era all’Hotel Visconti di Roma, sabato 9 maggio. Una degustazione libera, con un parterre di cantine selezionate dalla mano di chi, in materia, non sbaglia o sbaglia raramente. La premessa era ottima. Oltretutto Roma era insolitamente clemente con il parcheggio. Sarà stato perché i romani, nel frattempo, si dividevano equamente tra il Foro Italico per gli Internazionali d’Italia e le spiagge. Nell’aria quella leggerezza di un sabato pomeriggio che predispone al bello. All’accredito, nel momento in cui ho dato il mio nome, qualcuno ha pensato bene di accogliermi con un epiteto dantesco: “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.”  L’ho preso come una battuta. Forse avrei dovuto prenderlo come un presagio. La sala di degustazione era piena. Piena nel senso più letterale, fisico e poco metaforico del termine: troppo piena. Produttori interessanti. Vini certamente degni di attenzione. Cosa questa che non potrebbe essere altrimenti con la firma di Daniele. Tutto però relegato in uno spazio che la folla aveva trasformato in qualcosa di più simile a una metropolitana nelle ore di punta che ad un luogo deputato all’ascolto del vino.  L’aria mancava. Il caldo era reale. Transitare da un banco all’altro richiedeva una pazienza che il contesto non meritava. Calici pieni come la quantità di anidride carbonica presente in sala. Se ci fosse stata la musica i corpi connessi vista la mancanza assoluta di spazio, almeno avrebbero preso a muoversi con un certo ritmo. Che oltretutto il tasso alcolico avrebbe facilitato molto. Non ho scambiato una parola con nessun produttore. Ho chiesto vini, li ho ricevuti, li ho bevuti. Ma capire quei vini, sentirli, interrogarli, costruire il dialogo silenzioso che è il cuore di ogni degustazione seria, questo non è stato, purtroppo, possibile.  Ho notato, sulle facce di qualche produttore, un’espressione che conoscevo bene: quella di chi ha qualcosa da dire e non trova lo spazio per dirlo. Quella che per dirlo aveva bisogno di alzare la voce. Gridare più che dialogare. Sia chiaro: non è una critica alla festa. La festa è stata bella e vedere tante persone, molte delle quali non necessariamente, direi giustamente, avvezze al vino, accorrere a un evento di questo tipo è, in sé, una notizia meravigliosa. Il vino ha bisogno di nuovi pubblici, di sguardi freschi, di curiosità non ancora codificate. Di persone che si approcciano allo sconfinato panorama del vino italiano cercando di capire, scoprire, apprezzarne le sfumature. Ma una cosa è la festa, un’altra è la degustazione. E quando le due si sovrappongono senza uno spazio adeguato a contenerle entrambe, è la degustazione a rimetterci. Con lei, un po’, anche i produttori che avevano accettato di esserci. Daniele Cernilli è una figura di valore indubbio nel panorama critico del vino italiano. Quindici anni di Doctor Wine non si costruiscono per caso: richiedono rigore, coerenza, il coraggio di avere un’opinione e di difenderla. Per questo gli auguro, con sincerità, che ne seguano altri quindici e altri quindici ancora. Ma la prossima volta, Daniele: una stanza più grande. Che i tuoi produttori possano parlare, che i tuoi ospiti possano ascoltare, che i calici possano respirare. Perché quindici anni di lavoro meritano uno spazio all’altezza. E tu, più di chiunque altro, lo sai. Tanti auguri.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Best Wine Stars 2026: tutto pronto per la settima edizione Arrow Right Top Bg

8 Maggio, 2026

Best Wine Stars 2026: tutto pronto per la settima edizione

Definiti programma, piattaforma e protagonisti della Fiera Internazionale in programma a Milano dal 16 al 18 maggio Dopo l’annuncio della settima edizione e il riconoscimento ufficiale come Fiera Internazionale di settore con il contributo di Regione Lombardia, Best Wine Stars 2026 entra nella sua fase più attesa: quella che precede l’apertura al pubblico, con il calendario completo, i protagonisti e tutte le esperienze che animeranno il Palazzo del Ghiaccio dal 16 al 18 maggio. L’evento, ideato e organizzato da Prodes Italia, si conferma un punto di riferimento per il comparto wine, spirits e food, con il patrocinio del Comune di Milano e di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, e una proposta sempre più strutturata e internazionale. OLTRE 1200 PRODOTTI E AREE TEMATICHE PER UN’ESPERIENZA COMPLETA Saranno oltre 1200 i prodotti in degustazione, presentati da aziende italiane e internazionali all’interno di un percorso espositivo suddiviso in aree tematiche: Vino Italia, Vino Internazionale, Bio, Spirits e Food. Un format che consente ai visitatori di orientarsi tra territori, produzioni e tendenze, vivendo un’esperienza immersiva che unisce degustazione, scoperta e relazione diretta con i produttori. PIATTAFORMA DIGITALE E PROGRAMMA: IL CUORE OPERATIVO DELL’EVENTO È già attiva la piattaforma ufficiale visit.bestwinestars.com, sviluppata per supportare la gestione dell’evento e facilitare l’incontro tra espositori, buyer, media e operatori del settore. Attraverso la piattaforma è possibile accedere a tutte le informazioni utili per pianificare la visita: dall’elenco completo degli espositori, con logo, storia aziendale e tipologia di etichette, fino ai prodotti in degustazione e alla lista dei buyer accreditati.
La piattaforma rappresenta inoltre uno strumento operativo per il networking, grazie a funzionalità dedicate alla gestione dell’agenda, alla messaggistica diretta tra operatori e alla possibilità di fissare appuntamenti, rendendo più efficace l’incontro tra domanda e offerta. Al suo interno è già disponibile il calendario completo di masterclass, tasting room e talk, consultabile in anticipo per organizzare al meglio la propria esperienza durante i tre giorni di manifestazione. È inoltre possibile accreditarsi direttamente online per accedere all’evento. Tra gli appuntamenti più attesi, nella giornata di lunedì 18 maggio, si terrà un talk organizzato da Best Wine Stars in collaborazione con la rivista Italia a Tavola, che vedrà la partecipazione di chef di ristoranti stellati, come Salvatore Butticè e Claudio Sadler, insieme a direttori marketing di importanti realtà vitivinicole come Marchesi Antinori e ad altre figure di rilievo del settore, offrendo un momento di confronto di alto livello sul ruolo del vino nella ristorazione contemporanea. Spazio anche a esperienze trasversali come “Alla scoperta del Parmigiano Reggiano: il valore del tempo”, che proporrà un percorso di degustazione guidata tra diverse stagionature, affiancato da una selezione di vini, valorizzando il dialogo tra eccellenze del panorama enogastronomico italiano.   Sabato 16 maggio 2026
12:30 – 13:15
Verticale Fiorduva di Marisa Cuomo. Quattro annate sospese tra mare e roccia della costa d’amalfi
Azienda in degustazione: Cantine Marisa Cuomo Srl
Relatori: Adua Villa, Mattia Asperti 13:45 – 14:30
A Cuor Leggero: il nuovo volto del vino senza alcol firmato Colli Ripani.
Azienda in degustazione: La Cantina Dei Colli Ripani
Relatori: Adua Villa, Giambattista Marchetto, Cecilia Guglielmi – Responsabile Commerciale e Marco Pignotti – Enologo della Cantina dei Colli Ripani 15:00 – 15:45
CUSTOZA CONTEMPORARY BLEND
Azienda in degustazione: Consorzio Tutela Vino Custoza DOC
Relatori: Adua Villa e Costantino Gabardi – Degustatore e Consulente 16:15 – 17:00
Da nord a sud: l’Italia da bere. Un racconto del vino attraverso etichette che custodiscono terra e memoria.
Aziende in degustazione: Tenuta Il Finale, Fenoglio Matteo, Donblasi – Tenuteblasi srl
Relatori: Adua Villa, Stefania Vinciguerra, Cesare Tonelli – Enologo Tenuta Il Finale, Matteo Fenoglio – Produttore e Vignaiolo di Alta Quota, Mirco Blasi – Amministratore Donblasi – Tenuteblasi srl Domenica 17 Maggio 2026
12:45 – 13:30
Il “Risveglio del Ceppo”. Quando la Barbera d’Asti si trasforma
Azienda in degustazione: Cantina Barbera Sei Castelli
Relatori: Adua Villa, Valentina Vercelli, Enzo Gerbi – Enologo e Monica Meneghelli – Curatrice Progetto 14:00 – 15:30
Limoncello Lab. Blind Tasting. “Un viaggio nel mondo di uno dei più tradizionali liquori italiani che sta conquistando il mondo”
Aziende in degustazione: Casoni, Drupa, Lemoner- Caffo, Luxardo, Nazionale Spirito Italiano, Pallini, Sarandrea, Villa Massa- Compagnia dei Caraibi, Vol 0 Meregalli
Relatore: Fabio Bacchi 16:00 – 16:45
Radici di Pietra. Il risveglio dei vini della Murgia
Azienda in degustazione: Cantina Luca Gentile
Relatori: Adua Villa, Sara Missaglia e Nicola Laricchiuta – Enologo Cantina Luca Gentile 17:15 – 18:15
Alla scoperta del Parmigiano Reggiano: il valore del tempo
Aziende in degustazione: Assaggiatori Parmigiano Reggiano, Coronea, Beghel, Tenuta Micoli
Relatori: Adua Villa e Alessandro Stocchi – Responsabile Associazione Assaggiatori Parmigiano Reggiano Lunedi 18 Maggio 2026
11:00 – 12:30
Vino al ristorante: opportunità per tutti o pratica per il cassetto?
Moderatore: Alberto Lupini – Direttore di Italia a Tavola
Relatori: Salvatore Butticè – Chef patron del ristorante Il Moro di Monza, Enrico Chiavacci – Marketing Director Marchesi Antinori, Ottavia Giorgi di Vistarino – Titolare della cantina Conte Vistarino, Luca Montanaro – Direttore di sala di Moebius, una stella Michelin a Milano, Paolo Porfidio – Enologo e Sommelier Founder Somm Is The Future, Emanuele Rabotti – Presidente Consorzio Franciacorta, Claudio Sadler – Chef patron del Ristorante Sadler, una stella Michelin a Milano, Luciano Sbraga – Vicedirettore generale FIPE e Direttore area Centro Studi e Politiche per lo Sviluppo   BWS VILLAGE E MIXOLOGY ARENA Riconfermata l’area BWS Village, pensata come punto di incontro privilegiato per buyer, stampa e operatori del settore, con l’obiettivo di favorire relazioni, scambi e opportunità di business. All’interno del BWS Village nella giornata di lunedi 18, verranno inoltre distribuiti kit di degustazione omaggio, offrendo un’ulteriore occasione di scoperta delle realtà presenti in manifestazione. Tra le novità dell’edizione, la Mixology Arena, in programma lunedì 18 maggio dalle 14:00 nel Parterre del Palazzo del Ghiaccio, un’area esperienziale in cui i migliori bartender di selezionati cocktail bar milanesi si alterneranno nella preparazione di cocktail live, davanti a una platea ristretta di giornalisti e operatori del settore. Tra i bartender protagonisti: Loris Melis (MaG), Emanuele Cosi (Backdoor43), Carlo Dall’Asta (Iter), Francesco Bonazzi (Tripstillery), Angela Mountassier (Flow Milano) e Beatrice Cremonesi (The Blind Tiger – Leggiuno, Lago Maggiore). Le creazioni saranno realizzate utilizzando i distillati e liquori delle aziende spirits presenti all’evento, valorizzando i prodotti attraverso il linguaggio della miscelazione contemporanea.
A guidare l’esperienza sarà Fabio Bacchi, che accompagnerà il pubblico alla scoperta dei prodotti e del loro mondo, mentre i cocktail verranno preparati in diretta, offrendo un’esperienza immersiva e interattiva. BEST WINE STARS AWARDS 2026 Tra i momenti più attesi della manifestazione, la Best Wine Stars Awards Ceremony, che si terrà domenica 17 maggio presso il Parterre del Palazzo del Ghiaccio, sarà accessibile su invito per stampa e buyer, oltre che per gli espositori presenti. La mattinata si aprirà alle ore 9:00 con un coffee break, mentre la cerimonia di premiazione avrà inizio alle ore 9:30. Durante la cerimonia saranno assegnati i premi qualitativi 2026, attribuiti da una giuria composta da professionisti di riferimento del settore: – Best White Wine e Best Deal, conferiti da Valentina Vercelli, giornalista de La Cucina Italiana e Condé Nast Traveller
– Best Red Wine e Best Rosé Wine, attribuiti da Stefania Vinciguerra, giornalista professionista e caporedattore di DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia
– Best Sparkling Wine, assegnato da Adua Villa, scrittrice, narratrice digitale, sommelier e imprenditrice
– Best Spirit e Best Herbal Liqueur, conferiti da Fabio Bacchi, fondatore di BarTales e Roma Bar Show
– Best International Excellence, novità 2026 dedicata alle realtà internazionali, giudicata da Sara Missaglia, giornalista, wine educator e sommelier Accanto ai premi di categoria, saranno attribuiti anche i riconoscimenti speciali:
– Best Green Project, assegnato da Camilla Manzato, Founder di VineRespect
– Best Vinum Innovation, assegnato da Adua Villa
– Best Hospitality Project, conferito da Andrea Guolo, Direttore ItalianWineTour A questi si aggiungono:
– Best Logo, Best Label e Milano Wine & Spirits Explorer, assegnati da Prodes Italia
– Best Buyer Selection, a cura di buyer internazionali GLI ESPOSITORI 3exp Wine For Mixology_Puglia | Acerle Valdobbiadene_Veneto | Agricola Le Querce_Toscana | Al Spirits_Emilia Romagna | Aldegheri Family Winery_Veneto | Amaro 30 Nodi_Calabria | Aqvo_Liguria | Arche’ Srl_Sicilia | Arciera_Lombardia | Assaggiatori Parmigiano Reggiano_Emilia Romagna | Attanasio Giuseppe_Puglia | Az Agr La Quinta Terra Di Couelle Anne Claire_Toscana | Az. Agr. Quattroquarti_Friuli Venezia Giulia | Az. Agr. Villa Sorbo – Vini Vulcanici_Campania | Azienda Agricola Antonio Buccoliero_Puglia | Azienda Agricola Belluogo_Puglia | Azienda Agricola Campo Al Noce_Toscana | Azienda Agricola Casal Dell’arco_Abruzzo | Azienda Agricola Fontana Reale_Campania | Azienda Agricola Ganaghello Di Losi Società Agricola_Emilia Romagna | Azienda Agricola Il Castello Ll_Lombardia | Azienda Agricola Le Lagore_Liguria | Azienda Agricola Mesina Giovanni Battista_Umbria | Azienda Agricola Sartori Michele_Trentino Alto Adige | Azienda Agricola Tre Pile_Piemonte | Azienda Di Dio Liboria_Sicilia | Bacca Spirits – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Baglio Reale Srls_Sicilia | Benante 1960_Veneto | Berlingeri Tartufi_Abruzzo | Blue Queen Mix – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano  | Bragaglia_Toscana | Cabala – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Caelum S.R.L._Piemonte | Cammisuli Wine Brothers_Sicilia | Cantina Barbera Sei Castelli_Piemonte | Cantina Beghel_Trentino Alto Adige | Cantina Bello_Campania | Cantina Castioni_Lombardia | Cantina Delaiti_Trentino Alto Adige | Cantina Famiglia Pillan_Veneto | Cantina Luca Gentile_Puglia | Cantina Orzaia_Friuli Venezia Giulia | Cantina Puianello_Emilia Romagna | Cantina Sassarini_Liguria | Cantina Tulone_Sicilia | Cantine Domenico Russo_Puglia | Cantine Marisa Cuomo Srl_Campania | Cantine Stoli_Calabria | Čarga_Slovenia | Casa Vinicola Ettore Sammarco_Campania | Casata Bassi Parolo_Lombardia | Casata Merge’_Lazio | Cerbero_Marche | Champagne Gallimard Les Riceys – Distributed by Winebroker srl | Cocoah!_Lombardia | Colja Wine_Slovenia | Colle Uncinano_Umbria | Consorzio Tutela Vino Custoza Doc_Veneto | Coravin_Paesi Bassi | Coronea_Lombardia | Daria Spirito Ottanta_Friuli Venezia Giulia | Dello Scompiglio_Toscana | Dergano Gin – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Distilleria Alpe_Val D’aosta | Distilleria Delaurenti_Piemonte | Distillerie Tim – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Domaine Bègue Mathiot – Distributed by Winebroker srl | Domaine de la Galinière – Distributed by Winebroker srl | Domaine de l’Île Margaux – Distributed by Winebroker srl | Donblasi – Tenuteblasi Srl_Puglia | Dottori Zandegiacomo Srl_Friuli Venezia Giulia | Erzinio Salumifico Ciociaro_Lazio | Famiglia Ciccone Lo Conte_Campania | Famiglia Crema Societa’ Semplice Agricola_Molise | Farnulla Wines_Toscana | Fattoria Dell’agresto Di Gasparri Giacomo E Andrea Societa’ Agricola_Toscana | Favara Srls_Lombardia | Fenoglio Matteo_Piemonte | Feudo Stagnone_Sicilia | Gagiablu_Toscana | Gin Todi_Umbria | Horatio Winery_Campania | I Love Gargano_Lombardia | Infusi Di Calabria Società Benefiti_Calabria | Johannes Schneider – Distributed by Winebroker srl | Koglot Wines_Slovenia | Kraljič_Slovenia | La Cantina Dei Colli Ripani_Marche | La Rocca Tartufi_Marche | Le Canà_Marche | Macelleria Sant’ambrogio_Lombardia | Maria Faretra_Puglia | Marlus Di Zambello Marco_Piemonte | Maro Wine_Slovenia | Merlotta Società Agricola_Emilia Romagna | Montemiglietto_Piemonte | Monviert_Friuli Venezia Giulia | Natiia Wine Relais_Veneto | Oleificio Lu Trappitu_Sicilia | Orobicum Srl_Lombardia | Palazzo Prossedi_Lazio | Palmieri Domus Vinaria_Campania | Paradiis Winery_Friuli Venezia Giulia | Perruccio Srl_Puglia | Petrucca E Vela_Lazio | Pippo Greco_Campania | Podere Casaccia – Sine Felle_Toscana | Podere Gamberaio_Toscana | Qb Spirits – Promoted by Tessuto – Bevi Italiano | Sartieri 1931_Lombardia | Sciore_Campania | Sesto 21_Lazio | Soc. 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16 · 17 · maggio 2026 – 12:00 | 20:00
18 maggio 2026 – 10:00 | 18:00 L’accesso è aperto agli addetti al settore su accredito, mentre il pubblico può accedere tramite acquisto del biglietto online. Durante la manifestazione sarà inoltre possibile acquistare direttamente i prodotti in degustazione, entrando in contatto con le aziende presenti. 👉 Tutte le informazioni e la registrazione sono disponibili su:
https://visit.bestwinestars.com/it/ PARTNER E MEDIA PARTNER Best Wine Stars 2026 si avvale della collaborazione di importanti realtà del settore Partner: AGIVI, ASSOENOLOGI, AssoDistil, Consorzio Nazionale Grappa e Assaggiatori Parmigiano Reggiano. Buyers Partner: Strive International Consulting Ltd., Camera di Commercio Italiana in Ungheria e DANITACOM. Media Partner: I Grandi Vini, Italia a Tavola, Wine Meridian, DoctorWine, BarTales, Vino News 24, ItalianWineTour, EventiMilano.it, Gazzetta di Milano, Mixology Mag, Vinerespect, Enologonline e Wine Tales Magazine. Partner Tecnici: LezRent, I Macoritti, Watnext Industries Srl, Enduro Republic, Vinstrip. La Redazione
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Azienda Agricola San Giovanni. Il mare insegna il silenzio Arrow Right Top Bg

8 Maggio, 2026

Azienda Agricola San Giovanni. Il vino in un angolo di Paradiso

  A Marechiare ce sta na fenesta
La passiona mia nce tuzzuléa
Nu garofano addora ‘int ‘a na testa
Passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa
A Marechiare nce sta na fenesta
A Marechiare, a Marechiare nce sta na fenesta Marechiare è una canzone napoletana del 1885, scritta da Francesco Paolo Tosti su versi di Francesco Cimmino. Racconta di una finestra che si apre sul mare la notte di luna, di un garofano rosso sul davanzale, di un amore che si sente nell’aria salata prima ancora di vedersi. Non è una canzone triste, ma ha quella malinconia particolare del Sud, quella che non pesa ma levita, come il profumo del finocchietto selvatico quando il vento lo porta dal promontorio verso il mare aperto.  Ogni volta che penso al Cilento mi torna in mente quella melodia. Non per nostalgia, ma perché certi luoghi hanno un andamento musicale preciso, un tempo interno che non appartiene all’orologio ma al mare e il Cilento ce l’ha con una coerenza quasi ostinata. Punta Tresino è uno di quei posti che non si raggiungono cosi banalmente. Si devono quasi guadagnare. Tre chilometri di strada bianca tra la macchia mediterranea e il Tirreno. Il cellulare che perde il segnale come se volesse avvertirti che stai uscendo dal mondo ordinario e poi, all’improvviso, il panorama che si apre e diventa tutto: la costa di Castellabate a sud, Capri e Ischia nelle giornate limpide, le acque dell’area marina protetta di Santa Maria di Castellabate di un blu che non ha nome preciso in italiano. Dal cima del promontorio, a 356 metri sul livello del mare, lo sguardo abbraccia un orizzonte che va da Punta Licosa fino ai monti di Capaccio.  È il tipo di panorama che mette in ordine le idee. O le distrugge definitivamente per sostituirle con qualcosa di più essenziale. Il nome Tresino deriva probabilmente dalla presenza dei Greci Trezeni, cacciati da Sibari e insediatisi in questa zona nel VI secolo avanti Cristo. Secondo Strabone, sul promontorio si ergeva il tempio dedicato a Poseidone, eretto dai Trezeni a protezione della vicina Poseidonia, l’odierna Paestum.   Tutto questo per dire che quando Mario Corrado parla di radici, non sta usando una metafora viticola. Sta parlando di strati geologici di civiltà, di un suolo che sotto i filari ha sepolte tombe bisome del III secolo avanti Cristo, ville romane, torri Angioine. I vigneti di San Giovanni crescono sopra duemila anni di storia mediterranea. Il vino, qui, non è un prodotto agricolo. È una forma di archeologia. Mario Corrado era architetto. Ida Budetta, sua ex compagna, avvocato. Nel 1999 fuggivano da Salerno per rifugiarsi in questo luogo impervio e sublime con l’obiettivo di produrre del vino, del grande vino. Quando arrivarono, non c’era il telefono, non c’era l’energia elettrica, non c’era la vigna, non c’era una casa. Solo un vecchio casale cilentano in disfacimento.  La civiltà distava tre chilometri di sterrato. Chiunque li avesse osservati dall’esterno li avrebbe giudicati fuori di testa. Il Cilento anni Novanta non era quello di oggi, romanticizzato dai food blogger e dalle guide naturalistiche o da film come Benvenuti al sud. Era una terra dura, bellissima e indifferente, che non faceva sconti a chi la sceglieva. Questa storia mi colpisce ogni volta che incontro produttori che hanno abbandonato tutto per la vigna. Non perché si tratti di storia rara visto che nel vino italiano ce ne sono tantissime, quasi troppe. Ognuna ha una sua specifica qualità di coraggio. Il coraggio di Mario e Ida non aveva la retorica del ritorno alla terra, non c’era un avo contadino a giustificare la scelta. C’era semplicemente un luogo che li aveva chiamati, con quella voce che i luoghi scelti sanno usare. E loro avevano risposto. Oggi l’azienda conta circa venti ettari di proprietà, con tre ettari destinati ai vigneti coltivati in regime biologico, in modo da rispettare e preservare il frutto e la terra, con l’idea di donare benessere al luogo e alle persone che bevono i vini che si fanno.  Mimetizzato tra le vigne si staglia un minuto casolare cilentano in pietra, amabilmente ristrutturato da Mario.  L’architetto è rimasto dentro il viticoltore e si vede. La cantina non si annuncia, non si esibisce. È lì, discreta, quasi vergognosa della propria presenza in un paesaggio che non ha bisogno di aggiunte umane. Tutti i vini di San Giovanni nascono da un singolo appezzamento, indicato in etichetta con le sue coordinate geografiche. Le fermentazioni sono spontanee, ogni bottiglia è numerata e si segue il ciclo naturale di ogni annata.   C’è qualcosa di quasi radicale in questa scelta di trasparenza geografica, in un momento storico in cui il mondo del vino naturale rischia di diventare esso stesso un brand, una moda, un’estetica da Instagram. Mario va nella direzione opposta: l’etichetta come documento catastale, il vino come testimonianza di un preciso punto sulla mappa. Coordinate geografiche invece di fantasie grafiche. Mi piace questa sobrietà quasi militante. Anche se la storia di questo incredibile luogo nasce alla fine degli anni ‘70 con il papà di Mario, la produzione inizia nel 1993 con la prima vendemmia e con la nascita di tre progetti: il Paestum, da Fiano con piccole percentuali di Trebbiano e Greco; il Tresinus, da Fiano di un vigneto di circa cinquant’anni; la Ficonera, da Aglianico di un vigneto altrettanto antico.  I nomi sono tutti toponimi, tutti omaggi al territorio: Paestum, Tresinus, Castellabate, Maroccia, Ficonera, Tyrrhenus, Aureus. Una geografia in bottiglia, un atlante liquido del promontorio. Il Fiano è l’uva bianca di questo pezzo di Campania e a Punta Tresino trova una declinazione che non assomiglia a nessun’altra. La vicinanza del mare conferisce ai vini una sapidità benefica che la salsedine porta direttamente ai vitigni.  Il Tresinus, Fiano in purezza dal vigneto più vecchio, ha quella struttura che viene dalla resa bassa, dal sole che batte sul calcare, dal vento che asciuga e concentra. Arriva nel bicchiere con un bellissimo colore paglia oro e un corredo aromatico merlettato di agrumi, fiori gialli, erbe aromatiche, salsedine, balsami. Il sorso mostra consistenza e finissima tessitura, persistenza gustativa e misurata sapidità. Uno di quei bianchi che verrebbe voglia di incorniciare.  Poi c’è l’Aglianico. Il Maroccia è il vino che più di tutti rivela la pazienza di Mario: tre anni in tonneaux, con sperimentazioni di affinamenti ancora più lunghi.  L’Aglianico cilentano non ha la muscolarità nervosa di quello irpino. Ha qualcosa di più marino, di più salmastro, come se il Tirreno fosse entrato dentro le bucce durante la maturazione e avesse lasciato un ricordo di sé.    Il Maroccia aspetta. Lo fa con la pazienza di chi sa di avere qualcosa da dire, ma non ha fretta di dirlo. Prende il nome dal vallone Maroccia, che si trova poco distante dall’azienda. Un nome, una vigna, un vino. La vigna Maroccia è una piccola parcella di meno di mezzo ettaro, posta proprio sotto la cantina, a cinquantacinque sessanta metri sul livello del mare, impiantata nel 2000.  Giovane, in termini geologici. Eppure già capace di una voce propria. Le uve arrivano leggermente surmature, appassite naturalmente, con quindici gradi alcolici che non pesano ma sostengono, come fa un basso profondo in un’aria lenta.  Il colore è rosso rubino scuro, con bagliori purpurei sull’unghia che tradiscono un’energia ancora non del tutto domata. Al naso è un paesaggio notturno: un tripudio di piccoli frutti maturi a bacca rossa, ciliegie, lamponi, mirtilli, conditi da spezie e vaniglia che con dolcezza si accompagnano al fruttato.  Poi, man mano che il vino si apre, arrivano i sentori di noce moscata, chiodi di garofano, goudron, grafite, cacao. Sembrano strati di una storia che si svela a chi ha la pazienza di restare in ascolto. C’è anche qualcosa di floreale, la violetta in particolare, che affiora in una cornice eterea  quasi a ricordare che tutta quella profondità non esclude la grazia. In bocca entra caldo, corposo, quasi carnoso, con una superba intelaiatura tannica che non disturba poiché accompagnata da una percezione di freschezza che corre nelle pieghe del sorso per poi accelerare rendendosi persistente. È la freschezza che fa la differenza. La stessa che allevia i quindici gradi come l’umidità di una notte d’estate. La salsedine di Punta Tresino è ancora lì, in fondo, come una firma che non si cancella neanche dopo tre anni di legno. Castellabate. Aglianico e Piedirosso, Paestum IGT Nasce dal vigneto più alto del promontorio di Punta Tresino, dove l’Aglianico all’ottanta per cento, si divide lo spazio con il Piedirosso in una convivenza che non è blend nel senso industriale del termine, ma dialogo tra caratteri affini che si completano. Il colore è granata, con quelle venature violacee che nei rossi cilentani sono quasi una firma del territorio. La trama nel bicchiere è vellutata, come quei tramonti sul tirreno in una sera di primavera.  Al naso arriva la generosità di chi sa di avere molto da dire. Prugna sotto spirito, ciliegia matura e scorza d’arancia candita. Poi lo zenzero, le spezie e, più in fondo come quel tramonto coperto da poche nuvole in lontananza, il sottobosco, il tartufo, il tabacco. Sono sentori costruiti dal tempo, dall’affinamento in acciaio che preserva la frutta e lascia che sia il terroir a fare la parte del protagonista. Memorie di terra, di sole, di venti marini: tutto quello che sta intorno ai filari entra nel bicchiere senza chiedere il permesso. In bocca è composto, fresco, con tannini levigati che non aggrediscono ma accompagnano, come fa il mare con il suo sciabordio. C’è una sapidità che viene dalla salsedine. Quella che si deposita sulle foglie di Punta Tresino. Una persistenza che si allunga verso un finale caldo, quasi materico, che richiama l’applauso prima ancora che il silenzio. Un vino che non insegue la modernità e non rimpiange il passato. Sta lì, sulla collina, a guardare l’orizzonte. Come chi sa che il tempo, alla lunga, dà ragione alla sostanza. Carpe diem.   La questione del vino meridionale è una di quelle che torno a frequentare spesso, con la stessa ostinazione con cui si torna su un libro difficile. Il problema non è mai la qualità, il problema è la narrazione. Il Sud del vino italiano ha subìto per decenni una forma di inferiorità strutturale. Veniva acquistato al Nord per tagliare, per dare colore e corpo a vini più blasonati e quando finalmente ha cominciato a produrre in proprio, ha dovuto fare i conti con un mercato che lo guardava con quella curiosità benevolente riservata ai talenti di provincia. Le cose sono cambiate, certamente. Ma il cambiamento vero non è nel riconoscimento critico. Le guide, le fantomatiche guide, oggi premiano il Cilento, premiano la Campania. Il cambiamento vero è in produttori come Mario Corrado, che non hanno chiesto il permesso a nessuno, che hanno scelto un posto impossibile e hanno costruito lì, in silenzio, una cantina con coordinate geografiche sulle etichette. Non cercano la validazione esterna. Cercano la precisione. Intorno ai vigneti di San Giovanni ci sono solo il mare, i boschi e il silenzio. Ogni attività nasce dall’idea di condivisione: non solo scambio, ma un rituale di cura e gratitudine, dove le persone si incontrano senza giudizio e senza aspettative.  C’è qualcosa di programmaticamente controcorrente in questa frase che apre il sito dell’azienda. In un momento in cui tutto tende alla performance, al dato, alla metrica, anche il vino naturale sta diventando un algoritmo da seguire. San Giovanni propone un’etica della lentezza che è anche, in fondo, un’etica del gusto. Le esperienze che Mario organizza a Punta Tresino sono degustazioni al tramonto tra i filari, escursioni nei boschi, assaggi in barca lungo la costa. Non si tratta di pacchetti enoturistici ma il prolungamento naturale di una filosofia: il villaggio di San Giovanni, antico insediamento fondato intorno all’anno mille e disabitato dal Settecento, le torri saracene a difesa dei pirati, la chiesa costruita da Ligorio di Atrani nel 957 non è un contenuto da comunicare, è l’aria che si respira tra una degustazione e l’altra. Ricordate la canzone di Tosti, a Marechiare? C’è un verso che dice: quanno sponta la luna a Marechiare, nessuno se ne vo’ da ’nnammurato. Nessuno vuole allontanarsi da chi ama, quando c’è la luna sul mare. È una cosa semplicissima, quasi banale. Eppure nella sua semplicità contiene tutto il senso di certi luoghi del Sud: non promettono grandi cose, non hanno ambizioni cosmopolite, non cercano di stupire. Semplicemente, quando ci sei, non vuoi andartene. Punta Tresino è così. Mario Corrado ha capito questa cosa prima di fare il vino: ha capito che il suo compito non era creare qualcosa di straordinario, ma non tradire qualcosa di già straordinario. Le coordinate geografiche sulle etichette non sono un’idea di marketing. Sono un atto di rispetto verso un luogo che esisteva molto prima di lui e che esisterà molto dopo. Anche grazie a Luna, Marco e Alice. I figli che, mai come in questo caso, hanno trovato un luogo che li accoglie. Un luogo dove, se vi trovate a passare, varrà la pena di una sosta che dovrà però durare. Un luogo così non è da toccata e fuga. È semmai da fuga lunga una vita. Al tramonto, con la musica giusta e un calice di vino buono. Un vino che non tradisce il posto da cui viene. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino Arrow Right Top Bg

1 Maggio, 2026

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino

  A volte la vita non sceglie strade dritte. Le disegna come sentieri di montagna: tornanti, deviazioni, discese improvvise. Eppure ci sono persone che sembrano nate per arrivare proprio lì dove il destino le stava aspettando. Per Stefano Lobina la destinazione è una bottega. Una bottega romana che si chiama La Tradizione. Il viaggio comincia molto lontano da Roma. Il sogno di stare dietro un banco Ho iniziato a lavorare a quattordici anni, quasi quindici  Stefano parla con quella semplicità che hanno solo le storie vere. Le persone vere. Quasi impacciato poiché non abituato a parlare di se. Da dietro il bancone parla con i suoi clienti di ciò che offre, della attualità, di calcio, di figli, di vita. Raramente di se stesso e della sua vita divisa tra due terre: il Piemonte e la Sardegna. Nasce a Pinerolo, dove il padre lavora alla Fiat, ma a otto anni la famiglia torna sull’isola. È la cassa integrazione a far decidere al papà di Stefano di ritornare in Sardegna. Che diavolo ci stanno a fare lontano da casa se nemmeno si può lavorare? Papà è sardo… e il sangue prima o poi ti riporta a casa. Casa è Tortolì ed è li che succede qualcosa di curioso. Non quella classica illuminazione improvvisa, qualcosa di ricorrente. Un sogno ricorrente. Da bambino mi sognavo spesso dentro un negozio alimentare. Non so perché… ma stavo sempre lì, a lavorare. Un sogno che diventa realtà quasi per gioco. Durante l’estate trova lavoro nell’unico supermercato della zona, un posto che nei mesi turistici arriva a servire decine di migliaia di persone. All’inizio, senza esperienza, sistema gli scaffali, poi la frutta, poi lo mettono dietro il banco. E da lì non cambia più. Sedici anni e un negozio da gestire A scuola Stefano non è felice. Il banco lo chiama più dei libri e la vita, a volte, accelera. Il padre non lavora più e la famiglia ha bisogno di uno stipendio. Così Stefano prende una decisione che pochi ragazzi di oggi prenderebbero. Ma è l’unica possibile e lui sente tutta la responsabilità di questo mondo. Lascia la scuola. Ero arrivato al secondo tecnico industriale. Poi ho smesso. Dovevo lavorare. Il proprietario del supermercato vede qualcosa in quel ragazzo e gli affida un piccolo punto vendita. Stefano ha sedici anni. Avevo il negozio da gestire da solo. Facevo tutto: ordini, banco, cassa. La sera chiudevo il mio negozio e passavo negli altri cinque punti vendita a controllare le chiusure. Un ragazzo di sedici anni che gira con le chiavi dei negozi. Responsabilità che oggi sembrano impossibili e che, anzi, porterebbero problemi seri. Ma è proprio lì che nasce la passione Roma e il mestiere della norcineria A diciotto anni arriva con la famiglia a Roma. Una pizzeria per poter ripartire, per trovare un senso alla vita. Il trasferimento è rapido, quasi cinematografico. Sono arrivato di mercoledì. Il giovedì mattina lavoravo già in un supermercato. È qui che Stefano scopre davvero il mestiere. In Sardegna neanche disossavamo i prosciutti o spaccavamo il parmigiano. Qui ho imparato tutto. Diventa salumiere, pizzicarolo, uomo di banco. Impara guardando gli altri. Sono sempre stato uno che ruba con gli occhi. Ma soprattutto sviluppa quella manualità, quella artigianalità che nessuno insegna mai. Spesso neanche ai propri figli. Devi rubarla con gli occhi senza nemmeno farti vedere.  Per un periodo si specializza persino in un lavoro che oggi sembra uscito da un’altra epoca: il tagliatore di parmigiano. Aprivamo i centri commerciali e io spaccavo le forme. Ottanta, cento forme al giorno. Una tecnica affinata fino alla velocità. Arrivavo a spaccare otto o dieci forme all’ora. Ancora oggi la insegno ai ragazzi. L’incontro con La Tradizione Il vero punto di svolta arriva nel 2018 quando Stefano entra a lavorare in una bottega che a Roma è quasi una istituzione: La Tradizione. Un luogo presente a Roma da non si sa nemmeno più quando. È vicino ai Musei Vaticani, nel quartiere Trionfale. Quello che usavano i pellegrini per entrare a Roma. Renzo Frantucci e Valentino Belli, pionieri della norcineria di qualità, rilevano la piccola salumeria romana nel 1982. Sono stati due maestri. Per il modo di lavorare e per la visione che avevano. Negli anni Ottanta portano in negozio prodotti che allora sembravano follia: formaggi francesi, prosciutti spagnoli, salumi di nicchia. Il vecchio proprietario quando passava diceva: ma chi ve li compra questi formaggi francesi che costano così tanto? Poi arrivano gli anni Novanta e Roma cambia. Arrivano professionisti, curiosi, buongustai. In quegli anni si vuole vivere bene provando il mondo intero e forse dimenticandosi di quanto meraviglioso abbiamo in Italia (ma sono i corsi e ricorsi storici). In ogni modo, quella visione diventa il futuro. Quando una bottega diventa eredità Dopo quattro anni succede qualcosa che oggi capita raramente: i fondatori decidono di lasciare. Non chiudono. Non vendono a una catena. Affidano il negozio ai due dipendenti: Stefano e il suo attuale socio Francesco Pratico’. Ci hanno dato fiducia. Ed è la cosa più bella. I clienti quasi non se ne accorgono. La bottega continua a vivere. Anzi cresce. Renzo e Valentino dimostrano ancora una volta di saper guardare lontano, di tenere al loro progetto più di qualunque altra cosa. Affidandolo ai due validi dipendenti dichiarano apertamente di volere che La Tradizione vada oltre loro stessi diventando un universo gastronomico. Seicento formaggi e la ricerca infinita Nel negozio passano oltre seicento tipologie di formaggi. Non è una collezione. È una ricerca e al tempo stesso una anomalia. Specialmente a Roma dove se vuoi qualcosa di particolare, non lo trovi. Tutto sembra omologato allo stereotipo dei prodotti già noti. Se vuoi qualcosa di particolare, è complicato. Lo è per il formaggio come per il vino. Quando ne hai bisogno oggi magari te lo fai arrivare con Internet. Prima era difficile. Si va per passaparola a Roma. O ci si accontenta di quanto il bottegaio di quartiere ti può offrire. Altrimenti c’è La Tradizione. Partecipiamo agli eventi, viaggiamo, cerchiamo produttori ovunque. A volte sono i clienti a suggerire le scoperte. Che è un modo per dire come con i clienti non solo ci si parla ma si ascoltano pure. Un vero dialogo. Di quelli veri e genuini. Uno mi disse: sono stato in Trentino e ho mangiato un formaggio incredibile. Allora chiamo il sindaco, la pro loco, chiunque… finché non trovo chi lo produce. Molti sono piccoli artigiani senza distribuzione. In alcuni casi mando io il corriere a ritirare le forme. L’arte dell’affinamento La maggior parte dei commercianti sceglie la merce per poi venderla. Nulla di male ovviamente. Sono loro a scegliere per offrire qualcosa. Magari quello che sanno di vendere. Poco rischio, tanto guadagno. C’è però un livello successivo, quello che dona un proprio tocco, una magia che rende speciale, se non unico, il prodotto che si offre. Stefano e Francesco sono infatti anche affinatori di formaggi. In una cantina, in un borgo medievale, portano le forme a maturare: una quarantina di prodotti nascono proprio da questo lungo e certosino lavoro. Uno dei più affascinanti è un pecorino che viene fatto maturare tra foglie di noce ed erbe aromatiche. Sigilliamo le botti e lo lasciamo fermentare. Le forme escono storte, schiacciate… ma il sapore è unico. Formaggi che esistono solo a La Tradizione. Non replicabili. Unici. Le rarità del mondo Tra le chicche del negozio ci sono formaggi francesi di lunghissima stagionatura e prodotti leggendari come il Ribelle Storico della Valtellina. Stagionature che arrivano anche a dieci o quindici anni. E poi prosciutti straordinari: diciannove prosciutti tagliati a coltello tra i quali il più raro che stagiona quasi dieci anni. Lo pago a pezzo, non a peso. Arriva anche a seicento euro al chilo. La bottega come vita Alle volte mi sono chiesto se il lavoro non assorba troppa parte della vita. Ci si trova a lavorare anche dodici ore al giorno così che la mente non riesce a staccare. Neanche a casa quando la prima domanda che ci si sente fare è: come è andata al lavoro? Si parla di lavoro con gli amici, con i genitori, con i figli. Questi maledetti smartphone ci costringono a rimanere sempre collegati così da ricevere messaggi in ogni forma. Reperibilità in ogni istante di vita. Spesso ci si lamenta, si medita di mollare tutto. Questo perché la stragrande maggioranza delle persone non lavora per costruire qualcosa, per se stessi: lavora per altri.  Stefano invece non parla mai di lavoro come di un peso. Parla di vita. Della sua, di quella degli altri. Ormai il negozio è la mia vita. Ci sto dalla mattina alla sera. Dentro c’è tutto: gastronomia, enoteca, ristorante. Segue gli eventi le degustazioni. Ma il cuore resta sempre lo stesso. Il banco. Il dialogo con i clienti. La bottega è questo. Le persone entrano, chiacchierano, raccontano. Non è come il supermercato. Mia moglie ama il supermercato. Lo ama perché non ama parlare con chi non conosce. Al contrario io odio il supermercato. Perché amo parlare con le persone. Chi meglio del macellaio, del fruttivendolo, del pizzicagnolo? Quando entri in uno di questi negozi, entri in un mondo fatto di persone vere, di storie, di vita. C’è schiettezza e voglia di condividere. Il negozio diventa un luogo di incontro di anime, un piccolo parlamento dove tutte le opinioni sono ammesse, dove si creano fazioni per animare le discussioni. Finisce sempre con un sorriso, un ci vediamo domani, una stretta di mano. Il conto? Ma si, c’è pure quello e di certo non superiore al supermercato. Eppoi, vuoi mettere quanto possano valore i dieci minuti di chiacchiera? Impagabili! Un mestiere che rischia di sparire C’è però una preoccupazione che ritorna spesso nei suoi racconti. La mancanza di giovani. Mi piacerebbe formare ragazzi. Questo mestiere sta scomparendo. Molti ristoranti gli chiedono personale per gestire i formaggi. Ma trovare qualcuno disposto a imparare è difficile. È un lavoro duro. Si lavora tanto. Ma è anche bellissimo. Il futuro Stefano ha due figli ai quali ovviamente non vuole imporre loro nulla. Devono scegliere da soli. Ma quando suo figlio ha deciso di iscriversi all’alberghiero, qualcosa dentro di lui si è acceso. Forse la bottega continuerà a vivere anche nella prossima generazione. Nel frattempo, Stefano non può che continuare a fare quello che ha sempre fatto. Cercare. Scoprire. Assaggiare. Perché la verità è che alcune persone non scelgono un mestiere. Lo riconoscono. Io da bambino mi sognavo dentro un negozio alimentare. Sorride. Forse, senza saperlo, stava già sognando il suo destino.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova Arrow Right Top Bg

29 Aprile, 2026

Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova

  Ho incontrato chi nasce nel vino e chi ci arriva per caso. Chi per scelta, chi per necessità. Chi per un lavoro, chi per vivere. E poi c’è chi ci arriva per fuga. Perché il vino, a ben guardare, è spesso la destinazione di chi stava cercando tutt’altro. Un’uscita di sicurezza trasformata in casa. Una scorciatoia diventata vocazione. Quando ho incontrato Julian Reneaud per la prima volta, stavo cercando una storia. Come sempre. Come ogni volta che mi siedo di fronte a qualcuno con un bicchiere tra le mani o, nel suo caso, con un bicchiere d’acqua minerale, che è una delle cose di lui che mi aveva colpito subito e che mi aveva fatto pensare. Un enologo che non beve. O meglio: che beve pochissimo, solo se qualcosa davvero lo sorprende. E che ammette questa cosa con una naturalezza disarmante, senza imbarazzo, senza sentire il bisogno di giustificarsi. Nel mondo del vino, dove tutti assaggiano, commentano, confrontano, analizzano e collezionano, un produttore che non beve è una specie di ossimoro vivente. Eppure. Eppure è esattamente questa distanza che lo rende diverso. Non c’è il filtro del produttore innamorato di sé, quello che dice *prima deve piacere a me* e poi fa il vino per se stesso. Julian fa il vino per chi lo compra. Per quel sorriso sul viso di qualcuno che porta il bicchiere al naso e dice: aspetta, non me lo aspettavo. Partire per non restare.
Restare per non perdersi.
E poi scoprire che il posto che cercavi
non era una geografia. Era un mestiere. Poi, qualche tempo dopo il nostro primo incontro, mi arriva un messaggio. Poche righe. Julian mi dice che ha lasciato. Che è in Champagne. Ho riletto quella parola tre volte. Non perché mi sorprendesse. Lui è fatto di cambiamenti, l’inquietudine è il suo carburante. Il salto era però enorme. Dalla Toscana rurale, dai merlot scolpiti con tagli sperimentali ai tralci, dai vermentino pensati come basi spumanti mai spumantizzate, all’epicentro mondiale delle bollicine di lusso. Da artigiano solitario a direttore di un domaine con quaranta ettari di proprietà. Porca miseria, mi sono detto. E mo’ che scrivo? La famiglia che scappa. E il nipote che rimane. Per capire Julian bisogna partire da lontano. Molto lontano. Dalla Spagna degli anni Trenta, dalla guerra civile, da quella che i repubblicani chiamavano la Retirada, la ritirata. Quando centinaia di migliaia di uomini e donne attraversarono i Pirenei a piedi verso la Francia, portando con sé solo quello che sapevano fare con le mani. C’è chi scappava poiché antifascista che non poteva certo rimanere in una Spagna franchista. Chi aveva paura in generale per via di un regime che lasciava preannunciare anni duri. Scappare forse era per molti l’unica vera opportunità di rimanere in vita. I nonni di Julian erano tra loro. Agricoltori. Arrivati nel sud della Francia senza terra, senza lingua, senza niente. Ricominciarono dall’unica cosa che conoscevano: lavorare la terra. Con gli anni, mettendo da parte qualcosa, i primi ettari acquistati, poi una cantina, il vino. Non per passione, non per vocazione artistica. Per sopravvivenza. Perché era l’unica cosa che sapevano fare. Non c’era un’idea del vino nella mia famiglia. Facevano questo perché era l’unica cosa che sapevano fare. Il vino non si vendeva, nessuno sapeva come farlo davvero. E io quando vedevo questa difficoltà, quando vedevo quanto fosse faticoso, l’unica cosa che volevo, era andarmene. Ci penso spesso, a queste storie di radici spezzate e poi ritrovate. Al fatto che i nonni di Julian attraversarono Pirenei a piedi. Probabilmente con le scarpe rotte, probabilmente di notte. Per scappare dalla fame. Per fare l’agricoltori in un paese che non era il loro e che nemmeno li accoglieva a braccia aperte. Non c’era Internet a quel tempo. Non c’erano i social media. Ma le cronache raccontano di centri di raccolta dove i francesi trattavano gli esuli in maniera brutale e disumana. È lo stile dei francesi che non è cambiato mai. Pensiamo alle colonie ma, più vicino a noi, a quanto accade al confine di Ventimiglia. Julian è diventato enologo per scappare dall’agricoltura che i nonni avevano costruito. Il cerchio è strano. La vita è strana. E il vino, che è una cosa viva che porta dentro di sé il tempo e il luogo di chi lo ha fatto, è forse lo specchio più onesto di tutto questo. Julian nasce a Carcassonne. Cresce con la cantina di famiglia sullo sfondo. Qualcosa di faticoso, di poco glamour, di difficile. Decide che quella non è la sua storia. Non può essere la sua vita. A vent’anni, nel 2008, si laurea in enologia a Tolosa. La crisi economica globale è nel pieno. Le opportunità scarseggiano. Ma Julian ha già la risposta pronta e non è una risposta seria come quella che i genitori probabilmente si aspettavano. Avevo fatto enologia più per questo che per passione per il vino. Era un modo di viaggiare. Argentina, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti, Italia, Germania, Spagna. Erano tutti i paesi produttori che volevo conoscere. Un enologo, ragiona il giovane Julian, può atterrare ovunque nel mondo. È una specie di passaporto universale. Questo è il suo piano. Non il vino: il mondo. Atlantico, Pacific Coast, cento punti Parker. Quello che succede dopo ha il sapore di un romanzo scritto un po’ male. Nel senso che è troppo bello per sembrare vero. Julian parte da Carcassonne in autostop. Arriva a Bordeaux, si presenta al porto, bussa su ogni barca che trova e chiede dove è diretta. Una lo porta a Cuba. Dieci giorni di Atlantico. E invece di spendere mille euro in aereo, ne guadagna tremila come membro dell’equipaggio. Quando me lo racconta, mi rendo conto che questa scena da sola vale un articolo. Un ragazzo di ventidue anni che si presenta al porto di Bordeaux e chiede a delle barche se può salire a bordo. Non so quanti altri avrebbero avuto il coraggio, o la leggerezza, di farlo. Julian lo racconta come se fosse ovvio. Come se non ci fosse alternativa. Forse per lui non c’era. Da Cuba al Messico. Poi la California. La prima vendemmia da Flowers Winery, sulla Sonoma Coast, una realtà biodinamica dove il vino si fa con una cura quasi meditativa per la terra. Ed è lì, tra i filari affacciati sul Pacifico, che succede qualcosa che Julian non aveva messo in conto nel suo piano di fuga. Ho visto che fare il vino poteva essere affascinante. Poteva essere molto buono. E da lì ero convinto di una cosa: volevo capire come si fa davvero. Il giro del mondo continua. Hawaii, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Australia, Indonesia, Giappone, Russia, ritorno in Europa. Adesso c’è un filo. Il vino non è più il pretesto, è il centro. Julian lavora su yacht di lusso, porta bottiglie in tavola per proprietari ricchi e appassionati, fa conoscenze che valgono più di qualsiasi curriculum. È in questo modo, su una barca, davanti a un bicchiere scelto bene, che arriva l’invito per Opus One in California. Opus One, nel 2012. Non una cantina qualunque: una delle istituzioni più riconoscibili al mondo, la joint venture tra Robert Mondavi e il barone Philippe de Rothschild. Julian fa la prima vendemmia. Poi la seconda. Su quella seconda vendemmia, in una degustazione in anteprima, Robert Parker mette cento punti. Cento. La luce che ne segue è di quelle abbaglianti, e Julian è dentro, nel mezzo. Da Opus One, la strada porta in Europa. Un gruppo francese, Château du Groupe Caisse d’Épargne, cerca qualcuno per dirigere Caia Rossa in Toscana. Julian arriva a Montalcino nel marzo del 2014. Non parla italiano, non conosce nessuno. Ha trent’anni. Ha già fatto il giro del mondo due volte. La pallamano, la Lituania e la vita che non ti aspetti. Non ci sono solo le vigne toscane e non c’è solo il vino nella vita di Julian. È anche, o forse era, un giocatore di pallamano di buon livello. In Francia aveva giocato a livelli decenti. In Toscana, non trovando squadre vicino a dove abita, manda una mail alla Federazione Italiana Pallamano. Pardon, Handball. Come se chiamarla con l’inglese faccia diventare più sexy un gioco, purtroppo, poco noto. In ogni modo, la federazione gli segnala una squadra a Follonica. Julian si presenta al primo allenamento, parla con il direttore sportivo, dice che vuole giocare. Il direttore non ci crede. Il mercato era chiuso, eppure questo ragazzo dice di essere libero, senza contratto, senza niente. Devono chiedere alla federazione francese una certificazione. Racconto questo pezzo di storia perché mi sembra rivelatoria di come Julian si muova nel mondo. Non aspetta che le cose arrivino. Bussa. Al porto di Bordeaux, alla federazione di pallamano, ai mercati asiatici. Bussa sempre, con la stessa naturalezza con cui un altro aspetterebbe che qualcuno aprisse. La pallamano lo porta alla pallavolo. O meglio: lo porta a lei. La sua compagna è una pallavolista lituana, naturalizzata italiana perché la federazione la voleva in nazionale, dove ha giocato per una decina d’anni. Professionista vera. Talmente brava che quando ha iniziato a pensare di smettere, e ha giocato senza il peso dell’aspettativa, ha fatto una stagione straordinaria. Così straordinaria che sono arrivate proposte da tutto il mondo. Tra cui una da Chicago. Lei è di origine lituana, io non sono italiano. Non siamo chiusi a niente. Potremmo tornare in Francia, andare negli Stati Uniti, restare qui. Staremo bene comunque, non ci facciamo troppe domande. Questa frase mi piace molto. Dice tutto di un uomo che ha imparato, a forza di oceani attraversati e porte bussate, che la felicità non ha un indirizzo fisso. Julian smette di giocare a pallamano purtroppo. Non con rimpianto ma con sollievo. Quasi. Perché la sua ragazza gioca due allenamenti al giorno e le partite il fine settimana e lui capisce che il tempo libero è così prezioso da non spenderlo correndo dietro a un pallone quando puoi stare seduto a guardare qualcuno che lo fa meglio di te. Colline Albelle. La vigna come tabula rasa. Caia Rossa finisce nel 2018. Non male. Anzi, finisce bene. Ma Julian ha già la testa altrove. Ha trovato qualcosa a Volterra: quaranta ettari, una villa in rovina, vigne abbandonate, argille bianche che parlano di un territorio ancora tutto da raccontare. Trova due socie che credono in lui più di quanto probabilmente lui credesse in se stesso in quel momento. Firmano. Lui lascia le consulenze, lascia Caia Rossa, e si butta. Il progetto si chiama Colline Albelle. E il modo in cui Julian lo affronta dice tutto di lui. Non ripianta. Recupera. Mette mucche nei filari per ripulire l’erba cresciuta in anni di abbandono. Le lascia pascolare, poi le porta altrove. Porta le api: tre arnie che diventano un apario floridissimo. Segno inequivocabile, per chi sa leggere queste cose, che l’ecosistema risponde, che stai facendo qualcosa di giusto. Il biologico e il biodinamico non sono per lui una fede. Sono una logica. Una lettura del territorio. La biodinamica mi piace molto anche per tutta la parte filosofica. Mi mette fuori dagli schemi. E meccanicamente, mi mette fuori da tanti altri schemi. I vini che escono da questa visione sono piccole rivoluzioni silenziose. Il Vermentino nasce dall’ossessione di Julian per le basi spumante. Sono quei vini vinificati per diventare bollicine, che lui assaggiava in Champagne e trovava bellissimi così, incompiuti, aromaticamente precisi, e si chiedeva perché nessuno ci facesse un vino fermo. Lo ha fatto lui. Fermentazione a bassissima temperatura con lieviti indigeni, malolattica per ammorbidire l’acidità, sei mesi in barrique a doghe piegate a vapore. Un bianco timido al naso, quasi riservato, che in bocca sorprende con un equilibrio che non sembra toscano, non sembra italiano, non sembra niente di già catalogato. Inbianco Vermentino Toscana IGT, Colline Albelle C’è qualcosa di strano in questo bicchiere. Strano nel senso buono, nel senso di quello che non ti aspetti e che poi ti rimane. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati, luminoso, pulito. Il naso non urla. È un naso riservato, quasi schivo, che si apre lentamente su note di fiori di campo, frutta a polpa bianca. Poi, eccola, quella vena minerale precisa, quasi iodata, che rimanda alla pietra focaia, alla selce, a qualcosa di ancestrale che viene dal tufo bianco Riparbella. A chi conosce certi Riesling tedeschi, quell’accento non passerà inosservato. A chi non li conosce, sembrerà semplicemente qualcosa che non aveva mai sentito in un bianco toscano. In bocca succede qualcosa di inaspettato. L’alcol, dieci gradi e mezzo, quasi impercettibili, lascia spazio a tutto il resto: una freschezza ondivaga, agrumata, amarognola nel finale, con una vena sapida che persiste. Non è un vino che sazia. È un vino che invita. Che fa venire voglia di un altro sorso, poi un altro ancora, per capire cosa sta succedendo davvero. Julian ha costruito questa cosa partendo dalle basi spumante che assaggiava in Champagne e che trovava bellissime così, incompiute. Ha preso quella tensione aromatica e l’ha messa in una bottiglia ferma. È un’idea semplice, detto così. Nella pratica, è un vino che non assomiglia a niente di già visto. Il Merlot è ancora più radicale. Julian ha sviluppato a partire da un errore di cimatura, poi trasformato in sistema dopo anni di sperimentazione. Una tecnica di taglio dei tralci durante la fioritura che altera l’equilibrio ormonale della pianta, ritarda la maturazione di alcuni grappoli e cattura le pirazine: quei precursori aromatici vegetali che normalmente il Merlot perde oltre gli undici gradi. Il risultato è un vino con note leggermente erbacee, elegante, atipico, che nelle degustazioni fa alzare le sopracciglia a chi se lo aspettava morbido e fruttato. Inrosso Merlot Toscana IGT, Colline Albelle Se l’Inbianco ti sorprende al primo sorso, l’Inrosso ti sorprende un po’ alla volta. È un vino che parla sottovoce ma dice cose interessanti. Un rosso con un carattere che in bocca ti aspettavi rotondo e invece ti trova verticale, teso, con una struttura tannica presente ma mai invadente. Al naso è quasi austero all’inizio. Ci vuole pazienza, come con le persone che non si svelano subito. Poi emergono le note erbacee: peperone verde, erba fresca, una macchia mediterranea lieve. Sono le pirazine, quelle che Julian ha imparato a conservare con il taglio sperimentale dei tralci. Poi arriva la frutta scura: ciliegia, piccoli frutti di bosco. Qualcosa di terroso, speziato, con un cenno di cioccolato fondente nel finale. Il legno, diciotto mesi tra barrique e anfora, è ben assorbito, non si impone. In bocca la freschezza sorprende. Un Merlot che non si lascia andare alla morbidezza facile, che mantiene una mineralità riconoscibile, una vena acida che allunga il sorso. È un vino che pensa. Come chi lo ha fatto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Non volevo fare il Merlot normale. Volevo fare qualcosa che sorprendesse. Non al naso, ma in bocca. Quel sorriso sul viso di chi non se lo aspettava. È quello che cerco. Devo dire la verità: quando Julian mi ha spiegato la tecnica nel dettaglio, con l’auxina, la citochinina, il rapporto che si inverte quando tagli l’apice del tralcio, ho capito che stavo parlando con qualcuno che non si è fermato alla pratica. Che studia. Che ragiona. Che non fa le cose perché le ha viste fare, ma perché ha capito perché funzionano. Questo, nel vino come altrove, è la differenza tra un artigiano bravo e uno straordinario. Il momento in cui le visioni divergono. Le aziende, come le persone, crescono. E a volte crescono in direzioni diverse. Colline Albelle ha funzionato. Il mercato cinese si apre, gli investitori cominciano a vedere numeri. Quando si vedono i numeri si inizia a vedere altro. L’ottimizzazione. I volumi. Comprare uva esterna, abbassare i costi, trasformare un progetto artigianale e visionario in una cash machine con un exit da manuale. Non è una storia nuova. Nel vino, come in qualunque settore dove l’artigiano convive con la finanza, questo copione si ripete con frequenza sconfortante. Ho visto aziende bellissime diventare prodotti di scaffale in pochi anni. Ho visto etichette che raccontavano territori diventare strumenti di marketing globale. È un processo che non ha colpevoli, tecnicamente. Ma ha vittime. Di solito sono i vini. Julian lo capisce prima che lo dicano esplicitamente. Io non voglio fare questo. Non voglio che un giorno la gente veda Colline Albelle come un vino commerciale e dica: Reneaud si è lasciato andare. Non voglio avere quell’immagine. Lascia. Non in modo brusco, non con astio. Con rispetto, con gratitudine verso due socie che gli hanno dato fiducia e libertà per anni. Ma lascia. Perché c’è una cosa che Julian si è promesso all’inizio della sua carriera, e me la dice con quella semplicità che è la sua firma: non lavorare mai con persone che non lo ispirano, e non restare mai in un posto dove la visione non è più condivisa. Prende gli sci. Sparisce in montagna per due mesi. Poi vola in Asia a trovare un amico. La compagna fa la sua stagione. Julian fa il vuoto. E dal vuoto, come accade sempre a chi sa aspettare, arrivano le proposte.   Champagne Edouard Duval. Quaranta ettari. Tutti insieme. Il mondo dello Champagne è, per sua natura, un mondo di frammentazione. Le vigne sono divise, cedute, ereditate, acquistate in parcelle minuscole sparse su decine di comuni. I grandi marchi assemblano da centinaia di fonti diverse. Anche i piccoli vigneron indipendenti, quei récoltants-manipulants che negli ultimi vent’anni hanno ridisegnato il panorama qualitativo dello champagne, sottraendo progressivamente terreno e narrativa alle maisons storiche, lavorano spesso su superfici frantumate, parcelle lontane le une dalle altre, diversi terroir che richiedono altrettante attenzioni. Edouard Duval ha qualcosa di raro. Quaranta ettari di proprietà. E trenta di questi sono tutti insieme. Una parcella continua. Udn blocco unico in un territorio dove questa cosa quasi non esiste. Una risorsa che fino al 2020 veniva sostanzialmente svenduta: le uve, di qualità eccellente, cedute alle grandi maison che le usavano nei loro assemblages senza che il nome Duval comparisse da nessuna parte. Poi Edouard comincia ad imbottigliare in proprio. Trentamila bottiglie l’anno, su quaranta ettari: chiunque conosca la Champagne sa già, solo da questo numero, che il potenziale è straordinario. Che c’è uno spazio enorme da riempire. Che serve qualcuno con la visione e i contatti per farlo. Entra in scena Julian, segnalato da un head hunter che lo segue fin dai tempi di Caia Rossa, nel 2013. Quando ho visto questo progetto ho detto: c’è un bel potenziale, c’è qualcuno che ha possibilità, e io ho qualcosa da dare. È un bel match. Mi sono innamorato del posto. Arriva in aprile e in pochi mesi apre il mercato giapponese e quello tedesco. Gli Stati Uniti sono il prossimo obiettivo. Qui la vita privata e quella professionale si sovrappongono in modo quasi cinematografico, perché la sua compagna si trasferisce a Chicago per giocare a pallavolo così che Julian avrà una base americana naturale per costruire la distribuzione. Io so già che ho il potenziale per mandare un paio di container negli Stati Uniti. Ho lavorato lì due anni. Ho i contatti. So dove andare. Ma il lavoro vero, quello che lo emoziona, non è certo la distribuzione. È quello che viene prima. Imparare di nuovo. A trentasette anni. C’è una cosa che Julian dice e che mi colpisce molto. Dice che ha trentasette anni e che arrivare in un posto dove deve imparare tutto da capo gli piace moltissimo. Non lo dice come uno che cerca di convincersi. Lo dice come chi ha già fatto questa cosa abbastanza volte da sapere che è il momento più vivo di tutti. Io non so fare lo Champagne però imparo veloce. Della parte tecnica non ho paura. Non sapevo fare il sangiovese. Non sapevo fare il vino californiano. Ho imparato ogni volta. Ad affiancarlo c’è un uomo che lavora in quella cantina da trent’anni. Julian lo chiama *il maestro*. Conosce ogni angolo della vigna, ogni capriccio della cantina, ogni stagione che si è depositata in quei quaranta ettari. Il direttore precedente gestiva la parte tecnica da vent’anni, ma quando l’azienda ha iniziato a imbottigliare in proprio, nel 2020, si è trovato a dover gestire anche comunicazione e commercializzazione, che non erano il suo terreno. Julian arriva a coprire esattamente questo spazio vuoto: i contatti internazionali, la rete costruita in quindici anni di cantina in cantina, la capacità di aprire mercati. Le cuvée attuali sono cinque: Blanc de Blancs, Blanc de Noirs, Rosé, Brut millésimé, e un Blanc de Noirs Brut Nature pensato specificamente per il mercato italiano, dove Duval è distribuito da un partner di primissimo livello come Pretzhof Selection.   Degli Champagne di Edouard, ne ho assaggiati tre. Brut d’Eulalie NV  La cuvée di ingresso di Duval. Ma “ingresso” è una parola che qui rischia di ingannare, perché questo champagne ha una personalità ben definita e non si scusa per averla. È un assemblaggio a dominante Pinot Noir (oltre l’ottanta per cento) con una quota di Chardonnay da una singola parcella chiamata L’Épicéa. Una parte dei vini affina in demi-muids di rovere borgognone, che aggiungono rotondità senza appesantire. Il risultato è uno champagne dalla veste oro paglierino luminoso, con un perlage fine e vivace che non si stanca. Al naso è generoso e immediato: fiori bianchi primaverili, mela verde, pera matura, e poi un accenno di brioche tostata che arriva dopo qualche minuto nel bicchiere. C’è una nota iodata, quasi marina, che rimanda al calcare e alle marne su cui crescono le vigne. In bocca l’attacco è morbido, cremoso, con un’effervescenza che si integra bene nella struttura. La frutta (pesca, ciliegia chiara, pompelmo rosa) si allunga su un finale fresco, leggermente ammandorlato, con una mineralità che pulisce e invita al sorso successivo. È uno champagne onesto, diretto, piacevole in ogni occasione. Il tipo di bottiglia che non delude mai. Noir d’Eulalie Brut Nature NV Il Noir d’Eulalie Brut Nature è uno Champagne che ha bisogno di silenzio e di un bicchiere pulito. Zero dosaggio, cento per cento Pinot Noir da vigne che hanno cinquantacinque anni di storia alle spalle. Radici che scavano in profondità nelle marne a ostriche di Sainte-Eulalie, in quella Côte des Bar che ancora oggi fatica a ottenere il rispetto che merita, eppure continua a produrre champagne di una sincerità disarmante. Quaranta per cento affinato in legno, settantadue mesi sui lieviti. Non c’è trucco. Non c’è dosaggio a correggere, a smussare, a rassicurare. C’è solo la verità nuda della terra. Nel bicchiere è giallo oro pallido, luminoso, con una bollicina fine e instancabile che sale senza affrettarsi, come se sapesse di avere tutto il tempo del mondo. Al naso apre su un timbro calcareo e minerale, austero, quasi scabro: la firma della pietra, del suolo, di qualcosa che viene da molto in profondo. Poi, con l’aria, si apre. La violetta arriva prima, delicata, inaspettata. Il pepe esotico le fa compagnia. E poi, piano, i frutti rossi: ribes nero, mora, ciliegia, avvolti da una freschezza di pompelmo che alleggerisce senza distrarre. Le note calde, il pane, la brioche, il miele, sono figlie del tempo sui lieviti, di quei settantadue mesi in cui il vino ha imparato la pazienza. Al sorso succede qualcosa. L’attacco è ricco, cremoso, con un’effervescenza che si integra nella struttura senza sovrastarla. Poi arriva la mineralità come una lama di freschezza sapida che attraversa il palato in verticale. Infine il ritorno fruttato, nitido, goloso, che chiude il cerchio con eleganza. Un finale lungo, pulito, che lascia la bocca in silenzio e la mente a pensare. Non è uno champagne che intrattiene. È uno champagne che racconta.​​​​​​​​​​​​​​​​ Noir d’Eulalie Extra Brut Questo è il champagne che racconta di più. Blanc de noirs in purezza, cento per cento Pinot Noir da tre parcelle in cima ai coteaux, quaranta per cento affinato in demi-muids borgognoni. Un vino raro anche solo da trovare: nella Côte des Bar il Pinot Noir domina, ma farne un blanc de noirs di questa ambizione è un’altra cosa. La veste è oro giallo pallido con riflessi quasi verdolini. Sorprendente per un vino fatto solo di uva a bacca nera, segno di una pressatura gentile e di una vinificazione precisa. Le bollicine sono fini, vive, persistenti. Al naso apre su qualcosa di terroso e marino insieme: calcare fumé, iodio, la mineralità densa e salmastra che viene dalle marne ad ostriche su cui poggiano le radici di queste vigne. Poi, con l’aria, emerge la frutta: ciliegia, more, pompelmo, con qualche accento di pepe che sorprende e che dà carattere. Sotto, discreto, il pane tostato dell’affinamento. In bocca è ricco ma fresco, con un’effervescenza cremosa che porta la materia fruttata in modo elegante. L’acidità è precisa, non aggressiva, e fa il suo lavoro sostenendo un finale lungo e sapido. È il tipo di champagne che un sommelier appassionato ordinerebbe senza guardare il menu, solo per vedere la faccia di chi non se lo aspettava così.​​​​​​​​​​​​​​​​ Il primo Champagne completamente suo, dalla vigna alla bottiglia, con ogni scelta presa da lui, non arriverà prima del 2030. Lo Champagne non ha fretta. Ha metodo. Ha il tempo come ingrediente principale. Ma Julian non aspetta inoperoso: sta già modificando piccoli processi in cantina, sta già mettendo le mani nella vigna, sta già cambiando qualcosa. Nel frattempo vuole fare dei Coteaux Champenois, i vini fermi della Champagne, rarità assolute. Julian vuole, necessita subito una prova. Qualcosa per dimostrare cosa sa fare, senza aspettare, senza bollicine come schermo. Il primo vino che sarà completamente mio, seguito dalla vigna fino alla bottiglia, sarà non prima del 2030. Ma intanto già cambia qualcosa. Già si vede. Un’installazione d’arte tra le vigne. E una famiglia che aspetta. C’è un’ultima cosa che Julian ha in testa e che mi racconta con quegli occhi da chi ha una visione ancora da costruire. Quella parcella di trenta ettari contigui è, a suo avviso, abbastanza rara e abbastanza bella da meritare un gesto artistico. Pensa a Château La Coste, in Provenza, dove artisti come Tadao Ando e Frank Gehry hanno lasciato installazioni permanenti tra i vigneti, trasformando una tenuta vinicola in un percorso di arte contemporanea nel paesaggio. Qualcosa di simile, con proporzioni adeguate e artisti diversi, potrebbe esistere su quella collina in Champagne. Edouard Duval ha detto di sì. E quando un proprietario dice di sì a queste cose, soprattutto quando è presente ogni settimana, quando fa lui stesso i giri commerciali in Asia, quando si impegna personalmente, allora è il segnale che il match è davvero quello giusto. Con le aziende dove ho lavorato prima, i proprietari quasi non li vedevi mai. Opus One, la famiglia Mondavi, in due anni li ho visti tre volte. Caia Rossa, il proprietario l’ho visto il giorno che ho firmato il contratto. Edouard invece è qui ogni settimana. Si impegna personalmente. Questo dà una carica enorme a tutta la squadra. C’è poi la dimensione personale, quella che Julian tiene per ultima ma che si sente pesare in ogni cosa che dice. Una famiglia che prende forma. Una compagna che si sposta a Chicago ma che vuole costruire qualcosa di stabile. Possiede un’accademia di pallavolo in Lituania, vuole aprirne una analoga negli Stati Uniti, suo fratello giocherà alle Olimpiadi di Los Angeles. I pianeti si allineano verso ovest. Julian e lei si troveranno lì, o da qualche altra parte, prima o poi. C’era anche questo, l’idea che con Colline Albelle facevo ogni anno un anno in Asia, un anno in America, sempre in giro tra Torino e Napoli, una volta al mese a Londra o a Parigi. Dal punto di vista della creazione di una famiglia, ci voleva un allineamento tra i pianeti. E ho capito che era il momento di pensare ad altre cose. Quando sento questa cosa, penso che c’è un tipo di intelligenza che non si studia e non si impara in cantina. È l’intelligenza di saper leggere la propria vita senza aspettare che sia troppo tardi. Di capire quando un capitolo è finito, non perché sia fallito, ma perché ne sta cominciando uno nuovo, più importante. Julian ha lasciato Colline Albelle non perché Colline Albelle fosse andata male. L’ha lasciata perché c’era qualcosa di più grande che aspettava. Il sabato e la domenica, adesso, non lavora. Lo dice con la soddisfazione di chi ha conquistato qualcosa di prezioso. Non il riposo per sé visto che Julian non sembra il tipo da stare fermo. Lo spazio. Lo spazio per la compagna, per i progetti che non si mettono in bottiglia, per quella famiglia che sta costruendo piano piano come ha costruito tutto il resto: con pazienza, con coraggio, e con qualche errore necessario lungo la strada. Quello che resta, nel bicchiere e fuori. Mi fermo a pensare a Julian mentre scrivo queste righe. A cosa lo distingue dalla maggior parte delle persone che incontro nel vino. Non è la tecnica e in Champagne ce n’è tanta, distribuita tra migliaia di produttori. Non è la visione commerciale, che pure ha e sa usare. Non è nemmeno il coraggio di cambiare, che è una qualità che molti rivendicano ma pochi esercitano davvero. È questa combinazione di leggerezza e serietà che non si trova spesso. La leggerezza di chi ha attraversato l’Atlantico su una barca senza biglietto di ritorno. La serietà di chi studia per anni la curva di maturazione di un grappolo ritardato. La leggerezza di chi lascia un progetto creato da zero perché la visione non è più condivisa. La serietà di chi sa aspettare il 2030 per mettere il proprio nome su una bottiglia di champagne. Dell’Italia quello che mi manca di più è la cultura, il cibo. Devo ammetterlo, anche se sono francese: preferisco la gastronomia italiana. La semplicità. Pomodoro, mozzarella, sale, basilico. Finito. Noi in Francia siamo bravi a cucinare, certo. Ma è un’altra cosa. Un francese che preferisce la cucina italiana. Un enologo che quasi non beve. Un ex proprietario di vigna diventato dipendente, ma con più libertà di prima. Un uomo che ha lasciato il suo progetto non per fallimento, ma per non tradirlo. Julian Reneaud è pieno di queste contraddizioni apparenti. E sono esattamente queste contraddizioni il segreto migliore che ha. Quello che, ne sono convinto, finirà prima o poi dentro quei calici che aspettano il 2030. Lo champagne ha pazienza. Ma Julian di più.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore Arrow Right Top Bg

24 Aprile, 2026

Terre di Marfisa. Nathalie Clarici e la scelta del cuore

  Lei senza l’elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare. Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto. La guerriera e la nonna Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna. La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa. Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua. Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza. Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.” Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati. Il casale perduto Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile. Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto. Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM. Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto. La figlia di Bruno Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità. Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice. Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare. Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono. Costruire da zero Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA. I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio. Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla. Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via. Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora. Il caso e il destino: i vini La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot. Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato. Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione. L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato. L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.” Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro. Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo. Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero. Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto. Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro. In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero.  Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire. Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso. Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza Tesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere. Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa. Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata. In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta. Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé. E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario. Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50. La pietra che diventa vino Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri. Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia. Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi. Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno. Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso. È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare. Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore.   La guardia e il sogno Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali. Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola. Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti. C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui. Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi Arrow Right Top Bg

22 Aprile, 2026

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi

  Mi trovo spesso a parlare con le persone e c’è un momento, in ogni conversazione che ti chiedi se ne vale davvero la pena. Intendo di investire del tempo in quella che è una relazione. Può dipendere dall’argomento, dall’interlocutore o interlocutrice, da ciò che ti passa per la mente. Financo dal tempo. Avete mai riflettuto sul fatto che in estate, sotto l’ombrellone, in costume, siamo più propensi a parlare con le persone? Comunque, c’è un momento durante le conversazioni che capisci se ne stia davvero valendo la pena. In quel momento, nel mio caso, ci si dimentica di stare facendo un’intervista. Si parla, ci si scalda e le parole smettono di essere risposte e diventano rivelazioni. Con Enrico Zucchi è successo quasi subito. Ricercatore di letteratura italiana all’Università di Padova, veronese di nascita, pendolare da dieci anni tra la città del Santo e quella di Giulietta e Romeo. Enrico ha un curriculum che potrebbe sembrare lontano anni luce dal mondo del vino: dottorato sulla letteratura teatrale tra Cinque e Settecento, seminari di gastroletteratura, laboratori di tecniche narrative per studenti di Scienze e Culture della Gastronomia. Eppure, è proprio da questo bordo apparentemente periferico che arriva uno dei libri più originali e necessari che il mondo del vino italiano abbia prodotto negli ultimi anni: Lambrusco in fabula. Lo incontro in una di quelle conversazioni che solo apparentemente sembrano casuali. Non lo è. Ivan, mi dico spesso, i libri si capiscono solo dopo aver capito chi li ha scritti. L’accademia, il vino, e il coraggio di stare ai margini Enrico appartiene a quella categoria rara di intellettuali che l’accademia non è riuscita ad addomesticare del tutto. Entrato nei ranghi universitari attraverso bandi europei Avevo scritto e pubblicato tantissimo, ma non avevo le spalle coperte si è ritrovato a insegnare in corsi considerati meno prestigiosi dai colleghi di ruolo. Letteratura italiana nel corso di Turismo Culturale. Tecniche narrative per la scrittura gastronomica per gli studenti di Agraria. Mi sono trovato ai margini e ho cercato di fare tesoro di questo, provando a dare agli studenti qualcosa di più utile. Qualcosa che li portasse a continuare a leggere, a utilizzare la letteratura anche nel loro lavoro. È una frase che mi rimane addosso. Scritta come un tatuaggio. Quante volte il margine è, paradossalmente, il posto più fertile? Beppe Fenoglio lo sapeva bene e anche Enrico lo cita ricordando quando dalle Langhe che la gente chiamava malora tirava fuori romanzi immortali. L’eccellenza vera spesso nasce dove non te la aspetti. Da quella posizione di confine, Enrico ha costruito qualcosa di straordinario: i Seminari di Gastrolеtteratura, incontri annuali in cui scrittori del mondo del vino e del cibo si confrontano con la letteratura in senso pieno. Oltre che le summer school che uniscono turismo, territorio e racconto del vino. Un lavoro paziente, di cucitura tra mondi che si ignoravano. Il problema dei vecchi tromboni e della cultura tecnica come unico orizzonte Quando il discorso scivola sul presente, Enrico diventa più tagliente. C’è qualcosa che lo irrita, e lo dice senza diplomazia inutile. Quello che mi pesa di più è un’attenzione estrema all’aspetto tecnico in cantina, in degustazione, nella didattica. Davanti ad un prodotto che non è semplicemente il risultato di tecniche agronomiche, ma è a tutti gli effetti un prodotto culturale. Gli faccio eco: lo so bene. Ho detto spesso che il vino è racconto prima ancora di essere bevanda. Stare insieme attorno ad una tavola con il vino a fare da comprimario. Non certo da attore protagonista. Ma la colpa non è certo del contadino, che del racconto non ha bisogno perché ce l’ha nel sangue, nel gesto, nel silenzio. La colpa è di un certo mondo della sommellerie, di giornalisti, di falsi esperti, di tutti coloro che si sono costruiti un’identità tutta tecnica, tutta punteggi così da finire per educare generazioni intere a pensare che il vino si capisca solo attraverso una scheda. Avete presente quei professoroni o quegli pseudo intellettuali che parlano solo con parole altisonanti? Quelli che poi considerano volgo le persone che non capiscono. Ecco, quelli sono tutto tranne che divulgatori. Sono personaggi che vogliono creare una barriera, un muro tra loro e il pubblico tanto per far vedere che sono forbiti. Peccato che ci siano tante persone che li considerano intelligenti. Otto docenti su dieci che ho avuto erano totalmente privi di capacità didattica. Molto bravi sulle loro cose, competentissimi. Ma non si è docenti semplicemente sapendo le cose. Esatto. Chi insegna è un divulgatore. Deve arrivare alle coscienze delle persone perché i concetti arrivino e attecchiscano. O Capitano! Mio capitano. Ricordate Robin William che recitava ai suoi ragazzi la poesia di Walt Whitman da sopra la sedia ne L’attimo fuggente? Ecco, un modo diverso per insegnare. Per entrare in empatia con chi avrebbe dovuto recepire il messaggio. E poi c’è la questione dei punteggi. Argomento che torna spesso nelle mie conversazioni e che non smette di farmi riflettere. I grandi numeri gonfiati, il 92, il 95, il 99. La gaussiana che dovrebbe distribuire qualità su una curva normale e invece si schiaccia verso l’alto fino all’assurdo. Poi vado alle degustazioni, metto il naso sopra un calice di un vino sulla cui etichetta c’è un 95 e non mi capacito. È come Google Maps. Se vedi un ristorante con meno di quattro stelle non ci vai. Tutto si è spostato verso l’alto, tutto è eccellente, e quando le persone cominciano ad avere una cultura anche solo leggermente diversa dallo standard, ti mandano a quel paese. Siamo d’accordo, profondamente. Il punteggio era uno strumento. Pochi, come Parker, lo usavano con autorità e per un pubblico ristretto. Oggi chiunque assegna voti l’inflazione ha svuotato lo strumento di senso. Il futuro, se c’è un futuro per questa forma di comunicazione enologica, è altrove. È nel racconto. Lambrusco in fabula: un libro che ridà dignità Il libro nasce da un’esigenza precisa: fare storia della letteratura attraverso il vino. Non fare storia del vino, attenzione. La distinzione è sottile ma fondamentale. Sono uno storico letterario e non mi interessa tanto la storia enologica del Lambrusco quanto quello che la letteratura ha detto di lui nel corso dei secoli. Perché attraverso quello che si scrive di un vino si può fare storia della cultura, della sensibilità, del gusto estetico di un’epoca. Lambrusco in fabula è esattamente questo: un viaggio nella letteratura italiana (e non solo) che usa il Lambrusco come filo conduttore per attraversare secoli di storia culturale. Da Virgilio ai tre premi Nobel della letteratura italiana, Carducci, Montale, Deledda, passando per la letteratura emiliana e basso mantovana, fino ai romanzi americani di italo-americani che rivendicano le proprie radici battezzando col nome di questo vino i loro libri. Ma c’è un passaggio del libro che mi affascina particolarmente: quello sull’epoca barocca. Quando la cultura ricercava raffinatezza e artificio, il Lambrusco, selvatico, aspro, indomito, veniva usato dai poeti come insulto. Darsi del lambrusco l’uno l’altro significava accusarsi di volgarità, di mancanza di stile. Poi arriva il Neoclassicismo, poi il Romanticismo e quella stessa selvatichezza diventa virtù: la pianta che cresce senza cure, che vince sopra ogni inciampo, che non si piega, diventa simbolo di una natura più forte della civiltà. Attraverso il Lambrusco riesco a fare squadre di letteratura Squadre suona come qualcosa di bellissimo. Quei tagli netti che dividono epoche e sensibilità.   La questione del pubblico e il vino come simbolo Il libro ha un problema dichiarato e Enrico lo riconosce con onestà: non sa esattamente a chi parla. Chi ama il vino cerca spesso libri più tecnici. Chi ama la letteratura non si aspetta di trovare il Lambrusco tra le pagine di un saggio letterario. Per adesso la presa maggiore l’ho avuta sui produttori. E sui giovani. E qui cita due esempi che, per me, hanno un peso particolare. Il primo è Elena Messori giovane produttrice modenese, tornata dagli studi a Londra per prendere le redini dell’azienda di famiglia che Enrico descrive come un’anima che ti fa capire come i giovani vogliano cimentarsi in un mondo complicatissimo. La coincidenza vuole che io abbia scritto recentemente di lei e di Cantina Messori e risentire il suo nome in questa conversazione mi dice qualcosa: che attorno al Lambrusco si sta costruendo, lentamente, una nuova narrazione. Una narrazione di ritorno, di dignità recuperata. Il secondo esempio sono le Langhe. Enrico racconta di una masterclass in cui ha parlato poco del vino e molto della storia del territorio. Di Beppe Fenoglio e delle Langhe, della malora perché lì si moriva di fatica e di miseria. Quando lo dici alla gente, restano sbigottiti. Perché nell’immaginario collettivo le Langhe sono i filari instagrammabili, la bellezza ordinata, il Barolo da novanta punti. Non il luogo da cui la gente scappava. È una lezione che vale per tutto il vino italiano. La storia non è sempre confortante, non è sempre patinata. Ma è vera. Ed è la verità anche quella scomoda che crea il racconto autentico. Ne ho parlato più volte nei miei articoli. In quello della famiglia Piazzo come di Parusso. Famiglie che hanno visto, toccato con mano, patito la malora. Resistendo. Credendo nel futuro e scommettendo sul Nebbiolo quando nelle Langhe, oltre la fame, c’era solo il Dolcetto. Il progetto futuro: una storia letteraria dei vini d’Italia Enrico non si ferma al Lambrusco. Ha già in cantiere il libro sul Prosecco, un vino la cui storia letteraria risale all’epoca romana e che, attraverso la letteratura rinascimentale, giustifica perfino l’ampliamento della DOC che oggi conosciamo. E poi, in prospettiva, un volume più corposo: una storia letteraria dei vini d’Italia, regione per regione, vitigno per vitigno. In cima alla lista c’è la Lacrima Cristi: un vino con una storia antichissima, piena di significati rituali e religiosi, di letteratura sacra intrecciata con quella profana. E poi i vini del sud, la Calabria con il suo Greco di Bianco, la Campania col Falerno che risale ai Romani. C’è poi un’ambizione che va oltre il saggio enologico I disciplinari di produzione sono spesso pieni di errori storici. Fonti non citate, affermazioni approssimative, storia fatta male. Se metti la storia dentro un documento così importante, dovresti farla fare a uno storico. È un punto che condivido senza riserve. Il marketing del vino italiano ha bisogno di basi solide, non di narrazioni improvvisate. E quelle basi, come dimostra Enrico, esistono, sono straordinariamente ricche, e aspettano solo di essere portate alla luce con rigore e passione. Lambrusco in fabula è disponibile in libreria. Leggetelo e non perché sia un libro sul vino, ma perché è un libro su come un popolo ha usato un calice per raccontare se stesso attraverso i secoli. È, in fondo, quello che facciamo tutti noi che scriviamo di vino: cercare in una bottiglia qualcosa che vada oltre la bottiglia.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce Arrow Right Top Bg

21 Aprile, 2026

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce

  10 Aprile 2025, Via Margutta. Arte, vino e la forza di ciò che non alza la voce. Al centro della scena troviamo Trasparenze d’acqua di Brigitta Ciampi Karner, un percorso visivo profondamente immerso nel mondo marino. Le sue opere evocano la leggerezza e la profondità dell’acqua, restituendo allo spettatore una dimensione sospesa, quasi meditativa, dove il mare diventa metafora di interiorità e trasformazione. Accanto a questa dimensione fluida si colloca Arcadia di Antonella Proto, un progetto che si muove su un piano spirituale. Le sue creazioni raccontano una ricerca intima e sincera del divino, traducendo in immagini una tensione verso Dio che si fa racconto personale e universale allo stesso tempo. A fare da contrappunto, la rassegna collettiva Arte in Caos riunisce più artisti in un dialogo dinamico e aperto, dove stili e poetiche si mescolano dando vita a una pluralità di visioni. Il caos diventa così non disordine, ma energia creativa, spazio fertile per nuove interpretazioni. Tra i momenti più intensi spicca Freak di Amanda Rosi, un progetto che attraversa arti visive e sonore, unificate dal potente fil rouge del corpo, qui indagato come limite e prigione, ma anche come unico strumento di espressione e identità. L’opera di nudo fotografico dell’artista che utilizza il body horror per rappresentare la violenza subita dall’essere umano e dalla donna in particolare, impone Freak come un’esperienza che non lascia spazio all’indifferenza: lo sguardo è chiamato a confrontarsi con immagini che disturbano, ma proprio per questo necessarie. Amanda Rosi trasforma il corpo in un campo di tensione, dove vulnerabilità e resistenza convivono, e dove il dolore diventa linguaggio visivo capace di denunciare e al tempo stesso liberare. La sua ricerca è una dimensione sospesa tra inquietudine e consapevolezza, invitando lo spettatore a riconoscere nel corpo non solo una prigione, ma anche il primo, imprescindibile spazio di verità. L’esperienza si fa immersiva, quasi performativa, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda sulla condizione della donna.   A completare la serata, il contributo della Cantina Migrante, e non poteva esserci presenza più consonante con lo spirito di questa notte. Migrante nasce ad Olevano Romano, sui Monti Prenestini, da una storia che somiglia a molte altre storie italiane vere: Lorenzo Fanfarillo, un passato da autista di tir e sua moglie Luciana Milana decidono nei primi anni Duemila di tornare alla terra, a quella cultura contadina che le famiglie di entrambi non avevano mai davvero abbandonato. La vigna era già lì, nella memoria e nel sangue. Quello che mancava era soltanto il coraggio di affidarsi ad essa. A raccogliere questa eredità e portarla avanti con mani e testa nuove è oggi il figlio Michele: la terra affidata, come recita il titolo dell’articolo che Wine Tales Magazine ha dedicato a questa famiglia, è la terra di chi non la possiede per diritto ma per scelta, per responsabilità, per amore. I quattro ettari di vigneto in conduzione biologica, affacciati sui rilievi che guardano verso il borgo antico di Olevano, producono poche migliaia di bottiglie all’anno, tutte di Cesanese, l’unico vitigno autoctono a bacca rossa del Lazio, capace di una complessità che il mercato ha impiegato decenni a riconoscere. I due vini scelti per la serata raccontano questa storia da angolature diverse, eppure complementari. L’Equo è il rosato della casa. Un nome non casuale che rimanda agli Equi, l’antico popolo italico che abitò questi territori prima della romanizzazione, gente tenace e discreta, di cui la storia ha conservato poco ma la terra ricorda tutto. Un rosa scarico, profumi di pesca, albicocca, arancia e fiori bianchi che sembrano promettere leggerezza. Poi il sorso arriva e rivela qualcos’altro: il calore del Cesanese, una sapidità tagliente, agrumi fini e un finale che chiude su una punta di mandorlato. Come le opere di Brigitta Ciampi Karner, che attraverso la trasparenza dell’acqua custodiscono una profondità inaspettata, l’Equo inganna chi si ferma alla superficie. Quello che sembra lieve ed evanescente porta in sé una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi, appunto. Il Consilium, Cesanese DOC Olevano Romano, affinato ventiquattro mesi in acciaio e dodici in bottiglia. Un vino che si prende il tempo di raccontarsi, come se stesse davvero deliberando, nel senso pieno del suo nome latino: consilium, consiglio, deliberazione. C’è qualcosa di senecano in questo vino, nel modo in cui non ha fretta di imporsi. Al naso, amarene e frutto intenso con una speziatura che non disturba ma accompagna; in bocca, un sorso morbido e potente eppure fresco, sapido, mai pesante. Un vino che avvolge senza aggredire. Pensando alla ricerca spirituale di Arcadia, a quella tensione silenziosa verso qualcosa di più grande, il Consilium sembra rispondere con la stessa grammatica: non urla, non dimostra, non cerca consenso. Si offre allo sguardo e all’ascolto di chi è disposto ad aspettare. Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare, avrebbe detto Seneca. Il Consilium sa dove sta andando. C’è infine un filo sottile, quasi impercettibile, che lega entrambi i vini di Migrante all’opera di Amanda Rosi. Nel body horror di Freak, il corpo è insieme prigione e unico spazio di verità. Nei vini di Olevano Romano, il Cesanese, vitigno difficile, scomodo, a lungo sottovalutato, è insieme limite e possibilità: è la pelle rugosa di un territorio aspro che, se vinificato con rigore e rispetto, rivela una bellezza che non ha bisogno di essere gridata. La forza che si nasconde sotto ciò che appare fragile o minore è il tema invisibile di questa serata intera. Questo vernissage si configura così come un crocevia di esperienze, dove acqua, spiritualità, caos e corporeità si incontrano in un dialogo continuo. Il vino, quello di Migrante in particolare. non è ornamento ma interlocutore. Un appuntamento che conferma Via Margutta e Area Contesa Arte come cuore pulsante dell’arte romana, capace ancora una volta di sorprendere e coinvolgere.       Ivan Vellucci                     Marco Sargentini  
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Imparare il vino. Con le mani, i piedi e un po' d'anima Arrow Right Top Bg

20 Aprile, 2026

Imparare il vino. Con le mani, i piedi e un po' d'anima

  Quando accade che smetti di studiare il vino e cominci a sentirlo? Non è un momento che arriva dai libri, anche se i libri servono, eccome se servono. Arriva quando sei in mezzo ad una vigna e capisci che il terreno sotto i tuoi piedi non è solo suolo: è memoria, è storia, è la firma di tutto ciò che troverà poi nel bicchiere chi, magari a centinaia di chilometri di distanza, stappando quella bottiglia, non sa nemmeno che esisti. Eppure, sei lì, in quel vino. Per sempre. Ho incontrato nel tempo decine e decine di produttori. Li ho ascoltati, li ho seguiti tra i filari, ho guardato le loro mani mentre parlavano. Ogni volta, senza eccezione, la cosa che mi ha più colpito non era la loro competenza tecnica, pur straordinaria. Era il fatto che tutti, chi prima chi dopo, avevano toccato la terra. Si erano sporcati. Avevano sbagliato. Avevano imparato sul campo ciò che nessuna slide avrebbe potuto insegnare. Alessandro e Stefano di Radis, per esempio, hanno iniziato con una vigna di seicento metri quadri coltivata quasi per gioco e da lì hanno trovato la loro strada. Niccolò di Antica Valpolicella sperimenta in continuazione, impara e impara ancora con e attraverso i suoi vini, sapendo benissimo che questo percorso non lo aiuterà sul piano commerciale immediato, ma che è l’unico che vale la pena percorrere. Andrea Piubello o Cristian Ferrero hanno iniziato mettendo in botte, prima di ogni altra cosa, ciò che sarebbe diventato Amarone e Barolo. Potrei continuare per ore a narrare di giovani e meno giovani che hanno fatto il passo. Imparando. Ecco perché quando ho saputo dell’esistenza del Corso di Laurea Magistrale in Innovazione Sostenibile in Viticoltura ed Enologia, ISVE per gli amici, ho sentito qualcosa scaldarsi dentro. Non il calore tiepido di chi legge un comunicato stampa, ma quello più profondo di chi riconosce qualcosa di giusto. È così che ho voluto, fortemente voluto, scrivere questo articolo anche dopo aver parlato con la Prof.ssa Paola Domizio, Presidente proprio del corso di Laurea. L’ISVE è un corso interateneo, nato sei anni fa dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Firenze e l’Università di Pisa. Due eccellenze che si sono guardate e hanno deciso di non competere, ma di costruire insieme. Una sorta di blend accademico che vede come risultato il percorso di 120 CFU (che acronimo strano… sta comunque per Crediti Formativi Universitari) articolato in due anni. Due anni durante i quali l’ambizione è non solo formare tecnici del vino ma persone (e sottolineo persone) in grado di leggere il futuro del settore con gli occhi aperti e le mani pronte. Il primo anno si divide tra i due atenei. A Pisa si costruiscono le fondamenta agronomiche ed enologiche. A Firenze si approfondisce la filiera, quella cosa complessa e bellissima che porta un grappolo d’uva fino alla tavola di quel qualcuno che magari non si conoscerà mai ma che, speriamo, ringrazierà il cielo di aver alzato quel calice. Già dal primo anno, la didattica è pensata per applicare subito le conoscenze acquisite. Via quella distanza tra teoria e pratica che ho visto disorientare tanti giovani appassionati, come se il vino fosse una cosa e lo studio fosse un’altra! Al secondo anno cambia poi tutto ancora più rapidamente. O meglio, è un anno che cambia le persone. Gli studenti scelgono tra due specializzazioni. La prima, Viticoltura di precisione ed Enologia 4.0, è per chi ha nel sangue la voglia di capire come la tecnologia, quella fatta di sensori, automazione, analisi dei dati, possa diventare uno strumento per apportare scelte migliori in vigna e in cantina. Non la tecnologia come fine, ma come mezzo. Come un buon coltello in mano a un cuoco che sa già cosa vuole cucinare. Qui, permettetemi una piccola divagazione. Si sente spesso parlare di vini naturali, di biodinamica, di tecniche ancestrali. Se un tempo produrre un vino senza aggiungere nulla (bella questa cosa) poteva essere un azzardo e portare a difetti, oggi, grazie alla tecnologia, è possibile. È davvero possibile. Basta conoscere i processi in vigna e in cantina. Basta avere la strumentazione e le attrezzature giuste. Basta, da qui l’Università, una buona base di preparazione. La seconda specializzazione, Viticoltura resiliente ed Enologia dei vini speciali, guarda invece al rapporto tra clima, suolo e pianta con quella attenzione ecologica che oggi non è più un’opzione romantica: è una necessità urgente, concreta, economica. La vigna come fulcro, snodo imprescindibile per realizzare vini eccellenti assecondando le stagioni. E il territorio. Ho scritto spesso che il vino non è in crisi, è in metamorfosi. Lo credo profondamente. I numeri ci raccontano di consumi in calo, di mercati che faticano, di giovani che si allontanano dal calice. Ma ogni volta che vedo eventi come Vini Selvaggi a Roma che riempiono gli spazi di persone che ridono, parlano, ascoltano storie, mi convinco ancora di più che il problema non è il vino. Il problema è come il vino viene raccontato, prodotto, posizionato. E questa è esattamente la sfida che l’ISVE mette sul tavolo dei suoi studenti: non solo come fare vino, ma come farlo in modo che abbia un senso per chi lo berrà domani. I giovani consumatori di oggi, quelli della Generazione Z e dei Millennials più avvertiti, non vogliono solo una bottiglia. Vogliono sapere chi c’è dietro. Vogliono capire se quella vigna è stata rispettata, se chi l’ha coltivata ci ha messo cura e pensiero, se c’è una storia vera o solo un’etichetta ben disegnata. In un mondo in cui i dazi americani sul vino italiano hanno rimescolato le carte e in cui i mercati emergenti asiatici pongono domande radicalmente diverse rispetto a quelle a cui eravamo abituati, formare persone capaci di ragionare sulla sostenibilità socio-economica e sul marketing strategico internazionale non è un lusso: è la differenza tra sopravvivere e prosperare. Non c’è una crisi del mercato ma c’è proprio un radicale cambiamento di paradigma che investe sia la parte produttiva sia la comunicazione. Solo che entrambe diventano interdipendenti e strettamente connessi. Il secondo semestre del secondo anno non prevede lezioni frontali. Nessuna aula, nessun professore alla lavagna. Solo tirocinio in azienda e tesi di laurea. Il mondo reale, con tutti i suoi imprevisti, le sue bellezze e le sue asperità. È in quel semestre che si diventa qualcosa. E qualcuno. Perché, e lo dico dopo anni passati ad ascoltare vignaioli che hanno costruito cose straordinarie, nessuno si è mai formato davvero guardando solo dal finestrino. Penso a chi mi ha detto che la vigna la si capisce solo standoci dentro, alle tempeste di grandine che cambiano un’annata in pochi minuti, alle vendemmie notturne per preservare l’acidità, alle decisioni prese con la terra bagnata sotto gli stivali. Tutto questo non si impara a memoria. Si vive. E l’ISVE lo sa. Se stai leggendo queste righe e sei uno studente che si chiede se valga la pena continuare, se abbia senso investire altri due anni in uno studio che richiede sacrifici, ti dico soltanto questo: il vino italiano è una delle cose più straordinarie che l’umanità abbia prodotto. Non è un prodotto agricolo, è una forma di civiltà. E quella civiltà ha bisogno di persone preparate, curiose, appassionate, che sappiano usare la tecnologia senza dimenticare la terra, che capiscano i mercati senza smettere di amare i vitigni. Non basta più fare il vino come si è sempre fatto. Le sfide climatiche non aspettano, i consumatori cambiano, il mondo accelera. Ma la bellezza di questo momento è proprio questa: chi si forma bene adesso, chi si sporca le mani e studia insieme, chi impara a leggere i dati e a sentire il suolo, chi capisce la sostenibilità non come slogan ma come scelta quotidiana, quella persona avrà un vantaggio enorme. Il futuro del vino italiano si costruisce adesso. Con studio, con esperienza, con coraggio. Con le mani nella terra e gli occhi al mercato internazionale. L’iscrizione all’ISVE si trova su www.isve.unifi.it. Nessun test d’ingresso: solo la tua storia e un colloquio. A volte basta guardarsi negli occhi per capire che si è dalla stessa parte.   Ivan Vellucci – Direttore
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Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne Arrow Right Top Bg

15 Aprile, 2026

Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne

  Conjuguer. Coniugare, mettere insieme, fare accordo di voci. La grammatica spesso è una metafora della vita. Difficilmente riusciamo a fare grandi cose da soli. Anzi, direi mai. L’unione fa la forza direbbero quelli bravi. Non qualcosa di banale e scontato ma una profonda verità della quale spesso ce ne si dimentica. Ad esempio quando si parla del vignaiolo, di colui che è l’artefice di grandi vini. Ho conosciuto rarissimi casi di one man band. In tutti gli altri, anche se ci si professava come unici artefici, in realtà è sempre stato un concerto. In Champagne, a Passy-Grigny, nella Vallée de la Marne, c’è una cooperativa che ha fatto di questa parola la propria filosofia da quasi cent’anni. Nel mondo del vino, alcune storie, assomigliano alle favole. Non perché siano false, ma perché hanno quella struttura archetipica che le rende universali. Un prete generoso e visionario, un villaggio di vignerons che sopravvivono vendendo uve agli altri, la tavola come luogo di rivelazione. L’idea. Conjuguons nos savoir-faire! Uniamo i nostri saperi.  Nel 1929, mentre il mondo stava per sprofondare nella Grande Depressione, l’Abbé Aimé Caudron riuniva ventitre vignaioli di Passy-Grigny intorno a un progetto cooperativo che avrebbe cambiato per sempre la loro storia.  Oggi quella storia la racconta, con la precisione di chi la porta nel sangue e la leggerezza di chi ama il proprio lavoro, Gersende Carquex, Export Manager di Dom Caudron, il marchio che porta il nome del prete epiculeo come una bandiera. Champagne Experience a Bologna è l’occasione per conoscere tanti produttori. Io rimango affascinato dal sorriso di Gersende. Quel tipo di sorriso che mette subito a proprio agio. Non è la cordialità di facciata di chi fa pubbliche relazioni. È qualcosa di più genuino, la disponibilità di chi è convinto di quello che fa e vuole che tu lo capisca davvero. Dom Caudron: un abate, una cooperativa, un gesto che diventa futuro Dom Caudron nasce nel 1929. Un abate del villaggio, Aimé Caudron, decise di aiutare i vignaioli. All’epoca vivevano vendendo solo uva. Lui li convinse a unirsi per produrre il loro Champagne. Non è un inizio epico, ed è proprio questo a renderlo potente. Un gesto concreto, mille franchi, un torchio, qualche strumento e, soprattutto un’idea: insieme si può fare qualcosa che da soli non esiste. Passy‑Grigny, Vallée de la Marne è un paese incastonato tra colline morbide, oggi abitato da circa novanta famiglie di vignaioli che condividono non solo un marchio, ma una visione. Dom Caudron nasce così: non come Maison da imporre, ma come voce collettiva. E forse è per questo che, ancora oggi, non ha bisogno di alzare il volume. Siamo una cooperativa, ma forse la parola cooperativa, in Italia, evoca qualcosa di generico, di anonimo. Noi siamo, il contrario. Ha ragione. Il problema con la parola “cooperativa” è che nel mondo del vino di qualità è spesso usata come sinonimo di produzione industriale, di livellamento verso il basso. Dom Caudron è esattamente l’antitesi di questo pregiudizio. Novanta famiglie di vignaioli, tutte radicate attorno a Passy-Grigny, più di 130 ettari sui versanti della Vallée de la Marne e un’ossessione condivisa: il Pinot Meunier. Il Meunier Bisogna fermarsi un momento su questo nome. Nella gerarchia non scritta dello Champagne, il Meunier è sempre stato il terzo incomodo. Il fratello minore di Chardonnay e Pinot Noir, il vitigno delle zone fredde e difficili, quello che matura prima ma viene considerato meno nobile, meno adatto all’invecchiamento, meno degno di stare in etichetta da solo. Per decenni, le grandi maison l’hanno usato come ingrediente anonimo negli assemblage senza mai metterci la firma sopra. Quando poi il mondo del vino iniziò a cercare autenticità, territorialità, identità precise invece di profili standardizzati, proprio il Meunier, fruttato, diretto, con quella fragranza che ti porta direttamente nella vigna, ha trovato la sua rivalsa. Dom Caudron questa rivalsa l’aveva anticipata. O meglio: non l’aveva mai abbandonata. Passy‑Grigny e il Pinot Meunier. È il territorio che decide lo stile Qui siamo nella Vallée de la Marne e il Meunier non è una scelta di marketing. È semplicemente il vitigno giusto. L’80% del vigneto di Dom Caudron è Pinot Meunier. Un dato che altrove sarebbe una nota tecnica, qui diventa identità. Suoli argillo‑calcarei, esposizioni differenti, nebbie mattutine, una freschezza naturale che permette al Meunier di esprimersi senza essere corretto. Gersende lo descrive come un vitigno empatico, capace di adattarsi e cambiare voce. Ci definiamo conjugueurs de Meunier. Specialisti del Meunier perché lo decliniamo in molti modi diversi. Puro, in legno, da vecchie vigne. Il nostro obiettivo è far assaggiare il Meunier in tutte le sue sfumature. Non un dogma, ma una grammatica. Una gamma costruita per mostrare come questo vitigno possa essere interpretato in modi completamente diversi. Dal più accessibile e immediato fino ai prodotti più complessi, con anni di sosta sui lieviti. Gersende prova una certa soddisfazione quando ne parla. È come aver scommesso su un underdog che invece emerge. Vinificazioni parcellari e precisione: la tecnica come atto di rispetto Dieci anni fa abbiamo fatto uno studio approfondito del sottosuolo e poi abbiamo investito in micro‑vinificazioni per parcella. La frase chiave arriva subito dopo. Così il nostro chef de cave, quando assembla, sa esattamente cosa sta cercando. Una tecnica che non è mai esibizione. Semmai un ascolto organizzato così che ogni parcella resta separata il più a lungo possibile, ogni vino arriva all’assemblaggio con una voce riconoscibile. Il risultato non è la complessità fine a sé stessa, ma la chiarezza. Noi vogliamo Champagne che si bevano. Che ti facciano venire voglia del secondo bicchiere. Sei champagne, tutti espressione di Passy-Grigny, tutti fondati sul Meunier come protagonista. C’è il brut come porta d’ingresso, la purezza zero dosage, il blanc de noirs in cui il Meunier si racconta senza mediazioni e poi la grande cuvée vintage, metà Meunier, metà Chardonnay che riposa dieci anni sui lieviti prima di essere messa in commercio. Dieci anni. In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, immediato, consumabile, c’è qualcosa di quasi rivoluzionario in questo. Il vino deve aspettare. Abbiamo anche una riserva in cantina che ancora non abbiamo lanciato. Il goal non è lanciarla per lanciare.  È lanciarla quando sarà pronta. E non lo è ancora. Questa pazienza mi colpisce ogni volta che la incontro nei produttori che rispetto davvero. È la stessa cosa che mi diceva, qualche settimana fa, un vignaiolo abruzzese. Non è il mercato a dettare i tempi della vigna e della cantina, ma è la cantina, quando  pronta, a presentarsi al mercato. Un lusso che non tutti possono permettersi, certo. Ma è anche, spesso, la differenza tra chi fa vini grandi e chi fa vini semplicemente buoni.  Dom Caudron Extra Brut È il Meunier nella sua forma più pura e verticale Per me l’Extra Brut è il modo migliore per capire Dom Caudron. È la purezza del Meunier. È anche la mia perché amo sentire il vitigno nella sua espressione più pura.  Infatti arriva nel calice arriva immediato, senza preamboli. Al naso è scorza di limone, zest, pompelmo, poi una mandorla netta, asciutta, quasi severa. C’è qualcosa che ricorda il rame, la pietra viva, e una profondissima sensazione calcarea. In bocca il perlage è fine, delicato, mai aggressivo. L’agrume pulisce in modo quasi chirurgico, la sapidità accompagna senza allargarsi. E poi, sul finale, ritorna quella mandorla amara, precisa, identitaria. È un Meunier che non cerca compromessi. Un vino che non ti prende per mano: ti guarda, e basta. Dom Caudron Épicurienne Vecchie vigne e piacere: il lato più carnale del Meunier Épicurienne nasce da vigne di oltre cinquant’anni. È una cuvée più ampia, più generosa. Più da tavola. Il colore è luminoso, quasi ambrato. Il naso è un’esplosione controllata di grande pasticceria: brioche, marmellata di albicocche, poi agrumi maturi come arancia e mandarino. Poi un floreale che ripulisce e apre il bouquet. C’è gesso, frutta secca, profondità. In bocca il perlage è finissimo, ma la materia diventa voluttuosa. Gli 8 g/l di dosaggio non appesantiscono: danno corpo, stabilità. L’agrume non è più teso, ma largo, avvolgente. La bocca resta sorprendentemente pulita, come se il vino avesse una sua capacità di rimettere ordine. Il finale, lievemente mandorlato, evita qualsiasi stucchevolezza. Resta una sensazione quasi masticabile, carnale, come un’albicocca che si è fatta polpa. Dom Caudron Cornalyne Brut Il Meunier e il legno: equilibrio, profondità, dialogo Cornalyne è il Meunier che incontra il fût. Ma senza perdere se stesso. Qui il registro cambia, si arrotonda. Al naso emergono pere mature, fragoline di bosco, more, lamponi. Una nota floreale delicata, poi una vena gessosa che fa da spina dorsale. L’insieme ricorda una piccola pasticceria: crema, frutti rossi, una tartelletta elegante. La mandorla resta, ma più morbida, sfumata. In bocca il perlage è ancora finissimo, ma la struttura cresce. La frutta si espande, la mineralità allunga il sorso, la persistenza diventa più profonda. È uno Champagne gastronomico, ma mai pesante. Si beve con naturalezza, con una facilità che non rinuncia alla profondità. Il finale, lievemente mandorlato, aggiunge una nota di civetteria elegante. È uno Champagne che sta benissimo a tavola, ma soprattutto in compagnia. Vogliamo che i nostri champagne siano accessibili. Che si possa finire il bicchiere e volerne un altro. Che siano gastronomici senza essere pesanti. Per questo facciamo fermentazioni a basse temperature che magari perdono un po’ di velocità, ma  guadagnano in freschezza conservando quella leggerezza che per noi è identità. Freschezza come stile. Non come mancanza di struttura, ma come scelta precisa di campo. In un panorama champagnistico che negli ultimi anni ha abbracciato con entusiasmo i vini ossidativi, i lunghi affinamenti, i dosaggi azzerati che portano a Champagne bellissimi ma non sempre bevibili senza riflessione, la scelta di Dom Caudron di puntare sulla piacevolezza diretta è, paradossalmente, originale. Gersende parla dell’Italia con un affetto genuino.  Siamo distribuiti da Bolis, in Lombardia. Uno dei distributori più seri del Paese. L’Italia è uno dei nostri mercati più forti. Mi fa sempre piacere sentire, questo. Molti produttori stranieri arrivano in Italia non perché sia un mercato facile, ma perché la cultura del vino qui è profonda, gli intenditori sono esigenti, e quando un prodotto funziona, funziona davvero. Tra meno di un anno saremo centenari. Stiamo preparando qualcosa di speciale per questo anniversario. Una cuvée che è ancora sui lieviti, che uscirà per i cento anni.»  1929-2029. Quasi un secolo di storia cooperativa, quasi un secolo di Meunier coniugato in tutte le forme possibili. Non è poco. C’è una cosa che mi chiedo spesso, di fronte a storie come questa: quanto pesa l’origine cooperativa nell’identità di un marchio? Quanto è difficile, nel mondo contemporaneo del vino, dove il racconto del produttore-artigiano singolo ha conquistato ogni forma di comunicazione, raccontare la bellezza di qualcosa che nasce dalla somma di tante storie individuali? Dom Caudron ha trovato la risposta nell’idea stessa di “coniugare”, non l’omologazione, ma l’armonia delle differenze. L’Abbé Caudron, epicureo visionario, aveva capito che la tavola condivisa è più ricca della cena solitaria. Ogni bottiglia di Dom Caudron porta dentro di sé novanta famiglie, centinaia di appezzamenti, generazioni di sapere accumulato sulle colline della Vallée de la Marne. E Gersende Carquex, con la sua calma entusiasta, è la voce che porta tutto questo nel mondo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Marco Parusso. Il vino assoluto Arrow Right Top Bg

10 Aprile, 2026

Marco Parusso. Il vino assoluto

  Le Langhe hanno un problema: sono troppo belle. Le colline scendono morbide una dentro l’altra, i vigneti sembrano disegnati con il righello, le strade bianche salgono verso cascine restaurate con pietre antiche e piscine a sfioro. Nei pomeriggi d’autunno la luce diventa dorata e i turisti si fermano a fotografare i filari come se fossero davanti a un monumento. È un paesaggio che sembra eterno. Ma non lo è. Se si vuole capire davvero cosa sono state le Langhe bisogna leggere Beppe Fenoglio nel suo romanzo La malora: non c’è nulla della dolcezza da cartolina che oggi associamo a queste colline. Ci sono fame, debiti, campi magri e famiglie contadine che sopravvivono a fatica. Malora. Per molto tempo le Langhe sono state una terra dura tanto dura che chi poteva, partiva. Eppure, è da quella stessa terra dura che poi è nato uno dei vini più celebrati del mondo come il Barolo. Un paradosso che attraversa tutta la storia delle Langhe. Quando il Barolo non valeva nulla Oggi il nome Barolo è sinonimo di prestigio. Le bottiglie finiscono nelle carte dei vini di New York, Tokyo, Copenhagen. Gli ettari di vigneto valgono cifre che pochi agricoltori di mezzo secolo fa avrebbero mai potuto immaginare. Non avrebbero neanche saputo contare i soldi che oggi sono necessari per acquistare un ettaro di vigna. Sempre che ve ne siano in vendita. Negli anni Settanta non era così. Il Barolo si vendeva spesso sfuso, in damigiana. Il mercato era incerto. Molti contadini preferivano piantare altro e se proprio si fosse voluto piantare uva, non sarebbe stato certamente Nebbiolo. Semmai Dolcetto. Almeno quello si vendeva. Se vendevo sei cartoni di Dolcetto era festa. Il Barolo lo regalavi. Molte vigne di Nebbiolo venivano affittate per pochissimo. Richiedevano troppo lavoro e davano risultati incerti. Il Nebbiolo non lo voleva nessuno. Era complicato, costoso, difficile da vendere. Le Langhe erano ancora una terra agricola povera, segnata dall’emigrazione. Molti partivano per Torino con il miraggio della Fiat o per la Francia. Chi decideva di rimanere aveva una vita difficile. Dura. Quando Marco Parusso racconta la sua infanzia, sembra di entrare in un’altra epoca. Un universo parallelo per chi è giovane oggi. Alle elementari portavamo la legna da casa per scaldare la classe. Non è una frase nostalgica. È una fotografia precisa. Pur sorridendo, credo ricordi ancora il freddo patito. Una volta che ce l’hai dentro, è come una stimmate. Tanto dura che non auguri a nessuno di patirla. È così però che ti fai le ossa, che capisci cosa voglia dire soffrire. Le borgate delle Langhe erano piccoli mondi autosufficienti: una chiesa, qualche casa, una manciata di famiglie. Ognuno aveva un po’ di terra, spesso meno di un ettaro, e con quella terra doveva vivere. Vivere. O sopravvivere. Esattamente così. Non c’erano altri lavori, altre strade da percorre. Con quella terra, magari qualche bestia, dovevi vivere e far vivere una o più famiglie. In quell’ettaro dovevi farci stare tutto. Vigna, orto, galline, magari una mucca. E con quello dovevi mandare avanti la famiglia. La logica contadina era semplice. Ma concreta. Essenziale e al contempo cruda. Reale Ci dicevano sempre una cosa: vendere il bello e mangiare il buono. È una frase che sembra uscita da una poesia di Cesare Pavese. In romanzi come La luna e i falò il paesaggio delle Langhe è già pieno di malinconia: le colline come luogo di ritorno, di memoria, di infanzia perduta. Così, per chi ci viveva non era nostalgia. Era lavoro e il vino faceva parte della dieta quotidiana. Non era un lusso, né un oggetto da degustazione. Era nutrimento. Un ragazzo che non voleva fare il contadino Marco non pensava di fare questo mestiere. Non era proprio nella sua idea di ragazzo. Perché avrebbe dovuto in un territorio così povero? Io non avrei mai fatto il contadino. Mio padre non aveva neanche il trattore. Il papà di Marco aveva iniziato a imbottigliare vino nei primi anni Settanta. Troppa fatica e un guadagno incerto. Non era cosa. Come molti ragazzi delle Langhe, Marco sceglie la scuola enologica di Alba. Per lui, quasi per caso. Non perché sogni di diventare vignaiolo, ma perché era una scuola pratica, concreta. O magari perché pensava si studiasse poco. Poi succede qualcosa che spesso accade nelle storie di vocazione: un incontro. Sono gli anni Ottanta. Le Langhe sono attraversate da una piccola rivoluzione culturale guidata da una generazione di giovani produttori: Domenico Clerico, Luciano Sandrone, Giorgio Rivetti, Enrico Scavino, Elio Altare. Molto tempo dopo qualcuno li chiamerà Barolo Boys. Domenico Clerico, poi Marco De Grazia, italoamericano dalla cultura borgognona, che capì per primo come i piccoli produttori potessero avere un futuro se si comportavano come i vignerons di Borgogna: nome proprio, parcella propria, identità propria. De Grazia ha fatto un lavoro pazzesco. Ha copiato il sistema borgognone per i piccoli produttori italiani e ci ha aperto un mondo. Poi è arrivato il gruppo, quello che il film Barolo Boys ha reso leggenda. Un documentario abbastanza romantico e non troppo lontano dalla verità. Marco era il più giovane, lo avevano tirato dentro, ma l’energia era quella giusta. Eravamo un po’ disperati. Ed è stato uno stimolo importante. Ci trascinavamo un po’ a vicenda. C’era questo spirito bello, di amicizia, dove tutti ci siamo dati a capofitto con questa sfida. Prima con noi stessi, poi tra di noi, poi con il mondo del vino.. È questa la cosa che distingue le rivoluzioni vere da quelle estetiche: l’aver messo il corpo dentro, non solo le idee. Non c’era nessuna idea di rivoluzione. un gruppo di amici che provava a fare qualcosa di diverso. Divertendosi Eravamo ragazzi curiosi. Ci trovavamo, assaggiavamo, parlavamo di vino. Marco ricorda una atmosfera di amicizia, di complicità, di risate. Domenico Clerico mi ha aperto un mondo. Loro avevano capito che per far crescere questo territorio dovevamo coinvolgere i giovani. Un momento di puro fermento. Si viaggia, si assaggiano vini stranieri, si scoprono territori fantastici come la Borgogna. Il fermento porta novità, scoperta, amicizia, gioia di vivere. Una luce di speranza nelle nebbie delle Langhe. Un po’ di sorrisi oltre la malora. Quando ho iniziato a bere vini veramente buoni mi si è accesa una lampadina. Ho capito che il vino poteva essere qualcosa di molto più grande. Nel 1986 Marco si diploma, parte militare, torna e comincia. L’azienda di suo padre non aveva neanche un trattore. Sua sorella Tiziana gli dice: dai, ti aiuto. Partono così, da poco o niente. I pensionati che lo aiutavano in vigna gli ridevano dietro, un ragazzo di vent’anni con le sue idee. Nel 1987, quando i bianchi in zona non li faceva nessuno, pianta dei vitigni a bacca bianca su una collina rotonda che chiama Rovella. È stato il vino che mi ha aperto il mio concetto di vino. Ho capito che il vino buono non ha colore. Quel ragazzo che non voleva fare il contadino si ritrova oggi insieme a sua sorella Tiziana a gestire una azienda con 23 ettari per la maggior parte coltivati a Nebbiolo. Non so se sia una sorta di contrappasso. Di certo è quello che il destino ha voluto per Marco e Tiziana e che loro non solo hanno accettato ma completamente interiorizzato. Dal 1990. l momento in cui il mondo guarda le Langhe Il vino ha una cosa in comune con il cinema o la letteratura: a volte basta un evento simbolico per cambiare una narrazione e nel 1993 accade qualcosa del genere. Il Barolo Cannubi Boschis 1990 di Luciano Sandrone riceve 100 punti da Robert Parker. È un momento quasi mitologico per il mondo del vino. Un episodio che è comunque l’apice di un momento di fermento di tanti giovani produttori che, insieme e divertendosi, cercano di far rinascere un territorio. Un territorio fino ad allora appartenuto solo alla malora e al massimo al Dolcetto che inizia ad essere riscoperto. Come se la nebbia del Dio Nebbiolo cominciasse un po’ a diradarsi. Improvvisamente le Langhe entrano nel radar internazionale. Barolo diventa una parola global e da quel momento il territorio inizia a trasformarsi rapidamente: turismo, investimenti, nuove cantine, nuove strade. Un territorio che per secoli aveva prodotto povertà diventa improvvisamente un luogo di desiderio. Con il rischio del paesaggio perfetto Un paesaggio costruito dagli uomini Se si guarda una collina delle Langhe dall’alto si capisce una cosa semplice. Questo paesaggio non è naturale. È un’opera collettiva costruita in secoli di lavoro umano. Filari, terrazzamenti, strade sterrate, cascine. Perfino la piccola cappella colorata tra i vigneti di La Morra, oggi una delle immagini più fotografate della zona, era stata costruita semplicemente come riparo per i contadini durante i temporali: la Cappella del Barolo. Oggi è un’icona artistica. È il destino delle Langhe: trasformare il lavoro quotidiano in paesaggio culturale. Oggi le Langhe sono patrimonio mondiale dell’UNESCO e l’intero paesaggio vitivinicolo è considerato un bene culturale. Ma sotto la superficie perfetta si intravede una domanda: cosa succede a una terra contadina quando diventa un luogo di culto per il turismo internazionale? Le vecchie cascine diventano resort. I vigneti diventano scenografia. E spesso il lavoro nei campi è affidato a lavoratori arrivati da altri paesi: Romania, Albania, Marocco. Il paradosso tipico dell’agricoltura contemporanea. Le terre diventano ricche proprio quando i contadini scompaiono.   Il vino come alimento In mezzo a questo cambiamento Marco continua a ripetere un’idea che suona quasi radicale. Il vino non è una bevanda. È un alimento. È una visione che appartiene alla civiltà contadina europea. Per secoli il vino è stato parte della dieta quotidiana. Pane, minestra, formaggio, vino. Non degustazione. Non collezionismo. Semplicemente vita quotidiana. In primavera le famiglie raccoglievano erbe spontanee nei campi, tarassaco, ortiche, borragine solo per trasformarle in zuppe o frittate. Il vino accompagnava questi piatti poveri. Era energia per il lavoro. Il vino nasce per stare a tavola. Non per essere bevuto da solo. Oggi il vino è diventato un prodotto edonistico. Ma il suo ruolo originario era nutrizionale. Il vino assoluto Marco continua a ripetere vino assoluto. Non è un concetto tecnico. È quasi una filosofia. Qualcosa che è nella cultura di chi fa vino con il cuore e con l’anima. Un elemento primordiale. Un nutrimento essenziale. Tutto parte dal grappolo. Dal frutto, custode del patrimonio nutritivo. Un alveo di elementi che raggiungono il culmine della loro irripetibile espressione con la grande maturazione ovvero il riposo in cantina dopo la raccolta. Una sorta di riposo del guerriero, di scura tranquillità necessaria perché avvenga il vero miracolo. Poi continua a rimanere intero quel grappolo. Lo fa fino alla fine. Portandosi dietro i raspi nel freddo. Perché i profumi emergano. Perché ogni singolo precursore dia il proprio impagabile contributo. Il riposo, quello vero, avviene nelle barrique di legno nuovo. Li e solo li, sollecitandolo ogni tanto, avviene la magia. Il vino buono non ha colore. Bianco o rosso non importa. Quando un vino è davvero grande appartiene a una categoria minuscola. Per questo ama sperimentare. Tecniche da rosso sui bianchi. Leggerezza dei bianchi nei rossi. Come una necessità di sfuggire alle categorie, di non essere catalogato. È una ricerca che ricorda quella di certi artisti contemporanei: togliere, semplificare, ridurre fino all’essenziale. Quando un vino è veramente buono appartiene a una piramide molto piccola. Per questo ama sperimentare. Nei bianchi cerco la profondità dei rossi. Nei rossi cerco la leggerezza dei bianchi. Ride mentre lo dice. Se chiudi gli occhi il mio Barolo sembra quasi un bianco. Il mio bianco in bocca sembra un rosso. È una ricerca che non ha una conclusione precisa. Il vino assoluto in teoria esiste. In pratica forse non si farà mai. Sembra la ricerca della pietra filosofale, del Sacro Graal della immortalità. Ricercate per ogni dove ma mai trovate così da lasciarle nell’immaginario, nei romanzi, nei film. Per Marco è qualcosa di assoluto ma che lo porta sempre a ricercare qualcosa, qualche elemento che lo possa far avvicinare a quel vino. Una sorta di guardare lontano per arrivare lontano. Non necessariamente con se. Sicuramente con il pensiero, l’anima. Ho assaggiato i vini di Marco durante un evento di Cuzziol Grandivini a Roma. La sensazione è stata di qualcosa di diverso, insolito eppure straordinario. Si le Langhe. Si il Nebbiolo. Ma c’era qualcosa di diverso nei suoi vini. Ecco perché gli ho chiesto di poter avere qualcosa sul quale meditare un attimo. Capire se quell’assoluto avesse un senso diverso. Tre vini dunque dei quali parlare. Il primo è il Rovella 2022. Un Sauvignon Blanc, vitigno che nelle Langhe, forse complice la vicina Francia, ha trovato spazio nel tempo per conquistare anche il settore dei bianchi. In realtà si è conquistato un posto di tutto rispetto sfruttando, ovvero arricchendosi, di un terroir che è palcoscenico incredibile. Sarebbe come portare alla Scala di Milano il Cyrano de Bergerac. Cosa avvenuta realmente nel 2008 con Placido Domingo a fare da protagonista. Il Rovella affina a contatto con i lieviti in piccoli contenitori. Piano piano. Senza fretta. Il tempo che serve. Una profondità che si concede Rovella è il nome della cascina acquistata nel 1925 in località Bussia, dove oggi sorge la cantina di famiglia. Un nome che porta con sé il tempo, la terra, il senso di permanenza che solo certi luoghi sanno custodire. Allora il nome doveva custodire qualcosa di inaspettato, qualcosa che rompesse la linearità di una storia costruita sul Nebbiolo: non poteva che essere un Sauvignon Blanc nato nel cuore delle Langhe.
Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia. Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede. Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto. Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita. C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida,  desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più. Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti. Il tessuto del tempo Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi. Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà. Guardare lontano Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco. I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale. Ma poi torna su qualcosa di più semplice. La prima regola è non avere troppe regole. Sorride. L’importante è sapere dove vuoi andare. È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe. Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto. Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto. Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano. Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi. I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro. C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno. Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà. Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo. Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno. Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse. Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai. La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte. E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto. Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare. Io non posso che far tesoro di tutto questo. Grazie Marco   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez Arrow Right Top Bg

8 Aprile, 2026

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

  Agustín Benjumeda e Brita Hektoen si sono innamorati due volte: tra loro e tra le colline bianche dello Sherry Capita che certi luoghi smettono di essere semplici geografie per tramutarsi in destino. Solo che non lo sappiamo ne siamo in grado di saperlo. Accade raramente e quando succede sembra di riconoscerlo subito. Come se fosse una immagine dentro di noi. Quasi un deja-vu. Può essere una strada polverosa, una casa antica, un ponte, un fiume. O vigne che respirano sotto il sole dell’Andalusia. È più o meno così che nasce Santa Petronila, un progetto che ha il sapore delle storie romantiche e un po’ ostinate. Per raccontarlo bisogna partire da lontano, da due vite che si incontrano a Barcellona, in una business school. Lei, Brita Hektoen, arriva dalla Norvegia; lui, Agustín Benjumeda, è figlio della terra dello Sherry, nato nel triangolo magico tra Jerez de la Frontera, El Puerto de Santa María e Sanlúcar de Barrameda.  Si incontrano studiando, si innamorano vivendo. Come spesso accade nelle storie vere, costruiscono una vita altrove: tredici anni a Barcellona, tre figli, carriere solide. Lei nel mondo accademico, lui tra consulenze energetiche e grandi aziende. La vita scorre ordinata. Ma sotto la superficie cresce un’altra idea. Volevamo lasciare qualcosa dietro di noi. Qualcosa che non fosse solo lavoro… ma vita Brita lo ricorda con una calma che suona come certe promesse mantenute.   La seconda volta che ci si innamora Possiamo dire che è stato un progetto romantico. La seconda volta che ci siamo innamorati. Non l’uno dell’altra. Quello era già successo. Di un luogo. Nel 2006 arrivano davanti a una casa vecchia di oltre tre secoli, nel cuore delle colline di Jerez de la Frontera. Tutto intorno vigne. Solo vigne. Un orizzonte circolare che sembra non finire mai. Agustín lo ricorda bene Quando siamo arrivati davanti alla casa, lo abbiamo capito subito. Senza fare conti, senza ragionare. Era il posto. La comprano. Non sanno ancora “come” né “quando”. Ma sanno perché. Trecento anni di storia, diciassette ettari di vigneto e una valle che un tempo era considerata tra le più preziose per la produzione dello Sherry. Il problema è che quasi nessuno se ne ricorda più. Il mistero delle vigne dimenticate Agustín è cresciuto in quella terra e ricorda bene ogni cosa della sua infanzia. Come lui però, anche gli altri se ne sono andati. Si cresce. Si fanno progetti di vita. Lontano da li. Dove ci sono le città, dove la vita scorre veloce. Senza accorgersi che è una vita che consuma, logora.  Quando ero bambino ogni dieci ettari c’era una casa de viña, una casa nel vigneto. Tutti facevano vino. Era fondamentale. Poi è sparito. Non solo l’abbandono ma anche l’industrializzazione dello Sherry ha spostato il baricentro verso le grandi bodegas e verso logiche produttive più standardizzate. Le vigne sono diventate semplici fornitori di uva e non più luoghi dove il vino nasce e prende forma. Eppure, cento anni fa, quelle stesse uve venivano pagate il doppio. Perché? Una domanda che diventa quasi un’ossessione per Agustín. Continuavo a chiedermi: perché prima era così importante il luogo? Perché si pagava di più quell’uva? La risposta, come spesso accade nel vino, si trova scavando nel passato. Parenti stretti del vento. Il terroir dello Sherry Per comprendere Santa Petronila, bisogna ricordare Jerez come un ecosistema. Un luogo che se non lo si vede non lo si capisce fino in fondo. Quel suolo calcareo bianco, l’Albariza, sembra quasi uscito da un paesaggio lunare. Ha la grande particolarità di trattenere l’umidità invernale per restituirla d’estate quando il sole riflette rendendo la visione accecante. I venti qui sono come delle mani che modellano la vite con modalità diverse. Il Levante, caldo e secco, asciuga, spazza via dolcemente ciò che non serve. Quasi come un asciugacapelli che modella la piega di una donna. Il Ponente, umido e fresco, porta giovamento e refrigerio. Porta vita e prosperità. L’ecosistema di Jerez, i venti che salgono dal mare e scendono dal nord sembra non fermarsi alla vigna. Sembra penetrare nelle case, nei sotterranei fino ad insinuarsi nelle botti. Grazie a questo microclima avviene la magia del Flor, quel velo d lieviti che copre i vini in affinamento biologico preservandone la freschezza salina e l’anima di mandorla. Poi arriva la mano dell’uomo con la voglia di accompagnare i lunghi affinamenti, passando la memoria da botte a botte. Una eredità, un modo per trasmettere qualcosa a qualcuno. Sono le Solera e Criaderas. Sono le botti giovani superiori (Criaderas) che trasmettono il vino, una volta invecchiato, a quelle poste sul pavimento (Solera). Un ciclo vitale che diventa circolo di attesa per realizzare tre tipologie di vino ognuna dotata di specificità e unicità. Fino: la lama di luce; teso, salino, asciutto, uno spartito scritto dal flor. Amontillado: la doppia vita che nasce sotto flor perché poi prosegua l’invecchiamento ossidativo, riunendo due mondi. Palo Cortado: l’enigma profilo olfattivo che sfuma tra l’eleganza del fino e la struttura dell’oloroso, spesso nato da selezioni e sorprese di cantina. È in questo linguaggio che Santa Petronila ha deciso di parlare: poche botti, il passo corto, tempo al centro. Cominciare da zero Quando Agustín e Brita comprano la proprietà non hanno un piano industriale. Hanno un’idea: rimettere al centro di tutto il vigneto. Il tempo è quello che è e Jerez dista 11 ore di macchina da Barcellona così che per anni vendono tutta l’uva alle bodegas e intanto restaurano la casa, accolgono viaggiatori, studiano la terra. La casa ha circa trecento anni; è stanca ma dignitosa. Loro continuano a lavorare nei rispettivi ambiti Ogni notte, ogni weekend, lo investono in Santa Petronila: prima l’ospitalità, poi, con il tempo, il vino. Abbiamo iniziato dall’ospitalità. Avevamo bisogno di dare un ritmo al luogo, di sentirlo pieno di voci. Come se Brita avesse bisogno si del loro nido, della loro oasi di fuga ma anche di dare nuova vita ad un luogo che di vita ne aveva vista tanta. Agustín annuisce Il vino sarebbe arrivato, ma prima bisognava che la casa tornasse a vivere Poi un giorno decidono di fare un esperimento: una sola botte per ciascun stile di vino. Una botte di Fino.
Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado. Era solo per noi. Per capire. Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo. Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo. La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo. Le domande giuste: la memoria come maestro C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”. Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino.  Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché?  Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi. Il tempo come ingrediente Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri. Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui. E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria. Come scriveva Ernest Hemingway: l vino è una delle cose più civilizzate del mondo. Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente.   Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto Niente marketing, niente campioni.  Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo. Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione.  È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino.  Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo.   I Vini di Santa Petronila Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare. Fino Flor de Macharnudo en Rama 100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato. Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni,  questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare  e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza. Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il  sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica  che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa. È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta. Oloroso Santa Petronila en Rama 100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni. Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras.  Niente viene filtrato, niente viene corretto. Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini,  non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione.  Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo. Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte. P.X. Santa Petronila en Rama 100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto. Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo.  Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo. Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez.    Tornare all’origine La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento? Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo. E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è Arrow Right Top Bg

3 Aprile, 2026

Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è

  Può il vino essere qualcos’altro? Qualcosa che rappresenta la memoria di un luogo migliore. Di una vita migliore? Roma, tardo pomeriggio. Dietro Campo de’ Fiori, a due passi da Palazzo Farnese, l’Angolo Divino di Massimo Crippa si riempie di una luce particolare. È la luce che hanno certi luoghi quando sanno (e i luoghi lo sentono) di attendere qualcosa di particolare. Sulle mensole, le solite ottocento etichette sembrano presidiare silenziose la sala come sentinelle. Su un tavolo, qualcosa di insolito per un wine bar romano: un libro e una bottiglia di vino dalmatico. Un vino certamente non comune. Non fosse altro perché arriva da una cooperativa rinata sulle pietre calcaree di Primošten. La serata si chiama Rotta Adriatica. Dialoghi tra vino, poesia e memoria. Un titolo che già dice tutto quello che serve sapere. Silvio Ziliotto è traduttore, interprete, docente di lingua e letteratura delle terre post-jugoslave. Ha dedicato una vita a quell’area geografica e umana che l’Europa preferisce dimenticare. O ricordare solo con il pudore impacciato di chi sa di avere le mani sporche.   Il suo libro, Daytonska Stanica. Viaggio nella pace che non c’è, edito da Infinito Edizioni nel 2025, parte da una stazione, Dayton, Ohio, nel novembre 1995, per arrivare fino a noi. Un attraversamento di trent’anni di pace fredda, di divisioni etniche cristallizzate in carta bollata, di un continente che ha preferito congelare il problema piuttosto che risolverlo. Un percorso per ricordare quello che non vuole essere più ricordato, rimosso dalla nostra memoria collettiva che ha cancellato una delle pagine più ambigue e oscure della storia europea. La guerra cominciò nel 1992 con l’aggressione alla Bosnia Erzegovina e si concluse, o meglio, si sospese, nel novembre del 1995 con quegli accordi firmati in una base aeronautica americana nel cuore dell’Ohio. Dall’inferno di un conflitto sanguinoso al purgatorio di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni prospettiva di autentico progresso civile, sociale ed economico. Non sono parole mie. Così l’hanno definita gli studiosi e così la racconta Ziliotto. Con la precisione affilata di chi conosce una terra non dai libri ma dalla vita vissuta in parallelo tra Italia e Balcani. Accanto a lui, sul palco improvvisato tra le bottiglie, S.E. l’Ambasciatore Igor Žontar di Bosnia Erzegovina, S.E. Iva Pavić in rappresentanza della Croazia nonché Dario Quarta di Tv2000. A moderare Ilenia Petracalvina dell’Associazione Giornaliste Italiane. Una conversazione che si muove tra diplomazia, memoria e quella zona grigia in cui la pace esiste sulla carta ma non ancora nella testa e nel cuore delle persone. Ho pensato, mentre li ascoltavo, a come certi conflitti europei abbiano la strana proprietà di diventare invisibili. La Bosnia è geograficamente vicina come un’isola del Tirreno. Eppure, sembra lontana come un altro continente. Le difficoltà per i giovani bosniaci permangono. Il sistema istituzionale ereditato non basta più. O forse non è mai bastato davvero. Finché lo stato delle cose rimarrà tale, non resta che unire ciò che altri hanno diviso. Il che mi ricorda quella bellissima e ormai desueta frase che si diceva ai matrimoni: non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito. È un problema europeo, non solo balcanico. Così che ogni volta che in Europa si discute di allargamento verso Est o verso Sud, quella faglia riapre. Forse sono troppi i morti. Troppo il sangue versato perché il breve tempo trascorso possa esser bastato. Il vino scelto per la serata è stato Massimo Crippa a selezionarlo. la scelta racconta di per sé una storia. Massimo è la terza generazione di osti della famiglia Crippa. Dal 1946 in questo angolo di Roma. Quando sceglie un vino lo fa come si sceglie un interlocutore per una conversazione importante: deve avere qualcosa da dire. Come un enotecaro di un tempo. Andreis 2021 — Vinas Mora, Primošten, Dalmazia 75% Babić, 25% Plavac Mali Il nome viene da un castello del Cinquecento, il Forte Andreis, che proteggeva la regione dall’invasione ottomana. C’è già nella storia del nome tutto quello che serve: la memoria, la resistenza, la sopravvivenza di un territorio attraverso secoli di pressioni esterne. Il Babić è un vitigno autoctono della Dalmazia settentrionale, tradizionalmente presente nei vigneti di Šibenik e Primošten, dove è coltivato da duemila anni, come testimoniano i testamenti dei tempi antichi. Un vitigno che non conosce grandi platee e non ha il carisma da palcoscenico del Nebbiolo o del Sangiovese, ma che ha in se qualcosa di prezioso: conserva bene la sua acidità così che i vini siano più vivaci rispetto al Plavac Mali suo parente stretto. Vinas Mora nasce durante il Covid, quando Kreso Petrekovic, già fondatore di un’altra cantina nella zona di Spalato, decide di salvare una cooperativa locale quasi abbandonata insieme a Neno e Niko Dukan, riportando in vita una tradizione viticola che rischiava di scomparire. Una storia di recupero. Di radici ritenute perdute che invece resistevano sotto la pietra calcarea. L’Andreis 2022, nelle sue versioni successive simile al 2021, è un rosso profondo, salino, di notevole tessitura, che porta nel suo DNA la mineralità della pietra, la freschezza del mare, la forza di chi lo coltiva. Come il castello che proteggeva la regione, questo vino custodisce la tradizione guardando al futuro, senza perdere di vista la terra che lo sostiene. Nel bicchiere, quella sera, aveva profumi di ciliegia scura e prugna, un tocco speziato che non sopraffaceva, una sapidità marina che arrivava sul finale come un’onda bassa. Si beveva pensando al paesaggio che lo aveva generato: le terrazze in pietra a secco di Primošten, che sono così belle e così particolari da essere candidate, con quei muretti chiamati pizzo di pietra, al patrimonio UNESCO. Un vino che aveva il carattere di chi abita una costa battuta dal vento e non si lamenta. C’è una domanda che mi giro e rigiro, in queste serate dove il vino e la storia si incrociano. Il vino può essere strumento di pace? O è solo una metafora comoda, una narrazione rassicurante che usiamo per non affrontare le questioni più dure? Non lo so con certezza. Ma so che quella sera, a due passi da Palazzo Farnese, il vino della Dalmazia versato nelle coppe romane creava qualcosa di reale: uno spazio di attenzione. Un rallentamento. Le parole di Ziliotto sul fallimento degli accordi di Dayton come sistema costituzionale arrivavano con più forza perché si era in un posto bello, con qualcosa di buono da bere, e si era lì per scelta, non per obbligo. Il vino aveva fatto il suo lavoro: aveva tolto le difese. A distanza di trent’anni, Dayton rimane il fondamento costituzionale della Bosnia Erzegovina, ma non ha appianato le divergenze. Alcune questioni rimangono tuttora irrisolte. Le etnie sono ancora separate, gli alfabeti diversi, la corruzione sistemica. Oltre un milione di persone hanno lasciato il paese. Il libro di Ziliotto non è comunque nichilista. È un libro coraggioso, nato sul campo, che cerca nel presente e nel futuro qualcosa che valga la pena di difendere. Come i vigneti di Primošten sulle rocce calcaree. Come una cooperativa che qualcuno ha deciso di non lasciare morire. Fuori dall’Angolo Divino era già buio e Campo de’ Fiori non poteva che piena di quella confusione serale che mi piace: turisti, studenti, odore di fritto. Ho pensato come l’Adriatico, quel mare stretto che abbiamo sempre considerato un confine sia in realtà un corridoio. Un passaggio tra civiltà che si sono mescolate per secoli prima di dividersi con le guerre. Allora, certi vini, quelli che nascono da vitigni millenari su terre difficili, quelli che portano nel nome la storia di un castello e la memoria di chi ha resistito, ecco, quelli sono forse la forma più onesta di diplomazia culturale. Non perché risolvano qualcosa. Ma perché aprono una porta. E una porta aperta, a volte, è già tutto.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici Arrow Right Top Bg

3 Aprile, 2026

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici

  C’è un’Emilia che non finisce mai sui libri di tendenza enologica. Non quella dei Barolo e dei Brunello, non quella dei grandi nomi che campeggiano sulle guide come insegne al neon. C’è un’Emilia di pianura, bassa e nebbiosa, fatta di strade provinciali che tagliano dritto tra i campi, di autogrill aperti di notte e di canzoni che escono dal finestrino dell’auto come confessioni. È l’Emilia di Ligabue, quella di Correggio e non è un caso che la stessa città abbia generato il cantore più autentico della provincia operaia e una cantina che sa di radici, di sfida e di futuro. Ligabue lo sapeva bene. Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è. È una di quelle frasi che non hai bisogno di spiegare se sei nato in queste zone. La Pianura Padana ha questa capacità strana di trasformarsi di notte, di diventare altro, di aprire spazi che la luce del giorno chiude. E in queste stesse notti, qualcuno in quelle campagne pensava ai vigneti di famiglia, a cosa fare con quello che aveva ricevuto in eredità, a come trasformare un peso in un progetto. Elena Messori aveva venticinque anni quando ha preso in mano la Cantina Messori. Non è un dettaglio secondario. A venticinque anni si è ancora fatti di desiderio più che di prudenza, di visione più che di calcolo. E ci vuole esattamente quella temperatura interiore per fare quello che Elena ha fatto: rompere con un modello consolidato. Le cooperative e quel binario sicuro di chi mette il vino in un sistema e aspetta. Scegliere invece la strada più difficile, quella della bottiglia propria, del vino identitario, del racconto di sé attraverso il territorio, non è facile. Ma se sei una ragazza sveglia, con una laurea alla Bocconi in tasca, esperienze all’estero e tanta ma tanta voglia di far bene, forse è la cosa più naturale. O forse è l’unica strada possibile. Anche se per tornare a Correggio ci vuole coraggio. Non tanto perché sia un brutto posto, tutt’altro. È che la dimensione non è quella di chi ha visto e pensato in scala cosmopolita. In grandi città del mondo.   Correggio è uno di quei grandi paesoni dell’Emilia. Al vertice del triangolo che collega Reggio Emilia a Modena. Tutta pianura attraversata da quelle strade che sembrano non finire mai eppoi, ad un certo punto, svoltano con una curva che non ti aspettavi. Una vita che scorre lenta e forse senza tanti scossoni. Piccola città già vista
Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo. Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse. Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona. Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo. L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro. Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma. Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è. E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia.   Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini. Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno. Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre. C’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo. I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica.   Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te. Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma. Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé. Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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IoVino. Un Club Senza Cancelli Arrow Right Top Bg

1 Aprile, 2026

IoVino. Un Club senza cancelli

  Il filo più robusto non è quello che non si spezza, ma quello che lega senza costringere. Il Filo e la Matassa Le fiere del vino, nella loro grande tradizione, cercano quasi sempre un senso. Lo cercano con accanimento, lo invocano nei comunicati stampa, lo promettono nelle brochure patinate. Un filo conduttore, dicono. Qualcosa che tenga insieme bottiglie, produttori e visitatori in un racconto unitario. Eppure, spesso, quel filo è teso così forte che finisce per spezzarsi. Peggio ancora, per sembrare finto, posticcio, tirato apposta. E parla uno che di capelli ne ha pochi. Poi arrivi a IoVino. E capisci che il filo conduttore non è stato progettato. È nato. Come nascono le cose vere: lentamente, ostinatamente, senza che nessuno se ne accorga fino a quando non è già diventato qualcosa di solido. C’è una differenza tra un evento costruito e un evento che cresce. IoVino appartiene alla seconda categoria. È il tipo di manifestazione che non si spiega con un prospetto, ma si respira appena si varca la soglia.   Marche e Campania: Luce del Nord, Fuoco del Sud Due regioni. Apparentemente lontane per carattere, per storia, per la diversa musica che parla nei loro vini. Le Marche al centro-nord della penisola, con i loro colli che scendono dolcemente verso l’Adriatico, con il Verdicchio che regna incontrastato, principe bianco capace di una profondità che sorprende chi lo incontra per la prima volta e continua a sorprendere chi lo conosce da decenni. La Campania, al contrario, brucia. I suoi suoli vulcanici custodiscono un’ampelografia ancora integra, ancora capace di stupire. Il Fiano, la Falanghina, il Greco: vitigni che sono insieme radici e ali, che portano in sé la memoria di un’Italia che il vino lo faceva prima ancora di sapere che lo stava facendo. Manilo Frattari, con la tenacia affettuosa di chi ha scelto una causa e vi si è dedicato con gioia, ha deciso che queste due regioni avevano qualcosa da dirsi. E ha creato lo spazio perché lo facessero. IoVino non è una fiera tematica nel senso convenzionale. È una conversazione a più voci tra territori che sembrano distanti e che, davanti a un calice, scoprono di avere molto in comune. Il vitigno autoctono come lingua franca, come alfabeto condiviso.   Un Club Senza Cancelli Quando si parla di IoVino, la parola che torna sempre, ossessivamente, tra le labbra di chi vi partecipa è una sola: amicizia. Non nel senso banale di un ambiente piacevole. Quello si trova in qualsiasi evento organizzato bene. Ma nel senso profondo, quasi strutturale, di una comunità che si è formata nel tempo e che ogni anno si ritrova. È come una club house dove i soci arrivano già sapendo di chi è il sorriso che incontreranno, dove si cercano da una parte all’altra della sala, dove si assaggia il vino del vicino non per giudicarlo ma per capirlo, per confrontarsi, per imparare. E cosa rara, cosa stranissima per una club house, si parla bene del presidente del circolo. Perché Manilo parla sempre delle «mie cantine» con una possessività che non è possesso. È appartenenza. È il modo di un uomo che ha costruito un alveo e che vede scorrere al suo interno l’acqua viva di produttori che hanno scelto di esserci, di tornare, di portare ogni anno qualcosa di nuovo accanto a qualcosa di consolidato. Ci sono produttori che sono lì da tante edizioni. Li riconosci da come si muovono: a proprio agio, senza fretta, come chi è tornato a casa. E poi ci sono i nuovi. Quelli che guardano con occhi spalancati e imparano già solo stando in questa stanza. Anche loro, il prossimo anno, avranno quella stessa andatura familiare.   La Manifestazione Orizzontale e Verticale IoVino ha una struttura intellettuale che vale la pena di osservare con attenzione. È una manifestazione che si può attraversare in due direzioni diverse, e ognuna rivela qualcosa di diverso. In senso orizzontale, si va alla ricerca delle espressioni. Quanto può essere diverso il Verdicchio da Jesi rispetto a quello di Matelica? Come cambia il Fiano spostandosi dall’Irpinia al Cilento? Cosa accade alla Falanghina quando cambia il suolo sotto le radici? IoVino offre la mappa di queste variazioni, mette fianco a fianco le interpretazioni, permette di vedere come il terroir scriva la sua firma sui vitigni. In senso verticale, si scende nel tempo. I produttori storici portano annate diverse, permettono di leggere il vitigno nel suo divenire, di capire come il carattere si forma nel corso degli anni, come la mineralità si affina, come l’acidità trova il suo equilibrio. È una degustazione che insegna, che costruisce una cultura. Il consumatore, in questo scenario, ha la sensazione di essere uno spettatore privilegiato di qualcosa che avviene tra i produttori stessi. Non un cliente davanti a uno stand, ma un ospite ammesso a una conversazione che lo precede e che continuerà dopo di lui. Il bianco non è soltanto freschezza. È pensiero, profondità, racconto. Questa intuizione, che Manilo ha inseguito da quel primo calice folgorante di Verdicchio e Fiano, è diventata la filosofia di un’intera manifestazione. Ed è raro, nel mondo del vino, trovare un evento che sia anche una tesi.   Manilo, Romina e l’Arte del Riconoscimento Bisogna spendere una parola su Manilo Frattari. Non sull’organizzatore, che pure è eccellente. Ma sull’uomo. Sulla sua capacità, rara in qualsiasi campo, di creare uno spazio dove le persone si sentono riconosciute. Quella di Manilo non è la leadership rumorosa di chi occupa la scena (anche se quest’anno lo si trovava con un microfono stile Non è la Rai!). È la leadership silenziosa di chi crea le condizioni perché la scena esista. Porta i produttori dentro una logica di comunione, di sviluppo condiviso. Non li espone: li valorizza. Non li presenta: li abbraccia. Con la gentilezza concreta di chi sa che dietro ogni bottiglia c’è una storia che merita rispetto. Al suo fianco, Romina Lombardi, moglie e vera musa ispiratrice nonché spina dorsale dell’organizzazione. È lei, come Manilo stesso ha raccontato, ad aver acceso la scintilla di questa passione. Ed è lei che tiene insieme con grazia e determinazione tutto ciò che Manilo immagina con entusiasmo. IoVino è anche questo: un progetto a due voci che suona come uno. Il tipo di armonia che non si costruisce in fretta, ma che quando arriva diventa il fondamento di tutto. Cosa ho trovato di interessante a Io Vino Partiamo da un vino che dovrebbe essere la fine di un pasto. Ogni tanto, partire dalla fine fa bene al cuore.  I vini di Corte Laureana sono incredibili. Non fosse altro perché si tratta di bollicine che vanno da quelle più semplici e ancestrali a metodi classici sempre prodotti con vitigni campani che solo un personaggio dotato di lucida follia come Paolo Serpico poteva concepire. Però a Io Vino sono rimasto impressionato e colpito dal passito di Fiano La Resilienza. Colpito perché al naso e maggiormente in bocca mi ha fatto immediatamente ritornare a casa dei miei nonni ricordandomi dei fichi secchi che venivano messi al sole a seccare. Poi ce li mangiavamo con la nocciola dentro. E in bocca ho risentito tutto. Con quel tono quasi vegetale e mieloso di castagna. Quando un vino suscita emozioni non può che essere memorabile. Raffaele Barbato Capasso produce metodo classico da Asprinio. E lo fa decisamente bene. Il suo brut millesimato è qualcosa di croccante e incredibile. Prodotto dalle alberate aversane e affinato in grotta. Dal calice si respira freschezza e complessità in grado di appagare il palato. Di lui ho anche scritto un articolo che troverete su WineTales. Alabastra è la mano sarda sui vitigni campani. Lucia Pintore è sarda. Ed è esplosiva. Così come i suoi vini dei quali ho amato particolarmente la Falanghina perché unica e diversa da tutte le altre. Mi ha emozionato per i sentori floreali e della immancabile nocciola tostata ma soprattutto per una spiccata mineralità che in bocca si è trasformata in meraviglia. Morbidamente setosa che contrasta con la sapida e imponente freschezza Un senso di soddisfazione. Questo! Umberto Gagliardi e la figlia Lara mi hanno portato nel loro mondo fatto di tanto Verdicchio di Matelica. Il Maccagnano in particolare mi ha esaltato già per un naso ampio e corposo che sa di frutta calda e minerali intensi. Sapido e con un corpo amaricante che il tempo non scalfisce. Rimane impresso come una lama. Fresco e dotato di quella intensità che non scordi. Viconari è a Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno). Due soli vini ma due vini che si ricordano. In particolar Jone, il rosso da Montepulciano che ha tutto per essere un grande rosso. Ho assaggiato il 2023 e sarei curioso di assaggiarlo tra vent’anni perché sono certo mi stupirebbe ancora di più. Austero, verticale, unico. Masseria Felicia è a Sessa Aurunca, sulla strada per Caserta. Ci passavo sempre da piccolo con i miei genitori. Ricordi, ricordi, tanti ricordi. Vincenzo Mercurio ha tanto da raccontare con l’entusiasmo che lo contraddistingue. Etichetta Bronzo è un rosso da Aglianico e Piedirosso che evidenzia tutto il territorio e la complessità dei suoi abitanti. La frutta al naso è matura grazie anche ad un lieve appassimento. In bocca è avviluppante, setoso, complesso, incredibile. Chapeau! Francesco Campanelli è il titolare della Azienda Agricola Campanelli. La sua idea è recuperare piccoli terreni nel territorio dei Castelli di Jesi per generare veri e propri Cru. Il San Michele è uno di questi. Tanto floreale ed erbaceo che si innestano nella mandorla minerale così che la sapidità in bocca diventa cremosità. Pazzesco Con Carlo Menale siamo ancora in Campania con le alberate dell’Asprinio. Vini che mi hanno riportato indietro nel tempo e con il Metodo Classico da Alberata si riesce a raggiungere un livello incredibile. Profumi intensi di agrumi ed erbe officinali per poi in bocca risultare sapido e persistenza. Una verticalità senza fronzoli che si apprezza e si continua a bere. Wow! Bianchini e Rossetti è a Casale di Carinola, sempre sulla strada per casa di nonna. Qui il Falerno del Massico domina e meno male che ci sono aziende come queste che lo preservano. Il Bianco Mille880 (data di fondazione della azienda) è un blend di Falanghina (Campi Flegrei e Beneventana). Ne risulta un vino che spazia dagli agrumi campani alla frutta esotica per poi, in bocca, esplodere con la fresca sapidità tipica del vulcano. Intensamente buono. La Lepre e la Luna è qualcosa a parte. Due ingegneri che si mettono a fare vino naturale a Montecassiano (Macerata). Una gamma pazzesca di vini realizzati in piccole, piccolissime quantità. Il Condotto è una Malvasia di Candia in anfora. Il colore ambrato lo rende caldo. I profumi di frutta secca avvolta nell’erba ne danno preziosità. Il sorso sapido e profondo lo rendono irresistibilmente intrigante. Intrigante, appunto! Federico Mencaroni è a Corinaldo (Ancona). Un perfezionista della vigna e della cantina. Ho già pubblicato un post sul suo X, Metodo Classico con 10 anni di affinamento sui lieviti. Verdicchio ovviamente. Fantasticamente sapido e cicciotto. Imperdibile Le Divinità è una giovane realtà di Atripalda (AV). Nemesi è il Greco di Tufo DOCG. Un colore che evidenzia grande limpidezza e pulizia quasi adamantina. Al naso emerge la mela verde emana un profumo preciso, teso, senza cedimenti sentimentali. Al palato la sapidità è il filo conduttore, quella mineralità sulfurea che i suoli tufacei irpini cedono lentamente alla radice, anno dopo anno, come un segreto tramandato. Persistente, fresco, asciutto nel finale. Un bianco che non tratta, non convince: si impone. Come Nemesi, appunto. Ciò Che Rimane Quando si esce da IoVino, non si porta via soltanto il ricordo di qualche calice interessante. Si porta via qualcosa di più difficile da nominare. Qualcosa che assomiglia a una fiducia rinnovata nel vino come strumento di incontro tra persone. Le Marche con il loro Verdicchio dalle espressioni pazzesche, la Campania con il suo fuoco bianco fatto di Fiano, Falanghina e Greco, Aglianico, Asprinio: due regioni che ogni anno si siedono a questo tavolo immaginario e parlano. E noi siamo lì, ad ascoltare. Ad imparare. A bere, certo, ma soprattutto a capire che il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato. E per generare incontro. Grazie, Manilo. Grazie, Romina. E grazie a tutti i produttori che ogni anno scelgono di tornare. Ma anche a quelli che per la prima volta hanno scelto di iniziare.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche Arrow Right Top Bg

27 Marzo, 2026

Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche

  Cosa c’è nel nostro dna? Cosa ci porterà ad essere o a fare nella vita senza che neanche potremmo accorgercene? Non è un ineluttabile destino o il fato a decidere della nostra vita ma, forse, qualcosa che abbiamo già dentro. Un gene che ha il compito di indirizzarci a qualcosa che è già scritto. Solo che non lo sappiamo. O lo sappiamo ma non vogliamo ammetterlo.  DNA come binari di un tram
Quante possibilità
Dove si va, il destino è di la
Se vuoi però tu puoi fare zig zag Il DNA è come un tralcio di vite che scava nelle viscere della terra anche dove trova elementi solidi per far si che le radici trovino il nutrimento necessario. Scavano e continuano a scavare portando nel frutto tutto ciò che sono riuscite a trovare.  La vita è così. È proprio così. Ciò che oggi noi siamo è frutto di quanto nel profondo le radici della famiglia sono andate. Nei nostri ricordi di bambino c’è molto di quella profondità. Solo che quando diventiamo adulti, non sempre ricordiamo tutto. Ma è dentro di noi. È nel DNA. Pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. Mio nonno mi fa: visto che tu un po’ di gente la conosci, prova a vedere se trovi qualcuno che possa apprendere in affitto la nostra campagna. Mi sono fatto quattro domande e ho detto: perché no io ? E ho iniziato. L’ho presa io in affitto e lo sono tutt’ora in affitto da mia madre. I ricordi di infanzia, quelli del saltare giù dai muri, l’aiutare il nonno, giocare al nascondino in mezzo alle vigne. Tutti bellissimi ricordi. Ma bastano? Bastano a mandare a rotoli anni di università e un futuro interessante? Niccolò Dama è un ragazzo tranquillo. Parla pacatamente, senza fretta. Non è abituato a raccontarsi, a dedicare del tempo a parlare di se. Non so se sia quasi in imbarazzo o è solo timidezza ma si vede quanto non sia particolarmente a proprio agio. Eppure sorride perché nella sua Fiumane, sta bene. Sta veramente bene. È felice. Con la sua poca terra e le sue appena 5.000 bottiglie annue. Non ha bisogno di nient’altro di questo, di sua moglie e delle sue due bambine, per essere felice.  Sono figlio di un medico e di un’insegnante. Mio nonno materno era un farmacista, sua moglie una casalinga. Il padre di mia nonna ovvero il bisnonno è la radice di tutto questo. Lui veniva dalla campagna, dalle basse veronesi. Erano gli anni 20. Era una persona di umilissime origini, faceva il lustascarpe alla stazione di Isola della Scala. Da Isola della Scala si sposta a Fumane negli anni 30. La nonna nasce e cresce a Fumane. Poi arriva il benessere. Gli affari vanno bene e il tenore di vita cresce cosa questa che allontana tutti gli suoi eredi dall’agricoltura. Fare il contadino non era particolarmente apprezzato dalla società. Non era di appeal. Mia nonna sposa un farmacista che comunque ha origini in campagna. Così acquista un terreno nell’est veronese, con in mezzo una vecchia casa colonica che rimettono in ordine. Nella ristrutturazione creano anche questa piccola cantina. Una piccola cantina nella quale occorre giocare a Tetris per muoversi. Ricordi di domeniche con genitori, zii, cugini passati in campagna a scorrazzare per i campi a raccogliere olive. Un coinvolgimento familiare. Il calore della famiglia. Tre semplici ettari di terra dei quali uno a vigna, poi olivi, alberi da frutto e bosco.  Si faceva tutto in casa. Si prendevano i rami per fare i sostegni delle viti. Si tagliava l’erba e la si dava alle capre. Poi i nonni sono mancati e la proprietà è stata divisa. La parte più strettamente agricola è rimasta a mia madre mentre la casa colonna agli miei zii. Sembra una storia di quelle già sentite. Un nonno, un bisnonno, la terra, l’eredità, ecc. ecc. ecc. Eppure, il modo con il quale Niccolò si esprime è proprio di una persona che ha studiato e tanto. Solo che è come se fosse così, completamente, preso dal suo presente che è come se il passato non esistesse più. È il 2014 quando Niccolò prende in mano le redini di quel terreno lasciato alla mamma. Nel 2015 il primo vino. Appena tre anni dopo essersi laureato in urbanistica. Durante gli studi aiutavo mio nonno e questa cosa mi faceva stare bene. Mi rimaneva. Non c’era l’idea di rendere questa campagna un lavoro vero e proprio perché sapevo non sarebbe stato abbastanza. Ma mi sono un po’ incaponito così che ho iniziato lo stesso fare quello che secondo gli altri non era possibile. Alla fine sono riuscito a tirare fuori qualcosa. Mia moglie è insegnante però viviamo grazie a questo appezzamento.  Non c’era assolutamente la prospettiva di farne un lavoro. Prima la laurea, poi un centro di ricerca a Bolzano infine il ritorno per prendere in mano i terreni di famiglia. Mio nonno mi diceva: guarda, abbiamo bisogno di trovare una soluzione per la campagna. Dobbiamo affidarla a qualcuno. Avevo già una passione per il vino. Giravo le piccole cantine della zona. Ero curioso.  Anche questo, dopo il COVID, sembra la stessa storia di tanti ragazzi annoiati o ispirati dal lockdown: abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a qualcosa di proprio. Insomma la trasformazione di Niccolò sembra normale ma non nel 2014 quando forse veniva considerato un vero alieno nonostante la sua passione del fare.  Una bottiglia vino che è figlia totalmente tua, del tuo lavoro, della tua idea era comunque una cosa fighissima. A Bolzano una vita quasi monacale. I soldi messi da parte per comprare il primo trattore, le prime bottiglie. Già, anche le bottiglie. Una convinzione. Qualcosa che da dentro lo fa rinunciare ad un futuro. Qualunque esso potesse essere. Qualunque cifra potesse portare.  Mi sono fatto i miei conti perché non è che sono arrivato senza sapere dove sarei andato a finire. La mia forza è stata il lavorare da solo. Se io avessi dei dipendenti da pagare, non riuscirei assolutamente a sostenermi. Un ettaro, poco più di 5000 bottiglie. Il lavoro non manca comunque ma rimane il tempo per la famiglia, alla parte commerciale.  Non è un lavoro asfissiante. Adesso sono rimasto solo con l’apprezzamento storico ma negli anni ho avuto quasi il doppio che adesso. Non ho mai avuto un minimo di affanno a livello lavorativo. Poche pretese. Nessuna velleità di fare la bella vita, di avere agi, di spendere soldi in cose inutili. Non si sceglie altrimenti questo mestiere.  Qui si dice: non è quel che guadagni ma quel che ti spendi. La mia fortuna è stata avere un bisnonno che veniva dal nulla, da una situazione di povertà vera ed è arrivato al benessere. Non bisogna volere qualcosa che è superflua. Non mi comprerò mai la Porsche però quello che ho io adesso, è la mia Porsche. La vera ricchezza è il tempo. Avere a disposizione tempo per le passioni come la montagna dove può andare a camminare e a sciare. Non c’è nulla di meglio che questo. Una passeggiata con gli amici o la moglie. Niente altro. Non serve niente altro. L’essenziale è quello che dona la felicità.  Magari avessi quattro soldi in più, andrei più fuori al ristorante ma non la trovo neanche una cosa necessaria. Come dico sempre a mia figlia che mi chiede perché non possiamo andare tutti i giorni a mangiare il gelato: se tu mangiassi tutti i giorni il gelato, ti stuferebbe. È meglio mangiarlo meno spesso così ti piace tantissimo.  Nessuna esagerazione. Una filosofia che abbraccia lo stare insieme senza superfluo fanno di Niccolò una persona equilibratissima. Ha imparato da zero con la voglia di farlo. Con l’umiltà di chi sa di non sapere.  Sono arrivato in questo mondo, diciamo del vino fatto con l’uva, grazie al mio vicino. Quando sono arrivato qua, avevo la conoscenza limitata a quello che facevo con mio nonno. Ma mio nonno non è che fosse proprio un gran espertone di campagna. Per non sbagliare visto che mio nonno ormai era vecchio, mi sono rivolto al vicino, Antonio. Ho cominciato a chiedere cosa dovessi fare. Passo passo, partendo dalla potatura della vigna, mi ha spiegato tutto. Quando è arrivato il momento della prima vinificazione (prima la vendevamo) lui mi ha detto: prendi l’uva, la schiacci, la metti in una vasca, aspetti che fermenti, poi fai i travasi, ecc. Non mi ha mai parlato di prodotti chimici. Ho iniziato a fare il vino in quel modo lì perché mi ha spiegato che il vino si faceva così. Solo dopo ho scoperto questo movimento, del vino naturale. Il vino naturale, per caso. Perché è questo che fa Niccolò. Per caso, senza volerlo. Solo perché era così che lo faceva Antonio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Antonio non gli avesse dato quei suggerimenti. Lieviti selezionati, solforosa, magari un pò di chimica. Chissà! Quando sono arrivato qui in vigna, la prima cosa che ho pensato era fare biologico. Secondo me, quell’idea lì mi sarebbe arrivata da una parte o dall’altra. Poi sono convinto che quando il destino..Però, insomma, se il mio vicino mi avesse spiegato che il vino si faceva in altro modo, sicuramente lo avrei fatto così. Se chiedi a qualcuno un consiglio, poi lo segui. Per i primi rudimenti c’è stato Antonio, ma poi quando ha capito che occorreva fare sul serio, di fare qualcosa di fatto bene, la scelta di un enologo diventava obbligatoria.  Mi sono rivolto ad un ragazzo poco più grande di me che è un enologo con una certa visione. Quella che interessava a me. Solo che se mi avesse detto di aggiungere qualcosa non gli avrei detto di no. Ma io volevo fare qualcosa senza aggiunte.  Non è tanto la chimica ad infastidire Niccolò quanto il dover rispettare un protocollo ben definito magari per gestire le annate e realizzare un certo tipo vino. Qualcosa di costruito a priori. Per un urbanista, per uno che dovrebbe programmare e pianificare lo sviluppo di un territorio nel futuro, rigettare l’idea di qualcosa di costruito è un vero ossimoro.  Se potessi campare senza soldi, se potessi vendere tutte le bottiglie a un euro, sarei felicissimo. Però, visto che questo è il mio lavoro e se quella vasca lì ha un problema, io non porto a casa i soldi per mantenere me e la mia famiglia. Dunque se il problema è risolvibile con qualcosa, non mi faccio scrupoli. la uso. Ma allo stesso tempo, lo dichiaro. Non è un talebano ma pragmatico. La necessità di dover portare a casa lo stipendio per aggiungerlo a quello della moglie insegnante, è un dovere. Scendere a compromessi non è una scelta, è una necessità. Trovare una persona onesta è complicato al giorno d’oggi ma ho dinanzi una persona che lo è. Senza dubbi e senza scandali.  Al diavolo una connotazione chiara, una filosofia. Chissenefrega. Poche vendemmie (ma non così poche) sulle spalle e tante altre dinanzi per poter affinare tutto. Senza avere fretta e con la voglia di seguire un principio.  La mia idea è proprio quella di produrre il vino nel modo più naturale possibile.  Soprattutto credo che l’onestà nel confronto del consumatore sia la cosa più importante.  Perché buttare tanto vino in fin dei conti? Certo, te lo puoi permettere se hai più ettari o altre attività ma non certamente se devi campare con un ettaro e 5.000 bottiglie. Fortunatamente in oltre dieci vendemmie per Niccolò non ci sono state problematiche. Forse è solo andata bene. La fortuna ha aiutato ma adesso che le vendemmie stanno diventando sempre più difficili sarà più complicato.  La scelta del naturale, quando possibile, non è affatto in discussione. Ciò che deve essere gestito, conseguentemente comunicato, è quando questo non sarà possibile seguire tutti i dettami.    I vini di Niccolò Le Quarette è il vino quotidiano. Quello più semplice. Corvinone, Molinara e Rondinella. Fermentazioni spontanee, travasi, affinamento in grandi botti di rovere. È alla fine un Valpolicella ma non gli si può dare il DOC. Poco male. Tanto i conformismi non ci piacciono. Sandro è il rosato a base Rondinella. Fermentazione a contatto con le bucce che poi vengono eliminate continuando la fermentazione stessa. Spontanea ovviamente. Filtrazione? Perché mai farla se si lavora bene. Ho tutto ciò che mi serve. Ora scrivo la sezione dell’articolo dedicata al vino Sandro, intrecciando le note degustative con il contesto narrativo dello stile di Ivan. Su certi vini, il nome non ha bisogno di spiegazioni. Arriva e si deposita, come una fotografia trovata in un cassetto. Sandro non “Cuvée du Domaine”, non un toponimo latino, non un codice alfanumerico che rimanda a parcelle e coordinate. Sandro. Un nome di persona, netto come una firma su un foglio bianco. E in quella scelta c’è già tutto Niccolò: la volontà di nominare le cose con familiarità, di togliere distanza tra chi fa e chi beve, di ricordare che il vino non nasce da un territorio astratto ma da mani precise, da affetti concreti, da storie che hanno un nome e un volto. Già la Rondinella è un comprimario ma vinificato in rosato in terra di Amarone mostra subito di voler raccontare qualcosa di diverso. Nel calice arriva un colore che ha il nome preciso delle cose belle: rosa antico. Non il rosa fragile di certi petali appena sbocciati, ma quello maturo, leggermente velato, di una rosa che ha vissuto. Un colore che non chiede di essere guardato, ma che trattiene lo sguardo. Al naso è un racconto di piccole cose selvatiche e gentili insieme: la ciliegia appena colta, la mela annurca con la sua dolcezza terrigna, un accenno di pomodoro che sa di orto e di estate, i fiori rossi tenui che somigliano a quelli dei bordi di campo. E poi, quasi nascosta, la rosa canina insieme a quel verde selvatico e lievemente speziato che cresce dove nessuno ha piantato nulla, che appartiene alla terra senza chiedere il permesso. Un profumo dolce e fresco insieme, come una mattina di fine estate quando l’aria porta ancora il ricordo della notte. In bocca è fresco, vivo, leggero nei piedi come chi sa dove andare senza bisogno di correre. Poi arriva qualcosa di inaspettato e meraviglioso come l’arancia amara. Non un’arancia qualunque. No, quella che penetra e riempie la bocca con una sensazione tattile, quasi masticabile, che rinfresca e avvolge lasciandi un senso di piacevolezza lunga, pulita, soddisfatta. Un finale che non smette subito, che rimane lì a ricordare che c’è stato qualcosa di bello. Il Sandro è un vino che fa quello che i vini migliori sanno fare: semplifica il mondo. C’è un’immagine che torna, bevendo il Sandro e non è un’immagine da enologia. È quella di qualcuno che ti dice il proprio nome con la mano tesa e uno sguardo diretto, senza cerimonie, senza titoli, senza pedigree. Solo un nome. Solo il vino che è. Valpo è il Valpolicella Superiore DOC. L’unico DOC in produzione. Tocca avere qualcosa che richiami il territorio in fin dei conti.  Corvina, Corvinone, Rondinella affinate in rovere aspettando e assecondando la natura. I profumi prendon forma lentamente in un calice che si colora di granato dal timbro luminoso a ricordar la pietra bagnata dal sole: prima prugna e ciliegia, mature, vive, sostenute da una freschezza che sorprende; poi il lato intimo con fiori delicati, tabacco trinciato, chiodi di garofano, sottobosco balsamico; infine il legno, leggero, sullo sfondo, come un’eco lontano che regala un accenno di vaniglia, poi, di nuovo il territorio. Il sorso è snello, verticale, elegante. Fresco e sapido, con un tannino presente ma gentile, che asciuga senza ferire a lasciare la bocca pulita, viva. Prugna e ciliegia tornano, non appesantiscono, accompagnano. È un vino che non invade, rimane. 𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à è 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘳𝘦𝘮𝘢 Con Valpo, la semplicità è misura di autenticità e verità: sembra quel marmo levigato dall’acqua che non cerca la forza, semmai la durata di freschezza rivolta al futuro. Longevità, equilibrio. Valpo fa lo stesso: scorre leggero lasciando il segno. Nessun muscolo da mostrare. Solo fine delicatezza e complessità senza eccessi. Così che si beve con piacere, chiedendo solo silenzio (o tanta allegria) e un altro sorso Arusnati. Anzi no, Auai Arusnati adesso ha cambiato nome perché un produttore vicino ha fatto un vino che si chiamava così.  Un nome che sa di antico, dell’antico popolo degli Arusnati, una popolazione di origine etrusca il cui nome potrebbe derivare dall’eroe, etrusco Aruns. Come gli entruschi vicino Roma, piantarono l’uva in Valpolicella. Arusnati è un blend di uve a bacca bianca: Cortese, Garganega e Malvasia fermentate spontaneamente sulle bucce senza controllo della temperatura eppoi affina e in barrique di acacia.  Prima che Verona diventasse la città di Romeo e Giulietta, prima che gli Scaligeri costruissero le loro tombe gotiche lungo le strade della città, prima ancora che Roma portasse le sue strade dritte e la sua lingua nei boschi del Veronese c’erano gli Arusnati ad abitare queste colline. La Valpolicella fu una terra abitata dai fieri Arusnati, di origine retico-etrusca, che avevano divinità originali nel loro Pagus rispettato dai Romani. Il territorio romano prese il nome di Pagus Arusnatium e corrisponde grosso modo all’attuale distretto della Valpolicella. Non molto è noto di questo popolo: i nomi di alcune delle loro divinità ci sono stati tramandati attraverso il latino: Cuslano, Imnhagalle, Lualda, Schnagalle, Udisna Augusta. Divinità di cui non sappiamo quasi nulla. Nomi che suonano stranieri anche all’orecchio più allenato. Eppure eccoli qui, incastonati nel calcare veronese come fossili, a ricordarci che questa terra ha ospitato gesti e riti e vendemmie molto prima che qualcuno pensasse di classificarli. Niccolò lo sapeva. E quando ha cercato un nome per il suo bianco macerato, un vino che non assomigliava a nessun altro, un vino che era ostico e magnifico come la terra che lo aveva generato, ha guardato sotto i piedi. Ha scavato. Ha trovato gli Arusnati. Ha chiamato il vino Arusnati. Solo che Arusnati non si può chiamare. Non perché il nome sia sbagliato. È il più giusto che esista, storicamente, geograficamente, poeticamente. Ma perché qualcuno ha già registrato quella parola. Un birrificio, un altro produttore, un marchio. La burocrazia del vino ha le sue ragioni, che la ragione del vino a volte non conosce. Così Niccolò ha dovuto trovare un altro nome. E ha scelto Auai. Una parola che suona come un’eco lontana, come qualcosa udito attraverso i secoli, come il verso di un uccello che nessuno sa più identificare. Una parola che porta dentro di sé quella stessa alterità che ha il vino. Quella strana, scomoda, meravigliosa distanza dalla rassicurante normalità del gusto. Ma il nome originale rimane. Vive sotto, come le iscrizioni nel museo. Come le radici dei viti che scendono in profondità che l’occhio non vede. Garganega, Cortese, Malvasia Istriana e altre varietà a bacca bianca, raccolte insieme, senza separazioni di convenienza. Una vasca di acciaio da dieci ettolitri. Lieviti indigeni, fermentazione spontanea, nessun controllo della temperatura, lasciata oscillare tra i 19 e i 22 gradi come un respiro naturale. Il mosto fermenta in presenza delle bucce. Questo è il punto. Questo è il gesto che trasforma tutto. Poi in barrique di acacia per 16 mesi. Non in rovere. In acacia. Per le sue note gentili, che non vuole dominare, che accompagna senza sopraffare. Nessuna filtrazione. Nessun intervento che non fosse strettamente necessario. Il colore è oro. Non il giallo pallido, non paglierino, oro. Come quello di certi pomeriggi di settembre sulle colline della Valpolicella, quando la luce bassa prende i filari di taglio e li trasforma in qualcosa di antico. Al naso arriva tutto insieme, senza ordine di presentazione: erbaceo, miele di acacia, camomilla. Poi tiglio e menta, quasi medicinali nel senso più nobile. È il senso delle erbe di montagna. La frutta è disidratata, concentrata: mela e pesca che hanno perso acqua e guadagnato profondità, albicocca che sa già di confettura artigianale. Uno zest di arancia a ricordare che il frutto era fresco, una volta. Sentori quasi legnosi, appena accennati. È solo il segno del legno di acacia, presente ma discreto, come un ospite educato. In bocca Auai si apre, non si distende, non si adagia. Si apre, come una porta che girava arrugginita e poi cede. E dentro c’è tutto. C’è freschezza. Ci sono tannini. Veri, concreti, leggermente aspri. Auai non ha paura di essere sé stesso. Torna l’albicocca, come un tema musicale che si ripresenta nel finale. Un vino divisivo. Non nel senso deteriore della parola. Non divisivo come qualcosa che fa litigare, ma divisivo come qualcosa che rivela. Chi lo beve o lo ama o non lo capisce. E in entrambi i casi, ha ragione. Bassa gradazione alcolica bassa, sapido, quasi masticabile. È un vino vero, nel senso in cui certe cose antiche sono vere: non perché siano perfette, ma perché non fingono niente. Nella zona della Valpolicella era comune la coltivazione a bacca bianca e il vino proprio più pregiato che veniva fatto era il Recioto. La Garganega aveva le recie (orecchie) non l’uva rossa. Si faceva l’appassimento e via. Con Arusmati facciamo si fa la macerazione ma non l’appassimento. Con Il Vin del Leo arriva un leggero appassimento.  È fatto come un Amarone ma non mi piacciono i vini con lunghi appassimenti perché sono vini un pò troppo complessi. Ho accorciato l’appassimento a circa un mese, legno per un anno e mezzo, tre anni di affinamento in bottiglia. Leo era mio nonno.  Ha i sentori dell’amarone ma con una maggiore bevibilità.  Forse sono troppi vini per un ettaro, ma Niccolò è curioso e sperimenta. Impara e impara con e attraverso i vini. Sa che è importante anche se da un punto di vista commerciale non l’aiuta certamente. Ma tanto lui è felice così. Sostiene di fare il lavoro più bello del mondo e di comprare una Porsche non gliene frega assolutamente nulla. PS Antica Valpolicella è a Fumane (VR) proprio sopra Sant’Ambrogio in Valpolicella e ad est del Lago di Garda. Una volta arrivati qui capirete senz’altro perché Niccolò abbia deciso di viverci Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica Arrow Right Top Bg

25 Marzo, 2026

Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica

  Gioielli, arredamento, moda, vino. Cosa hanno davvero in comune?
A pensarci bene non è soltanto una questione di lusso o di estetica. È qualcosa di più antico e, se vogliamo, più semplice. Il desiderio umano di abitare il mondo con grazia.
Potremmo chiamarlo edonismo, ma sarebbe riduttivo. È piuttosto quel sentimento che Oscar Wilde avrebbe definito con eleganza: Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Un gioiello nasce dal fuoco che fonde l’oro e dalla pazienza di mani che incastonano pietre. Un mobile dal legno di alberi che hanno visto più stagioni di noi. Un abito da fibre vegetali o animali trasformate in tessuto. Il vino da una vite che affonda le radici nella terra e combatte ogni anno la sua piccola battaglia contro il tempo. Tutti nascono da materie primordiali. Tutti sono figli della terra. Eppure, questi mondi raramente si parlano. Si sfiorano, si usano, talvolta si ignorano.
Forse perché alcuni di loro, soprattutto quelli più sedotti dall’industria, hanno dimenticato la loro origine. Il vino, invece, non può permetterselo. Perché il vino è memoria liquida. È paesaggio. È racconto.
E raccontarlo bene significa portarlo nello stesso territorio narrativo dell’arte, del design, della moda. Significa sottrarlo all’idea riduttiva di semplice bevanda e restituirgli la sua dimensione culturale. È esattamente su questa linea di confine che si muove Enzo Carbone, fondatore di Prodes Italia, l’azienda che organizza a Milano uno degli eventi più interessanti del panorama contemporaneo: Best Wine Stars. Un architetto che costruisce relazioni Enzo Carbone è pugliese, di Bari. Ma come molti spiriti curiosi ha seguito la traiettoria che porta verso Milano, la città dove, come scriveva Carlo Emilio Gadda le idee si muovono con la velocità dei tram. Arriva per studiare architettura. Poi la vita, come spesso accade, prende una direzione inattesa. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcuni studi di design e architettura. Nel frattempo, avevo creato una community web dedicata al design. Mi sono ritrovato con tantissimi contatti e da lì è nato prima un progetto editoriale e poi l’idea di un evento durante il Fuorisalone. Il design, a Milano, è quasi una religione laica. Durante il Salone del Mobile la città diventa una grande scenografia diffusa, un teatro urbano dove creatività e mercato si incontrano. È in quel contesto che nasce il primo esperimento. Durante il Fuorisalone lanciamo un primo evento. Da lì iniziamo a farlo crescere e ad affiancarne un altro dedicato al mondo del gioiello. Nel 2012 prende forma Artistar Jewels. Non soltanto una esposizione. Un piccolo universo: mostre, laboratori, cene, talk, premiazioni. Un catalogo finale curato come un libro d’arte e una piattaforma e-commerce pensata per i buyer. Un format. E i format, quando funzionano, sono come le buone vigne: prima o poi producono frutti. Poi il vino entra in scena A un certo punto la domanda diventa inevitabile: perché non portare questo modello anche nel vino? Enzo ha quella calma tipica di chi riflette prima di parlare. Come se le sue parole avessero bisogno di un adeguato affinamento. Riflessività certo ma anche grande capacità di guardare al contesto, di comprendere. Questo format era per il settore del design prima e del gioiello poi. Decidiamo di replicarlo in un altro settore e dopo alcune analisi decido di proporlo al settore del vino. Partiamo a fine 2017 a lavorarci su per poi dar vita, a maggio 2018 alla prima edizione di Best Wine Stars La location è il Museo Diocesano, nel suggestivo Chiostro di Sant’Eustorgio. Uno spazio raccolto, quasi contemplativo. Le cantine, abituate alle sale anonime degli hotel o ai grandi padiglioni fieristici, si trovano improvvisamente dentro una cornice che ricorda più un film d’autore che una fiera. Settanta aziende partecipano alla prima edizione. Per un debutto è già un piccolo successo. Eppure, il mondo del vino non è sempre pronto a capire. Sarà perché è come se fosse al paleolitico della comunicazione Se osservato da lontano, il vino sembra un universo luccicante. Etichette blasonate, castelli, vigne secolari. Il cinema lo ama anzi, lo celebra come la letteratura lo ha celebrato infinite volte, da Ernest Hemingway a Mario Soldati. Ma chi vive davvero la vigna sa che la verità è molto più semplice: terra, sole, lavoro. Persone spesso lontane dai riflettori delle città. Per questo la comunicazione, nel vino, rimane spesso un territorio inesplorato. All’inizio le aziende vitivinicole comprendevano un po’ meno il nostro format. Noi però abbiamo insistito. Fotografavamo tutte le bottiglie, curavamo ogni dettaglio. Abbiamo lavorato davvero tanto nelle edizioni 2018 e 2019. La sensazione è che, su questo fronte, il settore non sia cambiato poi così tanto. Molti eventi vinicoli sono ancora legati a un rituale elementare: si apre la bottiglia, si versa il vino, si spera che qualcuno importante passi di lì. Se accade bene. Se non accade, si riproverà alla prossima fiera. Comunicazione? Posizionamento? Storytelling? Spesso rimangono parole sospese. A un certo punto mi sono reso conto che per noi era uno sforzo enorme che non veniva riconosciuto. Così dalla quarta edizione abbiamo eliminato l’e-commerce e il libro e ci siamo concentrati ancora di più sull’esperienza dell’evento. Il Palazzo del Ghiaccio Nel frattempo Best Wine Stars cresce. Si trasferisce al Palazzo del Ghiaccio, uno degli edifici liberty più affascinanti della città. Arrivano aziende estere. Entrano anche spirits e realtà gastronomiche. Dalle 70 cantine iniziali si arriva alle 160 aziende del 2025. Un percorso che si realizza mantenendo una scelta precisa: privilegiare cantine medio-piccole, realtà che spesso non hanno grandi mezzi per comunicare. Quando i visitatori assaggiano questi vini rimangono stupiti. Perché c’è una selezione molto attenta delle aziende. Il punto è proprio questo: selezionare. Non tutto. Ma ciò che merita di essere raccontato. E per raccontarlo occorre prendersi cura dei narratori, di coloro che vivono l’azienda, realizzano i prodotti. Ecco perché Best Wine Star si prende cura degli espositori. Parlando con Enzo è la sua attenzione quasi artigianale per i dettagli organizzativi. Cerchiamo di offrire agli espositori un’esperienza il più possibile leggera. Ci occupiamo noi della logistica, delle spedizioni. Allestiamo i desk. Le bottiglie arrivano in magazzino e se l’azienda ha bisogno di altre referenze basta un messaggio WhatsApp: in due o tre minuti arrivano. Ghiaccio illimitato. Calici illimitati. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Chi ha frequentato fiere del vino sa quanto la logistica possa diventare un incubo. Per continuare a prendersi cura delle aziende, occorrono due elementi fondamentali. In primis la comunicazione. Parlare di vino, ma in modo diverso. Trovare modi nuovi di comunicare utilizzando, ad esempio, le masterclass ed i talk (che a Best Wine Star sono ad ingresso gratuito). Devono essere un ulteriore servizio alle aziende. Un ulteriore palcoscenico. Una scelta dettata dalla volontà di portare giornalisti e coloro che possono raccontare di esperienze particolari. A tenerle sono giornalisti, comunicatori, anche dj. Insomma, un modo diverso per parlare di vino. E qui torna quella contaminazione tra mondi di cui parlavamo all’inizio. Il vino non vive isolato. Respira la stessa aria della musica, del design, dell’arte. Il secondo elemento sono i collegamenti di business che si concretizzano in una piattaforma web che vive prima e dopo l’evento senza fermarsi ai tre giorni della manifestazione.   Abbiamo creato una piattaforma web di nostra proprietà web dove sono caricai tutti gli espositori con le informazioni e la posizione all’interno del Palazzo del Ghiaccio. Tutti i visitatori, buyer inclusi, sono obbligati ad iscriversi alla piattaforma. Il buyer può anche fissare autonomamente appuntamenti tramite i calendari, possono scambiarsi messaggi con le aziende. Nel 2025 ci sono state oltre 70.000 interazioni tra aziende e visitatori. La apriamo circa un mese prima dell’evento e rimane attiva per un mese post evento Il vino continua a parlare non arresta il suo spirito comunicativo. Una sorta di continuità prima, durante e dopo l’evento. Non è solo una piattaforma ma l’universo delle possibilità che ogni azienda può cogliere. Con Enzo Carbone si continua a percepisce la sua calma. Non quella distaccata di chi osserva il mondo dall’alto, ma quella concreta di chi costruisce passo dopo passo. Per strada forse non lo noteresti. Ma quando inizi a parlarci emerge qualcosa di raro: una modestia autentica. Cosa questa che nel mondo degli eventi del vino, dove spesso l’ego viaggia a gradazioni più alte del tasso alcolemico medio, non è cosa comune. Forse è anche per questo che Best Wine Stars ha trovato una sua identità precisa. Non è una fiera come le altre. Da una parte i consumatori, curiosi e appassionati. Dall’altra i professionisti: buyer, ristoratori, distributori. Un equilibrio difficile. Molti eventi puntano quasi esclusivamente sul pubblico pagante. Altri, come Vinitaly, sono fortemente orientati al business. Qui invece le due dimensioni cercano di convivere. La prossima edizione di Best Wine Stars si terrà dal 16 al 18 maggio 2026 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Ma mentre ne parliamo, Enzo e il suo team stanno già pensando alla successiva. Perché gli eventi, come le vigne, non si costruiscono in un giorno. Serve tempo. Visione. E quella pazienza antica che appartiene a chi lavora con la terra. O con le idee. Ci vediamo a Milano.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Mancano sei giorni a ViniAmo Arrow Right Top Bg

23 Marzo, 2026

Mancano sei giorni a ViniAmo

  Il Wine Tasting della Capitale è pronto ad accendere i cuori di tutti gli appassionati con una speciale 4a Edizione 29 marzo 2026 Hotel Cristoforo Colombo, Eur, Roma I quattro cuori di ViniAmo 2026 battono sempre più forte, perché le emozioni dell’evento sono vicinissime!
ViniAmo è pronto a tornare e a trasformare una giornata di degustazione in qualcosa di più: un luogo dove scoprire vini che difficilmente si incontrano altrove, produttori che lavorano con maestria e fuori dagli schemi, sapori che restano impressi con una lunga piacevolezza. Oltre 350 vini in degustazione, nettari di nicchia, annate particolari e produzioni premiate, come quelle della Guida Vini Decanto, ospite speciale di questa edizione di ViniAmo, etichette selezionate esplosive come quelle  presentate dal Consorzio Vini dell’Etna, assaggi internazionali da Francia e Romania. Accanto ai vini saranno protagonisti prodotti gastronomici selezionati: dal Parmigiano Reggiano agli oli, salumi, affumicati e dolci da forno di piccole realtà, fino agli spirits artigianali. Un’occasione in cui il vino e non solo incontra il cibo per accostamenti tutti da sperimentare. Infine, a grande richiesta, l’evento sarà allietato dalla presenza degli Amici del Toscano, per una pausa all’aperto, calice alla mano. ViniAmo è una festa di sapori!   Le masterclass di ViniAmo 2026: il Vino raccontato davvero Il cuore pulsante di ViniAmo 2026 sono le masterclass: esperienze guidate costruite per chi vuole scoprire, assaggiando e divertendosi. Non si tratta di esperienze comuni ma di viaggio nella piacevolezza, nel gusto e nella storia … perché dietro ogni vino si cela un racconto. Dalla Francia più identitaria, con Chardonnay e Cabernet Franc tra Borgogna e Loira, fino alla forza minerale dell’Etna, passando per una sfida sensoriale alla cieca che metterà al centro il palato di ognuno, per diventare veri esperti senza alcun pregiudizio, per un approccio al vino spontaneo e genuino. Una masterclass avvincente e coinvolgente, perché ViniAmo vuol far scoprire il bello e il buono del vino a tutti. Infine, un finale d’eccezione: “ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio”. Un momento che riporta tutto al gesto semplice del degustare, ma fatto con consapevolezza. Qui il vino diventa linguaggio accessibile, racconto diretto, esperienza da portare con sé anche dopo l’evento. Tutti i biglietti delle quattro Masterclass di ViniAmo, con i vari importi per le quote di partecipazione, sia per i winelovers sia per gli operatori, sono acquistabili qui su Eventbrite. Alcune sessioni stanno per esaurirsi: questo è il momento giusto per prenotare per assaporare il lato più speciale e giocoso di ViniAmo 2026.   PRIMA MASTERCLASS Un viaggio con Chardonnay e Cabernet Franc ore 13.00 – 14.30 Dalla finezza minerale di Chablis all’eleganza vibrante della Valle della Loira, questa masterclass porta i partecipanti tra i terroir francesi più rappresentativi, alla scoperta di Chardonnay e Cabernet Franc in sei vini selezionati. Un tour fantastico per scoprire alcuni dei bianchi più iconici francesi accanto a rossi inediti che, se hai sempre voluto intraprendere un viaggio lungo la Loira, tornerai ad assaggiare. A guidare la degustazione sarà Marco Recupero di Goudron Wine Selections, insieme a produttori di eccellenza: Emmanuelle Fourrey – Chablis (Premier Cru) Clos de Léchet 2024 Mont de Milieu 2023 Les Fourneaux 2023 Clotilde Legrand – Saumur Champigny La Chaintrée 2015 Les Rogelins 2011 Les Terrages 2004 Un confronto tra annate e cru che racconta profondità, longevità e sapori di grande eleganza.   Quota di partecipazione Wine Lovers: 50 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 35 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) SECONDA MASTERCLASS Sono i sensi che contano ore 15.00 – 16.30 Mettiti alla prova con una vera degustazione alla cieca. La seconda Masterclass è un blind tasting che mette al centro il vino e i sensi, pensato sia per esperti sia per appassionati e neofiti che desiderano un approccio ludico e interattivo alla degustazione . Il vino è per tutti, con questa esperienza potrai affinare le tue percezioni, in piacevolezza e allegria, con la guida di Ivan Vellucci Direttore di Wine Tales Magazine. Nella degustazione alla cieca i partecipanti assaggeranno 7 vini dal Nord al Sud Italia, tra etichette iconiche e riserve speciali. Metti alla prova naso, memoria e papille, senza lasciarti condizionare dalle etichette. Una sfida saporita e sorprendente, con premi finali per i più arditi. Quota di partecipazione Wine Lovers: 45 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 30 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito)   TERZA MASTERCLASS L’Anima del Vulcano: viaggio tra i vini dell’Etna ore 17.00 – 18.30 Una Masterclass destinata a dare la carica, grazie al potere dei bianchi e dei rossi prodotti alle pendici dell’Etna: un’immersione nell’energia pura della Sicilia orientale. Questa avventura del gusto, in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Etna DOC, porta i partecipanti tra suoli lavici, microclimi unici e altitudini estreme. Roberta Marchese Ragona, con il Dott. Maurizio Lunetta, guiderà la degustazione di: 4 Etna DOC Bianco 4 Etna DOC Rosso una sorpresa esclusiva, pensata per raccontare la forza del vulcano e l’eleganza dei suoi vini … perché ViniAmo nasce per stupire a ogni edizione. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito)   EVENTO FINALE ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio ore 19.00 – 20.00 ViniAmo 2026 si conclude con brindisi speciale:  un percorso sensoriale e culturale guidato da Alessandra Massimi e Sara Costantini, Vice Delegata Lazio dell’Associazione Le Donne del Vino. Qui il vino diventa racconto diretto: dalle basi della degustazione all’esplorazione dei calici delle cantine locali più rappresentative, tra cui: Vigneti Jacobini Azienda Agricola Torre dei Falchi Casale Lucino Villa Simone Vini Valle Marina Eredi dei Papi Con questi sorsi conclusivi, ViniAmo 2026 lancia un messaggio chiaro e coinvolgente: il vino è cultura, esperienza ed emozione. Quando viene raccontato da chi lo vive ogni giorno, diventa una storia capace di unire persone e territori in un unico, grande brindisi! Se stai progettando un tour tra i vini del Lazio, questo è un punto di partenza imperdibile che ti farà innamorare ancora di più di questa regione. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) I PROTAGONISTI DI VINIAMO 2026 Ecco le cantine, le aziende e gli espositori che ti conquisteranno nella quarta edizione di ViniAmo.  Questa edizione  è ancora una volta un viaggio tra tutte le regioni italiane, con un tocco di internazionalità, alla ricerca di chicche speciali capaci di stupire proprio tutti.   VALLE D’AOSTA D&D Maison Agricole PIEMONTE Ferrero Cristian Cantina Pertinace Az. Agricola Valletti Roberta Cantina Mascarello Michele & Figli Claudio Mariotto Gozzellino Gavi dei Gavi – La Scolca LOMBARDIA Retica Vini TRENTINO ALTO ADIGE Cantina Bazzanella VENETO Società Agricola Eleva FRIULI VENEZIA GIULIA Vini Zorzon Azienda Vinicola Fruscalzo LIGURIA Tenuta Maffone EMILIA ROMAGNA Cantina Messori TOSCANA Cantina Tuscania CasaGrande della Quercia Tenuta Friggiali – Montalcino Il Borro Gagiablu Luteraia Tenuta Poggio Bonelli Tenuta Chigi Saracini MARCHE Terre di Serrapetrona Tenute Recchi Franceschini Le vigne di Clementina Fabi UMBRIA Azienda Agricola Castello di Corbara Tenuta di Saragano Fattoria Le Poggette Perticaia Cantina Baldassarri Azienda Agricola Oleum LAZIO Villa Simone Borgo del Cedro Cantina Raparelli Tenuta Iacoangeli Terre del Veio Società Agricola Mita Giorgio Pecora Vini Aziena Agricola Biologica Monti Cecubi ABRUZZO Tenuta De Melis Burgus Vitae Tenuta Fanton Poderi Costantini MOLISE Azienda Agricola L’Arco Antico CAMPANIA Aroma Winery Azienda Le Grazie Cantina Vezzoso Azienda Agricola San Giovanni PUGLIA Anastasia Tommasino Giancarlo Ceci BASILICATA Vitis in Vulture Torre Albineta CALABRIA Cantine Viola Tenuta Renda SICILIA Consorzio Tutela Vini Etna Doc (protagonista della terza masterclass) Flavia Rebellious Wines Azienda Agricola G. Milazzo Tenute Foti Randazzese SARDEGNA Siddura Vini TraMonti Agricola Niuge   ESTERO Domeniile Averesti  – Bucarest – Romania Goudron Wine Selections: Domaine Emmanuelle Fourrey – Borgogna – Francia Domaine Clotilde et René – Noël Legrand  – Loira – Francia DISTRIBUTORI e ORGANIZZAZIONI Stappando.it (presto l’elenco dei loro migliori produttori di varie località d’Italia) Decanto che proporrà il format Tre Cavatappi in Tour, sarà quindi possibile assaggiare alcuni dei migliori vini della Guida Untold premiati con i Tre Cavatappi. ABC della Degustazione: Marco Mergè vini dal 1920 (Lazio) Azienda Agricola Cavalieri (Lazio) Chiorri dal 1890 (Umbria) PetitVigneron – Importatore/Distributore vini francesi FOOD & EXTRA VINO Il Primotto (Primi appena cotti) – Toscana Associazione Parmigiano Reggiano – Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano – Emilia Romagna Nativa Bio (creme spalmabili) Sapor Maris (Salmone affumicato & company) Azienda Agricola Fratelli Ludovisi (Olio) – Umbria Pasticceria Cera (Punto gastronomico) – Lazio Baked Potato (Punto gastronomico) – Lazio Alberto Paolino – Pizzaiolo (Punto gastronomico) – Campania/Basilicata SPIRITS Bepi Tosolini (Amari e Distillati) – Friuli Istintosardo (Liquori di Sardegna Artigianali) – Sardegna Musa Gin (Spirits Artigianali Siciliani) – Sicilia TazSiena (Gin) – Toscana EXTRA Club Amici del Toscano (Sigari in abbinamento con vini e liquori) – Lazio SPONSOR Careisgold – Operatore professionale in oro Memory Box – Conservazione ed esposizione tappi SPONSOR TECNICO SAL.PA. – Pan de Roma con una vasta area gourmet, offrirà assaggi gratuiti di snack salati su tutti i banchi d’assaggio – Lazio VoiceWise – Start up innovativa e spin off dell’Università degli Studi di Roma TorVergata   ORARI E MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE L’evento si svolgerà dalle 12:30 alle 20:30, ultimo ingresso ore 19:30. Biglietto intero: 25 € – accesso ai banchi d’assaggio e più di 350 vini in degustazione. Ridotto: 20 € – riservato a sommelier con tessera in corso di validità, studenti universitari, gruppi e associazioni di almeno 8 persone. Ingresso gratuito per operatori del settore, (ristoratori, titolari di enoteche, wine bar, agenzie di rappresentanza, distributori, ecc.) è possibile richiedere l’accredito scrivendo a: operatori@viniamoroma.it  indicando nome del richiedente e dell’attività. Accredito stampa gratuito per gli addetti stampa la richiesta di accredito va inviata a: uff.stampa@viniamoroma.it  indicando nome del giornalista/wine blogger e testata, blog o pagina social. CONTATTI & INFORMAZIONI Stefano Minelli: 338 3046072 minelliwine.events@gmail.com Accrediti Operatori operatori@viniamoroma.it Accredito stampa uff.stampa@viniamoroma.it Sito ufficiale viniamoroma.it minelliwineevents.it     La Redazione
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ReWine. Monteregio: il lato silenzioso del vino toscano Arrow Right Top Bg

21 Marzo, 2026

ReWine. Monteregio: il lato silenzioso del vino toscano

  Il 30 marzo alla Fonderia Leopolda di Follonica va in scena ReWine & Food, un evento dedicato alla DOC Monteregio di Massa Marittima e ai sapori più autentici della Maremma toscana. Piccole produzioni, grandi storie.   Alcuni territori hanno avuto la fortuna della celebrità. Anche se parlare di fortuna è ingeneroso visto il grande lavoro che c’è sempre alla base. La Toscana, quando la evochiamo, scatena quasi automaticamente un rosario di nomi che appartengono ormai all’immaginario collettivo del vino: Chianti, Brunello, Nobile. E naturalmente lui, il Sangiovese, che più che un vitigno sembra una divinità pagana della viticoltura italiana. Senza dimenticare la grande aristocrazia dei bianchi con la Vernaccia di San Gimignano. Ma la Toscana non è soltanto la sua geografia più famosa. È anche un mosaico di territori laterali, di denominazioni nate quasi in silenzio, con l’ambizione non di competere con i giganti ma di difendere qualcosa di molto più prezioso: l’identità. Tra queste storie meno raccontate si nasconde la DOC Monteregio di Massa Marittima. Una denominazione giovane, nata solo nel 1994 e piccola nelle dimensioni. Talmente piccola che oggi conta appena dodici aziende e poco più di 86.000 bottiglie prodotte secondo i dati Valoritalia. Un numero che, messo accanto ai circa 27 milioni di bottiglie della Toscana, sembra quasi una cifra poetica più che industriale. Forse è proprio questo il suo valore. Un valore che legato al territorio non può essere misurato in milioni di bottiglie ma in carattere. Siamo nel cuore della Maremma grossetana, una terra che negli ultimi anni ha iniziato lentamente a risvegliarsi da una sorta di lungo torpore mediatico. Per decenni questa parte di Toscana è rimasta in una posizione quasi laterale, stretta tra l’eco internazionale di Bolgheri e la monumentalità enologica di Montalcino e del Brunello. Eppure, la Maremma ha un’anima diversa. È una terra larga, ruvida, a tratti ancora selvatica. Un territorio dove la macchia mediterranea si mescola ai vigneti, dove i pini marittimi disegnano linee contro il cielo e dove il mare non è mai davvero lontano. Il vento porta con sé odori di resina, di sale, di terra calda. E poi c’è Massa Marittima ma non solo Un borgo che sembra uscito da un romanzo medievale, dominato da una delle piazze più belle d’Italia e dalla cattedrale romanica che appare quasi come una scenografia teatrale scolpita nella pietra. Attorno a questo centro storico si sviluppa il territorio della Monteregio: colline morbide, suoli ricchi di minerali, memoria dell’antica vocazione metallifera della zona, e un clima che beneficia della vicinanza del Tirreno. Ma non c’è solo Massa Marittima. Il territorio della DOC comprende anche altri paesi che racchiudono l’essenza di un territorio che si riflette inevitabilmente nel calice. Tra l’entroterra e il mare, i territori di Monterotondo Marittimo, Roccastrada, Gavorrano, Scarlino e Castiglione della Pescaia sembrano raccontare una stessa storia con accenti diversi: colline che custodiscono memorie contadine, borghi sospesi nel tempo e, poco più in là, il respiro largo del mare di Follonica. È una Maremma che cambia volto a ogni curva, ma che conserva sempre la stessa anima schietta, fatta di vento, luce e terra viva. Il disciplinare della DOC Monteregio è piuttosto ampio e lascia spazio a interpretazioni diverse, ma il Sangiovese resta il protagonista naturale dei rossi. Accanto a lui trovano posto vitigni internazionali come Merlot e Cabernet Sauvignon, che nel tempo hanno trovato qui una loro dimensione mediterranea. Ne nascono vini spesso intensi ma non muscolari, dove il frutto rosso maturo si intreccia con note di macchia mediterranea, spezie leggere e una certa sapidità che sembra raccontare la vicinanza del mare. Accanto ai rossi convivono anche bianchi e rosati capaci di restituire un’altra faccia della Maremma: più luminosa, più salina, quasi marina. Vini che sembrano fatti apposta per la tavola di questo territorio. Perché la Maremma è anche cucina. Una cucina che non cerca eleganza ma verità. È la cucina dei butteri, dei pastori, dei contadini. Piatti nati dalla necessità ma diventati nel tempo memoria gastronomica: l’acquacotta, la zuppa che racchiude l’essenza della cucina povera; il cinghiale in umido che racconta la dimensione più selvatica della Maremma; i pici tirati a mano con sughi intensi di caccia. E poi il mare. Follonica, dove si terrà l’evento, è proprio uno di quei luoghi in cui la terra maremmana incontra il Tirreno. Dove un bicchiere di vino può accompagnare tanto un piatto di pesce quanto una cucina più rustica e carnale. Ed è proprio qui che il 30 marzo, nella suggestiva cornice della Fonderia Leopolda di Follonica, andrà in scena ReWine & Food. Un evento pensato per accendere i riflettori su questo territorio e sui produttori della DOC Monteregio di Massa Marittima. Un’occasione per incontrare le aziende, ascoltare le loro storie e degustare vini che spesso restano fuori dai radar del grande pubblico ma che rappresentano una delle anime più autentiche della Toscana. La giornata sarà articolata in due momenti distinti: dalle 14.30 alle 18.00 degustazioni dedicate a operatori di settore e stampa dalle 18.00 alle 20.00 apertura al pubblico Con un dettaglio tutt’altro che secondario: l’ingresso sarà gratuito. Ma al di là delle degustazioni, degli incontri e dei calici che si incroceranno, ReWine rappresenta soprattutto qualcosa di più. È un gesto collettivo. Un modo per ricordare che il vino non è soltanto mercato o classifica di denominazioni. È prima di tutto territorio, identità, comunità. E forse proprio nella Maremma, tra colline che guardano il mare e vigneti che crescono in silenzio, il vino riesce ancora a raccontare quella dimensione originaria. Quella in cui una bottiglia non è soltanto un prodotto.
Ma una storia che chiede di essere ascoltata.   Wine Tales Magazine è media partner della iniziativa Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Arriva ViniAmo e siamo alla quarta edizione Arrow Right Top Bg

19 Marzo, 2026

Arriva ViniAmo e siamo alla quarta edizione

  Siamo a quattro. Quattro edizioni di un evento partito in sordina e cresciuto di stagione in stagione.  ViniAmo è alla quarta edizione. In un panorama romano fatto di tante manifestazioni, alcune ben progettate altre decisamente meno, ViniAmo ha avuto il merito di fare piccoli passi tutti indirizzati verso il voler offrire al pubblico romano, di professionisti ed addetti al settore piuttosto che degli amanti del vino, qualcosa di nuovo. Cantine nuove, format nuovi, interlocutori diversi. Sempre con garbo e grande capacità comunicativa. Con attenzione alle persone e apertura mentale. Soprattutto gentilezza. Quella che contraddistingue l’ideatore dell’evento: Stefano Minelli, l’organizzatore gentile  Su Stefano avevo già scritto un articolo a febbraio 2025 soprannominandolo proprio l’organizzatore gentile. Perché lui è proprio così e mantiene questa sua caratteristica aldilà delle invidie e ritrosie di alcuni organizzatori di eventi romani che hanno dalla loro l’astio e la ritrosia. Sono anche stato letteralmente buttato fuori da un gruppo Whatsapp chiamato Giornalisti del vino per aver avuto l’ardire di aver postato proprio il comunicato stampa che annunciava ViniAmo per il 29 marzo 2026. Per la serie la censura, becera, sussiste anche tra colleghi giornalisti che dovrebbero combatterla. Torniamo alle cose belle. Come proprio Stefano Minelli Siamo alla quarta edizione. Un percorso incredibile cominciato nel 2023 e proseguito negli anni con numeri sempre crescenti. L’edizione 2026 si preannuncia poi ancora più in crescita. Siamo in overbooking per la presenza delle cantine (abbiamo una lista di attesa) che rappresenteranno tutte le regioni d’Italia. Nessuna esclusa. Avremo la presenza di spirits e food molto particolari così come cantine estere. Poi delle masterclass di livello soprattutto inedite nel panorama romano. In effetti a guardare il programma c’è di che sbizzarrirsi. Il viaggio tra le regioni d’Italia è qualcosa di assolutamente stimolante e di certamente inedito. Riuscire a poter compiere un viaggio in un unico evento non è scontato. Farlo poi con cantine di nicchia, di quelle che realizzano prodotti incredibili e che, spesso, non hanno la forza per promuoversi, è ancora più straordinario. A ViniAmo ci saranno produttori entusiasti, persone che vogliono far conoscere la propria anima prima dei propri vini. Accendere un dialogo che parte dalle persone per arrivare al vino riconducendo questo ad un mezzo e non ad un fine. ViniAmo sarà così dunque. Sarà straordinario. Anche per le masterclass.    Le masterclass della quarta edizione di ViniAmo La prima completamente, dalle 13 alle 14.30, sarà dedicata allo Chardonnay e al Cabernet Franc degli incredibili terroir della Francia. La terza, dalle 17 alle 18.30, ai sorprendenti vini di uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi del pianeta: Idda, l’Etna. Non per niente si chiama L’anima del Vulcano. La quarta, dalle 19 alle 20, sarà un omaggio alle Donne del vino del Lazio con l’ABC della Degustazione. Non ho dimenticato la seconda. È che essendo una masterclass al buio che curerò io stesso, non volevo svelarla molto. Sette vini, sette regioni. Saranno i sensi a condurci alla elezione del miglior vini di ViniAmo: Sono i sensi che contano. Andare oltre l’etichetta o la scheda tecnica. Superare i pregiudizi inconsci dovuti alla nostra stessa mente in grado di condizionare i sensi ancor prima di utilizzarli. Quattro masterclass dunque. Quattro momenti nel corso di una intensa giornata che avranno l’ambizione di offrire non solo una visione di territori e produttori diversa ma anche un approccio dinamico al mondo del vino. Raccontare più che leggere, emozionare più che insegnare, coinvolgere più che pontificare. Ogni masterclass sarà momento di condivisione e confronto. Soprattutto di socialità.   La forza del team La capacità di Stefano è anche quella di aver capito come sia davvero l’unione a essere la forza. Il team, la squadra, le singole persone che unendosi possono trovare la migliore delle formule e raggiungere il migliore dei risultati. Persone entusiaste che hanno voglia di parlare di vino e delle persone del vino.   Alessandra Massimi Alessandra è Project Manager in una importante società di consulenza. Sorridente, spigliata, precisa. Soprattutto, una passione sfrenata per il mondo del vino. Lavoro a stretto contatto con il marketing e ho una grande passione anche per gli eventi e quindi un bel giorno mi sono detta: perché non iniziare a fare qualche evento di degustazione tutto mio? Quando si ha a che fare con un consulente e project manager le cose che si realizzano devono essere necessariamente fatte bene. Partendo, sempre, dalla osservazione della realtà. Anche della propria. Ad esempio, quella di quando si è studiato per diventare sommelier con tanto da imparare, termini tecnici e astrusi, nozioni di agricoltura, enologia, chimica; assaggi (tanti) e scheda di valutazione. Un incubo che solo la passione può portare a superare. Ecco allora che Alessandra non crea solo eventi di degustazione ma un vero e proprio format: l’ABC della degustazione, tanta semplicità per avvicinare (non allontanare!) le persone al vino.  Preferisco farlo con meno persone in ambiente più intimo, proprio perché voglio mettere tutti a loro agio. Soprattutto avere la possibilità di parlare con tutti. 10, 12 persone per volta. Un tavolo sociale. Il produttore presente. Tanta allegria e convivialità. Il mix perfetto perché possano nascere incontri e raccontare storie. Imparare non attraverso noiose lezioni ma con esperienze fatte di divertimento, socialità, buon cibo e, ovviamente, vino. La scheda di degustazione cartacea dei corsi da sommelier. Che ricordi. Un sito internet, tante degustazioni, le Donne del vino, la consulenza alle cantine, il supporto di comunicazione. Insomma Alessandra e il suo entusiasmo hanno tanto da raccontare e lo farà a ViniAmo con un proprio stand voluto per supportare non solo le cantine con le quali collabora ma anche il sito e la app. Senza contare poi la masterclass delle 19, davvero da non perdere, durante la quale presenterà sei vini di sei cantine laziali gestite da donne. Dare voce alle donne del vino e soprattutto a quelle laziali. Magari sono poco conosciute e mi faceva piacere fare questa cosa con loro.  Una iniziativa da non perdere. Per dar voce non solo al territorio laziale e alle sue eccellenze ma anche e soprattutto alle coraggiosissime donne.   Marco Recupero.  Per parlare di Marco e della sua passione/conoscenza del mondo del vino, non basterebbe un articolo intero. Io me lo immagino sempre come quello che a Roma si chiamava vinaio prima, enotecaro dopo. Anche se adesso non è nell’uno, ne l’altro. Per chi ricorda quei tempi, il vinaio o l’enotecaro era quella figura che, quando entravi nel suo negozio, lo trovavi quasi camaleonticamente confuso tra le bottiglie (o le botti). Tu entravi, gli dicevi cosa ti serviva e lui, scomparendo tra gli scaffali, tornava con una bottiglia della quale sapeva narrarti vita, morte e miracoli. Conosceva il vignaiolo tanto da chiamarlo per nome. Sapeva dirti il vitigno e cosa fosse successo in quella annata. Spesso pensavo: ma non è che mi starà prendendo in giro? Se devo essere sincero, usavo una espressione romanesca un tantinello più colorita ma era solo nella mia mente e non è che la pronunciassi ad alta voce.  Per oltre venti anni più che aver gestito una enoteca, è stato propio quella persona che consigliava il vino cercando di capire le esigenze di ogni singolo cliente. Con uno preciso doppio scopo: soddisfare il cliente facendogli conoscere il buono vino. Oggi mi trovo sempre più ad avere più a fare con aziende piccole come quelle che mi sono andato a cercare nello Champagne in Francia. Mi trovo bene in Francia, così come in altri paesi. Vengo da un mondo di linguistico dove ho fatto l’interprete.  Con un modo di fare di chi sa come muoversi con garbo e piacevolezza, Marco è una sorta di mediatore commerciale. Anche se lo definirei più propriamente culturale, poiché riesce sempre a dare l’opportunità alle persone di conoscere quelle piccole cantine italiane e non che hanno tanto da raccontare. Insomma, la capacità di portare qualcosa di diverso, e culturalmente valido, in un panorama vitivinicolo sempre più omologato. Oggi con la sua Goudron Wine Selections seleziona e distribuiscei vini pregiati, con focus su etichette francesi. A ViniAmo condurrà la prima masterclass In viaggio con Chardonnay e Cabernet Franc e porterà anche alcune delle sue aziende. Vere chicche italiane e non in grado di affascinare e meravigliare. Ma solo se saprete lasciarvi andare ascoltando le parole di Marco. Ne vale veramente la pena.    Roberta Marchese Ragona Siciliana nell’anima e nello spirito, romana ormai da tempo. Una di quelle donne dotate di tanta carica energetica positiva che quando ti travolge ciò che rimane è più o meno simile al passaggio di uno tsunami. Modella, interprete, è soprattutto Wine Ambassador.  Andando In giro per varie manifestazioni mi sono detta: ma perché non raccontare da dove viene il vino.  Prima in Sicilia, a Caltanissetta, poi a Roma quindi Madrid poi in Europa. Con i suoi Segreti nel Calice conduce le persone in quella gioia del vino che lei stessa vive. Vino e bellezza, vino e arte, vino e territorio. Vino e ciò che volete voi. Roberta, con il suo estro unisce i puntini delle sensazioni offerte dalla vita per dare spazio alle persone prima, al vino poi. La convivialità diventa con lei motore vibrante, amplificatore delle sensazioni, unione di intenti, dialoghi, racconti. Vita. La particolarità di Roberta è il proprio il particolare modo di raccontare il vino. Lo definirei come l’entusiasmo di una bambina che scarta il suo regalo di compleanno. Avete presente quel “scarta la carta” che si canta ai compleanni dei bambini? Ecco, proprio cosi.  Ho conosciuto Roberta tempo fa e non smette di stupirmi per quella sua forza propulsiva che sembra non avere mai fine. È un vulcano di idee, di proposte, di guardare alle infinite possibilità che un fantastico elemento aggregante come il vino può offrire con un occhio assolutamente orientato verso il business, verso la capacità delle aziende di proporsi in territori inesplorati. Che lei stessa non conosce ma nei quali la sua indole suggerisce di tuffarsi a capofitto. Istinto certamente ma soprattutto tanta energia! Se vedrete a ViniAmo una meravigliosa donna bionda sorridente che non sta ferma, allora è proprio lei, Roberta Marchese Ragona. Sua la conduzione della masterclass delle 17: L’anima del Vulcano   Giulia Ferrero  Dalla Archeologia al vino il passo sembra lungo. Ma non è mai così. Perché le passioni poi si trasformano, spesso senza volerlo, in amore e vita.  È per questo che Giulia ha creato il suo blog bwined.it dove racconta la magia degli abbinamenti cibo-vino. Una magia spesso dimenticata visto che si pone, troppo spesso, il vino su un piedistallo edonistico.  Giulia e la sua infinita tenerezza è però tutt’altra cosa. Il vino come elemento di complementarietà raccontato con garbo e stile, con un linguaggio fatto di semplicità e chiarezza. Una cultura del vino che l’ha portata a collaborare da qualche anno con Decanto e la guida Untold  La guida è bel progetto. Collaboro nella realizzazione della parte sui tour delle cantine che offrono servizi di degustazione particolare. Poi con il team facciamo le degustazioni per la guida: ci incontriamo, assaggiamo i campioni alla cieca ecc. Il suo è garbo puro. Una gentilezza che si sposa appieno con quella del team e soprattutto di Stefano. I comunicati stampa di Giulia sono sempre all’insegna di parole centrate e mai banali. Sempre corredati da pizzi e merletti molto femminili. Ma un tocco di femminilità non fa mai male.   Ilaria Muscio Sono un’amante dei racconti, delle storie personali di ogni singola realtà; sono un’artista entusiasta, appassionata di ogni forma di arte comunicativa e artigiana originale e il vino rientra tra questi. Mi piace scoprire personalmente il contesto del singolo, andando a scavare, cercando il momento del loro “punto di non ritorno”: ciò che ha permesso il cambiamento radicale dalla loro realtà quotidiana a qualcosa che ancora oggi fa tenere alto l’emblema del loro progetto. Ilaria è una di quelle persone che, grazie alla autenticità del mondo del vino, ha avuto l’opportunità di scavare nel profondo della propria anima trovando mondi inesplorati. Il valore della vita vera, il ritorno alle nostre origini. Quanto di più lontano possa essere dal mondo amministrativo nel quale si trova ad operare ogni giorno e che le ha permesso di diventare sommelier, editor in una casa editrice romana, blogger. Insomma, storyteller! Nel mondo del vino ci sono entrata perché da sempre ho avuto un profondo rapporto con la natura e sono stata abituata all’originalità, all’autenticità, al duro lavoro che porta alla creazione di un prodotto, qualunque esso sia, con le sue piccole imperfezioni, ma di grande valore. Credo che il valore del sacrificio, per creare qualcosa di emblematico anche solo per sé stessi, è un valore che si sta perdendo del tutto al giorno d’ oggi; in questa società fatta di velocità, superficialità, corse contro un tempo che oramai non lascia libertà di espressione ne di pensiero Quando l’ho conosciuta era dietro un banco di degustazione e non faceva altro che parlare, parlare, parlare. Si percepiva proprio la sua, necessità la definirei, di raccontare di tutto ciò che stava versando nel calice. E non parlo solo di vino. Un racconto condito da entusiasmo e dal suo meraviglioso sorriso. Ama le piccole cantine. Forse perché sono quelle che hanno tanto da raccontare. Un racconto sempre genuino e vero che troverete anche a ViniAmo. Come riconoscerla? Credetemi, ve ne accorgerete quando sarà lei a raccontarvi qualcosa.   Pietro Galeoto Dalla Puglia a Milano e poi a Roma occupandosi sempre di comunicazione. Un viaggio che continua da oltre vent’anni (galeoto.it).  Ho conosciuto Stefano Minelli lo scorso anno tramite un amico comune: non era soddisfatto della visibilità online delle edizioni precedenti di ViniAmo, nonostante un’alta partecipazione di persone e aziende aderenti; il riscontro sui media e sul web non era altrettanto forte. Ho accettato l’incarico con un po’ di riserva: vengo da un’intensa esperienza a Milano come responsabile della comunicazione, e il trasferimento a Roma ha segnato un cambio di vita, ponendo il privato e l’equilibrio personale prima del lavoro . Oggi curo solo un numero selezionato di clienti.  Pietro, persona riservata ma sempre disponibile. Non avendo esperienze nel mondo del vino ha un approccio da colui che, animato da sana curiosità, spulciai siti delle aziende vinicole per capire le dinamiche. Per uno esperito di comunicazione come lui, sono convinto che trovi questo mondo arcaico e ancorato a logiche incomprensibili (sempre che abbia logiche). Ben vengano persone come Pietro che, con garbo e tanta determinazione, cerca di contribuire ad animarne la comunicazione. Per adesso di ViniAmo, nel futuro chissà che qualcuno non voglia svegliarsi ulteriormente! Pietro è l’anima social e web di ViniAmo. Tante iniziative di comunicazione, non per ultimo lo sdoppiamento in due siti minelliwineevents.it per gli espositori e viniamoroma.it per wine lovers e operatori e stampa; il rafforzamento della presenza su LinkedIn per incontrare in modo professionale; il canale YouTube; Instagram.  Così ViniAmo ha guadagnato la visibilità che merita online e una immagine più accattivante con un nuovo logo e immagini di supporto. La mia passione è quella dell’illustrazione ho curato vari libri illustrati e un’idea è quella di fare un calendario illustrato per ViniAmo magari con la partecipazione di qualche azienda espositrice Speriamo solo che non voglia fare un calendario con tutti noi che collaboriamo al meraviglioso mondo di ViniAmo! Insomma, ViniAmo è alle porte e si sente già l’entusiasmo dei singoli produttori che scalpita. I posti per le cantine sono finiti. Per le masterclass c’è ancora qualcosa. Dunque, non perdete tempo.  Vi aspetto anzi, vi aspettiamo il 29 marzo presso l’Hotel Cristoforo Colombo dalle 12 alle 20.30 per la quarta edizione di ViniAmo! PS. ViniAmo ospiterà anche VoiceWise, una innovativa startup dell’Università di Tor Vergata a Roma, attiva per la realizzazione della prima app in grado di rilevare il tasso alcolemico con la voce. Contribuire ad un progetto così importante è compito di tutti noi. Eppoi sapremo prima di metterci alla guida quale è il verdetto!       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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18 Marzo, 2026

Vini Selvaggi. La rivoluzione gentile del vino tra le persone

  In un settore che parla di consumi in calo e giovani distanti dal calice, Vini Selvaggi dimostra il contrario: un evento, quello tenutosi dal 7 al 9 marzo al San Paolo District di Roma, che ha unito, accolto e restituito al vino la sua natura più autentica. Quella del dialogo, della condivisione e della comunità. C’è un’immagine che resterà incollata alla memoria di questa edizione di Vini Selvaggi: un bambino che ride tra giochi in legno mentre sua madre sorseggia un calice di bianco e il padre si perde nel racconto di un vignaiolo. È una scena semplice, quasi inconsueta per un evento del vino. Ma è proprio lì, in quella naturalezza, che si nasconde la verità più luminosa di questa tre giorni romana. Mentre il settore racconta i suoi affanni, dai consumi in calo del 13% per vini e spirits nel primo quadrimestre 2025, alle preoccupazioni di sette cantine su dieci per il continuo arretrare del mercato dovuto al ricambio generazionale e a nuovi modelli salutistici, Vini Selvaggi disegna uno scenario opposto, quasi ribelle.   Un evento che parla la lingua dei giovani Si parla continuamente di come i giovani si stiano allontanando dal vino. Eppure, a Roma, a Vini Selvaggi, erano ovunque.
Coppie, gruppi di amici, curiosi di ogni tipo. Ragazzi che si muovevano sicuri tra gli stand. Ascoltavano, domandavano, ridevano. Lontani dall’immagine di consumatori disinteressati o distratti. E non è un caso. Gli ultimi studi raccontano infatti un quadro ben diverso dalla narrazione comune: gli under 44 italiani e statunitensi stanno sostenendo il mercato premium, considerano il vino uno status symbol e sono disposti a investire in etichette di qualità, super-premium e fuori dagli schemi. A Vini Selvaggi, questa tendenza prende corpo: il vino diventa socialità, esperienza, atmosfera. Tutto fuori dagli schemi.
E i giovani rispondono. Perché apprezzano. Ma apprezzano il dialogo e la socialità prima di ogni altra cosa. La forza di un luogo semplice, vero, respirabile La magia del festival sta nella sua struttura disarmante: una location non altisonante, ma accogliente; produttori veri, felici di parlare, spiegare, raccontarsi; un contorno fatto di street food, musica, sorrisi. È qui che emerge il tratto distintivo dell’evento: il vino non è protagonista da solo. È parte di un ecosistema che mette le persone al centro. I vignaioli sono rilassati, sorridenti, desiderosi di condividere e confrontarsi, senza formalismi, senza la rigidità che spesso accompagna le fiere tradizionali. Le bottiglie, naturali, territoriali, figlie della terra, sono un tramite, non un traguardo. Perfino la presenza di un’intera area dedicata ai bambini, rarità assoluta negli eventi del vino, racconta un’idea diversa, inclusiva, contemporanea. Un vino che non divide, ma unisce.   Il naturale come accesso, non come recinto Parliamo spesso di vino naturale come di una categoria a sé, un mondo a parte.
Ma Vini Selvaggi insegna qualcosa di diverso: il naturale è un modo, non un dogma. È rispetto della terra, sì. È attenzione all’ambiente e alla salute, certamente. Ma è soprattutto relazione. In un mondo dove il consumo si fa più consapevole, meno bottiglie, più qualità, crescente attenzione ai vini leggeri e a bassa gradazione alcolica, questo approccio appare non solo attuale, ma necessario. Relazione e racconto. Quello della terra in simbiosi con le persone. Rinascita, recupero, impegno, volontà, forza, attitudine, orgoglio. Queste le parole che ho sentito dai vignaioli. Ragazzi e un tempo tali che mettono le proprie mani nella terra e nel mosto senza paura di sporcarsi se non con qualcosa che di naturale non ha niente. Non è un bando alla chimica perché ognuno può fare ciò che vuole. No, è una voglia tutta personale di interpretare il mondo per poterlo lasciare a quei bambini che si sono portati dietro. Anche loro, anche i vignaioli e le vignaiole erano li con i loro figli!   Dietro il sipario: Giulia, Lorenzo e una visione che cresce Ho parlato a lungo con Giulia e Lorenzo, gli organizzatori. Con Giulia ho parlato accanto all’area kids, mentre il loro bambino giocava sereno. Mi hanno raccontato delle difficoltà di quest’anno, soprattutto sul fronte sicurezza, superate con determinazione.
Mi hanno parlato del loro impegno a evitare ogni forma di omologazione, a dare spazio continuo a nuove cantine, a coltivare un pubblico curioso, partecipe, vivo. E allora ho condiviso con loro quella che ritengo la sfida più interessante per il futuro: portare a Vini Selvaggi chi, oggi, il vino naturale lo snobba o lo evita. Non per convertirlo ma per mostrargli un’atmosfera che parla da sola. Un clima umano che merita di essere vissuto indipendentemente dal contenuto del calice. I miei assaggi Anche se mi sono perso nell’atmosfera gioiosa, nell’ascoltare e nel guardare quanto di meraviglioso avevo attorno, qualcosa di interessante sono riuscito ad assaggiare. Ed è allora giusto riportarli in questo articolo. Le Terrazze del Canto sono una incantevole simbiosi tra vino e fiori in quel di Mapello (Bergamo). Partiamo dalle etichette: veri capolavori artistici che dalla bottiglia dovrebbero immediatamente spostarsi sulle pareti con tanto di cornice. Incrocio Terzi, Franconia, Marzemino, Rebo, Merlot, Cabernet Sauvignon e Moscato giallo. Vini che respirano la vita e soprattutto sono buoni. L’influsso floreale ancora non c’è ma non vedo l’ora di riassaggiarli quando il progetto di integrazione sarà compiuto. Anche se già così meritano. E tanto. Il Poeta, Il Pirata, La Vena, Anfitea. Ognuno di questi vini merita un elogio, merita un sorso, merita un discorso a parte. Spero di farlo presto. Barbara Avellino è a Rovescala (Pavia). Una donna che emana una classe pulita e gaudente. La stessa che porta nei suoi vini. La bollicina Blanc de noir da Pinot Nero Lupi della luna masticabile e lascia in bocca una sensazione da urlo. Minerale e tanto. Sempre da Pinot Nero, il rifermentato Il Pellegrino è un vero succo di frutta armonico e avvolgente che con la sua mineralità pazzesca non si smette di bere. Infine il macerato da Riesling Italico, Zephyro, è un capolavoro di concretezza e meraviglia con la frutta secca che svetta tra la solita (si fa per dire) mineralità. Colleformica è vicino Velletri (a sua volta vicino Roma). Arancia Atomica da Malvasia di Candia e Trebbiano nella sua semplicità ha quel perché che non si capisce subito ma poi quando si inizia a bere lo capisci eccome. Con lo stesso uvaggio c’è Formica Pazza Gialla, il rifermentato che è giovanile, brioso, semplice. Ma efficace. Infine Primativo, il rosso da Primitivo che mantiene tutto il primitivo ma con l’aggiunta della mineralità vulcanica. La Torretta è a Grottaferrata, poco fuori Roma e nel Parco dei Castelli Romani. Terreni vulcanici che nei vini si rispecchiano appieno. Bolle di Grotta è il Trebbiano che si concede l’anfora cosi da non certo arricchirsi ma da completarsi. Semplice ma raffinato. Torretta ha in se, oltre al Trebbiano anche la Malvasia Puntinata per arricchirsi di un po’ di rotondità tale da renderlo più cicciotto e godibile. Mantenendo tanta tanta mineralità. Infine Rosa, il rosato da Sangiovese. Un nome delicato, un olfatto delicato. Poi, in bocca, esplode Valleris è a San Floriano del Collio (Gorizia). Due cugini, un progetto. Meraviglia. Il loro Sauvignon è qualcosa di talmente minerale e intenso (forse per i tre mesi di macerazione sulle bucce ed il successivo passaggio in rovere) che ti fa dire: io di questi due devo assaggiare anche tanto altro, I Nove Filari sono in piena Maremma, a Campagnatico (Grosseto). Oltre il mare è il Sauvignon marino che non ti aspetti. Va oltre il mare ma mantiene la sapidità. Un Sauvignon andato per mare insomma. Intensamente buono. Brezza di mare: prendi il Sauvignon, aggiungi il Vermentino, metti tutto in anfora e ciò che ne derivi è qualcosa che prima non capisci ma poi, quando afferri, lo tieni con te. Nuvole in Maremma: conservi l’anfora ma arrivano Trebbiano e Malvasia. Cambiano gli attori ma il risultato è sempre sorprendente. Sole di Maremma: l’anfora rimane ma qui c’è il signor Sangiovese con il Syrah e l’Aleatico che arriva per ultimo ma si fa sentire. Il blend è qualcosa di interessantissimo. Morbido ed interessantissimo. In Slovenia ho incontrato Tauzher Emil Tavcar con la sua Valerya 2014 (Malvasia e Vitovska), Vitovska 2018, Vitovska 2015, Malvazya 2015, Malvazya 2018, Malvazya 2020, Malvazya 2019, Vlkovin 2015 per i quali posso solo dire: wow. Capolavori puri. Certo, divisivi: piacciono o non piacciono. Ma se piacciono…. Schnabel è in Austria e i suoi vini sono pazzeschi. Legionär è il Sauvignon macerato che conserva quel tanto di zucchero residuo da renderlo incredibile e dal colore ambrato. Kor è il Blaufränkisch ovvero Franconia: mantiene il frutto, mantiene la freschezza, aggiunge l’eleganza. Che si vuole di più? Infine il Dio Pinot Noir, Hoch. Qui si annusa, si assaggia, si fanno tanti applausi e si dice: chapeau! Domenico Lombardo è a Calatafimi (Trapani), luogo della prima battaglia dei Mille di Garibaldi. Mezzatesta, un piacevolissimo sapido Catarratto che esprime a pieno quel gusto vivo della mandorla siciliana. Iamonte è il Catarratto macerato che assume un colore che è un programma dove le zagare si insinuano a provare di spodestare le mandorle. Scarlatta infine è il Nero d’Avola, fresco, profumato, avvolgente. Perché pure da queste parti un po’ di calore serve. Tenute Nynfà è a Santa Ninfa (Trapani). Caricato non può che essere da Catarratto che sa di spezie e miele mantenendo una fresca sapidità che conquista nella sua semplicità. Droide è lo Zibibbo secco. Non ha un marcato sentore di Moscato cosi che quando arriva in bocca, piace per la sua speziatura floreale. Sempre sapido ovviamente. Eppoi, eppoi il Driope che è quel Frappato che tanto mi piace per la sua capacità di essere fresco, fruttato il giusto, giovanile e che può anche essere bevuto leggermente fresco! Con Fabio Ferracane ci siamo abbracciati a lungo e intensamente. L’anno scorso non ero riuscito ad assaggiare il Vermouth dedicato al papà Nino, Ninù. Meno male che quest’anno l’ho fatto. Di questo Vermouth ho solo detto una cosa a Fabio: non vendere mai questa meraviglia a chi aggiunge ghiaccio o lo usa per i cocktail! Iacopo Paulucci è a Todi. Il Ponziano è il Trebbiano fresco e sapido che identifica a pieno l’Umbria e le capacità di questo vitigno di essere tenue ma gustoso se ben trattato. Jacopone (da Todi!) è il Grechetto. Sempre di Todi ovviamente. Qui si sale molto di complessità e intensità come tipico del Grechetto. Un vino ben fatto e che si gusta benissimo. Sempre sulla scia della sapidità. Ho assaggiato anche lo stesso vino in selezione Vigna Vecchia e devo dire che qui si capisce benissimo come le piante abbiano una importanza decisiva nel prodotto finale. Il Rimacerato da Trebbiano con passaggio in anfora è un inno alle piante selvatiche della zona (e non solo). Si gusta con tanta piacevolezza e accompagna pranzi e cene come se niente fosse. Baciafemmine è il rosato da Sangiovese e Aleatico: sapido, fresco, piacevolmente di frutta fresca senza essere invadente ma mantenendo comunque la vigoria umbra. Il Bascialesco unisce un vitigno internazionale come il Cabernet Sauvignon, ad uno omnipresente come il Sangiovese, ad un tipico e quasi perso vitigno umbro come il Grero (o Nero di Todi). Il risultato, dopo un passaggio in tonneaux, è di un vino leggero e speziato che non avvolge ma conquista per una pacata morbida freschezza. Infine il Nero Jacopone che fa tutto suo il Grero riuscendo a far capire in pieno come questo vitigno abbia delle potenzialità tutte da sfruttare: elegante, fine, per niente rustico. Vini Leoni è a Roncofreddo (Forlì e Cesena). Se ci si aspetta espressioni goderecci di una terra godereccia, non è così. I vini sono eleganti e determinati ma anche soavi e fini. Come il Leoni Bianco da Bianchello: non serve essere muscolosi con i bianchi. Basta saperli fare. Il Leoni Arancione è l’Albana macerato per 30 giorni. Che dire? Semplice, gustoso, bevuto, piaciuto! Poi a chiudere il Leoni Rosso da Sangiovese di Rubicone. Fresco, godibile, da mettere nel bicchiere a tavola e goderselo senza stare a pensare molto (ma sapendo che è fatto bene e quando dico bene, è bene!). Infine, Filarole. Siamo a Pianello Val Tidone (Piacenza). Statale 412 (in onore della strada che da Milano passa di li) è un macerato di uve Ortrugo, Verdea e Malvasia di Candia aromatica. Si sente il velo di tannino. Si sente l’aroma della Malvasia. Si sente tutto e rimane tutto in bocca. Piacevolmente con quel tocco di rusticità che intriga e te lo fa ribere. Fatto coi piedi potrebbe essere una brutta cosa ma non in questo caso. Rispetto al precedente si sostituisce la Verdea con il Trebbiano, si mette più Malvasia e si allunga la macerazione. Il risultato non è fatto con i piedi ma con intelligenza e sapienza poiché l’aromaticità si sposa con la sapidità per un vino che va bevuto per accompagnare (io lo userei per una Cacio e pepe). Onda d’urto è il rosato da Croatina. Tannico si ma anche fresco ed elegante. Quasi un rosso per cui non vi azzardate a berlo freddo! Rosso Filarole per chiudere, da Barbera e Croatina è il vino fresco e sincero che non va aspettato (anche se reggerebbe qualche anno). Sentori giusti e freschi, gusto giusto e fresco. Cosa si vuole di più? Il vino non è in crisi, è in metamorfosi I numeri ci dicono che i consumi scendono, che il mercato fatica, che le aziende temono il futuro.
Vini Selvaggi ci ricorda però una verità fondamentale: il vino non è solo un prodotto economico, è un gesto culturale. E in un luogo dove le persone ridono, parlano, si avvicinano, dove i produttori si raccontano senza filtri e i bambini giocano accanto ai calici, il vino torna alla sua essenza più antica: fare comunità. Perché la vera rivoluzione non è nel bicchiere. È tra le persone che quel bicchiere lo condividono.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Salone del Vino Torino 2026. Un segnale Arrow Right Top Bg

16 Marzo, 2026

Salone del Vino Torino 2026. Un segnale

  Il Salone del Vino Torino chiude la sua quarta edizione con numeri che fotografano un momento preciso della cultura del vino italiana.
Dal 28 febbraio al 2 marzo, le OGR Torino si sono trasformate in un hub di storie, territori e visioni contemporanee, registrando oltre 19.000 presenze, più di 500 cantine, 2.000 partecipanti alle masterclass e migliaia di persone coinvolte negli eventi diffusi in città. Non solo un evento.
È stato un segnale. Tanti segnali. Già dal sabato pomeriggio, appena aperti i cancelli, si percepiva un’energia diversa.
E soprattutto una presenza netta, evidente, quasi dominante: fascia 25-45. Wine lovers. Persone che il vino lo vogliono capire, scegliere, raccontare. Un pubblico che non cerca l’etichetta da esibire, ma un’esperienza da ricordare. Il Salone non è stato solo banco d’assaggio, ma una vera piattaforma di contenuti.
Il programma di masterclass, talk e momenti di confronto diretto con i produttori si è rivelato particolarmente ricco e strutturato, offrendo ai visitatori occasioni concrete di approfondimento. Oltre 50 masterclass hanno scandito le giornate con degustazioni guidate, focus su territori, vitigni autoctoni e interpretazioni contemporanee del vino italiano.
Spazi di dialogo reale, dove il racconto si è affiancato all’esperienza diretta nel calice. A questo si sono aggiunte aree tematiche dedicate alle nuove generazioni del vino, incontri con produttori emergenti e momenti di confronto pensati per avvicinare linguaggi, visioni e mercati diversi. Un’impostazione che ha reso il Salone un luogo di partecipazione attiva, non una semplice esposizione. Ed è in questo contesto concreto e dinamico che il talk Il Lato Giovane del Vino ha trovato la sua collocazione naturale.   Il Lato Giovane del Vino In questo clima si è inserito il talk & degustazione “Il Lato Giovane del Vino”, un format che evita la retorica generazionale e va dritto al punto: il vino non ha età anagrafiche, ha linguaggi. Non ho parlato dei giovani, ma con giovani professionisti che oggi prendono decisioni vere dentro le loro aziende. Produzione, visione, mercato, posizionamento. Nessuna promessa futuristica: presente puro. Tre cantine. Sei vini. Tre storie imprenditoriali che dimostrano una cosa semplice:
il vino sta smettendo di essere spiegato per iniziare a essere desiderato. Poderi Moretti, Tenuta Roletto, Scarzella e la “sfumatura” finale, Z-Rossa. Accoglienza più informale.
Meno distanza tra produttore e consumatore.
Comunicazione diretta.
I social usati come strumento, non come vetrina patinata. Un dialogo da entrambi i lati del tavolo: chi produce e chi sceglie.
Calice alla mano. Senza filtri.   I protagonisti nel calice Poderi Moretti (https://www.morettivini.it/)
Alessandra Moretti non parla di futuro. Lo pratica.
Formazione enologica ad Alba, studi in marketing, oggi gira il mondo portando la sua cantina oltre i confini geografici e mentali.
Accoglie gli ospiti come si accolgono gli amici di famiglia e racconta il Roero con un equilibrio raro tra precisione tecnica e calore umano. Tenuta Roletto (https://tenutaroletto.it/)
Enrico Luculano rappresenta quella generazione che non vuole modernizzare a tutti i costi, ma tradurre la tradizione in un linguaggio attuale.
Il suo racconto dell’Erbaluce non è nostalgia, ma consapevolezza territoriale.
Sa che innovare non significa rompere, ma comprendere profondamente ciò che si ha tra le mani. Scarzella (https://www.scarzella.it/)
Alessandro Scarzella ha lo sguardo di chi ha visto il mondo e ha scelto di tornare a casa.
Esperienze internazionali, studi solidi, poi la decisione di lavorare la propria terra insieme ai fratelli.
Sette etichette, ognuna figlia di un terreno diverso. Vitigni autoctoni, agricoltura sostenibile, produzioni limitate.
Non inseguono il mercato. Costruiscono identità. Z-Rossa (https://www.zrossa.it/)
Gianluca Tedeschi è designer nell’anima. E si vede.
Il suo liquore nasce dal vino biologico ma cresce dentro una storia familiare, con la pazienza di nonno Vincenzo.
Z-Rossa non è solo un prodotto: è un ponte tra artigianalità e visione estetica.   Una conduzione che guarda avanti: Simona Smeriglio Accanto a me, nella conduzione del talk, Simona Smeriglio.
23 anni. Sommelier AIS. Ma soprattutto una mente curiosa, rapida, affamata di storie vere. Non ama stare in superficie. Scava. Ascolta. Collega. Ha idee chiare su dove stia andando il vino e una sensibilità rara nel leggerne i cambiamenti. Conosce il territorio piemontese come chi lo vive davvero, non come chi lo studia sui manuali. Ne riconosce sfumature, differenze, tensioni evolutive e riesce a raccontarle con un linguaggio contemporaneo, accessibile, mai didascalico. Una presenza giovane, sì. Ma con lo sguardo di chi ha già capito che il vino non è materia da spiegare: è relazione da costruire. Il ritorno alle radici: la nuova generazione in vigna Un’altra attenzione emersa durante il Salone riguarda un fenomeno che attraversa molte regioni italiane e che in Piemonte sta trovando terreno fertile: la nuova generazione è tornata in vigna. Non per replicare modelli passati. Ma per riscoprire vitigni autoctoni abbandonati, reimpiantarli, ridare voce a profumi dimenticati e sapori che rischiavano di restare solo nei ricordi. In un’epoca che ha celebrato forse troppo a lungo sempre gli stessi nomi e vitigni, questi giovani produttori stanno riportando biodiversità, identità e coraggio sulle tavole. Un lavoro silenzioso. Ma decisivo. Ed è anche grazie a loro se oggi certi calici tornano a raccontare storie autentiche. Il vino al centro del progetto Il vino non deve essere trattato come oggetto da vendere. Deve tornare al centro del progetto. E attorno a lui il vero protagonista è il cliente finale: chi sceglie, chi acquista, chi consuma, chi racconta. A lui va dedicata attenzione vera: nella qualità, nel dialogo, nel linguaggio, nell’esperienza, nella comunicazione. Perché il vino del futuro non sarà quello più spiegato. Sarà quello capace di creare relazioni. E Torino, per tre giorni, è stata una conferma chiara di questa direzione.   Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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Federico D’Alessio. Il Bottino della vita Arrow Right Top Bg

13 Marzo, 2026

Federico D’Alessio. Il Bottino della vita

  Abbiamo due vite. La seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una. Confucio Non ho mai capito quando si realizza la consapevolezza cui Confucio fa riferimento. Magari non si realizza proprio. Si percorre la propria esistenza senza rendersi conto che non è quello il binario giusto. Alle volte capita di accorgersene troppo tardi. Però, se veramente capita e si ha ancora il tempo per cambiare strada valorizzando quella che si ha, l’unica che davvero si ha, allora il premio è davvero incredibile. Un premio o magari un bottino. Chi lo sa. Per renderci conto della nostra vita, di quanto sia sul binario giusto, forse dovremmo guardare a quella degli altri. Anche se, una cosa che ho imparato nella vita è come non ci siano due vite uguali. Ognuno ha la sua storia. Magari somiglia a quella di qualche altro per qualche elemento, qualche tratto. In realtà, è unica. Non ve ne è un’altra uguale nella sua totalità. Nessun copia e incolla nonostante tanti tentativi di chi desidera tanto essere nei panni di qualcun altro. Ogni vita presenta aspetti così particolari da renderla perfettamente distinguibile dalle altre. Aspetti che meritano perlomeno di essere ascoltati, in pochi casi raccontati. Tutte le vite possono essere oggetto di spunti, idee e riflessioni. Anche insegnamenti. Insegnamento. Ciò che viene insegnato (indipendentemente dalla capacità o volontà di apprendere), anche in modo occasionale Quella di Federico D’Alessio, ragazzo nato e cresciuto a Lanuvio, in provincia di Roma, sembra una storia come tante altre. Normale si direbbe. Spesso però si guardano le storie delle persone dal buco della serratura, dai social, da chissà dove senza mai interrogarci sul cosa quella persona stia provando. Alle volte mi capita di guardare qualcuno per strada, una persona a caso e chiedermi cosa stia provando, dove sta andando, chi lo aspetta, cosa ha fatto ieri. Domande che rimarranno senza alcuna risposta. Ognuno di noi entra in contatto con migliaia di persone durante la vita ma solo di poche, spesso di nessuna, ne sa veramente tanto. Lanuvio è uno dei 16 paesi dell’universo dei Castelli Romani. Tranquillo, a tratti troppo tranquillo. Fuori dalle rotte degli avventori delle tipiche fraschette, rimane un pò in disparte nonostante il suo importante passato. Venne infatti scelto come residenza da imperatori romani come Augusto e Marco Aurelio e diede i natali a Commodo e Antonio Pio. Da sempre a vocazione agricola per la coltivazione di kiwi, grano, uva. Tanta uva, tanta quantità ottenuta dalle classiche coltivazioni a tendone.  Negli anni 60 e 70 sì sono piantate uve atte a produrrei vini di buon grado alcolico, facili da bere. Vigneti che rendessero tanto con tanta Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Merlot, Sangiovese. Si piantava Merlot è Sangiovese per dargli un pò di spinta acida. Non c’è stato mai stata un’evoluzione vera e propria nell’agricoltura e nel modo di fare vino. A Lanuvio il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa. Con i pregi e i difetti di una simile circostanza. Con le tradizioni e i valori tanto forti da rappresentare una calamita per gli abitanti. Solo dopo una sorta di maturità e non certo per i ragazzi per i quali c’è, purtroppo, poco. Sia come attività sia come futuro.  Sono di quella generazione nella quale i padri e le madri hanno detto: studia, vattene diventa avvocato, dottore, trova di un lavoro migliore di quello che abbiamo avuto noi. Papà è stato operaio è stato operaio per 43 anni in fabbrica, in una catena di montaggio; mamma, maestra elementare.  Una vita normale, in un paese normale, con una famiglia normale. Eppure, nei modi di fare di Federico, nella dialettica, nei gesti, si intuisce come sia una persona che, ancorché giovane, abbia tanto da raccontare e al contempo da vivere. Padroneggia il linguaggio, usa riferimenti storici e culturali appropriati, è posato. Cosa diavolo c’entra con il vino? Sta proprio qui la magia della vita delle persone. Quella che può sembrare qualcosa di normale, ad un certo punto rischia di virare completamente. O parzialmente. Ci si trova a capire come la normalità tanto sbandierata abbia sempre e comunque piccoli o grandi elementi dirompenti.  Le scuole superiori vissute con i problemi che può avere qualunque ragazzo anche grazie a docenti in grado di creare passioni o odi per le materie. Non è sempre colpa dei ragazzi se qualcosa va storto.  Andavo a scuola contro voglia. Fortunatamente in quarta mi sono appassionato alla chimica. Mi facevo i fuochi d’artificio da solo. Volevo capire come funzionavano dall’interno. La chimica degli esplosivi. Feci una tesina molto particolare entrando in classe con un fornello bunsen facendo cambiare colore la fiamma bruciando vari tipi di elementi così da spiegare il fenomeno molecolare che avveniva, ovvero la transizione elettronica sugli orbitali atomici di questi atomi. Da lì mi sono agganciato a tutta la fisica quantistica che c’è dietro l’atomo, i fuochi San Giovanni quindi Cesare Pavese e il contesto agreste.  Ferma ferma. Fornello bunsen, atomo, fisica quantistica?  Non sono certo discorsi di un ragazzo di sedici anni. Semmai di qualcuno che queste materie le ha studiate davvero. In ogni modo Federico è l’esempio di come i ragazzi stimolati e compresi nelle loro attitudini possano fornire contributi pazzeschi. Occorrerebbero docenti capaci, non svogliati, attenti e dotati di grande spirito di autocritica. È cosi comunque che dal fornello bunsen Federico si iscrive all’Università con due ammissioni in tasca: Chimica e Biotecnologie Agro Industriali.  Ho capito che la chimica mi sarebbe piaciuta ma sarebbe poi diventata ad un certo punto estremamente teorica, mentre le biotecnologie mi davano la possibilità di applicare i miei interessi nella chimica nella biologia. Potevo in qualche modo innovare o provare a portare innovazione in un settore così tradizionale come quello che c’era in questo territorio. Il territorio è quello di Latina e dalle grandi pianure pontine ricche di tante realtà agricole sviluppatesi grazie ad un’agricoltura prettamente di tipo convenzionale e volta a produrre grandi quantità di prodotti alimentari per la grande distribuzione o per i mercati rionali.  Il ragazzo di Lariano, dopo la laurea inizia il dottorato in biochimica per spostarsi all’Università di Bologna per proseguire il percorso accademico.  Il percorso formativo offerto a Bologna aveva un approccio maggiormente pratico rispetto a quello di Roma dove era un po’ un minestrone. La tesina la feci con un professore che assecondò la mia passione per l’enzimologia ovvero l’utilizzo degli enzimi come catalizzatori di reazioni non necessariamente naturali, facilitatori. Delle figure microscopiche, anzi nanoscopiche di quello che poi vogliamo fare noi nella vita. Io faccio l’ottimizzazione dei processi, quindi facilito la vita a degli industriali. Gli enzimi fanno questo nella natura: facilitare. Lui lavorava appunto nell’enzimologia e mi poteva dare la possibilità di esplorare l’enzimologia dei batteri. Aveva dei dei progetti molto particolari perché lavorava prevalentemente su due molecole: uno era una polimerasi cui stavano modificando alcuni attivi per vedere come si comportava, perché le polimerasi umane per poter fare il loro lavoro, hanno bisogno di uno stampo a doppia elica di DNA. Aveva trovato il modo di modificare questa polimerasi affinché non avesse bisogno più del doppio stampo. Lo so, non ci state capendo nulla. In un articolo che dovrebbe parlare di vino ci si imbatte in enzimi, polimerasi, DNA, stampi di reazione. Aiutoooooooo. Se non capite, non importa. Non è detto lo capisca bene anche io e non serve comprendere nel dettaglio il significato di termini tanto astrusi. Importante è comprendere come la vita di un ragazzo di Lanuvio, bocciato in quarto superiore e presentatosi in classe con un fornello bunsen, si sia evoluta così incredibilmente da portarlo fare il ricercatore, lo scienziato. Non proprio l’ultimo dei mestieri ne tantomeno il più semplice. Laboratori in giro per il mondo, analisi dalla mattina alla sera, attività, progetti.  A Cipro usavo le alghe e l’acqua di mare per produrre bio gas, bio metano. Ero partito da dei fanghi attivati, quindi dal rifiuto dei depuratori. Ho prodotto una miscela composta per l’87% da metano e per il 13% da azoto. Un prodotto che in realtà era vendibile già in Olanda.  Uno guarda Federico dietro il banco di degustazione di un evento del vino e vede un ragazzo sorridente, semplice, allegro, disponibile. Ti parla dei suoi vini, di Lanuvio, della vigna del padre. Nessuno e dico nessuno immaginerebbe di avere davanti una persona che ha nella mente enzimi e polimerasi qualunque cosa vogliano dire.  Ad un certo punto ho sentito il bisogno di ritornare in Italia così che vengo a fare il dottorato a La Sapienza. Per tre anni mi formo e allo stesso tempo capisco che l’Università e la vita accademica, non fanno per me.  Uno dei tanti. Uno dei tanti ragazzi fagocitati dal sistema universitario della ricerca, basato su concorsi, contratti temporanei, progetti e tutte le precarietà possibili. Giochi di potere, nepotismo, amichettismo. Nulla sembra avere un senso se non per chi continua ad essere parte del sistema. Chi non digerisce più, va via. Proprio come Federico.  C’è un meccanismo sporco e che soprattutto funziona tanto più quanto è grande il tuo network. Se sei in gruppi già grandi, è facile che tu emerga se stai in gruppi piccoli, non emergerai mai. Io ero in un gruppo piccolo che, tra l’altro, faceva ricerca .  La ricerca sembra essere interessante solo per vive per la ricerca. Non per chi deve finanziarla. Finanziare qualcosa che ha a che fare con il cancro può anche essere mediaticamente vendibile ma se l’oggetto è il il metabolismo della vitamina B, non gliene frega niente a nessuno. Questo il dramma della ricerca in Italia dove ogni cosa è governata dalla politica che, non sapendo di cosa si tratti, si fa tirare la giacchetta dall’amico di turno. Ho capito che non avrei avuto un futuro lì. Nel frattempo avevo ripreso in mano i vigneti di di famiglia. Quelli che mio padre aveva sempre avuto. Erano gli anni in cui le cooperative fallivano e lui voleva estirpare tutto. Io gli dissi: facciamo una cosa diversa e cominciamo a vendere ai privati le uve mentre una parte ce la vinifichiamo noi. La biochimica dei metabolismi dei lieviti è la stessa usata in laboratorio. Tanti vivono di vino, perché non possiamo farlo noi e dare un senso a questo territorio.  Aldilà di qualunque poesia che il vino può offrire o suscitare, la crescita delle piante è un fatto scientifico. Il trattamento in vigna è un fatto tecnico. La fermentazione è un fatto scientifico. L’affinamento, le filtrazioni, i batonnage, e ogni piccolo pezzo del processo di produzione del vino è un fatto scientifico. Chiaro che Federico senta di avere le competenze. Non solo per produrre vino ma anche per cambiare qualcosa da sempre realizzato allo stesso modo.  Nel 2017 ho cominciato a gestire la produzione in vigna. Un ettaro. Un solo ettaro al quale Federico applica le proprie conoscenze scientifiche aiutato dal papà che, come si usa da queste parti e in qualunque cultura contadina, ha ricevuto il testimone dal proprio padre e così via fino alla notte dei tempi.  Il nonno ha insegnato a papà quello che era il suo modo di potare e papà lo ha insegnato a me. In inverno gli do una mano così per la potatura verde. Io porto quelle conoscenze di fisiologia vegetali così che laddove mio padre usa un modello per tutte le varietà riesco a fargli fare cose diverse. La prima bottiglia nel 2020 con l’Avvio. Un vino vecchio stile seguito nel 2021 con la sperimentazione dell’Orange.  Avvio  Il colore è un giallo che non sa decidersi se essere paglierino o dorato, proprio come il sole sui Castelli Romani nel tardo pomeriggio, quando la luce è ancora alta ma l’aria ha già smesso di bruciare. Al naso arriva prima la pesca, matura ed estiva. Poi la ginestra, il tiglio, una brezza di camomilla e salvia. Le scorze di mandarino aprono uno spiraglio agrumato subito ammorbidito dalla Malvasia. E poi ci sono loro, mandorla nocciola, discrete ma persistenti, che crescono mentre il vino si apre e si intrecciano con fiori e frutti costruendo qualcosa di coerente e bellissimo. È il profumo degli alberi di mandorlo in fiore. È l’ombra fresca sotto cui ci si siede d’estate senza dirsi niente, perché non c’è niente da dire. Trebbiano Toscano e Malvasia di Candia: due anime, un solo vino. La Malvasia porta la sua dolcezza avvolgente, quella carezza che ti fa stare bene senza sapere perché. Il Trebbiano risponde con la sua spinta acida, precisa e onesta, ristabilisce l’equilibrio e rimette il mondo in ordine. Il sorso è ampio, fresco, con una sapidità che insiste e torna come il mare che risale sulla riva e non si stanca mai. E quel finale di mandorla. Lungo, gentile, quasi affettuoso. Come il finale di una bella conversazione, quando ci si saluta ma la voce dell’altro ti resta ancora nelle orecchie. La bottiglia si svuota e non sai come. Non perché sia banale, tutt’altro. Perché è vero. Ti lascia stare, ti lascia ridere con chi hai accanto, spezzare il pane, guardare il tramonto. Uno di quei vini che non fanno finta di essere qualcosa che non sono. E questa, nel mondo del vino di oggi, non è una virtù minore. È una virtù rara. Avvio. Il nome non mente. È un inizio di un pasto, di una serata, di un’estate. Prima ancora di produrlo, il vino l’ho bevuto. Ho cominciato a bere il vino a sei anni con mia nonna paterna, nonna Rosa. Era molisana e mi dava un dito di vino rosso e diceva: bevi che sei pallido. Era il vino rosso che facevamo noi in casa a partire da Sangiovese mischiato con Malvasia e Trebbiano. Un vinaccio che era buono per sei mesi, poi prendeva l’aceto.  Nelle zone di Lanuvio così come in tutta l’area dei Castelli Romani, bere vino sfuso era ed è la normalità. Berlo in bottiglia, qualcosa di poco usuale fatto un pò per cercare di evolversi, per darsi un tono, per sperimentare. Si beve di tutto con le poche risorse che si hanno a disposizione. I miei anni a Bologna da questo punto di vista sono statiti formativi. Ho trovato delle compagnie che mi portavano a bere nelle enotechine giuste. Con il professor Hochkoeppler facevamo le nottate in laboratorio e poi andavamo a cena fuori nelle piccole trattorie della Bologna non turistica così da bere delle produzioni molto particolari di vari vitigni emiliano/romagnoli. Cominciai a sperimentare i vini non convenzionali dei piccoli produttori. Sono tornato, ho continuato a bere meno e meglio fino a che poi non ho cominciato a produrre vino facendo anche il corso da sommelier.  Un modo magari per istituzionalizzare il vino evolvendosi da semplice appassionato a produttore consapevole. Gli eventi, il confronto con gli altri produttori, il mercato. Tanto da imparare per chi proviene da un mondo così profondamente diverso e arriva invece in un altro dove la competizione è tanta al pari dell’ignoranza.  Dopo averli prodotti ho cominciato ad andare in giro per i ristoranti facendo il classico porta a porta. Tanto nella mia vita ho fatto di tutto. Ho cominciato a lavorare a 15 anni con mio zio che aveva un negozio di elettrodomestici facendo assistenza dei frigoriferi e lavatrici a casa delle persone. Con la transizione dall’analogico al digitale terrestre eravamo come i gatti e stavamo sui tetti del paese a montare le antenne. Ho fatto il pizzaiolo e consegnato pizze. A Bologna facevo il barista.  Nel 2020 la prima etichetta, nel 2021 l’Orange sempre vinificate conto terzi. Troppo poco un ettaro per permettersi una cantina. Adesso di etichette ce ne sono tre. Ma sempre troppo poche le bottiglie prodotte.  Ho trovato questo vinificatore che mi ha detto: senti, vieni, porta l’uva da me che ho un serbatoietto da 2000 litri. Feci 2214 bottiglie il primo anno (2020). Dopo il lavoro andavo in giro per i ristoranti bussavo: ciao senti, sono un piccolo produttore dei Castelli Romani, vuoi provare il mio prodotto? Ti va? Lasciavo la bottiglia da assaggiare spiegando il progetto. Poi capisci che era meglio aprire le bottiglie insieme a loro per farle assaggiare. Il primo anno vendo i tre quarti della produzione. Il resto mi rimase sul groppone.  Per un piccolo produttore iniziare a vendere dopo il covid, con tutti i medio grandi produttori con i magazzini pieni e la possibilità di fare sconti, non deve essere stato per nulla semplice. Federico come tanti. Tanta buona volontà, tanta voglia di fare bene, tante bottiglie rimaste nei magazzini. Anche fino a tutto il 2024. Avevo prodotto l’Orange perché avevo assaggiato i vini di Gravner e mi erano piaciuti. Feci 300 litri per gioco e ho venduto praticamente solo quello. Nel 2022 lo rifaccio e ha ancora un gran successo. Mille e una Vite è l’orange wine. Una di quelle etichette che già nel nome promette complessità e racconto. E lo fa davvero. Divisivo come non mai. Lo potreste trovare meraviglioso come orrendo. Ma ciò che conta è che la sua nascita che è arte e l’arte nasce sempre dall’unione di cose che sembrano distinte. Come Mille e una Vite, costruito sull’unione in parti uguali di cinque uve autoctone: Trebbiano Toscano, Trebbiano Giallo, Malvasia di Candia, Malvasia Puntinata e Bellone. Cinque voci diverse che Federico ha scelto di far cantare insieme, macerandole sulle bucce, lasciando che il tempo facesse il suo lavoro. Perché è questo, in fondo, ciò che distingue un orange wine da tutto il resto: la pazienza ovvero il coraggio di aspettare. Quando il vino entra nel calice, il primo pensiero è il colore: un oro caldo e profondo. È il colore del miele d’estate, dell’ambra antica, della luce che filtra attraverso le veneziane di una casa di campagna nel tardo pomeriggio. È già una promessa. Il naso è generoso senza essere stancante. Arrivano profumi di albicocca e pesca gialla disidratata, come se la frutta avesse attraversato un processo di concentrazione, di essenzializzazione. Poi la papaya, esotica e la frutta secca, mandorle, noci che richiamano quella mineralità tostata propria dei terreni vulcanici. C’è anche zenzero, una nota piccante e fresca che sorprende e, sullo sfondo, delle erbe di campo quasi secche, come l’odore di un prato d’agosto, quando l’estate ha già tolto l’umidità all’erba e ne rimane solo la memoria aromatica. Nel sorso, questo vino si apre come si apre una conversazione tra persone che si conoscono bene: con calma, senza forzare. C’è un ingresso sapido che prepara la strada, poi una progressione onesta, lineare, che porta a un ricordo di cedro e frutta secca nel finale. Non è un vino che cerca di essere quello che non è. È rustico, sì ma di quella rusticità che ha dignità, che non si scusa, che sorride di se stessa. Il tipo di carattere che si incontra raramente e che, quando si incontra, non si dimentica. È un orange wine di approccio. Non costruisce labirinti né esige decifrazione. Si siede accanto a te, ti accompagna durante un pasto o in un aperitivo, e lo fa con una naturalezza che è, essa stessa, una forma di eleganza. Mille e una vite non è un vino da meditazione. È un vino da compagnia ma come tutte le compagnie, occorre scegliersele.  Anche per quelle che sembrano poche bottiglie, Federico si impegna. Ognuno ha una molla che lo spinge a fare le cose. Per Federico è quel senso di precarietà latente che lo pervade. Lasciata l’università, entra prima in una azienda di ricerca poi inizia a fare il consulente. Etica, insofferenza per ciò che non gli va giù, idealismo, capacità di analisi del contesto. Tutto genera malumore, precarietà. Un ragazzo di poco più di trent’anni, con un figlio e una moglie avrebbe bisogno di maggiore stabilità. Forse è la vigna, il vino, quella stabilità ricercata. Non a titolo esclusivo ma, un supporto. Un elemento di stabilità in tanta instabilità. Un solo ettaro può bastare per iniziare un progetto. Magari per poi espandersi, per crescere, per credere che qualcosa di diverso, sia possibile. In fondo, i vini arrivano anche a Copenaghen. Quasi per caso, dopo aver letto un commento di un importatore su Facebook, Federico gli invia del vino. Piace subito. L’importatore gli dice di andarlo a trovare quando passerà per Copenaghen. Già, ma non è che uno ci passa così per caso. Mi chiama un mio amico e mi fa: senti, voglio andare a vedere il concerto di Placebo. Dove lo fanno? A Copenaghen. Così ho risentito l’importatore e gli ho detto: senti io sto venendo a Copenaghen per un concerto. Se vuoi, vengo un giorno prima, ci sediamo attorno a tavolo, assaggiamo i vini e facciamo due chiacchiere. Da lì è nata questa piccola collaborazione.  Cinque enoteche in giro per Copenaghen, distributore per alcuni ristoranti italiani e di cucina contemporanea a Copenaghen.  A Copenaghen si aggiungono altri clienti di Roma. Le cose iniziano a girare. 3800 bottiglie. 2200 di Avvio, 1300 di Mille e una vite, 500 di Cesanese, poi 300 rifermentato in bottiglia. Origine 2024 è il Cesanese che nel calice arriva con quel suo rubino semplice, sbarazzino, senza fronzoli, vivace e luminoso. Non cerca di impressionare. Non ha quella densità opaca di chi vuole fare a tutti i costi la figura del grande vino. È trasparente, quasi sincero. Si lascia guardare attraverso, come si lascia guardare attraverso la luce del pomeriggio di aprile sui Castelli. Poi al naso arriva la freschezza che non ti aspetti, o forse sì. Ma solo se conosci queste terre. Frutta rossa croccante, quella che ti viene voglia di mordere direttamente dalla pianta. Sentori balsamici vinosi, un verde vegetale che non è stanchezza ma vitalità. Un profumo che sa di vigna ancora addosso, di uva appena pigiata, di estate che finisce. C’è qualcosa di scrocchiarello in tutto questo, qualcosa di vivo e immediato, come mordere un grappolo direttamente dalla vite al tramonto. In bocca, Origine si rivela senza sovrastrutture. La sapidità è la prima cosa che parla,  decisa, vera. Una sapidità minerale che ti dice chiaramente da dove viene, su quale suolo si sono formate le radici. Poi la freschezza, che abbraccia tutto e un calore gentile che non brucia ma accompagna. I tannini? Ci sono, ma non fanno i prepotenti. Stanno al loro posto come gli ospiti educati di una cena semplice e buona. Origine non ha l’ambizione di essere il vino della vita. Ha qualcosa di meglio: la generosità di chi non ha nulla da nascondere. È il vino del tavolo apparecchiato in fretta in giardino, quello della bottiglia stappata senza cerimonie, di quell’ora tra il lavoro e la sera in cui hai voglia di qualcosa di vero. Lo apri, lo bevi, lo finisci. E se ne avanza, lo richiudi. Poi lo riapri. E ancora via. Poche, dannatamente poche le bottiglie, ma utili per ricavarne, lavorando in totale economia e senza grilli per la testa, un piccolo reddito. Per alleviare quel senso di precarietà. Di grilli per la testa Federico non ne ha. Non è tipo. Non è da lui.  Comprare un trattore costerebbe come una vettura ma io non c’ho mai avuto una macchina nuova. Ho cominciato girando con la vecchia Panda di mio nonno. Poi ho preso la macchina di mia madre. Adesso mi sono comprato l’Opel Corsa usata di una signora che mi ha fatto un prezzo d’occasione. Mi serve la macchina che mi porta un posto all’altro. Non ho bisogno di una macchina costosa. Il grosso delle riparazioni me le faccio da solo. Il tagliando me lo faccio da solo; il cambio come me faccio da solo. Io non rifiuto l’intervento sui vini quando c’è bisogno, perché chiaramente tu devi dare prima di tutto una bevanda potabile alle persone. Tutto quello che non è necessario non viene dato per non influenzare l’espressione. Le fermentazioni sono spontanee ma possono essere innestati lieviti se c’è bisogno di terminare la fermentazione per evitare il residuo zuccherino. Sul bianco, per esempio, innestiamo un lievito che abbiamo selezionato anni fa e che riportiamo avanti negli anni. La spumantizzazione è fatta con un lievito selezionato per realizzare uno stile di vino che piace a me. Federico è uno scienziato e la sua mente non può che ragiona in un maniera razionale. Parla di vigna e di vino estraniandosi dai fronzoli di una narrazione poetica priva di concretezza e riscontro scientifico.  Gli impianti hanno settant’anni e cominciano ad avere i loro anni. Per quanto sia bella la poesia di avere un impianto di settant’anni è un impianto che comunque prima o poi dovrò cambiare. La generazione di mio padre era la generazione del primo dopoguerra, che vive unicamente sulla tradizione e che accetta malgrado la raccolta meccanizzata.  Ma la raccolta meccanizzata, in un’epoca in cui non ci sono più i braccianti agricoli, diventa fondamentale. In questo scenario va preso in considerazione anche l’idea di impostare i filari in maniera da poter, nel giorno in cui non la possibilità di raccoglierla a mano farlo a macchina senza rovinare il prodotto.  Zero fronzoli e solo scienza. Magari poca poesia ma ineccepibile dal punto di vista razionale. Senza braccia di supporto, raccogliere a mano vorrebbe dire portare l’uva in cantina a temperature poco consone ad un processo qualitativamente corretto. Cosa che Federico non transige: i suoi vini devono essere qualitativamente ineccepibili.  I miei vini sono identitari perché da vitigni autoctoni. Lavoro quasi esclusivamente in blend. Con il Cesanese in purezza, solo per motivi commerciali per assecondare la tradizione vitivinicola di zona. Ecco dunque Federico D’Alessio, un ragazzo di Lanuvio diventato scienziato che per sopperire parzialmente alla sua precarietà si è messo a fare vino sulle terre della famiglia. Vini che gli vengono anche piuttosto bene e che evidenziano come non serva sempre essere arsi da qualche sacro fuoco per produrre qualcosa di notevolmente interessante. Un insegnamento che dovrebbe far riflettere molto coloro che si inventano storielle per promuovere qualche realtà vitivinicola. Non serve. Non serve davvero. Certo, continuo a pensare a cosa ci siamo persi nel non avere Federico unicamente come scienziato o nel non averlo nel produrre vino in maniera ancora più dedicata. Credo rimarrà una di quelle cose che non scoprirò mai nella vita. PS Federico non me l’ha detto ma credo che il nome Il Bottino rappresenti una sorta di guadagno meritato, di quella soddisfazione che arriva solo dopo il lavoro duro, dopo la pazienza, dopo l’attesa. Non la vincita improvvisa, ma il raccolto, quello che si ottiene perché lo si è seminato.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Best Wine Stars 2026 arriva! Arrow Right Top Bg

11 Marzo, 2026

Best Wine Stars 2026 arriva!


Riconferme e novità per la settima edizione della Fiera Internazionale dedicata al vino, food e distillati  Dal 16 al 18 maggio, il Palazzo del Ghiaccio di Milano ospiterà la settima edizione di Best Wine Stars, evento ideato e organizzato da Prodes Italia evento ideato e organizzato da Prodes Italia che, da quest’anno, ottiene il riconoscimento di Fiera Internazionale di settore da Regione Lombardia, con il patrocinio del Comune di Milano. La manifestazione si conferma come un appuntamento di riferimento per il settore dei vini e degli spirits, riunendo produttori italiani e internazionali, buyer, professionisti e stampa specializzata, in tre giornate di degustazioni, incontri e networking di alto livello. PERCORSI DI DEGUSTAZIONE E LA NUOVA AREA BRONZE Anche per il 2026, il percorso espositivo sarà suddiviso in aree tematiche, pensate per valorizzare le eccellenze del settore e offrire ai visitatori un’esperienza di degustazione completa. Saranno presenti: Area Vino Italia, Area Vino Internazionale, Area Bio, Area Spirits e Area Tasting. Accanto a queste, l’Area Food, ospiterà le proposte gastronomiche di Enduro Republic Bistrot, realtà nata nel borgo di Grazzano Visconti e fondata su una filosofia di condivisione e autenticità. Durante i tre giorni dell’evento proporrà una selezione di piatti semplici e genuini, realizzati con ingredienti locali e pensati per accompagnare le degustazioni. Tra le novità dell’edizione 2026 debutta l’Area Bronze, collocata al piano superiore del Palazzo del Ghiaccio: uno spazio dedicato a piccole aziende emergenti e produttori provenienti da territori meno rappresentati, offerto a condizioni particolarmente vantaggiose e con una formula pensata per favorire nuove realtà in fase di sviluppo. Enzo Carbone, CEO di Prodes Italia Con questa iniziativa riconfermiamo il nostro impegno nel sostenere e valorizzare, attraverso un aiuto concreto e mirato, le realtà promettenti che stanno ridefinendo il panorama del vino e degli spirits… L’area risulta già sold out, a conferma dell’interesse delle aziende più giovani e innovative del settore per la Fiera. NETWORKING: AREA VILLAGE E PIATTAFORMA DIGITALE Riconfermata anche l’Area Village, uno spazio dedicato a stampa, buyer e professionisti del settore, pensato per facilitare incontri commerciali e relazioni B2B. Lunedì 18 maggio, gli operatori del settore potranno ritirare un kit di degustazione in formula “blind box”, contenente alcune bottiglie delle cantine partecipanti all’iniziativa, stimolando nuove opportunità di contatto tra buyer, giornalisti e produttori. Dopo il successo della prima edizione nel 2025, da metà aprile sarà nuovamente attiva la piattaforma digitale ufficiale dell’evento, progettata per facilitare incontri, networking e interazioni tra espositori, buyer e operatori del settore prima, durante e dopo la manifestazione. PARTNERSHIP E COLLABORAZIONI 2026 L’edizione 2026 si avvale di una rete consolidata di collaborazioni. Tra i Partner Ufficiali, si riconfermano AGIVI e ASSOENOLOGI, mentre si affiancano al progetto per la prima volta AssoDistil, l’Associazione Nazionale Industriali Distillatori di Alcoli e Acquaviti, attiva da oltre 80 anni nella rappresentanza delle principali distillerie italiane e nella tutela degli interessi delle aziende associate a livello nazionale e internazionale, e il Consorzio Nazionale Grappa, organismo ufficialmente riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura per la tutela e la valorizzazione della Grappa a Indicazione Geografica. Il dialogo con i mercati esteri viene rafforzato grazie ai Buyers Partner, tra cui Strive International Consulting Ltd., società di consulenza internazionale specializzata in export marketing e sviluppo commerciale, Camera di Commercio Italiana in Ungheria e DANITACOM, impegnati nella creazione e sviluppo di opportunità Internazionali commerciali e relazioni. Si rinnova inoltre la collaborazione con diversi Media Partner di primo piano come I Grandi Vini, Italia a Tavola, Wine Meridian, DoctorWine, BarTales, Vino News 24, ItalianWineTour ed EventiMilano.it. Per l’edizione 2026 si aggiunge anche Wine Tales Magazine, piattaforma di riferimento dedicata al mondo del vino e agli appassionati, che racconta produttori, eventi, curiosità enoiche e itinerari attraverso contenuti realizzati da una redazione esperta. Durante la manifestazione, alcuni media partner saranno presenti con desk dedicati, dove si svolgeranno interviste, incontri e momenti di networking con giornalisti e espositori. L’eco della manifestazione sarà ulteriormente amplificato dalla creators community, composta da Simona Geri, Fabio Gobbi e Adriano Amoretti che accompagneranno la manifestazione nella divulgazione digitale dei contenuti, aumentandone visibilità e engagement tra appassionati e operatori di settore. MASTERCLASS, TASTING ROOMS E TALKS Accanto al walk-around tasting, Best Wine Stars 2026 proporrà un calendario di circa 12 appuntamenti tra masterclass, talk e tasting rooms, pensati per approfondire le principali tendenze del settore. Siamo cambiati | Sono cambiati i tempi o non abbiamo più tempo. Viaggio in Italia | Il vino che ci gira intorno No alcol | Non paragoniamoli, conosciamoli Piccole aziende, grandi progetti | L’Italia più nascosta si racconta Le masterclass offriranno l’opportunità di conoscere numerose aziende, approfondirne la storia e la filosofia produttiva e degustarne le etichette più rappresentative. Tra le realtà confermate in calendario figurano Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli, il Consorzio Tutela Vino Custoza DOC, la Cantina Sociale Luca Gentile Soc. Coop. Agr, Tenuta Il Finale Società Argicola ARL e molte altre. Le sessioni si terranno nella suggestiva Sala Piranesi e rappresentano un’occasione unica di aggiornamento professionale e di interazione tra produttori, buyer, stampa e appassionati.
A condurle sarà Adua Villa, scrittrice, narratrice digitale, sommelier e imprenditrice, affiancata da importanti nomi del settore tra cui: Mattia Asperti, sommelier e creatore della community Il Sommelier Divino, Francesco Quarna, speaker di Radio Deejay e vignaiolo, Valentina Vercelli, giornalista de La Cucina Italiana e Slowine, Stefania Vinciguerra, giornalista professionista caporedattore di DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia. Svelati in anteprima due appuntamenti da non perdere: Domenica 17 Maggio: la Tasting Room, curata da Fabio Bacchi, fondatore di BarTales e del Roma Bar Show, dedicata al mondo degli spirits. Lunedì 18 Maggio: il talk ufficiale di Italia a Tavola, che entra per la prima volta nel programma culturale della manifestazione. ll palinsesto completo sarà disponibile da metà aprile sulla piattaforma ufficiale dell’evento: visit.bestwinestars.com Con un format consolidato e contenuti in continua evoluzione, Best Wine Stars 2026 si conferma un palcoscenico privilegiato per promuovere vini e distillati, unendo esperienze sensoriali, approfondimenti culturali e relazioni professionali di alto livello, continuando a crescere nel segno della qualità e della valorizzazione delle eccellenze italiane e internazionali. Le candidature per partecipare a Best Wine Stars 2026 sono aperte fino al 20 aprile 2026.
Per informazioni e adesioni: info@bestwinestars.com   BEST WINE STARS 2026
Palazzo del Ghiaccio, Milano – 16 / 17 / 18 Maggio 2026
Riconosciuto come Fiera Internazionale di settore da Regione Lombardia ORARI AL PUBBLICO:
Sabato 16 maggio: 12:00 – 20:00 (ultimo ingresso alle 19:00)
Domenica 17 maggio: 12:00 – 20:00 (ultimo ingresso alle 19:00)
Lunedì 18 maggio: 10:00 – 18:00 (ultimo ingresso alle 17:00)   La Redazione
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La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni Arrow Right Top Bg

11 Marzo, 2026

La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni

    Nella cornice senza tempo di Via Margutta, da sempre cuore pulsante dell’arte romana, venerdì 27 febbraio ha avuto luogo un vernissage di straordinaria intensità. Presso La Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ombelico di quella Roma che vuole risorgere dalle sue ceneri culturali, abbiamo partecipato ad una serata che ha intrecciato sensibilità, ricerca estetica e celebrazione del talento contemporaneo, culminata nell’assegnazione del prestigioso Premio Internazionale Artemisia Gentileschi. Protagonisti dell’evento, sono stati percorsi capaci di dialogare tra loro in un raffinato gioco di rimandi espressivi. Un invito a riconoscere nell’arte uno spazio di espressione privilegiato per raccontare la complessità e la ricchezza dell’espressione umana. “L’arte è Donna – Universo Femminile” che ha celebrato la forza generatrice e simbolica dell’identità femminile, restituendone sfumature intime e universali. Le opere hanno raccontato emozioni, resilienza e visioni interiori, rendendo omaggio a una creatività che si fa linguaggio di emancipazione e bellezza. “Preziosi” di Adonella Scopigno ha offerto un percorso artistico dove materia e luce si fondono in un racconto vibrante. Le sue creazioni evocano gioielli dell’anima, frammenti di memoria e suggestioni preziose che trascendono l’oggetto per trasformarsi in simbolo. La sua ricerca si distingue per una raffinata sensibilità cromatica e una cura minuziosa dei dettagli, elementi che rendono ogni opera unica e profondamente evocativa. Ultima ma non ultima “Sovrapposizioni” di Matteo Polenghi ha esplorato il tema della stratificazione visiva e concettuale. Le sue opere si sviluppano attraverso livelli di segni e colori che si intrecciano, creando dinamiche prospettiche e tensioni narrative. Un lavoro che invita l’osservatore a superare la superficie per cogliere la complessità del reale, tra memoria, percezione e trasformazione. Tra le scoperte della serata Paolo Caputo alias Young Signorino; la cui evoluzione culturale, rappresenta uno dei percorsi più singolari e controversi della scena creativa italiana contemporanea: da fenomeno virale della trap a figura che sperimenta linguaggi visivi e performativi, spostando l’attenzione dalla musica all’arte concettuale. Ad accompagnare i presenti, una degustazione di alcuni vini dell’Azienda La Romiglia, che hanno impreziosito l’esperienza sensoriale degli ospiti. I calici hanno suggellato un momento di condivisione e dialogo, in perfetta sintonia con l’atmosfera elegante e conviviale della galleria. In particolare, le bollicine Atena ottenute da Pinot Grigio hanno rappresentato appieno l’universo femminile superando ogni tipo di luogo comune. Gli effluvi suadenti di fiori e frutta, ritrovati perfettamente in bocca, contrastano con le forti e vigorose bollicine agrumate nonché in un finale piacevolmente amarognolo per concedere un senso di totale appagamento. Un abbandonarsi agli elementi primordiali. Un guardarsi nel profondo per dare risalto a ogni piccola contrapposizione che diventa forza e spinta verso il futuro. Un vino, una bollicina che nel calice diventa bellezza emancipata, voglia di affermazione, determinazione, forza. Preziosità e stratificazione si ritrovano invece nell’eleganza balsamica del Valpolicella, un vino che La Romiglia celebra con l’eleganza discreta di sentori mai opulenti, con la croccantezza de frutti, con la freschezza mai spenta. Un vino che avvolge i sensi senza rinunciare alla giocosità dinamica delle prospettive comunicative, di quel dialogo base dello stare insieme. Tutto si rincorre senza mai sovrapporsi. La stratificazione è negli odori e nei sapori che arrivano indicando la via al successivo. La preziosità di una bocca che rimane appagata da sapidi frutti rossi e da un corpo sinuoso che non concede tempo. Un vino che si afferma discretamente, fornendo quel calore gioioso che appare per poi scomparire. Così da richiedere un nuovo sorso. Il vernissage si è confermato così un appuntamento di rilievo nel panorama culturale romano: un incontro tra artisti, critici e appassionati, un tributo alla creatività e alla forza espressiva dell’arte contemporanea, nel segno dell’eccellenza e della valorizzazione del talento. La serata ha ribadito il ruolo della Galleria Internazionale Area Contesa ArteDEsign come luogo di incontro, valorizzazione e dialogo artistico, celebrando la creatività come forma di bellezza e consapevolezza condivisa.   Ivan Vellucci                     Marco Sargentini    
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ViniAmo 4a Edizione. Il Wine Tasting della Capitale torna a far battere i cuori Arrow Right Top Bg

10 Marzo, 2026

ViniAmo 4a Edizione. Il Wine Tasting della Capitale torna a far battere i cuori

  29 marzo 2026 Roma, Hotel Cristoforo Colombo Quattro edizioni. Quattro colpi di fulmine. Un solo grande amore: il vino. ViniAmo non è arrivato alla sua quarta edizione per caso. È cresciuto anno dopo anno grazie a un successo autentico, costruito calice dopo calice, incontro dopo incontro. Wine lovers, operatori di settore e stampa hanno scoperto etichette sorprendenti, vini di nicchia capaci di lasciare il segno, piccole grandi realtà dell’enologia italiana e internazionale difficili da trovare nei circuiti più battuti. ViniAmo è il Wine Tasting della Capitale perché racconta il vino che emoziona, quello che non ti aspetti, quello che ti fa dire “dov’era nascosto?”. E insieme al vino, una proposta gastronomica sfiziosa e ricercata, anch’essa di nicchia, pensata per creare abbinamenti intriganti e nuovi colpi di fulmine. Il simbolo della kermesse? Quattro cuori. Perché chi entra a ViniAmo difficilmente lo dimentica. Le masterclass di ViniAmo 2026: dalla Francia alla Sicilia, un trionfo per tutti i sensi A  ViniAmo il calice non è solo degustazione: è racconto, scoperta, confronto. L’edizione 2026 propone tre masterclass esclusive, a numero chiuso, pensate per chi vuole andare in profondità e vivere il vino con mente, naso e cuore. I biglietti con i vari importi per le quote di partecipazione, sia per i winelovers sia per gli operatori, sono acquistabili qui su Eventbrite A chiudere la manifestazione, l’evento ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio, con un focus dedicato ai vini laziali. Anche in questo caso, i biglietti sono disponibili sempre su Eventbrite Scopri di seguito tutto sulle Masterclass di ViniAmo 2026 … Un viaggio con Chardonnay e Cabernet Franc ore 13.00 – 14.30 Dalla finezza minerale di Chablis all’eleganza vibrante della Valle della Loira. Un percorso tra Borgogna e Saumur per scoprire due vitigni iconici — Chardonnay e Cabernet Franc — attraverso terroir francesi di straordinaria identità. A guidare la degustazione sarà Marco Recupero di Goudron Wine Selections, che accompagnerà i partecipanti in un itinerario composto da 6 vini tra bianchi e rossi, espressione autentica dei territori più rappresentativi della Francia. Protagonisti della degustazione saranno: Emmanuelle Fourrey – Chablis (Premier Cru) Clos de Léchet 2024 Mont de Milieu 2023 Les Fourneaux 2023 Clotilde Legrand – Saumur Champigny La Chaintrée 2015 Les Rogelins 2011 Les Terrages 2004 Un confronto tra annate, cru e interpretazioni che raccontano eleganza, profondità e longevità. Un viaggio internazionale senza lasciare Roma. Quota di partecipazione Wine Lovers: 50 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 35 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) Sono i sensi che contano ore 15.00 – 16.30 Qui si gioca sul serio. Una masterclass al buio, un vero blind tasting per eleggere il miglior vino di ViniAmo 2026. Guidati da Ivan Vellucci Direttore di Wine Tales Magazine, i partecipanti degusteranno 7 vini dal Nord al Sud Italia, selezionati tra etichette iconiche e riserve speciali degli espositori presenti all’evento. Un’esperienza immersiva che metterà alla prova naso, memoria e tecnica di degustazione. Per i più esperti sono previsti anche premi… ma lo spirito è quello della sfida elegante, del confronto e della sorpresa. Un viaggio sensoriale dove non conta l’etichetta, ma ciò che il vino racconta nel calice. Quota di partecipazione Wine Lovers: 45 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 30 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito)   L’Anima del Vulcano: viaggio tra i vini dell’Etna ore 17.00 – 18.30 Un’immersione nell’energia pura della Sicilia orientale. Un viaggio tra suoli lavici, altitudini estreme e microclimi che rendono l’Etna una delle aree vitivinicole più affascinanti e dinamiche d’Europa. La masterclass è realizzata in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Etna DOC. A cura di Roberta Marchese Ragona, con la conduzione del Dott. Maurizio Lunetta, direttore del Consorzio. L’Etna — vulcano attivo più alto d’Europa, con i suoi 3.400 metri — domina la Sicilia orientale e plasma una viticoltura eroica e identitaria. L’Etna DOC, istituita nel 1968 come prima DOC siciliana, è oggi tra le denominazioni italiane più apprezzate sui mercati internazionali, in particolare negli Stati Uniti. Il territorio vulcanico offre suoli lavici stratificati, versanti differenti, altitudini variabili e microclimi unici. Il risultato? Vini mai omologati, ma ricchi di contrasti, personalità e tensione minerale: una vera “isola nell’isola”. In degustazione: 4 Etna DOC Bianco 4 Etna DOC Rosso una sorpresa esclusiva, pensata per raccontare la forza del vulcano e l’eleganza dei suoi vini. Un’esperienza intensa, verticale, identitaria. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito)   ABC della degustazione ore 19.00 – 20.00 ViniAmo 2026 si conclude con brindisi speciali. L’ ABC della Degustazione con Le Donne del Vino del Lazio è una Masterclass curata da Alessandra Massimi insieme a Sara Costantini, Vice Delegata Lazio dell’Associazione Le Donne del Vino. Un appuntamento esclusivo pensato per celebrare il percorso della manifestazione e guardare con entusiasmo al futuro del vino. Non sarà una semplice degustazione, ma un viaggio sensoriale e culturale guidato da alcune tra le protagoniste più rappresentative del panorama vitivinicolo laziale. Durante l’incontro, i partecipanti scopriranno le basi dell’arte della degustazione, imparando a leggere ogni calice con maggiore consapevolezza, tra tecnica, emozione e racconto del territorio. Protagoniste della degustazione saranno rinomate cantine del territorio: Vigneti Jacobini Azienda Agricola Torre dei Falchi Villa Simone Vini Valle Marina Eredi dei Papi Con questo brindisi conclusivo, ViniAmo 2026 lancia un messaggio chiaro e coinvolgente: il vino è cultura, esperienza ed emozione. Quando viene raccontato da chi lo vive ogni giorno, diventa una storia capace di unire persone e territori in un unico, grande brindisi. Quota di partecipazione Wine Lovers: 40 € (include accesso ai banchi d’assaggio) Operatori del settore e Stampa: 25 € (banchi d’assaggio accessibili gratuitamente previo accredito) I PROTAGONISTI DI VINIAMO 2026 A ViniAmo 2026 scoprirai cantine selezionate provenienti da diversi territori italiani e internazionali, accomunate da una filosofia produttiva orientata alla qualità, alla ricerca e all’identità.   VALLE D’AOSTA D&D Maison Agricole PIEMONTE Ferrero Cristian Cantina Pertinace Az. Agricola Valletti Roberta Cantina Mascarello Michele & Figli Claudio Mariotto Gozzellino Gavi dei Gavi – La Scolca LOMBARDIA Retica Vini TRENTINO ALTO ADIGE Cantina Bazzanella VENETO Società Agricola Eleva Stefano Bottega FRIULI VENEZIA GIULIA Vini Zorzon Azienda Vinicola Fruscalzo LIGURIA Tenuta Maffone EMILIA ROMAGNA Cantina Messori TOSCANA Cantina Tuscania CasaGrande della Quercia Tenuta Friggiali – Montalcino Il Borro Toscana Gagiablu Luteraia Poggio Bonelli | Chigi Saracini MARCHE Terre di Serrapetrona Tenute Recchi Franceschini UMBRIA Azienda Agricola Castello di Corbara Tenuta di Saragano Fattoria Le Poggette Perticaia Cantina Baldassarri LAZIO La Riballina Villa Simone Borgo del Cedro Cantina Raparelli Tenuta Iacoangeli Terre del Veio Giorgio Pecora Vini Azienda Agricola Biologica Monti Cecubi ABRUZZO Tenuta De Melis MOLISE Cantina Valtappino CAMPANIA Aroma Winery Azienda Le Grazie Cantina Vezzoso Azienda Agricola San Giovanni PUGLIA Anastasia Tommasino Wine Specialists Council – Associazione del Moscato di Trani Giancarlo Ceci BASILICATA Vitis in Vulture CALABRIA Tenuta Santoro Cantine Viola Tenuta Renda SICILIA Consorzio Tutela Vini Etna Doc (protagonista in una masteclass – presto tutti i dettagli) Flavia Rebellious Wines Azienda Agricola G. Milazzo Tenute Foti Randazzese SARDEGNA Siddura Vini TraMonti Agricola Niuge ESTERO Domeniile Averesti  – Bucarest – Romania Goudron Wine Selections: Domaine Emmanuelle Fourrey – Borgogna – Francia Domaine Clotilde et René – Noël Legrand  – Loira – Francia DISTRIBUTORI e ORGANIZZAZIONI Stappando.it (presto l’elenco dei loro migliori produttori di varie località d’Italia) Decanto che proporrà il format Tre Cavatappi in Tour, sarà quindi possibile assaggiare alcuni dei migliori vini della Guida Untold premiati con i Tre Cavatappi. ABC della Degustazione: Marco Mergè vini dal 1920 (Lazio) Azienda Agricola Cavalieri (Lazio) Chiorri dal 1890 (Umbria) FOOD & EXTRA VINO Il Primotto (Primi appena cotti) – Toscana Associazione Parmigiano Reggiano – Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano – Emilia Romagna Nativa Bio (creme spalmabili) Sapor Maris (Salmone affumicato & company) Azienda Agricola Marco Cacioni (Olio) – Lazio Pasticceria Cera (Punto gastronomico) – Lazio Baked Potato (Punto gastronomico) – Lazio Alberto Paolino – Pizzaiolo (Punto gastronomico) – Campania/Basilicata SPIRITS Bepi Tosolini (Amari e Distillati) – Friuli Istintosardo (Liquori di Sardegna Artigianali) – Sardegna Musa Gin (Spirits Artigianali Siciliani) – Sicilia TazSiena (Gin) – Toscana   EXTRA Club Amici del Toscano (Sigari in abbinamento con vini e liquori) – Lazio SPONSOR Careisgold – Operatore professionale in oro Memory Box SPONSOR TECNICO SAL.PA. – Pan de Roma con una vasta area gourmet, offrirà assaggi gratuiti di snack salati su tutti i banchi d’assaggio – Lazio   UNA FESTA DEL VINO E DEL GUSTO Minelli Wine Events è la realtà ideatrice e organizzatrice di ViniAmo. Specializzata nella progettazione di eventi enogastronomici di qualità, Minelli Wine Events crea format capaci di connettere produttori, operatori e pubblico finale in contesti curati, dinamici e altamente professionali. La mission è valorizzare le eccellenze di nicchia e offrire esperienze autentiche. A ViniAmo non si degusta soltanto.Ci si innamora.   ORARI E MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE L’evento si svolgerà dalle 12:30 alle 20:30, ultimo ingresso ore 19:30. Biglietto intero: 25 € – accesso ai banchi d’assaggio e più di 350 vini in degustazione. Ridotto: 20 € – riservato a sommelier con tessera in corso di validità, studenti universitari, gruppi e associazioni di almeno 8 persone. Ingresso gratuito per operatori del settore, (ristoratori, titolari di enoteche, wine bar, agenzie di rappresentanza, distributori, ecc.) è possibile richiedere l’accredito scrivendo a: operatori@viniamoroma.it  indicando nome del richiedente e dell’attività. 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Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo Arrow Right Top Bg

6 Marzo, 2026

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

  Accoglienza. L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie Se ne parla in continuazione. Specialmente in Italia dove, con l’annoso problema della gestione dei flussi migratori, l’accoglienza, che sia prima o seconda o terza o chissà quale livello, è l’elemento essenziale da gestire. C’è chi accoglie spontaneamente, chi lo fa per business, chi per mantenere posizioni di potere o politiche. Sembra proprio che l’accoglienza, quella che la definizione imporrebbe, sia ormai un lontano ricordo. Eppure proprio in quella regione italiana, da sempre in prima linea nell’accoglienza, il rapporto con i diversi popoli del Mediterraneo e non, è parte integrante della cultura.
La Sicilia ovviamente. Assabbinidica. Che Dio ti benedica. È questa la formula arcaica usata dai siciliani per salutare le persone anziane o dotate di una certa autorità. Un modo per onorare l’ospite nella maniera più alta. Una abitudine frutto di oltre 3000 anni di accoglienza: Fenici, Greci, Romani, Barbari, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borboni. Popoli, persone, italiani inclusi (arrivati con lo sbarco dei Mille a Marsala), portatori della propria cultura sull’isola più affascinante del Mediterraneo. La Sicilia è un’isola meravigliosa della quale non si può non rimanerne incantati. Qui tutto fa storia a se e ogni cosa è qualcosa che sembra una contraddizione ma contraddizione non è. Spesso, troppo spesso, ci si perde nei luoghi comuni, come quello narrato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’incredibile e sempre attuale romanzo Il Gattopardo I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…la loro vanità è più forte della loro miseria… Luoghi comuni e falsità, proprie di chi non ha messo piede in questa meravigliosa terra oppure si è limitato a vedere quello che fanno vedere ai turisti. Addentrandosi invece nella Sicilia delle terre, delle interminabili e arse colline, dei pascoli e del silenzio che porta con se solo saggezza qualcosa si può iniziare a capire
I grandi latifondi, i nobili con i loro privilegi, la povera gente che lavorava per un tozzo di pane. Un immobilismo che non accettava cambiamenti. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”
Don Fabrizio, principe di Salina parlava della volontà dei nobili siciliani di non cambiare, del voler restare ancorati al passato, agli antichi privilegi. Così che per non cambiare nulla il nipote Tancredi suggeriva Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi La Sicilia del Gattopardo era ancora governata da nobili parrucconi dei grandi possedimenti fatti di latifondi, case, palazzi. Financo persone.
Possedimenti transitati indenni nei secoli e arrivati fino ai giorni d’oggi. Non tutti. Alcuni smembrati in tante particelle altri ceduti in toto, magari per ragioni economiche. Altri con alterne vicende.
Il Feudo Disisa, oltre 400 ettari nei pressi di Monreale, venne ceduto, insieme ad altri sei feudi, da Guglielmo II detto il buono, intorno al 1172, all’Arcivescovado di Monreale per finanziare la costruzione della stupenda Cattedrale. Guglielmo era un Altavilla, un Normanno e in quello stile fece erigere la Cattedrale. I normanni conquistarono la Sicilia nel 1060 dagli arabi, gli stessi che, insieme alle tante altre cose lasciate in Sicilia, diedero il nome al Feudo di Sisa. Sisa, zisa, cosa preziosa. Deriva dall’arabo aziz: caro, prezioso, splendido. Quando si dice ad una donna siciliana che si è azzizzata vuol dire che se ne riconosce la capacità di essersi sistemata meravigliosamente. Feudo di Sisa diventa di proprietà della famiglia Di Lorenzo a fine ‘800 e arriva ai giorni d’oggi con Mario a gestire l’azienda. Mario Di Lorenzo, un ingegnere prestato alla agricoltura e alla Sicilia intera. Quando ho finito la scuola in azienda c’era il nonno, ma soprattutto l’azienda era un’azienda agricola senza trasformazione di nulla. Vendevano le uve. Mio padre aveva in mano la situazione e io sono stato lasciato libero. Ho fatto i miei studi da ingegnere. Durante il periodo di dottorato, mio padre aveva sempre avuto l’idea di tornare fare vino, perché noi facevamo vino. Mio nonno ha fatto vino fino alla fine degli anni 70. Un vino da taglio, vino sfuso, quindi non imbottigliato. Con le cantine sociali si è cominciato a conferire l’uva. Mario è una persona calma e posata. Forse una dei pochi siciliani che non si scompone rimanendo nel suo aplomb fatto di gentilezza e cordialità. Il dialogo con lui è incredibilmente rilassato. Anche se gestisce una azienda grandissima, si ferma per abbandonarsi ai ricordi di un passato che non si può che ascoltare a bocca aperta. Feudo Dsisa non è solo un’azienda storica ma un riferimento nel territorio. Di quelli che diventano famiglia all’interno di un tessuto sociale nel quale è importante potersi riunione intorno ad un focolare e sentirsi parte di qualcosa. È cosi che qui a Disisa sia facile imbattersi in giovani lavoratori figli o nipoti di chi già lavorava qui. Una famiglia che, come nelle vecchie tradizioni contadine di un tempo, vive all’interno di un medesimo casolare. Siamo nelle campagne del comune di Monreale, completamente lontani dalle rotte turistiche. Le distanze in Sicilia non sono mai quelle che sembrano e, in questo caso, nonostante Feudo Disisa sia nel comune di Monreale, per arrivare in paese servono non meno di 40 minuti percorrendo strade non certo agevoli. L’abitato più prossimo è Grisi che conta quasi 1000 abitanti. Tutto intorno c’è solo il nulla delle dolci colline spesso non coltivate e dei silenzi rotti dal ronzio delle grandi pale eoliche che cercano di raccogliere un po’ di energia dal vento senza che nessuno sappia dove andrà a finire. Mio padre ha la soddisfazione che io abbia preso in mano tutto questo. Lui per tanti anni, da bambino, ha vissuto a Disisa. Era il periodo della guerra e Palermo era pericolosa per via dei bombardamenti così che tutta la famiglia si è trasferì qui. È veramente cresciuto in azienda. Andava a scuola a Grisi. È cresciuto qui e ha avuto un legame molto più forte di quello che ha avuto io. La passione che l’ha mosso è qualcosa io dico di invidiabile. Il fatto che io ci sia arrivato dopo, a lui ha fatto sempre piacere per dare continuità al lavoro fatto. Da abitazione principale per sfuggire alla guerra a casa di campagna con l’arrivo del benessere. Un luogo dove passare le estati e staccare la spina dalla quella caotica Palermo. Palermo, casa, la città della famiglia Di Lorenzo, degli studi di Mario in ingegneria. Sono stato lasciato libero, anche perché mio padre aveva fatto a sua volta anche altri studi. Studiò legge e lavorò alla Regione Siciliana per tanti anni. Anche lui si divideva le due cose. Dopo l’università ho fatto anche tre anni di dottorato all’Università e contemporaneamente avevo cominciato a fare libera professione in uno studio professionale a Palermo. Una visione abbastanza larga e poi, a poco a poco, ho abbandonato il tutto. È proprio vero che spesso, quando una famiglia di città possiede una terra, per i figli questa diventa come una sorta di soprammobile, un elemento decorativo che sembra non servire. Ci si occupa di altro perché la terra, ciò che serve per lavorarla, cosa produce, ecc. è di pertinenza del padre che deve aiutare il nonno. Si certo, ci si va ogni tanto, ci sono ricordi, i momenti belli, ma non ce ne si occupa in prima persona. È capitato anche a me con le terre di mio padre per poi ritrovarmi a non saper letteralmente cosa fare quando morì improvvisamente. Poi arrivano quei momenti quando le cose cambiano o iniziano a cambiare. Senza un perché. Nel 2004 abbiamo ricominciato a fare vino in azienda con la nuova cantina. Ho cominciato veramente ad entrare attivamente in azienda quando costruimmo la cantina seguendone la parte ingegneristica. Mi sono seguito tutti i lavori, ho progettato gli impianti elettrici e poi ci siamo ritrovati con questa cantina bella, grande e pronta per lavorare. È stato quasi naturale, giorno dopo giorno. Sempre più coinvolto. Fino al 2009/2010 ho fatto entrambe le cose. C’era ovviamente e c’è tutt’ora mio padre che in quel periodo era sicuramente molto più attivo di adesso. Mi sono permesso di potere fare due cose contemporaneamente. Poi sempre meno l’ingegnere e sempre più coinvolto in azienda. Mese dopo mese, anno dopo anno, il coinvolgimento è stato totale. Per le sue dimensioni, per le quantità di prodotti raccolti e, soprattutto, per il non occuparsi a tempo pieno dell’azienda, Feudo Disisa non trasformava nulla. Conferiva le proprie uve. Almeno fino a quando la voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso fa capolino. Da una professione in qualche modo a un imprenditore, il passo è importante. Andavo dal commercialista con mio padre e me ne andavo come come fossi stato bocciato ad un esame. Frastornato completamente. Ingegnere, dottorato all’università, libera professione. Palermo. La città. Gli amici. La vita. Tutto lontano anni luce da Monreale, dalla azienda, dal Feudo, dalla terra. Dal vino. Niente, non c’era nulla in comune con una vita dalla quale Mario non voleva staccarsi. Però le cose avvengono naturalmente, senza accorgersene. Perché si è invischiati negli affari di famiglia o perché si capisce che senza quella linfa, non si è nulla. Ciò che però Mario capì è che ad una azienda così grande come Feudo Disisa, serviva un approccio diverso, meno romantico e più impegnato, fatto di testa e managerialità. Oggi per portare avanti un’azienda, ci vuole tanto altro. Non basta più solo il vino. C’è tutto l’aspetto di comunicazione e marketing, organizzazione commerciale, ecc. Che se non sei pronto, rischi di fare un flop e di perderci i soldi. Ancora oggi noi facciamo degli investimenti per cercare di portare l’azienda ad avere dei dei degli utili. Abbiamo 120 ettari di vigneti ma parte di questi sono piante di 35/40 anni: un bassissimo livello produttivo e costi di gestione molto alti. Vitigni magari non di grande interesse. Banalmente abbiamo sette ettari di Merlot che, per quanto possa essere qualcosa di buono, alla fine non è un il vitigno siciliano e non è la Syrah che in Sicilia ha trovato condizioni pedocmatiche ideali. Un cambio di rotta voluto fortemente dalla famiglia per passare dal vendere il 100% delle uve ancora nel 2004 all’anno successivo dove ne venivano lavorate il 50%. Oggi, quella cantina progettata e realizzata da Mario ha un potenziale produttivo di oltre 700.000 bottiglie così che Feudo Disisa produce per se e per altri produttori italiani. Se io guardo al passato, tra quello che si faceva ai tempi di mio nonno e oggi, c’è un abisso di differenza. Questo abisso è stato costruito nel tempo. Se guardo a come si faceva il vino da noi 10 anni fa, diciamo che tendenzialmente era la stessa cosa, ma ora ci sono quei tanti piccoli accorgimenti. Siamo migliorati tanto in tanti aspetti sia da un punto di vista agricolo, sia da un punto di vista di tecnologie e know how. Tanti piccoli miglioramenti tecnologici che una azienda come Feudo Disisa non poteva non abbracciare per arrivare a produrre, in regime biologico da sempre, vini che sanno di Sicilia anche non provenendo sempre da vitigni autoctoni siciliani.
Nello stranissimo mondo del vino italiano accade che se un grande e famoso produttore crea meravigliosi vini con vitigni internazionali viene identificato come un innovatore ma se la stessa cosa capita ad un piccolo, lo si taccia di scarsa attenzione al territorio.
Feudo Disisa ha in se la doppia anima dei vitigni autoctoni siciliani e degli internazionali frutto questo di qualcosa che molti dimenticano. Nell’83 mio padre impiantò un vigneto sperimentale in collaborazione con l’Irpos Istituto regionale della vite dell’olio che a suo tempo era della vite e del vino. In quel tempo il presidente era Diego Planeta, amico di papà che lo coinvolse in questa sperimentazione. Si fecero cinque campi sperimentali in diverse zone della Sicilia proprio per vedere questi vitigni internazionali che risultati potevano avere. In quegli anni il vino siciliano era considerato vino di massa e non di qualità. Le uve venivano vendute ai grandi produttori del nord per produrre vini di maggior grado alcolico. Poi arrivò anche il metanolo e serviva una soluzione per rendere il vino siciliano più adeguato ai tempo. Più internazionale magari e con lo scopo di mettere in secondo piano i vitigni autoctoni considerati (sbagliando) non di qualità. L’intuizione fu dunque il ricercare la qualità attraverso vitigni che nel mondo sono sinonimi di qualità. Il ragionamento quindi nasceva dal falso di considerare i vitigni siciliani di secondo piano. Però dico alla fine tutto questo è servito per farci prendere consapevolezza. Quando facemmo l’esperimento in questo vigneto sperimentale, c’erano filari di Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon così come varietà che non hanno avuto successo: Riesling, Glera, Müller Turgau, Pinot Bianco. Adottando i vitigni internazionali e capendo come questi potevano ben figurare in Sicilia, si compresero a pieno gli errori del passato.
Forse un paradosso ma i grandi investimenti contribuirono ad un maggior innamoramento del territorio, di quella terra meravigliosa transitata nei secoli delle dominazioni. L’amore per la propria terra torna nei discorsi di Mario. Torna sovente. Il punto di riferimento per un territorio che trova in Feudo Disisa molto di più di un semplice datore di lavoro. Noi avevamo vigneti di Catarratto e Trebbiano che producevano 300 q per ettaro. Poca qualità quindi. Facevamo la raccolta di questi vigneti in maniera separata e portavano le uva a Marsala, dove c’era la cantina sperimentale della Regione. Dopo i primi risultati, ricordo mio padre che veniva invitato dalla Regione nel mese di maggio a fare i confronti fra i risultati dei vari campi sperimentali e dal vigneto di Disisa c’era sempre la Syrah e lo Chardonnay che risultavano migliori rispetto agli altri campi sperimentali. Da un punto di vista vitivinicolo siamo stati sempre sul pezzo. In quegli anni mio padre aveva come consulente il professore Pastena che era forse uno degli ultimi ad aver fatto un trattato sulla viticoltura italiana. Era un’azienda grande che aveva sempre investito nella nella parte agricola. René. Metodo Classico Chardonnay 2017, Sboccatura 2023, Pas Dosé Il vino è la risposta. Qual era la domanda? Non importa. — W.C. Fields Uno Chardonnay in Sicilia, e non in qualunque Sicilia: a Monreale. Già questo è un atto di coraggio, quasi un paradosso che diventa poesia. Come un attore nordico che recita Shakespeare sotto il sole di agosto. E lo fa meravigliosamente. Nel calice arriva vestito di un giallo paglierino brillante, vivo come l’oro antico dei mosaici del Duomo. Le bollicine salgono disciplinate, sottili, quasi timide come a non voler disturbare, a voler far assaporare un profumo tenero, senza arroganza: crosta di pane appena sfornata, pesca gialla, susina dolce. Poi quella sapidità marina che ricorda che il Mediterraneo non è lontano. Non si è mai davvero nell’entroterra, a Monreale. È se il mare sussurrasse sempre nell’orecchio. In bocca è una rivelazione. I tanti mesi sui lieviti sono quel silenzioso miracolo che solo il tempo concede: una pienezza avvolgente, una fragranza croccante che il sole siciliano è riuscito solo ad accarezzare. Il pas dosé lascia nuda tutta la verità di questo terroir. E quella verità è bella, pulita, memorabile. Da bere guardando un tramonto o con un piatto di pesce bianco al sale. Soprattutto, bevetelo lentamente, con rispetto. Terra delle Fate. Fiano 2022. Il profumo è la forma più intensa di memoria. — Jean-Paul Guerlain Esistono vini che, quando li apri, ti fanno venire voglia di aprire anche la finestra, di uscire fuori, di alzare il viso verso il cielo e di respirare fino in fondo. Il giallo paglierino con riflessi dorati è già una promessa mantenuta. Ma è il naso che cattura subito, senza bussare: foglie di cedro, zest di limone, biancospino, nocciola. E poi, meraviglia, la zagara, i fiori d’arancio della Sicilia con quell’aroma che sa di Conca d’Oro, di orti arabi, di sere tiepide a maggio. Uno iodio minerale che arriva dal mare come una lettera di saluti. Respirare questo calice è un gesto necessario, quasi terapeutico. In bocca il Fiano di Monreale si trasforma in qualcosa di difficile da dimenticare. È ampio, è sapido, è ciccioso nella sua verticalità. Sembra masticabile così da lasciare in bocca la sensazione fresca e pungente di aver appena addentato un limone siciliano. Uno di quelli veri, gialli come il sole, con la buccia profumata, la parte citrina così presente, così intensa da pulire la bocca ad ogni sorso facendone desiderare immediatamente un altro. È un vino che non vorresti mai finire. E questa, credetemi, non è una frase fatta: è la verità nuda di ciò che senti nel calice. Dopo 5/6 anni di questo vigneto sperimentale, mio padre piantò subito 8/10 ettari fra Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Da quel periodo tutte le cantine siciliane che già in quegli anni vendevano il proprio vino in bottiglia, chiamavano perché volevano questi vitigni. Mi ricordo quello è stato gli anni in cui prima della vendemmia mio padre riceveva telefonata da un pò tutta l’isola per cercare di accaparrarsi queste uve. Chardonnay e il Cabernet Sauvignon venivano pagate qualcosa come 2700 lire. Che significa oggi sarebbe 1,30 €. Ovviamente con costi di manodopera di gasolio di gestione che erano un’altra cosa. All’inizio papà si rivolse ad un enologo di fuori. Dal 2009 la scelta mia è stata di tornare su un enologo siciliano che conoscesse di più il territorio, le tempistiche, il vitigno. C’è stato un miglioramento qualitativo. La moda, la necessità di smarcarsi con vitigni internazionali porta dietro anche quella di enologi ed esperti in genere non indigeni. Una trasmigrazione di menti che ha provocato un livellamento dei prodotti in barba al territorio. Poi, la consapevolezza che diventa forza conduce a guardarsi in casa e capire come si abbia per le mani non solo un territorio fantastico ma anche di persone che a questo territorio sono legate con un filo nemmeno poi così tanto sottile. In quegli anni c’è stato il boom dei vitigni internazionali togliendo quelli autoctoni. Autoctoni o meno perché per dire, da noi il Trebbiano era molto presente. Una tendenza durata fino ai primi anni 2000 quando poi cominciammo a lavorare i vitigni siciliani alla stessa maniera in cui si lavoravano i vitigni internazionali (non più tendone ma soltanto spalliera e con una produzione per ettaro che difficilmente superava i 100 q per ettaro): Cataratto, Grillo, il Nero d’Avola. Vini che potevano assolutamente essere confrontabili con i vini da vitigni internazionali con la differenza che un Grillo, un Catarratto o un Perricone lo fai solo in Sicilia e non c’è in tutte le parti del mondo. Abbiamo fatto una sperimentazione sui vitigni internazionali e siamo stati fra i primi a vivere in pieno quel quel passaggio. Dal vitigno autoctono al vitigno internazionale. Chara. Catarratto e Insolia. La semplicità è la massima forma di eleganza. — Coco Chanel Certi vini non cercano di impressionare. Si siedono accanto guardandoti negli occhi solo per significare che sono li. Questo è il Chara. Un giallo paglierino scarico, quasi timido nella sua luminosità, ma con la vivacità che tradisce la propria l’energia. Al naso arriva il profumo di un pomeriggio di primavera in Sicilia: la pera Smith croccante, la mela, il lime fresco, il pompelmo. E poi i fiori di mandorlo e di camomilla che galleggiano come petali su una fontana araba. In bocca è una danza di semplicità e carattere. Fresco, secco, sapido con quella mineralità marcata che viene dritta dal terroir di Monreale. La pera ritorna, questa volta morbida, quasi cremosa. Il finale è lungo, impreziosito da un tocco di pompelmo e mandorla che ti convince a versarne un altro dito nel bicchiere. La sua duttilità è il suo talento più sottile: con il pesce al sale sta da Dio. Ma starebbe bene anche con un’antipasto di mare, con una pasta al branzino, con una conversazione importante sotto le stelle. Granmassenti. Perricone 2021 Il vino rosso è il sangue della terra che ritorna a sé stessa. — Pablo Neruda Il Perricone è un vitigno siciliano di quelli antichi che la globalizzazione vinicola ha quasi fatto dimenticare. Granmassenti, è il grande tesoro che, secondo la leggenda locale, è nascosto nelle grotte del feudo (Lu Bancu di Disisa) e chi lo trova non riesce più a riportare fuori. Una promessa di profondità insomma. Nel calice si presenta con quel rubino vivace che cattura la luce rimandandola indietro trasformata in riflessi che sembrano braci. Al naso è fresco, quasi selvatico: arancia tarocco, prugna rossa, ciliegie, una nota erbacea e di sottobosco che parla di vigne non domate. C’è il ribes, il mirtillo, e sullo sfondo una speziatura discreta di pepe. Niente di ostentato, solo un cenno, come un musicista jazz che cita un tema classico prima di riprendere il proprio. In bocca la croccantezza. I tannini non aggrediscono, accompagnano, sostengono. Una sapidità diffusa, una consistenza che riempie la bocca senza appesantirla. E poi quel finale amarognolo, appena percettibile, quasi un’ombra, che invece di disturbare, intriga, stuzzica, invita a tornare. Quel velo amaro finale è la firma del Perricone, il suo modo di ricordarti che non è un vino da salotto ma un vino da tavola vera, da cibo vero, da compagnia vera. Magari rustico, ma finemente rustico. Come un contadino che conosce Virgilio a memoria. Come queste terre che sotto la semplicità nascondono secoli di bellezza. Mentre Mario lavora le figlie giocano felici a Disisa. Un po’ come faceva lui quando era bambino. Poi c’è Palermo con la vita di tutti i giorni, la scuola, gli amici. Le guarda con quell’amore con il quale si guardano i figli e la speranza di far si che Feudo Disisa continui ad essere un’oasi di felicità. In fondo però, lo è da sempre e non c’è motivo perché qualcosa cambi. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù

  Capita difficilmente, forse mai, di arrivare ad un evento che riguarda il vino e provare una sensazione strana. Non voglio dire di disagio ma quasi di essere fuori posto. Un fuori posto stranamente piacevole. È successo proprio lunedì 2 marzi quando sono andato all’evento di presentazione dei vignaioli della D’Alesio Distribuzione, in quel di Qvinto, pizzeria ristorante molto glamour di Roma Nord. Appena arrivato in questo fantastico luogo dove il verde la fa da padrona tanto da aver portato mia figlia a giocare nell’antistante parco con tanto di laghetto, c’erano solo esclusivamente giovani ragazzi e ragazze. Molto sotto i trent’anni. una sensazione decisamente nuova per me, abituato a frequentare manifestazioni del vino dove si sente troppo spesso sostenere quanto i giovani si siano allontanati da questo meraviglioso ed ancestrale mondo. In genere, le degustazioni del vino sono sempre frequentate da persone di età certamente superiore ai 40. Facciamo anche ai 50. Ecco allora che con D’Alesio mi sono trovato nel piacevole imbarazzo di salire la scala necessaria per arrivare alla sala di degustazione facendo a zig zag tra ragazzi e ragazze. Sorrisi, sigarette, calici alzati. Sembrava di essere nella vicina zona di Ponte Milvio all’ora del dell’aperitivo. Un’atmosfera frizzante, allegra, intensa, meravigliosamente carica di energia con questi ragazzi e ragazze che non parlavano di vino ma di vita. Poche parole spese per i vini, tante altre per stare insieme.  Senza termini altisonanti, senza dissertazioni astruse riguardo il vino, il vitigno, la zona. Semplicemente si respirava, si vedeva, si toccava con mano, gioia, edonismo, voglia di stare insieme. Con il vino a rappresentare unicamente qualcosa per stare insieme, per facilitare la conversazione, per sorridere, per baciarsi, per abbracciarsi. All’interno della grande sala al primo piano ho trovato vignaioli giovani e meno giovani che si confrontavano parlando dei loro vini naturali. Vini fatti bene e con la spensieratezza necessaria. Sono i vini che D’Alesio propone nella sua distribuzione: vini naturali, vini biodinamici, vini biologici, vini che hanno come matrice comune il minor intervento possibile in vigna ed in cantina. Vini che raccontano storie di persone vere e poco importa da quale parte del mondo provengano. L’importante è che abbiano in sé qualcosa di speciale. Ho incontrato persone dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, arrivate a Roma per promuovere l’universalità di un prodotto che oggi i giovani percepiscono, gioco forza, solo così. Non c’è solo il territorio. C’è il prodotto, c’è il produttore, c’è la bontà del vino, c’è la sua capacità di aggregare.   Cosa ho assaggiato di particolare Matteo Cacciagrano di Alchimia, Cantina Urbana di San Giovanni Teatino vicino Chieti, è un’entusiasta timido. Una persona a modo che non si vanta, sbagliando, dei suoi prodotti. Nemmeno delle etichette che sono dei piccoli quadri capolavoro così che quando prendi in mano una bottiglia rimani ad osservarli con grande stupore. Stupore che continua quando li assaggi: freschi e croccanti, con la voglia di essere discreti come il loro creatore ma che poi restituiscono tanto. Sempre come il loro creatore. Vitigni del territorio come il Trebbiano o il Montepulciano ma anche internazionali che diventano semplici spremute d’uva concedendosi al massimo delle macerazioni senza nemmeno vedere la solforosa. Vini croccanti, succhi di frutta, per niente stucchevoli e che si bevono godendo. Bravo Matteo!!   Cal Teixidor, dalla Catalogna con tanta allegria e spirito di divertimento. Xarel·lo, Macabeu, Garnacha Peluda vi dicono qualcosa. Difficile, se non a pochi intimi. Quando però arrivano nel calice e soprattutto in bocca, questi vini sanno di schietto equilibrio. Si bevono senza remore. Pure il rosso (Garnacha) fresco! Dei vini da flamenco rock che sembrano eterei ancorché ragionati visto le vigne vecchie di oltre 50 anni. Mi hanno affascinato oltre che mi sono piaciuti molto. Domaine Amirault. Nella valle della Loira tra Le Mans e Nantes per una azienda a caratura familiare che produce vini naturali da Chenin Blanc e Cabernet Franc. Divertente il Petnat, pazzeschi i due Chenin con particolare attenzione al Le Quarterons affinato in anfora. Due Cabernet Franc con affinamento in acciaio e legno che dimostrano come questo vitigno, conservando la sua vegetalità possa far emergere tanto ma tanto e dare tanto ma tanto. Weingut am Schlipf-Schneider. Poco sopra Basilea, in quel preciso punto dove Svizzera, Francia e Germania si contendono la giurisdizione (anche se siamo ufficialmente in Germania), questa famiglia tratta solo il Pinot in tutte le sue sfaccettature.  Anche con lo Chardonnay che ne è comunque derivazione. Vini minimalisti anche con l’uso del legno. Scrocchiano in bocca e grazie alla marcata sapidità si bevono con tutto. Il Pinot Nero merita l’applauso. Michele Simoni ha preso le redini dell’azienda Trentina tutta vocata al territorio che rispetta con rigore. È Michele a far nascere il Metodo Classico Ferro dedicato a papà Ferruccio così come a dare nuovo lustro alla Schiava e al Pinot Nero. Vini che sono freschi e sapidi con la Schiava che si fa quasi ruffiana ma bevendola fredda ricorda quel vino che si direbbe “traditore”. Nel senso che lo bevi ma te ne accorgi dopo. Bravo Michele. Continua così. Ecco questa è stata la mia personale degustazione e quello che mi porto con me è un senso di felicità data dalla certezza che grazie a questi vini, a tanti incredibili produttori e a distributori come D’Alesio, c’è ancora tanta speranza per il futuro.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La Calabria. Scopritela, ne vale la pena Arrow Right Top Bg

4 Marzo, 2026

La Calabria. Scopritela, ne vale la pena

  Quando ho il piacere di scrivere della Calabria, mi emoziono. E al contempo mi arrabbio. L’emozione nasce dai luoghi che la Calabria riesce ad offrire, come quegli sconfinati paesaggi che sembrano muoversi, attraverso monti incontaminati, da un mare all’altro, dall’alba dello Ionio al tramonto del tirreno, dalla neve della Sila al sole dei mari, dai boschi del Pollino alle pianure di Sibari, dai venti freddi che arrivano dal nord e quelli caldi dall’Africa.  Una moltitudine di aspetti territoriali che rendono questa regione unica non solo in Italia ma in Europa e nel mondo.  Se c’è poi una regione d’Italia, dove la viticoltura potrebbe essere florida ritornando al vero senso di Enotria così da consentire uno sviluppo pazzesco dei territori, questa è proprio la Calabria.  Dall’area di Crotone, l’antica Kroton scelta dai Greci come colonia e oggi prima DOCG calabra con Cirò, alla piana di Sibari, a Castrovillari, al Pollino, al Cosentino, al Vibonese, a Lamezia, al Reggino e non so a quanti altri territori, la Calabria offre altitudini variabili, venti, scambi termici, suoli che mutano dalla sabbia al calcare attraverso centinaia di sfaccettature diverse. Insomma in grado di offrire alla vite un ecosistema pazzesco così da realizzare, potenzialmente, vini unici ed eccellenti. Con vitigni poi assolutamente identitari sia per i bianchi (Mantonico, Pecorello, Greco, Greco di Bianco, Zibibbo) sia per i rossi (Gaglioppo, Gaglioppo Dolce) . Senza dimenticare i rosati e gli incredibili passiti (con i metodi classici che iniziano, in parte timidamente, a far sentire la loro voce). Mi arrabbio perché la Calabria non riesce ad emergere nonostante i tanti produttori giovani e meno giovani che provano con tutte le proprie forze a far venir fuori la Calabria da quella sorta di palude ancestrale nella quale nessuno se non l’uomo l’ha condotta. Non è solo la ‘ndrangheta, occorre chiamare le cose con il proprio nome, la responsabile di tutto ciò. Alcuni miei amici calabri sostengono che il male della Calabria sono i calabresi, persone spesso troppo orientate ad una sorta di autarchia che nessuno gli ha chiesto.  Il calabrese è contento quando i propri prodotti rimangono nella propria regione. Come se volessero rimanga tutto in famiglia. È contento quando su una spiaggia con vista tramonto alle otto di sera il bar chiude perché è meglio andare a casa che servire i clienti (è successo veramente). Quante volte avete visto le fantastiche cipolle di Tropea fuori dalla Calabria? E quanti vini calabresi avete trovato nella carta dei ristoranti? Eppure tutte le persone calabresi che conosco sono splendide e capacissime, orgogliose delle proprie origini e pronte a confrontarsi con tutti. Pur sapendo che hanno bisogno di una maggior visibilità.  La Calabria è molto di più e può dare molto di più.  È così che l’evento sui vini della Calabria al quale ho avuto l’onore di essere invitato ha dimostrato, a chi aveva gli occhi per vedere, orecchie per sentire, naso per annusare e bocca per degustare, come i vini calabresi siano prodotti di assoluta eccellenza e non solo nel panorama italiano. Vini che non hanno nulla, ma davvero nulla da invidiare a nessun altra regione. Con così incredibili prodotti, occorrono investimenti in comunicazione e promozione del territorio perché non sia solo ad appannaggio dei calabresi o dei turisti nel periodo estivo (ai quali poi viene tendenzialmente servito vino calabrese di bassissimo profilo). I miei assaggi Proprio al centro della Calabria, poco distante da Castrovillari c’è Cantine Viola. Il Biancomargherita, blend di Guarnaccia Bianca e Mantonico, è una sorta di ricettacolo di iodio dei due mari che sembrano incontrarsi proprio a metà strada. Un naso che si arricchisce, senza interferenze, grazie ad un pò di legno di una piccola parte della massa. L’equilibrio ma soprattutto la sapidità, quasi salmastra, fanno di questo vino una vera chicca. Poco distante, a Morano Calabro e sempre nel Parco del Pollino, c’è Casa Vinicola Gialdino con il Mantonico Dominì: delicato, sensuale, asciutto, armonioso. Una chicca che occorrerebbe scoprire con più calma. Più sotto e sempre al centro, c’è Corso (CS) dove ha sede Terre di Balbia. Il Fervore è Magliocco Dolce è un vino che mi ha davvero emozionato. Tutto è caldo e avvolgente, vellutato e fresco. Mai banale, mai scontato. Un vino che ha aspettato a lungo in legno e in vetro per restituire qualcosa di unico che solo la cura maniacale e un vitigno interessantissimo come il Magliocco Dolce può dare. Incredibile! A Bisignano, sempre tra i due mari e sempre con il Magliocco Dolce, le Cantine Chimento producono Venticinque Marzo un vino che senza assolutamente legno ha delle note di pepe e pellame che si uniscono ai frutti neri in grado di esaltare. Il sorso è freschissimo e sapido. Che meraviglia! Scendendo lungo lo Ionio, non si può non arrivare a Cirò Marina che con i suoi suoli argillosi che degradano verso la sabbia del mare offre terreno ideale per i famosi rossi calabresi. Tenuta Iuzzolini produce il Maradea Riserva, 100% Gaglioppo che matura 12 mesi in barrique di castagno calabrese (finalmente qualcosa di non importato!) per offrire un velluto rosso rubino che potrei anche bermi senza alcun abbinamento. Spaziale! Rimaniamo a Cirò Marina con Cantina Campana per il suo Casamatta Saracena. Un Superiore da Gaglioppo con affinamento di 12 mesi in barrique che ho trovato meravigliosamente giovane e pimpante, fresco e deciso. Intensamente voluttuoso. Francesco Malena e il suo Cutura del Marchese, 100% Gaglioppo dimostra come si possano realizzare vini complessi e strutturati che non hanno nulla da invidiare a nessun altro vino. Longevo e intenso, profumato di tabacco e cioccolata per regalare una avvolgenza incredibile. Effetto wow. Leggermente sopra Cirò, Santavenere produce il suo Gaglioppo senza neanche fargli vedere il legno. E fanno bene perché realizzano un vino rosso strutturato, fresco, sapido, avvolgente il giusto, non stucchevole. Insomma, si apre la bottiglia e si finisce anche con un petto di pollo.  0727 sono due anni di nascita di due persone chiave dell’azienda Brigante per il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva. La liquirizia che in questi luoghi è di casa, si rispecchia intensamente nel calice sia al naso sia in bocca. Per fortuna che l’uso del legno è stato blando altrimenti il capolavoro non sarebbe perfetto. O forse proprio per questa accortezza lo è.  A Cirò non poteva mancare il rosato di Gaglioppo. Senatore Vini produce il Puntaluce che è quel rosato non banale, non scontato, deciso, determinato. Insomma vero e non edulcorato che ti fanno fare pace con i rosati! Sotto Cirò, a Strongoli c’è Cantine Russo e Longo che con Ois usano un vitigno poco noto ma decisamente interessante come il Pecorello per un vino, con fermentazione ed affinamento in legno, riesce a mantenere un rapporto pazzesco con il territorio attraverso la sua fresca sapidità e i sentori mediterranei. Appassionante. Nel punto più stretto della Calabria compreso tra i due mari c’è Cantine Lento che produce il Lamezia Rosso Riserva 2017, blend di Magliocco, Greco Nero e Nerello con affinamento di 18 mesi in botte grande. Se tra due mari distanti meno di 30 km si può produrre un vino così intenso e strutturato ma anche piacevolmente equilibrato allora della Calabria non ci si deve stupire. Applausi! Lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto è la scoperta di quanto la Costa degli Dei e Giovanni siano emblema della rinascita della Calabria. Uno Zibibbo che canta silenziosamente di sole e agrumi, di mandorle e miele. Un silenzio che nel calice sembra esser dolce per poi sorprenderti con un gusto secco e sapido che riempie verticalmente la bocca. Appaga. Appaga senza stancare. Ruggia di Cantina Masicei è un ulteriore esempio di rinascita del territorio vibonese e dello Zibibbo. Un vino che fa della discrezione il suo punto di forza. Sapidità e freschezza quasi inaspettata arrivano senza chiedere permesso.  
Della stessa cantina anche Dorè, un ardito metodo classico Pas Dosè sempre da uve Zibibbo che il naso percepisce ancorché non in maniera possente. Semmai delicatamente, senza prepotenza. In bocca ha un perlage fine e una persistenza che si fa sentire. Uno Zibibbo che, sembra strano, sgrassa! Casa Comerci è a Nicotera, sempre sul Tirreno. Rèfulu è il Greco Bianco, la semplicità che non ti aspetti possa poi stupire per le note di freschezza floreale e un gusto che sembra potersi abbinare con tutto. Specialmente con il tramonto del Tirreno. Ad Isola di Capo Rizzuto, proprio difronte lo stupendo parco marino, c’è Massimo Marrelli che con il suo metodo classico brut 2017 da uve Greco Bianco e Mantonico fa ricordare quanto siano morbide e delicate le estati su questo mare. Sentori di miele e zagare, piccola pasticceria e tanti fiori per poi approdare in bocca e perdersi nella finezza di un perlage che arriva sapidamente a far godere i sensi. In un’altro meraviglioso luogo di mare, Simeri, c’è Dell’Area con il Vanitas blend di Mantonico con altri vitigni locali. Si concede il lusso di un pò di barrique che non lo stravolgono anzi, lo arricchiscono senza toglierli la caratteristica principale di balsamicità. Interessantissimo. Centocamere è il metodo classico da Mantonico di Barone Macrì. Coltivato sulla parte dell’Aspromonte che vede lo Ionio, sa tutto di fiori e agrumi come a ricercare un collegamento con la Sicilia. In fondo siamo sulla punta dello stivale, lato ionico. Pulisce e si fa bere.  Poco più sotto, a Bianco, c’è Antonella Lombardo che produce Particella Cinquantotto, 100% Greco Bianco. Un vino essenziale nel senso che se non lo si beve, si perde qualcosa dalla vita. Floreale e sapido, rotondo e saporito. Merita e tanto ma tanto.
Sempre di Antonella, Autoritratto è il Mantonico che trasforma i sentori floreali del precedente in frutta tropicale ed agrumi mantenendo i fiori bianchi. Divino. In tutti i sensi. La Calabria è unica anche per vini dolci, vere chicche decisamente interessanti. Il Mantonico Passito di Azienda Agricola Lucà nella Locride, per il suo affinamento in botti di castagno ha una intensità che si sposa meravigliosamente con i formaggi. Da non smettere di berlo. Un pò come il Greco di Bianco sempre di Lucà. Questo mi ha impressionato di più anche se di entrambe ho ormai un ricordo indelebile. A Saracena, sopra Cosenza, Feudo dei Sanseverino ha creato il Mastro Terenzi Passito da uve Malvasia, Guarnaccia, Odoraca e Moscato. I classici fichi secchi si uniscono alla frutta esotica. Meraviglia pura. Il Greco di Bianco di Maria Maisano è semplicemente speziato al punto giusto da offrire delle sensazioni di puro godimento. La frutta candita che permea naso e bocca aumenta le sensazioni di piacere.  Le Cantine Viola avevano già stupito con il Biancomargherita e continuano a stupire per il Passito Luigi Viola Saracena con uve Guarnaccia bianca, Malvasia, Moscatello di Saracena e Duraca di Saracena. Un procedimento tutto da leggere (a parte) e zero legno per una scoperta che ha bisogno di tanto tempo per essere dimenticato. Ma poi ci si riesce davvero? Naaaa A Casignana, quasi sulla punta del tacco d’Italia, Ceratti Vini produce il Greco di Bianco passito. Dico solo che varrebbe il viaggio fino li per bersi questo nettare. Magari passando dall’alba dello Ionio al tramonto del Tirreno. Tanto distano poco. A Bianco, Cantine Ferdinando Ielasi produce il suo Greco di Bianco Passito che non è possibile non provare almeno una volta nella vita!!! Insomma, alla fine di questa degustazione io sono sempre più contento di scrivere della Calabria e sempre più arrabbiato che non se ne parli maggiormente.  Anche perché, tutti i vini che ho provato sono stati semplicemente fantastici e spero con questo articolo di renderli un pò più noti.  Ultima nota è il loro prezzo. Direi eccessivamente basso. Troppo per prodotti di questo calibro. Dunque, è meglio farne scorta subito. Sono destinati, spero, a salire.  La qualità si deve pagare!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena Arrow Right Top Bg

25 Febbraio, 2026

Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena

  Poco a nord di Verona, è una di quelle valli che si aprono tra i Monti Lessini per poi approdare sulla punta del Lago di Garda. Proprio per l’influenza di quest’ultimo, la valle è stata abitata sin dai tempi del Paleolitico. Fa parte a pieno titolo delle zone della Valpolicella insieme alla Classica e alla DOC. Ovviamente, il Dio Amarone, si produce qui e lo si produce da sempre possiamo dire. Da quando almeno l’Amarone ha avuto vita.  In uno scenario fantastico e proprio nel comune simbolo della Valpante, Grezzano, sorge Costa Arènte, un’azienda oggi facente parte del Gruppo Leone Alato che con i suoi 42 ettari, dei quali 18.5 vitati, produce i veri gioielli della viticultura della Valpolicella: Valpolicella Classico Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva, Recioto, Lugana.  Occasione per scoprirli è stata la masterclass dello scorso 12 febbraio presenti Giovanni Casati, enologo della cantina, Riccardo Cotarella, consulente enologico, Igor Boccardo Amministratore Delegato del Gruppo Leone Alato. Proprio Igor Boccardo ha tenuto a sottolineare come il 2026 rappresenti l’undicesimo anno di acquisizione di una storia azienda del territorio che trova il suo rispetto nell’attenzione ad esso riservata. Valorizzazione dell’ambiente e l’utilizzo delle giuste tecnologie in vigneto ed in cantina sono gli elementi fondamentali per esaltare ogni componente e garantire longevità ai vini. In questo articolo vogliamo proporre una doppia visione della masterclass. La mia personale e quella di Paola Restelli, firma di Wine Tales Magazine e degustatrice professionale.   Paola, cosa ti è sembrato di questa degustazione? Sarà per il fatto che l’azienda sorge su un promontorio dove lo sguardo si perde lungo due vallate, sarà che si “respira” un evidente rinnovamento stilistico, ma questa esperienza mi ha fatto percepire la freschezza e quel tocco balsamico che tanto ricordano il carattere tipico della Valpantena. Questa valle, cuore della Valpolicella, è influenzata dai venti che scendono dai Monti Lessini ed è caratterizzata da suoli molto profondi, originati da rocce sedimentarie e calcaree, che garantiscono un’acidità fissa elevata. Condizioni favorevoli per la vite che, unite alla notevoli escursioni climatiche, permettono vendemmie più tardive e risultati stilistici di spiccato equilibrio. Ne è comprova il Valpolicella Valpantena Superiore DOC 2023, con la croccantezza del frutto e del fiore rosso, la dominante fresca che sfocia in un finale delicatamente mentolato. Un vino inclusivo e divertente, dal tannino sottile e delicato, dove la rusticità della tipologia si fonde con spensieratezza alla finezza. Ivan Il Valpolicella Valpantena Superiore 2023 appartiene alla specie dei narratori silenziosi, dei vini che non alzano la voce ma la modulano con eleganza, come fa la Valpantena quando si apre tra Verona e i suoi declivi ordinati. Il rubino vino attraversato da una lieve unghia granata è un colore che vibra, che suggerisce movimento, energia, freschezza. Già alla vista si intuisce una discreta finezza, una compostezza naturale che non ha bisogno di ostentazioni. Al naso si muove con passo leggero: frutta rossa croccante, ciliegia fresca appena colta, non sovramatura, non opulenta. È una frutta che “scrocchia”, che conserva la sua tensione. Il fiore è evidente, delicato ma presente, e insieme emerge una trama minerale che attraversa il profilo aromatico come una linea sottile di roccia sotto la terra. Il legno c’è, ma resta sullo sfondo: un sussurro. Non copre, non invade. Lascia che siano il floreale, la freschezza e quella vibrazione balsami e minerale a guidare il racconto. In bocca il vino mantiene la promessa. La freschezza è la sua cifra stilistica. Il tannino è preciso, quasi tagliente, ma al tempo stesso gentile. È come un piccolo taglio superficiale che senti per un istante e poi dimentichi, perché ciò che resta è il piacere della beva. Una tensione che non ferisce, ma definisce. La frutta torna croccante, viva, e accompagna una sensazione di ampiezza che non tradisce mai la finezza. La bocca rimane pulita, netta, pronta al sorso successivo, mentre la persistenza si allunga con discrezione, senza pesantezze. Interpreta davvero la Valpantena nella sua versione più contemporanea: scorrevole, genuino, senza fronzoli, con una capacità di beva che lo rende compagno ideale della tavola, dall’antipasto alle carni bianche, fino ai piatti della tradizione veronese. Non cerca effetti speciali ma che invita a continuare.   Paola Stesso registro anche per il Valpolicella Ripasso Valpantena Superiore DOC 2021 che conquista il palato per la peculiare balsamicità, pur avvolgendo con pienezza e generosità. Un vino che trova finalmente la sua identità, senza sbiadire tra i paragoni. Frutto pieno e voluttuoso, decise ventate floreali, un tocco di cardamomo e mirto. Il tannino è voluminoso, ma si stempera nella freschezza e nel finale di rabarbaro. Ivan Il Costa Arènte Ripasso Valpantena Superiore 2021 appartiene alla dimensione delle profondità, dei chiaroscuri, della materia che si fa più densa senza mai perdere eleganza. Due anni in più rispetto al Superiore si traducono in un colore che vira verso l’aranciato in maniera meno vivace, più raccolto, quasi introspettivo. Un rubino che si fa cupo, ma resta fine, trasparente, mai opaco. Come certe colline della Valpantena al tramonto, quando la luce non abbaglia più ma accarezza. Al naso cambia registro. La frutta si fa più consistente, più matura. È una ciliegia scura, croccante nel cuore, con il succo che sembra già promettere ampiezza. Accanto arrivano le spezie, le tostature, il segno misurato del legno che si avverte senza invadere. C’è una trama balsamica che alleggerisce, che solleva il profilo aromatico e lo rende dinamico. I sentori non esplodono: si stagliano, si rincorrono, si avvicinano e poi si separano, come se il vino respirasse. È qui che si coglie il lavoro di precisione: struttura sì, ma governata. Intensità sì, ma senza eccessi. In bocca si avverte subito il calore, la materia più ampia. Il tannino è presente, lavora con decisione ma non si impone mai con durezza. La struttura è snella, non imponente, e proprio per questo elegante. Si allarga sul palato, fa salivare, costruisce profondità senza appesantire. Rimane fresco, sorprendentemente pulito, con una persistenza lunga che non si adagia nella dolcezza ma continua a vibrare su note di frutta scura e spezia. Non è un Ripasso stucchevole ma un Ripasso che sceglie la via della misura. La rotondità maggiore rispetto al Superiore sempre accompagnata da tensione e nitidezza. Si finisce il calice quasi senza accorgersene, perché la beva è ammaliante, avvolgente, coerente. Un ponte tra freschezza e concentrazione. Tra immediatezza e attesa. Superiore e Ripasso non si sono rivelati affatto banali. Anzi, si è corso il rischio di compromettere la verticale di Amarone. Dal 2020 al 2016 passando per delle Riserve. Cosa mi dici Paola della verticale di Amarone della Valpolicella Valpantena DOCG? Ritorna il concetto dell’evoluzione stilistica di Costa Arènte. Questa verticale, infatti, ci ha permesso di comprendere quanto l’azienda stia investendo per ottenere sempre più coerenza tra territorio di origine, tendenze di consumo e vini proposti. Dal 2018 è operativa la nuova cantina, con fruttaio di proprietà di ultima generazione. Non a caso, la 2020 e la 2019 presentano un carattere distinto rispetto alle annate più vecchie, con residuo zuccherino ridotto e dinamica vibrante, nonostante la struttura. Ho apprezzato la 2020, con il suo naso piccante, l’intreccio tra frutti di bosco, spezie, foglia di mirto e peperone crusco, con squisiti cenni torbati e l’immancabile scia balsamica. Preciso, scuro, cesellato. Interessante anche la 2019, leggermente più “rossa”, dall’intenso bouquet floreale ed il finale di china. Sostanzioso, ma al contempo arioso. La 2017 si presenta scissa, ma nelle ore diventa più composta e si candida ad archetipo della vecchia scuola dell’Amarone. Frutta sotto spirito, marzapane, vaniglia, inchiostro, tannino setoso e intrigante scia sapida. Un vino tattile e figurativo. Veniamo all’anteprima dell’Amarone Valpantena DOCG Riserva 2019 risultato della vinificazione delle migliori selezionate nel fruttaio. Ancora troppo giovane per dichiararsi, ma già foriero di materia e freschezza, doti che lo faranno viaggiare nel tempo. Note di eucalipto, frutta rossa e goloso ribes nero, leggero bosso, alloro e selce. Il sorso scorre dinamico, nonostante il volume alcolico, gradevole la tensione sapida e promettente la cesellatura del tannino. Una menzione anche per il Recioto della Valpolicella Valpantena DOCG, vellutato e scattante, capace di dissolvere i suoi 75 grammi/litro di zucchero in un effluvio di frutta rossa, macchia mediterranea e mandorla tostata. Ancora una volta volume e tannino danzano con la freschezza su un tappeto mentolato, in nitida coerenza con il territorio di origine. Ivan Nella valle che guarda Verona dall’alto, la Valpantena custodisce un’idea di eleganza che non ha bisogno di urlare. Qui l’Amarone non è opulenza fine a sé stessa, ma misura, trasparenza, respiro. 2020. L’adolescenza luminosa Granata trasparente, con un’unghia appena aranciata che già racconta una promessa. Il 2020 è un Amarone che non ha fretta di diventare adulto. I profumi arrivano prima ancora di cercarli: fiori che sfumano, prugna fresca, nocciola, un velo balsamico, spezie educate. In bocca è calore avvolgente ma mai eccessivo, sapidità che sorregge, freschezza che invita. Quel finale leggermente amarognolo non è severità: è carattere. È un vino che sa di prospettiva, di strada lunga, di tempo che sarà alleato. Come un ragazzo alto, già strutturato, ma ancora in divenire. 2019. La maturità che si accende Il colore si fa più granata, l’arancio dell’unghia si espande. La trasparenza resta, e stupisce chi ricorda Amaroni densi e impenetrabili di altri tempi. Qui la frutta si fa più matura: prugna e ciliegia si approfondiscono, il chiodo di garofano e il tabacco emergono con decisione. Tutto si lega. Tutto trova un centro. In bocca la rotondità aumenta rispetto al 2020. Il vino ha ragionato in bottiglia. Il tannino è levigato, elegante, e la chiusura comincia a farsi memorabile. L’amarognolo si trasforma in armonia. Annata più calda, sì, ma governata con misura. È un Amarone che cammina sicuro. 2019 Riserva. La passione e l’abbraccio La densità cromatica è simile al 2019, ma l’energia cambia. La permanenza più lunga in legno si percepisce: tostature, noce moscata, vaniglia, tabacco. L’arancia diventa caramellata, la frutta si avvicina al cotto. È un vino intenso, passionale, irruente. Ancora troppo. In bocca il tannino parte con vigore, poi si distende. Il calore è più celato, ma l’alcol è importante. La prugna cotta si mescola al floreale, l’ampiezza cresce. Se il 2019 è equilibrio, la Riserva è abbraccio avvolgente, imponente, sensuale. Ancora meno lineare, forse, ma di grande presenza scenica. 2018. Lo schiaffo e la carezza Le note aranciate si fanno più evidenti. I sentori sono compressi, amalgamati: ciliegia e prugna cotte, sottobosco, balsamico, arancia. Una compattezza quasi vischiosa al naso. Poi il sorso sorprende: è vivo, croccante, fresco. Uno schiaffo gentile seguito da una carezza. Elegante ma gagliardo, duro ma mai sgarbato. Il tannino è ancora da domare del tutto, e proprio per questo affascina. C’è irruenza, ma è l’irruenza della giovinezza che vuole affermarsi. 2017. L’austerità nobile Il colore si fa ombroso. L’unghia aranciata si allarga. Al naso emergono note eteree, ceralacca, una profondità che rende il vino meno immediato, più austero. Roteando il calice, tutto si ricompone. In bocca è sorprendentemente fresco, con un tannino vivo che punge e un calore che non dimentichi. È un vino impegnato, esigente. Non si concede subito. Va capito. Tra tutti, è quello che porta la nobiltà più severa. È il fratello che studia in silenzio, ma che quando parla lascia il segno. 2016. La memoria e la dolcezza del tempo Qui l’arancione prende il sopravvento. Il vino è ancora nitido, ma più riservato. La frutta è sotto spirito, in confettura. Prugna, ciliegia, mela, arancia. I fiori diventano potpourri. Non c’è esplosione, c’è raccoglimento. Le spezie sono dolci, lo sguardo è nostalgico. In bocca il bilanciamento resta, ma la freschezza non è più protagonista: ora è il calore a guidare, insieme a una dolcezza che non è zucchero, è memoria. Il tannino è vivo ma al tramonto della sua forza giovanile. È un vino che ti fa pensare. Non solo al tempo che ha vissuto lui. Ma al tempo che hai vissuto tu. Infine il Recioto. Una danza sulle punte. Il canto di una sirena che ammalia e ti stringe in un abbraccio mortale. Uno di quei vini che solo provandolo si comprende quanto si è perso nella vita. Ogni sentore, ogni sapore, ogni sensazione di caldo abbraccio c’è nel calice. Può non piacere per via del residuo zuccherino, ma è proprio quello che ammalia. Non è un fine pasto. È un inizio del dopocena fatto di abbracci e baci, di avviluppamenti sensuali. Una folata di vento, un sussurro di mentolato a ridestarsi. Ma solo per un attimo. Per perdersi ancora In questa verticale c’è un’identità chiara: trasparenza, eleganza, freschezza, finezza sempre presente anche negli anni più maturi. I vini di di Costa Arènte non sono mai eccesso. Sono equilibrio dinamico con il tempo che scolpisce, che non consuma. Forse è questa la lezione più grande di questa verticale in Valpantena: l’Amarone e i suoi fratelli non sono solo potenza. Sono attesa, memoria. Prospettiva.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino                      Paola Restelli – Identità in fermento  
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24 Febbraio, 2026

Ci siamo dimenticati le emozioni del vino

  Il vino non può essere degustato adottando un approccio mi piace-non mi piace: sarebbe come andare al cinema e guardare solo l’ultimo quarto d’ora del film. Perché in enologia il prodotto finale ha senso solo se hai ben presente tutto il procedimento, che è lungo e inizia in vigna: una volta analizzato tutto il procedimento ti puoi fare un’idea, e far seguire una valutazione Quando a sostenere una tesi del genere è Riccardo Cotarella, voce incontrastata dell’enologia italiana, non ci si può che inchinare. Ed è esattamente quello che fanno coloro che bazzicano il mondo del vino.  È come se il vino venisse posto su una sorta di piedistallo e idolatrato come fosse il protagonista principale di non so quale spettacolo.  Dal mio punto di vista, è non ho paura di dire la mia perché non ritengo di andare “contro” nessuno semmai di fornire una visione diversa, questo è proprio uno dei mali dell’attuale momento che il vino e tutto il settore sta soffrendo. Un male che allontana i giovani e tutti quelli che non hanno voglia, non si sentono all’altezza, non considerano utile sapere prima di provare.  Parlare, parlare, parlare. Che senso ha se poi non si può godere a pieno di un bicchiere di vino in compagnia? Il vino deve prima di tutto essere buono. E piacere. Non ci sono mezze misure. Il vino è un prodotto edonistico non necessario. Si beve dalla notte dei tempi per rendere speciale il pasto e renderlo celebrativo. Si beve perché l’effetto dell’alcol toglie le barriere, i freni inibitori. Agevola la comunicazione, che poi è l’elemento essenziale della socialità. Deve però essere buono. Non si consuma qualcosa di non necessario quando non piace. È soggettivo? Certamente. È dannatamente soggettivo.  Quale è dunque il compito di un comunicatore del vino, di un sommelier, di un intenditore, di un giornalista?  Anzitutto consapevolezza, la consapevolezza di come il vino debba avere la sua unica collocazione, a tavola. Non altrove. A tavola e solo a tavola ad accompagnare il cibo con il ruolo di attore non protagonista. Potrebbe vincere un oscar ma solo ed esclusivamente da attore NON protagonista.  Una volta metabolizzata quella che potrebbe essere per molti uno smacco esistenziale, la scelta del vino non può essere fine a se stessa ma idonea al cibo che si sta per consumare. Banale? Eh, non tanto poiché alle volte sembra che si scelga il vino per il puro gusto di poterne parlare.  Ora immaginiamo la scena. A tavola, insieme ad altre persone, discorrendo del più e del meno, apriamo una bottiglia di vino. Siamo noi quelli più esperti e sappiamo tutto, davvero tutto di quel vino. Ne conosciamo le caratteristiche, il procedimento, la vigna di provenienza, il terroir, il vignaiolo. Tutto, davvero tutto. Cosa facciamo? Ne parliamo senza che ci venga avanzata la richiesta? Di cosa parliamo? Quanto tempo ne vorremmo parlare?  Il vino ha in se un racconto che non ha nulla a che vedere con una scheda di valutazione. Ha a che fare con quegli elementi, pochi ed essenziali, che lo contraddistinguono rispetto ad un altro. La regione, il vitigno, il vignaiolo. Gli aneddoti di una vita. A cosa serve tutto il resto? Nulla forse. Non aggiunge, semmai, toglie, qualcosa alla narrazione. Toglie l’interesse. Elimina qualunque appeal. Ricordate Postiglione nel film Compagni di scuola? Ecco, proprio lui. Saccente e noioso. Sbadigli assicurati con il risultato che il vino non avrà più la giusta temperatura di servizio. Anche una degustazione professionale non può che arrivare (ma anche partire) ad un buono/non buono, piace/non piace. Perché è quella l’essenza del vino.  La degustazione professionale, di per se, deve lasciare qualcosa. Deve trasmettere qualcosa. La vera domanda è: ma riesce a trasmettere una emozione? Emozione.  Processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo Ora, una lezione intensiva può certamente insegnare qualcosa di tecnico relativamente al vino. La scelta dei vitigni, le tecniche in vigna, il terroir, il processo in cantina, i lieviti, ecc. Non può insegnare i sentori perché questi sono dei ricordi legati ai momenti nei quali li abbiamo provati. I sentori non si insegnano. Certo, l’olfatto può essere educato, ma una masterclass non basterebbe. Poi c’è il comportamento in bocca, il colore, ecc. ecc. ecc. Tutte cose estremamente tecniche.  Le prime si potrebbero leggere su un comunicato stampa o una brochure. Le seconde, per chi è esperto, degustatore o sommelier, anche a casa da solo. Ovvio che in compagnia è meglio ma è anche vero che le suggestioni sono dietro l’angolo. Dove sono le emozioni in tutto questo? Non ci sono. A meno che chi parla non tiri fuori, qualora ve ne siano, ricordi, sentimenti, sensazioni anche intime. Condividendole con gli altri per condurli in mondi paralleli che forse, proprio tramite il vino, si riuniranno. Per quel potere che è la suggestione della convivialità, dello stare insieme, del condividere pezzi non solo della propria vita ma dell’anima.  Il vino è un mezzo non un fine. Il vino, per quel miracolo divino chiamato alcol, che altro non è che un escremento di un microorganismo chiamato lievito, rende tutti più liberi ed uguali, livella ogni condizione sociale, abbassa le difese, crea connessioni. Le connessioni che consentono di condividere la nostra essenza. Questo è il vino. Questa la sua potenza.  Se è buono allora continueremo a berlo. Se non è buono, abbandoneremo il bicchiere li dove lo abbiamo trovato e al diavolo le emozioni, al diavolo la condivisione, al diavolo le chiacchiere in libertà, al diavolo la voglia di stare insieme. Al diavolo tutto. Sicuri che il buono/non buono non conti?   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale Arrow Right Top Bg

20 Febbraio, 2026

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

  Roma è un museo a cielo aperto. Lo spazio urbano è l’insieme architettonico realizzato per mano dell’uomo e resistito al tempo. Dagli antichi romani ai giorni d’oggi, ogni epoca è rappresentata. Diversi stili. Diversi metodi. Diversa collocazione. Gli antichi romani costruivano sulle rovine. Strato su strato. Tanto che non è possibile scavare senza trovare qualcosa di rilevante. Ogni singola realizzazione è frutto di ingegno, progettazione, utilizzo di materiali. Tecnica consolidata. Protocolli rigorosi. Ci fermiamo a guardare il Colosseo o la Basilica di San Pietro così come le case del quartiere Coppedè e ne rimaniamo affascinati, sbalorditi. Nonostante io abbia visto questi capolavori centinaia di volte, ogni volta che neosservo uno non posso che meravigliarmi e pensare a quanto l’uomo sia dotato di ingegno, creatività, capacità.  Poi ci sono i tramonti. Gli spazi sconfinati del mare. Le montagne. I fiumi. I laghi. Quante volte ci siamo trovati a contemplare la natura, a guardare semplicemente un fiore appena sbocciato, una collina così verde da voler rotolare sull’erba, un lago nel quale correre a gettarsi? La natura incontaminata e selvaggia. Quella che non si ha nemmeno il coraggio di fotografarla perché potrebbe rovinare la catarsi del momento. Cosa è meglio allora? Un luogo reso meraviglioso dalla mano dell’uomo o quello dove l’uomo non è mai intervenuto? Ognuno ha la sua opinione ma, alla fine, sono entrambi incredibili ed entrambi vanno preservati in quanto opere divine. Si, divine, perché comunque parte di un ordine divino. Che ci si creda o meno ovviamente.  Cosa è meglio tra un vino naturale e un vino tradizionale? I vini naturali, o meglio, i vini che scelgono la via meno interventista portano nel bicchiere fermentazioni spontanee, solfiti ridotti al minimo, nessuna scorciatoia chimica. Sono vini che accettano il rischio dell’errore pur di non tradire l’identità. Possono essere irregolari, talvolta spigolosi, ma hanno il battito del luogo. Non chiedono di piacere a tutti ma impongono comunque di essere buoni. Il vino tradizionale, quello figlio di una tecnica consolidata e di protocolli rigorosi, è spesso un palazzo rinascimentale: proporzioni armoniche, equilibrio, affidabilità. È il risultato di secoli di sapere codificato, di controllo, di previsione. È il vino che rassicura, che replica uno stile, che promette coerenza. Esiste poi un vino che oserei chiamare selvaggio, una rovina romantica, una vite che cresce controvento, un grappolo che fermenta con i lieviti dell’aria, un colore che a volte vira, una trama tannica che non sempre si lascia domare. È meno architettura e più paesaggio. Meno progetto, più racconto. Un vino che nasce in quella zona franca tra cultura e natura, dove l’uomo non impone ma accompagna. Dove la vigna non è un giardino geometrico ma un organismo pulsante. Il selvaggio non è l’incolto, è l’originario. È ciò che non è stato ancora levigato fino a perdere memoria. È quel vino che da naturale diventa bohémien per quella mano dell’uomo che da genio costruttore diventa un semplice narratore della natura. Henry David Thoreau scriveva nel 1862
In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo.  Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano.  Vini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo. Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei.  Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!). Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager.  Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute.  Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro. Come dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante.  È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo.  Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing! A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto.  L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti.  Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività. Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia.  L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano.  Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto. Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi.  Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto:  proviamo a farlo noi. Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo.  Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale! La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio.  Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo.  Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi.  San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare.  Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata. Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi.  Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza.  La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione.  L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico.  Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi. Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano! L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono. Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia. Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo.  Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti. Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare. Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Manilo Frattari è IoVino. Marche e Campania: luce, fuoco e una scoperta inattesa Arrow Right Top Bg

13 Febbraio, 2026

Manilo Frattari è IoVino. Marche e Campania: luce, fuoco e una scoperta inattesa

  Andando in giro per l’Italia mi rendo sempre più conto di quale sia l’immenso patrimonio che stratificatosi nel corso dei secoli. Un patrimonio da valorizzare in ogni sua peculiarità. Da ciò che offre a chi lo abita.  Ho incontrato regioni che si attraversano con lo sguardo, altre con il cuore; regioni che per comprenderle occorre scavare a fondo, altre che ti sommergono; regioni che ignori ma che solo quando le scopri comprendi cosa ti sei perso.  Marche e Campania sembrano l’una l’antitesi dell’altra e non solo da un punto di vista territoriale. Le Marche vivono di luce composta. Le colline scendono verso il mare come pensieri ordinati, mai urlati. Tutto sembra suggerire equilibrio e compostezza creando una bellezza che non ha bisogno di spettacolo. I marchigiani sembrano chiusi e riservati tanto che al tempo dello stato pontificio, complice anche la lontananza da Roma (erano in fondo della regione dello Stato Pontificio più distante da Roma), venivano scelti come gabellieri ovvero coloro che riscuotevano le tasse. Meglio un morto in casa che un marchigiano all’uscio si diceva. In realtà lo si diceva anche in altri casi ma per i marchigiani era ancora più vero.  La Campania, al contrario, custodisce una geografia più emotiva. Il Vesuvio, l’Appennino, il Tirreno disegnano un carattere fatto di memoria e tensione. Quel sole che accompagna l’intera giornata con un calore sempre più vivo, rende le persone solari, gentili, cordiali. Vive. Difficile trovare un campano scortese e chiuso. La solarità è nelle piccole cose e nella quasi necessità di “fare ammuina”. Di rendere ogni istante speciale e unico, celebrando e festeggiando senza “scuorno”.  Se le Marche insomma sono una forma di contemplazione, la Campania è una forma di esperienza. Il vino nasce proprio in questo spazio invisibile tra misura e coraggio. Quando queste terre entrano nel calice, smettono di essere paesaggio e diventano voce. Nelle Marche la luce si fa verticale nel Verdicchio, limpido come un orizzonte che respira. Il Pecorino porta con sé il vento delle alture, nervoso e gentile insieme. La Passerina racconta il lato più solare della regione, mentre la Lacrima di Morro d’Alba svela l’intimità, profuma di fiori e di emozioni trattenute. Il Bianchello del Metauro, con il suo tocco salino, raccoglie invece l’anima costiera, sottile e silenziosa. La Campania risponde con un’altra musica. Il Fiano di Avellino è pensiero che si apre lentamente, stratificato come una frase che chiede ascolto. Il Greco di Tufo ha il passo deciso della pietra, una verticalità che scuote. La Falanghina porta il sorriso del Mediterraneo, la Coda di Volpe la carezza antica della campagna. L’Asprinio d’Aversa vibra come elettricità pura, e quando la terra si fa rossa, il Piedirosso sa di mare e cenere, mentre l’Aglianico cammina accanto al tempo con passo profondo. I vitigni non sono varietà. Sono caratteri. Sono modi diversi di stare al mondo. Marche e Campania sembrano l’una l’opposto dell’altra. L’alba contro il tramonto; la riservatezza contro l’estrosità; la verticalità contro l’ampiezza. Eppure, Manilo Frattari, riesce ad unirle in un viaggio che parte, quasi per caso, attraverso un inaspettato assaggio. Un calice che non doveva essere memorabile e che invece accende una luce. Verdicchio e Fiano accendono la luce dello stupore. Vini che non cercano l’effetto immediato, ma scavano piano, lasciando una traccia fatta di piccoli sassolini che aspettano solo di essere seguiti come nella favola di Hansel e Gretel.  Manilo resta folgorato non solo dal gusto, ma dall’idea che quei vini portano con sé: la possibilità che il bianco non sia soltanto freschezza ma pensiero, profondità, racconto. Da quel momento il vino smette di essere semplice degustazione e diventa relazione. Nasce il desiderio di creare uno spazio in cui queste voci possano incontrarsi, parlarsi, riconoscersi. È da quella scintilla che prende forma IoVino: non un evento, ma un luogo simbolico dove i territori smettono di essere lontani e diventano dialogo. Dove Marche e Campania, Adriatico e Tirreno, luce e fuoco, si ritrovano nello stesso gesto: alzare un calice non per bere soltanto, ma per capire. Perché il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato e per generare incontro. Tra persone. Tra anime. Tra luoghi. Dialoghi e impressioni. Strette di mano e sorrisi. Che si ripetono non solo in un evento ma per la vita. Non solo produttori e amanti del vino ma cuori e anime che cercano e trovano quella convivialità spesso relegata chissà dove. Invece IoVino diventa spazio di condivisione che non si limita all’evento ma va oltre. Questo lo dobbiamo alla capacità di Manilo e Romina, sua moglie, vera musa ispiratrice, sostegno iniziatrice, spina dorsale e sorriso. Ma anche iniziatrice delle passioni Ero leggermente appassionato alle grappe grazie a mia moglie che lei poi è il braccio destro e sinistro dell’organizzazione. È lei che mi ha introdotto. Romina è sempre stata una mente molto curiosa di tutto ciò che la circonda.  Un percorso al contrario quello di Manilo. Iniziare dalla grappa per passare ai vini rossi corpulenti tipici della cultura di qualche anno fa. Ricordate quei vini che erano così legnosi da sentirli sui denti? Qualcuno fece approvare la legge europea che consentiva l’uso di trucioli di legno perché il vino ne sapesse ancora di più. Era il Regolamento CE n.1507/2006. Viva l’Europa insomma e lungi da me qualunque considerazione politica. Meno male che al Ministero per le Politiche Agricole dell’epoca, qualcuno sano di mente riuscì a scrivere e far approvare un decreto per vietare i trucioli perlomeno nei vini DOC e DOCG. Ho molti amici che sono molto più bravi di me a degustare. Entrai in un gruppo di amici molto esperti. Uno è anche un responsabile della guida Slow Wine del Lazio. Vari amici degustatori e piano piano mi incuriosì dei bianchi che prima magari sì, bevevo, ma senza aver mai bevuto bianchi di spessore. Faccia allungata, barba folta a seconda delle stagioni, occhialino tondeggiante da intellettuale, un sorriso che ti ricordi, taglio di capelli…beh taglio non direi. Sembra la mia descrizione in effetti ma è Manilo Frattari. Un entusiasta. Una persona che emana fiducia solo alla prima stretta di mano. Persona umile e concreta. Non certo di quelle che si vantano di ogni conoscenza e di conoscere le caratteristiche di ogni vino. Manilo lo si apprezza perché è una persona schietta e alla mano. Pragmaticamente felice,  amato e rispettato da tutti. Ogni volta che ho partecipato a IoVino la percezione, nemmeno tanto velata, che emergeva attraverso il dialogo con i produttori e i partecipanti, era di totale apprezzamento per lui. Ho sempre avuto l’impressione di entrare in una sorta di club house dove i soci chiacchierano, si divertono e, cosa strana per una club house, parlano bene del presidente del circolo. Non una setta bene inteso, ma un club di amici che si ritrovano per stare insieme in allegria. Qualcosa di quasi irreale in un mondo dominato da odi reciproci, rancori ed invidie. Dalle Marche alla Campania, sorrisi, strette di mano e, soprattutto, assaggi reciproci contrassegnati da giudizi sempre onesti e principalmente positivi (ma non potrebbe essere altrimenti vista l’alta qualità dei prodotti presentati). Facevamo sempre delle degustazioni di Barolo, Nebbiolo, Sangiovese. Poi capitò una volta Verdicchio e Fiano. Verdicchio Coronicino che ora non c’è più. C’è il figlio. Vengo folgorato da questo Coroncino. Un amico aveva la bottiglia talmente vecchia che c’era ancora il tappo in silicone. Fermate aspetta: ora te ne porto una io col tappo in sughero. Mi ricordo che già all’epoca si era bevuto avuto il Fiano di Villa Diamante, i Favati, i Marsella del quale ho ancora una 2010 in cantina. Con loro si beveva sempre bene. Io sono la pecora nera del gruppo perché porto vini meno acclamati. Sono sempre più scopritore. Mi piace andare a cercare piccole aziende. Loro mi dicono: ma chi te lo fa fare? Ci stanno già quelle bone.  Che Manilo sia una persona curiosa lo si capisce frequentando IoVino. Cantine poco note, piccole. Prodotti eccellenti e pressoché introvabili. Sarà per questo che mi piace Manilo. Ragiona proprio come me. Il mondo del vino è un mondo tipicamente contadino ovvero persone meravigliose molto più attente alla concretezza che al vendere fungo. Persone poco inclini a vantarsi di qualcosa che sanno essere prodotto secondo la propria coscienza. Poca, anzi, scarsissima propensione a comunicare, sempre troppo attenti al lavoro. Al duro lavoro. Eppure, scavando come si scava per trovare l’acqua, si conoscono persone uniche e meravigliose che hanno dedicato parte o tutta la propria vita alla terra. La voglia di continuare qualcosa o iniziarne altre. Sperimentare o consolidare. Voglia di rispettare la terra, la tradizione, il susseguirsi delle stagioni.  A IoVino abbiamo scoperte molte aziende che poi sono diventati grandi produttori.  Romina e Manilo. Una coppia nella vita e nella organizzazione di IoVino così come di altre degustazioni nelle quali coinvolgono produttori di tutta Italia. Entrambe sommelier FISAR.  Sono diventato anche direttore di corso. Ero in delegazione ma non ben visto, Così, insieme a Romina, siamo andati per conto nostro ed è stato meglio. Strano oggetto le associazioni professionali dei sommelier. Sembrano partiti politici o sindacati che misurano la propria forza in virtù delle tessere paganti. Interessate a conquistare posizioni di potere senza minimamente comprendere quanto potenziale hanno al proprio interno. Manilo sarebbe una risorsa da promuovere e sviluppare così come tante altre (me incluso e chiedo perdono per la presunzione). Blogger, giornalisti, comunicatori, semplici sommelier. Una pletora di persone eccezionali e competenti in grado di far splendere il mondo del vino. Anche solo per passione. Invece sono sempre loro, i vecchi tromboni che si fregiano di essere nei quadri direttivi di una associazione o docenti nei corsi da sommelier per conquistare un ingresso ad un evento o un posto alle trattative con la politica. Loro che parlano con quei termini forbiti per atteggiarsi, smarcarsi o creare una rivincita rispetto a ciò che non hanno mai avuto. Forse sono proprio loro i mali del vino. Persone autoreferenziali che, non guardando oltre il proprio naso, non sono in grado di capire cosa realmente accade nel mondo.  Dopo quella degustazione pensai che i migliori vini bianchi italiani fossero Fiano e Verdicchio. Senza nulla togliere agli altri. Amo molto il Friuli, la Slovenia. A Bracciano facciamo delle verticali con tutti i produttori che conosco dalla Val d’Aosta fino alla Sicilia anzi fino a Pantelleria. Faccio verticali da oltre 13, 14 anni. Se lavori bene gli altri ti contattano.  Lavora bene Manilo e lavora di cuore. Quello del vino non è il suo primo lavoro e forse il vino non è nemmeno un lavoro. La passione la percepisci dalle parole, dagli occhi che si illuminano, dall’enfasi che da ai singoli produttori e alle loro perle. Sarà per questo che tutti lo portano sul palmo di mano. Nelle prime due edizioni di IoVino, ormai oltre dieci anni fa, nemmeno faceva pagare i produttori.  C’erano due carissime amiche produttrici, che purtroppo non ci sono più, una delle Marche e una della Campania, che mi hanno molto sostenuto. Questa mia amica campana mi diceva sempre: Manì ma tu lo devi prendere qualche soldo. Come fai ad affrontare tutte queste spese?. Io le rispondevo che nessuno mi conosceva. Il terzo anno chiedo qualcosa e lei mi dice: ma hai chiesto così poco? Tu sei scemo! Il quarto anno aumento di 25€. E lei sempre: tu sei proprio scemo. L’amica marchigiana mi diceva lo stesso. Mi dispiace che non ci sono più perché non possono vedere dove siamo arrivati. Sono state le prime due che al primo evento mi hanno dato forza. Avevo 25 produttori e loro mi incitavano a continuare. Lo stesso incitamento, la stessa voglia di esserci che leggo negli occhi e ascolto nelle parole dei produttori presenti. Quel club aperto, quella agorà alla quale possono accedere tutti.  Manilo li va a visitare, parla con loro, assaggia i loro vini. Disquisisce. Marche e Campania. Campania e Marche. Un chiodo fisso. Un amore per Verdicchio e Fiano sopra ogni cosa ma senza disdegnare quanto di buono queste due regioni producono.  I primi due anni eravamo al Castello di Ceri. Una location spettacolare. Avevo intenzione di portare il romano fuori porta. Al romano piace fare la gira fuori porta. Il paese diciamo non era molto pronto e ci sono stati un pò di problemi. Poi c’è stato il Castello di Santa Severa. Sul mare perciò bellissimo. C’era in concomitanza un evento con alabarde, mazze chiodate. Se facevano male di brutto. Col sangue. Una situazione troppo caotica che non mi è piaciuta.  Non posso che ridere di gusto quando Manilo mi racconta, con il suo accento romanesco che però non proprio tale, dell’evoluzione di IoVino. Un racconto allegro e scanzonato, proprio di chi fa le cose con passione e rapporto. La ricerca della formula giusta con la solita diatriba tra uno e due giorni di evento. Uno sembra troppo poco; con due si rischia di occupare troppo spazio ai produttori sempre impegnati nei lavori in vigna. Lunedì si o lunedì no. Scelta dettata dal sapere molti ristoranti di Roma chiusi per riposo. Un tempo magari. Adesso, con l’invasione dei turisti, tutto somiglia ad un nastro trasportatore che si muove di continuo e senza sosta.  Poi l’ulteriore scelta di arrivare a Roma dove eventi di questo tipo faticano a trovare location che non siano hotel. Serve parcheggio e, in alcuni casi, è pure a pagamento. Cosa questa che ad uno come Manilo fa venire l’orticaria. Il solo pensiero di far pagare anche il parcheggio ai partecipanti e ai suoi produttori, non lo faceva dormire. C’era da far trovare spazio alle oltre 100 aziende che si erano unite al progetto. Serviva una location grande così che IoVino arrivò prima all’Ergife quindi a Villa Carpegna infine al Courtyard by Marriott Roma Central Park dove si è svolta l’edizione del 2025 e si svolgerà quella del 2026. Una evoluzione continua. Un fermento di vita e di idee. Quest’anno ci sarà una novità con le masterclass dedicate alla Grenache Picena per le Marche e lo Sciascinoso per la Campania. Vini splendidi. Non ce n’è uno sbagliato. Sono tutti a livello altissimo. Vorremmo fare abbinamenti con qualche cibo tipico come le olive a scolane fritte dall’albergo, il caciocavallo occhiato, la pizza. Grenache o Granaccia come la chiamano nelle Marche. Poi la Ribona, la Lacrima, la Vernaccia Nera, il Bianchello, il Pecorino, la Passerina. Quindi lo Sciascinoso e l’Asprinio di Aversa in Campania insieme a Casavecchia, Coda di Volpe, Pallagrello, Biancolella, Piedirosso. Senza poter, e dover, tralasciare i mostri sacri delle due viticolture: Verdicchio, Fiano, Greco di Tufo, Falanghina, Aglianico, Montepulciano e Sangiovese. Due regioni che, da sole, hanno ancora molto da dire e da esprimere. Così come da far conoscere. Ben vengano le Masterclass di IoVino che quest’anno cercheranno anche gli abbinamenti con i cibi tipici delle due regioni rispettando la vera essenza del vino che impone la presenza a tavola.  Ho tante cose per i miei produttori di IoVino in testa. Li chiamo i miei produttori perché ormai siamo una famiglia. Ogni tanto qualcuno in più, qualcuno in meno. Non è solo l’evento. Anche anche noi qui in famiglia siamo produttori con mia figlia che lo è diventata. Siamo legati legati in tutti i modi. Marche e Campania nemmeno confinano. Solo la dorsale appenninica ad unirli come fosse uno scheletro che si propaga verso i mari Adriatico e Tirreno. Una dorsale casuale, come quella capitata a Manilo nel corso di una degustazione. La folgorazione per due vitigni, Fiano e Verdicchio, incredibili come tanti altri dell’immenso capitale ampelografico italiano. Chissà se avesse assaggiato un Timorasso o un Vermentino cosa sarebbe stato IoVino. Al fato che ha deciso per Marche e Campania, dobbiamo solo essere grati perché è così è nato IoVino e il club aperto di produttori che hanno deciso di far parte del progetto. Il rammarico è che per vedere altri eventi così passionali per dar luce ad altre regioni italiane, temo dovremo aspettare la pensione di Manilo. Per adesso, non vedo l’ora arrivi domenica 15 marzo così da rivivere, in quel Courtyard by Marriott Roma Central Park, una nuova edizione di IoVino. Una attesa non solo mia ma, ne sono certo, anche di chi ha imparato ad apprezzare ciò che Manilo e Romina hanno portato a Roma e dei tanti produttori di Marche e Campania che considerano IoVino come un appuntamento fisso già segnato da tempo nelle loro agende. Ci vediamo il 15 marzo!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Migrante. Michele, la terra affidata Arrow Right Top Bg

6 Febbraio, 2026

Migrante. Michele, la terra affidata

  Affidare. Consegnare, attribuire o rimettere fidando nell’altrui capacità. Un verbo meraviglioso, incredibile che sottende alla generosità di qualcuno verso qualcun altro. Si può affidare un oggetto, un pensiero, una persona. Qualunque cosa faccia intimamente parte di una persona che per amore e generosità pura, la affida a qualcun’altra. Magari generando una catena di generosità. Come nel caso della terra. Pensateci un attimo. La terra. Un pezzo di terra. Coltivato o da coltivare. Impossibile non andare con il pensiero al concetto di proprietà. La terra appartiene a qualcuno. C’è il catasto. C’è il notaio. C’è un atto. Di proprietà appunto. Eppure, pur avendo quel pezzo di carta che ne attesta il possesso dunque l’utilizzo, chi può dire di poter disporre del bene a proprio piacimento?  La proprietà di un bene ci autorizza a farne ciò che vogliamo. Possiamo alienarlo, finanche distruggerlo. Per la terra invece, la distruzione è impossibile poiché parte integrante di un bene più grande: il pianeta. È così che la terra può essere solo alienata o tramandata di padre in figlio. Interessante che come modo di dire esclude la prole di sesso femminile. Ma questa è altra storia.  Se dunque si decide di non vendere, la terra, è perché si considera questa come bene fondamentale. Magari necessario al sostentamento della famiglia. Un motivo assolutamente valido per averne cura, per trattarla con tutto l’amore e il rispetto che merita. Un amore che non può essere limitato o egoista. Non si è eterni e trattarla bene vuol dire tramandarla nelle migliori condizioni possibili alle generazioni future. Più che tramandando la, affidandola. Lorenzo e Luciana scelsero di dedicarsi alla terra. Lorenzo non poteva più continuare il suo lavoro per via di una malattia. La cura delle terre della famiglia di Luciana ad Olevano Romano, divenne una terapia prima, ragione di vita dopo.  La vendemmia del 2003 nasce per un problema di salute di mio marito. Ci voleva uno stimolo ad andare avanti. Un qualcosa che gli desse voglia di guarire. Ed è così che ci siamo inventati questa situazione. Inventati proprio no perché comunque veniamo da una cultura contadina. La mia famiglia ha sempre coltivato la vigna e sempre prodotto vino tranne la parentesi della cantina sociale. Anche se negli anni 60 è stata una gran fortuna averci la cantina sociale, perché altrimenti c’erano i mediatori che stabilivano il prezzo. La cantina sociale è stata una bella parentesi fino a che è stata gestita esclusivamente dai soci ovvero dai coltivatori e dai produttori. L’incontro con la famiglia Fanfarillo è qualcosa che riporta senza fronzoli alla cultura contadina e familiare. Quella di un tempo. quella vera.. Chiacchieriamo con Luciana e il figlio Michele in attesa che Lorenzo torni dai trattamenti sui campi. Il clima che si respira sa di calore familiare, di schiettezza, di semplicità. Gli occhi di Luciana guardano il figlio Michele colmi di amore e orgoglio per colui al quale hanno deciso di affidare la propria vita, la terra. Ho fatto il liceo scientifico anche se sono nato e cresciuto in mezzo alla vigna. Dopo la triennale in economia avevo di fronte la scelta tra fare il vino oppure andare a cercare lavori in banca, ufficio o cose del genere. Continuare e farla diventare un lavoro perché mi sono immaginato io proiettato tra 10 anni e stavo meglio in mezzo alla vigna che dentro a un ufficio.  Immaginarsi nel futuro, la routine, le ore trascorse chiusi dentro l’ufficio mentre fuori c’è il sole. Fuori, non dentro. Uno choc dal quale non ci si riprende sapendo che a casa il sole lo hai fuori. Non ci si riprende a meno che non si scelga di cambiare vita prima che sia la vita a cambiare noi.  Paura per la strada da percorrere? Semmai la felicità di una strada diversa. La voglia di una vita all’aria aperta.  Le vigne, in fondo, c’erano già. Così come c’era l’azienda creata da Lorenzo e Luciana nella quale Michele vi inizia a lavorare nel 2019. Non fa neanche in tempo ad iniziare che arriva il covid. Olevano Romano è un piccolo paesino di circa 6.000 anime posto giusto al centro del cono delle autostrade che da Roma portano a L’Aquila e a Napoli. Sorge su una collina della Valle del Sacco, alle pendici dei Monti Simbruini. Nelle campagne circostanti è facilissimo ai giorni d’oggi imbattersi nelle meravigliose vigne parte della DOC Cesanese di Olevano Romano. Ai giorni d’oggi appunto. Come direbbero a Roma, facile ‘a fa gli splendidi ora con il Cesanese, vino pazzesco che è diventato emblema del Lazio anche grazie alla DOCG di Piglio con il contributo di Affile e Olevano stessa. Prima però le cose non erano affatto così.  La gente ad Olevano scappava per il posto fisso così, chi rimaneva, non poteva che puntare a produrre qualcosa di qualità. Altrimenti era meglio essere quelli che facevano il vino per famiglia e amici. Un mestiere diverso.  Qualità invece che qualità. Un percorso inverso rispetto a quello del dopoguerra.  Olevano non fu particolarmente colpito dal conflitto ma la miseria e lo spopolamento si abbatté qui come in tanti altri paesini italiani. Di vigna e di vino non si parlava proprio, troppo impegnati a produrre qualcosa per sfamare la famiglia.  Nei primi anni 50, mio padre piantò la vigna con filari larghissimi perché in mezzo, tra un filare e l’altro, una fila era dedicata al grano, una a fave, una piselli. Ci doveva essere spazio anche per il sostentamento della famiglia, non solo per il vino. Spazio sprecato. Terra sprecata. Altro che vino. Occorreva trovare il cibo per sfamare la famiglia. Si piantava ciò che si trovava. Altro che cultivar, vitigni particolari. Altro che Cesanese in purezza. Nelle vigne italiane, così come ad Olevano Romano, c’era di tutto un po’. Quello che si riusciva a rimediare chiedendo in giro. Un altro mondo. Un’altra vita. Niente era come adesso e il vino era solo un alimento, sostentamento della famiglia. Diciamo che siamo passati dal vino come alimento al vino come esperienza. Ad OIevano c’era vino e olio. Non è come adesso che bisogna mettere i soldi da parte per l’iPhone piuttosto che per la macchina nuova. Si doveva mangiare tutti i giorni. Stabilità era anche era anche piantare i fagioli, il grano per farsi la propria farina. Luciana, seduta su una sedia, guarda Michele sorridendo. Terzo figlio, il più piccolino anche se è alla soglia dei 30 anni. Quello che è andato all’università ma ha scelto di rimanere a prendersi cura della terra. Una scelta spontanea, indipendente, sentita. Per nulla facile. Davvero per nulla facile.  Gli altri due fratelli, uno 50 e l’altro 43 hanno un altro lavoro ma non fanno mai mancare la loro presenza quando serve.  Serviva uno che portasse avanti tutto. Già perché non è semplice portare avanti una azienda di tre ettari e quasi 18.000 bottiglie. Tante, troppe cose da fare senza che si finisca mai. Con, in più, anche la necessità di vendere. In più. Come se vendere non debba essere una delle attività primarie per una azienda. Non proprio quello che voleva Michele: l’aria aperta, la libertà, il ciclo della natura. Invece, in un mondo complesso come quello che è l’oggi, vendere diventa ancora più importante della terra.  Quando Michele ha iniziato l’università ero contraria a che si trovasse un lavoretto come tanti. Possiamo mantenerlo noi dicevo a mio marito. Al limite da una mano nel nostro lavoro altrimenti quando studia? Non studia. Con noi invece, insomma, è libero di aiutarci o meno a seconda del momento. Cuore di mamma. Sacrifici per i figli con la speranza che abbiano un futuro migliore. Una laurea, un futuro.  Io invece ho finito di innamorarmi del frattempo. L’ho scoperto molto prima di lui che era portato. Quando mi veniva ad aiutare durante il liceo per ottenere la paghetta. Imparava facilmente. Faceva i lavori manuali della vigna con velocità. Aveva occhio. L’ho scoperto prima di te che ti piaceva. L’occhio della mamma è sempre l’occhio della mamma. Ricordo la mia. Bastava mi guardasse un istante per capire cosa avessi. Riusciva, anche al telefono e dopo un semplice ciao, a percepire il mio mal di testa. Non potevo nasconderle nulla.  Mi colpisce la frase di Michele: ho finito di innamorarmi.  Migrante Vini non è una azienda grande, non è in un territorio particolarmente rinomato (ancorché meraviglioso e con eccellenti potenzialità), non è in una zona facile (Roma non è mai facile). Michele aveva tutte le potenzialità e gli appoggi familiari per fare altro. Invece sceglie, consapevolmente, di occuparsi della azienda continuando il lavoro dei genitori. Sì per rispetto e senso di responsabilità ma soprattutto per amore. Che forse è un tutt’uno. Se lui non ci si fosse dedicato, l’avremmo probabilmente lasciata morire piano piano. Alla nostra età non era possibile. Noi ci abbiamo vissuto. Non ci siamo arricchiti. Abbiamo fatto un lavoro che ci piaceva. Soddisfazioni infinite per i premi avuti dalle guide cose, per le degustazioni. Quando uno ha l’interlocutore davanti che apprezza il tuo lavoro, vale molto di più che lo stipendio a fine mese. Mio marito lievitava. Quando ho conosciuto ad un evento organizzato dai Vignaioli Indipendenti Lorenzo e Michele mi hanno subito fatto simpatia. Papà Lorenzo con il suo faccione sorridente gongolava sotto i baffi ogni volta facevo un apprezzamento (sentito) per un loro vino o quando Michele interloquiva con me con grande enfasi e proprietà di linguaggio. I miei erano complimenti sinceri perché quando si assaggia un vino di Migrante è come fare un tuffo nel loro mondo. Un mondo nel quale vieni accolto sentendoti a tuo agio. Sensazione meravigliosa.  Sigillum Cesanese di Olevano 2014 è uno di quei vini dedicato solo a chi crede che l’essenza non è nel superfluo. Elegante che non grida, concreto che afferma ogni sua caratteristica già dal fine e trasparente color granato.
Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù. Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non  si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore. L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo. Equo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese. Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò. Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma. Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”.  Facile ricordare Seneca: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato. Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni. Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti. Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare. Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano. Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso.  La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro. Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso, Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male. Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo. Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni.  Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo. Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita.  Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco. Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole. Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza. Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so. Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani. Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo.. Michele è pronto? Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro. Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80. Una bella famiglia. Semplice ed unita. Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito Arrow Right Top Bg

4 Febbraio, 2026

Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito

  Entusiasmo
Sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale Definire con una semplice parola un anno intero di lavoro potrebbe essere riduttivo e magari poco gratificante per chi ha lungamente faticato per arrivare alla fine di un percorso. Eppure, è l’esatta parola che mi è venuta in mente riflettendo sulla giornata Un Mare di Foglie dedicata alla consacrazione dei vini biologici e della Guida Bio organizzata da Antonio Stanzione. Entusiasmo che ho respirato nel corso delle due ore intense di discussioni attorno al mondo del biologico in Italia. Entusiasmo durante le premiazioni delle Foglie d’oro, dei vini e delle aziende. Entusiasmo di chi ha partecipato al successivo pomeriggio degustativo. Entusiasmo tra tutti i produttori presenti. Entusiasmo nello staff di Antonio. Entusiasmo in Antonio stesso che credo non abbia mancato neanche una stretta di mano o un sorriso. Un entusiasmo contagioso e diffuso che evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, come il vino prodotto secondo criteri di rispetto per l’ecosistema debba necessariamente essere parte integrante del nostro futuro. Ciò, nonostante vi siano produttori che stanno abbandonando il proprio orientamento al biologico.  Occorre parlare chiaro e dire una volta per tutti che il biologico non è per tutti e non si può utilizzare ovunque. A meno di riduzioni delle quantità raccolte. C’è poco da fare. Ci sono infatti luoghi con condizioni pedoclimatiche piuttosto che annate particolari che necessitano numeri consistenti di trattamenti in vigna in assenza dei quali la produzione non può che risentirne. Delle due, l’una: o meno interventi e meno raccolto o più interventi e più raccolto. Tutto ciò si traduce in sostenibilità economica, margini, prezzi e compagnia cantando. L’entusiasmo di un intero movimento che celebra il biologico come ragione dell’essere, va oltre. Va oltre la fatica, le energie, il tempo. Persino i profitti. L’importante è realizzare vini di assoluto livello. Sani. Ecco allora cosa ho scelto nel corso della degustazione pomeridiana. Cà du Ferrà Che dire? Ho riassaggiato i loro vini delle Cinque Terre prodotti a Bonassola (SP): identitari, sapidi, stratificati, vivi. Non posso che rimanerne sempre affascinato. Bonzolae (Vermentino, Albrarola, Bosco), Luccicante (Vermentino) e il mitico Ruzzese Zero tolleranza per il silenzio con l’etichetta che Davide mi ha strappato in diretta. Si strappato! Perché il nome emerge solo tirando un lembo con il movimento di strappare l’etichetta. Sono vini che meritano non solo l’assaggio ma la poesia di essere vissuti ascoltando lo sciabordio delle ombre. Un crescendo di sensazioni senza che l’uno prevalga sull’altro. Un gioco di emozioni che si sussegue, compensando l’altro quel tanto da renderlo diverso e unico. Giusto difronte ho trovato un’altra Cà, Cà Rugate In Veneto, a Montecchia di Crosara (VR) si fanno incontri interessanti, come Michele Tessari con il quale, ridendo e scherzando, ho avuto il grande piacere di assaggiare due vini ed un Vermouth. Già, un Vermouth, oltretutto prodotto con l’Amarone. Da pazzi sì ma il risultato è, appunto, pazzesco, folle. Uno di quei prodotti per i quali la bottiglia da 0.75 non è sufficiente. Ovviamente, se qualcuno pensasse di utilizzare questo Vermouth come base per cocktail, peste lo colga.
Amedeo, il Durello con ben nove anni di affinamento sui lieviti, dimostra ancora una volta come questo vitigno sia del tutto sottovalutato. 
Non poteva mancare il Dio Amarone che, in questo caso, arriva dalle zone collinari adiacenti alla Cima Caponiera. Nomen Omen. L’opulenza non appartiene a questo Amarone che fa invece della fresca croccantezza la sua vera forza.  Con Rabottini si fa tappa in Abruzzo. A Chieti. Una tappa per la quale occorre prendersi del tempo. Non certo quello che Carlo lascia riposare i suoi vini visto che è molto lungo. I vini di Carlo sono come una di quelle belle donne che amano farsi aspettare e anche quando arrivano, non si concedono subito. Tocca mettercela tutta.
Per iniziare si parte proprio con Per Iniziare. Altro nomen omen della serata. Un Trebbiano del 2017 che quando assaggi ti fa dire solo una cosa: wow. Oltre a dire però la voglia di provare altro è molto ma molto alta. Come le aspettative. 
A Salire non può mancare il Cerasuolo. 2019 e 2022. Chi l’ha detto che il Cerasuolo va bevuto giovane? Non certo Carlo. Lui aspetta pure questo. E fa bene perché ciò che emerge sono due evoluzioni che possono far parlare di se. Dopo essersi inebriati di sentori che sanno di attesa. Due espressioni di Cerasuolo da Montepulciano che continuano a farti dire: wow.
Poi per finire c’è Ed in Fine, il Montepulciano 2018 che, con il suo solo acciaio, ha dalla sua una sapidità ed una freschezza così intensa che ne berresti una bottiglia intera. 
Ed in Fine è un nome sbagliato perché avrei voluto altri vini. Sempre in Abruzzo, Tenuta Pescarina è a Spoltore (PE). Il Cerasuolo non può mancare e infatti Radusa lo rappresenta appieno. Semplice, sapido, diretto. Non si può volere altro da un Cerasuolo. L’importanza arriva con il Montepulciano Fra Lucerta. Affinato in tino di legno e a fermentazione spontanea spinge e spinge tanto. Ricco e forte grazie ad un tannino che non perdona.  La Sicilia è tante cose. L’Etna però, Idda, è qualcosa di più. Il vulcano è vita. Complicata, ma vita. Tenuta Boccarossa di Passopisciaro (CT) è anzitutto Claudia e Michele con il loro sorriso e la loro storia fatta non solo di Italia. I vini sono espressione diretta del terreno vulcanico tanto che l’Etna Bianco Sciara 1911 prende il nome proprio dalla colata lavica (sciara) dello stesso anno. Un Carricante che fa della sapidità minerale delle zagare il suo punto di forza. Poi l’Etna Rosato da Nerello Mascalese che fa sognare i tramonti sul mare di Sicilia. Non può mancare l’Etna Rosso sempre da Nerello Mascalese. Forte come la sciara e caldo come il sole della Sicilia. Tannico, avvolgente. Poi però la chicca vera e propria, il DiRampante, Nerello Mascalese dalle vigne antiche di oltre 130 anni poste in quota. Con una vigna che resiste così tanto, ciò che ne deriva è qualcosa che varrebbe la pena di preservare per sempre.  In Trentino Alto Adige, a Lavis (TN) c’è Maso Furli che sfrutta a pieno le montagne e di queste le tradizioni. È così che il Sauvignon transita per parte della massa in legno senza risentirne più di tanto. Anzi, offre qualcosa di più al Sauvignon. L’Incrocio Manzoni,  semplice ma particolarmente efficace è giusto preludio al Gewurztraminer. Entrambe non sono assolutamente stucchevoli e la minerale sapidità ne fanno due gioiellini da non mancare. Ho trovato dei vini che meritano di essere raccontati con calma, senza clamore. Così come Marco, timido e riservato ma che nasconde qualcosa di interessante da raccontare. La mia amica Barbara Fracassi ha insistito tanto per portarmi nel foyer per farmi provare Il Borro de Il Borro ovviamente. Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah. Un blend al quale non si può e non si deve dire nulla. Si applaude. Mentalmente e in silenzio. Altrimenti ci si disturba nella degustazione contemplativa. Torniamo alle regioni e via in Friuli Venezia Giulia con Tenuta Stella. Delegna del Collio (GO) dice tutto del dove siamo e cosa si può trovare qui. Il Tocai Friulano ovviamente. Peccato aver perso la diatriba sul nome. Comunque, lieviti indigeni e solo acciaio per ritrovare una mandorla minerale e tanti agrumi di pasticceria che quasi mi dispiace portare il calice in bocca. Meno male che l’ho fatto perché la meraviglia si presente. Chapeau. Anche la Malvasia non sfigura per nulla. Parte della massa passata in botte che all’inizio mi aveva spaventato ma poi in bocca stupisce per la sua struttura senza alcuna stratificazione particolare. Intensamente meraviglioso. Infine Sdencina Rosso che è un ricco blend di tutte le uve a bacca rossa del territorio: Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino. Per domarle ed amalgamarle un doppio passaggio in barrique e botte grande. Il risultato è un vino che ancora non è domato ma ringrazio per questo perché mantiene una intensa freschezza tagliente tipico dei vini di queste zone.  Un ritorno in Alto Adige ma più su di prima. Glassierhof è a Neumarkt ovvero Egna. Stefan Vaja con i suoi capelli bianchi, quando ti guarda, sembra metterti in soggezione. Poi però si scopre simpaticissimo. I vini sono una sua propagazione. A partire dal Sauvignon che è semplice, diretto, schietto. Minerale, sapido, fresco. Top.
Vernach è la Schiava che qui coltivano solo chi ama non distaccarsi dalla tradizione senza lasciarsi influenzare dalle sirene dei vitigni che in queste zone la fanno da padrona. Vero, incredibilmente vero. Fresco, incredibilmente fresco. Territoriale. Stop.
Il Pinot Nero Riserva Himalaya 2021 è la esaltazione di questo territorio grazie ai vigneti in altezza, alla fermentazione in barrique e all’affinamento in botti di quercia. Un vino che merita una carne di accompagnamento. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Merlot Riserva 2018. Incredibilmente meraviglioso tanto che non saprei quale scegliere tra i due per una serata dinanzi al camino.  El Citera è in Veneto, a Peschiera del Garda. Un nome che andrebbe raccontato con maggiore calma e non è detto non lo faccia a breve. L’esaltazione del Turbiana si fa con due vini: il Lugana DOC, semplice e diretto; l’Artigianale, che invecchiando 24 mesi in cemento (come si faceva una volta!) aumentano la complessità non lasciando andar via la freschezza. Incredibili. Sempre sul Garda, ma a Lonato ovvero in Lombardia, c’è Perla del Garda. Sempre Turbiana, sempre Lugana, stavolta bollicine. E che bollicine. Uno Charmat che fa dell’esaltazione della Turbiana una ragione di vita. Essenzialmente buono!
Poi il Valténesi, Groppello, Marzemino, Sangiovese, Barbera per un rosato Charmat che si berrebbe dall’aperitivo al contorno del secondo senza sosta. Slurp. Podere 109 è in Toscana è a Grosseto Il punto di forza è senza dubbio Peppe Esposito che ha trovato qui il suo buon ritiro producendo vini di una tale schiettezza che mi hanno fatto ricordare quelli campani. In fondo, il nome non tradisce la sua provenienza (di Peppe ovviamente). Il Trebbiano si concede un breve passaggio in legno così da renderlo, oltre che fresco e sapido, anche con un po’ di quella struttura che non guasta. Pur rimanendo schietto! 
Il Ciliegiolo segue la stessa strada del Trebbiano dando vita ad un vino sincerissimo comunque dotato di struttura caparbia e ammaliante.
Infine il Sangiovese con passaggio in barrique e tonneaux: ecco un vino che sa di Toscana marittima. Insomma, vini che se si stappano con Peppe, si finiscono chiacchierando della vita! In Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Hic et Nunc. Un nome importante per una giovanissima cantina che produce vini del territorio. Monolite è il Cortese, antico vitigno che se ne sta quasi in disparte ma quando è come questo, meriterebbe la prima fila. Sarà stato il passaggio in legno che l’ha reso più complesso o il Cortese che si esprime benissimo ma i sentori di indrocarburi mi hanno stregato. Alla beve poi, pure!
Altromondo è il Grignolino, altro vitigno tipico della zona. Semplice e di beva semplice. Ma di quella beva che la bottiglia finisce in un nulla. Basta una fetta di salame.
Monumento infine è la Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Il passaggio in legno è d’obbligo così che il risultato è un vino pazzesco. Fresco e tannico. Complesso e super sinuoso. Buono ma buono. Essendoci Villa Bucci non potevo non riassaggiare il Classico dei Classici: il Verdicchio 2024. Un vino che non si smentisce. Certo, magari in alcuni contesti, è sopravvalutato ma secondo me di Verdicchio come questo ce ne vorrebbero e tanti. Senza dimenticare che altri produttori hanno brevettato una bottiglia ma Villa Bucci ha reso grande il Verdicchio. Ecchettelodicoafa!   Tenimenti Leoni mi porta nel Lazio, sui terreni vulcanici di Lanuvio. Vulc Num è il Bellone che qui si esalta davvero con la sua fresca sapidità che sa di minerale. Caliga è il blend Vermentino, Bellone e Chardonnay che mantiene la beva del Bellone ma con un bouquet che si arricchisce e tanto. Elegantissimo! L’azienda poi merita una visita per salire fin su la torre che sta li da tempo immemore e dalla cui sommità si può vedere tranquillamente il mare. Il che capita anche nelle giornate nuvolose purché dopo la degustazione. Tornando in Liguria ma molto più a nord, la fermata da Tenuta Maffone è d’obbligo. Il Metodo Classico Duezerosette da Ormeasco con 84 mesi sui lieviti è qualcosa che va necessariamente e assolutamente assaggiato. Così come l’Ormeasco di Pornassio Superiore 2022 Il Meneghin. Provare per credere (e rimanere stupiti). In ogni modo, onore al merito di Eliana e Bruno che con tanta fatica e altrettanta passione hanno recuperato terreni non consentendo loro l’oblio. Stessa cosa per l’Ormeasco di Pornassio che in queste versioni, senza dimenticare lo Sciacchetrà, sono dei vini dal potenziale incredibile. In Veneto ancora, a Brognoligo di Monteforte d’Alpone (VR), c’è Portinari Maria Portinari, una donna di una dolcezza infinita. Soave i suoi modi, Soave i suoi i vini. Vere perle nascoste tra le dolci colline venete. Il Ronchetto è il Soave Classico DOCG, un cru che sa di freschezza e spensieratezza composta. Un vino che quando il sorso va giù non puoi che guardare il calice e sussurrare: però, però!
Il Soave Vigne Le Albare proviene invece da un vigneto posto in pianura. Qui la Garganega si esprime in maniera totalmente diversa dalla collina e la tecnica della Doppia Maturazione Ragionata che consiste nel recidere il tralcio di parte dei grappoli in pianta e lasciarli maturare solo con il sole, dona a questo vino una maggiore rotondità. Al naso la frutta secca fa capolino e al sorso si apprezza una versione di Soave decisamente complessa e avvolgente.  Sempre in Veneto a Farra di Soligo (TV) c’è Perlage. Ovviamente bollicine, ça va sans dire. Animae è il Prosecco Superiore DOCG da Glera senza solfiti. Ecco, finalmente qualcosa di diverso da un Prosecco che continua a sapere di Prosecco ma con una meravigliosa sensazione di freschezza. Tanto per continuare a stupire e dimostrare che anche il Prosecco può essere speciale, ecco Col di Manza, Prosecco DOCG Millesimato Extra Dry proveniente da agricoltura biodinamica. Oltre che speciale questo Prosecco è unico e intenso. Da non sprecare! Ecco qui. Questo è stato il mio Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo l’ho ritrovato nei vini che ho assaggiato e in tutti i produttori che ho incontrato.  Questo è lo spirito giusto. Questo il futuro sostenibile da lasciare alle nuove generazioni. Solo che, così come ho avuto modo di motivare nel mio personale intervento in plenaria, occorre uscire fuori dal mero ambito agricolo e comprendere che se tutto ciò, se questo incredibile movimento e gli altrettanto incredibili prodotti ha la pretesa di essere di esempio gridando al mondo che un modo diverso di fare vino è possibile, occorre comunicare. Occorre prendersi del tempo per comunicare le proprie storie, quelle di cui la gente si nutre lasciando stare i punteggi e le dissertazioni enfatiche dei vecchi tromboni del vino. Le persone oltre che nutrirsi di cibo e vino, si nutrono di storie. Sono queste che fanno la differenza e creano un ricordo. Quello che poi fa scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra.  Comunicare non vuol dire necessariamente utilizzare denaro ma, sicuramente tempo. Tempo per guardarsi dentro e capire cosa si ha da raccontare: la propria anima. In tutti i produttori che ho incontrato qui da raccontare c’è tanto. Sarà perché hanno una grande anima. Buon racconto allora.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Memory Box. La forma dell’acqua Arrow Right Top Bg

30 Gennaio, 2026

Memory Box. La forma dell’acqua

  Il tratto più aristocratico della bottiglia di champagne è che non consente che le si rimetta il tappo.
Ramón Gómez De La Serna (1888–1963) Stappiamo una bottiglia per accompagnare il cibo così come semplicemente per bere qualcosa con amici (spero mai da soli). In alcune, rare, occasioni per celebrare qualcosa, festeggiare qualcuno. Scegliamo la bottiglia con cura. Dobbiamo far scena ma anche rendere quel momento, memorabile. Pensiamo al capodanno: certo che è da festeggiare e certo che dobbiamo stappare qualcosa di importante. Ma c’è il compleanno, il matrimonio, la laurea, la comunione, il battesimo,. E via così per ricordare ogni momento importante della nostra vita.  Stappiamo e il tappo vola via. Quel pezzo di sughero (ma oggi non è detto sia così visto il proliferare di materiali diversi) che ha contenuto per anni il liquido della bottiglia, finirà con tutta probabilità nella spazzatura.  Cosa rimane di quel momento? Un semplice ricordo che prima o poi svanirà (a meno di non legarlo a qualcosa di memorabile) piuttosto che delle foto digitali. Vi rendete conto che nessuno ha più degli album di foto? Tutta la nostra memoria è in un server chissà dove nel mondo. Con un semplice click le possiamo rivedere tutte ma a nessuno viene in mente che, con la medesima semplicità, tutte le nostre foto e con esse i ricordi di una vita, potrebbero svanire per sempre. Per sempre capite? Avete idea di cosa voglia dire per sempre?  I miei genitori hanno lasciato a noi figli album interi di foto, i ricordi di una vita. Sono li e ogni tanto li sfoglio. Sento la carta oleosa di un tempo sotto le dita così che quelle immagini diventano vive.  Ma ritorniamo al tappo. Si, proprio al tappo. Perché non conservare proprio il tappo come ricordo di quel momento? Conserviamo la bottiglia potrebbe dire qualcuno. Già, ma le bottiglie occupano spazio. Il tappo no. Certo, ma se si fa come faccio io che ho scatole piene dei tappi delle bottiglie degustate, come posso renderne speciale qualcuno? Ho incontrato una persona speciale come Paolo Buffadini grazie alla quale ho capito come il genio italico non ammetta confini. Si è inventato la Memory Box. Io sono semplice, un semplice artigiano. Ho studiato per geometri per fare il geometra, però poi ho abbandonato subito l’impresa perché non faceva per me. Però purtroppo o per fortuna, feci un concorso e entrai all’Istituto Geografico Militare. Disegnavo carte geografiche.  Più che toscano, Paolo è fiorentino. L’aria scanzonata di chi vive la vita senza pensarci su più di tanto. Un po’ testa dura a contenere tante idee che gli frullano ma che poi vien noia a realizzarle tutte. C’è da viverla la vita, mannaggia a te.  Sapete che è strano il cervello? Appena l’ho visto Paolo non ho associato immediatamente ma poi, parlandoci, mi è scattato il click. Avete mai visto il film Amore, bugie & calcetto? In quel film Emanuele, alias di Filippo Nigro, marito di Silvia, ovvero Claudia Pandolfi, faceva il padre di due figli. Come Paolo. Ma ci somiglia proprio a Paolo.  Divagazioni a parte, di fare il geometra non gli garbava. Il lavoro part time statale se lo era preso. O che si fa adesso? Apriamo una falegnameria. Mica si bighelloneggia in giro da questa parti. Si, magari anche quello, però a Paolo piace lavorare perché si diverte.  Facevo due lavori: la mattina andavo all’Istituto, a mezzogiorno smettevo e andavo a questa falegnameria che avevamo aperto con un socio. Mi incuriosiva il mondo dell’artigianato. Lavori di legno, di marmo, qualsiasi cosa fatta con le mani. La falegnameria produceva e produce arredamento. Su misura ovviamente. Solo che il socio di Paolo era uno a cui piacevano i mobili diciamo, non moderni. Mal si conciliava con la voglia di far qualcosa di innovativo e diverso, di usare Autocad per disegnare i mobili, di sperimentare materiali particolari. È cosi che dopo quattro anni la società si scioglie e ognuno per la sua strada. Nel mentre Paolo trova tempo e modo per fare due figli e licenziarsi dall’Istituto. Poi ditemi se non è meravigliosamente folle uno così. Folle ma con quella curiosità propria dei bambini (le sceneggiature dei film sono pazzesche)! Per due anni ho avuto la fortuna di collaborare con una falegnameria che faceva ristoranti. Ne abbiamo fatti una decina in centro qui a Firenze. Si andava di notte a montare perché loro sono macchine da guerra e non possono perdere nemmeno una giornata. C’era il proprietario di una catena di ristoranti che andava sempre a cercare idee, ma in tutta Europa, per portarle al ristorante e tutte le volte ci diceva: bisognerebbe fare qualcosa di diverso, qualcosa di diverso. Una sera non mi ricordo, ero a casa e c’avevo come ci abbiamo tutti a casa una serie di tappi: uno quando era nato il mio figliolo, quell’altro della mia figliola. Sicché guardavo e dicevo vabbè, ma ora gli fò un quadro. Comunque gli ho fatto una teca e ad avercela sotto gli occhi tutti i giorni e lavorando per il ristorante ho detto: però sarebbe carino riuscire, da parte dei ristoratore, lasciare come ricordo il tappo della bottiglia. Qualcosa che richiamasse il posto dove sta stappata questa bottiglia. Le idee sono come pezzi di pongo colorate. Mia figlia ne ha tanti di tanti colori e ci gioca in continuazione: stimola la fantasia.  Con un pezzo informe di pongo in mano si possono realizzare tante cose oppure nessuna. Dipende da che forma vogliamo dare alla nostra idea e che tipo di manualità abbiamo. Per ovviare a questa ultima, ci sono anche delle formine così che nessuno si possa sentire inabile. Il risultato sarà una forma comune e convenzionale oppure no. Dipende sempre dall’idea.  Ciò che Paolo ha nella testa ha uno scopo ben preciso ma non ancora una forma. Almeno non una forma ben chiara. Come l’acqua che non ha una forma ben precisa ma può assumerne tante. Qual è la forma dell’acqua?
Ma l’acqua non ha forma! Piglia la forma del recipiente che lo contiene
A. Camilleri. La forma dell’acqua Doveva essere un oggettino carino da tenere su una mensola di casa. Ci ho messo un anno e mezzo a svilupparla perché ci perdi la testa dietro. Quando la gente viene da me e mi dice: mi fai una cucina? 50 domande manco te bastano per capire. Allo stesso modo per creare la scatola.  Paolo, che è un artigiano e per sua natura, precisino, si butta anima e corpo per realizzare la sua idea. Business plan? Piano dei costi? Budget? Niente di tutto questo. La sua è una idea che gli piace e la vuole realizzare. Cura tutto personalmente nei minimi particolari usando materiali e tecniche a lui poco note. Tutto per dare forma alla sua idea e creare il contenitore della memoria. La forma dell’acqua sta tutta qui. Ciò che Paolo crea è un vero contenitore per dare forma all’acqua. Cos’altro non è un ricordo in fondo? Qualcosa di personale, intimo, unico. La scatola è solo la forma ma il contenuto è tutt’altra cosa.  Questa è la Memory Box che di per se è una di quelle idee geniali che una volta vista cominci a dire: carina. Ma che idea carina. Perché non l’ho mai vista? Ma sai che è carina? È proprio una bella idea? Ma che carina! Perché nessuno me l’ha mai regalata una cosa così carina? Un cubo realizzato in plexiglas con una semplice vite posta sul basamento inclinato sulla quale poter avvitare un tappo in sughero. Poi, con un pennarello dorato (oggetto di attento studio perché mica si può prendere un pennarello qualsiasi per scrivere di un ricordo) si incide sul bordo del basamento una frase con la data alla quale quel tappo fa riferimento. La box è dotata anche di una luce per renderla ancora più oggetto di arredo. Se non si ha voglia di fare una dedica, ci sono delle box con dei messaggi pre impostati.  Ma perché diavolo nessuno ci ha mai pensato prima? Forse perché occorre pensare in modo analogico e non digitale. Usando le mani oltre che la testa. Provando e riprovando fino a veder realizzata la propria idea. Le prove mi sono costate veramente quattrini, ma veramente tanti soldi e sinceramente ne avrei fatto anche a meno ma purtroppo non vedo nessuno quando parti con un progettino che ti aiuti. C’è però quell’entusiasmo che spinge ad arrivare fino in fondo. A perseguire la propria idea. A non lasciarsi abbattere dalle difficoltà.  Quando si è arrivati in fondo ero contento e molto positivo. Comunque è una cosa difficilissima lanciare un prodotto nuovo. Per quanto secondo me è carina come idea sto facendo veramente una gran fatica a riuscire a far conoscere questa cosa.  L’entusiasmo da un lato, l’inesperienza dall’altra, l’illusione infine.  Ne ho visti di prodotti incredibili finiti su un binario morto perché bruciati appena nati. Mancanza di una strategia chiara, di budget dedicati. Scelte inopportune e poca attenzione al brand. Già, il brand. Non si capisce quanto sia importante nel processo di vendita parlare prima di brand e poi di prodotti. Altro che sedicenti influencer che promettono faville per il semplice fatto di mostrare il prodotto accanto alla propria faccia. Non si vende così. Non si promuove un brand così. No, assolutamente no. Non è mai riuscito a nessuno e sfido chiunque a dimostrare il contrario.  Eppure la Memory Box è un prodotto semplice e carino, prodotto con tanta cura maniacale e in maniera artigianale. Ha una utilità ben delineata, una sua ragione di esistenza per tornare al valore che davamo un tempo alle cose. Si, proprio agli oggetti a quei ciaffi che prendevano polvere sulle mensole della nonna.  In un mondo così dematerializzato dove le foto sono delle sequenze di zero e di uno, dove le amicizie sono solo virtuali, dove si regalano i buoni (digitali) di Amazon per non perdere tempo, in un mondo così, serve qualcosa di fisico.  Intendo qualcosa che quando lo prendi in mano, quando lo guardi dal vivo e non attraverso lo schermo di uno smartphone, ti suscita emozioni. Si, qualcosa di concreto che ti guarda mentre passi per il salone dalla libreria dove lo hai appoggiato e ti dice: ti ricordi di quella sera?  Non una sveglia sul telefono, non un ricordo nelle foto dell’Iphone ma un fottuto oggetto che sta li, fermo, immobile a rappresenta qualcosa che non deve perdersi. Non basta spegnere il telefono o fare slide per toglierlo dinanzi gli occhi. Sta li e dovrai buttarlo via se non lo vuoi più. Un gesto concreto, una scelta. Ecco, una scelta.  In un mondo fatto di niente, serve qualcosa che ci ricordi che siamo esseri umani. La fede che portiamo al dito o il tappo della bottiglia stappata per il matrimonio; il vestitino del battesimo o il tappo della bottiglia stappata per l’occasione; il tomo con la tesi di laurea o il tappo della bottiglia stappata per festeggiare. Qualcosa che rimanga e non vada via.  Il 27 gennaio mia moglie Claudia ha compiuto 45 anni e nello stesso giorno nostra figlia Azzurra, 3. Sono nate per caso lo stesso giorno. Povero (ma felice) me!. Abbiamo festeggiato ed aperto una bottiglia di Champagne Dom Caudron Cornalyne (meraviglioso). Il tappo l’ho avvitato alla Memory Box che Paolo mi ha regalato. Mi ha inciso una frase che avevo pensato per il giorno: 45+3 = amore puro. Eccola qui. Claudia ha apprezzato tantissimo e spero che Azzurra la ritrovi un giorno per ricordarsi di questo giorno. Grazie Paolo. Grazie per aver pensato e realizzato quella che qualche stolto chiamerà bischerata ma che invece vale più di qualunque oggetto digitale al mondo.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio Arrow Right Top Bg

23 Gennaio, 2026

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

  Cosa è la paura?
Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso. Per avere paura ci vuole un pericolo, anche immaginario. Qualcosa o qualcuno che ci può far male, quel male che può procurarci ansia, dolore, sofferenza. Sant’Agostino diceva: O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura Già, spesso è la paura stessa ad essere il male.
La casa al paese di mia mamma, Camigliano, era grande e con una corte dove tutti i nipoti potevamo giocare. Facevamo tanto di quel frastuono durante i pomeriggi d’estate che nonno Antonio saliva fin su in soffitta senza che noi ce ne accorgessimo e iniziava a lanciare giù scarpe vecchie. La nonna, Mimma per tutti i nipoti, scappava dicendo che il Gatto Stivalone si era arrabbiato per via del nostro rumore. Nessuno lo aveva mai visto ma avevamo così paura di questo essere da esserne terrorizzati. Bastava nominarlo che subito ci andavamo a rintanare da qualche parte osservando un rigoroso silenzi.
Paura di un essere immaginario. Abbiamo scoperto che non esisteva trovando il coraggio di andare in soffitta in esplorazione. Una paura vinta solo con la consapevolezza e l’affrontare le cose. Di cosa abbiamo paura oggi? Se pensassimo a quante cose odiamo o che altri ci inducono ad odiare, la lista sarebbe lunga. Odio sì, poiché sovente la paura ha come contro altare proprio l’odio. Ho paura dei ladri dunque li odio. Gli immigrati delinquono dunque li odio. I ricchi e i padroni sfruttano dunque li odio. Si potrebbe andar avanti per molto fino ad arrivare agli atteggiamenti personali frutto di arretratezza culturale piuttosto che di una paura recondita per la quale occorrerebbero fiori di psichiatri per arrivarne alle origini. Pensiamo all’omofobia ad esempio. Omofobia Paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità. Qualunque persona sana di mente o non affetta da leonite da tastiera, non potrebbe essere omofoba. Nel mio piccolo ho sempre pensato che le persone in quanto esseri umani vadano rispettate indipendentemente dalle loro idee politiche, fedi religiose, sesso, età, razza, orientamenti sessuali e quant’altro vi possa venire in mente. Davide e Giuseppe stanno insieme da venti anni. Sono sposati e, sempre insieme, sono Cà du Ferrà, una meravigliosa e dinamica azienda vitivinicola in quel di Bonassola, parte integrante delle Cinque Terre. Cà du Ferrà è un’azienda di affezione. È stato proprio un riportare alla luce l’amore per questa terra. Davide Zuppi è originario di queste terre che per un turista possono sembrare meravigliose (e lo sono davvero) ma viverci e pensare ad un proprio sviluppo, è un pò più complicato. Specialmente se sei brillante, hai ottenuto una laurea in Giurisprudenza e Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano e sogni di fare il magistrato. Avevo un’idea di andare fuori, di girare. Poi ho conosciuto l’attuale mio marito. 20 anni fa. Giuseppe Aieta è ingegnere gestionale con master in finanza. Quella che mia nonna avrebbe definito una bella testa. Ognuno di noi aveva fatto delle attività e abbiamo poi deciso di tornare. Tornare. Tornare a Bonassola dove i genitori di Davide avevano una azienda agricola per produrre uve da conferire e dove si erano spostati per amore di un territorio. Bonassola è uno dei quattro comuni della DOC Colline di Levanto: Albarola, Vermentino per i vitigni a bacca bianca; Bosco, Ciliegiolo, Sangiovese per la bacca nera. Una DOC così piccola che non arriva a produrre neanche 100.000 bottiglie annue. Sarà che le vigne sono veramente strappate ai pendii che degradano rapidamente verso il mare così che per coltivarle occorre tanta motivazione e passione. Di certo, se ne ricava poco. Anche se c’è molto da raccontare in questi borghi racchiusi tra cielo, terra e mare. Volevamo mettere del nostro in un’azienda che voleva essere raccontata ma nessuno l’aveva ancora fatto. Quando abbiamo preso in mano praticamente tutto, ormai nove anni fa, l’idea era di rivoluzionare ogni cosa a partire proprio dall’implementazione agronomica ed enologica, al packaging, al marketing, al posizionamento. Un lavoro lunghissimo. Un grande puzzle di visione. Una visione che, in qualche modo, inizia già qualche anno prima della folgorazione avuta nel chiostro del Bramante alla Cattolica di Milano quando Davide si chiede: ma chi me lo fa fare? Perché mi devo rinchiudere in un ufficio con il neon?
Nel 2013 spinge infatti il padre a chiedere alla Cooperativa di Levanto di disporre di un paio di vasche per vinificare qualcosa per loro. Sono partito dalla terra, dal fondo, dalla trasformazione. Avere l’uva in cantina e iniziare a lavorarla. Mi sono dovuto interessare anche alla parte agronomica pur avendo collaborazione con il nostro Agronomo, Gabriele Cesolini, il nostro responsabile di campo col quale ci aggiorniamo tutti i giorni. Ho dovuto comunque imparare a capire quali sono le malattie della vite, i patogeni, gli insetti e via discorrendo. Adesso le bottiglie prodotte sono 30.000 (e all’inizio erano solo 3600!) grazie ad un mosaico di 11 lembi di terra che dai 50 metri sul mare si inerpicano fino ai 400. Un grande puzzle, un gioco ad incastro cresciuto nel tempo fino ad arrivare ai cinque ettari attuali. Produrre qui è dannatamente complicato. Non solo le pendenze sono quelle che sono ma i lembi di terra strappati alla montagna sono sparsi un pò dovunque. Solo il costo di logistica è devastante. Ci sono vigne che devono essere vendemmiate in giorni diversi per quanto abbiano diversa altitudine. Mi sono avvicinato poi tardi al vino. È stata una scoperta. Oggi sono io in cantina con la collaborazione di Graziana Grassini. L’idea è stata proprio quella di fare qualcosa di totalmente nostro, di metterci un un grande impegno, una grande voglia di di rivalsa. Se vuoi di rinascita. La rinascita del territorio come rinascita personale. Smarcare la Liguria da quella vecchia idea di lembo di terra racchiuso tra montagna e mare utile solo per far svernare gli anziani e condurla verso qualcosa di giovane, dinamico, moderno. Un racconto che è un viaggio, quello di Giuseppe e Davide, fatto non da soli ma insieme ai ragazzi incontrati lungo il loro percorso così come quelli locali. Abbracciare un progetto è abbracciare un modo di affermarsi che va aldilà di qualunque schema precostituito. Non avrei mai fatto il vignaiolo o l’imprenditore agricolo se non avessimo avuto la voglia di lasciare un pezzo di storia nella storia, di raccontare anche un pezzettino di noi attraverso i vini. È quello secondo me che è la figura del vignaiolo. Dietro questa idea c’è il rispetto per tutti i prodotti agroalimentari, la visione del mondo di chi lo produce. Una sensibilità diversa e particolare. Un pezzo di storia nella storia. La voglia, la necessità, il bisogno di gridare al mondo la propria esistenza come individui, come coppia, come persone che si amano senza voler cedere a nessun compromesso. Davide ha quella finezza ed eleganza nei modi che quasi non ci credi possa esistere una persona così. Allo stesso tempo però è determinato, preciso e capace di una visione condivisa totalmente con Giuseppe. Eleganza, distintività, presenza. Questo ho ritrovato a pieno nei vini di Cà du Ferrà. Il primo che ho assaggiato è stato Luccicante, un Vermentino che è il raggio di sole liquido che cattura l’essenza della terra della Riviera ligure del Levante. Giallo paglierino che quasi accarezza il verde, timido all’apparenza, ma che poi brilla di luce inaspettata, proprio come la vita stessa.
Un profumo che avvolge per le sue note agrumate di lime e ananas acerba intrecciate ad un soffio di menta e alla sabbia salmastra, ricordo potente della macchia mediterranea che si posa sull’anima. E poi il biancospino, un tocco di eleganza discreta che anticipa la sua sorprendente profondità.
All’assaggio, ciò che sembrava semplice verticalità si trasforma nella incredibile polposità della pesca bianca da addentare, piena, succosa, vibrante. La sua sapidità maestosa e la pienezza riempiono la bocca: secco, eppure così profondamente appagante. Un’esplosione di eleganza e finezza, con quel accenno di menta che accarezza il palato.
Il Luccicante luccica nell’anima lasciando ricordi di bellezza e armonia che dalla terra arrivano al cuore. E un brindisi alla natura generosa, alla freschezza che rigenera e alla magia di un istante che diventa eterno. Io non nego che Luccicante non vuole essere soltanto un grande Vermentino ma stiamo lavorando perché sia un grande vino italiano. Con il lavoro che stiamo facendo con Graziana Grassini, raggiungeremo questo obiettivo. Dobbiamo far conoscere questo territorio straordinario. Poi Magia di Rosa, un rosato da Sangiovese, Vermentino Nero e Syrah che nel calice si illumina dello stesso colore del calar del sole. Poi i profumi di pesca e petali di rosa, il respiro di mentuccia e alloro sono profumi che conducono alla memoria dei tramonti estivi.
In bocca è teso, verticale, come l’orizzonte che si allunga, sapido come l’onda che sfiora la riva, delicato come un ricordo che non svanisce.
Un rosato che sussurra la Provenza ma che resta unico, armonico, infinito…
come questo tramonto sul mare.
Il resto, lasciamolo al silenzio. O al ritmo dell’estate. Da bere sì in estate ma anche aspettando la stagione del mare. Bonazolae infine è il bianco che porta con se i vitigni della Liguria: Vermentino, Bosco, Albarola a formare un verdognolo di buona luminosità. Svetta il vermentino con le note salmastre di paglia, cedro, mandorla e pesca bianca. Tanti fiori che si incontrano nella pineta in riva al mare a sussurrarsi ricordi di balle di fieno, aghi di pino ed erbette di campo.  Il sorso emo ampio e allo stesso tempo tagliente; fresco, estremamente sapido, di una sapidità che deposita sulla lingua il sale del mare. La freschezza si espande senza che la sensazione salmastra abbandoni la bocca così da lasciarla fresca e goduriosa di cedro e melone bianco. Un finale scoppiettante che intravede l’amaro della mandorla. Ampio, dinamico, stratificato per meravigliare e continuare a meravigliare.  In tutti i vini c’è una grande stratificazione gustativa, una sapidità che diventa potenza elegante. Si vede, si sente, si percepisce che il lavoro è assolutamente maniacale. La scelta delle vigne, la scelta dei tempi di vendemmia, l’utilizzo della catena del freddo ad acino intero. Tutto per ottenere qualcosa di assolutamente studiato e voluto. I nostri sono assolutamente vini tecnologici, se vuoi tecnici che nascono, però da un’idea assolutamente territoriale. Una stilistica di grande purezza e nessuna deroga alla qualità. Tecnica, testa, attenzione, determinazione. Tutto sembra andare nella direzione di un progetto di vita e di azienda che non accetta deroghe e compromessi. Eppure una Davide e Giuseppe l’hanno avuta e concessa con il Ruzzese arrivando probabilmente a portare questo vino ad essere un manifesto del loro intero progetto. Si è scritto molto recentemente di questo vitigno grazie proprio all’attività di recupero di Cà du Ferrà. Uno storico vitigno a bacca bianca presente nel volume di Sante Lancerio dei vini d’Italia che sceglieva per Papa Paolo III Farnese. Si racconta di forme di allevamento per le quali era quasi praticamente steso a terra su questi muretti delle cinque terre; della capacità anche di evolvere; che veniva spedito sulla piazza di Roma tramite piccoli caratelli spediti via mare. C’era la narrazione che il mare perfezionava. Una narrazione anche poetica di di questo vino che era tradizionale della nostra zona e si è perso poi con l’arrivo della fillossera. Anche lì, una storia. 10 anni di collaborazione partendo con due filari e 77 barbatelle per arrivare a produrre (su più piante ovviamente) 635 bottiglie in una prima vinificazione del Ruzzese in purezza fermentato e affinato in tonneaux. Un vino straordinario perché ha questa freschezza anche con vendemmia tardiva. Grande spessore, grande pienezza di bocca. Timbrica di cedro, molto fresco, molto accattivante con una parte di erbe e resine boschive, resine di vino, salvia. Veramente particolare, molto molto intrigante. Poi l’abbiamo voluto confezionare in particolare etichetta che si chiama zero tolleranza per il silenzio. Una doppia etichetta accoppiata con una carta di tessuto di cotone che si strappa in modo tale che ogni strappo sia totalmente diverso dall’altro. Non ci sarà una bottiglia uguale all’altra. Il nome è Zero tolleranza per il silenzio. Un messaggio al mondo di non avere mai paura della vita. Di non avere omertà ma di vivere una vita a testa alta e di parlare quando c’è da parlare. Durante le degustazioni ognuno l’ha interpretato un pò a suo modo. Persone che avevano zero tolleranza per il silenzio contro il genocidio di Gaza, contro l’omofobia, contro i femminicidi. Zero tolleranza per il silenzio secondo me si declina anche nel proprio personale o nel nel proprio vissuto nella propria sensibilità. Un messaggio forte. Non uno schiaffo perché la gentilezza di Davide non lo consentirebbe, ma la determinazione di chi nella vita non si arrende ne se ne vuole restare in silenzio. E perché dovrebbe poi? Ciò che più mi rallegra è l’esser certo che Giuseppe continuerà ad occuparsi delle camere dell’agriturismo, della gestione del personale e dei mercati esteri; Davide della parte agronomica ed enologica oltre che del mercato Italia così che Cà du Ferrà possa crescere nel meraviglioso territorio di Bonazzola anche tramite l’inserimento di sempre nuovi pezzi del puzzle delle vigne. L’elemento importante però di tutto questo è che Davide e Giuseppe continueranno a stare insieme, mano nella mano, andando avanti grazie al loro amore, alle persone che amano e che li supportano (io tra quelli) così che il loro progetto dunque la produzione di vini eccellenti valorizzando il territorio ligure, non abbia fine. Senza che si spenga mai la voglia di avere zero tolleranza per il silenzio.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso Arrow Right Top Bg

16 Gennaio, 2026

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso

  Chissà perché a mia figlia di due anni e mezzo, piace il lupo. Oltre a chiedere spessissimo di vedere i cartoni animati dove il lupo è protagonista, allo zoo ha sorvolato su tutti gli animali per poi fermarsi, a lungo, al recinto dei lupi. Incredibile davvero quanto i bambini possano stupire. Cosa c’entra il lupo? C’entra, c’entra. Dove c’è un lupo ci sono i tre porcellini. Un binomio perfetto per le favole. È proprio in una di queste che narra di come i tre porcellini si cimentino nella costruzione delle proprie case. Il primo porcellino viene descritto come colui che non ha voglia di affaticarsi più di tanto essendo interessato solo al gioco. Costruisce allora, in breve tempo, una casa di paglia che gli altri due porcellini giudicano poco sicura. Il secondo porcellino, più posato del precedente, costruisce la propria casa con il legno. Più laboriosa certo e sicuramente più efficace per la difesa dal lupo. Anche se il terzo porcellino non ne è che ne sia proprio convinto. L’ultimo porcellino si arma di tanta pazienza e forza di volontà per costruire una bella e solida casa in mattoni. Impiega tantissimo tempo così che gli altri lo prendono in giro per essersi tanto sbattuto. Quando il lupo si palesa, la casa di paglia viene spazzata via dal suo poderoso soffio in un battibaleno. Stessa sorte, con leggero sbattimento per il lupo, spetta alla seconda, quella di legno. Dove il lupo non riesce a far nulla è per la casa in mattoni. Indispettito cerca di entrarvi attraverso il camino ma ad aspettarlo c’è un bel catino pieno di acqua calda che si scalda ulteriormente grazie alla legna che arde. Vi lascio immaginare il finale e i sorrisi di mia figlia. Devo essere sincero: la favola è indubbiamente ben comprensibile ai bambini poiché insegna come una casa di mattoni sia maggiormente stabile e duratura di una in paglia (o di legno). Non sarebbe però meglio che i bambini si ponessero qualche domanda in più? Per esempio: è sempre utile avere una casa stabile? È possibile avere una casa di paglia stabile? Perché scegliere paglia o legno? Quale delle tre case è più ecosostenibile? Sarebbe bello insomma se i bambini si (e ci) facessero domande in genere. Vorrebbe dire avere una coscienza critica. Speriamo almeno si sviluppi con il crescere. Chi studia antropologia ed etnologia sa benissimo come le case di paglia, piuttosto che quelle di fango, siano tipiche di tante popolazioni. C’è chi le realizza con sassi, chi con foglie, chi persino con il ghiaccio. Senza divagare, a guardar bene quel cartone animato, l’impressione è che possa essere stato commissionato da imprenditori edili.  Suvvia, sto scherzando ovviamente. Eppure, i bambini cresceranno con il pensiero anzi, con la certezza, che una casa di paglia sia poco sicura. Meglio dunque non farla. Però, oggigiorno, con l’attenzione alla sostenibilità ambientale e il diffondersi della bio edilizia, le case di paglia non sono più ne un tabù ne ad appannaggio di porcellini scansafatica. Certo, non è che siano realizzate completamente in paglia ma con l’uso di legno e di terra cruda, la casa è presto (si fa per dire) fatta. Isolamento termico e acustico, protezione dall’umidità, i principali vantaggi.  Cosa diavolo c’entrano ora i tre porcellini e la casa di paglia con il vino? Eh, lo so, complicato a capirsi. Almeno all’apparenza però. Il vino da sempre matura e affina in contenitori. Dalle qvevri georgiane al cemento, dal legno all’acciaio, dal vetroresina al coccio. Sempre e comunque, nelle bottiglie di vetro. Ognuno di questi contenitori ha un suo grado di “neutralità” intendendo per questo la capacità di creare interazione tra il contenitore stesso, l’ambiente circostante dunque il vino.  Partiamo da qui. Perché proprio disquisendo di contenitori di ceramica a forma di uovo mi sono imbattuto in Giorgio Migliasso e la sua Azienda Vinicola Bricco Visconti Tutto nasce dall’azienda di famiglia che ora non c’è più, ma diciamo che fino ai miei 28 anni c’era un’azienda di famiglia a Ferreira nell’astigiano. Io nasco proprio in questa azienda e come unico maschio ero destinato ad entrare in tutte le botti nelle quali non entrava più nessuno e pulirle. Mamma si metteva a fare la maglia e io dentro queste botti a quattro anni. Non capivo cosa ci facesse sempre davanti al bocchettone. Poi ho capito… Insomma nel vino da sempre, si può dire. Poi gli studi a Torino in Scienze Politiche con i classici ritorni a casa nel fine settimana. Studi mai finiti purtroppo anche se di esami ne mancavano davvero pochi. Sarà per via della vita da fuorisede che, ovviamente, piaceva, del militare come intermezzo, di altri interessi. Bighellonando, non è che gli esami si facessero da soli. Quando parlo con Giorgio, intuisco la sua propensione al divertimento tra amici. Sobria, per via del suo essere piemontese, ma comunque sia, cazzeggio. Anni particolari quelli. A Torino specialmente. Potevi finire bene o male in un attimo. Gli amici di Giorgio, come li definisce lui stesso, illuminati e appassionati di bioedilizia, iniziano a costruire case in paglia e a coinvolgerlo. All’età di 28 anni si ritrova in Svizzera a studiare e lavorare proprio nel campo della bioedilizia. Un mondo strano, particolare, unico, che diventa vera professione apparentemente lontana dal mondo del vino. Apparentemente.  Paglia, coccio pesto, terre crude. Materiali con capacità di adattarsi a qualunque tipo di utilizzo. Ero sempre insieme a questi due amici. Uno di questi nel frattempo, anche lui  appassionato di vini, inizia a farsi anche lui il suo vino con il suo percorso. Iniziamo quindi, insieme, a fare un vino con contenitori differenti, che non fossero contaminanti.  Le vigne di famiglia racchiuse in un singolo ettaro. Giorgio, solo per passione, il vino continuava a farlo, in maniera artigianale e con l’aiuto di mamma e papà. Un vino di casa, fatto anche un po’ controvoglia. Metodi tradizionali e poca propensione a quel tipo di attività. Per uno, quasi scappato da quelle terre e in cerca di qualcosa di più attrattivo, l’interesse per la terra ed il vino erano legati unicamente alla famiglia. Non certo a se stesso. Almeno fino a quando quella cultura, quasi filosofia, legata al mondo della bioedilizia fa breccia penetrando fortemente li dove meno te lo aspetti.  I contenitori che utilizzavo come cemento e vetroresina piuttosto che il metallo mi venivano un po’ stretti. Imparavo che i nuovi materiali avevano un PH diverso, una traspirabilità diversa, una contaminazione quasi inesistente anche a livello chimico. Imparando un po’ questi materiali siamo arrivati alla porcellana con il passeggio precedente con il grès.  Un po’ nella cantina di Giorgio, un po’ nella cantina dell’amico. A Barbaresco. Piccoli alchimisti che sperimentano non tanto il vino quanto i contenitori e i materiali. Scegliere contenitori che non potessero subire alcun tipo di contaminazione esterna o intrinseca del materiale stesso. Per intenderci, quando si parla di contaminazione, non dobbiamo pensare solo al legno che rilascia tannini o sostanze in grado di conferire note particolari al vino, ma anche a quei materiali che lasciano permeare umidità, temperatura, cariche elettrostatiche. Qualunque cosa che possa, in un modo o nell’altro, influenzare la maturazione del vino. Oltre l’ossigeno ovviamente. Perché se è vero che l’ossigenazione delle masse rende vivo il vino stesso, una eccessiva esposizione rende il vino ossidato; una scarsa esposizione, ridotto.  Il vino aveva la caratteristica di essere molto ridotto, per cui non non di pronta beva come un vino normale. Essendo ridotto, doveva stare più tempo in bottiglia e abbiamo capito che in bottiglia aveva poi il suo sviluppo maggiore. Un vino ridotto nel peggiore dei casi saprà di uova marce. Non proprio qualcosa di cui vantarsi. Complicato correggerlo e non sempre la decantazione (o una soluzione cuprica) fornisce risultati apprezzabili. Strano dunque immaginare come la permanenza in bottiglia possa aver corretto la riduzione generata da contenitori ermetici.  C’è però una differenza sostanziale rispetto a tutte le altre situazioni: le case di paglia al cui interno non è praticamente presente umidità. Era in questi ambienti che i contenitori venivano stivati. Un connubio che poteva indurre a pensare come qualcosa di diverso si stesse realizzando. Quel secco si è sposato perfettamente coi nostri contenitori tant’è che ho iniziato all’interno del salone di casa mia i primi esperimenti su queste uova a temperature costante. Nessuna traspirazione dei contenitori. Nessuno scambio con l’esterno. Nessuna influenza del contenitore con ciò che c’è intorno. Un materiale che fa e non fa la differenza nella trasformazione del vino.  Un concetto che ha radici nell’antichità con i georgiani che l’avevano già capito migliaia di anni fa (anche se in quel caso invece del ridotto c’era l’ossidazione). Loro usavano le grandi qvevri di terracotta interrate, Giorgio e i suoi amici dei contenitori ceramici a forma di uovo. L’uovo, una forma ancora più particolare di una sfera. Qualcosa che rasenta il divino o meglio, rappresenta l’imperfezione umana della perfezione divina della sfera.  Uno degli amici si era appassionato di ceramica. Lui si faceva i suoi corsi ceramica in Cina e si era addirittura comprato un vigneto proprio in Cina. Tra Nepal e Cina. Un pazzo scatenato. Ha trovato questi mastri ceramici che realizzano capolavori. Pezzi comunque costosi. Ha seguito in questa bottega la costruzione delle uova. L’idea della forma è stata di avere un contenitore privo di angoli morti all’interno. L’esperienza di vita che il vino ha nei contenitori include sempre angoli morti dove il vino è fermo. Nelle uova c’è sempre un leggero movimento. Il vino può muoversi. Siamo andati all’estremo. Magari erano pippe mentali, però ci piaceva. Micro movimenti. Pressioni. Non saprei dire se questo fisicamente si realizzi e se possa o meno avere una certa influenza nella maturazione del vino. Ciò che ho imparato negli anni di frequentazioni legate a questo mondo è solo ed esclusivamente conferma di quello che dall’antichità ci viene trasmesso: il vino è materia viva.  Un concetto non banale e di altissimo valore filosofico che implica come non vi sia mai una soluzione giusta o una sbagliata quando si trasforma l’uva in vino. Ci sono modalità diverse che permettono di sognare, vivere, morire. Ogni modalità diventa flusso energetico per consentire alla materia viva di esprimere ciò che ritiene possibile. Ogni elemento diverso funge da abilitatore a qualcos’altro. Ogni piccolo, magari insignificante, particolare, anche emotivamente personale, diventa fondamentale elemento. Che cosa sia, cosa produce, occorre solo scoprirlo.  Volevamo una sfera, una superficie sferica. Ma il vetro non andava bene perché faceva penetrare la luce. Adesso i francesi hanno creato delle damigiane da 250 litri, costose come il fuoco e rifrangenti, cioè non entra più la luce. Anzi, la riflette all’esterno. Però a fronte di 6000€ di contenitore, non so chi ha questi soldi. Quando il vino è rispetto per la natura, per i materiali che si trovano spontaneamente, per case tirate su nella totale simbiosi con il Creato, il transito verso l’agricoltura biodinamica diventa un passo che, oltre che essere breve, è quasi scontato. Se non obbligato. Ormai compio 10 anni da quando non metto più solforosa nei miei vini. Ma zero. Vuol dire rischiare tantissimo. Siamo sbarcati anche sul propoli. Dipende dall’annata. Il 2023 è stato un anno molto solare. Ha piovuto pochissimo e in vigna sono entrato, pensa, due volte. Abbiamo raccolto tantissimo ed è stato bellissimo. Nel 2024, 50 giorni di pioggia. Alcuni alcuni dei miei conoscenti che sono andati in vigna tipo 27 volte biologici. È morto soltanto il Nebbiolo e l’Alba rossa. Sono riuscito a raccogliere tranquillamente il Grignolino e la Freisa. Fermatevi un attimo a questo punto e riflettete sul potere delle amicizie e delle frequentazioni. Come possa cambiare la mente alle persone il frequentare alcune persone rispetto ad altre. Nessun giudizio di nessun tipo ma ciò che Giorgio ha oggi in se, ciò che oggi è, lo deve all’incontro con quelli che ancora oggi sono gli amici più cari. Poco importa aver finito gli studi. Ciò che conta è quello che la vita gli ha insegnato. Un incrocio di destini che porta a percorrere determinati binari della vita. Magari, in un altro luogo della vita, Giorgio avrebbe comunque incontrato quei binari, chi lo sa. Ciò che conta è che oggi li stia percorrendo in un solco di qualcosa ove si sente felice e a proprio agio. Meraviglia pura! Oggi siamo ancora qui a sperimentare. Ho avuto pienamente i permessi, perché finalmente costruirò la la prima cantina in paglia dove queste uova staranno al meglio. Siamo riusciti a stoccare il metano per cui io d’estate produco 6/7 m³ al giorno di metano. Ho delle padelle sul fuoco che continuano a bollire. Quando riesco, la maggior parte cibo, sennò acqua perché non posso stoccarlo. Ne stocco 24 m³ con dei palloni cinesi nel sotto. La mia compagna dice prima o poi scoppiamo tutti quanti. Sperimentiamo tutto nelle nostre case. Siamo sempre tre amici che ci troviamo. Quando uno ha una idea ci troviamo. Tre più un quarto che gira il mondo. Due producono vino e un altro è un architetto che ha comprato delle case ad un euro e lo sta rimettendo a posto. La decisione di lasciare il lavoro con la bioedilizia e dedicarsi unicamente alle vigne, diventate di circa due ettari e mezzo per via di un lascito parentale, manco a dirlo, dopo il covid. Nessuna voglia di produrre tanto, di arricchirsi, di avere successo. Al contrario, l’unico vero obiettivo è quello di non superare le 7000 bottiglie. Insomma, non un numero utile per sbarcare il lunario. In questi 25 anni di lavoro ho costruito abbastanza. Ho anche diciamo i piedi in più scarpe, nel senso che ho delle case in affitto. Tra queste cose e la sperimentazione sono le fonti di reddito. Ma certo non vivo nell’oro.  Non vive nello sfarzo, anche perché non gli piacerebbe. La vigna si potrebbe anche sostenere ma lui non ne ha voglia.  Ho deciso di avere questa politica di non dare bottiglie ai distributori, perché quando mi avvicinano, le vogliono comprare al 45% in meno. Ne faccio sinceramente a meno e le lascio ai miei figli. La mia politica è incontrare enoteche e ristoranti. È meraviglioso parlare con Giorgio. Scanzonato, flemmatico, sembra quasi un guascone. Invece è una persona splendida. Di quelle con la quale dialogheresti per ore di qualunque cosa. La natura certo. Le cose belle della vita. L’amicizia. Il vino. Si anche anche il vino. Che sia un po’ un mezzo, un po’ un fine. Un mezzo per fare altre cose; un fine per realizzarlo e usarlo con gli amici. Lo sforzo è tantissimo perché comunque lavorare in vigna, terreno c’è tantissimo lavoro e sei sempre in balia appunto di questo clima. Però quello che faccio io alla fine, non so nemmeno se faccio il 5% del totale. Il resto lo fa la natura.  Una sorta di consacrazione di quanto la natura è in grado di fare e non fare ma, soprattutto, una filosofia che non prevede interventi particolari in vigna e nessuno in cantina. Il fatto di essere tornato a fare il vino dopo gli anni che ho lasciato l’azienda di famiglia, mi dà molta come dire, soddisfazione. Carica anche. Che in fondo non lo so ho cercato di eliminare il fatto dì essere un agricoltore per fare il borghese. Invece sono contento di essere ritornato qua. Con una mentalità molto differente. Un approccio completamente nuovo. In fondo è quello che hanno fatto in tanti oltre a Giorgio. Scappare dalle campagne perché attratti da una vita diversa. Borghese, come la definisce lui. La città, i locali, la vita diversa immaginata come meno difficile per poi scoprirla alienante, uguale, ossessiva, compulsiva, priva dei ritmi naturali e del calore del sole. Oltre che della gente. Tornare ai lavori basici mi dà sempre una sensazione di avere i piedi per terra. Gli studi portano lontano dalle origini. Solo i principi sani riportano invece alle radici di noi stessi. I valori che consentono di costruire qualcosa di solido e duraturo nel tempo.  Ho un figlio che sta studiando in Svizzera e non sa bene se vuole tornare o no. I figli della mia compagna vivono a Torino e li vediamo nel fine settimana.   Io sono sempre un po’ sognatore. Non so neanch’io sé rimarrò ancora tanto qui. Sono da sempre innamorato della Grecia e volevo prendermi un grande barcone. In un bel porto che abbiamo trovato sarebbe fare il vino sulla barca. Questo rollio che culla il vino… Non è un underwater wine ma un pensare al rollio che possa agevolare il rimescolamento e far sì che tutte la massa e tutte le componenti all’interno di siano sempre in continuo movimento. In fondo ci sono delle macchine che fanno questo mestiere. Farlo fare alla natura, perché no? Io immagino il vino come noi. Se stiamo fermi ci si irrigidisce, se ti muovi c’è più dinamismo.  L’idea anche di cambiare idea. L’idea di cambiare perché uno invecchia. Vivere dove i confini tra cielo e mare non ci sono più. Silvia, la compagna ama la Grecia e lo ha sempre portato in Grecia. Nella luoghi non turistici. Specialmente nel Peloponneso dove c’è l’anfiteatro greco pazzesco di Epidauro. È bellissimo. È ancora tutto intero ed è emozionante cioè stare lì è veramente. Credo nelle cose che sto facendo e vorrei solo esprimere quello. Non devo insegnare niente. I miei vini non è che devono piacere. Non piacciono neanche a tutti, per cui non ho nessun problema. I vini? Eh parlare di vini con Giorgio è come parlare di un singolo pezzo della sua vita. Importante certamente, non fondamentale. Tanto che non produce sempre gli stessi. Dipende. Dipende dalla annata ma anche da come gli va quell’anno. Ne produce poche (440 per anno), davvero poche bottiglie e tutti con i vitigni tipici del territorio.  Posso solo giusto spostare il vino da parte all’altra della cantina. Posso fare un assemblaggio. Posso fare una fermentazione in base al clima. In questi ultimi due anni mi è capitato che si facesse tutto in quattro giorni per cui non sono riuscito a fare alcuni vini. Per esempio, ti parlo di un vino che per me è uno dei migliori vini, come capacità di modificarsi e essere buono: il Grignolino. Puoi fare il base, il secco, l’ancestrale o il rifermentato in base al clima. Io guardo anche molto alla stagionalità per quello che mi arriva. Dipende da cosa mi trovo e poi dipende da cosa mi lascia la natura. L’altro anno il Nebbiolo neanche me lo fatto assaggiare. Però questo ti dà possibilità di giocare sulle tue cose, nel senso perché di assecondare più che altro.   Miass, il Dolcetto (bottiglia 44 di 440, anno 2021), è un vino che non nasconde le sue spigolosità, la sua struttura rustica e schietta. Non è un addomesticato per piacere a tutti. Almeno subito. È austerità iniziale che diventa accoglienza. L’effluvio balsamico di frutta secca, di scorza di arancia, di sottobosco, si fa casa. La sua profondità intrigante non è un mistero per soli iniziati, ma un dono per chi si ferma ad ascoltare. È un vino libero che non aggiusta il carattere con solfiti, non ammorbidisce le sue idee per compiacere. I tannini vibrano, ma si addolciscono come pietre levigate dall’acqua. La fresca sapidità irrora la bocca e lascia una scia luminosa, come la promessa di un ritorno. Affinato in un uovo di ceramica, si è evoluto protetto ma libero, seguendo solo la sua natura. È la prova che la vera bellezza, a volte, ha un accesso spigoloso. Ma è proprio lì, nel suo cuore autentico e per tutti, che si trova l’appagamento più vero. Dalla sua austera complessità trae la ragione di essere condivisa. Sofi è il rosso da Grignolino. Bottiglia 49 di 440 anno 2023. Un vino che respira e aiuta a respirare. Il rubino che da spazio al granato avvolge il naso con tanta frutta fresca che il balsamico agevola non poco. Nel sottofondo c’è quel velo di sottobosco che lo rende intrigante. I fiori concedono un po’ di finezza ad un Grignolino che già come è al naso, berrei tutto.  In bocca la voglia di finire la bottiglia aumenta esponenzialmente. Fresco e godurioso con i tannini che decisamente affievoliti. La ciliegia si spande in bocca tanto che sembra amabile ma amabile non è proprio. Secco e sapido arriva in bocca che sembra caldo ma caldo non è visto che i gradi sono solo 12.5. Ciò che alla fine rimane in bocca è solo il desiderio di un altro calice. Peccato la bottiglia sia solo 0.75l. Luis, bottiglia 327 di 440, anno 2021 è la Freisa. Così se ci si aspetta un vino semplice, poco impegnato e magari popolare, la delusione è dietro l’angolo. Oppure lo stupore per un vino che mantiene quel marchio di fabbrica di Giorgio: freschezza, frutta e sottobosco in sottofondo. Stavolta però il sottobosco è bagnato. Emerge, a poco a poco, il floreale così da farlo diventare elegante, altro che popolare.  In bocca c’è un qualcosa che mi fa ricordare che la Freisa rimane comunque rustica. Ma chissenefrega perché Luis si beve e si beve bene grazie al suo essere decisamente fresco e sapido con un calore poco percepibile. Il tannino c’è ancora ma la snellezza non ne viene compromessa. Fine e delicato con una frutta che rimane in bocca delicatamente, senza eccessi. Sarà veramente diventato elegante? Poteva mancare il Dio Nebbiolo? Non scherziamo. Fatto alla maniera di Giorgio però. Pit è dunque il Nebbiolo 2020, bottiglia 142 di 440. Elegante e granata come i nebbiolo che si rispettino con qualche anno sulle spalle. Eppure gli anni non bastano a far maturare la frutta al naso. Un velo di balsamico e tante erbette di campo contribuiscono a dare un senso di aspra freschezza bagnata.  Così, mentre ti prepari a ricevere in bocca qualcosa di aspro, eccolo li che Pit ti sorprende per la piacevolezza di tannini ben addomesticati (miracolo dell’uovo di ceramica) che si sono avviluppati alla frutta. Sa di vino genuino (e vorrei vedere visto il Credo di Giorgio) con un senso di affumicato. Sapidità interessante così come la inaspettata rotondità. Insomma, un vino che non ha dimenticato di essere un Nebbiolo così da essere a tratti spigoloso ma al tempo stesso garbato. Come se la potenza del Nebbiolo incontrando le rotondità dell’uovo di ceramica abbia deciso di smussarsi.  Sofi ha il suo rosato: è la bottiglia 94 di 440 anno 2023. E che rosato! Sembra proprio qualcosa di diverso rispetto al rosso. Sentori di pesca e albicocca con un tocco di alloro, basilico e menta. Poi fiori di camomilla e di zagara. La sensazione? Non sa di vino. Tutto è così tenue ed elegante, delicato e fresco che ti penetra tutto dentro senza che te ne accorgi. Una coccola con i suoi 11 gradi.  Il sorso, con la sua freschezza e un grado alcolico basso lo rendono una chicca. Si, magari non ha un corredo aromatico pazzesco ma è proprio questo il bello: lo si beve senza pretese ed è così buono e fresco che la bottiglia si finisce.  Anche Pit ha il suo rosato. La bottiglia 155 di 440 2023 nel calice sa immediatamente di frutta croccante e di qualche erbetta di orto. Insomma freschezza che poi in bocca si ritrova totalmente: è un Nebbiolo e non è che si spenga così facilmente. Dimostra un suo calore intrinseco così da renderlo particolarmente avvolgente. Se è un vino estivo non lo da particolarmente a vedere ma secondo me è un po’ per tutte le stagioni regolandosi con la temperatura di servizio. Sul rosato di Pit a 8 gradi in estate si finisce la bottiglia. In inverno a 10/12 la sorte diventa la stessa.  Tutti i vini che ho assaggiato hanno la particolarità che si finiscono. Non c’è stata una bottiglia che non avrei finito e in alcuni casi, non da solo, ciò è accaduto. Rosso o rosato che sia, un sorso tira l’altro.  Poi c’è anche da dire che uno fa una cosa diversa, la sbaglia e magari ti viene fuori un vino migliore dell’altro. Però devo dirti che la cosa più incredibile di tutti i miei vini è che ogni volta che imbottiglio dico questo è proprio il peggiore. Mi capita con quasi con tutti i vini tranne forse quelli rosati. Con rossi lo prendo, lo metto in cantina, perché hanno questo problema di riduzione, va nell’angolo più buio della cantina. Lo metto in castigo, perché pensavo venisse meglio. Assaggiando un anno, secondo anno, magari diventa il migliore. Hanno una evoluzione che è sempre una sorpresa. Questa la meraviglia di un uomo, della sua filosofia, della sua vita, dei suoi vini. Affascinante meraviglia si ma ingestibile da un punto di vista di impresa. Non sapere se e come produrrà un vino. Non sapere se e come si evolverà un vino. Far in modo che la natura faccia sempre e comunque il suo corso. Non aggiungere nemmeno un microgrammo di solforosa. Tutto, tutto, dannatamente tutto va contro corrente. Di certo, quando si beve un vino di Giorgio Migliasso, si ha la certezza di un vino non omologato, che non è sempre lo stesso. Qualcosa che non si sa se si potrà più ritrovare simile. Ma nemmeno importa, perché le emozioni vanno provate quando ci sono. È per questo che l’unicità è nel momento. Come la vita. Che c’è ora, adesso e dopo non si sa. Occorre viverla. Rispettando la preziosa unicità che rappresenta. Sei tu che porterai il tuo amore per cento e mille strade
Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
Figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Biancopecora. Da MIlano a Montesanpietro Morico Arrow Right Top Bg

9 Gennaio, 2026

Biancopecora. Da MIlano a Monsampietro Morico

  Lo dichiaro subito così siete più tranquilli nel leggere l’articolo, Monsampietro Morico è nelle Marche. Dista da Milano cinque ore e cinquecento km. Secondo il sito idealista.it il prezzo delle case in vendita a Milano negli ultimi nove anni è salito mediamente del 69%. Per acquistare una casa nel centro storico, da sempre inavvicinabile, occorre sborsare almeno 10.776€ al metro quadro contro i 5.164€ della media. Gli affitti sono cresciuti, nello stesso periodo, del 51%.  È così che per una casa in centro si spende 34,2€ al metro quadro mentre. Per prezzi meno onerosi (ma sempre poco abbordabili) occorre spostarsi in area Baggio pagando 17.4€ al metro quadro. È così che per un monolocale in periferia si arriva a spendere circa 700€ più spese al mese. Invivibile sia per i prezzi sia per la tipologia di alloggi offerti. Poi però, nel regno dei controsensi, paesini come Gangi, Mussomeli, Patrica (sapete dove sono?) offrono case al prezzo simbolico di 1€ (certo, occorre una fideiussione di 5000€ ma sempre pochi sono).  Business, élite, radical chic, sembra che a Milano ci vogliano stare tutti mentre solo in pochi possono veramente permettersela. Anzi, chi se la può permettere ha una disponibilità economica così elevata che non si preoccupa di spendere centinaia di migliaia di euro in locali notturni con escort, droga e champagne (il cibo non è importante). Eppure ci sono tantissime persone che lavorano “normalmente” nelle fabbriche, negli uffici, nei negozi. Ingabbiati in un ritmo forsennato, elettrico, eccessivo che li fa sembrare delle biglie impazzite di un flipper. Tutti con la speranza di accendere qualche special prima o poi.  Infine la delinquenza con extracomunitari di seconda generazione mossi dalla voglia di riscatto sociale e incuranti delle regole civili che si uniscono alla delinquenza locale rendendo di fatto Milano una delle città meno sicure d’Italia. Non perché lo sia in generale ma perché, semplicemente andando in giro (specialmente tra ragazzi) si può incappare in qualcuno che ti chiede di levarti le scarpe o dargli il giubbotto semplicemente perché gli piace.  Sì fottano tutti. Morte agli sbirri. Viva i maranza.  Chissà in quante canzoni ci saranno questi e altre frasi del genere. Ora, se abitaste a Milano, ve la fareste la domanda: perché rimanere? Chi ce lo fa fare? Magari si, magari no. Dipende sempre dal tenore di vita, dal quartiere dove si abita, dal tessuto sociale. Dipende. Massimo Ciscato era un fotografo freelance prima, Direttore della fotografia poi.  Ero quella figura che illumina le scene. Lavoravo soprattutto nel mondo del game con come clienti Nintendo, Mattel, Hasbro, però anche Heineken. Tanti clienti importanti interessanti. Dopo circa una decina d’anni mi sono reso conto che se continuavo con quella vita lì non facevo nient’altro che. Pochissimo tempo libero. Lavorando poi soprattutto con l’America, lavoravo di giorno, lavoravo di sera e non smettevo.  Michela, la moglie, è ragioniera. Un lavoro semplice e dignitoso. Un figlio, Davide, di poco più di dieci anni. Una di quelle famiglie “normali”. Senza eccessi. Borghesi si sarebbe detto un tempo. Nel 2011 decidiamo di iniziare a cercare qualcosa per cambiare vita. All’inizio era una idea di trovare qualcosa per una fuga poi in realtà è diventato quello che è diventato nel senso che nel 2011 abbiamo comprato questa proprietà che non era ancora un’azienda agricola ai tempi. Era un terreno che abbiamo rimesso apposto. Nel 2014 abbiamo impiantato la vigna.  Un senso latente di insoddisfazione per i ritmi da pallina da flipper impazzita. Nessuno special acceso. Una città che inizia a cambiare sotto i propri occhi, piano piano, senza sosta. Colpa della crisi economica di quegli anni. Da li in poi il divario tra ricchi e poveri diventa incolmabile e la classe media che letteralmente si disintegra. Qualcuno come Michela e Massimo guardano avanti, con quella loro positiva leggerezza che li contraddistingue. Si lanciano in una avventura. Sì, il verbo lanciarsi è proprio quello più opportuno. Non c’era all’idea di venire delle Marche, non la conoscevo neanche. Non c’ero mai stato. Mia moglie c’era stata da bambina, nelle zone di mare. Quindi l’idea era quella di cambiare nel centro Italia. Trovare una bella proprietà alla nostra portata. Abbiamo iniziato a girare un pò. La Toscana l’abbiamo tralasciata per i costi. L’Umbria non ci piaceva tanto perché troppo centrale e distante dal mare. Mi dava un pò l’dea che fosse molto cupa d’inverno. Magari non è vero. Poi siamo arrivati nelle Marche e ci sono piaciute molto. Abbiamo iniziato dal nord delle Marche arrivando qua nel sud in provincia di Fermo. Ci è piaciuta molto questa zona per il paesaggio. Dopo un anno circa di ricerca, abbiamo acquistato una casa. Pensavamo di fare 2/3 appartamenti per arrotondare. Poi, in realtà l’idea è andata avanti nel senso che abbiamo deciso di lasciare di lasciare Milano.  Tra Michela e Massimo, era Michela a pressare maggiormente per il cambiamento. Un salto nel vuoto magari ma era quello che ci voleva per dare un senso al tutto. Massimo non poteva non amare il suo lavoro. Dinamico, di livello, visibilità, volti noti, aziende importanti. Tutto era figo. Stress a parte.  Ogni volta che venivamo qua e tornavamo a casa, ci mancava qualcosa. Non vedevamo l’ora di tornare la volta dopo. Cercavamo sempre di stare più giorni, cosa che per me era quasi impossibile. Avevamo poco poco più di quarant’anni ai tempi e ci siamo detti: dai facciamolo.  Guardarsi negli occhi e dirsi: facciamolo.  Quanto è meravigliosa la coppia. Due persone che si guardano e decidono, insieme, di intraprendere qualcosa. Insieme. Quell’unione che consente di attraversare i mari o di spostare la vita della famiglia da Milano a Monsampietro Morico, provincia di Fermo. È qui che nasce Cantina Biancopecora. Nasce è proprio il termine giusto. Si nasce quando c’è un piccolo embrione e nient’altro. Quello che acquistano Michela e Massimo e un vero embrione. Michela, Massimo, Davide. Anche Simone però. Quando ci siamo trasferiti nel 2014, Davide aveva 10 anni. Simone è figlio del progetto nel senso che se non fosse nato il progetto, non sarebbe arrivato. A Milano non avremmo potuto permettercelo in termini di tempo da dedicargli.  Massimo è un tipo decisamente tranquillo. La provenienza milanese non la può certo nascondere ma nemmeno servirebbe. La sua tranquillità è invece nel modo di porsi e di parlare. Lo stress probabilmente ora non sa nemmeno dove sia di casa. Di certo, gli è rimasta quella sana incoscienza, quella positiva leggerezza che contraddistingue l’avventura della sua famiglia.  Avventura e famiglia sono proprio i due capisaldi dell’essere di Massimo. Anzi, l’una unisce l’altra. Proprio per avere una famiglia unita sotto un unico tetto, senza stress e patemi d’animo, senza preoccupazioni per i figli e per il loro futuro, nasce l’avventura di Biancopecora. Siamo partiti con due appartamentini e ha iniziato a andare subito bene. Abbiamo ricostruito una vecchia porcilaia per il terzo appartamento con la cantina sotto. Di fatto, Michela e Massimo acquistano un rudere con due ettari e mezzo di terreno coltivati da terzisti. Un po’ incolti, un pò con degli ulivi.  Mi ricordo una scena bellissima di questi nostri amici che sono venuti a trovarci per l’estate. Non qui, perché non ci si poteva vivere. Avevamo preso una casa insieme vicino. Quando siamo venuti a vedere la casa, io e Michela eravamo entusiasti mentre la nostra amica non ha voluto neanche scendere dalla macchina perché aveva paura ci fossero serpenti e animali strani. Per anni lei ha detto: ora veniamo a trovare in cantiere. Dopo tanti anni ci ha detto: cavolo avete fatto proprio una bella cosa, avevate una visione.  Il sogno di una casa in campagna, magari con una piccola vigna per fare un pò dì vino. Niente di più, niente di meno. Un posto dove vivere. Un nido per una famiglia che vuole fortemente stare insieme.  Nel 2014 abbiamo impiantato un ettaro di vigna non avendo bene idea di cosa da fare. Sapevamo le varietà, avevamo fatto una bella ricerca sulle varietà da mettere, però poi l’idea era quella di trovare qualcuno che vinificasse per noi. Massimo un pò di passione per il vino l’aveva. Passione importante ma pratica, ovviamente men che zero Avevo fatto un lavoro per un amico che aveva una cantina in Piemonte. Ero sempre lì a rompergli le scatole per capire come fare, le attrezzature consigli, eccetera, Quando sono venuto qui, ho collaborato con un’altra cantina per qualche anno per avere un po” dì know how. La prima bottiglia l’abbiamo l’abbiamo fatta nel 2017 però era un mosto, macerazione, poco bevibile. Siamo operativi ufficialmente dal 2022. Nel 2023 abbiamo fatto anche la richiesta di entrare nel FIVI e ci hanno accettato. Un ettaro di vigna. Poca per fare qualcosa di rilevante a meno di farlo con intelligenza. È così che Massimo scegli di impiantare qualcosa di locale come il Pecorino. Già il nome dell’agriturismo è bianco pecora quindi il Pecorino è stata una scelta naturale. Anche se non lo conoscevamo. Poi la la scelta del Gaglioppo è stata un pò particolare. Non volevamo il Rosso Conero perché lo fanno in tanti e lo fanno bene.  È inutile copiare. Volevamo percorre una strada alternativa. Parlando con il nostro vicino di casa, ci parla di questa pianta che lui ha nel suo piccolo vigneto vicino a casa. Quattro piante di questa vecchia pianta che l’Università di Ancona, qualche anno prima, aveva controllato. Avevano poi preso delle campionature. Cerco di capire di più e parlo con un tecnico della VCR per le barbatelle che mi dice: come no certo che conosco il Gaglioppo, una pianta che è stata scoperta riscoperta in zona da te e abbiamo iniziato a riprodurla. L’aveva piantata un tedesco vicino a Monte Rinaldo.  Magari qualche calabrese all’inizio del secolo scorso avrà portato con se le barbatelle di Gaglioppo perché pensare di trovarlo nelle Marche è già di suo abbastanza strano. Poi l’abbandono.  Abbiamo messo questi 10 filari di Gaglioppo. È quindi un pó il vino che poi ci contraddistingue. Non è facile da vinificare però genera tanta curiosità.  Uno straniero nelle Marche che pianta anche un vitigno straniero. Quando ho conosciuto Massimo ad un evento a Roma, venni attratto dalla definizione che si dava: micro cantina. In effetti pochi ettari e poche bottiglie prodotte (4000), nome accattivante, etichette che catturano l’attenzione. Poi l’assaggio del Pecorino che ti aspetti visto che siamo nelle Marche mentre, quando pensi che adesso ti faranno assaggiare il Rosso Conero, arriva il Gaglioppo. L’effetto wow è servito. Quasi, senza quasi, una strategia che conquista. Se non altro te la ricordi. Così come ricordi i vini. Il Gaglioppo sta alle Marche come il Verdicchio sta alla Calabria. Ovvero non ci sta proprio. Però è una bellissima sfida quella di Rossoforte 22 che parte con un colore rubino molto trasparente ed una piccola venatura granata. Sentori vinosi, semplici e croccanti. Come la frutta che esprime. Poi tanto erbaceo e floreale e quello speziato che sa di chiodi di garofano, di liquirizia (ma non si diceva che il Gaglipppo sapesse di liquirizia perché questa si coltiva in Calabria?), quasi di incenso e di rosmarino. Infine bacche di ginepro e vaniglia. I 18 mesi di botte di rovere hanno fatto il loro lavoro. Senza invadere il campo più di tanto ma conferendo quel non so che di antico e conservando il balsamico. Che emerge. In bocca è prima di tutto godurioso poi secco e fresco con i tannini aggressivi che, ammorbidendosi facilmente, non disturbano più di tanto. La frutta dimostra la sua ampiezza che è schiettezza, vivacità, determinazione. Manco il legno riesce a domare il Gaglioppo per via di una struttura intensamente tannica. Bella ampiezza, bella pulizia di bocca e persistenza sicuramente non lunga. Un vino semplice, non non banale, leggermente impreziosito dal legno e che forse meriterebbe un tappo di maggiore caratura. Facciamo un bianco Pecorino quasi in purezza con una parte di trebbiano. Poi un altro vino che è di una vigna vecchia, entry level. Si chiama piccolo Pecora Pop. Malvasia di Candia, Trebbiano, Verdicchio, Passerina. Poi il Gaglioppo e il rosato del Gaglioppo. Quattro tipologie di vino. Vitalbero è il blend di Pecorino e Trebbiano rende omaggio alla memoria del luogo dal quale nasce. Al naso la dolcezza della frutta matura, in bocca la freschezza che disseta come ombra d’estate, la mineralità che è roccia e radice. È un sorso che ha la grazia di un tramonto, la memoria di un fiume, l’eco delle colline che profumano di vento, la verticale morbidezza di un fiore che nasce sotto un albero. Un sorso vero, non edulcorato, non artefatto. È uno di quei pochi vini che si beve in maniera spensierata pensando di bere qualcosa di semplice ma che, invece, restituisce molto di più di tanti altri blasonati. Per questo, bevendolo mi è venuta in mente una frase di Mario Soldati Il vino è la poesia della terra Come a dire che in questa piccola bottiglia di una piccola azienda marchigiana c’è tutta la voce discreta di una campagna che non grida, ma sussurra. Poi metteremo Grenache e Malvasia di Candia. La Grenache è stata riscoperta da Oasi degli Angeli una decina di anni fa. Quindi sì sta un pò diffondendo. È anche un vino che già a parte con un prezzo un pochettino più interessante. Una bella sfida. Una sfida che parte dalle etichette. Fatte tutte da Massimo ovviamente. Macchie di colore. Disegni che si fanno guardare. Nomi che destano interesse. In queste non si può non riconoscere una professione che sembra solo un lontano ricordo. Che alle volte però serve. Io ho la fissa del Gaglioppo. Vorrei fare un rosso perfetto. Ci stiamo lavorando anno dopo anno. Vorrei tendenzialmente abbassare ancora di più la gradazione per quanto è possibile. Siamo partiti dai 16° e siamo arrivati con l’ultima annata a 14°. Mi piacerebbe che diventasse un punto di riferimento. Ho fatto principalmente da solo e ho un enologo ovviamente. Mi sta molto dietro, è molto appassionato, gli piaceva molto il progetto, gli piaceva lavorare anche con una cantina più piccola. La caratteristica di questa azienda è la famiglia che si ritrova insieme a fare le cose quando sarebbe stata destinata a vedersi solo, se andava bene, per cena. Che poi se vogliamo è quanto accade a tutti noi.  Per stare veramente insieme quando sei in una città e il lavoro porta necessariamente a rientrare a casa proprio poco prima di cena, è scappare. Prendere armi e bagagli e trasferirsi in un posto dove poter fare le cose li ma proprio li senza muoversi. Non c’è altro che la terra. La terra di impone di lavorare insieme. Chini sulle zolle piuttosto che intenti a curar le foglie o a raccogliere i grappoli. Ma insieme.  Sembra semplice. Un pò come tuffarsi il mare da uno scoglio altissimo. Sì rimane li a guardare l’acqua, fermi, indecisi. Fino a quando non si vince la paura o non la si vince e si torna indietro. Solo che alle volte tornare indietro è ancora più complicato che andare avanti.  Poi il tuffo. Attimi interminabili che sembrano durare minuti. Fino allo splash, l’acqua che ti ingoia fino a che riemergi e ti dici: beh? Tutto qui? Facciamone un altro. Tante persone che magari vogliono iniziare a fare questo tipo di scelta ci chiedono: avete fatto un business plan? E io guarda: non lo fare. Se lo fai non non cambierai mai vita. Non lo avevamo fatto però ci eravamo dati dei piccoli obiettivi che abbiamo superato brillantemente. Non pensare. Non occorre pensare quando la motivazione principale è cambiare vita. Sì vende casa. Sì fanno due conti con i risparmi. Nient’altro. Altrimenti non ci si tufferà mai.  Poteva essere un gran buco nell’acqua. Un non ritorno. Il rischio è stato grosso per quello che dico a chi lo vuole fare, pensateci bene.  Ci vuole alla base una fortissima motivazione. Ma veramente forte perché devi farltelo andare bene a tutti i costi. Razionalizzi che devi vendere casa. Che ti compri un rudere, che ti ci devi impegnare, che devi in qualche modo utilizzare i soldi per ristrutturare e per vivere pure. Nel momento che non si sa quando diventerà operativo. Un rudere che si trasforma in farfalla. Ci vuole tempo e le cose che possono da storte sono tantissime L’anno in cui eravamo finalmente pronti e già programmavamo l’estate c’è stato il terremoto. Panico veramente totale. Abbiamo aperto l’estate del 2017 che è stata una buona estate poi è andata sempre crescendo per fortuna. Tre anni sono lunghi e possono essere bui. Per nulla facili.  No, non credo che nessuno di voi abbia fatto questa esperienza. Da Milano a Montesanpietro Morico. 1.4 milioni di abitanti contro 645. Si, avete letto bene, 645. Da due lavori con due stipendi a zero. Da un appartamento ad un rudere. Dal lavorare dietro lo schermo o di una macchina fotografica al trattore, vanga, zappa e compagnia cantando.  No, non avete proprio idea.  Mi ricordo che ero a casa di mia madre a Milano ed è arrivata una prenotazione. Non sapevamo come gestirla. Era tipo a dicembre per agosto. Eravamo a fare una gita a Pasqua ed è arrivata una un’altra prenotazione per due giorni dopo ma mancavano ancora le scale per arrivare a questa casa. Ci siamo organizzati di corsa, abbiamo fatto arrivare della ghiaia, abbiamo lavorato tutto il giorno dopo. Quando sono arrivati primi ospiti olandesi ci hanno fatto un sacco di complimenti. Li abbiamo trovati con solo il forno aperto si scaldavano. Hanno capito anche che era proprio l’inizio. Una famiglia che lavora insieme deve necessariamente dividersi i lavori. È cosi che Michela e Davide sono in vigna, Massimo sul trattore e in cantina. Simone è ancora in quella fase dove sta pensando al suo futuro. Davide si era iscritto a Biologia. Ha fatto il primo esame in matematica prendendo 30. Dopo quello ha deciso che non era per lui. Se vuoi farlo seriamente lo facciamo seriamente e da circa un anno collabora con noi. A Milano ne avrebbe avuto la possibilità. C’è ancora con la mia nonna. Ha deciso così e allora poi abbiamo ampliato l’uliveto ecc. Simone ha 14 anni ma ha una mentalità più artistica. Mi sa che ce lo perdiamo. Qui si produce anche olio. Circa una trentina di piante più altre venti secolari recuperate con tanto lavoro e che, finalmente, solo dopo anni iniziano a produrre. Da un terreno limitrofo, altre 150 piante completamente abbandonate e ora in fase di recupero.  Poi abbiamo acquistato un pezzettino di uliveto di un signore che aveva una particella dentro il nostro terreno con 50 piante. Quindi abbiamo trecento piante in questo momento.  Sei ettari in totale. Quattro appartamenti sempre affittati. Una micro cantina vera, nel senso che sono 43 m quadri. Molto difficile da gestire ma per fortuna c’è il progetto per una nuova e legata all’ampliamento del vigneto per arrivare a due ettari e mezzo rispetto all’ettaro attuale. Abbiamo fatto un impianto stretto, perché anche lì non non abbiamo fatto una ricerca. Facevamo quello che faceva figo. C’è l’impianto alla francese con 5500 piante per ettaro. Peccato che poi noi abbiamo una grossissima pendenza, quindi te la devi decespugliare a mano. Abbiamo investito tantissimo sulla tecnologia, nel senso che la cantina è piccola, ma abbiamo i tini raffreddati, utilizziamo la micro ossigenazione durante la fermentazione, utilizziamo i gas inerti, azoto, ghiaccio. Abbiano legni molto buoni. Michela da ragioniera oltre ad aver fortemente voluto questo cambiamento, non solo si è riconvertita a vignaiola convinta ma si è innamorata anche della antica arte della panificazione. Anche questa è una storia divertente perché lei non sapeva fare il pane. Poi sono venuti a trovarci questi nostri amici di Milano. Lui è un art director della stampa che, stressatissimo, si è preso un anno sabbatico e la moglie gli ha regalato un corso di panificazione. Ha fatto un suo corso con la pasta madre, poi uno stage a Roma, poi a Torino ed è venuto qua. Ha insegnato a Michela e le è presa la passione.  Quindi anche il pane arriva da Milano in realtà. Gli ospiti la mattina gli ordinano il pane. Fa lei ora i corsi di panificazione a persone entusiaste.  Meraviglioso. Non posso che continuare a pensare e dire meraviglioso. Un vero cambiamento di vita. Radicale. Un taglio netto con tutto ciò che era incluso in una vita passata. Una positiva leggerezza di fondo, quella che non ti porta a fare i piani ma a vivere con la serenità che deriva dalla leggerezza. O magari è la leggerezza che deriva dalla serenità. Non so bene. Però è comunque bello perché le cose, quando le prendi con leggerezza e sorriso, vengono anche più facili, senza angoscia. Anche con un figlio per il quale si pensa che la città possa offrire di più, possa dare più possibilità, più certezze.  Ne siete certi? Siete certi di voler far vivere vostro figlio o vostra figlia in mezzo al caos,, al pericolo, alla folla, al traffico, allo smog, alla sporcizia, ai ritmi forsennati di una città? Non credete che Massimo e Michela abbiano offerto ai loro figli il regolo più bella del mondo? Si, io ne sono convinto. Cosi come sono altrettanto convinto che noi che rimaniamo in città, lo facciamo più per egoismo che altruismo.  Ma come fai a non capire,
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Roberta Valletti. Ti sorridono i monti Arrow Right Top Bg

2 Gennaio, 2026

Roberta Valletti. Ti sorridono i monti

  Heidi (Heidi)
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più. Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi. Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore.  Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti. Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali.  Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto. Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta. Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne. Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa.  Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale.  Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle. Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino. Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata.  Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica. Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento. Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei. Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie. Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme.  Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che  fa scuola pasticceria. Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più. Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno.  Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle.  E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello.  I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio. Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico. L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla.  Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io. Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar.  Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia. Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita? Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse.  Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere. Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta.  𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte. Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo. Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita. Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre.  Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva.  Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione.  Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità.  Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione.  Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici.  Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente.  Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così? Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile.   Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già. Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione. Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo. I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme. Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza. Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto.  Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla.  Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta). Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza.  Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza.  Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro. Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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30 Dicembre, 2025

Cantina Messori a via Margutta. La notte si accende di arte e gusto

  19 e 20 dicembre 2025: via Margutta si accende di arte e gusto   Roma ha vissuto una due giorni di grande fermento creativo il 19 e 20 dicembre 2025, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, nel cuore di via Margutta, ha ospitato una kermesse che ha intrecciato arte contemporanea e cultura del vino in un’esperienza immersiva e multisensoriale. Protagonisti assoluti dell’evento sono stati i Vernissage di “Artisticamente Rosso” e “Fine Pop Art” di Ilian Rachov, due percorsi espositivi che dialogano tra loro attraverso il colore, il segno e l’energia espressiva tipica dell’artista. Rachov propone una visione intensa e contemporanea, capace di fondere suggestioni pop, ricerca estetica e una forte carica emotiva, trasformando lo spazio espositivo in un racconto visivo coinvolgente e dinamico. La galleria, da sempre punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea, diventa così il palcoscenico ideale per una manifestazione che ha celebrato la creatività in tutte le sue forme. Via Margutta, storica strada degli artisti, conferma ancora una volta il suo ruolo di crocevia culturale, capace di attrarre appassionati, collezionisti e curiosi. Ad arricchire l’esperienza, una degustazione enologica della Cantina Messori, che ha accompagnato i numerosi presenti tra un’opera e l’altra. Una cantina giovane, gestita dalla dinamica Elena che tornata dall’Inghilterra nella natia Correggio (RE) per far evolvere l’azienda di famiglia. I suoi vini sono come lei: freschi e dinamici, decisi e identitari. Ne abbiamo proposti due: Spettinato e Ribelle, vini che raccontano una filosofia autentica e non convenzionale, perfettamente in sintonia con lo spirito dell’evento. I calici diventano così un ulteriore linguaggio narrativo, capace di dialogare con l’arte e amplificarne le suggestioni. Ribelle, nomen omen di anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Un Pignoletto dal color giallo dorato che vira verso l’ambra richiamando il dipinto di Rachov con il tramonto romano. Le bollicine sono dolci e decise onde che avvolgono il Colosseo. Al naso Ribelle è la coccola di un croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano irresistibili lasciando la bocca  dannatamente pulita e fresca. Spettinato è ancora più ribelle per via della fermentazione sui lieviti in bottiglia. Un vero ancestrale da Lambrusco Grasparossa, mutevole, adattativo. Una coccola che diventa abbraccio e che poi si tramuta in contrasto. Si trova a suo agio tra le opere d’arte di Ilian. Avvicinandolo al naso è come se si venisse avvolti in effluvi di prugna, fiori di viola e quel tocco di mandorla che lo rende vivo e sprezzante delle mode. In bocca è godurioso e deciso per via di tannini mai domi a ricordare il carattere emiliano. Rinfresca, ammalia, avvolge e lascia un senso di piccantezza, come una punta di peperoncino sulle labbra che è urlo. Questa due giorni di kermesse è stata un appuntamento imperdibile per chi desiderava vivere Roma attraverso un’esperienza raffinata ma informale, dove arte e gusto si sono fuse in un’unica celebrazione della creatività contemporanea. Un’occasione per incontrarsi, condividere emozioni e brindare alla bellezza, nel cuore pulsante della Capitale. Un grazie ad Elena Messori per aver desiderato accostare i suoi vini a opere ribelli e non convenzionali. Un connubio perfetto di creazioni!   Marco Sargentini             Ivan Vellucci Suggestioni di Vino
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Lire of Wine. Meno male che c’è Arrow Right Top Bg

24 Dicembre, 2025

Lire of Wine. Meno male che c’è

  Life of Wine si conferma essere uno degli eventi del vino maggiormente apprezzati e apprezzabili. A Roma come in Italia. Sarà per la suggestione dei vini di annata e per la possibilità di far scoprire ai partecipanti le mirabolanti evoluzioni dei vini nel corso del tempo; sarà per la qualità dei produttori presenti, fatto sta che Life of Wine difficilmente delude Il vino è materia viva. Si evolve costantemente anno dopo anno e poterne apprezzare le differenze, cogliere le sfumature, arrivare a degustare anche annate molto remote è una esperienza che merita il prezzo del biglietto.  In questa edizione ho trovato una grande, forse invadente, presenza della Toscana ma, d’altronde, chi meglio della Toscana ha la capacità in termini di produzione, dunque volumi, dunque risorse, per lasciare le proprie bottiglie a maturare nel tempo? Una simile presenza mi ha invogliato spintaneamente a concentrarmi proprio su questa regione. Con qualche incursioni in altre zone d’Italia. Poche ma ne ho avute. Interessanti le espressioni del Brunello di Montalcino e del Nobile di Montepulciano incontrate. Ne avessi trovate di simili. Che spettacolo! Alla Tenuta Friggiali le espressioni di Brunello sanno di informale spensieratezza. Ciò che sembra un ossimoro in realtà si realizza con vini di due annate: la 2015, superba e austera nella sua magnificenza; la 2019 giovane e vivace dalle future grandi prospettive. Poi un terzo, un cru, Focaia 2017, convincente e soprattutto con grandi prospettive! Devo essere sincero: mi sono fermato a lungo a parlare con Davide Peluso e sua moglie perché affascinato dal mistero di una famiglia napoletana che si sposta in Toscana. Una storia tutta da raccontare e chissà che non lo farò. La seconda è la Cantina Dei con espressioni di Nobile di Montepulciano che correvano letteralmente dal 2011 al 2013 al 2015. Una corsa per via della snellezza di questi vini che ancorché Nobili sono vivi e complessi, avvolgenti e intriganti, affabili e fini. Sono vini che raccontano la Toscana riuscendo a suscitare racconti. Incredibili. Sempre in Toscana, Badia di Morrona dimostra come anche a Pisa il Sangiovese dia espressioni che possono far parlar di se. È il caso di Vigna Alta 2019. Più che interessante è intensamente vivo. Con Taneto l’esperimento, che poi non è manco tanto esperimento, di raffinato e intenso blend tra Syrah e Merlot indica come necessiti di anni di affinamento per raggiungere un livello eccellente. Infine con N’Antia il taglio bordolese si arricchisce dell’erba del Cabernet Franc (con Sangiovese e Merlot) per una espressione super interessante.  Di Gagiablu, azienda maremmana dove Laura ha trovato il suo rifugio, ho apprezzato il convincente metodo classico XVIII da Sangiovese (Blanc de noir), il Vermentino che sa di Vermentino sapido mediterraneo e il Ciliegiolo che senza alcun passaggio in legno dimostra le sue grandi potenzialità. Onore al merito di Laura se ha scelto il tappo Stelvin: poche ciancie e tanta concretezza.  Alla Corte dei Venti è il Brunello, quello di un tempo, quello vero e schietto. Il Brunello di Montalcino che va preservato come bene dell’umanità. Pulito e senza fronzoli, rispettante della tradizione che fa fatto grande questo vino. Due annate DOCG, 2017 e 2018 più la Riserva 2019. Posso solo dire: chapeau. Ogni altra considerazione lascerebbe il tempo che trova. Stessa identica considerazione per Poggio Lucina. Qui la marcia diversa la da la simpatia di Evelise Di Donato. Le annate 2013, 2016, 2019, profondamente diverse, hanno la matrice comune della storicità e della tradizione. Senza inventarsi nulla, il Brunello di Montalcino è questo e questo deve rimanere. La Toscana ha una penultima tappa a Bolgheri per una verticale principalmente di bianchi. Da Vermentino ovviamente. Siamo a Poggio al Tesoro ovvero la trasposizione di una esperienza pregressa in Valpolicella per approdare in riva al mare. Solo Solo nelle annate 2014, 2018, 2021 e 2024. Il rewind mi dice che il 2024 è pronto e schietto ma andando all’indietro nel tempo si scoprono le  incredibili e affascinanti metamorfosi sapide di un vino che, anche per la 2014 può ancora dare grandi soddisfazioni. Il problema sarà trovare le bottiglie. Gli assaggi del Sondraia Superiore, Supertuscan da Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot nelle annate 2016, 2018, 2020 sono state da applauso. Elegante, raffinato e intenso. La 2020? Deve rimanere un pò in bottiglia. Per finire in bellezza mi sono lasciato le vecchie annate del Chianti Classico di Carpineto. Avevo già assaggiato molto di questa incredibile azienda ma non il 1993 che ho trovato incredibilmente vellutato e intenso. Un vino per il quale vale la pena di recarsi in Toscana (o magari in enoteca). Le incursioni in altre regioni meritano di essere citate in tre casi. Il primo nelle Marche per espressioni di Verdicchio di annata decisamente convincenti di Stefano Antonucci di Cantina Santa Barbara. Due linee con una, Le Vaglie, molto sofisticata elegante e complessa, l’altra gastronomica immediata e alla portata di tutti. In entrambi i casi però stiamo parlando di vere eccellenze del territorio. Altra incursione in Abruzzo con Faraone Santa Maria dell’Arco dove Cerasuolo e Trebbiano vanno da un lato a confermare dall’altro a dare valore ad un vitigno, il Trebbiano, troppo spesso relegato a ruolo di comprimario. Terza incursione sui terreni vulcanici del soave con viti pre fillossera di Gini dimostrano come, in barba al fastidioso, insetto si possano creare vini di un livello estremamente importante e certamente non banali come molti del Soave.  Per ultimo, impossibile, davvero impossibile non citare La Stradina di Gattinara.  Cinque ragazzi dei quali ho già scritto un articolo la cui lettura può farvi capire come si possano realizzare vini da 100 punti (veri) solo giocando tra amici. Anche perché come diceva il Marchese del Grillo: quando si scherza, occorre essere seri. I loro vini sono oltre che seri, spaziali, unici, incredibili. Se imboccate la stradina è un non ritorno.  Life of Wine si inserisce in un panorama romano che, specialmente nel corso di questo ultimo weekend è stato troppo pieno di iniziative. Troppe e impossibile da gestire sia per chi, come detto al settore, deve fare notizia o creare notizia sia per gli appassionati che non sanno dove sbattere la testa sia per chi deve scrivere degli stessi. È veramente del tutto inadeguato e inopportuno e non lasciatemi dire cos’altro, organizzare nove eventi in un solo fine settimana. Peccato perché sono eventi che meriterebbero la giusta attenzione e solo una attenta e condivisa programmazione potrebbe condurre a massimizzare gli sforzi. Ricordiamoci sempre che i produttori vanno rispettati. Life Wine ha sicuramente la capacità di attirare persone e produttori, ma anche per questa stupenda, meravigliosa iniziativa un confronto con altre organizzazioni sarebbe assolutamente auspicabile. In ogni modo, Life of Wine, meno male che c’è!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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19 Dicembre, 2025

Fabio Ferracane. Ah l’amore l’amore

  lo voglio ancora il cuore
non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore.  L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia. L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate.  Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita.  Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi.  In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo.  Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita.  La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala.  Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio. Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina.  Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana.  Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte. C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite.  Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose? C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero.  Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda. Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre.  Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood. Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa? Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna. Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000.  Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello.  Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce.  Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti. In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino. Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva,  semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito.  Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia.  Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata. Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura. Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla.  Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto! Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più. Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa.  In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare. Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia.  Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna.  Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare.  Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala.  C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi. Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc.  Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più.  Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti.  Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato. Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo. Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti.  Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto. Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo.  Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta. Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace.  Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa.  Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato. Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno. In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti. Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi  ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita. In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale. Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole.  Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si. La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra. Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni.  Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo? Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente.  Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire. L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette.  Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi.  Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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17 Dicembre, 2025

Uva Fiera. La spensieratezza è servita

  Spensieratezza. Libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e di sensazioni che offre la vita. Ritmo di impulsi. Sensazioni. Questa è la vita. Va presa per quello che accade provando a far accadere qualcos’altro. Ma senza dannarsi se non accade. Provare a pensare quanto intorno a noi sia meraviglioso e unico. Basta saperlo apprezzare. Non è che ci debba piacere tutto e nemmeno accettare che sia qualcun altro a dirci cosa è bello. Giudichiamo noi. Senza pregiudizi, orpelli, ermellini addosso. Viva la vita! È questa la sensazione che ho avuto a Uva Fiera, l’evento organizzato da Pasquale Livieri e Pecora Nera Editore andato in scena lo scorso 30 novembre e primo dicembre al Monk di Roma.  Già la location avrà determinato una discreta selezione all’ingresso di chi gira con la puzza sotto al naso. Saranno stati i solidi tromboni del vino che se un evento non si svolge in un classico hotel o location di spessore nemmeno si appalesano. Meglio così. Io ho trovato il Monk meravigliosamente meraviglioso. Inserito in un contesto urbano eccentrico e interessantissimo come il quartiere di Casal Bertone a Roma: vero spazio culturale dove la sostanza conta più della forma.  Dentro la grande sala completamente nera illuminata da faretti in genere usati durante i concerti, ho trovato proprio tanta concretezza insieme a tanta ma tanta allegria e voglia non di un particolare genere di vino ma di vita. Ecco, si, vita. Quella che scorre nei giovani che di vita da vivere ne hanno senz’altro più dei vecchi tromboni. Dunque vini non con connotazioni particolari ma semplicemente realizzati con coscienza.  Al bando termini astrusi come naturale, biologico, biodinamico ecc ecc. Evviva la spensieratezza di chi produce vino con un occhio sempre attento alla natura, al proprio essere e, soprattutto, alla salute di chi lo consuma. Certo, il vino non è più, come si diceva prima, un alimento e va dunque bevuto con moderazione, ma meglio bere un vino fatto con rettitudine piuttosto che con l’aiuto di qualcos’altro.  Quando qualcosa mi affascina, sembro un bambino in un parco giochi ma qui era come stare in una discoteca anni 90 con tanta gente da conoscere ballando al ritmo di musica intramontabile.  Scusandomi con coloro che non sono riuscito ad entrare in contatto, vorrei qui pubblicare l’elenco di chi ho avuto il piacere, la fortuna e l’onore di conoscere prima, degustare poi. Perché vedete, la differenza rispetto a tanti altri eventi dove al banco di degustazione si trovano spesso dei sommelier, è che qui ci ho trovato i produttori. Ragazzi e più o meno ragazzi che amano il proprio lavoro e soprattutto amano parlarne. Questo mi accomuna straordinariamente a loro! Root Winery. Maxim e Elena. Me li sono trovati li quando avevo appena pubblicato un articolo su di loro e sulla loro incredibile storia di convinto esodo da Mosca a Maiolati Spontini (Ancona). Avevo assaggiato le bolle di Anti Celebration, mai i loro Verdicchio. Che dire? Semplici, puliti, minerali, identitari. C’è anche il Metodo Classico da Verdicchio appena sboccato: intenso ma lo lascerei ancora a riposo. Comunque sia, meno male averli in Italia! Cantina 837. A Forni di Sotto (UD) trovano spazio e meritatamente vitigni PIWI come il Solaris dal quale prende vita Vicus, un bianco snellissimo nonostante il passaggio di sei mesi in barrique. Sempre da Solaris ma di Roberto Baldovin con sette mesi di barrique c’è PriMo. Le differenze? Poche ma sensibilmente visibili. Incredibili per la loro ampiezza, carattere e capacità di avvolgere. Sempre di Baldovin, ArtEmis, un blend delle sue uve PIWI per un vino quasi sperimentale ma che si manifesta magnificamente per un olfatto complesso e un sorso quasi salmastro. Incredibile Corte Zecchina. A Pieve di Sacco, proprio a ridosso della laguna veneta per coltivare vitigni PIWI come Soreli e Merlot Kanthus dai quale nasce Orfeo, un rosato tutto da bere senza chiedersi il perché visto che è così buono da finire la bottiglia. Poi il rosso Madama1 che non fa sconti a nessuno lasciando il segno. Da bere mangiando un cicchetto nei vicoli di Venezia. E non solo. Grande! Cantonieri Tenuta della Dainara. Sul versante nord dell’Etna, li dove il freddo è più intenso, i vitigni veri del Vulcano, Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio danno vita a due vini (bianco e rosso ovviamente) che meritano solo di essere vissuti. C’è anche un Orange che proviene da un mix di uve siciliane (Carricante e Catarratto) e continentali aromatiche. Belle le contaminazioni e come la Sicilia ne è la dimostrazione, anche questo vino può far parlare di se. Legàmiwine. Campania, Sannio beneventano. Una realtà quasi volutamente indecifrabile. Piccolissima produzione e che vini (e che nomi)! Bohemian Grapesody è il mix di Malvasia e Falanghina con passaggio in barrique e acciaio. Meglio non berlo se non si vuol finire la bottiglia. Stand by Me, Lambrusco Maestri, Merlot e qualcos’altro: se avevate una idea del Lambrusco, buttatela via. Burning Love, Aglianico 100% con 12 mesi di barrique: il territorio si sente e tutto; l’Aglianico pure. Poesia, ma di quelle forti, in bottiglia.  Federico Mencaroni. Il maniaco del vino. Un artista puro. Uno a cui non gliene frega niente di niente se non di fare le cose per bene. Non so come tenga i calzini a casa ma i suoi vini sono precisi, curati, pazzeschi. Il Pas Dose da Verdicchio invecchiato 10 anni (se non è folle uno così) è una lama che entra nel burro (io sono il burro) e ci sta pure bene. Isola è il Verdicchio nudo e crudo: cosa gli si può dire se non berlo? Urbano infine è il blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon dal passaggio in barrique di un anno: intenso e vero proprio come le Marche (e Federico). Piubello Andrea. Val d’Illasi in Valpolicella per rendere giovanile, fresco e dinamico un territorio alle volte troppo avviluppato su se stesso. Già un metodo classico sarebbe una novità e il Cuveé n.7 da Garganega e Trebbiano dice tutto sulla voglia di sperimentare: fresco come un giovincello e con tanta voglia di poter far meglio tenendolo sui lieviti ancora un pò (osare!!). Il Valpolicella DOC ottenuto dalle classiche uve Corvina, Corvinone, Rondinella è fresco e incredibilmente bevibile. Ma ciò che è ancora più meraviglioso e convincente è di come lo sia anche l’Amarone! Bravo Andrea. L’Armagia. Ecco, qui c’è da aprire una parentesi su Ignazio perché quando lo si conosce si inizia a ridere, non perché si è brilli, ma grazie ad un modo tutto suo di non prendersi mai sul serio. Eppure i suoi vini sono seri e parecchio. Da Canelli a Roma lui mentre io farei volentieri il percorso inverso per andare a trovarlo. LorenzoMariaSole è l’AltaLanga metodo classico. Solo che, tanto per distinguersi, è pas dosè e si sente tutto. Anche nella sua unicità. Come Uva Tantum che non c’è nemmeno sul suo sito. Ma tanto non lo fa sempre dunque per provarlo e godere come ho fatto io ci vorrà tempo. I due rossi Nizza DOCG, Titon e Vignali sono così incredibili che pur fatti allo stesso modo solo perché provenienti da vigne diverse, sono profondamente diversi. Infine la chicca, il Moscato d’Asti Canelli: è un 2017 ovvero uno schiaffo a chi dice che il Moscato va bevuto giovane. È si dolce ma non stucchevole e meravigliosamente armonico. Prendiamolo sul serio! Donna Vittori. Non ho incontrato Maria, la titolare, ma la mamma e mai incontro poteva essere più incredibile. Sia per la persona sia per i vini in salsa Cesanese (in fondo siamo a Paliano, vicino Frosinone). Lettera, Cesanese del Piglio DOCG a fermentazione spontanea con la necessaria permanenza in barrique rimane comunque fresco e bevibile (tanto bevibile). Lettera in Anfora, come il precedente ma senza legno e con l’anfora (altrimenti da che deriverebbe il nome?) è strutturalmente simile acquisendo una eleganza incredibile. Love is a choice è un blend dei vitigni della vigna: che importa cosa sono se il vino viene bene? Infine Clea, il rosso da Sangiovese. Frutta e freschezza, poi il resto non conta (ma se contasse andrebbe di gran lunga bene). Le etichette? Opere d’arte! PS non assaggiate il Vermouth perché poi diventa droga. Peccato sia finito!!! Lorieri Podere Scurtarola. Conosco i loro vini. Conosco Michelangelo. Conosco quel folle di Pierpaolo Lorieri. Conosco il Vernero da Vermentino Nero. Avevo assaggiato la 2017 che era francamente un pò giovane. Qui ho assaggiato la 2012 in versione Magnum e quella giovinezza, certamente arrotondata dagli anni, ha reso il Vernero un capolavoro assoluto. Un vino che se lo trovi in un ristorante stellato sa il fatto suo ma io lo berrei sempre tra amici visto che le cose buone si aprono con chi amiamo. Ora però, visto che il mio giudizio su Scurtarola era già eccellente, dopo questo assaggio sono in difficoltà poiché non saprei come posizionarlo ulteriormente verso l’alto. Visionario. Mandirola 1913. Quando si dice Timorasso ai giorni d’oggi in tanti dicono di averlo scoperto e conosciuto. Sì riempiono la bocca di tante frasi ad effetto. Enrico però è figlio di chi il Timorasso lo coltivava ancor prima che molti di noi nascessero. Era il vino di chi non sapeva rinunciare ai gusti autentici e si trovava solo in damigiana. Non è una riscoperta ma solo una continuazione in varie forme. Il Mon Cavarrè, metodo classico con 24 mesi di affinamento dice che il Timorasso è duttile. Piccolo Derthona ne dimostra la semplice potenza verticale. Il Timorasso Derthona offre ai curiosi l’armoniosa potenza. Il Tantéi infine illustra come il legno possa servire a nobilitare, senza stravolgere, un incredibile vitigno quando affidato solo mani sapienti che l’abbiano già trattato. Incredibile. Agostinetto. In Maremma ci si può aspettare due rossi: Morellino di Scansano e Ciliegiolo. Perché andare a cercare cose strane quando già questi bastano e avanzano? Non sono rimasto deluso. Anzi, entusiasta di entrambe. Veri, intensi, ricchi, croccanti. Con La Madonnina (Cabernet Sauvignon e Sangiovese riposto almeno 8 mesi di botte) si riceve quella sorta di ruvida carezza che da un Morellino ci si aspetta e si vuole. Anzi, un bel pò di più. Il Ciliegiolo? Ho apprezzato nel Pozze Rosse il solo cemento che lo ha reso indiscutibilmente identitario e incredibilmente croccante. Anche perché la ciliegia moscia non paga. Avanti tutta! Monte Solaio è sempre in Maremma, a Campiglia Marittima. Due i vini. Il Sacrestano è un nomen omen visto che il Cabernet Franc lo rende vegetalmente austero. Ma evviva il Franc che almeno è più insolito rispetto al Sauvignon ormai troppo inflazionato. Poi il Sassinoro che è uno di quei vini ricchi e corposi dei quali magari saranno inflazionati ma se ne trovi uno come questo, non ne puoi più fare a meno. Perché non è che dobbiamo sempre essere rustici e alla mano: ogni tanto è bene pure darsi un tono. Bravi. Ritter de Zahony. In Friuli, ad Acquilea. Guido è nobile e lo dimostra con tutto il suo savoir faire ma soprattutto con i suoi vini mai banali e con sempre qualcosa che ti fa dire: però però. Il Prosecco Brut è il primo che non vorresti bere perché Prosecco ma quando lo assaggi il “però però” arriva spontaneo. Mavì è il rosato da Rebo, vitigno Trentino nato dall’incrocio tra Merlot e Teroldego, così insolito che il però però c’è per default. Edda Cristina è la Palava. So che non è un vitigno noto arrivando direttamente da oltre confine e più precisamente dalla Moravia, pure lui incrocio, stavolta tra Gewürztraminer e Müller Thurgau, ma qui siamo proprio al confine. Meno male che è arrivato perché quel suo incredibile bilanciamento e il sapiente mix di lime ed albicocca mi hanno fatto esclamare qualcosa di più colorito che un però però. Theodor, Pinot Nero. Tutti fanno il Pinot Nero ma questo è quel però però che non ti aspetti. Proprio perché lo fanno tutti e questo ha qualcosa di diverso. Hektor, il Cabernet nonché Elvine, Chardonnay seguono la stessa linea di Theodor dove tutti lo fanno ma poi assaggi questi e dici: però però. Ecco, alla fine me ne sono andato dal Monk con la voglia del prossimo Uva Fiera. Tanta allegria, tante facce sorridenti, tanti giovani e, soprattutto, tanto interesse.  Viva la spensieratezza. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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12 Dicembre, 2025

Il Maturano di Cesidio di Ciacca

  Una leggenda irlandese narra che il Leprecauno, il folletto con il tradizionale cappello verde fosse il ciabattino delle fate, custode del loro immenso tesoro conservato alla fine dell’arcobaleno. Arrivare a quel tesoro vuol dire percorrere tutti i colori dell’arcobaleno, i suoi gradienti, le sfaccettature, le tonalità. Un pò come percorrere la propria esistenza in una vita ricca si sfumature.  Non so se Picinisco sia posto alla fine dell’arcobaleno, però li ho trovato un vitigno e dei vini che sono incredibilmente, e lo dico senza timore di essere smentito, una pentola l’oro. Picinisco è un piccolo sperduto paese della Valle di Comino, in provincia di Frosinone. Poco più di un borgo con poco più di mille abitanti. Alle spalle del Monte Meta è incastonato nella parte ciociara del Parco Nazionale d’Abruzzo.  Non ci si capita per caso, occorre andarci per qualche motivo valido. Occorre cioè una ragione specifica. Magari quella di perdersi nel silenzio della natura e della vera, rara genuinità scomparsa. Genuino come il Maturano, un vitigno che si trova solo ed esclusivamente in queste zone e che, grazie a persone come Cesidio Di Ciacca, non è finito nel dimenticatoio. Devo, dobbiamo proprio dire grazie a Cesidio e alla sua voglia di ritornare alle origini dopo una vita in Scozia se possiamo godere dei vini derivati dal Maturano, particolari, intensi, unici tanto che penso a quante meraviglie abbiamo dimenticato nel passato. A Picinisco il tempo scorre lento. La piazza centrale, quella dove si erige la chiesa che da sulla Valle di Comino è frequentata solo la domenica per la messa. Nel bar anche i ragazzi giocano a carte visto che non c’è tanto altro da fare. Sotto un arco della piazza si apre il vicolo che entra nelle viscere del paesino. Scale in pietra, vicoli stretti, piccole costruzioni di un paesino silenzioso. È qui che sorge Sotto le Stelle, l’albergo diffuso che Cesidio ha creato ristrutturando case ormai disabitate. Stanze bellissime, dotate di tutti i comfort compreso quello della vista della Valle, un paesaggio sospeso nel tempo.  Dalle finestre e dai piccoli balconcini le poche vigne rimaste, specialmente in autunno per via delle foglie ingiallite, offrono una visione ancora più suggestiva.  Arrivare dal paese alla cantina di Cesidio vuol dire percorrere una piccola strada in mezzo ai boschi del Parco. La pace di questi luoghi è qualcosa di inusuale. Non spettrale perché sa di quel gusto dimenticato seppur presente nell’animo. Non fa paura. È come un dolce ricordo che scalda il cuore.  Il borgo che Cesidio sta cercando di ultimare mantiene inalterato il fascino di un tempo. Mobili antichi, ricordi di infanzia, pezzi di famiglia che sono li a rappresentare un passato contadino. Da una libreria Cesidio estrae dei libri antichi nei quali si parla di Picinisco. Per uno arrivato dalla Scozia questo posto, ricco di storia antica che si intreccia con quella della sua famiglia, ha un fascino particolare. Le piccole finestre sono squarci di pace e tranquillità. Le vigne che circondano la grande casa in pietra, sono un caleidoscopio di sensazioni colorate. Il sole del pomeriggio che cala, le foglie che si tingono di arancione, poi di amaranto, poi piombano nel buio. Quel buio che fa paura solo a chi ne ha di se stesso. In una piccola costruzione esterna ci sono filari di uva in appassimento. Una magia che si compie, al naturale, solo quando lo spessore della buccia degli acini lo consente. Sembra una stanza segreta eppure è aperta. Dentro l’odore di appassimento è acre, dolce, penetrante. Gli acini stanno diminuendo la loro dimensione e tra poco saranno pronti per ricavarne il Passito. Il grande tavolo di legno della sala delle degustazioni sembra essere il tronco di un albero caduto recuperato da mani sapienti. L’immensa vetrata offre la sensazione di una immersione nel bosco poco distante. Cesidio sistema i calici sulle tovagliette. Siamo qui anche per parlare dei sui vini prodotti con il Maturano. Ogni bottiglia sembra un figlio. Prima di aprirla la guarda con quegli occhi carichi di stupore come un bambino che guarda la meraviglia. Il primo calice è il Maturano Nostalgia, anno 2022. Un quasi senso di macerazione per via della permanenza nel cemento per 22 mesi. Grande balsamicità, grande rotondità in bocca. È cicciotto, masticabile con un finale di bocca memorabile. Tendenzialmente fruttato con buona coerenza tra olfatto e gusto. Bello ampio, sapido. Elegante, strutturato. Potrei andare oltre ma è uno di quei vini che va scoperto sorso dopo sorso. Capisco gli occhi di Cesidio. Il secondo è il 2019. Sempre Nostalgia. Stessa identità del 2022: fine, elegante, meno cicciotto. Finale leggermente amarognolo, mandorlato, prezioso. Le uve sono state raccolte un pò prima del precedente e solo questo lo fa cambiare in maniera significativa. Centrato, suggestivo. C’è bisogno si apra un pò. Ma basta roteare il calice perché la magia si realizzi. Se Nostalgia è un nome che da senso ad un passato che fu, io ho già nostalgia del calice che ho terminato. Il terzo è il 2017. Ancora qualcosa di diverso. Raccolto il 4 ottobre, uva più matura, si sente tutta. Aristocratico, ampio, veramente ampio. Sia al naso sia in bocca. Completamente diverso rispetto agli altri. Acidità bassa e ampiezza pazzesca. Come se continuasse però a maturare nel tempo. Senza fretta.  La matrice comune del Maturano si sente. Poi però ti spiazza in funzione dell’anno e della settimana di raccolta. Una ecclettismo che è impensabile non già per le differenze quanto per le totali differenze. L’unica cosa che si percepisce è una sorta di non piena coerenza tra olfatto e gusto. Ma è un pò come le persone di questi luoghi che all’apparenza sembrano chiuse ma poi diventano ospitali, aperte, magnifiche. Cesidio apre due bottiglie di Orange. Sotto le Stelle 2018 con tre giorni di macerazione con bucce e raspi, tre mesi in vasca, 24 in bottiglia; poi Filosofia 2019, dieci mesi di macerazione con bucce e raspi, .12 mesi di vasca di cemento e successivi tre anni di bottiglia. Differenti, entrambi capolavori. Il 2018, Sotto le Stelle, ha un colore incredibile. Sa di erba, di miele di eucalipto. Un naso meraviglioso che offre, senza limitarsi, l’intero bosco. In bocca è rotondo, godereccio. Sembra di addentare un candito di albicocca salato. Sapido e tannico eppoi, il finale: semplicemente fantastico. Il secondo, Filosofia 2019. Necessita di ancora tempo per aprirsi. Come se si vergognasse di presentarsi già ora. Il colore non cambia ed è sempre bellissimo. La complessità dei sentori è sempre pazzesca e si risentono le erbe, la mentuccia, l’eucalipto. In maniera meno immediata, meno complicata così da renderlo più gastronomico. In bocca si comporta egregiamente bene. C’è sempre sapidità. C’è sempre sottigliezza, finezza. Pulizia. Quel sensazionale senso di arancia sospesa tra il dolce e il salato. Conquista lasciano una bocca pulitissima. Per ultimo assaggiamo un Ancestrale 2024. Deve ancora maturare ma decidiamo comunque di provarlo. Bollicine dense e roboanti. Un naso che sa di frutta ancora matura, poco acida. In bocca è grasso, intenso, gustoso. Non per tutti ma chissenefrega. È un vino le cui bollicine danno quel senso di pienezza e convivialità che alle volte penso si sia perso. Mi finirei la bottiglia ma, a pensarci bene, mi finirei tutte le bottiglie. Con questi capolavori, l’obiettivo di Cesidio è realizzare veri e propri cru. Lavorando ci si è infatti resi conto di come i terreni, per quanto limitrofi, siano profondamente diversi. Come diverso è il Maturano da qualunque altro vitigno si possa immaginare. Purtroppo o per fortuna, ha trovato vita solo nel Lazio, in un luogo dove per arrivare devi proprio voler andare. Questi vini, in fondo, vivono il territorio. Ne acquisiscono il carattere. Come i Sanniti che non essendo guerrieri ma contadini e pastori, risultavano gentili fino a quando qualcuno non decise di attaccarli. Allo stesso modo, i vini di Cesidio sembrano rustici, mansueti fino a quando sono nel calice. Poi, in bocca, stupiscono, meravigliano, conquistano. Ogni calice risulta una sorpresa. Ogni bottiglia riesce a fornire sensazioni diverse, uniche, appaganti. Sensazioni che non sono ancora riuscito a trovare in altri vini. Riesci persino ad abbinarli a cibi che richiederebbero vini rossi. Ma in fondo qui siamo in Ciociaria e di pesce, ne arriva poco. C’è carne, di pecora e tanti formaggi. Di pecora. Vuoi un altro bicchiere? Si assolutamente si   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Imprinting Art&Wine. Sepulveda aveva ragione! Arrow Right Top Bg

10 Dicembre, 2025

Imprinting Art&Wine. Sepulveda aveva ragione!

  Imprinting. Particolare forma di apprendimento precoce, che avviene in un periodo ben definito della vita del giovane individuo, di norma rivolta alle caratteristiche dei genitori e che si riflette su vari aspetti del comportamento adulto. Il pulcino divorò tutte e cinque le mosche, ma si rifiutò di assaggiare il ragno.
Soddisfatto, fece un ruttino, e si rannicchiò stretto stretto al ventre di Zorba.
Ho sonno, mamma stridette.
Senti, mi dispiace, ma io non sono la tua mamma miagolò Zorba.
Certo che sei la mia mamma. E sei una mamma molto buona rispose
chiudendo gli occhi L. Sepulveda Non è strano in natura. Succede. Succede per il semplice fatto che un neonato non si vede allo specchio. Non conosce la propria natura. Respira per la prima volta. Vede la luce per la prima volta. Sente l’odore della madre per la prima volta. Ogni istante è un istante nuovo, ricco di cose da scoprire. Poi, con la crescita, arriverà la consapevolezza, i pensieri, i pregiudizi.  Imprinting è la meraviglia della natura. Scevra di pregiudizi e luoghi comuni. Abbinamenti che avvengono solo per la scoperta e l’amore.  Un pò quello che hanno provato, con successo, a fare Roberta Marchese Ragona e Marco Sargentini con la prima edizione di Imprinting Art&Wine svoltosi lo scorso 29 novembre alla Terrazza Bernini di Piazza Barberini a Roma, con il patrocinio dell’Arsial dunque della Regione Lazio.  19 cantine a rappresentare le sfaccettature dei vini del Lazio che si sono unite ciascuna ad un’opera diversa del maestro David Phoenix. Un imprinting che vuole significare come arte e vino siano non l’uno subalterno all’altro ma integrazione reciproca. O semplicemente due espressioni dell’arte.  Così come un quadro di David è un mix di colori in grado di offrire sensazioni visive diverse in funzione delle angolazioni di visione, dello stato d’animo, della luce e di chissà cos’altro, un vino può stregare semplicemente per un sentore, per il colore nel calice, per quel sapore che ricorda un pensiero felice. Entrambe sono opere d’arte realizzate dalle mani dell’uomo. Entrambe hanno dietro un pensiero, una emozione, un ricordo.  L’arte e il vino si fondono in un imprinting dove la tela riesce a carpire i pensieri del vignaiolo trasponendo i colori in un caleidoscopio sensoriale.  La serata è stata piacevole e intensa. I vini assolutamente all’altezza. I sorrisi dei tanti intervenuti, ancor di più. Queste le aziende presenti Cantina Solis Terrae
Drogheria Alesse
Muscari Tomajoli
Tenuta Iacoangeli
Cantina Il Bottino
Cantina Raparelli
Terre del Veio
Cantine Silvestri
Palazzo Tronconi
Ronci di Nepi
Salpa Roma
L’essenziale dell’arte bianca
Cantina Raparelli
Colle de Conti
Azienda Agricola Castelli
Frantoio Camilli Indispensabile citare una presenza alla quale tengo molto, VoiceWise, lo spin-off dell’Università di Tor Vergata a Roma con il loro progetto legato al primo etilometro vocale (l’articolo è qui), una semplice app in grado di stimare, con precisione incredibile, il nostro tasso alcolemico solo attraverso la voce. Merita l’attenzione e il supporto di tutti noi affinché la quantità di dati disponibili possa rendere il sistema sempre più affidabile.  Se c’è un imprinting allora è bene che non finisca qui. Ivan Vellucci – Direttore
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Maison Lehmann. L’arte del calice che nasce nel cuore della Champagne Arrow Right Top Bg

9 Dicembre, 2025

Maison Lehmann. L’arte del calice che nasce nel cuore dello Champagne

  A Reims, capitale spirituale dello champagne e città dove le bollicine fanno parte della cultura arrivando ad essere manifesto di eleganza e stile di vita, ho trovato un luogo dove il vetro prendere forma così da trasformare ogni bollicina in un’esperienza: Maison Lehmann. Tra le modanature haussmaniane del Boulevard Lundy, nel cuore della Champagne, ad accogliere i clienti c’è una vera e propria cattedrale del calice, dove tecnica e bellezza si incontrano per dare voce e risalto ai vini di tutto il mondo. Un museo celebrativo del calice, non più un semplice oggetto contenitivo ma elemento di design volto a contribuire, esaltandola, l’esperienza sensoriale, al godimento del nettare divino. Un’azienda che nasce tra le vigne dello Champagne Fondata negli anni Novanta, proprio a Reims, Maison Lehmann è cresciuta a stretto contatto con il territorio più iconico del mondo spumantistico. Qui, dove le grandi Maison elaborano millesimati leggendari, Lehmann sviluppa i calici che meglio interpretano energia, eleganza e profondità dello champagne.
È in questo dialogo continuo tra vinificazione d’eccellenza e arte del vetro che nasce la filosofia della maison: sublimare ogni vino rispettandone identità, aroma e struttura. Non è un caso che la prima Collezione Signature, nel 2010, sia stata dedicata proprio al mondo dell’effervescenza, in collaborazione con Philippe Jamesse, ex sommelier dello stellato Les Crayères. Da allora, altri ambasciatori d’eccezione, chef, master sommelier, artisti del gusto, hanno firmato collezioni che uniscono competenza tecnica e personalità olfattiva. L’esperienza sensoriale che rende unico ogni brindisi Che si tratti di un grande champagne, di un rosso complesso o di un distillato da meditazione, il calice giusto non è un dettaglio: fa la differenza.
La differenza della forma perfetta, della capacità del vetro di accompagnare aromi e materia offrendo piena neutralità, della leggerezza che permette al vino di esprimersi senza barriere. Così, la tecnologia Ultralight porta a produrre calici leggeri, proposti sia in versione soffiata a bocca che a macchina, che generano sensazioni quasi eteree tra le dita. Una precisione assoluta nella resa aromatica, la delicatezza di un gesto, la forza di un’esperienza. Sono calici che offrono nella loro brillantezza, sottigliezza, armoniosità, un vero spettacolo. Cristallo senza piombo, tre tecniche di produzione per garantire la massima qualità per ogni esigenza. Non serve essere un professionista per desiderare un simile compagno per le proprie serate di festa. Quando ho avuto la possibilità di avere in mano un meraviglioso calice Lehmann soffiato a bocca è stato come prendere le manine di un neonato. Avete presente quando un bimbo in fasce mette la sua mano nella vostra? Si ha sempre l’impressione di una fragilità estrema. Quando presi la prima volta tra le mani quelle di mia figlia o di mio figlio, sembrava che le loro dita potessero spezzarsi da un momento all’altro. Non era così e, anzi, vedendo il trattamento riservato loro dall’ostetrica di turno, ho capito non vi fosse alcuna fragilità. Al contrario, erano così resilienti ed elastiche…. Proprio come il calice Lehmann. Lo stelo, lungo e finissimo è la leggerezza eterea di una ballerina danzante sulle punte. Eleganza slanciata. Finezza e consistenza di un cristallo che fa del suo evanescente spessore, forza trasparente. Le bollicine nel calice sono sembrate librarsi nell’aria come non vi fosse alcun cristallo a separarla dall’ambiente circostante. Parimenti il sorso è stato inglobante di ciò che mi circondava. Che si trattasse di vino fermo o di bollicina, la perfetta neutralità del cristallo ha garantito una esperienza olfattiva e gustativa fantastica. Anche nel lavaggio ho trovato i calici straordinariamente resistenti. Ricordo quando acquistai dei calici all’Ikea a Torino. Vivevo solo e non potevo certo permettermi spese folli. Belli a vedersi ma si rompevano solo a guardarli. Così, lavandoli, un semplice tocco del calice al bordo del lavandino ne determinava la sicura rottura. Non c’era nulla da fare. I calici Lehmann hanno resistito a trattamenti anche poco consoni. Li ho trattati non proprio bene e sono tuttora intatti. Meraviglia pura. Ripensando alle dita della mano di un bambino non più neonato, arriva il momento nel quale riescono a stringere quella di un genitore. La sensazione è quella di un ricordo di fragilità ormai svanito. Di purezza che continua e continuerà. Un calice Lehmann allora è proprio questo: fragilità solo immaginata, purezza, forza slanciata. Collezioni Signature: quando il vetro incontra i grandi del mondo gastronomico Ogni collezione Lehmann racconta una storia, un incontro, un’idea di gusto: Philippe Jamesse – curve eleganti e sferiche che esaltano energia e colore dei grandi vini. Arnaud Lallement – delicatezza senza tempo, ideale per leggere in trasparenza la complessità dei terroir. Fabrice Sommier – precisione assoluta per interpretare i Grand Cru. Gérard Basset – un omaggio al miglior sommelier del mondo; linee raffinate che celebrano l’emozione del vino. Florian Thireau – la più recente, dedicata alla mixology contemporanea, perché il brindisi non conosce confini. Ogni collezione include anche un calice “universale”, perfetto per chi desidera un solo bicchiere capace di accompagnare tutto: bianchi freschi, rossi strutturati e, naturalmente, champagne. Un compagno ideale per i pranzi delle feste, i cenoni, o un semplicissimo aperitivo improvvisato tra amici.   Una boutique d’autore, tra Reims e Parigi La boutique Lehmann di Reims è una tappa obbligatoria per chi visita la Champagne: un luogo in cui il vetro diventa racconto, dove si può toccare con mano l’essenza della maison.
Dal 2024, un nuovo spazio prestigioso si affaccia anche sulla Senna, al n°1 di Quai de Conti, nel cuore elegante del VI arrondissement di Parigi. Non ci sono ancora stato ma sarà tappa del prossimo viaggio nella capitale francese. Due sedi che parlano la stessa lingua: accoglienza, savoir-faire, desiderio di trasmettere l’arte della degustazione. Un invito unico: la Lehmann Experience Per chi desidera un’immersione totale, la maison ha creato la Lehmann Experience: un workshop di un’ora e mezza nella dimora storica di Reims.
Un viaggio nella storia del vetro e nella magia dei calici da champagne, che termina con la degustazione di un’annata iconica attraverso cinque diversi bicchieri. Un percorso affascinante che mostra quanto la forma possa cambiare l’anima di un vino. Se qualcuno pensasse che un calice è un calice e che un calice non fa la differenza, con questa esperienza, magari da ripetere a casa, avrà modo di ricredersi. La partecipazione dà diritto anche a un 15% di sconto su tutte le collezioni: un’idea perfetta per un regalo di Natale diverso dal solito. Uno stile francese che conquista il mondo Con oltre 12 milioni di bicchieri prodotti all’anno, una presenza in 50 paesi e clienti in continua crescita, Lehmann sta scrivendo una delle pagine più interessanti nel mondo degli accessori da degustazione.
Stati Uniti, Cina, Brasile sono i nuovi mercati di riferimento senza dimenticare il mercato italiano che merita una attenzione particolare vista la nostra propensione all’eleganza e allo charme. Lehmann può essere considerata, a ragion veduta, una maison che guarda lontano pur restando profondamente legata alla Champagne. E forse è proprio questo il suo vero segreto: la capacità di portare in ogni calice la magia di Reims, della sua storia e delle sue bollicine. Per le feste che arrivano, un solo consiglio: scegliere il calice giusto Champagne per il brindisi di mezzanotte, rossi importanti per le cene di Natale, cocktail creativi per le serate tra amici: ogni momento può e deve essere valorizzato.
Un calice leggero, elegante, studiato per esaltare profumi e vibrazioni del vino trasforma un sorso in un ricordo. Vi ricordate quando nei bicchieri di cristallo di una volta un colpetto con le unghie provocava un bellissimo suono? Ecco, ad un certo punto abbiamo smesso di farlo e sapete perché? Perché i bicchieri hanno smesso di essere prodotti con il giusto materiale cosa che con un calice Lehmann non succede. La piccola schicchera data trattenendo il dito anulare con il pollice per poi mandarlo a colpire il calice mi ha provocato quelle grandi piacevoli emozioni che avevo smesso di provare. Le stesse emozioni ottenute nuovamente con quel meraviglioso gesto del colpire il bicchiere delle persone con le quali si brinda dicendo: cin cin (termine onomatopeico). In fondo, la festa comincia sempre da un piccolo semplice gesto: avvicinare il calice alle labbra e lasciarsi sorprendere dalle emozioni. Non senza prima aver brindato dicendo: cin cin. E, mi raccomando, guardate sempre negli occhi colui o colei che brinda con voi.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Anton Robert Zaccheo. Carpineto sarà in buone mani Arrow Right Top Bg

5 Dicembre, 2025

Anton Robert Zaccheo. Carpineto sarà in buone mani

  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 
color già tristi, e questi con sospetti!  Le rivalità tra famiglie hanno segnato la storia di ogni nazione, regione e perfino città. Montecchi e Capuleti (che in realtà erano i San Bonifacio, di Cremona ma Shakespeare si confuse e, per citare Dante cambiò Cappelletti in Capuleti) si sfidavano a Verona; Medici e Borgia rivali storici del Rinascimento; Asinelli, Garisendi, Alberici, ecc a Bologna costruivano torri per beffarsi degli altri. Ci si divideva perfino anche in fazioni: Guelfi e Ghibellini; papalini e repubblicani. Rivalità, disfide, guerre. Tragedie, sangue, ferite nella storia. Comprendere le origini di cotanta stupidaggine è praticamente impossibile e tutto sommato inutile. Tanto, a chi importerebbe? Pensiamo invece a cosa si sono perse queste famiglie. A quanto tempo, soldi, pensieri, vita hanno gettato via, impegnati nel principale scopo dell’esistenza di generazioni, dell’annientare l’altro. Cosa avrebbero invece potuto realizzare se invece di farsi la guerra avessero messo insieme le forze? Per una famiglia, rimanere unita a condurre una azienda, è affare complicato, figuriamoci per due contemporaneamente. Francamente, non me ne vengono in mente ma ne ho trovato due che con tanta intelligenza, volontà e senso di responsabilità, insime hanno realizzato qualcosa di incredibile. Sono le famiglie Zaccheo e Sacchet che, insieme, sono Carpineto: 500 ettari, 5 tenute nelle zone più ambite della Toscana, 180 ettari di vigneto, uliveti storici, tartufaie, prati, boschi. Insieme dal 1967. Non tantissimo ma nemmeno poco! Ho sempre sostenuto che le cose belle della vita nascano dall’incontro di persone meravigliose. Con fame e idee. Fame e idee sono il vero motore del successo. Solo che la fame e tanta e le idee ancor di più. Realizzarle è l’unico modo di soddisfare quella bulimia che continua.  Ci si incontra per caso e si sta insieme per volontà. Spesso si capisce che l’altro colma quel qualcosa che si sa di non avere. Nessuna rivalità. Semmai capacità di comprendere come insieme, si possa correre ancora più veloci, al riparo da pericoli. È il 1967 quando Giancarlo Carlo Sacchet da Conegliano e Antonio Mario Zaccheo da Bari fondano a Greve in Chianti la Carpineto con lo scopo di produrre vini di eccellenza. Giancarlo, enologo, fresco di studi alla Scuola di Conegliano voleva creare grandi rossi e Antonio voleva imbottigliare vino con proprie etichette smettendo di produrre solo uva.  Ecco, quando due persone cosi si trovano riuscendo a mettere a fattor comune le loro idee, ambizioni e fame, non può che crearsi qualcosa di eccezionale. Come Carpineto! Da Giancarlo e Antonio si arriva ai giorni d’oggi dove i giovani iniziano a muovere i primi passi in azienda. Da un lato Caterina, figlia di Giancarlo che seguendo le orme del padre è l’enologa dell’azienda. Dall’altro, Anton Robert Zaccheo, nipote di Antonio e figlio di Antonio Michael che si occupa del commerciale.  Incontro proprio Anton Robert, nato a San Francisco e tornato in Italia all’età di 4 anni per innamorarsi perdutamente del mondo del vino.  Papà andò a studiare negli Stati Uniti dove sono nato io. Lo dico molto sinceramente: non mi rendevo conto bene di cosa significasse avere una tenuta, una vigna, fare il vino. Pur lavorando non mi rendevo pienamente conto della realtà. Mio padre mi ha sempre detto che era necessario lavorare in cantina, in vigna, ecc. Ad un certo punto mi è scattata la molla e ho detto a mio padre che sarebbe stato interessante fare un corso da sommelier. Lì mi è partita una passione molto più approfondita e, anzi, mi sono reso conto molto di più del mondo del vino, della realtà insomma italiana, mondiale.  Anton Robert è un ragazzone alto con il viso che esprime la sua giovane età. Mi ricorda molto, a guardarlo bene ma anche ad ascoltare il tono delle sue parole, Jannik Sinner: posato, calmo, riflessivo, umile e con un sorriso che non ti aspetti.  Si esprime sempre con molta attenzione e rispetto. Come se quello di cui sta parlando meriti grande proprio grande. Sarà per via dell’irripetibile percorso del nonno. Irripetibile magari ai giorni d’oggi ma, comunque, con la necessità di mantenerlo e svilupparlo. Cosa questa che per lui, figlio unico, è una grande responsabilità alla quale non intende sottrarsi. Non per obbligo quanto per scelta. Anche questa posata. Ho fatto il corso e poi c’è stato il COVID. Subito dopo sono andato a fare una vendemmia in un’azienda tedesca dove lavoravano persone che avevano studiato università di Geisenheim e mi chiedevano: ma te hai studiato enologia? Che hai fatto? Un giorno mi dico: io chiamo l’università e andiamo a capire cos’è. Vado là, faccio un tour che mi ha interessato parecchio. Avevo però preso già degli impegni di andare in Australia per fare una vendemmia e il semestre era già iniziato. Vado così in Australia e mentre stavo li mi sono detto: sai che c’è, lo facciamo. Ci vado e mi è piaciuto parecchio. Ho finito da poco questo questo percorso di International Wine Business. Una sorta di overview del mondo enologico sia dal punto di vista produttivo sia  finanziario e marketing. Insomma tutto quanto sa di quel business che ruota attorno al vino inclusa la parte tecnica. Meno male che questi ragazzi possono studiare tutto quanto può e deve girare attorno al mondo del vino cercando di far uscire questo dalla mera realtà contadina! La famiglia Sacchet ha sempre gestito la parte produttiva; famiglia Zaccheo quella commerciale. È successo così per caso. Solo che io, da quando sono piccolo ho vissuto il mondo commerciale ed è proprio questo il lato che mi piace parecchio. Ho intenzione di continuare ad aiutare mio padre principalmente con l’export. Il mercato americano, l’export, la vendita. Cinque tenute: due nel Chianti Classico, una a Montalcino, una a Montepulciano, una in Maremma a rappresentare tutte le denominazioni chiave della Toscana. Tre milioni di bottiglie prodotte. Un impegno quello commerciale, non di poco conto.  Tre milioni di bottiglie. Pensate cosa l’unione sinergica di due famiglie è riuscita a realizzare.  Una scelta consapevole quella di Robert. Con la supervisione di papà e nonno potrà crescere e crescere in fretta. Senza la voglia di strafare o di alzare la testa così, tanto per alzarla.  Lavoriamo molto insieme e l’obiettivo mio è quello di imparare da lui il più possibile e il più in fretta possibile senza ovviamente bruciare le tappe. Ho la fortuna di vivere proprio vicino a lui quindi posso acquisirne i segreti.  Senza fretta e non perché non ne abbia voglia ma tre milioni di bottiglie possono far tremare i polsi a chiunque e ci vuole coraggio, tanto coraggio per un ragazzo di 26 anni, ad imbarcarsi in una avventura del genere. Robert si sarebbe potuto tirar fuori e lasciar fare. Invece no, è rimasto e vuole, quando sarà il momento, dire la sua. Per adesso domina la pacatezza e la lucida capacità di mettere a fuoco ogni aspetto, compresa la responsabilità di affidare la gestione a chi sa fare le cose. Un marchio di fabbrica per Carpineto poiché solo con una mentalità del genere si cresce insieme. Pensate a cosa sarebbe successo se ognuno fosse voluto entrare nel lavoro dell’altro! Noi siamo molto interconnessi e lavoriamo molto vicino alla produzione dei vini. Noi facciamo su una trentina di etichette. Facciamo vino Nobile di Montepulciano riserva che è un vino al quale sono particolarmente legato perché vivo in questa tenuta. Un vino speciale entrato nella lista dei top 100 Wine Spectator tre volte nell’ultimo decennio. Viene da una argilla blu. Quello che ho provato io è la Riserva 2020, Nobile già dal colore nel calice. Sentori immediati di frutta molto matura che si esaltano grazie alla balsamicità. Nonostante la breve permanenza in bottiglia, si sta già sviluppando qualche etereo (ceralacca). Emergono le spezie che rimangono comunque nascoste nel sottofondo. Spezie dolci tra le quali è il pepe a dare un pò di brio. Poi cardamomo, noce moscata, vaniglia. Non può mancare la viola, semplice e sottile. In tutto questo bouquet c’è la nota alcolica che viene fuori a ricordare che qui c’è Sangiovese. Quello vero.  Il sorso, come da tradizione, è ampio e poderoso. Tannini presenti e prepotenti che, comunque, si fanno setosi e caldi, freschi e sapidi.  Un vino da ricordare per la potenza, la forza così come per la schiettezza con la quale si propone. Elegante e non banale può riposare in bottiglia ancora per tanti anni restituendo sensazioni sempre diverse. Un altro vino secondo me fantastico è il Chianti Classico, la nostra storia la nostra, che sa di eleganza.  Ho provato anche di questo la Riserva 2020 trovandolo davvero elegante tanto che nel calice la trasparenza sa di finezza. Non c’è impenetrabilità ma quella evanescente vivacità che lo rende intensamente elegante. Ceralacca e goudron lo proiettano già verso livelli di complessità superiori. La frutta particolarmente matura e la viola lo riportano all’essenza del Chianti Classico dunque al Sangiovese.  Non c’è particolare intensità nel bouquet e occorre roteare il bicchiere per cercare i sentori. Ma va bene così perché si dimostra non ruffiano, non particolarmente immediato bensì ricercato e per nulla spocchioso.  In bocca la gioventù del Sangiovese emerge con i tannini intensi, la freschezza importante, la rotondità che viene meno. Ecco che ha bisogno di quella tanto agognata bistecca per rendere al meglio. Un giusto connubio che non può mancare. Anche se per me un crostino con fegatini risolve egregiamente il paring. Tutto, purché lo si apra con molto anticipo! Poi c’è il Brunello, che è un vino interessante per noi perché siamo a 550 m di altitudine esposti verso nord. Un vigneto di montagna. Il Brunello 2020 ha maturato benissimo e appare già di un bel colore granata. Un sentore di ceralacca e di cera di candela forniscono proprio la sensazione di solennità. La frutta molto matura, al limite del cotto, l’erbaceo, le erbe aromatiche, il castagno, la vaniglia, il cioccolato, il sottobosco, i fiori rossi e chi più ne ha più ne metta, dicono che siamo in presenza della complessità aristocratica di un vino importante, di quelli che, pur austeri, coccolano in maniera avvolgente. Un caldo accogliente che fornisce la chiara sensazione di una coccola famigliare, come le carezze della nonna.  È il sorso che ricorda però come questo Brunello sia ancora giovane: la freschezza è viva, i tannini sono aggressivi, la bocca è ampia. La sensazione è che ci sia dell’altro che arriverà nel tempo. Quella evoluzione che consentirà, mantenendo inalterata l’eleganza e l’austerità di un Brunello, di diventare immenso. Ciò che rimarrà è la sapidità che la montagna ha conferito e la necessità di accompagnarlo degnamente. Il Dogaiolo in versione rossa è uno dei nostri vini più esposti. Esportiamo in 70 paesi e il Dogaiolo è sempre presente. Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Ora abbiamo appena fatto uno spumante nuovo perché Giancarlo Sacchetti ha avuto una voglia di ritorno agli arbori. Base Chardonnay mentre quest’anno abbiamo fatto uno spumante a base  Sangiovese. Idee chiare e una infinita voglia di rappresentare la sua azienda soprattutto verso quel mondo dei giovani che Robert, e non potrebbe essere diversamente, sente proprio. L’impressione è che voglia arrivare a condividere come sia possibile innamorarsi del vino, magari utilizzando un linguaggio che solo un ragazzo come lui può gestire opportunamente. Anche qui, senza fretta. Robert sembra proprio non averla ma non già per paura, per mancanza di voglia, per riluttanza. La sua è quasi una immersione nel dna di una azienda che fa della capacità e del merito un valore imprescindibile. Perché solo così si può rimanere uniti. Sinceramente non saprei quando sarò pronto per prendere le redini. Dovrei chiedere a a mio padre. Sicuramente è ancora presto. Mi impegno molto, ma è ancora presto.  Mia figlia che ha poco meno di tre anni, dice sempre che è capace a fare qualcosa anche se è allo stesso modo pronta a chiedere aiuto quando si rende conto, con contrizione, di non essere in grado. C’è chi mantiene questa forma mentale per l’intera vita e chi invece, sapendo di avere delle responsabilità, ha la consapevolezza di poter fare qualcosa solo quando ne si ha la certezza. Ovvero quando si acquisisce la giusta capacità ed esperienza.  Robert è silenziosamente così. Un ragazzo che ha la dote, assolutamente apprezzabile, di non gettarsi in una impresa con il rischio di fallire. Anche se tutto sommato lo potrebbe fare: quale è quel genitore che non coprirebbe gli insuccessi di un figlio? Nessuno, tanto che mamma Bianca e papà Antonio non fanno altro che spingerlo. Eppure per questo ragazzo, silenzioso e quasi enigmatico, troppo forte è il senso di responsabilità verso l’azienda fondata dal nonno Antonio e da Giancarlo Sacchet. Arriverà il suo momento e quando lo sarà avrà immagazzinato così tanta esperienza e capacità che ne vedremo delle belle.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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AntiCelebration. Le bollicine della (nuova) vita Arrow Right Top Bg

28 Novembre, 2025

AntiCelebration. Le bollicine della (nuova) vita

  Vivere la vita è una cosa veramente grossaC’è tutto il mondo fra la culla e la fossaSei partito da un piccolo portoDove la sete era tanta e il fiasco era cortoE adesso vivi La vita. Le storie della vita. La storia delle persone.
Sono così tante e variegate che ogni volta che ne apprendo una rimango affascinato da quanto le nostre vite siano differenti l’una dall’altra così che solo quando due vite si uniscono, il corso di una storia o della storia in generale, muta in maniera drastica.
Avete mai pensato a cosa voglia dire un figlio? Non è solo la magia di una vita ma una nuova esistenza che, intersecandosi con quella dei genitori, determina un cambiamento nella precessione degli eventi. Cambia tutto. Anche e soprattutto la percezione dei valori della nostra esistenza. Spesso, troppo spesso, viviamo come criceti in una gabbia. Bellissimi topolini (perché di questo si tratta ancorché colorati e carini tanto che ho sempre pensato che sia una delle più grandi discriminazioni della storia) che trascorrono il proprio tempo correndo sulla ruota che fa tanto divertire i bambini. Corrono incessantemente come unico modo di muoversi, costretti, non certo per scelta, all’interno di una gabbia metallica.
Avete mai avuto la sensazione di essere proprio noi i criceti in gabbia? No? Sicuri?
Analizziamo una giornata tipo: sveglia alle 6.30. Colazione, doccia e in contemporanea figli da preparare. Poi chiusi in una scatola di latta (auto, treno, autobus) per portare i pargoli a scuola, dunque recarsi in ufficio. Secondo una ricerca di moovit.com, il tempo medio di permanenza in auto è di 52 minuti al giorno. Io devo essere fuori media perché il Grande Raccordo (Parcheggio) Anulare di Roma non mi fa scendere sotto i 90 minuti giornalieri.
Tornati a casa, bene che vada alle 19, rimane poco tempo per stare con i figli e il partner. Comprimiamo tutto nel weekend. Sempre che non ci siano altre attività da espletare.
È vita questa? Pensate adesso se quei 52 minuti giornalieri diventassero 8 ore. Delle 24 giornaliere se 8 sono già spese per il traffico e 8 di lavoro ne rimarrebbero 8 di altro. 6 di sonno volete mettercele? Bene, ne rimangono 2. Solo due dannatissime ore di vita. Altro che criceto. Vabbè ma chi è il folle che sceglie di andare al lavoro a 4 ore di distanza?
Nessuno sano di mente, chiaro. A meno che quelle quattro ore non siano l’unico modo per recarsi al lavoro. Paradossale se servissero per percorrere solo 5 km. A Mosca vivono dodici milioni di persone e sono registrate oltre quattro milioni di autovetture. I moscoviti che si considerano pendolari affermano che fino ad un’ora e mezzo di tragitto è nella norma, mentre sopra le due ore può (non deve) diventare argomento di discussione. Ogni persona può descrivere la vita e la qualità di vita in modo diverso. Per noi c’erano delle cose insopportabili. Per esempio 4 ore di traffico ogni giorno. C’erano solo 5 km dalla casa all’ufficio. Uscendo alle sette o alle otto la sera ci volevano comunque quattro ore. A meno che non si usciva alle dieci così che ce ne volevano due. In nessun modo arrivavamo a casa prima prima delle otto.   Maxim Merkulov e sua moglie Elena li ho conosciuti in un caldo fine settimana romano. Al Ponte della Musica Armando Trovajoli di Roma andava in scena Calici di Stelle. Un tramonto mozzafiato, musica di sottofondo. Ero li con mia moglie per la copertura stampa dell’evento. Vengo attirato da uno stand un pò più lungo del solito sul quale facevano bella mostra di se bottiglie di bollicine con etichetta nera. Apparivano tutte uguali tanto da non capire la necessità di una simile esposizione. Dietro lo stand un ragazzo alto e una ragazza altrettanto alta. Si guardavano in un modo che non poteva che essere identificato se non con “con amore”. Il nome dell’azienda non poteva non destare attenzione: AntiCelebration. Elena e Maxim oltre ad essere due persone squisite rappresentano l’esempio vivente di come la guerra in Ucraina sia, oltre che scellerata, insensata. Ucraina lei, russo lui. Coppia dai tempi dell’università. A Mosca, dove entrambe vivevano. Una coppia come tante in Russia dove ucraini e russi hanno sempre convissuto. In pace. Sposati e con una bellissima figlia, Alice; direttrice marketing in ambito IT e vino, Elena; funzionario di banca impegnato su importanti progetti ESG (Enviromental, Social, Governance) Maxim. Una famiglia benestante a Mosca. C’era una vita molto intensa. A Mosca, quando si è giovani, ci sono tante cose diverse. Non c’è tempo di provare tutto. Il ritmo è assolutamente matto. Quanto è diversa la nostra visione della Russia e di Mosca. Maxim ne parla come una città pazzesca, sempre attiva, dinamica, frenetica, con un traffico incredibile. Una città che non dorme mai e che è sempre in movimento. Non c’è nulla di quello che un occidentale può pensare. Troppi stereotipi magari formatisi per via di una comunicazione del tutto assente. Pensateci, cosa ci arriva della Russia e della vita li? Niente. Non sappiamo niente. Nel bene e nel male. Abbiamo capito che stavamo correndo come criceti. Non si finisce mai di correre. Lavori fino alle 11 di sera. Ti svegli alle 6. Tutti i giorni così. Non vedi la tua figlia. I risultati del tuo lavoro non sono tangibili. Non li vedi. Ti svegli e vedi tutto questo. Può capitare che ti svegli un giorno e vedi tutto questo. Così come può capitare che non ti svegli mai continuando a fare quello che hai sempre fatto. Forse la discriminante è l’avere o meno un sogno. Qualcosa che viene riposto in un cassetto in attesa, prima o poi, di tirarlo fuori. Con la complicazione che quando sei una famiglia, quel sogno, non può essere solo il tuo. Deve essere il sogno di tutti. Altrimenti conviene lasciarlo nel cassetto. Ci sono tante persone che hanno il sogno della vita, noi avevamo questa sogno anche prima prima di incontrarci. Ognuno di noi aveva questo sogno di fare il vino. Il nonno di mia moglie faceva il vino in Georgia. E quindi lei da piccola diceva che da grande avrebbe fatto il vino. Ho conosciuto tante persone con il sogno di diventare produttori vino. Per la maggior parte è solo qualcosa di bohemien. Quel desiderio di ambire ad una vita in campagna, tra i filari, la vendemmia, la cantina. Desiderare, immaginare una vita diversa. In pochi arrivano però a concretizzare, a trasformare il sogno in realtà. La terra, la fatica, l’attesa, gli investimenti, la capacità, l’aiuto, il tempo, il lavoro. La terra. Già la terra con la quale sporcarsi le mani senza preoccuparsi dei calli che verranno.
Ecco perché per molti rimane solo il sogno bohemien che fa figo ogni tanto tirar fuori per ricordare a se stessi che c’è e che se non si è realizzato è solo per qualche motivo al quale crediamo solo noi. Io fin da giovane mi sono appassionato al vino e alla produzione. Feci diversi tour enogastronomici. Con il tempo e con la consapevolezza ho iniziato anche a leggere testi più tecnici, professionali ma non sono stato mai sicuro che sarebbe potuto diventare la mia vita. C’è una strada, c’è un sogno, c’è una vita reale. È così che tra due persone è possibile, anche se altamente improbabile, che le due strade si incontrino, i due sogni coincidano. Un allineamento astrale, un sei al Superenalotto. In un viaggio come turisti in Italia abbiamo visitato qualche cantina. Poi nel 2021 abbiamo pensato che saremmo stati in grado di farlo. C’è una convinzione diffusa in Russia che lasciare un lavoro di ufficio per dedicarsi a una vigna significhi andare in pensione. Noi abbiamo capito come fosse una convinzione assolutamente sbagliata. C’è tanto da fare in vigna. A meno che tu non abbia un sacco di soldi per non fare nulla. È la fine del 2021 quando Elena e Maxim decidono di fare il grande passo. Lasciare la Russia per trasferirsi in Italia. Tutto pronto. Compreso il rogito per l’acquisto di una casa e sei ettari di terra a Maiolati Spontini, vicino Ancona fissato per il 27 febbraio 2022. Sì, avete letto bene, 27 febbraio 2022. Una settimana dopo l’inizio dell’invasione Russa in Ucraina. Uno stress impensabile perché avevamo già preso questa decisione. Le persone qui in Italia con le quali lavoravamo prima di trasferirci non sapevamo come potevano aiutarci. Non eravamo solo noi, c’era anche Alice che aveva 7 anni. Ci sentivamo responsabili della sua vita, del suo futuro. Elena e Maxim non stavano scappando da niente e da nessuno. Volevano solo una vita diversa per la loro famiglia. Vivere la loro vita in un posto tranquillo dove poter affermare i loro valori. Questo per loro voleva dire determinazione. Eravamo sempre insieme e sempre pensavamo le stesse cose. Le cose che facciamo ci daranno i frutti, non adesso, ma tra qualche anno. Anche per la nostra figlia che adesso è molto contenta e super felice. Il primo giorno di scuola eravamo molto preoccupati perché non parlava italiano ed era proprio il primo giorno di scuola in assoluto. Il secondo giorno si è svegliata prima di noi e ha detto: andiamo a scuola vai vai veloce! Ci ha dato una extra motivazione per continuare. L’italiano di Maxim è eccellente. Certo, si capisce della sua provenienza per via di quell’incredibile accento fedele alle origini. Il sorriso, vero e sincero, che accompagna i suoi discorsi, sa di serenità. Di quello stato meraviglioso riuscito a raggiungere con la sua famiglia. La serenità di vivere in un luogo lontano dallo stress, dalla inutilità della vita, dai pericoli di pazzi scriteriati.
Maxim era abituato a lavorare con i progetti così, per realizzare la loro seconda vita, ha progettato tutto, nei minimi particolari e insieme ad Elena, per oltre due anni. Insieme. Sempre insieme. Per stare insieme. A Mosca, quando hai 35 anni senti che la tua vita è quasi finita. Hai la percezione che tutto va cosi veloce che pensi che la vita stia per finire. In Italia ci chiamavano giovani e per noi era strano. Lo abbiamo capito in Italia di essere giovani, di avere l’energia per fare le cose. Noi stiamo insieme come famiglia, facciamo le cose insieme, lavoriamo in vigna insieme, facciamo il vino insieme, selezioniamo il taglio per ogni prodotto, prendiamo le decisione insieme. Tutto questo insieme con la nostra figlia che vede come lavoriamo, quali sono i nostri principi. A Mosca abitava più con la babysitter che con noi e tutti i principi erano quelli della babysitter. Ecco, questo è insieme il senso della vita e la realtà di tutti i giorni.
Spesso quando torno dall’ufficio, incontro la figlia dei vicini di casa. Avrà una decina di anni. Torna a casa con zaini grandissimi insieme alla sua babysitter. La scuola fino al pomeriggio, poi magari qualche sport. Sempre senza i genitori che magari vede per cena. Quando va bene. La guardo, le guardo, penso che almeno mia figlia è stata durante il pomeriggio con i nonni. Quando sarà più grande e loro non ce la faranno, ci sarà, anche per lei, una babysitter. È così che mi chiedo se ha senso una vita del genere, una famiglia che è tale solo nei fine settimana o durante le vacanze. Ci fosse almeno la soddisfazione di realizzare qualcosa di tangibile nel proprio lavoro. Invece nemmeno quello. I frutti del lavoro in campagna sono sono concreti, sono tangibili. Ciò che ottieni dipende solo da te, dai tuoi sforzi e della natura. In Russia guadagnavamo ma la qualità della vita e la percezione dei soldi che guadagni, è assolutamente diversa. Già, ma solo il viaggio dalla Russia all’Italia basterebbe per far tremare i polsi. Cultura diversa, lingua diversa, persone diverse, ambiente diverso. Persino la religione è diversa. Oltre alla circostanza di non poco conto di passare da dietro una scrivania al trattore. Eppure, Maxim ne parla con la serenità d’animo e il sorriso di chi sa di averci guadagnato da questa pazzia. Se non in soldi, perlomeno in tranquillità. Adesso noi abbiamo due progetti dei quali il primo è AntiCelebration, dedicato sugli spumanti metodo classico. Una idea che ci è venuta quando ci siamo trasferiti e visto quanti vitigni autoctoni ci sono con i quali fare spumanti di altissima qualità. È certamente vero che oggigiorno se non hai una bollicina in gamma non sei nessuno e che se non fai un metodo classico sei un poveraccio, però è anche vero che di bollicine fuori dal comune ce ne sono, ancora poche. La maggior parte hanno al loro interno Chardonnay, Pinot Noir, Pinot Meunier. Poi abbiamo assaggiato Verdicchio, Erbaluce, Durella e siamo rimasti sorpresi nel vedere la qualità di questi piccoli produttori assolutamente sconosciuti fuori della propria zona. Vitigni non certo nuovi alla spumantizzazione anche se, oggettivamente, senza una particolare presa sul mercato. Nel 2024 l’Italia ha prodotto 1,015 miliardi di bottiglie di bollicine. Di queste 660 milioni sono di Prosecco, 19 milioni Franciacorta, 12,3 di Trento DOC. Di Erbaluce di Caluso se ne producono circa 60.000. Durella e Verdicchio non avendo dati certi possiamo presumere in poche migliaia.
Nonostante tutti gli estimatori del Metodo Classico tessano le lodi di questi vitigni, pochi poi si azzardano a portare su una tavola qualcosa che non sia Pinot Noir e Chardonnay. Abbiamo lanciato questo progetto dedicato agli spumanti per far conoscere e promuovere questo patrimonio italiano. Un progetto nato dalla passione per l’Italia e il suo patrimonio. Una sorta di ponte verso il secondo progetto, quello che sa veramente di vita e di famiglia: una cantina, una azienda. Qualcosa che Maxim ed Elena hanno voluto, cercato, sviluppato con grande senso di progettualità dove le pregresse esperienze di entrambe sono state utilizzate al massimo. Un progetto molto più tradizionale è la nostra cartina e il nostro marchio, con la nostra vigna, dove facciamo anche gli spumanti di Verdicchio, ma anche vini fermi. I nostri primi vini sono usciti pochi mesi fa. Una cosa molto familiare, piccola realtà per valorizzare il territorio. È Root Winery. La cantina che sorge proprio sul paese di Maiolati Spontini, paese che è una vera dedica al compositore italiano Gaspare Spontini. Noi abbiamo anche la missione e l’obiettivo di promuovere il patrimonio di quel compositore, perché ci piace la musica che ha creato. Assurdo come la nostra musica, la nostra storia, la nostra cultura sia conosciuta e apprezzata all’estero mentre in Italia non sappiamo nemmeno di chi si stia parlando. In Russia i bambini crescono con la musica, la danza, il teatro. Un patrimonio culturale che diviene dna. Un modo perché la cultura si propaghi nel tempo e nello spazio. Un aspetto che noi quasi rifuggiamo. Un pò come quando negli scantinati dei musei rimangono ad ammuffire opere per le quali tutti i musei del mondo farebbero follie per esporle. Una che fa 10.000 bottiglie aiuta tutti in zona coloro che vogliono iniziare la produzione del metodo classico. Questo ci ha dato anche tanta motivazione per iniziare questo progetto per far vedere il lavoro di questi piccoli produttori. L’incredibile e unico calore umano dei piccoli borghi. Dove non c’è invidia o competizione. Solo solidarietà e mutua assistenza. C’era un tempo e c’è ora. Speriamo che ci sarà sempre. Root Winery e AntiCelebration due progetti, di vita il primo, di inizio della vita il secondo. Anche se a pensarci è davvero strano.
Capisco che da neofiti, arrivati in Italia nel 2022, ci si è scontrati con l’impossibilità di far decollare in tempi brevi l’azienda della vita, ma è pur vero che pensare di impiegare il periodo intermedio con un progetto relativo al Metodo Classico vuol dire solo essere folli. Ma come li considerereste due persone che senza alcuna esperienza lasciano la Russia per trasferirsi nelle Marche? Adesso posso dire che era molto rischioso. In quel momento sembrava che non potevamo fare in altro modo perché. Quando abbiamo scelto il posto dove ci saremmo dovuti trasferire, abbiamo scelto le marche, Castelli di Jesi, per il Verdicchio e per fare metodo classico. Nel 2021 abbiamo deciso di fare questo progetto delle cantina senza sapere di fare il progetto di Anticelebration. Non era abbastanza chiaro il mercato degli spumanti in Italia. Oltre un mercato non chiaro per nulla, pensiamoci bene, una bottiglia di bollicine sa molto di allegria e festeggiamenti. Solo per le feste lo scorso anno si sono stappate oltre 355 milioni di bottiglie. Un terzo della produzione annuale. Quanto se ne sarà bevuto? Poco. Specialmente a fine dei luculliani pasti e se qualcuno non avrà annaffiato tutti. Ecco, la pessima abitudine di celebrare qualcosa spruzzando dello champagne. Nata nel 1950 al termine della gara di Formula 1 a Reims quando Juan Manuel Fangio stappò una bottiglia di Moët & Chandon. Per fortuna, si attese 16 anni prima che a Le Mans, Jo Siffer, vincitore della gara, spruzzò nuovamente lo champagne sulla folla. Jo sostenne però che il tappo era saltato. Non saltò più e ancora oggi si consumano magnum di champagne in questo modo. Per non parlare dei deficienti che si fanno il bagno nelle bollicine oppure puliscono i cerchi della Ferrari. Lasciamo perdere! Dobbiamo promuovere il metodo classico non come bevanda per farsi la doccia, per metterla nella Jacuzzi. Non si riempie la Jacussi con il vino fermo ma con le bollicine. Il metodo classico deve essere rispettato. Ecco perché sul sito di AntiCelebration si vende una bottiglia di acqua gasata che fa le stesse cose di una bottiglia di metodo classico. Tanto, a chi importa cosa esce se nessuno lo beve? AntiCelebration è un vero progetto di sviluppo e partnership realizzati insieme a piccoli produttori di metodo classico. Ogni cuvée, rigorosamente brut nature, è realizzata con uno specifico produttore rivelato sulla fascetta del collo bottiglia. I modelli di collaborazione sono diversi e dipendono dal produttore. In Piemonte compriamo il vino base oppure il tiraggio già invecchiato. Abbiamo elaborato il liqueur d’expedition e fatto la sboccatura. Non era importante come lo avremmo fatto ma che lo facciamo. Un prodotto di qualità che non c’è sul mercato. Deve essere una partnership che genera un prodotto unico. AntiCelebration vuol dire 8 vitigni autoctoni per 13 cuvée e circa 7000 bottiglie prodotte. Nebbiolo, Erbaluce, Verdicchio, Durella, Pinot Nero, Incrocio Bruni (Sauvignon, Verdiccio)+Sangiovese+Famoso. Il piano era iniziare con l’Italia perché ci sono tanti vitigni autoctoni per poi iniziare a fare le stesse cose in Francia, Sud Africa, Germania, Argentina. Con lo stesso modello di business perché i problemi dei piccoli produttori sono uguali in tutto il mondo. Noi vorremmo scoprire attraverso queste collaborazioni, piccoli produttori da tutto il mondo. Se un consumatore italiano volesse assaggiare un metodo classico del Sud Africa, con AntiCelebration avrà la sicurezza di provare qualcosa di eccellente. Un piano che non poteva prevedere solo la vigna di proprietà, prima di tutto uno spazio di sperimentazione (anche nel mondo dei degli spumanti) ma anche, principalmente dire, uno spazio di armonia familiare. Noi siamo tifosi di blend particolari. All’inizio volevamo fare solo spumante dalla nostra vigna ma poi abbiamo cambiato idea perché ci siamo resi conto che con il Verdicchio possiamo fare tante cose. Abbiamo lo stesso enologo per tutti e due i progetti. La sua visione è la nostra visione. Fortunatamente è anche della nostra zona e giovane. Noi siamo contenti e spero anche lui. AntiCelebration Cuvée I Peruzzi sboccatura  2023 è un Verdicchio con quattro anni sui lieviti.
Colore quasi dorato, sentori cremosi di crema al limone, crostata, scorsa di limone, mela cotogna (quasi cotta), fiori di campo. Poi tanto minerale.
Un gusto burroso, quasi masticabile. Poi limone e mela cotta. Si stavolta in bocca diventa cotta. Un perlage fine e determinato a donare buona persistenza lasciando la bocca pulitissima grazie ad una freschezza viva, diretta, non invadente e ad una giusta sapidità. Il finale mantiene la pienezza e la goduriosità. pieno, ampio, godurioso. AntiCelebration Cuveé VII Crosio Erbaluce di Caluso sboccatura 2024 vendemmia 2019.
Una bottiglia che assorbe la luce del sole che tramonta rendendosi luminoso. Una intensa emozione che cresce piano piano.
Crosta di pane e aromi di erbe aromatiche aprono il respiro, mentre un zest di limone, fiori di camomilla, salvia e mentuccia regalano freschezza vibrante. Un soffio di gesso ricorda la terra, il finale, accennato di mandorla, chiude con eleganza.
Bollicine finissime, quasi impalpabili, pizzicano come luce sulle onde: verticali, pulite, intense. Una bellezza che si svela sorso dopo sorso, come il tramonto che non smette di incantare. AntiCelebration Cuveé X Dama del Rovere Durello 2017 sboccatura 2024. Dal color oro, luminoso e da un perlage immediatamente fine. Sentori di crosta di pane, mela verde e tante foglia di limone che divengono, col tempo, crostata.  In bocca è complesso, ampio, pieno, vegetale con la nota di limone che emerge irruenta, senza infastidire più di tanto, anche grazie a quel perlage così fine da sembrare evanescente seppur funzionale. Si sente l’ottimo lavoro fatto con il vino di base cosa questa che si ritrova nel piacevole, lungo ed intrigante finale di parzialmente amarognolo per via del limone che si fa pompelmo. Una bollicina, perfettamente bilanciata, sfruttabile a tutto pasto. Veramente veramente intrigante e, con la meravigliosa chiusura di bocca, unico.  Insomma, uno, anzi, due progetti che sanno di famiglia nel senso più alto di questa parola. Essere felici ed esserlo per Elena, per Maxim, per Alice. Tutti uniti dagli stessi valori. La cantine crescerà, venderemo più vino, avremo qualche premio, ma saremo qua, saremo insieme con gli stessi valori che spero non perderemo. Perché è molto facile di scambiare i valori per per i soldi. Tradire quei principi sarebbe una grandissima sconfitta. Peggiore di qualunque altra. Quella che ho conosciuto è una coppia bellissima, determinata, forte. Forgiata da scelte radicali e complicatissime che solo un amore granitico poteva sostenere. Un viaggio di non ritorno dalla Russia (dove non sono più tornati) per andare, insieme, verso il futuro. Forse un salto nel buio ma, comunque, illuminato dalla luce dei loro occhi. PS Brindare con una bottiglia di AntiCelebration sarà il modo migliore per guardare al Natale con occhi diversi. Se non altro, vi ricorderete di non sprecarne neanche una goccia.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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26 Novembre, 2025

Guida Bio 2026. Abbiamo scoperto i vincitori

  Alle volte capitano delle notizie che, di per sé, sono golose e non possono rimanere nel cassetto a lungo. Vanno pubblicate, c’è poco da fare. Non vogliamo certamente rovinare la sorpresa ma quando si tratta di premi, una anticipazione ha sempre un non so che di appetitoso. Un po’ come quando vediamo sotto l’albero di Natale i regali e cerchiamo di grattare qualche angolo con la speranza di scoprire qualcosa. Visto che ci avviciniamo al Natale spero con questa sopresa di fare un regalo a voi e alle aziende destinatarie del premio. Quale premio? La Guida Bio 2026 che verrà presentata a Roma il prossimo 24 gennaio nell’ambito della manifestazione Un Mare di Foglie presso l’Hotel Villa Panphili. Una guida, nata da un’idea di Antonio Stanzione, che dal 2020 raccoglie le eccellenze della produzione vinicola italiana certificata Bio e in conversione. Conosco Antonio e ne apprezzo da tempo le capacità. Spero dunque che dopo questa anticipazione non me ne voglia e anzi si presti a raccontare meglio della Guida. Il lavoro suo e di tutto il suo team non solo è enorme ma anche decisamente lodevole. Ecco dunque i vincitori nelle singole categorie.   Azienda Emergente: Tenuta dei Ciclopi. Versante nord e versante est dell’Etna. Tre amici e vitigni tipici di Idda, la Montagna. Qui fare il biologico diventa quasi un obbligo ma farlo veramente è ancora più complicato. La magia è tutta qui. Migliore Azienda al Femminile: Suavia. A Fittà, borgo del Soave Classico, su terreni vulcanici, le tre sorelle Tessari continuano il lavoro di papà Giovanni e mamma Rosetta coltivando i vitigni della tradizione: Garganega e Trebbiano. Come tutte le donne sanno osare, come per il tappo a vite. Migliore Azienda del Nord: Cà Rugate. 90 ettari di vigne dislocate tra la Valpolicella, il Soave e i monti Lessini per produrre da oltre cento anni (ma da 25 in biologico) i vini simbolo di queste zone. Grandi e biologici, si può Migliore Azienda del Centro: Monteverro. Capalbio vuol dire Maremma Toscana ovvero mare e colline; sole e sale. È così che le espressioni di blend con vitigni internazionali porta a realizzare capolavori come l’omonimo Monteverro (Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot). Fascino! Migliore Azienda del Sud: Gorghi Tondi. Dalle terre affacciate sul mare che da Mazara del Vallo conducono direttamente in Africa, si producono vini dai vitigni della tradizione siciliana. Respiro di sale e di Scirocco! Migliore Azienda a Basso Impatto Ambientale: Barone Pizzini. La prima azienda della Franciacorta che dimostra come anche un Metodo Classico possa essere biologico e come tutto può essere perfettamente integrato nella natura. Miglior Vignaiolo/a Under 40: Giulia Cataldi Madonna. A Ofena, ai piedi del Gran Sasso, da quattro generazioni si produce vino con i soli vitigni della tradizione abruzzese: Montepulciano, Trebbiano, Pecorino. Ora è Giulia a tirare le fila e non intende fermarsi. Grinta! Miglior Spumante Metodo Classico:  Madame Martis Brut Riserva 2015 Maso Martis. Coltivati a Martignano, sopra Trento il Pinot Noir e Meunier vinificano in acciaio; Chardonnay in barrique per 8 mesi. Affinamento della cuvée per ben 8 anni così da ottenere un bouquet ampio ed elegante con la frutta assolutamente matura e la piccola pasticceria burrosa che stregano. Il sorso? Interminabile. Miglior Spumante Metodo Martinotti: Ius Nature Bortolomiol. Prosecco Valdobbiadene ça va san dire. Frutta, fiori e tanta cremosa eleganza. Miglior Vino Rosso: Brunello di Montalcino Riserva Diecianni 2015 Le Chiuse. Montalcino nord. Le cinque stelle dell’annata 2015 si rispecchiano perfettamente in un vino capolavoro. Miglior Vino Bianco: Zero Tolleranza per il Silenzio. Cà du Ferrà. Il Ruzzese, antico vitigno spezzino magicamente interpretato da due persone speciali come Davide e Giuseppe. Affinato in rovere fa emergere tutta la macchia mediterranea per offrire puro charme. Miglior Vino da Uve Appassite: Cinque Terre Sciacchetrà 2018 Under Water Wine Possa. Dalle vigne di Riomaggiore nelle Cinque Terre far tuffare in mare il blend di Rossese e Bosco è facile ma anche da folli.  Miglior Vino da Uve Autoctone: Monte Diavoli 2021 Masseria Cuturi. Camilla Rossi-Chauvenet non accontentandosi della Valpolicella è arrivata a Manduria dove produce questo Primitivo affinato per due anni in botti di rovere che fa della armonia il suo punto di forza. Premio Packaging:  Cantina Pizzolato. La cura del dettaglio parte dalla meravigliosa cantina per arrivare alle etichette. Occhio attento soprattutto alla sostenibilità dimostrando che anche per un Prosecco si può usare un vetro leggero.  Ecco dunque svelati i vincitori dei Premi Speciali. Non so se le aziende destinatarie ne siano già al corrente, ma qualora lo venissero a sapere dalla lettura di questo articolo, penso che ne saranno felici. Un bel regalo di Natale insomma.     Ivan Vellucci – Direttore
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VoxEtil. La tua voce è il tuo alcoltest Arrow Right Top Bg

25 Novembre, 2025

VoxEtil. La tua voce è il tuo alcoltest

  0.5 grammi litro. È la percentuale di alcol massimo consentita per mettersi alla guida di un mezzo di locomozione. Un valore che scende a zero, si zero, per neopatentati (ovvero con patente conseguita da meno di tre anni) e per i conducenti professionisti.  Per un una persona di sesso maschile e di corporatura media (75kg) e a stomaco vuoto, il fantastico quartino di vino già mette a rischio la patente. Occorre mangiare e bere un pò di acqua per permettersi il bicchiere della staffa. Ma non la grappa.  Non entriamo nel merito delle sanzioni per non destare troppo spavento.  In ogni modo, bere responsabilmente e non mettersi alla guida dopo aver consumato alcolici è non solo per legge ma anche per buon senso. Spesso si pensa di potercela fare, di essere in grado di guidare, di reggere bene l’alcol. Ma i nostri sensi non sono quelli da sobri e si rischia di mettere in pericolo la vita propria e, soprattutto, quella degli altri.  Prima di mettersi alla guida dopo una serata con gli amici durante la quale si è fatto uso di alcol sarebbe sempre opportuno sottoporsi ad un alcoltest.  Proprio quest’anno è tornato in auge l’obbligo per i gestori di locali che, somministrando alcolici, rimangono aperti dopo la mezzanotte, di dotarsi di un alcoltest. Si tratta di un provvedimento inserito già dal 2010 nel codice ma, come si usa in Italia, mai applicato realmente.  Il Codice della strada obbliga i locali ad averlo ma non può certo obbligare le persone ad usarlo. Non costano un patrimonio poiché si va da circa 80€ per uno ad uso personale a circa 400€ per uso professionale. Questi ultimi, quelli che certificano realmente il tasso alcolemico determinando o meno la sanzione, devono essere periodicamente calibrati. È ovviamente necessaria una pipetta di plastica per consentire alla persona di soffiarvi all’interno. Nulla di complicato, ma se si potesse capire il proprio tasso alcolemico semplicemente con una app? In fondo c’è una app per tutti, perché non averne anche una in grado di farci capire se sia meglio non metterci alla guida? Certo, non possiamo (ancora) soffiare dentro uno smartphone ma oggi la tecnologia ci viene in soccorso.  Incontro l’ing. Fabio Pellini, CIO, di VoiceWise, un vero e proprio spin off universitario dell’Università di Tor Vergata di Roma.  Quando un medico ausculta il torace facendo dire 33 al paziente, è per cogliere le vibrazioni provenienti dalla cassa toracica. Poi, con esperienza, interpreta quelle vibrazioni per comprendere se vi siano problemi polmonari.  La voce è qualcosa di altamente personale tanto che su di essa si basano precisi algoritmi di riconoscimento. Perché dunque non utilizzarla per comprendere l’insorgenza di malattie o stati alterati del nostro essere? Pensiamoci bene. Quando stiamo male, la nostra voce cambia. Ricordo mia madre che solo dal mio “pronto” al telefono era in grado di capire se avessi qualcosa. Tutte le mamme sono così. Sentono che qualcosa non va in pochi istanti. Meglio del migliore dei computer o delle Intelligenze Artificiali. Riescono perché hanno immagazzinato migliaia di ore di ascolto ed osservazione così che non possa sfuggire nulla.  Non abbiamo sempre la mamma vicino e, comunque, difficilmente potremmo portarcela a discolpa di un eventuale alcoltest positivo. Occorre qualcosa di più scientifico. VoiceWise sta proprio lavorando su questo: VoxEtil, un test che ha come input la nostra voce. Pronunciando cioè delle frasi chiave, una sorta di 33 tanto per capirci, saremo in grado di capire, con ottima precisione, il nostro tasso alcolemico. Gli algoritmi governati da una AI ci sono. Mancano ancora i dati necessari perché la precisione del risultato aumenti rendendola comparabile con lo strumento tradizionale. Sappiamo infatti bene come il tasso alcolemico vari in funzione dell’età, del sesso, del peso, del tipo di corporatura del soggetto, della presenza di altre patologie, ecc. Migliaia, milioni di combinazioni possibili. Ecco perché si ha bisogno di avere a disposizione dati.  È quello che si fa banalmente con app tipo Google Maps o Waze che tutti usiamo per arrivare prima a destinazione. Ci piace vedere quando la strada è verde e ci arrabbiamo se rossa. Google riesce a darci quelle informazioni perché siamo noi stessi a condividerle. Noi più altre 34 milioni di persone solo in Italia. Dati che poi vengono collezionati ed analizzati per restituirci il risultato atteso. I dati, servono i dati.   Allo stesso modo VoiceWise necessita di dati ottenibili solo con un supporto da parte di tutti per allenare l’algoritmo. Ecco perché sarà presente il 29 novembre sulla terrazza dell’Hotel Barberini a Roma durante Imprinting Art&Wine: due registrazioni vocali, una all’ingresso e una all’uscita della degustazione comparando il risultato del VoxEtil con un etilometro di tipo tradizionale. Ovviamente, tutto in forma rigorosamente anonimo. Si avrà la possibilità di capire il proprio tasso alcolemico (dunque prendere tutte le precauzioni per un sano ritorno a casa) contribuendo ad un progetto incredibile.  Non sarà sufficiente ovviamente Imprinting Art&Wine. Ne serviranno tante altre come servirà indagare su altri panel di persone come ad esempio i giovani. Il progetto VoxEtil, sviluppato in collaborazione con Cloudwise Srl e con il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata (ottenendo anche un finanziamento da parte della Regione Lazio), ha potenzialmente delle applicazioni pazzesche. Non solo per quanto concerne l’alcoltest ma anche per altre patologie.  Fabio mi confida infatti che un altro team sta sperimentando lo stesso approccio con il Parkinson e che i possibili sviluppi possono essere molteplici. Leggendo infatti alcuni documenti ho capito come quello che oggi è solo fantasia, un giorno potrà diventare davvero realtà. Comprendere dalla voce la presenza di diabete o malattie cardiovascolari cosi come cosa un bambino piangendo voglia comunicarci, piuttosto cosa un cane con il suo abbaio voglia dire, tutto questo non sembra poi così lontano. Io sarò ad Imprinting Art&Wine e non vedo l’ora di provare su me stesso il test. Spero anche voi! Ivan Vellucci – Direttore
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Podere Scurtarola. Dal caos, il vino naturale Arrow Right Top Bg

21 Novembre, 2025

Podere Scurtarola. Dal caos, il vino naturale

  Lo sfarfallio delle ali di una farfalla può causare uno tsunami dall’altra parte del mondo. È l’effetto farfalla teorizzato da Edward Lorenz nel 1962. Una teoria per la quale se si cambiano eventi minimi lungo la linea del tempo, appartenenti al passato, questi eventi possono avere una ripercussione in termini sostanziali nel futuro. Pensiamoci bene. Stamattina ci siamo svegliati e siamo scesi dal letto con il piede sinistro. Se avessimo appoggiato il piede destro, sarebbe cambiato qualcosa nella nostra giornata? Magari no, magari si. Chi può dirlo.  Ci siamo messi in auto e per evitare un semaforo rosso abbiamo girato prima del solito incrocio. Non lo facciamo mai. Abbiamo evitato qualcosa? È cambiata la nostra giornata? Magari si, magari no. Chi può dirlo Concateniamo una serie di eventi e le ali di una farfalla genereranno uno tsunami dall’altra parte del mondo. È un pò la teoria del caos dal quale, secondo alcuni filosofi, anche dall’antica Grecia, tutto ebbe inizio. L’ápeiron, dal greco ἄπειρος, ovvero «illimitato» è secondo Anassimandro l’archè, il principio da cui tutto origina. Il caos era dunque l’origine di ogni cosa ma è al contempo anche l’origine del pensiero creativo. Poiché se dal caos nasce ogni cosa allora possono anche nascere idee geniali. Friedrich Nietzsche lo sintetizzava cosi Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante Parlare di caos in una azienda agricola può sembrare un controsenso ma, dopo aver conosciuto Pier Paolo Lorieri di Podere Scurtarola, è la parola che mi continua a girare in testa. Un caos positivo che sa di positività. Di un approccio alla vita e alle cose che implica il non darsi mai troppi meriti se non quelli che realmente si hanno. Ne prendersi mai troppo sul serio. In realtà la mia chiacchierata inizia con Michelangelo Tesconi che si occupa della parte commerciale. È lui, durante una meravigliosa fiera dei vini naturali, Vini Selvaggi, che mi ha fatto scoprire i vini di Scurtarola. L’azienda c’è sempre stata. È sempre stata una piccola azienda familiare è di Pier Paolo e adesso in azienda stanno subentrando a lui piano piano i suoi due figli Emanuele e Davide. Emanuele è un commerciante, una persona che ha aperto uno dei primi e-commerce in Italia, un programmatore. Davide invece ha fatto la carriera da chef. Hanno fatto le loro esperienze e poi nel 2017 Davide era in Australia, Emanuele qua, Pier Paolo ha voluto coinvolgerli e hanno deciso di di iniziare a partecipare. Adesso lavorano a tempo pieno anche loro con noi. Avete presente quei film western quando le diligenze si fermavano nell’unico posto in mezzo alle praterie per rifocillarsi e cambiare i cavalli? Ecco, Podere Scurtarola era un pò così. Scurtarola vuol dire scorciatoia, quella che si percorreva per andare da Massa a Carrara. Un tempo, prima delle bonifiche, di strade tra le due cittadine, non ce n’erano. Si doveva percorrere una strada sterrata che, da qualunque parte si partisse, saliva prima, scendeva poi. In sommità del cucuzzolo si incontrava, per forza, il Podere che fungeva da luogo per rifocillare e far riposare i viaggiatori. Il bisnonno di Pier Paolo aveva un’azienda di produzione. Faceva il vino, faceva ortaggi, aveva gli animali. E dava da mangiare e da bere alle persone che passavano è arrivate in cima si fermavano e si rifocillavano. Era una cosa faticosa. Diciamo che era un punto di sosta, eh in cima alla scorciatoia. Pier Paolo entra in azienda dopo la scuola agraria da innamorato della viticoltura. Come è normale che sia, inizia ad applicare quanto gli è stato insegnato. Che era un pò diverso da quanto faceva il babbo. Prima c’era un’azienda che lavorava in maniera antica, quindi in maniera naturale, con l’utilizzo solo di rame e zolfo sulle vigne. Al tempo si vendeva tutto il vino in damigiana o il calice a quelli che passavano. Negli anni si è però reso conto che questa cosa non è che funzionasse poi così bene. Ad esempio ha iniziato a fare i conti con malattie che nei vigneti del nonno, con le marze miste, aggrediva soltanto alcune piante. Aveva visto che gli si impoveriva il terreno, iniziava a non esserci più vita all’interno dei dei vigneti, quindi dai piccoli insetti a tutto quel movimento che si vede in un vigneto coltivato in una certa maniera. Come ha iniziato, ha fatto presto anche smettere.  Siamo sui Colli del Candia con le irte colline che degradano velocemente verso il mare. Le coltivazioni qui sono solo sui gradoni, anch’essi in pendenza. Facile chiamarle coltivazioni eroiche, più difficile lavorarci sopra. Un terreno di sabbia e scisti friabile come un castello di sabbia sulla spiaggia. Le lavorazioni? Tutte, necessariamente, manuali.  Si taglia solo l’erba, anzi nel taglio dell’erba si cerca di passare due volte, ovvero si passa una volta al centro del filare, quindi sul sul poggio. Questo per delle temperature più basse all’interno del vigneto e poi per cercare anche di rompere poco le scatole a tutti quei micro organismi che stanno all’interno del terreno. Magari campano meglio, direi direi. Questo ci comporta un gran lavoro in azienda. Cinque ettari dei quali poco meno di quattro a vigneto e uno in fase di impianto. Una guerra quotidiana per evitare che i gradoni franino.  Le nostre nostre vigne amano il mare e infatti tentano di andarci. 12.000 mila bottiglie con un potenziale produttivo di 20, 25.000. Rese, manco a dirle, bassissime. Per il Vermentino Nero ad esempio, non si va oltre i 30, 35 q per ettaro. Ma non è che con il resto si vada oltre i 45! Le pendenze e le caratteristiche dei vigneti ci obbligano a lavorare con vigneti fittissimi proprio perché abbiamo bisogno di rimandare queste radici in fondo in modo che tengano la pianta. Non abbiamo irrigazione, neanche per emergenza.  Michelangelo si occupa dalle parte commerciale. È lui il volto delle vendite di una azienda molto votata alla imprenditorialità a dimostrazione che fare vino naturale non vuol dire che si debba rinunciare al margine o all’essere vera azienda.  Non faccio parte della famiglia. Sono stato assunto per grandi meriti, ovvero perché sono sono amico di Davide, il figlio minore di Pier Paolo da quando siamo ragazzini. E quindi, 4 o 5 anni fa io andai a lavorare fuori poi tornai per varie esigenze qua a Massa, stavo facendo dell’altro, Davide ha saputo che ero a casa, ho sempre lavorato come sommelier nella ristorazione, a loro gli era andata via la persona che si occupava della parte commerciale, dei clienti. Mi ha dato un colpo di telefono e abbiamo iniziato a lavorare insieme.  L’ironia di Michelangelo è un marchio non solo tutto toscano ma anche quello di Podere Scurtarola. L’occhio all’imprenditorialità c’è perché Podere Scurtarola è un’azienda che vive di vino e degli altri prodotti che produce. Ma anche perché la mentalità di Pier Paolo è questa. Forse anche per la sua estrazione imprenditoriale vista l’impresa di servizi che ha. Mentre Pier Paolo l’ha portata avanti così per tanto per tanti anni, ovvero era la sua sua passione adesso adesso è diventato è diventato un’altra cosa. I figli hanno intenzione di viverci con questa.  La discussione continua proprio con Pier Paolo, toscano, anzi, toscanaccio fino al midollo. Parlare con lui vuol dire immergersi in una discussione profonda per i temi trattati ma al contempo goliardica e divertente. Toscanaccio, appunto. Nel migliore dei sensi possibili.  La storia di Pier Paolo è quella in parte raccontata da Michelangelo ma il suo personale modo di interpretarla, la rende viva e frizzante. Oltre ad offrire interessanti spunti. Io non mi sono mai ribellato a nessuno ma ho sempre fatto come mi pare. La ribellione prevede di far qualcosa contro qualcuno. Io sempre fatto come mi pare a me. Mio padre mi diceva: ma guarda così fai casino. Però poi me lo lasciava fare. Magari non ho sentito bene quello che mi diceva e comunque ho sempre fatto quel che mi pare e lui in definitiva me lo ha sempre fatto fare. Questa credo che sia la cosa più importante. I tratti del carattere di Pier Paolo emergono già dalle prime parole e soprattutto dal tono che usa. Scanzonato, diretto, preciso. Testardo? Forse. Visionario? Sicuro. Anche realista. Ho fatto le grandi stupidate a venti, ventidue anni. Ho rovinato il vino. Se non me lo faceva fare, non imparavo. Sarà un virus che c’ho dentro, un gene mancato. Sono stato il primo nella mia zona a fare i vini tecnicamente perfetti. Poi ho fatto in vini secondo quello che erano i criteri dettati dalla scuola. Avevo anche avuto per una decina d’anni due enologi che sono erano i più importanti in Toscana. Uno di quelli che ha fatto venir fuori i supertuscan. A un certo punto della mia vita ho detto: o riesco a fare del vino che merita o devo cambiare mestiere. Quindi ho chiesto aiuto ad un amico che conoscevo da tempo ma al quale non mi ero mai permesso di chiedere aiuto e gli ho detto: guarda se mi dai una mano bene, se sono capace bene se no devo cambiare mestiere. Abbiamo fatto i vini tecnici con tutto quello che la tecnica legale consentiva e abbiamo ricevuto anche diversi premi. Pier Paolo è uno che, per certi versi si annoia. Dinamico e determinato, non ha voglia di fare le cose per nulla. Se gli riescono, bene, altrimenti si cambia e si va da un’altra parte. Però, occorre provarci. Anche sbagliando. Perché questa è la base della vita. Avete presente quando da bambini giocavamo? È una delle fasi più belle, forse unica, della nostra vita. Li, impariamo e impariamo tantissimo. Poi, quando si inizia a studiare, ovvero con l’obbligo di dover imparare poiché si è soggetti ad un giudizio o perché dobbiamo arrivare al diplomino, smettiamo di farlo con quello spirito che ha invece contraddistinto gli anni del gioco. Tanto che alcuni smettono proprio di farlo. Ecco perché il modo di fare di Pier Paolo sa di scanzonato anche se scanzonato non lo è per nulla. Un pò insomma come la frase di Friedrich Nietzsche. Nel 2010 ho fatto una degustazione allo Slowfood di Scandicci. Una degustazione dei vini sbagliati di un anarcoconservatore illuminato. C’erano 90 persone e ho portato tre fiaschetti di Candia bianco del 77, quindi di 33 anni, un vino che avevo fatto alla Gorgona dove mi avevano chiamato perché buttavano via il vino e io gli ho gli ho detto: ma c’era la cantina dei frati andiamo nella cantina dei frati prendiamo tre botticelle di legno usate e si fa il vino e abbiamo preso subito un premietto. Ma era facile con l’Aleatico passito. Poi c’avevo un vino tardo che mi ero dimenticato in cantina che aveva fatto 17° di alcol e poi avevo il Vermentino Nero che all’epoca era ancora una primizia. Ho iniziato questa degustazione con questi fiaschetti di vino bianco di 33 anni e sono stati una cosa favolosa. Allora mi sono ricordato di come erano fatti quei vini, 33 anni prima. Mio padre a marzo mandava ad analizzare il vino a Empoli perché non c’era nessun laboratorio qui e non avevamo attrezzatura. Questa farmacia di Empoli mandava tutti gli anni la stessa cartellina. Mi pare che erano 20 g di metabisolfito, 50 g di acido citrico, 50 g di acido tartarico. Se con nulla, senza  aggiunta questo vino ha campato 33 anni, vuol dire che si può fare molto di più di quello che si può fare con tutto gli strumenti con tutti prodotti che hai a disposizione. E prendi anche il premio. Perché solo le persone intelligenti riflettono sulle cose, sui fatti, sulle sensazioni. Si fanno domande. Inizi a fare una cosa in un certo modo, ti riesce anche bene ma, per fortuna, ti fai delle domande. Domande che non devono avere per forza un substrato filosofico. Domande. È da li che parti. Quindi nel 2010 ho abbandonato la temperatura controllata tagliando i tubi e smettendo di aggiungere qualunque cosa. Fermentazione naturale. Ho buttato via del vino chiaramente. Semplicemente riprendendo quello che era l’idea di mio babbo e di mio nonno, studiando costantemente tutti i giorni, cercando di vedere cosa ti può aiutare a migliorare quel vino che si può fare come il vino di una volta, devo dire che mano a mano sono sempre un pochino più contento. La cosa più difficile è sul bianco. Sul rosso non ci sono problemi perché una volta che è pieno di tannini, di colorati, c’ha una bella struttura, ha bisogno di poco. Il bianco è sempre più delicato. Se sfrutti quello che ti dà la natura. La cosa più importante è il corso che ho fatto alla Bocconi di cui non mi hanno potuto dare il diploma perché sono rimasto l’unico a finire il corso: quello sul buco di culo alla toscana. Nella vita puoi fare tutto ma se non sei fortunato non ce la fai. Non esiste un genio che non è fortunato. Io non credo di essere bravo ma fortunato si.  Ecco, io ascolto Pier Paolo e rido. Ma non è una risata stolta. È qualcosa che fa riflettere. Il realismo di una persona che crede fermamente in quello che fa ma sottolinea quanto la fortuna abbia realmente un peso nelle cose che si fanno e che si ottengono dalla vita. Devi certamente essere capace, ma senza la fortuna, il caso, non si ottengono grandi risultati.  Fortuna e un po’ di sano prendersi in giro. Una modalità utile a comprendere come non ci si debba per forza avvicinare al vino naturale perché fa bene, non fa male, per il rispetto della natura, ecc. Possono esserci anche altre motivazioni. Come quelle che attengono al caos. Il motivo per cui ho voluto cambiare è perché diventava un assillo fare il vino. lo paragonavo a quando facevano pesare i bambini piccoli: prima della pappa e dopo la pappa e dopo che ha fatto la cacca. Questo bimbino diventava uno strumento, non era un essere vivente. Insomma è chiaro che se prima di mangiare pesava meno che dopo mangiato e quando fa la cacca pesa ancora un pò meno. Ma è naturale, cioè pesalo una volta alla settimana per vedere se si sviluppa se proprio vuoi.  Le mamme adesso si risentiranno ma poi, alla fine, lo sanno bene che è un assillo senza senso. Quando il bambino pesa meno della pesata precedente non puoi certo chiamare la pediatra perché ti manda a stendere. Allora, nella disperazione di una mamma, attendi.  Con il vino è un pò diverso poiché se i sensori ti dicono che qualcosa non va, si è portati ad intervenire. I più elevati agiscono sulla temperatura, gli altri con la chimica. Il sistema che lega lo sviluppo di una materia viva come il vino è così complesso che pensare di controllarlo (senza volerlo alterare) è pura follia.  Allora ho detto: siccome veniamo dal caos, giochiamo col vino al caos. Lasciamolo andare come vuole lui. lo devi seguire ma senza rompere troppo i coglioni. Come i figlioli, perché più gli stai addosso e più diventano dei coglioni. Se se sei fortunato tiri fuori delle cose veramente importanti. Il il più grande confronto che ho, il mio più grande diciamo nemico, sono io stesso, non gli altri. Se una cosa l’ho già fatta voglio vedere se ne posso fare un’altra. Sviluppare un pensiero nuovo che non è ne filosofia ne scelta di vita. È semplicemente pensare e agire come meglio si crede senza che tutto ciò debba avere una spiegazione psicologica, antropologica, filosofica. Mia mamma era maestra elementare. Una volta una bambina disegnò i genitori con il pennarello nero. La psicologa della scuola, allarmata, mandò immediatamente a chiamare i genitori sospettando gravi problemi famigliari. I genitori in un a stanza a parlare con la preside, mia mamma e la psicologa con la bambina in un’altra. La psicologa, chiese alla bambina: perché hai dipinto i genitori con il nero? È successo qualcosa? La bambina sorridendo rispose: tutti gli altri colori erano finiti e avevo solo quello! Ecco che ci sono persone come Pier Paolo che fanno vino naturale perché gli piace così. Punto e basta.  Io non riesco a fare la pastasciutta due volte nello stesso modo. Ho bisogno di cambiare. Mi viene voglia di fare una prova comunque, ma perché probabilmente posso provare a una sensazione diversa.  Lui sa che il rischio di voler far qualcosa di diverso è sempre dietro l’angolo ed è proprio per questo, da persona intelligente, che ha preso le contromisure. Mi circondo di persone che sono più brave di me. Ad esempio i miei figli ai quali piace riprodurre la ricetta anche se con la testa potrebbero vedere se si può cambiare qualcosa. Però se loro ottengono un buon prodotto con la formula ritengo abbiano più ragione di me. Le persone che ho intorno a me sono più brave di me, perché fanno quello che io non farei. Per cui non mi sono circondato di persone matte che sono matte perché mi stanno dietro. Hanno un loro pensiero che è un pensiero autonomo e che non sono sempre d’accordo con me. Ho un sistema intorno che mi aiuta qualche volta a non farmi diventare lo stupido del villaggio che può succedere no? Circondarsi di persone che siano in grado di dire la propria. Non yes man ma gente con il cervello che ha una propria opinione e, soprattutto, non ha paura di esprimerla.  Quindi mi circondo di persone che hanno un loro cervello e devo dire in questo periodo è un po’ come una preziosa che se.  Persone che si scelgono. Anche in questo sta la capacità di una persone.  Secondo me, ci siamo trovati e ci vogliamo mantenere insieme. So che starmi dietro è abbastanza pesante e chi mi sta dietro non viene per lo stipendio. Perché probabilmente se vanno fuori dopo che gli hanno detto che sono stati con me, guadagnano di più.  Quando si ha però un’altra attività come la ha Pier Paolo, sembra che con la vigna ci si possa giocare. Sembra che tutti questi discorsi non abbiano un fondamento di business. Non è assolutamente così per Scurtarola che deve portare i suoi risultati. Le diverse attività hanno uno scopo ben preciso.  Si chiama differenziazione ed è una cosa importante perché quando tu fai o sai fare una cosa sola, il giorno che quella cosa ha un problema metti tutti nel pallone. Se tu hai più possibilità e le coltivi un pochino tutte senza che una è principale o dominante rispetto alle altre, tu hai la possibilità nei momenti di crisi di sorreggerti con quella che regge. Questo è stato il il motivo per cui le ho tenute tutte. Poi ci sono periodi come ad esempio questo dove le 25 ore di lavoro al giorno non bastano. Il fatto che il cervello non è impegnato tutto il giorno sullo stesso argomento, ti consente quando ci rimetti la mano, quando abbandoni un argomento e lo riprendi magari dopo 2, 3 ore, arrivi con una mente non non più fresca, non più libera, ma con una mente che non si è stordita dalla preoccupazione.  È proprio vero. Quando il cervello è in una fase nella quale è scevro da distrazioni e pressioni, produce cose meravigliose o è in grado di trovare soluzioni ai problemi. Ricordo perfettamente alle scuole superiori dopo un compito in classe o all’università dopo un esame quando la sera stessa, in quel lasso di tempo sospeso, buio e silenzioso che separa la veglia dal sonno, la mia mente riusciva a ripercorrere nitidamente le singole righe dei problemi riuscendo a trovare l’eventuale errore, la soluzione. Spesso trovavo un errore ma non facevo in tempo a preoccuparmene poiché il sonno prendeva posto. I vini sono derivati dal caso. Il Vermentino Nero non lo faceva nessuno. C’era un vecchio direttore del Consorzio delle Colline Lucchesi che mi diceva che suo nonno gli diceva che a Carrara e a Massa c’era questa uva che faceva un ottimo vino. Gli ho detto: beh se dicevano così proviamo a farlo. È voluto dire andare a trovare le piante. Non l’ho affrontato per fare una segata. L’ultimo, la Massaretta me l’ha fatto fare Michelangelo. M’ha rotto i coglioni per due anni. Disgraziatamente uno dei miei colleghi m’ha regalato una bottiglia, l’ho portata a casa, l’ho assaggiata e ho detto: è meglio che la faccio io. Non perché l ha la sua non era buona ma perché quando fai un vino, devi lasciare che questa uva questo vino vada per conto su. Come se fosse un figliolo che dia magari anche la musata, ma deve far vedere chi è. Ogni varietà ha sono le sue potenzialità che vanno evidenziate. Proviamo a lasciarla venir fuori come è.  Il Vernero è il vermentino Nero. Un 2017 che sa ancora di giovane. Fermentazioni spontanee, caratello, bottiglia. Un colore che sa di granata ma ancora rubino. Un sentore che sa subito di alcol e di quelle ciliegie sotto spirito che la nonna conservava nella credenza. Poi mirtilli, quelli della marmellata: aciduli e consistenti. Poi un sottobosco che sa di vaniglia e tabacco. Sentori in sostanza vinosi che sanno di antico: inebrianti perché veri, non complessi, non incomprensibili. In bocca è ancora bello fresco con un senso di piacevole freschezza. Tannini non particolarmente aggressivi, cosa questa che danno a Vernero una bevibilità pazzesca. Sembra un vino giovane ma ha ben otto anni. Lo si beve con estremo piacere poiché lascia in bocca una sensazione di fresca pulizia. Insomma, una piacevolezza che sa dell’incredibile: non particolarmente strutturato e con una dimensione che definirei memorabile poiché si fa ricordare. Per la sua schiettezza, per quel suo essere diretto e senza fronzoli, per essere così nel tempo, mi ricorda proprio Pier Paolo. Microvinificazioni tante ovviamente. Prove che partono dal vigneto con innesti e sperimentazioni. Sì butta via del vino ovviamente. Ma fa parte del caos.  La prima volta avevo 25/27 anni e ho buttato una botte da 10 q che perdeva e da lì ho imparato che in cantina ci devi andare quasi tutti i giorni. Poi ho buttato via altri 10 q una quindicina d’anni fa. Avevo messo il vino in una botte vecchia del mi babbo. Non sapevo dove metterlo, gli ho dato una pulita e quando una roba è vecchia e puzza, anche se gli metti un vestito nuovo, torna ad essere vecchia e puzzolento. Ho imparato che tutto ha un limite e una fine. E mi sto preparando al mio limite in modo che i figlioli entrino sempre più dentro. La botte la devi buttare sei mesi prima, non sei mesi dopo.  La Massaretta che ho assaggiato era del 2023. Ha fatto quindici giorni di macerazione (in parte con i raspi) e un passaggio in botte per nove mesi. È per questo che è quasi tutto granata. Emergono profondi sentori di frutta matura, al limite del cotto, contrordinati da un erbaceo che ci sta proprio bene. Ho la sensazione di qualcosa di cicciotto, da mordere. Come una prugna o un pomodoro. L’erba diventa densa e scura, come quando è bagnata di notte. Poi un non so che di tabacco trinciato, sempre bagnato. C’è profondità e tanta. C’è densità. La stessa delle profondità marine. In bocca è un liquido che trascina nelle buie paludi. I tannini aggrediscono anche in maniera importante. Ma non fanno male, sono alla fine levigati. La frutta adesso è ciliegia che da aspra si trasforma in calda e succosa visciola. Fresco, non particolarmente caldo, con una struttura che si manifesta pian piano, senza aggredire, con sostanza. Si spande in bocca vigoroso quasi a colorare la lingua e a non poterne fare più a meno. Il Vermentino bianco è un 2018. Un vino che, senza fretta, ha atteso 24 mesi in caratelli, respirando il tempo, scolpendo nel colore ambrato la sua memoria. Nel bicchiere brilla una luce torbida e viva, come un’arancia caramellata. L’albicocca, il biancospino, il rabarbaro, le erbe aromatiche, si rincorrono. Nel fondo si avverte il mare, quel soffio di salsedine che racconta i Colli di Candia. È un vino di memoria e d’anima, che profuma di cantina dei nonni e di spezie dimenticate. Nel sorso vibra la schiettezza del tempo, un’asperità gentile che accarezza e punge: agrume, zafferano, anice stellato, la rude eleganza di chi non teme l’età. Bevendolo, senti la terra che respira, il vento che porta via la polvere, la vita che si rinnova in ogni goccia. Quel senso finale di agrume, quasi amarognolo, ma pieno, vivo e così diverso da voler fortemente continuare a berlo. Un po’ come volere la vita. Come volere riempire di poesia la terra sulla quale dobbiamo vivere. Certo che con un personaggio come Pier Paolo pensare al futuro è complicato. Di certo, cosi come suo padre ha fatto con lui, consentirà ai propri figli di percorrere la propria strada. Qualunque essa sia. Loro faranno quel cazzo che gli pare altrimenti sarebbero stupidi. Devono fare quello che gli pare. Li voglio felici. Se loro dovessero preoccupare di portare avanti il mio pensiero è una cosa stupida. Sul fare come gli pare li hai instradati bene. Meno male però che Davide ed Emanuele siano completamente diversi da Pier Paolo altrimenti sarebbe un bel casino in azienda.  Riescono a sopportarmi. Possono non essere d’accordo ma una volta fa un passo indietro uno una volta fa l’altro.  Cosa sarà di Podere Scurtarola nel futuro, Pier Paolo non solo non lo sa ma non ci pensa minimamente. Ne vuole saperlo. Anche se, per un viticoltore, il futuro è equamente diviso con l’oggi. La vigna e il vino che riposa in cantina è l’oggi; le sperimentazioni, le nuove vigne sono il domani. E il domani ha un lasso temporale di almeno tre anni. Se non di più. Stiamo facendo progetti per il futuro per organizzarsi un po’ meglio eccetera. Io mi ricordo che ho fatto il disegno della cantina dove lavoriamo adesso sotto casa con dei supporti per tener le damigiane perché all’epoca si vendeva tutto in damigiana. Ora vendo 100 litri all’anno con delle damigianine. Non avevo una visione ma non si può avere la visione del futuro. Il mondo gira. Il concetto è il caos noi veniamo dal caos e dobbiamo riuscire a stare nel caos. Podere Scurtarola è una azienda nella quale ci si diverte. Con un titolare come Pier Paolo non può che essere così. Esigente? Tanto. Pretende tanto. Prima da se stesso poi da tutti gli altri.  Per i figli, per Michelangelo, per tutti gli altri che vi lavorano, non deve essere per nulla facile. Ma poi, ci si diverte.  Sarà forse il caos, l’origine di tutto. L’evento primordiale. Quel battere di ali che genera uno tzunami altrove. Chissà.  Però mi viene in mente una battuta del grande Alberto Sordi nel mitologico film Il Marchese del Grillo Quando si scherza, bisogna essere seri Come a dire che anche quando si fanno gli scherzi, occorre farli con tanta testa.  Quella di Pier Paolo e dei figli non è ne uno scherzo ne un gioco. È una azienda. E come tale va portata avanti. Ma senza prendersi troppo sul serio. Altrimenti sai che palle!    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La Xylella. È la nuova Fillossera? Arrow Right Top Bg

19 Novembre, 2025

La Xylella. È la nuova Fillossera?

  Chiunque si sia approcciato in maniera non solo alcolica al mondo del vino avrà sentito parlare della Fillossera, un insetto, di origine americana che attaccava in America l’apparato fogliare, in Europa quello radicale. Venne definito un flagello visto che distrusse intere regioni vitivinicole mettendo a rischio l’intero mondo del vino. Poi si compresero le diverse resistenze delle diverse specie di viti e partì il più grande scambio scientifico della storia tra Europa e America. Pensate se ci fosse stato Trump a quei tempi! Chissà se i negazionisti c’erano anche allora. Quelli del COVID abbiamo imparato a conoscerli con gli interminabili dibattiti televisivi. Ve li ricordate? Ecco, di quelli io ricordo l’assurda contrapposizione tra scienziati e ignoranti travestiti da tuttologi dove ignorante non deve necessariamente essere identificata come una offesa ma per il vero senso della parola: colui che non sa. Nell’era di internet e dei social sembra valere l’opinione di tutti. Uno vale uno, si sente dire. Può e deve essere una equazione valida quando si esprimono opinioni ma non quando l’argomento è scientifico. La scienza non è democratica poiché si basa su studi e dati. Solo su questi due elementi, ci si può confrontare. Emergono i negazionisti e vengono applauditi da un popolo stolto quando affermano come i dati siano falsi, inventati, mai esistiti. Un pò come chi considera la terra piatta o che siamo tutti pupi dell’opera dei pupi manovrati dalle grandi lobby. Ritornando alla Fillossera, all’epoca gli imbonitori e i falsi scienziati proliferavano così che c’era chi venne spinto a debellare la malattia con metodi artigianali o pratiche diverse. Senza successo ovviamente. Qualcuno diceva che sui suoi terreni e grazie al proprio metodo, la Fillossera non faceva danni. Poi si scoprì che su terreni vulcanici e sabbiosi, l’insetto non riusciva a proliferare. Un fatto fisiologico non certo dovuto a pratiche esoteriche. Solo la scienza riuscì a debellare il cataclisma. E se una nuova Fillossera si stesse affacciando proprio ora? Se il tanto vituperato e controverso cambiamento climatico stesse favorendo un nuovo elemento patogeno in grado di distruggere tutte le cultivar della vite? Quella che può sembrare fantasia, fantascienza, allarmismo è purtroppo realtà. Taciuta, non sbandierata ma una realtà per la quale non serve essere negazionisti o superficiali. Semmai più realisti del re per agire prima che sia troppo tardi. Avrete senz’altro sentito parlare della Xylella, un batterio diffusosi a partire dai primi anni 2000 in Puglia che ha comportato l’estirpazione di milioni di piante, anche secolari mettendo, di fatto, in ginocchio migliaia di agricoltori. La Xylella fastidiosa subsp. pauca è il patogeno responsabile dell’ecatombe. Si insinua nell’apparato linfatico ostruendolo e impedendo all’acqua e alle sostanze nutrienti di arrivare fino alle foglie. Di fatto provoca la morte della pianta. La Xylella fastidiosa subsp. pauca non attacca la vite. Quella fastidiosa subsp. fastidiosa si però, provocando la medesima fine. Gli effetti per il territorio e l’economia potrebbero essere ben peggiori della Fillossera poiché la soluzione, oltre a non essere ancora a portata di mano, richiede tempo. Tanto tempo. Per saperne di più e con la speranza che questo articolo possa scuotere le sensibilità e le coscienze di chi dovrebbe prevenire i disastri invece che rimettere a posto le macerie, incontro Laura Rustioni, Professore Associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree all’Università del Salento. Laura è cresciuta coltivando non solo le piante ma anche la passione per il mondo vitivinicolo nata grazie alla vigna del nonno, nell’Oltrepò Pavese. Passione difficile da coltivare non solo all’interno della famiglia: essere donna e lavorare in un ambito prettamente maschile non è proprio semplicissimo. Non avrei mai pensato di fare l’accademica a dir la verità. Ho studiato agraria perché mi piaceva l’idea di coltivare, di produrre qualcosa. L’idea di creare qualcosa, di veder crescere delle piante o di trasformare l’uva in vino. Cioè ti dà proprio quell’idea di utilità pratica. La passione per il mondo accademico è nata solo successivamente. Non volevo studiare all’università. Poi mi sono detta: vabbè dai c’è viticoltura ed enologia che dura solo tre anni, facciamola. Stavo finendo questo percorso e mi chiama il professore di enologia che mi dice: Abbiamo chiuso le iscrizioni alla laurea magistrale, perché non c’è il tuo nome? Adesso le riapro e ti ci metti dentro. Un passettino per volta. È l’approccio di Laura e serve a noi per inquadrare bene come abbia a cuore il suo lavoro. Diploma, laurea triennale, poi la magistrale finita in un anno e mezzo. Genio? Forse. Sicuramente una donna che va come un treno e che non ha paura di sporcarsi le mani. Finita la laurea magistrale sono andata a fare una vendemmia in Borgogna, perché io ho sempre fatto tante esperienze anche nei vigneti e nelle cantine. Solo durante la laurea triennale ho lavorato nel periodo di vendemmia in 4 diverse aziende. Attirata proprio come il miele. Mi piaceva proprio. Il Professor Failla, mio mentore, poi mi parla del dottorato con la possibilità di passare un periodo in Australia. Io non sapevo nemmeno cosa fosse un dottorato di ricerca, ma adoravo viaggiare. Mi ci sono buttata e una cosa tira un’altra…Ho viaggiato tanto. Penso che il lavoro più bello del mondo sia comunque quello della ricerca. Ho fatto tanti anni di precariato a Milano tra dottorato e tutto penso circa dieci, dodici anni. Avevo l’abilitazione da professore universitario, ma insegnavo negli istituti tecnici agrari. È stata comunque un’esperienza bellissima perché io gli adolescenti li adoro: hanno il cuore aperto. Poi è capitato il concorso in Salento e mi sono detta: proviamoci. Solo che sapevo che se l’avessi vinto, mi sarei dovuta trasferire. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa dal nulla perché qui avevano aperto il corso di laurea in viticoltura ed enologia ma non c’era un Dipartimento di Agraria. Tant’è vero che anche adesso il dipartimento è Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali. Costruire dal nulla. L’idea di creare qualcosa. Far nascere qualcosa da un seme. Certo, arrivare da un laboratorio attrezzato, con le spalle coperte e trovarsi in un posto dove occorreva rimboccarsi le maniche e fare tutto, non è stato semplice. Ma, Laura è una che oltre ad essere positiva fino al midollo, è anche combattiva. Il territorio ha spalancato le porte, cioè io ho avuto la sensazione che le aziende sentissero il bisogno di una presenza, anche accademica di ricerca. Mi sono sentita veramente molto accolta dal territorio. Per la ricerca in ambito agrario è importante essere sul territorio, perché da lontano si fa fatica a capire le necessità. La mia famiglia da parte di papà ha un’azienda che produce riso in Lomellina. Il nonno materno invece aveva questa piccola vigna e poi faceva l’artigiano. Produceva ciambelle e io sono cresciuta con sto profumo meraviglioso in un paesino di cinquecento abitanti in mezzo al nulla. Quando mio nonno è venuto a mancare, mio zio, che ha ereditato il vigneto, lo ha venduto. Nonno mi ha comunque trasmesso una passione insegnandomela come un gioco. Siamo quattro fratelli, tre femmine e un maschio. Io ero proprio la sua cocca e visto che mi piacevano queste cose agricole, lui mi faceva coltivare qualunque cosa volessi: sperimentavamo insieme. Un nonno che non ha solo seminato in Laura il germe della terra e dell’amore per questa ma ha significato molto nella comprensione del metodo scientifico basato su numeri e fatti. Lui aveva come titolo di studio la terza media però era super appassionato di matematica e infatti mi faceva tutti questi indovinelli matematici fin da piccola. Mi aveva fatto appassionare all’entomologia perché il suo passatempo era guardare documentari. Purtroppo, i tempi sono cambiati perché con Internet uno pensa di informarsi e invece c’è tanta disinformazione. Qui c’è il problema della Xylella e di tutte queste correnti negazioniste che considerano alla pari la voce di chi si improvvisa rispetto a quella di chi studia. Nella scienza la parola di chiunque non vale allo stesso modo perché se io dedico venti, trenta anni della mia vita a studiare una pianta, la mia tesi non può pesare quanto una persona che si è documentata per venti, trenta minuti sui social. Non si può pretendere di avere lo stesso peso. Per diventare una professoressa, una docente universitaria, occorre un concorso, presentare delle referenze, fare un esame. Insomma, per insegnare agli altri occorre essere abilitati (e meno male!). La tesi di un docente, non può in nessun modo essere paragonata a quella di una persona che non ha le competenze. Ciò che una universitaria afferma non è una opinione ma qualcosa basato su studi, ricerche e, soprattutto, dati. Oltre che l’esperienza che aiuta nel comprendere ed interpretare al meglio i dati. I dati non sono opinioni ma fatti. Il percorso accademico non è poi un percorso facile, richiede impegno e dedizione che vanno veramente oltre. Occorre studiare e studiare tanto. Soprattutto occorre confrontarsi con gli altri accademici. Quando è morta mia mamma di tumore, io facevo il secondo anno di università. L’ho vista morire davanti ai miei occhi ed è stato veramente un momento pesante. A quell’età, ti trovi in una condizione in cui dici: cavolo la vita è breve e bisogna veramente sfruttarla al massimo. Avrei potuto andare in depressione, chiudermi in casa, ma la mia salvezza è stata lo studio. Mi sono proprio buttata anima e corpo nel mondo vitivinicolo e devo dire che è anche grazie a questo che ho superato un trauma pesante. Mi rendo conto che forse, se non fosse successa questa tragedia, non sarei riuscita a fare tutto quello che ho fatto. Una reazione forse per compensare quel momento difficile. I viaggi in giro per il mondo e la completa dedizione a questo settore. Ho saputo lo stesso giorno dell’esito positivo del concorso in Salento che non sarei diventata madre. L’ho preso quasi come un segno e mi sono detta: forse non diventerò mamma, però potrò comunque costruire qualcosa, lasciare qualcosa, trasmettere agli studenti le mie esperienze, le mie competenze. Forse senza questi due grossi ostacoli non sarei dove sono ora. Voglio pensare ad una sorta di destino. Trovare nei drammi, nei periodi bui, l’elemento positivo. Aggrapparsi a questo e improntare la propria vita ad una missione. Uno scopo. È quello che facciamo tutti in fondo o che proviamo a fare. Io vengo dal gruppo di ricerca in viticoltura dell’Università di Milano con i Professori Scienza, Failla, Brancadoro da sempre molto impegnati nella selezione varietale ovvero nella valorizzazione dei vitigni. La biodiversità intraspecifica. Prima di venire qui avevo sentito parlare della Xylella e mi sembrava allucinante sentire parlare di gente che “abbracciava” gli alberi infetti per non abbatterli. Mi sembravano cose da pazzi di fronte ad un simile patogeno da quarantena. Solo successivamente ho capito che il legame con la terra e con la pianta era così forte da offuscare la ragione e che comunque non si conosceva esattamente l’entità del rischio su olivo. Sottovalutato all’inizio. Probabilmente dagli agricoltori in primis. Un olivo che sta li da secoli, che ha visto transitare generazioni di persone, che ha donato i suoi frutti, fa parte della storia delle famiglie contadine. C’è sempre stato e si fa fatica a pensare che non ci sarà più. Ma quando arriva un batterio che penetra dentro le sue vene, non basta abbracciarlo, non basta pensare di risolvere il problema con un fitofarmaco a caso, o con qualche pozione magica proposta dal santone di turno. Non è possibile. Capisco la frustrazione, il dolore, la voglia di pensare che ce la farà, ma non è così. È come quando dinanzi ad una persona malata terminale si spera nel miracolo, si crede nel miracolo. Che spesso, quasi sempre, non arriva. Quando dovevo trasferirmi qui in Salento, ho subito pensato che avrei dovuto lavorare su Xylella visto che in America questo patogeno colpisce la vite. In Puglia, però, il ceppo che si era diffuso colpiva l’olivo, mentre la vite ne è immune. Quindi mi sono un po’ tranquillizzata. Nel 2019, però, appena arrivata, mi sono trovata in questo paesaggio apocalittico con questi scheletri di olivi. Veramente devastante. Una tranquillità che dura poco perché è il 2024 quando la Regione Puglia, da tempo molto attenta nel sistema di monitoraggio fitosanitario, identifica un nuovo ceppo della Xylella fastidiosa sottospecie fastidiosa, su alcuni alberi di mandorlo. Un ceppo in grado di attaccare la vite. Mi sono sentita il peso dei sensi di colpa: ero qui già da qualche anno e ancora non avevo iniziato questa linea di ricerca. Che so essere lunga, impegnativa. Mi sono sentita proprio in dovere di fare tutto quello che potevo. In questa frase sta tutta la frustrazione di una persona prima, ricercatrice dopo. Frustrazione dovuta alla lungimirante capacità, tutta di chi è una scienziata, del capire come l’unica soluzione possibile alla Xylella sia quella della realizzazione di cultivar resistenti. Stesso procedimento adottato per l’olivo anche se nella vite le difficoltà sono maggiori. Cerco di spiegare meglio questo concetto. Per generare una resistenza al patogeno occorre prima di tutto trovare una pianta che abbia già sviluppato l’immunità, la resistenza o la tolleranza. Nel caso della vite è molto improbabile trovare questa condizione nella Vitis vinifera, quella che ci dà l’uva di altissima qualità che siamo abituati a produrre. Dobbiamo quindi cercare questa resistenza in specie americane, non domestiche, i cui frutti sono decisamente meno apprezzabili. Una volta trovata la fonte di resistenza, quindi, è necessario incrociare le due specie perché se ne generi una terza che porti con se il patrimonio genetico resistente senza dimenticarsi di mantenere l’aspetto qualitativo. Non si può infatti chiedere ad un agricoltore di coltivare una pianta resistente alla Xylella se poi produce olive o uva di pessima qualità. In vite, questo processo di incrocio non si esaurisce con un semplice passaggio ma ne sono necessari parecchi fino a quando non si trova la giusta combinazione tra la resistenza e la qualità ricercata. Ci vogliono in sostanza almeno quindici anni per realizzare una nuova cultivar resistente. Senza dimenticare che poi ne occorrono altri cinque per la registrazione. Ah la burocrazia! Mi sono informata dai colleghi di diversi Istituti di Ricerca Italiani, e sembrava che nessuno fosse ad un livello avanzato di ricerca su quel tema. Il problema è che se tu sei lontano, non ti rendi conto dell’impatto reale di un problema. Invece essere qui e aver visto l’effetto sugli olivi, vedere l’ambiente che ogni anno si desertifica con il conseguente abbandono del territorio e gli agricoltori che smettono di fare quel lavoro perché non più sostenibile. Ti rendi conto di quanto sia devastante. Si sa che Walker, in California, dove viene coltivato lo Zifandel (Primitivo), che è sensibile al patogeno, aveva già attuato un programma di selezione partendo da Vitis arizonica, resistente a Xylella, ma le cultivar da lui ottenute sono praticamente impossibili da reperire in Europa e, comunque, non sono utilizzabili all’interno di programmi di miglioramento genetico. Essere un universitario comporta avere contatti con tutto il mondo accademico. Una sorta di social network serio e preparato tramite il quale spesso si riesce ad avere accesso ad informazioni e materiali che possono risultare molto utili nella ricerca. Sapevo che all’Università di Milano, grazie a Daniele Grossi che una decina di anni fa, durante il suo dottorato, ha passato un periodo proprio nel laboratorio di Walker, erano stati seminati tanti vinaccioli di diverse specie americane del genere Vitis.  Era febbraio, ho chiamato subito i colleghi di Milano: sentite mi date un pò di marze per fare delle talee…di Vitis arizonica? Loro sono stati disponibilissimi e mi hanno spedito tutto. Le ho fatte radicare e ho avuto la fortuna di avere subito dei fiori. Le piante americane sono dioiche quindi ci sono piante maschili e piante femminili. Non sono come le nostre cultivar che sono ermafrodite così da poter fare un vigneto tutto di Negroamaro in grado di produrre. Nelle piante selvatiche, c’è il maschio e la femmina, e servono tutti e due. I grappoli li fanno solo le femmine, ma solo se vengono impollinate dal maschio. Capite quante difficoltà? Pare una cosa semplice e vorrei che provassero a farla i negazionisti che abbracciano gli alberi. Si parte dai vinaccioli e non dalle marze. Una pianta selvatica che non è proprio il massimo della qualità rispetto a quelle coccolate dagli agricoltori per migliaia di anni e tramandate di generazione in generazione. È come un far ripartire l’evoluzione qualitativa della specie da zero. Nel 2024 c’è stata una fioritura super anticipata di 2-3 settimane, ma siamo comunque riusciti a prendere del polline di Vitis arizonica per fare degli incroci con piante di Vitis vinifera a fiore femminile (un trucchetto del mestiere per evitare la demasculazione) ottenendo così 258 piantine di incroci che già quest’anno, grazie alle cure dei ragazzi del mio laboratorio, sono già più alte di 2 metri. Sono ragazzi salentini, che credo sentano l’importanza di questa linea di ricerca e, quindi, veramente devo dire che si sono impegnati molto. Se entriamo nel dettaglio di un programma di miglioramento genetico, partendo da vite americana, la qualità è pessima. Serve capire e sperimentare tanto per arrivare, come spiegavo sopra, ad un compromesso che poi compromesso non è. Parallelamente questa primavera, sono andata a bussare alla porta dei maggiori esperti sulla Xylella, perché io mi considero esperta di vite, ma poi per il patogeno ci vuole qualcun altro perché secondo me è importante trovare le competenze giuste e non pretendere di fare tutto da soli. Sono andata da Donato Boscia e Maria Saponari che sono appunto i riferimenti per la Xylella, soprattutto sull’olivo, ma ovviamente come patologi credo siano i maggiori esperti europei sul tema. Ho chiesto se fossero interessati a collaborare su questa linea di ricerca. Loro devo dire sono stati veramente apertissimi e disponibilissimi perché tutto questo è partito senza finanziamenti specifici. Le prime talee le ho fatte sul terrazzo di casa mia in un angolino. Poi c’è stata la possibilità di ottenere delle borse di dottorato cofinanziate da aziende private. Allora ho chiesto supporto ai Vivai Cooperativi Raucedo. In pochissimi giorni mi hanno procurato tutti i documenti necessari, supportandomi fin da subito subito.   Ora c’è un dottorando, Giuseppe Rossetti, che da ottobre dell’anno scorso lavora su questo tema. Il suo contributo è davvero molto importante. Poi è partito un altro grosso progetto, CLEARGENES (“CLimatE chAnge Resilience GENES in Italian fruits and vegetables”), un bando a cascata di AGRITECH finanziato dall’Unione europea tramite il PNRR e dedicato allo sviluppo di cultivar resistenti al cambiamento climatico. Io ero entrata nel progetto per svolgere attività di fenotipizzazione nella vite, ma ho inserito poi anche quelle relative al problema Xylella. Frustrazione per un qualcosa che si vorrebbe avere subito ma che la natura non consente ne concede. Una sorta di rassegnazione unita al rispetto per i cicli della vita. Non c’è bacchetta magica o una medicina per curare tutto. Nel frattempo, secondo me è importante sottolineare agli agricoltori che devono fare tutto il possibile per cercare di fermare questo patogeno che è un batterio, quindi non si vede, purtroppo, se non nei sintomi successivi all’infezione. Peccato ci siano i negazionisti, quelli che affermano non sia un problema reale e che invece ci si può convivere anche senza l’utilizzo di piante resistenti. Occorre invece fare tutto il possibile per eradicare la Xylella, fin che c’è la speranza di poterlo fare, rendendosi conto come sia un patogeno da quarantena. La devastazione del Salento è sotto gli occhi di tutti e gli agricoltori non devono improvvisarsi ma seguire le indicazioni atte a limitare i danni, limitare l’espansione. La devastazione dell’olivo e la mediaticità che assume a tratti, forse mette un pò in ombra la vite. Vedere ciò che accade per gli olivi, è drammatico. Oltre al Salento sono stati trovati focolai nel barese e nel foggiano. Il problema, grosso e catastrofico, è dunque regionale. Gli olivi sono piante imponenti e secolari. Appariscenti e maestosi. Mentre la vite è soggetta al rinnovo degli impianti. Estirpare un vigneto, magari di ottant’anni, ancorché doloroso è relativamente più semplice. Per gli olivi, secolari, è uno scempio. Ma occorre farlo. La viticoltura, come la coltivazione degli olivi è uno dei settori trainanti dell’economia. Richiede attenzione senza sottovalutarne l’impatto poiché si ripercuoterebbe soprattutto sulla società, non solo sull’ambiente, sulla vivibilità della Puglia come delle regioni limitrofe. In Puglia il sistema di monitoraggio è decisamente più avanzato e sviluppato rispetto ad altre regioni nel senso che qui si cercano attivamente i focolai mentre in altre regioni, comunque suscettibili a questo tipo di patogeno, sicuramente ci sono meno controlli. Lo stato di avanzamento della Xylella preoccupa. È un batterio, che non si vede, se non quando agisce. È come agire completamente al buio, senza riferimenti, senza punti di ancoraggio. Quando poi si individua un focolaio, non si può curare con un fitofarmaco. Non si può spargere per il campo prodotti chimici a caso (al momento non esistono cure dimostratesi efficaci) perché, oltretutto, si creerebbero danni ambientali potenzialmente ancor più consistenti di quelli che farebbe il patogeno da solo. Il problema non è tanto uccidere la Xylella ma entrare nella pianta senza danneggiarla. Un olivo secolare, con un tronco imponente, andare ad agire nello xilema che è interno, è complicato. Nella parte più esterna del tronco c’è il floema che porta la linfa elaborata, ma il patogeno è all’interno dello xilema che porta la linfa grezza, e non è semplice colpirlo senza danneggiare tutto il resto della pianta…Il problema non è la sensibilità del batterio quanto quella del sistema. Per uccidere il batterio si rischia di uccidere l’ambiente. Inoltre, cercare di trovare una cura significherebbe poi trattare in maniera continua gli alberi, generando un impatto ambientale ed economico importante. L’unica strada percorribile e sostenibile è quella delle varietà resistenti che riescano a convivere con il patogeno. Giovanni Melcarne, studia da tempo la Xylella negli olivi e si unisce alla nostra chiacchierata. L’unica cosa da fare con gli alberi infetti è estirparli. Anche le piante mezze-morte danno problemi ai nuovi impianti. Sono piante infette che mantengono alto il livello di inoculo sul territorio: rappresentano comunque un problema. Quelli che si illudono che gli alberi si riprendano, anche se si tratta di piante a cui sono legati in modo emotivo ed affettivo, non comprendono che sono sempre piante mezze morte. Non torneranno mai ad essere come prima. Rappresentano l’agonia, non è qualcosa che rivive. Per far rivivere il territorio, occorre estirpare e ripiantare piante resistenti. Sembra che ripartono in primavera, ma poi in autunno sono di nuovo tutte secche. Reimpiantare le stesse piante porta lo stesso risultato. Ad oggi, ci sono solo quattro cultivar di olivo resistenti. Al momento sono Leccino, FS 17 e poi sono aggiunte un anno fa circa, Leccio del Corno e Lecciana. In più c’è tutto il piano di miglioramento genetico che, per olivo, è già attivo da 7/8 anni e che io porto avanti con il CNR di Bari, mentre la professoressa Rustioni ha iniziato solo un anno fa un percorso che per certi versi è più difficoltoso. Quello della vite rispetto all’olivo intendo. Noi siamo partiti con dell’evidenze empiriche nel capire che il Leccino mostrava caratteri di resistenza. Mentre nella vite devono partire da una vite selvatica che è pessima dal punto di vista della qualità, noi partiamo dal Leccino che una cultivar diffusa, la terza cultivar salentina pre-Xylella. Lui secondo me è un genio per gli olivi, perché parte dal seme e in tre anni lo porta a frutto. Praticamente ci mette lo stesso tempo necessario per la vite, ma con una specie normalmente più lenta. Si sviluppano nuove tecnologie per cercare di accorciare i tempi. Alcuni ci chiedono perché non lavoriamo con il genome editing o altre tecniche di ingegneria genetica che accorciano i tempi, almeno teoricamente. Prevengo la domanda. Io ovviamente non ho niente in contrario a queste tecnologie, anzi ben vengano. Però, il problema principale è che per introdurre un gene o un meccanismo all’interno di una pianta, bisogna innanzitutto conoscerlo. Per quanto riguarda la Xylella, non c’è ancora così tanta conoscenza. Bisogna prima fare tutto il lavoro di identificazione del meccanismo che, alla fine, rende i tempi paragonabili se non anche più lunghi. Per questo motivo, al momento, abbiamo deciso di mantenere la strada della dell’incrocio. Inoltre, con l’incrocio, ci si può portare dietro anche altre caratteristiche positive (ad esempio resistenze ad altri stress biotici ed abiotici). Se qualcuno pensasse che per l’olivo il problema sia stato comunque risolto, purtroppo non conosce la realtà. Qualche varietà resistente c’è quindi la disponibilità di materiale genetico per i reimpianti c’è. Il problema è che fare reimpianti in un territorio devastato in cui gli agricoltori sono praticamente rimasti senza reddito per anni, hanno avuto tutte le difficoltà dei reimpianti è difficile. Il costo di un impianto per la vite è di circa 20.000€ per ettaro, per l’olivo, dovendo aggiungere le preparazioni del terreno si parla di decine di migliaia di euro in più. Investimenti grossi, tempi lunghi per la produzione e mancato reddito per anni. Non è che tutti gli agricoltori hanno l’energia economica e mentale per affrontare questa sfida. La conseguenza è il grande abbandono. Ci sono cinquecento cultivar di olivo che si possono utilizzare in altre zone mentre qui solo quattro. È un forte limite. Quando c’è Xylella sul territorio è un forte dramma anche senza far morire una pianta. Un patogeno da quarantena mette in ginocchio tutto il territorio. Il vivaismo è in ginocchio per colpa della presenza del batterio perché tutte le commesse estere vengono bloccate. Non viene detto ne sbandierato e a buona ragione ma ci sono paesi esteri che bloccano le importazioni di barbatelle italiane e non solo quelle provenienti della zona infetta. In una zona infetta, solo le cultivar resistenti possono essere piantate. Dove però la zona è indenne, l’identificazione di un focolaio comporta non solo l’espianto delle piante malate ma il divieto di reimpiantare la stessa specie. Questo aumenta a dismisura il dramma. Il principio che spiega il Dott. Melcarne è quello della riduzione dell’inoculo sul territorio: riducendo le piante ospiti si riduce potenzialmente anche la quantità di inoculo, anche se resistente. Parlando di olivo, se in una zona cuscinetto, che per definizione è zona indenne, si trovasse una pianta infetta, questa verrebbe estirpata insieme a quelle che si trovano entro un raggio di 50 metri con il divieto assoluto di reimpianto delle specie suscettibili. Dunque dell’olivo in genere generando il paradosso che verrebbe espiantata o comunque non reimpiantata, anche una pianta di Leccino resistente di suo al batterio. L’area rimane bloccata per dieci anni. Diciamo che in alcune situazioni, quando ormai l’epidemia ha preso piede in un territorio, il declassamento in zona infetta è quasi una manna del Signore perché ti dà il via libera ai reimpianti. La zona di Triggiano dove è stata identificata la Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è vicinissima ad uno dei centri nevralgici della produzione di uva a tavola. Quindi, se si diffonderà lì non si potrà più coltivare la vite per molti anni finché eventualmente non la zona non diventi infetta. A quel punto, una volta che viene riconosciuta irreparabilmente compromessa, solo se ci saranno varietà resistenti nel frattempo sviluppate, queste potranno essere reimpiantate. Nel frattempo, gli agricoltori per anni non potranno avere reddito da quella coltura che conoscono e sanno gestire. Magari potranno coltivare altro, ma non è banale né saperlo fare, né saperlo vendere. Se uno è bravo a fare uva da tavola e poi deve mettersi a fare kiwi per dire, non è che sia la stessa cosa. L’unica speranza per l’agricoltura, non solo pugliese, è la ricerca per fare la quale sono necessari tempo e soldi. Persone, ricercatori e scienziati impegnati, per anni, a lavorare con la sola voglia di fare qualcosa per gli agricoltori. Chi vive il territorio, chi tocca con mano la devastazione, lavora per questo scopo. A distanza non si percepisce la devastazione e il senso di urgenza. È come se fosse tutto rarefatto e con nessuna necessità di sbrigarsi. Per l’olivo, una soluzione comunque c’è. Limita molto le cultivar disponibili per la coltivazione, ma il rischio è che con il cambiamento climatico anche altre zone (e, potenzialmente, anche altre specie) potranno essere a rischio. È dunque importante lavorare sul miglioramento genetico al fine di produrre cultivar resistenti. La vite invece è appena all’inizio. La creazione di vitigni resistenti richiede non meno di quindici anni di lavoro di ricerca. Pensate a quanti vitigni a rischio ci sono in Italia!! Se l’impatto della Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è paragonabile alla Fillossera non abbiamo nulla di cui poter star tranquilli. La diffusione del patogeno è solo questione di tempo. Per questo abbiamo bisogno della ricerca e di persone come Laura Rustioni e Giovanni Melcarne.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita Arrow Right Top Bg

14 Novembre, 2025

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita

  C’è una prima, una seconda e, chissà, anche una terza vita per ognuno di noi. Oppure, semplicemente, ma manco tanto, la vita è una sola e composta di tante fasi, una per ogni volta che saremo in grado di cambiare per vivere il successivo tratto, con l’energia che merita.  Facile a dirsi. Spesso la vita ti porta a prendere strade che nemmeno vorresti percorrere. Ed è qui che interviene il carattere e, soprattutto, quell’entusiasmo che arde in quelle poche, meravigliose, persone che amano così tanto la vita da riuscire ad irradiarlo attorno ad esse. Antonella Bocchino è una di queste. Forse la persona più radiosa che abbia mai incontrato. Una donna che emana charme in ogni sua movenza, che ti conquista con il suo sorriso e ti ammalia con i suoi racconti.  Ci siamo conosciuti alla presentazione di una primizia, la Grappa di Moscato di Terracina e ne è seguita una intensa chiacchierata che mi ha stregato completamente. Inebriato più dagli effluvi delle sue grappe, dal modo con il quale Antonella riesce a portarti dentro il suo mondo. Quello degli odori delle vinacce, degli alambicchi, delle barrique.  Il cognome di Antonella dovrebbe trovare in molti l’abbinamento con la grappa.  Grappa Bocchino presenta: quel pignolo di Mike Bongiorno La Grappa Bocchino la trovi sempre più in alto. Concludendo! Era il 1976 e su Carosello iniziarono ad apparire gli spot della Grappa Bocchino che vedevano Mike Bongiorno impegnato fino alla vetta del Cervino. Era pignolo, attento ad ogni particolare così che per girare un piccolo spot ci si impiegava intere giornate. Si racconta che una volta rimasero perfino bloccati sul Monte Cervino bloccati per una tempesta. Il moscato è il fil rouge che traccia non solo la mia vita ma le generazioni che mi hanno preceduto. Il mio bisnonno Carlo, fu l’artefice della prima grappa di monovitigno della storia che è stata la Gran Moscato. La distilleria nacque nel 1898 proprio per distillare le vinacce di moscato prodotte a Canelli dai moscatisti ovvero i produttori dell’Asti Spumante. Gancia, Riccadonna, Contratto, le grandi famiglie spumantistiche davano la vinaccia di moscato al mio bisnonno che all’epoca ne ricavava la grappa. Le cose non nascono mai da sole ma sono frutto di storie avventurose, di rischi, di fatica, di rinunce. I grandi imprenditori di oggi sono spesso diventati tali solo dopo generazioni. Nulla viene regalato. Nulla è facile.  Carlo, il bisnonno di Antonella nasce a Canelli e non nasce distillatore ma geometra. È la fine del XIX secolo quando, insieme ad un pool di tecnici partecipa alla costruzione della Transandina, l’ambizioso progetto della ferrovia più alta del mondo tra Cile e Argentina. Durante questi anni incontra Maria Martina de Miranda Ortiz che sposa. Una donna cilena, bellissima i cui tratti forse arrivano fino ad Antonella. In Cile si occupa, tra le altre cose e con un suo amico, della distillazione del Torrontés e della produzione del Pisco, un distillato di Moscato.  Torna il Moscato. Da Canelli al Sud America. Dal Sud America a Canelli dove Carlo torna nel 1895. Qui associa tutti i produttori di Moscato nella Distilleria Canellese per produrre grappa. Col tempo, rileva le quote di tutti e nel 1898 la distilleria diventa Distilleria Cannellese Carlo Bocchino. Da li in poi ha inizio la storia “moderna” della Grappa Bocchino. Una storia che lasciamo sospesa. Un percorso lontanissimo che arriva fino ad oggi attraverso questo Moscato di Canelli che è sicuramente il mio DNA in tutti i sensi. Un Moscato che ha delle varietà di profumi, di sapori, di fragranze, assolutamente diversi a seconda di dove lo si coltivi. La ragazza Antonella è parte della famiglia dei produttori di Grappa ma come spesso capita in questi casi, la vocazione può essere nascosta e occorre grattare la superficie per ritrovarla.  Andai a Londra e lavorai per Sotheby’s. Tornata in Italia, mio padre mi provocò dicendo: siamo in vendemmia, se hai voglia di darci una mano, stai in azienda per un pò è se dopo Natale decidi dì fare altro, va benissimo. Fu fatale. Quei tre mesi furono fatali perché la grappa quando ce l’hai dentro è prorompente. Non ne puoi fare a meno. Era il periodo delle vinacce, di quei profumi, di quegli afrori che senti che ti entrano e ti penetrano sotto la pelle.  Non è un racconto quello di Antonella ma una sorta di immersione nel suo passato nel quale mi trasporta. Lo vivo con lei, con il suo stesso entusiasmo. Spettatore estasiato delle sue parole che risultano musicali, vive, piene di ardore. Anzi, di afrore. Come quelli delle vinacce. Mi misi a fare in quel quel breve tempo, una ricerca. Una ricerca sugli antichi vitigni piemontesi che erano andati in estinzione. In Piemonte parlavamo di Barbaresco, di Barbera, Barbara d’Asti, Barbera d’Alba. Grandissimi vini ma c’era un un sottofondo di antichi vitigni che, pur se registrati nelle schede ampelografiche piemontesi, non si sapeva che fine avessero fatto. Io andai all’università e c’era all’epoca un grandissimo studioso di vitigni, il professor Usseglio Tommaset. Con lui facemmo una ricerca cartacea per vedere negli archivi ampelografici questi vitigni fino a che punto erano stati coltivati in Piemonte. Nella seconda parte dell’anno, quando decisi di proseguire questa ricerca, volli andare a vedere sul territorio se qualcuno avesse ancora questi vitigni. Una ricerca che per Antonella non voleva dire voglia di coltivarli. Era interessata solo alle vinacce. Trovare qualcuno che ancora li coltivasse per poi chiedere di quegli acini esausti. Null’altro che questo.  Cominciando dal mitico Timorasso che io chiamavo Timuassa perché per me la grappa è sempre stata al femminile. Produssi nel 1985 la prima grappa di Timorasso della storia al punto tale che Ciro Veronelli, che all’epoca era ancora vivo e scriveva meravigliosamente bene di vini, di grappa, di alcolici, scrisse in un articolo: è la prima volta nella storia che nasce prima una grappa del vino. È proprio negli anni 80 che Walter Massa inizia a piantare il Timorasso per farne un grande vino. Nel 1991 nasce quindi il Consorzio Derthona per valorizzare anche il Timorasso così che oggi, i produttori delle Langhe si sono affacciati a riscoprire questo vitigno preferendolo, in molti casi, anche al Gavi. Solo una persona che ama le sfide può decidere di entrare in un mondo tutto al maschile. Se quello del vino lo era e in parte lo è ancora, la grappa, beh la grappa è puramente uomo. Purtroppo dico io.  Immaginatevi queste due scene.  La prima vede una bellissima ragazza, giovane e sorridente, che si presenta a casa di contadini di zone sperdute del Piemonte chiedendo di poter avere le vinacce dopo la svinatura. Immaginatevi dunque la faccia del contadino di turno! La seconda, sempre con la ragazza di prima, che chiede al distillatore di produrre qualcosa con le vinacce che è riuscita a racimolare. Immaginatevi la faccia del distillatore abituato a parlare solo con uomini. Entrai in azienda in un mondo totalmente maschile. Stiamo parlando dell’85/86. Tutti i tecnici erano uomini, tutti i produttori di uve e di vini erano per la maggior parte uomini. La ricerca sul campo mi stimolava molto perché volevo capire se queste uve erano sopravvissute a tutte le malattie della vite del novecento. Fu quella la sfida. La Bocchino produceva grandi quantità di grappe. Grandi numeri. A me ha invece sempre affascinato molto la nicchia, per cui queste piccole realtà che via via cercavo e appunto volevo produrre, mi stimolavano molto. Avevo già visto lo sbocco nell’alta ristorazione.  Una visione. Un sogno che per alcuni era il giocattolino di una ragazza. Eppure, nel 1986 nacquero le prime grappe di vitigni riscoperti: Timuassa, Vespolina, Duox d’Henry (un vitigno a bacca nera del Pinerolese di chiara origine Francesco), Pelaverga, Erbaluce di Caluso, Ruchè. Piccole bottiglie da mezzo litro. La giusta quantità visto l’esigua produzione. Era un mondo molto maschile ma, come adesso, ci sono dei maschietti incuriositi e che quindi, lasciano dei varchi. Avevo mio padre e mia madre che erano due grandissimi fan di questa operazione. Mi supportavano molto. Non sempre i tecnici, tranne uno, che è mancato e che è stato invece il mio grandissimo partner e supporter.  Nei racconti di Antonella si percepiscono, sullo sfondo, le difficoltà di un contesto maschile e maschilista nel quale lei, giovane rampolla, si trovava ad operare. Figlia del titolare e donna. Due caratteristiche che di certo non le hanno reso la vita facile. Nessuno le credeva, nessuno le dava retta. Troppo impegnati nelle grandi produzioni, troppo tronfi nel considerarla solo una donna.  Chi mi guardava mi guardava con occhio: aspetta che adesso vediamo dove va finire. Però poi i vitigni rari sono diventati un volano. A quel punto ci ho preso gusto e sono nate le bacche perché allora si parlava molto di distillati di frutta. C’erano dei grandi distillatori che già producevano la frutta. Io andavo a cercare sempre le piccole cose residuali, non coltivate, eccettera. Come le bacche: Giuggiole, Alkekengi, Rosa Canina, Sambuco, Sorbo, Azzeruolo. Macerazioni alcoliche di piccoli frutti che venivano distillate anche questi in bottiglie da mezzo litro, perché erano pochissime. La collezione era le Grappe di Antonella Bocchino, le bacche e i fiori. Lessi il Profumo, di Patric Süskind. Fu un romanzo che mi appassionò moltissimo e andai a Grasse. Tornata e andai dal mio tecnico, quello che mi ascoltava e dissi: Romano, ma ti rendi conto che qui a Grasse fanno i profumi ricavati dai petali di fiori? Dobbiamo fare dei profumi da bere. Come si fa? Partimmo un weekend io e lui in macchina e andammo a Grasse a vedere come venivano trattati i fiori. Acquistammo un alambicco di vetro perché i fiori non devono avere contatti con il rame. Facemmo la macerazione di fiori di petali di fiori, estrazione e di nuovo dei piccoli distillati di Rosa, Rosa bulgara e Orchidea che fece molto notizia perché andò, tramite il nostro importatore a Londra e veniva venduto da Harrods a 1 milione a bottiglia. Tutto di un fiato. Un racconto che mi lascia a bocca aperta. La determinazione di una donna. La voglia di fare qualcosa di nuovo, diverso, dinamico. Trovare una nicchia nella quale convogliare le proprie energie.  Quel libro, Profumo, una sconvolgente storia di essenze, di profumi, di follia dettata dalla voglia, quasi una necessità, di creare il profumo più incredibile del mondo. Si arriva quasi a comprendere, giustificare l’operato di un assassino per capire quale mirabile profumo abbia in mente. Pazzesco! È il 2009 e Antonella esce dall’azienda di famiglia. La morte del padre prima e della madre poi le fanno probabilmente perdere quell’appoggio che il suo entusiasmo richiedeva. Forse ancora, una distilleria così grande come la Bocchino, non poteva più permettersi piccole produzioni sperimentali. Forse anche dell’altro, ma non è bene immischiarsi in affari di famiglia. Comunque sia, deve iniziare una seconda vita. Senza i genitori, senza un cordone ombelicale, senza una distilleria. Da sola. La grappa, la vinaccia, è però sotto pelle. Non ne puoi fare a meno. Se ti lavi, quell’odore rimane addosso, penetra fin dentro le ossa. Diventa un richiamo irresistibile. È così anche per Antonella.  Ho recuperato quel Moscato che avevo dentro. Il vino moscato per noi è come l’acqua. Pensa che alla fine della recita di Natale davano a noi bambini il bicchiere di vino Moscato con il panettone.  Un profumo che resta, diventa imprescindibile nelle vite di chi l’ha vissuto. Sono i ricordi dell’infanzia che ci legano indissolubilmente a qualcosa della quale, a volte, abbiamo solo contorni indefiniti.  Recuperai quella parte lì e nel 2013, a gennaio, vado dai Beccaris, una distilleria artigianale e familiare a Costiglione d’Asti.  È li che Antonella va a proporre il suo progetto. Per due motivi. Il primo è per via dell’alambicco discontinuo a bagnomaria che serve non solo per distillare piccole quantità ma perché il lento processo consente estrazioni aromatiche superiori. Perfette per il Moscato. Il secondo perché è una famiglia meravigliosa con i due figli di Carlo Beccaris, Marco e Paolo, che già all’epoca si occupavano dell’azienda. Quello con cui io ho più a che fare è Marco, il distillatore. Un ragazzo con infinite aperture mentali e con il quale c’è una sintonia fantastica. Distilliamo sapendo benissimo cosa vogliamo da quella materia prima. A gennaio spiego il mio progetto. Loro ascoltano, prendono appunti e alla fine del mese mi danno le risposte: pronti via si parte.  A settembre dello stesso anno nasce quindi AB Selezione Italian Spirits. Una summa della vita di Antonella. Un condensato di entusiasmo, passione, esperienza, vitalità, ricordi, profumi. Afrori. Un punto di accumulazione degli anni esaltanti della vita di Antonella tutti volti alla valorizzazione del Moscato di Asti anzi dei Moscati d’Italia. L’intuizione di Antonella è quella di far si che le sue grappe possano rappresentare un vero e proprio viaggio.  Un viaggio che parte dal Piemonte per attraversare terre e mari, profumi e sapori, tradizioni e innovazioni. Culture che si ritrovano dentro un alambicco generando grappe che esprimono esattamente quel territorio, quel lembo di terra e di mare. Esclusivo e unico. Come unico è il Moscato in ogni sua espressione.  Nascono prima sei, poi una settima grappa di Moscato. Il Moscato d’Asti, il Moscato dell’Oltrepò pavese, il Moscato Rosa del Trentino Alto Adige, il Moscato di Trani, lo Zibibbo di Pantelleria, il Moscato di Sardegna. Poi, per ultimo, nel 2024, il Moscato di Terracina. Un ultimo Moscato rincorso per anni e trovato solo grazie alla Famiglia Giannini di Cantina Villa Gianna.  Pochissime infatti le vinacce disponibili del Moscato di Terracina per via di una produzione limitata e racchiusa in un fazzoletto di terra compreso tra Latina e Fondi, su terreni sabbiosi, sulle colline di Monte San Biagio, sui terreni bagnati un tempo dalla Palude Pontina. Pochi appezzamenti, pochi ettari, pochi quintali sparsi tra contadini locali. Perlopiù conferitori e gelosi del loro prodotto.  Alla fine di questa lunga ricerca, ci siamo incontrati con i Giannini di Villa Gianna, persone meravigliose, squisite che hanno raccolto la mia sfida. Nel 2023 abbiamo raccolto pochissimi quintali di vinaccia di Moscato di Terracina poi distillata. Mi arrivò il campione a 70° prima di Natale. Assaggio questo mosto e con Marco ci siamo detti: mamma mia, ma che cos’è? Era diverso da tutti, con una ricchezza di florealità entusiasmante, un fondo di pesca bianca molto presente. Ho così detto: le altre grappe sono invecchiate 12 mesi in barrique di rovere francese per avere una bella spalla, un bel corpo ecc però se metto tutta questa delicatezza nel rovere, ho paura che lo copra un pò. Ho fatto fare una barrique dì legno dì acacia, quindi più dolce, e l’abbiamo lasciate così 12 mesi.  I risultati sono sorprendenti, inaspettati. Una grappa diversa da tutte le altre, con una personalità molto precisa e identitaria. A pensarci bene però, ciascuno di questi sette Moscato è molto diverso dall’altro. Meraviglia! Non solo Moscato nella gamma di Antonella. Non poteva mancare, da buona piemontese, un Barolo. Ecco così che nasce un Barolo bianco, giovane e un un cru di Castiglione Falletto con18 mesi di barrique. Austero, sabaudo.  Qualcuno mi ha detto: è un barolo che ha la mano di una moscatista. Un Barolo diverso che rispecchia probabilmente è il mio stile. Uno stile essenziale ottenuto senza usare caramello, coloranti, zucchero. Niente di tutto questo. Impossibile anche a pensarlo da parte di una donna che rappresenta lei stessa l’essenza della vita. Nuda e cruda così come serve. Mi piace estrarre l’anima di ogni vitigno senza aggiungere nulla. Qualcuno mi ha detto: ah è come Michelangelo che toglieva al marmo e lasciava solo l’essenza. Magari, grazie per il complimento ma voliamo un pò più bassi.  Se la materia prima è straordinaria, bisogna solo rispettarla. Estrarre l’anima senza aggiungere nulla. Antonella lo fa con le grappe e con i liquori.  Tre liquori per un pubblico che non beve la grappa, prodotti con lo stesso spirito estraendo l’anima delle tre materie prime e lasciarla li così.  Liquore al cacao in collaborazione con Guido Gobino attraverso la macerazione per sei mesi in una vasca di alcol di grano di fave di cacao Arriba Superior Selecto dell’Equador. È così che l’alcol si arricchisce di tutti gli aromi e i profumi del cacao. Nonché del colore. Viene poi diluito riducendolo a 28° e si aggiungono 8 grammi litro di zucchero. Stessa operazione con le mele Calvilla, una antica varietà presidio Slow Food. Le mele, tagliate a pezzi di quattro solo lasciate a macerare in una barrique di Brandy per sei mesi. La forza e la dinamicità che Antonella dimostra sembra quasi contrastare con l’essenza stessa della grappa.  Per produrre una grappa occorre aspettare. Aspettare che il processo di produzione del vino generi le vinacce esauste. Aspettare che l’alambicco, goccia dopo goccia, estragga l’essenza degli acini. Aspettare che la grappa maturi nelle botti o nelle bottiglie. Aspettare.  Antonella aspetta con tutta la gioia di questo mondo. Come se non avesse fretta. Se quel suo essere dinamico si mettesse in standby per consentire alla magia di compiersi. Pronta per ripartire alla ricerca delle vinacce, di qualche bacca o di qualche fiore ancora sconosciuto. Ripartire per un ulteriore pezzo di vita senza perdere l’occasione per godersi quello attuale.  Sono in una fase della mia vita in cui non mi sto dando obiettivi nel senso che sto godendo del momento, di quello che c’è. Ovunque io mi giri, vedo delle cose bellissime. Questi 10 anni passati, li trovo entusiasmanti, bellissimi avventurosi, pieni di amicizie, di incontri che mi hanno arricchito. Ci sono stati scambi bellissimi, scoperte, sfide. Ecco allora adesso faccio un bilancio di quello che sono stati 10 anni. Quello che saranno i prossimi 10 anni sono nelle mani della provvidenza e non so se ho voglia di darmi degli obiettivi. Vivo il presente e ne godo. Buon presente Antonella e lo dico con un bicchiere della tua Grappa di Moscato di Terracina in mano del quale mi godo gli afrori prima, il sapore poi. Sono con la mente ai piedi della Maga Circe, sotto l’omonimo monte e non posso che chiederle la magia di farti trovare, in un angolo di mondo, un nuovo Moscato.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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12 Novembre, 2025

Aspettando ViniAmo. Il gusto sta per arrivare

  15 Novembre 2025 Roma, Hotel Cristoforo Colombo L’attesa è (quasi) finita! Sta per tornare Aspettando ViniAmo…, l’anteprima più golosa del Wine Tasting della  Capitale. Un’intera giornata tra degustazioni, masterclass e assaggi d’autore, per vivere la cultura del vino e dell’enogastronomia in un clima appassionato e carico di sorprese. Oltre 80 espositori, centinaia di etichette e prodotti gastronomici irresistibili: un’occasione unica per scoprire vini di nicchia e realtà fuori dai grandi circuiti commerciali, autentiche chicche italiane e straniere pronte a farsi conoscere e amare. IL PROGRAMMA DI ASPETTANDO VINIAMO… E’ facile partecipare ad Aspettando ViniAmo… un evento in cui ti attendono vini e sapori dall’Italia e oltre. Assaggi che non passano mai inosservati. Partecipare è più che facile! Sabato 15 Novembre 11:30 –20:30
Ingresso banchi d’assaggio: 25€
Ridotto: 20€ (sommelier, studenti tesserati, gruppi 8+) Ingresso gratuito per giornalisti, blogger e operatori del settore, previo accredito.
All’accoglienza tutti i partecipanti pagheranno 5 Euro di cauzione per il calice, che verranno restituiti alla riconsegna dello stesso. Riceveranno in omaggio una tracolla porta calice. Una navetta gratuita ti aspetta, su prenotazione, per portarti da Eur Fermi alla location e vice versa. LE MASTERCLASS DI ASPETTANDO VINIAMO… Un giorno ricco di assaggi e di incontri con vini e produttori unici. Tre racconti memorabili per vini che lasciano il segno. Scegli il percorso che più ti affascina ma affrettati, i posti nelle tre masterclass sono limitati. “Amarone Sabaini: tradizione e modernità” a cura di Ivan Vellucci (Wine Tales Magazine) Ore 12.00 – 13.30
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma Storia, qualità e passione. Cantina Sabaini è tradizione tramandata tra generazioni a partire dal 1800 fino ai giorni d’oggi con Riccardo ed Alberto; è amore profondo per la Val d’Illasi, territorio delle DOC Valpolicella e Soave nonché della DOCG Amarone. È cultura e raffinata arte del vino grazie al titolare Adolfo e alla moglie Mirca. Crediamo fortemente nelle nostre origini, nei saldi principi legati alla famiglia, nella tradizione che sa di storia, nella terra che coltiviamo ogni giorno. Riccardo Sabaini Degustazione con verticale di Amarone della Valpolicella DOCG, annate:
2020 – 2019 – 2018 – 2015 RISERVA Importo: 40 euro
Operatori e stampa: 20 euro “Nebbiolo a Mucchietti – Cantina Piazzo Comm. Armando” a cura di Ivan Vellucci (Wine Tales Magazine) Ore 14.30 – 16.00
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma In degustazione:
• Ritorno in Alta Langa DOCG Chardonnay e Pinot noir (Bollicina)
• Massim (Nebbiolo spumante)
• Rizzi Vigna Fratin (Barbaresco)
• Valente (Barolo)
• Sottocastello (Barolo)
• Vigna Giaia (Barbaresco Riserva) La scoperta della tradizione nelle Langhe. Dalla Malora ai giorni d’oggi Importo: 45 euro
Operatori e stampa: 20 euro “Incontro tra i Vitigni Francesi e la Costa Toscana” a cura di Roberta Marchese Ragona
Ore 17.00 – 18.30
SALA EUR – Hotel Cristoforo Colombo, Roma Consorzio Suvereto e Val di Cornia
Scopri le sfumature di un territorio unico nella Masterclass dedicata ai vini delle denominazioni Suvereto DOCG, Val di Cornia DOC e Rosso della Val di Cornia DOCG, tutelate dal Consorzio Suvereto e Val di Cornia.
Un viaggio sensoriale tra Francia e Toscana, con otto vini in degustazione. Importo: 40 Euro
Operatori e stampa: 20 euro COME PARTECIPARE ALLE MASTERCLASS Per assicurarsi un posto alle Masterclass è obbligatoria la prenotazione.
Per le prenotazioni, scrivere a:
• minelliwine.events@gmail.com
• masterclass@minelliwineevents.it CANTINE E AZIENDE PARTECIPANTI Da Nord a Sud, una selezione di cantine, consorzi e produttori artigianali che raccontano
la ricchezza del nostro Paese. Dai rossi eleganti piemontesi ai profumi della Valpolicella,
fino ai vini vulcanici del Sud e alle dolci colline toscane.
E poi olio, miele, distillati, birre artigianali, pizza e norcineria: un viaggio sensoriale
completo. Di Gaspero (Friuli) Maso Furli (Trentino-Alto Adige) Cantina Sabaini (Veneto) La Romiglia (Veneto) Azienda Vitivinicola Piazzo (Piemonte) Giacomo Barbero (Piemonte) Gozzelino (Piemonte) Ferrero Cristian (Piemonte) Tenuta Maffone (Liguria) Cantina Messori (Emilia Romagna) Castagnini Vini Apuani (Toscana) Cantina Fassati (Toscana) Innocenti (Toscana) Azienda Agricola Poggio Primo (Toscana) Cantina Pomario (Umbria) Cantina Tenuta di Saragano (Umbria) Società Agricola Mita (Lazio) Piana dei Castelli (Lazio) Azienda Agricola Deanike (Lazio) Azienda Agricola Debora Castelli (Lazio) La Corte dei Greci (Lazio) Cantina il Bottino (Lazio) Tenuta Ronci (Lazio) Cantina Raparelli (Lazio) Nevi Antolini (Lazio) Le Cime Basse (Marche) Cantina Vezzoso (Campania) Vitivinicola Iovino (Campania) Barbato 1907 (Campania) Cantine Vitematta (Campania) Cantina Ocone (Campania) Azienda Agricola Torricino (Campania) Aroma Winery (Campania) Azienda Agricola San Giovanni (Campania) Azienda Le Grazie (Campania) Azienda Agricola Sorelle Pepe (Puglia) Terre di Maria (Puglia) Tenuta Donna Donata (Puglia) Giancarlo Ceci (Puglia) Agri Girardi (Puglia) Leonardo Pallotta (Puglia) Vitis in Vulture (Basilicata) Tenuta Santoro (Calabria) Vino Nibali (Sicilia) Tenute Foti Randazzese (Sicilia) Vigna Nica (Sicilia) Cantina Crisponi (Sardegna) Siddura (Sardegna) Bruale (Georgia) ASSOCIAZIONI, DISTRIBUTORI E PARTNER Associazioni/Consorzi: Wine Specialists Council – Moscato di Trani (Puglia) Consorzio Suvereto DOCG e Val di Cornia DOC (Toscana) Distributori/Enoteche Online: Divina Italia in collaborazione con Concours Mondial de Bruxelles Stappando.it • Mazzolada – La Terra del Gheppio (Veneto)
• Lidia & Amato (Abruzzo)
• Merlotta – Vignaioli dal 1962 (Emilia Romagna)
• Apollonio (Puglia)
• Borgo Antico (Veneto)
• Cantina Li Seddi (Sardegna) Mosconi Rappresentanze Cantine Mucci (Abruzzo) Cantina Tre Secoli (Piemonte) Ca’ Saline (Veneto) Goudron Wine Selections Agents & Brokers Champagne Riotton & Fils Vallée de la Marne Champagne Lavinista Montagne de Reims Champagne Daniel Pétré & Fils Côte des Bar Extra Vino: Azienda Agricola Marco Cacioni – Terra e Sassi (olio) Pozzo Serpi (olio) Carichissimo Partner (caffè) Api e Miele Cardinali Andrea (miele) Aroma Winebar & Enoteca (gin e vermouth) Bepi Tosolini (liquori e distillati) Nativa Bio (creme spalmabili) MostoItaliano (birra) Tenimenti Marotta (olio, Vermouth, Composte, Nettari) Sponsor Gastronomico: Da Norcia per voi – Fraschetti – Le Norcinezze Romizza (pizza) Sponsor Tecnico: Pan de Roma – Salpa (lievitati/snack) Stappando.it (enoteca online) Sponsor: Paolo Finocchiaro Consulente Finanziario ASPETTANDO VINIAMO… PERCHÉ NON PUOI MANCARE
Aspettando ViniAmo… di Minelli Wine Events è un’esperienza autentica, fatta di scoperte, sorrisi e brindisi. Un evento per appassionati, curiosi, operatori e amanti del buon vivere. Segna la data e preparati a degustare: Roma, 15 novembre 2025. Contatti & Informazioni
Stefano Minelli: 338 3046072
minelliwine.events@gmail.com
https://minelliwineevents.it/ Per gli addetti stampa la richiesta di accredito va inviata a:
giuliaferrero.press@minelliwineevents.it Per tutti gli operatori del settore (ristoratori, enoteche, rappresentanti commerciali, agenti, distributori, ecc.) è possibile richiedere l’accredito scrivendo a: operatori@minelliwineevents.it Per la conferma dell’accredito per stampa e operatori è necessaria la mail di conferma da parte dell’organizzazione. La Redazione    
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Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti Arrow Right Top Bg

7 Novembre, 2025

Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti

  La campagna, quella di un tempo, quella fatta di sacrifici ed incertezze, di neanche la proprietà quando si era mezzadri, serviva solo per campare. Spesso, averla, poteva rivelarsi una maledizione, figuriamoci riceverla in eredità. Perché poi toccava starci senza possibilità di andarsene. Era la Malora narrata da Beppe Fenoglio nel suo indimenticabile omonimo romanzo. La sfortuna, se non la maledizione, di vivere in un territorio povero come le Langhe.  Difficile a crederci oggi. Le strade corrono tra colline vitate che sembrano disegnate dalla mano di un pittore. I filari sono macchie instagrammabili. I ristoranti e le piccole enoteche offrono piatti esclusivamente gourmet. I bed&breakfast si atteggiano a residenze di lusso con piscina e spa. Altro che Malora: qui è l’Eldorado.  Se l’intervallo tra le due Grandi Guerre aveva dato quel minimo di stabilità al mondo contadino, la povertà assoluta arrivò dopo la Liberazione. Tutto distrutto, tutto lasciato incolto per anni. Ritornare alla terra era solo una malora. Ancor più di prima.  Quando il Piano Marshall segnò l’inizio della ripresa fu anche peggio. Le genti delle Langhe cercarono di fuggire là dove la ripresa c’era davvero. A chi importava far rivivere le campagne quando le città venivano ricostruite e con esse le industrie? A nessuno ovviamente. Come a nessuno andava di rinunciare al miraggio dello stipendio fisso, delle ferie pagate, di una vita che poteva, se non altro, avere qualche certezza in più della terra. A Torino c’era la Fiat che doveva soddisfare quel nascente bisogno di mobilità e di vita spensierata degli italiani. Ad Alba invece la Ferrero con quei prodotti che rappresentavano, finalmente, il godere della vita. Servivano operai e non era difficile imbattersi in funzionari delle due aziende che gironzolavano per campagne a reclutare operai.  Quando finirono di trovarli qui, andarono al sud così che la sola produzione di auto Fiat passò in dieci anni (dal 1949 al 1959) da 71.000 a 425.000 unità. Il risultato del boom economico ed industriale non poté che essere l’abbandono delle terre. Ciò che oggi può sembrare una eresia (a giudicare dai costi della terra nelle Langhe), all’epoca era normalità. Solo che la terra, nonostante fosse una malora, rimaneva qualcosa proveniente dal passato, la storia di ogni contadino, la vera essenza della famiglia. Non era possibile, neanche lontanamente immaginabile, lasciarla li, abbandonarla senza nessuno che vi badasse, che la curasse, che ne prendesse possesso. La terra prima di essere, per qualcuno, una proprietà,  era un dono da trasmettere. C’era proprio la gente che veniva ad offrigli la terra. Prendi sto pezzo, dammi quello che vuoi. Ci vuole visione però nella vita e, soprattutto, tanto coraggio. Armando Piazzo le aveva entrambe. Difficile comprendere come in una persona possa nascere, svilupparsi ed apparire nitido il futuro. Eppure accade. Solo che nelle Langhe dell’epoca dovevi avere una visione che necessitava il superamento di un paesaggio sconsolante. Che andasse non solo aldilà del tempo ma anche dei luoghi. A quell’epoca i Piazzo erano essenzialmente boscaioli. Vivevano in Alta Langa, famosa non per le bollicine ma per i boschi, a San Bovo di Castino (paesino dedicato a San Bovone, protettore delle delle greggi e delle mandrie). Tagliavano legna e la trasportavano su un carretto ad Alba, città con meno risorse agricole e più contanti. Soprattutto con la necessità di acquistare la legna utile per riscaldare le case, per cucinare. Durante il tragitto, quando qualcuno fermava il Piazzo e chiedeva: ne hai ancora di quella legna che ho preso l’anno scorso? Lui rispondeva in piemontese: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto. Quando si parla di azienda (o di famiglia), per poterne capire il DNA, è necessario capire da dove essa sia partita. In pochi cercano di trovare il modo per raccontarsi. In ancor meno di raffigurarlo in un logo. L’essenza, la partenza, le origini. È proprio quello che un logo dovrebbe rappresentare (poi se uno non lo ha, lo inventa come capita in migliaia di casi). Nel logo dell’azienda Piazzo Comm. Armando a sovrastare l’immagine di un carretto trainato da buoi (che poi è il carretto che Luigi Piazzo, papà di Armando, usava per trasportare la legna compare proprio la scritta Dai poderi d’Mugiot. Siamo a San Rocco Seno D’Elvio, frazione di Alba, in provincia di Cuneo. Incontro Giampiero Sappa, anima commerciale dell’azienda Piazzo Comm. Armando e con lui chiacchieriamo a lungo spaziando nel mondo del vino italiano con sullo sfondo proprio la famiglia Piazzo che nella Langa attuale arriva solo negli anni ‘50 quando Armando Piazzò sposò Gemma Veglia.  Oggi alla guida dell’azienda c’è Marina, figlia di Armando, con il marito Franco e i loro figli Marco e Simone. Giampiero è uomo di vino (ma si potrebbe pure scrivere quel “di vino” senza lo spazio in mezzo). Scuola enologica ad Alba e poi 10 anni tra Friuli e Veneto oltre che in Toscana. In Friuli alla Tenuta Villanova, azienda confinante con Borgo Conventi.  Dopo queste esperienze mi è venuta voglia di tornare a casa, in Piemonte. Sono nato nella casa in cui vivo ora. Casa è sempre casa e le Langhe sono un territorio che ti rimane dentro. Anche con la Malora (che per fortuna adesso non c’è più). Torniamo ai Piazzo e a quel personaggio che è stato Armando, Mugiot, mucchietto. Perché se Luigi ammucchiava legna, Armando cominciò ad ammucchiare terre.  Bisognava essere una persona lungimirante e coraggiosa per scommettere sulle terre nella Langa in quel tempo. Eppure era così convinto delle sue idee da non esitare ad indebitarsi per acquistare le terre. Aveva altre attività come una panetteria e una osteria, utili a generare cash, ma senza un obiettivo, sarebbero servite a poco se non a sopravvivere.  Visione nella viticoltura, nella potenzialità di queste terre. È cosi che Armando cominciò dapprima a produrre e vendere uva per poi passare a vinificarne una parte quindi imbottigliarne un quantitativo sempre maggiore. Una sequenza che può sembrare naturale ma, poiché complessa e soprattutto rischiosa, mai banale. La prima bottiglia risale addirittura al 1968. Giampiero mi mostra un Barbaresco del 1979. Era già DOCG. “Era già”. Eppure sono passati 46 anni. Veramente tanti. Come funzionava la viticoltura qui in quegli anni me lo ricordo anch’io. Iniziai la scuola enologica ad Alba nel ‘76. La stessa frequentata da Tachis e Guido Rivella. In quel periodo lì c’erano pochi imbottigliatori, qualcuno addirittura senza vigneti, qualcuno con pochi. C’erano già ovviamente i Pio Cesare, i Prunotto di Antinori, però non erano i 2000 produttori di bottiglie di vino che abbiamo ora. Erano meno di un paio di decine. Questi signori andavano per le campagne ad acquistare piccole quantità di uve. Non c’erano viticoltori e basta ma contadini che coltivavano per la maggior parte per tirare a campare: due mucche, grano, mais frutta e un pò di uva che solo in parte veniva prodotta veniva trasformata in vino per consumo familiare. L’uva buona veniva venduta. Atro che viticoltura specializzata. Mi ricordo molto bene le Langhe con coltivazioni di grano. Anche in collina dove non è proprio l’ideale. Armando oltre a creare i vigneti iniziò ad impiantare il Nebbiolo quando tutti richiedevano Dolcetto, vinificato e venduto in damigiane. Arrivavano da Milano e Torino, il sabato e la domenica per portarsi via le damigiane di vino.  Negli anni ‘80 pre Metanolo ricordo come fosse difficile vendere vini come Barolo e Barbaresco. Addirittura si metteva un pò di Nebbiolo nella damigiana del Dolcetto. La Cantina Sociale Terra del Barolo me la ricordo piena di botti stracolme di Barolo. Non lo voleva nessuno. Incurante di tutto questo, Armando piantava e ripiantava solo Nebbiolo. Magari per lucida follia, magari ispirato dai contatti che aveva con Fontana Fredda alla quale vendeva l’uva. Gli dicevano che per determinati mercati serviva Nebbiolo. Decise di rischiare. Una sorta di all in. Che tempi e che determinazione! Un precursore. Una persona che guardava avanti. Aveva intuito. Senza particolari studi di marketing e di geopolitica, capiva dove sarebbe andato il mondo negli anni a venire. Forse perché era un non solo un grande comunicatore ma una persona che sapeva ascoltare. Per anni nel Consiglio Comunale di Alba, aveva ovunque amicizie anche di un certo livello.  Quando incontrava qualcuno lo invitava in cantina e difronte a del buon cibo preparato dalla Gemma, apriva le bottiglie e creava legami.  La vera essenza del vino insomma che Gemma ancora rappresenta. Una donna di altri tempi che rappresentava il contraltare di Armando. Impulsivo, geniale, dirompente Armando; concreta, posata, attenta Gemma. Un binomio perfetto nel quale la coppia di vita si trovava anche nel business. Ho trovato questo gioco di contrappesi in ArGè, il Barbaresco 2022 che è crasi non solo tra i loro nomi. Terreni diversi che si fondono per conferire al Dio Nebbiolo un carattere che sa di unicità. Se l’unione di una coppia si mantiene con equilibrio, pazienza e lungimiranza, ArGè ne è la perfetta espressione. Se Armando poteva essere quello energico che guardava al futuro (insomma un Nebbiolo), sono certo Gemma gli ha donato leggerezza e meraviglia. ArGè si presenta così, con quella sua trasparenza che deve essere propria delle coppie longeve. Fine ed elegante appare al naso impalpabile, evanescente eppure concreto. Non manca nulla ma proprio nulla. Solo che i sentori non gridano, non sbracciano, non si esaltano. È Gemma che conosce il suo ruolo, sa della sua importanza, della sua struttura. È la sua forza. I sentori escono uno dietro l’altro come tanti scolaretti in fila. Tutti ci sono tutti. Non c’è il balsamico ad esaltare. Non serve. Non serve proprio. Poi arriva il sorso ed è Armando. Forte e vigoroso ma tenero e non aggressivo. Abbraccia la moglie Gemma e non c’è veemenza. Ecco perché i tannini non aggrediscono, la freschezza non morde, i sapori sono delicati. Non ci sono gridi ma i sussurri di due amanti che, nel silenzio della notte, continuano ad amarsi. Solo nella notte perché di giorno hanno un ruolo da rispettare. È per questo che la persistenza non può essere lunga e la bocca deve essere, alla fine, appagata ma pulita. La finezza ed eleganza di Gemma che si sposa con la lungimirante concretezza di Armando. Delle due figlie di Armando e Gemma, Marina entrò in azienda accompagnata dal marito Franco Allario, lo starter del cambiamento. L’interesse nei vigneti insieme ad Armando, dei vini in cantina, delle fiere in giro per il mondo, le idee innovative portarono allo spostamento del baricentro verso la produzione e commercializzazione del vino in bottiglia.  Una estensione terriera formata da oltre 100 ettari, di cui 72 ettari a vigneto sparsi in giro per le Langhe grazie alla lucida lungimirante capacità di Armando di acquisire vigneti dove ne trovava. Una produzione con circa 400.000 bottiglie e 16 etichette tutte incentrate sulla territorialità con grande, grandissimo focus su Barolo e Barbaresco.  La gamma che abbiamo oggi è assolutamente funzionale a quelle che possono essere le esigenze del mercato. Stiamo cercando laddove possibile di produrre vini con gradazioni alcoliche meno alte. Farlo in maniera naturale ovvero non dealcolato non è così semplice. Una gamma centrata e ci potrebbe stare qualche altro prodotto. Sicuramente usciremo con un’altra Alta Langa del quale non ne diamo ancora il profilo.  Una gamma che non solo rispecchia il territorio ma offre le diverse sfaccettature dello stesso grazie al caleidoscopio paniere di vigne con suoli ed esposizioni diverse. Non mancano Cru e MGA certamente ma ciò che più impressiona è la capacità di produrre vino con precisa attenzione alle peculiarità che il territorio offre. Anche per le bollicine. La famiglia Piazzo produceva Metodo Classico già da parecchio tempo con un prodotto che è non è una DOC. Si chiama VSQ, Vino Spumante di Qualità ed è un prodotto molto curioso e difficile da vendere perché appunto senza una identificazione. Quando però le persone lo assaggiano, piace. Si chiama MasSìm perché dedicato da Marina e Franco ai figli Marco e Simone. È un blend di Nebbiolo (80%) e Chardonnay. Non lo presentiamo sempre con molta enfasi perché diciamo sempre che è prodotto come la stessa uva del Barolo. Rimangono stupiti.  Devo dire che anche io ne sono rimasto stupito. L’ho assaggiato ad un evento AIS Lazio dedicato al Metodo Classico. Senza voler far sfigurare gli altri, è quello che nella serata ho trovato maggiormente intrigante. A partire proprio dal blend con il Nebbiolo  protagonista indiscusso. Uno di quegli spumanti che una volta stappato riesce a far discutere mentre si finisce la bottiglia. Il poter fare con il Dio Nebbiolo uno spumante rinunciando a trasformarlo in Barolo è una dei punti di forza di Piazzo. Forza che si lega ai vitigni delle Langhe e viceversa. Un connubio inscindibile che guarda avanti senza paura.  Proviamo infatti a pensare ai recenti avvenimenti circa i dazi USA e a chi questi potrebbero maggiormente dare noia. Mentre pensate vi dico subito che, a mio modesto parere, Barolo e Barbaresco saranno tra i vini a minor impatto visto il loro costo già alto. Se già oggi negli USA per una bottiglia di Barolo si spendono almeno 50$ in enoteca, un incremento a 60$ non cambierebbe di certo le cose. Ma c’è di più perché se dagli USA volessero continuare ad acquistare Barolo e Barbaresco non potrebbero che farlo, a differenza di altri vini, dal Piemonte. Le Langhe sono per il Nebbiolo un unicum poiché solo qui riesce ad esprimersi a quei fantastici livelli che Barolo e Barbaresco rappresentano. Con gli export siamo intorno al 70%, Gli Stati Uniti sono un mercato importante e  sono in crescita. Non sono il nostro maggior mercato che invece è la Svizzera.  L’altra fortuna dell’azienda Piazzo è indubbiamente la dimensione. Dobbiamo essere decisamente onesti nell’ammettere come non sia assolutamente vero che il vino buono si fa nella cantina piccola. O si fa solo nella piccola cantina.  Non c’è una sfida grande contro piccolo ma solo tra chi è in grado di produrre vino con coscienza e chi di coscienza ne ha poca.  Se tu hai un ettaro e ti grandina sopra, il vino buono non lo fai. Se ne hai 70 sicuramente non grandina su tutti i 70 ettari. Sembra una massima Zen. Una semplice verità che nasconde tante insidie. Il contadino che si ritrova con il raccolto danneggiato ha solo due strade: non produrre oppure salvarlo. In quest’ultimo caso, sorge il vero problema poiché l’unico modo è “aggiustarlo” in cantina. Pochi, davvero pochi, quelli che possono rinunciare ad una annata. Per il grande produttore è tutto diverso. Non è possibile permettersi variazioni di qualità e in caso di scarsa produzione può comprare in giro delle uve piuttosto che giocare sul prezzo per via delle ridotte quantità. La trasformazione in cantina è poi mera questione di processi e tecnologia. La qualità dipende non dalle dimensione ma dalla volontà del produttore di raccogliere uva buona e sana lavorando con impegno e coscienza. Il risultato è certamente influenzato dalle annate ma, soprattutto quando si lavora con mercati esteri, la tipologia di vino conosciuta deve essere mantenuta. Tagli e temperature possono aiutare senza far ricorso alla chimica. Serve il controllo spasmodico di ogni anello della catena di trasformazione per il quale è necessario investire in attrezzature, procedure, tecnologia che solo per una grande azienda diviene sostenibile. Ogni vendemmia ti porta delle variabili diverse e quindi tu pensi alla prossima avendo già idea di cosa fare mentre quella precedente non ce l’avevi. Quindi, da un punto di vista qualitativo, occorre stare sempre sul pezzo. Poi accumulare esperienza per avere prodotti sempre più piacevoli. Molto spesso la qualità è quello che mi piace. Non è qualità, è gusto, sapore. Noi come azienda dobbiamo cercare di migliorare in comunicazione a tutti i livelli.  La capacità di comprendere come la comunicazione, intesa non solo come pubblicità, sia fondamentale per posizionare il marchio prima, i prodotti poi, nella mente dei consumatori è quel passo che la Piazzo ha fatto e che molti altri produttori ancora devono metabolizzare.  Forse però, per una azienda il cui fondatore faceva delle relazioni, anch’esse parte integrante del processo di comunicazione, un baluardo, è stato oltre che spontaneo, ancora più necessario. Comunicazione che vuol dire anche comunicare attraverso il territorio e attraverso ciò che la Piazzo rappresenta sul territorio. L’azienda adesso sta affrontando un investimento importante in struttura legato alla vinificazione perché la volontà di Marco è iniziare ad utilizzare degli contenitori per la fermentazione che possano far fare uno step in alto alla piacevolezza del prodotto. L’altra parte importante dell’investimento, che è in a Simone, è relativo all’accoglienza. Questo è importante per tanti motivi, anche sotto il punto di vista della comunicazione. La propria azienda come veicolo di comunicazione. Una strada che in molti hanno intrapreso, spesso impropriamente o senza una chiara strategia. È come quando si fa entrare una persona a casa propria: ciò che verrà percepito di noi rimarrà indelebilmente nella mente. Se l’ospite non vorrà più tornare o vedervi, fatevene una ragione e, soprattutto, fatevi una domanda. Non è solo un tema di pulizia ed ordine ma di ciò che la casa, o l’azienda trasmettono. Dalle piccole alle grandi cose con al centro, sempre e comunque, il rapporto umano. Odori, sapori, strette di mano, tramonti, albe, sensazioni. Il vino è un vortice culturale che non ha eguali. Occorre solo saper maneggiare, con cura, questo universo nel quale i vini costituiscono solo una delle tante stelle. Un universo nel quale non si può fare nulla da soli. Serve una squadra, un team coeso di persone appassionate e legate non solo al progetto ma anche al territorio e alla famiglia.   Ho voluto assaggiare dei vini e il primo è stato Cortine, il Roero Arneis.  Giallo paglierino con riflessi verdi dotato di una bella luminosità che, onestamente non stupisce. Ma è come un giardino segreto che si apre all’improvviso offrendo sentori di glicine e biancospino che sussurrano al vento, salvia e mentuccia che accarezzano l’aria. Poi arrivano i frutti: una pera granulosa, una pesca bianca, un melone delicato che danza con l’agrume.  In bocca è carezza e freschezza insieme: non opulento, elegante, snello e sapido come un’onda che rinfresca la riva. Una mela acerba, un ricordo di camomilla, un finale che resta, lieve e luminoso.  Una semplice, raffinata bellezza.  Ritorno in Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero ha la particolarità non tanto dei 30 mesi di affinamento (comunque mai banali) ma di quel tocco di classe dato dal liqueur d’expédition realizzato con Chardonnay affinato in barrique. Questo crea un lieve incipit di rotondità sia al naso che al sorso. Senza strafare, con garbo. Forse un vezzo per rendere omaggio al territorio di origine della famiglia Piazzo che già dal nome, appare evidente. Comunque ben riuscito. Come è ben riuscito nel complesso questo Metodo Classico: fine, elegante, con i sentori di frutta bianca e fiori di campo che si avvolgono alla crosta di pane che non diventa mai (e per fortuna visto che siamo nelle Alte Langhe) pasticceria. Persistenza anche bella lunga, importante direi ancorché scorrevole e assolutamente piacevole per quella nota fresca che non stanca.  Aiman 2023 è il Nebbiolo in purezza con circa 8 mesi di botti grandi di Slavonia. Non è ne un Barolo ne un Barbaresco in miniatura. È un Nebbiolo che quando curato bene sa dare la sua anima piemontese anche senza grandi affinamenti in botte.  Un colore rosso rubino con riflessi granata si fa apprezzare per quella eleganza endemica del Nebbiolo. La quasi trasparenza la dice lunga. I sentori sono carichi della freschezza della frutta (ciliegie e prugna) sulla quale domina l’arancia. Il velo di antico è gestito dai chiodi di garofano, dalla noce moscata. Il sottobosco graffia. I fiori rossi, le bacche di ginepro, un po’ di vaniglia e il sentore ferroso si fanno vivi solo grazie ad un velo di balsamico. Il sorso è fresco e secco con i tannini ancora ben evidenti. L’ampiezza di bocca è incredibile così come il bilanciamento. Una capacità di essere sapido così da accompagnare il gusto per tanto tempo attraverso una persistenza che è lunga tanto quanto la piacevolezza.  È insomma un vino ottimamente centrato, non particolarmente impegnato nonostante finezza ed eleganza, in grado di regalare sensazioni vere. Langhe Nebbiolo Aiman è un vino semplice, immediato, non è la riserva, non è il top, nel senso della scala di prezzo. È contemporaneamente un vino che rappresenta il territorio, Nebbiolo; molto tipico perché quando la annusi senti le note di rosa e tutte le note tipiche; è equilibrato, perché anche se ha 14°, non li senti; è attuale, moderno e giovane, proprio per la sua facilità di beva. Lo servi a 15° ed è fantastico. Non è freddo, è fantastico. Barolo Sottocastello di Novello 2013. Qui siamo all’Università del Barolo! In un mondo che va veloce, spesso, non si fa caso ai particolari. Magari quel 2013 sarà stato letto dai più in maniera superficiale. Però, se ci si ferma a ragionare, è comunque un vino con ben 12 anni sulle spalle dei quali solo uno e mezzo in botti grande di rovere di Slavonia. Tanti o pochi che siano (diventa poi soggettivo) quello che stupisce quando lo si stappa è come, comunque sia, è un ragazzino. Insomma è come voler parlare di un ragazzo di dodici anni. Il colore non può (e che cavolo, gli anni comunque ci sono) essere che granata. La limpidezza sa comunque di grande finezza ed eleganza. Sprigiona sentori caldi e vivi come quelli di un camino con legna fresca ad ardere da tempo. La frutta sotto spirito emerge poderosa accompagnata ed amplificata dal balsamico che fa egregiamente il suo compito. Poi la terra che sa di sangue e ferro, quel sangue sputato per la fatica nel trascinare il ferro dell’aratro. Le tostature sanno di aristocratica austerità sabauda: sono li, nel sottofondo, ad emergere quando richieste, senza strafare, senza voler minimamente dominare. Una eleganza che sa di una storia appena iniziata, di un levatrice che ha lasciato il campo all’educatrice. Il gusto mantiene la forza poderosa e viva di un ragazzo che sa di essere nobile. Non può strafare perché inquadrato in una austerità che dovrà mantenere nel tempo. Si espande in bocca con freschezza e lunghezza, con i tratti soavi e delicati di chi non sa essere duro. Un ricordo di foglie secche, di ciliegie mature, di prugne e arancia sanguinella. Poi di vaniglia, di anice stellato, di tabacco. Tutto in un sorso. Perché dal naso alla bocca tutto si unisce per rimanere, a lungo, nella mente. L’azienda è stata gestita bene sotto l’aspetto finanziario e non è così scontato. C’è chi spende fior di quattrini nel fare cantine con l’illusione di vendere bottiglie. E siccome Gaia vende a 100 magari le mie riesco a vendere 50. Premesse che però poi non hanno trovato riscontro nella realtà accade che ci sono tante cantine in difficoltà.  Barolo e Barbaresco si producono solo nelle Langhe. Questo crea un giro pazzesco di uva, di mosti, di vino da imbottigliare. Qui il vino sfuso non è quello che si vende nelle damigiane ma quello che si viene a caricare con la cisterna e poi dopo imbottigliato. La produzione di Nebbiolo è molta di più di quanto si possa immaginare così da consentire a molti di avere ulteriori sbocchi su mercati esteri.  Nel passato ho aiutato alcune aziende nell’introduzione nel mercato americano tramite una catena americana che si chiama Total Wine&More. Un’azienda con 30.000 dipendenti, punti vendita grandissimi in giro per gli Stati Uniti che vendono dalla birra a vini di pregio. Avevo creato un ottimo rapporto con il buyer. Il ragazzo, Alfio, adesso ha 85 anni, siamo ancora in contatto, ci vediamo due volte l’anno. Lui abita in Versilia perché ha lasciato la casa di Washington. Fra l’altro ha scritto anche la sua biografia nella quale compare anche il sottoscritto a fianco di nomi come la famiglia Agnelli. Avevano anche la Perrier…Un grosso successo che ho condiviso con le aziende che ancora oggi vendono qualche centinaio di migliaia di bottiglie. Solo che per andare in mercati come gli USA servono decine di migliaia di bottiglie. Le logiche di distribuzione in un paese che conta quasi 350 milioni di abitanti dove gli HNWI, ovvero i contribuenti con patrimonio investibile di almeno un milione di dollari, sono 7.9 milioni (in Italia circa 472 mila), non possono che richiedere grandi numeri.  Il prezzo ovviamente non è una variabile così importante.  Alfio mi diceva: dimmi tu il prezzo, noi mettiamo sullo scaffale, se la gente lo compra vuol dire che il prezzo è giusto; se la gente non lo compra togliamo il vino. Provate ad andare sul sito di Total Wine&More, cercate Barolo o Barbaresco e vedrete quante etichette di vini troverete non riconducibili a nessuna cantina… Chi può, chi ne ha la forza, chi investe sulla comunicazione, spinge su etichette proprie. Evolversi e marginare meglio, questi gli obiettivi. Cosa che per i Piazzo è avvenuto maggiormente e principalmente con l’avvento di Simone e Marco, i ragazzi di famiglia. Una ventata di freschezza e soprattutto un guardare lontano. Un pò come nonno Armando un uomo che può essere accostato agli altri personaggi che hanno fatto la storia delle Langhe.  Proprio le Langhe devono il loro successo più che al territorio, per l’amor di Dio, fantastico, alle persone. Se non ci fossero stati i Gaja, i Barolo Boys, i Prunotto, i Pio (Cesare), i Piazzo, adesso staremmo raccontando un’altra storia per le Langhe. Una storia fatta di Malora magari.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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4 Novembre, 2025

Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci

  Che momento è quello del vino oggi? Si sta indubbiamente vivendo una crisi profonda dei consumi in parte dovuta ad una evidente crisi di identità del settore. Due crisi che si inseguono vicendevolmente per capire chi dei due sia responsabile dell’altro. C’è una crisi dei consumi ed è innegabile. C’è una crisi di identità ed è altrettanto innegabile.  Partecipo a tantissimi eventi che hanno il vino per protagonista e cerco di osservarne i contorni, i contenuti, i produttori, i partecipanti. Si dividono fondamentalmente in due grandi categorie. La prima è quella delle fiere generiche ancorché tematiche dove i produttori hanno la postura seria e posata di chi non ambisce altro di far conoscere il proprio vino ad un distributore, un ristoratore, un enotecaro. Lo riconosci perché quando arrivi al suo banchetto è già pronto con la bottiglia in mano per versare il calice. Lo interpreto come: mi ha classificato in un non addetto al settore. Quando poi mi presento come giornalista, Direttore di un Magazine, ritraggono la bottiglia e chiacchierano. Se non mi presento, la faccenda si conclude in pochi minuti con il produttore che se ne sta sulle sue con lo sguardo alla ricerca di distributori. Come se sapesse riconoscerli. La seconda è quella dei vini naturali o artigianali che dir si voglia. Non c’è una definizione chiara e forse è anche questo il bello. Si lavora secondo coscienza. Si lavora in piccole quantità cercando di usare solo quello che la natura offre. In manifestazioni orientate al vino naturale o artigianale non trovi nessuno che sia pronto a versare il vino. Spesso il produttore è ad assaggiarne altri cosi che il banco risulta vuoto. Altre volte chiacchiera con il vicino. Se è impegnato a parlare di vino con altre persone, cambiate banco: la cosa richiederà del tempo. Alle manifestazioni di vino naturale o artigianale, c’è bisogno di tempo: ogni produttore ha voglia e bisogno di parlare e confrontarsi. Andrea Marchetti è la mente di uno degli eventi più apprezzati che vertono proprio sul vino naturale o artigianale: Back to the Wine in scena a Venezia il 9 e 10 novembre prossimi al Terminal 103. Andrea è Romagnolo, anzi no, Emiliano. Vallo a capire. È che vive a cavallo tra le due zone. Uno che nasce come appassionato di vino ma poi ne fa una professione.  Questa passione va avanti da tantissimo tempo, potrei anche dire vent’anni, anche se forse sono più 30. Quindi, è un interesse che coltivo da un sacco di tempo. Ho sempre cercato di amplificarlo e di portarlo anche a un livello professionale. A un certo punto, ho anche abbandonato quello che facevo prima e ora mi occupo di vino a tempo pieno. Ho anche una piccola produzione di vino che faccio.  Da impiegato tecnico a negotiant e organizzatore di eventi il passo è lungo. Almeno se non hai la passione.  Seleziono piccole parcelle di uve e vinifico in due cantine: una qui vicino a Brisighella, in Romagna, l’altra in Lombardia, al confine tra le province di Verona e Brescia. Va in giro a selezionare vigne per produrre poche ma qualificate bottiglie. Affascinato dell’Albana, secco, e del Trebbiano così come dei vini derivanti da blend di uve. Non è tanto un vezzo quanto il rifarsi al mondo contadino di un tempo dove si piantavano le barbatelle che si riuscivano a trovare. E non è che si trovavano sempre le stesse. I campi erano blend di loro così che il vino non poteva che essere una conseguenza. Ho anche un vigneto a Bardolino in cui c’è comunque il classico uvaggio della Valpolicella quindi Corvina Corvinone, Rondinella, Molinara. Anche lì comunque c’è la tradizione no del misto. La Valpolicella è l’emblema della vigna mista. Tre, se non quattro, uvaggi diversi che con il tempo si sono fregiati della DOCG diventando con l’Amarone riconosciuta in tutto il mondo. Come a dire che con la tradizione contadina si possono realizzare anche eccellenze.  La mia filosofia nella produzione del vino è la stessa che c’è poi nella manifestazione. Adesso si sta un pò abusando con il termine naturale che non ha dei confini precisi. Probabilmente una definizione più corretta potrebbe essere un vino a basso interventismo o comunque il rifarsi alla sapienza tradizionale, al recupero del valore tradizionale e culturale. Tutto ciò a mio avviso si fa con un basso interventismo in vigna e in cantina dove non bisogna demonizzare la solforosa ma nemmeno abusarne.  Il principio che dovrebbe guidare tutti i produttori è sempre il buon senso e la giusta quantità. Bandendo il più possibile la chimica. Poi sta alla coscienza di ciascuno l’applicazione o meno di rigidi processi e filosofie.  C’è il cattolico osservante così come quello ortodosso così come quello praticante o non praticante. Tante sfumature presenti in ogni religione. La matrice è comune ma le interpretazioni sono diverse e tutte lecite.  Back to the Wine, fiera orientata ai vini naturali e artigianali è la materializzazione della capacità organizzativa di Andrea. Non nuova.  Io in realtà prima facevo anche un’altro evento, Vinessum.  Vinessum era una piccola, ma manco tanto, manifestazione che si svolgeva in Emilia, in varie sedi. Nata un pò per caso con l’idea di portare alla ribalta vignaioli con specifiche caratteristiche legate al vino naturale o artigianale. Piccole aziende che avevano voglia di emergere.  Ne sono state fatte sei edizioni edizioni dal 2014 al 2019. Un evento quasi estivo con sempre una location di carattere storico architettonico.  Il passaggio a Back to the Wine avviene quando Andrea, forte della sua esperienza e dei successi, viene chiamato dalla Fiera di Faenza, per organizzare un evento legato al vino in sostituzione di Enologica, una importante manifestazione legato al vino trasferitasi a Bologna.  L’intenzione era di realizzare comunque un evento sul vino a Faenza. Venni incaricato da questa nuova gestione della fiera di esserne il curatore avendo completamente carta bianca. Loro volevano solo fare un evento sul vino e sono poi che ho portato il mio concetto di vino, i produttori con i quali avevo le mie relazioni. Era il 2016 e Andrea si trovò a gestire, pur in periodi diversi, due diverse manifestazioni decisamente simili. Un doppione? Magari si però questa cosa mi ha fatto molto riflettere.  Innanzitutto per i produttori che comunque sentivano forte il bisogno di emergere e comunicare. Non bastava dunque un solo momento nell’anno. Poi per i partecipanti che bramavano di scoprire nuovi vini e nuovi produttori. Infine per l’organizzazione perché se produttori e consumatori partecipavano in massa alle due fiere gemelle era segno do come si trattasse di qualcosa di ottimo livello. Come poi è capitato spesso, il COVID ci ha messo lo zampino. La Fiera di Faenza da impraticabile dunque inutile durante la pandemia, diventa centro vaccinale per ritornare poi inutile subito dopo. Non è che il Comune, proprietario della Fiera, potesse tenerla solo per Back to the Wine! Nonostante le migliaia di ingressi, i distributori dal Giappone, le oltre 180 aziende presenti, per il Comune era impossibile. Chiuso baracca e burattini e amen. Nel 2022 abbiamo detto: cosa facciamo è un peccato perdere tutti questi anni di lavoro però non c’è più la possibilità fisica proprio. Ci fu un’edizione interlocutoria a maggio 2022, a Bologna. In genere si faceva a novembre e l’ultima si era tenuta nel 2019. Poi siamo andati in cerca di location interessanti trovando Venezia. Rimanere stregati da Venezia è semplice. Il fascino della laguna e dai calli non ha eguali. Lontano dalle zone turistiche, là dove la notte si avvolge di nebbia, i bacari offrono cicchetti e vino. Ragazzi di Venezia (pochi) e del Veneto (tanti), van per bacari curiosi di assaggiar vini diversi e divertenti. Non altisonanti ne artefatti. Qualcosa che sappia delle loro tradizioni che non è la birra. Hanno voglia di vita. Hanno voglia di ritornare a quella natura che in parte gli è stata negata dalle generazioni precedenti. Venezia non è solo la slot machine ingorda di turisti ai quali servire cibi e vini scadenti. È arte e cultura che si intreccia con mondanità popolare.  Ecco perché Venezia rappresenta il luogo ideale per un evento che guarda ai vini naturali e artigianali. Ai giovani ma non solo. Ai curiosi e bramosi di vita. A mio avviso è una città simbolo per quello che è il nostro prodotto, quindi vino artigianale e naturale. Tanti locali, ristoranti, enoteche, bacari interessati a questo tipo di prodotto. È innanzitutto un buon mercato. Poi ci sono le città limitrofe come Padova e Vicenza, altrettanto importanti per questo tipo di vino. Abbiamo anche due aeroporti internazionali e se uno vuol prendere un aereo da Amsterdam non è tanto diverso da prendere un treno da Roma. Una scelta di livello ma anche volutamente orientata al business così da offrire ai produttori una vetrina efficace. Una semplice chiave di successo che ha garantito ad Andrea di arrivare alla ottava edizione. Niente male davvero. Noi facciamo la fiera domenica e lunedì e non ci penso neanche lontanamente di farla sabato e domenica perché non vuole assolutamente essere solo per privati. La domenica è orientata più al privato, il lunedì per gli operatori professionali. Particolarità di Back to the Wine è il mercato. Nel grande hangar del Terminal 103, quello dove un tempo attraccavano le navi da crociera, sarà facile imbattersi in persone che gironzolano tra i banchi di degustazione con piccoli carrelli della spesa. L’idea di base è consentire l’acquisto del vino e il carrello risulta utile per portarsi comodamente in macchina i cartoni. Essendo un terminal commerciale ci si può infatti arrivare direttamente in auto senza il rischio di non trovare posto. A Venezia! E se arrivaste in treno, non preoccupatevi: al banco Mail Boxes Etc si potranno spedire gli acquisti direttamente a casa. Una formula semplice ma allettante sia per i partecipanti che per i produttori.  Il pubblico che viene a Back to the Wine generalmente è un pubblico comunque di qualità. Anche il privato è di qualità: è più facile che ci sia fila al mattino che non all’aperitivo.  Un pubblico attento non solo al vino ma anche a capire di più del vignaiolo, della sua terra, della sua esperienza. Si torna finalmente all’essenza del vino, nato per far parlare, per allietare il cibo e la convivenza. Non si beve tanto per bere ma per parlare. Evviva! Il pubblico appunto è molto curioso, attento. Cerca vino di questo tipo, ma anche il prodotto food, perché noi abbiamo anche dei prodotti food. Ad esempio viene il famoso, adesso scomparso, Gregorio Rotolo: un’azienda abruzzese che fa formaggi considerati formaggi tra i più eccezionali d’Italia. Per quanto riguarda i professionisti al lunedì, abbiamo messo su una organizzazione specifica per invitare e far partecipare tanti clienti professionali. Creiamo un lista che forniamo qualche giorno prima dell’evento agli espositori. Probabilmente a Back to the Wine continueranno a partecipare quelle persone che ritrovano nei vini naturali o artigianali che dir si voglia, una sorta di aderenza alla propria filosofia di vita. Dal mio punto di vista, eventi come Back to the Wine dovrebbero essere punti di attrazione per chi ha bisogno di saperne di più e avere un consumo consapevole. Non si tratta di qualcosa che fa più o meno bene di un prodotto industriale. Non è questo. È il capire, dalla viva voce del produttore che gestisce il più delle volte in proprio l’intera azienda, che cosa c’è dentro la bottiglia. Non parlo solo di vino. Quel meraviglioso e incredibile liquido che c’è dentro una bottiglia rappresenta il punto di arrivo di una annata, di lacrime e sangue, di sudore e scottature, di sole e di pioggia, di ansie e di felicità. Sensazioni, emozioni, pensieri che si possono trasmettere e far comprendere solo parlando. Ogni vignaiolo è una scoperta al pari dei loro vini. Ogni singolo vino che troverete a Back to the Wine è un unicum che solo attraverso il dialogo con il produttore potrete apprezzare al meglio. Non troverete vini fatti male, vini che puzzano o hanno colori improponibili. Sono finiti quei tempi, non fosse altro perché si è capito che un vino che puzza è un vino difettoso. Punto e basta.  La tecnologia o meglio il suo utilizzo consapevole e i tanti studi che sono nati a contorno del vino naturale ed artigianale hanno permesso di produrre oggi vini fantastici. Vini che attendono solo di essere scoperti. Senza pregiudizi e senza tante voglie di sperimentare. Con spensieratezza e la voglia di dialogo. Con un sorriso, una stretta di mano e la promessa di rivedersi. Avete ancora dubbi se partecipare o meno a Back to the Wine?     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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3 Novembre, 2025

Uva Fiera. Alla scoperta dei propri gusti

  Una volta un vignaiolo mi disse che il vino naturale non esiste. Un toscanaccio di quelli super simpatici. Un carissimo amico che sostiene come il vino non sia altro che un prodotto di trasformazione e come già in questo non abbia nulla di naturale.  In fondo, come dargli torto? Non è che beviamo il vino direttamente dalla pianta. L’uva va coltivata e già qui si potrebbe anzi, si dovrebbe entrare nel merito del come. Poi una volta raccolta, viene trattata per trasformarla in vino. Qui si aprirebbe un capitolo infinito.  Se l’uva non si lascia fermentare, non ci sarebbe mai un vino. Ma se l’uva la si lascia fermentare così, da sola (sempre che parta la fermentazione), con tutta probabilità verrà fuori qualcosa di difettato e imbevibile. Occorre curare ogni fase del processo di trasformazione. Si può ottenere ciò che la natura consente di ottenere da quel terreno, in quella stagione, con quell’uva oppure qualcosa di diverso, forzato.  Comunque vada sarà stato l’uomo il vero artefice del risultato. Che può essere modificazione per ottenere qualcosa di innaturale o magia per naturale.  Solo l’uomo e non la natura nel senso allargato del termine, può guidare quella trasformazione che la natura stessa consente.  Allora, è come quando la natura offre allo scultore un blocco informe di marmo. Le mani, gli arnesi, il talento, il cuore dello scultore possono trasformarlo in un’opera d’arte. Da solo il marmo rimarrebbe informe.  Avete mai visto la Pietà di Michelangelo custodita a San Pietro in Vincoli a Roma o il Cristo velato nella Cappella Sansevero a Napoli? Sembrano irreali eppure è stata la mano di un artista a realizzarle (rispettivamente Michelangelo Buonarroti e Giuseppe Sammartino). La mano e lo scalpello. Non una macchina. Non l’intelligenza artificiale. Il mistero dell’arte è lo stesso di un vino naturale: dobbiamo scoprirlo sorso dopo sorso. Dobbiamo trovare un gusto che non è quello omologato ma quello vero che il vignaiolo ha voluto imprimere con il suo estro. Scevro da difetti perché quando un vino è fatto male e ha difetti, naturale o convenzionale che sia, fa schifo e basta.  Incontro Pasquale Livieri che insieme a Pecora Nera Editore organizzano a Roma Uva Fiera che quest’anno si svolgerà il 30 novembre e 1 dicembre negli spazi del Monk. Uva Fiera non nasce semplicemente da una mia idea. Siamo partiti con vini derivanti da uve taglio e poi ci siamo allargati strizzando l’occhio ad una tipologia di vinificazione cosiddetta naturale o forse meglio dire etiche. Mi piace coinvolgere chi lavora bene.  Pasquale è uno che gira molto. La Francia e l’Italia in particolare. Curioso, attento, sperimentatore. Il mix giusto per chi si vuole approcciare ad un mondo diverso e che si richiama alla autenticità.  La mia prima bottega era tra le botteghe consigliate dalla Pecora Nera. La frequentazione, l’amicizia. Loro organizzano eventi sull’olio, sui salumi e formaggi. Ci siamo trovati. Insieme a loro abbiamo aperto il canale per la candidatura spontanea da parte dei produttori.  Così nasce Uva Fiera. Ma sapete quale è la vera differenza tra una manifestazione come Uva fiera e le altre? Qui non troverete mai sommelier al servizio. Ci sono i produttori e qualcuno dice che non gli interessa, allora forse è meglio non spendere i soldi del biglietto.  Personalmente quando vado ad un evento di vino, prima di qualunque assaggio ho necessità di parlare con il produttore. Capirne la filosofia, capire da dove arriva, cosa anima l’attività. Solo per ultimo, cosa mi verrà versato nel bicchiere. Voglio sentirlo però da colui che coltiva la terra, che ha i calli sulle mani perché è colui o colei che scolpisce gli acini.  Ad Uva Fiera ci sono proprio loro. Le persone. Ecco perché se avete solo voglia di bere qualche calice, non è il posto giusto. I produttori sono sono innanzitutto gran belle persone che ci mettono la faccia e non hanno il manager import/export. Sono aziende piccole o medio piccole. Sono lì al banchetto per raccontare storie. Il contatto umano. Perché il vino, dalla notte dei tempi, serve a rallegrare i contatti umani. Non è una macchina che li produce (almeno qui) e non è una macchina alla quale sono destinati. Serve a far stare insieme le persone perché parte dalle persone. Quelle che piantano le barbatelle, che le curano mentre crescono, che vendemmiano, che producono il vino.  Un calice di vino, di una bevanda così particolare e così diversa da bottiglia a bottiglia, suscita sempre e comunque curiosità. Oggigiorno i vini sono decisamente tutti buoni. Non tutti fatti secondo etica però buoni. Cosa ci fa scegliere allora aldilà del prezzo? La conoscenza intesa non solo con il conoscere quel vino perché già bevuto ma la storia che c’è dietro. Quella ci convince. Una storia che però non deve essere la favoletta creata per ammaliare bambini ma qualcosa di vissuto.  Sono proprio quei calli sulle mani dei vignaioli e delle vignaiole che testimoniano la veridicità dei racconti.  Vogliamo guidare il pubblico alla scoperta di altri prodotti che qui possono anche acquistare. Nelle altre edizioni i produttori sono stati soddisfatti dalla vendita di vino che c’è stato. Tanti ne approfittano pure per fare visita agli operatori di Roma.  Detto in altri termini, fanno personalmente le consegne. Magari abbinano anche qualche serata, qualche evento. Si massimizza l’occasione di stare a Roma. Non hanno un import/export manager.. Quest’anno ci saranno anche degli approfondimenti con dei seminari, delle verticali.  Non voglio chiamarle con il termine inflazionato delle Masterclass.  Non me lo dite. Io ormai partecipo difficilmente ad una Masterclass. Si perde tempo a decantare il vino con termini poco comprensibili quando invece occorrerebbe intrattenere il pubblico con storie. Perlomeno a me piace condurle così. Un duetto con il produttore parlando di storie. Il vino? Si, importante. Come conseguenza però. Il vino diventa quasi un come un soprammobile: ci deve essere ma non è la parte più importante. Venire ad Uva Fiera non è solo scoprire qualcosa. È una finestra che si apre sulla Capitale con un parterre di vignaioli dove poter tarare proprio palato e andare alla scoperta di quello che potrebbe essere il proprio gusto con vini che non fanno male ne alla salute na al pianeta. Ecco. Alla fine questi sono i vini naturali. Vini che non fanno male ne alla salute (sempre moderando il consumo di alcol!) ne al pianeta. Cose queste non banali e che si possono realizzare solo se quel meraviglioso percorso di trasformazione si attua con etica e rispetto.  Ci sono uvaggi che prima erano utilizzati da taglio e ora in purezza. Restituire dignità alle persone e a quello che hanno fra le mani. Lasciare esprimere le uve per ciò che sono. Lasciar esprimere le persone per ciò che pensano. Così non solo si agisce con etica ma si ha la possibilità di scoprire i propri gusti rispetto a quanto proposto.  Uva Fiera racconta storie e mette sul banchetto esperienze di vita e prodotti che arrivano dal cuore e dall’anima delle persone. I vini non sono che espressione di persone e per apprezzarli occorre sedersi allo stesso tavolo, parlare della vita e bere insieme. L’essenza della vita è in questo senza che per questo si debba intendere bere vini che hanno difetti, che puzzano, che sono troppo acidi.  Se ti servono un pezzo di carne frollata male, ma che te lo mangi? Pasquale è così schietto e vero che non si può non sorridere a queste battute. Battute che nascondono grande verità. Perché all’inizio, i vini naturali erano davvero imbevibili e se provavi a dire che non erano buoni era come sostenere ad una manifestazione pro Palestina che anche Israele ha diritto di esistere. Venivi cacciato e messo al bando d novelli Francesca Albanese.  Oggi invece, con iniziative come Uva Fiera, si ha l’opportunità non solo di scoprire i propri gusti ma anche di allenarli. Ogni giorno escono 100 vini e mi piacerebbe poterli assaggiare tutti. Ogni giorno qualcuno sperimenta con espressioni, caratteristiche, sapori diverse. Questo vino non è mai definito perché non ha standard: acciaio, legno e poi bottiglia. Cosa mi vuoi raccontare con questo vino? Non c’è un compitino da svolgere nel fare questo tipo di vini. C’è una interpretazione diversa e personale che ha davvero poco di commerciale. Un vino che magari non si ripete ma si cambia per con gli anni e cambia anche nel tempo. Non è per chi mangia da sempre allo stesso ristorante il solito piatto di pasta.  Spesso è colpa degli enologi che una volta sperimentato un metodo lo riportano ovunque e con qualunque produttore dando vita a prodotti decisamente simili. Altre volte è colpa dei produttori che vogliono un vino “come quello li”. Altre ancora si cerca di imporre il prodotto come se si stesse vendendo una CocaCola. E la magia del vino dove va a finire? Uva Fiera alla fine è un evento dove ci sono le differenze e solo sperimentando si può mettere alla prova i propri sensi. Il nostro cervello in fondo ragiona per ricordi e differenze.  I ricordi sono quelli che abbiamo vissuto. Spesso nelle degustazioni che conduco trovo nel calice qualcosa che mi ricorda il mio passato. Ricordi che cerco di condividere. Spesso altri non sentono nulla e quello capita unicamente perché quel particolare sentore non lo si è mai incontrato prima così che il nostro cervello non riesce a metterlo in relazione con un ricordo. Le differenze sono quelle che ci fanno dire ad esempio non che una cosa sia buona in assoluto ma che è più buona rispetto a qualcos’altro.  Ecco allora che solo allenando i nostri sensi saremo in grado di capire effettivamente cosa ci piace e cosa ci fa star bene.  Uva Fiera è questo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Filippo Signorini. Saint Barth, lo Champagne dell'effetto Madeleine Arrow Right Top Bg

31 Ottobre, 2025

Filippo Signorini. Rêver Ouanalao Saint Barth, lo Champagne dell'effetto Madeleine

  Sapete cosa è l’effetto Madeleine di Marcel Proust? Che lo conosciate o meno, seguitemi fino in fondo. Non ve ne pentirete. Quando alle scuole elementari si studiava la storia, arrivava prima o poi il momento di Cristoforo Colombo e della scoperta delle Americhe. Ricordo ancora oggi la drammatica narrazione del maestro che al grido di “terra, terra!” si rallegrava perché Colombo si salvava dalle ire funeste di un equipaggio stressato dal lungo viaggio e pronto ad ammutinarsi.  Senza grandi enfasi e con voce quasi assente, il maestro aggiungeva che non era sbarcato in America ma in un’isola che chiamò San Salvador.  In realtà si chiamava Guanahani, nelle Bahamas. Era il 12 ottobre 1492. A quel viaggio ne seguirono altri: 1493, 1498 e 1502 ma solo nel corso del secondo, nel 1498, arrivò sulla terraferma in Venezuela.  In quello stesso viaggio sbarcò a Ouanalau, una meravigliosa isola dei Caraibi Orientali, che ribattezzò Saint Barhtélemy in onore a suo fratello Bartolomeo. Saint Barhtélemy è certamente più conosciuta come Saint Barth. Un luogo di classe e charme dove ricchi nababbi provenienti da ogni parte del mondo, vanno a godere delle bellezze di un’isola incantata. Ford, Rothschild e Rockfeller bastano come nomi per inquadrare Saint Barth? Eppure, se googoliamo (che strano neologismo…) per cercare informazioni su Saint Barth, occorre scrollare parecchio nelle pagine perdendosi tra costumi da bagno del brand MC2 Saint Barth. Potere del SEO/SEM da un lato, insofferenza nella troppa pubblicità dall’altra. Cosa è allora Saint Barth? Dipende. Per alcuni è un luogo di villeggiatura. Per altri una passerella necessaria. Per Filippo Signorini è casa. La cosa che amo di più in senso assoluto, il posto dove io sono più felice in senso assoluto è Saint Barth.  La prima volta di Filippo a Saint Barth è nel 1996, 503 anni dopo Cristoforo Colombo. Aveva quindici anni e non parlava inglese. La mamma, francese ma trapiantata in Italia, cercava un posto sicuro per i due figli di 15 e 13 anni. Che fosse in Francia e senza criminalità. Cosa può volere se non questo una mamma per stare con due bambini quando il marito è impegnato con il lavoro? Voleva infatti che i figli crescessero in un luogo caldo e sicuro mantenendo la cultura francese. Cinque mesi l’anno a Saint Barth per poi tornare a Monza. Si studiava a distanza e gli esami in Italia.  Una famiglia ovviamente agiata quella di Filippo anche se la persona che ho conosciuto non ostenta e fa della sobrietà un suo stile di vita. Quello che mi aveva colpito ai tempi è che non c’era tutto questo lusso che vediamo oggi. C’erano le Mini Mok, l’Eden Rock era un hotel ancora tutto di legno conservando lo stile della vecchia residenza del primo sindaco di Saint Barth. La luce c’era e non c’era. I lampioni funzionavano e non funzionavano. Tutto era molto sauvage, selvaggio. Quello che ancora oggi mi piace è l’atmosfera di essere in Francia perché siamo in Francia, è che mi sento a casa, mi sento sicuro, mi sento nel mio paese.  Una casa cambiata nel tempo per via dei tanti piccoli novelli Cristoforo Colombo che invasero questa e le tante isole dei Caraibi e di tutto il Centro America trasformandole in parchi divertimento per ricchi. Benessere per tutti si o forse una diversa forma di schiavitù per chi povero era e povero è rimasto. Con qualche luccichio in più per via dei tanti locali e hotel sorti nel tempo. Filippo avvolge il nastro dei ricordi con una certa dose di tristezza che comunque non altera il senso di casa che ha nel cuore.  Si andava in un posto per comprare l’acqua che ora non c’è più perché si va al supermercato. I taxi non c’erano. Ora ci sono i taxi Porsche.  Lo sfarzo che disturba. La spettacolarizzazione di un luogo che sembra una vecchia signora ritoccata chirurgicamente. Non è snobismo ma tristezza per una casa colorata con un colore che non si vuole.  Un approccio culturale per Filippo che con la sua inflessione marcatamente francese sembra uscito direttamente dal copione di un film. È figlio di un’epoca dove la lingua francese era quella che si doveva studiare per accedere alle grandi università oltre che per stare in società. L’inglese? Roba per altri.  Il mondo di lingua francese mi è sempre appartenuto. Io dico sempre che ho il cuore italiano ma l’anima francese. Sono fiero della mia anima francese perché amo l’Italia quanto la Francia. Un cuore spaccato in due. Spaccato in due se non in tre. La Francia, l’Italia, Saint Barth.  Eppure Filippo ha vissuto in Belgio, in Argentina, in Canada, in Francia ma Saint Barth è sempre stato il suo rifugio. Il luogo dove fuggire per ritrovare se stesso e il suo passato. Non chiamatelo snobismo. Ognuno di noi ha un posto così. Può essere casa, casa dei nonni, casa al mare. Cosa importa dove è. Cosa importa quanto grande o piccola sia. Ciò che importa è il perché siamo legati a quel luogo. I sentimenti che indissolubilmente fanno parte di noi, lì. Da soli o con quel qualcuno che comprende cosa significa per noi.  Saint Barth è una costante della mia vita. Andavo appena potevo ed è sempre stato un momento di piacere estremo. È il mio paese. La vita di tutti i giorni può essere banale qualunque cosa si faccia. Alla fine, è sempre la stessa. Anche se l’azienda nella quale doveva lavorare era quella di famiglia.  L’utilizzo del verbo dovere non è casuale. Filippo doveva lavorare in quella del padre. Non so se una sorta di riconoscenza o di necessità ma l’impressione che ho avuto è che sentisse come un obbligo senza che nessuno glielo avesse imposto. Vendevo prodotti per ufficio. Poi vedevo la linea Saint Barth che è di un amico di mia sorella che dopo essere venuto a volta Saint Barth ritornò a casa dicendo alla madre: facciamo i costumi Saint Barth. È diventato un colosso da 88 milioni di euro. Allora ho detto alla mia famiglia: facciamo lo champagne per gli americani perché tutto ciò che è Saint Barth si vende. Non chiamatela noia di chi è sempre vissuto in un contesto particolare. Le ragioni sono più profonde e intimamente legate proprio a Saint Barth. Magari alla voglia di ritirarsi li per sempre senza smettere comunque di far qualcosa di bello e interessante.  Non è ricerca di successo, non è fuggire alla noia, non è darsi un tono. È la profondità di amore per un luogo incantato che si unisce ad una sottesa repulsione per una attività che non gli si addice. È come quando ti regalano un abito bellissimo che ti sta anche benissimo perché gli altri ti dicono che ti sta benissimo. Ma non lo senti tuo. Non ti senti a tuo agio. Hai bisogno di una maglietta e un paio di pantaloncini per sentirti te stesso. Ma senza rinnegare nulla di ciò che si è e si è costruito. Anzi, grande riconoscenza alla famiglia e al padre. Ha dato da mangiare alla famiglia ma coi tempi è diventato sempre più complicato. Sono arrivate le multinazionali e i piccoli venivano assorbiti. Avevamo comprato anche una società a Roma da una signora che poi morì. Tu devi sapere che sono vittima di una disgrazia in Brasile. Un naufragio. Nel 1998 ero li ad una convention per conto di mio papà. Ero stato affidato alla signora perché non ero ancora maggiorenne. Eravamo andati in spiaggia con tutto il gruppo per fare il bagno e la corrente era talmente forte che ci ha trascinati via. Lei mi diceva: ti devi salvare la vita, ti devi salvare la vita. Non pensare a me, salvati la vita. Sono stato salvato da un pescatore che passava di li e ricoverato all’ospedale San Raffaele. Pensa a te, un distaccamento San Raffaele di Milano a Salvador de Bahia. Questa donna è morta e io ho raccontato la sua storia fino all’ultimo.  Aveva tre figli e il papà di Filippo acquistò l’azienda per garantire loro un futuro visto che lavoravano già nella stessa azienda ancorché alle prime armi.  Una azienda nella quale anche Filippo ha lavorato fino al 2020. Quando poi ha detto basta. Aveva bisogno di altro. Aveva bisogno di creare la sua linea di Champagne Saint Barth. Già so cosa starà pensando qualcuno. Ecco qui uno sprovveduto che non sapendo nulla di vino e di Champagne ha voluto farsi il suo giocattolino con i soldi di papà. Mi spiace per questi malpensanti, ma non è per nulla così perché chi vuole un giocattolino, nemmeno se ne occupa e quando lo fa, è meglio che non ci metta le mani. Filippo ha pensato e curato il suo progetto imprenditoriale nei minimi dettagli.  Non si può produrre uno Champagne se non nello Champagne. Occorreva così un récoltant manipolant e l’ha trovato in Sylvain Pienne a Monthelon, nel cuore de la Marne.  Non c’era una etichetta Saint Barth e l’ha creata omaggiando l’isola con il colore turchese del mare dei Caraibi. Non c’era un brand e l’ha creato usando Rêver Ouanalao dove Ouanalao era l’antico nome di Saint Barth e Rêver il sogno. Il sogno di Saint Barth. Il sogno di Filippo Signorini. Come si gestisce però il lusso per uno Champagne? Non certo con il prodotto visto che di Champagne ve ne sono una infinità (oggi si contano circa 16.000 vigneron e 320 produttori). Serviva qualcosa di unico e speciale e questo non poteva che essere il servizio.  Se il tempo è il lusso del ventunesimo secolo, Filippo lo ha interpretato al meglio riuscendo a consegnare direttamente a casa le bottiglie in massimo ventiquattro ore e con un imballo così sicuro da richiede forza e tenacia per aprirlo.  Ma non solo a casa. Ovunque ci si trovi. Anche in barca dove deve arrivare già refrigerato. Per soddisfare clienti ricchi e viziati? Anche. Ma che c’è di male? Le persone a Saint Barth vogliono tutto per ieri. L’influenza americana nel lavoro è pazzesca perché gli americani, che sono i nostri migliori clienti, ci hanno insegnato come si lavora con il servizio. Se tu sei in casa e non hai voglia di far da mangiare tiri su la cornetta arriva il cuoco in 20 minuti prima con stoviglie e tutto, ti fa mangiare, sparisce e porta via tutto Hai voglia di farti un massaggio? Tiri su la cornetta e in 10 minuti c’è il massaggiatore a casa. Hai voglia di farti i capelli e non hai voglia di andare dal parrucchiere? Arriva il parrucchiere a casa.  Il servizio. Quello che in Italia pensiamo non sia così realmente importante, all’estero è persino più importante del prodotto. Non fosse altro perché si è capito che se non hai il piacere dei goderti qualcosa esattamente quando ne hai voglia e devi dunque attendere, allora il tempo è davvero sprecato. Va bene il servizio ma lo Champagne?  Io l’ho trovato grassamente piacevole.  Io ho avuto modo di assaggiare la versione Tradition, un Brut con il 50% di Meunier, 30% di Chardonnay e 20 di Pinot Noir. L’aggettivo che mi è subito venuto in mente è stato: facile. Difficilmente ci si imbatte infatti in uno Champagne che vuole essere godimento puro senza perdersi in tanta complessità. Ecco, Tradition è proprio così. Mi ha meravigliato perché il perlage è sembrato così inesistentemente fine da perdersi nella luminosità del calice. Poi pochi ma essenziali effluvi che parlano di zest di limone, fragoline di bosco, burrosa pasticceria, gesso, agrumi e tanto minerale. È il Meunier che sembra prevalere sugli altri partecipanti all’opera. Una partecipazione che diventa alternanza in bocca perché qui è lo Chardonnay a dettare legge. Per una volta il Pinot Noir non è protagonista se non in una sorta di grassezza e cicciosità di Tradition. Incredibile la sapidità e quel perlage la cui finezza sbalordisce.  Piacevolissimo il finale con una bocca che rimane fruttata e pulitissima: non imbalsamata come accade per altri Champagne. Sapete con cosa ho voluto provare il Tradition? Non ci credereste mai lo so ma l’ho abbinato ad un semplice prosciutto cotto del supermercato (un signor prosciutto cotto però, il San Giovanni). Il risultato? Da Dio! Questa è la dimostrazione non solo come non occorra aspettare una occasione importante per aprire una bottiglia di Champagne ma di come serva averla in barca il prima possibile! Cominciamo mi sono detto. Piano piano come quando tu apri una bottega: piano piano fai le cose una alla volta, vedi come vanno. Adesso facciamo le esperienze di champagne. Portiamo lo champagne in Guadalupa partendo con l’Air France. Facciamo le degustazioni degli Champagne in Guadalupa con sette partecipanti. Io regalo un’emozione. Io ti regalo la mia esperienza, il mio sogno, ti regalo la mia compagnia, i miei racconti, la mia vita. Questo, io ti trasmetto con il mio champagne: ti trasmetto la mia vita, quello che io faccio, quello che ho fatto, quello che sono.  La conversazione con Filippo è scorrevole, divertente, leggera. Il suo affascinante accento francese rende le idee, la narrazione delle esperienze, i ricordi, profondamente leggeri ed ammalianti. Profondità e leggerezza insieme sembrerebbero un ossimoro, eppure è così che li ho trovati. I suoi racconti come i progetti, nonostante siano meditati e attentamente studiati, sembrano bolle di sapone che galleggiano leggere nell’aria. Non sono vuote, non c’è aria all’interno. Ci sono caldi ricordi e concreti progetti frutto di una visione che non lascia nulla al caso. Una ardente passione che è energia propulsiva. La passione è il ritmo della sua vita. Un sentimento, un approccio mentale che lo conduce a pensare come i sogni si possano realmente avverare. Ma solo lavorando duro e Filippo in questa avventura sta impegnando tutte le sue risorse fisiche e mentali. Oltre che economiche. Ci crede e ci crede fermamente. Sapendo che occorre impegno. Tanto impegno. Quando non è a Saint Barth, vive in Valsassina, vicino il lago. Qui ci sono ancora altri ricordi. Quelli della nonna che voleva una casa in campagna fuori Milano poi venduta alla famiglia Berlusconi. Quelli della casa, costruita dal padre, dove attualmente vive con la moglie. Una grande casa dove Filippo vive da solo fino al giovedì quando la moglie lo raggiunge da Milano. Non è un mondo dorato. Si, magari lo è all’apparenza, per chi non si accontenta della superficie. In lui colgo un senso di tristezza quando mi dice che non avendo figli, il suo sogno si concluderà con lui. Un senso di tristezza che dura meno di una folata di vento. Sono i ricordi felici di Saint Barth che spazzano via tutti gli altri. Sono i pensieri felice di Peter Pan a farlo volare verso luoghi lontani eppure così vicini. Penso di essere una persona con capacità normali. Cerco di sforzarmi di capire dove va il mondo perché non è il mondo che viene incontro a me, ma sono io al servizio del mondo che cambia. La vita un pò come tante finestre: se le lasci socchiuse, non passa l’aria me se le spalanchi, tutto entra.  Filippo è una finestra delle emozioni completamente aperta, spalancata. I suoi sono racconti che riescono a trasportare verso Saint Barth, tra le sue strade, all’ombra degli alberi, nelle ville dei suoi amici. Gli odori, la musica, il calore del sole. Una esclusività spartana che sa di vita vera, non luccicante anche se comunque lussuosa. Di quel lusso che non deve ostentare ma vivere e godere delle possibilità che la vita, in qualche modo, ha regalato.  Mi piacerebbe portare più italiani possibili, insomma perché possano capire cosa è Saint Barth. Quella autentica, quella dove vado alle sei del mattino, al mercato del pesce. Chiacchiero, faccio la mia chiacchierata, bevo il caffè con i locali, sosto all’ombra degli alberi con le bacche dell’eterno sonno (perché se le mangi dormi), fumo una sigaretta mentre la tartaruga che mi passa vicino. Insomma, le esperienze che sono quelle di uno scorrere lento della vita e che sanno di unicità. L’unicità di un lusso che non ha nulla di sfrenato. Neanche nello Champagne Saint Barth che è pur sempre uno Champagne ma per Filippo sembra solo essere un pretesto per poter parlare dell’isola che è e sarà nel suo cuore. Un luogo dove vivere una vita che sente veramente sua. Libera da sovrastrutture e cicli frenetici. Libera da convenzionalisimi e inutilità. Essenziale e definitiva. Lo Champagne Saint Barth, la voglia di far funzionare questo sogno donando sogni è un modo per essere sempre, costantemente, li. Non da solo, ma con chi ha voglia di essere parte del suo sogno inoculandone il suo amore smisurato. Dividere e condividere il suo pezzo di cuore. Dalla villa sul lago di Como, che sembra quasi essere una prigione dorata, un luogo temporaneo e di passaggio, Filippo guarda fuori dalla finestra. Sono certo che la sua mente non è più qui ma a Saint Barth.  Ancora non abbiamo però parlato dell’effetto Madeleine e cosa c’entri con Filippo Signorini. L’effetto Madeleine è un pensiero di Marcel Proust tratto dal libro Alla ricerca del tempo perduto e più precisamente dal primo dei sette volumi dell’opera, Dalla parte di Swann.  Proust racconta di come un odore, un sapore, un gesto o un oggetto possa innescare un ricordo vivido e intenso derivante del passato. Così intenso da diventare irrefrenabile. Trovo che l’effetto Madeleine racchiuda perfettamente il pensiero e l’animo di Filippo con la sua voglia di condividere, attraverso lo Champagne Rêver Ouanalao, non solo i ricordi ma l’irrefrenabile voglia di Saint Barth. Insomma, la sua Madeleine.   Il y avait déjà bien des années que, de Combray, tout ce qui n’était pas le théâtre et le drame de mon coucher, n’existait plus pour moi, quand un jour d’hiver, comme je rentrais à la maison, ma mère, voyant que j’avais froid, me proposa de me faire prendre, contre mon habitude, un peu de thé. Je refusai d’abord et, je ne sais pourquoi, me ravisai. Elle envoya chercher un de ces gâteaux courts et dodus appelés Petites Madeleines qui semblent avoir été moulés dans la valve rainurée d’une coquille de Saint-Jacques.
Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine. Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi. Un plaisir délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause.
Il m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs, sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi. J’avais cessé de me sentir médiocre, contingent, mortel.
D’où avait pu me venir cette puissante joie ? Je sentais qu’elle était liée au goût du thé et du gâteau, mais qu’elle le dépassait infiniment, ne devait pas être de même nature. D’où venait-elle ? Que signifiait-elle ? Où l’appréhender ?   Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.
E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa.
E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Eliseo Santoro. L’artigiano del vino Arrow Right Top Bg

24 Ottobre, 2025

Eliseo Santoro. L’artigiano, sereno, del vino

  Quando ero piccolo e avevo intorno solo bambini più grandi di me, nonna Evelina soleva dirmi Piccolo e buono, gruoss’e fesso Era così che mi rinfrancavo un pò. Giusto il tempo per poter andare con un minimo di carica in più da quelli più grandi. Il suo motto sottendeva al pensare che nelle cose piccole o nelle piccole cose si possa celare qualcosa di meraviglioso. Nonno Pasquale aveva un’altra frase che ripeteva spesso quando si parlava di fare qualcosa e c’era sempre il dilemma nel quante farne Meglio una festa grande che cento festicciole Meglio cioè fare una sola cosa in grande, fatta bene, con tutto in regola e controllato piuttosto che tante piccole cose delle quali magari non si sarebbe trovato il bandolo della matassa. Quando pensavo alle due frasi, lo devo ammettere, andavo un pò in confusione. In fondo, curarsi di qualcosa di piccolo è più semplice, da meno rischi, è meno dispendioso. Quando si ha a che fare con cose grandi occorre struttura, processi, controlli. Tutto per evitare che il risultato non sia all’altezza. La differenza tra industria e artigianato sta nel risultato che si realizza indipendentemente dal come viene realizzato. Il risultato sarà inevitabilmente diverso. Fino al midollo.  Mentre infatti una industria non si può permettere un risultato diverso dalle attese e diverso da quello che ha sempre prodotto, un artigiano rende unica ogni creazione perché non può non renderla diversa dalla precedente. La qualità del risultato è certamente incredibile in entrambe i casi ma la tipologia del risultato stesso varia completamente. La prima è ripetibile, la seconda no. Non c’è in questo una preferenza di parte ma una constatazione di differenza. Si può decidere, perché piace, di usufruire sempre della stessa esperienza oppure di variarla in funzione di quei tanti fattori che la natura offre. In molti potranno concordare con me nel pensare che quando un artigiano realizza un prodotto lo fa con il cuore. Ma non per questo il risultato sarà migliore. L’amore è condizione necessaria ma non sufficiente. C’è bisogno di tanto altro come le capacità, la materia prima, ecc. C’è però qualcos’altro che rende speciale il risultato: la serenità con la quale si approccia alla vita. Perché la serenità rende l’animo libero e felice. Specialmente quando si riesce ad essere felici con ciò che si ha. La vera ricchezza è la capacità di godere di quello che si ha (Lucio Anneo Seneca) Ho incontrato Eliseo Santoro, di Paternopoli, comune di 2500 anime in provincia di Avellino. Di origini antichissime come tutta l’area sannita è inserito tra i comuni della DOCG Taurasi. Eliseo, persona mite, delicata, pacata è quello che si può realmente definire un artigiano del vino. Assaggiare i suoi vini vuol dire capire quanto bene si possa fare trattando amorevolmente la vigna e il prodotto che questa dona. Se si parla di filosofie di realizzazione del vino, di vino naturale, biologico, biodinamico e compagnia cantando, per Eliseo conta solo rispettare quanto abbiamo ricevuto in dono. O meglio, in prestito visto che la terra è immortale mentre l’uomo no.  Il vino in queste zone si fa da così tanto tempo da non ricordarsi più da quanto. Non è la memoria corta è che, spesso, occorre risalire almeno alla terza generazione per avere un punto di partenza.  Ho preso le redini di parte dell’azienda familiare circa 25 anni fa quando ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato e abbiamo intrapreso insieme questa attività. In realtà, ci lavoro da piccolo. Ci sono nato nella nel nella vigna, perché i miei genitori facevano quello, mio nonno faceva quello. Veniamo da quattro generazioni di viticoltori. Il mio bisnonno all’età di 32 anni è venuto a mancare. Pigiavano l’uva con i piedi e per una sudata si è preso una bronchite. All’epoca cure non erano come oggi e se l’è portato via.  Se si vuole comprendere bene queste zone e capire le persone, occorre vederle, toccarle con mano, viverle. Ancora oggi, l’ospedale più prossimo a Paternopoli è ad Avellino per l’ospedale. 22 km che non sono molti in senso assoluto ma con un problema diventano lunghissimi. Immaginatevi quando le automobili erano diverse da quelle odierne e non tutti potevano permettersela . La famiglia era indebitata, perché aveva acquistato appezzamenti per fare vigneti e quant’altro. Subentrò mio nonno con la vedova. Mio nonno era primogenito di sei figli e aveva undici anni di quanto è venuto a mancare il papà. Per quello che poteva nella sua giovane età si è abbracciata sta croce riuscendo a risanare i debiti familiari. Mio nonno è vissuto esclusivamente di agricoltura. Era coltivatore diretto. Nel principio produceva uva e faceva vino. Con la fillossera i terreni vulcanici erano più resistenti e si produceva ancora mentre al nord quasi nulla. Uno dei colossi del nostro territorio, Mastroberardino, andava per le campagne dai piccoli produttori e comprava direttamente il vino.  Con gli asini caricavano sto vino nei nei barili e lo portavano alla stazione alla ferrovia, perché poi veniva caricato sui treni.  Quanto è strano il mondo certe volte. Per anni i produttori sono andati in giro a comprare vino. Era vino buono, prodotto senza chimica, senza lieviti aggiunti, senza nulla se non il lavoro delle persone. Lo spacciavano per proprio. Era un gran vino. Poi, proprio nella logica del risultato atteso dal grande produttore, si è smesso di comprare vino preferendo prima la sola uva poi, accaparrandosi molti terreni, nemmeno quella.  In una logica del genere, come era normale accadesse, c’è chi ha continuato a produrre vino, chi invece si è accontentato di conferire l’uva.  Ecco così spiegato il proliferare di tante cantine artigianali. Come quella di Eliseo. Il passaggio tra mio nonno e mio padre diciamo quasi non c’è stato per una questione di tempi. Nonno viveva di quello mentre papà era impiegato. Sono subentrato io e mio fratello che però non era interessato. quel poco di vigneto che ha che ha avuto la l’ha estirpato e messo olivi. Ho ereditato la metà della della proprietà aziendale e in più ho acquistato altri appezzamenti.  Due ettari di vigneto e un ettaro di uliveto. Davvero una piccola azienda. Come ce ne sono molte d’altronde. Qui però, si respira un’aria diversa, un non so che di serenità, di tranquillità. Di pace. Abbiamo reimpiantato gli appezzamenti, un poco alla volta abbiamo fatto tutto il parco macchine nuovo. Vendere l’uva non rientrava nei miei canoni e mi sono messo a fare vino. Nella cultura contadina di un tempo, specialmente durante le lavorazioni e la vendemmia, le donne partecipavano attivamente. Il lattante se ne stava buono buono (non sempre!) nella cesta e le mamme allattavano, in vigna, a tempo debito. Bambini come Eliseo hanno respirato gli odori dell’uva e gli effluvi del mosto prima ancora del latte. Intorno ai 15/16 anni papà vedeva che mi piaceva e mi lasciava fare. Intorno al 2000 l’ho cominciato a fare proprio per conto mio proprio. Lo facevo per me e per lui. È diventato lui il mio supporto nel senso che mi dava una mano. Nel 2001 mi sono sposato.  In una azienda artigianale può arrivare il momento nel quale ti rendi conto che il prodotto che fai non è poi così male. Piace non solo a te e alla famiglia ma anche ad altri e non solo perché non vogliono dirti che non è buono. Te ne accorgi dalle facce e soprattutto se te ne chiedono ancora. È quello il momento della consapevolezza: capire che in fondo qualcosa di più, puoi fare. Ci si pensa, ci si ripensa. Ma mica è semplice lanciarsi in una avventura che prevede tempo da dedicare e investimenti da sopportare. All’epoca lavoravano in un’azienda Paternopoli, in una marmeria. Facendo le cene con gli amici mi dicevano: per la miseria il vino è buono perché non lo imbottigli? Era surreale per me. Non avevo le attrezzature. Mia moglie mi regala il fornellino per le capsule sulle bottiglie. Io comprai i tappi. Spesi 80 € io 80 € lei. Grande spese. Ho cominciato a comprare qualche bottiglia, qualche cartone cominciando a fa queste confezioni con una con etichetta di fantasia. Vino per gli amici speciale. Proprio l’ex titolare mio ha cominciato a regalare il vino. Dovunque ha regalato sto vino gli dicevano: e dove hai preso il vino e dove hai preso il vino. Ha cominciato ad affluire un un canale di clienti che poi i clienti hanno portato altri clienti e ho lavorato per anni con sfuso però finché è aumentata esponenzialmente la richiesta. L’imbottigliamento, che un normale consumatore vede come una cosa banale, è in realtà un importante ulteriore scoglio per chi inizia questo mestiere. Un processo pieno di insidie tecniche, che richiede attrezzature (spesso infatti si imbottiglia altrove) e che, alla fine, comporta vedere tante bottiglie nei bancali che vanno vendute. Quel solo averle li con la consapevolezza di quanto si è investito e di quanto si spende ogni giorno, porta a fare i conti con se stessi. Io sono vecchio stampo e le fermentazioni erano solo spontanee. Pigiavo l’uva e fermentavo. Finché lo fai a casa, per te stesso, con pochi litri, bastava uva sana e igiene in cantina. Diciamo riesci a gestire. Nel momento in cui sono cresciuto è nata l’esigenza di cominciare a capire rischiando un poco di meno. Ho cominciato a mettere un minimo di bisolfiti solo durante la macinatura senza aggiungerli mai nel vino. Per quanto riguarda i bianchi invece, siccome quando lo facevamo per noi, pochi litri, facevamo la macerazione totale con la buccia e comunque veniva scuro, per i clienti era era un poco difficile pure piazzarlo. Tramite farmacia agricole, per quello che era la mia conoscenza, ho cominciato a fa un pò di bianchi con un po’ di lieviti. Ma è una cosa ché non ho mai mandato giù, Piccoli passi quelli di Eliseo. Uno dietro l’altro. Soldi pochi, tre figlie, un lavoro da metalmeccanico per lo stipendio che può dare. Investimenti non se ne possono fare. Però c’è il sogno della cantina. Sogno che diventa anche esigenza una volta fatta la scelta di imbottigliare.  Abbiamo osato. Abbiamo fatto richiesta al comune, ASL e quanto altro. Ci hanno autorizzati e siamo partiti. Così, dalla sera per la mattina. In quell’occasione sui social, per caso, l’enologo pubblica la foto di un vigneto Ricordi Paternopoli 202. Antonio Sebastiano si chiama. Vedo questa foto e non conoscendolo lo contatto dicendogli. lo sai che la vigna hai pubblicato è la mia? Una coincidenza. Di quelle fortuite. Più ascolto di queste cose più mi convinco che la vita sia fatta di coincidenze, di attimi nei quali ciò che ti passa dinanzi gli occhi può essere percorso. Oppure no. La scelta, sempre forse dettata dal caso, potrà o non potrà cambiare il mondo. Nel caso di Eliseo fa scaturire un incontro.  Ci siamo conosciuti e abbiamo parlato della mia idea di vino. Gli ho rivelato il fatto che per i bianchi non mi entrava in testa di farli con i lieviti. Lui mi ha detto: eh qual è il problema, possiamo farli con il col pied de cuve. Mi ha aperto un mondo. È nata empatia e abbiamo stretto un rapporto bellissimo. È cosi che oggi Eliseo Santoro produce tre vini sempre con lievi di spontanei non aggiungendo nient’altro se non dei solfiti. Nessuna filtratura. Solo acciaio. Un’anfora per sperimentare. Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe: ciò che in Irpinia è di casa. Purtroppo l’anfora costicchia. Dai 150 quintali di sfuso (con una resa bassissima) a circa 4000 bottiglie di Aglianico, 3500 di Falanghina e 500 di Coda di Volpe. La cantina è stata una conseguenza di quanto fatto prima. La mia passione è la vigna, il terreno, le piante. Se da tutto questo, togliamo di mezzo il lavoro in campo, per me non ha più senso. È una cosa tengo dentro me l’attenzione al territorio, alla sostenibilità, alla cura della pianta. Ci passo le ore voglio dire. Me le tocco con mano una a una. Il ciclo lo vivo interamente tutto l’anno. Pensa che quando faccio una scelta germogli, fine maggio inizio giugno, in alcune zone, dove c’è un carico abbastanza abbastanza forte di uva butto quasi il 50% a terra. Ogni anno mia moglie mi dice: ma tu sei pazzo, dice Dio te lo da e tu lo butti. Io le rispondo sempre: a te piace il risultato finale? Sì? E allora bisogna bisogna fa così.  Bisogna fare così. Anche nella assenza di sostanze chimiche, tantomeno di diserbo (non parlate poi di diserbo ad Eliseo che gli prende un senso di disgusto…). La scelta di una certificazione biologica diventa un passo da un lato scontato ma anche necessario per valorizzare il giusto lavoro. Si, è solo una etichetta, ma vuol dire molto. Vuol dire essere riconosciuto dal mondo come qualcuno che rispetta la terra che gli è stata donata e il lavoro Eliseo. Un lavoro che per Eliseo diventa doppio. Prima in azienda, al controllo qualità, poi in vigna. Il solo lavoro della terra, il ricavato dalla azienda, non basta per mandare avanti la famiglia. Cosi però la giornata diventa di quindici, sedici, diciassette ore, togliendo spazio alla famiglia. Comprensibile che le figlie, al momento, non abbiano intenzione di continuare il lavoro del padre.  Purtroppo non mi seguono per un motivo molto semplice. Vivono il mio sacrificio, vedono un papà che alle due di notte si alza e va a fa i trattamenti. Vedono un papà che alle quattro di mattina sta in vigna a fa scelta germoglio. Vedono un papà che alle dieci di sera o a mezzanotte sta in cantina. Nei periodi di vendemmi vedono un papà che per 4/5 giorni non va proprio a dormire.  Quindi, non vedono un papà. Specialmente nei momenti topici della vendemmia o delle fermentazioni piuttosto che delle potature o dei trattamenti.  Non colgono la parte commerciale che potrebbe essere positiva. Meno male che mia moglie Ivana è comprensiva. Mi aiuta tantissimo ed in cantina è sempre presente.  Potrebbe. Dice bene Eliseo. Potrebbe essere quella più positiva ma poi ci si scontra inevitabilmente con il mercato, la vendita, i prezzi, i concorrenti, i distributori. Un mondo marcio e marcito che fagocita senza pietà.  Ho difficoltà nella parte commerciale. Nei dintorni sono riuscito individuare qualche cliente ristorazione enoteca. Dove sono entrato, ci sono pure rimasto quindi è un buon segno. Avendo poco tempo, quando mi chiamano per le consegne, magari vado con orari strani. Per per giustificare il ritardo, puntualmente mi fermo a cena, perché sennò se no mi cacciano via. E va fini che mi devono 100 € e me ne mangio 150 perché mi porto la famiglia. Tengo difficoltà a reperire nuovi clienti per questioni di tempo. Della qualità interessa solo a pochi. Quando assaggi un vino di Eliseo capisci invece quanta bontà si possa trarre da un vitigno. Quanto un elemento ostile come l’Aglianico possa rivelarsi spettacolare anche in acciaio. Si comprende a pieno l’artigianalità, la passione, il cuore di un essere umano verso un prodotto che non è solo un prodotto. Però poi, alla fine, tutto si infrange contro il muro di un mercato becero e ignorante nel quale tutta la filiera (ed è lunga, troppo lunga) vuole guadagnare. Una filiera alla quale non interessa un beneamato cavolo della qualità del vino. Vendere una bottiglia ad un ristoratore ad un prezzo basso così che questo, rincarandola di quattro volte se va bene, possa venderlo al commensale di turno. Quanto sarebbero belle delle leggi per il controllo del margine. Meglio che non mi faccio sentire dall’Antitrust però. Prima o poi chi non riuscirà a capire che gli investimenti in marketing e comunicazione valgono come quelli per l’acquisto di una pressa o di un tino, non sopravviverà. Ci credo nel futuro ancora ma la vedo dura. Quando ho cominciato con tutto l’entusiasmo del mondo, gli amici sono quelli che m’hanno snobbato. Già è partita in salita. Poi, uscendo, confrontandomi, mi sono reso conto, almeno nel piccolo, che il mercato è saturo. Ci stanno proposte di tutti i tipi, anche indecenti. Prezzi in giro, che non so come fanno. Solo di packcking pago di più e quindi no, non lo so. Trovi il commerciante che è attento al prodotto che vuole essere raccontato il progetto, prova il prodotto e lo abbraccia insieme a te. C’è chi guarda solo al guarda solo al guadagno finale. Distributori ad oggi non ne ho. Ho avuto un contatto, ma non mi è piaciuto, quindi non non l’ho assecondato.  Mi fa arrabbiare questa cosa davvero tanto. Nessuno vorrebbe vedersi diminuire lo stipendio però spinge per diminuire il margine degli artigiani. Magari quando ci riesce si vanta pure in giro. Sminuire il lavoro è una delle cose più brutta che si possa fare. Sottopagare, in ogni campo, vuol dire sminuire il lavoro di una persona. Sminuire il tempo dedicato, il sudore, le ansie, le preoccupazioni, il tempo sottratto alla famiglia.  Non ti nascondo che se riuscissi a vivere solo di quello per me sarebbe un sogno realizzato. I sogni sono belli poi confrontarti con la realtà è un pò diverso. Sto concretizzando sempre di più che forse dovrò continuare a far sempre il doppio lavoro. Almeno che con un pizzico di fortuna trovo un canale di uscita dove c’è richiesta un margine giusto.  Per adesso solo quattro vini: un Aglianico, due Falanghina, una con macerazione; una Coda di Volpe. Sempre solo acciaio e fermentazione spontanea.    Limpha è la Falanghina che ha in se peso ovvero sostanza e leggerezza. Un colore quasi dorato di una bellezza disarmante. Profuma di pesca gialla, albicocca, camomilla e salvia. Un bouquet dolce, sfumato di mineralità proprio come l’acqua che sgorga dalla roccia, pura e sorprendente. È una bocca pulita, sapida, larga, dritta come una linea che taglia il tempo. Sembra semplice, ma è profonda. Un sorso che resiste con tanta eleganza da sembrare l’eco di un segreto ben custodito. La terra canta in un finale di pesca gialla che ricorda i frutti maturi dei mercati romani Eliseo con 𝐋𝐢𝐦𝐩𝐡𝐚 non fa rumore ma lascia il segno: si beve come se fosse nulla e resta come se fosse tutto. L’Aglianico 2022 che, nell’idea di Eliseo, affina solo in acciaio. È un rosso che sa di artigianalità già da quel colore rubino intenso e dai freschi sentori di frutta che iniziano a percepirsi solo con la caduta nel calice. La croccantezza della prugna, dell’arancia sanguinella e soprattutto della Cerasa campana che è succosa e acidula: da innamorarsene subito. Quel velo di vegetale e di fiori rossi sta lì, nel sottofondo, a mitigare, senza disturbare. Un pazzesco mix di dolcezze e freschezze che esalta, cattura, avvolge. Un vino che sa di essere poderoso, vivo e concreto come solo un vino artigianale, fatto bene sa essere.   In bocca è decisamente coerente: bello, ampio corposo con tannini pungenti ma non cattivi. La cerasa che diventa marasca arriva in bocca con tutta la sua corposa freschezza, l’ampiezza, la sapidità. È un Aglianico che dimostra di esprimersi magnificamente grazie ad un incredibile bilanciamento e ad un finale che lascia la bocca in uno stato di vera grazia. Sarà perché è buono, davvero molto buono. In sostanza è un vino si rustico ma con una bevibilità che difficilmente si riscontra in altri vini. Dopo questi vini ci sarà una sperimentazione in anfora della quale non vedo l’ora di capire a cosa porti. Molti chiedono; ma l’hai fatto perché sta facendo tendenza. La verità, no, Mo ti racconto la mia malattia: l’attaccamento al territorio. Faccio fatica pure a spiegarlo alle persone. Inevitabilmente, quando cominci a mettere il legno. Ho comprato l’anfora per cercare di capire il mio territorio.  Eliseo è così. Continua a parlare con la serenità che credo abbia sempre respirato in famiglia. Forse per via del padre, un pastore evangelico. Non so se quell’attaccamento alla terra lo si debba proprio agli insegnamenti del padre, di certo quando glielo chiedo Eliseo risponde con un serenità che, anche se da lui me la aspetto, mi spiazza comunque. Hai fatto una domanda sulla quale non ho mai riflettuto. Più che altro ho la consapevolezza che c’è un creato e c’è un creatore. C’è un creato che va custodito, che ci è stato dato un dono per un periodo di tempo e va custodito con dignità, con cure. Un creato che va anche tramandato perché quello che ho imparato io è che la terra non è nostra. Noi non siamo immortali e un giorno andremo via mentre la terra, comunque, rimarrà. Abbiamo il preciso dovere di condurla nella maniera più corretta.  Siamo custodi e se tutti lavorassero bene la terra ovvero con coscienza, anche le generazioni future avranno la fortuna di goderla.  Eliseo Santoro è il custode della terra che coltiva con amore e rispetto. È l’artigiano che forgia con le sue mani i vini che produce. È il padre di famiglia, il marito che vive la vita con quella infinita serenità d’animo che ho completamente ritrovato nei suoi vini. Mi sono chiesto lungamente come riesca a farlo e mi sono ricordato di un tratto del libro di Seneca, De Tranqullitate Animi, dove nel 58 d.c. che mi ha illuminato così tanto da citarla come chiusa di questo articolo. Chi si preoccupa solo delle cose materiali, non potrà mai avere pace dell’animo   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Back to the Wine 2025: il vino che parla un’altra lingua Arrow Right Top Bg

23 Ottobre, 2025

Back to the Wine 2025: il vino che parla un’altra lingua

9-10 novembre | Terminal 103, Stazione Marittima – Venezia In un mondo del vino che cerca nuove direzioni di senso e con un mercato di settore in contrazione, Back to the Wine torna a Venezia il 9 e 10 novembre con un messaggio chiaro: il vino è cultura, territorio, relazione, piacere. Il vino è un mezzo, non un fine. Non una formula, ma un linguaggio vivo. Nel suggestivo Terminal 103, con la laguna che abbraccia la fiera e uno splendido tramonto da godersi e fotografare con un calice di vino in mano, prende forma un evento che sfugge alle definizioni standard: piattaforma di confronto, mercato indipendente, manifestazione culturale, esperienza sensoriale. Contro l’omologazione, per un vino che cambia ogni anno. Back to the Wine riunisce cento produttori provenienti da tutta Italia che condividono una visione: fare vino con il minimo intervento e il massimo ascolto. Questi vignaioli accettano il rischio del cambiamento, dell’annata diversa, del vino che sorprende. Qui non troverete vini “fotocopia”, ma narrazioni liquide di paesaggi, annate, sensibilità personali.
E questo approccio si riflette anche nella comunicazione: niente vocabolario ingessato, niente punteggi, niente gergo da manuale. Si parla di vino come si parlerebbe tra amici, con parole semplici, poetiche, dirette. Il vino torna a essere un linguaggio inclusivo, che unisce e non separa. Non solo calici: il vino come fatto culturale. A sottolineare la dimensione culturale dell’esperienza, ci sarà una zona dedicata ai libri di settore: editoria indipendente, pubblicazioni rare, racconti dal mondo del vino e dell’agricoltura. Un luogo dove scoprire storie, approfondire temi e portarsi a casa pensieri da leggere dopo l’ultimo sorso. Un food market etico e goloso. Ad accompagnare i vini, un’accurata selezione di produttori gastronomici artigianali: formaggi della tradizione, pani da grani antichi, salumi a lenta stagionatura naturale senza additivi, fermentati, conserve, dolci di filiera corta. Tutto realizzato con gli stessi principi che ispirano i vignaioli: sostenibilità, trasparenza, identità territoriale. Convivialità, bellezza e lentezza. Back to the Wine è anche un invito a fermarsi, condividere, stare bene. Venezia, con il suo fascino sospeso tra acqua e cielo, regala alla fiera un’atmosfera unica. Il tramonto sulla Laguna, visibile proprio dal Terminal 103, diventa parte integrante dell’esperienza: uno spettacolo da gustare con un calice in mano, magari chiacchierando con un produttore o scoprendo una nuova etichetta. Per chi è Back to the Wine? Operatori del settore: un’occasione unica per scoprire nuovi produttori, stringere relazioni dirette e costruire carte vini originali e sostenibili. Wine lovers e appassionati: per perdersi tra calici e racconti, fare acquisti consapevoli e assaporare un nuovo modo di bere. Giornalisti, blogger e influencer: un evento pieno di storie, immagini e spunti. Per chiunque ami la bellezza, la lentezza, la verità nel bicchiere. Informazioni pratiche Domenica 9 novembre (11:00–19:00) e lunedì 10 novembre (10:00–18:00)
Terminal 103 – Stazione Marittima, Venezia
Biglietti online su backtothewine.com
Parcheggio gratuito per i visitatori dell’evento.
A 10 minuti a piedi dalla Stazione di Venezia Santa Lucia.
Struttura completamente accessibile anche alle persone con disabilità e ingresso gratuito ai possessori della Disability Card e ai loro accompagnatori.   WineTales Magazine è Media Partner di Back to the Wine 2025   La Redazione
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Le bollicine dell'AIS Arrow Right Top Bg

19 Ottobre, 2025

Le bollicine dell'AIS

  Cosa è una bollicina?
Un involucro di anidride carbonica che si forma nel processo fermentativo.
Ci pensate? Sembra una cosa banale ma può dar vita a qualcosa di stupefacente. Quanto è grande? Dipende. Sì, dipende da una moltitudine di fattori che sarebbe troppo complicato e complesso da spiegare. Semplificando però possiamo affermare che quanto più è grande tanta più anidride carbonica contiene all’interno così da offrire sensazioni gustative e olfattive profondamente diverse. Noi però, tutti fini intenditori, abbiamo imparato ad apprezzare le differenze del perlage così come i diversi sentori sviluppati dalla fermentazione. Metodo Classico o Charmat (meglio forse Martinotti) che sia; pas dosè, brut…; lunghi o brevi affinamenti; millesimati o sans année, ecc ecc ecc. Cosa sia meglio? Dipende sempre da cosa si vuole ottenere, da cosa si vuole trasmettere, da quanto tempo si vuole attendere, da cosa si ha per le mani. Grazie all’AIS del Lazio il 28 settembre scorso è andata in scena una entusiasmante anzi, effervescente manifestazione per celebrare le differenti espressioni di Metodo Classico scovati su e giù per l’Italia: l’Altro volto del Metodo Classico. Magari è vero che se non hai in gamma una bollicina, non sei nessuno. E magari è ancora più vero che se non è un metodo classico con almeno 36 mesi di affinamento, meglio non dirlo. Però, in un panorama così vasto di territori e vitigni, l’AIS è stata in grado di scovare etichette e produttori di ottimo, se non eccellente in certi casi, livello.   Cosa mi è piaciuto? Anzitutto la location. L’A.Rome LifeStyle Hotel è in una zona tranquilla vicino Villa Dora Pamphilj con buona facilità di parcheggio. Lontano dagli hotel del centro dove, va bene il fascino ma arrivarci e parcheggiare, scoraggia molti. Poi la sala, molto grande e spaziosa. Direi fruibile. Poi le etichette che ho trovato e delle quali parlerò in seguito. Molto interessanti per varietà dei vitigni, per collocazione geografica, per tipologia di affinamento. Insomma, un eccellente modo per esplorare ed avere una panoramica completa delle possibilità del Metodo Classico.   Cosa mi è piaciuto meno? Dettagli ma che quando si parla di bollicine potrebbero fare la differenza. In primo luogo, l’identificazione dei produttori e dei territori. L’ho trovato eccessivamente confusionario. Capisco che nella quasi totalità dei casi era presente una sola referenza per produttore, ma occorreva pensare ad altro per valorizzare perlomeno i territori o i vitigni. Poi la scarsa presenza dei produttori magari legata alla singola referenza, chi può dirlo. Però poter parlare con i produttori invece che con il pur sempre preparatissimo sommelier AIS, fa la differenza.   Gli assaggi da ricordare Centorame Anna. Pecorino 100%, 48 mesi sui lieviti, Pas dosè. Solo questo mi ha indotto ad inserirlo nella mia lista di assaggi da ricordare. Centorame poi è azienda seria che, in quel di Casoli (Teramo) produce vini provenienti da soli vitigni autoctoni abruzzesi. Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia. Magari con un arrosticino di pecora. Lambrusco DDR 2015 Cantina della Volta. Un Lambrusco che di Lambrusco sa poco. Cosa che per me è un gran complimento. Non perché non ami (come si potrebbe?) il Lambrusco ma unicamente perché da tutti gli altri si distingue e nettamente. Ricorda il Lambrusco come si può ricordare un lontano parente emigrato chissà quanti anni fa. Magari, quando lo rivedi, te lo ricordi ancora. O magari no. In questo DDR, le bollicine sono giuste, i sentori (che non sanno di Lambrusco) sono giusti, il gusto è giusto. Insomma è davvero giusto. MasSim Piazzo Comm. Armando. In Langa ma non in Alta Langa. MasSim è una bollicina che stupisce. Non banale, non civettuola, non scontata. Nebbiolo e un pò di Chardonnay per un olfatto e un gusto che si ispira alla frutta secca tanto che il finale è leggermente amarognolo così da renderlo spettacolare e diverso. Tecnicamente è un rosato ma il colore è tutto da interpretare. Proprio come queste bollicina. Pensi di capirlo, poi non lo capisci. Questo mi ammalia. Rimango in Langa e rimango sul Nebbiolo. Stavolta in purezza e Brut Nature. Enzo Boglietti il produttore. Una bollicina che non ha nulla da invidiare ad un Alta Langa anzi, come si direbbe a Roma glie passa sopra. Nel senso che ha in se le caratteristiche di una grande bollicina con i sentori tutti al posto giusto e un agrumato che da un Nebbiolo forse non ti aspetti. Pensare che con lo stesso vitigno si possa fare un Barolo o un Barbaresco, non ci si crede. Dalle Langhe al foggiano, la strada è lunga ma quando si arriva a Borgo Turrito e c’è un Calarosa Brut Rosè da Nero di Troia, il viaggio non si sente più. Leggero e soave da il meglio di se in bocca con una capacità di rinfrescare eccellente. Più floreale che fruttato l’ho apprezzato per la facilità di beva e la fresca sensazione che lascia in bocca. Mi è toccato (non a malavoglia) ritornare in Langa per il Kashal di Rivetto. Un 60 mesi, sempre da Nebbiolo che ha in se una unica parola: eleganza. Una eleganza che danza nell’equilibrio di una ballerina sul ghiaccio. Nessuna sbavatura, nessun tentennamento. Come se fosse finto e invece è magnificamente vero. Una di quelle bolle che non si può non assaggiare. Chiudo e mi dispiace non citare tutti gli altri, con Mahsarà dell’Azienda Agricola Ornina, giovane realtà biodinamica di Castel Focognano (Ar). Mahsarà è Pinot Nero, Sangiovese e Trebbiano realizzato, a dosaggio zero, con metodo ancestrale. Me ne sono innamorato appena ricevuto nel calice per un colore che sa di rame antico. Poi in bocca (non l’ho nemmeno annusato), deciso, determinato, prepotente ma quanto è stato bevibile! Non per tutti e meno male visto che non credo ne producano tante bottiglie. Tutte le altre? Non sono ruffiano ne pagato da qualcuno e posso liberamente affermare che ho trovato la qualità decisamente alta. Alcune le avevo già assaggiate come il meraviglioso Ebraluce di Roberto Crosio, altre non sono riuscito a provarle. Ma tanto ci sarà la prossima edizione dell’evento Ais! Alla prossima dunque.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce Arrow Right Top Bg

17 Ottobre, 2025

Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce

  Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.  È nel Vangelo secondo Matteo (19,6) che questa frase viene usata da Gesù per sottolineare l’indissolubilità del matrimonio Mi tirerò certamente dietro le ire di chi votò a favore del divorzio nel referendum abrogativo del 1974. I “no” del 59.3% degli aventi diritto sancì come in uno stato laico non servisse Dio per sciogliere un matrimonio.  Se riuscirò a sopravvivere alle ire dei favorevoli al divorzio, non è detto che sopravviverò a quelle di chi considererà blasfemia l’utilizzo di un vino in una frase direttamente tratta dal Vangelo. Eppure, la storia che spero vi appresterete a leggere, parte proprio dalla Falanghina. Solo che in questa storia le storie sono due. Quella di Giuliana e quella di Luca.  Vediamo di raccapezzarci qualcosa.  Luca Paparelli è di Galluccio un piccolo paese del casertano ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina. Uno di quei posti che fa parte della mia memoria per via dei racconti di zio Pasquale che era solito andarci in bici per le sue scampagnate. Al ritorno non faceva che narrarne le bellezze. Luca è figlio di commercianti di prodotti agricoli con, manco a dirlo, la passione del vino. Da queste parti non sei nessuno se non hai almeno un paio di ettari di vigneto.  Non è un chiacchierone e non si perde in tante parole. Ha l’aria pacifica tipica di chi ama starsene per i fatti propri a lavorare su ciò che gli piace. Come la vigna.  Dopo le scuole superiori, vuole costruirsi un mestiere e se ne va in Trentino e Friuli Venezia Giulia ad imparare. Visto che è pure meticoloso, la laurea in enologia e viticoltura se la prende per poi continuare ad imparare con diverse esperienze sia in Italia sia all’estero.  Prevalentemente al sud d’Italia. Dopo la laurea in viticoltura ed enologia inizio a lavorare in diverse cantine, tra cui una non molto lontana da da Galluccio, Tenuta Adolfo Spada, dove oggi produco i miei vini, i miei spumanti.  Insomma una vita tranquilla in un paese tranquillo. 40 anni di vendemmie e non perché sia anziano ma perché i suoi inizi risalgono alla tenera età di cinque anni. Tanta dedizione. Tanto amore per un mestiere che Luca interpreta con quella flemmatica serenità tipica di questi luoghi. Attenzione però a confondere un modo di vita con qualcosa che non ha niente a che vedere con la capacità e l’operosità. Perché qui ce ne è da vendere.  Giuliana è l’esatto opposto di Luca. Lui non parla. Lei si. Lui è sintetico, lei no. Lui sembra flemmatico, lei una esplosione. Una sorta di compensazione. Compensazione che è motivo ricorrente della loro storia. Ma non è così che si formano le coppie migliori? Proviene da una famiglia da sempre nel mondo dell’enogastronomia. Il papà Luigi era per tutti Gigino Cucchiaro, storico ristoratore di Bacoli. Da parte invece di mamma, da tre generazioni nella distribuzione. Dei vini ovviamente. Lei? Avvocato. Se ve lo starete chiedendo, si, è una anomalia ma una anomalia per una storia che vuole parlare di vino. Comprendendo bene il contesto nel quale Giuliana è cresciuta, non lo è per nulla. Per i figli, i genitori sperano e cercano sempre un futuro diverso e migliore. Gli ambiti della ristorazione o della distribuzione (con fratelli e sorelle della mamma a riempire la compagine societaria) non sono particolarmente agevoli. È spesso la vita a decidere cosa sarà del proprio futuro e per Giuliana la vita decide per il fratello Emanuele. Mio fratello Emanuele decise di iscriversi ad agraria. La sua era una passione per la campagna e i vigneti in particolare. Con mio padre acquistarono già del 2009 dei terreni a Sessa Aurunca impiantando dei vigneti. Nel 2014 la prima vendemmia poi dopo due anni è finito.  Giuliana usa un termine particolare per indicare la morte del fratello. Un evento tragico preceduto da un periodo nel quale Emanuele non poteva recarsi in cantina per via della malattia. Nella tragicità delle cose, è Giuliana chiamata ad effettuare le operazioni di cantina che il fratello le indica. Lo fa con amore e passione. Verso il fratello e probabilmente per rispetto di colui che ha fortemente voluto qualcosa che non riuscirà a vedere realizzata. Veniva e mi diceva quello che io dovevo fare. Stava lì, insomma, tipo carabiniere a dirmi: devi fare così, devi fare così. Mi ha insegnato chiaramente una serie di cose. Prima di finire mi ha affidato a Bruno de Conciliis e nel 2017 ho fatto la mia prima vendemmia.  Luca entra in questa storia silenziosamente e casualmente. Senza volerlo. Perché anche nel suo caso, il destino decide per lui. È infatti il 2016 quando Giuliana, necessitando di Falanghina aveva chiesto ad un su amico dove potesse acquistarne un pò. Un amico che suggerì proprio Luca per la bontà del suo prodotto.  La Falanghina di Luca mi colpì particolarmente e abbiamo quindi cominciato praticamente poi a conoscerci. Alla fine, insomma, le due cose in qualche modo si sono si sono intrecciate.  Una conoscenza che porta Giuliana, nonostante avesse dei consulenti a passare sempre da Luca prima di imbottigliare.  Chiaramente volevo il suo parere. Al di là comunque del del sentimento che ci lega professionalmente, avevo all’epoca e ho ancora oggi una grandissima stima di Luca. Come enologo e come produttore. La verità è che lo fa con tantissima passione. Quindi riesce anche a far diventare liquidi quelli che sono i miei pensieri. Ne ho sentite tante di frasi di apprezzamento verso il proprio partner. Dalle più tenere alle più volgari. Fa parte del gioco dell’amore. Quella che però Giuliana utilizza, oltre ad essere meravigliosa e decisamente carina, disegna anche un punto interrogativo sul mio volto tanto che lei si affretta a specificare. Allora, ti spiego anche il perché di questa definizione. Non essendo comunque del mestiere, non avendo comunque una preparazione adeguata, io posso avere dei pensieri, delle opinioni sul vino, su quello che poi gli imbottiglia, su quello che deve arrivare insomma il cliente, su come voglio che sia il prodotto ma, tecnicamente ho necessità comunque qualcuno che si metta lì vicino a me con santa pazienza e arrivi ad immaginare insieme a me, a costruire insieme a me quello che può essere il risultato finale. Luca riesce effettivamente a rendere liquidi i miei pensieri. Mi trasforma in una versione liquida. Per me, almeno fa veramente la differenza.  Giuliana è così. Dinamica, forte, determinata. Una donna del sud che sa farsi valere. Lo fa con la sua forza. Lo fa con la dialettica. Lo fa con la dolcezza. Intorno a lei continua a fare capolino la piccola Livia. Una bambina dolcissima, timida solo all’apparenza. È il frutto di quella che è l’amore tra Giuliana e Luca. Ah l’amore, l’amore. Solo che Luca oltre ad essere stato accalappiato sentimentalmente da Giuliana, ha anche subito una captazione professionale.  Cerchiamo di fare chiarezza.  Luca la sua azienda l’aveva comunque creata prima di Giuliana: Luca Paparelli viticoltore in Galluccio. Cinque ettari e circa 25.000 bottiglie essenzialmente di bollicine da Asprinio, Aglianico, Piedirosso e Falanghina. Si, proprio quella Falanghina galeotta….  Le vigne a Galluccio e la cantina nei locali di quella che era l’azienda per la quale lavorava.  Ho la fortuna di avere i vigneti a Galluccio che sono distanti circa due, tre km e una cantina enorme. La proprietà ha circa 25 ettari che gestisco io ma non producono più vino dal 2021. Dal rapporto, diciamo di fiducia e di stima che c’era tra me e i proprietari, oltre oltre a condurgli i vigneti, mi hanno dato in comodato d’uso la cantina che è di 1.200 metri quadri con 2500 ettolitri di capienza. Quindi ho spazio. L’azienda di Giuliana invece è Torelle e ha le vigne (quattro ettari) in quel di Sessa Aurunca, piccolo paese del casertano con la cantina a Cascano, poco distante. Due paesi, anche questi nella mia memoria. Quando andavamo al paese dei miei nonni, Camigliano, papà, da Latina prendeva sempre l’Appia nonostante l’autostrada fosse decisamente migliore. Un viaggio che riesco ancora oggi a ripercorrere con la memoria transitando per la costa con Terracina, Sperlonga, Gaeta, Formia, Scauri. Poi, una volta attraversato il Garigliano l’Appia che si inerpica per i paesini dell’entroterra casertano. Il paesaggio da marino diventava collinare e boschivo. Dalle spiagge alle terre in un solo valicar di fiume. È sull’Appia che incontravamo Sessa Aurunca e Cascano. Dicevamo di Torelle. Una piccola cantina in un casolare dell’800 dove ci si sta stretti. Ma che per adesso basta. Il territorio identifica direttamente il prodotto. Torelle è un territorio più da rossi, da rossi importanti mentre Galluccio riesce a conservare molto di più l’acidità. Per questo ho cercato di iniziare con le bollicine. Due territori diversi. Due aziende diverse. Differenze tutte da valorizzare.  Torelle (circa 20.000 bottiglie) con i rossi e il rosato da Aglianico. Poi la Falanghina. Si proprio quella Falanghina galeotta… Luca Paparelli per gli spumanti. Diciamo che siamo complementari anche sotto questo punto di vista. Torelle si concentra sui fermi e Luca sulle bolle. D’altro canto c’è questa distinzione comunque importante che ci viene data in maniera del tutto naturale dal territorio. Quindi, in realtà è stato tutto assolutamente casuale. Non c’è stata una scelta ben precisa né di tipo commerciale né altro per riuscire a distinguere le due aziende. Si sono completate a vicenda.  La sorte è che quella Falanghina che li ha fatti incontrare, si quella Falanghina galeotta si chiama Roccamonfina. Non conoscendo il territorio può non dire nulla però, il vulcano spento di Roccamonfina e il paese che da questo prende il nome, è proprio a metà strada tra Cascano e Galluccio. Più che un anello di congiunzione appare un compromesso, un meraviglioso venirsi incontro. Come per chi si sceglie.  Ci siamo conosciuti volevo proprio lì. È per la Falanghina che ci siamo conosciuti e la Falanghina poi ci ha anche uniti. La Falanghina IGP Roccamonfina Torelle  ha il riflesso chiaro della pietra baciata dal sole. Profuma di frutta bianca, di mango maturo, di agrumi ed erbette. La sua è anima minerale che incanta per l’accenno ferroso che sembra fuso nel vino.  Nel calice la semplicità si fa miracolo: è come se un piccolo frammento di metallo antico si fosse sciolto nel liquido. Come se le radici delle viti siano arrivate nelle profondità del vulcano spento succhiandone l’essenza. È così che quel metallo adesso si fa strada tra la pesca bianca e il mango esaltando la sapidità di un vino che è fusione. Semplicità e forza. Dolcezza e determinazione. Sapidità e verticalità. Una fusione tra roccia e cielo, tra terra e fuoco, tra Giuliana e Luca.  Poi devo dire la verità, una cosa che a me diverte tantissimo, io amo assaggiare. Lo facevo sin dall’inizio di andare ogni tanto in cantina da Luca a disturbarlo mentre lui era lì, intento a lavorare in modo serio. All’improvviso irrompevo, prendevo i bicchieri e cominciavo praticamente a farmi a tappeto tutti i serbatoi. Devo dire che poi fatto in questo modo, in realtà il nostro lavoro è anche divertente. La scelta comunque di unire il lavoro e la famiglia è stata secondo me poi anche una scelta vincente perché riusciamo comunque attraverso il lavoro, a divertirci a stare insieme. Non è un lavoro sostanzialmente neanche adesso è un lavoro. Come devo dire uno si vuole perfezionare nelle annate. Un passettino in più ogni anno. La cosa che mi entusiasma sempre di più è che comunque la qualità dell’uva che si riesce ad ottenere da queste vigne.. Tra i due si percepisce come Luca sia quello tenero, riflessivo, attento; Giuliana spigliata e determinata. Una crasi perfetta poiché Luca si dedica alle vigne e alle cantine per ottenere prodotti davvero eccellenti mentre Giuliana è l’anima commerciale, l’immagine della azienda. Insieme sono qualcosa che vale il prezzo del biglietto. Giuliana ama stare in cantina mentre in campagna meno.  Sono un pò più cittadina probabilmente come dice Luca. Il problema è che a me stare lì da sola, io e le vigne, nel senso che non posso parlare con mezzo mondo, non posso avere tutti i miei contatti sociali….Mi manca un pò l’aria. Quando ci vado e ci vado anche volentieri, devo dire la verità, avendo comunque una bimba piccina, lei va seguita e dobbiamo dividerci.  Luca se ne sta in campagna tranquillo e rilassato. Nel suo mondo. Con i silenzi e i rumori della natura.  Mi rilassa molto la campagna. È un lato che mi piace tanto perché si ritrova un pò sé stessi sostanzialmente. La natura che si ripete. Accudire le la vigna. Perché comunque la vigna va accudita come tanti piccoli bambini. Ogni passo che si fa a lungo il vigneto fa emergere le differenze che forse altri non noterebbero. Ogni vite dev’essere curata in modo diverso per portarle tutte ad avere lo stesso risultato. A me rilassa tanto. Ci sono i picchi di lavoro che sono stressanti, ma non così tanto diciamo. Il periodo della potatura verde, il periodo della vendemmia… In vendemmia ci vado eh! In vendemmia vado anche in campagna oltre che in cantina. Nella cantina di Torelle, quella di Cascano in un casolare del 1800, gli spazi piccoli così che i serbatoi e la barricaia sono incastrati nel tufo di Sessa Aurunca.  Ogni operazione dev’essere fatta chirurgicamente. Come giocare a Tetris. Il lavoro per entrambi può essere folle con mesi particolari come agosto e settembre  scanditi settimanalmente. Sull’azienda Torelle si inizia con il rosato. Poi si prosegue con la Falanghina. Quando si iniziano i rossi a Torelle poi sono quasi pronte le uve a Galluccio. Alternanza tra Sessa Aurunca e Galluccio. Oltre che dai Campi Flegrei dove vivono (così Luca viaggia tra vulcani!). La prima in assoluto è l’Asprinio per la quale non si va oltre i primi giorni di settembre.  Per due mesi Giuliana non lo vede proprio. Spesso non torno a casa per un mese intero. Ottobre il mese nero perché vanno gestite anche le fermentazioni.  Anche perché finché la bambina era piccola, riuscivamo a trasferirsi tutti quanti a Cascano. Iniziando la scuola è diventato problematico.  Semplicità. Finezza ed eleganza nella semplicità. Forza e determinazione. Schiettezza e territorialità. Queste non sono solo caratteristiche dei vini delle due aziende ma anche di Luca e Giuliana. Manca l’estrosità che non si immaginerebbe possa risiedere in Luca. Però sono proprio le persone come Luca, quelle che pensano molto, quelle che riflettono e sognano ad occhi aperti, ad avere la maggiore dose di creatività.  Luca usa quello che tecnicamente si chiama processo di reverse engineering. In genere, per creare un vino, si parte da ciò che si vuole ottenere: caratteristiche gusto olfattive, possibilità di abbinamento, colore, pubblico. Insomma quando si ha una idea si comincia a dare a questa una forma. Luca invece parte da quella che per il resto del mondo del vino è l’ultima cosa: l’etichetta. È davvero l’ultima cosa alla quale in genere si pensa. Nome ed etichetta.  Per Luca non è una esigenza di carattere commerciale. Nella mente di un sognatore quale è Luca, l’etichetta diventa il manifesto d’amore, la dedica non solo di una bottiglia ma di un pensiero. La narrazione che spesso è più viscerale, intrinseca e intima lo porta proprio a raffigurare nella sua mente l’etichetta. Da li parte tutto. Non arriva, parte. Funambolo ad esempio è l’Asprinio delle Alberate di Luca Paparelli, l’antico metodo dei contadini delle Terre di Lavoro che legavano i tralci ai pioppi così che si sviluppassero in altezza. Bellissimi a vederli e con la rigogliosità che solo uno sviluppo in verticale a catturare sole e salubrità può offrire. Ma scomodi da morire. Dai trattamenti alla vendemmia occorre salire su incerte scale di legno alte fino a venti metri. Arrampicarsi come dei ragni a rischio di cadere da un momento all’altro. L’Asprinio è uno di quei prodotti che offrono sensazioni incredibili e che solo grazie a viticoltori come Luca non perde la propria identità nota sin dai tempi dei Borboni.  Funambolo dunque è una dedica proprio a quei contadini eroi che rischiano ogni volta che solo pensano di dover salire su quelle scale. Dovreste davvero vederle le scale e io me le ricordo bene perché le aveva anche mio nonno. Non mi ci faceva salire per nessun motivo al mondo e quando, di nascosto, provavo autonomamente, non andavo mai oltre il secondo gradino: traballava tutta!!! Funambolo non si perde nella ricerca di lunghi affinamenti da metodo classico. L’Asprinio ha la sua particolarità nel frutto aspro e nella capacità di essere verde al naso così come in bocca. Per questo motivo Luca usa il metodo Martinotti. La base è Asprinio all’85% poi Falanghina, si, la Falanghina galeotta. Una base che affina sui suoi lieviti per un anno prima di passare in autoclave per 60 giorni. Un metodo affascinante e ricercato in grado di donare allo spumante una vera autentica e fine unicità.  Il colore è quello dell’ambra che risplende al sole. Il sentore è della pesca gialla percoca di questi luoghi, dell’albicocca disidratata, del limone maturo che non punge, accarezza. Un equilibrio raro, di quelli che non tremano nemmeno su una scala di legno incerta.  In bocca il Funambolo cammina sul filo di una bollicina fine, impalpabile, che non esplode ma accompagna sfidando le rudezze con eleganza, rotondità, senza pesantezza. Un frutto che si fa seta sciogliendosi in una carezza, lasciando pulizia e quel desiderio folle di un altro sorso. Ogni sorso è un passo sul filo disteso tra cielo e terra che trasforma semplicità in stupore. Ho fatto anche una bollicina che si chiama Maruzzè, dedicata a Giuliana. Quando ci siamo conosciuti con Giuliana, avevo soltanto due etichette: il Funambolo  e il Disincanto che erano uno a base Asprigno e l’altra base Falanghina. Non amavo molto i rosati. Li consideravo un pò dà completamento di gamma, molto di moda.  Ride di gusto Giuliana guardando Luca che parla del vino che le ha dedicato. Lei che invece ama i rosati si diverte a sentire Luca che non amava i rosati Lei aveva una passione particolare per i rosati provenzali e tra una vacanza a Ischia e l’altra a Ventotene ho creato dall’etichetta un rosato spumante a base Aglianico. Dall’etichetta perché su questa c’è Giuliana in tutù.  Maruzzè è 90% Aglianico e 10% Piedirosso. Uno spumante che ha una lavorazione ancora più particolare fatta di due annate diverse assemblate e rifermentate in breve tempo. 45 giorni al massimo. Uno spumante Rosè anche se Torelle, un rosato, da Aglianico, lo aveva già. Il Rosato di Torelle sente e fa sentire l’Aglianico. Non lo nasconde, anzi, lo esalta. Rosato? Si ma molto scarico, alla Provenzale come piace a Giuliana. Luminoso al limite del brillante fa sentire subito di che pasta è fatto con sentori avvolgenti e precisi, delineati come i tratti di una statua di marmo. La rosa, la pesca, le piccole fragoline di bosco. Il floreale che impazza esprimendo una freschezza che il velo di balsamico e la grande, grandissima mineralità, esalta. Una sensualità diffusa da quella statua di marmo che si fa levigata e voluttuosa. Ma determinata anche grazie ad un fresco agrume. Al sorso, la determinazione appare ancor più evidente. Si tratta pur sempre di un Aglianico e i tannini non possono scomparire così, d’amblè. Verticale e deciso come l’abbraccio di incontro atteso da tempo; avvolgente e passionale come ciò che continua. Sensazioni che proseguono per via di una lunga persistenza e di una sapidità che porta ad avere in bocca il suo sapore anche quando pensi di averlo dimenticato. Finale preciso e caratterizzante di un rosato che ti lascia il ricordo. Per sempre. In realtà mio fratello ne fece uno nel 2014, ma era della stessa idea di Luca. Quindi, insomma, brutte persone. Questa passione per i rosati in realtà arriva da mia nonna materna. Non passava pranzo o cena che non si beveva almeno un bicchiere di vino. Al deposito, mia mamma dice sempre che i corrieri la prendevano un in giro dicendo: la signora oggi ha bevuto di nuovo acqua Sangemini. Scendeva con queste due schiocche rosse e per lei il vino era immancabile. Amava i rosati della Provenza. Mia madre idem. Anche a me giustamente che non è che insomma avessi questa cultura del vino mi divertiva l’idea del vino rosa. Amavo tanto il colore che mi ha sempre colpito. Quindi, nel 2017, alla mia prima vendemmia, la priorità era fare un rosato di Aglianico ma che fosse scarico come un provenzale. È stato un terno al lotto perché all’epoca non avevo il serbatoio per la fermentazione a temperatura controllata. Cominciamo con questo rosato è in realtà poi venivo un pò derisa per il colore, perché all’epoca nel 2017 ancora non erano di moda i vini provenzali. Nel rosato rivedo una parte di me, soprattutto in quel momento, nel 2017, quando poi ho iniziato a fare questo lavoro. Adesso è il vino praticamente a cui io tengo probabilmente di più e che coccolo di più in assoluto. Il Maruzzè va beh anche quello. Il mio rosato è Giuliana messa nella bottiglia. Apparentemente fragile, apparentemente vulnerabile, soprattutto nel momento in cui avevo perso mio fratello. Però poi, quando si assaggia quel rosato, così come quando poi, insomma, si conosceva anche me, in realtà, ci si rendeva conto e ci rende conto ancora oggi che comunque quel rosato arriva dall’Aglianico si sente tutto. Ha tutta la potenza e tutta la forza che comunque un Aglianico deve avere. Potrei quasi definirlo donna perché è astuto e furbo. Ti frega senso che all’apparenza pensi vabbè, ma questo vino è un vino facile è un vino che mi bevo, insomma in maniera anche veloce senza dover necessariamente mangiare un pasto completo. Alla fine invece non è così La forza di Giuliana c’è e c’è tutta. Caparbietà, ostinazione, forza. Tra le difficoltà si va avanti. Una forza che ho ritrovato nell’Aglianico Taurasi del Falerno del Massico Torelle. Un vino che dal 2017 con solo un anno di botte grande dimostra come sia ancora un giovanotto indomito. Rubino intenso e impenetrabile ancorché si capisca quanto sia elegantemente rustico nei suoi sentori. Un vino vegetale e fruttato con la ciliegia ad emergere prepotente. Sentori caldi di cannella, noce moscata, chiodi di garofano e quel gradevolissimo balsamico che diventa mineralità armoniosa, ampiezza che sa di famiglia, di camino, di giornate di festa. Emergono i lamponi, il tabacco trinciato. La ciliegia si fa visciola e sempre quel vegetale rende un vino di una certa età, fresco e vivo. Sorso ampio, importante a riempire la bocca, a renderla colorata e calda. I tannini che sono li presenti come guardiani di passo. Guardano, osservano ma senza essere aggressivi. La bocca è ampia e si bea di una piacevolezza dove la ciliegia continua a farsi sentire. Senza essere stucchevole perché fresca e quasi croccante. Ampio e godurioso nonostante un carattere che può sembrare rustico ma non lo è perché vero e in grado di donare uno strano senso di verità, di importanza, di non banalità ovvero di concretezza. Rimane a lungo in bocca accompagnando un pensiero che vola verso ricordi di infanzia, di chiacchiericcio nelle domeniche a tavola, di nonni che ti parlano, di sorrisi e rincorse attorno al tavolo. Sono certo ci sia anche un vino da dedicare alla piccola Livia. Ho tante etichette nel cassetto. Cercavo una etichetta che parlasse di Livia e alla fine si dovrebbe chiamare Lotti perché è cosi che chiamavamo Livia nei nove mesi di gravidanza. Quando non sapevamo se fosse maschio o femmina. L’abbiamo saputo dopo La vedo con un fondo bianco e un otto messo in orizzontale ovvero con il simbolo dell’infinito tutto con i colori dell’arcobaleno.  Sicuramente utilizzeremo le uve di entrambi. E se Luca ha fatto finta di dimenticarsene io glielo ricordo. Una giusta crasi tra le due aziende. L’anello di congiunzione di quella Falanghina che si chiama oggi Livia. Un vero blend tra Giuliana e Luca, frutto del loro amore. Una coppia unita nel vino e con il vino. La passione di Luca, il suo garbo, la grande competenza. La dolce determinazione di Giuliana, la forza che la porta anche a cercare di dissociarsi dalla distribuzione di famiglia. Come se ricercasse una propria identità. Sua e della sua attuale famiglia. Per vincere tutti i pregiudizi di chi non pensava che una donna, avvocato, figlia di persone del campo, non possa farcela da sola. Sola con Luca. Sì sono trovati, si sono scelti riuscendo, intelligentemente, ad integrare, senza integrarle, le due aziende. Una integrazione nella gestione mantenendo inalterate le peculiarità dei due territori, un sogno nel cassetto: una cantina comune. Già, perché quella di Cascano è troppo piccola e quella di Galluccio è in affitto. Qualcosa di proprio nella quale Luca possa continuare a sognare etichette e studiare nuovi vini, Giuliana accogliere le persone e assaggiare i vini di Luca, Livia…beh Livia è ancora troppo piccola e sarà lei a scegliere se lasciarsi rapire da un Aglianico o una Falanghina. Falanghina….galeotta fu la Falanghina!!! Con questa frase almeno ne i divorzisti ne i cattolici mi odieranno.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Imprinting. Arte&Wine per il Giubileo di Roma 2025 Arrow Right Top Bg

15 Ottobre, 2025

Imprinting. Arte&Wine per il Giubileo di Roma 2025

  L’ARTE INCONTRA LE ECCELLENZE DEL LAZIO NELL’EVENTO ENOGASTRONOMICO DEDICATO AL GIUBILEO DI ROMA 2025 Roma, 29 novembre 2025 – Terrazza Bernini, Hotel Bristol dalle h 15 alle h 23 La Fondazione David Phoenix ETS è lieta di annunciare “Imprinting Art&Wine per il Giubileo di Roma 2025”, un evento esclusivo ed unico nel suo genere in programma il 29 novembre 2025 presso la suggestiva Terrazza Bernini dell’Hotel Bristol Piazza Barberini 23 di Roma in occasione delle celebrazioni per il Giubileo di Roma 2025. L’iniziativa nasce con l’intento di celebrare la profonda connessione tra arte contemporanea ed eccellenze enogastronomiche del Lazio, unendo in un’unica esperienza sensoriale il talento artistico e la ricchezza del territorio. Protagoniste della serata saranno le opere dell’artista David Phoenix che, con la sua cifra stilistica unica, porta in scena un dialogo emozionale tra materia e spirito, tra radici culturali e innovazione visiva. A fare da contrappunto artistico, una selezione di Aziende Vitivinicole del Lazio (ognuna delle quali verrà associata ad un’opera del Maestro) che, con prodotti tipici e sapori autentici del territorio, realizzeranno un percorso percettivo e degustativo, pensato per valorizzare l’arte associata alle filiere locali. L’evento è realizzato con il contributo di Regione Lazio – ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), a conferma del forte impegno istituzionale nella promozione della cultura e delle produzioni di eccellenza del territorio. “Imprinting Art&Wine per Il Giubileo di Roma 2025” si inserisce nel calendario ufficiale degli eventi culturali legati al Giubileo, rappresentando un momento unico tra le manifestazioni enogastronomiche della Capitale per il Giubileo 2025, divenendo punto di incontro tra spiritualità, bellezza e identità territoriale, in uno dei luoghi più iconici della capitale.   Per informazioni e accrediti stampa: Organizzazione – Imprinting Art&Wine per il Giubileo di Roma 2025 📧 marcosargentini@lust4wine.it  | 📞 320 6037741 📧 robertamarcheseragona@gmail.com | 📞 366 6672133 📧 nomorewine25@gmail.com | 📞 366 6672133   WineTales Magazine è Media Partner dell’iniziativa La Redazione
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Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso

  Noi siamo quello che facciamo ripetutamente.  Se riflettiamo sulle nostre azioni ed in particolare sulle abitudini è facile comprendere come queste rappresentino il nostro essere. Molto più di tante parole. Aristotele. Questa frase è del filosofo greco Aristotele che poi la concludeva dicendo Perciò l’eccellenza non è un’azione ma un’abitudine.  Un atleta, se vuole eccellere, deve ripetere all’infinito i propri gesti quasi innestandoli nel proprio dna. Pensate alle ginnaste che volteggiano nel cielo per poi ricadere sulle punte in bilico su una trave larga solo 10 cm. Un musicista, allo stesso modo, per poter suonare uno spartito deve conoscerlo nel profondo. Ogni nota, ogni pausa, ogni tempo, ogni tonalità. Se poi il proprio spartito è inserito tra tanti altri poiché parte di una orchestra non conta più solo la bravura individuale ma la capacità di inserirsi, con i giusti tempi, in un contesto di coralità. Spesso mi trovo a guardare gli sciatori o i piloti di auto che mimano con le mani il percorso. Azioni che devono diventare abitudini perché riescano al meglio. Indipendentemente dall’eccellenza o meno. Rappresentano una prestazione, un momento, ancorché lungo, della vita. Ci capita poi di compiere, giornalmente, azioni che sono così radicate nel nostro animo da rappresentare noi stessi. Verso gli altri, verso il nostro io. Se non le facessimo, non avremmo più una identità ne gli altri ci riconoscerebbero come tali. Pensateci. Ognuno di noi ne ha. Anche chi crede di non averne.  E l’amore? Anche l’amore è una abitudine o nasce per una abitudine? Oppure irrompe nella nostra vita come un fiume in piena. Inaspettato e non calcolato. Ognuno ha la sua storia ma, in ogni caso, vivere l’amore come una abitudine e non come una azione, da curare con il massimo delle nostre possibilità, è l’unica possibilità perché continui a bruciarci dentro come il primo giorno. O anche di più. Io mi vedo sempre qui anche perché né discutevo un pò di tempo fa sempre con mio papà. È come se la mia persona fosse legata a ciò che io faccio. Senza la mia, la nostra azienda, non avrei più una identità. Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Vado fuori di testa. È un problema questo perché uno dovrebbe avere un’identità salda della propria persona, indipendentemente da quello che fa o no? La mia persona, la mia identità ce l’ho grazie a quello che faccio. E quindi, se qualcuno mi levasse quello che faccio, non so dove vado a finire. Non lo so, ci devo riflettere. Io mi vedo qui a fare il vino, ad accogliere le persone, a raccontare i miei vini. Non mi vedo più grande di quella che sono. Non ho in testa di ingrandirmi. Io mi vedo come quella che sono adesso, solo che più vecchia. Più…più….più matura. Marika Socci è una splendida donna, mamma, moglie, figlia, vignaiola di Castelpiano, a poco meno di 50km da Ancona.  Chiacchieriamo tanto insieme. Un colloquio appassionante, intimo, a volte interiore. Siamo accomunati anche dal grande amore per le rispettive figlie che, caso del destino, si chiamano entrambe Azzurra.  Marika è una donna che emana energia positiva in ogni sua espressione. È come se nella sua vita ci fosse un prima e un dopo senza che vi sia realmente un prima e un dopo. È solo che la terra si è prepotentemente insinuata nella sua vita trascinandola così nel profondo fino a capire quali (e dove) fossero realmente le radici del suo essere. Dinamica e determinata prima; tenera e sognatrice dopo. Anzi no. Dinamica e determinata prima; dinamica, determinata, tenera e sognatrice dopo. Marika è riuscita a portarsi dietro il prima nel dopo. Cosa rara. Il prima è fatto di spensieratezza e di voglia di vivere in quel di Ancona dove viveva con la famiglia. La ginnastica ritmica, le gare, la voglia di vita. Fino praticamente ai 18 anni sono stata ginnasta. Ho sempre fatto attività agonistica nel mondo della ginnastica ritmica. Mamma mi iscrisse a ginnastica artistica nella società nella quale ancora oggi lavoro. Venni pescata dal settore artistico e portata dentro la ritmica: non mi sono più mossa. Dopo sono diventata insegnante, non facendo però l’ISEF. Tutto il percorso CONI. L’azienda mi impegna molto. Molta fatica fisica. Ma non la mollo. Che non molli datelo per certo. Marika è una energetica e positiva macchina da guerra. Il suo lavoro da vignaiola affiancando il padre lo ha iniziato dopo che il suo datore di lavoro decise che poteva lavorare solo a nero.  Dissi a papà: adesso io porto i curriculum da tutte le parti e finché non mi chiamano, vengo a lavorare per te. Papà disse: sì, sì, vieni vieni. E da lì mi sono innamorata di tutto quello che lui faceva che poi era tutto quello da cui io ero sempre scappata. Adesso so diventata peggio di lui, perché veramente una volta proprio io e mia sorella non potevamo vedere questa casa in campagna. Diceva mamma mia: speriamo che vende non se ne può. Mi sono pure trasferita qui. Sono diventata mamma incoscientemente. Non pensavo mai di diventare mamma. Forse non mi sentivo all’altezza. Facevo due lavori in palestra e in azienda. Parla con la sua inflessione marchigiana che la rende ancora più vera. Se mai ce ne fosse bisogno. Una energia che parte da una sorta di ritorno ancestrale alla terra.  Come in quasi tutte le generazioni attuali, la terra arriva dai nonni. Umberto e Concetta in questo caso che sì, sono di origini contadine e sì, lavorano la terra non loro ma decidono di spostarsi ad Ancona per cercare fortuna. Che a quei tempi voleva semplicemente dire stare bene e assicurare ai figli un futuro migliore del loro. Non certo guadagnare tanto o cambiare totalmente vita. Quello era per pochi. Alla pensione però nonno Umberto è alla campagna che vuole ritornare. Una sorta di amore primordiale che ne si scorda ne si dimentica. È il 1973 quando insieme al figlio Pierluigi impianta un vigneto a Monte Deserto, una collina in quel di Castelpiano. Ci ritroviamo un piccolo appezzamento di terra al centro dell’area classica di produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Quindi ci sono proprio tutte le condizioni, partendo dal sottosuolo e da ciò che gli sta intorno per dare la possibilità alle uve di essere di qualità. E poi trasmetterla ai vini. Analisi delle esposizioni? Del sottosuolo? Impianti? Nulla di tutto ciò. Il vigneto era per produrre un pò di uva e venderla alle cantine sociali. Quel tanto che bastava per divertirsi e magari arrotondare un pò la pensione. Il vigneto era tenuto come un giardino, perché poi figurati, tre ettari. Fa questo impianto con il figlio, pensa quanto ci teneva. Qui il vigneto si doveva tenere bene altrimenti la gente sparlava. Tutto impiantato a Verdicchio ovviamente. Siamo nelle Marche ed qui che il Verdicchio trova espressioni incredibili. Il disciplinare della DOC nacque solo nel 1968 per tutelare quel vino bianco delle Marche famoso in tutto il mondo anche grazie all’anfora di Fazi Battaglia progettata nel 1953 dall’architetto Antonio Maiocchi (Sinuosa come Sofia Loren avevano detto negli USA).  Con il nonno non si sono mai ingranditi e non l’hanno mai fatto veramente come un qualcosa di commerciale. Era qualcosa che che teneva unita una famiglia mantenendo  iI legame con il territorio che comunque sia mio papà che mio nonno avevano forte. Facevano il vino di casa usando anche dei filari di Malvasia di Candia. Perché una volta il vino Verdicchio era molto duro. Lo ammorbidivi con qualcosa di diverso. Poi arrivano gli anni 80 segnati dallo scandalo del metanolo e dalla guerra commerciale con la Francia. Il vino italiano smette di avere appeal all’estero tanto che conferirlo diventa sempre più complicato. Battaglia ci dice a un certo punto: non è detto che le vostre uve ci servano o non è detto che ci servano come l’anno scorso e gli anni prima. Quindi state attenti, vedete un pò come fare. È da lì ché nascono, siamo nei primi anni 80, tanti piccoli produttori marchigiani. Quando oggi i grandi produttori si lamentano della miriade di aziende piccole, a conduzione familiare, con pochi ettari e che comunque rappresentano il vero patrimonio della viticoltura italiana, dovrebbero solo ricordarsi di quando compravano tutta l’uva per poi, improvvisamente, smettere. Cosa si aspettavano facessero tutti quei contadini che avevano investito soldi e sudori nelle vigne a loro destinate? Deserto è il primo vino che è stato messo in bottiglia. Tanto è il legame con il territorio che la maggior parte delle cantine a quel tempo chiamavano il vino con il cognome della famiglia. Non c’era idea di dare il nome ad un vino. Di solito si chiamava che ne so, Garofoli piuttosto che Moncaldo. Invece sia nonno che papà aveva deciso fin da subito di dare voce al territorio e il loro vino si è sempre chiamato Deserto già da quella volta. Socci era scritto piccolino piccolino sotto in basso e poi Deserto. Associare la propria azienda e i propri prodotti al territorio è qualcosa di incredibilmente all’avanguardia per quei tempi. Solo che Deserto era un nome un pò scomodo per un vino o almeno lo era (ed è) senza investire in comunicazione e marketing. Cosa che non era nelle corde delle piccole aziende a quei tempi (e non è che oggi le cose siano cambiate!). Forse anche perché il vino non tutti lo facevano come primo lavoro. Tutti, anche papà Pierluigi, un altro lavoro lo aveva. Lavorava al centro meccanizzato di Ancona.  Faceva i turni notturni e per un grandissimo arco della sua vita lavorava di notte e stava in vigna di giorno. Io credo che tutte le scelte che mio nonno e mio papà hanno fatto era perché c’era veramente la voglia di far qualcosa che gli piaceva e come per dire, realizzarsi personalmente su un progetto, dove però che non ci si doveva fare arricchire che non ti doveva far campare. Scelte dettate dalla voglia di fare vino. Senza scendere a compromessi. Questo consentiva di portare avanti il legame vero con il territorio. Se hai un piccolo salvagente da una parte e se ti accontenti di avere uno stile di vita normale, quello che ne deriva è qualcosa di incredibile. Vero che qualcosa si imbottigliava ma era poca roba. Il vino si vendeva sfuso. Non si metteva in bottiglia tutto perché in quegli anni c’è un mercato molto molto florido di vino sfuso In Germania. I tedeschi venivano giù con i camion cisterna. Mio papà ha cavalcato tanto questa onda. C’era una signora si chiamava Heide. Guidava il camion veniva giù dalla Germania e portava via parecchi quintali di vino. C’era anche un altro mercato che mio papà ha cavalcato molto: l’Emilia-Romagna. Anche lì venivano giù e acquistavano il vino sfuso. Parallelamente alle prime bottiglie, quindi Deserto che è il nostro classico con la bottiglia ad anfora, c’era comunque tanta vendita di sfuso. Marika è sempre più una forza della natura. Il sorriso disarmante e la capacità di coinvolgere come non mai. Entusiasta, contenta, attiva, energica. Viva, meravigliosamente viva. I ricordi affiorano legandosi alle sensazioni di quei tempi. Riviverle è ripercorrere pezzi di vita vissuti da una bambina che non voleva viverli perché interessata ad altra vita. Non la campagna, non i filari, non il vino. Lei voleva vivere una vita diversa. Ma sono quei ricordi, poi tornati prepotenti a ricordarle da dove veniva e da dove non vorrebbe più andar via, che sono diventati la sua vita. Quella che doveva essere solo una sistemazione momentanea nel periodo della ricerca di un nuovo lavoro, diventa casa. Casa in tutti i sensi. Sia perché Marika con il marito e la piccola Azzurra inizia a vivere proprio a Castelpiano sia perché capisce che quella è veramente casa sua. È li che sono le sue radici. I miei nonni non sono qui nel senso fisico. Non mi sento mai sola. Sono l’unica che vive in azienda con mio marito e mia figlia. Però non è che mi sento mai sola non so, è una sensazione strana e può darsi che deriva pure da un mio modo.  Ho ricordi di una medesima sensazione quando andavo a casa dei miei nonni che loro non c’erano già più da tempo. Quella casa dove andavamo per le feste e stavamo tutti insieme con fratelli e cugini. Sentivo la presenza dei miei nonni. Qualcosa di tangibile. La stessa sensazione a casa dei miei genitori quando sono morti. Ogni oggetto parlava di loro e di una vita trascorsa li. Sono felice nel mio piccolo mondo qua anche se ci sono tante difficoltà, Ivan. Penso che queste difficoltà che io affronto con la mia famiglia quotidianamente mi danno anche la sensazione di non essere mai arrivata di dover fare sempre di più, di non mettermi mai seduta. Perché da un momento all’altro, magari tutto mi può scivolare di mano. Le aziende vivono giorno e non c’è mai una stabilità. Parlo di una stabilità economica. Questo camminare sempre un pò sul filo del rasoio mi da sempre là possibilità di guadagnarmi giorno per giorno quello che ciò e di non stancarmi mai.  Dinamismo e determinazione che si legano alla tenerezza e al sogno. Una grande infinita passione che rende un luogo e una attività come fonte di felicità. Tutto traspare. Lavoravo ad Ancona in palestra e a Monte Deserto c’era la vigna. Non si poteva andare su e giù. Mio marito è un tipo che già da ragazzo amava la vita solitaria della campagna mentre invece io ero quella che per carità, se potessi abità in centro anche in un appartamento di 30 m quadri senza balcone, io ci sarei andata. Era talmente felice credo di diventare padre e sapeva la mia forte passione per l’azienda (lui mi ha sempre spinto a continuare non mi ha mai detto oh guarda lì guadagna niente, solo fatica. Mi ha sempre comunque sostenuto in questo e tutte le mattine va ad Ancona dove lavora) che ci siamo trasferiti di corsa. Azzurra ora sta come una pacchia. Ogni tanto ne parlo con delle mie amiche e le dico: chissà se si rende conto della fortuna che ha. Magari mentre la vive non se ne rende conto. Forse la piccola Azzurra di Marika non si rende ancora conto della fortuna che ha mentre la mia Azzurra forse non avrà mai questa fortuna vivendo in città. I ricordi di quando andavo a casa dei miei nonni in campagna sono ancora vivi, pazzeschi, bellissimi e il rammarico è non poterli farli vivere a mia figlia. Ciò che oggi sento dai vini, nei vini ad esempio è esclusivamente frutto di quei ricordi. Non è solo questione di vini. I loro racconti, il calore del camino, il sapore dei frutti appena colti, il valore delle piccole cose. Ogni cosa vive dentro di me e anche se cerco di raccontarle ad Azzurra, lei non potrà viverle. Non potrà calarsi in quell’ambiente, in quella atmosfera, in quei tempi. Come non vivrà l’amore dei miei genitori che purtroppo non ci sono più. Tutte cose che cerco di compensare in qualche modo pur sapendo che non sarà mai la stessa cosa e io non sarò mai all’altezza. Tu guarda cosa ho trovato in un libro di ricette di mia nonna. Mio nonno, come un bambino ha disegnato come lui voleva la vigna. L’ho fatta stampare per la magnum per la cinquantesima vendemmia. Un bambino che sogna e poi disegna i propri sogni. Quel sogno che diventato realtà e che Marika adesso ha fatto suo. Tre piccoli ettari a Monte Deserto. Lei con i genitori e una sorella, Martina, che quando c’è bisogno, c’è. Quando c’è bisogno di una mano ad esempio per gli imbottigliamenti, perché noi imbottigliamo a mano e chiamiamo fino al terzo grado di parentela perché altrimenti sei fuori legge e ci si aiuta.  Ci si aiuta in famiglia così come ci si aiuta tra vicini. Perché un tempo mica c’era l’enologo che andava in giro a fare consulenze. In pochi se lo potevano permettere. I contadini si aiutavano a vicenda partendo da quello che ce l’aveva fatta a fare il vino. Ma sempre perché magari lo aveva appreso da qualche altro.  In campagna non è come adesso. Chi già faceva il vino, veniva in cantina a dire guarda, io ho fatto così così così quando lo fai chiamami. Cioè era una un gruppo di contadini che si mettevano insieme e provavano. Non c’era un enologo. Con mio papà decisero di acquistare una pressa. Si parlavano tra di loro capito? Era tipo uno scambio di favori. Parlare con una persona positiva come Marika è un tornare ai tempi dei veri contadini. Quelli che facevano le cose insieme e senza invidia. I tempi delle cantine sociali che si mettevano insieme per sbarcare il lunario. La mutua assistenza. La voglia di condividere. Poi c’era chi faceva fortuna e tutti a pensare che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Che belli quei tempi. Per certi versi anche tragici visto che ogni tanto qualcuno giocava sporco per accelerare le cose. Il metanolo insegna… Per paura che non partisse la fermentazione mio nonno accendeva le stufe in cantina e poi ti puoi immaginare quando partiva… C’erano dei racconti carini, che ti facevano capire che tu non arrivavi come oggi che con l’enologo si fa tutto perfetto già la prima botta. Una volta prima di chiudere il cerchio, magari passavo 5 o 6 vendemmie.  Oggi che si parla tanto di lieviti spontanei quasi demonizzando quelli selezionati e ci si dimentica di quando prima non c’era nulla, figuriamoci i lieviti. Se non partiva una fermentazione era finito tutto. Buttavi via e se ne riparlava l’anno dopo. Anche per questo infatti l’uva era meglio venderla che trasformarla (magari!) in vino. Si faceva tutto con lieviti spontanei. Poi quando la cantina si è un pò impreziosita per stare al passo con i tempi (attrezzature, tecnologia, ecc) papà non voleva più rischiare e è passato ai lieviti selezionati per evitare puzzette. Papà bisogna fare un vino con i lieviti indigeni e lui mi diceva: ma fattelo te Fattelo te, perché quando 35 anni fa non c’erano altre possibilità, noi lo facevamo. E comunque lui mi diceva sempre che i vini non erano eleganti. Lui tiene tantissimo all’eleganza del vino. Finché i vini li faccio io, li faccio come dico io.  L’eleganza dei vini parte dall’idea stessa del vino. Voler realizzare un vino che abbia certe caratteristiche non vuol dire pressare l’uva e far partire la fermentazione. È qualcosa di più complesso che inizia dalla vigna per poi lavorare di ingegno e tecnica. L’idea del vino parte da cosa lo ha ispirato e a chi lo si vuol dedicare.  Marika ha 8 etichette. Forse un pò troppe per soli tre ettari. Ma con un papà come il suo non sono nemmeno molte. È l’estro di mio padre. Se glielo togli, gli togli la voglia di tirarsi su dal letto. Alle volte si sveglia e dice: faccio un vino novo. Fa microvinificazioni di 600 bottiglie che gli prendono lo stesso tempo di 6000. Però lui c’ha quel pallino e se non se lo toglie, eh siamo nei guai tutti perché c’è manda il manicomio.  12/15 mila bottiglie annue per otto vini, tutti da Verdicchio. Otto etichette ognuna delle quali ha un preciso significato. Creazione, invenzione, estro o un mix di tutto ciò. Credo che principalmente sia la voglia di dire qualcosa, di rappresentare ciò che si ha nel cuore senza badare più di tanto alla parte commerciale. Tra di loro non sembrano parlarsi e forse non devono poiché attengono ad un momento diverso, ad uno stato emotivo diverso, ad un pensiero diverso. Per lui ogni bottiglia deve avere una forma e un’etichetta diversa perché ha una storia diversa. Quindi se io adesso ti racconto tutte le etichette siamo qui tre ore, ma ogni etichetta c’ha una storia ben precisa. Anche le forme delle bottiglie. Che poi sono riuscita io e mi è rimasta solo il Marika. Per gli spumanti le abbiamo fatte tutte quante scure, tutte uguali dallo stesso fornitore. Mica è semplice trovare 600 bottiglie. Mi è rimasta solo il Marika perché è una crioselezione e lui la voleva in una bottiglia alsaziana. Altissima. La bottiglia doveva parlare delle vinificazioni del nord, degli icewine. Ma chi lo sa se non è un appassionato di vino delle alsaziane? Nessuno! Sono riuscito a farla abbassare un pochino e da un paio d’anni abbiamo una renana, perché sennò era un’alsaziana altissima che entrava neanche negli scaffali delle vendite. La difficoltà da parte mia e anche quando non c’è una continuità nelle annate. Martina e Deserto sono vini che noi facciamo praticamente tutti gli anni altrimenti chiuderemmo.  Per quanto io possa riportare le mie sensazioni derivanti da una chiacchierata con Marika, vorrei che veramente andaste nelle Marche a Castelpiano per parlare con lei. Racconta le cose in una maniera così vera e spontanea che sembra di riviverle al momento. Sempre con il sorriso e la carica energetica che sprigiona. Sarà proprio perché questo lavoro le piace così tanto che vorrebbe trasmetterlo anche agli altri. Come i vini. Ecco, i vini. Partiamo dal Marika che è quello che porta il suo nome.  Quando mio padre fece il Marika, la prima annata fu nel 2009, non lo fece per me. Fece un vino dedicato a tutte le donne. Per lui il Marika grazie alla criomacerazione che aveva quindi a questo lato un pochino più morbido e vellutato che c’è al suo interno, grazie a questo residuo zuccherino leggermente più spiccato rispetto agli altri, poteva essere un vino più femminile rispetto al Verdicchio che di solito è un vino molto più duro, più scalpitante. Lo chiamò Marika perché era un nome che a lui piaceva. Lui racconta questo ma io penso che sotto sotto sia un vino dedicato a me, anche perché poi nasce il Martina che è mia sorella, perché mia madre si arrabbia con mio padre dicendo: hai fatto un vino con il nome Marika ora….. Marika è lo sguardo sfuggente di una donna. Un rapido impercettibile voltar degli occhi e sbattere le palpebre. Non per tutti. Assolutamente non per tutti. Un colore che può trarre in inganno per via della quasi anonimìa. I sentori no. Non sono anonimi anzi, esaltano la mediterraneità di una pelle intrisa di agrumi velati, pere e mele sussurrate, lavanda e salvia in una danza balsamica. Un aspro velato di dolce che si spande nel vento. In bocca è rotondità, morbidezza, sorpresa. Cercando la verticalità del Verdicchio si scopre la rotondità del frutto maturo che si fa strada tra sapidità lievi. Un inganno del palato: secco ma dolce all’impatto; semplice eppure ammaliante. Un sorso che richiama l’altro. Una carezza senza fine. Un bacio che non lascia interpretazioni. Un vino incredibile che conserva comunque una spalla importante in grado di resistere agli anni.   Credo che sia un vino che mi rispecchi molto. Non quando è subito fresco e imbottigliato ma trascorso un pò di tempo e sedimentato. Quando è molto giovane è semplice quindi non non rispecchia troppo la mia personalità. Io mi reputo una persona un pò complicata. Deserto. Un vino non può chiamarsi deserto. Sa di arsura che non si placa, di sole cocente che crea crepe sulla pelle, di notti fredde. Eppure il deserto è un luogo di fascino per via di quella sabbia fine, di quelle dune sinuose che si perdono nell’infinito, di notti stellate accompagnate da un surreale silenzio. Vita e morte che si rincorrono senza sosta. Qualche volta vince l’una, qualche volta l’altra in una interminabile sequenza. Deserto è un Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore che muta in funzione della stagione così come della sua temperatura. Chissà, dalla prima versione del 1973 ad oggi come è variato. No, il colore non conquista. Quel giallo paglierino, quasi verdognolo sa di purezza ma non di brillantezza. Eppure, quando lo porti al naso è uno schiaffo, una ventata di freschezza a farti togliere dalla testa che si tratta di un vino banale. Poi, quando lo hai capito, vieni ricompensato con un bouquet di fiori di campo, di anice, di zagare. In bocca arriva potente come il Ghibli del deserto. Al contrario di questo, non è caldo ma fresco, tagliente, preciso, con quella nota sapida e minerale che le pietre del Monte Deserto hanno consentito di acquisire alle radici delle piante. Proprio come quando il Ghibli passa e ritorna la quiete del deserto, il finale del sorso lascia una bocca agrumata, pulita, fresca. Una bottiglia da ammirare per la sua raffinatezza e la bellezza di un meraviglioso involucro che sa tanto di Marika e un tappo in vetro forte volontà di papà Pierluigi. PeterLuis. Pierluigi è la poesia in bottiglia del Verdicchio Metodo Classico Brut che canta la sua terra e avvolge con la una persistenza fresca e sapida. Un invito sussurrato a bere ancora, a sentirne ogni sfumatura. I sentori di agrumi delicati, la frutta bianca croccante che in bocca si esalta grazie ad un perlage fine e sapido. La nota di mandorla che sembra come una mandorla salata lievemente amarognola.  Insomma, se il Verdicchio si presta bene alla spumantizzazione, questa versione ne è la conferma e, allo stesso tempo, la speranza di vedere affinamenti più lunghi viste le potenzialità. Lui ha la passione per i metodi classici e ha scoperto che se li può fare da soli in cantina. Capirai. Se lo sarà dedicato. Non so. Ma ci starebbe tutto. Sono assolutamente convinto che Pierluigi, nel suo estro che io chiamo meravigliosa follia starebbe ogni anno a sfornare altri vini.  Poi è da qualche vendemmia che prova a fare i metodi ancestrali. Imbottiglia direttamente nelle champagnotte dalla botte lasciando che fermentino. È ancora più artigianali dei vini artigianali che facciamo noi. Poi dolci e a me il dolce non è mai piaciuto. In un’azienda come questa, davvero familiare, dove vive una passione sfrenata per il vino, quella che ti fa alzare la mattina con la voglia di fare, Marika rappresenta la parte dinamica, la determinazione nel fare le cose, la tenerezza verso una figlia che, arrivata inaspettata, è oggi parte di un sogno.  Nulla si crea ma tutto si trasforma. È così che ciò che oggi l’azienda è Marika e Martina. Una trasformazione, un trasferimento di ciò che sono papà Pierluigi e mamma Floriana. Qualcosa che è così profondo che non può essere modificato. Non riuscirei mai andare contro quello che ha fatto finora mio padre. Affiancandolo quotidianamente e costantemente ormai da 15 anni, di tutto quello che lui ha fatto,  non cambierei niente. Anche se non amo il tappo a vetro, non lo cambierei per l’amore che provo per lui, per il grande rispetto e per la sua visione delle cose. Io mi ci batto sempre con mio padre, cioè noi inizialmente non siamo quasi mai d’accordo. Abbiamo 30 anni di differenza e ci sta. Devo dire che col senno di poi c’ha quasi sempre ragione. Lui è uno che all’inizio dell’epoca internet ha acquistato il dominio verdicchio.it. Chi lo avrebbe mai acquistato? Chi ci avrebbe mai creduto? Che poi nelle mani nostre non vale niente, perché hai un sito con una vigna di tre ettari. Però, nelle mani delle persone giuste di un consorzio di qualsiasi altra persona più scafata di noi, avrebbe fatto il botto, come si dice. L’ha preso noi ce l’abbiamo. I pannelli fotovoltaici, l’ha installati più di vent’anni fa. Tutti incazzati in famiglia perché ha fatto un mutuo allucinante, però lui qua in azienda noi siamo sempre stati molto green. Noi produciamo la corrente che ci serve. Un amore profondo. Un rispetto infinito. Qualcosa che vive dentro l’anima e che comunque non evita quegli scontri generazionali che sono il sale dello sviluppo, del progredire, dell’andare avanti.  Non saprei dire se l’amore che Marika prova per questa azienda sia maggiore di quanto all’inizio lo sia stato per Pierluigi. Forse l’amore non ha paralleli e paragoni. L’amore è amore e basta. Da un lato Pierluigi e il papà Umberto che l’hanno creata; dall’altro Marika che se ne è innamorata. All’improvviso e senza che nessuno le imponesse nulla. Spontaneità. Quelle domande che oggi si pone quasi con interrogativo esistenziale Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Domande che presto o tardi si elideranno nel dover diventare responsabile di ogni cosa per consentire, un domani, ad Azzurra e ai cugini che verranno, di ricevere i tre ettari di Monte Deserto. Per innamorarsene e continuare il sogno.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2025

Barbato 1907. Raffaele, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita

    Si ‘sta voce te sceta ‘int’ â nuttata,
Mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
Statte scetata, si vuò stà scetata,
Ma fa’ vedè ca duorme a suonno chino! Sono le parole di Voce ‘e notte, una meravigliosa canzone d’amore scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi perdutamente innamorato (e ricambiato) di Anna Rossi, figlia di un ricco commerciante che la diede in sposa ad un facoltoso cliente settantacinquenne.  Una storia struggente che narra di come un destino avverso possa essere cambiato o cambiare esso stesso in qualche modo. Occorre far qualcosa, muoversi, rimanere svegli. Inquadrare Raffaele Barbato Capasso non è affatto semplice. Un omone dal volto e dall’aspetto gentile che quando lo vedi versare e parlare dei suoi vini, non puoi che notarne la felicità. Felicità. Si è proprio la felicità che mi viene in mente. Gli sorridono gli occhi e non solo. L’ho conosciuto ad una meravigliosa manifestazione, IoVino, completamente dedicata ai vini campani e marchigiani. Era accanto a sua moglie Francesca e alla figlia Peonia che disegnava beatamente accanto ai genitori. Nonostante il trambusto che regnava nella grande sala dell’hotel, Peonia era felice, Francesca era felice, Raffaele era felice. C’era una sorta di idillio che ho preferito osservare da lontano prima di avvicinarmi.  Poi ho capito. Solo poi, chiacchierando con Raffaele, ho capito. Mi chiamo Raffaele Barbato di nome e Capasso di cognome. Già questo è un casino. Il nonno da parte di mamma che faceva vino. Loro sono i Barbato. Io però Barbato ce l’ho come nome. All’epoca non si poteva avere il doppio cognome. Nonno aveva una sola figlia femmina che poi ha fatto tre femmine e per quarto sono arrivato io. Lui era nato nel Far West del 1907 e l’azienda infatti si chiama Raffaele Barbato 1907. Fu anche l’anno in cui è stata ultimata la grotta e ultimato il palazzo. Un doppio nome per poter conservare il cognome che altrimenti si sarebbe perso. Una di quelle cose che solo la genialità campana poteva partorire. Siamo a Frattaminore, paesino dell’hinterland di Napoli. Giusto giusto al confine con la provincia di Caserta. Grandi distese di terre dedicate negli anni perlopiù alla canapa e intervallate dalla moltitudini di piccoli o grandi centri abitati.  Io sono la supponta ovvero il bastone della vecchiaia, che però in effetti è l’erede morale. Sono cresciuto con lui, andavamo sempre in campagna io e lui il cane, che era un mastino napoletano e a cui mio nonno teneva, il suo trattorista Carluzzo. I primi anni della mia vita e fino ai 15 anni, sono stati così. Nonno voleva sempre un maschio ma non l’ha mai avuto. Lui mi diceva fai altre cose, studia.  Il doppio nome e ‘a supponta. Tutto quadra. Una tradizione napoletana quella della supponta ancora oggi, manco a dirlo, ben radicata. Un modo per trasmettere non solo il nome o il cognome ma ciò che si è appreso dalla vita, ciò che dalla vita si è ottenuto. Il nonno di Francesco era uno che con la terra ci lavorava. Tanti ettari, tanta produzione. Si, anche il vino. Come si faceva allora. Quello che più conta per Raffaele sono i ricordi delle grandi alberate di Asprinio all’ombra delle quali se ne stava con il nonno, il mastino napoletano e gli altri personaggi dei quali il nonno si circondava per l’azienda. I medesimi ricordi, al netto del cane, che ho anche io impressi nella mia memoria. Ricordi che sono come dolci carezze nella notte. Le passeggiate in campagna con il nonno e sotto braccio il paniere in vimini per raccogliere i fichi o le nocciole. L’ombra dei grandi alberi. Il canto delle cicale. Gli odori della campagna.  Al bambino Raffaele cosa volete importasse del vino. Contava il contatto con il nonno e la sua realtà. Una supponta neanche scritta ma nella natura delle cose. Era lui, nonostante le due sorelle e un fratello più piccolo, quello destinato al nome.  Il vino poi non poteva che essere quello che si faceva dall’Asprinio, vero artefice di questi luoghi.  Nonno aveva l’Asprinio con piante vecchie di 100 anni a piede franco. Mischiava anche varietà diverse. Sopra c’era una vasca di cemento dove metteva i grappoli con il raspo. Li lasciava una nottata poi torchiava e faceva confluire il mosto in un’altra vasca di cemento a tre metri dove iniziava la fermentazione. Dopo tre giorni portava tutto in grotta nelle botti. Lui faceva la pigiatura, diciamo prima coi piedi, poi con la macchina che schiacciava solamente con con il raspo. Poi stava tutta la nottata con il raspo e le bucce poi veniva nelle botti che erano di castagno. Quindi era una Asprinio con i tannini, poi in botte di castagno. Va bene che erano in cerate però era un bel vino importante. Fermo anche se l’Asprinio avendo un residuo zuccherino tende a rifermentare un pò. La grotta. Credo che se non la si veda non la si possa nemmeno immaginare.  In questi luoghi il tufo domina il sottosuolo per via dei riporti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio. La terra, o la sabbia, nel corso dei secoli, lo hanno solo ricoperto con diversi risultati. È cosi che ci sono zone dove il tufo lo si trova a pochi metri sotto argilla e sabbia e altri dove è più profondo. Come una sorta di gioco collinare. Chi ha avuto la fortuna di potersi costruire la casa negli anni e secoli scorsi, mai si è lasciato scappare l’occasione di avere, realizzandola, una cantina. Non c’erano i frigoriferi e avere un luogo dove poter conservare alimenti (vino incluso) era davvero una necessità. Mio nonno aveva la cantina. Un luogo buio e misterioso dove ai nipoti non era consentito scendere. Vi si accedeva con una irta scala completamente buia alla fine della quale c’erano altri cunicoli che portavano chissà dove. Sempre che in realtà non si fermassero dopo pochi metri. Vallo a capire. Era li che trovavamo sempre mio nonno prima di pranzo. Diceva che andava a prendere il vino ma poi rimaneva in contemplazione a farsi un bicchiere in serenità. Vai a dargli torto! Il nonno di Raffaele più che una cantina aveva creato, sotto il grande palazzo della famiglia, una vera e propria grotta. 18 metri di profondità scavati integralmente nel tufo.  Per scenderci c’erano le grandi scale in legno. Le stesse che gli agricoltori usavano per arrampicarsi sui grandi pioppi maritati con i filari dell’Asprinio. Oggi c’è una scala in muratura, realizzata parecchio dopo.  È nella grotta che si stivava anche il vino. Ma non solo ovviamente.  Il vino era l’Asprinio o il rosso di Solopaca ed è grazie alla grotta e alle botti di legno che questi vini cambiavano totalmente. Temperatura e umidità fisse, zero luce. Condizioni ideali per la maturazione. O far morire le persone. Già, perché in luoghi come questo l’ossigeno viene spesso mangiato dall’anidride carbonica. Ecco perché la grotta ha delle bocche di areazione. Si scendeva con la candela per capire della presenza di anidride carbonica. Dalle bocche di areazione si gettavano delle fascine accese in modo che il calore potesse portare sopra l’anidride carbonica. Succedeva nelle giornate afoso e stagnanti. Si diceva: la grotta s’è mbriacata. Purtroppo Raffaele sarà costretto a pavimentare la grotta per via della falda che si sposta verso l’alto. L’abbandono delle coltivazioni nella zona, abbandonate come gran parte delle cose qui, determina una diminuzione dell’assorbimento di acqua dalla falda che è destinata ad alzarsi. Senza una pavimentazione l’acqua allagherebbe tutto. Mio nonno faceva l’Asprnio. Aveva una zona dietro Aversa perché migliore. Nonno è finito negli anni 90. Nelle ultime annate nonostante fossi piccolino, ero comunque quello che segnava le giornate degli operai, andava in vigna, ecc. Segnavo le pese, la qualità, portavo la contabilità, poi andavo da quello lì per i soldi. Morto nonno, mamma ha affittato i terreni. La regione Campania pagò per farli togliere i vigneti.  Erano gli anni 80. Gli stessi dello scandalo del metanolo in Italia e dell’antigelo in Austria. L’Unione Europea corse ai ripari e cercò di ridurre le quantità prodotte con lo scopo di aumentare la qualità del vino. Ovviamente con gli incentivi all’estirpazione delle vigne. L’Asprinio, decantato da Mario Soldati nel suo viaggio Vino al vino, non aveva avuto le stesse fortune di altri. Oltretutto complicato da gestire in vigna per via delle alberate, poco di appeal come vino fermo. Fu così che proprio al posto delle alberate si piantarono le nocciole o le pesche. Ma pure con queste ci fu lo stesso problema del vino. Non con scandali ma con eccessiva produzione. Ricordo ancora i tir pieni di pesche che venivano portate alla discarica. Sentivo gli effluvi a distanza. Belle pesche, gradi e succose, ammassate sui camion. Perché non darle ai poveri? L’Unione Europea non voleva (e non vuole per tante altre cose come ad esempio il latte….). Poi, fine anni 90, abbiamo tolto le le pesche. Comunque con problemi. Le terre vennero vendute alle persone che c’erano dentro. Erano coloni che vendevano l’uva coltivata sui terreni dei quali lui era il proprietario. Qualche terreno è diventato edificabile. Da che avevamo 30 ettari adesso ne abbiamo 12. Due e mezzo coltivati a vigneto, mezzo lo sto seminando. Avevamo quattro alberate e adesso ne sono rimaste tre per via di un incendio nel 2021. Altri quattro ettari con 2 ad Asprinio e due a  Camaiola, Casavecchia e Pallagrello Bianco.  La mamma di Raffaele non poteva certamente fare il lavoro del padre.  Mio padre aveva studiato medicina e faceva il vino con mia nonno, ma erano due capatosta. Ehhh quando due capatosta entrano in contatto, bene che vada c’è uno scontro titanico. Ma non si piò fare nulla. Oltretutto la capatosta è qualcosa di ereditario tanto che pure Raffaele lo è.  Io ho sempre lavorato in famiglia. Sia con mio nonno che con mio padre. Il più bel periodo della vita mia sono stati i vent’anni. Un terzo andavo all’università, un terzo uscivo sul corso con le femmine dell’università, l’altro terzo passavo per lo studio, però non avevo grosse responsabilità. Poi mi sono trovato a sostituire mio padre perché fu operato. Ma io sono capatosta perché una volta assaggiato il potere, non lo vuoi mollare, capatosta lui che giustamente dice vai truvann, è roba mia… la crisi dell’edilizia negli anni pre covid, poi il covid. Io avrei fatto cose diverse ma passavamo il tempo a discutere di come avremmo fatto le cose… La faccenda si ingarbuglia ed è meglio spiegarla così si capisce bene il personaggio Raffaele. La storia sembra proprio essere uscita da una commedia di Edoardo Scarpetta, di quelle magistralmente interpretate da Edoardo De Filippo.  Il papà di Raffaele oltre ad aver studiato medicina, essere stato sindaco a Frattaminore ed avere una passione per i cavalli da corsa, ha una impresa edile nella quale lavora Raffale e una sorella. Le altre due sorelle sono medici e il fratello, ingegnere. Stanno bene di famiglia i Capasso e il buon Raffaele ama la bella vita. Non lo nasconde e per sua stessa ammissione, se la gode.  Studiavo giurisprudenza perché a me non piaceva la matematica. Non avevo la mia strada. Studiavo, mi divertivo, mi facevo le meglio vacanze. A marzo prendevo l’aereo e andavo a Miami. Mia sorella stava all’università a Miami che faceva un dottorato. Lei è pediatra. In famiglia abbiamo un pediatra, una ginecologa, due ingegneri. Io sono l’unico che ha studiato altre cose. Insomma, avete capito il tipo. Ciò che però manca di capire è perché proprio uno come Raffaele si sia messo a fare il vino, anzi, lo spumante.  Qui e proprio qui sta la commedia di Scarpetta, quelle che da possibili tragedie creano una rinascita. Nello spirito, nell’animo e soprattutto nella vita.  Per quanto uno possa stare bene economicamente e pensi di potere avere tutto dalla vita, accadono dei fatti, perché la vita è così, che fanno comprendere quanto tutto si sostenga su un sottile foglio di carta velina.  Raffaele si sposa e proprio a ridosso del COVID, nasce Peonia. Un evento meraviglioso se non fosse che la moglie non ha esattamente un parto semplice e il COVID non aiuta.  Stavamo chiusi dentro casa per il COVD, mia moglie aveva appena partorito e aveva avuto problemi con il parto e diciamo l’hanno acchiappata perché stava in buon ospedale se no, non so cosa sarebbe successo. Dentro casa lei allattava con la mascherina e con i guanti. Io stavo sul tavolo come imprenditore a fare il business plan per ordinare le piantine, mia figlia che mi guardava e aspettava che ogni tanto dovevo portarla ad allattare. Io stavo cagato sotto perché avevo paura che l’avrei cresciuta da solo. Da quel momento m’è scattata una molla. Ho detto voglio fare questo e mentre stavo scrivendo il business plan che si chiama ci pensa papino 2040 quando mia figlia avrà 18 anni in quell’anno è di avere una azienda che fa buoni prodotti, è conosciuta, ecc. Niente nella vita è semplice. Però sono proprio i momenti di difficoltà ad aprirti gli occhi e a farti pensare a quali siano realmente le cose importanti nella vita.  La famiglia che ho visto a Roma, dietro un banco di degustazione, i sorrisi, gli sguardi, le parole sussurrate all’orecchio, le carezze per Peonia, lo stupore per i disegni che stava facendo. Piccole cose. Piccoli momenti di gioia che sanno di felicità. Ognuno può trovare questi momenti nel passato o nel presente, Raffaele lo ha trovato guardando al passato e a quando stava bene con il nonno. Il vino? Ma si, è importante ma se il nonno avesse prodotto canapa, sarebbe stato bello lo stesso. Sono le sensazioni che contano.  Faccio questo perché sono nel mio ambiente e sto bene. Sono felice. Faccio lo spumante di Asprinio e sto cercando di uscire con il Casavecchia e il Camaiola perchè voglio essere una azienda spumantistica. Ho un legame con quello che è il mio passato, che è la mia vita con la con il vino. Io voglio ripartire da me stesso voglio, quello che mi rende felice. Voglio voglio fare quello che che mi fa stare bene. Sono felice quando mi sento me stesso.  Spumanti. Spumanti metodo classico. Con l’Asprinio, con il Casavecchia, con la Camaiola. Il business plan di Raffaele è al 2040 con un risultato da raggiungere nel 2030. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo.  Ho un terreno che da la giusta acidità. Ho l’Asprinio che è ottimo per spumantizzare. Ho la grotta. La mia situazione è perfetta per andare bene. Tutto. Raffaele Barbato ha tutto per riuscire ed è certamente vero può permettersi di aspettare. Ma non è questo il vero motivo. Non vuole, nella maniera più assoluta, lasciare a Peonia qualcosa che non sia di eccellenza. Ha iniziato un percorso nel 2020 che si è rivelato complicato. Nel 2021 andò a fuoco la vigna di cent’anni. Si salvò un ramo. Le ripiantai. Dopo un anno guardavo le piccoline e mancava qualcosa: l’alberata dove stavo seduto là sotto io e mio nonno Carluzzo. Era diverso, era tutto diverso. Era come quando perdi non dico familiare, ma un amico di gioventù. Dopo un anno ho accusato che mi è mancato. Poi in quel momento dissi vabbè però noi dobbiamo fare le cose nuove e belle. Il problema è che il vecchio non va bene se tu non lo rispetti. Se tu rispetti quello che ti da allora e capisci come usarlo. Così hai un amico.  Le alberate sono così. Vecchie e difficili. Vecchie e complicate. Vecchie e desuete. Però sono le alberate. Da quelle e su quelle l’Asprinio si esprime al meglio per via delle altezze che concede minore alcolicità.  9178 bottiglie prodotte nel 2023 che si venderanno tra qualche anno. Nel 2020 1600 bottiglie. Nel 2021 incendio.  Nel 2022 era la prima annata con la produzione dei nuovi impianti e con l’alberata abbiamo fatto una unica produzione con una parte, quella a sei metri, un pò più matura. Io faccio il biologico e voglio meno prodotti in cantina. Così abbiamo prodotto il Gold, molto minerale cosi che profumi e colori mi ricorda l’Asprinio che conosciamo noi. Anche il profumo di miele. Ho provato l’annata 2020. Nato nella grotta, dove il silenzio plasma l’eleganza luccica di oro nel calice.
Atteso per 40 mesi, così da scolpire l’anima spumeggiante.
Nel calice, la memoria di un vitigno antico, la freschezza che taglia l’aria come marmo scolpito, la mineralità che sussurra storie di tufo e radici. Sentori di crosta di pane, mela verde, agrumi canditi, una vena salina che ricorda le profondità della terra.
La sapidità pervade il sorso con le agrumate e fresche bollicine che dissetano offrendo una innata sensazione di pulizia estrema.
È un brindisi verticale, aspro, scolpito, scandito bolla dopo bolla.  Insomma, un interessantissimo metodo classico solo per chi vuole scoprire, senza domarlo, l’impeto e la verticalità di un vitigno come l’Asprinio. Mano mano sto cercando di capire, di avere la consapevolezza. Sicuro ho la consapevolezza di non sapere le cose. Mi informo, chiedo e mi fido di qualcuno. Pietro Ceparano è l’agronomo e enologo. L’obiettivo è raggiungere la vendita di 12/15.000 bottiglie per anno nel 2030 attraverso una linea (Pure) di derivazione unicamente dalle alberate. Un Casavecchia blanc de noir, un millesimato e un sans année.  Ho avuto il piacere di assaggiare il vino base delle alberate e devo dire che la differenza c’è tutta. La frutta emerge con veemenza sia al naso sia in bocca arrivando a dare sensazioni gustative interessanti. È una ottima base che darà bellissime soddisfazioni nella sua evoluzione. Stiamo facendo delle prove. Poi 36 e 40 mesi. Per adesso un unico prodotto che mette insieme tre annate. Ho 5000 bottiglie e basta. Poi ci vorrà il 26 e 27. Arrivare, fare e 12.000 15.000 bottiglie di vendita all’anno 20.000 all’anno sarò faticoso.  Assolutamente deciso a non intraprendere scorciatoie. Un progetto articolato e complesso che per Raffaele è o cosi o non si va da nessuna parte. Per adesso, oltre ad attendere che le bollicine prendano forma insieme al suo progetto, porta la sua meravigliosa bimba in giro con lui. Mi porto mia figlia appresso fin da piccolina. Il sabato andiamo in campagna. La domenica al parco a farla giocare sulle giostrine. L’anno prossimo devo vedere come devo fare per seminare i papaveri o qualcosa per lei. Si chiama Peonia come prima nome poiché scelto da mia mia moglie. Le piaceva da una storia che aveva letto da piccolina. Secondo nome, Margherita come mia nonna. Dunque Peonia Margherita Capasso. Figlia di un agricoltore, perché alla fine, io sono sono imprenditore agricolo. Ecco, questa è la meraviglia del vino. La campagna, la terra, il vivere una vita scandita dai cicli della natura. Assecondarla. Per essere felici. In questo caso, tra le bolle.   PS La canzone di Eduardo Nicolardi è anch’essa una storia a lieto fine che insegna come occorra provare a cambiarlo il destino piuttosto che attendere che qualcosa accada. Nel suo caso, il facoltoso cliente morì, Anna divenne sua moglie ed ebbero ben otto figli.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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L'uomo che non lascia nulla al caso Arrow Right Top Bg

2 Ottobre, 2025

L'uomo che non lascia nulla al caso

Nome: Diego Cottini
Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa.   Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità.   Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti.   Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach.   La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante.   Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi.   Paola Restelli
Wine immersion – Su web, Instagram, Linkedin Identità in fermento
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Cristian Ferrero. Un ragazzo speciale Arrow Right Top Bg

26 Settembre, 2025

Cristian Ferrero. Un ragazzo speciale

  Cosa facevate a venti anni? Io ero all’università. Facoltà di Ingegneria. Studiavo, certo, e non mi sono mai divertito come in quel periodo della mia vita. Era dura. Sveglia alle 5, autobus da Latina città a Latina Stazione. Treno fino a Roma. Si fa per dire treno. Era più un carro bestiame sul quale non sono mai riuscito a sedermi. Mai dico mai in cinque anni di università. Poi da Roma Termini di corsa fino in facoltà per le lezioni, poi di nuovo via verso Latina. Oltre lo studio, tante altre attività così che per i libri di tempo ne rimaneva poco. Mi sono divertito davvero tanto. Almeno fino a quando non ho iniziato a lavorare. Ma che dico! Anche al lavoro mi divertivo e tanto. Nonostante gli orari pazzeschi e le infinite cose da fare. Solo che a venti anni non mi sarebbe mai passato per la mente di rilevare una azienda. Non è che mio papà ne avesse una poi. Era un semplice dipendente statale. Come mamma, insegnante elementare. Le aziende per me erano quelle grandi. Quelle con gli operai e i macchinari. Rilevarne una? Neanche per l’anticamera del cervello. Eppure, quando conosco Cristian Ferrero, la prima cosa che apprendo di lui leggendo semplicemente il suo sito internet è: Finiti gli studi, nel 2021, ho deciso di rilevare l’azienda per continuare la tradizione di famiglia Minchia! La prima espressione che mi è venuta in mente. Si Minchia. Non è che pure quando pensiamo dobbiamo avere una etichetta politically correct.  Un ragazzo che a nemmeno venti anni decide quale sarà il suo futuro merita una espressione del genere (e al diavolo il politically correct). Siamo a Monforte d’Alba, cuore delle Langhe, quel territorio baciato da Dio dove ha trovato casa il Nebbiolo per donare un semidio come il Barolo. Qui i terreni oggi costano uno sproposito anche se tanti anni fa, proprio prima del boom del Barolo, nessuno voleva più coltivare la terra. Perché l’azienda nasce negli anni ‘60 con mio nonno Amedeo che da mezzadro, cioè una una specie di schiavo, però un po’ più moderno, lavorava. In una di queste cascine, che sono queste case grandi con tanta terra in cui il padrone prende una famiglia a lavorare e dove quello che produce per l’80% va dal padrone. Cristian è un ragazzo che parla poco e quando lo fa, è a bassa voce. Ti guarda con uno sguardo intenso, vigile, attento. Dentro la testa i pensieri vanno a mille. Forse non vuole sprecare fiato, utilizzarlo per inutili parole. Contano i fatti. Conta ciò che è stato e non deve più accadere. Come la mezzadria e lo sfruttamento che in qualche modo ha percepito. I racconti dei nonni che magari nemmeno volevano trasmettere ai nipoti le sofferenze e gli stenti. Anche se poi qualcosa traspare sempre.  La fatica e i sacrifici per portare avanti una famiglia. I figli, i nipoti.  Erano da un’altra parte dove anche mio papà è nato. Poi sono andati via. Anche se i soldi non bastavano mai, occorreva metterli da parte per provare, almeno provare a smarcarsi dalla mezzadria. Avere un podere tutto proprio con una terra tutta propria. Mai più schiavi. Fortunatamente con i soldi che si era messo da parte ha comprato questo Ciabot. Una casa piccolissima, un rudere con un ettaro di terreno. C’era già pò di vigna, del bosco, delle piante da frutta. Una casa. Lavorava la sua terra, non più sotto padrone. Tutto inizia con nonno Amedeo dunque. Una moglie e tre figli, due femmine e un maschio. Il terreno, un pò di bestiame. Ciò che serviva per la famiglia. Quello che serviva alla alla famiglia. Arrancando così sono riusciti ad andare avanti. Nonno era una persona umile, molto umile. Non si è mai espanso. Ma come poteva espandersi? I sacrifici costano energia oltre che fatica. Una piccola casa, la terra. La libertà. Tutto il resto era per gli altri. Per le future generazioni. Lui, il proprio compito l’aveva svolto. Solo che l’azienda era piccola. Troppo piccola perché il figlio potesse lavorarci e innestare un’altra famiglia. Le due figlie femmine avevano, per fortuna, trovato un’altra strada. Comunque l’azienda non sarebbe bastata. È così che papà Cesare va a fare il cantoniere per la Provincia. Un lavoro statale. Ben pagato. Il posto fisso.  E lui ha fatto quello per 25 anni. Fino fino a quando io avevo circa 15 anni. Nel frattempo, con il nonno che era ancora in vita, papà faceva il doppio lavoro aiutando proprio il nonno. A mio padre è sempre piaciuto lavorare nella vigna. Però finché c’era solo quello non potevi vivere e dar da mangiare a tutta una famiglia.  Poi le cose accadono. Quando meno te lo aspetti l’occasione per cambiare il corso della vita, arriva. Bussa alla porta e non devi far altro che aprire o meno. In entrambe i casi accade qualcosa e le decisioni vanno affrontate.  Il nostro vicino ha deciso di affittarci delle vigne così che papà e mamma si sono sposati e l’azienda è diventata a nome di mia mamma. Papà, lavorava lì e non poteva avere un altro reddito. Siamo così passati a circa due ettari.  Ricapitoliamo. Papà Cesare lavora come cantoniere e non può avere un secondo reddito. L’azienda è intestata a mamma Wilma. Due ettari dei quali uno di proprietà. Ci sono poi due figli: Stefano quello più grande, Cristian il piccolo. A lui non gli è mai piaciuta tanto la campagna. Quindi ha studiato e poi ha lavorato cinque anni come l’idraulico. Si è stufato e ha trovato lavoro in una cantina come cantiniere. In una cantina concorrente. Per Cristian lavorare in altre cantine è qualcosa di estremamente positivo. Lo ha fatto anche lui in fondo per apprendere più velocemente quanto c’è da sapere sul vino. Cosa questa che conferma quanto sia in grado di apprendere tutto ciò che riesce a captare. È il 2000 quando papà Cesare si licenzia.  Qui un altro minchia ci sta tutto. Non mancano tanti anni alla pensione e il posto fisso è sempre il posto fisso (come Checco Zalone insegna nel mitologico film Quo vado). Alla porta bussa un’altra opportunità: affittare ulteriori sei ettari dagli stessi che qualche tempo prima avevano affidato l’ettaro.  Venticinque anni fa. Pensate bene a quanto il movimento del vino nelle Langhe sia cresciuto in così poco tempo. Se con gli occhi di oggi ricevere l’offerta di un solo ettaro in affitto (occorrerebbe poi vedere a che cifra) sia un sogno, sei ettari rappresenterebbero l’imponderabile.  L’opportunità di espandersi è per la famiglia Ferrero troppo ghiotta. Ghiotta ma incompatibile con il lavoro statale.  Non abbiamo mai parlato di cantina e di bottiglie perché le vigne si coltivavano per produrre e vendere uva. Null’altro. Magari un pò di vino per la famiglia ma non certo l’imbottigliamento. L’azienda si basa cioè solo sulle vigne e sul conferimento. Fare il vino è altra cosa. E poi, io divento grande, diciott’anni, mi diplomo. Non ha fatto l’università. Ho fatto un corso da economo e per due anni ho lavorato in queste cantine per farmi un pò di esperienza. Nel mentre rubavo un pò dì uve ai miei genitori per iniziare a fare del vino da solo.  Anche se non lo sapeva, Cristian inizia a fare quelli che quelli bravi chiamano microvinificazioni. Solo che la prima cosa che fa è comprare una barrique per metterci del Nebbiolo a diventar Barolo. Cristian prende 300 litri di Nebbiolo e le mette in una barrique nel 2018 per poterlo poi imbottigliare almeno tre anni dopo!! Ne avevamo una lì poi ne ho comprato una nuova per essere più sicuro. E quindi, facevo magari trecento bottiglie di Barolo eh?  Eppure a guardarlo Cristian non sembra un impulsivo o uno che fa le cose tanto per farle. Non sembra agire mai senza ben pensarci su alle cose da fare. Riflette dunque, poi agisce. E allora pensare di iniziare a produrre vino partendo dal Barolo, da che deriva? Perché o sei un folle o un genio.  Non ho assaggiato quel Barolo li, il primo, ma quello del 2020, due anni dopo. È il Bricco San Pietro, una delle MGA del Barolo.  Un Barolo che nel calice è respiro della terra e battito delle vigne, promessa di una storia che è appena iniziata e già vuol esser leggenda. I sentori sono grintosi graffi che penetrano balsamicamente nella mente lasciando il segno pungente di frutta non ancora matura e di sottobosco. Fini spezie sonnolenti si destano repentinamente aumentando la sensazione di ficcante finezza. Ruggenti e impetuose sensazioni che sanno di maestosa complessità. In bocca la freschezza dei potenti tannini sembra incutere timore come fauci di un felino. Sono denti forti ma delicati così da afferrare i propri cuccioli per portarli altrove. È cosi che un cuore di fragoline selvatiche e petali di rosa appassita riesce ad evocare eleganti sensazioni lasciando la bocca meravigliosamente al sicuro. Elegantemente coinvolgente ha in sé la fierezza del Nebbiolo e la lungimiranza di Barolo per un vino che come il leone cucciolo, sarà Re quanto prima. Poi negli anni ho aumentato un pò la produzione. Adesso siamo a 1500 bottiglie di Barolo. Abbiamo una cantina che è piccolina, quindi più di così non riesco a fare,  E dire che produce anche Barbera e Nebbiolo. Vini più freschi e tradizionali. Per adesso abbiamo tre botti da 12 ettolitri. I miei genitori mi hanno aiutato sicuramente. Per la Barbera ho iniziato a vendere qua in zona, visto che andava bene. Dicevano che era che era buono. Quindi, finendo la scuola, ho aperto la partita IVA perché il vino che facevo prima era assegnato a mia mamma. Poi facendo la cessione, siamo riusciti a mettere l’azienda a mio nome così cheho potuto imbottigliare mio nome. Era nel 2018.  Io sto li a sentire Cristian che mi racconta questa storia come se fosse la cosa più normale del mondo. Un ragazzo di neanche venti anni che da solo inizia a fare microvinificazioni partendo dal Barolo. Produce pure Nebbiolo e Barbera ma lui dice che sono cose più fresche da vendere “così”. Visto che vuole imbottigliare e uscire con l’etichetta a suo nome (l’azienda conferisce solo ed è in capo a mamma Wilma) si fa intestare l’azienda. Nel mentre l’azienda è arrivata a dodici ettari e le bottiglie sono oggi a circa 8000 per poi arrivare a breve a circa 10/12 mila. Ovviamente tutto il resto dell’uva viene conferito. Abbiamo trovato altra terra e l’abbiamo comprata. Un altro posto, non qua vicino a casa e. A 6 km. Tre ettari poco fuori dalla zona del Barolo, sotto il comune di Novello che fa parte del Barolo. Ma non per quelle terre.  Nel mentre, tutti questi ettari di vigneto sono stati soggetti ad estirpazioni e reimpianti da Dolcetto a, principalmente, Nebbiolo e Barbera. Oltre che Chardonnay voluto commercialmente da Cristian per avere un vino fresco e leggero in gamma. Pensieri da adulto navigato altro che ragazzo appena uscito dalle scuole superiori.  Cristian è uno che impara in fretta. Parla poco. Ascolta e guarda tutto senza perdersi nulla. Così che, adesso in Langa tutti fanno Chardonnay, sta già pensando di impiantare qualcos’altro. Come un Sauvignon.  Sono andato a mangiare al ristorante con i miei amici decidendo di bere una bottiglia, Era un Sauvignon che mi è piaciuto particolarmente. Devo decidere tra un Rossese e un Sauvignon ovvero tra un territoriale o un internazionale. Deve però piacere subito a me. Posso anche basarmi sui gusti della gente però deve piacere a me e alla mia famiglia.  Sapete cosa contraddistingue i vini di Cristian? Non è solo la finezza che in molti casi è tipica delle Langhe quanto la leggiadra eterea sensazione che solo i vini ben fatti possono offrire. Quella magica capacità di essere bevuti godendone appieno le singole particelle senza alcun tipo di appesantimento così da poterli abbinare nei modi più disparati. Proprio per questo ho voluto sperimentare i vini di Cristian Ferrero in una calda serata romana abbinando Chardonnay, Nebbiolo, Barbera e, ovviamente, Barolo con piatti di pesce. A questo link trovate tutto su quella magica serata di luglio. Magica sia perché sotto le stelle di Roma sia perché si è avuta la dimostrazione che con le giuste temperature anche i vini rossi, purché fini ed eleganti, si abbinano perfettamente con piatti di mare. Cristian è completamente autodidatta. Si fa aiutare dagli amici, chiede consigli, fa le sue analisi. Poi decide lui. Come per la vigna dove non può vigere che una lotta integrata senza alcun uso di diserbanti. In vigna e in cantina c’è sempre papà Cesare e mamma Wilma con Stefano che ogni tanto da una mano. A 26 anni Cristian è ancora un ragazzo. Io a 26 anni avevo appena iniziato a lavorare come ingegnere in Fiat Auto. Un quasi posto fisso. Cosa realmente sapessi fare non lo so. Di certo sarei voluto diventare l’Amministratore Delegato. Sogno ovviamente svanito per tanti motivi. Principalmente perché il destino di una persona che lavora in una grande azienda non è per nulla nelle proprie mani. Quello di Cristian invece si. Senza fare il passo più lungo della gamba. Piano piano. Con giudizio e senza fretta. Le occasioni per la terra sono arrivate e prese. Senza rischi. Comprare adesso sarebbe impensabile. C’è da rimettere a posto la cantina per renderla più grande e per soddisfare le esigenze future quando dal conferimento si passerà all’imbottigliamento. Il sogno o meglio, l’obiettivo è arrivare alle ottantamila bottiglia  È felice. Contento di quello che fa. Rimanere in azienda anzi, acquisirla. Lavorare come pochi della sua età avrebbero fatto. Sbagliare anche grazie a due genitori che glielo hanno consentito. Ho dovuto buttare via del vino perché non era buono, vabbè, eh poca roba quello mi è servito. A settembre di due anni fa mi sono rotto una gamba con la moto, quindi ho saltato completamente la vendemmia. Dopo l’incidente sono cambiato proprio io il modo di fare il modo di vedere le cose. Sono cresciuto dentro diventando più pacato, più responsabile .Forse il fatto di non poter partecipare ad una situazione importante come la vendemmia. Lì ha pesato tanto credo l’avere in qualche modo tra virgolette, obbligato gli altri.  Ecco svelata la pacatezza di un ragazzo speciale. Un uomo che è ancora ragazzo anche se cresciuto in fretta. Pensieri come questo aiutano solo a capire quanto in fretta. Dinanzi a te ancora tantissime vendemmie, tantissime botti da riempire, tantissimi vini da sperimentare. Forse proprio quell’incidente in moto, quella vendemmia mancata hanno trasformato un ragazzo con tanta fretta di diventare grande in un vignaiolo pacato e disciplinato. Assolutamente perfetto per i vini delle Langhe.  Io sono assolutamente certo che tra poco più di dieci anni parleremo di Cristian Ferrero come uno dei più bravi produttori di Barolo. In bocca al lupo Cristian!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Imparare dalle crisi Arrow Right Top Bg

24 Settembre, 2025

Imparare dalle crisi

  Come sta andando la vendemmia? Ah quest’anno l’annata è fantastica. Una delle migliori mai viste. Peccato ci sia la crisi. Un dialogo, uno dei tanti che mi capita di fare con produttori e vignaioli tutti accomunati dalla vendemmia che si è fatta, si sta facendo, si farà. Un po’ di preoccupazioni per il tempo che dovrà arrivare, ma tutto sommato, una buona annata. Buona sia per quantità sia per qualità. In altri tempi non si sarebbe che gioito di questo binomio. Mai come oggi però il clima è decisamente teso. E non mi riferisco a quello atmosferico. La grande quantità potenziale di uva che entrerà nelle cantine dopo la vendemmia sarà indubbiamente importante. Gli ettolitri conseguenti sono dunque decisamente alti e non potranno che andare ad aggiungersi a quelli che sono tuttora in stock nelle cantine. Invenduti. È proprio su quest’ultimo aggettivo che occorre soffermarci. Invenduti. Non è l’analisi grammaticale che occorre quanto invece farsi la domanda: perché? Nel 2024 si sono prodotti 43.9 milioni di ettolitri e a luglio scorso erano presenti nelle cantine circa 43,6 milioni a stock. Il che non vuol dire che non verranno venduti ovviamente. I dazi. È colpa dei dazi. Non proprio. Numeri alla mano, verso gli USA si sono esportati 3.6 milioni di ettolitri nel 2024. Un dato drogato dall’annuncio dei dazi che ha portato il balzo degli ordini rispetto ai 3.3 milioni di ettolitri del 2023. Anche se eliminassimo il vino spedito negli USA rimarrebbero comunque 40 milioni di ettolitri in stock. Ovviamente non tutti sono da considerarsi effettivamente invenduti. Nel 2024 si sono venduti all’estero 21.7 milioni di ettolitri e 22,3 in Italia. Fanno 44 milioni tondi tondi. Allora non c’è il problema! Aggregando i dati sembrerebbe di no ma andando a vedere regione per regione, il risultato cambia. La Toscana ad esempio è una delle regioni che soffre di più. Sarà perché di Chianti ce ne è troppo? Torniamo ai dazi: si sarebbero potuti prevedere i dazi? Certamente no un anno e mezzo fa ma dall’elezione di Trump, sicuramente sì. Era nel suo programma. Veniamo al mercato, una bestia indomabile che, da sempre, osserva alti e bassi, corsi e ricorsi storici. Abbiamo vissuto, fino al 2024, crescite costanti anno dopo anno. Non sarà andato troppo su? Beh ma si sa che quando un mercato va su c’è chi fa le grandi abbuffate. Però poi sono gli stessi che piangono perché il mercato scende. In fondo hanno la pancia piena e devono riempirla. Che ci fosse qualche segnale di cambiamento a partire da dopo il COVID, forse lo si poteva intuire. Il COVID in fondo aveva prodotto due cose. Per primo la capacità di vendere online attraverso siti Internet specializzati piuttosto che direttamente da parte produttore. Un mondo online che aveva consentito a chi doveva rimanere chiuso in casa di consumare il vino. Vendita diretta da parte dei produttori o di siti specializzati con ampi margini per tutti. Soprattutto con prezzi non elevati per i consumatori. Il secondo aspetto del COVID è riferibile meramente ad un punto di vista di prodotto per la capacità per molti di sperimentare avendo in cantina una serie di prodotti non venduti. Sperimentare su nuovi affinamenti, affinamenti più lunghi. C’è perfino chi ha iniziato la propria attività enoica proprio con il COVID non potendo muoversi ed avendo quindi la possibilità di coltivare. Poi cos’è successo? È successo unicamente che la gente ha cominciato ad uscire riversandosi fuori in una sorta di liberi tutti evviva la libertà. Da qui è successo qualcosa che questo magazine continua a sostenere da tempo e che bisogna unicamente chiamarla con il proprio nome: ingordigia. L’ingordigia da parte dall’ultimo anello della catena di distribuzione del vino, coloro che erano rimasti a bocca asciutta proprio per via del COVID: i ristoratori. Non gli sarà parso vero di vedere entrare, finalmente, nelle sale i clienti. Solo che loro li hanno raffigurati come polli da spennare. Avere dei vini con moltiplicatore cinque sulla carta è veramente uno sfregio. Capisco i primi tempi che bisognava rifarsi delle perdite avute durante il COVID (sussidi a parte), ma adesso non è più il caso. Non ci si può lamentare o dare la colpa al nuovo codice della strada se le persone consumano meno vino quando una bottiglia che vale cinque euro viene venduta a 25. Non è possibile perché non sostenibile. E che non venissero a raccontarci la favola che hanno i costi alti, che non trovano dipendenti e altro. Conti alla mano, non è assolutamente vero. Parte della croce occorre poi attribuirla anche al sistema Italia che non ha per nulla fatto sistema. Consorzi e cantine sono proliferati nel corso del tempo così che produzione ed etichette sono proliferate. Soprattutto con prodotti di bassa gamma. Sistema Italia vorrebbe dire valorizzare i territori e valorizzarli con modalità ed attività che possano rendere trasparente il mondo del vino. Siano in grado di raccontarlo per far comprendere come dentro una semplice bottiglia con un semplice vino vi sia molto altro che un liquido.  Solo che il Sistema Italia ha continuato a lavorare con i soliti noti, le solite manifestazioni, le solite tecniche. Come se niente fosse accaduto. Come se il problema non vi fosse. Faccio un esempio che conosco da vicino e che non vuole rappresentare un piagnisteo ma unicamente far capire come il Sistema Italia non abbia interesse a cambiare. Questa redazione ha provato ad interloquire con le Istituzioni del Lazio, Arsial, per proporre qualcosa di nuovo. A prescindere dalla bontà o meno del progetto, il risultato è che non siamo stati nemmeno ascoltati. Non vi è stata alcuna opportunità di presentare un progetto. Ci siamo presentati da persone comuni con un trascorso di esperienze e una idea. Se questo è l’approccio posso solo desumerne che stessa sorte sia toccata a chiunque abbia provato ad presentare qualcosa. A meno che non si rientri tra i soliti noti. Ciò accade di sovente quando la politica si impossessa di spazi di manovra. L’amichettopoli c’è e c’è anche da parte di chi aveva detto non vi fosse. Questo non è Sistema Italia è semmai un sistema de noantri che impedisce il ricambio delle idee. Quello che si offre è sempre lo stesso dagli stessi. Cosa ci aspetta nel futuro? Probabilmente niente di buono. Con una diminuzione dei consumi l’unica possibile (prima) conseguenza è la chiusura di qualche azienda. E non sto parlando delle piccole aziende familiari che forse saranno quelle proprio che si salveranno in quanto il lavoro dei singoli non è particolarmente retribuito. Mi riferisco alle medie aziende, quelle che sono sopra le 100.000 bottiglie l’anno e che non avranno più possibilità di pagare i propri dipendenti. Un patrimonio enorme che si potrebbe perdere insieme alla superficie evitata. Il che non sarebbe tanto un problema qualora si estirpassero Vitigni o aree delle quali non voglio dire che se ne può fare a meno, ma dove non c’è una territorialità rivendibile Si perderanno vigneti e si perderà superficie evitata e occorrerà sperare che questo non sia il solito gioco di estirpo ora e rimpianto dopo in funzione dei soldi che il governo di turno vorrà mettere. Alla fine, però, non potendo calmierare i prezzi alla ristorazione, l’unica vera opportunità che abbiamo è una grande operazione di trasparenza: imponiamo ai ristoratori di scrivere sul listino il prezzo consigliato dal produttore o comunque il prezzo al quale la bottiglia è reperibile on line. Solo così il consumatore sarà in grado di capire, nella totale trasparenza, il ricarico del ristoratore e scegliere, liberamente e consapevolmente, di pagare il di più. O di prendere dell’acqua. Se non faremo questo della crisi, non avremo imparato nulla. A meno che… a meno che non si aumenti l’offerta. No, non sto scherzando. Un buon bicchiere di vino si può bere altrove oltre che al ristorante. Il problema è che l’offerta dei luoghi alternativi è decisamente scadente. Secondo una recente indagine di Press Releas Hub, MCO report che ha analizzato i dati relativi alla numerosità di enoteche e wine bar legandoli alle recensioni dei clienti, la città più Wine Friendly d’Italia è Alba con un punteggio di 6.34 seguita da Siena a 6.04. Milano si classifica all’ultimo posto con 0.1. Roma non è neanche citta dal Report. Ciò vuol dire solo che probabilmente ci sarebbe bisogno di aumentare l’offerta di luoghi ove consumare vino di qualità ad un costo non elevato. Altro che crisi! Ivan Vellucci
Editoriale
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Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius Arrow Right Top Bg

19 Settembre, 2025

Piero Riccardi, Lorella Reale. Il nastro di Möbius

  Cosa è il vino se non un elemento di trasformazione? Trasformazione. Pensate bene a questa parola. Un mutamento nella forma, nell’aspetto esteriore così come nella propria natura. Un chicco di uva si trova in uno stato solido e perché si possa godere delle tutte le sue meravigliose e uniche caratteristiche, deve subire una trasformazione diventando liquido. Per mano dell’uomo.  L’uomo deve intervenire prima ancora che vi sia un acino perché la vite, pianta non propriamente selvatica, ha bisogno di essere piantata scegliendone opportunamente la tipologia in funzione del luogo. Deve essere attesa per anni perché dia frutti utili alla produzione del vino e, nel mentre, oltre che per il futuro, curata con grande attenzione al fine di portare in cantina grappoli sani. Proprio in cantina avverrà poi la vera metamorfosi che potrà essere accompagnata dunque assecondata, oppure più o meno forzata. Dipende! Comunque, proprio perché il vino e la vite sono l’una la metamorfosi dell’altra, spesso non è importante il prodotto in se (anche se poi dobbiamo pur goderne altrimenti berremmo acqua) quanto la genesi. Capire cioè cosa (e come) abbia condotto l’essere umano a voler essere complice di quella specifica trasformazione. Il fascino è capire cosa conduca le persone nel dedicare la propria vita a produrre vino e, soprattutto, che tipo di vino vogliano produrre. Per certi versi sembra quasi un morbo selettivo e settario. Selettivo perché non colpisce tutti; settario perché una volta contratto, si diventa così incredibilmente coinvolti che tutto il resto non conta nulla (o quasi). Parlare con le persone diventa spesso più importante del bere i loro vini e comunque prima di bere i vini, occorre capirne la filosofia. Soprattutto capire della loro metamorfosi. Quella di Lorella e Piero è una metamorfosi ricongiungente. Una sorta di trasformazione del proprio essere per ricongiungersi alla propria essenza passando per un congiungersi tra loro. Oddio che concetto complicato. Vediamo di semplificarlo un pochino. Avete presente il nastro di Möbius? Meno male che volevo semplificare le cose…. In ogni modo, il nastro è un oggetto matematico che rappresenta una superficie non orientabile. Prendiamo ad esempio una fettuccia piana o un metro da sarta. Avete presente no? Quel nastro piatto con cui le sarte (e le nostre mamme) prendevano la misura dei pantaloni per l’orlo. Afferriamo i due estremi del nastro e prima di ricongiungerli, ruotiamo di 180° una estremità. Questo è il nastro di Möbius. Cosa ha di particolare? Immaginiamo di percorrere con un dito una delle due superfici: ci ritroveremo sull’altra senza neanche rendercene conto.  Ciò che è successo è causa solo del fatto che uno dei due lembi ha subito una rotazione di 180°. C’è stato un cambiamento, una trasformazione e l’unica metamorfosi che offre a due dita che percorrono il nastro in direzione opposta la certezza di congiungersi, è il nastro di Möbius Più chiaro così? No sicuramente. Che casino. Tutto questo casino perché quando mi trovo a chiacchierare con Lorella Reale che insieme al marito Piero Riccardi hanno messo su una azienda vitivinicola, biologica e biodinamica, tra Bellegra e Olevano Romano, capisco che qualcosa di diverso rispetto a molte altre storie, qui c’è davvero. Diverso ma complicato. Lorella, e ce ne si accorge ascoltandola bene (ma pure il cognome non mente), è siciliana di Catania. Piero, di Roma ma con radici proprio a Bellegra. Io e Piero ci siamo conosciuti lavorando in televisione. Lui era già un regista da tanto tempo. Io aveva appena iniziato dopo aver studiato filosofia. Abbiamo cominciato a lavorare insieme a rubriche per Rai Educational poi per Report. Piero manteneva qui a Bellegra una tradizione di famiglia perché nella DOC del Cesanese tutte quelle che poi sono diventate aziende altro non erano che negli anni 50/60 famiglie private che facevano vino. Loro avevano più ettari dei nostri oggi, almeno sette. Quando l’ho incontrato, lui aveva mantenuto solo una vigne eroica che sta qua, dove abbiamo adesso la seconda cantina a Bellegra e produceva diciamo 2000 bottiglie per amici e parenti. Inquadrando bene i personaggi di questa storia si comprende facilmente come siano probabilmente lontani anni luce da un percorso sullo stesso lato del nastro. Piero infatti, per quanto sia stato giornalista, produttore e regista di documentari e reportage, il forte attaccamento alla terra lo ha sempre avuto. Lorella invece la terra e il vino forse non lo ha nemmeno mai immaginato in uno sviluppo professionale legato al femminismo, all’etica, alla scrittura.  Di certo la passione comune per i reportage, le inchieste e l’etica in generale sono sicuramente stati l’elemento scatenante per percorrere, insieme, il lato del nastro. La scintilla emotiva poi ha fatto il resto o parte di esso.  Ma non crediate sia tutto semplice. C’è bisogno di qualcosa di innato, di speciale, di intimo perché con l’amore per il proprio partner possa nascere anche una complicità per una attività complicata come quella della vigna. Mi ha coinvolto nella prima vendemmia e da quel momento abbiamo fatto sette anni di vendemmia insieme. Mi sono appassionata, ho fatto il corso sommelier, eccetera comunque a un certo punto la situazione in televisione era diversa dal passato senza Giovanni Minoli. Purtroppo è vero che le cose politiche influenzano molto e poi quelli erano anche gli anni 2006, 2008 dove iniziavano tutti questi strani contratti Co.Co.Co., partita Iva e via dicendo.  Grande personaggio televisivo Giovanni Minoli. Uno di quelli dei quali oggi in Rai ce ne sarebbe fortemente bisogno per la capacità di creare format e programmi ancora oggi attualissimi. Io personalmente non ero molto felice di fare Report dopo Rai Educational. Mi piaceva più intervistare persone belle. Ci eravamo avvicinati a questa rivoluzione del vino naturale e di fatto Piero produceva un vino naturale. Certo era una piccola quantità, quindi non sapevamo se era semplice. Iniziamo a sognare l’idea di fare una cosa più grande.  Le cose arrivano piano piano. In certi casi partono da sensazioni di insoddisfazione verso qualcosa che non consente più di esprimersi come coscienza impone. La coscienza verso le cose genuine ad esempio. Il cibo primo tra tutti con la filiera agricola per troppo tempo lasciata lontano dall’attenzione e in deriva verso il baratro. Eppure l’agricoltura biologica aveva il suo manifesto dagli anni ‘70 e quella biodinamica da cinquant’anni prima. Tutto vero, tutto dannatamente complicato in un contesto nel quale occorreva produrre e tanto per via di margini sempre più in contrazione.  Con la scusa di scrivere degli articoli di avvicinammo, tramite fiere, ai vini naturali. Capirne di più era l’obiettivo. Proponemmo a Report di fare le prime inchieste sull’agricoltura come Buon appetito paragonando varie forme di agricoltura: quella che usa pesticidi, quella biologica, quella biodinamica e quindi girammo mezza Italia incontrando persone splendide. Prima di quello c’era stata solo un’inchiesta di Iovene sul vino che aveva coinvolto Sangiorgi del Gambero Rosso.  Ricordo bene quell’inchiesta in una puntata con in studio Milena Gabanelli e la voce narrante di Piero Riccardi. Era il 2008. Pensate 17 anni fa. Eppure così attuale. Si parlava dell’importanza del cibo, delle materie prime. Di come le grandi potenze come gli USA ne richiedessero troppe per se. Di come i prodotti vadano in giro per il mondo indiscriminatamente. Di come i prezzi salgano vertiginosamente. Di come un mondo diverso sia possibile. Ecco, un mondo diverso già 17 anni fa. Pensateci bene. Stiamo ancora qui a parlare di cambiamento climatico, di prezzi alle stelle, di danni per la salute e in 17 anni (e non che prima non se ne parlasse!) non siamo riusciti a fare nulla.  Sapete cosa siamo? Siamo tutti Aldo Tarantino, il suocero di Bellavista che dormiva tutto il giorno e quando sentiva la parola “milione” si svegliava dicendo  Nu milione….o’ anema do priatorio!! Che vuol dire (tradotto dal napoletano): un milione, o anima del purgatorio. Grande film Così parlò Bellavista di un genio come Luciano De Crescenzo. Ecco noi siamo così. Quando arriva qualcuno che ci nomina cambiamento climatico, ci svegliamo di sobbalzo per iniziare la discussione. Un pò come si fa nei talk show televisivi dove si parla a vanvera di cavolate tanto per creare risse ed alzare il fumo di sbarramento. Nella sostanza poi, non facciamo nulla.  Invece Lorella e Piero decidono di fare qualcosa. In questo cammino avevamo incontrato Pacina che è un’azienda di vini naturali In Toscana e decidemmo di di provarci. Trovammo i primi ettari di questa collina che si chiama Colle Pazzo. Lì piantammo, togliendoci tutti gli sfizi di sommelier, non proprio come nello Champagne ma 6000 piante per ettaro sui primi due ettari. Poi una selezione massale.  È cosi che si inizia. Provandoci. Piero la sua vigna di mezzo ettaro a Bellegra a 800 metri sul livello del mare, coltivata con la Rosciola (vitigno autoctono di Bellegra) a piede franco, l’aveva sempre avuta ma prendere altri ettari voleva dire proprio “proviamoci”. Non una scelta definitiva.  Va bene la propensione etica, il biologico subito (biodinamico dopo un anno) ecc però una vigna non è che ti fornisca tante possibilità di vivere dignitosamente. Una scelta a metà. Almeno all’inizio. Non eravamo certificati perché non c’era piaciuta la polemica tra le associazioni biodinamiche per una certificazione che poi sì ripiegava sul biologico. Avevamo già subito capito che sì eravamo certificati, ma in cantina saremmo comunque andati oltre il biologico e anche oltre il biodinamico. Nelle nostre etichette si può scrivere che è un’agricoltura biodinamica perché è tutta certificata dai registi biologici. Non abbiamo il marchio Demeter perché oggi abbiamo Vinnatur, molto più adatto al tipo di vino che facciamo. Anche se nemmeno quei parametri…cioè noi non mettiamo 40 mg litro a vino spesso nemmeno ne aggiungiamo di solfiti. Però diciamo, era una cosa bella perché abbiamo partecipato all’ideazione di quel protocollo.  www.andreafedericiphoto.com Però poi, ognuno deve fare seconda coscienza. Poveri consumatori. Simboli, etichette, link, codici qr. Una vera jungla che le normative consentono senza rendersi conto dei danni che questo comporta.  Ogni associazione ha i suoi parametri da rispettare e proprio questi costituiscono quella indeterminatezza per il consumatore attento. Quanta solforosa è stata utilizzata? Che tipo di chiarifica? Lieviti di che tipo? In vigna quali trattamenti? Ma utilizzare rame e zinco in campo, fa bene?  Si potrebbe continuare a lungo davvero. È chiaro che i valori di legge sono utili ma non dovrebbe essere consentito il proliferare di sigle e siglette perché davvero non ci si capisce un tubo. Basterebbe un sistema con un punteggio. Nulla di più. Poi decide il consumatore. Sempre che i controlli ogni tanto vengano fatti. Avevamo un consulente che era sia enologo sia esperto di biodinamica. Dopo tre anni arrivò la prima raccolta. Pulendo Colle Pazzo avevamo scoperto una cosa che non sapevamo: la collina era vocata e c’erano due tipologie di terre: sia le arenarie del Cretaceo, che sono le più diffuse nel mondo del Cesanese, sia vulcaniche. Quindi subito c’era venuta l’idea di fare almeno due Cesanese. L’enologo si oppose dicendo che le vulcaniche erano troppo squilibrate. Dopo tre anni vengono fuori il Collepazzo che sono le uve di tutte e due le terre e che oggi rappresenta il vino che produciamo e ci rappresenta di più e il Càlitro che invece sono le terre arenarie. Dopo 16 mesi di affinamento in cantina questo enologo non voleva credere che fosse un vino che poteva resistere. Nessuno lavorava come noi senza solfiti.  Coraggiosi? Incoscienti? Visionari? Niente di tutto ciò. Lorella e Piero semplicemente mettono in pratica quello che è nelle loro coscienze e che rappresenta la loro etica. Perché inquinare l’ambiente e perché produrre qualcosa con elementi tossici o artificiali quando se ne può fare a meno? Ecco, una domanda che sembra lapalissiana ma non lo è manco per nulla.  Una volta un produttore mi disse che produrre da agricoltura biodinamica è anche meno costoso rispetto ad una convenzionale. Si dimenticava di dire (ma glielo ho suggerito io): quando va tutto bene. Nel senso che se la stagione non è delle migliori in agricoltura biodinamica sei costretto a parecchi trattamenti e non è detto bastino per portare l’uva sana in cantina. Così come le rese non potranno mai essere allo stesso livello di una agricoltura convenzionale. Ne consegue che il vino realizzato in maniera naturale (termine abusatissimo) non può che costare di più non fosse altro per i rischi o perché in certe annate non si produce proprio.  Abbiamo comprato una vigna vecchia e poi abbiamo dovuto buttare l’uva a terra per tre anni. Ci siamo accorti che era molto meglio re impiantare e ricominciare piuttosto che avere un’uva che non riesce nemmeno a portare lieviti in cantina perché ancora con residui di pesticidi. Ed è così anche per l’agricoltura biologica e biodinamica in generale: andate a fare la spesa da un negozio biologico e poi ne parliamo.  Anche perché non è solo un tema di biologico e biodinamico ma anche di etica. Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché se rispetti la terra devi assolutamente rispettare le persone. Dunque non contratti capestro o a nero. Non condizioni di lavoro pessime. Capito il messaggio? Comunque uscimmo e praticamente Bibenda diede cinque grappoli al Càlitro e quattro al Collepazzo. Ci convocarono e poi a quel punto scrissero e un articolo su di noi che era importante per i vini naturali. Quando scrissero potemmo portare lì in redazione la nuova annata che era la 2014. E che questa volta aveva anche il cru delle sole terre vulcaniche (Neccio). lo avevamo fatto contro il nostro enologo così che da quel momento iniziamo a produrre tutti i nostri tre Cesanesi.  Il vino di due pazzi visionari non poteva che essere apprezzato. Anche ricercato. Dei distributori ci vennero a cercare e iniziammo a vendere. Lentamente, anche Piero aveva lasciato la televisione. Nel 2010 quando iniziammo a piantare io ero in gravidanza. Diciamo così: mi sono goduta alla maternità.  Anche Lorella molla la televisione per dedicarsi completamente all’azienda, ai figli e alla sua passione che è la scrittura. Noi siamo entrati dentro questa storia in un momento di grazia e ciò è quando si erano sviluppati quei produttori che avevano iniziato attorno a Gravner e Angiolino Maule. Erano passati gli anni in cui avevano iniziato a mettere in commercio vini orribili che si vendevano solo in Giappone.  La verità è che Lorella e Piero sono entrati in questo meraviglioso mondo insieme a tante altre persone provenienti da altre professioni dunque altre culture. Persone con principi morali e capacità completamente diverse da quelle esistenti. Nulla assolutamente contro le famiglie contadine che rappresentavano e rappresenteranno la spina dorsale dell’agricoltura ma i nuovi innesti hanno certamente portato quella necessaria ventata di innovazione etica che ha coinvolto un pò tutti. Certo anche per via di una non immediata necessità di guadagno. Cosa questa assolutamente da non sottovalutare senza stare a nascondere le cose.  A Colle Pazzo avevamo un vicino e ci siamo accorti che non sapeva nemmeno leggere i pacchetti dei prodotti così che pensava di dare rame e zolfo e invece stava dando un sistemico.  Appunto. Ma non mi sento di colpevolizzare quel contadino. Negli anni ‘70 e ‘80 era facile che un imbonitore di qualche azienda chimica bussasse alla porta del contadino per promettere raccolti miracolosi con poco sforzo. Bastava qualche trattamento e via. Ma il problema era di chi li usava o di chi li consentiva? Io ero comunque una femminista ecologista. Avevo portavo avanti questo tipo di temi di fiducia, di etica. Sono specializzata in etica mentre Piero è amante della natura. Conosce tutte le erbe. Abbiamo pensato: dobbiamo cambiare lavoro, non possiamo fare una cosa tossica dove noi stessi non ci vogliamo stare. Impossibile dunque per Piero e Lorella fare qualcosa nel mondo del vino che non rispettasse i loro principi. Qualcosa di semplice e immediato che oggi, in un momento di crisi mostruosa del vino, non è qualcosa che i clienti abbiano intenzione di pagare.  La scelta di carta riciclata per le scatole, etichette ecologiche, un certo tipo di tappo, il vetro Bormioli che è meno pesante e quindi più sostenibile. Abbiamo capito che poi tutte queste cose che volevamo mettere in conto nelle bottiglie, non si può fare. Trovammo qui all’inizio donne che lavoravano da tempo e la prima volta che gli dissi che gli facevo la busta paga: no ma no, ma figurati, non c’è bisogno. Quando videro che le stavamo pagando tanto quanto i loro compagni uomini: ma qua non si usa.  Sembra e lo è tutto bello ed eticamente corretto ma quando poi devi scontarti con un mondo imperfetto e soprattutto con mercato spietato, come ti comporti? C’è chi cede e accetta compromessi o continua per la propria strada. Che non si piega alle logiche commerciali. Che scommette e crede in un futuro migliore. Come Lorella e Piero che oggi gestiscono circa 6 ettari e quasi 30.000 bottiglie l’anno prodotte tutte in maniera naturale intendendo per questo senza qualcosa di aggiunto. Non con! Stiamo per arrivare a 30.000 bottiglie e non ne vogliamo fare di più. Sempre che le annate, con questo cambiamento climatico mostruoso, ce lo consentano. Abbiamo cominciato con i tre Cesanese e l’esperienza delle terre vulcaniche che ci ha ci ha fatto notare che il Neccio era un vino di tutto di tutto rispetto con una verticalità e mineralità pazzesca. Quando siamo riusciti a comprare altre parti vulcaniche di Colle Pazzo, abbiamo impiantato la Malvasia Puntinata. Poi, come esperimento, in una parte di Collepazzo dove c’è un torrente quindi una grande escursione termica e dove ne Cesanese ne Malvasia stavano bene, abbiamo impiantato il Riesling.  Due bianchi: Emotiq da Malvasia Puntinata (con aggiunta di Bellone, Moscato Bianco e Ottonese), Emotiq Riesling ; quattro rossi (Càlitro, Neccio, Collepazzo e Collepazzo riserva nelle annate eccellenti).  I rosati, anche quello è stato un gioco che poi ha preso la mano. Il primo rosato di Cesanese, dopo il primo anno che non lo voleva nessuno, lo comprò un importatore della California e metà il Trapizzino con tutti i post che faceva alla fine altri clienti andarono ad assaggiarlo e ce lo chiesero per l’anno successivo così che iniziammo a produrlo assegnandolo. Poi c’è una Ratafia perché abbiamo un bosco di visciole ed era una ricetta della mamma di Piero. Abbiamo detto vabbè praticamente cambia solo il Cesanese con cui l’assembli. È il nostro vino da dessert. I rosati sono due: il Tucatuca da Cesanese delle terre vulcaniche ed arenarie e il Divago frizzante sempre da Cesanese. Ogni vendemmia ci sediamo e diciamo cosa possiamo togliere. Dalle altre ricerche e visite di cantine che abbiamo fatto qui è nel mondo, abbiamo scoperto che se vuoi essere veramente biodinamico, non puoi avere tanti ettari perché l’importante che le uve entrino nel momento in cui tu hai stabilito. L’ideale sarebbe una cosa alla Romanée Contì che mette insieme 17 vignaioli.  Se avessimo altri soci…però è un periodo pazzesco. Manodopera non se ne trova. Questa è la zona dell’uva a bacca rossa più importante del Lazio e non si capisce perché gli indiani non ci sono, i rumeni non ci sono e comunque ci sono delle famiglie molto ostili ai cambiamenti. Sempre più strano il Lazio per il vino. Territori pazzeschi, vitigni antichissimi e decisamente interessantissimi mentre sembra invece che non interessino a nessuno.  L’area del Cesanese, tra Roma e Frosinone, dovrebbe rappresentare l’eccellenza dell’intera regione essendo l’unica DOCG a bacca rossa ma è un territorio senza sistema. Sembra completamente abbandonato a se stesso e i produttori appaiono per nulla interessati allo sviluppo. C’è una sorta di autoschiacciamento e inviluppo concentrico su se stessi con pochi che cercano, autonomamente, di emergere. Per quanto bravi anzi bravissimi, da soli non si va da nessuna parte. Il padre di Piero era di queste parti ma ci hanno sempre visto come degli stranieri. Abbiamo un’azienda da 15 anni e otto anni fa abbiamo deciso di trasferirci qui perché io stavo impazzendo e dicevo che non potevo correre tutte le mattine. Appurato che le scuole non erano poi così diverse da Roma per i ragazzi, abbiamo detto va bene, facciamolo. Gli abbiamo regalato secondo me un’infanzia bellissima. Biciclette, cani gatti, uscire in piazza senza nessun controllo. È proprio qui che si comprende come quei nastri, oltre a congiungersi, hanno permesso di percorrerlo sullo stesso lato. Lorella dalla Sicilia è scappata perché non la sopportava. A Roma ha incontrato Piero con la sua storia e il suo futuro. Hanno percorso un tratto di strada insieme per poi decidere di costruire qualcosa trasformandone altre. È come se abbiano preso quel lembo del nastro per creare quello di Möbius trasformando se stessi prima del vino. Non rinunciando comunque mai alla propria individualità.  Negli anni si è capito che io non potevo rinunciare comunque a raccontare storie. Trovando le ore di prima mattina e la sera tardi. Mi sono dedicata oltre che all’amministrazione, anche ai rapporti commerciali, alla comunicazione eccetera. Ho avuto un grande maestro come Alvaro Stirpe che si occupa per di sigari e champagne. Dopo i primi anni ho pensato: vedi? ho fatto filosofia e sono stata in televisione, però se avessi saputo queste cose, forse io avrei potuto spuntare anche contratti migliori. Mi vergognavo come intellettuale che non si può sporcare le mani e invece no perché era giusto è giusto pagare l’intelletto è giusto pagare il lavoro delle persone è giusto cioè non c’è. Invece a Piero piace proprio stare in vigna, stare in cantina. Questa e solo questa è la meraviglia del vino, della ricerca di qualcosa di etico e naturale, di vero e irripetibile se non per quello che solo la natura può concedere.  Quel nastro in fondo altro non è che un percorso che si sceglie di intraprendere. Da soli o con chi ha il nostro stesso credo. Ciò che occorre, comunque, fare, è ruotare di 180° un lembo. Da li si parte. Lì si arriva.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio Arrow Right Top Bg

12 Settembre, 2025

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio

  Piero Canopoli è il titolare della Cantina Murales, in Sardegna. L’ho conosciuto tempo fa e la sua storia mi aveva così colpito da scriverne un articolo che troverete qui. Oltre ad essere una persona squisita e davvero a modo, ama profondamente la Sardegna, sua terra di origine nella quale è tornato dopo tanti anni sul Continente. Un giorno d’estate mi ha inviato un elaborato che aveva composto e sul quale mi chiedeva un parere. L’ho trovato così profondo e vero che pubblicarlo è stata solo una naturale conseguenza. L’attaccamento alla Sardegna, alle tradizioni, alla storia, alle persone, fanno di questo scritto qualcosa che, credetemi, vale la pena di leggere con passione e attenzione. Buona lettura Ivan Vellucci   Non li trovi nei documenti ufficiali.  Non hanno divise, né targhe sulla porta. I Custodi del territorio sono uomini e donne che vivono dentro il paesaggio, non sopra. Sono quelli che non cambiano la terra, ma la accudiscono. Che non la possiedono, ma la servono. Sono vignaioli che parlano con le pietre, apicoltrici che ascoltano i fiori, falegnami che intagliano il silenzio. Sono pastori, guaritori, raccoglitori di storie. Ma anche bambini che piantano un albero dove nessuno lo ha mai fatto. Non proteggono il territorio con le leggi, ma con le mani. Con la memoria. Con la presenza. Li trovi se non hai fretta. Se cammini senza chiedere. Se guardi più del dovuto e parli meno del necessario. Non avevo una meta precisa. Solo una voglia antica di sentire sotto i piedi la terra che mi mancava. La Gallura, con le sue pietre rosate e le sue voci antiche, mi chiamava da tempo. Così ho iniziato a camminare. Il primo incontro fu tra le vigne ai piedi del Monte Limbara. C’erano viti basse, pettinate dal maestrale, e pietre ovunque. Non so se fosse terra o roccia. Forse tutte e due. Chiscu (Francesco) era seduto su una sedia pieghevole, con le ginocchia larghe e lo sguardo dritto verso il sole. Aveva mani scure, ruvide. E un silenzio che non pesava, ma curava. Questa vigna è mia solo nel nome. In verità, io sono suo ospite. Lo disse mentre con un coltello spezzava un pane scuro, poggiato su una pietra. Mi offrì un bicchiere di vino non filtrato. Era ruvido, pieno, vivo. Sai cos’è questo? Memoria liquida. È come un padre che ti guarda senza dire niente. Mi portò a camminare tra i filari, in salita. Il terreno vibrava sotto i piedi, come se respirasse. Qui la vite fa fatica. Ma chi resiste, racconta meglio. Vale anche per noi, no? Quando me ne andai, mi regalò una pietra, non una bottiglia. Quella la bevi. Questa te la porti addosso. Capì subito perché ero lì. Cerchi chi custodisce? Allora devi restare in silenzio più di quanto parli. E io lo feci. Camminai verso Telti, dove incontrai Maria Teresa e le sue api. La sua casa sembrava un alveare: piccola, profumata, viva. Non aveva muri alti né rete al cancello. Solo un sentiero e una nuvola di ronzii. Maria Teresa non disse nulla all’inizio. Mi fece indossare una maschera, e camminammo in silenzio tra le arnie. Le api ci giravano intorno come pensieri buoni. Loro mi conoscono. Tu, forse, devi ancora farti conoscere. Ogni albero aveva un nome. Ogni fiore, una stagione. Mi indicò una pianta di elicriso e la strofinò tra le dita. Questo è il profumo dell’invisibile. Serve a ricordare ciò che non si può spiegare. Nel pomeriggio mi parlò del marito, morto anni prima, e delle api che non lo hanno più cercato. Hanno capito prima di me che non sarebbe tornato. Mi offrì un cucchiaino di miele che sapeva d’infanzia. È il corbezzolo. Non piace a tutti. Ma chi lo ama, non lo dimentica più. Più camminavo, più la terra si apriva. Tra Calangianus e Tempio conobbi Gavino, pastore errante. Condivideva il suo latte con la notte. Non aveva fretta. Camminava da solo, con due cani e trenta pecore. Portava una giacca militare logora, una barba di sole e uno sguardo limpido come l’acqua dei torrenti. Mi vide, si fermò, annuì. Poi riprese il cammino. Io lo seguii. Non parlò per ore. Poi si sedette sotto un olivastro. Tua madre ti ha mai detto come si fa a non avere paura del buio? Io dissi di no. La mia sì. Mi disse: abituati. Perché tanto arriva lo stesso. Mi diede un pezzo di formaggio che odorava di fumo e luna. Lo faccio solo quando ho pace. Se no il latte impazzisce. Dormimmo accanto, sotto una coperta ruvida e un cielo sterminato. Mi svegliai che già era lontano. Sopra una pietra aveva inciso con il coltello: Chi si ferma troppo, dimentica da dove viene. Nel borgo di Aggius mi aspettava Luisa, la raccoglitrice di memorie. Conservava le foto di chi non c’è più, ma anche le storie che nessuno aveva mai scritto. Aggius profuma di camino acceso e vecchie voci. Ogni casa è un libro. Alcuni aperti. Altri chiusi da decenni. Luisa vive in una stanza piena di scatole, fotografie, lettere. Non butta via nulla. Ogni pezzo di carta ha una voce. Se la strappi, la perdi per sempre. Mi fece vedere un album del 1934, Dentro c’erano visi con occhi forti, ma bocche timide, Mi raccontò chi erano, cosa fecero, chi non tornò. Questo è l’archivio degli scomparsi. Ma io li tengo vivi. Prese una giacca da donna e la mise sulle mie spalle. Pesa, vero? È perché porta dentro tre generazioni. E nessuna era leggera. Luisa non raccontava storie: le restituiva. E quando me ne andai, mi disse: Tu ora ne porti una. Trattala bene. Potrebbe essere tua. E poi c’era Zia Bonaria, tra gli ulivi di Calangianus. Arrivai al tramonto. Una luce arancione spaccava il cielo in due. La casa di Zia Bonaria sembrava uscita da un sogno: piccola, tutta pietra, con piante ovunque e un silenzio che parlava. Mi fece entrare senza chiedere chi fossi. Una guaritrice vera, di quelle che non cercano clienti. Leggeva i sogni e l’acqua. Mi disse: Non cercare i custodi. Fatti trovare. E fui trovato ancora. Mi fece entrare senza chiedere chi fossi. Ti aspettavo. Non te lo avevano detto? Mi offrì un infuso verde scuro, dal profumo selvatico. Poi prese un piatto d’acqua e ci guardò dentro. Qui si vede chi sei. Ma io non te lo dirò. Non ora. Mi mostrò erbe, amuleti, libri scritti a mano. Ma soprattutto mi parlò delle donne che non urlano, ma fanno. Le custodi sono spesso invisibili. È la loro forza. Quando me ne andai, mi diede un piccolo sacchetto di lana.  Dentro c’era un osso di lepre, un seme di mirto e un biglietto con una frase Non tutto si cura. Ma tutto si può tenere con rispetto. Camminai Sulle rocce di Capo Testa, incontrai parlava con i graniti. Efisio, che Capo Testa mi accolse con il vento di taglio. Le rocce lì non sono solo rocce: sono espressioni. Sembianze. Creature che hanno imparato a stare ferme millenni. Efisio viveva tra le fenditure. Un uomo secco, con la pelle come cuoio vecchio, e occhi chiarissimi. Aveva costruito un rifugio tra due blocchi di granito. Senza cemento, senza chiodi. Solo incastri e rispetto. Non si forza mai la pietra. Si aspetta che dica sì. Camminammo tra formazioni dalle forme impossibili: un drago dormiente, una donna incinta, un bambino accovacciato. Ogni roccia aveva un nome. Una leggenda. Efisio non spiegava. Sussurrava. Di notte queste pietre parlano. Chi le ascolta, torna diverso. Dormii lì, coperto da un telo ruvido. Il vento raccontava. Io ascoltavo. La mattina, Efisio era sparito. Aveva lasciato inciso su una parete liscia: Non avere paura del silenzio. È pieno di risposte. Incontrai Maddalena , la ragazza dei venti, che navigava tra Tavolara e Molara come fosse un’arpa umana. Ogni isola è una voce. Io le accordo. L’ho incontrata al porto di Porto San Paolo. Capelli color cenere e occhi d’alga. Una barca piccola, legno consumato e un nome inciso a mano: Libera Io non vado a vela. Io vado a vento. C’è differenza. Maddalena non navigava per pescare, ma per sentire. Conosceva ogni corrente, ogni gorgo, ogni variazione della schiuma. Mi portò tra le isole: Tavolara, solenne come una regina; Molara, più scontrosa; Molarotto, quasi un pensiero emerso. Le isole parlano. Ma in lingua di mare. Bisogna tradurre con l’anima. Mi raccontò di navi affondate, di uccelli che tornano sempre allo stesso scoglio, di delfini che riconoscono la sua voce. Io non sono una guida. Sono un eco. Riporto indietro le voci che il mare ha inghiottito. Quando mi lasciò a riva, mi mise tra le mani una conchiglia rotta. Non serve che sia intera per avere valore. A Luras, entrai nella bottega di Sebastiano. Non servivano parole: il rumore della pialla bastava. Faceva mobili con l’anima. Il legno non si lavora. Si ascolta. La bottega era piccola, nascosta, senza insegna. Lì dentro, odore di segatura e passato. Sebastiano aveva le mani grandi, quadrate. Gli occhi stanchi, ma fermi. Mi fece entrare con un cenno, poi tornò al lavoro. Una pialla scivolava lenta su un pezzo di ulivo. Era un rumore ipnotico. Quasi sacro. Sulle pareti: mobili, croci, statuette, sedie, culle. Tutto fatto a mano. Tutto che sembrava vivo. Mi mostrò un armadio intagliato con motivi di sughero e vento. Questo l’ho iniziato quando è nato mio figlio. L’ho finito quando è partito. Non parlava mai di soldi. Solo di legno. L’ulivo ti insegna a non avere fretta. Se lo ascolti, ti dice dove tagliare. Mi regalò una piccola scatola con il coperchio curvo. Non ti dirò a cosa serve. Scoprilo tu. In un luogo dove la Gallura si fa pietra e mistero, tra Luogosanto e Aglientu, incontrai il Custode. Nessuno sa il suo nome. Sedeva su una pietra, scalzo, con un bastone intagliato. Mi guardò come se sapesse già tutto. Camminammo insieme lungo un sentiero dimenticato, dove la Gallura si fa quasi mistica. e non ci dicemmo nulla. Camminammo insieme per ore. Lui indicava: un albero spaccato, un nuraghe sommerso, un muretto a secco. Non diceva “questo è”. Diceva “questo ricorda”. Si fermava spesso. Non per riposare, ma per ascoltare. Il rumore delle formiche. Il fruscio dei rami. Il battito della terra. Le cose vere non fanno rumore. Ma restano. Mi indicò una sorgente nascosta tra i cespugli. Bevemmo in silenzio. Quando mi voltai, non c’era più. Sulla mia tracolla, appoggiato con cura, un rametto di lentischio e una frase incisa su una pietra piatta: La Gallura non si conquista. Si custodisce con presenza. L’ultimo incontro fu il più semplice, E forse il più potente. Era seduto sulla sabbia, nudo come un sogno, le ginocchia piegate e un bastone in mano. Aveva scavato una buca, ci aveva piantato un fico minuscolo. Così, quando sarò grande, l’ombra sarà mia. Gli chiesi come si chiamava. Non importa. I custodi non hanno nomi. Hanno gesti. Mi raccontò che il nonno gli aveva insegnato a piantare alberi anche dove sembra inutile. Dice che la terra ricorda chi l’ha amata. Mi porse un sassolino levigato. Tieni. Questo l’ho trovato quando avevo quattro anni. Adesso è tuo. Ma solo se prometti di restituirlo al mare, un giorno. Ci salutammo senza parole. Lui tornò al fico. Io tornai al cammino. Ma la leggerezza che avevo addosso era nuova. Era lui, forse, il vero custode. Il più piccolo. Il più semplice. Il più potente. Ora lo so. I custodi non difendono il territorio: lo abitano con grazia. Non lo possiedono: lo onorano. E chi cammina senza chiedere niente, alla fine riceve tutto. Dicono che un viaggio cambi quando incontri le persone giuste. Io credo che cambi quando smetti di chiedere e cominci ad ascoltare. Quando non cerchi paesaggi da fotografare, ma luoghi da abitare. Quando ogni passo è un sì. La Gallura mi ha lasciato segni: una pietra in tasca, una conchiglia spezzata, il miele sulle labbra, una frase incisa nel cuore. I custodi non li dimentichi. Perché non sono personaggi. Sono principi di realtà. Sono territorio che ha scelto un volto per farsi ascoltare. E adesso che torno a casa, mi porto con me una sola certezza: essere custodi non è un mestiere. È una forma d’amore.   Piero Canopoli Cantina Murales
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Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore Arrow Right Top Bg

12 Settembre, 2025

Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore

  Avete mai sentito parlare dei Chakra?  Capisco che le culture lontane dalla nostra possano suscitare scetticismo e incredulità ma spesso tutto ciò è dovuto ad ignoranza intesa come mancanza di conoscenza.  Nella cultura indiana e già dal 500 a.c. i chakra vengono identificati come centri energetici e di consapevolezza presenti all’interno del corpo umano. Sono veri e propri vortici energetici tanto che la parola chakra vuol dire proprio ruota o vortice.  L’energia che può scaturire o meno da questi vortici influenza parti sostanziali del nostro corpo tanto che sbloccare i chakra vuol dire lasciar fluire l’energia stessa attivando i processi legati all’anima e allo spirito. I grandi Maestri indiani contano centinaia di chakra nel nostro corpo ma i principali sono sette. Primo chakra, Muladhara Secondo chakra Svadhisthana Terzo chakra Manipura Quarto chakra Anahata Quinto chakra Vishuddha Sesto chakra Ajna Settimo chakra Sahasrara   Muladhara è il colore rosso ed è alla base della colonna vertebrale. Rappresenta forza e passione cosi che quando è sbloccato ci si sente indipendenti e forti. Svadhisthana è l’arancione posizionato nell’ombelico. È la felicita corporale e sensuale. Le emozioni insomma. Sbloccarlo vuol dire vivacità, positività, soddisfazione. Manipura, il giallo. Nella parte alta dell’addome è il vero accumulatore di energia tanto che sbloccarlo fa sentire più energici, produttivi, concentrati. Anahata è il verde che rappresenta il ckakra del cuore. Posizionato poco al di sopra di questo, è l’amore universale. Vishudda nel suo azzurro è il chakra della comunicazione ed espressività. È alla base della gola e indica come il silenzio rappresenti la nascita della comunicazione autentica. Ajna, il blu, la consapevolezza superiore. Tra le sopracciglia è il terzo occhio che da la concentrazione spirituale.  Sahasrara, il viola. Dalla sommità della testa è la completezza, la perfezione. La coscienza cosmica che scaturisce dal suo sbloccarsi porta alla pace interiore e alla chiara prospettiva sul mondo. Si, va bene, ma con il vino cosa diavolo c’entra tutto ciò? Partiamo dall’inizio. Giovanni Aiello è un ragazzone simpatico. Alto, scuro di carnagione. Una bella barba folta e degli occhiali neri che sembrano usciti direttamente da uno di quei film americani anni 70. Mi viene incontro con una andatura stanca. Stanca di uno che ha appena finito una lunga degustazione con dei clienti americani. Ci sta. Siamo in Puglia nella Valle d’Itria, a Putignano (BA). A pochi km ci sono le grotte di Castellana (meritano una visita assolutamente). Il terreno dunque è di tipo carsico. Definirlo terreno è però un eufemismo. Sembra di stare sulla crosta di una forma di groviera. Solo che non è morbido ma duro come la roccia. Carsica appunto e con tante cavità.  La Valle d’Itria nei tempi andati era una distesa infinita di vigneti. Nei tempi andati appunto. Tanta produzione, vini esclusivamente da taglio, uva destinata alla tavola. Solo oggi i giovani rimasti, o tornati, stanno cercando di rivalorizzare questa parte di  Puglia che forse è più vera di altre. È quella dove i trulli sono ancora costruzioni adibite a stalla e gli olivi secolari sembrano giganti solitari a difesa delle dolci colline (o cavità segrete). Il mare lo si vede sempre all’orizzonte e i venti carichi di sale, spesso, lo ricordano. La cantina all’esterno, sembra il set di un film ambientato, ovviamente, in Puglia: una masseria squadrata, le balle di fieno utilizzate come sedute posizionate intorno ad un grande olivo, i tavoli all’ombra. Due meravigliosi cani, dei Bovari docili in maniera inversamente proporzionale alle dimensioni, accolgono me e mio figlio prima di Giovanni. All’ingresso la masseria accoglie i visitatori con la visione dei grandi tini di acciaio che arrivano fino alla grande porta sul retro. Aperta cosi da far corrente e meno male visto il caldo. Ci sono delle teche con le bottiglie che destano subito l’attenzione per via delle etichette molto particolari. Ognuna di esse si caratterizza per una nuvola di schizzi colorati posizionati in maniera randomica. Ogni bottiglia un colore. Avevo letto dei chakra…. Alle pareti una infinità di diplomi e riconoscimenti. Tutti parlano di Giovanni Aiello. Un modo per far capire quanta fatica si è fatta. Già mi piace. Poi ci sono quadri e oggetti di altri tempi: da un grammofono ad una pompa a mano. Meravigliosi. Giovanni, cosi come le persone dello staff, indossano una polo nera con sopra il cuore un riquadro con gli stessi schizzi colorati delle etichette dei vini. Rossi stavolta. Giovanni Aiello, enologo per amore è il claim ricamato. I miei sensi di ragno mi dicono che siamo in presenza di qualcosa di inusuale qui. Come se si fosse studiato prima, costruito poi, qualcosa di estremamente particolare. Ma la domanda che occorre sempre farsi in questo caso è: che male c’è? In fondo, della storia di chi fa vino da generazioni, di chi il vino lo faceva da piccolo, di chi è ritornato alla campagna, di chi ha mollato il lavoro ecc ecc ecc, ne è pieno il web (prima si sarebbe detto le pagine ma oggi non si stampa più..). Se invece qualcuno ci ha messo testa prima, cuore dopo (o viceversa) per creare qualcosa utile a sviluppare una azienda e con questa il territorio, dobbiamo solo levarci il cappello! La struttura dicevamo. Una stupenda vecchia masseria dei primi del 1800 appartenuta alla famiglia Laterza. Si quelli della casa editrice che erano proprio di queste zone. Prima adibita a cantina poi trasformata nel 1958 in un ristorante prima e ristorante discoteca dopo. La voglia di fare vino di Giovanni nasce in un garage, oltre 10 anni fa. Una voglia nata da un senso dì incompiutezza. Strano a dirlo ma quando la tua famiglia produce e vende uva da tavola, puoi certamente vivere bene e fartela andare bene ma magari ti può venire in testa che con l’uva ci puoi fare altro. Tipo il vino. Ecco l’incompiutezza. Completare il ciclo dell’uva realizzando il vino. La voglia di colmare questo senso non può che condurlo a studiare enologia prima e a fare esperienze all’estero dopo.  Per quanto nella famiglia le terre ci sono, non ce ne sono però da dedicare al vino togliendole al reddito dell’uva da tavola. L’Australia, la California. Diventano le terre d’apporto di Giovanni che, quando inizia, non è che si mette immediatamente a fare l’enologo. Forse impari più non facendo. Dipende se uno vuole imparare cioè nel senso se tu c’hai fame. Un pezzo di pane soddisfa assolutamente anzi ti fai il fisico. Non avevo mai visto una cantina, non parlavo inglese. Era già dura con l’inglese. Mi sono fatto 20 giorni alla cisterne. Inizi a capire come attaccare i tubi. Ma sono quelle banalità che se non le vedi non impari. A scuola fai tanta chimica, biochimica, microbiologia, un insieme di scienze tutte messe insieme ma se poi non sai attaccare il tubo alla cisterna, hai voglia tu a fare il vino. Perché a guardare la cantina sembra tutto bello, pulito, le bottiglie esposte, i quadri, ma solo parlando con Giovanni si capisce come dietro ci sia tanto sudore, tanta fatica. Sacrifici. Ecco devi equipaggiarti di tanta umiltà e fare sacrifici. Vallo a raccontare agli smidollati di adesso…. La voglia, la necessità di fare esperienze continua e Giovanni tramite il suo professore di Udine trova una cantina. In Cile. Il destino però ci mette sempre uno zampino nelle storie ed è così che il papà viene colto da un infarto importante. Dove diavolo vai quando hai un padre in fin di vita? Da nessuna parte ovviamente. Tocca rimanere a casa. C’è la famiglia e c’è l’azienda.  Da lì ho scelto di rimanere qui e partire con il mio progetto. Mi mancava una parte nel senso che ho fatto otto anni tra le esperienze sul campo, in vigna non ci sono problemi. Idem per la parte enologica. Manca però saperlo vendere il vino. Così decido di fare un master in marketing e comunicazione. L’umiltà da un lato, la capacità di avere il quadro di insieme dall’altra. Giovanni è splendidamente solido, pragmatico, concreto. Non è tipo che sa di poter fare le cose bene viste le sperimentazioni e le microvinificazioni che nel tempo ha operato dunque, lanciarsi e amen. Ritornare è si qualcosa di impagabile sempre stato nella sua mente. Ma non basta. Quando stai tanto lontano da casa, per quanto il mondo può essere bellissimo, ti rendi conto che non è casa tua il mondo. E poi penso che oggettivamente posso abitare in un posto veramente bello. Tutto meraviglioso ma da persona umile quale è capisce anche se si producono vini eccellenti poi, comunque, li devi vendere. C’è bisogno di capire come.  In molti sottovalutano un aspetto come la vendita che è in realtà il più complesso della catena del valore del vino. La concorrenza, in un settore dove la qualità è mediamente alta e il numero di aziende sul mercato infinita, è immensa. Uno dei docenti era all’epoca era il direttore di Feudi San Gregorio, Francesco Domini. Vuoi fare delle esperienze? Fai il commerciale, sul marciapiede. Così mi sono fatto un paio d’anni sul marciapiede. È stata una grande scuola.  Il progetto di Giovanni ovviamente procede in parallelo con la prima vigna in affitto e la cantina nel garage di casa. Il principio è quello dell’autofinanziamento. Nessuna voglia di chiedere aiuti, nessuna voglia di prendere scorciatoie. Il vino che ne deve derivare deve essere diretta espressione del pensiero e del cuore di Giovanni.  Il primo vino è un rosato cosa che non è strana a pensarci bene e non lo è quando occorre uscire subito sul mercato e la vigna che presa in affitto è di Primitivo. Fare il rosso non è cosa poiché andrebbe aspettato. Il bianco non c’è. Dunque? Rosato. Poi arriva la prima vigna acquistata e le altre in affitto. Tanto qui i contadini smettono di coltivarle quando non ci sono più figli che rimangono.  È così, con tanti tanti sacrifici, si arriva a 10 anni di azienda, 10 ettari di vigne con piante anche di 110 anni e circa 55.000 bottiglie. E la cantina, quella dei Laterza che la adibirono anche a ristorante. Il ristorante, cioè un dining nel 58 nel mezzo di una Puglia post guerra, dove la gente viaggiava con valigie di cartoni. Un super ristorante folle e fortunato.  Una fortuna dovuta all’apertura delle grotte di Castellana e al pubblico non certo popolare che si appresta a visitarle. Il ristorante decolla anche grazie ad uno chef importante dell’epoca, Angelo Consoli. La struttura diventa davvero “in” e rimane aperta fino al 2014.  Viene poi affittata ad una associazione culturale che in realtà organizza dei rave party. Nel 2020, quando il COVID (benedetto fu il COVID!) rende impossibili queste pratiche, Giovanni si fa avanti per rilevarla.  Se le grandi sale al pian terreno forniscono la visione di una incantevole masseria, il piano interrato esprime l’essenza del territorio carsico poiché completamente scavato nella roccia. La barricaia con le grandi botti adibite a contenere tavoli per cene intime, la grande sala della discoteca sono tutte scavate, a picconate, nella roccia. Affascinante è dir poco. In un lungo corridoio sono allineate le barrique necessarie per affinare il Primitivo.  Solitamente, qui c’è un tavolo che occupa tutto il corridoio. Qui applichiamo le etichette che sono tutte dipinte a mano una per una. Ogni bottiglia è unica. Per amore. Ogni etichetta è diversa dall’altra poiché ottenuta tramite una punzonatura manuale e con colori diversi in funzione del tipo di vino. In questo semplice (ma complicato) gesto c’è tutta la grandezza di Giovanni. Dietro un gesto, una idea, un pensiero di azienda, di vita, di sviluppo e valorizzazione del territorio. Qualcosa di completo che si evolve anno dopo anno. Sempre con una solida idea alle spalle.  Ecco che i Chakra diventano modo per identificare un vino, la sua storia, la voglia, l’umiltà, la fatica, il sudore, i sacrifici, il territorio. Le etichette delle bottiglie sono colore vino. Schizzi colorati, unici e identificativi del tipo di vino. Solo che se non lo si conosce, occorre prendere in mano la bottiglia e voltarla. Marketing. Di quelli intelligenti. Di quelli che vogliono superare i classici stereotipi delle banali e già viste etichette.  Il Chakra potrebbe essere un modo per identificare ciò che quel vino rappresenta oppure semplicemente ciò che vorrebbe rappresentare o ciò che rappresenta per chi la stappa. Una scelta personale. L’importante è che rappresenti il territorio e sia buona. Buona da vendere e da finire. Ci si può girare intorno quanto ognuno crede ma per il vino, alla fine, conta solo un giudizio: buono/non buono.  Possiamo raccontare il territorio. Possiamo raccontare le storie di vita dai tempi che furono. Poi però, a tavola, quando stappiamo una bottiglia, se è buona si finisce. Spesso mi trovo ad aprire bottiglie con mia moglie. Bottiglie eccellenti da un punto di vista tecnico e con una storia alle spalle pazzesca. Quando lei mi dice: non mi piace, tutto finisce. Non c’è più la magia. Non c’è storia che tenga. Allora Giovanni, in questo mondo perverso, ha creato una modalità per portare le persone qui a Putignano, nel bel mezzo della Valle d’Itria, in un posto stupendo. Vengono, si accomodano nella grotta piuttosto che sulle balle di fieno sotto il grande olivo, bevono il vino, lo accompagnano con semplici piatti della tradizione pugliese e se ne vanno via con cartoni di vino acquistati allo shop. Fanno veramente bene a portarsi via il vino. È quello che penso dopo aver degustato i vini insieme a Giovanni.  Ci accomodiamo attorno ad un tavolino posizionato sotto un grande olivo. Niente di più semplice. Niente di più bello e suggestivo. Fa caldo ma c’è una brezza leggera che rende piacevole il contesto. Questo è il primo Chakra. Blu. Una bollicina che non è una bollicina. È una bollicina da Verdeca, Marchione e Maruggio. Tre vitigni tipici del territorio. Come tutti gli altri di Giovanni.  Giovanni stappa la bottiglia che ha ancora il tappo a corona. È infatti un metodo classico rifermentato. Strano solo a dirsi. Semplice come i vini di una volta quando si mettevano in bottiglia le basi senza alcun tipo di sboccatura. Certo, il liqueur de tirage deve esserci altrimenti niente presa di spuma. Ne risulta un vino che fa della torbidezza il suo biglietto da visita. Ma è bello e vivo. La Verdeca spicca così come la mineralità del territorio. In bocca è pastoso, vivo, con il perlage fine e quasi masticabile. Si presta davvero bene. Ora, perché Giovanni abbia voluto assegnare il chakra blu a questo vino non lo so e francamente non glielo ho chiesto perché abbiamo parlato, piacevolmente, di tante altre cose. Che possa dare la consapevolezza e concentrazione superiore, ho qualche dubbio. Avrei scelto Vishudda, l’azzurro perché questa bollicina non richiede un commento ma il silenzio di contemplazione. Non ha bisogno infatti di interpretazioni tecniche e di paragoni con metodi classici super raffinati e dal perlage cremoso. Questo è un vino semplice, immediato, fresco, sapido. Giusto. La stappi e la finisci. La prima bottiglia è la dimostrazione di quanto Giovanni sia in primis bravo a fare il vino poi a creare qualcosa di vendibile. Avrebbe potuto fare un metodo classico. Sarebbe stato fantastico. Ma poi? Si sarebbe dovuto paragonare con una infinita di bollicine e con la necessità di attenderlo tanto tanto tempo. Invece ha creato qualcosa di complicato a trovarsi. Certo, complicato anche a spiegarlo.  Mi ricorda la Fiat Multipla. Si, lo so, paragone forte ma vi spiego. Lavoravo in Fiat all’epoca e la Multipla oggettivamente era brutta. Ma brutta forte. Non come la Duna ma insomma… Aveva però una particolarità unica: se una persona saliva a bordo e la guidava, se ne innamorava follemente: tutto a portata di mano, visibilità pazzesca, sei posti comodi, un motore scattante. Non si poteva spiegare perché l’occhio è la prima cosa che funziona nel bello (e l’automobile deve essere bella). Dovevi solo far salire il cliente a bordo. Il Chakra Verde è il bianco da Verdeca.  Il Verdeca può essere assimilato a Anahata, l’amore universale? Ho ancora qualche dubbio ma sicuramente è il vino del cuore di Giovanni. Lui è schietto e diretto, semplice ed essenziale. Lo scopo è quello di conquistare non le persone ma il loro palato e questo Verdeca lo fa proprio con la sua semplice essenzialità che trova nella eccellente sapidità il vero punto di forza. Non serve lasciare il naso nel calice perché ciò che si trova è qualche scorza di agrume e qualche fiore: fine, elegante ma certamente non complesso. Poi in bocca è fresco, sapido, verticale.  Anche questo si finisce. Chakra Essenza è il giallo, sempre da Verdeca. Un vino che fermenta con lieviti indigeni e per una sua parte fa una macerazione sulle bucce.  Manipura, energia, produttività, concentrazione. Si, ci sta tutto. È la Verdeca che si amplia, diventa più cicciotto ma senza esagerare. Si arrotonda mantenendo la verticalità della Verdeca. Il Chakra Rosato è il rosato da Primitivo  Svadhisthana? Si, si decisamente si. È un vino emozionale e berlo crea veramente vivace soddisfazione. Ci sono si le fragoline di bosco ma anche qui è la mineralità che gioca un ruolo fondamentale donando a questo rosato una leggerezza e una verticalità che fa finire la bottiglia.  Chakra Rosso è il Primitivo ottenuto con la vinificazione anche dei raspi per donare un minimo di vegetalità ed eleganza in più ad un vitigno che altrimenti si taglierebbe con il coltello. Il passaggio in botte è con legni quasi esausti per non prendere nulla di più di quello che la terra e il sole della Puglia possono dare.  Ne deriva un vino incredibilmente centrato che è fine ed elegante (cosa che per un Primitivo è tanta roba), che non si perde nei sentori, che fa dell’ampiezza centrifuga il suo punto di forza. Ampiezza centrifuga? Mi è venuto in mente cosi perché è un vino che ti gira in bocca per via di una importante complessità per poi scendere verticalmente. Non è infatti melassoso, non è denso, non è pastoso. Tutte caratteristiche queste che rendono i “normali” Primitivi pugliesi incredibili ma imbevibili. Con certi vini il naso rimarrebbe nel bicchiere e la bocca, una volta preso il primo sorso, rimane così ingessata che assimilarne un secondo diventa complicazione.  Chakra Rosso invece è elegante per via di quel tocco vegetale, per la quasi trasparenza, per la finezza che emana da ogni goccia. Infine il Chakra Selezione Oro, la Riserva del Chakra Rosso. Ne avevamo già assaggiato dal tino la preview tra poco in commercio e già forniva ottime sensazioni. Questa, sempre da Primitivo e con un maggiore affinamento, dimostra ancora una volta come Giovanni ci sappia fare. L’ispirazione è verso l’eleganza e lo sdoganamento degli stereotipi legati ai vini pugliesi. Per quanto complesso, per quanto maggiormente rotondo, per quanto più alcolico (altrimenti come si fa a capire che siamo in Puglia?) rimane estremamente elegante. Non è una bottiglia che ti finisci (in due almeno), ma una volta che ti sei finito tutte le altre, non ti pare un pò troppo? Ecco, tutto questo è Giovanni Aiello, enologo per amore. Incontrandolo ho scoperto che l’amore a cui fa riferimento è qualcosa di più rotondo. Include quello per la sua famiglia, peri i due bellissimi cani, per il vino, per la sua azienda, per i dipendenti che deve tutelare eliminando tutti i rischi legati alla produzione, quello per la propria terra. Allora, i Chakra non sono altro che pezzi vorticosi di questo amore. Elementi energetici in grado di far muovere tutta l’azienda. Con amore. Ps visto che Giovanni non si ferma, ha già realizzato delle nuove linee in tiratura limitata che non sono altro che le sue sperimentazioni. Perché va bene tutto, va bene l’azienda, va bene il dover puntare al territorio ecc ecc ma sempre un appassionato del suo lavoro è!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali Arrow Right Top Bg

5 Settembre, 2025

Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali

  Metempsicosi. Il passaggio dell’anima da un corpo all’altro. Che sia umano o animale poco importa. Un passaggio dopo l’altro fino alla purificazione. È uno dei cardini di Pitagora (Πυθαγόρας), filosofo nato a Samo in Grecia per poi spostarsi a Crotone dove fondò la propria scuola esoterica. Sì, è quello del triangolo e del Π greco, ma non è per questo che ci interessa. L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti noi abbiamo timori. Il più grosso? La morte ovviamente. Conviviamo con questa paura ogni giorno anche se in fondo sappiamo (speriamo) essere lontana nel tempo. Quando però l’età avanza e quell’inevitabile momento si avvicina sempre più, la paura aumenta. Continuiamo a conviverci altrimenti vivremmo male anche quei pochi attimi che rimangono da vivere.  Si può essere immortali? Certamente no. E con i desideri? Ci hanno sempre insegnato come desiderare troppe cose sia sconvenevole mentre accontentarsi, sempre saggio.  L’importante è, sempre e comunque, la felicità. Questa la vera pienezza di vita. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Ci poniamo obiettivi a lungo termine. Ragionare, pensare, desiderare come fossimo immortali. Pensare, agire, realizzare progetti di vita non come se dovessero finire con noi ma perché continuino dopo di noi. Un pensiero profondo, alto, immenso. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’egoismo, l’auto celebrazione, il se. Semmai con il futuro. Anche quando di futuro sai di averne a tempo limitato. Antonio (Brioschi) ha 81 anni e sua moglie Antonella (Scornajenghi) 77. Insieme sono Colli del Vento, una azienda agricola nella Maremma di Scansano (GR). Oltre 80 ettari di bosco, ulivi, seminativo e, ovviamente, vigna.  Antonella e Antonio. Una coppia simpaticissima e così attiva che quando mi dicono l’età, faccio fatica a crederci.  Ingegnere lui, neurochirurgo lei. Dalla Calabria a Milano Antonella; dalla Brianza, sempre a Milano, lui. Due storie che si uniscono per la vita. Una coppia, due figlie, i rispettivi lavori.  Io sono un ingegnere e ho fatto l’ingegnere. Mi sono laureato nel 68. Progettista di computer. Prima si progettavano e si vendevano computer. Siamo nati come Olivetti Divisione Elettronica. Poi siamo stati venduti agli americani. L’ho fatto per circa venti anni. Ho cambiato mestiere e mi sono messo a fare il progettista di reti e in contemporanea l’EDP manager. Tutto sommato quei lavori li piacevano. Mi sono piaciuti e mi hanno dato tante soddisfazioni. A 68 anni sono andato in pensione. Bisogna pure andare in pensione. Nel frattempo della vita professionale, durante le vacanze si andava in Umbria. Antonella ha parenti in Umbria. Si beveva, si parlava con i produttori, si faceva la vendemmia. Anche se ero appassionato di vino da prima. Andavo in giro per il nord a cercare un pò di vino. Stiamo parlando dell’inizio degli anni 70. Il mondo del vino era profondamente diverso. Sì andava dai contadini che ti facevano assaggiare il vino. A volte si trovava anche del vino molto buono. Sì girovagava.  Ci piaceva. Cercavamo di conoscerlo. Antonella mi aveva già raccontato di essere stata neurochirurgo al Niguarda.  Mettendo insieme le due cose è nata la battuta: dovremmo comprarcela anche noi la vigna. La cosa è rimasta li nell’ipotetico. Fino alla pensione.  Prima della pensione eravamo stati nel Chianti a vedere delle vigne ma non prendevamo mai la decisione Sposati nel 75. Pensate, stiamo parlando di cinquanta anni fa. Sembra anche questo qualcosa di desueto al giorno d’oggi. Eppure esiste ancora.  La chiacchierata con Antonella e Antonio è qualcosa che mi lascia a bocca aperta. Sono qui ad ascoltare due persone di una certa età che mi raccontano di come abbiano investito tutto nel loro futuro. In un progetto, come quello del vino, di lunga prospettiva. Un sogno non effimero, concreto. Qualcosa di non leggero, impegnativo. Una seconda vita. Ecco, proprio una seconda vita. Altro che pensionati che non desiderano altro che riposarsi dopo anni di duro lavoro. Loro, Antonella e Antonio, oggi lavorano più di prima. Da soli a Scansano, tra terra, fornitori, incombenze burocratiche, vendita, promozione. Li vedi che vanno da una parte all’altra senza mai fermarsi. Eppure felici. Felici e vivi. Ero io l’avvinazzato. Lei beveva birra. Birra, aperitivi….Ad un certo punto avevo un collega neurochirurgo che aveva una vigna del Chianti con un contadino che gli faceva vino. Portava le damigiane e ce le vendeva. Li ho cominciato ad apprezzare il vino. Il primo vino che ho apprezzato davvero è stato il Chianti Neurochirurgo. Come Antonella. Un mestiere difficile, complicato. Di quelli che costringono ad un continuo confronto con il lato peggiore della vita. I problemi, le malattie, la morte. Forse è anche questo che ha reso Antonella una persona con la voglia di vivere. Vallo a capire. Di certo il suo modo di guardare le cose è quello di una persona che con suo marito, progetta e vive la vita. Fino in fondo e a fondo. Bisogna dire che era Chianti Classico. Era fresco. Non come oggi barricato. Girovagando in questo mondo abbiamo cominciato a capire. Eravamo dei bevitori. Lo imbottigliavo da me. Nella casa che ci eravamo costruiti avevo fatto una cantina. I primi quindici anni li abbiamo fatti a Milano poi ci siamo spostati ad Arcore dove abbiamo costruito la casa. Ho disegnato la cantina che ho cominciato ad utilizzarla prima che fosse finita la casa. Quando uno è ingegnere lo è in ogni cosa. Forse io sono un ingegnere atipico nel senso che non mi verrebbe mai in testa di progettarmi la cantina. Al massimo monto i mobili dell’Ikea. Vado in pensione e lei mi segue a ruota. Decidiamo di andare in giro a vedere cosa c’era. Era il 2012.  Io ero andata prima in pensione dall’ospedale. Avevo le figlie da crescere ma facevo la libera professione. Croce Rossa, invalidità. Perizie del tribunale. Di tutto di più. Fino a che mia figlia mi disse: hai una nipotina, fermati. Cominciammo a girare dall’Umbria. L’abbiamo abbandonata perché non ci piaceva. La zona di Orvieto dove erano i parenti di Antonella. Viriamo in Toscana.  Cercavo gli annunci su Google. Ne vedevo tanti. Girammo in Toscana vedendo cose oscene e belle. Arriviamo in Maremma. Questo posto ci è piaciuto molto. Colline piene di fiori e un panorama bellissimo.  Non c’era niente. Non volevo un rudere ma qualcosa dove poter costruire. Qui non c’era nulla. Vedete che l’ingegnere torna in tutti quegli aspetti che implicano un progettare e un costruire? Antonio il sogno lo ha e ben preciso. Come se tutti gli aspetti progettuali fossero già sul file e dovessero solo essere realizzati. Partire dalle fondamenta non dai muri già realizzati. Era di un vecchio contadino. Lui non coltivava più. Ci avevano detto che tanti anni prima c’era un pò di vigna. Abbiam detto: siamo a Scansano, terra di Morellino. Lo faremo anche noi. Abbiamo comperato i primi quindici ettari cominciando a capire cosa fare. Abbiamo contattato agronomi ed enologi che ci hanno dato un minimo di indicazione cosi da piantare viti ed ulivi. Prima tre ettari di vigna e due di ulivi. Andavamo su e giù dalla Lombardia. Quando ti metti a fare queste cose c’è da fare tante cose. Siamo stati fortunati a trovare delle persone brave che hanno fatto i lavori. Circa quattro anni dopo abbiamo iniziato a vendere l’uva con la prospettiva che prima o poi avremmo fatto il vino. Questo l’obiettivo finale. A nove anni, con le vigne mature ci siamo detti che era il momento. Il vino ha bisogno di cure giornaliere e sei costretto a stare qui. Siamo partiti nel dire: facciamoci la casa e la cantina. Così l’abbiamo costruite. Non è banale per nulla. Non lo è per chi vuole iniziare questo lavoro avendo una vita dinanzi e non lo è per chi vuole realizzare un sogno per una seconda vita.  Invece di scegliere una azienda con le vigne già pronte e magari il vino già provato, Antonio ed Antonella iniziano da zero. Completamente da zero. Niente vigne, niente casa, niente cantina. Nemmeno sapevano come sarebbe venuto l’eventuale vino realizzato. Anzi, nemmeno sapevano farlo il vino! Ci siamo trasferiti nel 2020. Quando abbiamo fatto il primo vino. E poi abbiamo trovato un enologo bravissimo. Un’altra fortuna. Era delle sue parti, brianzolo. Dirige una grande azienda del Chianti. Poi abbiamo comprato altri 70 ettari. I primi quindici si sono consumati in fretta. Bosco, ulivi, casa, cantina, strada. Siamo arrivati ad avere quattro ettari di vigna e tre ettari di ulivi. Così erano finiti i quindici ettari. Così abbiamo comprato a fianco 70 ettari. La materia prima per fare questo mestiere è il terreno. Volendo fare il vino con la propria uva serviva terreno. Siamo partiti come biologici facendo le coltivazioni. Ci teniamo ad avere un rapporto con l’ambiente sano per avere un prodotto sano. Abbiamo piantato altri due ettari e mezzo di vigna e mezzo di ulivo.  L’anno scorso abbiamo piantato le mellifere. Ci hanno portato delle arnie e poi il produttore ci ha dato qualche barattolino. Una visione. Un progetto a lungo periodo. Altro che pensione. Altro che vita tranquilla. Già quindici ettari non significavano per nulla una vita tranquilla ma 70 ulteriori sono un’altra dimensione. Il lungo periodo? Certo ma anche la fatica del breve. Sono sempre più affascinato. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Noi ci poniamo obiettivi a lungo termine. Stamattina stava ragionando per fare le bollicine. Un nuovo progetto. Ogni giorno si aggiunge qualcosa.    Sì aggiunge qualcosa a quello che già c’è. Non per un vezzo. Non per un capriccio. Ma per la voglia di fare qualcosa che produca felicità. Il poter fare ciò che più li rende vivi e proiettati verso il futuro. Perché è questa la vera immortalità. Progettare il proprio futuro senza porsi il freno mentale della sopravvivenza. Che è proprio la base del pensiero di Pitagora L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti, davvero tutti, possono fare grandi cose. Per se stessi, per gli altri. Ciò che capita però è che ci si ferma dinanzi allo scorrere del tempo. Non cominciamo neanche alcune cose perché pensiamo di non avere il tempo per terminarle, per vedere i risultati. Eppure il tempo lo abbiamo, solo che non lo utilizziamo come dovremmo. Quante volte passiamo ore intere sul divano o dinanzi a quel dannato smartphone per poi non avere nulla in cambio. Nemmeno una sorta di soddisfazione. Cosa potremmo fare del tempo se iniziassimo comunque qualcosa indipendentemente dal terminarla? Ecco dunque l’immortalità. Ecco la capacità di attivare la mente attraverso il cuore e pensare oltre il nostro egoismo. Già, egoismo. È proprio questo che, spesso, ci limita nel fare le cose. La incapacità di pensare che non dobbiamo necessariamente essere noi a dover vedere o godere della realizzazione di ciò che è stato pensato ed iniziato. L’importante non è la meta ma il viaggio. Quel percorso mentale e fisico che ci ha fatto incontrare il tempo in ogni suo istante trascorso godendo di ogni momento perché si pensa a quello successivo. Senza bruciare quello che si sta vivendo. Siccome sono in crisi di spazio e devo costruirmi un deposito per il vino imbottigliato e visto che siamo in ballo, mi faccio prendere da questo trip. Se riesco a berla, volentieri. Altrimenti se lo berrà qualche altro. Eccolo Antonio. Un altro progetto che richiede almeno tre anni dal vino base ovvero non meno di quattro. Non è lo stappare la bottiglia e godersela con Antonella ciò che conta: è il viaggio, il percorso, il tempo che sta dedicando e dedicherà al suo progetto.  Mi vengono in mente le RSA, Residenza Sanitaria Assistenziale, quelle che prima si chiamavano ospizi. In Italia sembra che cambiando il nome alle cose queste cambino anche nella sostanza. Ricordo che ad un certo punto si disse che il termine “spazzino” fosse denigratorio e non esaustivo del lavoro di chi teneva pulito il contesto pubblico. Ne serviva dunque uno diverso: operatore ecologico. Bellissimo. Peccato che le condizioni e il lavoro di queste persone non sia cambiato di una virgola.  Ritorniamo alle RSA. In queste le persone anziane trascorrono il proprio tempo sostanzialmente aspettando la propria fine. Le loro giornate sono piatte e monotone. Orari da ospedale. Attività limitate. Contatti sociali assenti o comunque limitati alle interazioni tra gli “ospiti”. Perché, mi chiedo? Certo, non tutti gli anziani sono autosufficienti ma coloro che lo sono, perché sono li? Abbandonati magari ma comunque senza un progetto di vita perché credono che di vita non ne abbiano più a sufficienza. Non ne hanno più a sufficienza. Eppure ne hanno di tempo da trascorrere. È una scommessa. È come il Vin Santo. Abbiamo rimandato. No, non ce la facciamo, non ce lo berremo mai. Invece siamo ancora qui e lo abbiamo fatto. L’anno scorso ci ho provato ma la stagione era pessima e l’uva è marcita sulla pianta. Non è molta l’uva per il Vin Santo. Ci riproveremo. Questo è lo spirito che ci vuole ed è incredibilmente meraviglioso ascoltare Antonella evidenziare proprio la debolezza del “non ce la facciamo”. Una debolezza che viene vinta dalla continua voglia di guardare al futuro abbandonando l’egoismo primordiale. Uno spirito bellissimo. Affascinante. L’immortalità, il pensare sul lungo periodo. Ci sarà qualche altro che potrà continuare il proprio lavoro. Come le due figlie. Una ne ha 47, una 44. Una a Milano e l’altra in Inghilterra. Quella di Milano è molto appassionata di vino. Anche lei ha una laurea in informatica ma si è diplomata sommelier. Ci da una mano nella comunicazione. È interessata a continuare. Anche con la prospettiva di spostarsi qui. Colli del Vento oggi produce circa 15000 bottiglie che raddoppieranno tra tre anni quando gli altri vigneti arriveranno alla piena maturità. Sette etichette: due di bianco, una di rosa, quattro rossi. Un ulteriore livello di complicazione che può sembrare follia ma che ascoltando Antonio si capisce come sia una logica e ingegneristica conseguenza. A me piace il Cabernet Sauvignon. L’ho dovuto piantare. Siamo in Toscana e non puoi non piantare il Sangiovese. Poi non puoi fare solo vino rosso ed ecco i bianchi con il Vermentino. Siamo a tre vini. Dopodiché abbiamo un pò di Malvasia e Trebbiano così, per diversificare, facciamo un vino con i tre vitigni. C’è il Sangiovese in purezza. Tolomeo è il Cabernet Sauvignon in purezza che nel calice è immediatamente vegetale come se i venti della Maremma abbiano portato all’interno tutta la vegetazione delle colline. Il sole ha scaldato la frutta che è diventata matura contaminandosi con le spezie e le tostature. La ciliegia e lo zest di arancia vengono pervase dal cacao, dal pepe verde, dai chiodi di garofano.  In bocca è una folata di vento fresco con gli indomiti e potenti tannini che risaltano l’imponente vegetale. Poi all’improvviso, il vento cala e la lingua si ritrova custode di un incredibile sapore di ciliegia. Un vino duro e determinato che coglie l’essenza della Maremma restituendo sensazioni forti. Scordatevi di berlo senza il giusto contributo di una pasta con ragù di selvaggina o meglio un cinghiale o una lepre. Il Morellino di Scansano 2022, Sangiovese in purezza. Donna Antonietta. Una vera dedica per un vino che nel calice è rubino e croccante. Già, croccante per i sentori di frutta fresca e fiori rossi. La rosa, la violetta e la frutta che sembra già scrocchiare sotto i denti. Prugna, sottobosco, zest di arancia e un velo di balsamico che appare come vento fresco che accarezza le foglie.  Il Morellino che lui non voleva fare perché diceva che si trova anche al supermercato. Poi andavo a vendere il vino e me lo chiedevano. In bocca è ampio con i tannini levigati. Anch’essi dal vento. Freschezza e calore sono ben amalgamati per un piacere vivo. Appagante per come la bocca rimane in quello stato di grazia difficile da trovare in un Sangiovese. È morbido nonostante l’assenza di legno. Duro il giusto, ma solo un pò. Quanto basta perché non sembri smielato. Donna Antonietta è dolce come colei a cui è dedicato ma che sa essere duro quando serve. Solo quando serve. Morellino ovvero sangiovese in purezza. Poi un altro Sangiovese in purezza barricato. Quindi il Cabernet in purezza. Abbiamo deciso di fare il blend 50% di Cabernet e Sangiovese. Sei in ballo ed ecco il rosa con il Sangiovese. Adesso ho messo altro Vermentino che va molto bene e con l’idea delle bollicine ho messo dello Chardonnay. Poi due rossi Merlot e Cabernet Franc. Visto che la base del Supertuscan è il blend di Sangiovese e Cabernet. Vediamo cosa viene.  Il Sangiovese e Cabernet è Dicembre. Un mix che già dal colore appare evidente con il Cabernet che colora il Sangiovese. Finezza ed eleganza del Cabernet che sa di frutta matura, pastosa e melassosa; il Sangiovese con croccantezza e floreale a rendere vegetale il blend.  Arriva il peperone insieme a tostature e spezie. Blande, non invasive. Presenti, non predominanti. È cosi che i chiodi di garofano insieme alla vaniglia e al cioccolato fanno capolino. Poi un velo di rosmarino e zenzero.  Ampiezza in bocca. Di quelle che lasciano in dote, pienezza. Tannini maturi anzi, eleganti. Elegantemente vellutati. Un percorso gustativo che si palesa con la forza del Cabernet per poi lasciare spazio alla verticalità del Sangiovese. Mi piace il bilanciamento che sa di eleganza, forse non ancora di finezza. È un 2022 ed avrà tutto i tempo per evolversi come può. Anzi, come deve. Keplero è il Sangiovese 2022. Note di colore granata evidenziano il passaggio levigante in botte. Al naso la frutta non può che essere matura, quasi cotta. La verticalità del Sangiovese senza botte si attenua così da far emergere le erbe aromatiche, la liquirizia, il ginepro, il pepe verde, i chiodi di garofano, la prugna secca, la ciliegia, il coriandolo. La violetta? Non può mancare certamente. Balsamico? Ovviamente si.  Olfatto complesso e, anche qui, mai invadente. Proprio come Antonella e Antonio.  In bocca si allarga a dismisura con un morbido calore che pervade il palato. I tannini? Levigati ma non stucchevoli. La freschezza lascia il passo alla morbidezza della prugna e della ciliegia che sembrano spremute a rilasciare il loro prezioso succo.  Il finale? Meraviglioso anche grazie ad una lunga persistenza e una sapidità che spicca. Un sorso ampio, importante, a tratti godurioso con sensazioni di assoluto appagamento. Certo, necessita di un abbinamento per essere perfetto! Volevamo sperimentare perché il nostro enologo ci sconsigliava di piantare il Merlot. Diceva che ci vuole l’altezza. Ma altre cantine ce l’hanno In pianura verso li mare. Il terreno è cosi buono. Tutto sasso che si sgretola. Perché non provarci? Frieda è poi il Vermentino 2023. Lo versi e sembra quasi acqua nel bicchiere. Un colore impercettibile che però al naso sa di pesca bianca e biancospino, di salvia e alloro, di pera e mela. Sono poi le note iodate a ricordare che si tratta di un vino minerale e verticale. Quasi un senso di roccia, sasso, ferrite. Intenso. Altro che acqua nel bicchiere! In bocca appare immediatamente sapido, quasi salmastro. Secco e verticale con la bocca che produce saliva a lasciare poi, dopo una lunga persistenza, un intenso sapore di pesca bianca e pera. Fresco e armonico, vuole una pasta! Infine VB44, il rosato da Sangiovese. È rosa antico da buccia di cipolla (di Tropea però!). Sentori di arancia, anguria, rosa, violetta. Fragoline di bosco, lampone e un limone che si inserisce in una sorta di macedonia di frutta alpina. I fiori sono tutti li, a corollario della macedonia.  Se avessi chiuso gli occhi senza guardare il colore avrei avuto la netta sensazione di rosa antico. Sapido e fresco offre una sensazione floreale che rimane a lungo. La collina della Maremma colma di fiori incontra la sapidità dei venti marini. I frutti cotti dal sole, i fiori accarezzati dal vento. Ecco cosa è questo rosato. Convincente anzi, molto convincente! Antonella e Antonio. Sempre con il sorriso. Divertendosi. Pensando al proprio futuro senza pensare se ci sarà o meno. Tutto ciò li tiene meravigliosamente e incredibilmente attivi. Anzi no, vivi. Ecco, vivi è il termine giusto. Perché tutti noi dovremmo sentirci vivi in ogni istante della vita. Vivi e con la dannata voglia di pensare al futuro e a tutto ciò che saremo in grado di realizzare. Immaginate cosa sarebbe il mondo se tutti la pensassero esattamente come Antonella e Antonio. Io lo rifarei anche se noi abbiamo approcciato tutto con uno spirito di incoscienza straordinario. È il nostro giochino dico alle volte. Altro che giochino! Impegnativo.  Una certa età anagrafica. Una esperienza di vita importante. Due figli. Nipoti. Nessuna intenzione di riposarsi. Come se la vita fosse un dono così importante da non poterlo sprecare rimanendosene seduti a giocare a carte e contemplare il nulla. Io ero terrorizzato dall’idea di andare in pensione e sedermi sulla panchina a leggere il giornale. Avevamo il sogno nel cassetto come si usa dire e l’abbiamo tirato fuori. Sono in gamba come salute e anche mia moglie e posso tenere botta. Essendo medico lo tengo sotto controllo. Giro con il trattore. Sto in vigna. Tutto il lavoro manuale non lo faccio io. Ho trentaduemila viti e non ce la faccio.  Io prima stavo dando concime agli ulivi. Abbiamo belli ulivi ma sono giovani. Varietà particolari come il Leccio del Corno. Fa un olio buonissimo ma va via tra parenti ed amici.   Anche gli olivi. Piante immortali, loro si, che resistono al tempo e che solo dopo tanto tempo danno ottimi frutti. Ma poco importa anche per questi.  Nessun rimpianto nelle parole di Antonella e Antonio. Quello che possedevano a Milano e Arcore lo hanno venduto per investire qui. Io qui sono strafelice. Ho vissuto in Lombardia ma sono calabrese e questo clima… sono felicissima. Il tessuto sociale qui è molto lasco. Il più vicino è a cinquecento metri. Lui sta sul suo trattore e io sul mio. Dal punto di vista lavorativo. La sono più efficienti. Una volta un contadino mi disse che la terra non è di nessuno perché puoi certamente averne la proprietà e farci ciò che vuoi, ma alla fine, è di tutti, è parte integrante del pianeta sul quale viviamo. Proprio per questo principio e per la semplice circostanza che tutti noi siamo mortali, la terra va trattata con rispetto al fine di lasciarla a chi verrà dopo di noi, nelle migliori condizioni possibili. Possibilmente meglio di quando l’abbiamo presa noi. Un principio incredibilmente saggio e di lunga prospettiva.  Mi piace pensare che Antonella e Antonio stiano facendo proprio questo con il proprio sogno, così bello che rimarrà anche dopo di loro. Chiunque se ne occuperà. La vera immortalità è il loro insegnamento. PS, Antonella e Antonio sono la dimostrazione che bevendo vino si può arrivare a tarda età! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Contini 1898. La convivialità in Sardegna Arrow Right Top Bg

13 Agosto, 2025

Contini 1898. La convivialità in Sardegna

  La prima volta che andai negli USA era il 1988. Il matrimonio di mia cugina Patrizia fu la scusa perché mamma e papà caricassero i figli su un aereo diretto a New York. All’epoca era un’altra America e ogni cosa era grande: dalle magliette agli hamburger, dalle strade ai palazzi. Ricordo benissimo e ho i brividi ancora oggi che la mente va a quel momento, quando, uscendo dalla Grand Central Station di New York alzai lo sguardo al cielo vedendo quei palazzi che si perdevano verso l’alto. Non avevo mai visto nulla di simile. Spaventoso e al contempo meraviglioso. Chi li aveva mai visti palazzi così alti? Quando salimmo fino su in cima all’Empire State Building fu un’altra sensazione incredibile. Il grande, la grandezza, spaventa. C’è poco da fare. Quando si è dinanzi a qualcosa che va oltre la nostra portata, le sensazioni sono quasi di scoramento. Una sorta di viaggio verso l’ignoto, di fune della quale non se ne vede la fine. Abituati a ciò che possiamo vedere in ogni sua dimensione, quando c’è qualcosa che va oltre, veniamo assaliti da sensazioni di diffidenza. Nel mondo del vino ci sono una moltitudine di realtà e la bellezza sta proprio in una varietà presente in pochi altri settori: dal piccolo produttore che fa tutto in cantina alla grande azienda che produce milioni di bottiglie.  Spesso però, quando ci si approccia al grande, il pensiero va subito alla bassa qualità, alla mancanza di territorialità, al voler industrializzare qualcosa che è nato come artigianale.  Preconcetti? Verità? Dipende. Come sempre dipende dal tipo di approccio che la stessa azienda vuole impostare.  Nel mio girovagare per il mondo del vino ho francamente incontrato di tutto. Un tutto che ha sempre avuto una ragione di esistenza in un ambiente che necessita di servire una variegatissima tipologia di clientela.  Per capire meglio una grande realtà nel mondo del vino, la Contini 1898 di Cabras, vicino Oristano, ho incontrato Andrea Atzori, l’uomo che segue la parte commerciale dell’azienda. Un ragazzo dinamico e diretto con la chiara inflessione sarda della quale va fiero. Ama il suo lavoro. Ama la sua terra. Con lui parliamo di Sardegna, di vino, di terra, di mare. Una chiacchierata senza un particolare scopo se non quello di conoscere meglio una azienda della quale avevo solo sentito parlare e mai assaggiato i suoi vini. La prima cosa che imparo proprio ascoltando Andrea è che il nome dell’azienda come lo pronuncio, ovvero Contini con l’accento sulla prima i è sbagliato. Andrea mette l’accento sulla o. Non so se la pronuncia sia una questione di inflessione regionale o perché è proprio così il nome dell’azienda. Non glielo chiedo. Mi sembra brutto iniziare una chiacchierata così. Contini in questo momento ha un percepito in Sardegna, che è il mercato che curo, importante. Negli ultimi 25 anni si è rinnovata passando da azienda familiare a industria. È una azienda che da 125 anni e cinque generazioni è di proprietà di una medesima famiglia. Nasce come Vernaccia di Oristano DOC che è uno dei nostri prodotti più pregiati al quale siamo molto affezionati. Poi si è anche adattata alle necessità del mercato. Ha saputo rinnovarsi evolvendosi dalla Vernaccia e dai vini rossi a base Nieddera che troviamo solo nell’oristanese. Negli ultimi 35/40 anni ha affiancato anche Vermentino e Cannonau che hanno permesso di approcciare altri mercati con una gamma di etichette, 22. Abbiamo a catalogo prodotti che possono stare in un importantissimo ristorante stellato come la Vernaccia a lunghissimo invecchiamento ma anche nella trattoria, nel ristorante popolare o nello scaffale di un supermercato. 240 ettari lavorati in diverse tenute per circa due milioni di bottiglie. 22 etichette che spaziano esclusivamente tra vitigni sardi: Vermentino, Nieddera, Vernaccia, Cannonau. Una attenzione alla territorialità: Vernaccia e Nieddera vicino Cabras, nella penisola del Sinis e nella valle del fiume Tirso. Vermentino e Cannonau, per circa 45 ettari, a sud verso Cagliari nel comune di Marrubiu alle pendici del monte Argi, antico vulcano spento dove sorge la tenuta Terre di Ossidiana. Sempre Vermentino e Cannonau, a nord, nella zona di Sennori, nel sassarese.    A Sennori abbiamo una piccola tenuta di Vermentino e Cannonau a conduzione biologica. Da qui arrivano le uve della linea Mamaioa che significa coccinella. Una piccola tenuta in Gallura dalla quale arriva il Vermentino di Gallura. Poi in Barbagia tra Oliena e Mamoiada per il Cannonau riserva.  Diverse tenute, diversi terroir, diverse esposizioni, diversi climi. La forza di un grande gruppo si vede anche in questo. La capacità di diversificare tramite territori diversi. Sempre e comunque con vitigni regionali. Vernaccia e Nieddera come elementi di tradizione e fondamenta dell’intera azienda.  A guardar bene Contini, appare profondamente diversa da altre realtà che spaziano su territori e vitigni con l’unico scopo di aumentare il numero di bottiglie prodotte. In questo caso la gamma si basa solo ed esclusivamente su vitigni locali. Tradizione di una terra. Le interpretazioni certamente diverse e giustamente modernizzate per creare vini che, solo in taluni casi hanno lo scopo di avvicinare le persone a questo mondo.  Facile cadere nel banale quando si parla della produzione di oltre due milioni di bottiglie. Facile pensare che si producano vini che devono necessariamente piacere. Ma non è così per Contini.    Partiamo ad esempio dalla Vernaccia di Oristano DOC, un vino che ha maturato per quattro anni in caratelli di rovere in grado di conferirgli un bouquet pazzesco fatto di fichi secchi, mandorle, zest di arancia, cannella, mela cotta, caramello ma anche tanta freschezza vegetale. È qualcosa che sa principalmente di rotondItà che lo stupendo colore ambrato nel calice supporta una aspettativa dolciastra, quasi mielosa. Invece al palato è secco e così sapido che la bocca si riempia in maniera non stucchevole ma assolutamente appagante. Così appagante che un calice non basta. Si crea facilmente dipendenza per via delle note ossidative che si trasformano in lieve poesia. Tutto meraviglioso e avvincente per chi è abituato a provare tanti vini. Certamente non un vino immediato. La Vernaccia non è infatti un vino per tutti. C’è chi, annusandolo, si aspetta dolcezza e al sorso rimane deluso. Chi invece sperimenta e lo beve per un aperitivo, alla maniera dello Sherry di Jerez o chi osa come me, abbinandolo ad una Cacio&Pepe, scopre un vino decisamente fantastico. La Vernaccia è un vino che non dovrebbe, ragionando per stereotipi, in una grande azienda. Complicato, complesso, dannatamente fuori dal contesto della massa. Eppure è qui in gamma e rappresenta qualcosa che durerà rispetto a qualunque altro vino presente. Dal lato opposto rispetto alla Vernaccia c’è il Karmis, da Vermentino e, comunque, da Vernaccia. Semplice, pulito che già dai primi sentori ammalia. Pesca bianca, melone bianco, un pò di salvia, note floreali e salmastre a spiazzare leggermente. Ma senza eccedere. Poi in bocca parte con una nota morbida, suadente e leggera. Un agrumato avvolgente che grazie alla sapidità non stanca, anzi, invoglia ancora. Un sorso che ne richiama un altro per via di una bocca lasciata sempre magicamente pulita. Un vino che si beve e si beve ancora. Fresco, sapido, avvolgente. Cosa si può voler di meglio per bere in compagnia dinanzi ad un aperitivo o ad un bel pesce? Scorre e scorre a fiumi. Ecco, Karmis è facile ma non per questo meno buono e meno interessante. Per realizzarlo si sente che si sono uniti due vitigni con caratteristiche speculari. Il lavoro in cantina c’è e si sente in ogni sfaccettatura.  Nel mezzo I Giganti Rosa da Cannonau e Nieddera. Due territori diversi e due vinificazioni diverse (acciaio e barrique) che si uniscono. Ne deriva un rosato che ha quel colore buccia di cipolla che è bello e luminoso.  Sentori di mela e pesca granulose rese fresche dagli agrumi. Poi banana, melograno, anguria e erbette di campo e rosa. In bocca è qualcosa di palpabile e vellutato con la banana che diventa quasi gelato. Fresco e sapido, lascia la bocca in uno stato di piacevolezza estrema. Uno di quei vini che non mette d’accordo tutti ma coloro che si ritrovano, non lo mollano più. Quindi I Giganti Bianco, sempre Vernaccia e Vermentino come il Karmis ma con maturazione in tonneaux. Qui c’è intensità, corpo, struttura. Un bouquet olfattivo che oltre a quanto già trovato nel Karmis si arricchisce di piccole spaziature non invasive. Il tonneaux infatti lo ha arrotondato, senza eccedere. Non è legnoso ne forzatamente speziato. Mantiene un giusto equilibrio e la rotondità non prevale. Anche in bocca dove la sapidità marcata gioca un ruolo importante. Pienezza, avvolgenza ma anche tanta verticale sapidità per una persistenza che indubbiamente si allunga. Senza stancare. Ecco dunque un vino importante che non si da tante arie. Da vero sardo, non vuole sembrare aristocratico. Il mare poi, si deve sentire! Poi c’è il rosso, I Giganti Rosso Tharros da uve Nieddera, Caddiu e Bovale surmaturate e vinificate almeno 12 mesi in un misto di tonneaux e barrique. Devo dire un altro vino che non si perde tanto in sfumature stilistiche volte ad avere bouquet complessi e con sentori da decifrare. C’è la marasca, il ribes, la liquirizia e quel meraviglioso balsamico che non ti aspetti da un vino sardo volto ad esaltare fiori rossi e mirto. Le spezie arrivano ma non per esaltarsi quanto per rendere elegante i profumi. L’ematico lo riporta a terra anzi, alla terra. Il colore è un bel granata, segno di un affinamento che c’è stato e ci sarà se mantenuto, anche a lungo, in bottiglia. Al palato è ampio e fine. I tannini? Vellutati come è giusto che sia per un vino che vuole convivialmente farsi piacere rendendolo sinuoso e volitivo. Il tono viene comunque fornito da un discreto vegetale. Rimane a lungo in bocca lasciando quel senso di marasca speziata, quasi amarognola. Convince e convince maggiormente quando lo si abbina bene ad una carne anche in estate (bevuto alla temperatura che dovrebbe ovvero di 14-15°). Smarcato lo stereotipo delle tipologie (ne ho provati solo pochi dei 22) c’è da vincere anche quelli relativi alla bassa qualità che una azienda grande è in grado di offrire.  I vini che ho assaggiato possono essere definiti più o meno facili ma certamente identitari e ben realizzati. La grande attenzione alla qualità che non sempre nei vini artigianali o di piccoli produttori si ritrova qui è palese.  La mia compagna ha una vigna a Mamoiada e produce circa 15 mila bottiglie. Anche in casa c’è uno scontro continuo tra azienda strutturata e piccolo produttore. Pratiche completamente differenti. L’azienda importante può fare qualità e anche altissima qualità facendo economia di scala arrivando ad un prezzo competitivo. Questo non vuol dire rinunciare alla qualità. Abbiamo quattro Vermentini con prezzi diversi da quattro vigne diverse. C’è un modo di fare qualità anche con le grandi aziende. Le piccole aziende hanno un fascino diverso che per una azienda strutturata viene un pò meno. Diciamocelo chiaramente: non sempre il vino del contadino è buono. Aggiungo che anche quando si vuole dire sia genuino, ho qualche dubbio. Alessandro e Mauro Contini   Qualunque vino proveniente da piccole produzioni, è realizzato unicamente secondo  coscienza. Ho conosciuto centinaia di piccoli produttori che tengono al vino come fosse un figlio. Lo curano a partire dall’acino per poi in cantina, coccolarlo fino a quando non è in bottiglia. Alcuni pure da imbottigliato. Ma se si chiede loro quale processo abbiano utilizzato, spesso non si ha una risposta univoca. Dipende è ciò che ci si sente rispondere. Dipende dalle annate. Dipende da cosa ha detto l’enologo. Dipende da cosa mi è venuto in mente. Dipende.  Solo che “dipende” non è un processo. Non c’è un controllo di qualità se non quello dei campioni portati al laboratorio.  Una grande azienda, non si può permeare di non avere un processo, dei protocolli, degli standard di qualità elevatissimi. Il vino non può avere difetti cosa questa che porta la qualità ad un livello superiore. Anche qui, ovviamente, c’è la coscienza. Oltre che la frode in commercio per chi sgarra. Io come azienda ho un percepito importante e non posso pensare che ci sia un difetto. Ho una platea di clienti per i quali non ci può essere un problema di qualità. Quando lavoriamo con la grande distribuzione, come noi lavoriamo in Sardegna, non posso pensare che ci sia un vino con un difetto. Mi sento di garantire che la qualità dei nostri prodotti di fascia medio alta. Questo grazie al nostro enologo Pietro Cella con il quale lavoriamo da circa 25 anni che ci da grande sicurezza. Anche se sei l’azienda che produce due milioni di bottiglie l’anno, nulla puoi fare quando le stagioni non sono delle migliori. Occorre attivare tutti i contatti per trovare le uve per garantire comunque i contratti, ma non tutte le uve sono buone. Si cerca insomma di limitare i danni. È complicato per la necessità di garantire dei volumi. Però abbiamo dei prodotti di eccellenza come il nostro Barrile che non escono in tutte le annate. Le Vernacce più importanti nelle annate particolari, non escono. Andrea è un commerciale nato. Sardo che lavora in Sardegna per una azienda sarda. Quando parla si percepisce come non sia per lui solo un lavoro. Non si tratta solo di essere aziendalisti ma di amare il proprio lavoro, la propria terra, la cultura sarda. È lui il primo a crederci nel progetto. A sposarlo in pieno.  Così, quando gli chiedo quale vini porterebbe al suo matrimonio, lui risponde così   Porterei il Mamoia Bianco e come un rosso sceglierei sempre un Mamoia che fa solo acciaio e lo puoi bere. Come spumante, uno della mia azienda. Quando arriverà il momento mi metterei la casacca di Contini perché in quella occasione avrei voglia di presentare i miei vini. Vado fiero del mio lavoro. In questa riposta c’è Andrea in tutto e per tutto. Non è ancora arrivato il momento di metter su famiglia ma quando sarà, la festa sarà grande e si dovrà bere. Ecco perché sceglie due vini che si possono bere senza avere la presunzione di qualcosa di importante. Verticali e sapidi così da accompagnare i cibi del territorio per una festa che dovrà durare a lungo. Due vini estremamente territoriali, per nulla altezzosi, per nulla iper strutturati. Sardi, come Sardo è lui.  Contini è una azienda sarda che al momento riesce a sviluppare l’80% del fatturato proprio in Sardegna. Ecco perché gli sforzi non possono che essere orientati al resto d’Italia e all’estero. Un riequilibrio necessario per crescere. Anche se poi la Sardegna, in estate, continua ad essere invasa da turisti ululanti che consumano ettolitri di Vermentino e Vernaccia (meno Cannonau e Nieddera). Turisti che adesso trovano anche l’accoglienza in cantina, a Cabras. Negli ultimi cinque sei anni cambiamenti importanti ci sono stati. Ci siamo slegati da una azienda di famiglia. Ora ci approcciamo all’enoturismo con la creazione di locali strutturati ad hoc. Siamo anche molto più strutturati con la comunicazione con Giulia Eremita che si dedica a questo. Per il futuro sono abbastanza fiducioso. L’azienda sta investendo molto ma ci dobbiamo scontrare con le dinamiche di mercato.  Investimenti nell’accoglienza. Investimenti in comunicazione. Investimenti in nuovi prodotti. Una etichetta in piccola tiratura è nata nel 2022. Compoidori. Il capo corsa della giostra del carnevale di Oristano. È una Vernaccia Valle di Tirso igt. Macerazione sulle bucce e sei mesi di affinamento in botti che precedentemente hanno contenuto la Vernaccia di Oristano doc. Non so se è innovativa ma va a ricalcare una Verernaccia giovane alla quale si può dare una nuova vita. Certo che è dura la vita per un commerciale di questi tempi. Tanta concorrenza. Venti di crisi. Minor propensione al consumo di vino. Ma Andrea è un positivo. Ha nel suo caricatore ben 22 cartucce da giocare. Per certi versi un pò troppe. Specialmente quando occorre andare a presentarle. Coprono tante esigenze, è vero. Però sempre complicato. Magari qualcosa la taglierebbe. Per poi pentirsene un attimo dopo. Chi lo sa. Sempre complicato rinunciare a qualcosa.  Io dico che in questo complicato mondo del vino, aziende storiche come la Contini non solo hanno il diritto di esserci ma hanno il preciso dovere di essere promotrici dello sviluppo dei territori. Forza trainante propulsiva da incentivare e preservare. Altro che snobbare. Eppoi, lasciatemi dire in finale che i vini che ho avuto il piacere di assaggiare, lasciano il segno. L’estrema facilità di beva non deve infatti in nessun modo essere scambiata per banalità ma, al contrario, volontà di offrire prodotti in grado di allietare quel momento di convivialità che dovrebbe sempre essere il consumo del vino.   PS Proprio mentre finivo di scrivere questo articolo ho ricevuto da Giulia Eremita il comunicato stampa che informava di come la Contini 1898 fosse stata insignita insignita del prestigioso Premio Eccellenze Italiane 2025, riconoscimento che celebra le storie esemplari del panorama imprenditoriale, culturale e artistico italiano.
Il premio, conferito dal Progetto Eccellenze Italiane fondato dal giornalista Piero Muscari e alla sua nona edizione, riconosce alla cantina di Cabras un percorso imprenditoriale di oltre un secolo caratterizzato da eccellenza qualitativa, passione familiare e profondo legame con il territorio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Philema. Il vino si fa glamour Arrow Right Top Bg

8 Agosto, 2025

Philema. Il vino si fa glamour

  Non ci sono più le mezze stagioni.
Sì stava meglio quando si stava peggio.
Quando c’è la salute, c’è tutto.
La matematica non è una opinione.
Questa casa non è un albergo.
Il tempo vola
Non si finisce mai di imparare.
I cibi di una volta avevano tutto un altro sapore. Che faccio, continuo? Le frasi fatte, quelle banali. Quelle che in qualunque discussione, in qualche modo escono. C’è poco da fare, escono.  Poi ci si guarda in faccia e ci si mette a ridere cominciando a citarne a raffica. Sempre che non si frequenti persone banali. Perché allora ve la siete proprio andata a cercare! Per certi versi, il mondo del vino è banale. C’è sempre la storia del papà o del nonno che faceva il vino o delle terre di famiglia che occorreva preservare. Ci sono i castelli ricchi di storia, le cantine scavate nella roccia, i vigneti centenari.  Spesso mi invitano a visitare le cantine ma io le trovo di una banalità estrema. Cosa volete che cambi tra una cantina e l’altra? Le botti, i tini, le anfore. Quello c’è. Magari si, qualche volta sono ricche di fascino e di storia. Ma solo qualche volta.  Per tutto il resto, banale.  Non il vigneto. Non la storia delle persone. Quelle no. Ognuna ha in se qualcosa di speciale che va preservata. Non fosse altro perché dentro una bottiglia c’è, sempre, qualcosa di più. Però il vino e il suo mondo sono autoreferenziali. Difficilmente si esce fuori dagli schemi e pochi sono quelli che sperimentano e si adeguano ai tempi. Al contrario, si cerca di rimanere ancorati al passato. In parte è anche giusto così. Rappresentare un pezzo di storia è sempre importante e mantenerla diventa un dovere.  Ma ai giovani, chi ci pensa? Cosa cattura l’attenzione di un giovane? Può una bottiglia di Barolo con la sua austerità rappresentare un oggetto del desiderio per chi è abituato alle novità, ai colori, alla frizzantezza dei propri anni? Così come è mai possibile che non si cerchi in nessun modo di portare i giovani verso il mondo del vino che ne avrebbe tanto ma tanto bisogno? Ho incontrato Pierpaolo Schierano, un imprenditore dell’astigiano che ha deciso di intraprendere un progetto diverso e dirompente nel mondo del vino: Philema. Non vivo del vino e non ho questo stress di un vino che deve piacere al mercato. Sono partito dal presupposto di fare un vino che mi piace. Sono un imprenditore. Ho un parco commerciale con la mia famiglia. Partiti con l’ingrosso e approdati al dettaglio. Pierpaolo gestisce il Parco Commerciale Magnone a Castelnuovo Don Bosco, paesino dell’alto astigiano. Al mondo del vino si è avvicinato con una idea ben precisa: realizzare un prodotto che rompesse gli schemi partendo certo dal vino ma con un brand, Philema, che fosse rappresentativo del concetto che si vuole trasmettere. Non una operazione di puro marketing ma qualcosa che possa comunque contenerlo. Philema, φίλημα, è il bacio conviviale. Un gesto di affetto che indica la convivialità. Nell’antica Grecia il bacio era tipicamente orientato al saluto, alla devozione, alla supplica. Lo storico greco Erodoto descrisse nelle sue Storie (I secolo d.c.) il bacio nel mondo classico inquadrandolo come simbolo di diversità tra le varie culture. Sembra che i grandi cultori del bacio come lo conosciamo oggi, siano stati gli antichi romani e Ovidio, nella sua opera Ars amatoria, L’arte di amare, ne decanta approfonditamente le diverse sfaccettature.  Philema è qualcosa di diverso. Forse meno profondo e viscerale. Superficiale si potrebbe dire ancorché collettivo e aggregativo. Un modo per celebrare lo stare insieme in armonia ed allegria. Un pò come la funzione conviviale del vino. Una funzione della quale spesso ce ne si dimentica. L’autoreferenzialità del mondo del vino porta il prodotto vino ad essere il protagonista delle diverse occasioni mentre, per sua natura, non può che essere comprimario.  Il vino si beve a tavola dove ci si riunisce tra persone. Il vino accompagna il pasto. Il vino allieta le serate.  In nessuna di queste forme il vino è il protagonista indiscusso. Mangiando si beve vino per accompagnare il pasto e renderlo più piacevole. Bere il vino senza accompagnamento di un cibo e in solitaria, diciamocelo, è da sfigati.  Quando allora si esalta il vino e non la sua funzione di co-protagonista, si commette un errore imperdonabile. Quello stesso errore che allontana le persone, giovani in primis. Tanto meglio una birra che è meno altezzosa e pretenziosa.  Mio papà mi ha lasciato dei vigneti. Era un professionista mancato venti anni fa. Non ha mai prodotto vino. Le uve venivano conferite ad una cantina sociale del territorio fino al momento in cui i vigneti non mi piacevano più. Erano storici. Il Fresia esiste da 500 anni qui a Castelnuovo Don Bosco che è in una posizione collinare vocata. I vigneti ci sono dal tempo dei latini dunque 2000 anni fa. Ho deciso di estirpare questi vigneti per re impiantarli. Alla fine del 2016. Nel 2017 i vigneti nuovi. Autunno 2019 la prima vendemmia.vInizialmente volevo solo avere i vigneti a posto. Avere la bellezza morfologica di un territorio. Adesso ci sono 4000 barbatelle nuove tutte messe in file.  La bellezza. Può essere in un oggetto di design come in un territorio. Un paesaggio può essere bello perché la natura lo ha disegnato in quel modo ma se l’uomo in qualche modo è intervenuto, allora occorre disegnarlo continuamente per renderlo sempre bello. Pierpaolo rimette a posto i vigneti del padre, poco più di un ettaro, non già per produrre vino quanto per non vedere un paesaggio deturpato da piante poco curate.  Quello che può sembrare pensiero edonistico è invece la voglia di restituire ad un territorio la bellezza che merita.  Poi mi sono detto: invece di conferire le uve, perché non faccio un vino che piaccia a me. Non son un gran bevitore di vino. Ero profano. Bevevo occasionalmente. Assaggio questo si. C’è poco da fare. Quando si vedono i filari ben posizionati lungo il crinale della collina con il sole che si insinua tra le foglie verdi creando giochi di luce incredibili, non si può non rimanerne affascinati. E non si può non pensare a cosa si potrebbe fare con quelle incredibili piante. Il vino certo. Qui però c’è la differenza tra un imprenditore visionario e un normale vignaiolo che non vuole altro che seguire le tradizioni.  Innanzitutto la scelta di un vino che possa far bene. La mia produzione è di vino rosso. Sentivo tanti che dicevano che il vino rosso ha solfiti, mi viene mal di testa. Volevo certamente un vino legato al territorio. Facendo delle indagini non riuscivo a mettere tutti d’accordo sul tipo di vino. Bollicina, secco, bianco, ecc. Chi se la tira e dice che vuole sempre vino di pregio. Volevo un prodotto genuino che parte da trattamenti naturali nel vigneto dove ne vengono fatti tanti perché il prodotto sia il più naturale possibile. Trattamenti leggerissimo solo a base di zolfo per conservare o tenere il vigneto florido e produttivo. Lontano da flavescenze e da ciò che si può generare. Era un ettaro, oggi 2.3 ettari. Due anni fa ho acquisito due vigneti di Freisa attigui ai miei. Lo porterò a regime tra qualche anno. Li sto ancora curando perché producano Philema. I trattamenti naturali proseguono anche in cantina. Molti travasi per ridurre i solfiti. Lieviti selezionati. Almeno una parte.  La visione era per un prodotto digeribile. Un rosso da bere anche a digiuno (ovvero che non desse bruciori di stomaco o mal di testa) ma non a digiuno poiché conviviale. È così che nasce Philema, il Monferrato rosso. Un vino che sa di vino. In ogni sorso di 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 si ritrova l’essenza di convivialità, di freschezza giovanile, di voglia di bere qualcosa senza pensarci su. Un vino che conquista subito per l’esplosione di frutta 𝘴𝘤𝘳𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢, le note floreali e un leggero tocco balsamico: è la gioia di vivere della 𝐅𝐫𝐞𝐢𝐬𝐚 e della 𝐁𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐚. 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 è un vino vero, senza fronzoli, come quelli di una volta: si beve per il puro piacere di berlo, non per l’edonismo di guardarlo o annusarlo. In bocca, una carezza di freschezza, un tannino appena sussurrato e la frutta che persiste, lasciano il palato suadente e appagato. Perfetto per un semplice pane e salame o per un brindisi tra anime innamorate che vogliono solo godere il gusto di un momento condiviso. Sorrisi e divertimento che scorrono leggeri. Tranquillo, veloce, fugace. Come un bacio, preludio di tante altre meraviglie. Lo bevi (anche fresco), continui a berlo. Ti piace. Sorridi. Ami. Non c’è bisogno di alcuna giustificazione. Al rosso poi si affianca una bollicina da Glera.  Avete letto bene, da Glera.  È un extra dry con una base di Glera da vecchissimi vigneti di Valdobbiadene con una percentuale di rosso vinificato in bianco. In autoclave si è arrivati fino a 120 mesi per avere una bolla impercettibile e sentori fruttati. Al metodo classico ci abbiamo pensato ma è una mancanza di tempo. In un mondo ingessato e per certi versi anche ipocrita, realizzare una bollicina, in Piemonte, con uve provenienti da Valdobbiadone, può essere una eresia. Ma è esattamente quello che Pierpaolo voleva: rottura degli schemi. Chi l’ha detto che perché il vino si è sempre fatto in un modo, occorre continuare a farlo così?  Philema Extra Dry rispetta le aspettative ed è assolutamente coerente con la filosofia del marchio. Si voleva qualcosa di pronto e conviviale e l’Extra Dry è la scelta giusta. Qualcosa che potesse accontentare tutti e l’Extra Dry è sempre la scelta giusta. Niente di altezzoso e il Glera è la scelta giusta. Un pizzico di eleganza non fa mai male e l’aggiunta di Chardonnay ci sta tutta. È un Prosecco? Di base si. Ha qualcosa di speciale? Ni, nel senso che sicuramente lo Chardonnay lo rende più verticale e la lunga permanenza in autoclave le bollicine estremamente fini per uno Charmat.  Insomma, l’ho trovato gradevole ed elegante. Non scontato e in grado di accendere una allegria non volgare. Molto versatile così da essere bevuto dall’aperitivo in poi. Un Extra Dry che diventa morbido e ammaliante tanto da piacere molto a chi non ama particolarmente la freschezza di un minor residuo zuccherino. Una di quelle bottiglie che grazie a quella sua stupenda etichetta gialla con le labbra tatuate, ispira ancor prima di stapparla. Se devo dirla tutta, in barba ai Sacri testi, mi è venuta voglia di stapparla con il botto. E così è stato! Pierpaolo ci ha messo la faccia e la propria azienda in un concept del tutto nuovo. Molti altri, fanno lo stesso nascondendoci dietro etichette più o meno blasonate. Non occorre andare alle indagini di Report per sapere come il Glera si sia coltivato anche in Puglia per poi etichettare le bottiglie come Prosecco DOCG. Ci sono fior di produttori che acquistano vino sfuso o uve da altri per poi commercializzare il prodotto finale con tanto di etichetta pluripremiata. Tutti però dimenticano il consumatore finale e la necessità di non apparire come ubriaconi bacchettoni.  Ecco allora che Philema svecchia completamente l’imparruccato mondo del vino e lo fa con elementi di marketing e comunicazione pura. A partire da una etichetta accattivante con le labbra tatuate di meravigliosi fiori colorati e etichette con palette che spingono la bottiglia tra le mani del consumatore. Anche il lettering scelto è realizzato per emergere dall’etichetta grazie ad una tridimensionalità accattivante. La denominazione Monferrato DOC Rosso è secondaria rispetto al nome Philema come a dire che la provenienza è certo importante ma lo è ancora di più la convivialità offerta dal nome.  Il nome è stata una folgorazione notturna. È venuto fuori prima il nome che la produzione del vino. Mi svegliai una notte girando per casa e stavo pensando al nome del vino. Mi venne in mente questo nome e mi sembrava molto adatto al vino che volevo fare. Un Freisa d’Asti con un pò di Bonarda per conferire più struttura all’uva giovane. Philema, l’unione. Come lo è il Monferrato Rosso. Unione tra Freisa e Bonarda. Due vitigni della tradizione piemontese, quella di un tempo, reinterpretati in maniera fresca, giovane, dirompente. Nessun fronzolo, nessuna voglia di rappresentare qualcosa se non il momento in cui la bottiglia diventa parte di qualcosa. Un momentum che si trasforma anche in un altro vino, il Momentum che però si fa solo nelle annate che lo permettono. Il Momentum è il barricato, con un anno di acciaio e sei mesi di rovere. È solo nella annata 2022 perché lo permetteva. Le altre annate non avevano una qualità tale da consentire l’invecchiamento. Non riuscirebbe ad avere quel corpo giusto. La legnosità sarebbe troppo marcata anche per pochi mesi di botte. Momentum 2022 è un riuscito mix godereccio di Fresia (80%) e Bonarda. Colore rubino scuro e immediati sentori di visciola, lampone e mirtilli resi vegetali da un bellissimo sottobosco e da qualche spezia e tostatura. Poi liquirizia e anice stellato. Al naso piace e convince senza essere potente ed elegante. Ma non lo deve essere. La sua è una natura di vino che ha un gusto e deve piacere senza se e senza ma.  In bocca è infatti così: pieno, intenso e tanto godereccio. La visciola arriva lasciando la bocca pulita per via di una intensa freschezza e un tannino domato. Le erbe aromatiche sembrano ricordarsi di esserci e arrivano. Tutto sa di scuro e intenso tanto che ho come la sensazione, per via della visciola, di avere la lingua nera. Magari è una idea per la prossima etichetta. Philema è un occhio non solo al mercato italiano ma anche internazionale.  Come potrebbe non esserlo un vino che già dalla etichetta diventa accattivante e instagrammabile?  Una operazione di marketing, è vero. Ma un marketing arrivato dopo la voglia di fare il vino: Pierpaolo cercava prima il vino poi ha trovato il packaging. Un packaging così bello da essere stato tra i finalisti dei Pentawards a Londra. Un lavoro magnificamente svolto da una dinamica agenzia creativa, la Neom.  Il vino, come l’etichetta, è frutto di un percorso e non di una improvvisazione. Le vigne prima, la cantina poi, la squadra infine. In vigna funziona con due vignaioli che mi seguono i vigneti. Due enologhi. In cantina c’è la collaborazione con Raimondo Marolo. Lui produce con il suo marchio ma ha sposato la mia filosofia. Non lo conoscevo ed è stato bello incontrarsi come pensiero e dedizione al progetto. Avevo a che fare con una ventina di produttori del territorio ma non avrei mai prodotto vini con loro. Volevano producessi presso la loro cantina. Con Raimondo c’è un percorso fatto insieme e lui mi ha dedicato del tempo. Nelle altre cantina mancava l’ascolto della mia idea del vino. Anche in questo c’è unione. Di intenti e di visioni che si sposano per realizzare qualcosa che non c’era. Come ad esempio anche il Gin. Ho un paio di soci con i quali siamo partiti con la produzione di un gin a base di fico. Fichi freschi e foglie di fico oltre a botaniche che sono presenti in questi vigneti. Dal vicino Carlo Quaglia che fa già il gin Portofino. Il gin si chiama Immoral. Ginepro, coriandolo, cardamomo, semi di Angelica, iris, sambuco, fiori di camomilla, cannella, fiori di arancio. Una bella iniziativa. Una sferzata totale ad un territorio statico, fermo attraverso il gin: assolutamente poco piemontese. Ma chissenefrega. In Piemonte ci sono tutte le erbe officinali necessarie a fare un ottimo gin. Perché non farlo allora? Solo perché qui si è sempre fatto Vermouth e Bicerin?  Eppure io ho trovato Immoral gin super interessante. Fresco e con marcate note agrumate che si uniscono al fico mentre genziana, camomilla, rabarbaro, ginepro e assenzio fanno da giusto corollario. Sono però i fiori di zagara e le foglie del limone che secondo me riescono a far esaltare maggiormente il fico. La parte floreale è penetrante e preminente con una sorta di piccantezza inebriante. Lo si beve anche neutro perché non è uno di quei gin “cattivi” nel senso di ruvidezza. Sa essere morbido ma solo il giusto posizionandosi al centro della lingua per renderla secca ma non eccessivamente. La bevuta è dunque garantita. I fiori di zagara ritornano anche in bocca con una sorta di mix dolce vegetale ad alleviare la verticalità spinta. In bocca dunque è sinuosamente verticale tanto da scivolare giù in gola con quella lunghezza di respiro che porta alla mente interminabili abbracci. Adesso a Philema occorre un pò di consolidamento. Dopo l’accelerazione iniziale del progetto serve rafforzare il marchio per diffonderlo a dovere. Sono in una fase di consolidamento di queste tre etichette o due etichette e mezzo vista che una ha solo l’annata 2022. Per poi riprendere il percorso con nuove sperimentazioni. Capire quale potranno essere gli altri prodotti. Qualcosa che possa spaziare dalla piantumazione di un vigneto a bacca bianca, un vermouth, un orange, un metodo classico. Ci sono diverse idee. Affiancare alla bollicina bianca una rosè. Tante cose cosi ma ora consolidamento. Al momento facciamo 18000 bottiglie. Non vinifichiamo tutto. Tra queste c’è anche il Glera dunque poco più della metà derivano dalle mie uve.  Un piano di sviluppo che può avere un discreto futuro. Che va continuato e perseverato affinché si possa provare a fare qualcosa di diverso in questo incipriato mono del vino. Ne hanno bisogno anche i territori, quelli che non devono inventarsi castelli e sotterranei o cercare di scimmiottare i mostri sacri del vino italiano per trovare la propria strada. La via, quella alternativa, può essere proprio questa.  Nessuna storia da inventare, nessun antenato da riesumare, ma rompere gli schemi puntando sui giovani, il vero futuro, con progetti freschi e innovativi come Philema. Ben vengano persone come Pierpaolo che con il suo fare pacato, determinato e irriverente, se ne fregano dei luoghi comuni e dei conformismi.  Il mondo e il futuro del mondo (del vino) ha in se spazio per tutti e, anzi, più idee come Philema ci saranno maggiore sarà la possibilità di soddisfare le esigenze della incredibile diversità che ci troveremo a gestire da qui a breve. Se allora il luogo comune oggi è:  Meglio seguire la massa che rischiare di essere esclusi Proviamo a non seguire la massa e a dotarci di pensiero laterale pensando fuori dagli schemi. Un pò come fanno i bambini che trovano soluzioni creativi a problemi che sembrano banali.  Il principale nemico della creatività è il buonsenso. Cosi diceva Pablo Picasso che di creatività se ne intendeva un tantino.  Serve pensare fuori da quegli schemi che continuano ad essere utilizzati semplicemente perché si è sempre fatto così. Troppi sono i produttori che producono troppi vini ancorché tutti mediamente di buon livello. Pochi, pochissimi coloro che hanno capito che occorre un approccio diverso che non è certo quello dei dealcolati. Perché se si continuerà a voler produrre e vendere il vino (anche dealcolato) incipriandosi il naso, allora la fine per molti sarà vicina.  Grazie Pierpaolo per questo tuo dirompente progetto. Non mollare!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969      
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Serate romane. I vini calabresi di Tenute Santoro e i vernissage di Area Contesa Arte Arrow Right Top Bg

29 Luglio, 2025

Serate romane. I vini calabresi di Tenuta Santoro e i vernissage di Area Contesa Arte

  In quell’angolo di Roma baciato dalla suggestione quale da sempre è Via Margutta, cuore e anima dell’arte romana, presso la Galleria Internazionale Area Contesa Arte, si è tenuto un evento unico che ha saputo fondere armoniosamente pittura, letteratura e gusto. Un pubblico eterogeneo e appassionato di è raccolto per prendere parte al vernissage dell’artista Nicola Virgilio, protagonista con la sua nuova collezione che ha affascinato e sorpreso per intensità espressiva e ricchezza tematica. La mostra, articolata in un dialogo visivo tra le serie Animalier, Volumi e Cromie e I Colori delle Spezie, ha offerto un viaggio emozionante tra forme e colori, dove l’istinto naturale si intreccia con la sperimentazione stilistica. Virgilio ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di raccontare emozioni e simboli attraverso un linguaggio pittorico vibrante, dinamico, fortemente contemporaneo. Accanto all’esposizione artistica, la serata ha ospitato la presentazione del libro Il Diario del Giovane Oscar, una narrazione intensa e sincera che ha catturato i presenti con la sua voce autentica profonda. Un’opera che ha saputo toccare corde intime, in perfetta sintonia con l’atmosfera suggestiva del luogo. Ad impreziosire l’evento, la voce della cantante e scrittrice Caterina Novak e i raffinati vini della Tenuta Santoro, che con le loro etichette selezionate hanno accompagnato gli ospiti in un’esperienza sensoriale completa. Calici di bianco e rosato hanno scandito i momenti della serata, tra chiacchiere, riflessioni artistiche e brindisi conviviali. Il bianco scelto per la serata è stato Apice, un blend di due incredibili vitigni calabresi quali Mantonico e Greco Bianco capaci di dare corpo e finezza ad un vino che porta la Calabria in una dimensione diversa. Un vino fresco e leggero che si abbina bene ad un aperitivo o ad una cena leggera. Il rosato invece è Noveno, prodotto sempre con un grande vitigno calabrese, il Gaglioppo. Un vino fresco e profumato che ammalia e conquista grazie anche alla sua sapidità. Il mare e il sole della Calabria sono dentro Noveno che diventa così ideale per le calde serate. Entrambe i vini sono una dimostrazione di come la Calabria possa uscire dagli stereotipi convenzionali e invece offrire eleganza, raffinatezza e leggerezza. Giuseppe Santoro con la sua azienda in quel di Cirò, produce vini di assoluto livello che meritano solo di essere scoperti. La Galleria Internazionale Area Contesa Arte si conferma così ancora una volta crocevia di creatività, bellezza e cultura. Un luogo dove l’arte non è solo esposta, ma vissuta, respirata, celebrata. E in questa serata, firmata Nicola Virgilio, è stato impossibile non sentire il battito vivo dell’arte che abita Roma.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza Arrow Right Top Bg

18 Luglio, 2025

Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza

  Ho imparato a cucinare quando mi stufai di mangiare la pasta al sugo che mia mamma cucinava ogni santo giorno. Non perché le piacesse particolarmente. Piaceva a papà. Lui non mangiava ne riso ne pasta non condita con il pomodoro perché sosteneva di essere stato mesi in ospedale a mangiare solo riso in bianco. La nonna non se ne ricordava ma lui sosteneva fosse così. Quale la verità, non l’ho mai saputo. Di certo lui voleva solo la pasta al sugo. A pranzo. Perché prima, il pranzo non era frugale come adesso. Tutti insieme alle 14, quando papà tornava dall’ufficio. Cascasse il mondo. Così come la cena alle 20.30. Primo, secondo e frutta. Con un bicchiere di vino. Per papà ovviamente.  Fu così che un giorno presi in mano la padella e misi dentro qualcosa per condire la pasta. Da li non mi sono più fermato e mi è servito molto specialmente con le prime esperienze lavorative a Torino quando abitavo da solo. La conseguenza ora è che mia moglie non cucina (e meno male) e dunque tocca a me farlo. Non che sia uno chef, ma mi difendo.  Luca Mastracci ha cominciato a fare la pizza perché a casa sua non si faceva.  Pensate i casi della vita. Ho conosciuto migliaia di mamme che non sapendo fare la pizza, l’andavano semplicemente a comprare in pizzeria. Chissà quanti pizzaioli mancati ci sono al mondo. Già, ma se non scrivo che Luca è un pizzaiolo non si capisce molto il paragone.  Ma si può dire semplicemente pizzaiolo di un ragazzo che a trentacinque anni ha già aperto cinque pizzerie? Un pò riduttivo francamente. Allora potremmo dire un imprenditore pizzaiolo. Non mi piace e non per qualche sotteso significato ma solo perché  quando un ragazzo di un piccolo paese vicino Latina, Priverno, parte da questo per portare in giro la sua idea di pizza con lo scopo di ritornare da dove è partito, allora si tratta di qualcos’altro. Un entusiasta probabilmente. Una persona aggrappata con le unghie alle sue radici nelle quali trova ispirazione per le sue pizze. O forse semplicemente un ragazzo semplice che ha cominciato per caso, ha continuato per caso e ha scoperto di essere bravo. Senza, mai, dimenticare le sue origini.  Ero talmente portato che mi inserirono nel mondo del lavoro in una pizzeria di San Felice Circeo, Il Capriccio. Pizzeria romana. In estate c’era tanto flusso. Giornate impegnative. Non avevo esperienza. Ma mi ha dato tanto. Raccontata così sembra un normale inizio. Un locale, i primi impasti, le prime pizze di prova, i fallimenti, i piccoli passi. Cose normali o comunque come dovrebbero essere. Agli inizi insomma.  Arrivai il giorno di Pasquetta che avevano licenziato il primo pizzaiolo e mi dissero che dovevo fare le pizze. Ricordo i crampi alle mani. Mi chiedo ancora come abbia fatto a portare il servizio a termine.  E se è un pizzaiolo come Luca a chiederselo senza darsi una risposta, chi sono io per farlo? Una prova di quelle degne del più improbo dei talent show. C’era da sentirsi protagonista di una qualche candid camera. Peccato fosse solo vita vera.  Gettato nella fossa dei leoni senza possibilità alcuna di venirne fuori vivo.  Luca dal giorno di Pasquetta non solo ne esce sano, ma gli piace pure.  Il giorno seguente deve cimentarsi con gli impasti poiché è tutta sua ora la responsabilità. Meno male aveva fatto un piccolo corso per la pizza così da avere i primi rudimenti. Da li in poi però solo ulteriore studio e sperimentazione. L’exploit l’ho avuto quando ho iniziato a fare l’impasto napoletano che ancora mi porto dietro. Un bel tratto di riconoscimento. Mi sono messo a studiare. Andavo a mangiare nelle pizzerie di Napoli. Da 50 Kalò. Poi a Roma da Bonci. Cercavo di capire quale fosse la visione di questi pizzaioli che ancora oggi fanno la differenza.  In pochi lo ammettono e coloro che lo fanno sono quelli umili nonché onesti. In ambito marketing si chiama benchmarking e nessuno dico nessuno ne fa a meno. Capire cosa e come gli altri facciano le cose è assolutamente fondamentale. Non già per copiare (chi lo fa vuol dire che non ha idee sue) quanto per apprendere tecniche, carpire l’importanza dei dettagli, il rapporto con il cliente. Soprattutto infine, come ciò che si fa si posiziona rispetto a ciò che si osserva.   Luca è un millennial poiché nato nel 1991. Quando nasce Facebook (2004), ha 13 anni; Instagram (2010), 19. Come quelli, furbi, della sua generazione, sa che i social possono essere un valido aiuto per crescere in notorietà. Devi saper far qualcosa però. Non si diventa noti senza saper far nulla. Perché nulla puoi dare, nulla ricevi.  Con i social hanno cominciato a conoscermi. Così nel 2017, passando per il Mercato Centrale, mi riconosce Gabriele Bonci e mi invita ad andare a lavorare con lui proprio al Mercato Centrale. Stavo già facendo i lavori per aprire una pizzeria a Priverno. Così l’esperienza al Mercato Centrale dura circa sette mesi.  La pizzeria a cui Luca fa riferimento si chiama Pupillo. Un locale, un progetto sviluppato insieme ad altri soci dal quale si separa dopo qualche anno per iniziare la sua avventura personale.  Pupillo è una vera pietra miliare della crescita di Luca.  La sua è una filosofia che unisce all’impasto i prodotti del territorio ciociaro e pontino. Non qualcosa di civettuolo, modaiolo, gourmet ma un autentico sguardo verso la propria terra, i prodotti, i produttori. La partecipe volontà di diventare un punto di riferimento per valorizzare i prodotti del basso Lazio.  Già ai tempi avevo studiato il personaggio di Gabriele Bonci e cercai di portare il mio territorio, la Ciociaria e l’Agro Pontino nelle pizze. La Ciociaria è bestie animali, bufale, latte, ecc. L’Agro pontino verdure, ortaggi, serre. Iniziai a selezionare i fornitori locali. Il territorio è la mia impronta. Avevo e ho amici agricoltori. Persone come  Gaetano Mastrantoni, uno dei primi ad utilizzare la carne di bufala affumicata che ancora oggi va avanti. Fattoria Lauretti e tanti altri. Ricordo che andai in tempi non sospetti da Pupillo proprio per capire le qualità di un tanto decantato pizzaiolo e della sua filosofia legata ai prodotti del territorio. Ne rimasi piacevolmente colpito ma decisi che non era il momento di scrivere di Luca. In troppi scrivevano e forse non volevo essere tra i tanti. Non era un vezzo da parte mia ma ho sempre creduto che la sovraesposizione porta invidia e danni.  A Priverno non c’era nessuno. C’era gente che storceva la bocca cosi come altri che avevano assaggiato il mio prodotto. Non è stato facile ma nemmeno difficile impormi sul mercato della provincia. Priverno era la mecca della pizzeria in provincia. Poi l’anno scorso, senza che lui, Luca, lo sapesse, le nostre strade in qualche modo si sono ricongiunte. È successo quando ha aperto la pizzeria stagionale Tintarella al lido di Latina. Ero curioso e ci sono andato con mio figlio. Ho dovuto aspettare giugno di quest’anno per rimangiare la sua pizza: davvero notevole e, soprattutto, mantiene le promesse. Anche se al mare è complicato proporre tutte le pizze del menù della pizzeria di Frosinone o Aprilia, la semplicità delle pizze tradizionali, merita e merita davvero.  Ah, quasi dimenticavo, ho anche provato un paio di volte la pizza romana di Velo, sempre a Latina. Altra creatura di Luca. Impasto completamente diverso tanto che non è possibile (se qualcuno vi dice il contrario, non credetegli) riconoscerne la mano e pochi riferimenti al territorio. Però veramente buona e digeribile.  La romana era una voglia di imporre quel prodotto su Latina. Mancava quel prodotto ai tempi. C’era stato un exploit di pizze napoletane. Mancava quella romana e abbiamo deciso di imporci ritornando alle origini. La mia pizza è quella napoletana. La romana fa parte dei miei progetti e della voglia di emergere Per un ragazzo che non provava entusiasmo per lo studio, la pizza ed il lavoro diventano una sorta di liberazione. Voleva quello e quello ha fatto. San Felice una opportunità presa senza esperienza e preparazione. Poi tutto il resto. Con tanto studio, tanta passione, tanta bravura, un pizzico di faccia tosta. Soprattutto tanto tanto lavoro. Nel 2019 apro la pizzeria a Frosinone. Nel 2022 inizio il nuovo format con Velo, la pizzeria romana. Nel 2024 apro una seconda pizzeria ad Aprilia e Tintarella, il format estivo. Nel 2025 apro al Mercato Centrale. Così ora dalle 9 fino a pranzo sono al Mercato Centrale. Poi Treno, Priverno e Tintarella al mare fino alle due. Poi casa. Tutti i giorni così. Ovviamente, quando non è stagione per (la) Tintarella, c’è sempre Frosinone, Aprilia e Latina da visitare. Un ragazzo di trentacinque anni, altro che bamboccione nullafacente. Vuoi il successo: te lo devi meritare. E sudare. Luca è molto fiero delle sue imprese. Non si nasconde ne nasconde quelli che sono i suoi traguardi intermedi. Già, intermedi. Perché a trentacinque anni di pizze da fare ne ha ancora tante e la voglia di sperimentare, crescere e far conoscere il proprio territorio è incredibilmente alta. Mettendoci la faccia e il nome. Velo a parte, le pizzerie si chiamano come lui: Luca! Ho portato Frosinone tra le prime 15 pizzerie più gettonate di Italia.  Nonostante i premi, gli spicchi, le classifiche, rimane umile. I social gli hanno certamente dato una mano in termini di velocità di crescita ma perlomeno è consapevole che la stessa velocità può diventa anche caduta. Occorre sempre umiltà e determinazione. Due caratteristiche che sono in Luca. Insieme ad una sana dose di ironia che non fa mai male. Sono altresì convinto che dinanzi al forno la determinazione diventa forza e direttività. Assolutamente necessaria in cucina. Umiltà che c’è anche nel suo essere recalcitrante, quasi intollerante a qualunque accostamento delle sue pizze al tanto di moda gourmet.  Non siamo gourmet ma siamo popolari. Ero contro quella concezione di pizza. Gourmet come qualità ma non è cosi. Popolare è qualità. Popolare significa qualcosa da raccontare. In questo modo e solo in questo modo si può raccontare il territorio.  La Ciociaria, proprio come l’ha definita Luca è pecore, pastori, pascoli, bufale. L’Agro Pontino, serre, ortaggi, mare, pesce, bufale. C’è poco di gourmet da queste parti. Tutto è essenziale. Un pò come l’architettura razionalista delle città pontine, figlie del fascismo che qui ha portato vita. Latina, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Cisterna. Tutte figlie del razionalismo che ancora oggi sopravvive. Sono scomparsi, purtroppo (perché la storia non si cancella) i tombini sui quali era inciso Littoria. Così si chiamava Latina un tempo. Priverno era già lontano da queste logiche. Arroccato sulle colline come gli altri paesi che scendendo da Frosinone si incontrano per arrivare al mare: Roccacorga, Maenza, Prossedi, Sezze Romano. Poi solo pianura con i borghi della malaria. Accampamenti di coloni che avevano nella chiesa, nel bar e nel crocevia di strade, il punto di incontro per i pochi momenti di socializzazione. Fino poi al mare di Terracina passando per Fossanova e la sua Abbazia. Sabaudia era complicato da raggiungere. Latina un pò fuori mano.  A Terracina ci si andava per il pesce, per chi se lo poteva permettere. Per quelle meravigliose e profumatissime uve dorate di Moscato di Terracina divenute vino solo grazie ad ardimentosi vignaioli. Per le fragole Favette, piccole e gustosissime perle. Per i pomodorini che grazie alla terra salmastra regalavano sensazioni straordinarie anche solo con un pò di pane e olio (quando c’era). È proprio con quest’ultimi che Luca realizza la sua pizza simbolo. La margherita bruciata è il fulcro di quello che ho creato. È una pizza semplice con un pomodorino bruciato raccolto dall’Azienda Agricola Ferrante, trasformato da una piccola azienda di Priverno, Adriano Ficarola così che noi lo manteniamo in barattolo per un anno. È quello che vorrei raccontare. Riportare i produttori locali sulla pizza cosi che questa sia un legame con il territorio. Questo è sempre stato importante per me. Un volto alla pizza. Questa pizza è fatta con il guanciale di Antonio Lauretti. Questa con il fiordilatte di Alveti&Camusi. Il volto dei produttori. Il territorio. I prodotti tipici. Valorizzare ogni eccellenza nota solo nello stesso territorio su una pizza per offrire qualcosa di unico. Ogni produttore ha un trascorso fatto di sfide che narrano storie. La difficoltà di emergere per la diffidenza verso un territorio poco noto seppur portatore della vera vena multiculturale. Il territorio ciociaro ricco di tradizioni chiuse tra le montagne, quello pontino che con il mare ha poco a che spartire. In Ciociaria, pastori e pecore sopravvissuti alla storia. Nell’Agro Pontino, coloni provenienti da ogni parte di Italia per la grande bonifica delle paludi che, rimasti aggrappati alle loro origini, hanno continuato a produrre qui quanto già facevano nelle terre d’origine. Alla fine, Luca Mastracci, non è che un collezionista di volti, di sapori, di tradizioni che trovano dignità su una semplice pizza che diventa grande non solo per un impasto incredibile ma anche per quello che riesce ad evocare con sapori veri, mai banali, genuini. Ricchi di storia, anzi, di storie. Non ci sono pizze gourmet perché i prodotti sono semplici. Non ci sono pizze da inventare perché ciò che gli viene in mente, lo realizza.  Se mi viene una cosa in mente vado dai fornitori e la faccio. La pizza peggiore che feci fu fegatini di maiale e spinaci. La misi sul menu. Me la sono mangiata solo io. L’unico vero sogno di Luca è qualcosa di semplice. Come tutto ciò che fa. Voglio riprendermi in mano Priverno. Quello è il mio sogno. Non solo la pizzeria. Tutto il progetto. Il marchio.  Un ritorno al futuro. Un ritorno alle origini. Un ritorno a casa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Marco Capitoni. L’uomo delle frasi Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2025

Marco Capitoni. L’uomo delle frasi

  Cosa è effettivamente un tatuaggio? Un rituale arcaico, un modo per raccontare di se stessi. Distinguersi. Evidenziarsi. Ricordare qualcosa. Semplicemente essere. Ho sul mio corpo tre tatuaggi, tutti pegni d’amore. Segno di amore eterno poiché indelebile verso colei che ho capito amare e che amerò per sempre. Una scelta non di impeto o sulle ali dell’entusiasmo ma ponderata, fortemente voluta. Tanto da averli disegnati io stesso nella forma e nel significato. Lei, mia moglie, li ha uguali. Scusate, divagavo. Un tatuaggio rappresenta il nostro essere. Una necessità di donare al nostro corpo qualcosa di incancellabile. Un marchio che ci contraddistinguerà per sempre. Lo affidiamo al corpo perché sia sempre presente. Forse nascosto ai più, ma comunque presente. Un pò come affidare il messaggio ad una bottiglia ed abbandonarla nell’Oceano con la speranza che qualcuno lo legga. Cristoforo Colombo, trovatosi in difficoltà, affidò all’Oceano le sue scoperte con la preghiera di consegnare il messaggio alla Regina Isabella di Spagna. Poi pure questo divenne illegale… Anche un libro è una sorta di messaggio affidato alla stampa e comunque a chi vorrà leggerlo. In tutti i casi sembra sempre una richiesta, la necessità dell’eterno. Affidare le proprie idee in forma scritta a qualcuno o qualcosa perché sopravvivano a se stessi e all’oblio. Lasciare qualcosa di se perché si possa essere ricordati.  Una semplice frase invece cosa può essere? Tutto o niente. Dipende dove viene collocata e che significato ha. Ci sono aforismi, frasi estrapolate magari da un contesto, che diventano pietre miliari del pensiero. Pensate a Carpe diem di Orazio oppure il Πάντα ῥεῖ, Panta rei, tutto scorre di Eraclito o ancora Ἐγὼ ἐκεῖνος εἰμί, Sono quello che sono, passo della Bibbia (Esodo).  Ho conosciuto Marco Capitoni direi per caso. Un semplice messaggio tramite Instagram, preludio di una lunga e intensa chiacchierata che ha rilevato un uomo profondo e intenso, capace di mettere in gioco ogni cosa pur rimanendo con la propria razionale filosofica integrità. Anche se Marco si definisce agricoltore da sempre, nato da una famiglia di agricoltori da sempre in Val d’Orcia, quando si ha la fortuna di poter disquisire con lui della vita, il primo pensiero è che celi studi di filosofia. Lui però continua a dire di essere semplicemente un contadino di Pienza. Come tutta la sua famiglia. Non c’era un Capitoni che non fosse contadino. I Capitoni erano contadini. Eravamo tantissimi. Già con mio babbo erano sette fratelli. Quando sono nato io eravamo tredici. Io sono figlio unico ma nello stesso nucleo familiare, c’erano tutti. Ci siamo dati connotazioni familiari più consone ai tempi.  Quando ero alle scuole elementari, ci costrinsero (e non uso il verbo a caso) a guardare il film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Di per se era già pesantissimo ma in lingua originale bergamasca con sottotitoli in italiano, rasentava La corrazzata Potëmkin di fantozziana memoria. Pesantezza a parte, il film rappresentava la vita contadina di un tempo con gli episodi che narravano la vita di quattro famiglie all’interno della medesima cascina. Un incubo che nulla a che vedere poteva avere con pensieri idilliaci e bucolici. La famiglia contadina ha tanti aspetti positivi ma non era quella cosa bucolica con il nonno davanti al camino e i tizzoni che ardono a raccontare le favole ai bambini. Le persone erano obbligate a stare insieme. Se eri contadino, dovevi fare il contadino. Dovevi sposarti una moglie che era figlia di contadini. Lavori molto duri e poco gratificanti. Dieta molto scarsa. Vivere e lavorare insieme. Gomito a gomito. Una doccia, cosa non secondaria, non c’era. Marco cerca di inquadrare in maniera cruda ma al contempo scanzonata la sua infanzia, quella di un bambino del 1965 che pur a sessanta anni di distanza sembra un’era geologica fa per quanto sia cambiato. Qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio ma comunque non perso nella memoria. Vivevano a Podere Sedime, dove oggi c’è l’azienda di Marco. Sedime, il sedimento che deriva dal latino sedimen, l’area dove poggiano le fondazioni. È li che tutto ha inizio. O fine. In ogni modo è li che c’era l’abitato, i terreni di pertinenza, il ricovero degli animali attrezzi e persone. Tutto insomma. Proprio tutto. Sono nato nel 1965 e l’assetto rispecchiava il pre mezzadria. I miei sono venuti in questo podere nel 1963 e nel 1968 hanno comperato. Il podere era una coltivazione promiscua. Vaccine, maiali, vigna, ulive e grano.  Una famiglia intera che arriva qui e qui si sedimenta. Come ciò che rimane quando il fiume è passato. Sedimenti.  Tutto torna in fin dei conti. Un tempo i figli arrivavano quando dovevano arrivare. Anche a distanza di tempo. Se la famiglia si allargava era solo una benedizione divina: sì bocche da sfamare ma anche braccia per coltivare.  Fratelli e nipoti insieme. Almeno fino a quando, a metà degli anni novanta, le campagne si spopolarono per l’esodo verso la città alla ricerca di una vita migliore. Podere Sedime non fu da meno così i terreni vennero acquisiti dal babbo di Marco e Marco si voltò non trovando nessuno dietro di se. Era lui che avrebbe dovuto portare avanti l’azienda. Metà anni novanta è il momento che fa da spartiacque. Il mio tassello nell’azienda di famiglia. Ho avuto anche io una forzatura a rimanere in azienda. Anche se il mio babbo non me l’ha mai chiesto, sapevo che su ogni muro del podere c’era scritto tu stai qui.  Hai voglia a fare esperienze esterne per capire, crescere, comprendere cosa c’è alidilà del poggio. Ciò che Marco faceva dava solo l’impressione di un tentativo di evasione da una vita che forse non voleva. Forse, perché erano di quelle evasioni dalle quali si rientra spontaneamente. Non c’era che lui a poter e dover continuare l’opera del babbo. Un dovere morale che però cozzava con quel senso di comprensione della realtà che diceva a Marco che qualcosa di più si poteva ottenere. Non fosse altro per valorizzare tutto quel sudore. Ad onor del vero, nel momento in cui però io ho proposto anche se non glielo ho detto perché si parlava poco, di cambiare l’assetto organizzativo dell’azienda per passare alla produzione del vino per proporlo in bottiglia, ho avuto una sostanziale accettazione.  In una frase due aspetti, entrambe lati di una medesima moneta.  Il primo è relativo al dialogo. Sì parlava poco. Una verità nelle realtà contadine. Non si discute a casa. Magari al bar con gli amici. Ma a casa no. Le cose hanno un inizio e una fine. È sempre stato così e così sarà sempre. Parlare non serve. Se non ad alimentare discussioni inutili.  Il secondo alla consapevolezza, all’apertura mentale di una famiglia che capisce come il figlio, Marco, abbia il diritto di modificare le cose. Perché l’azienda sarà sua un giorno ed è bene che se ne occupi da subito.  Marco vuole una azienda che non solo produca ma trasformi così da avere margini e soddisfazione.  Margini e soddisfazione. Sarà il leitmotiv di tutta questa storia. Marco e la sua voglia di riscatto. Non per se. Per una famiglia che ha dato tanto senza ricevere altrettanto. La fatica, i sacrifici, le difficoltà. Per cosa? Nulla. Non rimaneva nulla nel vendere il foraggio a chi poi si arricchiva senza aver sudato e prodotto calli. Ingiusto. Ingiusto e immorale. Per il vino si sommavano due elementi. Quello più economico che faceva immaginare per una maggiore marginalità rispetto al cerealicolo per il quale sarebbero servite dimensioni più elevate. Il vino è una cosa che fa parte di noi. Come il pane sulla tavola. Il vino, non la bottiglia. Non ero stato bagnato dal sacro fuoco del vino.  Grande onestà e senso del pratico. Non fa fatica a riconoscerlo Marco. Non c’è stata una illuminazione, la voglia di fare del vino perché unti dal Signore o animati da un sacro ideale. Nulla di tutto questo. Il vino era semplicemente il mezzo per aumentare il margine dell’azienda e poter dire: facciamo qualcosa di bello, che ci fa riconoscere curando interamente la filiera. Cultura e filiera. Con margini. Questa la forza del vino e nel vino la bottiglia e nella bottiglia l’etichetta. Perché non è che bastasse produrre uva, occorreva trasformarla. Non bastava trasformarla in vino, occorreva imbottigliarlo. Solo così si sarebbe raggiunto qualcosa. La forza di una etichetta insomma. Ridare il giusto merito a tutte le generazioni che mi avevano preceduto. Tutto il loro saper fare era stato destinato senza che nessuno se ne rendesse conto. Orgoglio e voglia di riscatto. Sociale ed economico. Rivincita non verso qualcuno ma verso la società stessa. Non che qualcuno lo abbia richiesto. Veniva da dentro. Qui sì che il sacro fuoco ci sta tutto ma senza essere un Robin Hood. Occorreva farcela da soli. Per i miei l’obiettivo massimo era fare il miglior foraggio o vendere il miglior vitello di razza Chianina. Vendevamo l’uva alla cantina sociale o facevamo vino sfuso. Non avevamo un granché stimoli in questa zona.  La zona. Come si può non avere grandi stimoli in Val d’Orcia? Belli i paesaggi con i cipressi (come quelli tra i più instagrammati di San Quirico d’Orcia). Belli i paesini con i loro caratteristici vicoli e gli scorci (sempre instagrammabili). Buoni i vini di Montalcino, di Montecucco o proprio della Val d’Orcia.  Tutto bellissimo e buonissimo. Ora. Per chi è turista. Trent’anni fa non era esattamente così.  Premesso che non c’era Instagram e i cipressi venivano utilizzai solo per dividere le proprietà, i vini avevano certamente già una loro connotazione specifica ma non erano per tutti. Complicato produrli e ancor di più venderli.  Certo è che la Val d’Orcia non concedesse grandi stimoli. Altrove c’erano le città, le industrie, il commercio. La vita non era qui. Il mio babbo aveva degli amici a Montalcino con i quali andava a caccia e io cercai di fargli apprezzare le aziende di questi che puntavano al cliente finale. Fu utile nel fargli accettare quanto gli stavo proponendo. Il lavoro di Marco parte da lontano. Nel 1998, quando si iniziano a preparare i terreni. Cinque ettari di vigneto in totale, quattro in aggiunta a quel misero ettaro necessario per il vino di casa e vendere qualcosa in giro. L’attesa dei tre anni canonici per andare in produzione è dura, ma serve per realizzare la cantina. Necessaria se si vuole trasformare.  La scelta fu di trovare gli spazi nelle strutture già presenti recuperando gli spazi.  Nel 2001 la prima vendemmia per proporre il vino in bottiglia. Ci siamo confrontati con più enologi per impostare la futura collaborazione per quello che sembrava più vicino alla nostra mentalità.  C’è chi è pianta il Sangiovese perché qui si fa quello da sempre. C’è chi i vitigni internazionali per realizzare tagli bordolesi (o similari) e distinguersi dalla massa. C’è chi infine, pragmatico come Marco, capisce che avendo poca esperienza e tanta esigenza di vendere vino, servisse qualcosa di facile. Il risultato è così presto fatto: Sangiovese e Merlot.  Il bagaglio che avevamo di conoscenza del mondo vino si limitava al territorio ovvero che siamo a 464 metri sul livello del mare, suoli freschi di formazione marina. Facevamo una buona maturazione del Sangiovese però ad anni alterni. Volevamo un vitigno facile. Io non ho una preparazione tecnica e comunque era più in vigna che in cantina. Volevo vini veri che uscivano dalle pratiche in vigna piuttosto che dagli arrangi di cantina. Il vino in bottiglia nell’immaginario rappresentava qualcosa di industriale. Una uva facile che potesse garantirci anche nelle annate difficili una ottima qualità. Da qui la scelta del Merlot. Pragmatico, semplice, diretto. Obiettivo il riscatto. Il margine sopra ogni cosa. La voglia di emergere. Ma non con artifici o giochetti di cantina. Marco vuole un vino vero. Se lo si deve imbottigliare, che non sia industriale. Nel 2001 la prima etichetta Capitoni. È l’unica etichetta che ogni anno esce. Quella in blend con il Merlot che è un puzzle che cambia ogni anno. Vendemmie separate. Vinificazione in legno diverso. Dopo i due anni di affinamento, blend finale. Li si sceglie. Minimo 60 massimo 90% di Sangiovese. Il Sangiovese botte grande e qualche tonneau. Il Merlot, barrique e qualche tonneau. Legni Francesi. Andiamo in vendemmia con acidità sostenuti. Tannini di carattere. Serviva una spalla morbida dove far riposare i vini.  Alla faccia della semplicità. Quando parlo con Marco, tutto sembra tranne che una persona che non sappia il fatto suo. Proprietà di linguaggio, termini appropriati, voce cadenzata. Ciò che lui semplifica è una realtà irta di complicazioni. Il processo realizzato per la produzione del Capitoni, blend di Sangiovese e Merlot, è qualcosa di estremamente tecnico. Per nulla banale. Eppure lui lo semplifica rendendolo quasi “scontato”. Il vino che non ha nomi di fantasia è il risultato del lavoro di tutti noi. Non potevo immaginare nulla di diverso. Poi mi sono sbizzarrito andando avanti. Sbizzarrito! Più che altro Marco, cervello fine e umiltà di chi conosce i propri limiti, sa che si deve far aiutare da qualcuno per la parte di marketing e commerciale.  C’è il logo e l’etichetta da creare. Così come una vera e propria strategia di posizionamento. Le bottiglie non basta produrle, occorre venderle! La scelta del logo è la bifora, la cariatide della finestra sopra il portale centrale della Pieve di Corsignano. È una chiesetta di campagna. Ci sono molti rimandi che mi indicavano di attingere a questa struttura. Intanto le Pieve come luoghi di culto rurali. Ritorniamo ad una doccia che non c’era. Anche andare in chiesa in paese poteva essere motivo di imbarazzo. Si andava alla Pieve e si era tutti uguali. Nella Pieve la convivenza di simboli cristiani e pagani che convivono pacificamente. Volevo un legame forte con il territorio e nella pieve si sommavano tante cose.  La realtà contadina di un tempo. Si viveva insieme. Sì mangiava e dormiva insieme. Il bagno era fuori, la latrina con la fossa. Per la doccia occorreva che si riempisse la tinozza con l’acqua calda nella quale, a turno, si faceva il bagno. L’ultimo che entrava, trovava qualcosa di non esattamente pulito. Sempre ci fosse la possibilità di farlo il bagno. Magari una volta ogni mese. Chissà! Il 2005 è il primo anno di Frasi. C’era la voglia di fare qualcosa di più territoriale. Frasi si fa da una vigna del ‘74: Sangiovese, Canaiolo, Colorino. Botte grande. Volevo mettere insieme gli elementi territoriali. Anche se esco come Orcia i nostri vigneti sono iscritti a Chianti DOCG sottozona Colli Senesi. Nel 2000 fu istituita la DOC Orcia. Magari non sarei uscito come Chianti Colli Senesi ma ritenni di dare credito a qualcosa che stava nascendo. Tuttora la scelta vendemmiale è riclassificare le uve a Orcia DOC La frase cambia ogni anno. Tra i vari privilegi del vino, la bottiglia che diventa messaggio del risultato del nostro lavoro. Con Frasi mi consente di esprimere qualcosa di non sempre legata al vino. Una frase compressa che ha una decodifica. Quello che voglio dire lo spiego. Due anni di affinamento in botte grandi. Una vigna, una botte, un vino. Un unicum. 4300 bottiglie o zero. Se l’annata vale, esce. Altrimenti non esce.  Le frasi sono di Marco. Raccontano un particolare di quella annata pensando all’annata. Nel 2007 la soddisfazione della fatica, le speranze dei risultati. Orgoglio! Per me rimane una annata nel cuore. Una delle prime quando ho potuto decidere delle cose. La 2009 erano gli anni in cui doveva uscire il disciplinare del vino biologico. Mi aspettavo uno strumento di chiarezza sulle coltivazioni. Fu una delusione e li la frase fu: poche parole e una stretta di mano. Galantuomini. A dire tutto quanto normato è scritto ma vale di più la stretta di mano. Le riflessioni di Marco sembrano quelle di un esperto di marketing. Invece sono intuizioni regalate poi a chi di comunicazione se ne intende. Spesso, proprio da questi osteggiate. Quando abbiamo immaginato la trasformazione pari passo con la parte agronomica ed enologica e proprio perché ero a digiuno di questo mondo ho ritenuto necessario chiedere supporto per la comunicazione. Io l’ho interpretato come il decoder mondo vino. Perché succede questo? Ho lavorato con Maddalena Mazzeschi e abbiamo iniziato ben prima di avere le bottiglie. Mi sentivo bisognoso di avere indicazioni. Mi è stato chiesto cosa è una consulenza. Immagina di essere in una città che non conosci e devi andare in un posto x. Se sei sveglio e sei abituato a muoverti, magari ti pendi una metro o altro e arrivi a destinazione. Se non sei abituato a muoverti in un ambito simile, prendi un taxi e comunque arrivi alla meta. Sarà più costoso ma arrivi. La consulenza è come un taxi. La meta però la devi sapere tu. Io dovevo fare queste bottiglie e dovevo venderle. Sembra banale ma è cosi. L’idea di mettere delle frasi è stata mia. Quando ho parlato di questa idea con Maddalena la sua prima risposta è stata: ma poi bisogna avercela tutti gli anni una frase da mettercela. Io avevo e ho tanto da raccontare. Non sapevo se potesse funzionare però. Ogni vino è specchio di una annata portando seco quella profonda diversità di una vigna che ha subito o meno quanto il tempo ha donato. È sempre e comunque un dono e c’è sempre un motivo se qualcosa di diverso accade. Di sicuro i vini sono diversi. Sia per quanto accade in vigna sia per quanto il vignaiolo mette del suo. Solo un vino industriale o che ha subito grandi trasformazioni in cantina sarà sempre uguale. Magari qualitativamente pazzesco, ma sempre uguale.  Non tutte le persone hanno poi qualcosa di dire. O, per dirla in un altro modo, ci sono persone che parlano con i fatti, altri con le opere, altri con parole o pensieri. Alcuni, solo alcuni, parlano con tutto questo. La firma di un vignaiolo è il vino. Una impronta indelebile e inconfondibile che va aldilà delle annate. Possono variare le stagioni ma quell’impronta, rimane. Allora a che serve una firma o una frase?  Io credo che il lavoro nostro e delle generazioni passate abbia in se dei valori e delle cose da raccontare ed esprimere che generalmente non trovano spazio. Non c’era prima la possibilità da parte di chi le viveva di esternarle.  Una sorta di esternazione della rivalsa. Un modo per recuperare il tempo perduto e dire ciò che prima non si poteva dire poiché sotteso o represso. Comunque sia, non detto, non tramandato. Pensiamo a quanta cultura sia insita nelle realtà contadine di un tempo tramandata solo per via orale di padre in figlio cosi da perdersi ad un certo punto del cammino. Cultura contadina che si scontra con le tante difficoltà e le infinitesime soddisfazioni.  È cosi che le frasi sono un modo per esprimere se stessi, le idee, le frustrazioni, le paure, i successi. Senza paura. Senza alcuna remora. Essere giudicati? Perché mai. Ogni frase è spontaneità attinta al profondo. È realtà di animo portata sull’etichetta di un vino che nemmeno si fa ogni anno.  Ne ha fatta di strada dal modesto Podere Sedime di un tempo. Sette ettari e mezzo di vigneto. Poi quindici di bosco. Un uliveto e terreni seminativi per un totale di 50 ettari totalmente bio. Ventimila bottiglie e una redditività completamente diversa da quella dalla quale erano partiti.  Nessuna velleità di andare verso maggiori produzioni al fine di salvaguardare l’artigianalità della quale va tanto fiero. Sperimentazione e crescita però si.  Il 2010/2011 Sono stati gli anni della consapevolezza. Ciò che più mi stonava era una foto olfattiva. I primi mesi dopo la vendemmia le svinature, i primi travasi. Una esplosione di odori in cantina. Portavo il vino a cena perché mi faceva gola. Uno sciroppo di goduria. In legno acquisiscono maggiore importanza, una nobilitazione per ottenere la quale occorre perdere l’aspetto varietale dato dalla zona. Il legno serve per un approdo commerciale ma da vignaiolo mi lasciava mezza soddisfazione. Così ho iniziato la ricerca di un contenitore alternativo. Il percorso di micro vinificazione in acciaio per simulare il legno, anfora, barrique esauste. Nel 2015 abbiamo preso le prime due anfore di terracotta di Impruneta. È il vino che si serve per primo in degustazione ma non è il vino di entrata. C’è la stessa qualità dell’uva degli altri vini. È un clone di Sangiovese che più si adatta a quel tipo di risultato. Qui cerchiamo frutto nella semplicità. Un vino che sa solo di vino. Semplicità nella accezione alta del termine. Un percorso di crescita. Un percorso di emancipazione sociale. Di ribellione, di orgoglio. Per potercela fare smarcandosi dalla mezzadria, dal padrone, dal doversi limitare a prodotti a basso valore aggiunto. La voglia, unita alla capacità e alla consapevolezza. La fatica, il sudore. Senza fermarsi, crescendo giorno dopo giorno, un passo dietro l’altro. Senza fretta. Tre vini in gamma. Capitoni, Troccolone, Frasi. Prodotti in quantità variabili in funzione dell’annata ma tendenzialmente con volumi di circa 12.000 per il Capitoni, circa 4.000 ciascuno (in funzione delle annate) per Troccolone e Frasi. Il Troccolone è il Sangiovese che fermenta e affina in anfora. L’elogio del Sangiovese al territorio della Val d’Orcia.  Bello e invitante l’intenso rubino che reca in se un riflesso che principia ad essere granata. I sentori sono inaspettati. Al naso arriva qualcosa che spiazza totalmente. C’è la tipicità del fresco vegetale e della viola che contraddistinguono il Sangiovese. Poi però arriva una frutta inaspettatamente cotta: prugna, ciliegia e melograno. Il balsamico esalta l’alcol aprendo completamente le narici e lasciando scoprire note che assomigliano a spezie dolci. Eppure c’è stata solo anfora! Il sorso è piacevolmente equilibrato, caldo secco fresco con tannini potenti ma non fastidiosi, non invadenti. Dovrei dire, maturi al limite del raffinato. Il Sangiovese si apre in in bocca espandendosi ed equilibrandosi fornendo un finale tendente verso l’amarognolo, marchio di fabbrica di Capitoni. Tutto riempie la bocca in un misto tra pastosità ed eleganza rendendolo intrigante. È un vino vero, direi contadino nell’alto senso del termine per la grande bevibilità e piacevolezza realizzata in anfora con lieviti indigeni. Inaspettato! Capitoni è l’Orcia Riserva DOC 2020, sapiente mix di Sangiovese (80%) e Merlot (20%). Ventiquattro mesi di affinamento in botti grandi e barrique poi almeno dodici di bottiglie.  Rubino con riflessi granata a dare un senso di eleganza del tempo. Una bella frutta matura virante verso il cotto, arriva subito al naso: prugna, pesca, mela. Poi note speziate si rivelano nel sottofondo insieme al sottobosco in una piacevole amalgama. Chiodi di garofano, anice stellato, un pò di pepe, del cioccolato, del tabacco per un meraviglioso e piacevole bouquet che prima ammalia poi risveglia grazie al velo di balsamico. Il sorso è ampio con i setosi è presenti tannini. Secco, caldo, ben sapido e con il frutto che rimane sulla parte esterna della bocca mentre al centro della lingua fa capolino quella intrigante sensazione quasi amarognola. Ampio, fresco, perfettamente bilanciato sia per durezze sia per intensità. Un vino che trasmette a pieno l’idea di un terreno arso dal sole lavorato con tanto sudore. Infine Frasi, il Sangiovese (con aggiunta di Colorino e Canaiolo) proveniente dalle vecchie vigne del 1974 con almeno ventiquattro mesi di affinamento in botti da trentatré ettolitri.  Il colore è intenso, profondo, impenetrabile.  I sentori sono di frutta matura, cotta, densa, scura, intensa. Un velo di balsamico la rende quindi caramellosa. Ruotando il calice emergono le intense e prepotenti note speziate e tostate, mitigate solo da quelle vegetali. Tutto è intenso e profondo, poi polposo da addentare. Cioccolato, tabacco, noce moscata, zenzero. Tutto è veramente armonico e soprattutto, pieno. Il sorso, nonostante siano presenti tannini intensi, comunque non invadenti, è armonico, ampio, sapido. Un gusto di mela cotogna cotta nelle spezie si incanala spavaldamente in gola con un senso di sapida  ampiezza così che, non appena l’effetto dei tannini si placa, arriva la voglia di riprovare le medesime sensazioni. Una spirale di sensuale energetico movimento, di incessante ritmo vorticoso. Anche Frasi restituisce una intrigante bocca con il finale quasi amarognolo: allora è davvero un marchio di fabbrica. Rimane da fare una vinificazione senza solfiti. Nelle tre etichette, l’unico additivo rimasto sono i solfiti. Le fermentazioni sono spontanee, non si inoculano batteri malolattici, non si fanno filtrazioni, non si aggiungono tannini, non si aggiungono stabilizzanti o gomme arabiche. Ci siamo arrivati gradualmente. Quando inizi a capirci qualcosa insomma. Dalla 2015 in poi. Ci facevano aggiungere lieviti o tannini, una vitamina c, ecc. Dal 2015 facendo anche una mezza cosa all’anno ma la facevamo. Non per un fatto religioso ma per provare a vedere quello che era possibile. I vini dovevano comunque rimanere buoni. Adesso che anche il figlio, Angelo, è entrato in azienda, Marco sa che dovrà prima o poi confrontarsi con idee nuove. Fresca linfa vitale che non necessariamente costituirà una continuità.  Per suo input si potrebbe fare qualcosa di diverso. Sì educa per simulazione o per opposto. Nell’approccio che abbiamo avuto mia moglie ed io con Angelo di sicuro abbiamo dato libertà assoluta. Lui lavora con noi ma è stata una sua scelta. Anche contro indicazioni mie. Avrei preferito che l’avesse fatto con maggiore esperienza esterna.  Tanta strada fatta. Tanta ancora da fare. Quella che sembra una storia di successo non è arrivata da sola. Ne Marco ha fatto tutto da solo. Non sarebbe possibile. Saggezza sta nel riconoscerlo.  Mia moglie mi ha dato solidarietà incondizionata. Lavorava in uno studio di commercialisti e si è sobbarcata gratis tutta la parte di contabiltà. Mio babbo da un punto di vista lavorativo ed economico. Abbiamo agganciato dei piani di sviluppo ma li devi portare a compimento anche con la parte amministrativa. Quello che abbiamo fatto da un punto di vista economico non sarebbe possibile. Lo è perché si è fatto in famiglia attingendo a risorse di famiglia.  La saggezza sta proprio in questo. Capire quanto l’apporto di una famiglia sia stato non importante, fondamentale. Un blend di saggezza e umiltà che, ne sono certo, prima o poi Marco riporterà sull’etichetta del Frasi (sempre che non l’abbia già scritto!). Ciao Marco!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius Arrow Right Top Bg

20 Giugno, 2025

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

  Qualis pater, talis filius.
Com’è il padre, tale è il figlio. Una frase che sicuramente è capitata molte volte nelle nostre interlocuzioni, spesso per sottolineare come il figlio sia talvolta molto simile al padre. È l’educazione e la presenza nella crescita che rende le persone, carattere a parte, simili. Non serve necessariamente una paternità biologica. Nell’educazione così come nell’amore. Tanto che una estensione della locuzione latina è quella che viene altrettanto spesso citata pur se in modo non corretto:
I figli sono di chi li cresce. Non conta il legame biologico ma l’affetto, l’amore, l’educazione che viene impartita ad un figlio perché si senta parte di una medesima famiglia.
È così che l’amore per una terra che non è di proprietà, può diventare viscerale solo vivendola, curandola, custodendola. Non serve sia propria. Serve amarla così come quella stessa terra, ama te. Gabriele Rosi è un ragazzo che gestisce, come se fosse suo, Borgo Salcetino, un luogo incantato, parte integrante di una delle perle del Chianti Classico: Radda in Chianti. Vengo una famiglia di operai. Non c’è un legame con il vino. Sono di Montelupo Fiorentino. Vivo fuori da casa da dieci anni esatti da quando avevo ventitré anni. Per seguire il mondo del vino. La mia passione. Chi in queste zone non ha un nonno con la terra? Suvvia, tutti. Solo che quasi tutti la terra l’hanno lasciata coltivare al nonno seguendo certamente le orme dei padri, primi tra tutti a non sentire l’attrazione del suolo. Generazioni che hanno cercato il meglio per loro e i loro figli, nonni compresi, avendo conosciuto la fatica dei campi. Ma vaglielo a spiegare che non è tutto oro ciò che luccica e che stare in un ufficio o in una fabbrica sia proprio meglio della schiena china sui campi.
Per i nonni, portare i nipoti con se nei campi (visto che i figli non ne volevano già sapere da tempo) poteva essere solo un modo per tramandare qualcosa. Non certo il lavoro. Magari i sapori. Magari le tradizioni. Gabriele è invece uno di quei giovani che la terra, l’hanno sentita nel cuore. Una magnetica attrazione fatta di sole e fatica così come di tanta vita libera e aria da riempire i polmoni. Come pochi della sua generazione (pochi perché piena di scansafatiche interessati più alla vita virtuale che a quella vera), sceglie di studiare agraria. Ho fatto agraria alle superiori. Poi fino a 18 anni non è che bevessi vino e fossi interessato. Mi appassionai intorno alla maturità. Ho però sempre avuto un palato pignolo. Se mio nonno usava un latte diverso o cambiava l’acqua io lo sentito. Una predisposizione. Il vino invece che la birra o i cocktail. Meglio un calice di vino che uno shottino. Non tanto per berlo quanto per capirlo.
Solo che se non arrivi da una famiglia dove il vino lo si produce, tutto diventa più difficile da un lato, più sentito dall’altro. Provavo piacere a capire, conoscere. Mi sono iscritto all’università di viticoltura ed enologia. Sarebbe stato il lavoro della vita. Tre anni di università a Firenze. Durante il tirocinio ho fatto la vendemmia al Castello di Albola. Sono sempre stato innamorato del Chianti Classico e in particolare di Radda in Chianti. Dopo la laurea decisi di cambiare zona e ho lavorato un anno da Avignonesi. Una esperienza non solo dettata dal Sangiovese. Mi piaceva lavorare in un azienda multietnica. C’erano persone da tutto il mondo e si lavorava con macchine all’avanguardia. Più che in cantina a fare l’enologo Gabriele sceglie di lavorare sulla terra. Per capire ancora di più. Aveva bisogno di capire cosa ci fosse a monte del vino senza pensare di poter gestire direttamente l’uva in cantina. Anche questa cosa non proprio scontata per un ragazzo di 23 anni. In genere a quell’età, o si pensa di saper tutto o di voler fare solo quello per cui si è studiato. Con le conseguenze disastrose del caso. Loro mi offrirono di rimanere ma avevo 23 anni e mi piaceva fare una esperienza all’estero. Avevo una offerta in Australia. Una azienda piccola di una grande compagnia. In Tasmania. Più parlo con Gabriele più mi sembra un extraterrestre. Un alieno entusiasta di capire prima di agire, impaziente di imparare e scoprire il mondo.
Ora, immaginatevi vostro figlio a 23 anni che decide di andare dall’altra parte del mondo, senza sapere la lingua ma senza un briciolo di paura, ad imparare.
Mia madre nemmeno mi fece andare a frequentare la scuola aeronautica perché avrei dovuto prendere l’autobus per un ora a tratta, figuriamoci cosa avrebbe fatto se le avessi detto che andavo per un anno in Tasmania. Ci sono siti, pagine Facebook, ecc. Io invece mi sono scelto la zona. La Tasmania mi affascinava. Sono andato a vedere le aziende e le cercavo piccole. Mandai curricula a 50 aziende. Volevo fare una esperienza. Venni contattato da questa azienda. Feci il colloquio e mi presero. Ecco, ma senza sapere l’inglese? Un colloquio che mi rievoca il noio vulevan savuar di Totò memoria. Il mio inglese era molto scolastico. Non avevo un grande feeling. Mi sono preparato un pò di domande dicendo: se fossi un enologo che domande mi farei? Sono stato fortunato insomma. Ci siamo sentiti tramite email per i documenti. Mi hanno trovato una casa. Sono partito da solo. Arrivato a Melbourne mi sono fatto tutti i documenti e sono andato in Tasmania all’avventura. Non volevo un posto dove ci fossero italiani. Non capivo nemmeno come si dicesse buongiorno perché avevano uno slang particolare. Ma in un mese imparai l’inglese. La vendemmia durava un paio di mesi. L’azienda faceva base spumante, bianco e Pinot Nero. Mi ero specializzato nel Pinot Nero anche se ero un semplice cantiniere. Esperienza incredibile. Quando tutti sono andati via chiesi di arrivare almeno a 90 giorni per prolungare il working holiday e rinnovarlo. Rimasi li un mese con la mia casina sull’oceano. Avevo il rumore dell’oceano e un solo disco: i Dire Straits Una esperienza di vita. Altro che vino. Di quelle che piacerebbe fare a tutti se non fosse che per vivere così, prima devi lavorare. E sodo. Mi sono girato un mese da solo l’Australia. Pensai fosse meglio fare una esperienza in Oregon o in California. Iniziai a mandare curricula. Mentre cercavo e valutavo risposta, mi arriva una chiamata dall’Italia da parte di Matteo Giustiniani. Lui è l’attuale AD di Avignonesi. Enologo nonché proprietario di una azienda di diciotto ettari a Lucca. Avrei bisogno di una sorta di cantiniere evoluto con predisposizione al lavoro in vigna. Ne rimasi lusingato. Volevo fare esperienza all’estero per poi lavorare in italia. Un pò ci ho pensato ma manco troppo e ho accettato. È cosi che Gabriele va a lavorare alla Fattoria Sardi. Tre anni intensi, dal 2015 al 2018. Una grandissima scuola. Solo che uno come Gabriele ha bisogno di cominciare a dimostrare di saper fare qualcosa. Giovane si ma con tanta energia e già un pò di vendemmie sulle spalle. Avevo 27 anni e volevo qualcosa di più. Il proprietario enologo, la moglie enologo, il consulente enologo, il direttore enologo. Dove vado io? Non ho futuro. Mi sentivo oppresso ma non ho mai cercato lavoro altrove. Quando si semina bene, prima o poi i frutti si raccolgono. In un settore come quello vitivinicolo, di persone serie ed affidabili se ne incontrano poche. Di quelle che ci mettono l’anima anche quando le cose non sono proprie, ancor meno. Nel frattempo mi sono fidanzato e siamo andati a convivere. Un giorno, non è ben chiara questa dinamica, mi arriva una chiamata da uno del nord: guarda Gabriele noi stiamo cercando una persona qui in azienda per affiancare il nostro direttore, poter crescere e lasciargli l’azienda in mano. Li per li dissi vediamoci, incontriamoci. Ero un pò scettico. Non so ancora come siano arrivati a me. Nelle vecchie email avevo mandato un cv ma nel 2012. Strano. Il legame forse sarà stato che quando sono andato al Castello di Albola l’agronomo, che era stato a Borgo Salcetino gli avrà detto che ero un bravo ragazzo perché di più non facevo! Borgo Salcetino? Chiamata da uno del nord?
Borgo Salcetino è una di quelle realtà incastonate, immerse in maniera quasi invisibile, nel variegato territorio di Radda in Chianti. Proprio questa sua invisibilità la rende incredibilmente bella. Così bella che nel 1996 venne acquistata dalla famiglia friulana dei Livon, storici produttori di vini del Collio, per allargare il proprio bagaglio vitivinicolo (e la gamma). Stesso concetto poi ripetuto nel 2001 per Fattoria Colsanto, in Umbria Feci il colloquio, poi ci risentimmo, ci incontrammo al Vinitaly. Da febbraio entrai li a luglio. Credo che io sia stato il miglior rapporto qualità prezzo. Come dire, onestà. Che Gabriele sia piaciuto come persona, penso sia stato facile. Apprezzato come professionista, forse era ancora troppo presto. Ma la lungimiranza di un imprenditore sta anche in questo: scovare talenti cui affidare le chiavi di una azienda. Mi affiancano al vecchio direttore. Insomma si poteva rischiare di inserire un ragazzo giovane. Mi avevano promesso di lasciarmi la conduzione dell’azienda dopo che il direttore fosse andato in pensione. Avviene proprio così, in quella modalità che solo le aziende serie e in grado di programmare sanno fare. Nel 2018 si impara. Nel 2019 la gestione è un affiancamento tra i due con la prima vendemmi interamente affidata a Gabriele. Nel 2020, onore e oneri tutti a Gabriele. Nel frattempo cambiò anche l’enologo di Livon. Da una persona di oltre sessant’anni a Giovanni Genio che è la figura di riferimento. Un meraviglioso cambio generazionale in Livon accompagnato anche dalla nomina di Matteo Livon, classe 1988 alla guida dell’azienda. Cosa questa che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la lungimiranza di una azienda che guarda al futuro con i piedi ben piantati nella solidità della terra che l’ha vista nascere. In una azienda agricola, specialmente se si è a distanza e se le cose da gestire sono tante, non si può che delegare affidandosi a persone competenti. Sono abbastanza libero in cantina. La parte agronomica, la vendemmia, la parcellizzazione, sono tutte cose che devo decidere io. Per dubbi e consigli, parlo con Giovanni essendoci anche un bellissimo rapporto di amicizia. Ci confrontiamo perché siamo una bella squadra. Quando arriva il periodo dell’imbottigliamento vengono in azienda Matteo, la proprietà e Giovanni cosi che assaggiamo insieme le masse per la gestione delle singole etichette. La cosa che mi da tanto orgoglio è che mi lasciano tanto spazio per lavorare. Questa è la delega. Questo il modo per valorizzare le risorse umane consentendo loro di esprimere il massimo delle potenzialità facendo le cose con energia vitale e passione. La cosa che fa onore alla famiglia Livon è che da friulani hanno voluto mettere un ragazzo toscano che conoscesse il territorio in toscana e un ragazzo umbro che conoscesse il territorio in Umbria. Fin dal primo giorno che mi hanno inserito in azienda mi hanno sempre presentato come il responsabile dell’azienda. Anche da un punto di vista enologico. Questo è molto stimolante. Undici ettari di vigneto da gestire da solo. Una produzione di circa 80.000 bottiglie. Quattro etichette improntate al Sangiovese. Davvero una grande responsabilità per un ragazzo dell’età di Gabriele. Però è cosi che si cresce ed è cosi che si ottengono grandi risultati. Fornire stimoli continui senza per questo fornire stress. Ho bisogno di stimoli e di lavorare in una azienda dove ci sono progetti di crescita. All’inizio ero ansioso ma ho avuto modo di imparare grazie al vecchio direttore. È stato molto stimolante. Capire guardandomi intorno. Studiare. Sperimentare. Lo spavento iniziale è presto scomparsa. Grande energia. Precisione. Voglia di fare e farlo bene. Per se stessi certo, per l’azienda ovviamente, per il territorio di Radda. Sono in azienda dal 2018. I primi tre anni sono di conoscenza. Poi si iniziano a capire le zone migliori cosi da vinificarle da sole. L’affinamento ti obbliga a metterli in bottiglia dopo trenta mesi. Il mio lavoro inizio a vederlo adesso. Fino ad oggi è stato tutto molto stimolante. Per ora non ho bianchi e dunque l’unica sarebbe un rosato o una base spumante di Sangiovese. Occorre però seguire le indicazioni dell’azienda. Ad oggi la volontà dell’azienda è di rimanere con questi quattro vini e per me va bene cosi. Per ora. In verità a Gabriele dei bianchi o di ciò che non sia Sangiovese, interessa poco. L’amore è per il Chianti Classico e, soprattutto, per Radda in Chianti. Ho girato molto la Toscana come tutti quelli che amano il vino e la cultura contadina. Ogni zona ha la sua peculiarità e da giornalista mi sembrerebbe fare un torto elogiandone una piuttosto che l’altra. Radda però è forse l’areale rimasto maggiormente selvaggio e incredibilmente diversificato. Sarà per questo che il Sangiovese qui assume una espressione tutta sua fatta di finezza ed eleganza autentica e non edulcorata. Ho provato tre espressioni diverse del Sangiovese di Borgo Salcetino. Tre interpretazioni che sembrano essere tre spartiti diversi di una medesima melodia. Come a dimostrazione di quanto la musica di un vitigno possa essere profondamente diversa quando interpretata con gli strumenti giusti. Il primo è il RossoSole che vede l’unione del Sangiovese con il Merlot in un matrimonio solo per breve tempo (sei mesi) sedimentato in barrique. Mi è particolarmente piaciuta la freschezza dell’unione tra i due vitigni che ha generato un vino croccante e giovane sia al naso sia in bocca. La ciliegia è croccante. La prugna e l’arancia sono appena mature. I fiori di viola e le erbe portano con se un velo di balsamico. Le spezie sono solo silenti spettatori che si godono lo spettacolo senza interferire più di tanto e quel tanto per concedere un minimo di impercettibile, seppur presente, rotondità. Il sorso presenta tannini maturi e levigati che mantengono comunque la freschezza della frutta croccante e la goduriosa sapidità così da farne un vino immediatamente godibile. RossoSole va goduto per la sua freschezza arrotondata dal Merlot, per la sua struttura non opulenta e non importante, per la capacità di bere bene nella semplicità. Poi il Chianti Classico 2021 che ha un periodo di affinamento in botti da 50 ettolitri per quasi due anni. Lo versi nel calice e capisci immediatamente che si tratta di un vino fine ed elegante per via di una incredibile e luminosa trasparenza. Sentori immediatamente floreali che si uniscono alla frutta fresca e croccante. Fai un bel respiro nel calice ed ecco emergere il balsamico che pervade le narici donano leggere spezie e leggiadre tostature in una alternanza cadenzata, ritmica, danzante. Freschezza e dolcezza che si rincorrono come amanti nel prato. Amanti, non bambini. Perché si sente sostanza e corposità. Passione e intensità. In bocca infatti avviene l’esplosione di sensi. Una immediata dolce freschezza che pervade. La ciliegia carnosa da addentare che sprigiona il suo caldo succo acidulo ma non aggressivo. I tannini infatti sono li presenti ma non fanno male: governano il sorso senza aggredire. Emerge quel senso di vegetale che intriga ed ammalia poiché rende il sorso longevo e intrigante. Grande persistenza e immensa bocca finale con quel velo di amaricante che continua ad intrigare. Tanto La cosa che mi ha sempre affascinato è il paesaggio. Mi faceva impazzire venire qui e guardare il panorama. L’idea di biodiversità mi piaceva tanto. Così come il Chianti Classico. Radda è un paese conosciuto per il vino ma la superficie vitata è il 7%. Volevo lavorare in un ambiente variegato. Le colline di Radda mi hanno sempre fatto impazzire. La prima volta che sono venuto a Borgo Salcetino mi sono detto: io sono della zona, questo posto è fantastico eppure vivevo qui vicino. Ci sono terreni argillosi e calcarei ma anche all’altitudine. I critici di Radda dicono che la fortuna sia il cambiamento climatico perché negli anni 70 si faceva fatica a fare vini sopra i 13 gradi. Qui a Radda riusciamo ad esaltare l’eleganza del Sangiovese. Non si tratta di essere critici ma le condizioni climatiche di Radda erano un tempo proprio quelle che, insieme alla tipicità dei territori, non consentivano elevati accumuli di zuccheri. Se questa costituiva la difficolta ad elevare il grado alcolemico, determinava al contempo la finezza ed eleganza dei vini. Il territorio è fantastico e non grazie agli enologi ma a madre natura. Gli enologi fanno il loro lavoro in cantina. Io credo nell’affinamento in botti grandi. Utilizzo botti da 50 ettolitri per il chianti classico, 25 per il riserva. Lucarello è il Chianti Classico Riserva 2020, Sangiovese in purezza con 30 mesi di affinamento. Deriva da una vigna specifica che i francesi chiamerebbero cru. Ma siamo in Toscana e forse, ancora, non ci si bada. Il colore nel calice evidenza una vena granata nella intensità di un meraviglioso rubino, segno di grande maturità. Sembra così vivido ed acceso che ci si specchia dentro richiamati da un senso di profonda attrazione. Sarà anche per gli invitanti e volitivi sentori di fragola, ciliegia, prugna, scorze di arancia che aprono, grazie al balsamico, alle spezie di cardamomo, noce moscata, liquirizia, cioccolato, tabacco. Roteo il bicchiere e scorgo le mie dita nel fondo, rimanendo a godere di una inebriante finezza. La liquirizia continua a pervadermi le narici unendosi alle erbe officinali e al cuoio per un bouquet intenso e delicato. Il sorso è vigoroso poiché fresco, con un tannino non eccessivamente invadente, caldo e appagante, sapido e sapido da essere finemente godurioso. Un sapore di frutta viva e quasi ancora acerba che rende la bocca elegantemente pulita. Un vino che sa di grande prospettiva e incredibile versatilità. Ci sono terreni diversi in zone diverse. Ci sono anche piccole parcelle di terreno che gestisco come cru. Per me non è una varietà unica ma tante varietà in funzione del vigneto. Gabriele parla con tanta competenza. Ama il suo lavoro. Conosce le vigne e ne sa sfruttare le caratteristiche. Sembra che ogni metro quadro sia un figlio diverso che va trattato in maniera diversa. La mia filosofia è il legno grande perché garantisce la micro ossigenazione senza cedere componenti aromatici. Assaggiando il Chianti Classico dopo dodici mesi come da disciplinare ti accorgi che è ancora un pò duro. Per questo la scelta aziendale è di prolungarne l’affinamento. La botte da 25 ettolitri per il riserva ha un discorso diverso. Devo mettere una massa che mi permetta un affinamento più lungo. La botte da 25 ettolitri è la botte perfetta per un sangiovese di qualità. La superficie di contatto è maggiore ma è il rapporto perfetto tra legno e vino. Lavoro cosi sulla rotondità e la micro ossigenazione. Iniziamo a dare complessità al vino senza coprire gli aromi primari del sangiovese. Sulla Gran Selezione la filosofia era 30 mesi di barrique. Io lo trovavo un pò troppo internazionale e non ci sentivo Radda. Abbiamo investito sul botti da 25 ettolitri e li invecchiamo il nostro vino. La botte nuova è invasiva ma non come la barrique. Radda ci deve stare. Gabriele Rosi non è solo l’enologo o l’agronomo di Borgo Salcetino. Ne è l’anima e la forza propulsiva. I vini, diretta emanazione, lo confermano. Si sente la freschezza giovanile e l’orgoglio di un territorio. L’amore per la sua terra e per un territorio che deve certamente essere valorizzato ma ancor prima, custodito. Gabriele ne è custode fedele al pari di tanti altri bravi e seri vignaioli della zona. L’unica vera differenza con Gabriele è che lui non è il proprietario delle terre che custodisce. Questo lo pone in una posizione di maggiore ammirazione. Almeno da parte mia.
È proprio vero che i figli sono di chi se li cresce!     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Oione. Alex Cerioli, la forma dei sogni Arrow Right Top Bg

30 Maggio, 2025

Oinoe. Alex Cerioli, la forma dei sogni

Cosa è la positività? E a giornata finita
A stanchezza salita
A salute brindata
Provi a fare i conti
A giornata finita
Alla fine capita
A preghiera pensata
Tu ti prendi il tempo che
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
Sono sempre i sogni a fare la realtà
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
E sogna chi ti dice che non è così
E sogna chi non crede che sia tutto qui Sono sempre i sogni a dare forma al mondo. Ligabue La positività è poter dare una forma ai propri sogni. Cercandoli da svegli dopo che ci hanno fatto compagnia la notte. Senza dannarsi l’anima, sorridendo alla vita e alle cose della vita. Affrontando il giorno con la voglia di realizzare qualcosa. Non necessariamente i sogni. Perché tanto quelli, prima o poi arrivano. Qualcosa che inganni il tempo e aiuti ad alzarsi ancora il mattino per arrivare poi stanco alla sera.
Nella semplicità ci sono le cose belle della vita. Nella semplicità del rapporto con la terra ci sono i valori. Da coltivare come fossero delle piante. Giorno dopo giorno. Ma che forma hanno i sogni? Per Alex Cerioli, quella di una bollicina. Anzi, di una serie interminabile di bollicine che emergono impalpabili da una flûte di metodo classico. Per berle e brindare alla vita, soprattutto per produrle. A Parma. Sono un semplice contadino della bassa mantovana. Come cultura e famiglia siamo agricoltori da generazioni. Il fatto della vite e del produrre vino è stato un mio sogno che ho realizzato. Un sogno che avevo coltivato dentro me stesso anche quanto economicamente parlando si poteva fare. Alex Cerioli, fisico massiccio di chi ci tiene, sorriso stampato sulla faccia. Una faccia che ti fa subito simpatia e che non si fa fatica ad incasellarlo in Emilia Romagna. Appena ti saluta, capisci subito come sia emiliano. Di Viadana per la precisione, provincia di Mantova. Ma Mantova non è una provincia della Lombardia? Si, certo ma questa è sempre Emilia. Aldilà di chi ne ha spostato i confini culturali Io nasco come allevatore di suini da quando mi sono diplomato. Papà aveva i bovini e le mucche da latte. In quel periodo li c’era l’inizio delle quote latte, le multe. Papà aveva prodotto tantissimo latte e le multe erano arrivate: parecchi milioni di vecchie lire. Insomma non andava bene tenerle. Mi diplomai geometra, si vendettero le vacche e venne aperto un piccolo allevamento di suini che abbiamo tenuto fino al 2008. Nel 2008 ci fu una crisi di mercato dei suini. Decidiamo di intraprendere dunque un nuovo percorso, quello del biogas. Gli allevamenti sono aumentati e l’azienda è passata da avere 18 ettari di terreno a 380 di cui 170 di proprietà. In quindici anni. Poi sono arrivate le acquisizioni di un’altra azienda suinicola con altri soci quindi gli investimenti in bioenergie. Non per ultimo nel 2013 siamo riusciti a realizzare il sogno di una cantina. La cantina l’abbiamo comprata nel 2013 quando il mio enologo tuttora enologo che avevo conosciuto per fare una cantina a Viadana dove abito. In pianura nella bassa mantovana. Volevo produrre spumante elle nebbie del Po. Quando una persona racconta il proprio sogno che si avvera, tende a saltare completamente quanto accaduto prima. È come se la fatica, il sudore e i sacrifici necessari per arrivare a realizzarlo, fossero immediatamente passati in secondo piano. Anzi, nel dimenticatoio. Eppure sono stimmate, profonde indelebili ferite che magari non fanno più male, però sono li a ricordartene. Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ecco, che qualche tua amica disinfetterà. Con Alex non ne abbiamo parlato se non marginalmente. Un matrimonio alle spalle, tre figlie delle quali due già grandi, una compagna attuale. Eppure sono convinto che “certe notti” parlino di lui in qualche locale della bassa. Con una azienda da mandare avanti e il suo volersi godere la vita Certe notti la macchina è calda
E dove ti porta lo decide lei
Certe notti la strada non conta
E quello che conta è sentire che vai Anche se poi la sensazione è che comunque qualche ferita la nasconda davvero. Il suo fare guascone, la risata, vera e sincera e sempre pronta, il piglio con il quale racconta. Non so.
Lui è cosi comunque vada. L’Emilia ce l’ha nel sangue e non lo nasconde per nulla. Quando ha parlato dei suini, mi è venuto in mente tutto quanto di buono, in termini di salumi, possa da essi derivare. Da emiliano e da imprenditore emiliano, ci ha messo su un ristorante con salumeria annessa: Osteria la Bastia. Una visita è d’obbligo! Dicevamo del sogno. Quello di Alex. Una vigna. Una cantina. Soprattutto un metodo classico. Voleva il Lambrusco metodo classico. Per distinguersi. L’enologo mi lascia parlare per un paio di ore mentre gli espongo il mio progetto. Avevo i terreni comprati, le quote viticole. Era un pomeriggio di metà estate. Alla fine mi dice: ma chi te lo fa fare di fare una cantina dove puoi coltivare solo del Lambrusco. C’è una cantina ormai pignorata dalle banche che è oggi la peggior cantina di Parma ma ti posso garantire che quella collina è speciale. Ha caratteristiche che gli altri non hanno. Un mese dopo ero a raccogliere l’uva.   La parlata, oltre ad essere emiliana, è veloce. Difficile interromperlo ma poi mi chiedo perché visto che è piacevolissimo ascoltare una persona che sa di vitalità. Come capisco l’enologo nel lasciarlo parlare del suo progetto: interromperlo sarebbe stato oltre che imprudente anche inutile. Il metodo classico lo avevo già in testa facendolo con il Lambrusco. Le bollicine erano un mio chiodo fisso. Avevo avuto approcci con altre cantine ma il cuore non si entusiasmava. Deluso di non poter realizzare il progetto mi ero detto: lo faccio a casa mia con il Lambrusco. Smontare una idea di Alex non deve essere facile ma è comunque una persona pragmatica che mette famiglia e business sopra ogni cosa. Non tanto per una realizzazione personale. È più la necessità di fare le cose per bene. Se qualcuno gli propone una idea migliore della sua, ci mette un attimo a cambiarla. Sa che le cose si realizzano con tanta tenacia ma ascoltando attentamente tutti e osservando ciò che si ha intorno. L’enologo mi ha smontato. Farlo a Viadana in provincia di Mantova senza una denominazione non avrebbe avuto senso. Io manco sapevo a Parma si facesse il vino. Così come ha fatto con l’azienda di famiglia da quando il padre, all’età di diciannove anni, gliela ha intestata, Alex si butta a capofitto nella nuova avventura. Crescere e divertirsi. Non arricchirsi ma divertirsi e stare bene con gli altri. Quando butto la testa io faccio alla svelta. Allora erano 14 ettari oggi sono 26 più una decina in affitto. Tutto piantato. Comprati circa 3 ettari già piantati. Tutti gli anni piantiamo qualcosa. Alex nasce con le mani nella terra ma nel mondo del vino è un autodidatta che deve alla sua curiosità e al saper ascoltare e guardare il successo di ciò che fa. Parma è stato un amore a prima vista. Era una sfida e a me piacciono le sfide. Non è una zona conosciuta per gli spumanti. Tutti questi vitigni a Parma ci sono perché c’era l’influenza di Maria Luisa d’Austria, seconda moglie di Napoleone che con le famiglie nobili francesi avevano impiantato le loro aziende. La fillossera colpì molto Parma cosi da eliminare tutte le colture. C’era però la tradizioni. La Barbera, la Malvasia e il Lambrusco Maestri erano a corollario dei vitigni internazionali. L’unico vitigno che ho messo io è il Pinot Nero. Non c’era perché il precedente proprietario l’aveva estirpata perché aveva smesso di fare spumante metodo classico. Pinot bianco e chardonnay c’erano già. Non si pensi che la storiella della zona sia stata imparata a memoria tanto per condividerla con un giornalista. Qui si tratta di comprendere a pieno le potenzialità di un territorio che per anni ha visto Lambrusco e cantine sociali. Il che non ci sarebbe niente di male se non fosse che in questo modo il territorio non si può caratterizzare per produzioni di elevata qualità. Avere a cuore il territorio vuol dire capirne l’essenza e soprattutto le potenzialità. Potenzialità alle quali nemmeno il consorzio sembra credere fortemente. Basta andare sul sito del Consorzio Tutela dei Colli di Parma per capire come non ci si provi nemmeno a valorizzare il territorio. Sembra tutto banale e banalizzato. Nessun cenno storico quando a Parma si faceva vino dai tempi dei romani che si insediarono qui già nel 183 a.C. Le dominazioni napoleoniche e le influenze francesi portarono qui tanti vitigni, enologi famosi e metodi interessanti. Poi non ci si credette fino in fondo dando spazio al Lambrusco. Il Lambrusco metodo classico l’ho fatto una sola volta per un amico. È venuto talmente bene che si è fatto la cantina. Le uve erano le sue Il metodo classico di Alex nasce subito alla prima vendemmi nel vigneto storico I boschi dove nasce anche il Cru Cerioli X con l’etichetta intitolata al Teatro Regio di Parma con il quale c’è una collaborazione. Li nasce la prima bottiglia. Erano 3600 bottiglie. Volevo berlo nel tempo. L’abbiamo lasciato li 10 anni. Nel 2024 abbiamo prodotto altre bottiglie del decennale. Il primo anno, 2013, ho fatto uno Charmat da Barbera. Era di un vigneto sbagliato perché chi lo aveva piantato l’aveva piantato verso nord e non prendeva colore. Il metodo classico da Barbera arriva dopo sperimentazioni nel 2017. L’Oinoe X Brut che ho assaggiato era vendemmia 2019 con sboccatura novembre 2023. Oltre 50 mesi sui lieviti per un blend Pinot Bianco (60%) e Chardonnay che definire meraviglioso è poco.
Perlage finissimo già nel calice. Sentori di crosta di pane, frutta delicata tipo ananas e lime. Molto minerale e con una intensità inebriante.
Un gusto in bocca estremamente fine e conturbante. Il perlage fino in bocca è ancora più elegante. Secco, fresco, voluttuoso. Una persistenza anche lunga e un finale di bocca fantastico con un retrogusto di limone con una vena di fumè e una crosta di pane fragrante che torna. Pulizia di bocca superlativa con un non so che di intrigante e stuzzicante amarognolo appena percepito.
Ecco, questa è la dimostrazione di come per fare bollicine serie, basta sfruttare e bene le potenzialità del territorio. Oltre che avere un bravo enologo come Alberto Grasselli. Io sono un ignorante totale di vino e ho ascoltato. Gli ho dato carta bianca. Lui era molto felice di questo perché mi raccontava le difficoltà di intraprendere percorsi di questo tipo nelle cantine dove era stato. Carta bianca per produrre anche un altra incredibile bollicina come il Cerioli Zero Nature da uve Barbera. Ho assaggiato la vendemmia 2020 con sboccatura maggio 2024: un metodo classico che non ti aspetti e invece ti conquista.
Grande intensità olfattiva con frutti di bosco e piccoli frutti rossi che si uniscono alla crosta di pane come se fosse marmellata sul pane. Poi la mela annurca, fiori che sbocciano qua e la e poi tanta tanta mineralità.
Bellissimo e finissimo il perlage che fa assaporare sapidità e freschezza.
Ottima la persistenza e grande ritorno della frutta che comunque, nella eleganza e finezza, ci sta tutta. Alex ascolta e si prende in giro da solo. È un imprenditore. Un visionario. Una persona che guarda avanti. Vede il futuro con quel misto di guasconeria e intelligenza. Non gli fa paura. Lo eccita. Gli da quella carica che serve per non stancarsi mai. Non sono normale. Ho la fortuna di avere tantissimi collaboratori. Tutti giovani e quasi tutti che non provengono dal settore in cui sono. In cantina non ho una persona che abbiano avuto precedenti esperienze nel mondo del vino. Andavo da miei amici che mi esprimevano solo negatività circa il settore. Ma io il progetto lo volevo fare. Per questo mi sono rivolto a persone non del settore. La determinazione. La voglia di fare qualcosa nel mondo del vino, di produrre bollicine di qualità. Allora cosa si fa? Sì chiede agli amici che, invece di incoraggiarlo, gli parlano solo degli aspetti negativi del business. Ce l’ha con loro? Piuttosto non gliene frega nulla. Solo che non si lascia influenzare. Ho introdotto mia sorella, mia figlia. Il commerciale è il fratello del mio avvocato che vendeva spugne. Abbiamo sviluppato la rete nel centro sud perché lui vendeva spugne li. Un sognatore che fa le cose con quel fiuto che magari da l’impressione di non prestare particolare attenzione al lato economico a breve termine. Anche se non è così perché quando uno ci nasce con il fiuto non ha tanto bisogno di fare i conti. Le sue scelte, per ora, si sono rivelate tutte azzeccate. Dai suini al biogas. Biogas? Un’altra trovata mica da ridere. Sono uno dei primi privati a sviluppare il progetto del biometano e UniCredit mi ha finanziato. Tutti mi dicono che non sono normale ad avere le esposizioni cosi alte. Sveglia alle 5 e subito in azienda a Viadana dove vive metà della settimana (l’altra metà a Desenzano dove ha la compagna). Un giro in azienda per vedere bene le cose. Il momento migliore è proprio quando non c’è nessuno. Poi arrivano i doveri familiari e c’è una figlia da andare a portare a scuola. Arriva quindi il cantiere e ancora a Viadana. Il pranzo è quasi sempre al ristorante di Zibello. Il pomeriggio è dedicato alla cantina. Almeno fino alle 19. Da li, la stanchezza arriva presto. Il tempo me lo trovo anche per i miei capricci. Sono uno che la vita se la gode. Mangiare bene e stare con amici e famiglia. Le figlie sono entusiaste. Voglio che facciano da sole. Ci sto prendendo le misure ma le lascio indipendenti. L’estate scorsa si sono inventate di fare le feste da discoteca in cantina. Non solo vino. Oggi per tirare giovani in cantina devi dargli anche il mix. Ogni cosa che Alex intraprende è una sfida personale prima, un divertimento poi. Magari lui dirà il contrario ma poco importa perché lui da sempre il meglio. Si vive di emozioni e lui le deve provare. Altrimenti non se ne fa nulla. Quando scendo in cantina e mi trovo sessanta, settantamila bottiglie di metodo classico mi batte il cuore. Qui si produceva metodo classico ma si è smesso. Così si è persa la tradizione. Perché non hanno osato. Hanno preferito vendere prodotti a basso costo. Adesso io auspico che aumentino colleghi di metodo classico a Parma. Non sono più da solo. Non mi mangiano una fetta di torta ma facciamo territorio. Non solo metodo classico nella gamma di Oinoe. Tanto altro. Forse troppo. Ne ho contate ventidue. ma Forse mi sbaglio In questa zona qui tutti hanno tante tipologie di vino. Sarà perché ci sono tanti vitigni. Il fatturato lo facciamo con la Malvasia e il Mambrusco. Come volume. Con il Lambrusco perdo dei soldi. Non deve essere quello trainante dell’azienda. C’è troppa concorrenza ed è considerato povero nonostante le ore di lavoro che comporta produrlo. Il mio obiettivo non è dire che sono arrivato a trecentomila bottiglie ma dire: oggi sono arrivato a 1.5 milioni di fatturato con 150mila bottiglie. Spererei di fare 1.8 con 80mila bottiglie vendute. Il Lambrusco solo qualche bottiglie estrema. Bianchi e rossi fermi si ma il tanto amato metodo classico. Ho fatto l’anfora perché credo nella tradizione del territorio. Ho lottato perché La Malvasia è sempre stato considerata un prodotto di bassa linea. Ho sviluppato l’anfora, poi la Rea, molto strutturato, cicciotta; la Bio che è su un vigneto alto vicino il passo della Cisa (l’abbiamo chiamata Brezza di Monte) vendemmiata in anticipo, in acciaio. Così ha una bella spalla che può andare anche sul pesce. Le tante etichette in fin dei conti è la voglia di sperimentare e mettersi sempre in gioco. La sua estrosità, la spalvaderia forse. Diventa un difetto per i costi ma un pregio perché gli ha consentito di crescere velocemente specialmente nella zona. Oinoe, la città del vino. Per la sua cantina il nome scelto sembra uno scioglilingua. Ma non è proprio così. Quando ho comprato l’azienda, io sono uno che va dentro con la ruspa e spiana tutto, non si poteva lavorare su un brand che non andava bene. Un amico grafico, professore di musica e storico, mi ha illuminato subito. Anche se ho fatto fatica per un anno a pronunciarlo. È la prima città nella mitologia greca che fece il vino. I primi nomi dei vini era tutta riferita alla mitologia greca. Ha permesso di farmi notare. Le bottiglie erano satinate. Non mi conosceva nessuno e mi dovevo far notare. Una personalità istrionica. Un personaggio di quelli che non nascono ne incontri facilmente. Eclettico, energico e sempre attivo come l’orsetto della Duracell. Di fondo, un sognatore che dopo aver realizzato un sogno (perché lui li realizza) subito si predispone al prossimo. La voglia di fare un metodo classico con delle spalle e degli anni dietro. Ca’ del Bosco ha presentato l’Annamaria clemente 1982. Mi sono arrivate due bottiglie e le ho messe da parte. Mi sono messo a piangere perché mi sono detto: ma questo uomo che ha aspettato 42 anni per fare la sboccatura di un gioiello…Una la aprirò appena finisco l’impianto di biometano. Con la mia compagna. Alex Cerioli è così. O lo ami o lo odi. Non ci sono mezze misure. Non deve essere facile lavorare con lui ma è un buono dunque anche un generoso che si fa voler bene. Di certo non deve rimanere fermo. Perché li si arrabbia. Lui che è sempre in movimento e che è più spumeggiante delle sue bolle, di rilassarsi forse non ne ha la necessità. La voglia forse si. Specialmente quando è a tavola con la famiglia e gli amici. Il mio sogno con Alex? Trovarmi un giorno al suo ristorante a chiacchierare e bere quel Lambrusco metodo classico che avrebbe sempre voluto fare. Chissà. Un giorno!     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Van Thiel. Lussuria e leggerezza Arrow Right Top Bg

23 Maggio, 2025

Van Thiel. Lussuria e leggerezza

C’è chi l’amore lo fa per noia 
chi se lo sceglie per professione 
bocca di rosa né l’uno né l’altro 
lei lo faceva per passione Noia. Professione. Passione. È sempre e comunque un modo per iniziare a fare le cose.  La noia probabilmente è per chi cambia in continuazione. Troppo preso dal volere che le cose accadano di continuo e diversamente. Sperimentare. Cambiare. La professione. Ciò che un pò accomuna gran parte delle persone. Sì sceglie di fare qualcosa come fonte di reddito. Non si vive ne bene, ne male. Forse si sopravvive e basta. La passione. Quando arriva la passione si smuovono le montagne. Spesso si fanno pure fesserie tanto è l’ardore di veder realizzato un proprio sogno. Quante volte ci siamo trovati a tavola tra amici a fantasticare sul futuro. Scrivere progetti tra sorrisi e calici di vino. Parlare di quanto sarebbe bello se. Ecco se. Quel se che poi blocca ogni progetto perché coinvolti e presi dalla vita di tutti i giorni. Dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia.  Francesca Vannetiello e Riccardo Clemente si conoscono da quando ne hanno ricordo. I loro genitori da ancor prima. È come se fossero cugini così che gran parte del tempo libero, lo trascorrono insieme. Prima a Montesarchio (AV) come ragazzi quindi a Roma come studenti di giurisprudenza.  Riccardo proviene da una famiglia produttrice di vino da generazioni: Masseria Frattasi. Laureato in giurisprudenza, è stato risucchiato nell’azienda di famiglia con il fratello che invece lavora li da tempo. Francesca ha scelto di studiare diritto sia per una innata voglia di concretezza sia perché, vivendo in una casa dove si mangia probabilmente pane e codici visto il papà Dario, noto penalista italiano, era difficile scegliere altro. Anche se di esercitare la professione forense percorrendo le orme paterne non sembra assolutamente essere interessata. Negli anni ho sviluppato la passione per il mondo del vino. Probabilmente per influssi esterni. Papà è un avvocato ma è amico di Pasquale, un viticoltore campano che è Masseria Frattasi. Sono amici di infanzia. Io sono automaticamente amica dei figli di Pasquale. Riccardo è attualmente il mio socio. Siamo quasi cugini. Facciamo vacanze insieme. Anche lui laureato in giurisprudenza a Roma. Andiamo molto d’accordo. Tutto inizia per scherzo. Proprio nelle sere d’estate trascorse all’aperto mangiando e bevendo vino. Quelle dove ci si rilassa dopo una calda giornata. Si ride. Sì fanno discorsi che nascono da dentro ma si nascondono tra le pieghe della leggerezza estiva. Nelle sere d’estate del 2019 ci vedevamo in Masseria da Riccardo. Cenavamo e facevamo degustazioni. Riccardo si lamentava perché a tavola mancava sempre il Primitivo. Ero molto interessata alla diatriba che si creava. Mi divertiva. Nel tempo Riccardo scherzava dicendo che lo dovevano fare pure loro mentre il padre rispondeva che non esisteva, che serviva la vigna ad alberello, il terreno giusto. Zio Dario bisogna fare qualcosa diceva allora Riccardo a mio padre. C’è una fase della vita, arriva intorno ai due anni, durante la quale si forma la personalità dell’individuo. In quel momento si manifesta il pronome personale “io”. Avviene attraverso la richiesta di voler fare autonomamente le cose. Il genitore, premuroso e attento ad evitare disastri, prova a spiegare che non è possibile ma, nel caso di esserini molto determinati, si rischia di finire allo scontro per via delle grida disumane che non tardano ad arrivare. Ecco allora che si concede la possibilità di sperimentare già conoscendone comunque l’esito.  È in questa fase che l’esserino sperimenta e inizia a fregarsene di sbagliare. Tanto, lo sa, anche se inconsciamente, che prima o poi riuscirà nel proprio intento. Nel medesimo arco temporale, inizia a farsi strada nel genitore l’idea che quell’esserino non ce la farà mai: è piccolo! Il problema è che sarà piccolo per sempre. Non fosse altro perché la differenza anagrafica con il genitore non si allevierà mai. Da qui spesso si generano quei pazzeschi problemi interazionali che si vedono in giro. Tutto questo panegirico perché mi sono immaginato la scena di Dario e Pasquale, rispettivamente genitori di Francesca e Riccardo (che avevano già deciso di fare vino insieme. Certo, Riccardo un pò di dimestichezza l’aveva pure essendo nato in una famiglia di viticoltori ma Francesca, vendemmie e amicizie a parte, poco o niente) che si trovano dinanzi ad una idea strampalata, impegnativa e poco percorribile con dunque la possibilità di farsi una risata oppure rifletterci su. Probabilmente nella testa di Pasquale non si era creato nemmeno il più flebile dei pensieri relativo al produrre un Primitivo nelle terre della Masseria di famiglia. Così come in quella di Dario che la figlia si mettesse a produrre vino in generale.  Però, perché non assecondare i sogni dei propri figli? Pasquale e mio papà ne hanno parlato. Abbiamo così fatto cinque sei spedizioni in Puglia girovagando per cercare terreni e cantine dove produrre. Non c’era una idea precisa. È capitata l’occasione perché il figlio della famiglia Centonze era professore alla Cattolica. Sono entrata in contatto con lui attraverso gli studi. C’è stato un avvicinamento e poi la formalizzazione.  Insomma trovano la cantina e i terreni? Non proprio. La cantina è parte di un palazzo del 1700, in quel di Squinzano, piccolo e incantevole comune nei pressi di Lecce. I terreni non ci sono più però. Alienati da tempo ai contadini locali che continuano a coltivare l’agognato Primitivo. Solo che lo fanno per loro o per conferire le uve. La storia si ingarbuglia complicandosi non poco. Oppure no. Fare una offerta di acquisto delle uve ai contadini locali non è poi così complicato. Basta comprarne tanta e il gioco è fatto. Si ma tanta per due ragazzi cosa vuole dire?  12.000 bottiglie di Primitivo. Come dodicimila bottiglie? Al primo anno di produzione (2021…)? Eh si. Questo è. Oltretutto i due enologi hanno decretato per per produrre l’unica etichetta dell’azienda, il vino debba stare per almeno tre mesi in botti di rovere.  Due enologi? Una sola etichetta?  È uno scherzo? C’è una persona del posto e una ragazza laureata in enologia da poco che collabora con Masseria Frattasi. È un modo di procedere proprio come Masseria Frattasi. Cerchiamo sinergia tra le persone e i due sono diversi tra di loro. Una persona del posto e una ragazza con innovazione. Così si fa sinergia. Due enologi per produrre 12.000 bottiglie di un solo Primitivo. Anche buono poi. Quando l’ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di Luca Maroni, ne sono rimasto impressionato. L’ho anche recensito sul mio blog Instagram. Un vino scuro e impenetrabile come la notte e forse per questo, già nel calice, seducente. La profondità dei sentori, con la prugna cotta al sole e l’arancia che si legano indissolubilmente alla cioccolata e alle tostature, inebriano. Quando però è la visciola balsamica a prendere il comando, non c’è più ritorno e il sorso diventa un obbligo. Potente come un abbraccio, caldo come il sole. Impetuoso come il vento, salmastro come il mare. Può alleviare le pene, può stregare. È godurioso. È lussurioso. Uno di quei vini nei quali ci si perde senza saperne il perché. Se lo si assaggia, si capisce perché l’amore esista.  Detto così allora si vende facile! Niente si vende facile. Occorre essere ben organizzati. Far fuori dodicimila bottiglie all’anno non è un gioco da ragazzi e per ragazzi. Per la vendita non ci affidiamo a nessuno. Siamo io, Riccardo, papà, Pasquale. Andiamo nei ristoranti a farlo assaggiare. È tutto molto giocoso ed intrigante. Ci siamo noi e solo noi. Gli esperti solo nella produzione. Stiamo costruendo noi da zero. Ora io lo vorrei proprio vedere l’avvocato Dario Vannetiello che va nei ristoranti a vendere il vino! Bene inteso, non lo scrivo ne con fare irriverente ne con incredulità. È che davvero mi piacerebbe vederlo. Così come mi piacerebbe vedere Francesca e Riccardo (Pasquale probabilmente è abituato) all’opera. Questa storia è comunque così surreale da risultare davvero troppo intrigante per me.  Ricapitoliamo. Una cantina in un palazzo del 1700 a Squinzano acquistata da due ragazzi di Montesarchio con poca o nessuna esperienza nella filiera del vino. Cantina e palazzo da ristrutturare. Nessun terreno di proprietà. Due enologi. Una sola etichetta. Dodicimila bottiglie. Nessuna rete commerciale.  Sembra follia eppure è realtà. Aspettate, non è finita qui. Vi manca di sapere il nome dell’azienda e dell’unica etichetta in commercio, Primitivo in purezza ovviamente (altrimenti di parliamo scusate?): Van Thiel. Mò che c’azzecca Van Thiel? In Puglia poi? Riccardo è un appassionato di storia. La tesi l’ha fatta in Storia del Diritto. Nel periodo dei vari giri per le cantine lui si stava informando sull’origine dei cognomi. Andava all’anagrafe di Montesarchio e dalle fonti che ha trovato dovremmo essere di origini olandesi. Durante la reggenza di Carlo V, dall’Europa del nord sono arrivati soldati tra cui la famiglia Van Thiel. Poi il cognome si è italianizzato e campanizzato in Vannetiello. Anche Vanvitelli ha questa derivazione. Ci è piaciuto il nome perché colpisce. La storia dei cognomi è comunque vera. L’Italia è piena di cognomi la cui derivazioni è al di fuori dei confini. Il papà di Luigi Vanvitelli si chiamava Gaspar van Wittel. Arrivò nel 1674 a Roma cambiando e italianizzando il proprio nome e cognome facendolo diventare Gaspare Vanvitelli. Ciò che maggiormente colpisce è la meravigliosa e coinvolgente leggerezza di Francesca. Una leggerezza di animo che non sa affatto di superficialità. Le scelte sono tutte molto convincenti: una bottiglia importante, una etichetta dal sapore antico e prezioso, un nome che non lascia intravedere nessuna influenza da altre regioni italiane. Come se il Primitivo possa essere il nettare di un nobile trapiantato in terra pugliese. Geniale! Non ci affidiamo a nessuno per il marketing. Sono le nostre idee che cerchiamo di mettere in pratica. Il premio di Luca Maroni è arrivato perché abbiamo solo inviato il vino. Così a Merano e siamo stati premiati. Per noi l’importante è farci conoscere e far si che questa cosa diventi una unione tra di noi e non un lavoro vero e proprio. Se nel tempo viene, lo accettiamo di buon grado. Adesso vedremo le prossime annate. Forse un modo per gettarsi nell’ignoto. Dal rigore degli studi alla possibilità di sperimentare e agire. La ristrutturazione della cantina, la prova dei vini, le fasi di produzione. Mettersi in gioco con la parte creativa, il vino, da contrapporre a quella razionale, la giurisprudenza. C’è tanta sperimentazione e questo li rende differenti. Ma quella leggerezza, quella che li porta a ragionare ed agire senza patemi d’animo dando tanto, anche di più rispetto al richiesto, è davvero sorprendente e invidiabile. Anche se non è detto che i conti economici tornino sempre. Magari è deleterio economicamente parlando, ma si sperimenta. C’è l’impatto con la bella bottiglia e quando me lo dicono ribatto che spero il gusto sia altrettanto impattante. Volevo fare altri vini ma la scelta di un solo vino è stata di Riccardo. Voleva un vino e farlo bene. Risaltare l’uvaggio e il territorio. Si, lo so che in molti staranno pensando ai soliti figli di papà che si mettono a giocare con il vino. L’idea non sta in piedi economicamente o comunque senza gli investimenti dei genitori. Può essere ma, premesso che qualunque investimento, nel mondo del vino a maggior ragione, deve essere valutato in un arco temporale piuttosto lungo, 12.000 bottiglie di un solo uvaggio con terreni non propri, è davvero una genialata. Oltretutto c’è il anche il Palazzo. Parallelamente alla produzione del vino c’è l’accoglienza. Stiamo ristrutturando il livello superiore per adibirlo a b&b. È un palazzo nobiliare. La cantina l’abbiamo immediatamente ristrutturata mente sopra ci sono suite e ambienti per organizzare eventi legati al mondo del vino. Una struttura dunque da adibire a tanto altro Francesca è determinata. Papà Dario l’ha certamente aiutata e supportata ma lei, oltre agli studi giuridici, si è messa sotto a studiare anche il vino. Partendo dal corso da sommelier, ovviamente.  Il tempo ci dirà se la vedremo dietro una cattedra universitaria (le aule del tribunale giammai!) o nella cantina di Squinzano (o chissà in quale altra città). Per adesso è importante che la bellezza, freschezza e leggerezza che caratterizzano questo progetto, continuino a sedurre sempre più persone così come fa il Primitivo Van Thiel. Ciò che mi auguro però, è che non spenga mai quelle meravigliose discussioni delle serate estive alla Masseria!         Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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6 Ottobre, 2026

Ferlinghetti blues

  A Roma, nel quartiere San Giovanni, Verso Vinosteria propone un percorso dedicato ai vini naturali e artigianali, dove ogni bottiglia diventa un invito a cambiare prospettiva. Attraverso il rosato 24H di Rinelli Vigneti, tra Cesanese, territorio e ventiquattro ore di macerazione, il vino si trasforma in una deviazione capace di raccontare storie, incontri e nuove possibilità.   La vita stessa è come una partita a scacchi da campionato: giocatori scuri che giostrano su un campo a scacchi dove hai a disposizione solo un tempo limitato per completare le tue mosse. E il tuo orologio che gira continuamente e se ci metti troppo tempo per una sola mossa ne avrai altrettanto meno per il resto della tua vita. Lawrence Ferlinghetti scriveva così in Deep Chess, nel 1976, trasformando la scacchiera in una metafora dell’esistenza: una partita serrata contro un avversario che non concede tregua, il tempo, e nella quale ogni mossa modifica inevitabilmente quelle successive. Non sempre si parte dalla posizione che si vorrebbe. Non sempre l’apertura è favorevole. E quando la partita sembra avviarsi verso il prevedibile, verso quel pareggio senza infamia e senza gloria che Ferlinghetti sembra voler evitare, resta una possibilità: cambiare traiettoria. Inventare una deviazione.
Tu fidati della deviazione. È forse questo il modo più interessante per raccontare Verso , una vinosteria di quartiere che nel cuore di San Giovanni, in via Taranto, ha scelto di non giocare la partita dell’ennesima enoteca uguale alle altre. Perché anche un locale può trovarsi davanti a una scacchiera. Può scegliere di seguire le mosse già conosciute, quelle che garantiscono una partita ordinata e prevedibile. Oppure può decidere di spostare un pezzo, cambiare ritmo, cercare un’altra combinazione. Verso nasce proprio da questa idea: andare verso qualcosa. Verso il vino, prima di tutto. Verso i produttori, i territori, le storie che stanno dentro una bottiglia. Verso una cucina capace di accompagnare il calice senza trasformarsi in protagonista assoluta. E soprattutto verso le persone. La filosofia dichiarata del locale parte, infatti, dal vino naturale e artigianale e da una ricerca costruita attraverso viaggi, assaggi e incontri con i produttori. Oggi la cantina raccoglie etichette, selezionate in Italia e nel mondo. Le bottiglie qui non sono un numero, da solo, racconterebbe poco. La vera differenza sta nel modo in cui quelle bottiglie vengono messe in relazione con chi entra. Non una collezione da osservare in silenzio, ma un repertorio di possibilità. Una bottiglia può essere l’inizio di una conversazione, una scoperta, un ricordo, oppure semplicemente la risposta a quella domanda che ogni tanto vale la pena farsi: e se questa volta scegliessi qualcosa di diverso? È qui che la metafora degli scacchi torna a funzionare. Scegliere un vino è, in fondo, una piccola deviazione. Significa affidarsi a qualcuno, uscire per una sera dal proprio repertorio abituale, accettare di non sapere esattamente dove porterà quella mossa. E forse è proprio questa la parte più bella del gioco: non conoscere in anticipo tutta la partita. È quello che accade quando nel bicchiere arriva 24h di Rinelli Vigneti. Un vino che invita a cambiare prospettiva, a rallentare la consuetudine e a lasciare spazio alla sorpresa. Dietro una bottiglia non c’è soltanto un’etichetta, ma un territorio, una scelta, un modo preciso di interpretare la vigna e il tempo. E quando queste cose arrivano nel calice, la degustazione diventa inevitabilmente un viaggio. 24h racconta proprio questo: la possibilità di attraversare il vino senza seguire necessariamente la strada più conosciuta. Un nome che richiama il tempo, le ventiquattro ore, il ciclo completo di una giornata, e che diventa quasi una misura simbolica di un modo diverso di guardare alla viticoltura. Dalla vigna alla cantina, ogni passaggio diventa una mossa. E come negli scacchi, non conta soltanto quella che stai facendo, ma ciò che quella mossa rende possibile subito dopo. Così il vino non arriva a tavola come un punto d’arrivo, ma come l’inizio di qualcosa: una conversazione, un abbinamento inatteso, un ricordo che si forma mentre il bicchiere si svuota. È qui che la deviazione acquista ancora senso. Non sempre bisogna sapere dove si sta andando. A volte basta scegliere una bottiglia capace di aprire una strada diversa. Alcuni vini, più di altri, sembrano ricordarci che anche il tempo può essere una scelta. 24H di Rinelli Vigneti nasce proprio dalle ventiquattro ore. Ventiquattro ore di macerazione sulle bucce che bastano a cambiare il destino dell’uva e a trasformare il Cesanese in un rosato capace di raccontare il suo territorio con una voce inattesa. È una piccola deviazione, anche questa. Il Cesanese lo conosciamo soprattutto attraverso il rosso, nella sua espressione più tradizionale. Qui, invece, Rinelli Vigneti sceglie di guardarlo da un’altra prospettiva: quella del rosato. Non per allontanarsi dalla propria identità, ma per cercare dentro la stessa uva qualcosa di diverso. Così, quelle ventiquattro ore diventano una misura data dal tempo necessario per lasciare che le bucce incontrino il mosto, per estrarre colore, profumi e carattere, prima che il vino prosegua il suo percorso in acciaio. Una scelta precisa, quasi una mossa sulla scacchiera. Il risultato è un vino dal colore rosa salmone con riflessi cipria, profumato di fiori bianchi e rosa, di fragola e susina. Al palato porta freschezza, frutto e una piacevole acidità, con quella combinazione di vivacità, equilibrio e leggerezza che lo rende immediato senza essere semplice. Ecco che proprio qui 24H incontra perfettamente il senso della deviazione. Non serve sempre cambiare strada per cercare qualcosa di completamente nuovo. A volte basta guardare la stessa strada da un’altra angolazione. La stessa uva. Lo stesso territorio. Un tempo diverso. Nel vino, come nella vita, non è sempre necessario sapere quale sarà la prossima casella. A volte è sufficiente avere il coraggio di giocare una mossa diversa dalle precedenti. Ventiquattro ore possono bastare per cambiare prospettiva. A Verso il vino incontra una cucina che segue la stessa direzione. Il progetto racconta una proposta fatta di ingredienti di qualità, stagionalità, ricette semplici e curate, con piatti pensati per accompagnare il vino senza sovrastarlo. Una cucina, dunque, che accompagna il calice. Il vino, a Verso, non sembra essere un elemento accessorio di un ristorante che potrebbe esistere anche senza la sua cantina. È piuttosto il punto da cui tutto comincia. La stessa storia del locale viene raccontata partendo da un calice, dalla curiosità per i vini naturali e dal desiderio di creare uno spazio nel quale bere bene e stare bene. Solo dopo è arrivata la cucina. Dopo ancora San Giovanni, il contesto, un quartiere vivo, attraversato ogni giorno da chi ci abita, da chi lavora, da chi passa per una cena, da chi va a teatro. Verso è accanto al Teatro Golden e ha costruito intorno a questa posizione una formula capace di cambiare ritmo: aperitivo, cena, dopocena, degustazione, una bottiglia da portare via. Anche gli spazi seguono questa idea di movimento. Il dehors dialoga con la vita della strada; il bancone e lo scaffale dell’enoteca hanno un carattere più dinamico e conviviale; le sale diventano invece il luogo per una cena più lenta o per una degustazione. Non un unico modo di vivere il locale, dunque, ma diversi tempi della stessa esperienza. Ed è proprio il tempo, alla fine, a chiudere il cerchio con Ferlinghetti. Viviamo dentro un orologio che non si ferma. Scegliamo, rimandiamo, acceleriamo. A volte consumiamo le nostre energie cercando di prevedere tutte le mosse successive, come se la vita fosse una partita che possiamo controllare fino all’ultima casella. Ma non funziona così. Arrivano le deviazioni che non avevamo previsto. Strade che sembrano allontanarci e invece ci portano esattamente dove dovevamo arrivare. Verso parla proprio di questo. Di un bicchiere scelto senza conoscerlo. Di una bottiglia scoperta per caso. Di un piatto ordinato perché qualcuno ce lo ha raccontato bene. Di una cena che doveva durare un’ora e finisce molto più tardi. Di una conversazione iniziata al bancone con uno sconosciuto. Di quella possibilità, apparentemente piccola, di cambiare la propria traiettoria per una sera. Non serve sempre una grande rivoluzione. A volte basta spostare un pezzo. Fare una mossa diversa. Prendere una strada laterale. Entrare in un’enoteca di quartiere e lasciare che sia il vino, per una volta, a decidere la prossima mossa. Fidati della deviazione. Forse è proprio lì che comincia la parte più interessante della partita.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Alla Mescita circa 12 prodotti trasversalmente italiani, naturali, artigianali e territoriali: Bollicine, Bianchi, Rossi e Rosati.   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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6 Ottobre, 2026

Due passi in vigna: il 10 ottobre il vino che verra' si confronta con la cucina

  Al Mercato Centrale Roma la 16ª edizione della rassegna ideata da Vinario4. Una giornata tra vini artigianali, cucina, degustazioni, masterclass e musica. Il tema: “Il vino che verrà”.   Roma, 25 settembre 2026 – Il vino torna a incontrare la cucina e la convivialità con la 16ª edizione di Due Passi in Vigna, la rassegna enogastronomica ideata e organizzata da Vinario4, in programma sabato 10 ottobre al Mercato Centrale Roma, in via Giolitti 36. Un’edizione speciale che si inserisce nel decimo anniversario del Mercato Centrale e che amplia la formula della manifestazione: più vino, più cucina e soprattutto più occasioni per raccontare il rapporto tra ciò che si beve e ciò che si porta in tavola. Il filo conduttore sarà “Il vino che verrà”, un’idea di vino pulito, vicino, equo, capace di guardare alla sostenibilità non soltanto dal punto di vista produttivo, ma anche attraverso il rapporto con i territori, le persone e i consumatori. DAL CALICE ALLA TAVOLA Il vino sarà protagonista dei banchi d’assaggio, con una selezione di produttori e di vini artigianali, espressione di territori e di modi differenti di interpretare la viticoltura contemporanea. La novità centrale di questa edizione sarà però il rapporto diretto con la cucina. Alle degustazioni saranno infatti affiancate le proposte degli Artigiani del Mercato Centrale, creando un percorso nel quale il vino non viene considerato soltanto come oggetto di degustazione, ma come parte integrante dell’esperienza gastronomica. Una scelta che porta al centro il tema dell’abbinamento, non inteso come semplice regola tecnica, ma come occasione di incontro tra culture, territori, ingredienti e persone. UNA GIORNATA TRA VINO, CUCINA E CULTURE DEL CIBO Il programma prenderà il via alle 11 con le masterclass dedicate alla cucina e al vino. Luca Mastracci accompagnerà il pubblico alla scoperta de “L’impasto perfetto”, dalla realizzazione alla cottura, in abbinamento ai vini rifermentati.
Dennys Rodriguez proporrà “La Tartare”, con quattro interpretazioni differenti costruite su tagli e livelli di acidità diversi, in abbinamento ai vini di montagna.
Arcangelo Dandini racconterà invece il supplì romano, accompagnato dal Cesanese. Per tutta la giornata saranno inoltre protagonisti i Laboratori del Gusto, a cura del ristorante Cucina Mediterraneo, con appuntamenti dedicati alla pasticceria, alla pasta fresca, alle cucine del Mediterraneo orientale e alle tradizioni gastronomiche delle isole del Mar Tirreno. Tra le proposte: maritozzi, veneziane e brioche salate con Cannellino e Muffato di Moscatello; tagliatelle ai funghi porcini e raviolo cacio e pepe al ragù alla romana; Gözleme, Muhammara e Shakshuka; fino allo spaghetto alla murena e alla Cappunadda carlofortina. IL VINO DEL TEMPO RITROVATO Alle 18 sarà presentato il progetto “Il vino del tempo ritrovato”, con Jacopo Manni dell’Università di Tor Vergata e Rocco Toti di Fra i Monti. L’incontro sarà accompagnato dalla degustazione in anteprima del pet-nat prodotto nell’ambito del progetto. Un momento che si inserisce nella riflessione più ampia proposta da questa edizione sul futuro del vino e sulle nuove possibilità di relazione tra ricerca, territorio e produzione. DALLE 17 I BANCHI D’ASSAGGIO Il cuore della manifestazione sarà l’apertura, dalle 17 alle 22, dei banchi d’assaggio con i produttori e le proposte gastronomiche degli Artigiani del Mercato Centrale. La giornata si concluderà con la musica: dalle 19 alle 23 è previsto il dj-set di Daniel Si, per proseguire la serata all’insegna della convivialità. IL PROGRAMMA IN SINTESI 11–12 | Masterclass
L’impasto perfetto – Luca Mastracci
La Tartare – Dennys Rodriguez
Supplì – Arcangelo Dandini 10–12 | Pasticceria Lab
Maritozzi, veneziane e brioche salate in abbinamento ai vini dolci  del Lazio. 13–15 | Pasta fresca Lab
In abbinamento agli spumanti. 16–18 | Laboratorio del Gusto
I piatti dal Mediterraneo orientale in abbinamento a bevande a base d’uva. 17–22 | Banchi d’assaggio
Produttori, vini e proposte degli Artigiani del Mercato Centrale. 18–19 | Il vino del tempo ritrovato
Presentazione del progetto e degustazione in anteprima del pet-nat. 19–23 | DJ-set
Daniel Si Selection. 19–20 | Laboratorio del Gusto
Le isole del Mar Tirreno: la loro cucina e i loro vini. INFORMAZIONI
Due Passi in Vigna Ep16
Sabato 10 ottobre 2026 Mercato Centrale Roma – Via Giolitti 36 Ore 11–23 Ticket degustazione: 20 €  (Il ticket comprende le degustazioni di vino e 2 gettoni food)
Masterclass: 20 €
Laboratori del Gusto:
Pasticceria Lab 20 €
Pasta Fresca Lab 25 €
Piatti del Mediterraneo orientale 20 €
Le isole del Mar Tirreno e la loro cucina 10 € Organizzazione: Vinario4 & Mercato Centrale Roma
Location: Mercato Centrale Roma ACREDITI STAMPA La stampa è invitata a partecipare a Due Passi in Vigna Ep16, sabato 10 ottobre al Mercato Centrale Roma.
Per l’accredito è sufficiente inviare nome, cognome e testata a eventi@vinario4.it
Vi aspettiamo a Roma per raccontare insieme “Il vino che verrà”. La Redazione
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In MonteNapoleone District è tempo di Vendemmia dal 5 all'11 ottobre Arrow Right Top Bg

6 Ottobre, 2026

In MonteNapoleone District è tempo di Vendemmia dal 5 all'11 ottobre

  Giunto alla sua 17ª edizione, l’appuntamento rafforza la formula dell’evento diffuso, coinvolgendo boutique, hotel e una rete di 24 ristoranti milanesi.   Dal 5 all’11 ottobre torna la 17ª edizione de “La Vendemmia”, l’evento ideato da MonteNapoleone District che promuove il dialogo tra il mondo del lusso e le eccellenze del vino e della ristorazione. Per un’intera settimana, Milano sarà protagonista di una manifestazione che si estenderà dal Quadrilatero della Moda a diverse zone della città, coinvolgendo boutique, hotel e ristoranti con degustazioni d’autore, cocktail esclusivi e menu speciali firmati dai migliori chef. Un’occasione per vivere l’identità della città attraverso incontri, degustazioni e momenti di convivialità, in un’esperienza che intreccia creatività, cultura e savoir-faire e porta lo spirito de La Vendemmia oltre i confini del Quadrilatero. A fare da cornice alla manifestazione, le vie del Quadrilatero della Moda si trasformano in un inedito vigneto urbano, che si svilupperà da Via Montenapoleone e Via Sant’Andrea, proseguendo attraverso Via Verri, Via Santo Spirito, Via Gesù, Via Bagutta e Via San Pietro all’Orto, fino a Corso Matteotti. Tralci, foglie, fiori e grappoli, reinterpretati in chiave pop-surrealista, dialogheranno con l’architettura, le facciate e le vetrine dei negozi attraverso installazioni tridimensionali, elementi sospesi e scenografie dalle macro-proporzioni e dai colori vivaci. Una trasformazione che darà vita a un paesaggio urbano inaspettato, in cui natura, design e cultura del vino si incontreranno, fondendo l’estetica della vendemmia con l’identità internazionale del District e creando un percorso immersivo all’insegna dell’arte e della creatività. L’evento è patrocinato da Confcommercio Milano Lodi Monza Brianza e realizzato in collaborazione con il Comitato Grandi Cru d’Italia e con il supporto di Secursafe Vigilanza. Ferrarelle Società Benefit conferma la propria partecipazione in qualità di acqua ufficiale della manifestazione, con i brand premium Electa, un’acqua liscia oligominerale dal profilo morbido e leggero, e Maxima, decisamente frizzante, rinforzata solo con bolle 100% naturali della sorgente Ferrarelle.
Si rinnova la partnership con Casa Conte, che anche quest’anno sarà la lounge ufficiale de “La Vendemmia di MonteNapoleone”, accogliendo gli ospiti a Palazzo Melzi di Cusano, in Via MonteNapoleone 18.
A supporto della sicurezza dell’evento, l’Associazione attiverà anche quest’anno un servizio integrativo di vigilanza privata, operativo durante tutta la settimana della manifestazione, affidato a Secursafe Vigilanza, partner esclusivo che da anni garantisce professionalità, affidabilità e un rapporto di reciproca fiducia Gli highlights dell’evento Nel segno della solidarietà e dell’eccellenza italiana, martedì 6 ottobre alle ore 18.30 la kermesse si aprirà con la tradizionale asta benefica “Italian Masters”, a favore di Dynamo Camp e battuta da Christie’s Italia presso la Sala delle Colonne di Palazzo Bovara – il Circolo del Commercio di Confcommercio Milano, in Corso Venezia 51, con esposizione dei lotti a partire dalle ore 16.00. Protagonisti dell’asta saranno 30 lotti di pregiate bottiglie storiche e da collezione, selezionate dal patrimonio di etichette del Comitato Grandi Cru d’Italia. Seguirà un momento dedicato al tartufo, ulteriore espressione dell’eccellenza enogastronomica italiana.
I proventi derivanti dall’assegnazione dei lotti saranno destinati totalmente a sostenere i progetti di Dynamo Camp, fondazione che ha la missione di contribuire al diritto alla felicità di bambini e ragazzi con patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità, e delle loro famiglie. Il progetto sostenuto, in particolare, è il programma di Natale, a beneficio di 37 famiglie, a Dynamo Camp, nel periodo natalizio.
Giovedì 8 ottobre, dalle 19.00 alle 21.30, le boutique del Quadrilatero accoglieranno gli ospiti per un cocktail, dando vita a una speciale shopping experience, arricchita da una selezione curata di etichette italiane e internazionali. Il programma proseguirà di venerdì 9 ottobre al Four Seasons Hotel con la tradizionale degustazione “Solo per veri intenditori” dalle 19.15, un’occasione esclusiva per scoprire e degustare le pregiate etichette selezionate dai Soci del Comitato Grandi Cru d’Italia.
A portare “La Vendemmia” oltre i confini del Quadrilatero, per tutta la settimana 24 importanti realtà della ristorazione milanese parteciperanno alla manifestazione con uno speciale “Menù Vendemmia”, con calice incluso. Disponibile a prezzo fisso, da 40 euro a pranzo e 75 euro a cena, il percorso gastronomico offrirà un’esperienza pensata per celebrare l’incontro tra alta ristorazione e cultura del vino, con portate studiate per valorizzare l’abbinamento con una selezione di etichette italiane e internazionali. Tra le nuove adesioni di quest’anno, Antidoto Bistrot – Lucanda di una Giapponese, Cafe Floretta, da Niko, GioGio’s e SUSHISAMBA Milano, che si aggiungono ai ristoranti già coinvolti, portando lo spirito de “La Vendemmia” in diverse zone di Milano e ampliando così il perimetro della manifestazione oltre il Quadrilatero. Guglielmo Miani, Presidente di MonteNapoleone District, ha commentato: “La Vendemmia è ormai un appuntamento simbolo di MonteNapoleone District e inaugura ogni anno la stagione autunnale milanese. Un momento in cui shopping, moda, vino e alta ristorazione si incontrano dando vita a un’esperienza di lifestyle e convivialità, espressione di quel savoir-faire che rende Milano unica. Un evento che porta il Quadrilatero al centro della scena, coinvolgendo un pubblico italiano e internazionale e raccontando, attraverso esperienze e contaminazioni, lo stile e l’identità della città”. Mario Iaccarino, Direttore Commerciale di Ferrarelle Società Benefit, ha dichiarato: “La Vendemmia di MonteNapoleone è un appuntamento che celebra l’incontro tra eccellenza, cultura dell’ospitalità e alta ristorazione, valori che da sempre contraddistinguono questa manifestazione. Siamo quindi lieti di rinnovare la nostra presenza con Electa e Maxima, due acque minerali premium nate per accompagnare l’esperienza a tavola con identità e carattere. Essere acqua ufficiale de La Vendemmia significa per noi dialogare con alcune delle espressioni più autorevoli del gusto e dell’ospitalità, proseguendo un percorso strategico volto a rafforzare il ruolo di Ferrarelle Società Benefit nel mondo della ristorazione di alto livello”. MonteNapoleone District è l’associazione che riunisce oltre 130 Global Luxury Brand attivi nelle vie di MonteNapoleone, Sant’Andrea, Verri, Santo Spirito, Gesù, Bagutta, Borgospesso, San Pietro all’Orto, Corso Matteotti e gli Hotel 5 Stelle lusso Partner. Obiettivo dell’associazione è far conoscere le prestigiose vie del Quadrilatero della moda, non solo come tempio dello shopping e del lifestyle, ma anche come luoghi in cui storia, tradizione, creatività e innovazione si fondono. Con l’intento di accrescere costantemente la qualità del servizio e dell’offerta, l’associazione mira a consolidare il primato di Milano a livello internazionale nelle sue espressioni più tipiche: Fashion, Design, Food & Beverage, Hospitality, Made in Italy. Tutte le info al sito: www.montenapoleondistrict.it
Hashtag: #LAVENDEMMIA2026 #MONTENAPOLEONEDISTRICT
IG: @montenapoleonedistrict
APP su sistema Android e Apple: MNDistrict La Redazione
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ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa Arrow Right Top Bg

6 Ottobre, 2026

ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa

  ABC della Degustazione incontra Casale Vallechiesa: un viaggio tra Frascati, Cesanese e tradizione familiare. Quattro vini, quattro espressioni autentiche del Lazio raccontate dalla voce di chi ogni giorno vive la vigna, custodisce la memoria del territorio e costruisce il futuro della propria cantina.   Quattro vini, quattro anime del Lazio Alcune cantine hanno un legame con il territorio scritto nelle proprie bottiglie. Poche quelle in cui quel legame prende il volto delle persone che ogni giorno scelgono di portarlo avanti. La nostra serata con Casale Vallechiesa ha avuto proprio quel volto: quello di Cristina, anima pulsante della cantina, arrivata a raccontarci la sua realtà con la spontaneità e l’energia di chi quella storia la vive davvero. Accanto a lei, il marito e il figlio Bruno, con cui porta avanti l’azienda cercando un equilibrio continuo tra tradizione e innovazione, tra ciò che è stato tramandato e la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Cristina è una di quelle persone che difficilmente rimangono sullo sfondo. Ha un carattere diretto, solare, curioso, una presenza che arriva immediatamente e che riesce a mettere le persone a proprio agio. Racconta il vino con passione, ma soprattutto racconta le persone che ci sono dietro, le scelte, le difficoltà, le soddisfazioni e quella quotidianità fatta di piccoli passi che, nel tempo, costruiscono una cantina. E mentre parla si capisce una cosa: Cristina non racconta semplicemente Casale Vallechiesa. Cristina è parte della sua storia. Siamo partiti da Frascati, dalle colline vulcaniche dei Castelli Romani, per incontrare una realtà che porta con sé una storia lunga più di un secolo e che ha scelto, nel tempo, di guardare avanti senza perdere il rapporto con le proprie radici. Ed è proprio questo dialogo tra passato e futuro che ha accompagnato tutta la nostra degustazione. Il primo calice è stato Edonè Brut. Un nome che già nell’etichetta sembra suggerire qualcosa di piacevole, luminoso, conviviale. Edonè nasce da uve coltivate su terreni vulcanici con esposizione a sud, raccolte manualmente alla fine di agosto. La vinificazione avviene in bianco, con pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata, mentre la presa di spuma segue il metodo Charmat. Nel bicchiere è luminoso, con un perlage fine e persistente e un profilo fruttato e floreale. Al palato è fresco e sapido. È stato il nostro modo di cominciare la serata: un calice che invita alla conversazione e che, proprio come Cristina, ha qualcosa di immediatamente accogliente. Poi siamo entrati nel cuore della denominazione con Heredio Frascati Superiore DOCG. Heredio nasce da Malvasia del Lazio, Greco e Bombino, da vigne collocate nella zona collinare del Frascati, su terreno vulcanico con esposizione a sud. La raccolta è manuale e le uve vengono sottoposte a una macerazione a freddo sulle bucce, seguita da un affinamento sulle fecce fini e da alcuni mesi in bottiglia. Nel calice troviamo un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e profumi che spaziano dai fiori alla frutta, dalla pesca alle note agrumate. In bocca arrivano freschezza, sapidità e una piacevole componente minerale. Ma anche qui c’è una storia che va oltre la scheda tecnica. Heredio è un nome che parla di eredità. E pensando a Cristina, a suo marito e a Bruno, alla continuità familiare che rappresentano, sembra quasi che quel nome trovi una collocazione perfetta all’interno della serata. Perché un’eredità, nel vino, non significa semplicemente ricevere qualcosa. Significa decidere cosa conservare, cosa cambiare e cosa lasciare a chi verrà dopo. Dal bianco siamo passati al rosato con Rosirà Roma DOC Rosato. Un calice di colore rosa tenue e luminoso, ottenuto da Montepulciano e Cesanese, coltivati su terreni vulcanici esposti a sud. Le uve vengono raccolte manualmente e sottoposte a pressatura soffice intere; il vino fermenta a temperatura controllata e affina in acciaio e successivamente in bottiglia. Al naso è fresco e fruttato, con delicate sfumature floreali. Al palato mantiene quella piacevole immediatezza che lo rende particolarmente versatile. E ancora una volta mi sono ritrovata a pensare a quanto il rosato sia capace di stare in mezzo alle cose: tra bianco e rosso, tra leggerezza e struttura, tra aperitivo e tavola. Un po’ come le storie familiari che cambiano nel tempo senza perdere il filo che le tiene insieme. Poi è arrivato il rosso. Oniro Cesanese IGP Lazio. Qui il protagonista è il Cesanese, coltivato sulle pendici vulcaniche a sud di Roma e vendemmiato manualmente nella seconda metà di ottobre. La vinificazione avviene in rosso, con cappello sommerso e temperatura controllata, mentre il vino affina in acciaio. Nel bicchiere è intenso e profondo, con profumi di frutti rossi, frutti di bosco e spezie. Al palato è morbido, rotondo e vellutato, con tannini ben equilibrati. Un vino che chiude il nostro percorso con maggiore struttura, riportandoci ancora una volta verso uno dei vitigni più identitari del Lazio. E mentre Cristina continua a raccontare, diventa sempre più evidente quanto la sua energia sia parte integrante di quello che Casale Vallechiesa rappresenta. C’è entusiasmo nel modo in cui parla del futuro, ma anche rispetto per ciò che è arrivato prima. C’è curiosità, voglia di sperimentare, attenzione alle persone e soprattutto una grande capacità di coinvolgere chi le sta davanti. È quella passione concreta, fatta di lavoro e di presenza, che spesso si percepisce molto più attraverso una conversazione che attraverso qualsiasi presentazione aziendale. Quattro vini. Quattro interpretazioni diverse dello stesso territorio. Ma soprattutto una storia di famiglia che continua a crescere. Forse è proprio questo il senso più bello di una degustazione ABC: partire da un calice e arrivare alle persone. Dietro Edonè, Heredio, Rosirà e Oniro ci sono vigne, scelte produttive, tradizioni e territori, ma ci sono anche Cristina, suo marito e Bruno, che ogni giorno cercano il loro modo di tenere insieme passato e futuro. In una sera, in enoteca, abbiamo avuto la fortuna di ascoltarlo direttamente dalla voce di chi quella storia la sta scrivendo. Alla fine rimangono i bicchieri vuoti, qualche bottiglia sul tavolo e quella sensazione piacevole che arriva quando una serata riesce a lasciarti qualcosa. Un vino da ricordare. Una persona da conoscere. Una storia da raccontare.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi   ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
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Lazio in calice Arrow Right Top Bg

5 Ottobre, 2026

Lazio in Calice. Racconto, territorio e cultura del Vino

    Domenica 11 ottobre dalle ore 15:30 alle 21:00
Le Formiche Lab, via Vitorchiano, 42 L’associazione Futuro Aperto organizza per la prima volta Lazio in Calice, una manifestazione volta alla valorizzazione della cultura del vino, al suo racconto, ai territori e alle storie nascoste dietro ogni calice. Quest’anno protagonisti saranno i vini delle produttrici delle Donne del Vino Lazio. Un evento fatto dalle Donne del Vino, ma rivolto a tutti, per raccontare territorio e cultura del vino dal punto di vista delle donne. La location prescelta Le Formiche Lab, sono degli ex-capannoni industriali ristrutturati da un artista, dove divani vintage si alterneranno ai banchi di degustazione. La struttura è dotata di parcheggio gratuito. Il cuore della manifestazione saranno proprio i banchi d’assaggio, dove le stesse produttrici presenti racconteranno il loro vino ad appassionati ed operatori del settore. E’ prevista anche una masterclass dal titolo “Lazio e Umbria, due terre e un confine” dove saranno messi a confronto alcune etichette laziali con altre umbre.  Programma Ore 15:30 apertura banchi d’assaggio Ore 16:00 Masterclass “Lazio e Umbria due terre e un confine” Ore 21:00 chiusura banchi d’assaggio    INGRESSO Biglietto 15 euro (assaggi, bicchiere e sacchetto portabicchiere) DDV tesserate ingresso gratuito + 20 amici a 5 euro Stampa ingresso gratuito mandando mail a futuroaperto.it@gmail.com Operatori di settore ingresso 5 euro mandando mail con Partita Iva a futuroaperto.it@gmail.com Sommelier con tessera in corso dell’anno valida ingresso 5 euro   Il progetto, promosso da Roma Capitale è vincitore dell’Avviso Pubblico per la realizzazione di iniziative di interesse per l’Amministrazione Capitolina in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. Info e prenotazioni futuroaperto.it@gmail.com     La Redazione  
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Josko Renčel. L'artista del Carso sloveno Arrow Right Top Bg

5 Ottobre, 2026

Josko Renčel. L'artista del Carso sloveno

  Nel Carso sloveno esistono vignaioli che sembrano sfuggire a ogni definizione. Josko Renčel è uno di loro. Tra Terrano, Vitovska, vecchi Sauvignon e vini che seguono soltanto il ritmo del tempo, questo racconto attraversa una delle personalità più originali e autentiche della viticoltura carsica. “Avevo assaggiato troppi vini quel giorno” All’Orange Wine Festival di Isola c’è un momento che ricorderò a lungo. Vedo Josko Renčel che saluta e abbraccia la mia amica Giulia, che si ricordava benissimo. Poi si gira verso di me, mi squadra, ci pensa. Ci pensa ancora. Cerca. Non mi trova. Allora gli dico: “Josko, ero in cantina da te la settimana scorsa”. Lui apre le braccia, ride, si scusa: “Ah, vero, vero. Scusami. Avevo assaggiato troppi vini quel giorno lì.” Per inciso: la mia amica in cantina da lui c’era stata tre anni prima. Io, sette giorni. Ecco, questo è Josko Renčel. Un vignaiolo-artista che nel calice ricorda una persona meglio del suo stesso nome, e che nella vita di tutti i giorni si perde nei propri vini con la disinvoltura di chi, a un certo punto, ha smesso di contarli. Quel giorno all’Orange Wine, come è ovvio, l’incontro finisce in un’altra miriade di assaggi — vini più o meno vecchi, la cuvée Vincent, e uno straordinario Sauvignon del 1995 che meriterà una nota tutta sua più avanti. Uno di quei momenti in cui il tempo smette di esistere. Ma facciamo un passo indietro, alla settimana prima. Un venerdì uggioso a Dutovlje È un pomeriggio grigio quando io e l’amico Alessandro siamo a Dutovlje — Duttogliano in italiano — piccolo paese del Carso sloveno a circa sei chilometri dal confine italiano. Un pranzo a base di ćevapčići e calamari, e siamo pronti al rientro. Poi imposto il navigatore e vedo che, a duecento metri dal centro, c’è la cantina di Renčel. Un Sauvignon suo l’avevo bevuto anni fa e mi era piaciuto molto. Riparcheggio, e a piedi entriamo in un sottoportico dove si vedono bottiglie, damigiane e attrezzature per la vinificazione. Dimenticatevi per un attimo la Toscana. Le mega cantine progettate dall’architetto famoso, il design, l’esperienza sensoriale coreografata. Qui le cantine sono nelle case. Le aziende sono piccole e si punta tutto sulla sostanza, sul prodotto dentro la bottiglia — in un mondo che al contrario guarda soprattutto al marketing e all’estetica, dove la cosa meno importante di tutte è diventata proprio ciò che si beve. Da queste parti è ancora come lo faceva il nonno. Sì, ma che vini. In corte vediamo un signore, capelli lunghi, occhiali appoggiati sui capelli: è Josko Renčel. Ci accomodiamo a un tavolo fuori dalla cantina e partiamo con un Terrano. Renčel, più che un vignaiolo, è un artista. Le sue creazioni sono tantissime, e vengono da soli 3,5 ettari di vigna sparsi sulle terre rosse, argille e pietre del Carso — un territorio che qui chiamano Kremen, che in sloveno significa quarzo, anche se il suolo è in realtà un mix di elementi. La produzione totale si aggira sulle diecimila bottiglie l’anno. E i vitigni sono ben otto, tra autoctoni e internazionali. Le etichette arrivano a diciotto. C’è da divertirsi. In vigna: Terrano, Merlot, Cabernet, Vitovska, Malvasia, Chardonnay, Sauvignon e Pinot Nero. Tutti in piccoli appezzamenti, come tradizione della zona. Niente pesticidi. In cantina: fermentazioni con lieviti indigeni, lunghe macerazioni, affinamenti più o meno prolungati in contenitori diversi — soprattutto legni della zona, ma vecchi, di vari passaggi. Niente chiarifiche né filtrazioni. Solfiti al minimo, a volte anche del tutto assenti — anche se qui Josko ammette che non sempre è rimasto soddisfatto del risultato, anzi. E questo è il bello di Josko: non ci sono ricette, non ci sono certezze. Imbottiglia il vino quando per lui è pronto, e questo può accadere anche dopo molti anni di botte. È una filosofia che disarma qualunque schema. La degustazione non è tecnica: è emozionale. E nonostante il nostro sloveno disastroso e il suo poco italiano, ci capiamo perfettamente. Le parole sono poche. Un “sì” qua e là, uno “ya” laggiù. Ma i contenuti sono tanti, e soprattutto sono nel calice. Assaggiamo Terrano, Pinot Nero, la cuvée Vincent, e via così. A un certo punto arriva il genero, che collabora con Josko in cantina, con un vassoio di ottimi salumi della zona. Josko continua a entrare e uscire dalla cantina, torna sempre con un’altra bottiglia. E ogni tanto gli scappa una risata simpaticissima. Arriviamo a dodici assaggi. Un solo vino, personalmente, non mi conquista subito: il Pinot Nero. Ma probabilmente è colpa mia — sono troppo legato alla Borgogna per questo vitigno, e faccio fatica a leggerlo altrove. Va detto, per onestà, che in assaggi successivi lo stesso Pinot Nero mi ha convinto molto di più: molto territoriale, letto al di fuori dello schema borgognone parla la sua lingua. Il primo impatto però è stato quello. Prima di salutarci compriamo qualche bottiglia. Josko ci raccomanda di telefonargli prima, la prossima volta, così può dedicarci più tempo — anche se ci accorgiamo che siamo lì da oltre due ore. I vini nel calice Terrano Rosato — l’unico vino in acciaio, bevuto all’Orange Wine di Isola. Fruttato al naso, ottima freschezza e acidità. Un grande prodotto da beva, un rosato da abbinare ai molluschi, oppure semplicemente da bere in compagnia senza troppi pensieri. Terrano 2018 — uno dei migliori Terrano che abbia bevuto. Frutta rossa in primo piano, note di sottobosco. In bocca è di buon equilibrio, pieno, rotondo al punto giusto. Grande interpretazione di un’uva difficile. Malvazija 2017 — sentori balsamici, albicocca, agrumi, erbe aromatiche. Buona l’acidità, la freschezza e l’equilibrio. Succosa, godereccia, una bella scoperta: sembrava di avere il mare nel calice. Vitovska 2018 — al naso camomilla, erbe aromatiche, miele, agrumi. Grande mineralità che ritorna al palato, sentori di pietra. Persistenza lunga con la camomilla che chiude. Una Vitovska macerata di classe. Cuvée Vincent 2001 — Chardonnay, Vitovska, Malvasia e Sauvignon. Nocciole, agrumi, miele, frutta disidratata, fieno, camomilla, rosmarino, sentori minerali. Lo Chardonnay la fa da padrone anche al palato, pieno, corposo, intenso, di buona freschezza, con ritorni di fieno e camomilla. Sauvignon 1995 — assaggiato all’Orange Wine di Isola, e vale da solo il viaggio. Grande freschezza e profondità dopo trent’anni in bottiglia. Pieno, con profumi in evoluzione continua nel bicchiere. Frutta e spezie al naso e in bocca. Averne, di Sauvignon così. È un vino che ti mette in pace con la tipologia — visto che nelle mie zone, per anni, è imperversato il Sauvignon iper-profumato fino alla nausea, quello costruito in cantina per stupire al primo colpo e poi non dire più niente. Qui, invece, il tempo ha lavorato per tre decenni al servizio di un’uva che sa dare grandi cose quando la si lascia parlare.   Una grande sorpresa del Carso quella volta, oggi una solida realtà. Il Carso terra che spesso rivela vini magnifici e persone ancora più magnifiche. Vini magari non sempre perfetti — soprattutto i bianchi arrivano puliti, territoriali, con un’identità precisa. Josko Renčel è un artista del vino che vale la pena conoscere, perché le emozioni si trovano nelle sue bottiglie e nei suoi silenzi.. Da quella volta, 4 anni fa, da Josko ci vado almeno una o due volte l’anno, per salutarlo e bere due calici insieme. E rientro sempre a casa con qualche bottiglia da condividere — perché anche questo, alla fine, è il senso del vino: portarne un pezzo agli amici che non c’erano. Con lui, poi, le sorprese ci sono sempre: che sia in cantina o a un evento di degustazione, prima o poi tira fuori una bottiglia vecchia che non ti aspettavi. Un grande. E se al prossimo incontro ci mette qualche minuto a riconoscermi, poco male: nel frattempo aprirà un’altra bottiglia.   Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo  
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vino e arte che passione Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2026

Vino e Arte che Passione. Si brinda ai dieci anni!

  Vino e Arte che Passione compie 10 anni Domenica 11 ottobre 2026, al Casino dell’Aurora Pallavicini di Roma, il decimo anniversario tra grandi vini, arte e cultura.
Dieci anni di incontri, passione, cultura del vino e luoghi straordinari. Torna a Roma Vino e Arte che Passione, l’evento ideato da Ciro Formisano, che celebra nel 2026 il suo decimo anniversario scegliendo una delle location più affascinanti e meno conosciute della città: il Casino dell’Aurora Pallavicini, all’interno di Palazzo Pallavicini. Un luogo normalmente accessibile solo in rare occasioni, custode di importanti testimonianze artistiche e della celebre Aurora di Guido Reni. Sarà qui che, domenica 11 ottobre, vino e arte torneranno a
incontrarsi in un’esperienza che unisce opere, storia, giardini e grandi vini. La decima edizione riunisce importanti realtà vitivinicole italiane, con una selezione di etichette capaci di raccontare territori, tradizioni e differenti espressioni dell’enologia italiana. Le aziende presenti proporranno una degustazione open, offrendo agli ospiti la possibilità di incontrare i produttori, scoprire le loro storie e conoscere i diversi territori attraverso un percorso libero tra i vini in degustazione. Per celebrare il decimo anniversario è stata inoltre ideata una VIP Experience, riservata a un numero selezionato di ospiti, che comprenderà una visita guidata al Casino dell’Aurora Pallavicini e ai suoi ambienti artistici. L’esperienza proseguirà nella VIP Lounge, con speciali Master Class dedicate al vino e agli abbinamenti gastronomici, accompagnate da un percorso di degustazione curato da sommelier professionisti e docenti del settore, in un dialogo tra vini, sapori e cultura del territorio. Arte e vino hanno radici antiche: entrambi raccontano il territorio, il tempo e la cultura. Dopo dieci anni, continuiamo a cercare luoghi e storie capaci di emozionare, andando oltre la semplice degustazione. Per questa decima edizione, il progetto torna così alle sue origini: un luogo straordinario, grandi vini, arte e un pubblico selezionato, con quella dimensione conviviale e culturale che da sempre caratterizza Vino e Arte che Passione. L’evento si svolgerà dalle ore 14:00 alle ore 20:00 e comprende un biglietto d’ingresso di Euro 35,00, incluso un calice “cadeau”, in vendita esclusivamente online sul sito: www.vinoeartechepassione.eu Anche gli operatori del settore e la stampa, dovranno accreditare sul sito. La chiusura dell’evento è prevista alle ore 20:00.
L’evento è rivolto a un pubblico adulto e non sono ammessi gli animali.
Un evento ideato da Ciro Formisano e realizzato in collaborazione con: Banca Patrimoni Sella, Principe Pallavicini, Paolo e Noemia d’Amico, Acqua Rocchetta, La manifestazione sarà sostenuta da una campagna radiofonica dedicata su Dimensione Suono Soft, realizzata in collaborazione con RDS, nella settimana precedente l’appuntamento dell’11 ottobre. Le cantine presenti Cantine Biondelli, Castello del Terriccio, Castello di Gabiano, Col d’Orcia, Colognole, Kellerei Kurtatsch, Emo Capodilista, Mazzei, Masi, Paolo e Noemia d’Amico, Petrolo, Pomario, Principe Pallavicini, Serego Alighieri, Tasca Conti d’Almerita, Tenuta di Fiorano, Tenuta San Leonardo, Villa Cambiaso, Zisola. L’appuntamento
Domenica 11 ottobre 2026
Dalle 14.00 alle 20.00
Casino dell’Aurora Pallavicini
Via XXIV Maggio,43-Roma Per informazioni e partecipazione:
www.vinoeartechepassione.eu
Vino e Arte che Passione   La Redazione
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Arriva la prima edizione autunnale di quartiere vino pigneto Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2026

Arriva la prima edizione autunnale di Quartiere Vino Pigneto

  Nel quartiere romano del Pigneto, la festa dedicata ai vini naturali si presenta nella nuova veste autunnale con oltre 50 vignaioli italiani e stranieri, le degustazioni diffuse per la prima volta nelle botteghe storiche e la nuova collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti   Quartiere Vino Pigneto torna per la sua quarta edizione e, per la prima volta, sceglie l’autunno per dare maggiore continuità al progetto e, allo stesso tempo, favorire la partecipazione dei vignaioli che nei mesi primaverili sono maggiormente impegnati in vigna. L’evento è ideato e organizzato da SO2 Enoteca, enoteca e distribuzione di vini naturali radicata nel territorio, e da Solovino, realtà attiva nell’organizzazione di eventi di riferimento nel settore a Roma. “L’autunno offre inoltre una prospettiva diversa sul lavoro del produttore: è il momento in cui un ciclo agricolo si è appena concluso e il mosto comincia il suo percorso di trasformazione nel vino che arriverà sul mercato dopo mesi, e in alcuni casi anni, di lavoro” spiegano gli organizzatori. La nuova collocazione stagionale diventa anche l’occasione per ampliare il racconto di QVP. Alla festa di quartiere dedicata ai vini naturali si affianca infatti quest’anno una nuova collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti, che porterà nel cuore del Pigneto alcuni produttori agricoli del Lazio, allargando la riflessione ai temi dell’agricoltura sostenibile, della tutela del territorio e del consumo consapevole. Crescita e nuove prospettive Nel corso degli anni Quartiere Vino Pigneto è cresciuto rapidamente: nella scorsa edizione oltre 2.000 persone hanno partecipato alle degustazioni, mentre più di 10.000 persone hanno attraversato le strade del Pigneto, richiamate anche dai numerosi eventi “off” organizzati dai locali coinvolti. “Quartiere Vino Pigneto (QVP), festa di quartiere dedicata ai vini naturali, negli ultimi tre anni ha raggiunto una grande popolarità e questo ci ha spinto ad una riflessione su come una agricoltura sana e rispettosa dell’ambiente possa orientare i cittadini nelle proprie scelte. Una riflessione etica, di scelta consapevole rispetto ai propri consumi alimentari che possono andare incontro a piccole produzioni sostenibili che risultano lontane da logiche industriali. È sicuramente il caso dei produttori di vino naturale che hanno partecipato alle tre edizioni di QVP ma lo sono anche quei produttori dell’agroalimentare italiano che portano sulle nostre tavole altri prodotti naturali di eccellenza. Per questi motivi QVP vuole organizzare un nuovo evento maggiormente inclusivo” aggiungono gli organizzatori. Le novità dell’edizione autunnale Saranno oltre 50 i vignaioli protagonisti della nuova edizione, con numerosi nuovi ingressi dall’Italia e dall’estero. Tra i nomi già annunciati Paraschos, punto di riferimento del vino del Collio, l’azienda slovena Stekar e Natalino Del Prete, pioniere del vino naturale in Puglia. Non mancheranno produttori dalla Francia e da numerose regioni italiane. Come nelle precedenti edizioni, QVP coinvolgerà il Pigneto, dall’isola pedonale fino al limite ideale di Largo dei Condottieri. Piazza Nuccitelli resterà uno dei cuori della manifestazione, insieme all’Enoteca SO2, punti di riferimento anche per il ritiro dei pass e dei calici. Accanto ai tanti locali che da anni partecipano alla manifestazione, con Necci main partner dell’evento, entreranno per la prima volta nel percorso anche alcune botteghe storiche del quartiere, chiamate a ospitare le degustazioni dei vignaioli. Tra le nuove partecipazioni anche lo storico Bar di Antonio, oggi protagonista di una nuova stagione grazie ai suoi cremolati realizzati solo con frutta. Piazza Nuccitelli ospiterà anche momenti di confronto e dibattito. Al centro della riflessione ci saranno i cambiamenti climatici e un’idea di sostenibilità sempre più legata alla capacità di adattare comportamenti, produzioni e consumi alle trasformazioni ambientali in corso. Dal vino all’agricolturaUna delle novità più significative dell’edizione autunnale è la collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti, nata con l’obiettivo di allargare la riflessione dalla viticoltura naturale all’intero mondo dell’agricoltura sostenibile. Alcuni produttori del Lazio animeranno un piccolo mercato in Piazza Nuccitelli, portando prodotti legati alla tutela del territorio, alla sostenibilità e a tradizioni agricole. L’obiettivo è mettere in relazione il lavoro dei vignaioli con quello di altre piccole produzioni agroalimentari, accomunate dalla scelta di operare lontano dalle logiche della produzione industriale e con una particolare attenzione all’ambiente e alla qualità. Una domenica dedicata agli operatori La domenica sarà riservata anche a un momento professionale dedicato ai buyer, che potranno partecipare esclusivamente su invito e previa conferma dell’accredito da parte dell’organizzazione. Un appuntamento pensato per creare occasioni di incontro diretto tra produttori e operatori e rafforzare anche la dimensione professionale della manifestazione. Modalità di partecipazione Acquistando il pass da 20 euro si potrà accedere alle degustazioni presso tutti i banchi dei vignaioli. Durante la manifestazione sarà inoltre possibile comprare le bottiglie a un prezzo dedicato, direttamente dai produttori o nelle enoteche coinvolte. I pass potranno essere ritirati presso lo stand di Piazza Nuccitelli e all’Enoteca SO2, secondo le modalità che saranno comunicate sui canali ufficiali dell’evento. Main partner Main partner dell’edizione autunnale 2026 è Necci dal 1924, luogo simbolo del Pigneto e punto di riferimento culturale e gastronomico del quartiere, che contribuirà a rendere ancora più centrale e riconoscibile il cuore della manifestazione. INFORMAZIONI Costo del pass con incluso il calice e degustazioni illimitate presso i banchi di assaggio:
20 euro Orario: dalle 16:00 alle 21:00
Ticket disponibili sul sito: www.quartierevinopigneto.it
L’evento è organizzato con il patrocinio del V Municipio di Roma e di Roma Città Metropolitana CONTATTI SO2 DISTRIBUZIONE
Instagram: QuartiereVinoPigneto
Email: quartierevinopigneto@gmail.com
www.quartierevinopigneto.it
Instagram: quartirevinopigneto Ufficio Stampa Passion Fruit Hub Media Food
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