Marco Sargentini ci porta dentro un mondo fatto di storie di incontri e di vino. Momenti di convivio nei luoghi dove il tempo “si ferma” e l’orologio non ticchetta più: le Enoteche.
6 Ottobre, 2026
Ferlinghetti blues
A Roma, nel quartiere San Giovanni, Verso Vinosteria propone un percorso dedicato ai vini naturali e artigianali, dove ogni bottiglia diventa un invito a cambiare prospettiva. Attraverso il rosato 24H di Rinelli Vigneti, tra Cesanese, territorio e ventiquattro ore di macerazione, il vino si trasforma in una deviazione capace di raccontare storie, incontri e nuove possibilità.
La vita stessa è come una partita a scacchi da campionato: giocatori scuri che giostrano su un campo a scacchi dove hai a disposizione solo un tempo limitato per completare le tue mosse. E il tuo orologio che gira continuamente e se ci metti troppo tempo per una sola mossa ne avrai altrettanto meno per il resto della tua vita.
Lawrence Ferlinghetti scriveva così in Deep Chess, nel 1976, trasformando la scacchiera in una metafora dell’esistenza: una partita serrata contro un avversario che non concede tregua, il tempo, e nella quale ogni mossa modifica inevitabilmente quelle successive. Non sempre si parte dalla posizione che si vorrebbe. Non sempre l’apertura è favorevole. E quando la partita sembra avviarsi verso il prevedibile, verso quel pareggio senza infamia e senza gloria che Ferlinghetti sembra voler evitare, resta una possibilità: cambiare traiettoria.
Inventare una deviazione.
Tu fidati della deviazione. È forse questo il modo più interessante per raccontare Verso , una vinosteria di quartiere che nel cuore di San Giovanni, in via Taranto, ha scelto di non giocare la partita dell’ennesima enoteca uguale alle altre. Perché anche un locale può trovarsi davanti a una scacchiera. Può scegliere di seguire le mosse già conosciute, quelle che garantiscono una partita ordinata e prevedibile. Oppure può decidere di spostare un pezzo, cambiare ritmo, cercare un’altra combinazione. Verso nasce proprio da questa idea: andare verso qualcosa. Verso il vino, prima di tutto. Verso i produttori, i territori, le storie che stanno dentro una bottiglia. Verso una cucina capace di accompagnare il calice senza trasformarsi in protagonista assoluta. E soprattutto verso le persone. La filosofia dichiarata del locale parte, infatti, dal vino naturale e artigianale e da una ricerca costruita attraverso viaggi, assaggi e incontri con i produttori. Oggi la cantina raccoglie etichette, selezionate in Italia e nel mondo. Le bottiglie qui non sono un numero, da solo, racconterebbe poco. La vera differenza sta nel modo in cui quelle bottiglie vengono messe in relazione con chi entra. Non una collezione da osservare in silenzio, ma un repertorio di possibilità. Una bottiglia può essere l’inizio di una conversazione, una scoperta, un ricordo, oppure semplicemente la risposta a quella domanda che ogni tanto vale la pena farsi: e se questa volta scegliessi qualcosa di diverso? È qui che la metafora degli scacchi torna a funzionare. Scegliere un vino è, in fondo, una piccola deviazione. Significa affidarsi a qualcuno, uscire per una sera dal proprio repertorio abituale, accettare di non sapere esattamente dove porterà quella mossa. E forse è proprio questa la parte più bella del gioco: non conoscere in anticipo tutta la partita. È quello che accade quando nel bicchiere arriva 24h di Rinelli Vigneti. Un vino che invita a cambiare prospettiva, a rallentare la consuetudine e a lasciare spazio alla sorpresa. Dietro una bottiglia non c’è soltanto un’etichetta, ma un territorio, una scelta, un modo preciso di interpretare la vigna e il tempo. E quando queste cose arrivano nel calice, la degustazione diventa inevitabilmente un viaggio. 24h racconta proprio questo: la possibilità di attraversare il vino senza seguire necessariamente la strada più conosciuta. Un nome che richiama il tempo, le ventiquattro ore, il ciclo completo di una giornata, e che diventa quasi una misura simbolica di un modo diverso di guardare alla viticoltura. Dalla vigna alla cantina, ogni passaggio diventa una mossa. E come negli scacchi, non conta soltanto quella che stai facendo, ma ciò che quella mossa rende possibile subito dopo. Così il vino non arriva a tavola come un punto d’arrivo, ma come l’inizio di qualcosa: una conversazione, un abbinamento inatteso, un ricordo che si forma mentre il bicchiere si svuota. È qui che la deviazione acquista ancora senso. Non sempre bisogna sapere dove si sta andando. A volte basta scegliere una bottiglia capace di aprire una strada diversa. Alcuni vini, più di altri, sembrano ricordarci che anche il tempo può essere una scelta. 24H di Rinelli Vigneti nasce proprio dalle ventiquattro ore. Ventiquattro ore di macerazione sulle bucce che bastano a cambiare il destino dell’uva e a trasformare il Cesanese in un rosato capace di raccontare il suo territorio con una voce inattesa. È una piccola deviazione, anche questa. Il Cesanese lo conosciamo soprattutto attraverso il rosso, nella sua espressione più tradizionale. Qui, invece, Rinelli Vigneti sceglie di guardarlo da un’altra prospettiva: quella del rosato. Non per allontanarsi dalla propria identità, ma per cercare dentro la stessa uva qualcosa di diverso. Così, quelle ventiquattro ore diventano una misura data dal tempo necessario per lasciare che le bucce incontrino il mosto, per estrarre colore, profumi e carattere, prima che il vino prosegua il suo percorso in acciaio. Una scelta precisa, quasi una mossa sulla scacchiera. Il risultato è un vino dal colore rosa salmone con riflessi cipria, profumato di fiori bianchi e rosa, di fragola e susina. Al palato porta freschezza, frutto e una piacevole acidità, con quella combinazione di vivacità, equilibrio e leggerezza che lo rende immediato senza essere semplice. Ecco che proprio qui 24H incontra perfettamente il senso della deviazione. Non serve sempre cambiare strada per cercare qualcosa di completamente nuovo. A volte basta guardare la stessa strada da un’altra angolazione. La stessa uva. Lo stesso territorio. Un tempo diverso. Nel vino, come nella vita, non è sempre necessario sapere quale sarà la prossima casella. A volte è sufficiente avere il coraggio di giocare una mossa diversa dalle precedenti. Ventiquattro ore possono bastare per cambiare prospettiva. A Verso il vino incontra una cucina che segue la stessa direzione. Il progetto racconta una proposta fatta di ingredienti di qualità, stagionalità, ricette semplici e curate, con piatti pensati per accompagnare il vino senza sovrastarlo. Una cucina, dunque, che accompagna il calice. Il vino, a Verso, non sembra essere un elemento accessorio di un ristorante che potrebbe esistere anche senza la sua cantina. È piuttosto il punto da cui tutto comincia. La stessa storia del locale viene raccontata partendo da un calice, dalla curiosità per i vini naturali e dal desiderio di creare uno spazio nel quale bere bene e stare bene. Solo dopo è arrivata la cucina. Dopo ancora San Giovanni, il contesto, un quartiere vivo, attraversato ogni giorno da chi ci abita, da chi lavora, da chi passa per una cena, da chi va a teatro. Verso è accanto al Teatro Golden e ha costruito intorno a questa posizione una formula capace di cambiare ritmo: aperitivo, cena, dopocena, degustazione, una bottiglia da portare via. Anche gli spazi seguono questa idea di movimento. Il dehors dialoga con la vita della strada; il bancone e lo scaffale dell’enoteca hanno un carattere più dinamico e conviviale; le sale diventano invece il luogo per una cena più lenta o per una degustazione. Non un unico modo di vivere il locale, dunque, ma diversi tempi della stessa esperienza. Ed è proprio il tempo, alla fine, a chiudere il cerchio con Ferlinghetti. Viviamo dentro un orologio che non si ferma. Scegliamo, rimandiamo, acceleriamo. A volte consumiamo le nostre energie cercando di prevedere tutte le mosse successive, come se la vita fosse una partita che possiamo controllare fino all’ultima casella. Ma non funziona così. Arrivano le deviazioni che non avevamo previsto. Strade che sembrano allontanarci e invece ci portano esattamente dove dovevamo arrivare. Verso parla proprio di questo. Di un bicchiere scelto senza conoscerlo. Di una bottiglia scoperta per caso. Di un piatto ordinato perché qualcuno ce lo ha raccontato bene. Di una cena che doveva durare un’ora e finisce molto più tardi. Di una conversazione iniziata al bancone con uno sconosciuto. Di quella possibilità, apparentemente piccola, di cambiare la propria traiettoria per una sera. Non serve sempre una grande rivoluzione. A volte basta spostare un pezzo. Fare una mossa diversa. Prendere una strada laterale. Entrare in un’enoteca di quartiere e lasciare che sia il vino, per una volta, a decidere la prossima mossa. Fidati della deviazione. Forse è proprio lì che comincia la parte più interessante della partita. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Alla Mescita circa 12 prodotti trasversalmente italiani, naturali, artigianali e territoriali: Bollicine, Bianchi, Rossi e Rosati. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Tu fidati della deviazione. È forse questo il modo più interessante per raccontare Verso , una vinosteria di quartiere che nel cuore di San Giovanni, in via Taranto, ha scelto di non giocare la partita dell’ennesima enoteca uguale alle altre. Perché anche un locale può trovarsi davanti a una scacchiera. Può scegliere di seguire le mosse già conosciute, quelle che garantiscono una partita ordinata e prevedibile. Oppure può decidere di spostare un pezzo, cambiare ritmo, cercare un’altra combinazione. Verso nasce proprio da questa idea: andare verso qualcosa. Verso il vino, prima di tutto. Verso i produttori, i territori, le storie che stanno dentro una bottiglia. Verso una cucina capace di accompagnare il calice senza trasformarsi in protagonista assoluta. E soprattutto verso le persone. La filosofia dichiarata del locale parte, infatti, dal vino naturale e artigianale e da una ricerca costruita attraverso viaggi, assaggi e incontri con i produttori. Oggi la cantina raccoglie etichette, selezionate in Italia e nel mondo. Le bottiglie qui non sono un numero, da solo, racconterebbe poco. La vera differenza sta nel modo in cui quelle bottiglie vengono messe in relazione con chi entra. Non una collezione da osservare in silenzio, ma un repertorio di possibilità. Una bottiglia può essere l’inizio di una conversazione, una scoperta, un ricordo, oppure semplicemente la risposta a quella domanda che ogni tanto vale la pena farsi: e se questa volta scegliessi qualcosa di diverso? È qui che la metafora degli scacchi torna a funzionare. Scegliere un vino è, in fondo, una piccola deviazione. Significa affidarsi a qualcuno, uscire per una sera dal proprio repertorio abituale, accettare di non sapere esattamente dove porterà quella mossa. E forse è proprio questa la parte più bella del gioco: non conoscere in anticipo tutta la partita. È quello che accade quando nel bicchiere arriva 24h di Rinelli Vigneti. Un vino che invita a cambiare prospettiva, a rallentare la consuetudine e a lasciare spazio alla sorpresa. Dietro una bottiglia non c’è soltanto un’etichetta, ma un territorio, una scelta, un modo preciso di interpretare la vigna e il tempo. E quando queste cose arrivano nel calice, la degustazione diventa inevitabilmente un viaggio. 24h racconta proprio questo: la possibilità di attraversare il vino senza seguire necessariamente la strada più conosciuta. Un nome che richiama il tempo, le ventiquattro ore, il ciclo completo di una giornata, e che diventa quasi una misura simbolica di un modo diverso di guardare alla viticoltura. Dalla vigna alla cantina, ogni passaggio diventa una mossa. E come negli scacchi, non conta soltanto quella che stai facendo, ma ciò che quella mossa rende possibile subito dopo. Così il vino non arriva a tavola come un punto d’arrivo, ma come l’inizio di qualcosa: una conversazione, un abbinamento inatteso, un ricordo che si forma mentre il bicchiere si svuota. È qui che la deviazione acquista ancora senso. Non sempre bisogna sapere dove si sta andando. A volte basta scegliere una bottiglia capace di aprire una strada diversa. Alcuni vini, più di altri, sembrano ricordarci che anche il tempo può essere una scelta. 24H di Rinelli Vigneti nasce proprio dalle ventiquattro ore. Ventiquattro ore di macerazione sulle bucce che bastano a cambiare il destino dell’uva e a trasformare il Cesanese in un rosato capace di raccontare il suo territorio con una voce inattesa. È una piccola deviazione, anche questa. Il Cesanese lo conosciamo soprattutto attraverso il rosso, nella sua espressione più tradizionale. Qui, invece, Rinelli Vigneti sceglie di guardarlo da un’altra prospettiva: quella del rosato. Non per allontanarsi dalla propria identità, ma per cercare dentro la stessa uva qualcosa di diverso. Così, quelle ventiquattro ore diventano una misura data dal tempo necessario per lasciare che le bucce incontrino il mosto, per estrarre colore, profumi e carattere, prima che il vino prosegua il suo percorso in acciaio. Una scelta precisa, quasi una mossa sulla scacchiera. Il risultato è un vino dal colore rosa salmone con riflessi cipria, profumato di fiori bianchi e rosa, di fragola e susina. Al palato porta freschezza, frutto e una piacevole acidità, con quella combinazione di vivacità, equilibrio e leggerezza che lo rende immediato senza essere semplice. Ecco che proprio qui 24H incontra perfettamente il senso della deviazione. Non serve sempre cambiare strada per cercare qualcosa di completamente nuovo. A volte basta guardare la stessa strada da un’altra angolazione. La stessa uva. Lo stesso territorio. Un tempo diverso. Nel vino, come nella vita, non è sempre necessario sapere quale sarà la prossima casella. A volte è sufficiente avere il coraggio di giocare una mossa diversa dalle precedenti. Ventiquattro ore possono bastare per cambiare prospettiva. A Verso il vino incontra una cucina che segue la stessa direzione. Il progetto racconta una proposta fatta di ingredienti di qualità, stagionalità, ricette semplici e curate, con piatti pensati per accompagnare il vino senza sovrastarlo. Una cucina, dunque, che accompagna il calice. Il vino, a Verso, non sembra essere un elemento accessorio di un ristorante che potrebbe esistere anche senza la sua cantina. È piuttosto il punto da cui tutto comincia. La stessa storia del locale viene raccontata partendo da un calice, dalla curiosità per i vini naturali e dal desiderio di creare uno spazio nel quale bere bene e stare bene. Solo dopo è arrivata la cucina. Dopo ancora San Giovanni, il contesto, un quartiere vivo, attraversato ogni giorno da chi ci abita, da chi lavora, da chi passa per una cena, da chi va a teatro. Verso è accanto al Teatro Golden e ha costruito intorno a questa posizione una formula capace di cambiare ritmo: aperitivo, cena, dopocena, degustazione, una bottiglia da portare via. Anche gli spazi seguono questa idea di movimento. Il dehors dialoga con la vita della strada; il bancone e lo scaffale dell’enoteca hanno un carattere più dinamico e conviviale; le sale diventano invece il luogo per una cena più lenta o per una degustazione. Non un unico modo di vivere il locale, dunque, ma diversi tempi della stessa esperienza. Ed è proprio il tempo, alla fine, a chiudere il cerchio con Ferlinghetti. Viviamo dentro un orologio che non si ferma. Scegliamo, rimandiamo, acceleriamo. A volte consumiamo le nostre energie cercando di prevedere tutte le mosse successive, come se la vita fosse una partita che possiamo controllare fino all’ultima casella. Ma non funziona così. Arrivano le deviazioni che non avevamo previsto. Strade che sembrano allontanarci e invece ci portano esattamente dove dovevamo arrivare. Verso parla proprio di questo. Di un bicchiere scelto senza conoscerlo. Di una bottiglia scoperta per caso. Di un piatto ordinato perché qualcuno ce lo ha raccontato bene. Di una cena che doveva durare un’ora e finisce molto più tardi. Di una conversazione iniziata al bancone con uno sconosciuto. Di quella possibilità, apparentemente piccola, di cambiare la propria traiettoria per una sera. Non serve sempre una grande rivoluzione. A volte basta spostare un pezzo. Fare una mossa diversa. Prendere una strada laterale. Entrare in un’enoteca di quartiere e lasciare che sia il vino, per una volta, a decidere la prossima mossa. Fidati della deviazione. Forse è proprio lì che comincia la parte più interessante della partita. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Alla Mescita circa 12 prodotti trasversalmente italiani, naturali, artigianali e territoriali: Bollicine, Bianchi, Rossi e Rosati. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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25 Agosto, 2026
Zeta reticoli
The Only True Protest Is Beauty. È il messaggio che accoglie il visitatore a Palazzo Pisani Moretta, a Venezia, dove la Fondazione Dries Van Noten ha scelto di inaugurare il proprio percorso culturale ispirandosi alle parole dell’attivista Phil Ochs. In tempi complessi, la bellezza non è evasione, ma un gesto capace di provocare, emozionare e trasformare lo sguardo sul mondo. Una bellezza che nasce dal fare, dall’artigianato, dalla materia e dall’intelligenza umana.
La trasversatilità di questo pensiero si rispecchia perfettamente in quella che è oggi Valdobbiadene Superiore. Perché lì la bellezza non è costruita: è coltivata. Ogni filare segue la morfologia estrema delle colline, ogni vite racconta il dialogo secolare tra uomo e natura, ogni vendemmia rappresenta un atto di fiducia verso il tempo.
In questo paesaggio, riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO, la bellezza assume un significato profondo: diventa responsabilità. È la scelta quotidiana di preservare un territorio fragile, di lavorarlo con rispetto, di trasformare la fatica in armonia.
Tra le realtà che meglio interpretano questa filosofia emerge l’Azienda Vinicola Bortolin Angelo, dove il vino non è soltanto espressione del territorio, ma anche linguaggio identitario.
Non è casuale che il simbolo della cantina ci faccia ricordare Zeta Reticoli, il celebre sistema stellare binario della costellazione del Reticolo. Una scelta, una visione che va oltre l’estetica.
Nell’astronomia, un sistema binario vive grazie all’equilibrio tra due stelle che orbitano l’una attorno all’altra, senza mai perdere la propria identità. È una relazione fatta di attrazione, distanza perfetta e reciproca influenza. La stessa dinamica sembra raccontare l’anima di Bortolin Angelo.
Da una parte c’è la terra: le ripide colline del Valdobbiadene Superiore, il lavoro manuale, la memoria agricola, la biodiversità. Dall’altra c’è la visione: la ricerca, la precisione tecnica, l’innovazione discreta, la volontà di interpretare il territorio senza alterarne l’essenza. Due forze che non si contrappongono, ma si completano.
Come due stelle. Come Zeta Reticoli.
L’immagine diventa così una metafora potente: ogni bottiglia nasce dall’orbita perfetta tra tradizione e futuro, tra esperienza e curiosità, tra radici e possibilità.
Esistono bottiglie che custodiscono un vino e ci sono bottiglie che raccontano una visione.
Quelle di Bortolin Angelo appartengono a questa seconda categoria. Ogni dettaglio, riflette un pensiero che supera la semplice identità grafica per trasformarsi in un linguaggio. Come nell’arte, anche nel vino ogni segno diventa significato.
La bottiglia non è soltanto il contenitore del Valdobbiadene Superiore DOCG, ma il primo gesto narrativo di un percorso che unisce paesaggio, cultura e sensibilità contemporanea. la cui sagoma, piatta al centro, è il messaggio per trasportare il lavoro dell’uomo nel vigneto dentro al contenitore che racchiude il frutto di quel lavoro. La forma diventa l’allegoria di un equilibrio costante: quello tra tradizione e innovazione, tra la forza della terra e lo slancio verso il futuro, tra il sapere tramandato e la ricerca continua della qualità.
È la stessa tensione che anima ogni forma d’arte autentica. Un’opera nasce quando tecnica ed emozione trovano il loro punto d’incontro. Allo stesso modo, il vino prende forma quando il gesto dell’uomo interpreta la natura senza dominarla, lasciando che sia il territorio a parlare.
In questa prospettiva, la bottiglia di Bortolin Angelo diventa un oggetto culturale. Non cerca l’effetto, ma l’identità. Non rincorre le tendenze, ma costruisce un racconto capace di attraversare il tempo.
Come una tela, una scultura o un’installazione, invita chi la osserva a fermarsi prima ancora dell’assaggio. A interrogarsi sul significato della sua forma, sul dialogo tra cielo e terra, tra materia e immaginazione.
Il vino, quando nasce da una visione, non si limita a essere degustato: si contempla.
Ed è proprio in questo spazio, dove arte e vino si incontrano, che Bortolin Angelo afferma la propria idea di bellezza. Una bellezza che non è esercizio estetico, ma espressione di un territorio, di una famiglia e di una filosofia produttiva capace di trasformare ogni bottiglia in un’opera da vivere, prima ancora che da bere.
Ecco la forma più autentica di bellezza. Non quella che cerca di stupire. Quella che genera senso.
Oggi, siamo dominata dalla velocità, dall’omologazione e dal consumo immediato delle immagini, produrre un vino identitario rappresenta una scelta quasi controcorrente. Significa accettare i ritmi della natura, valorizzare le differenze, custodire un paesaggio che non potrebbe esistere senza il lavoro dell’uomo. Quel paesaggio che è musa e apollo della “Camera” con vista sulle colline del Valdobbiadene DOCG di Bortolin Angelo. Una “Camera” che nasce dall’idea di offrire un’esperienza capace di rallentare il tempo e restituire il privilegio dell’osservazione, una vista sulle morbide colline del Valdobbiadene DOCG, che invita lo sguardo a perdersi tra i filari, dove il paesaggio racconta il dialogo secolare tra uomo e natura.
La luce accarezza le vigne, disegnando geometrie che cambiano con le stagioni. I pendii che si tingono di sfumature dorate, mentre il silenzio diventa parte dell’esperienza. È una “Camera” aperta su uno dei paesaggi vitivinicoli più affascinanti d’Europa, dove ogni collina custodisce una storia di lavoro, passione e rispetto per la terra.
Viverla significa entrare nel ritmo autentico del territorio. Il vino non è soltanto un prodotto da degustare, ma il filo conduttore di un racconto che continua oltre la cantina, accompagnandoci in un’esperienza fatta di panorami, profumi e dettagli.
La vista diventa così il primo calice da assaporare. Prima ancora del brindisi, è il paesaggio a parlare, trasformando ogni momento in un invito alla contemplazione.
Per Bortolin Angelo l’ospitalità è questo: creare uno spazio in cui il comfort incontra la cultura del vino e la bellezza delle colline diventa parte integrante dell’esperienza. Una “Camera” non solo con vista, ma con un punto di vista privilegiato su un territorio che ha fatto della qualità, dell’armonia e della sua identità un patrimonio da custodire e condividere.
È una forma di protesta silenziosa. Una protesta che non alza la voce. La esprime attraverso un calice.
Come l’arte esposta nelle sale veneziane della Fondazione Dries Van Noten dialoga con la storia del palazzo, così ogni vino di Bortolin Angelo dialoga con le colline da cui nasce. Entrambi ricordano che la bellezza non è un lusso, ma una necessità culturale. Non è superficie, ma profondità. Non è decorazione, ma consapevolezza.
Forse è proprio qui che Venezia e Valdobbiadene si incontrano.
Da una parte l’arte. Dall’altra il vino.
Nel mezzo, la stessa convinzione: che ciò che è autenticamente bello abbia ancora il potere di cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
E allora l’immagine del simbolo di Zeta Reticoli smette di essere soltanto un riferimento astronomico. Diventa una dichiarazione di intenti.
Perché le stelle non indicano soltanto una direzione. Ricordano che ogni equilibrio nasce da una relazione.
Tra uomo e natura. Tra tempo e materia. Tra cielo e terra.
Ed è proprio in quello spazio, sospeso come l’orbita di due stelle, che prende forma il Valdobbiadene Superiore firmato Bortolin Angelo: un vino che non rincorre la bellezza. La coltiva.
L’unica vera protesta è la bellezza. E nasce tra le colline del Valdobbiadene Superiore.
Line Up Prodotti:
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG tranquillo “Barch”
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Angelin Beo” – Extra Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Sommaval” – Extra Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Brut
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Extra Dry
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Rive di Guia “Desiderio” – Dry
Bortolin Angelo – VALDOBBIADENE DOCG Superiore di Cartizze Dry
Bortolin Angelo – Rosso “Dinastie”
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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5 Agosto, 2026
Trasparenze di sale. Il connubio tra i vini di Vito Oddo e l'arte di Liliana Vianello a Via Margutta
Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, Via Margutta, Roma, rassegna EstatArte
Per secoli, le navi della Serenissima presero il mare verso la Sicilia con il solo scopo di caricare il sale dalle sue saline. Specialmente quelle del trapanese poiché tra le più produttive del Mediterraneo. I carichi di sale alimentavano il monopolio gestito dal Magistrato al Sal, l’ufficio della Repubblica che ne regolava il commercio. Venezia, che di sale proprio non ne aveva, dipendeva da coste lontane creando un legame concreto, documentato nei registri di quella magistratura.
Mi piace pensare a questo legame antico se ripenso all’incontro andato in scena a Roma, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign di Via Margutta ha ospitato, nella cornice della rassegna estiva EstatArte, una serata dedicata a Liliana Vianello creando un dialogo tra le trasparenze pittoriche dell’artista veneziana e i vini della cantina urbana di Vito Oddo, nati sulla stessa terra che per secoli aveva riempito le stive dirette alla Serenissima. Non un semplice accompagnamento a margine di una mostra, ma un vero connubio e la prova, se ma ve ne fosse ancora bisogno, che un vino e un quadro, nati a secoli e a mari di distanza, possono avere qualcosa da dirsi.
La laguna e la salina: due acque, un’unica luce
Venezia, nella pittura di Vianello, non compare come citazione ma come vera struttura. La superficie si fa profondità, il colore si deposita in velature successive così che ogni tela custodisce l’eco di un’atmosfera sospesa, quella della laguna nelle ore in cui l’acqua e il cielo si fondono smettendo di distinguersi. Non è un caso che proprio Venezia, dal Cinquecento, abbia fondato parte della propria identità sulla lavorazione dello specchio a Murano, un’arte tenuta a lungo come segreto di Stato, al punto che agli artigiani era proibito lasciare l’isola: una città che ha fatto della trasparenza e del riflesso non un ornamento, ma una vocazione.
L’influenza di Venezia emerge non solo come riferimento geografico e culturale, ma come autentica ispirazione poetica. Nei lavori di Vianello, il colore si fa luce, la superficie diventa profondità e ogni trasparenza invita lo spettatore a scoprire nuovi livelli di lettura. È una pittura che suggerisce più che descrivere, lasciando spazio all’immaginazione e al dialogo interiore.
Trapani racconta, sulla stessa soglia tra acqua e luce, la storia delle sue navi che per secoli hanno affidato a quelle della Serenissima. Le sue saline, distese basse d’acqua ferma, incorniciate da mulini e argini di terra battuta, restituiscono visivamente ciò che per secoli hanno rappresentato commercialmente: una superficie che non si limita a riflettere il cielo, ma lo trattiene, lo filtra, lo restituisce trasformato. Due città, due lagune minori, un solo principio compositivo: la luce che non si limita a posarsi sull’acqua, ma vi resta imprigionata.
Il Vermentino e la goccia di mare nascosta in Via Margutta
Se la pittura di Vianello evoca l’atmosfera sospesa della laguna, il Vermentino di Oddo ne offre la controparte gustativa: un bianco che porta il sale nella propria sapidità senza mai dichiararlo apertamente, teso tra la luminosità del colore e la trattenuta mineralità del sorso. È il vino della soglia, quello che in un territorio segnato dal vento e dall’acqua bassa racconta la vicinanza del mare più di quanto potrebbe fare la sua semplice presenza in etichetta.
Anche il nome della strada che ha ospitato la serata custodisce, secondo una delle ipotesi etimologiche più suggestive (per quanto meno accreditata di altre) un’eco d’acqua: “Margutta” potrebbe derivare da “maris gutta”, goccia di mare, in memoria di un rivolo che scorreva lungo la stradina prima delle opere di bonifica ottocentesche. Vera o presunta, quest’origine marina del toponimo regala al Vermentino un ospite naturale: un bianco salino che, senza saperlo, ha bevuto nella strada giusta.
Il Merlot: dalla scuderia alla galleria, dal garage alla cantina
Prima di diventare la via delle gallerie e degli atelier, Via Margutta fu per secoli uno spazio di servizio: ospitava le scuderie, i magazzini e le case degli stallieri e dei marmisti al seguito dei palazzi nobiliari di via del Babuino. Fu un artigiano di cui non è rimasto il nome ad aprirvi la prima bottega, dando avvio a una trasformazione lenta ma radicale: baracche e stalle divennero, nel tempo, gallerie e ateliers.
È una storia che sembra accomunare quella di Vito Oddo. La sua sede, prima cantina urbana di Trapani, nasce infatti nel garage di famiglia, nel quartiere di Villa Rosina dove Vito ha condotto le prime fermentazioni sperimentali. Il Merlot che matura in quello spazio insieme al Guerra e Pace, cresciuto nella stessa disciplina, porta addosso la stessa materia grezza trasformata in qualcosa d’altro: non più garage, ma cantina; non più semplice contenitore, ma luogo di espressione. Il rosso struttura e trattiene, dà corpo alla trasformazione dove il bianco e il macerato ne raccontano la superficie: la stessa profondità che Vianello costruisce per strati di colore, il Merlot la costruisce per strati di tempo in legno.
Una vocazione già scritta nell’etichetta
L’incontro tra la cantina di Vito Oddo e il mondo delle arti visive non nasce con questa serata. Le etichette di Oddo Vini portano da tempo la firma del pittore Alessandro Siviglia, in una collaborazione che ha trasformato ogni bottiglia in una superficie destinata, fin dall’origine, a portare un’immagine oltre che un contenuto. L’incontro con Liliana Vianello a Roma non è dunque un’eccezione nella storia della cantina, ma la prosecuzione, in una città e in un contesto diversi, di un’attitudine che le è propria. un precedente che lascia intuire quanto lontano possa ancora arrivare, per questa cantina, l’idea del vino come immagine oltre che come sapore.
Via Margutta, soglia tra tradizione e contemporaneità
Via Margutta resta, a Roma, uno dei pochi luoghi capaci di ospitare un incontro di questo tipo senza che suoni artificioso: strada di artisti e di ateliers per tradizione, ha trovato nella rassegna EstatArte e nella Galleria Area Contesa ArteDesign un prosecutore naturale della propria vocazione conviviale. La serata dedicata a Vianello ha confermato quella vocazione, offrendo al pubblico un’esperienza in cui il gusto e lo sguardo si sono mossi sul medesimo principio: la trasparenza come forma più alta della verità di un luogo, che questo luogo sia una laguna dipinta o una salina raccontata in un bicchiere.
Resta, sullo sfondo, una domanda più ampia: quante altre opere, quante altre cantine potrebbero trovare un simile punto d’incontro, se solo si accettasse di leggere un’etichetta come si legge una tela? La serata di Via Margutta non chiude questa possibilità: la apre.
Ivan Vellucci & Marco Sargentini
winetalesmagazine.comm
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31 Luglio, 2026
Un altro giorno
Tushingni suvga ayt,
Racconta il tuo sogno all’acqua, recita un proverbio uzbeko. Ad occhi chiusi, immagini onde che si avvicinano ai tuoi piedi: una sensazione lontanamente familiare, come un eco che riaffiora o un odore che sfugge alla memoria. Il vento sospinge la sabbia contro le tue gambe, aspetta: sono le gambe di tuo nonno, che spuntano dai suoi pantaloncini consumati dal sale. Stai sognando i suoi ricordi. Apri gli occhi e vedi le onde ritirarsi, lasciando dietro di sé una crosta salina.
Come puoi raccontare all’acqua il tuo sogno, se ciò che sogni è l’acqua stessa?
Forse non puoi. Forse puoi solo viverlo ancora, Un Altro Giorno.
A Chioggia l’acqua non è un paesaggio: è una lingua, una memoria, un modo di stare al mondo. Ogni calle conduce a una riva, ogni finestra sembra aprirsi sul riflesso di una marea diversa. Qui il tempo non procede in linea retta; segue il ritmo delle barche che rientrano, delle reti che si asciugano al sole, del sale che si deposita silenziosamente sulle cose.
È in questo dialogo continuo tra terra e mare che nasce l’Hosteria delle Emozioni. Non semplicemente un Bistrot, ma un luogo dove il vino diventa racconto e bere qui significa accettare un invito: quello di fermarsi abbastanza a lungo da riconoscere un sapore dimenticato. Magari una Glera come la faceva il nonno, o una Lugana, capace di riportare alla mente una giornata d’inverno sul porto. Sono ricordi che spesso non sapevamo nemmeno di avere, finché un profumo non decide di restituirceli. Perché le emozioni funzionano così. Non arrivano quando vengono chiamate, ma quando trovano il momento giusto. Un bicchiere condiviso. Una bottiglia passata dall’altra parte del tavolo. Una risata che interrompe una conversazione seria. Il silenzio perfetto dopo il primo sorso.
L’Hosteria delle Emozioni sembra conoscere questo linguaggio. Non cerca di imporre un’esperienza, ma crea lo spazio affinché ciascuno possa viverne una propria. C’è chi celebra la giornata, chi si ferma con amici, chi semplicemente sceglie di concedersi un momento diverso. Tutti, uscendo, portano via qualcosa che non compare nel conto. Ogni vino conserva qualcosa di chi lo ha immaginato, di chi lo ha realizzato, di chi l’ha servito, di chi lo condivide. Sedersi significa rallentare. Il rumore della città resta fuori, sostituito dal tintinnio dei bicchieri, dalla luce morbida che attraversa la sala come un riflesso sull’acqua. Nulla cerca di stupire con l’eccesso. È l’autenticità a guidare ogni dettaglio.
La mescita parla il dialetto della laguna senza rinunciare a una voce contemporanea. La carta dei vini custodisce la tradizione, ma non ne è prigioniera: la interpreta con rispetto, lasciando spazio alla creatività e alla ricerca, senza perdere il contatto con le proprie radici.
La vista del canale dall’Hosteria delle Emozioni è uno di quei luoghi che sembra resistere a tutto: alle mode, ai design che cambiano, alla velocità con cui consumiamo spazi e relazioni. È una linea lunga, spesso consumata, che separa e insieme unisce chi serve e chi viene servito. Non è tavolo né saletta: è una soglia. Non sei più del tutto in strada, ma non sei nemmeno altrove. Sedersi lì è diverso che stare all’interno.
Spesso nelle sale ci si isola, si costruisce un mondo privato. Lungo il canale invece ci si espone, si guarda e si viene guardati, si ascoltano frammenti di vite altrui e spesso si finisce per raccontare qualcosa di sé senza accorgersene. Il rapporto con chi sta accanto è una forma sottile di fiducia quotidiana: non è amicizia, non è solo servizio. È una zona grigia fatta di gesti ripetuti, di cenno, un bicchiere che arriva prima ancora di essere ordinato. Il canale è attesa, perché è qui che generalmente attendiamo una persona, che siano gli amici di una vita o una prima volta in visita nel corso di una pausa di lavoro; ma è anche introspezione. Si guarda il bicchiere, il riflesso nel vetro, il tempo che rallenta quel tanto da far emergere pensieri. È un luogo di attesa: qualcuno, qualcosa, o semplicemente il prossimo momento della giornata.
In un’epoca di prenotazioni e relazioni filtrate, il canale continua a imporre imprevedibilità. Non scegli chi siede al tavolo accanto, non controlli la conversazione, non puoi editare ciò che accade. È uno dei pochi luoghi in cui la città si lascia ancora incontrare per caso. Dove la solitudine è condivisa e l’introspezione convive con gli altri. Forse è per questo che scegliamo ancora quel ciglio vista canale e un calice veloce: perché lì non siamo mai del tutto soli e mai del tutto insieme. Siamo in quella zona intermedia in cui la vita accade.
In luoghi così il vino prende vita e le viti si intrecciano; ci sono vini che si degustano e vini che si vivono. L’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato Cantine di Aldeno appartiene alla seconda categoria: non è soltanto un’espressione dell’eccellenza spumantistica, ma un compagno silenzioso capace di trasformare un momento qualunque in un ricordo destinato a rimanere. Il sole è alto sopra la laguna, l’acqua del canale riflette le sfumature e il tempo sembra rallentare. Seduti sul ciglio del canale, con il profumo della salsedine che si mescola a quello della pietra bagnata, ogni rumore si attenua fino a lasciare spazio soltanto al suono dei calici che si sfiorano. È in un momento così che si comprende la differenza tra un vino e un ricordo. L’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato nasce da uve coltivate in alta quota (Chardonnay e Pinot Nero), dove l’escursione termica regala eleganza, tensione e una straordinaria finezza aromatica. La lunga permanenza sui lieviti dona complessità e profondità, mentre l’assenza di dosaggio, lascia che il vino racconti la propria identità senza filtri, con una sincerità rara.
Nel calice si presenta con un perlage finissimo e persistente, quasi un filo di perle che sale lentamente verso la superficie. Il colore è giallo paglierino luminoso con riflessi dorati. Al naso emergono note di crosta di pane, agrumi maturi, mela verde e fiori bianchi, accompagnate da delicate sfumature minerali che ricordano la roccia e la montagna da cui proviene.
L’assaggio è preciso, vibrante e verticale. La freschezza sostiene ogni sorso, mentre la sapidità accompagna un finale lungo e pulito, lasciando il palato asciutto e invitando naturalmente a un nuovo brindisi. È uno spumante che non cerca di stupire con la dolcezza, ma conquista con l’equilibrio, la purezza e la sua raffinata essenzialità.
Eppure, il vero valore di questo vino non risiede soltanto nelle sue qualità organolettiche. Vive nelle emozioni che riesce a custodire. Quel calice condiviso a Chioggia, con i piedi sospesi sopra l’acqua e lo sguardo perso tra le barche che rientrano lentamente al porto, smette di essere semplicemente una degustazione. Diventa un frammento di vita.
Perché il vino finisce. Il ricordo, invece, continua a maturare dentro di noi.
Forse è proprio questa la magia dell’Altinum Trento DOC Pas Dosé Millesimato: trasformare un brindisi in un’emozione, un sorso in una storia e un istante in qualcosa che il tempo non riesce a cancellare.
Alla fine, la differenza tra un vino e un ricordo è sottile. Il primo si versa in un calice. Il secondo resta nel cuore. E quando entrambi si incontrano, seduti sul ciglio di un canale a Chioggia, nasce qualcosa che va oltre il gusto: nasce un momento che merita di essere ricordato, ogni volta che una nuova bottiglia viene stappata.
Chioggia insegna che l’acqua non trattiene nulla: ogni onda cancella le impronte della precedente. Eppure, proprio grazie a questo continuo andare e tornare, riesce a conservare tutto. Le storie dei pescatori, le partenze, gli arrivi, le attese. Ogni giorno è diverso, ma ogni giorno assomiglia a quello che lo ha preceduto.
Un Altro Giorno, appunto.
Forse è questo il senso del proverbio. Raccontare il proprio sogno all’acqua non significa affidarglielo perché lo custodisca. Significa riconoscere che è lei ad averlo generato. Che alcuni luoghi continuano a sognarci anche quando ce ne andiamo.
E allora, seduti a un tavolo dell’Hosteria delle Emozioni, davanti a un vino che profuma di mare, si comprende che certi viaggi non servono a scoprire posti nuovi, ma a ritrovare parti di sé.
Quando andiamo via, Chioggia è ancora lì. Le onde continuano il loro paziente movimento, il sale resta sospeso nell’aria e il vento porta con sé la promessa discreta di ritornare.
Per vivere, semplicemente, Un Altro Giorno.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 8 prodotti: Bollicine rigorosamente italiane. Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati che attraversano il territorio Italia e strizzano l’occhio alla Francia.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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28 Giugno, 2026
Segui il flusso
Esiste una forza silenziosa che attraversa ogni trasformazione: è il movimento, principio vitale che genera connessioni, apre nuove prospettive e dà forma al cambiamento. Nell’arte, questa energia si manifesta come un linguaggio capace di tradurre l’invisibile in esperienza, trasformando il gesto creativo in un ponte tra persone, luoghi e momenti apparentemente distanti. La leggerezza che accompagna il movimento non è assenza di profondità, ma la capacità di accogliere il mutamento come opportunità di incontro e scoperta. Ogni opera, ogni percorso creativo, nasce infatti dall’intreccio di relazioni, memorie e visioni che si mettono in cammino, generando spazi condivisi in cui il dialogo diventa possibile. L’arte si fa così territorio dinamico, un luogo aperto dove le differenze si incontrano e il cambiamento prende forma attraverso nuove narrazioni.
In questo scenario, la forza creativa del movimento diventa un invito a guardare oltre i confini dell’abitudine, a riconoscere il valore delle connessioni e a immaginare un futuro costruito sull’incontro. Perché è proprio nel continuo fluire delle idee, delle persone e delle esperienze che l’arte trova la sua espressione più autentica: quella di generare senso, creare legami e dare vita a nuove possibilità.
A Roma esiste un luogo dove tutto questo è possibile, dove la forza viene custodita, il movimento viene alimentato e la leggerezza Segue il Flusso delle cose. Un luogo capace di raccontare storie senza bisogno di parole. Uno spazio dove l’incontro tra persone è un simbolo di una vocazione artistica, una dimensione sospesa nel tempo dove il passato dialoga con il presente e dove la bellezza diventa esperienza quotidiana: Via Margutta.
Una strada che da sempre vive in equilibrio tra memoria e innovazione, tra eleganza e creatività, tra il fascino della Roma eterna e la vitalità dell’arte contemporanea. Passeggiare lungo questa via significa attraversare un frammento autentico della città, dove ogni scorcio sembra suggerire una nuova ispirazione e ogni portone custodisce un universo di idee, colori e passioni. Qui, l’arte continua a essere un linguaggio universale capace di unire persone provenienti da esperienze e percorsi differenti.
Proprio attraverso questi luoghi, dove luce accarezza i palazzi storici, nel silenzio raffinato dei cortili nascosti che la Galleria Internazionale Area Contesa ArtDesign ha aperto le sue porte a nuove visioni creative con la Rassegna d’Arte “Oregon Oregon Oregon – Mille sfumature di Blue” e il Vernissage “Evoluzioni Cromatiche”, momento che ha saputo intrecciare ricerca artistica, sperimentazione visiva e convivialità.
Le opere esposte hanno guidato il pubblico in un percorso emozionale attraverso le infinite possibilità espressive del colore. Il blu, protagonista della rassegna, è emerso nelle sue molteplici interpretazioni simboliche e materiche: dalla profondità contemplativa degli oceani alla dimensione onirica del cielo, fino alle più contemporanee letture concettuali. Parallelamente, “Evoluzioni Cromatiche” ha offerto una riflessione sul mutamento e sulla trasformazione, mettendo in dialogo linguaggi artistici differenti accomunati dalla ricerca sulla luce, sul segno e sulla percezione cromatica.
L’evento, realizzato in partnership con Engel & Völkers, ha rappresentato un importante momento di incontro tra il mondo dell’arte, della cultura e dell’imprenditoria, confermando il ruolo di Via Margutta come luogo privilegiato di confronto creativo e di valorizzazione dei talenti contemporanei.
Durante la serata, artisti, appassionati, collezionisti e visitatori hanno condiviso emozioni e riflessioni, trasformando l’incontro con le opere in un’occasione di dialogo e crescita. Le diverse espressioni artistiche hanno raccontato il cambiamento, il movimento e la ricerca continua che caratterizzano il nostro tempo, offrendo al pubblico nuove chiavi di lettura della realtà.
Ad accompagnare questi momenti, una raffinata degustazione enologica che ha ulteriormente arricchito l’esperienza sensoriale degli ospiti. I partecipanti hanno potuto apprezzare l’eleganza del Pinot Grigio d’Alsazia Domaine Meyer, caratterizzato da note fresche e minerali, e la struttura armoniosa del Bordeaux Château Tour Saint Pierre 2021, vino capace di esprimere con equilibrio e personalità il carattere del territorio francese.
In una città che non smette mai di emozionare, l’arte rimane il filo invisibile che collega passato e futuro, memoria e innovazione. E Via Margutta, con il suo fascino senza tempo, continua a essere una delle sue più preziose custodi, ricordandoci che la bellezza non è soltanto qualcosa da osservare, ma un’esperienza da vivere e condividere. Tra opere, dialoghi e suggestioni cromatiche, la serata ha confermato come la bellezza sia un linguaggio in costante movimento: un ponte tra sensibilità diverse, una continua evoluzione capace di trasformare il colore in emozione e l’incontro in esperienza condivisa.
L’arte, del resto, trova a Roma la sua dimensione naturale. In nessun altro luogo il dialogo tra storia e contemporaneità appare così spontaneo. Le opere non si limitano a essere osservate: diventano parte di un racconto più ampio che coinvolge la città stessa, le sue strade, i suoi monumenti e le persone che la vivono ogni giorno. Via Margutta continua così a rappresentare uno dei luoghi più autentici di questa narrazione. Un rifugio per la creatività, un punto d’incontro per chi cerca la bellezza e uno spazio dove l’arte può esprimersi liberamente, mantenendo vivo quel legame profondo che unisce Roma alla cultura da secoli e la Galleria Internazionale Area Contesa ArtDesign ancora una volta è stato quel laboratorio di idee e bellezza, dove la creatività ha trovato spazio per manifestarsi nelle sue forme più autentiche, offrendo al pubblico un’occasione preziosa di scoperta, confronto e ispirazione.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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23 Giugno, 2026
Cerco di te
Se esistesse un tasto per dimenticare tutto, lo useresti?
È una di quelle domande che arrivano senza preavviso, come il vento tiepido di giugno che attraversa i tetti di Roma al tramonto.
Semplice in apparenza, quasi un gioco.
Eppure, basta fermarsi un istante per capire che dentro quelle parole si nasconde qualcosa di molto più grande.
Dimenticare tutto. Le ferite, certo. Le delusioni, gli errori, le notti insonni. Ma anche gli incontri che hanno cambiato una vita, le mani che abbiamo stretto, le città che ci hanno accolto, i sorrisi che hanno illuminato giornate qualunque. La memoria non seleziona con la precisione che vorremmo: cancellare il dolore significherebbe spesso cancellare anche ciò che gli ha dato significato.
Forse è per questo che la risposta non è immediata.
A giugno, quando Roma si allunga verso l’estate e le giornate sembrano non voler finire mai, questa domanda assume un sapore diverso. La città vive una stagione sospesa, fatta di luce dorata e di attese. Le piazze rallentano, le finestre restano aperte fino a tardi e il cielo, poco prima della sera, si tinge di sfumature che sembrano dipinte a mano.
È in questo scenario che la Terrazza Mirador a Villa Agrippina diventa il luogo ideale per interrogarsi sul senso del ricordo.
Affacciata sui tetti della Città Eterna, la terrazza offre una prospettiva insolita: Roma non è più soltanto un insieme di monumenti e strade, ma un racconto stratificato di vite, epoche e memorie. Da quassù ogni cupola, ogni campanile e ogni scorcio sembrano ricordarci che nulla di ciò che è stato va davvero perduto. Sedersi qui, in una sera di giugno, significa entrare in dialogo con il tempo. Le luci iniziano ad accendersi lentamente mentre il sole si ritira dietro l’orizzonte. I calici si sfiorano con discrezione, le conversazioni si mescolano al rumore lontano della città e l’aria porta con sé il profumo dell’estate appena iniziata. Tutto invita a una riflessione che va oltre la semplice contemplazione del panorama.
Se davvero esistesse quel tasto capace di cancellare ogni ricordo, probabilmente molti sarebbero tentati di premerlo almeno una volta. Per liberarsi di ciò che pesa. Per ricominciare da capo. Per smettere di cercare risposte.
Eppure, è proprio la ricerca a definire chi siamo.
Ogni ricordo custodisce una traccia. Ogni assenza disegna una presenza. Ogni nostalgia racconta qualcosa che continua a vivere dentro di noi.
Dimenticare significherebbe interrompere quel filo invisibile che collega il presente a ciò che siamo stati.
Per questo, osservando Roma dall’alto della Terrazza Mirador, viene naturale pensare che la vita non sia fatta per essere cancellata, ma attraversata. Anche nelle sue parti più fragili. Anche nelle sue imperfezioni.
Il titolo di questa serata ideale, Cerco di Te, nasce proprio da qui. Non dalla mancanza, ma dalla volontà di continuare a cercare. Cercare un’emozione, una versione di sé stessi. Cercare nei ricordi ciò che ancora illumina il presente. Cercare nelle strade di Roma una storia che assomigli alla propria.
Giugno, con la sua luce generosa e la sua promessa di nuovi inizi, sembra ricordarci che ogni stagione porta con sé qualcosa da conservare. Non tutto deve essere dimenticato per andare avanti. A volte basta guardare le cose da una prospettiva diversa e qui, alle pendici del Gianicolo, con lo sguardo che abbraccia Castel Sant’Angelo, le mura vaticane e il corso del Tevere, le prospettive sono molteplici.
Per l’estate romana, il rooftop si trasforma in un temporary restaurant dal forte carattere internazionale, dove design, mixology e gastronomia dialogano sotto il segno di un raffinato “Balearic State of Mind“. Palme, essenze mediterranee, arredi naturali in legno e rattan e una scenografia che richiama le atmosfere di Ibiza e Formentera costruiscono un’esperienza immersiva, pensata per chi cerca una fuga urbana senza lasciare la città.
A guidare il progetto è il Nicola che con suo figlio Niccolò, i quali hanno saputo trasformare una semplice terrazza panoramica in una destinazione enogastronomica e di lifestyle capace di attrarre pubblico romano, viaggiatori internazionali e appassionati del buon bere. Il concept punta su un equilibrio ben calibrato tra convivialità e ricerca, con una proposta che accompagna gli ospiti dall’aperitivo fino al dopocena.
Il cuore gastronomico della terrazza è rappresentato dalla cucina Japanese & Fusion, affidata allo chef giapponese Koji Nakai. La sua proposta interpreta la tradizione nipponica con sensibilità contemporanea, alternando sushi, gyoza, bao e preparazioni che dialogano con ingredienti e suggestioni internazionali. Un percorso culinario che evita gli eccessi modaioli e punta invece sull’eleganza del gesto, sulla precisione tecnica e sulla valorizzazione della materia prima.
Accanto alla cucina, la mixology rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esperienza Mirador. La drink list richiama l’immaginario delle isole Baleari attraverso signature cocktail costruiti su agrumi, erbe aromatiche, distillati premium e note esotiche capaci di accompagnare il tramonto romano. Accanto a questa la proposta enologica che trova nella vista panoramica il suo ingrediente più prezioso, trasforma ogni sorso in un piccolo rito estivo.
Immagina di essere sui tetti di Roma, poco dopo il tramonto. Le antenne sembrano alberi metallici e la città sotto di te continua a fare rumore, ma da quassù arriva attutito, come un ricordo che sta già sbiadendo. Hai in mano un calice di Cà Rugate Fulvio Beo Extra Brut. Spumante Metodo Classico uve 100% Garganega, affinato sui lieviti per circa 24 mesi, dal perlage fine e persistente, con note di lievito, frutta delicata e un finale asciutto.
Se esistesse davvero un tasto per dimenticare tutto e tu fossi sul punto di premerlo, questo vino sarebbe l’ultimo intervallo prima del silenzio. Le bollicine salgono lente come pensieri che cercano ancora una via d’uscita. Al naso arriva un profumo lieve di crosta di pane e frutta chiara; non è un vino che urla, è uno che parla a bassa voce. Poi bevi. All’inizio c’è la morbidezza, quasi vellutata. Per un attimo credi che il mondo possa restare così: leggero, sospeso. Ma subito dopo arriva quel finale secco, netto, che ripulisce il palato come una mano che cancella una lavagna. E allora capisci che non assomiglia al dimenticare.
Assomiglia piuttosto al tenere solo ciò che vale la pena salvare.
Sotto di te le cupole diventano ombre, le finestre si accendono una dopo l’altra, e il calice riflette le ultime strisce di luce. Se davvero ci fosse quel tasto, forse non lo premeresti ancora. Non prima dell’ultimo sorso. Perché il Fulvio Beo, bevuto sui tetti di Roma, non sembra una fuga dalla memoria: sembra la sua versione più elegante. Quella che lascia andare il rumore e conserva soltanto l’eco delle cose belle.
Più che un semplice rooftop, Terrazza Mirador interpreta una nuova idea di ospitalità urbana: un salotto all’aperto dove il paesaggio diventa parte integrante del menu e dove il tempo sembra rallentare seguendo il ritmo della luce che cala sui monumenti della città eterna. Un indirizzo che racconta una Roma diversa, cosmopolita e mediterranea, capace di sorprendere ancora attraverso il linguaggio universale del gusto.
Da lassù, mentre la sera avvolge lentamente la città, la domanda iniziale resta sospesa nell’aria:
Se esistesse un tasto per dimenticare tutto, lo useresti?
Forse no.
Perché, in fondo, ogni ricordo è una forma di incontro. E ogni incontro, anche quando sembra lontano, continua a sussurrare una presenza.
Cerco di Te.
Non nel passato che vorrei cancellare, ma in tutto ciò che mi ha reso ciò che sono oggi.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Mescita di circa 15 prodotti: Bollicine italiane e Francesi. Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati Italia ed estero (Francia).
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21 Giugno, 2026
Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta e Area Contesa Arte celebrano il mito insieme a Vigna Nica
Il tempo per la vita è adesso. Non c’è ieri. Non c’è domani. Solo il brillante, irreversibile adesso.
Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte. Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana. Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte. Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana. Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
19 Maggio, 2026
Nel nome dell'arte
Non sono un astrattista. Non mi interessa il rapporto tra colore o forma o qualsiasi altra cosa. Mi interessa solo esprimere le emozioni umane di base: tragedia, estasi, rovina e così via. M. Rothko
Quella di Rothko (in mostra a Palazzo Strozzi Firenze 14 marzo – 23 agosto 2026) è una dichiarazione che spoglia l’arte di ogni orpello per riportarla a qualcosa di primordiale, quasi inevitabile. Come se tutto il resto, tecnica, teoria, estetica, fosse soltanto un linguaggio secondario, un mezzo che può anche cambiare, ma che non altera la sostanza: ciò che davvero conta è il battito emotivo che attraversa l’opera.
La tragedia non è solo dolore: è consapevolezza del limite, è il momento in cui l’essere umano si accorge di non poter controllare tutto. L’estasi, al contrario, è una fuga da quel limite, un’espansione che sembra dissolvere i confini del sé. E poi la rovina, che non è semplicemente distruzione, ma trasformazione, il punto in cui qualcosa crolla per lasciare spazio a ciò che ancora non ha forma.
In questo senso, rifiutare il “rapporto tra colore o forma” non significa negare l’importanza del mezzo, ma rifiutare che esso diventi il fine. È un atto quasi radicale: scegliere di parlare direttamente al nucleo dell’esperienza umana, senza distrazioni, senza compromessi. Come se l’artista dicesse: non voglio che tu ammiri, voglio che tu senta.
E forse è proprio qui che nasce la vera tensione. Perché le emozioni di base sono universali, ma non sono mai semplici. Sono contraddittorie, stratificate, a volte persino inconciliabili. La tragedia può contenere una forma di bellezza. L’estasi può sfiorare la perdita di sé. La rovina può avere qualcosa di liberatorio. In fin dei conti, ognuno di noi è fatto di tutti i posti che siamo e in cui siamo stati. Firenze, più di altre città, ha questa capacità di essere luogo, tragedia, rovina ed estesi nello stesso istante. Di restare addosso: nella memoria di una visione, nel riverbero dorato dell’Arno al tramonto, nella ruvidità elegante di un bicchiere condiviso senza fretta.
Camminare per Firenze è un atto sensoriale prima ancora che culturale. Non si tratta solo di attraversare piazze celebri o infilarsi in vie rinascimentali, ma di lasciarsi guidare da ciò che profuma, sfrigola, fermenta. È una città che si racconta attraverso l’enogastronomia: schietta, stagionale, mai compiacente. Da questo punto di vista Firenze non cerca di stupire, semmai di convincere. E lo fa con ingredienti poveri e tecniche antiche, trasformando pane sciocco e cavolo nero in ribollite che sanno di casa, oppure grappoli scaldati al sole lavorati da mani solcate che raccontano una storia popolare ancora viva.
In questo paesaggio di gusto e memoria, nel cuore della città, a pochi passi dal Battistero, c’è un luogo, in cui la materia sembra arretrare e lasciare spazio a qualcosa di più sottile: L’Officina degli Antellesi. Non soltanto un luogo: una soglia. Un locale con un nucleo intangibile, forse persino sacro, dove il gesto quotidiano si trasforma in rito e la convivialità assume un significato più profondo. Varcarne l’ingresso significa entrare in una dimensione sospesa, in cui il tempo non si misura più in ore ma in attese, profumi, trasformazioni. Non c’è ostentazione, bensì ascolto: delle materie prime, delle stagioni, delle storie che ogni ingrediente porta con sé. È una forma di rispetto che si percepisce nei dettagli, nei silenzi tra una bottiglia e l’altra, nella cura con cui ogni bicchiere viene pensato e servito.
Il “nucleo sacro” di cui si parla non è qualcosa di dichiarato, ma di manifesto. È nella concentrazione di chi lavora, nella precisione dei gesti, nella scelta di non cedere alla fretta. È un’idea quasi monastica dei luoghi, in cui la ripetizione diventa perfezionamento e la semplicità una forma di disciplina. Il risultato è una proposta enologica che non cerca di stupire con effetti speciali, ma di costruire un’esperienza autentica, stratificata, memorabile.
La tradizione toscana, in questo contesto, non viene trattata come un repertorio fisso, ma come un linguaggio vivo. I vini sembrano vivere e piatti con loro dialogano attraverso la memoria collettiva, aprendosi a interpretazioni contemporanee, a contaminazioni leggere, sempre coerenti. Il pane, l’olio, la carne, le erbe: ogni elemento è scelto con attenzione quasi rituale, come se dovesse contribuire a mantenere l’equilibrio di quel centro invisibile che dà senso a tutto il resto. E il vino partecipa a questa dimensione. Non è un semplice accompagnamento, ma un interlocutore. Le bottiglie raccontano territori, annate, intuizioni di vignaioli che lavorano in armonia con la natura. Bere, qui, è un atto consapevole, che completa e amplifica il discorso del cibo.
E poi c’è la dimensione umana. L’Officina degli Antellesi è fatta di persone (Alberto e Chiara) prima che di piatti e bicchieri. Di sguardi, di parole misurate, di un’accoglienza che non invade ma avvolge. È in questo equilibrio tra presenza e discrezione che si percepisce davvero quel carattere quasi sacro del luogo: non qualcosa di distante o solenne, ma una qualità dell’esperienza che invita al raccoglimento, alla connessione, alla memoria.
Quando nel bicchiere dell’Officina agli Antellesi viene versato GraLo (Graziana e Lorenzo) Franciacorta, questa percezione si amplifica con naturalezza.
Ci sono vini che accompagnano una tavola, e poi ci sono vini che trasformano il tavolo in un luogo di appartenenza. È in questo spazio sottile, tra convivialità e rito, che il gesto del versare assume una dimensione quasi sacrale. Il vino non è più soltanto materia liquida: diventa connessione, linguaggio condiviso, nucleo vivo attorno a cui le persone si riconoscono. GraLo Franciacorta Blanc de Noirs Pas Dosé nasce come un gesto creativo prima ancora che enologico: un’opera costruita sul contrasto tra luce e materia, precisione e istinto. Nel Nome dell’Arte significa interpretare il vino come farebbe uno scultore con il marmo o un pittore con il bianco assoluto: togliere il superfluo fino a lasciare solo essenza. Questo Blanc de Noirs Pas Dosé racconta una visione pura della Franciacorta. Le uve a bacca nera, vinificate in bianco, diventano materia elegante, capace di trasformare struttura e profondità in un sorso teso, verticale, senza concessioni zuccherine. Il “Pas Dosé” è una scelta estetica oltre che tecnica: nessun artificio finale, nessuna correzione, solo autenticità.
Nel calice l’esperienza è raffinata e luminosa: perlage finissimo e continuo; profumi di crosta di pane, agrumi maturi, mandorla e pietra focaia; sorso asciutto, vibrante, sapido, con finale netto e persistente.
L’identità di GraLo richiama un linguaggio contemporaneo: minimalismo, equilibrio, ricerca. Un Franciacorta che non cerca l’opulenza ma la precisione, pensato per chi riconosce il valore del dettaglio e dell’espressione autentica.
Nel Nome dell’Arte diventa così manifesto di stile: crea emozione attraverso la purezza.
Alla fine, quando si esce dall’Officina, si ha la sensazione di aver partecipato a qualcosa che va oltre una semplice cena. Come se quel nucleo invisibile avesse lasciato una traccia, difficile da definire ma impossibile da ignorare. E forse è proprio questo il senso più profondo degli Antellesi: ricordarci che il vino con il buon cibo, quando sono pensati e vissuti con questa intensità, possono diventare un atto culturale, emotivo, quasi spirituale.
Quando si lascia la città, qualcosa resta. Forse è il gusto persistente di un sugo, forse è l’eco di una conversazione attorno a un tavolo. O forse è quella sensazione difficile da definire, ma immediata da riconoscere: non è tragedia, ne rovina, forse è l’estasi di essere stati, anche solo per un momento, esattamente dove si doveva essere. Il tutto Nel Nome dell’Arte.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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25 Aprile, 2026
Fai arte, qualcosa cambierà. Primo Maggio in vigna, tra radici etrusche e visioni future
C’è un momento, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, in cui la terra sembra trattenere il respiro. Le vigne si risvegliano, il sole accarezza le colline e l’aria profuma di possibilità. È proprio in questo spazio sospeso che prende vita StappaLa in Vigna, il Primo Maggio in Terra Etrusca alla Cantina Solis Terrae: non solo un evento, ma un invito a trasformare, a creare, a sentire.
“Fai arte, qualcosa cambierà” non è uno slogan. È una promessa.
In un territorio dove la storia affonda le radici nel mistero degli Etruschi, l’arte diventa un ponte tra passato e presente. Le vigne non sono solo filari ordinati: sono pagine vive, superfici su cui il tempo ha scritto storie di lavoro, di comunità, di resistenza. Qui, fare arte significa entrare in dialogo con la terra stessa, ascoltarla e restituirle una voce nuova.
Il Primo Maggio, tradizionalmente dedicato al lavoro, si trasforma così in una celebrazione del gesto creativo. Perché creare è lavorare, ma è anche liberarsi. È rompere schemi, aprire spazi, immaginare alternative. Che si tratti di musica tra i filari, di performance improvvisate, di calici che si incontrano o di parole condivise sotto il cielo aperto, ogni espressione diventa atto di cambiamento.
In un mondo che spesso corre troppo veloce, StappaLa in Vigna invita a rallentare. A riscoprire il valore del fare con le mani, del guardarsi negli occhi, del vivere un’esperienza autentica. L’arte, in questo contesto, non è distante o elitaria: è quotidiana, accessibile, necessaria. È il sorriso di chi brinda, il ritmo di un corpo che danza, il silenzio pieno di chi osserva il tramonto tra i grappoli ancora acerbi.
E qualcosa, inevitabilmente, cambia davvero.
Cambia la percezione del tempo, che si dilata. Cambia il modo in cui si abita uno spazio, che diventa condiviso. Cambia la relazione con gli altri, che da estranei diventano parte di una stessa narrazione. E cambia, soprattutto, lo sguardo: perché quando si crea, anche solo per un giorno, si impara a vedere il mondo non per quello che è, ma per quello che potrebbe diventare.
La Cantina Solis Terrae diventa così un laboratorio a cielo aperto, uno spazio dove la live performance del Maestro David Phoenix immagina, un luogo dove il vino incontra l’arte e insieme generano qualcosa di irripetibile. Come ogni vendemmia, anche questo evento è unico: fatto di persone, di energia, di attimi che non torneranno uguali.
“Fai arte, qualcosa cambierà” è un invito semplice, ma potente. Non serve essere artisti, basta esserci. Basta lasciarsi attraversare dall’esperienza, partecipare, contribuire con la propria presenza.
Perché a volte il cambiamento non arriva con grandi rivoluzioni, ma con piccoli gesti condivisi, tra una vite e l’altra, in un giorno di primavera che sa già di futuro.
Non perderti lo spettacolo.
Info e Prenotazioni
IG @stappa_la
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