L'ABC della Degustazione

 

Ti affascina il vino, ma ti senti a disagio a partecipare a una degustazione?
Hai paura di fare brutta figura, temi di non capire i termini tecnici o pensi che sarà noioso?

Anch’io mi sono sentita così all’inizio. Partecipavo a degustazioni con entusiasmo, ma spesso facevo fatica a seguire e a capire cosa stessi assaggiando. Da questa esperienza è nato il desiderio di creare qualcosa di diverso: un format che elimini queste difficoltà e renda il vino accessibile e divertente per tutti.

Così è nata l’ABC della Degustazione, un’esperienza studiata per trasformare la scelta e la degustazione del vino in un vero viaggio sensoriale e narrativo. Un percorso che avvicina chiunque al vino con curiosità, attenzione e stupore, stimolando i sensi e aprendo le porte a un mondo fatto di emozioni, cultura e storie da scoprire.
In questa rubrica Alessandra esplora questo mondo fatto di storie e sensazioni, di passioni e segreti così che ogni bottiglia possa diventare un racconto vivo, fatto di persone, luoghi e tradizioni.

Cantina L'Avventura Piglio Arrow Right Top Bg

20 Ottobre, 2026

ABC della degustazione con L'Avventura

  Da un’idea nata davanti a un bicchiere di vino fino a una cantina da 65.000 bottiglie l’anno. A Piglio, Stefano e Gabriella hanno trasformato L’Avventura in un progetto che unisce Cesanese, Passerina, agricoltura organico-rigenerativa e inclusione sociale, dimostrando come il vino possa diventare strumento di relazione, territorio e felicità condivisa.   La storia che racconto oggi è nata in modo semplice, davanti a un bicchiere di vino e a un panorama. Stefano e Gabriella erano seduti sulla terrazza di quella che, qualche anno più tardi, sarebbe diventata la loro casa. Sorseggiando un calice guardando i vigneti intorno, hanno pensato di provare a fare il vino. Una di quelle idee che arrivano leggere, quasi per gioco, e che poi, piano piano, iniziano a prendere posto nella vita. Era il 2015 quando ad agosto comprarono il primo terreno. Poco dopo scoprirono di avere pochissimo tempo per utilizzare i diritti di impianto disponibili: serviva costituire l’azienda agricola in appena quarantotto ore. Sulla strada per il notaio, dentro quella corsa contro il tempo, nacque un nome che sembrava già contenere tutto quello che stavano vivendo: L’Avventura.
E da allora è rimasto lì, sulla porta della cantina, sulle bottiglie, sulle etichette, dentro una storia che nel frattempo è cresciuta molto più di quanto probabilmente avrebbero immaginato quel giorno. La prima vendemmia arrivò nel 2016, con circa 5.000 bottiglie di Cesanese e Passerina. C’erano entusiasmo e inesperienza, insieme a tutta quella parte del vino che ha poco a che vedere con il romanticismo delle vigne: pratiche, etichette, burocrazia, produzione, vendita. Un mondo da imparare mentre l’azienda prendeva forma.
I vigneti sono aumentati nel tempo, insieme alle vecchie vigne recuperate da persone del territorio che non riuscivano più a occuparsene. Ogni appezzamento ha portato con sé qualcosa di diverso: un suolo, un’esposizione, una temperatura, una storia. Oggi quelle differenze si ritrovano nel bicchiere e raccontano, ognuna a modo proprio, il territorio da cui provengono. Nel 2019 è arrivato il Casale Verdeluna che è uno dei dettagli più belli di questa storia: era proprio quella casa dalla cui terrazza, qualche anno prima, Stefano e Gabriella avevano immaginato di fare vino.
Prima di comprarla, Stefano aveva già iniziato a occuparsi dei vigneti della proprietà. In qualche modo quel luogo era entrato nella loro vita prima ancora di diventare loro.
Da allora L’Avventura ha trovato qui la propria casa, tra cantina, vigneti, ristorazione e accoglienza. Un luogo dove il vino si produce, si racconta e si vive. Oggi la produzione è arrivata intorno alle 65.000 bottiglie, una crescita importante rispetto a quelle prime 5.000. La filosofia, invece, parte ancora dallo stesso punto: la vigna.
L’agricoltura biologica è stata una scelta fin dall’inizio. Negli ultimi anni il lavoro si è orientato verso un’agricoltura organico-rigenerativa, con una particolare attenzione alla vitalità del terreno. Le erbe spontanee vengono lasciate crescere, il favino viene utilizzato per il sovescio e le lavorazioni del suolo sono ridotte al minimo.
È una viticoltura che chiede tempo e osservazione. Nei periodi di siccità, la differenza si percepisce anche sotto i piedi: un terreno vivo riesce a conservare meglio l’umidità e a mantenere la propria struttura. Negli anni, nelle vigne più vecchie, Stefano e Gabriella hanno visto cambiare anche le uve, con bucce più spesse, colori più intensi e una maggiore concentrazione che per il Cesanese, un vitigno delicato e tutt’altro che semplice da accompagnare durante l’anno, è un aspetto prezioso. Qui lo si interpreta cercando soprattutto equilibrio. Struttura, intensità, ma anche quella piacevolezza che permette al vino di arrivare al bicchiere senza chiedere troppo a chi lo beve. Campanino, affinato in acciaio, è la versione più fresca e immediata.
Picchiatello mette insieme acciaio e grandi contenitori di legno, lasciando al vino il tempo di trovare il proprio equilibrio.
Amor è più morbido e avvolgente, con il passaggio in barrique a regalargli rotondità e una maggiore componente aromatica.
Camere Pinte ha invece un passo diverso. Nasce da vigne vecchie e da nuovi impianti dedicati a una produzione più selezionata, con rese più basse e un affinamento più lungo. Nel bicchiere arriva profondo, elegante, complesso. È stato proprio Camere Pinte a regalare a L’Avventura una delle soddisfazioni che Stefano e Gabriella ricordano con più piacere: durante una masterclass a Vinitaly, in una degustazione che comprendeva anche il Sassicaia 2018, fu il vino dell’azienda a raccogliere il maggior numero di preferenze. La Passerina occupa un altro posto speciale, essendo stata uno dei primi vini prodotti dall’azienda. Vinificata in purezza, al naso è delicata, con agrumi, pera e fiori bianchi; in bocca cambia registro, mostrando sapidità, struttura e una persistenza che sorprende.
Da questa uva nasce anche Con Te Lollo (o Conte Lollo come lo chiamano scherzosamente loro), la versione passita dedicata a Lorenzo, figlio di Stefano. Le uve vengono selezionate e lasciate appassire prima della pressatura. Il risultato è un vino completamente secco, ricco e morbido, nel quale l’appassimento amplifica la parte aromatica senza perdere equilibrio. A L’Avventura anche i nomi delle bottiglie hanno qualcosa da raccontare. Saxa richiama la pietra dei Monti Ernici e porta sull’etichetta i colori della terra, del cielo e del sole. Sciamante nasce dall’unione tra “scia” e “spumante”, con un richiamo alla notte di San Lorenzo, patrono di Piglio. Picchiatello arriva invece dal nome con cui Stefano e i suoi amici si chiamavano da bambini. Amor custodisce una coincidenza curiosa. Il nome apparteneva già alla precedente attività agricola del casale e soltanto in seguito si sono accorti che, letto al contrario, diventa Roma. Anche il logo della cantina racconta una piccola storia: un albero, un grappolo d’uva, un trattore e due mani che si stringono. La natura, il lavoro, il vino e le persone riuniti in un’unica immagine. Sotto il nome L’Avventura c’è una frase: “Produttori di felicità”. Accanto al vino esiste un progetto di inclusione che coinvolge persone con disabilità nelle attività agricole, nella vendemmia, nella trasformazione dell’uva e nei laboratori creativi. Alcuni filari vengono affidati ai partecipanti, che possono vivere concretamente il lavoro della vigna e seguire l’uva nel suo percorso.
Sono nate anche ventidue etichette a partire dai loro disegni, diventate bottiglie destinate alla raccolta fondi.
Mi è rimasta impressa l’idea di quei disegni: qualcosa nato dalla creatività di una persona che diventa parte di una bottiglia, viaggia, arriva su una tavola e incontra qualcun altro. Un piccolo segno capace di uscire dal proprio mondo e continuare il viaggio.
C’è anche il teatro, con un laboratorio che accompagna i partecipanti per mesi fino allo spettacolo finale.
Il vino rimane il cuore de L’Avventura, ma intorno a quel vino si è costruito un mondo fatto di persone, relazioni, esperienze e possibilità. La terrazza da cui tutto è partito, Stefano e Gabriella seduti davanti a quelle vigne, con un’idea ancora tutta da immaginare.
Da allora sono arrivate migliaia di bottiglie, nuovi vigneti, una cantina, un ristorante, persone e incontri che hanno dato al progetto una forma diversa. Stefano e Gabriella non avevano bisogno di sapere fin dall’inizio dove li avrebbe portati un’idea. A loro è bastato riconoscerla e avere la giusta dose di follia per seguirla. Quella terrazza è ancora lì e continua a guardare le vigne. Solo che oggi, al posto di un pensiero detto per gioco, ci sono bottiglie, persone e un luogo che ha imparato a raccontare la propria storia attraverso il calice.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
Leggi
ABC della Degustazione con Villa Simone Arrow Right Top Bg

13 Ottobre, 2026

ABC della Degustazione con Villa Simone

  Villa Simone protagonista di ABC della Degustazione in un percorso tra Frascati, Malvasia e Cesanese. Un racconto che unisce vino, cucina e territorio, mostrando come gli abbinamenti possano trasformare ogni calice in un’esperienza capace di rivelare nuove sfumature.   Il vino incontra la cucina Spesso in alcune serate in cui il vino arriva al tavolo e si prende immediatamente tutta l’attenzione.  Per fortuna ce ne sono altre in cui il vino trova qualcuno con cui parlare. Quella sera, a raccontare la storia di Villa Simone, c’erano i calici, certo, ma anche una cucina raffinata, piatti pensati con cura e un ristorante capace di trasformare una degustazione in un vero percorso gastronomico. Perché quando vino e cibo vengono messi nelle condizioni giuste di incontrarsi, succede qualcosa di molto interessante: cambia il vino, cambia il piatto e, spesso, cambia anche la nostra percezione di entrambi. A guidarci nel mondo di Villa Simone è stata ancora una volta Sara Costantini, con quella capacità che ormai conosco bene di raccontare la propria famiglia e il proprio territorio con grande naturalezza. Villa Simone nasce nel cuore dei Castelli Romani, a Monte Porzio Catone, in un territorio vulcanico e collinare dove il microclima è influenzato anche dalla vicinanza del mare. La famiglia Costantini lavora qui da generazioni e ha costruito nel tempo una produzione profondamente legata alle varietà autoctone e alla vocazione del territorio. E proprio da qui è iniziato il nostro viaggio. Il primo calice è stato il Malvasia Spumante Brut. Un’apertura vivace e fragrante, con un perlage fine, note di frutta tropicale, fiori bianchi, ginestra e mela verde. La freschezza e la componente minerale gli danno quella piacevolezza che invita immediatamente al secondo sorso. Ma quella sera il calice non arrivava mai da solo. Davanti a noi comparivano piatti curati, eleganti, costruiti per accompagnare il vino senza sovrastarlo. E proprio con il Brut abbiamo iniziato a capire quanto un abbinamento studiato possa cambiare la percezione di quello che abbiamo nel bicchiere. Il vino sembrava acquistare nuove sfumature a ogni boccone. E questo, per me, è uno degli aspetti più belli delle degustazioni ABC: quando smettiamo di chiederci semplicemente “mi piace?” e iniziamo a domandarci “cosa succede se lo assaggio insieme a questo?” Dal perlage siamo passati al secondo vino, il Villa dei Preti Frascati Superiore DOCG. Un’etichetta che nasce dalle uve dei vigneti di Monte Porzio, tra le zone più alte della denominazione, su terreni vulcanici, poco profondi e ricchi di scheletro. Nel bicchiere si presenta giallo paglierino con riflessi verdognoli, con profumi eleganti di pera e fiori bianchi e una bocca sapida e strutturata. È uno di quei vini che raccontano bene cosa significhi parlare di territorio. Perché il Frascati, quando viene prodotto con attenzione, riesce ad avere quella leggerezza che non significa affatto semplicità. C’è freschezza, c’è sapidità, c’è una componente minerale che torna nel finale e che lo rende particolarmente versatile a tavola. E infatti l’abbinamento gastronomico ha continuato a seguirne la direzione, giocando proprio sulla delicatezza e sulla componente sapida. Poi è arrivato La Torraccia a cambiare il ritmo della serata. Un rosso che porta con sé una storia familiare molto particolare: le prime etichette firmate da Piero Costantini risalgono agli anni Settanta, quando dai vigneti di famiglia produceva il Rosso Piceno “La Torraccia”, che venne inserito anche nel catalogo Bolaffi di Luigi Veronelli tra i migliori vini del mondo. Oggi quello stesso nome vive in una nuova espressione, il Lazio IGP di Villa Simone. La sua base è costituita da Cesanese e altre varietà autoctone minori, raccolte manualmente in piccole cassette. La vinificazione prevede macerazione a temperatura controllata e delestage, mentre il vino affina in barrique per un periodo compreso tra sei e dodici mesi. Nel bicchiere è intenso, con profumi di frutti rossi sotto spirito e spezie dolci. Al palato è strutturato e ben equilibrato, caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto a piatti importanti, carni rosse, arrosti e formaggi di media stagionatura. Ed è stato proprio l’incontro con la cucina a far emergere tutta questa parte del vino. La portata che lo accompagnava aveva una presenza completamente diversa rispetto ai piatti iniziali e il calice sembrava adeguarsi, diventando più morbido, più profondo, quasi più narrativo. È in momenti come questo che capisco quanto sia importante, durante una degustazione, non avere fretta di arrivare al vino successivo. Ogni vino ha bisogno del suo tempo e ogni piatto può raccontarne una versione diversa. A chiudere la serata è arrivato il Passito Malvasia del Lazio IGP. Cambiando completamente registro. Il colore giallo oro con riflessi ambrati anticipa un vino intenso e avvolgente, nato dalla surmaturazione naturale delle uve fino all’appassimento, resa possibile dalle caratteristiche dei terreni, dall’esposizione e dal microclima dei vigneti. Al naso arrivano la confettura di albicocca, la frutta secca e una delicata nota di vaniglia. In bocca è dolce, seducente e strutturato. E proprio perché il finale meritava qualcosa di speciale, anche l’abbinamento gastronomico ha seguito la stessa strada, accompagnando il passito verso quella dimensione in cui dolcezza, consistenza e profumi si incontrano. Un ultimo boccone. Un ultimo sorso. E quella sensazione che arriva quando sai che la serata è praticamente finita, ma vorresti rimanere ancora qualche minuto a tavola. Forse è questo che mi è piaciuto di più di questa degustazione con Villa Simone.   Il vino non è mai rimasto isolato. Ha dialogato con il cibo, con il ristorante, con le persone sedute al tavolo e con le storie che Sara ci ha raccontato. Abbiamo attraversato quattro vini e, insieme a loro, quattro momenti completamente diversi: la freschezza delle bollicine, l’eleganza del Frascati Superiore, la profondità de La Torraccia e la dolcezza intensa della Malvasia. Ma soprattutto abbiamo ricordato una cosa che durante le serate ABC mi piace ripetere spesso: degustare significa anche imparare a mettere insieme le sensazioni. Un profumo può ricordarci qualcosa. Un vino può cambiare davanti a un piatto. Una portata può farci scoprire un lato del calice che da soli non avevamo notato. Alla fine, forse, è proprio questo il bello di stare a tavola. Che il vino diventa una parte della storia, ma la storia prende forma davvero quando ci sono persone, cibo e conversazioni da condividere.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi     ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.  
Leggi
ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa Arrow Right Top Bg

6 Ottobre, 2026

ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa

  ABC della Degustazione incontra Casale Vallechiesa: un viaggio tra Frascati, Cesanese e tradizione familiare. Quattro vini, quattro espressioni autentiche del Lazio raccontate dalla voce di chi ogni giorno vive la vigna, custodisce la memoria del territorio e costruisce il futuro della propria cantina.   Quattro vini, quattro anime del Lazio Alcune cantine hanno un legame con il territorio scritto nelle proprie bottiglie. Poche quelle in cui quel legame prende il volto delle persone che ogni giorno scelgono di portarlo avanti. La nostra serata con Casale Vallechiesa ha avuto proprio quel volto: quello di Cristina, anima pulsante della cantina, arrivata a raccontarci la sua realtà con la spontaneità e l’energia di chi quella storia la vive davvero. Accanto a lei, il marito e il figlio Bruno, con cui porta avanti l’azienda cercando un equilibrio continuo tra tradizione e innovazione, tra ciò che è stato tramandato e la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Cristina è una di quelle persone che difficilmente rimangono sullo sfondo. Ha un carattere diretto, solare, curioso, una presenza che arriva immediatamente e che riesce a mettere le persone a proprio agio. Racconta il vino con passione, ma soprattutto racconta le persone che ci sono dietro, le scelte, le difficoltà, le soddisfazioni e quella quotidianità fatta di piccoli passi che, nel tempo, costruiscono una cantina. E mentre parla si capisce una cosa: Cristina non racconta semplicemente Casale Vallechiesa. Cristina è parte della sua storia. Siamo partiti da Frascati, dalle colline vulcaniche dei Castelli Romani, per incontrare una realtà che porta con sé una storia lunga più di un secolo e che ha scelto, nel tempo, di guardare avanti senza perdere il rapporto con le proprie radici. Ed è proprio questo dialogo tra passato e futuro che ha accompagnato tutta la nostra degustazione. Il primo calice è stato Edonè Brut. Un nome che già nell’etichetta sembra suggerire qualcosa di piacevole, luminoso, conviviale. Edonè nasce da uve coltivate su terreni vulcanici con esposizione a sud, raccolte manualmente alla fine di agosto. La vinificazione avviene in bianco, con pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata, mentre la presa di spuma segue il metodo Charmat. Nel bicchiere è luminoso, con un perlage fine e persistente e un profilo fruttato e floreale. Al palato è fresco e sapido. È stato il nostro modo di cominciare la serata: un calice che invita alla conversazione e che, proprio come Cristina, ha qualcosa di immediatamente accogliente. Poi siamo entrati nel cuore della denominazione con Heredio Frascati Superiore DOCG. Heredio nasce da Malvasia del Lazio, Greco e Bombino, da vigne collocate nella zona collinare del Frascati, su terreno vulcanico con esposizione a sud. La raccolta è manuale e le uve vengono sottoposte a una macerazione a freddo sulle bucce, seguita da un affinamento sulle fecce fini e da alcuni mesi in bottiglia. Nel calice troviamo un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e profumi che spaziano dai fiori alla frutta, dalla pesca alle note agrumate. In bocca arrivano freschezza, sapidità e una piacevole componente minerale. Ma anche qui c’è una storia che va oltre la scheda tecnica. Heredio è un nome che parla di eredità. E pensando a Cristina, a suo marito e a Bruno, alla continuità familiare che rappresentano, sembra quasi che quel nome trovi una collocazione perfetta all’interno della serata. Perché un’eredità, nel vino, non significa semplicemente ricevere qualcosa. Significa decidere cosa conservare, cosa cambiare e cosa lasciare a chi verrà dopo. Dal bianco siamo passati al rosato con Rosirà Roma DOC Rosato. Un calice di colore rosa tenue e luminoso, ottenuto da Montepulciano e Cesanese, coltivati su terreni vulcanici esposti a sud. Le uve vengono raccolte manualmente e sottoposte a pressatura soffice intere; il vino fermenta a temperatura controllata e affina in acciaio e successivamente in bottiglia. Al naso è fresco e fruttato, con delicate sfumature floreali. Al palato mantiene quella piacevole immediatezza che lo rende particolarmente versatile. E ancora una volta mi sono ritrovata a pensare a quanto il rosato sia capace di stare in mezzo alle cose: tra bianco e rosso, tra leggerezza e struttura, tra aperitivo e tavola. Un po’ come le storie familiari che cambiano nel tempo senza perdere il filo che le tiene insieme. Poi è arrivato il rosso. Oniro Cesanese IGP Lazio. Qui il protagonista è il Cesanese, coltivato sulle pendici vulcaniche a sud di Roma e vendemmiato manualmente nella seconda metà di ottobre. La vinificazione avviene in rosso, con cappello sommerso e temperatura controllata, mentre il vino affina in acciaio. Nel bicchiere è intenso e profondo, con profumi di frutti rossi, frutti di bosco e spezie. Al palato è morbido, rotondo e vellutato, con tannini ben equilibrati. Un vino che chiude il nostro percorso con maggiore struttura, riportandoci ancora una volta verso uno dei vitigni più identitari del Lazio. E mentre Cristina continua a raccontare, diventa sempre più evidente quanto la sua energia sia parte integrante di quello che Casale Vallechiesa rappresenta. C’è entusiasmo nel modo in cui parla del futuro, ma anche rispetto per ciò che è arrivato prima. C’è curiosità, voglia di sperimentare, attenzione alle persone e soprattutto una grande capacità di coinvolgere chi le sta davanti. È quella passione concreta, fatta di lavoro e di presenza, che spesso si percepisce molto più attraverso una conversazione che attraverso qualsiasi presentazione aziendale. Quattro vini. Quattro interpretazioni diverse dello stesso territorio. Ma soprattutto una storia di famiglia che continua a crescere. Forse è proprio questo il senso più bello di una degustazione ABC: partire da un calice e arrivare alle persone. Dietro Edonè, Heredio, Rosirà e Oniro ci sono vigne, scelte produttive, tradizioni e territori, ma ci sono anche Cristina, suo marito e Bruno, che ogni giorno cercano il loro modo di tenere insieme passato e futuro. In una sera, in enoteca, abbiamo avuto la fortuna di ascoltarlo direttamente dalla voce di chi quella storia la sta scrivendo. Alla fine rimangono i bicchieri vuoti, qualche bottiglia sul tavolo e quella sensazione piacevole che arriva quando una serata riesce a lasciarti qualcosa. Un vino da ricordare. Una persona da conoscere. Una storia da raccontare.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi   ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
Leggi
ABC della Degustazione con Cantina Cìfero Arrow Right Top Bg

29 Settembre, 2026

ABC della Degustazione con Cantina Cìfero

  Una cantina nata da un soprannome, una famiglia che ha scelto di restare e un territorio che continua a raccontarsi attraverso il vino. Nell’incontro con Cantina Cìfero, tra i vigneti di Zagarolo e i calici di ABC della Degustazione, emerge una storia fatta di memoria, visione e legame con la terra.   Una storia di famiglia, territorio e quel pizzico di follia che serve per fare vino Ci sono storie che cominciano molto prima di una bottiglia. Cominciano da una persona, da una terra e da un soprannome destinato, molti anni dopo, a diventare il nome di una cantina. Quella di Cantina Cìfero parte nel dopoguerra, quando il nonno di Maria Laura, in un periodo in cui molti lasciavano la campagna per cercare fortuna in città, decise di andare nella direzione opposta: investire nella terra, acquistare terreni e costruire, passo dopo passo, qualcosa che potesse durare nel tempo. Era un uomo intraprendente, curioso, con quella capacità di trovare sempre una soluzione, anche quando sembrava non esserci. Ed è proprio da qui che arriva quel nome così particolare: Cìfero, nato da Lucifero. In dialetto, infatti, si diceva di lui che “ne sapeva una più del diavolo”. Un soprannome che raccontava bene il suo carattere e che, anni dopo, sarebbe diventato il nome della realtà di famiglia. Quella storia è arrivata fino a noi attraverso Maria Laura, nipote di Cìfero, che ho avuto il piacere di incontrare durante la nostra degustazione, questa volta lontano dalla cantina: ci siamo ritrovati a Roma, nella mia enoteca di fiducia, il luogo dove spesso ABC della Degustazione trova la sua dimensione più autentica. A volte basta una bottiglia, una persona che sappia raccontarla e un tavolo attorno al quale sedersi per iniziare un viaggio. Maria Laura ci ha accompagnato dentro la storia della sua famiglia, raccontando un progetto che nel tempo si è evoluto, fino alla nascita della cantina vera e propria, avviata insieme alla famiglia e poi rinnovata con un importante intervento nel 2020. Ma c’è un altro elemento che rende Cìfero particolarmente interessante: il vino convive con un’importante produzione agricola, quella del kiwi. Tra i vigneti, infatti, si incontrano coltivazioni di kiwi e antichi frutteti di pesche, in un paesaggio agricolo che racconta perfettamente la vocazione di queste colline tra Zagarolo e Colonna. La proprietà si estende per decine di ettari e i vigneti si trovano intorno ai 350 metri di altitudine, in una zona ventilata e luminosa, con lo sguardo che può arrivare verso i Castelli Romani, i Monti Prenestini e, nelle giornate più limpide, fino a Roma. Screenshot Una terra che ha una storia vitivinicola molto più antica di quanto si possa immaginare. A Zagarolo la coltivazione della vite è documentata già in epoca romana e nei secoli il vino ha continuato ad avere un ruolo importante nell’economia del territorio. Negli Statuti di Zagarolo del 1552, per esempio, esistevano vere e proprie disposizioni dedicate alle vigne, alla vendemmia e al commercio del vino. E ancora nell’Ottocento le descrizioni dello Stato Pontificio raccontavano di numerose cantine e grotte scavate nel tufo destinate alla produzione e alla conservazione del vino. È dentro questa storia che abbiamo iniziato la nostra degustazione. Il primo calice è stato il Vermentino. Un vino che ci ha portato immediatamente verso una dimensione fresca e mediterranea, con quella componente sapida che rende il Vermentino particolarmente piacevole e immediato. È stato il nostro modo di aprire la serata, lasciando che fossero profumi e sensazioni a guidare i primi commenti. Poi è arrivato il Sauvignon, e qui il calice ha cambiato completamente registro. Agrumato, aromatico, con richiami alla pesca e una componente vegetale che ricorda la menta e il basilico, è uno di quei vini che invitano a fermarsi qualche secondo in più prima di bere. Ed è proprio questo che amo vedere durante le serate ABC: quel momento in cui qualcuno annusa il bicchiere e dice qualcosa che magari, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai pensato di riuscire a riconoscere. Poi è arrivato il Roma DOC Bianco, da Malvasia Puntinata. Un vitigno profondamente legato al Lazio e alle nostre colline, che qui diventa il racconto di un territorio. La Malvasia Puntinata è infatti una delle varietà storiche della regione e trova nelle zone vulcaniche dei Castelli e dell’area romana una delle sue espressioni più interessanti. Dal bianco siamo passati al rosso con il Roma DOC Rosso, un blend di Montepulciano, Syrah e Cesanese. Ed è forse qui che il racconto di Cìfero si è fatto ancora più interessante, perché dentro questo calice convivono varietà diverse, alcune profondamente legate alla tradizione del Lazio e altre arrivate da territori differenti, dando vita a un vino che porta nel nome la città a cui è dedicato: Roma. Infine, il vino che per me aveva un significato particolare rispetto alla storia che stavamo ascoltando: il Cesanese 100%. Il Cesanese è una delle grandi uve autoctone del Lazio, una varietà che per lungo tempo ha rischiato di essere dimenticata e che negli ultimi decenni ha conosciuto una nuova attenzione. Berlo mentre Maria Laura raccontava la storia della propria famiglia aveva quasi il sapore di un ritorno alle origini. Alla fine, dietro ogni vitigno autoctono, dietro ogni vecchio terreno, dietro ogni famiglia che continua a coltivare la propria terra, c’è una scelta. Quella di restare. Quella di credere in qualcosa anche quando il mondo intorno cambia direzione. E forse è proprio questo il filo rosso che ho trovato nella storia di Cìfero: la capacità di guardare avanti senza perdere il legame con ciò da cui tutto è cominciato. Dal nonno che acquistava terreni in un’epoca in cui tutti sembravano volerli lasciare, fino a Maria Laura che oggi porta avanti quella storia. Dalle vigne ai kiwi, dalle pesche alla cantina, dalle vecchie intuizioni alle nuove idee. Infine quel nome. Cìfero. Un nome nato quasi per scherzo, da quel “ne sa una più del diavolo” che raccontava perfettamente un uomo curioso, intraprendente e capace di vedere sempre un passo più avanti. Proprio questo rende belle le storie del vino. Che quando pensi di avere davanti soltanto un calice, scopri che dentro ci sono persone, famiglie, territori, ostinazione, memoria e qualche idea un po’ folle. Così diventa una storia da ascoltare. E quella sera, a Roma, nella mia enoteca di fiducia, la storia di Cìfero ce la siamo fatta raccontare proprio così: un calice alla volta.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.  
Leggi
Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione Arrow Right Top Bg

22 Giugno, 2026

Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione

  Ci sono territori che sembrano custodire il vino dentro ogni dettaglio.
Orvieto è uno di questi. Basta arrivare nel centro storico nelle prime ore della sera, quando la luce inizia a scivolare sulle pietre dorate dei palazzi e le strade si riempiono lentamente di voci, per capire che qui il vino non è soltanto produzione: è memoria, identità, cultura quotidiana. D’altronde Orvieto racconta vino da secoli. Già nel Medioevo i suoi bianchi erano presenti sulle tavole papali e nelle corti nobiliari, tanto da essere considerati tra i vini più prestigiosi dell’Italia centrale. Si racconta che i pontefici, durante i soggiorni orvietani, ne apprezzassero particolarmente l’eleganza e la freschezza, mentre le antiche cantine scavate nel tufo sotto la città custodivano botti e segreti tramandati di generazione in generazione. In occasione dell’evento “Orvieto DOC: pluralità di anime”, ABC della Degustazione è stato ospite del Consorzio Tutela Vino Orvieto per un evento dedicato al racconto delle nuove prospettive della denominazione. Il viaggio inizia la sera precedente con una cena di benvenuto nel cuore della città, tra i vicoli illuminati di Orvieto e i primi calici condivisi tra giornalisti, produttori, tecnici e operatori del settore. L’atmosfera è rilassata ma già carica di aspettative. I racconti si intrecciano immediatamente al vino mentre fuori la città continua silenziosamente a raccontare se stessa attraverso le sue pietre antiche, le sue luci soffuse e quell’eleganza discreta che appartiene ai luoghi dove il vino è parte della storia da sempre. Durante la cena iniziano ad arrivare nel calice le prime interpretazioni dell’Orvieto DOC. Assaggiamo San Giovanni della Sala Orvieto Classico Superiore, raffinato e luminoso, capace di alternare freschezza e profondità con grande equilibrio. Poi Vigneto Torricella Orvieto Classico di Bigi, ampio e avvolgente, con quella morbidezza elegante che accompagna lentamente il sorso Il Papabile di Cantina Monrubio mostra una personalità intensa e contemporanea, mantenendo però un forte legame territoriale. A chiudere la cena arriva Calcaia Muffa Nobile, probabilmente il momento più suggestivo della serata. Il calice si riempie di profumi profondi, miele, frutta matura, spezie dolci, mentre attorno al tavolo cala quasi spontaneamente quel silenzio che accompagna sempre i vini capaci di lasciare un’impressione immediata. La mattina seguente Piazza del Popolo si riempie lentamente di persone e calici pronti per la degustazione tecnica ospitata nella Sala Expo di Palazzo del Capitano del Popolo. La sala si anima poco alla volta. Taccuini aperti, sguardi attenti, conversazioni che si interrompono quando iniziano i primi interventi. Si percepisce subito che questo incontro vuole essere qualcosa di più di una semplice presentazione tecnica. Ad aprire la giornata è Vincenzo Cecci, Presidente del Consorzio Tutela Vini Orvieto, che racconta il percorso di aggiornamento intrapreso dalla DOC Orvieto, un lavoro pensato per valorizzare le diverse anime della denominazione e accompagnarla verso una nuova fase di racconto e riconoscibilità. Perché oggi parlare di Orvieto significa parlare di identità multiple che convivono nello stesso territorio, della straordinaria eleganza della Muffa Nobile, della possibilità di interpretare il vino in chiave contemporanea attraverso versioni più leggere e dinamiche. Ma anche della profondità e della longevità dell’Orvieto Classico Superiore, un bianco storico che continua ancora oggi a sorprendere. Il cuore dell’incontro arriva con la degustazione tecnica guidata da Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica del Consorzio. Cotarella racconta l’Orvieto DOC con lucidità e visione, riportando al centro il valore di una denominazione che per troppo tempo è stata osservata senza comprenderne davvero il potenziale evolutivo. E mentre i vini iniziano a riempire i calici, il racconto prende profondità. Durante la masterclass vengono presentate diverse interpretazioni della denominazione: un Orvieto DOC Low Alcohol, un Orvieto DOC Classico Superiore, un Orvieto DOC Vecchia Annata e infine una Muffa Nobile. Quattro anime diverse che mostrano chiaramente la direzione che il territorio sta cercando di costruire. Si parla della Muffa Nobile come di uno degli aspetti più identitari e affascinanti del territorio orvietano, capace di generare vini di straordinaria eleganza aromatica e complessità. Una pratica che qui trova condizioni uniche grazie alle nebbie mattutine e ai terreni che circondano la Rupe di Orvieto. Poi arrivano le riflessioni sul nuovo approccio della denominazione verso vini più contemporanei, freschi e a basso tenore alcolico, pensati per dialogare con un consumo moderno senza perdere autenticità territoriale. Ma è forse durante gli assaggi degli Orvieto Classico Superiore e delle vecchie annate che nella sala cambia qualcosa. I vini raccontano struttura, equilibrio e soprattutto tempo. Perché uno degli aspetti più sorprendenti emersi durante la degustazione è proprio la capacità evolutiva di questi bianchi, che mantengono tensione, freschezza e profondità anche dopo anni. Tra un assaggio e l’altro nascono confronti spontanei, domande, riflessioni sul futuro dei vini bianchi italiani e sull’importanza di costruire un racconto contemporaneo senza perdere il legame con il territorio. Osservando le reazioni dei presenti, penso a quanto spesso alcune denominazioni italiane custodiscano patrimoni straordinari ancora poco raccontati. Orvieto sembra trovarsi esattamente in questo momento della sua storia: quello in cui tradizione e futuro iniziano finalmente a parlarsi davvero. E proprio mentre ascolto questi racconti e assaggio vini così diversi tra loro, nasce dentro di me un pensiero preciso: portare presto l’Orvieto DOC all’interno di una serata ABC della Degustazione. Perché degustazioni come questa meritano di uscire dalle sale tecniche e arrivare alle persone, trasformandosi in esperienza, confronto, emozione condivisa attorno a un tavolo. Il light lunch conclusivo prosegue tra conversazioni, incontri e nuovi vini in degustazione. Fuori dalle finestre Orvieto continua a brillare sotto il sole di maggio mentre il vino continua a fare ciò che sa fare meglio: creare connessioni. Lasciando Palazzo del Capitano del Popolo rimane una sensazione precisa: che il futuro della DOC Orvieto non stia cercando di cambiare identità, ma di imparare a raccontare tutte le sue anime con una voce nuova, più contemporanea, più consapevole.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette Arrow Right Top Bg

15 Giugno, 2026

Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette

  Ci sono serate in cui il vino arriva nel calice prima ancora del suo nome. Serate in cui vengono tolti riferimenti, bottiglie, etichette e certezze, lasciando spazio soltanto ai sensi, all’istinto e alle emozioni. È con questo spirito che prende vita il nuovo format di ABC della Degustazione, una Blind Tasting pensata per riportare i partecipanti all’essenza più autentica della degustazione: ascoltare il vino prima di cercare di definirlo. Ad ospitarci la splendida sala degustazione di Villa Simone, attentamente curata da Sara Costantini, quarta generazione della famiglia e anima della cantina. Fuori l’aria della sera è tiepida, le luci illuminano i tavoli e i calici già disposti, mentre i partecipanti iniziano ad arrivare uno dopo l’altro. Alcuni sorridono incuriositi, altri scherzano già sulla paura di “fare brutta figura”, convinti che una degustazione alla cieca sia una prova tecnica, quasi un esame. Li guardo e sorrido Questa sera non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Non è una gara. E la tensione si abbassa immediatamente. Spiego che la Blind Tasting nasce proprio per questo: eliminare i condizionamenti, dimenticare il nome sulla bottiglia, il prezzo, la denominazione, il produttore. Per una sera conta soltanto quello che succede tra il vino e chi lo sta bevendo. Ma prima di iniziare arriva il momento più divertente della serata: la divisione in squadre. I partecipanti vengono suddivisi in quattro gruppi e ogni squadra ha un capitano. I nomi vengono estratti a sorte tra risate, battute e una crescente tensione degna di una finale mondiale. I capitani siamo io, Sara, Michela una mia amica e collega sommelier e Federico, produttore laziale. Qualcuno esulta quando viene assegnato alla squadra “giusta”, qualcun altro protesta scherzosamente sostenendo di essere finito nel gruppo più competitivo della sala. Federico ride e dice Io vi avviso, nella mia squadra si gioca per vincere. Sara lo guarda divertita Vedremo chi parlerà alla fine E da quel momento la sala cambia completamente atmosfera. I telefoni si abbassano, le conversazioni rallentano e inizia a crearsi quella tensione leggera e coinvolgente che conosco bene, quella che arriva quando le persone capiscono di stare per vivere qualcosa di diverso. I vini vengono serviti coperti, uno alla volta. Nessuno sa cosa stia per assaggiare. Il primo vino arriva in silenzio, luminoso nel bicchiere. Invito tutti ad annusarlo senza cercare risposte immediate, lasciando che sia il vino a parlare per primo. Finalmente la serata prende forma. Perché durante l’ABC della Degustazione succede sempre questo: il vino smette di essere soltanto qualcosa da analizzare e diventa memoria, immaginazione, racconto personale. Tra un sorso e l’altro iniziano le ipotesi. C’è chi prova a indovinare il vitigno, chi si concentra sul territorio, chi rinuncia quasi subito all’idea di “riconoscere” il vino e sceglie semplicemente di viverlo. Ed è proprio chi smette di rincorrere la risposta giusta che spesso riesce a coglierne l’essenza più autentica. La serata continua tra confronti spontanei, risate e momenti di silenzio pieno, di quelli che si creano soltanto quando un vino riesce davvero a catturare l’attenzione di una stanza intera. A ogni nuovo calice cambiano le espressioni, cambiano le interpretazioni, cambiano perfino le posture attorno al tavolo. Qualcuno prende appunti con attenzione quasi maniacale, qualcun altro si lascia andare completamente alle sensazioni. Io passo tra i tavoli ascoltando i commenti e mi accorgo di una cosa che succede spesso durante le Blind Tasting: quando vengono tolte le etichette, le persone iniziano a essere più sincere. Si ha meno paura di sbagliare, meno bisogno di impressionare e più voglia di condividere davvero quello che si prova. Nel frattempo iniziano ad arrivare anche gli assaggi, preparati con cura da Sara, che accompagnano i vini creando nuovi equilibri, nuove percezioni, nuove sorprese. Qualcuno scopre che un vino cambia completamente con il cibo.
Qualcun altro cambia idea su un calice che inizialmente aveva sottovalutato. Mi fermo un momento a osservare la scena. I tavoli ormai parlano da soli.
Persone che prima non si conoscevano stanno discutendo di vino come vecchi amici, confrontando ricordi, sensazioni, intuizioni. È sempre incredibile vedere quanto velocemente il vino riesca ad abbattere le distanze. Verso la fine della degustazione arriva il momento più atteso: svelare le bottiglie. Partono subito esclamazioni, risate, incredulità. C’è chi aveva indovinato tutto.
Chi era convinto di bere un vino del nord e scopre tutt’altro.
Chi realizza di aver apprezzato immensamente un vino che, fuori da quella situazione, probabilmente non avrebbe mai scelto. Ed è forse questa la magia più grande della Blind Tasting: liberare il vino dai preconcetti e permettere alle persone di incontrarlo davvero. Ma proprio quando sembra tutto deciso, arriva il colpo di scena. C’è un pari merito tra la squadra di Sara e quella di Federico. Per qualche secondo la sala esplode tra urla, accuse scherzose di brogli e tentativi disperati di convincermi ad assegnare punti bonus. Federico sostiene che la sua squadra meritasse la vittoria “per superiorità morale”.
Sara ride scuotendo la testa mentre qualcuno propone addirittura il VAR enologico. A quel punto non resta che una soluzione: un quinto vino fuori programma per lo spareggio finale. La tensione torna improvvisamente altissima.
I tavoli si confrontano sottovoce, i capitani cercano di guidare le proprie squadre tra intuizioni e ultime ipotesi, mentre nella sala si percepisce quell’atmosfera leggera e competitiva che ormai ha conquistato tutti. Arriva il verdetto finale. Tra applausi, risate e qualche protesta ironica, a vincere è la squadra di Federico, che ovviamente esulta come se avesse appena conquistato un mondiale. Lui alza il calice sorridendo Ve l’avevo detto. E probabilmente, in quel momento, nessuno avrebbe potuto togliergli quella soddisfazione. Quando la Blind Tasting si conclude nessuno sembra avere fretta di andare via. I calici sono quasi vuoti, ma le conversazioni continuano ancora.
Si parla dei vini, certo, ma soprattutto di quello che hanno lasciato. Perché alcune degustazioni finiscono nel momento in cui si posa il bicchiere.
Altre invece restano addosso molto più a lungo. E questa Blind Tasting, è stata una di quelle. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Brunch di Pasquetta in cantina Torre dei Falchi Arrow Right Top Bg

8 Giugno, 2026

Torre dei Falchi. Brunch di Pasquetta in cantina

  ABC della Degustazione. Una giornata tra vigne, vino e chiacchiere condivise Ci sono giornate che sembrano iniziare lentamente, quasi in punta di piedi, e che poi finiscono per trasformarsi in qualcosa che resta addosso molto più del previsto. Il Brunch di Pasquetta organizzato da ABC della Degustazione da Torre dei Falchi è stato esattamente questo. Una di quelle giornate in cui il vino smette di essere il centro della tavola per diventare parte di qualcosa di più grande: convivialità, risate, primavera e persone che scelgono di rallentare insieme. La mattina ai Castelli Romani ha quell’aria leggera tipica di aprile. Il sole illumina le colline senza essere ancora troppo caldo e lungo la strada che porta alla cantina i finestrini abbassati lasciano entrare profumo di erba, terra e primavera. I partecipanti arrivano poco alla volta, qualcuno ancora con il caffè in mano, qualcuno già pronto a riempire i calici. Ci si saluta come vecchi amici anche quando ci si incontra per la prima volta. Ed è sempre sorprendente quanto velocemente succeda durante gli eventi ABC. Ad accoglierci c’è la famiglia di Torre dei Falchi al completo, Martina, Danilo e i loro splendidi bambini, con quella spontaneità sincera che fa sentire immediatamente le persone nel posto giusto. Il grande tavolo è già pronto, la cantina è circondata dal verde e dalla luce morbida della mattina. Sopra la tovaglia chiara iniziano ad arrivare piatti che profumano di Pasqua e tradizione. Pizza al formaggio ancora calda, corallina, uova sode, torte rustiche, casatiello e l’immancabile porchetta di Ariccia! I profumi si mischiano all’odore del vino appena versato e nel giro di pochi minuti la tavola si trasforma in quel caos bellissimo fatto di brindisi, mani che si allungano per assaggiare qualcosa e persone che iniziano già a raccontarsi pezzi di vita. Do il benvenuto ai partecipanti spiegando che questa Pasquetta nasce con un’idea semplice: vivere la cantina come si vive una casa piena di amici. Niente formalità rigide e nessuna distanza, solo vino, territorio e condivisione. Il primo vino arriva nei calici mentre il brunch prende davvero vita. Le conversazioni iniziano subito a intrecciarsi ai commenti sui vini e agli abbinamenti improvvisati con il cibo. Qualcuno scopre che un determinato vino cambia completamente insieme alla corallina.
Qualcun altro sostiene che certi sapori abbiano il potere di riportarti immediatamente all’infanzia. E forse è proprio vero. Perché il vino e il cibo, quando incontrano la memoria giusta, riescono a riaprire ricordi in modo quasi disarmante. Tra un calice e l’altro la giornata continua senza fretta. I partecipanti passeggiano tra la cantina e gli spazi esterni, qualcuno si ferma a osservare il panorama, altri restano seduti a parlare come se il tempo avesse improvvisamente smesso di correre. I calici si alternano ai piatti della tradizione pasquale e ogni assaggio sembra trovare il proprio equilibrio naturale. Ci sono risate forti che attraversano i tavoli, c’è chi improvvisa brindisi, chi racconta aneddoti improbabili, chi fotografa ogni dettaglio cercando di trattenere la bellezza semplice di quella giornata. E io, passando tra le persone, mi accorgo ancora una volta di quanto gli eventi più riusciti siano quelli in cui tutto accade con naturalezza, senza costruzioni, senza bisogno di forzare nulla. Nel primo pomeriggio il sole si abbassa leggermente e Martina e Danilo propongono quasi per scherzo: “E se andassimo direttamente in vigna?” Nel giro di pochi minuti quella battuta diventa un piano reale. Si prendono le macchine e partiamo tutti insieme verso i vigneti. La piccola carovana attraversa le strade dei Castelli Romani tra clacson scherzosi, finestrini aperti e quella leggerezza tipica delle giornate riuscite bene, passiamo anche davanti l’antica Torre dei Falchi, simbolo della cantina. Quando arriviamo tra le vigne il panorama fa fermare tutti per un istante: filari ordinati, luce dorata e un insolito silenzio. C’è qualcosa di profondamente diverso nel bere vino esattamente nel luogo in cui nasce. Un tavolo improvvisato con ciambelline al vino bianco e rosso, viene sistemato direttamente tra i filari e lì arriva l’ultimo vino della giornata: il Cannellino di Frascati DOCG. Il sole inizia lentamente a scendere mentre il vino riempie i bicchieri con i suoi profumi dolci e avvolgenti. Nel frattempo Danilo porta al centro del tavolo una grande forma di pecorino. Parte un applauso spontaneo. La forma viene tagliata direttamente lì, vista vigne, mentre tutti si avvicinano ridendo e allungando le mani per rubare il primo pezzo. Qualcuno scherza dicendo che quella sia “la vera spiritualità della Pasquetta”. E forse, in fondo, ha ragione, perché in quel momento non c’è niente di costruito. Solo persone sedute tra le vigne con un calice in mano, il sole che cala lentamente e quella sensazione rara di stare esattamente dove si dovrebbe essere. Mi fermo qualche secondo a osservare la scena. I partecipanti ormai parlano tra loro come amici di lunga data, i calici continuano a riempirsi. le risate si perdono tra i filari. Ed è lì che capisco che ancora una volta ABC della Degustazione ha fatto centro: ha creato un momento che le persone continueranno a ricordare anche dopo l’ultimo sorso. Quando il sole sparisce dietro le colline nessuno sembra avere davvero voglia di andare via. Si resta ancora un po’, per un ultimo pezzo di pecorino, per un ultimo brindisi, per trattenere ancora qualche minuto quella giornata. Perché certe degustazioni finiscono nel momento in cui si svuota il bicchiere. Altre invece continuano a vivere nei ricordi di chi le ha condivise. E questa Pasquetta in cantina, tra vino, vigneti e amicizia, è stata sicuramente una di quelle. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Le Donne del Vino delegazione Lazio. ABC della Degustazione Arrow Right Top Bg

21 Aprile, 2026

Le Donne del Vino delegazione Lazio. ABC della Degustazione a ViniAmo 2026

  Voci, calici e storie al femminile raccontate da 6 protagoniste. Il 29 marzo l’ABC della Degustazione ha partecipato a ViniAmo 2026 con un suo stand e i vini di alcune delle aziende partner. Fin dalla mattina sono immersa tra calici, bottiglie, racconti e persone, dentro un flusso continuo fatto di degustazioni, assaggi, domande e curiosità. L’affluenza supera le aspettative e ogni incontro diventa uno scambio diverso, uno sguardo nuovo, una storia che si aggiunge alle altre. Le ore scorrono veloci senza quasi accorgermene, mentre l’energia non si abbassa mai. Nel pomeriggio iniziano ad arrivare, una alla volta, le produttrici protagoniste della masterclass dedicata alle Donne del Vino delegazione Lazio in programma alle ore 19. Ci riconosciamo, ci presentiamo, iniziamo a parlare come se ci fossimo già incontrate altre volte. Si crea subito una connessione naturale, fatta di sorrisi, di foto scattate al volo, di racconti condivisi con leggerezza ma anche con profondità. Poi arriva la comunicazione del ritardo della nostra masterclass, più di un’ora, e per un attimo sento salire l’ansia, penso alla sala, alle persone che aspettano, al rischio che qualcosa possa disperdersi prima ancora di iniziare. Continuo a guardare l’orologio mentre tutto intorno si muove veloce. Vado a cambiarmi, mi siedo e finalmente il tempo rallenta. Fuori restano il rumore, i calici, le voci, mentre dentro si crea uno spazio diverso, più lucido. Ripenso a quando è iniziato tutto, a quell’idea ancora informe che un anno fa esisteva solo nella mia testa, senza una direzione precisa ma con una forza difficile da ignorare. Ripenso alle scelte fatte, alla costanza, alle energie messe in ogni dettaglio, a tutte le volte in cui andare avanti è stata una decisione e non una conseguenza. Ed è proprio lì che capisco davvero dove mi trovo, a pochi minuti da una sala piena, costruita passo dopo passo, scelta dopo scelta. L’ansia lascia spazio alla concentrazione, diventa presenza. Questo è il nostro momento e deve essere perfetto. Quando entro in sala li vedo tutti, seduti, in piedi, appoggiati alle pareti. Hanno aspettato e questa è la prima risposta, la più forte. La tensione si scioglie e lascia spazio a qualcosa di più profondo. Mi presento e racconto l’ABC della Degustazione per quello che è davvero, un modo di vivere il vino attraverso le sensazioni, l’esperienza personale, il confronto. Racconto anche un pezzo di me, dico che solo un anno fa tutto questo non esisteva, che è stato un percorso intenso, costruito giorno dopo giorno, e che oggi rappresenta solo l’inizio. Dico che sono felice, orgogliosa, ma soprattutto determinata a continuare, perché l’ambizione cresce insieme alla passione. La sala ascolta in silenzio. Poi arriva il momento di presentare Serena Scarpel, delegata Lazio delle Donne del Vino. Cresciuta in cantina, Serena porta con sé una visione del vino come cultura, relazione e condivisione, e oggi lavora per creare connessioni tra aziende, territori e persone. Il suo intervento è autentico, diretto, pieno di presenza, e racconta con chiarezza cosa rappresenta questa associazione: una rete concreta che valorizza il territorio e le donne che lo vivono ogni giorno. Mi guarda, sorride e annuncia davanti a tutti il mio ingresso ufficiale nella delegazione Lazio delle Donne del Vino. L’applauso arriva forte, pieno, continuo, e in quel momento tutto si ferma per un secondo. Sento il peso e il valore di quel passaggio, non come un punto di arrivo ma come un nuovo inizio, più consapevole. La degustazione prende forma. Invito subito la sala a partecipare, a lasciarsi andare, a dire la prima cosa che viene in mente senza filtri, perché è da lì che nasce il racconto più vero. Qualcuno sorride, qualcuno è titubante, ma bastano pochi minuti perché le prime voci inizino a farsi sentire. La prima a raccontarsi è Nina Farrel di Vigneti Jacobini, produttrice e sommelier che ha riportato in vita uno storico marchio dei Castelli Romani. Nel calice porta un Lazio IGP biologico da uve procanico in purezza, essenziale e preciso, con una freschezza che richiama la terra vulcanica. Il suo modo di raccontare è coerente con il vino, attento, rispettoso, radicato nel territorio che valorizza anche attraverso progetti e iniziative dedicate. Raccolto a mano ad Ariccia, il vino unisce frutta gialla e agrumi a una chiara impronta minerale, con una chiusura sapida che invita al sorso successivo. Qualcuno dal pubblico dice “sa di pulito, di qualcosa che ricomincia”, e in quel momento tutto prende una direzione più personale. Annuisco e aggiungo che non esiste una risposta giusta, esiste quello che il vino riesce a smuovere in ognuno di noi. Poi è il turno di Chiara Iacoponi di Eredi dei Papi con il suo Schietto. Chiara non è presente, ma il suo lavoro arriva comunque chiaro attraverso il racconto di Sara Costantini. Chiara guida l’azienda con uno sguardo attento al mercato e alle relazioni, portando avanti un impegno concreto nella valorizzazione del territorio. Il vino è diretto, autentico, e nel calice si apre uno spazio personale, dove emergono ricordi e sensazioni che ognuno interpreta a modo suo. Un Grechetto in purezza di Monte Compatri, fresco e morbido, che intreccia fiori bianchi e note minerali con una bevibilità immediata. Una ragazza alza la mano e dice che le ricorda una domenica in famiglia, qualcosa di semplice ma pieno, e la sala si apre a nuove interpretazioni. Sorrido e li invito a fidarsi di quelle immagini, perché è lì che la degustazione diventa esperienza. Con Martina Fianco di Torre dei Falchi il racconto si amplia. Martina segue ogni fase del lavoro, dalla vigna alla vendita, e questa completezza si ritrova nel suo Apà, Frascati Superiore DOCG, equilibrato e consapevole. Il suo è un percorso recente ma già molto definito, fatto di studio, ritorno alla terra e visione condivisa. In sala cala un silenzio pieno, di quelli che parlano da soli. Un vino da Malvasia e varietà autoctone, profumato di fiori e agrumi, che in bocca resta armonico e persistente. Per qualche secondo nessuno parla, poi qualcuno rompe il silenzio dicendo “questo vino ti fa fermare”, e non serve aggiungere altro. Colgo quel momento per sottolineare quanto anche il silenzio faccia parte della degustazione. Poi arriva Marina Boccia di Vini Valle Marina, che porta avanti un progetto di famiglia iniziato dai genitori e diventato nel tempo sempre più personale. Con il suo Lampione, Moscato di Terracina DOP,  entra in sala il territorio pontino, fatto di luce e vento. Il vino sorprende, rompe le aspettative, accende reazioni spontanee e crea uno scarto che rende tutto più vivo. Qualcuno esclama che non si aspettava un Moscato così, più fresco, meno scontato, e da lì parte un piccolo confronto spontaneo tra i partecipanti. Lascio spazio a queste reazioni, perché sono il cuore dell’ABC della Degustazione. Dai vigneti affacciati sul mare, regala profumi di fiori d’arancio e pesca, con una freschezza aromatica che avvolge senza appesantire. Ora è il momento dei rossi, iniziamo con Alessandra Ceracchi di Casale Lucino. Quarta generazione di una famiglia legata al vino, Alessandra unisce esperienza e visione contemporanea, occupandosi attivamente della gestione e dell’accoglienza in cantina. Il suo Cesanese Red Light racconta identità, radici e scelte, e nel calice resta più a lungo, come se chiedesse tempo. Un rosso rubino intenso, tra frutti maturi e spezie, morbido e persistente, capace di esprimere tutta la forza del territorio di Olevano Romano. I toni si abbassano e una voce dice “questo è un vino che va ascoltato piano”, e la sala si raccoglie ancora di più intorno al calice. Intervengo sottolineando quanto certi vini chiedano tempo, proprio come le storie più profonde. A chiudere è Sara Costantini di Villa Simone, cresciuta tra le vigne e oggi punto di riferimento per eventi, enoturismo e comunicazione. Il suo approccio è giovane ma solido, capace di tenere insieme tradizione e contemporaneità. Con il suo Cesanese La Torraccia accompagna la chiusura con equilibrio, lasciando una sensazione piena e coerente. Un vino elegante e strutturato, dove frutti rossi e spezie dolci si fondono in un sorso armonico e ben bilanciato. In chiusura qualcuno commenta che è un vino elegante, che accompagna senza invadere, e si percepisce chiaramente che la degustazione ha ormai trovato il suo ritmo. Li guardo e capisco che ormai non stanno più solo degustando, stanno vivendo davvero quello che succede nel calice. La sala è cambiata senza che ce ne accorgessimo. Le persone si parlano, si confrontano, si riconoscono. Si crea uno spazio condiviso fatto di storie, di voci, di identità. Mi fermo a osservare quella scena, sei donne, sei percorsi diversi, una forza comune che tiene tutto insieme, e io dentro questo racconto con una consapevolezza nuova. Le Donne del Vino sono questo, una rete reale, una presenza che sostiene, valorizza e crea connessioni, uno spazio in cui il vino diventa linguaggio e possibilità. Quando la degustazione finisce nessuno si alza subito, si resta ancora un po’, a parlare, a sorridere, a trattenere quel momento. In quell’ora abbiamo condiviso molto più di una sequenza di vini, abbiamo dato spazio a storie, percorsi e visioni. E quando le donne raccontano il vino, nel calice non c’è solo tecnica o territorio, c’è una voce che prende forma, una voce che nasce dall’esperienza, dallo studio, dal lavoro quotidiano, una voce che porta con sé identità, scelte, coraggio. È una voce che lascia un segno, che resta anche quando il calice è vuoto, che continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso. Ed è proprio lì che il vino smette di essere solo qualcosa da degustare e diventa qualcosa da ricordare. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Terre di Veio. ABC della Degustazione speciale Primavera in Cantina Arrow Right Top Bg

11 Aprile, 2026

Terre di Veio. ABC della Degustazione speciale Primavera in Cantina

  Tra storia, vigne e condivisione: il vino torna alle sue origini Ci sono giornate che sembrano scritte prima ancora di essere vissute.
Il primo giorno di primavera è una di quelle. Sabato 21 marzo, con il sole alto e l’aria ancora leggera, l’ABC della Degustazione ha lasciato la città per tornare là dove il vino nasce davvero: in cantina, tra le vigne, nel tempo lento della terra.
È stata la mia prima esperienza di ABC della Degustazione all’aperto e, lo confesso, ero un po’ emozionata. La destinazione è Terre del Veio, nel cuore del Parco di Veio, un territorio vocato alla viticoltura da millenni, dove la terra racconta storie antiche. Tra dolci pendii di origine vulcanica e vigneti che circondano la cantina scavata nel tufo, passato e presente convivono in perfetto equilibrio. I partecipanti arrivano poco alla volta: siamo più di venti, accomunati dalla stessa curiosità e dalla voglia di vivere il vino in modo autentico. C’è chi osserva il panorama in silenzio, chi scatta una foto, chi inizia già a fare domande. Ad accoglierci c’è Dario David, insieme alla sua famiglia. Il modo in cui ci ricevono è semplice, diretto, genuino. La disponibilità sincera mette tutti a proprio agio fin dai primi minuti. Iniziamo la nostra visita attraversando la cantina mentre Dario racconta la storia dell’azienda: una realtà con oltre settant’anni di tradizione, rinnovata nel tempo senza perdere il legame con il territorio. La cantina è moderna, ma profondamente radicata in una terra che produce vino da millenni. Poi usciamo. La luce è piena, i vigneti si aprono davanti a noi ordinati e silenziosi. Camminiamo tra i filari mentre Dario ci parla delle stagioni, delle vendemmie e della cura quasi artigianale dedicata a ogni pianta. Ed è lì, tra terra e cielo, che il racconto si allarga. Dario ci spiega che queste vigne appartengono a un territorio che affonda le radici nell’antica Veio, una delle più importanti città etrusche, rivale di Roma prima della sua caduta nel IV secolo a.C.
A pochi passi da qui sono state ritrovate tombe etrusche dipinte risalenti al VII secolo a.C., come quelle dei cosiddetti “Leoni Ruggenti”, testimonianza di una civiltà che già allora viveva profondamente il rapporto con la terra e con il vino. Per questo sulle bottiglie di Terre del Veio troviamo piccoli leoni raffigurati. Dario ci mostra anche ciò che resta del Cremera, il torrente che scorre in questa valle e che dà il nome a uno dei vini degustati. La geografia diventa memoria, testimone di eventi che risalgono alle origini di Roma. Mentre ascoltiamo questi racconti, circondati dalle vigne, diventa chiaro quanto il vino sia parte di una storia molto più grande. Dopo la visita, ci spostiamo sotto un gazebo in legno affacciato sui vigneti. Il tavolo è pronto. I calici riflettono la luce del primo pomeriggio e le bottiglie attendono il momento di essere raccontate.
Introduco l’ABC della Degustazione spiegando ai nuovi arrivati che si tratta di un’esperienza sensoriale: qui si parte dalle emozioni, non dalle definizioni. La degustazione ha inizio. Il primo vino è il Bombino, un vitigno autoctono laziale che nel calice esprime tutta la territorialità di queste terre: note di agrumi, erbe spontanee, freschezza pulita e mineralità che riflette il suolo tufaceo. I partecipanti parlano con naturalezza: qualcuno percepisce profumi di campo, qualcun altro richiama la mentuccia romana, altri semplicemente sorridono lasciandosi trasportare dal vino. Poi arriva De Coccio, un vino ancestrale che già dal nome richiama la terra, la materia, la tradizione. Il sorso è profondo, strutturato, e invita a rallentare. Nel frattempo il cibo arriva: semplice, autentico, perfettamente in sintonia con il contesto. I piatti passano di mano in mano, i calici si riempiono di nuovo e le conversazioni si fanno più leggere. Con Sorarò, il rosato, la conversazione si accende: un vino che incuriosisce, divide le impressioni e spinge al confronto. Dario racconta la storia del nome: il vino è dedicato a sua nonna, la Signora Rosa, in romano “Sora Rò”. Approfitta per regalarci una sorpresa: ci fa assaggiare la nuova annata ancora da etichettare! Infine arriva Cremera – Roma DOC Rosso, che chiude il percorso.
Il nome richiama il torrente che attraversa queste terre, testimone di secoli di storia, battaglie e vita quotidiana. Nel calice, il vino è avvolgente, equilibrato, con una profondità che accompagna gli ultimi momenti della degustazione. I partecipanti assaggiano con attenzione, mentre il sole continua a scaldare il tavolo e le chiacchiere si trasformano in sorrisi compiaciuti. La degustazione è terminata, ma la voglia di stare insieme no.
Così arriva la sorpresa finale: il karaoke!
In pochi minuti ci ritroviamo tutti insieme a cantare e ridere. Sotto il gazebo, con le vigne davanti e il cielo limpido sopra di noi, il vino diventa un gesto condiviso, un momento da vivere insieme. Mi fermo un attimo a osservare la scena: oltre venti persone che poche ore prima non si conoscevano, ora brindano, cantano, ridono. Non ci sono più gruppi, non ci sono più distanze. Solo connessione. In quel momento capisco che questa giornata ha raggiunto il suo obiettivo: degustare vino creando un ricordo. Quando il pomeriggio scivola lentamente verso sera, resta la sensazione piena che accompagna le esperienze autentiche.
Salutiamo Dario e la sua famiglia con gratitudine: per l’accoglienza, per i racconti, per aver condiviso i loro vini e il loro modo di viverli. E mentre lasciamo la cantina, con la primavera appena iniziata, resta una certezza:
il vino, quando vissuto così, diventa storia, territorio, emozione. Ed è da qui che ripartirà il prossimo appuntamento. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi  
Leggi