Editoriale

Editoriale a cura di Simone Bonoccorso, Ivan Vellucci.
Un punto di vista, una guida, una riflessione mensile sui temi del mondo del vino.

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28 Settembre, 2026

I 95 punti sono il problema

  Una bottiglia di spumante in promozione, un cartellino da supermercato e un numero stampato in evidenza: 95 punti. Da quel momento la domanda non riguarda più il vino nel calice, ma il significato di quel numero. Quanto influenzano davvero i punteggi le scelte dei consumatori? E soprattutto: chi controlla chi assegna quei voti? Se un 95 può finire su una bottiglia da 3,99 euro, forse il problema non è il vino. Il problema sono i 95 punti.   Facendo la spesa al supermercato mi sono imbattuto in una promozione di uno spumante. Una situazione normalissima. Quello che ha attirato la mia attenzione non era il prezzo e nemmeno il vino, che fino a quel momento non avevo mai assaggiato. Era un numero stampato bene in vista sulla bottiglia: 95 punti.  Da quel momento ho iniziato a farmi qualche domanda.  La prima è molto semplice: può una bottiglia da 3,99 euro meritare 95 punti?  La seconda è molto più importante: quanto può influenzare un consumatore quel numero?  Il vino in questione conta relativamente. Non avrebbe alcun senso criticarlo a priori. La vera questione riguarda il valore che attribuiamo a quei punteggi e il modo in cui vengono utilizzati per orientare le scelte di chi acquista.  Partiamo da un fatto evidente. Un vino venduto a 3,99 euro, anche considerando una promozione importante, viene percepito come un prodotto economico. Basta guardare gli scaffali della grande distribuzione per accorgersi che sotto i quattro euro esiste un’offerta enorme. Non significa che quei vini siano cattivi. Significa semplicemente che il consumatore medio non si aspetta di trovarsi davanti a qualcosa che sfiora la perfezione.  Perché questo comunicano i 95 punti. Non un buon vino e nemmeno un vino con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Comunicano un vino eccellente. Un vino che, su una scala da cento, si colloca vicinissimo al massimo risultato possibile.  Allora la domanda diventa inevitabile. Se quei 95 punti sono reali, confrontabili e rappresentano davvero un livello qualitativo così elevato, che cosa dovrebbero pensare tutti quelli che spendono trenta, cinquanta o cento (magari) euro per una bottiglia?  Una volta intervistai un giovane produttore delle Langhe che mi raccontò come il suo sogno fosse riuscire a produrre un vino da cento punti. Ne incontrai un secondo che condivideva la stessa ossessione. Dietro quell’obiettivo c’erano studio, investimenti, ricerca, errori, sacrifici e anni di lavoro.  Novantacinque è vicinissimo a cento. Talmente vicino da rendere quasi grottesca la distanza tra il sogno di quei produttori e una bottiglia acquistabile insieme ai biscotti e ai detersivi durante una spesa settimanale.  Durante il corso da sommelier mi insegnarono che la valutazione di un vino segue criteri rigorosi. Esistono parametri, schede e procedure pensate per limitare la discrezionalità del degustatore. Il punteggio non è un gioco. È uno strumento che dovrebbe supportare il consumatore ad orientarsi. In altre parole, è un contratto di fiducia. E quella fiducia ha un valore molto concreto.  Le ricerche scientifiche dimostrano infatti che i punteggi influenzano realmente il mercato del vino. Uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of Wine Economics ha analizzato 13.911 osservazioni relative a 8.444 vini recensiti nell’arco di quasi vent’anni. I risultati mostrano una relazione significativa tra punteggi e prezzi e rilevano che un punto in più nella valutazione è associato, in media, a un incremento del prezzo vicino all’8%, a parità delle altre condizioni considerate. In altre parole, i punteggi non sono semplici opinioni stampate su carta. Diventano segnali economici capaci di generare valore (Kaimann, Spiess Bru e Frick, 2023).  L’effetto non riguarda soltanto i prezzi. Una ricerca pubblicata nel 2024 sull’Agricultural and Resource Economics Review ha utilizzato degustazioni reali e aste con denaro effettivo per comprendere come i consumatori reagiscono alle valutazioni. Lo studio ha evidenziato che sia i giudizi degli esperti sia quelli degli altri consumatori possono contribuire a influenzare la disponibilità a pagare, affiancandosi all’esperienza personale dell’assaggio. Anche quando il vino viene provato direttamente, il voto continua a esercitare il proprio peso psicologico (Weerasekara e Streletskaya, 2024).  Una tesi di dottorato discussa nel 2023 all’Université de Bordeaux è arrivata a conclusioni altrettanto interessanti. Gli esperimenti condotti in Francia e Spagna hanno mostrato che i giudizi degli esperti possono avere un impatto sulla disponibilità a pagare superiore a quello della marca o dell’indicazione geografica. La stessa ricerca rileva però che le valutazioni aggregate delle piattaforme come Vivino esercitano oggi un’influenza perfino maggiore rispetto a quella degli esperti in molte fasce di mercato (Dubois, 2023).  Tradotto in termini semplici: i numeri contano. E contano parecchio.  Se questo è vero, allora la discussione non può fermarsi al gusto personale del degustatore. Dobbiamo iniziare a interrogarci sul significato di quei numeri.  Nel caso della bottiglia che avevo davanti, il riferimento era al metodo di Luca Maroni. Un sistema di valutazione che utilizza criteri differenti rispetto a molte delle principali guide internazionali. Chi lavora nel vino lo sa. Il consumatore probabilmente no. Ed è qui che nasce il vero problema.  Per il consumatore un 95 è un 95. Non esiste il 95 di Maroni, il 95 di Parker, il 95 di Suckling. Esiste soltanto il numero. E quel numero comunica eccellenza.  Possiamo discutere per ore di metodi, scale, filosofie di degustazione e criteri di giudizio. Possiamo spiegare che alcuni sistemi valutano aspetti differenti e che i parametri non sono sovrapponibili. Tutto corretto. Resta però una domanda alla quale il settore continua a evitare di rispondere: come può il consumatore distinguere questi significati diversi se tutti vengono espressi attraverso lo stesso numero?  Perché nessuno spiega che un 95 può voler dire cose molto diverse a seconda di chi lo assegna. Nessuno spiega che non esiste una metodologia universale. Nessuno spiega che non esiste un organismo indipendente che verifichi la confrontabilità di questi giudizi.  Oggi ogni guida può costruirsi il proprio sistema, attribuire il proprio voto e vederlo trasformarsi immediatamente in un argomento commerciale. Tutto perfettamente legittimo. Molto meno chiaro è stabilire se sia corretto.  I punteggi non influenzano soltanto il mercato. Influenzano la fiducia.  Il mondo del vino continua a chiedere credibilità ai consumatori mentre moltiplica classifiche, medaglie, bollini, riconoscimenti e valutazioni. Il risultato non è sempre una maggiore comprensione. Spesso è l’esatto contrario: confusione. E quando aumenta la confusione diminuisce la fiducia.  Forse è anche uno dei motivi per cui i giovani si stanno allontanando dal vino. Da anni cerchiamo di capire come avvicinare nuove generazioni che chiedono semplicità, autenticità e trasparenza. Continuiamo però a parlare una lingua fatta di classifiche, punteggi e gerarchie che spesso neppure gli addetti ai lavori riescono più a decifrare completamente.  Il messaggio che trasmettiamo è semplice: “Non fidarti del tuo gusto. Fidati del numero.” È una posizione difficile da sostenere per chiunque sia cresciuto nell’epoca delle recensioni online, del confronto continuo e della libera costruzione dell’opinione personale.  Alla fine quella bottiglia l’ho comprata. L’ho aperta. L’ho bevuta. Era un buon vino. Piacevole, corretto, ben realizzato e con un ottimo rapporto qualità-prezzo. I 95 punti, però, non li ho trovati. E non già in virtù di una percezione personale ma di un metodo rigoroso di analisi.  Dunque, il problema non era nel bicchiere. Il problema era sull’etichetta.  Se oggi un consumatore non riesce più a distinguere tra un giudizio tecnico, una strategia commerciale e una promessa di qualità, allora il rischio non è soltanto quello di inflazionare i punteggi. È quello di inflazionare la fiducia. E la fiducia, a differenza dei punti, non può essere stampata.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia Arrow Right Top Bg

7 Agosto, 2026

Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia

  Al numero 43 di via Paolo Fabbri, in periferia di Bologna, il campanello ha portato per decenni lo stesso nome del disco più venduto nella carriera di Francesco Guccini. L’indirizzo di casa e il titolo dell’album coincidevano per il semplice fatto che quella porta restava aperta a chiunque bussasse, a qualunque ora, con una bottiglia già sul tavolo. Il 6 agosto, a Pavana, quella porta si è chiusa. Francesco Guccini se n’è andato a ottantasei anni, e con lui si è spenta una delle voci che per mezzo secolo ha raccontato l’Italia dal fondo di un’osteria, tra un fiasco di vino rosso e un tavolo di legno segnato dall’unto e dagli anni. Da via Paolo Fabbri all’Osteria dei Poeti Guccini arriva a Bologna nel 1961, ancora studente, e la città gli si offre attraverso le sue cantine più che attraverso le sue aule. Nel sottosuolo di via de’ Poeti, tra le mura di Palazzo Sampieri Cospi, esisteva da secoli una buchetta per la vendita del vino: è lì che nasce l’Osteria dei Poeti, primo amore bolognese del futuro cantautore, un locale semplice dove si servivano vino bianco, vino rosso e poco altro. Qualche uovo sodo, la compagnia degli anziani del quartiere seduti davanti al loro mezzo litro. 

Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo. «Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole. Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche. Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via. Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino. Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri. L’ultima osteria d’Italia Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato.  A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri Arrow Right Top Bg

11 Luglio, 2026

Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri

Champagne
per brindare a un incontro
con te
che già eri di un altro
ricordi
c’era stato un invito
stasera si va tutti a casa mia Un pianoforte ancora acceso a fine serata. I tavoli quasi vuoti. Un calice di champagne lasciato da qualcuno che se n’è andato senza finirlo. Poi una voce appena nasale, capace di attraversare il tintinnio dei bicchieri senza mai alzarsi di tono. Un sorriso composto che pareva promettere sempre qualcosa di più di quanto concedesse. L’uomo del piano bar che l’Italia ha sognato per sessant’anni Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, non è stato soltanto un cantante. È stato l’uomo che ogni italiano avrebbe voluto incontrare, ad un’ora tarda, al pianoforte di un piano bar. Ha fatto ballare intere generazioni con il twist e le ha fatte innamorare l’istante dopo, senza mai alzare la voce. Come se il segreto della sua arte fosse proprio dominare una sala restando quasi in disparte, dietro un paio di occhiali che funzionavano anche da distanza di sicurezza. Il suo genio non stava nell’esibizione, ma nella confidenza: cantava come si parla a una sola persona, anche negli stadi. Champagne, l’architettura di un addio Se Peppino di Capri ha un monumento, è una canzone che non racconta una festa ma il momento subito dopo. Champagne non è la storia di un amore che finisce con uno strappo: è la fotografia del gesto che resta quando tutto il resto è già sparito, il brindisi alzato per abitudine, per qualcuno che non risponderà più a quel gesto. Nel vino, la stessa bollicina che sale a raccontare la gioia porta già scritta nella propria fisica la sua sparizione: nasce per salire e per sparire. In questa doppia natura la canzone trova la sua verità più elegante. Aprire una bottiglia significa avviare un conto alla rovescia luminoso: ogni sorso che segue il primo è già un passo verso il bicchiere vuoto. Champagne non canta la rottura: ne canta l’eco. Proprio per questo generazioni diverse hanno continuato a riconoscersi in un pezzo che parla, in fondo, della fine di ogni cosa bella mentre è ancora bella. Il sorriso che schermava Ogni grande intrattenitore porta con sé una domanda mai del tutto risolta: quanto di quel sorriso appartiene davvero a chi lo indossa? Peppino di Capri ha attraversato sessant’anni di palchi con un’eleganza che sembrava naturale. La voce sempre calma colma di una malinconia che il pubblico non ha mai visto per intero e che forse lui stesso ha coltivato in silenzio. Soprattutto negli ultimi anni. Forse non è un caso se il suo brano più amato sia diventato, con il tempo, anche il più autobiografico: chi canta la fine di un amore con quella grazia composta, forse, ne conosce il peso più di chiunque altro. Il calice di un intero paese Da mezzo secolo l’Italia porta con sé Champagne come colonna sonora involontaria delle proprie estati, dei matrimoni, delle radio accese in macchina nelle notti di ritorno. Oggi quella stessa canzone è di un intero paese che vive, nei confronti del suo interprete, esattamente ciò che il brano racconta da cinquant’anni. Non un grido, non uno strappo, ma il gesto sommesso di alzare un calice per un amore che non risponderà più. È lo stesso brindisi solitario della canzone, moltiplicato per milioni di persone che lo hanno canticchiato senza sapere che, un giorno, l’avrebbero cantato per lui. Resta, come l’ultima bollicina in un bicchiere lasciato sul tavolo, quel sorriso, quella voce appena nasale che ha insegnato all’Italia come si può essere eleganti anche mentre si soffre.  Lo so
mi guardate lo so
mi sembra una pazzia
brindare solo senza compagnia
ma, ma io, io devo festeggiare
la fine di un amore
cameriere, champagne… Ciao Peppino. Mi hai fatto cantare. Mi hai fatto sognare. Mi hai fatto innamorare. Continuerò a cantare le tue canzoni e quando verserò un calice di Champagne, non potrò fare a meno di pensare a te e a quelle note struggenti. Ma, meravigliose. Canta anche lassù.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente Arrow Right Top Bg

22 Maggio, 2026

Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente

  La velocità è violenza
Paul Virilio, Velocità e politica, 1977 Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è. Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà. Aveva ragione. Il chiodo contro il vento Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato. Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione. Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale? La terra come vocabolario Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine. Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia. Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata. Terra Madre e il mondo che si connette Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali. Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale. Quello che rimane nei solchi Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me). Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua. Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere. Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile. Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta.. Arrow Right Top Bg

11 Maggio, 2026

Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta..

  Festeggiare è un atto di civiltà. Non il semplice accumulo di brindisi e sorrisi. È  qualcosa di più profondo: il riconoscimento collettivo che qualcuno ha fatto qualcosa che vale la pena ricordare. Per questo, quando Daniele Cernilli mi ha invitato a celebrare i quindici anni di Doctor Wine e della sua Guida dei Vini Buoni d’Italia, ho accettato con la stessa semplicità con cui si dice sì a una cosa giusta. Perché i quindici anni di Daniele sono una cosa giusta e le cose giuste meritano di essere celebrate. L’appuntamento era all’Hotel Visconti di Roma, sabato 9 maggio. Una degustazione libera, con un parterre di cantine selezionate dalla mano di chi, in materia, non sbaglia o sbaglia raramente. La premessa era ottima. Oltretutto Roma era insolitamente clemente con il parcheggio. Sarà stato perché i romani, nel frattempo, si dividevano equamente tra il Foro Italico per gli Internazionali d’Italia e le spiagge. Nell’aria quella leggerezza di un sabato pomeriggio che predispone al bello. All’accredito, nel momento in cui ho dato il mio nome, qualcuno ha pensato bene di accogliermi con un epiteto dantesco: “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.”  L’ho preso come una battuta. Forse avrei dovuto prenderlo come un presagio. La sala di degustazione era piena. Piena nel senso più letterale, fisico e poco metaforico del termine: troppo piena. Produttori interessanti. Vini certamente degni di attenzione. Cosa questa che non potrebbe essere altrimenti con la firma di Daniele. Tutto però relegato in uno spazio che la folla aveva trasformato in qualcosa di più simile a una metropolitana nelle ore di punta che ad un luogo deputato all’ascolto del vino.  L’aria mancava. Il caldo era reale. Transitare da un banco all’altro richiedeva una pazienza che il contesto non meritava. Calici pieni come la quantità di anidride carbonica presente in sala. Se ci fosse stata la musica i corpi connessi vista la mancanza assoluta di spazio, almeno avrebbero preso a muoversi con un certo ritmo. Che oltretutto il tasso alcolico avrebbe facilitato molto. Non ho scambiato una parola con nessun produttore. Ho chiesto vini, li ho ricevuti, li ho bevuti. Ma capire quei vini, sentirli, interrogarli, costruire il dialogo silenzioso che è il cuore di ogni degustazione seria, questo non è stato, purtroppo, possibile.  Ho notato, sulle facce di qualche produttore, un’espressione che conoscevo bene: quella di chi ha qualcosa da dire e non trova lo spazio per dirlo. Quella che per dirlo aveva bisogno di alzare la voce. Gridare più che dialogare. Sia chiaro: non è una critica alla festa. La festa è stata bella e vedere tante persone, molte delle quali non necessariamente, direi giustamente, avvezze al vino, accorrere a un evento di questo tipo è, in sé, una notizia meravigliosa. Il vino ha bisogno di nuovi pubblici, di sguardi freschi, di curiosità non ancora codificate. Di persone che si approcciano allo sconfinato panorama del vino italiano cercando di capire, scoprire, apprezzarne le sfumature. Ma una cosa è la festa, un’altra è la degustazione. E quando le due si sovrappongono senza uno spazio adeguato a contenerle entrambe, è la degustazione a rimetterci. Con lei, un po’, anche i produttori che avevano accettato di esserci. Daniele Cernilli è una figura di valore indubbio nel panorama critico del vino italiano. Quindici anni di Doctor Wine non si costruiscono per caso: richiedono rigore, coerenza, il coraggio di avere un’opinione e di difenderla. Per questo gli auguro, con sincerità, che ne seguano altri quindici e altri quindici ancora. Ma la prossima volta, Daniele: una stanza più grande. Che i tuoi produttori possano parlare, che i tuoi ospiti possano ascoltare, che i calici possano respirare. Perché quindici anni di lavoro meritano uno spazio all’altezza. E tu, più di chiunque altro, lo sai. Tanti auguri.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Ci siamo dimenticati le emozioni del vino Arrow Right Top Bg

24 Febbraio, 2026

Ci siamo dimenticati le emozioni del vino

  Il vino non può essere degustato adottando un approccio mi piace-non mi piace: sarebbe come andare al cinema e guardare solo l’ultimo quarto d’ora del film. Perché in enologia il prodotto finale ha senso solo se hai ben presente tutto il procedimento, che è lungo e inizia in vigna: una volta analizzato tutto il procedimento ti puoi fare un’idea, e far seguire una valutazione Quando a sostenere una tesi del genere è Riccardo Cotarella, voce incontrastata dell’enologia italiana, non ci si può che inchinare. Ed è esattamente quello che fanno coloro che bazzicano il mondo del vino.  È come se il vino venisse posto su una sorta di piedistallo e idolatrato come fosse il protagonista principale di non so quale spettacolo.  Dal mio punto di vista, è non ho paura di dire la mia perché non ritengo di andare “contro” nessuno semmai di fornire una visione diversa, questo è proprio uno dei mali dell’attuale momento che il vino e tutto il settore sta soffrendo. Un male che allontana i giovani e tutti quelli che non hanno voglia, non si sentono all’altezza, non considerano utile sapere prima di provare.  Parlare, parlare, parlare. Che senso ha se poi non si può godere a pieno di un bicchiere di vino in compagnia? Il vino deve prima di tutto essere buono. E piacere. Non ci sono mezze misure. Il vino è un prodotto edonistico non necessario. Si beve dalla notte dei tempi per rendere speciale il pasto e renderlo celebrativo. Si beve perché l’effetto dell’alcol toglie le barriere, i freni inibitori. Agevola la comunicazione, che poi è l’elemento essenziale della socialità. Deve però essere buono. Non si consuma qualcosa di non necessario quando non piace. È soggettivo? Certamente. È dannatamente soggettivo.  Quale è dunque il compito di un comunicatore del vino, di un sommelier, di un intenditore, di un giornalista?  Anzitutto consapevolezza, la consapevolezza di come il vino debba avere la sua unica collocazione, a tavola. Non altrove. A tavola e solo a tavola ad accompagnare il cibo con il ruolo di attore non protagonista. Potrebbe vincere un oscar ma solo ed esclusivamente da attore NON protagonista.  Una volta metabolizzata quella che potrebbe essere per molti uno smacco esistenziale, la scelta del vino non può essere fine a se stessa ma idonea al cibo che si sta per consumare. Banale? Eh, non tanto poiché alle volte sembra che si scelga il vino per il puro gusto di poterne parlare.  Ora immaginiamo la scena. A tavola, insieme ad altre persone, discorrendo del più e del meno, apriamo una bottiglia di vino. Siamo noi quelli più esperti e sappiamo tutto, davvero tutto di quel vino. Ne conosciamo le caratteristiche, il procedimento, la vigna di provenienza, il terroir, il vignaiolo. Tutto, davvero tutto. Cosa facciamo? Ne parliamo senza che ci venga avanzata la richiesta? Di cosa parliamo? Quanto tempo ne vorremmo parlare?  Il vino ha in se un racconto che non ha nulla a che vedere con una scheda di valutazione. Ha a che fare con quegli elementi, pochi ed essenziali, che lo contraddistinguono rispetto ad un altro. La regione, il vitigno, il vignaiolo. Gli aneddoti di una vita. A cosa serve tutto il resto? Nulla forse. Non aggiunge, semmai, toglie, qualcosa alla narrazione. Toglie l’interesse. Elimina qualunque appeal. Ricordate Postiglione nel film Compagni di scuola? Ecco, proprio lui. Saccente e noioso. Sbadigli assicurati con il risultato che il vino non avrà più la giusta temperatura di servizio. Anche una degustazione professionale non può che arrivare (ma anche partire) ad un buono/non buono, piace/non piace. Perché è quella l’essenza del vino.  La degustazione professionale, di per se, deve lasciare qualcosa. Deve trasmettere qualcosa. La vera domanda è: ma riesce a trasmettere una emozione? Emozione.  Processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo Ora, una lezione intensiva può certamente insegnare qualcosa di tecnico relativamente al vino. La scelta dei vitigni, le tecniche in vigna, il terroir, il processo in cantina, i lieviti, ecc. Non può insegnare i sentori perché questi sono dei ricordi legati ai momenti nei quali li abbiamo provati. I sentori non si insegnano. Certo, l’olfatto può essere educato, ma una masterclass non basterebbe. Poi c’è il comportamento in bocca, il colore, ecc. ecc. ecc. Tutte cose estremamente tecniche.  Le prime si potrebbero leggere su un comunicato stampa o una brochure. Le seconde, per chi è esperto, degustatore o sommelier, anche a casa da solo. Ovvio che in compagnia è meglio ma è anche vero che le suggestioni sono dietro l’angolo. Dove sono le emozioni in tutto questo? Non ci sono. A meno che chi parla non tiri fuori, qualora ve ne siano, ricordi, sentimenti, sensazioni anche intime. Condividendole con gli altri per condurli in mondi paralleli che forse, proprio tramite il vino, si riuniranno. Per quel potere che è la suggestione della convivialità, dello stare insieme, del condividere pezzi non solo della propria vita ma dell’anima.  Il vino è un mezzo non un fine. Il vino, per quel miracolo divino chiamato alcol, che altro non è che un escremento di un microorganismo chiamato lievito, rende tutti più liberi ed uguali, livella ogni condizione sociale, abbassa le difese, crea connessioni. Le connessioni che consentono di condividere la nostra essenza. Questo è il vino. Questa la sua potenza.  Se è buono allora continueremo a berlo. Se non è buono, abbandoneremo il bicchiere li dove lo abbiamo trovato e al diavolo le emozioni, al diavolo la condivisione, al diavolo le chiacchiere in libertà, al diavolo la voglia di stare insieme. Al diavolo tutto. Sicuri che il buono/non buono non conti?   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Imparare dalle crisi Arrow Right Top Bg

24 Settembre, 2025

Imparare dalle crisi

  Come sta andando la vendemmia? Ah quest’anno l’annata è fantastica. Una delle migliori mai viste. Peccato ci sia la crisi. Un dialogo, uno dei tanti che mi capita di fare con produttori e vignaioli tutti accomunati dalla vendemmia che si è fatta, si sta facendo, si farà. Un po’ di preoccupazioni per il tempo che dovrà arrivare, ma tutto sommato, una buona annata. Buona sia per quantità sia per qualità. In altri tempi non si sarebbe che gioito di questo binomio. Mai come oggi però il clima è decisamente teso. E non mi riferisco a quello atmosferico. La grande quantità potenziale di uva che entrerà nelle cantine dopo la vendemmia sarà indubbiamente importante. Gli ettolitri conseguenti sono dunque decisamente alti e non potranno che andare ad aggiungersi a quelli che sono tuttora in stock nelle cantine. Invenduti. È proprio su quest’ultimo aggettivo che occorre soffermarci. Invenduti. Non è l’analisi grammaticale che occorre quanto invece farsi la domanda: perché? Nel 2024 si sono prodotti 43.9 milioni di ettolitri e a luglio scorso erano presenti nelle cantine circa 43,6 milioni a stock. Il che non vuol dire che non verranno venduti ovviamente. I dazi. È colpa dei dazi. Non proprio. Numeri alla mano, verso gli USA si sono esportati 3.6 milioni di ettolitri nel 2024. Un dato drogato dall’annuncio dei dazi che ha portato il balzo degli ordini rispetto ai 3.3 milioni di ettolitri del 2023. Anche se eliminassimo il vino spedito negli USA rimarrebbero comunque 40 milioni di ettolitri in stock. Ovviamente non tutti sono da considerarsi effettivamente invenduti. Nel 2024 si sono venduti all’estero 21.7 milioni di ettolitri e 22,3 in Italia. Fanno 44 milioni tondi tondi. Allora non c’è il problema! Aggregando i dati sembrerebbe di no ma andando a vedere regione per regione, il risultato cambia. La Toscana ad esempio è una delle regioni che soffre di più. Sarà perché di Chianti ce ne è troppo? Torniamo ai dazi: si sarebbero potuti prevedere i dazi? Certamente no un anno e mezzo fa ma dall’elezione di Trump, sicuramente sì. Era nel suo programma. Veniamo al mercato, una bestia indomabile che, da sempre, osserva alti e bassi, corsi e ricorsi storici. Abbiamo vissuto, fino al 2024, crescite costanti anno dopo anno. Non sarà andato troppo su? Beh ma si sa che quando un mercato va su c’è chi fa le grandi abbuffate. Però poi sono gli stessi che piangono perché il mercato scende. In fondo hanno la pancia piena e devono riempirla. Che ci fosse qualche segnale di cambiamento a partire da dopo il COVID, forse lo si poteva intuire. Il COVID in fondo aveva prodotto due cose. Per primo la capacità di vendere online attraverso siti Internet specializzati piuttosto che direttamente da parte produttore. Un mondo online che aveva consentito a chi doveva rimanere chiuso in casa di consumare il vino. Vendita diretta da parte dei produttori o di siti specializzati con ampi margini per tutti. Soprattutto con prezzi non elevati per i consumatori. Il secondo aspetto del COVID è riferibile meramente ad un punto di vista di prodotto per la capacità per molti di sperimentare avendo in cantina una serie di prodotti non venduti. Sperimentare su nuovi affinamenti, affinamenti più lunghi. C’è perfino chi ha iniziato la propria attività enoica proprio con il COVID non potendo muoversi ed avendo quindi la possibilità di coltivare. Poi cos’è successo? È successo unicamente che la gente ha cominciato ad uscire riversandosi fuori in una sorta di liberi tutti evviva la libertà. Da qui è successo qualcosa che questo magazine continua a sostenere da tempo e che bisogna unicamente chiamarla con il proprio nome: ingordigia. L’ingordigia da parte dall’ultimo anello della catena di distribuzione del vino, coloro che erano rimasti a bocca asciutta proprio per via del COVID: i ristoratori. Non gli sarà parso vero di vedere entrare, finalmente, nelle sale i clienti. Solo che loro li hanno raffigurati come polli da spennare. Avere dei vini con moltiplicatore cinque sulla carta è veramente uno sfregio. Capisco i primi tempi che bisognava rifarsi delle perdite avute durante il COVID (sussidi a parte), ma adesso non è più il caso. Non ci si può lamentare o dare la colpa al nuovo codice della strada se le persone consumano meno vino quando una bottiglia che vale cinque euro viene venduta a 25. Non è possibile perché non sostenibile. E che non venissero a raccontarci la favola che hanno i costi alti, che non trovano dipendenti e altro. Conti alla mano, non è assolutamente vero. Parte della croce occorre poi attribuirla anche al sistema Italia che non ha per nulla fatto sistema. Consorzi e cantine sono proliferati nel corso del tempo così che produzione ed etichette sono proliferate. Soprattutto con prodotti di bassa gamma. Sistema Italia vorrebbe dire valorizzare i territori e valorizzarli con modalità ed attività che possano rendere trasparente il mondo del vino. Siano in grado di raccontarlo per far comprendere come dentro una semplice bottiglia con un semplice vino vi sia molto altro che un liquido.  Solo che il Sistema Italia ha continuato a lavorare con i soliti noti, le solite manifestazioni, le solite tecniche. Come se niente fosse accaduto. Come se il problema non vi fosse. Faccio un esempio che conosco da vicino e che non vuole rappresentare un piagnisteo ma unicamente far capire come il Sistema Italia non abbia interesse a cambiare. Questa redazione ha provato ad interloquire con le Istituzioni del Lazio, Arsial, per proporre qualcosa di nuovo. A prescindere dalla bontà o meno del progetto, il risultato è che non siamo stati nemmeno ascoltati. Non vi è stata alcuna opportunità di presentare un progetto. Ci siamo presentati da persone comuni con un trascorso di esperienze e una idea. Se questo è l’approccio posso solo desumerne che stessa sorte sia toccata a chiunque abbia provato ad presentare qualcosa. A meno che non si rientri tra i soliti noti. Ciò accade di sovente quando la politica si impossessa di spazi di manovra. L’amichettopoli c’è e c’è anche da parte di chi aveva detto non vi fosse. Questo non è Sistema Italia è semmai un sistema de noantri che impedisce il ricambio delle idee. Quello che si offre è sempre lo stesso dagli stessi. Cosa ci aspetta nel futuro? Probabilmente niente di buono. Con una diminuzione dei consumi l’unica possibile (prima) conseguenza è la chiusura di qualche azienda. E non sto parlando delle piccole aziende familiari che forse saranno quelle proprio che si salveranno in quanto il lavoro dei singoli non è particolarmente retribuito. Mi riferisco alle medie aziende, quelle che sono sopra le 100.000 bottiglie l’anno e che non avranno più possibilità di pagare i propri dipendenti. Un patrimonio enorme che si potrebbe perdere insieme alla superficie evitata. Il che non sarebbe tanto un problema qualora si estirpassero Vitigni o aree delle quali non voglio dire che se ne può fare a meno, ma dove non c’è una territorialità rivendibile Si perderanno vigneti e si perderà superficie evitata e occorrerà sperare che questo non sia il solito gioco di estirpo ora e rimpianto dopo in funzione dei soldi che il governo di turno vorrà mettere. Alla fine, però, non potendo calmierare i prezzi alla ristorazione, l’unica vera opportunità che abbiamo è una grande operazione di trasparenza: imponiamo ai ristoratori di scrivere sul listino il prezzo consigliato dal produttore o comunque il prezzo al quale la bottiglia è reperibile on line. Solo così il consumatore sarà in grado di capire, nella totale trasparenza, il ricarico del ristoratore e scegliere, liberamente e consapevolmente, di pagare il di più. O di prendere dell’acqua. Se non faremo questo della crisi, non avremo imparato nulla. A meno che… a meno che non si aumenti l’offerta. No, non sto scherzando. Un buon bicchiere di vino si può bere altrove oltre che al ristorante. Il problema è che l’offerta dei luoghi alternativi è decisamente scadente. Secondo una recente indagine di Press Releas Hub, MCO report che ha analizzato i dati relativi alla numerosità di enoteche e wine bar legandoli alle recensioni dei clienti, la città più Wine Friendly d’Italia è Alba con un punteggio di 6.34 seguita da Siena a 6.04. Milano si classifica all’ultimo posto con 0.1. Roma non è neanche citta dal Report. Ciò vuol dire solo che probabilmente ci sarebbe bisogno di aumentare l’offerta di luoghi ove consumare vino di qualità ad un costo non elevato. Altro che crisi! Ivan Vellucci
Editoriale
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25 aprile. Buona festa a tutti. Proprio a tutti Arrow Right Top Bg

25 Aprile, 2025

25 aprile. Buona festa a tutti. Proprio a tutti

C’è un primo tempo. Poi un secondo. Infine, un terzo. Nel rugby il terzo tempo è dedicato alla festa. La riconciliazione dopo una partita. Vincitori e vinti, insieme a parlare della partita, delle botte prese e di quelle date, di quella meta non ottenuta per un soffio, del compagno di squadra che si è rotto un braccio, della pioggia che ha affaticato tutti. Poco importa chi ha vinto. Meno che mai chi ha perso. È andata. Finita. Passata. Nessuno chiede a chi ha perso di ammettere la sconfitta. Nessuno si scaglia contro chi ha vinto. Il campo è lontano nello spazio e nel tempo. Un boccale di birra, un bicchiere di vino. Le risate. Gli abbracci. Le chiacchiere tra persone. Non più nemici. Solo giocatori. C’è da festeggiare qualcosa che è finito e che, finalmente, unisce invece di dividere. Niente maglie diverse. Solo persone unite dall’amore per uno sport. Una guerra non è come il rugby. Ha lasciato dietro di se morte e desolazione. Distruzione e rabbia. Soprattutto, divisioni. Ho vissuto la guerra nei ricordi dei nonni. Non potrò mai dimenticare le lacrime di nonna Evelina e il persistente terrore nei suoi occhi quando ricordava il dover mandare papà, 7 anni, a prendere l’acqua perché probabilmente i tedeschi non l’avrebbero ucciso. Così come non dimentico il racconto del rumore delle bombe, dei rastrellamenti, delle botte dei fascisti evocati da nonna Antonina. Nonna Evelina e nonna Antonina relegarono quegli orrori nella loro memoria consegnando a me pillole di qualcosa che non sarebbe mai più dovuto essere odio ma solo monito a che non si ripetesse mai più. Mai, mai e poi mai ho sentito da loro parole di disprezzo verso qualcuno. Era la guerra, dicevano. La brutta e sporca guerra che rende le persone diverse da quelle che sono ogni giorno. Come un l’uomo che ti trasforma in lupo mannaro, come un buco nero che avvolge e travolge senza possibilità di emergere. Anche grazie a coloro che riemersero, i partigiani, la guerra ebbe fine. Che senso ha chiedere ad un discendente di quei tempi di rinnegare qualcosa? Che senso ha parlare di atrocità da entrambe le parti? Che senso ha? La vita va avanti. Il mondo è cambiato. Le persone sono cambiate. Chi sostiene che ci siano ancora focolari di fascismo o comunismo è solo animato da spirito di facile protagonismo, ricerca di notorietà piuttosto che di voti. Nel terzo tempo di una partita di rugby chi parla con astio e voglia di continuare la sfida, non è degno di festeggiare perché non ha capito il vero spirito della riconciliazione: non ci sono né vinti né vincitori ma solo persone che vogliono vivere insieme. Allora, l’augurio per questo 25 aprile è che prima o poi ci sia una vera riconciliazione senza fazioni, senza voglie di rivalsa, senza necessità di affermare qualcosa che dovrebbe essere patrimonio di tutti: l’Italia. Non c’è nulla di meglio che brindare, sollevare i calici, guardarsi negli occhi e sorridere alla vita. Libera. Ottenuta da chi, nel bene e nel male ci ha condotti fino qui. Buon 25 aprile a tutti   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Grazie, dazi! Arrow Right Top Bg

3 Aprile, 2025

Grazie, dazi!

L’ho sempre detto che ci vuole una scossa vera per muovere le coscienze. Le guerre provocano morti e devastazione ma da un punto di vista cinicamente economico sono una mano santa. Se di santità si può parlare. Si producono armi, si ricostruisce dalle macerie. Sono cinico ma occorre esserlo per svegliare le coscienze. Quello dei dazi di Trump è un terremoto o una guerra (commerciale). Mettetela come vi pare ma è il giusto scossone che serve ad un mondo del vino ingessato da uno stuolo di altrettanto ingessati parrucconi seguiti da imbonitori alla ricerca di rendite di posizione. Antica e vecchia. Senza futuro. Sono duro ma per svegliarsi occorre esserlo. Smettiamola di voler produrre e vendere vino raccontando la storiella delle tradizioni di famiglia e pensare che il vino buono si venda da solo. Serve una strategia seria, un saper e dover fare le cose da professionisti. Tranne le dovute eccezioni chi produce non può vendere, chi vende non può fare comunicazione. E viceversa, si intende. In un mercato così globale non è, più, possibile. E forse non lo eran nemmeno prima. Solo che si campava lo stesso. Nel solo 2024 l’Italia ha prodotto circa 41 milioni di ettolitri. Ne ha esportati circa 22 milioni e ne rimangono in cantina quasi 57 milioni.  Non possiamo eseguire operazioni algebriche su questi numeri ma se non altro forniscono l’immagine di un settore che, alla prova dei fatti, produce più di quanto è in grado di vendere. Se ci limitiamo agli USA, nel 2024 abbiamo esportato li circa 2 milioni di ettolitri, un numero che oltre a rappresentare il 10% delle esportazioni totali, è gonfiato da di una sorta di over stock effettuato da coloro che, non per preveggenza quanto per anticipare un annuncio già fatto da Trump. I 2 milioni sono il culmine di un trend in continua crescita: erano 1.3 nel 2016: +43% in 8 anni. Niente male. Gran parte dei produttori, per cavalcare il trend, hanno bovinamente prodotto più vino (e non fatemi dire con quale livello qualitativo). Ora però piangeranno per via dell’imponente stock in cantina dovuto non solo ai dazi USA ma anche e soprattutto per un calo di consumi non ascrivibile alle persone che non acquistano vino, quanto alla ingordigia di una catena di distribuzione che, come gli acquedotti italiani, fa acqua da tutte le parti, concentrata nell’aumentare i margini invece che ad investire per il futuro. Ingordigia legata ad incapacità e supponenza. Ora grazie, sottolineo grazie, a Trump, il vino europeo, dunque italiano, subisce i dazi. 20% di tassa sull’imponibile più le invariate tasse doganali. Per chi non lo avesse ancora capito, questa è una vera guerra da combattere non con armi ma con intelligenza, arguzia, lungimiranza. Nonché tanta professionalità. Siamo dinanzi ad un bivio che non può e non deve essere evitata chiedendo aiuti da casa. L’Unione europea e l’Italia dovrebbero dire al popolo dei viticoltori: svegliatevi!!! Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa         
percosso da novo crescente romor. Questi dazi consentono anzi, impongono, finalmente, una seria riflessione sulla (in)capacità di un settore di sopravvivere a queste guerre senza un rinnovamento profondo e radicale. Pensiamo solo a quante aziende abbiano un piano di sviluppo, un business plan, un piano dei conti. Quante una chiara strategia di vendita con tanto di azioni da intraprendere calendarizzate e quantificate in termini di spese e ricavi. L’intero sistema Italia ha la responsabilità di fare tanto. Adesso e solo adesso. Cosa fare? Tre strategie possibili. Lo struzzo piangente. Gridare miseria, invocare i santi e abbassare i prezzi così da eliminare tecnicamente i dazi con uno sconto al distributore. Magari chiedendo anche aiuto al Governo. Pratica possibile e facile. Lo spirito assistenzialistico tutto italiano che chiede aiuto alla mamma, in questo caso lo Stato, dal quale farsi rifondere il mancato guadagno. Tutto ciò è mettere la testa sotto la terra. Piangendo perché qualcuno (lo Stato) si commuova. Si ottiene un beneficio nell’immediato ma un danno incalcolabile al settore liberando certamente gli stock e aumentando il grasso delle vacche. Peccato che poi, una volta abituato i distributori ad un prezzo basso, sarà complicato farli tornare ai prezzi corretti. I dazi prima o poi finiranno!   Il panda. Quando si abbraccia alla mamma, non ci si stacca più. Ogni agricoltore italiano che si rispetti vede la mamma nel proprio paese inteso come territorio. Nemmeno si pensa all’Italia. Basta il proprio campanile. Può anche essere positivo pensarla così poiché vuol dire sviluppare le attività utili a portare le persone da sé. Ospitalità, accoglienza, territorio, promozione. Campanilismo geografico ed enoculturale prodromo allo sviluppo della azienda attraverso la collettività. Può funzionare certo, ma non per soddisfare le esigenze di destoccaggio.  Però aiuta. Aiuta soprattutto a pensare fuori dagli schemi e a capire cosa fare di tutte le attuali quantità invendute e future. C’è bisogno però di pensare ad un ridimensionamento. Migliorare e valorizzare il territorio vuol dire vendere meglio senza affidarsi alle grinfie dei distributori e alla ingordigia dei ristoratori. Ci vuole tempo per realizzare questo, ma si può fare. Se si comincia (in alcuni casi, si continua) ci vorranno anni ma sarà bellissimo.   La fenice. Risorgere dalle proprie ceneri come il mitico uccello e volare. Volare al di sopra delle nuvole, al di sopra delle guerre. Meravigliare il mondo con la propria stupenda bellezza. Richiede impegno, forza e un po’ di sana follia. Oltre che lungimiranza.Il mondo è più grande degli Stati Uniti d’America, vasto e maggiormente ricettivo. Ci sono grandi possibilità all’orizzonte. Grandi possibilità di vendere i propri prodotti nel mondo lasciando gli Stati Uniti a secco. Si chiama politica della scarsità. Rendere introvabile (più che inaccessibile) un bene facendo sì che le persone lo vogliano più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il lusso prevede scarsità, non disponibilità. È quello che hanno fatto i cugini francesi legando la loro immagine non alla quantità quanto alla qualità e alla scarsità di prodotto. Immaginiamo cosa accadrebbe se negli Stati Uniti arrivassero pochissime bottiglie di vino ad un costo magari elevatissimo. Sarebbero lusso puro destinate a poche persone. Si farebbe a botte per acquisire una bottiglia di vino italiano. Nel mentre invece di prendere quel 20% dalle proprie tasche e gettarlo alle ortiche, lo si potrebbe investire in quei mercati con grandi potenzialità oggi non raggiunti perché il Dio USA faceva più gola. Cina, Australia, Corea, Giappone, tanto per citarne qualcuno. Investire lì, investire in comunicazione, investire in Storytelling, investire in capacità di vendere i mercati diversi dagli Stati Uniti, investire in professionalità.   I viticoltori dovrebbero chiedere al governo un supporto in questo, nella creazione di strutture e processi volti a promuovere il vino italiano non negli Stati Uniti ma altrove. Una presa di coscienza di quanto ancora legato al processo agricolo sia gran parte del mondo vitivinicolo serve ad evolversi verso qualcosa di maggiormente granitico. Non si risolvono i problemi con le guerre ma se si viene attaccati, occorre reagire pensando che non ci sarà nessuno pronto a salvarci. Albert Einstein diceva Non è possibile risolvere il problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema Pensare dunque di uscire dal problema dei dazi con il solito, becero, modo di pensare, non aiuterà. Magari servirà a far passare la notte, ma non a cambiare il modo di pensare. Così, alla prossima guerra, saremo punto e a capo.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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