Cantina Bosco Sant’Agnese. Antonio, Angela e il rock in vigna

Cantina Bosco Sant’Agnese. Antonio, Angela e il rock in vigna

Cantina Bosco Sant’Agnese. Antonio, Angela e il rock in vigna

Quando una persona ti sta simpatica a pelle, non c’è niente da fare, l’ascolti con grande attenzione. Segui il suo sguardo. Aspetti i sorrisi. Soprattutto, le dai sempre ragione.

Girovagando per una di quelle manifestazioni di presentazione dei vini, vengo attratto da una coppia di vignaioli quasi fuori contesto. Lui alto, lei più minuta. Sorriso non troppo pronunciato. Entrambi emanavano una sensazione di appagata serenità. Mista alla insofferenza nel trovarsi forse dove non volevano essere. Sia durante quella occasione sia nella successiva, capisco il perché ma soprattutto vengo conquistato da Antonio e da sua moglie, “la titolare” come è Antonio stesso a definirla, Angela.

Ora, già immagino qualcuno che ha avuto a che fare con Antonio, che non sarà troppo d’accordo con me e potrà dire quanto sia una persona che “scassa” come dicono dalle sue parti, ma a me sta simpatico. Che ci volete fare. Sarà perché mi ricorda nel fisico e nelle movenze (ma anche nel modo di parlare) mio nonno Antonio. Vallo a sapere.

Le sue parti sono quelle di Calvi in provincia di Benevento. La cantina si chiama Bosco Sant’Agnese.

L’incontro con Antonio è di quelli scoppiettanti. Si discute di vita, di vigna, di terra, di vino. Poi di figli, di mogli, di parenti, affini. Di politica e pure di calcio. Come se si fosse al bar piuttosto che in una azienda agricola. Ma in fondo non può che essere così perché il vino è parte integrante della vita così come la terra è da dove tutto ha origine e dove tutto finisce.

Antonio e Angela vivono soli nella casa di campagna. Due figli ormai trentenni che hanno preso la loro strada.

Alla fine, ti ritrovi ad avere oltre 60 anni ed essere in una casa di campagna tu con la moglie. Non è una cosa simpatica. I figli dell’azienda non vogliono saperne. “Manco se mi fucili. È tua e te la gestisci per i fatti tuoi”

Tanto per mettere le cose in chiaro. Ma si sa, se nasci in una famiglia contadina, non è il massimo rimanere nell’ambiente. E dire che Bosco Sant’Agnese non è nata poi tanti anni fa. Produce vino

in maniera ufficiale da circa 10 anni.

Nel senso che da 10 anni si produce vino con una società, un marchio, un simbolo e una commercializzazione sul mercato. Manco a dirlo, prima si faceva comunque vino.

Il papà di mia moglie è sempre stato appassionato agricoltore e di vino.

Insomma, attenzione al vino c’è sempre stata. Un vino che avesse però i connotati di naturalità.

È una indicazione che adesso non è proprio il termine esatto. Ci ritroviamo ad averlo sostituito nella gestione dei vigneti di proprietà. Ristrutturati e resi più idonei ad una lavorazione da “single”. Perché questo è uno degli altri problemi. Non è facile trovare collaboratori con la stessa visione e passione. Ho cercato di rendere il più possibile questi vigneti tali da poterli gestire in autonomia.

Lavorazione da “single”. Poi dite che non mi deve stare simpatico!

Antonio è così. Parla di getto anche se le sue pause stanno a significare una ricerca delle parole. Come a far capire che le parole lui le utilizzava in maniera ponderata. La perplessità sul suo passato mi induce dunque a chiedere quale fosse la sua attività precedente alla pensione.

Se te lo dico ti viene da ridere. Sono un ex dipendente dello Stato. In particolare, ero un appartenente alla Polizia di Stato e, da circa 3 anni, in pensione. L’attività l’ho iniziata molto prima di andare in pensione. A dire il vero non vedevo l’ora di andare in pensione per dedicarmi a tempo pieno. Adesso gestisco in prima persona con l’aiuto di mia moglie. Anche solo con il pensiero, lei è sempre vicina.

Circa 5 ettari di vigna dei quali 3 ritrovati di proprietà, gli altri acquistati nel corso del tempo. Antonio a fare il doppio lavoro e Angela, “la titolare”, coltivatrice a tutti gli effetti conducendo l’azienda del papà da circa 30 anni.

La scelta di legarci ai vigneti non è stata casuale ma condivisa da entrambi. Quando si è presentata l’idea di dar vita ad una cantina eravamo consapevoli e con le carte in regola.

Il papà di Angela era uno della vecchia generazione di contadini multitasking: allevamento, latte, letame, coltivazioni. Era necessario avere il bestiame per vivere. Perché le coltivazioni non bastavano. Già, le coltivazioni. Qui, nel Sannio, da poco dopo il 1740, si coltiva il tabacco. Grandi distese colme di foglie verdi portate poi ad essiccazione. Un’area a forte vocazione tabacchicola.

Del tutto politica. Noi siamo a 200 metri dalla zona del Taurasi indicata a vocazione vitivinicola mentre noi, tabacchicola. Politica pura.

Concentratevi bene perché questo aspetto di Antonio è quello che mi ha conquistato. Battagliero e pieno di energie. Non burbero ma vero, sincero, vivace, mai artefatto. Come i suoi vini.

Ci siamo riappropriati di un discorso vitivinicolo poiché nel passato queste storie erano battute dai vinificatori del napoletano che venivano ad acquistare Greco e Coda di Volpe. Quando si dice Greco di Tufo, tanto di rispetto. Ma qui c’era lo stesso senza essere di Tufo. Coloro che lo assaggiavano non se ne rendevano conto. Su alcuni scritti risulta poi il “Bianco di San Giorgio” (macroarea di riferimento n.d.r) che era la Coda di Volpe. Un vitigno abbandonato nel passato ma che ora stiamo ripresentando. Noi siamo di quelli che l’abbiamo riproposta perché crediamo nella Coda di Volpe. Tante aziende se la sono riscoperta per caso. Dato che siamo entrambi persone intelligenti anche se non lo può sembrare dato che sono un ex poliziotto, solitamente mediamente intelligenti, capiamo benissimo che la scelta è solo di carattere commerciale.

Insisto, come si fa a non voler bene ad una persona così? Schiettezza e autoironia non sono propriamente da tutti. Antonio non si smentisce neanche quando iniziamo a parlare di vini. La mia perplessità va al fatto che durante il primo incontro parlavamo di vino biodinamico mentre poi sulle bottiglie mi sono ritrovato scritto “biologico”.

Siamo cresciuti con l’idea del biodinamico. In un primo momento abbiamo cercato (quando parlo al plurale è con la titolare, mia moglie….), di certificare il biodinamico. È dal 2013 che faccio biodinamica. La cantina è nata nel 2015 ma lo faccio già da prima. Abbiamo cercato di associarci alla Demeter ma non mi è piaciuto l’ambiente

Antonio è inarrestabile. Parla senza alcun tipo di rimorso o risentimento. È un buono con idee ben precise. Di quelli che non accettano compromessi e che non fanno cose senza capirne il motivo.

Anche con gli ispettori sono successi, più di una volta, dei litigi. L’utilizzo del letame veniva imposto. Io gli dicevo che nel vigneto il letame non va bene perché la vite non ha bisogno di vigoria. Ma loro mi dicevano che il letame ce lo dovevo avere. Siamo stati tre anni con la Demeter poi mi sono dissociato. Avevamo provato con Agribio, che è un signore di Cuneo con una associazione per la biodinamica. Anche in quel caso c’è stato un litigio durante la pandemia. Voleva venire a fare la visita ispettiva: ma che vieni a fare che non abbiamo ricavato un ragno dal buco. Devo venire. Allora mi sono dissociato.

Continua a piacermi sempre di più Antonio. Chiamatelo burbero. Chiamatelo quello che “scassa”, ma se ce ne fossero molti di più come lui, ci sarebbe non solo da ridere ma anche da guadagnarci in credibilità tutti quanti.

È rimasta solo la certificazione biologica. Solo perché nel napoletano chiedono la certificazione come se questa attestasse davvero che sei biologico.

Non è polemico Antonio ma più realista del re. Sempre con la sua fine ironia e il grandissimo rispetto per tutto. In primis dell’ambiente.

La scelta del biodinamico, certificato o meno, è per Antonio e Angela una scelta di vita. Sostenibilità andando oltre il mero “sostenibile” ovvero verso il recupero di ciò che nel passato si faceva di buono.

Economicamente la biodinamica è più sostenibile e quindi era meglio per me quando lavoravo. Ci vuole certo più lavoro e i preparati, che sono integratori, costano. Dove sta il bello? È che tutto il resto che si utilizza per la vinificazione non può essere usato. Per avere un buon vino c’è bisogno di un anno un anno e mezzo. Non per scelta tecnica ma per necessità, per la regolare fermentazione e stabilizzazione. La parte economicamente che crea problemi è lo stoccaggio. Una volta entrato a circuito oltre lo stoccaggio non hai più spese. Non sono d’accordo con i miei colleghi che presentano il vino biologico e biodinamico a prezzi più alti perché paradossalmente dovrebbe costare di meno.

Schietto fino in fondo Antonio. Dice una di quelle verità scomode. Il vino biodinamico dovrebbe costare meno degli altri. Non aggiungo altro e lascio che la frase riecheggi bene.

Certo, occorre tener conto delle diverse annate così da non poter ottenere, mai lo stesso vino. Ma è proprio questo il bello!

Le annate cattive possono darti sorprese. Però io parto dal principio che ci dobbiamo prendere l’annata così come viene. Se tu hai una annata regolare farai un buon vino. Se ti becchi una annata sfigata la vai a maledire. La biodinamica è un di più perché le buone pratiche agricole valgono per tutti.

Semplicità e saggezza.

Possiamo dire che non fai una biodinamica pura facendo ciò che viene prescritto ma una coltivazione con i correttivi che servono per l’azienda. Io so che il rame in eccesso è un problema per il terreno. Allora cosa faccio? Quando l’annata è regolare a prescindere se il disciplinare mi dice la quantità che posso usare, io ne uso il meno possibile.

Da dove arriva la dimestichezza nella vigna e nella agricoltura da dove arriva?

Ci sono le indicazioni lasciate da mio suocero: “Bisogna rispettare quello che ci dà la natura”; “Se questo sito è ideale per la vite allora ce la devi mettere. Altrimenti lascia stare”. Indicazioni contadine che vogliono solo dire che non occorre andare contro la natura. Se prendi un bel posto soleggiato con la giusta mineralità per la vite questa avrà meno bisogno di apporti esterni. Rispettare il prodotto. Come praticare la campagna te lo dicono le piante, il posto, l’esposizione al sole. Invece ormai la maggior parte dei vignaioli sceglie il posto e ciò che manca glielo danno con qualcosa di esterno. Noi non lo facciamo.

La terra si lavora da sempre. Da prima della chimica che certo ha aiutato l’uomo. O forse no. Mi viene in mente la calcolatrice. Che c’entra? Beh, prima si imparava a contare e fare i calcoli con carta e penna. Magari ci voleva tempo, ma la mente era allenata a questo. Con le calcolatrici, nessuno fa più i calcoli a mano dimenticando anche che si possano fare. La calcolatrice ci ha aiutato. Si. O forse no. Un po’ come la chimica nell’agricoltura. C’è chi sta tornando indietro e, spesso, solo per il gusto di farlo. Se si ama la terra, la si rispetta e la fatica non è altro che soddisfazione.

L’anno scorso mi è venuto il pensiero di dare la musica alle piante per vedere poi i risultati. Era chiaro che la musica sarebbe stata quella che piaceva a me mentre alla vite magari piaceva altro. Io sono un vecchio appassionato di rock progressivo. Ci ho provato ed il risultato non è sgradevole. Comunque io ci stavo bene ad ascoltare la musica con la vite. Sarà stato forse un aiuto per le piante, ma per me sicuro.

Vedete? Ridere con Antonio e di gusto non è poi così difficile. La sua spontaneità amalgamata da realismo e grande empatia, costituiscono uno di quei mix fantastici. Ve lo immaginate Antonio con le casse acustiche in vigna che spara a manetta canzoni dei Genesis, dei Pink Floyd, di King Crimson?

Si, ma alla fine, i vini? Anzitutto i vitigni che non possono che essere quelli locali: Coda di Volpe, Piedirosso, Aglianico, Barbera, Greco. Tutti, ad esclusione di Barbera e Greco, già presenti in azienda prima dell’avvento di Antonio.

La prima volta che sono entrato nel vigneto di mio suocero vedevo che c’erano diverse tipologie di uva. Mi spiegò che non era per fare un prodotto differente o per stravaganza, ma solo perchè le piante si compensavano a vicenda senza ulteriori interventi. L’Aglianico può avere una acidità non ottimale in certi periodi dell’anno e con il Piedirosso vicino gliela donava. Stessa cosa per Coda di Volpe e Greco. Un Greco con una giusta percentuale di Coda di Volpe diventa più buona perché il Greco è carico di acidità e la Coda di Volpe completamente scarica. Erano i principi di una volta. Allora perché non recuperare questi principi se sono buoni?

Ora, avendo compreso il personaggio Antonio, potreste immaginare che in azienda vi siano supporti agronomici ed enologici? Ricordiamoci però che Antonio è persona intelligente e umile. Le sue solide certezze includono anche quelle di non sapere tutto e di capire quando ha bisogno di supporto.

Non ho un agronomo ma ho un enologo. Quello del passato è stato Lorenzetti. Abbiamo avuto rapporti sempre non ottimali. Probabilmente perché sono molto litigioso, così ci siamo lasciati. Era molto legato al biodinamico, dunque con il vino che avesse certe caratteristiche. Io gli dicevo che a me stava bene che il vino abbia certe caratteristiche ma noi dobbiamo fare in modo da evitarne altre. Non era sempre convinto di quello che dicevo. Con il nuovo enologo le cose stanno andando meglio perché più rispettoso di quello che è il mio lavoro.

Antonio non è certamente una persona semplice ma è sicuramente competente e con forti convinzioni. Penso sia assolutamente normale che sia lui a dettare i principi cui il suo (loro) vino debba ispirarsi. Non per ultimo l’uso del legno.

Anche questo è stato un motivo di disaccordo con il vecchio enologo. Io vedevo come alcuni vini avessero risultato migliore nel legno. L’Aglianico, ad esempio, è uno di quelli al quale il legno da qualcosa in più. Per chi ama vini corposi e forti. Il Piedirosso in legno non mi piace. Lo trovo migliore in acciaio. Il Barbera rilascia più colore e profumi se fermentato nel legno e conservato in acciaio. Allora mi sto adeguando a tutte le differenze dei vitigni invece che farli identici.

Quale è il tuo vino preferito Antonio?

Il mio preferito è il Piedirosso. Perché ha connotati meno evidenti. Ha caratteristiche sensoriali più tenui e delicati. Invece il Barbera è così forte e deciso, così tutto che io lo chiamo il vino degli stupidi, dei fessi. Anche una persona meno attenta riesce a percepire delle cose. Adesso mi sta iniziando a gratificare anche l’Aglianico anche se con questo ho visto che parlare di uno o due anni è poco. Per iniziare ad avere qualcosa di buono ci vogliono tre anni. Quella del 2019, mò mi comincia a piacere.

In effetti il Piedirosso, Federiciano, è stato anche oggetto di una mia recensione. Un vino davvero particolare che ha in sé la croccantezza e vivacità di Antonio.

In gamma anche il Barbera (qui non è come in Piemonte dove l’articolo è “la”) Coppacorte, l’Aglianico Corneliano, il Covante d Coda di Volpe, l’Appiano ovvero rosa frizzante da Sciascinoso.

Sono vini che rispecchiano a pieno il carattere di Antonio e la sua filosofia dando la piena dimostrazione di come, solo conoscendo di più delle persone che generano i prodotti se ne apprezza a pieno le loro caratteristiche. Di riflesso, così come ho scritto della mia simpatia ed apprezzamento per un personaggio come Antonio, non posso non esprimere altrettanto per i suoi vini. La natura, tanto rispetto, pochi fronzoli e alla via così. Non serve molto altro per produrre ottimi vini. Certo, devi avere la fortuna di vivere in un terreno vocato (non solo al tabacco) ma anche la bravura di non cedere alle sirene del “tutto si può fare”. Così come è necessario avere una idea, giusta o sbagliata che sia, ma una idea ben precisa, identitaria. Qualcosa che ti faccia dire “io sono così”. Nella Cantina Bosco Sant’Agnese io ho ritrovato una identità. Una ottima identità. Che poi è la stessa di Antonio e di Angela (la titolare!).

 

Ivan Vellucci

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