In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
12 Marzo, 2025
Bodega El Grifo Lanzarote. La Bodega più antica delle Isole Canarie
Di dove sei?
Sono di Napoli
Ah il Vesuvio, i Campi Flegrei, ma non hai paura? Io sono, figlio fiero di questa terra. La paura? I nostri genitori non ci insegnano ad aver paura, non hanno mai usato questo termine, per tanto, la paura, anche se è un sentimento innato nell’uomo, o il concetto che esprime il dover trasmettere paura, è una cosa che non ci appartiene. Noi, “O’ Gigant Buon” (il gigante buono, cosi viene chiamato il Vesuvio), oppure la Solfatara dei Campi Flegrei con il suo bradisismo, li rispettiamo, sono li come cornice alla nostra vita e ci ricordiamo di loro solo se qualcuno ce lo ricorda, o se arriva qualche scossa. La vita di chi vive in questi territori è intensa, però non è quell’’intensità da stress lavorativo, o della routine quotidiana, qui si vive inconsciamente, sapendo che oggi è oggi, domani chi lo sà, chi vive qui, raccoglie sempre il massimo da tutte le giornate. Ogni giorno è l’ultimo, ma non vissuto come esistenza sulla terra, ma come obbiettivo per fare ciò che di solito nella vita si rimanda. Abbracciare una mamma, prendere il caffè con un amico, fare quella telefonata che si è rimandata per troppo tempo. Noi siamo figli dell’oggi e non del domani, viviamo intensamente il presente, il futuro non è che non ci appartiene, o non siamo bravi a programmarlo, ma siamo troppo concentrati ad essere felici oggi e se domani continueremo ad esserlo, saremo ancora più felici. Questa ampia è doverosa premessa, nasce per introdurvi un territorio vulcanico come la mia Napoli, un’altra terra dove i vulcani scandiscono il ritmo del tempo, modificano territori e condizionano gusti. Oggi vi porto a Lanzarote, alla scoperta della cantina più antica delle Isole Canarie. Signori e Signore Bodega El Grifo e a presentarci la Bodega troviamo Stefano Crumeni, italiano che lavora da anni alle Canarie e si occupa del commerciale della Bodega. Ciao Stefano, innanzitutto desidero ringraziarti per il tempo che mia hai concesso e per la pazienza. Puoi raccontarci qual è la storia della Bodega El Grifo e come è diventata una delle più antiche delle Isole Canarie? Giovanni grazie a te per aver pensato a Bodega El Grifo per il tuo racconto ed un saluto a tutti i lettori. Il Grifo fu fondato nel 1775 pochi anni dopo l’eruzione del vulcano Timanfaya . Ininterrottamente ha prodotto vino da quell’anno fino ad oggi. Nel 2025 compie 250 anni di storia e innovazione, siamo i pionieri del vino nelle isole canarie. Raccontaci, come mai questo nome ovvero El Grifo? Il nome proviene dalla zona dove sorge la cantina, prima delle grandi eruzioni c’erano poche case sparse di agricoltori. Giovanni : Quali sono le principali varietà di uva coltivate nei vostri vigneti? L’uva più coltivata nelle nostre vigne a piede franco è la Malvasia vulcanica. Varietà autoctona. Abbiamo anche una parte secolare con piante centenarie di Moscatel di Alessandria. I viticoltori locali lavorano anche le uve Listan negro, Listan blanco e Vijariego Io ho avuto la possibilità di assaggiare i vostri vini ovviamente e ne sono rimasto colpito. Puoi spiegarci le tecniche di coltivazione utilizzate per proteggere le viti dai venti forti? Certo. La tecnica di coltivazione e’ abbastanza particolare per raggiungere la terra fertile coperta della lava si creano dei buchi nella cenere vulcanica. Per proteggere le piante dal vento si realizzano dei muri a secco con le pietre del vulcano. Quali sono le caratteristiche uniche del terroir di Lanzarote che influenzano la produzione del vino? Possiamo dire che le principali caratteristiche del nostro terroir sono la mineralità e la salinità che si trovano nei nostri vini come caratteristica distintiva. Avete vini premiati? Cosa li rende così speciali? I nostri vini piu premiati sono MALVASIA LIAS, MALVASIA COLECCION, TINTO ARIANA. A renderli speciali è il tipo di uva che si utilizza, dagli aromi che sprigiona il vino, frutta tropicale, aromi floreali etc.e sbuffi sulfurei. Quali sono le principali sfide che affrontate nella produzione del vino in un ambiente vulcanico? Diciamo pure che negli ultimi anni ciò che è diventata una vera e propria sfida è il cambiamento climatico, il terroir non rappresenta una sfida ma una possibilità di produrre vini unici, si cerca di vendemmiare in inverno per cercare di avere più acqua disponibile per le piante. Quali sono i progetti futuri della Bodega El Grifo? Ci saranno tante novità e tanti progetti futuri. Tra i più importanti, posso spoilerare la totale produzione ecologica, la sostenibilità della cantina senza emissioni, vinificazioni in Anfora e sfere di cemento. Abbiamo in atto uno studio riguardante il cambio climatico, ci siamo resi conto che se anticipiamo la potatura a settembre delle piante e raccogliamo le uve in inverno otteniamo dei buoni risultati in un momento dell’anno dove abbiamo un poco piu di acqua. Quali sono le pratiche sostenibili adottate dalla bodega per la produzione del vino? La cantina produce energia elettrica con pannelli solari, lavoriamo con ORESTEO un impianto di recupero del CO2 per non disperdere nell’aria. Come influisce il clima di Lanzarote sulla qualità e il gusto dei vostri vini? Lanzarote ha un clima arido semidesertico quindi influisce tanto la mancanza d’acqua negli zuccheri del mosto. Facendo una considerazione scontata, ovvero, l’invasione di turismo che le Isole Canarie stanno affrontando nelì’ultimo perido, la Bodega offre esperienze enoturistiche particolari, come passeggiate nei vigneti o cene in cantina? Ovviamente, grazie per avermi dato la possibilità di parlarne, brevemente, offriamo visite in cantina in 5 lingue, degustazioni di vino guidate dal nostro personale. Pefetto Stefano, direi una breve ma intensa chiacchierata. Non ci resta che salutarci e darci appuntamento in Bodega. A nome di Bodega El Grifo, ti ringraziamo Giovanni per aver pensato a noi, un saluto a tutti i tuoi lettori. Vi Aspettiamo a Lanzarote2. Non ci resta che salutarci con la raccomandazione, che se dovesse passare per Bodega El Grifo a Lanzarote, dite che vi manda Mister Wine. Seguitemi perchè i miei articoli Song O’Terremot!!! (trad.Sono il terremoto, modo di dire a Napoli di una cosa che ti colpisce e sconvolge nel senso positivo). Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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Sono di Napoli
Ah il Vesuvio, i Campi Flegrei, ma non hai paura? Io sono, figlio fiero di questa terra. La paura? I nostri genitori non ci insegnano ad aver paura, non hanno mai usato questo termine, per tanto, la paura, anche se è un sentimento innato nell’uomo, o il concetto che esprime il dover trasmettere paura, è una cosa che non ci appartiene. Noi, “O’ Gigant Buon” (il gigante buono, cosi viene chiamato il Vesuvio), oppure la Solfatara dei Campi Flegrei con il suo bradisismo, li rispettiamo, sono li come cornice alla nostra vita e ci ricordiamo di loro solo se qualcuno ce lo ricorda, o se arriva qualche scossa. La vita di chi vive in questi territori è intensa, però non è quell’’intensità da stress lavorativo, o della routine quotidiana, qui si vive inconsciamente, sapendo che oggi è oggi, domani chi lo sà, chi vive qui, raccoglie sempre il massimo da tutte le giornate. Ogni giorno è l’ultimo, ma non vissuto come esistenza sulla terra, ma come obbiettivo per fare ciò che di solito nella vita si rimanda. Abbracciare una mamma, prendere il caffè con un amico, fare quella telefonata che si è rimandata per troppo tempo. Noi siamo figli dell’oggi e non del domani, viviamo intensamente il presente, il futuro non è che non ci appartiene, o non siamo bravi a programmarlo, ma siamo troppo concentrati ad essere felici oggi e se domani continueremo ad esserlo, saremo ancora più felici. Questa ampia è doverosa premessa, nasce per introdurvi un territorio vulcanico come la mia Napoli, un’altra terra dove i vulcani scandiscono il ritmo del tempo, modificano territori e condizionano gusti. Oggi vi porto a Lanzarote, alla scoperta della cantina più antica delle Isole Canarie. Signori e Signore Bodega El Grifo e a presentarci la Bodega troviamo Stefano Crumeni, italiano che lavora da anni alle Canarie e si occupa del commerciale della Bodega. Ciao Stefano, innanzitutto desidero ringraziarti per il tempo che mia hai concesso e per la pazienza. Puoi raccontarci qual è la storia della Bodega El Grifo e come è diventata una delle più antiche delle Isole Canarie? Giovanni grazie a te per aver pensato a Bodega El Grifo per il tuo racconto ed un saluto a tutti i lettori. Il Grifo fu fondato nel 1775 pochi anni dopo l’eruzione del vulcano Timanfaya . Ininterrottamente ha prodotto vino da quell’anno fino ad oggi. Nel 2025 compie 250 anni di storia e innovazione, siamo i pionieri del vino nelle isole canarie. Raccontaci, come mai questo nome ovvero El Grifo? Il nome proviene dalla zona dove sorge la cantina, prima delle grandi eruzioni c’erano poche case sparse di agricoltori. Giovanni : Quali sono le principali varietà di uva coltivate nei vostri vigneti? L’uva più coltivata nelle nostre vigne a piede franco è la Malvasia vulcanica. Varietà autoctona. Abbiamo anche una parte secolare con piante centenarie di Moscatel di Alessandria. I viticoltori locali lavorano anche le uve Listan negro, Listan blanco e Vijariego Io ho avuto la possibilità di assaggiare i vostri vini ovviamente e ne sono rimasto colpito. Puoi spiegarci le tecniche di coltivazione utilizzate per proteggere le viti dai venti forti? Certo. La tecnica di coltivazione e’ abbastanza particolare per raggiungere la terra fertile coperta della lava si creano dei buchi nella cenere vulcanica. Per proteggere le piante dal vento si realizzano dei muri a secco con le pietre del vulcano. Quali sono le caratteristiche uniche del terroir di Lanzarote che influenzano la produzione del vino? Possiamo dire che le principali caratteristiche del nostro terroir sono la mineralità e la salinità che si trovano nei nostri vini come caratteristica distintiva. Avete vini premiati? Cosa li rende così speciali? I nostri vini piu premiati sono MALVASIA LIAS, MALVASIA COLECCION, TINTO ARIANA. A renderli speciali è il tipo di uva che si utilizza, dagli aromi che sprigiona il vino, frutta tropicale, aromi floreali etc.e sbuffi sulfurei. Quali sono le principali sfide che affrontate nella produzione del vino in un ambiente vulcanico? Diciamo pure che negli ultimi anni ciò che è diventata una vera e propria sfida è il cambiamento climatico, il terroir non rappresenta una sfida ma una possibilità di produrre vini unici, si cerca di vendemmiare in inverno per cercare di avere più acqua disponibile per le piante. Quali sono i progetti futuri della Bodega El Grifo? Ci saranno tante novità e tanti progetti futuri. Tra i più importanti, posso spoilerare la totale produzione ecologica, la sostenibilità della cantina senza emissioni, vinificazioni in Anfora e sfere di cemento. Abbiamo in atto uno studio riguardante il cambio climatico, ci siamo resi conto che se anticipiamo la potatura a settembre delle piante e raccogliamo le uve in inverno otteniamo dei buoni risultati in un momento dell’anno dove abbiamo un poco piu di acqua. Quali sono le pratiche sostenibili adottate dalla bodega per la produzione del vino? La cantina produce energia elettrica con pannelli solari, lavoriamo con ORESTEO un impianto di recupero del CO2 per non disperdere nell’aria. Come influisce il clima di Lanzarote sulla qualità e il gusto dei vostri vini? Lanzarote ha un clima arido semidesertico quindi influisce tanto la mancanza d’acqua negli zuccheri del mosto. Facendo una considerazione scontata, ovvero, l’invasione di turismo che le Isole Canarie stanno affrontando nelì’ultimo perido, la Bodega offre esperienze enoturistiche particolari, come passeggiate nei vigneti o cene in cantina? Ovviamente, grazie per avermi dato la possibilità di parlarne, brevemente, offriamo visite in cantina in 5 lingue, degustazioni di vino guidate dal nostro personale. Pefetto Stefano, direi una breve ma intensa chiacchierata. Non ci resta che salutarci e darci appuntamento in Bodega. A nome di Bodega El Grifo, ti ringraziamo Giovanni per aver pensato a noi, un saluto a tutti i tuoi lettori. Vi Aspettiamo a Lanzarote2. Non ci resta che salutarci con la raccomandazione, che se dovesse passare per Bodega El Grifo a Lanzarote, dite che vi manda Mister Wine. Seguitemi perchè i miei articoli Song O’Terremot!!! (trad.Sono il terremoto, modo di dire a Napoli di una cosa che ti colpisce e sconvolge nel senso positivo). Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
24 Febbraio, 2025
Via Mari 10. Il vigneto più piccolo del mondo
Quando ho deciso di scrivere per WineTales Magazine, mi sono fermato un attimo e tra me e me ho pensato: Dovrò superarmi. Si, perché, la mia curiosità, che mi contraddistingue, non sarebbe bastata. Non vi dico l’ansia che aumentava quando Ivan mi ha comunicato il nome che avrebbe avuto la mia rubrica, ovvero Quelle curiosi esplorazioni. In quel momento ho realizzato l’idea che mi fossi messo in una brutta situazione, a Napoli si dice Nu brutt guaio. Scherzi a parte, ho trovato pane per i miei denti. Adoro spingermi oltre le mie possibilità e capacità ed è stato proprio questo il volano giusto non solo affinché accettassi l’incarico, ma a trovare sempre nuove e Curiose esplorazioni.
A Reggio Emilia, edificio di Via Mari 10 si trova il vigneto più piccolo del mondo. Beh, non sarà una scoperta, ma oggi ve lo presento a modo mio.
Nel cuore del centro storico di Reggio Emilia, tra i tetti rossi della città, si trova il vigneto più piccolo del mondo, il Via Mari 10. Questo straordinario vigneto di Sangiovese, sospeso tra le nuvole, rappresenta un simbolo di emancipazione e apolidia, privo di un terroir fisso, ma profondamente radicato nella cultura e nell’identità italiana. In un panorama enologico ricco e variegato, il vigneto di Via Mari 10 emerge come un gioiello nascosto, capace di incantare gli amanti del vino e i visitatori occasionali. Questo vigneto rappresenta non solo una tradizione vitivinicola consolidata, ma anche un esempio di sostenibilità e innovazione.
La terra che nutre le piante del Via Mari 10 è un mix di argilla, calcare, ghiaia e terreno siliceo, proveniente da tutte le regioni italiane. Questo assemblaggio unico di suoli conferisce alle viti una complessità e una ricchezza senza pari. Le viti, allevate a terra nel cavedio, si arrampicano verso il terrazzo del vigneto, che affonda le sue radici in una tradizione che risale a generazioni passate. Fondato da una famiglia di viticoltori appassionati, il vigneto è cresciuto e si è evoluto nel tempo, mantenendo però intatti i valori fondamentali di qualità e rispetto per l’ambiente.
Ogni vendemmia rappresenta un momento di celebrazione, in cui la comunità si riunisce per raccogliere i frutti del lavoro svolto con dedizione. Il vigneto si estende su una superficie di diversi ettari, dove si coltivano varietà di uva autoctone e internazionali. Tra le varietà più apprezzate ci sono il Sangiovese, il Merlot e la Trebbiano, ognuna delle quali contribuisce a creare vini di straordinaria qualità. Ogni annata è caratterizzata da un’attenzione maniacale ai dettagli, dalla potatura alla raccolta, passando per la vinificazione, che avviene in cantina con metodi tradizionali e tecniche all’avanguardia.
Il vigneto è una meraviglia per la ragione e la creatività. Sottrarre un vigneto all’ambiente consueto e portarlo sui tetti rossi crea uno spaesamento sensoriale, trasformandolo in un’installazione artistica che stimola la percezione e l’immaginazione. Questo vigneto sospeso tra le nebbie cittadine diventa un’opera concettuale, un simbolo di connessione tra uomo e natura. I vini prodotti sono il riflesso del terroir unico del luogo, con aromi e sapori che raccontano la storia del terreno, del clima e della passione dei viticoltori. Ogni bottiglia è un viaggio unico, capace di trasmettere l’essenza del vigneto di Via Mari 10. Le piante sono nutrite con uova, banane, alghe marine e escrementi di usignolo. Inoltre, le voci e i suoni delle varie etnie presenti negli appartamenti circostanti arricchiscono e contaminano l’uva, creando un legame unico tra la vigna e l’ambiente urbano.
Uno degli aspetti più interessanti del vigneto è il suo impegno per la sostenibilità. Attraverso pratiche agricole rispettose dell’ambiente, come l’uso di fertilizzanti naturali e la gestione integrata delle risorse idriche, il vigneto di Via Mari 10 si propone di ridurre al minimo l’impatto ambientale della propria attività. Inoltre, l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della cantina è un chiaro esempio di una visione orientata al futuro. Il paesaggio che circonda il vigneto è composto da obelischi impervi, guglie appuntite, campanili inaccessibili, vie strette e tortuose, piazze deserte e piazze affollate. Questo scenario è un avvertimento per chi desidera vivere nella nostra civiltà spettacolare. Il Via Mari 10 esprime la sua essenza attraverso il sapore, come una poesia lo fa con le parole.
Il paesaggio si trasforma in un luogo ideale ma allo stesso tempo non più riconoscibile, creando una percezione unica dell’universo in cui il vigneto si trova, pensa e si muove. Questo rende il Via Mari 10 un bene edonistico di alta qualità, in cui la comunicazione tra la vigna e l’uomo che la coltiva è un fatto reale e tangibile.
La vigna è un’opera d’arte. I due tutori su cui i tralci maturano l’uva sono opere di Oscar Accorsi, basate sulla doppia elica del DNA come modello visivo. Le due sculture, con ritmi diversi, rappresentano graficamente due onde sonore, con ventri in fase negativa e positiva. Questo complesso armonioso esalta gli acini con musicalità, e quando vengono pigiati risuonano.
Prima di stappare una bottiglia di Via Mari 10, è consigliabile farla vibrare con note musicali, avvicinandola alla cassa di un violino, per assistere allo spettacolo delle onde sonore che fanno vibrare le molecole organiche addormentate dal lungo invecchiamento. L’utilizzo della metafora dell’onda sonora, non ha l’obiettivo di rappresentare il vino, ma creare una forma e un colore con un suono interno che risuoni con le immagini del mondo spirituale, causando vibrazioni nell’anima. La tecnologia diventa organica e la natura tecnologica, costringendo la storia a passare sopra i 20 metri quadrati del terrazzo.
Il vigneto di Via Mari 10 è un gioiello urbano che unisce storia, arte e innovazione, trasformando la percezione del vino e del paesaggio urbano. Un esempio straordinario di come la creatività e la passione possano dar vita a un’opera unica nel suo genere.
Via Mari 10 è aperto per visite e degustazioni, offrendo ai visitatori l’opportunità di esplorare il mondo del vino in un ambiente accogliente e informale. Le visite guidate permettono di scoprire ogni fase della produzione, dalla vite alla bottiglia, e di apprendere le tecniche di degustazione per apprezzare al meglio le sfumature dei vini. Le degustazioni, accompagnate da prodotti tipici locali, rappresentano un momento di convivialità e scoperta, rendendo ogni visita un’esperienza memorabile.
Il vigneto di Via Mari 10 non è solo un luogo dove si producono vini di qualità, ma è anche un simbolo di passione, tradizione e innovazione. Con il suo impegno per la sostenibilità e la sua attenzione ai dettagli, continua a conquistare il cuore degli appassionati di vino, contribuendo a scrivere una nuova pagina nella storia della viticoltura locale. Se siete in cerca di un’esperienza autentica e immersiva nel mondo del vino, una visita a questo vigneto è un must.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano chiù curioso ro munn (Trad. “più curioso del mondo”).
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13 Febbraio, 2025
Sulle orme dell'Ormeasco: Tenuta Maffone e Azienda Agricola Fontanacota
Mi porta in questa zona un assaggio indimenticabile, un MC fatto con solo Ormeasco, un vero unicum! Non sempre i MC con uve diverse da quelle vocate danno risultati entusiasmanti. Siamo a Pieve di Teco, nell’alta Valle Arroscia in provincia di Imperia, dove la Tenuta Maffone si estende per 10 ettari di vigne e 10 di ulivi. Ovviamente, data la natura del territorio, sono tutti frammentati e sparsi, tra i 500 e i 700 metri di quota.
Veniamo accolte da Eliana e dal marito Bruno. La prima, ex-dirigente di Poste Italiane, decide di cambiare vita seguendo la strada del marito, da lui intrapresa nel 2009 per dedicarsi anima e corpo ai due ettari di vigneto e agli uliveti del nonno. Ma la passione diventa inarrestabile e tra i vicini si sparge la voce che loro vogliono occuparsi del territorio. Così, negli anni, acquistano vigne abbandonate incrementando gli ettari fino ai 10 odierni e alle 60 mila bottiglie prodotte.
UN TERRITORIO BELLISSIMO E IMPEGNATIVO
Il territorio è bellissimo, incontaminato, e regno di lupi, caprioli e cinghiali. Il rovescio della medaglia sono gli alti costi per proteggere le colture dagli animali, costi che arrivano al 40% delle spese annue totali. Facciamo un bel giro per vigne fino ad arrivare a quella più alta e più vecchia, a 700 metri di altezza.
I vigneti di proprietà della famiglia hanno dai 60 ai 100 anni. La scelta è stata di mantenerli e coltivarli in modo tradizionale, non usando diserbanti e concimi chimici; pratica poi estesa a tutte le proprietà. Nei vigneti vengono seminati orzo e favino, quest’ultimo annualmente tritato e interrato per azotare il terreno.
“I vigneti sono in posizione particolarmente favorevole,” ci racconta Bruno, “molto areati, in altitudine e ben esposti al sole. Questo ci permette di fare pochissimi trattamenti e di non usare anti muffe, nel rispetto per l’ambiente e la natura che ci circonda. Non è strano infatti in estate trovare nidi di uccellini ben nascosti tra le foglie delle viti“.
TENUTA MAFFONE, ORMEASCO E… L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA
Scopro che questi meravigliosi territori sono ben conosciuti all’estero. Via via, i casolari abbandonati sono stati acquistati da persone provenienti dal nord Europa, particolarmente da Svezia, Inghilterra e Danimarca.
Eliana ci racconta questa bella storia: “Nel 1954, Asger Jorn, pittore, scultore, etnoarcheologo ed architetto selvaggio giunge ad Albissola Marina su invito di Enrico Baj e Sergio Dangelo. Innamorato del posto, decide di acquistare nel 1957 una piccola casa colonica dove si stabilirà fino alla fine dei suoi giorni. Si racconta che Jorn amasse il cibo della tradizione ligure e i vini rossi piemontesi e liguri.
Si fa quindi costruire una piccola cantina e, insieme al suo vicino di casa e amico Umberto Gambetta, si compra l’uva e inizia a fare un po’ di vino. Essendo un artista, si disegna un’etichetta e se la stampa per i suoi vini ‘Cantina Jorn’. Lui e Gambetta producono bottiglie che si bevono sostanzialmente loro. Insieme a Guy Debord e Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Pegeen Vail Guggenheim, Pinot Gallizio e Walter Olmo, approdati a Cosio durante i 3-4 giorni di soggiorno (all’epoca gli spostamenti erano veramente difficili), sostanzialmente bevono e mangiano. Si dice che fossero andati a rifornirsi di Ormeasco in giro per la valle perché avevano prosciugato tutte le scorte.
NASCE L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA
Ed è così che, in un clima festoso, con il sottofondo musicale dei Platters e di Vivaldi, il 28 luglio 1957 nasce l’Internazionale Situazionista. Non a caso il manifesto inizia con queste parole “Eravamo ebbri…”. Quando Jorn muore, la sua casa diventa un museo collegato alla sede “originale” in Danimarca. Vengono ritrovate queste bottiglie con l’etichetta da lui disegnata, la quale diventa anch’essa un’opera d’arte. Per promuovere il museo si decide di iniziare un progetto insieme alla mia azienda e di fare un vino con l’annata 2016 di Ormeasco Superiore, da un vero e proprio cru. Scegliamo uve da un appezzamento chiamato Cian di Negri con vigne centenarie – annata strepitosa – ne abbiamo prodotti solo 300 litri.
Siamo ad Albissola, luogo con una grande tradizione di ceramisti; mi dico che ci vorrebbe un contenitore di ceramica. Da qui, l’idea! Proprio a fianco del museo abita il proprietario della Clayver, un’azienda di Vado Ligure specializzata nella realizzazione di botti in ceramica per il vino, realizzate con un grès brevettato. Così, dopo un passaggio di 7 mesi in botte grande e successivo affinamento nella Clayver di 18 mesi nella Casa Museo più 4 anni in bottiglia, è venuta fuori una roba che non ci aspettavamo. Ci ha piacevolmente sorpreso! Una piccola parte l’abbiamo tenuta e imbottigliata per la nostra azienda con il nome di Vuscià (dal dialetto Vossia, l’antico Voi dialettale ligure rivolto alle persone di riguardo, il prete, il dottore, il sindaco e tutte quelle degne di un rispetto più intimo e che meritano qualcosa in più del Lei).
Una produzione di 1.720 bottiglie e 120 magnum numerate e un “declassamento” da DOC a Vino Ligure per creare una sorta di Superligurian come i blasonati vini di Bolgheri e dintorni.”
LA VINIFICAZIONE DELL’ORMEASCO
Bellissima storia davvero! Tornando all’Ormeasco, scopro che viene vinificato in cinque modi diversi. Si parte dallo Sciac-trà – da non confondere con lo Sciacchetrà, passito delle Cinque Terre con medesima pronuncia, tanto per confonderci le idee! Questo è un rosato naturale derivato da una vinificazione in bianco. Un altro è l’Ormeasco classico, a macerazione sulle bucce con vinificazione in acciaio. L’Ormeasco Superiore, invece, è una raccolta tardiva di uve selezionate a mano nel vigneto più vecchio, con macerazione sulle bucce e passaggio di circa 6 mesi in botte grande di legno. Chiude l’Ormeasco Passito, una piccola produzione con uve appassite sui graticci fino a gennaio e poi sgrappolate a mano e pigiate nel vecchio torchio.
Nel 2012, Bruno decide di portare avanti un progetto sul quale studiava da un po’ di tempo e da cui è poi partita la mia storia, ovvero spumantizzare l’Ormeasco.
GLI ASSAGGI DI ORMEASCO…E ALTRO
In abbinamento con la tipica focaccia Sardenaira (che non avevo mai mangiato) abbiamo assaggiato:
Pigato Superiore Giuano 2022, dal nome del nonno Giovanni
Granaccia Ligagna 2023, il cui nome deriva dalla legatura fatta con il salice
Ormeasco di Pornasso 2021, solo acciaio
Ormeasco di Pornasso Superiore U Meneghin 2019, un cru da un vigneto ultracentenario che non c’entra nulla con Milano ma che è stato così soprannominato e la cui produzione conta solo circa 2000 bottiglie
Ormeasco Chinato, una vera chicca
Vermouth, una prova…buonissima. Prova approvata!
E per concludere in bellezza e pulirci la bocca, come ha affermato Eliana, il MC di Ormeasco annata 2016 sboccatura 2024. Spettacolare! Come non farsene una scorta? E se volete conoscere un po’ meglio Eliana e Bruno della Tenuta Maffone, potete dare un’occhiata a questo articolo su di loro.
AZIENDA AGRICOLA FONTANACOTA
Non potevo non effettuare una tappa imperdibile, oltre che di confronto territoriale, presso l’Azienda Agricola Fontanacota. Marina Berta e suo figlio Andreas ci aspettano, in una fredda mattina di gennaio, per l’obbligatoria passeggiata tra i filari di Ormeasco e Moscato, dove ci accompagnano roseti ed erbe officinali e da cui si gode una vista spettacolare che si perde fino al mare.
Marina ci racconta che “la conduzione delle vigne segue il principio della lotta integrata. Si cerca di ridurre al minimo necessario gli interventi con prodotti chimici e di usare fitofarmaci solo in caso di necessità, mentre non utilizziamo diserbanti. Pratichiamo il sovescio; in autunno piantiamo orzo e favino tra i filari, poi a primavera quando queste erbe hanno raggiunto l’apice vegetativo, interriamo i primi centimetri di biomassa. Con questa operazione si garantiscono più sostanza organica e microelementi al terreno, si aumenta il controllo delle erbe infestanti, e si favoriscono biodiversità e conseguente presenza di insetti utili in vigneto. Inoltre, tutte le operazioni in vigna vengono per la maggior parte effettuate a mano“.
La cantina è nata nel 2001, anche se si faceva vino dagli anni ’80 come (mi è capitato spesso di sentire) un po’ in tutta questa parte di Liguria.
LE DUE TENUTE DI FONTANACOTA
Fontanacota si compone di due distinte tenute, la più grande situata in Val Prino con 4 ettari coltivati a Vermentino, Pigato, Rossese e Granaccia, mentre un’altra di dimensioni minori (2 ettari) si trova qui a Pieve di Teco, a seicento metri di altezza in coltivazione a Ormeasco e Moscato; in totale, circa 35 mila bottiglie prodotte annualmente. Abbiamo passeggiato in mezzo ai vigneti terrazzati e scoscesi con, da una parte, le Alpi imbiancate di neve che proteggono dai venti freddi provenienti da Piemonte e Francia e, dalla parte opposta, un mare già visibile nel suo luccichio all’orizzonte.
Visitiamo anche la micro-cantina, ricavata in un antico casolare e ci accingiamo agli assaggi nella sala di degustazione al primo piano, intatto testimone di usanze contadine, quando il centro della vita familiare era la cucina.
LA DEGUSTAZIONE TRA ORMEASCO E ALTRI AUTOCTONI
Libellulablu 24 mesi, sboccatura settembre 2024 (per la spumantizzazione, l’azienda si appoggia a Dogliotti). Per il momento solo 800 bottiglie prodotte ma visto il successo si prevede un incremento di produzione
Vermentino “Riviera Ligure di Ponente” DOC 2023
Pigato “Riviera Ligure di Ponente” DOC 2023
Barbazena Vermentino Superiore 2022, produzione 600 bottiglie
Lamantide Moscato 2023
Granaccia San Giorgio 2023
Ormeasco di Pornassio 2023
Ormeasco di Pornassio Superiore 2022
Le etichette sono bellissime, ognuna con una storia da raccontare. Per la Granaccia “San Giorgio” Edizione Limitata 2022 è stata scelta un ‘artista, Lidia Bolognini, che ha disegnato l’etichetta unendo lo stile manga a elementi di tutt’altra origine, ovvero San Giorgio e il drago. Le etichette dei “classici” riportano un upupa, uccello che non è difficile avvistare in questi luoghi incontaminati, e sono state disegnate dalla cognata Cristina Rovaldi. Evidentemente, una famiglia dove non manca il senso artistico, visto che le etichette dei Superiori, del Moscato e del MC (che riportano un bombo, una farfalla, una mantide e una libellula) sono state disegnate dalla nipote Caterina Berta.
UN ETIMO DISCUSSO
Vi riporto una curiosità a proposito dell’origine dell’ormeasco che ho trovato qui. Ci sono almeno tre spiegazioni. Una prima corrente di pensiero, mancando altra documentazione, ritiene che l’etimo ormeasco significhi vite dell’olmo. Un’altra, maggioritaria e più diffusa nei testi, nota che le località e i nomi con suffisso -asco, segnalavano nell’antica lingua ligure luoghi con la presenza di un corso d’acqua. Ad Ormea scorre il fiume Tanaro; il termine indicherebbe quindi una semplice etimologia dell’Ormeasco: vite e vino di Ormea.
Un altro filone di pensiero ritiene invece che il vino riporti il nome di Ormea quale essenziale luogo di transito e di commercializzazione del prodotto. Un po’ come i prodotti in ardesia che hanno preso il nome dalla località di Lavagna o le giare in Francia, che lo hanno preso da Antibes e Biot! In questo caso l’etimo ‘Ormeasco’ significherebbe, nuovamente, vite di Ormea.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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27 Gennaio, 2025
L'arte del vino, il vino dell'arte
Quando ho iniziato la mia avventura raccontando il vino, secondo la mia esperienza, mi sono sempre soffermato su un aspetto, ovvero, cercare e scoprire piccoli aneddoti e curiosità, che nessuno cercava, legati a questo meraviglioso mondo così variegato. La curiosità mi ha sempre contraddistinto in tutto quello che ho fatto nella mia vita, una frase sulla curiosità, che spesso mi ha accompagnato, racchiude l’essenza di quello che per me è la curiosità.
Perché quando un uomo costruisce un muro, l’uomo accanto ha subito bisogno di sapere cosa c’è dall’altra parte? (cit.George RR Martin).
Non c’è niente da fare, siamo insanabilmente curiosi!
Ed è per questo che ho accettato di scrivere per WinetalesMagazine, perché mi hanno dato l’opportunità di avere una rubrica tutta mia che dava spazio alla mia curiosità intitolata.
Quelle curiose esplorazioni, titolo più azzeccato di questo non lo si poteva trovare.
”Ma nun perdimm tiemp”
(Trad. “Non perdiamo tempo”), perché oggi vi porto in Spagna, precisamente a Salas Altas (Huesca) nella famosa D.O.P. Somontano dove nasce Bodega Enate. Piccola parentesi doverosa sul territorio dove ci troviamo. Siamo nel cuore della provincia di Huesca e ai piedi dei Pirenei, la Denominazione di Origine Somontano è stata costituita nel 1984. Solo sette anni dopo, con la sua nascita, Bodega Enate si è unita a questo progetto. Dalla sua costituzione, la D.O.P. è cresciuta positivamente, con un aumento progressivo di nuove cantine, che contribuiscono a potenziare e consolidare questa Denominazione. La Denominazione di Somontano ha circa 4.000 ettari dedicati alla coltivazione della vite, distribuiti in 43 comuni, nella comarca del Somontano di Barbastro. Attualmente conta 30 cantine e 334 viticoltori. La zona della D.O.P. Somontano si trova a un’altitudine compresa tra i 350 e i 1.000 metri sul livello del mare. Il clima è caratterizzato da inverni freddi, estati calde e bruschi cambiamenti di temperatura alla fine della primavera e dell’autunno. La temperatura media annuale è di 11 ºC. Perché ho deciso di parlare di Bodega Enate? Perché questa meravigliosa realtà ha unito due tipi d’arte, quella della produzione del vino, abbinata ad un museo di arte contemporanea all’interno della sua cantina. Il Team di Bodega Enate coniuga il design e la tecnologia più moderni con un rigoroso rispetto per la tradizione vitivinicola. La loro filosofia cerca di distinguersi attraverso il connubio con l’arte contemporanea. È impensabile una cantina senza vino e dunque ENATE ha realizzato che l’arte fosse l’essenza della sua identità, due concetti che nascono insieme e si arricchiscono reciprocamente. Oggi, ENATE è sia cantina che museo, enoteca e sala d’arte. Le sue botti e le sue pareti riassumono i grandi vini di Spagna, abitati dal genio dei grandi creatori spagnoli e internazionali. La cantina e i suoi vini devono il loro nome a un piccolo comune situato nella D.O.P. Somontano, Enate nella regione Huesca. Situato a circa 20 km dalla cantina e sulle rive del fiume Cinca, nella sua valle si trova una delle maggiori piantagioni di vigneti della cantina, tra cui la famosa parcella 234, che dà il nome al suo chardonnay più conosciuto. Bodega Enate nasce nl 1991 e l’anno successivo avviene la sua prima vendemmia. Ed è proprio nel 1992 che Enate inaugura una collezione di arte contemporanea con opere di artisti nazionali e internazionali. Da allora, ciascuno dei suoi vini è associato a un artista di riconosciuto prestigio, figurando sull’etichetta un’opera di sua creazione realizzata appositamente per la cantina. Etichette che offrono al consumatore la possibilità di godere della bellezza di un’immagine aggiunta ai complessi sapori e aromi del vino. Antonio Saura, pittore spagnolo residente in Francia per gran parte della sua vita, è stato il primo artista a vestire una delle bottiglie, quella del Chardonnay fermentato in barrique. Un’opera che con il tempo è diventata uno dei simboli con cui si identifica la bodega. La collezione di etichette della cantina si è arricchita con opere di artisti spagnoli e internazionali, oggi vanta una Sala d’Arte che espone più di 400 opere che danno luogo a una vera e propria collezione privata, diventando così una delle pinacoteche più importanti di Spagna d’Arte Contemporanea e unica per la sua relazione diretta tra arte e vino. Nomi come Antoni Tàpies, Eduardo Chillida, Rafael Canogar, Antonio Saura, José Manuel Broto, Víctor Mira, Pepe Cerdá, Salvador Victoria, José Beulas, Gustavo Torner, Frederic Amat o Eduardo Arroyo e molti altri, fanno parte del gruppo di artisti che hanno collaborato con Bodega Enata e che possono essere ammirati nella Sala d’Arte della cantina durante tutto l’anno. Così, anche le etichette sono state, fin dalla prima bottiglia, una finestra sull’arte contemporanea. Durante questi oltre trent’anni in cui ha imbottigliato e etichettato vini, la bodega ha prodotto più di 100 milioni di riproduzioni di oltre cinquanta opere d’arte contemporanea. Inoltre, più di 30 milioni di queste opere d’arte hanno viaggiato in oltre quaranta paesi di tutto il mondo. Anche la cantina ha puntato sul futuro, realizzando dal 1997 la Borsa di Studio di Arte ENATE come strumento di impegno sia con giovani creatori che con professionisti di lunga carriera. Da allora, un totale di dieci artisti sono stati borsisti. Artisti del calibro di; Eva Armisén, Patricia Albajar, Mapi Rivera, Andrés Begué, Ángel Masip, Alfonso Ascunce, Gema Rupérez, Viviana Guasch, Charo Carrera e Jorge Fin, fanno parte della collezione artistica della cantina. Enate nel marzo 2020 ha avviato la prima formazione d’arte in Aragona, A3RTE, insieme a Impact Hub Zaragoza, diretta a fornire agli artisti emergenti aragonesi gli strumenti per elevarsi come artisti e creare impatto con la loro opera. La cura ai dettagli e al solidale di questa cantina è enorme. Infatti nel 2002 sulle etichette viene incorporato il linguaggio Braille, dopo un anno di ricerca. Il primo vino a riportarlo in etichetta fù proprio l’ENATE Chardonnay-234. Nel 2010 nascono i primi vini solidali insieme a diverse organizzazioni. Il primo vino solidale di ENATE è nato in collaborazione al Rotary Club di Huesca e successivamente, il Vino dell’Amicizia insieme ad ATADES, il Vino Amico insieme a Valentia Social, o il Rosato Solidale. Seguono anni di successi e riconoscimenti, ma Enate non lascia nulla al caso e nel 2021 inaugura “Il Club Enate”, un punto di incontro per gli amanti del vino, visto come uno spazio in cui godere dell’arte del vino e della pittura. Un club rivolto agli appassionati che desiderano ampliare la loro esperienza, migliorare le loro conoscenze e condividere momenti tra vino e arte in un unico posto. La cantina in Spagna recita un ruolo fondamentale anche sotto l’aspetto dell’enoturismo, infatti offre un’esperienza unica. Oltre alla visita ai vigneti, il viaggiatore può affacciarsi su una varietà insolita di paesaggi unici. ENATE organizza visite guidate dal lunedì al sabato, in spagnolo, francese e inglese. La visita “L’arte del vino” include una passeggiata tra le sue strutture, seguendo il processo dell’uva fino alla sua trasformazione in vino mentre si effettua una degustazione e una visita della Sala d’Arte. ENATE offre diverse esperienze enoturistiche personalizzate con cui scoprire l’essenza del territorio di Somontano e avvicinarsi alla cultura del vino e dell’arte contemporanea. In conclusione, Bodega ENATE non è solo un luogo dove si produce vino di alta qualità, ma è anche un punto di incontro per gli amanti dell’arte e della cultura. Con la sua dedizione alla tradizione vitivinicola e il suo impegno per l’innovazione, ENATE rappresenta un perfetto connubio tra passato e futuro. Le sue iniziative enoturistiche, le degustazioni e le esperienze personalizzate offrono ai visitatori un’immersione completa nel mondo del vino e dell’arte contemporanea. Visitare ENATE significa non solo assaporare vini eccellenti, ma anche vivere un’esperienza unica che celebra la bellezza e la creatività in tutte le sue forme. Se andate in Spagna, fossi in voi una visita la farei, parola di Mister Wine!!! Statev buon! Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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(Trad. “Non perdiamo tempo”), perché oggi vi porto in Spagna, precisamente a Salas Altas (Huesca) nella famosa D.O.P. Somontano dove nasce Bodega Enate. Piccola parentesi doverosa sul territorio dove ci troviamo. Siamo nel cuore della provincia di Huesca e ai piedi dei Pirenei, la Denominazione di Origine Somontano è stata costituita nel 1984. Solo sette anni dopo, con la sua nascita, Bodega Enate si è unita a questo progetto. Dalla sua costituzione, la D.O.P. è cresciuta positivamente, con un aumento progressivo di nuove cantine, che contribuiscono a potenziare e consolidare questa Denominazione. La Denominazione di Somontano ha circa 4.000 ettari dedicati alla coltivazione della vite, distribuiti in 43 comuni, nella comarca del Somontano di Barbastro. Attualmente conta 30 cantine e 334 viticoltori. La zona della D.O.P. Somontano si trova a un’altitudine compresa tra i 350 e i 1.000 metri sul livello del mare. Il clima è caratterizzato da inverni freddi, estati calde e bruschi cambiamenti di temperatura alla fine della primavera e dell’autunno. La temperatura media annuale è di 11 ºC. Perché ho deciso di parlare di Bodega Enate? Perché questa meravigliosa realtà ha unito due tipi d’arte, quella della produzione del vino, abbinata ad un museo di arte contemporanea all’interno della sua cantina. Il Team di Bodega Enate coniuga il design e la tecnologia più moderni con un rigoroso rispetto per la tradizione vitivinicola. La loro filosofia cerca di distinguersi attraverso il connubio con l’arte contemporanea. È impensabile una cantina senza vino e dunque ENATE ha realizzato che l’arte fosse l’essenza della sua identità, due concetti che nascono insieme e si arricchiscono reciprocamente. Oggi, ENATE è sia cantina che museo, enoteca e sala d’arte. Le sue botti e le sue pareti riassumono i grandi vini di Spagna, abitati dal genio dei grandi creatori spagnoli e internazionali. La cantina e i suoi vini devono il loro nome a un piccolo comune situato nella D.O.P. Somontano, Enate nella regione Huesca. Situato a circa 20 km dalla cantina e sulle rive del fiume Cinca, nella sua valle si trova una delle maggiori piantagioni di vigneti della cantina, tra cui la famosa parcella 234, che dà il nome al suo chardonnay più conosciuto. Bodega Enate nasce nl 1991 e l’anno successivo avviene la sua prima vendemmia. Ed è proprio nel 1992 che Enate inaugura una collezione di arte contemporanea con opere di artisti nazionali e internazionali. Da allora, ciascuno dei suoi vini è associato a un artista di riconosciuto prestigio, figurando sull’etichetta un’opera di sua creazione realizzata appositamente per la cantina. Etichette che offrono al consumatore la possibilità di godere della bellezza di un’immagine aggiunta ai complessi sapori e aromi del vino. Antonio Saura, pittore spagnolo residente in Francia per gran parte della sua vita, è stato il primo artista a vestire una delle bottiglie, quella del Chardonnay fermentato in barrique. Un’opera che con il tempo è diventata uno dei simboli con cui si identifica la bodega. La collezione di etichette della cantina si è arricchita con opere di artisti spagnoli e internazionali, oggi vanta una Sala d’Arte che espone più di 400 opere che danno luogo a una vera e propria collezione privata, diventando così una delle pinacoteche più importanti di Spagna d’Arte Contemporanea e unica per la sua relazione diretta tra arte e vino. Nomi come Antoni Tàpies, Eduardo Chillida, Rafael Canogar, Antonio Saura, José Manuel Broto, Víctor Mira, Pepe Cerdá, Salvador Victoria, José Beulas, Gustavo Torner, Frederic Amat o Eduardo Arroyo e molti altri, fanno parte del gruppo di artisti che hanno collaborato con Bodega Enata e che possono essere ammirati nella Sala d’Arte della cantina durante tutto l’anno. Così, anche le etichette sono state, fin dalla prima bottiglia, una finestra sull’arte contemporanea. Durante questi oltre trent’anni in cui ha imbottigliato e etichettato vini, la bodega ha prodotto più di 100 milioni di riproduzioni di oltre cinquanta opere d’arte contemporanea. Inoltre, più di 30 milioni di queste opere d’arte hanno viaggiato in oltre quaranta paesi di tutto il mondo. Anche la cantina ha puntato sul futuro, realizzando dal 1997 la Borsa di Studio di Arte ENATE come strumento di impegno sia con giovani creatori che con professionisti di lunga carriera. Da allora, un totale di dieci artisti sono stati borsisti. Artisti del calibro di; Eva Armisén, Patricia Albajar, Mapi Rivera, Andrés Begué, Ángel Masip, Alfonso Ascunce, Gema Rupérez, Viviana Guasch, Charo Carrera e Jorge Fin, fanno parte della collezione artistica della cantina. Enate nel marzo 2020 ha avviato la prima formazione d’arte in Aragona, A3RTE, insieme a Impact Hub Zaragoza, diretta a fornire agli artisti emergenti aragonesi gli strumenti per elevarsi come artisti e creare impatto con la loro opera. La cura ai dettagli e al solidale di questa cantina è enorme. Infatti nel 2002 sulle etichette viene incorporato il linguaggio Braille, dopo un anno di ricerca. Il primo vino a riportarlo in etichetta fù proprio l’ENATE Chardonnay-234. Nel 2010 nascono i primi vini solidali insieme a diverse organizzazioni. Il primo vino solidale di ENATE è nato in collaborazione al Rotary Club di Huesca e successivamente, il Vino dell’Amicizia insieme ad ATADES, il Vino Amico insieme a Valentia Social, o il Rosato Solidale. Seguono anni di successi e riconoscimenti, ma Enate non lascia nulla al caso e nel 2021 inaugura “Il Club Enate”, un punto di incontro per gli amanti del vino, visto come uno spazio in cui godere dell’arte del vino e della pittura. Un club rivolto agli appassionati che desiderano ampliare la loro esperienza, migliorare le loro conoscenze e condividere momenti tra vino e arte in un unico posto. La cantina in Spagna recita un ruolo fondamentale anche sotto l’aspetto dell’enoturismo, infatti offre un’esperienza unica. Oltre alla visita ai vigneti, il viaggiatore può affacciarsi su una varietà insolita di paesaggi unici. ENATE organizza visite guidate dal lunedì al sabato, in spagnolo, francese e inglese. La visita “L’arte del vino” include una passeggiata tra le sue strutture, seguendo il processo dell’uva fino alla sua trasformazione in vino mentre si effettua una degustazione e una visita della Sala d’Arte. ENATE offre diverse esperienze enoturistiche personalizzate con cui scoprire l’essenza del territorio di Somontano e avvicinarsi alla cultura del vino e dell’arte contemporanea. In conclusione, Bodega ENATE non è solo un luogo dove si produce vino di alta qualità, ma è anche un punto di incontro per gli amanti dell’arte e della cultura. Con la sua dedizione alla tradizione vitivinicola e il suo impegno per l’innovazione, ENATE rappresenta un perfetto connubio tra passato e futuro. Le sue iniziative enoturistiche, le degustazioni e le esperienze personalizzate offrono ai visitatori un’immersione completa nel mondo del vino e dell’arte contemporanea. Visitare ENATE significa non solo assaporare vini eccellenti, ma anche vivere un’esperienza unica che celebra la bellezza e la creatività in tutte le sue forme. Se andate in Spagna, fossi in voi una visita la farei, parola di Mister Wine!!! Statev buon! Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
8 Gennaio, 2025
I Vignaioli FIVI ospitano FIOI: con l'olio giusto il fritto può far bene.
Che il mondo dell’olio sia tutto da scoprire, si sa. E l’hanno capito anche al Mercato dei Vini gli organizzatori della FIVI, che quest’anno hanno affiancato ai tradizionali produttori di vino quelli d’olio. Riuniti sotto l’egida FIOI, hanno dedicato uno spazio e un’attenzione particolari a questo meraviglioso prodotto, che più ancora del vino è presente quotidianamente sulle nostre tavole.
FIOI – UN OLIO ‘INDIPENDENTE’
La Masterclass a cui ho partecipato si intitolava “Verità e falsi miti nell’olio. In cottura e a crudo, quello che cambia in termini di gusto è sorprendente”. Pietro Intini, Presidente della federazione e produttore pugliese, ci racconta che il progetto Fioi è nato circa 5 anni fa. Parlando con alcuni colleghi si era infatti reso conto che il settore era cresciuto tantissimo e che c’era una forte necessità di regolamentazione per tutelare la qualità dei prodotti, i produttori e, a cascata, i consumatori. E’ nato così il Manifesto FIOI.
“Questa federazione è fatta da produttori e per i produttori“, spiega il Presidente. “Credo che sia un movimento che parte proprio dal basso, dalla Terra. Le persone che ne fanno parte sono agricoltori o produttori di olio che si cimentano in attività di tipo associativo e politico. E’ quindi un’associazione di categoria con obiettivi chiari e fondamentali, tra i quali la valorizzazione delle cultivar dell’Italia, che conta forse più di 600 varietà di olive.
Parlando di vino, si è arrivato addirittura a identificare un cru. Anche nel mondo dell’olio abbiamo la stessa realtà e potremmo iniziare a distinguere tra diverse zone e tipologie. Oltre alla qualità va controllato il processo di produzione, dotandosi di protocolli di lavorazione che trattino la materia prima come un prodotto d’eccellenza. Non voglio fare terrorismo, però di olio extravergine d’oliva di qualità ce n’è in giro pochissimo.“
UN PERCORSO QUALITA’ PER L’OLIO EVO
Questo principalmente perché l’olio extravergine di oliva è l’unico alimento che deve soddisfare attente e rigorose analisi chimiche e organolettiche. Ciò significa ad esempio che, oltre a rispettare parametri di acidità, il prodotto deve superare il giudizio di un panel test. Un gruppo di esperti assaggiatori, se non rileva la presenza di difetti, dà il via libera alla denominazione Olio Extravergine Oliva.
“Esiste però un problema. La stragrande maggioranza degli oli in circolazione è, ahimè, “difettata”, sebbene possieda un profilo analitico corretto. Consapevoli di questo, il nostro intento è prima di tutto provvedere formazione agli associati. L’utilizzo del marchio in etichetta, sigillo di garanzia, viene dato solo all’olivicoltore socio che abbia dimostrato un percorso di crescita con noi. Questo percorso prevede ovviamente tutta una serie di protocolli per la produzione e la realizzazione di questo olio extravergine di oliva.”
LA MASTERCLASS FIOI: COTTURA E CULTURA DELL’OLIO
Un altro obiettivo fondamentale è quello della cultura di prodotto. Siamo qui perché vogliamo essere vicino al consumatore e spiegare che l’olio ha specifici profili olfattivi, profumi. Questa masterclass è anche per dire “attenzione perché l’olio non è solo l’olio buono, non deve essere solo utilizzato a crudo, ma seguendo accortezze che si fondano su studi e prove empiriche va benissimo anche utilizzato in cottura.”
Fabio Ferrara, relatore della masterclass, è il Patron dell’Osteria Tarassaco. Con la sua loquacità e verve ci ha tenuto incollati alle sedie in un tempo che è parso sospeso. “Nel mio locale non c’è menù, non c’è carta dei vini, non c’è carta dell’olio. Decido io, perché con le persone non è che puoi stare lì a spiegare, a giocare di fioretto ma piuttosto bisogna mettergli il fucile in bocca. Cioè ‘ti consiglio questo altrimenti non è il posto per te’. Chi viene da me è nel mio mondo e deve avere la sensibilità di farsi guidare“.
La premessa è interessante, e Fabio entra a gamba tesa sull’argomento principe: “Mentre tutti i guru dell’olio lavorano sulla concordanza, io ho cominciato a lavorare in contrapposizione”, spiega. “Sono di fondo un ricercatore di materia, vado alla ricerca delle materie più importanti e di qualità che esistono sulla faccia della terra. Per farvi un esempio, il sale. Prima di scegliere il sale che utilizzo, ho girato tutte le saline. Per trovare il pepe giusto sono andato dappertutto, fino in Madagascar. Vi faccio un altro esempio. I guru mettono l’olio che sa di pomodoro su un grande pomodoro. Se io compro un grande pomodoro voglio metterci altro, perchè il sapore del pomodoro già deve esserci!”
Fabio si spinge oltre, raccontaci che cucinare con l’olio di alta qualità, addirittura friggere in quell’olio, migliora la vita, favorendo il prebiotico naturale inulina e la vitamina K, fondamentali per mantenerci in salute. I dati arrivano dalle analisi chimiche che lui stesso e a sue spese (“mi sono costate 2.400 euro!”, ha commissionato a un laboratorio a Verona.
“L’olio è un sigillante intorno alla materia, fa un velo che la protegge e rende le vitamine e le sostanze nutraceutiche biodisponibili per il nostro corpo, quando le mangiamo. Non solo, in certi casi quando cuciniamo con oli di alta qualità e valori di polifenoli alti, le proprietà nutritive aumentano in modo esponenziale”. Alla domanda sui benefici della cucina a vapore risponde: “Ma quale cucina a vapore! Mangiatela tu, io cucino!”. Scopriamo così che per capire il rapporto tra cibo e salute, è importante indagare sulla correlazione tra polifenoli e proprietà antiossidanti e antiradicali, sulla la capacità dell’inulina di favorire la digestione e su quella della vitamina K di promuovere la flessibilità arteriosa.
POLIFENOLI, UNA SINERGIA PER LA SALUTE
“Tutti analizzano l’olio, ma a che serve?”, provoca Fabio, che continua: “Bisogna indagare la materia che si sta cucinando. Ad esempio guardiamo la cicoria, ho fatto un esperimento è l’ho cotta in tre modi diversi: nell’acqua, con l’olio di Ascolana tenera (la cultivar, ndr), che ha un valore di polifenoli di circa 450 mg/kg e con un olio di Coratina di oltre 850 polifenoli. Praticamente ottengo tre risultati completamente diversi: con l’olio di qualità aumenta l’assimilabilità delle proprietà contenute nell’alimento e più è alto il tasso di polifenoli, come con la Coratina, più il processo è potente”. Quindi è quello che praticamente ci dà la possibilità di poter di far lavorare il nostro microbiota nella maniera migliore.
“I polifenoli usano l’olio come un veicolo che li cattura e se li porta nella zona gastroenterologica, rendendoli biodisponibili. Voi sapete che i polifenoli all’interno del nostro corpo sono la manna dal cielo, mettono a posto la flora batterica e ne favoriscono il riequilibrio”. Fabio è un fiume in piena e ci fa riflettere sul fatto di mettere quotidianamente in pratica azioni sbagliate. Ad esempio ci racconta che “la prima frittura in olio extra vergine non è quella migliore e l’olio extravergine comincia a tirare fuori il meglio di sé dopo la terza frittura. Anche economicamente, oltre che sul piano salutare, fa qualche conto: “Olio di Girasole 4,20 euro al litro, se sono un locale serio ci faccio al massimo 2 fritture e spendo 8,60 euro. L’Olio Extravergine di Oliva mi costa 14 euro e lo utilizzo per 5 fritture . Risparmio!“
Inizia poi la dimostrazione, cominciando con la cottura delle cime di rapa per mostrare (e far assaggiare) come cambiano a seconda che siano cotte in acqua oppure fritte in olio (monocultivar Intosso di Tommaso Masciantonio Olivicoltore e Frantoiano di Casoli – CH). Posso dire che veramente la differenza è tanta e che il sapore viene mantenuto e racchiuso molto di più nella cima fritta. Nel frattempo vengono fritti in olio i carciofi (monocultivar Coratina di Michele Depalo Olivicoltore e Frantoiano FIOI a Giovinazzo, Bari). Semplicemente sublimi, leggerissimi, impalpabili e saporiti.
Mi porto a casa nuovi spunti di riflessione e anche qualche conoscenza in più. Gli oli di elevata qualità hanno polifenoli e caratteristiche sensoriali diverse per ciascuna varietà di oliva utilizzata e, quando vengono sperimentati in cucina, rivelano orizzonti tutti da esplorare. Gli chef del futuro hanno la strada aperta alla sperimentazione e a nuovi concetti, per indagare e scoprire combinazioni che potranno, rispettando la materia, esaltarla mantenendone inalterati i suoi valori nutraceutici.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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22 Dicembre, 2024
La Sirica. Una varietà Campana quasi scomparsa
La curiosità è stata legata a lungo ad un evento negativo, la perdita dell’Eden a causa di Eva. È il filosofo Michel Foucault a liberarci finalmente da questo luogo comune definendo la curiosità sinonimo di intelligenza e meraviglia. Un sentimento che non si immobilizza davanti al reale, ma cerca di disfarsi di ciò che è familiare e che si esercita a guardare le cose diversamente andando oltre, uscendo fuori da quella confort-zone mentale. Ecco, in queste affermazioni, mi ci ritrovo alla grande. Non voglio perdere l’Eden, voglio restarci, scoprendo nuovi luoghi, nuovi angoli inesplorati. Ed ecco che proprio grazie alla mia rubrica “Quelle curiose esplorazioni”, giro e rigiro alla scoperta di novità, magari viste e riviste, ma non sotto la mia lente di ingrandimento.
Siamo nella mia Campania, di rientro dall’ultimo viaggio in Sardegna e voglio parlarvi dì una quasi scomparsa varietà Campana, la Sirica.
Alberto Magno diceva
Vitis etiam provectioris aetatis facit uvas meliores et melus vinum, sed facit uvas pauciores proportionae suae quantitatis quam juvenis. (trad. “Senza dubbio la vite più avanti negli anni produce uve migliori e un vino migliore, ma la resa della quantità è minore rispetto a quando è giovane.)
Per chi non l’avesse capito, siamo in Irpinia e facciamo visita ad un’azienda leader da anni del settore che, tra i tanti meriti, si è fregiata della scoperta e rivalutazione di questa varietà autoctona
Feudi di San Gregorio sta all’Irpinia, come l’Irpinia sta a Feudi. Un territorio “fortunato” sia dal punto di vista del suolo che dal clima. Così fortunato da essere riuscito a superare, quasi indenne, anche l’annoso problema della fillossera.
In questa terra baciata dal Dio vino è facile incontrare vitigni autoctoni, rari figli di un territorio che cambia radicalmente da zona a zona. A Taurasi, piccolo comune della provincia di Avellino e patria dell’omonimo vino prodotto da uve aglianico e DOCG della Regione, è ancora possibile imbattersi in viti ultracentenarie. È proprio a Taurasi, all’interno di un vigneto di Aglianico, che sono state ritrovate piante con oltre 200 anni di vita appartenenti ad una varietà riconosciuta come Sirica.
Il Sirica, o Siriana/Syricus, ha radici che si perdono nella storia. La ritroviamo negli scritti di Plinio, che nel 75 a.C. lo inserisce tra le uve coltivate in Campania/Romana e ne attribuisce il nome di derivazione Syricum, un colorante rosso, all’epoca molto diffuso.
Altra testimonianza storica è legata a Isidoro di Siviglia, che nel 63 d.C. chiama la Sirica anche Vitis-Sciovia e la fa derivare dalla Siria. In accordo con Plinio, la colloca tra le Aminee più pregiate. È Catone poi a precisare come l’introduzione di questo vitigno in Italia sia avvenuta molto tempo prima della fondazione di Roma dalla regione abitata dai Seri. Solo recentemente è comunque stata formulata l’ipotesi che conduce a derivare il nome Sirica da Siri, l’antica città posta sullo Ionio, vicina a Metaponto che, dopo la Seconda Guerra Punica e a seguito del dominio di Roma sulla Magna Grecia, venne chiamata Eraclea. Ad onor del vero e per completezza, è bene citare anche l’esistenza dell’ipotesi, avanzata da alcuni autori francesi come “Andrè” e Rezèau, che la porta ad una certa affinità con la Syrah, Serine o Shesh, tutti vitigni di origini persiana,
Ma entriamo più nel vivo della questione.
Trasim dint’a scazzetta d’ò prevete
(Ovvero, Ad Litteram, “Entrare nello zuccotto del prete, addentrarsi nei particolari o in fatti riservati). Feudi di San Gregorio ritrova alcuni ceppi di questo vitigno d’età presunta di 250 anni, franchi di piede, dal grande sviluppo sia vegetativo che produttivo ospitati dall’altopiano vulcanico di Taurasi che, grazie alle sue condizioni pedo-climatiche, è caratterizzato da una viticoltura di forte tradizione e originalità. Il profilo dei marcatori del DNA e degli antociani risultanti dalle analisi effettuate sulle ultime tre piante originarie presenti a Taurasi, evidenzia una certa affinità genetica con alcuni vitigni dell’area Nord-Orientale della penisola Italica. Nella fattispecie, Teroldego, Lagrein e Refosco. Se si entrasse nei rapporti di parentela, è possibile ipotizzare come la Sirica sia un ancestrale dello stesso Aglianico. Ne è una possibile prova la forma di allevamento a Tennecchia o Tesole dell’avellinese e del beneventano. Recenti studi, infatti, hanno rivelato come probabilmente la Sirica sia nata grazie ad un incrocio naturale tra Aglianico e Syrah. Queste piante dopo un’attenta analisi con moderne tecnologie dei marcatori molecolari, sono state moltiplicate nel 2003 dai tecnici di Feudi dando vita ad un vitigno moderno con coltivazione a spalliera esteso per circa 3ha. Feudi, ancorché impegnata nella registrazione della Sirica nel Catalogo Nazionale delle varietà depositato presso il Ministero delle politiche agricole, dal 2007, produce da questa varietà tot. 690 esemplari numerati riservandoli ai clienti più appassionati. L’affinamento è di circa due anni, di cui metà in barriques e metà in bottiglia. La produzione totale si attesta all’incirca sulle 4000 bottiglie. La Sirica si presenta di colore rosso vivace, dal naso vinoso che assorbe sentori di frutta rossa e note mentolate. In bocca è fresco, morbido e speziato. Di buona struttura e grande persistenza. Gli appassionati e gli addetti ai lavori non hanno perso tempo per scatenare fantasie ed elogi tanto che la Sirica di Feudi scala velocemente tutti i gradini di gradimenti della critica. Robert Parker, Antonio Galloni e Wine Enthusiast la premiano con oltre 93 punti e ciò che più conta, le reazioni dei critici sono a dir poco entusiasmanti. La Sirica di Feudi piace e convince. Aldilà della curiosa scoperta è un vino ricercato, che piace anche perché affonda le sue radici nel tempo e con il tempo è destinato solo a migliorare. Con vini come questi, è facile affermare come Feudi di San Gregorio possa essere identificato come il marchio simbolo del Rinascimento enologico del meridione d’Italia e di un’autentica cultura del bere volta a riscoprire l’identità profonda dei sapori mediterranei. Auguro a tutti buone feste, magari con un bicchiere di Sirica. Resta cu mme (trad. Resta con me), perché il mio prossimo articolo Sarà cchiù (trad. Sarà ancor di più), curioso e interessante. Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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(Ovvero, Ad Litteram, “Entrare nello zuccotto del prete, addentrarsi nei particolari o in fatti riservati). Feudi di San Gregorio ritrova alcuni ceppi di questo vitigno d’età presunta di 250 anni, franchi di piede, dal grande sviluppo sia vegetativo che produttivo ospitati dall’altopiano vulcanico di Taurasi che, grazie alle sue condizioni pedo-climatiche, è caratterizzato da una viticoltura di forte tradizione e originalità. Il profilo dei marcatori del DNA e degli antociani risultanti dalle analisi effettuate sulle ultime tre piante originarie presenti a Taurasi, evidenzia una certa affinità genetica con alcuni vitigni dell’area Nord-Orientale della penisola Italica. Nella fattispecie, Teroldego, Lagrein e Refosco. Se si entrasse nei rapporti di parentela, è possibile ipotizzare come la Sirica sia un ancestrale dello stesso Aglianico. Ne è una possibile prova la forma di allevamento a Tennecchia o Tesole dell’avellinese e del beneventano. Recenti studi, infatti, hanno rivelato come probabilmente la Sirica sia nata grazie ad un incrocio naturale tra Aglianico e Syrah. Queste piante dopo un’attenta analisi con moderne tecnologie dei marcatori molecolari, sono state moltiplicate nel 2003 dai tecnici di Feudi dando vita ad un vitigno moderno con coltivazione a spalliera esteso per circa 3ha. Feudi, ancorché impegnata nella registrazione della Sirica nel Catalogo Nazionale delle varietà depositato presso il Ministero delle politiche agricole, dal 2007, produce da questa varietà tot. 690 esemplari numerati riservandoli ai clienti più appassionati. L’affinamento è di circa due anni, di cui metà in barriques e metà in bottiglia. La produzione totale si attesta all’incirca sulle 4000 bottiglie. La Sirica si presenta di colore rosso vivace, dal naso vinoso che assorbe sentori di frutta rossa e note mentolate. In bocca è fresco, morbido e speziato. Di buona struttura e grande persistenza. Gli appassionati e gli addetti ai lavori non hanno perso tempo per scatenare fantasie ed elogi tanto che la Sirica di Feudi scala velocemente tutti i gradini di gradimenti della critica. Robert Parker, Antonio Galloni e Wine Enthusiast la premiano con oltre 93 punti e ciò che più conta, le reazioni dei critici sono a dir poco entusiasmanti. La Sirica di Feudi piace e convince. Aldilà della curiosa scoperta è un vino ricercato, che piace anche perché affonda le sue radici nel tempo e con il tempo è destinato solo a migliorare. Con vini come questi, è facile affermare come Feudi di San Gregorio possa essere identificato come il marchio simbolo del Rinascimento enologico del meridione d’Italia e di un’autentica cultura del bere volta a riscoprire l’identità profonda dei sapori mediterranei. Auguro a tutti buone feste, magari con un bicchiere di Sirica. Resta cu mme (trad. Resta con me), perché il mio prossimo articolo Sarà cchiù (trad. Sarà ancor di più), curioso e interessante. Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
10 Dicembre, 2024
WineHo e Mangiabottoni: Innovazione e Inclusione nell’Enoturismo Italiano
Verona apre la strada a un nuovo modello di accoglienza
Un aperitivo speciale presso l’Osteria Mangiabottoni ha segnato l’inizio di una collaborazione rivoluzionaria tra WineHo®, realtà di riferimento nel settore dell’enoturismo di lusso e il Mangiabottoni, progetto di ristorazione inclusiva gestito dalla cooperativa sociale L’Officina dell’Aias nelle persone di Emanuele Germinasi e Mattia Padovani, direttore del Mangiabottoni. Questa partnership ambiziosa punta a creare un nuovo modello di Wine Hospitality Inclusiva, che unisce eccellenza, sostenibilità e inclusione sociale, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030.
L’evento si è avvalso altresì della collaborazione di Monica Rossini per la comunicazione.
Inclusione e Alta Cucina: la formula vincente
Il progetto si distingue per la capacità di coniugare il meglio della gastronomia con l’inserimento lavorativo di persone appartenenti a categorie vulnerabili, come disabili, ex detenuti e donne vittime di violenza. Il Mangiabottoni, già attivo dal 2019, impiega oggi 34 giovani con disabilità in diverse attività di ristorazione. Tra le loro fila, spiccano cuochi con esperienze presso Alain Ducasse in Francia e Giancarlo Perbellini in Italia.
Grazie a questa partnership, il catering per le esperienze enoturistiche in cantina sarà curato dal Mangiabottoni, creando un’esperienza su misura per i visitatori. Le cantine potranno richiedere un servizio completo “on demand”, che includa sia la somministrazione di cibo sia l’intero concept dell’accoglienza.
Cristina Mascanzoni Kaiser, titolare di WineHo e goodwill ambassador del Mangiabottoni,
Questo progetto nasce per dare risalto a una dimensione umana spesso trascurata. L’inclusione non deve essere solo un valore dichiarato, ma una pratica concreta che arricchisce l’esperienza turistica. Vogliamo portare questo modello in tutta Italia, con l’appoggio delle istituzioni.
Un’opportunità per il Veneto e l’Italia
L’obiettivo non si limita al territorio veronese, questa iniziativa può diventare un format replicabile in tutta la Regione Veneto e successivamente a livello nazionale. Il coinvolgimento attivo delle cantine e delle strutture ricettive potrebbe generare un impatto sociale significativo, offrendo nuove opportunità a persone in condizioni di svantaggio, facenti parte della cosiddetta zona grigia.
Emanuele Germiniasi, Direttore della cooperativa L’Officina dell’Aias,
La nostra missione è offrire percorsi di vita e autonomia, con un modello imprenditoriale che garantisca sostenibilità e qualità. Il Mangiabottoni non è solo un ristorante, ma un progetto di vita per chi vi lavora.
Turismo ed Inclusione
L’inclusione visibile e il turismo responsabile sono temi sempre più centrali nel dibattito internazionale. Questo progetto rappresenta un’opportunità concreta per il Veneto di posizionarsi come avanguardia in questo ambito.
Cristina Mascanzoni Kaiser
Titolare di WineHO ® www.wineho.it
Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing”
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3 Dicembre, 2024
Il Panzale di Cantina Berritta. Un curioso vitigno in una magica terra
In Sardegna il tempo si è fermato, e questo è il suo grande pregio. (Fabrizio De Andrè).
Come dargli torto al grande De Andrè, se conosci la Sardegna, hai imparato, come me, che qui tutto diventa slow. Lo scorrere del tempo, rallenta, quasi come se volesse farti godere appieno di ogni momento, ogni tramonto, ogni colore e ogni istante. Tutto diventa magico, una terra che è ben conosciuta per il suo mare, le sue spiagge e i suoi paesaggi wild. Ma c’è un lato che indiscutibilmente non è secondo alla bellezza del territorio, anzi direi che funge da contorno, la famosa ciliegina sulla torta. La Sardegna vanta tesori nascosti che fino a pochi decenni fa, si pensava fossero stati introdotti sull’isola dai Fenici, ma dalle ultime scoperte si è accertata la presenza della vite nel periodo nuragico. Alcuni vitigni, ad esempio, sono presenti solo in Sardegna, alcuni esempi sono il Nuragus, Nasco, Nieddera, Semidano, Granatza, Licronaxiu, pertanto è impossibile che siano stati importati. Un vero e proprio patrimonio di biodiversità. La Sardegna è la regione che vanta il maggior numero di endemismi e vitigni autoctoni, e i recenti ritrovamenti di vinaccioli con datazioni dal 900 fino al 1300 AC, testimoniano la presenza della vite ben prima dell’arrivo dei Fenici. Questa scoperta fa dell’isola un centro di domesticazione secondario, affiancandola dunque ai territori Caucasici e della Mesopotamia riconosciuti come luoghi di domesticazione primaria della vite. Mentre l’Italia vanta il maggior patrimonio varietale vinicolo, la Sardegna custodisce un tesoro di vitigni autoctoni che deve ancora valorizzare.
Tra i miei viaggi alla scoperta di chicche e tesori nascosti, ho scovato nel cuore di Dorgali un’azienda davvero virtuosa, dove custodisce un vitigno più unico che raro, ovvero il Panzale, parliamo della Cantina Berritta.
Siamo precisamente nella vallata di Oddoene, regno delle migliori tradizioni agricole Dorgalesi; infatti, la maggior parte del vino e dell’olio prodotto a Dorgali proviene da questa vallata. La valle è circondata da imponenti montagne (monte Oddeu, Monte Tundu, sos Gutturzos) attraversata dal Rio Frummeneddu che la rende fertile e il suo suolo è ricco in granito in decomposizione e calcare, un suolo molto povero per qualsiasi coltivazione ma perfetto per vitigni e oliveti; infatti, 500 ettari di questa vallata sono coltivati a vigneti e 700 ettari a oliveti.
Non lontano dal mare (160\ 200 m slm), siamo all’incirca 12 km da Cala Gonone, ecco perché questa vallata ha un suo microclima, con forti escursioni termiche dal giorno e la notte cosa che ben si addice a questo tipo di coltivazioni
La Cantina nasce nel 2007 con Antonio Berritta, vignaiuolo da diverse generazioni, che impiantò qui i suoi primi vigneti negli anni ’80. Vigneti di uva Cannonau ancora oggi produttivi. Come ben si sa il Cannonau è uno degli uvaggi più conosciuti della Sardegna che solo nel territorio del Nuorese può essere vinificato anche con la denominazione di “Classico”, (considerata l’area nativa del Cannonau). Ad oggi la nostra produzione consiste per il 75% in Cannonau Oltre il Cannonau l’azienda custodisce un vero e proprio tesoro, appunto il Panzale.
Il Panzale è un vitigno autoctono Dorgalese a bacca bianca, che veniva coltivato principalmente nell’area di Dorgali ma che viene vinificato unicamente da Cantina Berritta, (in passato, esclusivamente uva da tavola, lo si considerava troppo pesante per la vinificazione oltretutto, avendo la capacità naturale di durare nei mesi rispetto ad altre uve, la si preferiva mangiare che vinificare). Negli anni ‘80 Antonio Berritta ha creduto al recupero e alla valorizzazione di questo antico vigneto e ha iniziato a vinificarlo. Ad oggi ne producono all’incirca 3000\3500 bottiglie. A questi due vitigni autoctoni, 25 anni fa, hanno affiancato un vitigno più internazionale, la Syrah.
Cantina Berritta vanta circa due ettari di questo uvaggio che vinificano sia in blend col Cannonau (50% Cannonau 50% Syrah) sia,giovanvvvvv in purezza dal 2016.
Dal 2020 hanno iniziato a produrre anche il Vermentino, uvaggio nativo della Gallura, trova “terreno fertile” anche qui a Dorgali su un suolo da disfacimento granitico sabbioso ideale per il Vermentino, che qui regala un vino fresco e saporito. Ad oggi, l’azienda, qui ad Oddoene, detiene circa 10 ettari coltivati a vigneto e tre ettari coltivati ad oliveto, altri due ettari di Cannonau sono dislocati nella collina di un vecchio vulcano spento, a 500 m slm su terreno basaltico, “Filieri” un piccolo ma importante cru di Dorgali particolarmente vocato per la viticoltura, e dal quale nasce il Baillanu. Le condizioni climatiche completamente differenti e le caratteristiche dei due terreni (Oddoene-Filieri) generano, anche dagli stessi cloni di Cannonau vini completamente diversi.
L’azienda agricola Berritta da sempre lavora le uve con metodi il più possibile tradizionali e rispettosi dell’ambiente, dal 2019 detiene la certificazione di vino biologico in etichetta. Ha ottenuto anche il toponimo di vigna di Oddoene, inoltre, tutti i vini che producono derivano da piccoli Cru differenti, cioè da vigne totalmente diverse e uniche.
Il Panzale, dunque, è il tesoro nascosto scovato nelle mie lunghe ricerche, i francesi chiamerebbero questi uvaggi “pepite”. Un vino dal grande potenziale, prodotto da viti di circa 25 anni, coltivate a regime biologico certificato su terreni drenanti derivati dal disfacimento granitico, collocati a un’altitudine di 120 metri sul livello del mare. I grappoli vengono raccolti a mano in cassette durante la prima decade di settembre e sono quindi immediatamente raffreddati in cella frigorifera a una temperatura di 5-6 °C. Segue la pigiatura soffice e la fermentazione alcolica spontanea a temperatura controllata in vasche di acciaio inox con 12-18 ore di macerazione pellicolare. In acciaio ha luogo la maturazione di circa 5 mesi e dopo un ulteriore breve affinamento in bottiglia il vino è infine posto sul mercato.
Il Panzale si presenta di colore giallo paglierino brillante dai riflessi dorati. Note di frutta a polpa gialla, scorza di agrumi e delicate note floreali delineano il corredo aromatico. In bocca è Secco, grande freschezza e fragranza, dalla lunga scia sapida nel finale. Insomma un vino che si caratterizza per la sua versatilità, un vino da tutto pasto, ma anche da meditazione.
“Resta cu mme”, (in napoletano: Resta con me), perché il mio prossimo articolo, “Sarà cchiù”,(in napoletano; Sarà ancor di più), curioso e interessante.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu
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20 Novembre, 2024
PIEVALTA nessun sogno è troppo grande
“Sogna ragazzo sogna”, canta Roberto Vecchioni. E’ il vulcanico Silvano Brescianini il “ragazzo” che mi viene in mente dopo aver visitato Pievalta. Lui i sogni li fa, e li realizza pure! Nel 2002 decide infatti di investire oltre i confini del Franciacorta, scegliendo con lungimiranza la potenzialità del Verdicchio, vitigno autoctono marchigiano. Nasce così Pievalta a Maiolati Spontini e sceglie Alessandro Fenino, enologo con esperienze maturate nelle vendemmie del Franciacorta, per aiutarlo in questo suo progetto. Pievalta oggi si estende per 44 ettari, di cui 30,4 vitati condotti in biodinamica, con una produzione di circa 150.000 bottiglie l’anno.
Arrivata a Senigallia in una bella giornata di ottobre, trovo proprio Silvano Brescianini ad accogliermi. Una persona squisita, cordiale e desiderosa di condividere le sue passioni, cosa che apprezzo moltissimo. Nel corso di un piacevole pranzo vista mare, sorseggiando Animante, Silvano ci racconta del suo amore per Pievalta e questo territorio. Amore che comprendo bene quando, durante il tragitto per raggiungere l’Azienda, vengo attratta dalla varietà di paesaggi che ci offre questa terra e che spaziano dall’azzurro del mare alla distesa delle verdi colline fino alle stradine bianche che sembrano cuciture tra i colori della natura e le opere dell’uomo.
LE VIGNE DI PIEVALTA
Con Alessandro Fenino e Silvano Brescianini iniziamo la visita alle vigne che si trovano in quattro dei 25 Castelli (di Jesi): Maiolati Spontini, Montecarotto, San Paolo di Jesi e Cupramontana. Diversi suoli, diverse altitudini, diverse esposizioni. In particolare, il suolo del San Paolo ovvero il protagonista della Verticale in programma, è tufaceo. Queste vigne vengono da un vecchio corpo del 1968 reimpiantato e si trovano a più di 300 metri sul livello del mare. Alessandro ci racconta quanto il mondo della biodinamica sia affascinante, fatto di concetti semplici e di buon senso che si sono perduti nel tempo, rimpiazzati da esigenze spesso troppo economiche e commerciali.
Guidato da un unico grande mantra, ovvero “Restituire salute alla terra, e quindi ai suoi prodotti e ripristinare le relazioni con la realtà nell’ambiente che ci circonda”, Alessandro inizia a gestire le vigne in regime biologico in accordo con la proprietà, ottenendo ben presto la certificazione biodinamica Demeter.
Alessandro ci racconta che “Il filosofo austriaco Rudolf Steiner, ‘padre’ della Biodinamica, affermava che l’uomo è l’unico animale sulla Terra ad avvelenare il cibo di cui si nutre. Steiner era convinto che l’azienda fosse un organismo vivente, e che quindi per funzionare bene dovesse riuscire a fare tutto da sé; esattamente il contrario dell’agricoltura moderna, molto parcellizzata. Questo è però il sistema più sostenibile, ovvero quello di un’azienda agricola completa che ha frutteto, cereali e seminativo, con una biodiversità assoluta e che si autosostiene. Ha gli animali e quindi anche il letame. Noi usiamo le vinacce per produrre il nostro compost che possiamo usare in alcune parti del vigneto”.
LA VERTICALE DI SAN PAOLO
Devo ammettere di essermi persa nella degustazione, nel confronto vivace con i miei compagni di viaggio e nella sorpresa che ho trovato nei bicchieri, godendomi a fondo l’esperienza. Pertanto, mi limito a riportare gli appunti dell’enologo: del resto chi meglio di lui conosce questi tesori?
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2008
Annata con primavera di buona piovosità, estate mite fino ai primi d’agosto, la vendemmia è stata segnata da ondata di calore iniziale che ha dato un’impronta calda al vino. Una maturità espressiva ancora vivace.
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2009
Annata regolare, con primavera fresca, piogge regolari, vendemmia senza eccesso di calore o umidità, con buone escursioni termiche giorno/notte.
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2013
Annata caratterizzata da una piovosità elevata, una primavera molto fredda unita ad una bassa fertilità delle gemme che ha portato ad un carico di uva ridotto. La vendemmia è stata fresca e piovosa. Un San Paolo unico nel suo genere: grande potenza e una spinta acido-sapida eccezionale accompagnata da un profilo aromatico di spiccata mineralità.
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2016
Annata caratterizzata da buona piovosità primaverile che è proseguita anche nel mese di luglio. I mesi di agosto e settembre sono stati asciutti ed hanno permesso un’ottima maturazione delle uve che ha portato ad una vendemmia regolare con temperature gradevoli. Il vino racconta perfettamente questa “frescura” vendemmiale con un naso agrumato e una bocca di grande freschezza e sapidità. Una versione dal grandissimo potenziale di invecchiamento che negli anni diventerà sempre più goloso.
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2019
Il trend generale è quello di annate sempre più calde, ma le precipitazioni di luglio e settembre hanno permesso alla vite di portare a maturazione uve molto buone per corredo acido e aromatico. Abbiamo prodotto meno uva perché le piante portavano addosso ancora i segni della terribile grandinata del 2018. Per il primo anno un quarto del vino ha fermentato e affinato un anno in una botte di rovere da 25 ettolitri. Il resto ha fermentato in acciaio e poi ha proseguito la permanenza sulle fecce fini in cemento. Abbiamo voluto azzardare un forte cambiamento e ne abbiamo ottenuto un vino fedele al proprio profilo, luminoso e sapido, ma anche meno freddo e più sfaccettato a livello aromatico. Forse il San Paolo più completo di sempre, che ha conquistato il premio speciale del Gambero Rosso come miglior bianco dell’anno.
San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2021
Le vigne di San Paolo, poste sul versante nord est del Monte Follonica, nel Comune di San Paolo di Jesi, hanno suoli contraddistinti dall’arenaria pliocenica e da una giacitura in forte pendenza ad una altitudine di quasi 350 m sopra il livello del mare. I vigneti a Verdicchio sono due: il più giovane, di due ettari e piantato nel 2009, affianca la vigna di tre ettari piantata nel 1992. Ricorderemo l’annata 2021 come un’annata soleggiata e siccitosa, in linea con l’andamento in atto negli ultimi anni.
Il fil rouge che lega questi vini è sicuramente la sapidità immediatamente percepita al primo sorso unitamente alla grande freschezza anche nelle annate più vecchie.
CENA, MENU’ E ABBINAMENTI
La cena era prevista nella struttura a grandi vetrate adibita solitamente alle degustazioni. Una bellissima tavola conviviale dove sono state servite le preparazioni della Chef Maria Vittoria Griffoni.
Crostone di pan brioche pomodori, pesche, bufala abbinato a Pierlugo Zero Magnum
Tacos di crescia sfogliata erbe strascinate, pecorino, miele abbinato a Tre Ripe Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2023
Risottino crema di zucchine, olio alle foglie di fico, lime abbinato a San Paolo Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico 2022 (in anteprima)
Maialino porchettato abbinato a Dominé Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2021
Torta di mele e crema calda alla vaniglia
Oltre al già citato “San Paolo” Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Docg Classico, da non perdere il “Dominé” Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, che nasce da una singola vigna del 1965; il “Tre Ripe ”Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, il cui nome nasce dall’unione di uve provenienti proprio da tre versanti diversi; e infine il Perlugo Zero VSQ che mi è particolarmente piaciuto. Un Metodo Classico riuscitissimo da uve Verdicchio. E chi, se non Barone Pizzini con la sua importante tradizione spumantistica, poteva farlo così buono?
PERLUGO, PIEVALTA RINGRAZIA
Questo nome ha una storia particolare, che tengo a raccontarvi. Quando Silvano Brescianini capitò da queste parti, qualcuno (pare il giornalaio del paese) riconoscendolo pensò di avvisarlo che c’erano vigne in vendita. Ci racconta Brescianini: “Fui così conquistato da questo vigneto che ai miei soci posi l’aut-aut di farlo acquistare da Barone Pizzini; altrimenti lo avrei acquistato da solo”. Decisiva la scelta di Ugo Colombo, Presidente della cantina lombarda che ha ammesso di “avere sempre creduto in Pievalta, nella grande potenzialità del territorio e nella qualità dei suoi vini; per questo non temo il tempo che sarà necessario a raccogliere i frutti delle mie convinzioni”. In suo onore e per riconoscenza, e quindi “per l’Ugo”, è nato questo Metodo Classico indimenticabile.
Un ringraziamento speciale a:
Silvano Brescianini, la cui presenza non è da dare per scontata
Alessandro Fenino, che mi ha regalato un approfondimento sul mondo della biodinamica
Silvia Loschi, che con professionalità e simpatia si è occupata della nostra ospitalità
Last but not least, Stefano Donarini e Francesca Tortoreto (Multimedia), che riescono sempre a sorprendermi
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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