Bocale. Un soprannome, una storia di famiglia.

Vigne Bocale

Papà posso andare a giocare a pallone nel pomeriggio?

No Vittorio, oggi c’è la vendemmia. Lo sai.

 Papà Valentino lo dice con tono dolce ma deciso e Vittorio sa che non può ribattere: la vendemmia è il momento più importante per la sua famiglia. Non si può non esserci e dare una mano. Anche lui.

Ecco, la famiglia. Unita.

Siamo a Montefalco, in Umbria. La patria di quel gioiello che è il Sagrantino. È qui che trovo l’intera famiglia Valentini dell’azienda Bocale intenta a lavorare l’uva Trebbiano appena raccolta. 

È una domenica mattina e la giornata è già iniziata da un pezzo. Mi accoglie Valentino, colui che quindici anni fa ha deciso di dare una svolta alla vecchia azienda di papà Ennio che amava produrre e vendere il vino fatto con le sue mani. Ovviamente nelle damigiane come aveva sempre fatto. Valentino no. Lui capì come quel territorio fosse vocato al Sagrantino. Oltre che al Sangiovese, al Colorino e al Merlot di papà Ennio.
 

Vendemmia macchine

Valentino sembra più che una pila, una biglia di un flipper. Dopo avermi salutato comincia infatti ad andare da tutte parti. Ma non senza senso. Ogni movimento, ogni gesto, ha un preciso scopo e vuole ottenere un preciso risultato. Come un meccanismo che per funzionare ha bisogno di un impulso. Che lui ha il dovere di fornire.

 Faccio amicizia anche con Achille, uno splendido cagnolino che mi saltella intorno. 

Hanno appena passato nella deraspatrice il primo carico di uve Trebbiano Spoletino e il secondo sta per arrivare. Mentre Valentino va alla pesa poco lontano da lì io rimango con papà Ennio e zio Claudio a chiaccherare di quanto sia difficile oggi produrre vino. Trovare chi vendemmia, quando lo dice l’enologo (perché questo ti dice che devi farlo oggi e mica puoi ritardare), non è semplice. E meno male che ci sono i pakistani. Brava gente che arriva anche di domenica e con rapidità e professionalità fanno tutto. A mano eh! Qui non si usano macchinari.
 

pigioderaspatrice Bocale

 Eh difficile trovare ragazzi che vogliono lavorare. Specialmente nei campi. Mio padre (è Ennio che parla), diceva che nei campi ci sono solo tre giorni di festa: Natale, Pasqua e quando piove. 

Saggezza popolare.

Ennio e Claudio sono uniti e si vede. Lavorano insieme in sintonia. Si, magari avranno pure qualche screzio, ma quando c’è da fare il vino, non è il caso.

Il carico di Trebbiano (bello nei sui grappoli e nei colori vivi) arriva con il trattore e la pigiaderaspatrice viene messa di nuovo in funzione. C’è un’altra montagna di uva da lavorare. La squadra deve scendere in campo con una formazione collaudata.

Valentino è sulla scala a smuovere il carico (anche se l’effetto biglia non si placa perché scende, sale, prende il badile, aziona i macchinari come da fantasista di centrocampo). Zio Claudio è al ghiaccio secco e a controllare che tutti fili per il verso giusto. Papà Ennio ai macchinari e quando tenta di salire sulla scatola il regista Valentino lo riporta al suo posto: mica vorrai farti male papà. Vittorio, con tanto di forca in mano, a eliminare i raspi. Cinzia, la moglie di Valentino, a pulire il pulibile e badare che Vittorio non faccia nulla di strano. Antonello, fratello, è a manovrare il trattore e svuotare i cestoni dell’uva nella deraspatrice. Manca all’appello solo mamma Luciana che sarà sicuramente in cucina a preparare il pranzo.
 

Formazione vincente, non si cambia. 

È una squadra che non si ferma. Non molla. Attenta e precisa. Soprattutto, ogni membro della stessa mostra il sorriso e la gioia di star facendo qualcosa di bello. Per loro. Per la famiglia. Perché la terra è la loro vita e si vede in ogni gesto. Bella l’armonia. Bello lo spirito di squadra. Bella ciò che vedo e leggo nei loro occhi. Non sono né mi sento un estraneo perché per loro sono come un amico venuto a vedere la vendemmia. Per me è un onore e un piacere vedere quello che sembra un bel quadro in movimento. Anzi, sono anche io parte del quadro.

Con Valentino scendiamo giù nella cantina a vedere come il tino si riempie. Mi giro e me lo ritrovo sulla scala prima, appollaiato sul tino dopo. Una biglia impazzita insomma.

 In cantina apprezzo la pulizia e la precisione di tutto ciò che vedo. Poche attrezzature ma essenziali: le grandi botti di affinamento, le barrique, i tini. Tutto in perfetto ordine. La biglia arriva anche qui penso.

L’azienda non è grande. Poco meno di sei ettari per quasi 40.000 bottiglie prodotte, molte delle quali vanno all’estero. Valentino cita di slancio e con orgoglio tutti i paesi dove esporta. “Posso definirmi Export manager?”. Non solo Export manager dico io. Anche Marketing, CFO, CEO. Perché davvero Valentino è l’anima di questa azienda e, come la biglia, lui fa un po’ tutto. Anche se quando si tratta di vendemmiare, diventa uno della squadra.

 Il vanto è ovviamente il Sagrantino che qui c’è in due versioni. Una DOCG e la Ennio, ovviamente dedicata al papà. Poi il Montefalco Rosso come blend di Sangiovese, Colorino e Merlot. Non può mancare il Passito e una grappa (fatta in una distilleria locale così sono sicuro che le faccia con le mie vinacce, si affretta a dire Valentino). Ah, ovviamente il Trebbiano Spoletino! 

Tutti prodotti con lieviti locali ad eccezione di Ennio che di lieviti non ne usa proprio. Perché papà Ennio non ha bisogno di nulla che non sia lui stesso!
 

Ivan e Valentino

Valentino non ha giustamente il tempo per farmi provare i vini ed è dispiaciuto. Non ce la fa fisicamente dovendo star dietro a tutto. A me francamente importa poco perché quello che ho visto mi basta per apprezzare ciò che viene prodotto dal lavoro della squadra. I vini che porto con me non potranno che essere fantastici perché nati dalla passione che vedo non solo in Valentino ma in tutta la sua famiglia. Quando Valentino me li descrive ha gli occhi che gli brillano. È come se, fermandosi un attimo e tenendo per le mani quelle bottiglie, capisse dove è arrivato e quanta strada ha ancora da fare. Quando prende in mano Ennio, il Sagrantino dedicato al papà e chiuso in una scatola di legno, gli occhi sono ancora più luccicanti.

La famiglia Valentini, questo il loro cognome, è una bella famiglia che ha capitalizzato il lavoro di papà Ennio. Dopo quindici anni di ulteriore duro lavoro, i frutti si vedono. Una famiglia e una squadra. Vincente!

 Magari tra qualche settimana Vittorio potrà andare a giocare a calcio. Non oggi, né nei prossimi giorni perché sarà tempo di vendemmiare il Sagrantino. Ma non mollare Vittorio!

Ovviamente non ho resistito e la sera ho aperto sua maestà il Sagrantino appena arrivato a casa: bottiglia 1301 di 5420 prodotte nel 2017 (Valentino ci tiene così tanto alle bottiglie che non può fare a meno di numerarle). Avevo solo una costata bella alta e ho provato a capire il paring. Qui il link della prova. 

Un vino regale, sontuoso, già da quel colore rubino intenso che quando inclini il calice mostra una lama violacea quasi a rivelare la sua natura cardinalizia.

Bella luminosità anche nella sua compattezza.
 

vini bocale

Il bouquet al naso non è particolarmente ampio e la frutta nera ancora da maturare c’è tutta. Cosi come le note dolci di vaniglia, noce moscata, tabacco, fori di campo. Una leggera nota ematica e di sottobosco completano il quadro.

In bocca è unico. Immediatamente secco. Immediatamente caldo. Immediatamente fresco e soprattutto tannico. Di quella freschezza che indica quanto ancora sia giovane. Un tannino che è aggressivo sì ma che degrada dolcemente lasciando che la frutta, adesso matura, rimanga a chiudere in maniera precisa, quasi elegante, la bocca. La sapidità aiuta ulteriormente.

Mai come per questo vino, questo in particolare, vale il proverbio “Amico e vino vogliono essere vecchi”: il Sagrantino di Valentino devi aspettarlo.

Ah, con la costata si è rivelato ottimo!

Ps per chi si stesse chiedendo il perché del nome Bocale, sappiate che era il soprannome usato per indicare la famiglia Valentini. In dialetto umbro è il boccale da due litri usato per servire il vino. Meglio di così!

Ivan Vellucci

@ivan_1969

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