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BlendNews è un contenitore di informazioni dedicato al vino. Racconteremo gli eventi, le novità e le curiosità di questo mondo.

 

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22 Ottobre, 2026

Vini ad Arte, la Romagna protagonista a Milano

  Lunedi 12 e martedì 13 ottobre il Consorzio Vini di Romagna ha portato in scena a Milano, nelle prestigiose sale del The Westin Palace, le eccellenze enologiche della Romagna. L’evento, Vini ad Arte, quest’anno veste una importante novità: per la prima volta dopo oltre 20 edizioni, supera i confini regionali proponendosi nella città che sta sempre più diventando il Palcoscenico di riferimento anche, oltre alla moda al design e all’arte contemporanea, per gli eventi enogastronomici, Milano. Il cuore dell’evento è stata la giornata di lunedi 12 ottobre, dedicata soprattutto agli operatori Ho.Re.Ca, ai giornalisti ed ai soci Ais, con oltre 50 produttori ai banchi di assaggio dedicando soprattutto attenzione alla presentazione delle nuove annate di Sangiovese, Albana, Pagadebit, Rebola o Pignoletto, Trebbiano…., il meglio di questo splendido territorio. Martedì 13 ottobre è stata la volta di due imperdibili masterclass, precedute dai saluti del Presidente del Consorzio Filiberto Mazzanti e da una necessaria e coinvolgente introduzione al territorio, alla sua orogenesi, del cartografo del vino per eccellenza, riduttivo chiamarlo solo cartografo, enotecnico e degustatore e molto altro ancora, Alessandro Masnaghetti. Divisa in 5 macrozone, Imolese, Faentino, Forlivese, Cesenate, Riminese, che a loro volta danno origine a 16 sottozone, il territorio della Romagna è attraversato e diviso da due elementi caratterizzanti: la Vena del Gesso e lo Spungone, che è una arenaria calcarea ricca di fossili, spugnosa. Di fatto dividono una parte più boschiva verso l’Appennino a Sud da una maggiormente coltivata a Nord che possiede anche l’85% degli impianti viticoli della Regione. Le masterclass sono state condotte da Andrea Dani, educatore AIS e co-curatore della guida ai vini Vitae, davvero molto bravo a cogliere, sottolineare e spiegare le differenze di gusto e olfatto dei vari campioni da zona a zona, meglio, da sottozona a sottozona. Romagna Albana. La Romagna Albana, che si avvicina al 40esimo compleanno da DOCG, nel 2027, prima bacca bianca ad ottenere questa denominazione, ha come genitore certo la Garganega. Vino dalle enormi potenzialità espressive per struttura anche talvolta tannica, profondità gustativa, capacità di evoluzione, durante la masterclass abbiamo avuto il piacere di assaggiare 7 versione secche, annate 2025 e 2024, e 2 passite, 2023 e 2016. Le cantine protagoniste sono state: La Cantina di Cesena, Tenute Bacana, Podere la Grotta, Celli, Zavalloni, La Sabbiona, La Collina del Tesoro, Bissoni, Umberto Cesari. Tensioni gustative differenti, interpretazioni contemporanee immediate e fresche verso interpretazioni più generose e cariche di volume, sino alle note di caramello, di frutta candita, di lievi tannini, delle ultime due versioni botritizzate e passite. Impossibili non finire il bicchiere. Romagna Sangiovese. Così come per la masterclass sul Romagna Sangiovese. Anche in questo caso 9 campioni tutti 2023, le cantine invitate sono state: Tre Monti, Tenute Tozzi, Ca’ di Sopra, I Sabbioni, Cantina Maurizio Costa, Drei Dona’, Tenuta la Viola, Tenuta Casali, Podere dell’Angelo. La panoramica proposta ha attraversato tutta la Romagna regalando nette differenze sensoriali a sottolineare la capacità di evoluzione del Romagna Sangiovese in territorio appenninico e di Marzeno, su argille azzurre, alle note acide e saline, speziate e vegetali, del Romagna Sangiovese nei pressi della vena del gesso come a Brisighella, o la snellezza, la finezza e dinamicità nella beva in prossimità dello Spungone, ricco di calcare e sabbie. Un momento importante è stato l’accento voluto dal Presidente del Consorzio Filiberto Mazzanti riguardo marchio collettivo europeo Rocche di Romagna, progetto nato con le ultime sottozone arrivate nel 2022. Marchio che intende valorizzare le sottozone ma al contempo vuole essere anche un progetto di valorizzazione territoriale e turistica raccontando, attraverso il vino, le differenze dei paesaggi e della cultura dei luoghi. Il marchio riprende un fregio del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna e si collega al concetto di Mosaico della Vita, un territorio ampio raccontato attraverso molte tessere differenti. Sul territorio ci sono almeno 79 Rocche e Castelli, di certo hanno trovato il loro Re e la loro Regina.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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A fine ottobre ad Alba l’evento Go Wine dedicato alle M.G.A. del Barbaresco Arrow Right Top Bg

22 Ottobre, 2026

A fine ottobre ad Alba l’evento Go Wine dedicato alle M.G.A. del Barbaresco

  I GRANDI TERROIR DEL BARBARESCO
ALBA – Hotel Calissano, Via Pola, 8 Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 Banco d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, masterclass di approfondimento il confronto con altre espressioni del Nebbiolo in Piemonte   Si svolge sabato 24 e domenica 25 ottobre ad Alba la quinta edizione de “I Grandi Terroir del Barbaresco”, evento ideato da Go Wine.
Sede dell’evento l’Hotel Calissano nelle eleganti Sale Calissano e Fenoglio, a due passi dal centro storico dove si svolge la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba.
L’evento fa parte del programma della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba e si colloca nel terzo grande week-end della kermesse albese.
La manifestazione si propone di raccontare un grande vino come il Barbaresco attraverso il suo territorio, le differenti menzioni geografiche (cru) e l’incontro con i suoi produttori, esaltando differenze e ricchezze dei vari siti della denominazione. Grazie alla presenza diretta di molte cantine, la degustazione è una sorta di prova “sul campo” per apprezzare la ricchezza del territorio di produzione, approfondire le conoscenze sulle peculiarità dei diversi cru (menzioni geografiche), far riflettere i degustatori e il pubblico sull’importanza del fattore “persone-ambiente-terra” nella grandezza di un vino come il Barbaresco.
Il programma prevede banchi d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, degustazioni in forma libera ed esclusive masterclass di approfondimento. Le masterclass a cura di Giancarlo Montaldo Sono previste due masterclass nella giornata di sabato 24 ottobre alle ore 14 e ore 16 presso altra sala dell’Hotel Calissano. Due i temi: alle ore 14 l’annata 2023 del Barbaresco, declinata attraverso 6 vini di differenti menzioni geografiche; alle ore 16 un confronto fra il Barbaresco e i grandi rossi italiani,  viaggiando con il calice lungo la penisola (degustazione di 6 vini). Gli altri volti del nebbiolo Accanto ai protagonisti del Barbaresco, l’evento offrirà un’ulteriore opportunità di degustazione, ampliando lo sguardo alle differenti espressioni del Nebbiolo in Piemonte.
Un’enoteca tematica proporrà una selezione di etichette provenienti dalle denominazioni Barolo, Roero, Nebbiolo d’Alba, Albugnano e Alto Piemonte. Tutti gli aggiornamenti ed il programma sul sito www.gowinet.it  COME PARTECIPARE  BANCO D’ASSAGGIO La degustazione si articolerà su due turni.
I biglietti sono in vendita online sul sito di Go Wine con una speciale riduzione. Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 -primo turno: ore 11.00-14.30
-secondo turno: ore 14.30-18.00 Per prenotare scrivere a stampa.eventi@gowinet.it Costo della degustazione: euro 23 (riduzioni euro 20 con acquisto online, euro 15 per i soci Go Wine).
Il biglietto comprende la degustazione in forma libera al banco d’assaggio (con buoni speciali a parte nell’enoteca tematica dedicata agli altri nebbioli). MASTERCLASS Saranno condotte a cura di Giancarlo Montaldo, con i seguenti temi:
Ore 14:00 L’annata 2023 del Barbaresco – terroir a confronto (degustazione di 6 vini);
Ore 16:00 Il Barbaresco e i grandi rossi italiani – confronto fra il Barbaresco e 5 altri grandi rossi (degustazione di 6 vini).
Costo delle Masterclass euro 20 – riduzioni euro 15 Soci Go Wine. ***** LE CANTINE PROTAGONISTE e I BARBARESCO IN DEGUSTAZIONE In ordine alfabetico di cantina, presentando vini rappresentativi dei territori e delle Menzioni Geografiche della denominazione. ADRIANO MARCO & VITTORIO – Alba Barbaresco Basarin 2022
Barbaresco Basarin 2021
Barbaresco Riserva Basarin 2020 BERA – Neviglie Barbaresco
Barbaresco Serraboella  CASCINA ALBERTA – Treiso Barbaresco Serragrilli 2022
Barbaresco Giacone 2022 CASCINA CHICCO – Canale Barbaresco Noce Grande 2023
Barbaresco Ovello 2022 CORTESE GIUSEPPE – Barbaresco Barbaresco Rabajà 2023
Barbaresco Riserva Rabajà 2019  FRANCONE – Neive Barbaresco Albesani 2023
Barbaresco Albesani 2021
Barbaresco Riserva 2020 GRASSO F.LLI – Treiso Barbaresco Giacosa Spessa 2021
Barbaresco Vallegrande 2021
Barbaresco San Stunet 2020  MAINERDO – Neive Barbaresco Gudrù 2022
Barbaresco Roccalini 2022 MONTALBERA – Castagnole Monferrato Barbaresco 2023 NADA GIUSEPPE – Treiso Barbaresco Casot 2023
Barbaresco Marcarini 2023 PAITIN – Neive

Barbaresco Serraboella Sorì Paitin 2022

PIAZZO COMM. ARMANDO – Alba Barbaresco Argè 2023
Barbaresco Pajorè 2021
Barbaresco Rizzi Vigna Fratin 2022 PIO CESARE – Alba Barbaresco Bricco di Treiso 2022 PODERI COLLA – Alba

Barbaresco Roncaglie 2022
Barbaresco Roncaglie 2015 RIZZI – Treiso Barbaresco Pajorè 2022 TALIANO MICHELE – Montà Tel. 348 734 2873 info@talianomichele.com Barbaresco Montersino 2022
Barbaresco Riserva Montersino 2019
L’elenco è in aggiornamento. La manifestazione si svolge con il contributo della Fondazione CRC Per informazioni e prenotazioni: Associazione Go Wine – Tel. 0173.364631 – stampa.eventi@gowinet.it – www.gowinet.it La Redazione
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Champagne Experience 2026 Arrow Right Top Bg

20 Ottobre, 2026

Champagne Experience. Bologna capitale temporanea delle bollicine d’Oltralpe 

  Domenica 4 e lunedì 5 ottobre, all’interno di BolognaFiere, si è svota la nona edizione di Champagne Experience, l’evento diventato ormai il mainstream del settore per tutti i professionisti e gli amanti delle bollicine più famose al mondo. Promosso e organizzato da Excellence srl Società Italiana Distributori e Importatori, Champagne Experience riunisce ogni anno importatori, grandi maison e piccoli vigneron, per orchestrare un viaggio tra centinaia di champagne, Master Class e dibattiti.  Si è da poco conclusa la nona edizione di Champagne Experience, l’unica kermesse italiana interamente dedicata alle bollicine simbolo di festa, lusso e convivialità. Organizzata da Excellence srl, Società Italiana Distributori e Importatori, l’appuntamento del 2026 ha ospitato 125 espositori e oltre 600 etichette, suddivise tra grandi maison e piccoli vignerons, contraddistinti da colori differenti in base alle zone di provenienza. Quattro grandi aree, dunque, hanno scandito il percorso dei visitatori: la Montagne de Reims, la Côte de Bar, la Côte des Blancs, le maison classiche e la Vallée de la Marne.  La Champagne, tra nuovi stili di consumo e cambiamenti climatici Camminando tra i banchi d’assaggio, si ha un po’ la sensazione che la Champagne stia vivendo un paradosso affascinante. Da un lato, resta la costante della geologia dei suoli: il gesso (craie) della Côte des Blancs che imprime una lama salina capace di verticalizzare lo Chardonnay; o i terreni più pesanti della Montagne de Reims e della Vallée de la Marne, dove Pinot Noir e Meunier acquisiscono una spalla acida e un’ampiezza che rendono la bevuta opulenta e longeva. Dall’altro lato, però, c’è lo spettro del cambiamento climatico. Il dibattito latente tra i tavoli dei produttori ha riguardato quindi la gestione agronomica del Climate Change. Il riscaldamento globale favorisce maturazioni fenoliche un tempo impensabili, riducendo la necessità di dosaggi zuccherini elevati (da qui il boom commerciale degli Extra Brut e dei Pas Dosé). Sul fronte opposto, mette a rischio la freschezza propria dello Champagne. La sfida per i viticoltori è, pertanto, quella di gestire la vendemmia anticipata con una precisione maniacale in pressatura, per evitare l’estrazione di tannini amari, e seguire minuziosamente l’affinamento in cantina. Gli assaggi, tra scoperte e conferme  Jardinot 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (80% Pinot Noir, 20% Chardonnay). Un Blanc de Noirs radicale e magnetico. Vinificato interamente in legno senza compromessi, è un concentrato di sale, piccoli frutti rossi croccanti e spezie bianche. Il sorso è verticale, asciutto, sorretto da un’acidità affilata che esalta un finale gessoso e di grandissima persistenza. Per chi cerca la Champagne identitaria, dinamica e senza trucco. De quoi te méles tu? 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (100% Pinot Noir). Il Blanc de Noirs “naturale” secondo la nuova avanguardia dell’Aube. Vinificato senza alcuna aggiunta di anidride solforosa, è una cuvée di spiccata tensione gastronomica. Il sorso si muove sinuoso tra volume e un’acidità croccante e scalpitante, chiudendo su cenni sapidi profondi e note di piccoli frutti rossi ed erbe spontanee. Radicale, affilato e di ragguardevole dinamicità espressiva. Sous Larrey 2019 – Rémi Leroy (100% Chardonnay). L’eccezione che conferma la regola della Côte des Bar. Un Blanc de Blancs d’avanguardia, vinificato in pièces per esaltare il volume senza snaturare la purezza del frutto. La 2019 regala una polpa vibrante di mela cotogna e cenni di pasticceria, sostenuta da una freschezza quasi citrica e da un finale sapido, asciutto e verticale. Un millesimato di indiscusso spessore gastronomico, pensato per tavoli che esigono precisione sartoriale ed espressiva. Terre d’Origine Extra 2018 – Erick Schreiber (68% Pinot Nero, 20% Chardonnay, 12% Pinot Meunier). Una cuvée d’autore che esalta l’equilibrio di un’annata ricca. L’impronta biodinamica di Schreiber si traduce in un sorso di carattere: se al palato è ampio, giocato su note di mela cotogna, pan brioche e gesso umido, la bevuta è verticale, tesa e vibrante. Uno spumante incisivo, per chi ama la pulizia espressiva del terroir kimmeridgiano. Les Marnes Blanches Nature S.A. – Jeaunaux-Robin (100% Chardonnay). Uno Chardonnay che devia dai codici della vicina Côte des Blancs. Nella Vallée du Petit Morin, culla del Meunier, Cyril Jeaunaux estrae un Blanc de Blancs di affascinante austerità da un suolo di marne calcaree e selce. La scelta di evitare la malolattica e il passaggio in legno esausto imprimono un profilo tagliente, quasi fumé. Al naso l’agrume amaro e la pietra focaia si fondono a cenni erbacei fini. La bevuta è dritta, tesa e pervasa da una spina sapido-minerale che invita al sorso successivo. Rigore assoluto per palati tecnici. Les Danaides S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Un’interpretazione del Meunier di rara personalità, figlio di un micro-domaine di soli 0,64 ettari a Vandières. Les Danaïdes nasce da una réserve perpétuelle affinata in legno esausto, raramente colmato, per permettere al vitigno di impreziosirsi di una finissima complessità ossidativa. Lontano dallo stereotipo del Meunier, il sorso rivela una trama tesa, polposa, ricca di agrume candito, spezie ed erbe officinali. Uno Champagne di grande spessore gastronomico, dedicato ai collezionisti di rarità territoriali. Les Songes S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Ottenuto da una rigorosa selezione parcellare e vinificato interamente in barrique, questo Extra Brut gioca magistralmente sulla corda dell’ossidazione controllata e della rotondità espressiva. Il sorso è denso, pâtissier, ricco di spunti minerali iodati e piccoli frutti, ma serrato da un finale asciutto e di grande precisione geometrica. Una sartorialità che esalta il lato più nobile della Marna. Castille Premier Cru Rosé Extra Brut – Colin (90% Chardonnay, 10% Pinot Noir). Un rosé contemporaneo guidato dallo Chardonnay (90%) del terroir calcareo di Vertus, rifinito da un 10% di Pinot Noir in rosso. La cifra stilistica di questa cuvée risiede nell’uso magistrale della réserve perpétuelle dal 2004, che stratifica il sorso senza intaccarne la tensione. La bevuta è infatti cremosa ma affilata da una freschezza vibrante, con ritorni di piccoli frutti rossi ed erbe officinali che sfociano in un finale sapido, pulito e di grande persistenza. Un Rosé da spina dorsale bianca. Saignée des Terres Amoureuses 2015 – Bertrand-Delespierre (100% Pinot Noir). Evocativo. Estratto per alzata di cappello e affinato per 7 anni in cantina, questo Extra Brut si distanzia dai rosé classici per rivendicare una vinosità profonda e una struttura tridimensionale. Al palato unisce cenni di ribes, rabarbaro e spezie scure a una spalla acido-sapida affilata che rende la persistenza quasi infinita. Ideale per chi cerca la Champagne dei vignerons vecchio stampo. L’inattendue Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (100% Pinot Meunier). Il volto verticale e identitario del Meunier di collina. Un Blanc de Noirs che rinuncia ai dosaggi rassicuranti per mettere a nudo il suolo calcareo. Al palato, esprime una polpa fragrante, bilanciata da un perlage cremoso e da un’acidità citrica sferzante. Chiude su cenni iodati, di frutta bianca matura e piccoli abbrivi agrumati. Uno Champagne gastronomico in equilibrio tra spessore e pulizia di beva. Grande Reserve Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (1/3 Chardonnay, 1/3 Pinot Noir, 1/3 Pinot Meunier). Affinato per 60 mesi sui lieviti e dosato al minimo, è un blend paritario di indiscutibile spessore gastronomico. L’attacco al palato è cremoso, ampio, ricco di rimandi di piccola pasticceria, burro fresco e frutta bianca matura, ma lo sviluppo è serrato da una sapidità persistente. Una certezza assoluta per la mescita qualificata e la ristorazione d’autore. Colection Terroir Meunier 2021 – Sylvie Moreau (100% Pinot Meunier). Una micro-cuvée da millesimo unico che gioca sulla corda della tensione più estrema, patrimonializzando un’annata poco felice. L’ingresso al palato è dominato da una polpa fragrante e fragolina di bosco, immediatamente rinvigoriti da una verve agrumata affilata e da una chiusura salina persistente. Un Meunier nudo e profondamente territoriale. Edition n°6 Collection Privée 2011 – Sylvie Moreau (50% Pinot Noir, 50% Chardonnay). Lo Champagne inteso come haute couture. L’Edition n°6 celebra il millesimo 2011 attraverso un blend paritario di Pinot Noir e Chardonnay, affinato sui lieviti per oltre dieci anni. La lunga sosta regala una complessità terziaria magnetica: l’olfatto si muove tra nuances di pera matura, abbrivi balsamici, sottobosco e note tostate. In bocca, è elegantemente opulento, sorretto da una freschezza quasi austera che chiude su un registro minerale assai persistente. Una cuvée matura, cerebrale e di rara reperibilità. Scenari di mercato: lo Champagne asset rifugio La Champagne Experience stimola sicuramente a riflessioni di differente tenore, offrendo uno spaccato chiaro e variegato del mondo del vino, protagonista di una fase di profonda polarizzazione. Se i vini di massa soffrono una contrazione strutturale dei consumi, lo Champagne dimostra invece una resilienza anti-ciclica unica, comportandosi quasi come un bene rifugio. Il mercato italiano si conferma il quinto Paese importatore a livello globale per volume, ma tra i primissimi per valore medio a bottiglia. Il consumatore italiano sembra non più interessato alla mera “bollicina delle feste”, e inizia a preferire l’identità del singolo lieu-dit, la parcellizzazione esasperata, la filosofia biologica o biodinamica del piccolo recultant. L’evento di Bologna ha sancito quindi questo cambio di paradigma. Lo Champagne non è più semplicemente un calice da bere, ma una etichetta da studiare, decodificare e, perché no, collezionare.    Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31
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Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 a Roma Arrow Right Top Bg

19 Ottobre, 2026

La Guida Essenziale 2027 a Roma. I vini restano nel calice, le persone nella memoria

  Allo Spazio Novecento di Roma, la Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 di Daniele Cernilli diventa un pomeriggio di assaggi e incontri. Tra Toscana, Campania, Veneto, Molise e altre regioni, il racconto segue i produttori presenti ai banchi e i vini capaci di lasciare un segno.   Arrivo all’Eur con il cellulare in mano e la testa altrove. Seguo alcune persone, entro e mi presento all’accredito stampa. Cercano il mio nome, mi sorridono e sono pronti a sistemare tutto in pochi secondi. Alzo gli occhi. Bandiere, slogan, un palco. Nella sala stanno presentando un nuovo soggetto politico. Chiedo scusa, saluto e torno rapidamente in strada. L’ingresso giusto è a pochi passi. Il tappeto rosso conduce al grande salone del primo piano di Spazio Novecento. Pareti altissime, marmo, linee razionaliste, luce e respiro. L’atmosfera conserva il carattere degli altri anni. Daniele Cernilli attraversa la sala con il calice in mano. Intorno a lui si muove chi cerca una parola, una foto, un cenno di attenzione. L’immagine più bella è vederlo fermarsi davanti ai produttori. Ascolta loro e ciò che ha nel bicchiere. La guida nasce da questo gesto, ripetuto migliaia di volte: assaggiare, capire, scegliere. La Toscana occupa una parte importante della sala. Una presenza ampia, forse dominante. Altre regioni avrebbero meritato più spazio. La scelta dei banchi, però, segue presto un criterio personale: cerco i produttori. I sommelier di servizio conoscono le etichette e lavorano con cura. La voce di chi coltiva la vigna porta invece dettagli diversi. Quelli di cui mi nutro. Un’annata diventa una stagione vissuta. Una scelta tecnica porta il peso di una notte trascorsa in cantina. Una bottiglia acquista un volto. È lì che il pomeriggio può prendere ritmo. Abruzzo, il primo passo Comincio da Ciavolich. Il Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli ha energia, slancio e una sapidità che prolunga il sorso. Il Montepulciano chiamato affettuosamente “Montepulcianino” si muove sulla freschezza e su un frutto vivo. Il Montepulciano d’Abruzzo Fosso Cancelli, nato dalle vigne più antiche della tenuta di Loreto Aprutino, porta maggiore profondità, una trama più fitta e un carattere che resta impresso. Toscana, molti vini e alcune soste necessarie A Montepulciano mi fermo da La Ciarliana. Luigi Frangiosa sembra austero ma si scioglie subito così da farmi scoprire il Nobile di Montepulciano Vigna ’Scianello 2021, un vino che unisce profondità e misura per un equilibrio gustativo che merita tanta attenzione. Il Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana poi allunga il sorso, cresce nel bicchiere e lascia una traccia precisa e, soprattutto, indelebile. Due assaggi capaci di mettere a fuoco territorio e stile. Qualcosa che sa di tanta ma tanta tradizione. A Montalcino incontro Cecilia Brandini al banco di Pietroso, l’azienda che guida con il marito Gianni Pignattai e i figli Andrea e Gloria. Scherziamo, parliamo di vigne, annate e mercati. Il Rosso di Montalcino 2024 mostra energia e succosità. Bello, vivo, scattante. Il Brunello di Montalcino 2020, nato dall’unione di più vigne, tiene insieme l’ampiezza e l’eleganza di un vero Brunello. Il Brunello di Montalcino Riserva 2020 aggiunge profondità, tanta profondità, dimostrando non solo di avere un tempo lungo davanti a sé ma anche di saper portare, sorso dopo sorso, qualcosa di intenso. A Vagliagli, nel Chianti Classico a pochi chilometri da Siena, Terra di Seta racconta l’incontro tra Maria Pellegrini e Daniele Della Seta. Lei porta una storia familiare legata al vino. Lui ha lavorato per oltre venticinque anni come biologo prima di dedicarsi interamente all’azienda. Biologia, agricoltura e tradizione confluiscono nello stesso progetto. Nei loro vini si sente un’attenzione concreta alla vigna, ai tempi e all’equilibrio. Il Chianti Classico 2024 è appena imbottigliato. Il sorso cerca ancora il proprio centro, mentre il frutto e la freschezza mostrano già la stoffa dell’annata. Il Chianti Classico Riserva 2022 cambia passo. Ha maggiore profondità, ampiezza e una struttura che chiede tempo. Assai, Chianti Classico Gran Selezione 2022 da Sangiovese in purezza, mi costringe a rallentare. Il vino possiede armonia prima ancora della potenza. Il frutto è pieno e composto. La freschezza attraversa la materia, il tannino dà forma al sorso e il finale conserva energia. Con qualche minuto nel calice emergono dettagli più sottili, tra spezie, richiami balsamici e una vena sapida. Oggi è già coinvolgente. Il tempo potrà renderlo ancora più profondo. È il genere di assaggio che finisce troppo presto e continua a lavorare nella memoria. Con Tua Rita mi sposto idealmente a Suvereto dove il responsabile commerciale dell’azienda Sergio Marchetti mi conduce nel caleidoscopio dei vitigni non sempre toscani. Il mare della Maremma sembra affiorare nella tensione dei vini. Giusto di Notri 2023 riunisce Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc con grande equilibrio. Frutto, profondità e slancio procedono insieme. Per Sempre, Syrah in purezza, evidenzia una dimensione che sa di intensità speziata  unendosi ad una mediterraneità che mi intriga davvero. Redigaffi 2023, Merlot in purezza alla sua trentesima vendemmia, chiude il percorso con la naturale autorevolezza dei grandi Merlot italiani: materia, eleganza e una persistenza che occupa il palato senza appesantirlo. La sapidità marina è l’elemento che lo rende incredibile. E unico. Prima di lasciare la Toscana assaggio il Bolgheri Superiore Grattamacco 2022 e 2023 di Grattamacco. Il 2022 segna la quarantesima vendemmia dell’etichetta simbolo della cantina. Due annate con accenti differenti e la stessa precisione. Il 2022 appare più avvolgente. Il 2023 mostra tensione e freschezza. Entrambi confermano la solidità della cantina. Umbria, Lazio e Trentino Da Scacciadiavoli lo Spumante Brut Rosé Metodo Classico da Sagrantino lascia qualche domanda che merita approfondimenti. Lo Spoleto Trebbiano Spoletino 2024 trova invece una voce più chiara: agrume, erbe, mandorla e una freschezza sapida che invita a tornare al calice. Nel Lazio, Famiglia Cotarella presenta Ferentano 2022 e Il Punto 2024, due bianchi della Tenuta Montiano. Il primo, Roscetto in purezza, conferma il carattere del vitigno attraverso struttura, maturità e tensione. Il secondo, primo Sauvignon della famiglia, gioca su immediatezza, agilità e pulizia del sorso. Il Trentino regala una delle sorprese più piacevoli con Moncalisse, la cantina delle sorelle Julia e Karoline Walch sulle pendici del Monte Calisio. Il Trentodoc Extra Brut Riserva 2019 possiede precisione, una bollicina fine e una maturità ben dosata. Il Trentodoc Montis Arcentarie Blanc de Blancs Extra Brut Riserva 2017, Chardonnay da vecchie viti, cresce a ogni sorso. Profondità, eleganza e complessità si distendono con calma. Il calice si svuota mentre l’assaggio continua a cambiare. Grandioso. Silvia Imparato e il fascino di Montevetrano La Campania mi affascina sempre. Al banco di Montevetrano incontro Silvia Imparato e mi fermo più del previsto. Silvia parla dei suoi vini come fanno tanti altri produttori. Nessuno ha però il suo charme. Può raccontare una vendemmia, una scelta in vigna o un progetto futuro e rende ogni parola credibile.
O i suoi vini sono fantastici oppure il suo fascino mi ha fatto prendere un abbaglio. La spiegazione è più semplice: le due cose convivono. Silvia ha charme, classe e una storia che merita di essere raccontata. Come i suoi vini. Ha contribuito a scrivere una pagina importante del vino italiano e porta quel percorso con una naturalezza rara.
I due Core aprono la degustazione con energia e identità: il Bianco da Fiano e Greco, il Rosso da Aglianico in purezza. Il Montevetrano 2024, da Cabernet Sauvignon, Aglianico e Merlot, è giovanissimo. La materia appare compatta, il frutto profondo, il tannino ancora saldo. Il vino lascia intuire molto e consegna soltanto una parte di ciò che saprà esprimere. Il resto appartiene al tempo. Elena Scienza e l’Amarone che invita al sorso In Veneto incontro Elena Scienza di Rubinelli Vajol. Bastano pochi minuti per desiderare una conversazione più lunga. Nei suoi racconti la Valpolicella ha il tono di casa. I vini seguono la stessa direzione e mettono al centro freschezza, nitidezza e piacere di beva.
Il Rubiní, Rosso Veronese IGT da Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara, ha nel calice ciliegia, spezia e vitalità. Il Valpolicella Classico Superiore 2023 aggiunge profondità e conserva lo stesso passo agile.
L’Amarone della Valpolicella Classico 2018 merita tempo. Ha ricchezza, frutto maturo, spezie dolci e una trama profonda. L’aspetto più affascinante è il movimento. La struttura sostiene il vino e la freschezza lo accompagna. Il sorso resta dinamico, preciso, invitante. L’appassimento nel fruttaio scavato nel tufo dona concentrazione e complessità, mentre l’equilibrio preserva la voce del territorio. Nel finale affiorano ciliegia scura, cacao, erbe e una sfumatura balsamica. Il calice richiama il sorso successivo. Per un Amarone è un risultato prezioso. Rubinelli Vajol firma un vino autorevole e vivo, capace di lasciare il segno con misura. Piemonte, il carattere dei vitigni ai margini Al banco di Tenuta Santa Caterina mi fermo sul Grignolino. Arlandino 2025 e Monferace 2021, entrambi Grignolino d’Asti, mostrano quanto questo vitigno sappia essere fine, elegante e coinvolgente. Il primo ha slancio e immediatezza. Il secondo, frutto di un lungo affinamento in botte e in bottiglia, porta maggiore profondità e una trama tannica capace di accompagnare la tavola. Il percorso piemontese continua con Castello di Gabiano. Corte, Piemonte Sauvignon, La Braja Barbera d’Asti e A Matilde Giustiniani Gabiano Riserva raccontano una gamma articolata eppure ben centrata. Il Sauvignon appare elegante e raffinato. La Barbera è viva come quelle che ricordano il Piemonte vero. Con A Matilde, che aggiunge alla Barbera una piccola parte di Freisa, appaiono in unione il frutto scuro, le spezie e una freschezza che sostiene vigorosamente la struttura. Benissimo! Molise, memoria e responsabilità Il Molise prende voce al banco di Di Majo Norante. Con Editha, moglie di Alessio Di Majo Norante, parlo della loro storia e della responsabilità che oggi deve portala a condurre, da sola, l’azienda. Le sue parole hanno la stessa intensità dei vini. Una cantina può essere impresa, eredità e promessa nello stesso momento. La Tintilia del Molise 2022 ha un carattere netto, tra frutto scuro, spezia e slancio. Don Luigi Riserva 2022, da Montepulciano, aggiunge profondità, struttura e persistenza. Due vini che acquistano un peso diverso dopo aver ascoltato la persona che li custodisce. La storia di Editha merita un incontro dedicato.   Marche, freschezza sul finale La giornata si chiude da Tenuta Cocci Grifoni. Notturna, Offida Passerina 2025, ha un passo luminoso, agrumato e floreale. Colle Vecchio, Offida Pecorino 2025, aggiunge erbe aromatiche, frutto giallo e una sapidità decisa. Due vini immediati e territoriali. Una chiusura piena di gusto.
Il potenziale prima del traguardo La Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 offre molti spunti e altrettanti indirizzi da approfondire. Alcuni vini apparivano già compiuti. Altri sembravano custodire un potenziale ancora da raccogliere, destinato a emergere con qualche mese o qualche anno in bottiglia. Qui si misura il lavoro di Daniele Cernilli e del suo staff: leggere un vino nel presente e riconoscere la direzione che potrà prendere. La selezione diventa così una mappa aperta, utile anche quando invita al dissenso o alla verifica personale. Torno a casa con molti appunti, alcune visite da programmare e storie che chiedono spazio. Maria e Daniele, Cecilia, Silvia, Elena, Editha. I vini restano nel calice per pochi minuti. Le persone continuano a parlarci molto più a lungo. Una presenza più ampia dei produttori avrebbe reso la giornata ancora più ricca. Sarà per il prossimo anno.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Da Vittoria all’Etna Santa Tresa presenta il suo Etna Bianco Doc Arrow Right Top Bg

19 Ottobre, 2026

Da Vittoria all’Etna Santa Tresa presenta il suo Etna Bianco Doc

  L’inizio dell’autunno porta alla scoperta di una gemma firmata Santa Tresa, che presenta il nuovo Etna Bianco DOC, il primo vino dell’azienda vitivinicola guidata da Stefano e Marina Girelli prodotto da uve biologiche provenienti dalle pendici del Monte Etna.   Stefano Girelli L’Etna è un territorio molto interessante e il Carricante una grandissima varietà: dopo anni di ricerca siamo riusciti a trovare i presupposti per fare un Etna Bianco che seguisse la filosofia di Santa Tresa. Finalmente abbiamo trovato la filiera giusta, a partire dalla produzione, che volevamo rigorosamente biologica e in quell’areale sono pochissime le coltivazioni di questo tipo. Il nostro enologo Mattia Giacomelli segue tutto il processo, dalla vigna alla trasformazione in cantina. Nel solco della tradizione di Santa Tresa, che da sempre celebra la ricchezza e la biodiversità della Sicilia, Etna Bianco DOC è l’espressione di uve biologiche 100% Carricante, coltivate sul versante sud-est del Monte Etna, a un’altitudine di 400 – 500 m slm e a soli 7 km in linea d’aria dal Mar Ionio. Il risultato è un vino dalla complessità aromatica unica, che nel bicchiere esprime la peculiarità tipiche di un vitigno autoctono cresciuto su un suolo vulcanico e in un clima montano. Di colore giallo paglierino luminoso con riflessi verdolini, al naso esprime un profilo netto e verticale: pompelmo rosa, scorza di limone e agrumi freschi, seguiti da richiami iodati, pietra focaia e lievi note di erbe mediterranee. In bocca è teso e dinamico: l’ingresso è fresco e avvolgente, sostenuto da una marcata mineralità. La sapidità è ben integrata e conferisce slancio, mentre l’acidità vibrante accompagna verso un finale lungo, pulito e persistente, con ritorni agrumati e salini. Si abbina con naturalezza ad antipasti di mare, crudi e carpacci di pesce, crostacei e molluschi, oltre a preparazioni di pesce alla griglia o al forno. Funziona molto bene anche con piatti vegetariani a base di verdure grigliate, finocchi ed erbe aromatiche, con carni bianche delicate come pollo o coniglio, e con formaggi freschi o caprini leggermente stagionati. Vinificazione – Le uve, raccolte a mano, sostano in cella frigo per una notte per abbassarne la temperatura fino a 6-8°C. Il giorno seguente le uve sono delicatamente diraspate e pressate in maniera estremamente soffice, così da ottenere il mosto fiore di altissima qualità. Il mosto sosta una notte in vasca attorno ai 10°C al fine di permettere la naturale sedimentazione statica di tutte le particelle solide in esso contenute, dopo di che fermenta ad una temperatura di circa 17-19°C per 10-12 giorni. Dopo la fermentazione avviene l’affinamento sur lies per almeno 4-5 mesi con frequenti movimentazioni delle fecce nobili. Scheda tecnica qui Prezzo in enoteca: 15,50 euro Bottiglie prodotte: 8.000 La Redazione
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ViniAmo d’Autunno Roma 25 ottobre Arrow Right Top Bg

18 Ottobre, 2026

ViniAmo d’autunno. Al via la terza edizione il 25 ottobre

  In una fase delicata per il vino e con un calendario sempre più affollato, ViniAmo d’Autunno torna a Roma puntando su piccoli e medi produttori difficili da incontrare nella Capitale.    Il mondo del vino attraversa una fase tutt’altro che semplice. Le difficoltà legate al clima si sommano a mercati sempre più complessi, mentre il calendario degli eventi continua a riempirsi. Fiere, festival, degustazioni e saloni si moltiplicano, spesso sovrapponendosi. Per molte aziende, soprattutto quelle di dimensioni più contenute, essere presenti ovunque è impossibile. Le risorse sono limitate e il rischio è che a trovare spazio siano sempre gli stessi nomi.  È in questo contesto che ViniAmo,  la manifestazione organizzata da Stefano Minelli con la collaborazione di una serie di partner del mondo del vino (Eur District, Roma Wine Experience, Pietro Galeoto, I segreti in un calice, Luca della Regina, Roma Wine Eventi, Vinello Onesto, Alessandra Massimi) e con Wine Tales Magazine come media partner, è riuscito, nel tempo, a ritagliarsi un’identità ben precisa. Non inseguendo i marchi più noti o le etichette già consolidate sul mercato romano, ma investendo nella ricerca di aziende che nella Capitale si incontrano raramente.  Un lavoro paziente, costruito attraverso relazioni dirette e una selezione attenta, che ha permesso all’iniziativa di diventare un punto di riferimento per molte piccole e medie realtà provenienti da tutta Italia. Un percorso portato avanti con costanza, quasi in controtendenza rispetto a un mercato che spesso concentra l’attenzione sulle stesse aree e sugli stessi protagonisti.  Il 25 ottobre, all’Hotel Cristoforo Colombo, ViniAmo tornerà con l’edizione autunnale che conferma proprio questa filosofia continuando a valorizzare l’incontro diretto tra chi il vino lo produce e chi lo racconta, lo propone ai propri clienti o semplicemente lo apprezza.  Tra gli elementi più significativi dell’edizione di quest’anno c’è la presenza, per il secondo anno consecutivo, di tutte e venti le regioni italiane. Un risultato tutt’altro che scontato, soprattutto per una manifestazione che continua a puntare con convinzione su aziende di piccole e medie dimensioni.  Dalle Langhe alle pendici dell’Etna, dalle colline toscane ai vigneti affacciati sull’Adriatico, il percorso tra i banchi offrirà una panoramica ampia e articolata del vino italiano. Non soltanto attraverso le grandi denominazioni che hanno contribuito a costruire la reputazione enologica del Paese, ma anche grazie a produzioni meno conosciute, spesso capaci di raccontare con immediatezza il luogo da cui provengono.  È proprio passeggiando tra gli stand che emerge il tratto distintivo della manifestazione. Molte delle aziende presenti lavorano su produzioni limitate, vitigni identitari o aree che difficilmente trovano visibilità nei principali circuiti commerciali. Realtà che raramente arrivano a Roma e che trovano in ViniAmo uno spazio per presentarsi direttamente al pubblico, senza filtri né intermediazioni.  Questo permette al visitatore di andare oltre il semplice assaggio. Dietro ogni bottiglia ci sono scelte agronomiche, tradizioni familiari, intuizioni imprenditoriali e, spesso, vicende che meritano di essere conosciute almeno quanto i vini che ne sono il risultato.  Novanta espositori e oltre quattrocento etichette raccontano una manifestazione cresciuta nel tempo senza perdere la propria impostazione originaria. Dietro questi numeri non ci sono semplicemente banchi d’assaggio, ma esperienze, sensibilità e percorsi differenti che convergono per una giornata nello stesso luogo.  Per molte aziende ViniAmo rappresenta un’opportunità concreta di incontro con operatori del settore, ristoratori, sommelier e appassionati. Una dimensione che favorisce il dialogo e restituisce centralità al racconto del vino, in un periodo in cui il contatto diretto con il pubblico sta tornando ad assumere un’importanza crescente.  Accanto agli assaggi non mancheranno gli appuntamenti di approfondimento che negli anni hanno contribuito a caratterizzare ViniAmo. In particolar modo le masterclass pensate non per insegnare ma per accompagnare alla conoscenza di territori, aziende, persone. Nessun termine altisonante o tecnico ma semplicità volta a consentire un accesso ad un pubblico che ha voglia di sperimentare nuovi prodotti e approfondire territori ed esperienze. Tornerà la masterclass al buio, una formula che invita a mettere da parte etichette e reputazioni per concentrarsi esclusivamente su ciò che il vino esprime nel calice. Un esercizio che nelle precedenti edizioni ha suscitato particolare interesse proprio perché sposta l’attenzione dai nomi alle sensazioni. In questa edizione saranno protagoniste le bollicine. La seconda masterclass accompagnerà il pubblico in un articolato viaggio tra le regioni italiane con quattro rossi e quattro bianchi.  Avrò il piacere di condurre entrambe le masterclass. Un enorme responsabilità, me ne rendo conto!  Tra le novità figura inoltre una tavola rotonda in collaborazione con il IX Municipio di Roma ed EUR District, partner istituzionali della manifestazione. L’incontro sarà dedicato ad illustrare il progetto Dom9, le sue finalità e il virtuoso percorso intrapreso dal Municipio, ponendo un particolare accento sulle attività realizzate, sui risultati concreti ottenuti sino ad oggi e sulle prospettive future di sviluppo territoriale. Un segnale questo di una manifestazione che continua ad ampliare il proprio orizzonte mantenendo salda la propria identità. Accanto al vino ci sarà naturalmente la gastronomia, con una serie di proposte pensate per completare l’esperienza. Dalla presenza del campione mondiale della pizza ad altre specialità selezionate per l’occasione, il percorso del gusto accompagnerà i visitatori lungo tutta la giornata.  Tutto questo assume un significato particolare in una fase complessa per il comparto vitivinicolo. Le ultime vendemmie hanno richiesto uno sforzo crescente per affrontare condizioni climatiche sempre più imprevedibili e mercati in continua evoluzione. In questo scenario, appuntamenti come ViniAmo diventano anche momenti di confronto e condivisione tra realtà che, pur provenendo da zone molto diverse, si trovano spesso ad affrontare sfide comuni.  Il 25 ottobre sarà quindi l’occasione per osservare da vicino una parte significativa del vino italiano contemporaneo, incontrando aziende provenienti da contesti differenti e ascoltando racconti che difficilmente trovano spazio su una scheda tecnica o in una carta dei vini.  In fondo è questo che continua a rendere interessanti manifestazioni come ViniAmo: la possibilità di arrivare per assaggiare un vino e tornare a casa con una storia che non si conosceva.    🍷 ViniAmo d’Autunno 2026 Le Masterclass 🗓️ Domenica 25 Ottobre (Evento: 12:00 – 20:00) 📍 Hotel Cristoforo Colombo, Roma EUR Due degustazioni guidate da Ivan Vellucci, direttore di Wine Tales Magazine. 🥂 Bolle al Buio (Ore 14:30) Degustazione alla cieca delle migliori bollicine. 👉 Biglietti: https://bollebuio.eventbrite.it 🍇 4 Bianchi e 4 Rossi (Ore 17:00) Percorso tra le migliori etichette di bianchi e rossi. 👉 Biglietti: https://4bianchi4rossi.eventbrite.it ℹ️ Info evento: viniamoroma.it | ☎️ 338 3046072 Posti limitati! 🥂   ViniAmo ha scelto di ospitare VoiceWise, il progetto che fa capo a VoxEtil e sviluppato in collaborazione con Cloudwise Srl e con il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata volto alla sperimentazione di un alcol test vocale. Oltre a contribuire alla sperimentazione della applicazione, i volontari partecipanti effettueranno un alcol test con l’etilometro così da offirire un contributo concreto alla sicurezza   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Bagna Cauda Day: storia, notizie e curiosità Arrow Right Top Bg

18 Ottobre, 2026

Bagna Cauda Day: storia, notizie e curiosità

  LA BAGNA CAUDA NELLA STORIA   La Bagna Cauda è un “sistema gastronomico”, che partendo da una semplice salsa calda di aglio, olio e acciughe, si dilata a coinvolgere la cultura conviviale e le strutture portanti dell’alimentazione quotidiana contadina basata sulle verdure di stagione e il vino. Un primo accenno nelle fonti più antiche relative all’alimentazione e alla cucina lo si ritrova alla fine del XIV secolo nel trattato del medico Antonio Guainerio, attivo in Piemonte fra Torino e Chieri. In esso si cita la passione dei contadini piemontesi per l’aglio, ingrediente fondamentale per il “sapor rusticorum”, una tipica e amatissima pietanza calda medievale cremosa e densa. Non è azzardato vedere in questa salsa dei contadini il progenitore della Bagna Cauda. Anche se descritta quasi quattro secoli dopo, la “Salsa detta del pover uomo” riportata dal “Cuoco Piemontese perfezionato a Parigi” del 1766, è probabilmente una discendente diretta di quel “sapor rusticorum” medievale, nobilitata e alleggerita nei dosaggi. La presenza delle acciughe salate nella salsa medievale è quanto mai verosimile se si pensa che tale prodotto era largamente importato e commerciato dai mercanti astesi in tutto il Nord Italia. Nei secoli scorsi non è da escludere che la Bagna Cauda, grazie all’aglio, fosse considerata utile anche per allontanare vampiri, masche e streghe. La storia racconta che l’11 novembre 1855 il generale La Marmora fece servire la Bagna Cauda alle truppe piemontesi in Crimea. Il caldo intingolo un secolo dopo, nel 1954, è stato portato e consumato anche in cima al Cervino. Il posto più a sud dove si serve la Bagna Cauda è in un ristorante della Terra del Fuoco gestito da emigranti piemontesi, e troviamo l’intingolo proposto, a modo loro, anche in Giappone dove è molto popolare. Grande cultore della Bagna Cauda è anche papa Francesco, che non dimentica le origini astigiane della sua famiglia e in più di un’occasione quando era in Argentina o durante i sui viaggi da cardinale in Italia ha avuto modo di gustarla. IL VIAGGIO DELLE ACCIUGHE LUNGO LA VIA DEL SALE Le acciughe salate arrivavano attraverso le rotte piemontesi del sale marino, che però, contrariamente a quel che si pensa, non univano solo il Piemonte alla Liguria. La riviera ligure, scogliosa e con dirupi, non aveva spazio per le saline, che abbondavano invece nella vicina Provenza e alle foci del Rodano. Lunghe carovane di muli e di mercanti astigiani, già dal XII secolo percorrevano l’unica, documentata strata salis che univa le saline provenzali con Nizza Marittima, si ramificava nelle valli Maira, Stura, Gesso e Vermenagna, si riuniva poi a Cuneo proseguendo fino ad Asti, dove poi il sale veniva smistato capillarmente in un vasto territorio. Questo commercio era finanziato dai ricchi banchieri astesi che consideravano il sale una sorta di moneta corrente. è probabile che tale commercio fosse anche praticato di contrabbando per evitare il pagamento delle gabelle ai vari passaggi di confine. Una rotta alternativa, ma non meno importante, risaliva costeggiando il versante francese delle Alpi, passava i valichi e discendeva in valle di Susa, e attraverso Rivoli ed Avigliana giungeva ancora una volta ad Asti. Il commercio del sale consentiva anche l’approvvigionamento delle acciughe salate prodotte in grandi quantità nel Golfo del Leone, lungo la costa da Barcellona a Tolone. Se ne ritrovano tracce nel piatto occitano dell’Anchouiado. La Bagna Cauda è oggi conosciuta e diffusa in tutto il Piemonte con epicentro tra le colline delle Langhe, dell’Astesana, dell’Alto e del Basso Monferrato. Asti ne ha costituito il più antico e principale centro di irradiamento: è un dato di fatto che i mercanti astigiani detenessero già nel XII secolo una sorta di monopolio nel commercio del sale in area sudpiemontese, e che la stessa città ne costituisse il punto d’arrivo e smercio privilegiato; in seguito affiancata da altre importanti località strategicamente collocate sulle rotte commerciali come Alba, Chieri, Acqui, Casale, Alessandria e la stessa Torino. DIFFUSIONE E RUOLO DEGLI ANCIUÉ DALLE VALLI ALPINE AL MONDO Le fortune della Bagna si possono ascrivere anche all’umile, ma capillare azione degli acciugai gli anciuè, i rivenditori al dettaglio delle acciughe che fino a tempi non lontani battevano sistematicamente le campagne per la vendita “porta a porta”; rivenditori che provenivano per la maggior parte dalla Valle Maira e dalle altre vallate di collegamento tra il Sud Piemonte e la Provenza. È ancora attiva anche un’associazione degli acciugai della Valle Maira. Le acciughe, grazie agli anciuè ambulanti che le trasportavano in barili o nelle grandi e variopinte latte da 10 e più chili potevano essere acquistate dalle famiglie contadine in piccole quantità settimanali. Ecco, secondo Nico Orengo, che li elenca nel suo Il salto dell’acciuga i principali cognomi delle famiglie di acciugai con i rispettivi territori di competenza: “I Pomero a Nizza, i Sismondi a Cuneo, i Pomero a Torino, i Del Puy ad Asti, i Ricciardi nel Canavesano, i Pallanza a Verbania, i Reineri in Lombardia, i Morello a Firenze, i Garnerone a Piacenza, gli Arneodo a Bologna, i Degiovanni a Parma, i Fresia in Lombardia, i Beltramo a Tortona, i Mattalia e gli Einaudi a Milano. E poi altri, tanti altri. I carretti blu andavano per la pianura e la pianura profumava d’acciuga”. Ad Asti è nella memoria di tanti l’attività della famiglia Delpuy che per decenni hanno venduto acciughe salate sui mercati e avevano il loro profumato negozio all’angolo di piazza Roma, ai confini del ghetto ebraico. Nel 2017 Astigiani ha assegnato il premio “Testa d’Aj” anche a due acciugai storici: l’astigiano Mario Delpuy e Giovanni Martino di Campofei in valle Grana. Giovanni purtroppo a gennaio 2018 è scomparso con il suo carico di sapienza ed esperienza. UN RITO CONTADINO Un ingrediente “forestiero” nella Bagna Cauda, oltre alle acciughe, è l’olio. Nel Cinquecento e nel Seicento in Piemonte si consumano soprattutto olio di noci e nocciole. Si coltivavano anche le olive in Astesana, sulle colline delle Valli Belbo e Tiglione. Nel 1709 l’orrido gelo dell’inverno causò la morte di molti olivi e il graduale abbandono della loro coltivazione, ripresa ora negli ultimi anni da alcuni nuovi pionieri dell’olivicoltura. La Bagna Cauda nell’Ottocento, ormai dominatrice sulla tavola del contadino piemontese, in particolare astigiano e monferrino, prevede l’uso parsimonioso di olio d’oliva ligure (la sottolineatura dell’extravergine arriva solo alla fine del Novecento) e non manca l’uso di aggiungervi un pezzo di burro. È rimasta anche, in qualche caso, la presenza del più profumato olio di nocciole. La Bagna diventa l’accompagnamento abituale per la polenta giornaliera. La stagione di consumo è lunga: parte dal periodo della prima svinatura e si inoltra a tutta la primavera. Molto spesso nella famiglia contadina la Bagna svolge il suo ruolo nell’arco di diversi giorni: preparata all’inizio in quantità abbondante, e consumata un paio di volte per intingervi le verdure, viene a mano a mano reintegrata nei pasti successivi con l’aggiunta di olio o nuove acciughe, assumendo progressivamente una consistenza sempre più fluida che la rende adatta ad insaporire la polenta o condire la pasta asciutta e a diventare condimento, magari previa aggiunta di aceto, per grandi insalate. Nella ristorazione di un vasto angolo di Piemonte la Bagna Cauda è sempre stata presente, ma negli anni l’impegno nella sua preparazione e una certa “puzza al naso” l’hanno relegata ad essere proposta in forma spuria e minimale, tra gli antipasti come salsina tiepida sopra pezzetti di peperone. Quella non è Bagna Cauda. La vera Bagna Cauda è un’altra cosa! È festa, convivialità, abbondanza e trionfo di colori. Anche per questo si celebra il Bagna Cauda Day. MA CHI HA INVENTATO LA BAGNA CAUDA? «…Ho sfogliato, frugato cinquantamila tra libri e carte: ho vissuto settimane in biblioteche, ho letto volumi rosicchiati da topi…Dopo una simile ricerca non sono riuscito a sapere chi è stato l’autore di quell’invenzione che si chiama “bagna cauda”. Hanno fatto cavaliere, commendatore, certi tipi che vendono acqua per liquore, e intanto l’inventore di una invenzione come la nostra “bagna cauda”, vero benefattore dell’umanità, è sempre nell’angolo dei dimenticati!». Così Alberto Viriglio scriveva alla fine dell’Ottocento, in Rime Piemontesi. Testimonianze dell’uso di salse a base di aglio si possono rintracciare nei ricettari di cucina a partire dal Medioevo, piatti inizialmente a base di solo aglio, ma arricchiti nel tempo con gli altri due ingredienti che sono all’origine della nostra bagna: l’olio e le acciughe. La documentazione scritta si riferisce prevalentemente al XV secolo, quando nel “Libro de arte coquinaria” Maestro Martino spiega la ricetta dell’Agliata Bianca dove, oltre all’aglio «in quantità che ti pare», vi sono le mandorle, prodotto molto diffuso in quel tempo. Anche le noci sono abbinate all’aglio in altre ricette. Alexandre Dumas in Gran Dictionnaire de Cuisine documenta sia la ricetta di salsa d’aglio, sia quella d’acciuga. È interessante notare come in entrambe le ricette sia presente “una quantità di burro grossa come un uovo», «un’unità di misura» che si ritrova in una ricetta della Gazzetta Piemontese del 1846. In Piemonte, dal Settecento compaiono le salse a base di acciughe salate; vengono impiegate con le verdure «quei generi commestibili a’ quali Natura di sapore n’è stata avara» (Vincenzo Corrado, Del Cibo Pitagorico). È nell’Ottocento che in Piemonte i cuochi citano salse a base di aglio, di acciughe e finalmente con entrambi questi ingredienti. Ne Il cuoco piemontese perfezionato a Parigi troviamo una ricetta che impiega il cardo; in essa si legge: “I cardi si servono anche crudi, dopo di esser ben mondati, si fa bollire dell’olio e sale e si stempera dentro delle acciughe e con questa salsa si bagna il cardo”. In questa ricetta l’aglio è ancora assente, ma nella ricetta “salsa del pover uomo” scrive: “Mettete nella casseruola un po’ di butirro, un po’ d’olio. Una acciuga e un baccello d’aglio tritato, indi aggiungetevi del pane grattuggiato con brodo, e ridotta la salsa consistente la servirete sull’intingolo che servirete caldo”. La presenza delle acciughe salate in quel tempo è un fatto assodato, come scrive l’autore del libro sopra indicato: «Le acciughe sono piccoli pesci di mare che vengono a noi in piccoli barili confettati col sale, dopo di averle ben lavate si dividono in due parti per leval loro la resta e servono d’ordinario per insalate e salse». Sempre nello stesso testo troviamo alcune salse come quella di “cappari e acciughe” o di remoulade”. A partire dall’ Ottocento dunque i grandi cuochi piemontesi abbineranno l’aglio e le acciughe e così si potrà seguire l’evoluzione dell’attuale bagna cauda leggendo i ricettari di cucina nobile o borghese. Anche se il miracolo della sua popolarità lo si deve al fatto che la bagna cauda diventa il piatto quotidiano dei contadini del Sud Piemonte, dalla prima svinatura alla primavera inoltrata e anche oltre. Nella Cucina sana economica ed elegante, pubblicato in fascicoli sulla Gazzetta Piemontese n.42, di sabato 21 febbraio 1846 e dedicato ad un pubblico torinese di estrazione borghese, sono riferite ricette di verdure alle alici: “Sfogliate e fatte a pezzi due belle teste di cavolfiore, mettile in tegame con due oncie di burro, sale e un po’ di pepe, quattro alici, un mezzo spicchio d’aglio e un po’ di prezzemolo, triti e bagnate con un bicchiere di sugo, falle soffrigger per un’ora ben coperte. Come saran tenere, recale su un piatto e, aggiunto al savore burro quanto un uovo e il sugo di un limone, e ben tramenato sul fuoco, senza bollitura, quando la salsa ti verrà ben legata, versale sui Cavolfiori. Cavoli, broccoli, sparagi e cardi si preparano allo stesso modo”. La salsa di acciughe ed aglio viene dunque servita con le verdure piemontesi: possiamo ormai chiamare questa salsa la bagna cauda dell’Ottocento piemontese. Giovanni Vialardi, aiutante capocuoco di re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, in Trattato di cucina impiega la salsa al burro di acciughe e la remoulade; qui troviamo inoltre un servizio di verdure miste crude, da servire con salsa. Nel corso dell’Ottocento e del secolo successivo non mancano le citazioni relative alla bagna cauda: l’11 novembre 1855, in Crimea, il generale Alfonso La Marmora fece servire alle truppe piemontesi ad alleate la bagna cauda accompagnata con la polenta, dichiarando: “piatto adatto a uomini forti e valorosi, per i suoi sapori, schippettanti come fucileria” (così come riverisce il giornalista Sandro Doglio). Arrigo Frusta sulla rivista Ij Brandé del primo maggio 1954 scrive che due alpinisti piemontesi, Piero e Pinin Lampugnani prepararono la bagna cauda in cima al Cervino appena conquistato, a 4482 metri. Infine proponiamo il proclama degli acciugai della Valle Maira, tradotto in italiano (da leggersi durante le cene a base di bagna cauda): È per tutti quelli che la amano e la capiscono. È bandiera della cucina e del carattere piemontese. È onore e ricordo della civiltà contadina Dei nostri padri vignaioli. È il cibo rituale e corale della fraternità e amicizia. È la ghiotta delizia del nostro gusto tradizionale. Non è piatto rozzo e pesante, anzi è naturale e sano. L’aglio non fa male, al contrario è benefico. I CONSIGLI E IL GALATEO DELLA BAGNA CAUDA Le acciughe devono essere possibilmente le “rosse di Spagna” chiamate così per la provenienza e per il colore che le loro carni assumono dopo la perfetta, prolungata salatura, stagionate almeno un anno. Ottime anche le migliori e rare produzioni di acciughe liguri e le alici siciliane di Sciacca. Da evitare i filetti già pronti in vasetto. L’olio deve essere extravergine di oliva, preferibilmente ligure. Straordinaria la Bagna Cauda fatta con l’olio nuovo figlio delle olive appena frante. La Bagna Cauda va tenuta a temperatura elevata, ma non deve friggere e fare fumo. Si mangia intingendovi verdure crude autunnali, fra le quali i protagonisti sono il cardo spadone bianco ricercatissimo il “gobbo” di Nizza Monferrato, piegato e fatto maturare sotto terra e il peperone crudo o arrostito, seguite dal cavolo crudo, dalla biarava barbabietola rossa cotta al forno, dal topinambur, la patata bollita, il cavolo verza, cuori di indivia o di scarola, cipollotti, cavolfiori lessati e ogni altra verdura si voglia provare. Esiste un “galateo” comportamentale del mangiatore di Bagna Cauda che vieta ad esempio di “caricare” eccessivamente il proprio boccone usando foglie di cavolo o altri pezzi di verdura a mo’ di “palot” paletta raccogliendo troppa parte “ricca” della salsa. Sconveniente anche intingere pezzi di verdura già morsicati, o il pane che, imbevendosi, ne asporterebbe disoneste quantità. I neofiti della Bagna facciano attenzione ai primi bocconi, la scottatura è un’eventualità molto frequente. Nella versione proposta con una sola terracotta messa al centro della tavola si intinge tutti insieme in un’allegra e vociante confusione: non ci sono turni né altri formalismi da rispettare. Diffusa anche la presenza del brodo caldo con funzioni “detergenti” d’apertura dello stomaco in vista della Bagna Cauda o di chiusura a conclusione del rito. La versione con fujot, lo scaldino in terracotta che ospita anche la base per la candela, si è largamente diffusa e consente una più personale gestione della propria Bagna, ma ciò non impedisce di condividere simpaticamente il fujot con il proprio vicino o vicina di tavola, rispettando sempre le regole del galateo. I 7 PASSAGGI DA NON PERDERE Attrezzatura necessaria: un dian di terracotta; una s-cionfetta o fujot: uno scaldino di coccio pieno di braci; in mancanza, un fornelletto ad alcool; un cucchiaio di legno; una retina frangifiamma se si cucina con il gas. Mettete il dian a bagno nell’acqua fredda e lasciatelo per almeno un paio d’ore: ciò gli eviterà di creparsi durante la cottura dell’intingolo. Mettete a bagno le acciughe in acqua fresca abbondante; dopo 5/10 minuti diliscatele con cura, asciugate i filetti ottenuti e teneteli pronti in un contenitore. Una diversa scuola di pensiero prevede che le acciughe siano lavate con vino rosso o aceto bianco. Dedicatevi all’aglio: ci sono varietà di pregio da Caraglio a Vessalico: pelatelo, poi tagliate ogni spicchio a metà nel verso della lunghezza ed eliminate il germoglio interno. Operazione importantissima! Raccogliete gli spicchi così trattati in un pentolino e copriteli con latte fresco. Portate a bollore, poi abbassate il fuoco e lasciate sobbollire pianissimo per 15/20 minuti, fino a quando l’aglio abbia raggiunto una consistenza molto morbida. Togliete il dian dall’ammollo e asciugatelo bene. Ponetelo a fuoco moderatissimo. se usate la cucina a gas non dimenticate la reticella frangifiamma con mezzo bicchiere d’olio. Quando l’olio comincia a scaldarsi unite tutte le acciughe. Badando di non farlo mai friggere, mescolandole con il cucchiaio di legno e fatele sciogliere completamente. Ora unite l’aglio sgocciolato dal residuo latte di precottura; mescolate bene e schiacciate gli spicchi con il cucchiaio di legno fino a conferire al tutto una consistenza cremosa. Unite tutto il restante olio ed eventualmente il burro; sempre a fuoco bassissimo continuate la cottura per 20/30 minuti. L’olio non deve mai friggere. Se avete la fortuna di possedere una s-cionfetta o un altro scaldino di coccio ed un camino, fate un bel fuoco di legna di vite o d’olivo. Fate un letto di cenere nella s-cionfetta, riempitela di braci per due terzi della sua capienza, e copritele con una coltre di cenere. Ponete lo scaldino in mezzo al tavolo, sistemateci sopra il dian della Bagna che in questo modo si manterrà alla temperatura ottimale per tutta la serata. Se non disponete di simili attrezzature ripiegate sul trespolino della fondue bourguignonne e sul relativo fornelletto ad alcool, ma badate di sorvegliarne attentamente la fiamma in modo tale che la bagna non frigga mai, o all’opposto, non si raffreddi troppo. Stessa regola se usate i pignattini “fujot” in terracotta. L’ACCADEMIA ITALIANA DELLA CUCINA HA DEPOSITATO LA RICETTA CANONICA DA UN NOTAIO La Delegazione di Asti, in data 7 febbraio 2005, ha registrato una ricetta “da ritenersi la più affidabile e tramandabile”. Depositata a Costigliole d’Asti con registrazione sottoscritta dal notaio Marzia Krieg, è stata scelta dalla commissione di studio che si è più volte riunita per assaggi e confronti. Ingredienti per 12 persone 12 teste di aglio, 6 bicchieri da vino di olio d’oliva (extravergine, ndr) e, se possibile, un bicchierino di olio di noci, 6 etti di acciughe rosse di Spagna Tagliare a fettine gli spicchi d’aglio precedentemente svestiti e privati del germoglio. Porre l’aglio in un tegame di coccio, aggiungere un bicchiere d’olio e iniziare la cottura a fuoco bassissimo rimescolando con il cucchiaio di legno e avendo cura che non prenda colore; aggiungere poi le acciughe dissalate, diliscate, lavate nel vino rosso e asciugate, rimestandole delicatamente. Coprire con il restante olio e portare l’intingolo a cottura a fuoco lento per una mezz’oretta, badando che la bagna non frigga. Al termine della cottura si potrà aggiungere, se piace un sapore più morbido, un pezzetto di burro freschissimo. Versare la bagna negli appositi “fujot” fornellini di coccio e accompagnarla con le seguenti verdure: crude: cardi gobbi di Nizza, topinambur, cuori di cavolo bianco, indivia e scarola, peperoni freschi e sotto graspa, cipollotti crudi inquartati e immersi nel vino barbera; cotte: barbabietole rosse, patate lesse, cipolle al forno, zucca fritta, peperoni arrostiti. È tradizione raccogliere alla fine lo “spesso della bagna” strapazzandovi dentro l’uovo. UN PIATTO VARIEGATO PROMOSSO DAL DIETOLOGO GIORGIO CALABRESE Aglio, acciughe, olio ed è subito Bagna Cauda! Ma oltre al sapore c’è di più. Ecco cosa ci regalano questi tre ingredienti della dieta Mediterranea. L’aglio ha molte buone proprietà. Svolge un’azione benefica sulla pressione alta e di contenimento del colesterolo cattivo LDL. Il principio attivo allicina è un anticoagulante che contrasta l’aggregazione piastrinica quindi la formazione di coaguli. I composti dello zolfo che esso contiene sono anti-microbici, specialmente sulle vie urinarie. L’olio extra vergine d’oliva è ricco di acido oleico, linoleico e linolenico oltre che di abbondanti antiossidanti naturali, antinvecchiamento. I composti fenolici svolgono attività antiinfiammatorie. L’olio extravergine è utile nella prevenzione di degenerazioni cancerogene in diversi organi. Infine le acciughe salate sciolte nella bagna la insaporiscono arricchendola di proteine nobili. È il pesce azzurro, ricco di Omega-3 e non solo, contiene anche riboflavina, niacina, calcio, ferro, fosforo e selenio. Un concentrato di protezione per vasi sanguigni e membrane cellulari. Per non parlare dei benefici, da tutti riconosciuti, che le verdure crude e cotte apportano all’alimentazione. In conclusione la Bagna Cauda, se gustata senza esagerare nelle dosi, accompagnata da non eccessive quantità di pane e senza eccessi con il vino, coniuga benessere e piacere. IL COMMENTO DI CARLIN PETRINI Bagna cauda: un cibo slow che esalta la biodiversità e ci rende aperti La bagna cauda è un piatto che ha il potere di socializzare i commensali. L’”intingimento” lento di tutte le verdure di stagione e del territorio in questa salsa calda, accompagnato da grissie di pane, da sorsi di buon vino rosso e giovane, non può che fraternizzare; ancora una volta i prodotti della terra ci conducono al piacere della tavola. La bagna cauda è cibo slow da consumare lentamente senza l’occhio sull’orologio per paura di fare tardi. La bagna cauda è un piatto emblematico soprattutto perché ci racconta bene cos’è l’identità, a scanso di equivoci. Non c’è dubbio che per i piemontesi rappresenti un simbolo culturale importante, ma pensateci bene: gli ingredienti principali non sono piemontesi. Acciughe e olio sono prodotti tipici della vicina Liguria. Ecco allora che comprendiamo come ciò che dichiariamo identitario non è quasi mai riconducibile a qualcosa di fisso nel passato, immutabile, ma è sempre frutto di scambi, scontri e incontri, un qualcosa che è in continuo, anche se lento, cambiamento. Vale la bella metafora delle radici che ha usato Massimo Montanari, grande storico dell’alimentazione: spesso parliamo con orgoglio delle nostre radici, vogliamo difenderle da non si sa bene quale minaccia esterna, e le consideriamo un qualcosa di intoccabile e puro appartenente alla nostra storia. In realtà, a ben vedere, le radici di un albero però non riconducono mai a un punto fisso di purezza, si diramano nelle direzioni più inaspettate, anche molto lontano dal tronco della pianta e in profondità. La bagna cauda è piemontese perché i piemontesi viaggiavano, facevano commerci con i vicini liguri, perché scambiavano con altre culture. Del resto è la stessa cosa per tutti gli altri simboli identitari gastronomici: si pensi soltanto alla pasta al pomodoro, l’italianità per eccellenza. Né la pasta né il pomodoro sono di antica origine italiana. La tecnica per la pasta è stata importata dagli arabi che ne rivendicano l’invenzione con altre culture asiatiche, mentre il pomodoro proviene dalle Americhe ed è arrivato qui soltanto in seguito alla loro “scoperta”. Il cibo, come sempre, ci rivela chi siamo. Siamo il frutto di un’interconnessione continua con il resto del mondo, con ciò che ci circonda, con ciò cui veniamo in contatto. E la diversità è l’unica cosa che può garantirci un futuro migliore: è la più grande forza creativa che l’uomo abbia a disposizione. Per questo chi ama il cibo deve amare la diversità, tanto quella naturale – la biodiversità – quanto quella culturale, che in fondo ne è una proiezione mediata dall’uomo, perché il cibo è natura che diventa cultura. Senza diversità siamo persi, peggiora la qualità della vita, non si riusciranno a risolvere i problemi che nascono in agricoltura e in tutte le altre nostre attività. Non riusciremo ad affrontare le crisi senza creare altri problemi. A volte tanta diversità genera insicurezza, per questo abbiamo la forte tentazione di ridurla, di rendere tutto uguale, di omologare, ma non c’è niente di più rischioso. Ecco, la bagna cauda ci racconta anche dell’importanza della diversità, tra le tante cose che riesce a veicolare, oltre ai ricordi di convivialità che riaffioreranno in ciascun piemontese appena la sente nominare. È la nostra identità, e ci raccomanda di restare un popolo aperto. LA BAVAGLIOTECA DEL BAGNA CAUDA DAY Fin dalla prima edizione del Bagna Cauda Day, i bagnacaudisti hanno ricevuto in omaggio un bavAGLIOlone in tessuto da indossare per proteggersi da spiacevoli e inevitabili “incidenti di bagna”. Ogni anno il bavaglio è stato impreziosito da un nuovo disegno esclusivo che lo ha fatto considerare un oggetto da collezione, al punto da essere incorniciato ed esposto in alcuni locali dell’evento. Ne è nata una prestigiosa e invidiabile “bavaglioteca”. 2013 – Il bavaglio del primo Bagna Cauda Day è stato arricchito da quello che da lì in avanti è diventato il logo ufficiale della manifestazione, realizzato da Luciano Rosso. 2014 – è stato l’astigiano Paolo Fresu il primo artista a realizzare un disegno originale per il bavaglio del Bagna Cauda Day. “A qualcuno piace cauda” il motto che è comparso con l’avvenente acciuga a bagno in un fujot acceso. 2015 – “La cauda è musica” è stata la frase scelta dal pittore Giancarlo Ferraris di Canelli che ha raffigurato un festoso happening musicale tra acciughe e verdure. Questo bavaglione è stato tirato anche in edizione speciale con il logo dell’adunata Nazionale degli Alpini di Asti nel maggio 2016 2016 – è stato affidato al vignettista astigiano Antonio Guarene il compito di ornare il quarto bavagliolo, da una cornucopia, portata in volo da un angioletto chef, fa cadere verdure e acciughe in un fujot. “Siamo tutti nella bagna” lo slogan di quell’edizione 2017 – Il quinto bavaglio è stato firmato da Luigi Piccatto, uno degli autori storici del fumetto italiano. Con la collaborazione di Renato Riccio, ha immaginato una marcia trionfale di conquista del “castello” (in versione fujot) un esercito di verdure, olio, aglio, acciughe, con drappi e bandiere 2018 – Verdure e acciughe sono salite su un fujot per andare in gita. Nel disegno di Massimo Ricci, pittore e illustratore di Nizza Monferrato, c’è il testo dell’immancabile coro di quell’allegra compagnia: “Quel mazzolin di cardi… che vien dalla campagna… e bada ben che qui si bagna” 2019 – Una Bagna Cauda da cinema ha disegnato Giacomo Ghiazza che vive a Los Angeles dove lavora come story board per le principali Case cinematografiche di Hollywood 2020 – Il motto “Bagna cauda in corpore sano” con il disegno di Elena Pianta, astigiana che collabora con la Walt Disney e l’editore Bonelli. Ha interpretato la capacità della bagna cauda di far stare in salute con una proposta di fumenti benefici davvero speciale. 2021 – “Quarta dose!” così il fumettista e illustratore Sergio Ponchione ha interpretato lo slogan dopo le vaccinazioni contro il covid, facendo riferimento alle note qualità antisettiche dell’aglio, che certamente favorisce il distanziamento sociale 2022 – Una “Bagna Mundial” è lo slogan che accompagna il disegno di Carlotta Castelnovi, giovane artista astigiana: il profumato evento cade in contemporanea ai mondiali di calcio in Qatar, da cui l’Italia è esclusa. La partita migliore si gioca nel fujot del Bagna Cauda Day! 2023 – “Bagna Pax: mettete dei cardi nei vostri cannoni” è il messaggio dell’edizione di quest’anno divenuto purtroppo ancor più di attualità. Abbiamo affidato a Gino Vercelli, fumettista di vaglia, il compito di disegnare lo slogan. 2024 – “Esageruma nen il mondo è di tutti” interpretato dalla giovane artista Giorgia Sanlorenzo. Un forte richiamo a difendere il pianeta Terra, la nostra casa comune così bistrattata. Esageruma nen è un’espressione piemontese che significa non esageriamo. 2025 – L’edizione 2025 è illustrata da Raffaele Iachetti: protagonista, una grande testa d’aglio che campeggia sul motto “Usiamo la testa”, un invito ironico ma profondo a riflettere, in un tempo che ci chiede di tornare a pensare con la nostra testa 2026 – A firmare l’edizione 2026 è Pedro Porro, giovane artista che ha scelto di accompagnare il motto “Questo bavaglio ci rende liberi”, scelto tra centinaia suggeriti dai bagnacaudisti lo scorso anno, con un’immagine molto personale: una Volvo Polar rossa che percorre il mondo. Non è un’auto qualsiasi. È la Volvo Polar di suo padre GianLuigi Porro, scomparso nel giugno scorso che ha partecipato con quell’auto alla Carovana della bagna cauda con le auto d’epoca. Nel disegno diventa un’immagine di viaggio e libertà, ma anche un modo affettuoso per continuare a portare con sé una persona cara. La Redazione
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Vino, CCIAA Verona: assegnati i 7 nuovi Best of Wine Tourism 2027 Arrow Right Top Bg

17 Ottobre, 2026

Vino, CCIAA Verona: assegnati i 7 nuovi Best of Wine Tourism 2027

  Monte del Frà, Monteleone21, Cantina Bio Annafrancesca, Siridia, Azienda Agricola Val di Venere, viaggia e assapora e villa del brolo i vincitori premiati ieri sera.   Verona incorona i nuovi big dell’enoturismo. Sono sette i vincitori del Best of Wine Tourism 2027, proclamati ieri sera alla Camera di Commercio nell’ambito della decima edizione del premio. Selezionate tra una rosa finale di tre candidati per ciascuna categoria, le realtà premiate rappresenteranno a fine mese la città scaligera nel confronto internazionale con i finalisti delle Great Wine Capitals, la rete che riunisce undici “capitali” internazionali a forte vocazione enologica ed enoturistica. Sarà infatti in occasione della plenaria annuale di GWC, in programma quest’anno in Nuova Zelanda (Hawke’s Bay, 18 – 22 ottobre), che tra i sette vincitori veronesi verrà scelto il Global Best of Wine Tourism. La stessa selezione sarà effettuata per ciascuna delle altre città aderenti alla rete. Il riconoscimento “Arte e cultura” è andato a Monte del Frà, l’azienda di Sommacampagna che ha saputo trasformare la cantina in un polo artistico d’eccellenza tramite il progetto Art-Winery. Nella categoria “Esperienze Enogastronomiche” spicca Monteleone21, l’offerta firmata da Masi in Valpolicella che ha fornito agli ospiti un’immersiva “Gourmet Wine Experience” seguendo sempre il profilo del calice, all’interno di una scenografia architettonica capace di garantire un’accoglienza versatile. Nelle “Pratiche sostenibili nell’enoturismo” si è distinta la Cantina Bio Annafrancesca di Legnago che ha trasformato il vigneto in un’oasi di biodiversità dove la tutela dell’ambiente e l’amore per il territorio della Pianura dei Dogi si fondono in un racconto elegante e sincero. Il premio “Esperienze Innovative nell’Enoturismo” è stato assegnato a Siridia di Negrar, per aver reso la degustazione un viaggio guidato dalla filosofia della Winefulness, unendo prodotti pioneristici al rispetto della Valpolicella, tutelandole la biodiversità a zero consumo di suolo. Sul fronte della “Ricettività” l’Azienda Agricola Val di Venere della Valpantena ha creato un’innovativa offerta di glamping, capace di regalare agli ospiti un’immersione totale nel territorio tra esperienze e degustazioni di vini biologici e naturali. Per quanto riguarda i “Servizi per l’Enoturismo” , la realtà Viaggia e Assapora ha reso la passione per il territorio un’offerta enoturistica inclusiva e priva di barriere, creando itinerari che permettono di vivere esperienze enoturistiche accessibili a tutti. Infine, il premio “Architettura e Paesaggio” è stato assegnato a Villa del Brolo di Mezzane di Sotto per l’attento restauro conservativo che fonde l’eleganza contemporanea con antichi dettagli, offrendo agli ospiti un’accurata accoglienza dalla Famiglia Furia. Paolo Arena, presidente della Camera di Commercio di Verona Il vino rappresenta un asset strategico per Verona, non solo sul fronte produttivo ma anche per il potenziale legato all’enoturismo. La nostra provincia è già capace di attrarre ogni anno milioni di visitatori da tutto il mondo: la sfida è fare in modo che una parte sempre più significativa di questi arrivi scelga di vivere anche un’esperienza legata al vino, alle cantine e ai territori. Ma per cogliere pienamente questa opportunità serve una strategia strutturata e condivisa, capace di rendere la crescita dell’enoturismo più solida e continuativa. In questa direzione, l’adesione alla rete GWC – conclude Arena – rappresenta uno strumento importante per rafforzare relazioni e alleanze internazionali e accrescere ulteriormente l’attrattività enoturistica di Verona. I premi assegnati ne sono una concreta dimostrazione: le nostre cantine sanno offrire esperienze di alto livello, in grado di rispondere alle aspettative di un pubblico internazionale sempre più esigente. Ministro della Cultura Gianmarco Mazzi Il Best of Wine Tourism è un riconoscimento importante perché il vino racconta il territorio, il lavoro delle sue imprese, le tradizioni e la storia delle comunità. L’enoturismo in Italia vale 3 miliardi di euro ed è in continua crescita. È una leva strategica per la nostra Nazione perché integra paesaggio, cultura, gastronomia e ospitalità generando ricchezza per i nostri territori. Great Wine Capitals Global Network (GWC) è una rete internazionale nata nel 1999 che riunisce alcune delle principali città e regioni vitivinicole del mondo, accomunate dal fatto che il vino rappresenta un elemento centrale della loro identità economica, culturale e turistica. Oggi il network comprende 11 “capitali del vino”: Adelaide (Australia), Bilbao Rioja (Spagna), Bordeaux (Francia), Hawke’s Bay (Nuova Zelanda), Losanna (Svizzera), Mainz (Germania), Mendoza (Argentina), Porto (Portogallo), San Francisco/Napa Valley (USA), Valparaíso/Casablanca Valley (Cile) e Verona, unica rappresentante italiana della rete.  GWC favorisce lo scambio di esperienze e know-how tra i territori membri, sviluppa progetti comuni in ambito turistico, economico e formativo e promuove innovazione e sostenibilità nella filiera vino-turismo. Una delle iniziative più conosciute è il Best Of Wine Tourism, premio internazionale che valorizza cantine e operatori capaci di distinguersi per qualità e innovazione dell’offerta enoturistica, dall’architettura alla ristorazione, dall’arte alla sostenibilità. Shortlist Best of Wine Tourism  2027 (in grassetto i vincitori): Architettura e Paesaggio: Cantina Valetti, Giardino di Pojega – Villa Rizzardi, Villa del Brolo Arte e Cultura: Farina Wines, Zeni 1870, Monte del Frà Esperienze Enogastronomiche: Antica Bottega del Vino,  Villa De Winckels, Monteleone21 Esperienze Innovative nell’Enoturismo: Azienda Agricola Fugolo Gianluca, Cà Rugate, Siridia Pratiche Sostenibili nell’Enoturismo: Cantina Le Carezze, Cantina Leonildo Pieropan, Cantina Bio Annafrancesca Ricettività: Castrum Wine Relais & Bistrò, I Tamasotti, Azienda Agricola Val di Venere Servizi per l’Enoturismo: Strada del Vino Valpolicella, Verona Local Dreamer, Viaggia e Assapora La Redazione
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Troia Wine Route per la prima volta in Italia la nuova rotta del vino di Çanakkale Arrow Right Top Bg

17 Ottobre, 2026

Troia Wine Route per la prima volta in Italia la nuova rotta del vino di Çanakkale

  Cinque produttori, quattro vitigni autoctoni e un progetto che unisce vino, archeologia, paesaggio, gastronomia e ospitalità   Arriva per la prima volta in Italia la Troia Wine Route, il nuovo itinerario enoturistico sviluppato nella regione di Çanakkale, nella Türkiye nord-occidentale. Il progetto è stato presentato a Roma nel corso di un incontro promosso dall’Ambasciata di Türkiye, con l’obiettivo di far conoscere al pubblico e alla stampa specializzata italiana un territorio caratterizzato da varietà d’uva locali, da produttori con storie profondamente diverse tra loro e da un legame con la vite che affonda le radici molto prima della nascita del moderno turismo del vino. Un itinerario nella Troade, tra vigneti e archeologia Il progetto si sviluppa nell’antica regione della Troade, corrispondente in larga parte all’attuale provincia di Çanakkale, e mette in rete le aziende vinicole della penisola di Gallipoli, dell’area di Eceabat e dell’isola di Bozcaada con alcuni dei principali luoghi culturali del territorio, a partire dall’Antica Città di Troia e dal Museo di Troia. Non si tratta dunque di una semplice sequenza di visite in cantina, ma di un percorso pensato per integrare degustazioni, paesaggio, archeologia, cucina e soggiorno in un’unica proposta di viaggio. L’obiettivo dichiarato è trasformare la tradizionale visita in cantina in un’esperienza di viaggio più ampia, da vivere nell’arco di due o tre giorni. Degustazioni, patrimonio culturale, cucina locale e ospitalità vengono così integrati in un unico prodotto turistico, concepito per incentivare soggiorni più lunghi e una conoscenza più approfondita del territorio, in controtendenza rispetto alla visita mordi e fuggi. Le varietà autoctone al centro del progetto Uno degli aspetti centrali della Troia Wine Route è la valorizzazione del patrimonio ampelografico locale, considerato non semplicemente materia prima per la produzione vinicola, ma parte integrante dell’identità agricola della regione. A Bozcaada, storicamente conosciuta con il nome di Tenedo, il Bozcaada Çavuşu rappresenta una delle uve più rappresentative del territorio: si distingue per acini di grandi dimensioni e un profilo aromatico marcato, e nel 2020 ha ottenuto il riconoscimento di indicazione geografica. Accanto al Çavuşu si trova il Vasilaki, varietà bianca a maturazione precoce. Entrambe le uve danno origine generalmente a vini leggeri e aromatici, con acidità contenuta, e si prestano sia alla vinificazione in secco sia a produzioni da uve appassite. Tra le uve rosse spicca il Kuntra, conosciuto anche come Karasakız, diffuso tra Bozcaada e l’area di Bayramiç, da cui si ottengono vini dal corpo agile, tannini contenuti e profili in cui possono emergere note di ciliegia e ribes rosso. Il Karalahna esprime invece una maggiore struttura, con richiami a frutti neri, spezie e terra, una trama tannica più decisa e una migliore attitudine all’affinamento. La tutela di queste varietà è uno degli obiettivi dichiarati del progetto, che punta a preservare il patrimonio viticolo locale a fronte della crescente diffusione dei vitigni internazionali. La valorizzazione delle uve tradizionali diventa così un elemento distintivo tanto della produzione vinicola quanto dell’offerta enoturistica complessiva della regione. I protagonisti della rete: cinque cantine, storie diverse La rete riunisce oggi cinque produttori vinicoli e una struttura alberghiera, ma le realtà che ne fanno parte raccontano percorsi produttivi molto differenti tra loro. A Eceabat, Asmadan Bağcılık ve Şarapçılık coltiva i propri vigneti sulla penisola di Gallipoli, in un’area esposta ai venti dell’Egeo settentrionale. Sempre a Eceabat opera Etruscan Bağcılık ve Şarapçılık, che ha sviluppato il proprio progetto vitivinicolo a partire da approfonditi studi sui suoli e sulle condizioni climatiche della zona, lavorando esclusivamente uve provenienti dal proprio vigneto. A Bozcaada si incontrano invece realtà dalla storia più lunga e radicata. Çamlıbağ Bağcılık ve Şarapçılık è legata da generazioni alla viticoltura dell’isola e continua a lavorare anche varietà tradizionali come il Kuntra. Talay Bağcılık ve Şarapçılık, altra presenza storica della produzione locale, coltiva e vinifica diverse uve tipiche dell’isola, tra cui Çavuş, Vasilaki, Karalahna e Karasakız. Completa il gruppo dei produttori Yükseltan Bağcılık ve Şarapçılık, attiva nell’area di Gallipoli, mentre Çanakkale Avec Hotel rappresenta il primo tassello dedicato all’ospitalità all’interno della rete, a testimonianza della volontà di costruire un’offerta integrata tra produzione e accoglienza. Una storia del vino che precede la rotta Il progetto contemporaneo si innesta su una geografia in cui la presenza della vite ha radici molto più antiche. La Troade comprendeva centri come Madytos, Lampsakos, Skepsis, Tenedos, Neandria e Alexandria Troas, luoghi che testimoniano l’importanza storica della viticoltura nell’area. Le fonti letterarie, archeologiche ed epigrafiche costituiscono infatti uno dei punti di partenza utilizzati per costruire l’identità narrativa della rotta. Anche l’Iliade contiene riferimenti al vino e al suo ruolo nella vita quotidiana e rituale: nel VI libro, ad esempio, Ecuba offre del vino a Ettore prima del suo ritorno in battaglia. Il richiamo a Omero assume così un significato preciso, collocando la produzione contemporanea all’interno di una lunga storia agricola e culturale, senza però trasformare il mito nell’unica chiave narrativa della destinazione. Da questa lettura nasce il concetto di “memoria della terra” scelto dal progetto: dalle stratificazioni archeologiche di Troia ai vigneti dell’Egeo settentrionale, il suolo conserva tracce di conoscenze, pratiche produttive e comunità che si sono succedute nel corso dei secoli. Anche il paesaggio contribuisce a differenziare la produzione: i vigneti sono distribuiti tra penisola, costa e ambiente insulare, in un territorio costantemente esposto all’influenza del mare e dei venti dell’Egeo settentrionale. Queste condizioni ambientali incidono sul carattere agricolo dell’area e contribuiscono a definire l’identità delle diverse zone viticole comprese nella rotta. Un enoturismo oltre la stagione estiva La Troia Wine Route nasce anche per modificare il modo in cui questa parte della Türkiye viene visitata. Una quota importante dei flussi turistici regionali è oggi concentrata nei mesi estivi e nei fine settimana; vino e gastronomia consentono invece di costruire motivazioni di viaggio legate anche alla primavera, alla vendemmia e all’autunno, affiancandosi a un patrimonio archeologico fruibile durante tutto l’anno. L’obiettivo indicato dal progetto è estendere progressivamente l’attività turistica lungo un arco di sette-otto mesi, favorendo soggiorni più lunghi e una presenza internazionale più consistente. La prospettiva è quella di utilizzare l’enoturismo non come prodotto isolato, ma come strumento per distribuire meglio i flussi sul territorio e lungo il calendario. La dimensione internazionale è parte integrante di questa strategia: tra le linee di sviluppo figurano la promozione sui mercati esteri, la collaborazione con il settore turistico e il futuro collegamento con reti europee dedicate alle strade del vino. Una destinazione in costruzione La presentazione di Roma porta quindi in Italia non soltanto nuove etichette da conoscere, ma una destinazione enologica in fase di costruzione. La Troia Wine Route prova a tenere insieme produzioni storiche e aziende contemporanee, varietà autoctone e ospitalità, vigneti e patrimonio culturale, offrendo alla stampa di settore e agli operatori del turismo enogastronomico un nuovo punto di osservazione sulla Türkiye nord-occidentale. Una rotta che aggiunge così una nuova lettura alla Troade: non soltanto terra di archeologia e mito, ma territorio del vino, della vite e dell’enoturismo contemporaneo. La Redazione
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