L'ABC della Degustazione

 

Ti affascina il vino, ma ti senti a disagio a partecipare a una degustazione?
Hai paura di fare brutta figura, temi di non capire i termini tecnici o pensi che sarà noioso?

Anch’io mi sono sentita così all’inizio. Partecipavo a degustazioni con entusiasmo, ma spesso facevo fatica a seguire e a capire cosa stessi assaggiando. Da questa esperienza è nato il desiderio di creare qualcosa di diverso: un format che elimini queste difficoltà e renda il vino accessibile e divertente per tutti.

Così è nata l’ABC della Degustazione, un’esperienza studiata per trasformare la scelta e la degustazione del vino in un vero viaggio sensoriale e narrativo. Un percorso che avvicina chiunque al vino con curiosità, attenzione e stupore, stimolando i sensi e aprendo le porte a un mondo fatto di emozioni, cultura e storie da scoprire.
In questa rubrica Alessandra esplora questo mondo fatto di storie e sensazioni, di passioni e segreti così che ogni bottiglia possa diventare un racconto vivo, fatto di persone, luoghi e tradizioni.

ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa Arrow Right Top Bg

6 Ottobre, 2026

ABC della Degustazione con Casale Vallechiesa

  ABC della Degustazione incontra Casale Vallechiesa: un viaggio tra Frascati, Cesanese e tradizione familiare. Quattro vini, quattro espressioni autentiche del Lazio raccontate dalla voce di chi ogni giorno vive la vigna, custodisce la memoria del territorio e costruisce il futuro della propria cantina.   Quattro vini, quattro anime del Lazio Alcune cantine hanno un legame con il territorio scritto nelle proprie bottiglie. Poche quelle in cui quel legame prende il volto delle persone che ogni giorno scelgono di portarlo avanti. La nostra serata con Casale Vallechiesa ha avuto proprio quel volto: quello di Cristina, anima pulsante della cantina, arrivata a raccontarci la sua realtà con la spontaneità e l’energia di chi quella storia la vive davvero. Accanto a lei, il marito e il figlio Bruno, con cui porta avanti l’azienda cercando un equilibrio continuo tra tradizione e innovazione, tra ciò che è stato tramandato e la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Cristina è una di quelle persone che difficilmente rimangono sullo sfondo. Ha un carattere diretto, solare, curioso, una presenza che arriva immediatamente e che riesce a mettere le persone a proprio agio. Racconta il vino con passione, ma soprattutto racconta le persone che ci sono dietro, le scelte, le difficoltà, le soddisfazioni e quella quotidianità fatta di piccoli passi che, nel tempo, costruiscono una cantina. E mentre parla si capisce una cosa: Cristina non racconta semplicemente Casale Vallechiesa. Cristina è parte della sua storia. Siamo partiti da Frascati, dalle colline vulcaniche dei Castelli Romani, per incontrare una realtà che porta con sé una storia lunga più di un secolo e che ha scelto, nel tempo, di guardare avanti senza perdere il rapporto con le proprie radici. Ed è proprio questo dialogo tra passato e futuro che ha accompagnato tutta la nostra degustazione. Il primo calice è stato Edonè Brut. Un nome che già nell’etichetta sembra suggerire qualcosa di piacevole, luminoso, conviviale. Edonè nasce da uve coltivate su terreni vulcanici con esposizione a sud, raccolte manualmente alla fine di agosto. La vinificazione avviene in bianco, con pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata, mentre la presa di spuma segue il metodo Charmat. Nel bicchiere è luminoso, con un perlage fine e persistente e un profilo fruttato e floreale. Al palato è fresco e sapido. È stato il nostro modo di cominciare la serata: un calice che invita alla conversazione e che, proprio come Cristina, ha qualcosa di immediatamente accogliente. Poi siamo entrati nel cuore della denominazione con Heredio Frascati Superiore DOCG. Heredio nasce da Malvasia del Lazio, Greco e Bombino, da vigne collocate nella zona collinare del Frascati, su terreno vulcanico con esposizione a sud. La raccolta è manuale e le uve vengono sottoposte a una macerazione a freddo sulle bucce, seguita da un affinamento sulle fecce fini e da alcuni mesi in bottiglia. Nel calice troviamo un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e profumi che spaziano dai fiori alla frutta, dalla pesca alle note agrumate. In bocca arrivano freschezza, sapidità e una piacevole componente minerale. Ma anche qui c’è una storia che va oltre la scheda tecnica. Heredio è un nome che parla di eredità. E pensando a Cristina, a suo marito e a Bruno, alla continuità familiare che rappresentano, sembra quasi che quel nome trovi una collocazione perfetta all’interno della serata. Perché un’eredità, nel vino, non significa semplicemente ricevere qualcosa. Significa decidere cosa conservare, cosa cambiare e cosa lasciare a chi verrà dopo. Dal bianco siamo passati al rosato con Rosirà Roma DOC Rosato. Un calice di colore rosa tenue e luminoso, ottenuto da Montepulciano e Cesanese, coltivati su terreni vulcanici esposti a sud. Le uve vengono raccolte manualmente e sottoposte a pressatura soffice intere; il vino fermenta a temperatura controllata e affina in acciaio e successivamente in bottiglia. Al naso è fresco e fruttato, con delicate sfumature floreali. Al palato mantiene quella piacevole immediatezza che lo rende particolarmente versatile. E ancora una volta mi sono ritrovata a pensare a quanto il rosato sia capace di stare in mezzo alle cose: tra bianco e rosso, tra leggerezza e struttura, tra aperitivo e tavola. Un po’ come le storie familiari che cambiano nel tempo senza perdere il filo che le tiene insieme. Poi è arrivato il rosso. Oniro Cesanese IGP Lazio. Qui il protagonista è il Cesanese, coltivato sulle pendici vulcaniche a sud di Roma e vendemmiato manualmente nella seconda metà di ottobre. La vinificazione avviene in rosso, con cappello sommerso e temperatura controllata, mentre il vino affina in acciaio. Nel bicchiere è intenso e profondo, con profumi di frutti rossi, frutti di bosco e spezie. Al palato è morbido, rotondo e vellutato, con tannini ben equilibrati. Un vino che chiude il nostro percorso con maggiore struttura, riportandoci ancora una volta verso uno dei vitigni più identitari del Lazio. E mentre Cristina continua a raccontare, diventa sempre più evidente quanto la sua energia sia parte integrante di quello che Casale Vallechiesa rappresenta. C’è entusiasmo nel modo in cui parla del futuro, ma anche rispetto per ciò che è arrivato prima. C’è curiosità, voglia di sperimentare, attenzione alle persone e soprattutto una grande capacità di coinvolgere chi le sta davanti. È quella passione concreta, fatta di lavoro e di presenza, che spesso si percepisce molto più attraverso una conversazione che attraverso qualsiasi presentazione aziendale. Quattro vini. Quattro interpretazioni diverse dello stesso territorio. Ma soprattutto una storia di famiglia che continua a crescere. Forse è proprio questo il senso più bello di una degustazione ABC: partire da un calice e arrivare alle persone. Dietro Edonè, Heredio, Rosirà e Oniro ci sono vigne, scelte produttive, tradizioni e territori, ma ci sono anche Cristina, suo marito e Bruno, che ogni giorno cercano il loro modo di tenere insieme passato e futuro. In una sera, in enoteca, abbiamo avuto la fortuna di ascoltarlo direttamente dalla voce di chi quella storia la sta scrivendo. Alla fine rimangono i bicchieri vuoti, qualche bottiglia sul tavolo e quella sensazione piacevole che arriva quando una serata riesce a lasciarti qualcosa. Un vino da ricordare. Una persona da conoscere. Una storia da raccontare.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi   ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
Leggi
ABC della Degustazione con Cantina Cìfero Arrow Right Top Bg

29 Settembre, 2026

ABC della Degustazione con Cantina Cìfero

  Una cantina nata da un soprannome, una famiglia che ha scelto di restare e un territorio che continua a raccontarsi attraverso il vino. Nell’incontro con Cantina Cìfero, tra i vigneti di Zagarolo e i calici di ABC della Degustazione, emerge una storia fatta di memoria, visione e legame con la terra.   Una storia di famiglia, territorio e quel pizzico di follia che serve per fare vino Ci sono storie che cominciano molto prima di una bottiglia. Cominciano da una persona, da una terra e da un soprannome destinato, molti anni dopo, a diventare il nome di una cantina. Quella di Cantina Cìfero parte nel dopoguerra, quando il nonno di Maria Laura, in un periodo in cui molti lasciavano la campagna per cercare fortuna in città, decise di andare nella direzione opposta: investire nella terra, acquistare terreni e costruire, passo dopo passo, qualcosa che potesse durare nel tempo. Era un uomo intraprendente, curioso, con quella capacità di trovare sempre una soluzione, anche quando sembrava non esserci. Ed è proprio da qui che arriva quel nome così particolare: Cìfero, nato da Lucifero. In dialetto, infatti, si diceva di lui che “ne sapeva una più del diavolo”. Un soprannome che raccontava bene il suo carattere e che, anni dopo, sarebbe diventato il nome della realtà di famiglia. Quella storia è arrivata fino a noi attraverso Maria Laura, nipote di Cìfero, che ho avuto il piacere di incontrare durante la nostra degustazione, questa volta lontano dalla cantina: ci siamo ritrovati a Roma, nella mia enoteca di fiducia, il luogo dove spesso ABC della Degustazione trova la sua dimensione più autentica. A volte basta una bottiglia, una persona che sappia raccontarla e un tavolo attorno al quale sedersi per iniziare un viaggio. Maria Laura ci ha accompagnato dentro la storia della sua famiglia, raccontando un progetto che nel tempo si è evoluto, fino alla nascita della cantina vera e propria, avviata insieme alla famiglia e poi rinnovata con un importante intervento nel 2020. Ma c’è un altro elemento che rende Cìfero particolarmente interessante: il vino convive con un’importante produzione agricola, quella del kiwi. Tra i vigneti, infatti, si incontrano coltivazioni di kiwi e antichi frutteti di pesche, in un paesaggio agricolo che racconta perfettamente la vocazione di queste colline tra Zagarolo e Colonna. La proprietà si estende per decine di ettari e i vigneti si trovano intorno ai 350 metri di altitudine, in una zona ventilata e luminosa, con lo sguardo che può arrivare verso i Castelli Romani, i Monti Prenestini e, nelle giornate più limpide, fino a Roma. Screenshot Una terra che ha una storia vitivinicola molto più antica di quanto si possa immaginare. A Zagarolo la coltivazione della vite è documentata già in epoca romana e nei secoli il vino ha continuato ad avere un ruolo importante nell’economia del territorio. Negli Statuti di Zagarolo del 1552, per esempio, esistevano vere e proprie disposizioni dedicate alle vigne, alla vendemmia e al commercio del vino. E ancora nell’Ottocento le descrizioni dello Stato Pontificio raccontavano di numerose cantine e grotte scavate nel tufo destinate alla produzione e alla conservazione del vino. È dentro questa storia che abbiamo iniziato la nostra degustazione. Il primo calice è stato il Vermentino. Un vino che ci ha portato immediatamente verso una dimensione fresca e mediterranea, con quella componente sapida che rende il Vermentino particolarmente piacevole e immediato. È stato il nostro modo di aprire la serata, lasciando che fossero profumi e sensazioni a guidare i primi commenti. Poi è arrivato il Sauvignon, e qui il calice ha cambiato completamente registro. Agrumato, aromatico, con richiami alla pesca e una componente vegetale che ricorda la menta e il basilico, è uno di quei vini che invitano a fermarsi qualche secondo in più prima di bere. Ed è proprio questo che amo vedere durante le serate ABC: quel momento in cui qualcuno annusa il bicchiere e dice qualcosa che magari, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai pensato di riuscire a riconoscere. Poi è arrivato il Roma DOC Bianco, da Malvasia Puntinata. Un vitigno profondamente legato al Lazio e alle nostre colline, che qui diventa il racconto di un territorio. La Malvasia Puntinata è infatti una delle varietà storiche della regione e trova nelle zone vulcaniche dei Castelli e dell’area romana una delle sue espressioni più interessanti. Dal bianco siamo passati al rosso con il Roma DOC Rosso, un blend di Montepulciano, Syrah e Cesanese. Ed è forse qui che il racconto di Cìfero si è fatto ancora più interessante, perché dentro questo calice convivono varietà diverse, alcune profondamente legate alla tradizione del Lazio e altre arrivate da territori differenti, dando vita a un vino che porta nel nome la città a cui è dedicato: Roma. Infine, il vino che per me aveva un significato particolare rispetto alla storia che stavamo ascoltando: il Cesanese 100%. Il Cesanese è una delle grandi uve autoctone del Lazio, una varietà che per lungo tempo ha rischiato di essere dimenticata e che negli ultimi decenni ha conosciuto una nuova attenzione. Berlo mentre Maria Laura raccontava la storia della propria famiglia aveva quasi il sapore di un ritorno alle origini. Alla fine, dietro ogni vitigno autoctono, dietro ogni vecchio terreno, dietro ogni famiglia che continua a coltivare la propria terra, c’è una scelta. Quella di restare. Quella di credere in qualcosa anche quando il mondo intorno cambia direzione. E forse è proprio questo il filo rosso che ho trovato nella storia di Cìfero: la capacità di guardare avanti senza perdere il legame con ciò da cui tutto è cominciato. Dal nonno che acquistava terreni in un’epoca in cui tutti sembravano volerli lasciare, fino a Maria Laura che oggi porta avanti quella storia. Dalle vigne ai kiwi, dalle pesche alla cantina, dalle vecchie intuizioni alle nuove idee. Infine quel nome. Cìfero. Un nome nato quasi per scherzo, da quel “ne sa una più del diavolo” che raccontava perfettamente un uomo curioso, intraprendente e capace di vedere sempre un passo più avanti. Proprio questo rende belle le storie del vino. Che quando pensi di avere davanti soltanto un calice, scopri che dentro ci sono persone, famiglie, territori, ostinazione, memoria e qualche idea un po’ folle. Così diventa una storia da ascoltare. E quella sera, a Roma, nella mia enoteca di fiducia, la storia di Cìfero ce la siamo fatta raccontare proprio così: un calice alla volta.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.  
Leggi
Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione Arrow Right Top Bg

22 Giugno, 2026

Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione

  Ci sono territori che sembrano custodire il vino dentro ogni dettaglio.
Orvieto è uno di questi. Basta arrivare nel centro storico nelle prime ore della sera, quando la luce inizia a scivolare sulle pietre dorate dei palazzi e le strade si riempiono lentamente di voci, per capire che qui il vino non è soltanto produzione: è memoria, identità, cultura quotidiana. D’altronde Orvieto racconta vino da secoli. Già nel Medioevo i suoi bianchi erano presenti sulle tavole papali e nelle corti nobiliari, tanto da essere considerati tra i vini più prestigiosi dell’Italia centrale. Si racconta che i pontefici, durante i soggiorni orvietani, ne apprezzassero particolarmente l’eleganza e la freschezza, mentre le antiche cantine scavate nel tufo sotto la città custodivano botti e segreti tramandati di generazione in generazione. In occasione dell’evento “Orvieto DOC: pluralità di anime”, ABC della Degustazione è stato ospite del Consorzio Tutela Vino Orvieto per un evento dedicato al racconto delle nuove prospettive della denominazione. Il viaggio inizia la sera precedente con una cena di benvenuto nel cuore della città, tra i vicoli illuminati di Orvieto e i primi calici condivisi tra giornalisti, produttori, tecnici e operatori del settore. L’atmosfera è rilassata ma già carica di aspettative. I racconti si intrecciano immediatamente al vino mentre fuori la città continua silenziosamente a raccontare se stessa attraverso le sue pietre antiche, le sue luci soffuse e quell’eleganza discreta che appartiene ai luoghi dove il vino è parte della storia da sempre. Durante la cena iniziano ad arrivare nel calice le prime interpretazioni dell’Orvieto DOC. Assaggiamo San Giovanni della Sala Orvieto Classico Superiore, raffinato e luminoso, capace di alternare freschezza e profondità con grande equilibrio. Poi Vigneto Torricella Orvieto Classico di Bigi, ampio e avvolgente, con quella morbidezza elegante che accompagna lentamente il sorso Il Papabile di Cantina Monrubio mostra una personalità intensa e contemporanea, mantenendo però un forte legame territoriale. A chiudere la cena arriva Calcaia Muffa Nobile, probabilmente il momento più suggestivo della serata. Il calice si riempie di profumi profondi, miele, frutta matura, spezie dolci, mentre attorno al tavolo cala quasi spontaneamente quel silenzio che accompagna sempre i vini capaci di lasciare un’impressione immediata. La mattina seguente Piazza del Popolo si riempie lentamente di persone e calici pronti per la degustazione tecnica ospitata nella Sala Expo di Palazzo del Capitano del Popolo. La sala si anima poco alla volta. Taccuini aperti, sguardi attenti, conversazioni che si interrompono quando iniziano i primi interventi. Si percepisce subito che questo incontro vuole essere qualcosa di più di una semplice presentazione tecnica. Ad aprire la giornata è Vincenzo Cecci, Presidente del Consorzio Tutela Vini Orvieto, che racconta il percorso di aggiornamento intrapreso dalla DOC Orvieto, un lavoro pensato per valorizzare le diverse anime della denominazione e accompagnarla verso una nuova fase di racconto e riconoscibilità. Perché oggi parlare di Orvieto significa parlare di identità multiple che convivono nello stesso territorio, della straordinaria eleganza della Muffa Nobile, della possibilità di interpretare il vino in chiave contemporanea attraverso versioni più leggere e dinamiche. Ma anche della profondità e della longevità dell’Orvieto Classico Superiore, un bianco storico che continua ancora oggi a sorprendere. Il cuore dell’incontro arriva con la degustazione tecnica guidata da Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica del Consorzio. Cotarella racconta l’Orvieto DOC con lucidità e visione, riportando al centro il valore di una denominazione che per troppo tempo è stata osservata senza comprenderne davvero il potenziale evolutivo. E mentre i vini iniziano a riempire i calici, il racconto prende profondità. Durante la masterclass vengono presentate diverse interpretazioni della denominazione: un Orvieto DOC Low Alcohol, un Orvieto DOC Classico Superiore, un Orvieto DOC Vecchia Annata e infine una Muffa Nobile. Quattro anime diverse che mostrano chiaramente la direzione che il territorio sta cercando di costruire. Si parla della Muffa Nobile come di uno degli aspetti più identitari e affascinanti del territorio orvietano, capace di generare vini di straordinaria eleganza aromatica e complessità. Una pratica che qui trova condizioni uniche grazie alle nebbie mattutine e ai terreni che circondano la Rupe di Orvieto. Poi arrivano le riflessioni sul nuovo approccio della denominazione verso vini più contemporanei, freschi e a basso tenore alcolico, pensati per dialogare con un consumo moderno senza perdere autenticità territoriale. Ma è forse durante gli assaggi degli Orvieto Classico Superiore e delle vecchie annate che nella sala cambia qualcosa. I vini raccontano struttura, equilibrio e soprattutto tempo. Perché uno degli aspetti più sorprendenti emersi durante la degustazione è proprio la capacità evolutiva di questi bianchi, che mantengono tensione, freschezza e profondità anche dopo anni. Tra un assaggio e l’altro nascono confronti spontanei, domande, riflessioni sul futuro dei vini bianchi italiani e sull’importanza di costruire un racconto contemporaneo senza perdere il legame con il territorio. Osservando le reazioni dei presenti, penso a quanto spesso alcune denominazioni italiane custodiscano patrimoni straordinari ancora poco raccontati. Orvieto sembra trovarsi esattamente in questo momento della sua storia: quello in cui tradizione e futuro iniziano finalmente a parlarsi davvero. E proprio mentre ascolto questi racconti e assaggio vini così diversi tra loro, nasce dentro di me un pensiero preciso: portare presto l’Orvieto DOC all’interno di una serata ABC della Degustazione. Perché degustazioni come questa meritano di uscire dalle sale tecniche e arrivare alle persone, trasformandosi in esperienza, confronto, emozione condivisa attorno a un tavolo. Il light lunch conclusivo prosegue tra conversazioni, incontri e nuovi vini in degustazione. Fuori dalle finestre Orvieto continua a brillare sotto il sole di maggio mentre il vino continua a fare ciò che sa fare meglio: creare connessioni. Lasciando Palazzo del Capitano del Popolo rimane una sensazione precisa: che il futuro della DOC Orvieto non stia cercando di cambiare identità, ma di imparare a raccontare tutte le sue anime con una voce nuova, più contemporanea, più consapevole.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette Arrow Right Top Bg

15 Giugno, 2026

Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette

  Ci sono serate in cui il vino arriva nel calice prima ancora del suo nome. Serate in cui vengono tolti riferimenti, bottiglie, etichette e certezze, lasciando spazio soltanto ai sensi, all’istinto e alle emozioni. È con questo spirito che prende vita il nuovo format di ABC della Degustazione, una Blind Tasting pensata per riportare i partecipanti all’essenza più autentica della degustazione: ascoltare il vino prima di cercare di definirlo. Ad ospitarci la splendida sala degustazione di Villa Simone, attentamente curata da Sara Costantini, quarta generazione della famiglia e anima della cantina. Fuori l’aria della sera è tiepida, le luci illuminano i tavoli e i calici già disposti, mentre i partecipanti iniziano ad arrivare uno dopo l’altro. Alcuni sorridono incuriositi, altri scherzano già sulla paura di “fare brutta figura”, convinti che una degustazione alla cieca sia una prova tecnica, quasi un esame. Li guardo e sorrido Questa sera non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Non è una gara. E la tensione si abbassa immediatamente. Spiego che la Blind Tasting nasce proprio per questo: eliminare i condizionamenti, dimenticare il nome sulla bottiglia, il prezzo, la denominazione, il produttore. Per una sera conta soltanto quello che succede tra il vino e chi lo sta bevendo. Ma prima di iniziare arriva il momento più divertente della serata: la divisione in squadre. I partecipanti vengono suddivisi in quattro gruppi e ogni squadra ha un capitano. I nomi vengono estratti a sorte tra risate, battute e una crescente tensione degna di una finale mondiale. I capitani siamo io, Sara, Michela una mia amica e collega sommelier e Federico, produttore laziale. Qualcuno esulta quando viene assegnato alla squadra “giusta”, qualcun altro protesta scherzosamente sostenendo di essere finito nel gruppo più competitivo della sala. Federico ride e dice Io vi avviso, nella mia squadra si gioca per vincere. Sara lo guarda divertita Vedremo chi parlerà alla fine E da quel momento la sala cambia completamente atmosfera. I telefoni si abbassano, le conversazioni rallentano e inizia a crearsi quella tensione leggera e coinvolgente che conosco bene, quella che arriva quando le persone capiscono di stare per vivere qualcosa di diverso. I vini vengono serviti coperti, uno alla volta. Nessuno sa cosa stia per assaggiare. Il primo vino arriva in silenzio, luminoso nel bicchiere. Invito tutti ad annusarlo senza cercare risposte immediate, lasciando che sia il vino a parlare per primo. Finalmente la serata prende forma. Perché durante l’ABC della Degustazione succede sempre questo: il vino smette di essere soltanto qualcosa da analizzare e diventa memoria, immaginazione, racconto personale. Tra un sorso e l’altro iniziano le ipotesi. C’è chi prova a indovinare il vitigno, chi si concentra sul territorio, chi rinuncia quasi subito all’idea di “riconoscere” il vino e sceglie semplicemente di viverlo. Ed è proprio chi smette di rincorrere la risposta giusta che spesso riesce a coglierne l’essenza più autentica. La serata continua tra confronti spontanei, risate e momenti di silenzio pieno, di quelli che si creano soltanto quando un vino riesce davvero a catturare l’attenzione di una stanza intera. A ogni nuovo calice cambiano le espressioni, cambiano le interpretazioni, cambiano perfino le posture attorno al tavolo. Qualcuno prende appunti con attenzione quasi maniacale, qualcun altro si lascia andare completamente alle sensazioni. Io passo tra i tavoli ascoltando i commenti e mi accorgo di una cosa che succede spesso durante le Blind Tasting: quando vengono tolte le etichette, le persone iniziano a essere più sincere. Si ha meno paura di sbagliare, meno bisogno di impressionare e più voglia di condividere davvero quello che si prova. Nel frattempo iniziano ad arrivare anche gli assaggi, preparati con cura da Sara, che accompagnano i vini creando nuovi equilibri, nuove percezioni, nuove sorprese. Qualcuno scopre che un vino cambia completamente con il cibo.
Qualcun altro cambia idea su un calice che inizialmente aveva sottovalutato. Mi fermo un momento a osservare la scena. I tavoli ormai parlano da soli.
Persone che prima non si conoscevano stanno discutendo di vino come vecchi amici, confrontando ricordi, sensazioni, intuizioni. È sempre incredibile vedere quanto velocemente il vino riesca ad abbattere le distanze. Verso la fine della degustazione arriva il momento più atteso: svelare le bottiglie. Partono subito esclamazioni, risate, incredulità. C’è chi aveva indovinato tutto.
Chi era convinto di bere un vino del nord e scopre tutt’altro.
Chi realizza di aver apprezzato immensamente un vino che, fuori da quella situazione, probabilmente non avrebbe mai scelto. Ed è forse questa la magia più grande della Blind Tasting: liberare il vino dai preconcetti e permettere alle persone di incontrarlo davvero. Ma proprio quando sembra tutto deciso, arriva il colpo di scena. C’è un pari merito tra la squadra di Sara e quella di Federico. Per qualche secondo la sala esplode tra urla, accuse scherzose di brogli e tentativi disperati di convincermi ad assegnare punti bonus. Federico sostiene che la sua squadra meritasse la vittoria “per superiorità morale”.
Sara ride scuotendo la testa mentre qualcuno propone addirittura il VAR enologico. A quel punto non resta che una soluzione: un quinto vino fuori programma per lo spareggio finale. La tensione torna improvvisamente altissima.
I tavoli si confrontano sottovoce, i capitani cercano di guidare le proprie squadre tra intuizioni e ultime ipotesi, mentre nella sala si percepisce quell’atmosfera leggera e competitiva che ormai ha conquistato tutti. Arriva il verdetto finale. Tra applausi, risate e qualche protesta ironica, a vincere è la squadra di Federico, che ovviamente esulta come se avesse appena conquistato un mondiale. Lui alza il calice sorridendo Ve l’avevo detto. E probabilmente, in quel momento, nessuno avrebbe potuto togliergli quella soddisfazione. Quando la Blind Tasting si conclude nessuno sembra avere fretta di andare via. I calici sono quasi vuoti, ma le conversazioni continuano ancora.
Si parla dei vini, certo, ma soprattutto di quello che hanno lasciato. Perché alcune degustazioni finiscono nel momento in cui si posa il bicchiere.
Altre invece restano addosso molto più a lungo. E questa Blind Tasting, è stata una di quelle. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Brunch di Pasquetta in cantina Torre dei Falchi Arrow Right Top Bg

8 Giugno, 2026

Torre dei Falchi. Brunch di Pasquetta in cantina

  ABC della Degustazione. Una giornata tra vigne, vino e chiacchiere condivise Ci sono giornate che sembrano iniziare lentamente, quasi in punta di piedi, e che poi finiscono per trasformarsi in qualcosa che resta addosso molto più del previsto. Il Brunch di Pasquetta organizzato da ABC della Degustazione da Torre dei Falchi è stato esattamente questo. Una di quelle giornate in cui il vino smette di essere il centro della tavola per diventare parte di qualcosa di più grande: convivialità, risate, primavera e persone che scelgono di rallentare insieme. La mattina ai Castelli Romani ha quell’aria leggera tipica di aprile. Il sole illumina le colline senza essere ancora troppo caldo e lungo la strada che porta alla cantina i finestrini abbassati lasciano entrare profumo di erba, terra e primavera. I partecipanti arrivano poco alla volta, qualcuno ancora con il caffè in mano, qualcuno già pronto a riempire i calici. Ci si saluta come vecchi amici anche quando ci si incontra per la prima volta. Ed è sempre sorprendente quanto velocemente succeda durante gli eventi ABC. Ad accoglierci c’è la famiglia di Torre dei Falchi al completo, Martina, Danilo e i loro splendidi bambini, con quella spontaneità sincera che fa sentire immediatamente le persone nel posto giusto. Il grande tavolo è già pronto, la cantina è circondata dal verde e dalla luce morbida della mattina. Sopra la tovaglia chiara iniziano ad arrivare piatti che profumano di Pasqua e tradizione. Pizza al formaggio ancora calda, corallina, uova sode, torte rustiche, casatiello e l’immancabile porchetta di Ariccia! I profumi si mischiano all’odore del vino appena versato e nel giro di pochi minuti la tavola si trasforma in quel caos bellissimo fatto di brindisi, mani che si allungano per assaggiare qualcosa e persone che iniziano già a raccontarsi pezzi di vita. Do il benvenuto ai partecipanti spiegando che questa Pasquetta nasce con un’idea semplice: vivere la cantina come si vive una casa piena di amici. Niente formalità rigide e nessuna distanza, solo vino, territorio e condivisione. Il primo vino arriva nei calici mentre il brunch prende davvero vita. Le conversazioni iniziano subito a intrecciarsi ai commenti sui vini e agli abbinamenti improvvisati con il cibo. Qualcuno scopre che un determinato vino cambia completamente insieme alla corallina.
Qualcun altro sostiene che certi sapori abbiano il potere di riportarti immediatamente all’infanzia. E forse è proprio vero. Perché il vino e il cibo, quando incontrano la memoria giusta, riescono a riaprire ricordi in modo quasi disarmante. Tra un calice e l’altro la giornata continua senza fretta. I partecipanti passeggiano tra la cantina e gli spazi esterni, qualcuno si ferma a osservare il panorama, altri restano seduti a parlare come se il tempo avesse improvvisamente smesso di correre. I calici si alternano ai piatti della tradizione pasquale e ogni assaggio sembra trovare il proprio equilibrio naturale. Ci sono risate forti che attraversano i tavoli, c’è chi improvvisa brindisi, chi racconta aneddoti improbabili, chi fotografa ogni dettaglio cercando di trattenere la bellezza semplice di quella giornata. E io, passando tra le persone, mi accorgo ancora una volta di quanto gli eventi più riusciti siano quelli in cui tutto accade con naturalezza, senza costruzioni, senza bisogno di forzare nulla. Nel primo pomeriggio il sole si abbassa leggermente e Martina e Danilo propongono quasi per scherzo: “E se andassimo direttamente in vigna?” Nel giro di pochi minuti quella battuta diventa un piano reale. Si prendono le macchine e partiamo tutti insieme verso i vigneti. La piccola carovana attraversa le strade dei Castelli Romani tra clacson scherzosi, finestrini aperti e quella leggerezza tipica delle giornate riuscite bene, passiamo anche davanti l’antica Torre dei Falchi, simbolo della cantina. Quando arriviamo tra le vigne il panorama fa fermare tutti per un istante: filari ordinati, luce dorata e un insolito silenzio. C’è qualcosa di profondamente diverso nel bere vino esattamente nel luogo in cui nasce. Un tavolo improvvisato con ciambelline al vino bianco e rosso, viene sistemato direttamente tra i filari e lì arriva l’ultimo vino della giornata: il Cannellino di Frascati DOCG. Il sole inizia lentamente a scendere mentre il vino riempie i bicchieri con i suoi profumi dolci e avvolgenti. Nel frattempo Danilo porta al centro del tavolo una grande forma di pecorino. Parte un applauso spontaneo. La forma viene tagliata direttamente lì, vista vigne, mentre tutti si avvicinano ridendo e allungando le mani per rubare il primo pezzo. Qualcuno scherza dicendo che quella sia “la vera spiritualità della Pasquetta”. E forse, in fondo, ha ragione, perché in quel momento non c’è niente di costruito. Solo persone sedute tra le vigne con un calice in mano, il sole che cala lentamente e quella sensazione rara di stare esattamente dove si dovrebbe essere. Mi fermo qualche secondo a osservare la scena. I partecipanti ormai parlano tra loro come amici di lunga data, i calici continuano a riempirsi. le risate si perdono tra i filari. Ed è lì che capisco che ancora una volta ABC della Degustazione ha fatto centro: ha creato un momento che le persone continueranno a ricordare anche dopo l’ultimo sorso. Quando il sole sparisce dietro le colline nessuno sembra avere davvero voglia di andare via. Si resta ancora un po’, per un ultimo pezzo di pecorino, per un ultimo brindisi, per trattenere ancora qualche minuto quella giornata. Perché certe degustazioni finiscono nel momento in cui si svuota il bicchiere. Altre invece continuano a vivere nei ricordi di chi le ha condivise. E questa Pasquetta in cantina, tra vino, vigneti e amicizia, è stata sicuramente una di quelle. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Le Donne del Vino delegazione Lazio. ABC della Degustazione Arrow Right Top Bg

21 Aprile, 2026

Le Donne del Vino delegazione Lazio. ABC della Degustazione a ViniAmo 2026

  Voci, calici e storie al femminile raccontate da 6 protagoniste. Il 29 marzo l’ABC della Degustazione ha partecipato a ViniAmo 2026 con un suo stand e i vini di alcune delle aziende partner. Fin dalla mattina sono immersa tra calici, bottiglie, racconti e persone, dentro un flusso continuo fatto di degustazioni, assaggi, domande e curiosità. L’affluenza supera le aspettative e ogni incontro diventa uno scambio diverso, uno sguardo nuovo, una storia che si aggiunge alle altre. Le ore scorrono veloci senza quasi accorgermene, mentre l’energia non si abbassa mai. Nel pomeriggio iniziano ad arrivare, una alla volta, le produttrici protagoniste della masterclass dedicata alle Donne del Vino delegazione Lazio in programma alle ore 19. Ci riconosciamo, ci presentiamo, iniziamo a parlare come se ci fossimo già incontrate altre volte. Si crea subito una connessione naturale, fatta di sorrisi, di foto scattate al volo, di racconti condivisi con leggerezza ma anche con profondità. Poi arriva la comunicazione del ritardo della nostra masterclass, più di un’ora, e per un attimo sento salire l’ansia, penso alla sala, alle persone che aspettano, al rischio che qualcosa possa disperdersi prima ancora di iniziare. Continuo a guardare l’orologio mentre tutto intorno si muove veloce. Vado a cambiarmi, mi siedo e finalmente il tempo rallenta. Fuori restano il rumore, i calici, le voci, mentre dentro si crea uno spazio diverso, più lucido. Ripenso a quando è iniziato tutto, a quell’idea ancora informe che un anno fa esisteva solo nella mia testa, senza una direzione precisa ma con una forza difficile da ignorare. Ripenso alle scelte fatte, alla costanza, alle energie messe in ogni dettaglio, a tutte le volte in cui andare avanti è stata una decisione e non una conseguenza. Ed è proprio lì che capisco davvero dove mi trovo, a pochi minuti da una sala piena, costruita passo dopo passo, scelta dopo scelta. L’ansia lascia spazio alla concentrazione, diventa presenza. Questo è il nostro momento e deve essere perfetto. Quando entro in sala li vedo tutti, seduti, in piedi, appoggiati alle pareti. Hanno aspettato e questa è la prima risposta, la più forte. La tensione si scioglie e lascia spazio a qualcosa di più profondo. Mi presento e racconto l’ABC della Degustazione per quello che è davvero, un modo di vivere il vino attraverso le sensazioni, l’esperienza personale, il confronto. Racconto anche un pezzo di me, dico che solo un anno fa tutto questo non esisteva, che è stato un percorso intenso, costruito giorno dopo giorno, e che oggi rappresenta solo l’inizio. Dico che sono felice, orgogliosa, ma soprattutto determinata a continuare, perché l’ambizione cresce insieme alla passione. La sala ascolta in silenzio. Poi arriva il momento di presentare Serena Scarpel, delegata Lazio delle Donne del Vino. Cresciuta in cantina, Serena porta con sé una visione del vino come cultura, relazione e condivisione, e oggi lavora per creare connessioni tra aziende, territori e persone. Il suo intervento è autentico, diretto, pieno di presenza, e racconta con chiarezza cosa rappresenta questa associazione: una rete concreta che valorizza il territorio e le donne che lo vivono ogni giorno. Mi guarda, sorride e annuncia davanti a tutti il mio ingresso ufficiale nella delegazione Lazio delle Donne del Vino. L’applauso arriva forte, pieno, continuo, e in quel momento tutto si ferma per un secondo. Sento il peso e il valore di quel passaggio, non come un punto di arrivo ma come un nuovo inizio, più consapevole. La degustazione prende forma. Invito subito la sala a partecipare, a lasciarsi andare, a dire la prima cosa che viene in mente senza filtri, perché è da lì che nasce il racconto più vero. Qualcuno sorride, qualcuno è titubante, ma bastano pochi minuti perché le prime voci inizino a farsi sentire. La prima a raccontarsi è Nina Farrel di Vigneti Jacobini, produttrice e sommelier che ha riportato in vita uno storico marchio dei Castelli Romani. Nel calice porta un Lazio IGP biologico da uve procanico in purezza, essenziale e preciso, con una freschezza che richiama la terra vulcanica. Il suo modo di raccontare è coerente con il vino, attento, rispettoso, radicato nel territorio che valorizza anche attraverso progetti e iniziative dedicate. Raccolto a mano ad Ariccia, il vino unisce frutta gialla e agrumi a una chiara impronta minerale, con una chiusura sapida che invita al sorso successivo. Qualcuno dal pubblico dice “sa di pulito, di qualcosa che ricomincia”, e in quel momento tutto prende una direzione più personale. Annuisco e aggiungo che non esiste una risposta giusta, esiste quello che il vino riesce a smuovere in ognuno di noi. Poi è il turno di Chiara Iacoponi di Eredi dei Papi con il suo Schietto. Chiara non è presente, ma il suo lavoro arriva comunque chiaro attraverso il racconto di Sara Costantini. Chiara guida l’azienda con uno sguardo attento al mercato e alle relazioni, portando avanti un impegno concreto nella valorizzazione del territorio. Il vino è diretto, autentico, e nel calice si apre uno spazio personale, dove emergono ricordi e sensazioni che ognuno interpreta a modo suo. Un Grechetto in purezza di Monte Compatri, fresco e morbido, che intreccia fiori bianchi e note minerali con una bevibilità immediata. Una ragazza alza la mano e dice che le ricorda una domenica in famiglia, qualcosa di semplice ma pieno, e la sala si apre a nuove interpretazioni. Sorrido e li invito a fidarsi di quelle immagini, perché è lì che la degustazione diventa esperienza. Con Martina Fianco di Torre dei Falchi il racconto si amplia. Martina segue ogni fase del lavoro, dalla vigna alla vendita, e questa completezza si ritrova nel suo Apà, Frascati Superiore DOCG, equilibrato e consapevole. Il suo è un percorso recente ma già molto definito, fatto di studio, ritorno alla terra e visione condivisa. In sala cala un silenzio pieno, di quelli che parlano da soli. Un vino da Malvasia e varietà autoctone, profumato di fiori e agrumi, che in bocca resta armonico e persistente. Per qualche secondo nessuno parla, poi qualcuno rompe il silenzio dicendo “questo vino ti fa fermare”, e non serve aggiungere altro. Colgo quel momento per sottolineare quanto anche il silenzio faccia parte della degustazione. Poi arriva Marina Boccia di Vini Valle Marina, che porta avanti un progetto di famiglia iniziato dai genitori e diventato nel tempo sempre più personale. Con il suo Lampione, Moscato di Terracina DOP,  entra in sala il territorio pontino, fatto di luce e vento. Il vino sorprende, rompe le aspettative, accende reazioni spontanee e crea uno scarto che rende tutto più vivo. Qualcuno esclama che non si aspettava un Moscato così, più fresco, meno scontato, e da lì parte un piccolo confronto spontaneo tra i partecipanti. Lascio spazio a queste reazioni, perché sono il cuore dell’ABC della Degustazione. Dai vigneti affacciati sul mare, regala profumi di fiori d’arancio e pesca, con una freschezza aromatica che avvolge senza appesantire. Ora è il momento dei rossi, iniziamo con Alessandra Ceracchi di Casale Lucino. Quarta generazione di una famiglia legata al vino, Alessandra unisce esperienza e visione contemporanea, occupandosi attivamente della gestione e dell’accoglienza in cantina. Il suo Cesanese Red Light racconta identità, radici e scelte, e nel calice resta più a lungo, come se chiedesse tempo. Un rosso rubino intenso, tra frutti maturi e spezie, morbido e persistente, capace di esprimere tutta la forza del territorio di Olevano Romano. I toni si abbassano e una voce dice “questo è un vino che va ascoltato piano”, e la sala si raccoglie ancora di più intorno al calice. Intervengo sottolineando quanto certi vini chiedano tempo, proprio come le storie più profonde. A chiudere è Sara Costantini di Villa Simone, cresciuta tra le vigne e oggi punto di riferimento per eventi, enoturismo e comunicazione. Il suo approccio è giovane ma solido, capace di tenere insieme tradizione e contemporaneità. Con il suo Cesanese La Torraccia accompagna la chiusura con equilibrio, lasciando una sensazione piena e coerente. Un vino elegante e strutturato, dove frutti rossi e spezie dolci si fondono in un sorso armonico e ben bilanciato. In chiusura qualcuno commenta che è un vino elegante, che accompagna senza invadere, e si percepisce chiaramente che la degustazione ha ormai trovato il suo ritmo. Li guardo e capisco che ormai non stanno più solo degustando, stanno vivendo davvero quello che succede nel calice. La sala è cambiata senza che ce ne accorgessimo. Le persone si parlano, si confrontano, si riconoscono. Si crea uno spazio condiviso fatto di storie, di voci, di identità. Mi fermo a osservare quella scena, sei donne, sei percorsi diversi, una forza comune che tiene tutto insieme, e io dentro questo racconto con una consapevolezza nuova. Le Donne del Vino sono questo, una rete reale, una presenza che sostiene, valorizza e crea connessioni, uno spazio in cui il vino diventa linguaggio e possibilità. Quando la degustazione finisce nessuno si alza subito, si resta ancora un po’, a parlare, a sorridere, a trattenere quel momento. In quell’ora abbiamo condiviso molto più di una sequenza di vini, abbiamo dato spazio a storie, percorsi e visioni. E quando le donne raccontano il vino, nel calice non c’è solo tecnica o territorio, c’è una voce che prende forma, una voce che nasce dall’esperienza, dallo studio, dal lavoro quotidiano, una voce che porta con sé identità, scelte, coraggio. È una voce che lascia un segno, che resta anche quando il calice è vuoto, che continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso. Ed è proprio lì che il vino smette di essere solo qualcosa da degustare e diventa qualcosa da ricordare. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi
Terre di Veio. ABC della Degustazione speciale Primavera in Cantina Arrow Right Top Bg

11 Aprile, 2026

Terre di Veio. ABC della Degustazione speciale Primavera in Cantina

  Tra storia, vigne e condivisione: il vino torna alle sue origini Ci sono giornate che sembrano scritte prima ancora di essere vissute.
Il primo giorno di primavera è una di quelle. Sabato 21 marzo, con il sole alto e l’aria ancora leggera, l’ABC della Degustazione ha lasciato la città per tornare là dove il vino nasce davvero: in cantina, tra le vigne, nel tempo lento della terra.
È stata la mia prima esperienza di ABC della Degustazione all’aperto e, lo confesso, ero un po’ emozionata. La destinazione è Terre del Veio, nel cuore del Parco di Veio, un territorio vocato alla viticoltura da millenni, dove la terra racconta storie antiche. Tra dolci pendii di origine vulcanica e vigneti che circondano la cantina scavata nel tufo, passato e presente convivono in perfetto equilibrio. I partecipanti arrivano poco alla volta: siamo più di venti, accomunati dalla stessa curiosità e dalla voglia di vivere il vino in modo autentico. C’è chi osserva il panorama in silenzio, chi scatta una foto, chi inizia già a fare domande. Ad accoglierci c’è Dario David, insieme alla sua famiglia. Il modo in cui ci ricevono è semplice, diretto, genuino. La disponibilità sincera mette tutti a proprio agio fin dai primi minuti. Iniziamo la nostra visita attraversando la cantina mentre Dario racconta la storia dell’azienda: una realtà con oltre settant’anni di tradizione, rinnovata nel tempo senza perdere il legame con il territorio. La cantina è moderna, ma profondamente radicata in una terra che produce vino da millenni. Poi usciamo. La luce è piena, i vigneti si aprono davanti a noi ordinati e silenziosi. Camminiamo tra i filari mentre Dario ci parla delle stagioni, delle vendemmie e della cura quasi artigianale dedicata a ogni pianta. Ed è lì, tra terra e cielo, che il racconto si allarga. Dario ci spiega che queste vigne appartengono a un territorio che affonda le radici nell’antica Veio, una delle più importanti città etrusche, rivale di Roma prima della sua caduta nel IV secolo a.C.
A pochi passi da qui sono state ritrovate tombe etrusche dipinte risalenti al VII secolo a.C., come quelle dei cosiddetti “Leoni Ruggenti”, testimonianza di una civiltà che già allora viveva profondamente il rapporto con la terra e con il vino. Per questo sulle bottiglie di Terre del Veio troviamo piccoli leoni raffigurati. Dario ci mostra anche ciò che resta del Cremera, il torrente che scorre in questa valle e che dà il nome a uno dei vini degustati. La geografia diventa memoria, testimone di eventi che risalgono alle origini di Roma. Mentre ascoltiamo questi racconti, circondati dalle vigne, diventa chiaro quanto il vino sia parte di una storia molto più grande. Dopo la visita, ci spostiamo sotto un gazebo in legno affacciato sui vigneti. Il tavolo è pronto. I calici riflettono la luce del primo pomeriggio e le bottiglie attendono il momento di essere raccontate.
Introduco l’ABC della Degustazione spiegando ai nuovi arrivati che si tratta di un’esperienza sensoriale: qui si parte dalle emozioni, non dalle definizioni. La degustazione ha inizio. Il primo vino è il Bombino, un vitigno autoctono laziale che nel calice esprime tutta la territorialità di queste terre: note di agrumi, erbe spontanee, freschezza pulita e mineralità che riflette il suolo tufaceo. I partecipanti parlano con naturalezza: qualcuno percepisce profumi di campo, qualcun altro richiama la mentuccia romana, altri semplicemente sorridono lasciandosi trasportare dal vino. Poi arriva De Coccio, un vino ancestrale che già dal nome richiama la terra, la materia, la tradizione. Il sorso è profondo, strutturato, e invita a rallentare. Nel frattempo il cibo arriva: semplice, autentico, perfettamente in sintonia con il contesto. I piatti passano di mano in mano, i calici si riempiono di nuovo e le conversazioni si fanno più leggere. Con Sorarò, il rosato, la conversazione si accende: un vino che incuriosisce, divide le impressioni e spinge al confronto. Dario racconta la storia del nome: il vino è dedicato a sua nonna, la Signora Rosa, in romano “Sora Rò”. Approfitta per regalarci una sorpresa: ci fa assaggiare la nuova annata ancora da etichettare! Infine arriva Cremera – Roma DOC Rosso, che chiude il percorso.
Il nome richiama il torrente che attraversa queste terre, testimone di secoli di storia, battaglie e vita quotidiana. Nel calice, il vino è avvolgente, equilibrato, con una profondità che accompagna gli ultimi momenti della degustazione. I partecipanti assaggiano con attenzione, mentre il sole continua a scaldare il tavolo e le chiacchiere si trasformano in sorrisi compiaciuti. La degustazione è terminata, ma la voglia di stare insieme no.
Così arriva la sorpresa finale: il karaoke!
In pochi minuti ci ritroviamo tutti insieme a cantare e ridere. Sotto il gazebo, con le vigne davanti e il cielo limpido sopra di noi, il vino diventa un gesto condiviso, un momento da vivere insieme. Mi fermo un attimo a osservare la scena: oltre venti persone che poche ore prima non si conoscevano, ora brindano, cantano, ridono. Non ci sono più gruppi, non ci sono più distanze. Solo connessione. In quel momento capisco che questa giornata ha raggiunto il suo obiettivo: degustare vino creando un ricordo. Quando il pomeriggio scivola lentamente verso sera, resta la sensazione piena che accompagna le esperienze autentiche.
Salutiamo Dario e la sua famiglia con gratitudine: per l’accoglienza, per i racconti, per aver condiviso i loro vini e il loro modo di viverli. E mentre lasciamo la cantina, con la primavera appena iniziata, resta una certezza:
il vino, quando vissuto così, diventa storia, territorio, emozione. Ed è da qui che ripartirà il prossimo appuntamento. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi  
Leggi
ABC della Degustazione con Borgo del Cedro Arrow Right Top Bg

31 Marzo, 2026

ABC della Degustazione con Borgo del Cedro


Una serata dedicata alle donne, tra vino, emozioni e dediche   Alcune serate nascono con un’intenzione precisa come quella di non solo degustare vino, ma fermarsi a riflettere su ciò che quel vino rappresenta. L’appuntamento con l’ABC della Degustazione di questa volta cade nel giorno della Festa della Donna e proprio da qui prende forma l’idea della serata: celebrare il contributo femminile nel mondo del vino, un settore che negli ultimi anni ha visto sempre più donne emergere con competenza, sensibilità e determinazione, spesso affrontando ostacoli che per molto tempo sono stati considerati la normalità. Quando i partecipanti iniziano ad arrivare, l’atmosfera è quella delle serate che promettono qualcosa di diverso, mentre le bottiglie disposte sul tavolo attendono silenziose di raccontare la loro storia. Come sempre accade durante gli incontri dell’ABC della Degustazione, il tavolo si riempie lentamente di volti diversi: alcuni curiosi, altri già familiari, qualcuno alla prima esperienza. L’energia è quella delle occasioni in cui il vino diventa pretesto per incontrarsi, ma anche per ascoltare. Dopo aver dato il benvenuto ai partecipanti e raccontato brevemente il progetto dell’ABC della Degustazione, arriva il momento di presentare l’ospite della serata. Questa volta al centro del racconto c’è Sara Costantini, giovane produttrice dei Castelli romani dell’azienda Borgo del Cedro.
Sara ha solo ventisei anni, ma parla della sua azienda con la lucidità e la consapevolezza di chi ha già attraversato molte sfide. Racconta il lavoro in vigna, le responsabilità quotidiane, le scelte che ogni vendemmia impone. Ma soprattutto racconta cosa significa essere una giovane donna in un settore che per decenni è stato dominato quasi esclusivamente da figure maschili. Il mondo del vino sta cambiando ma non sempre è stato semplice trovare il proprio spazio. A volte serve dimostrare qualcosa in più, altre volte basta la determinazione di continuare a lavorare con serietà e passione perché siano i vini stessi a parlare. Le sue parole creano immediatamente un’atmosfera diversa attorno al tavolo. Non è solo una degustazione: è un racconto di lavoro, di impegno e di identità. La degustazione prende il via con Filiae il loro Frascati Superiore DOCG. Sara ci racconta che il nome di questo vino deriva dal latino e significa “figlie”, ovvero lei e la sorella Giulia, figlie d’arte della famiglia Costantini molto conosciuta nel settore vitivinicolo laziale, che guardano al futuro dell’agricoltura.
Versiamo il vino nei calici e invitiamo i partecipanti a osservarlo e ad annusarlo. Come sempre, l’ABC della Degustazione parte da un principio semplice: prima delle definizioni, vengono le sensazioni. Qualcuno parla di freschezza, qualcun altro di fiori bianchi e agrumi. Il vino appare luminoso, immediato, e accompagna l’inizio della serata con quella leggerezza elegante che invita alla conversazione. Con il secondo calice arriva Topho il Roma DOC Bianco. Sara spiega che il nome, sempre derivante dal latino, significa “tufo” ed è un omaggio al terreno dove sorgono i vigneti di Borgo del Cedro, formatosi da ceneri provenienti da esplosioni vulcaniche. Qui la degustazione assume un ritmo più riflessivo. I partecipanti si prendono qualche istante in più per esplorare i profumi e il sorso. Sara racconta le scelte che stanno dietro questo vino, il desiderio di esprimere il territorio senza sovrastrutture, lasciando che siano le uve e il suolo a guidare il risultato. Le parole si intrecciano ai commenti dei partecipanti e la conversazione scorre naturale, come accade quando il vino riesce a creare uno spazio di ascolto reciproco. Questa serata riserva anche un momento speciale. All’inizio dell’incontro ho consegnato a ogni partecipante un piccolo biglietto per ciascun vino degustato. L’idea era semplice: scrivere in forma anonima un pensiero legato al calice.
A chi lo dedicheresti?
Con chi lo berresti?
Oppure, quale ricordo ti ha evocato? Durante la degustazione qualcuno scrive subito, altri aspettano qualche minuto, qualcuno rimane a pensare più a lungo.
Quando arriviamo ai rossi, la serata entra nella sua fase più intensa.   Parentes il Rosso Lazio IGT porta nel calice una struttura più avvolgente. I profumi diventano più profondi, le conversazioni rallentano e i partecipanti sembrano ascoltare il vino con maggiore attenzione.
Anche per Parentes, Sara spiega da dove nasce questo nome che significa “genitori”, è ovviamente un chiaro ringraziamento alla mamma e al papà, fonte per lei di ispirazione e ammirazione.
Sara continua descrivendo il carattere di questo rosso e il legame con il territorio, mentre qualcuno al tavolo osserva come alcuni vini sembrino fatti apposta per essere condivisi. L’ultimo calice della serata è Silicea il Roma DOC Rosso. Anche in questo caso, spiega Sara, il nome del vino è un riferimento al terreno, ovvero il “basalto” una roccia vulcanica formatasi dalla solidificazione del magma, molto presente nei loro vigneti.
Il colore nel bicchiere è profondo, i profumi si aprono lentamente e il vino accompagna gli ultimi momenti della degustazione con una presenza più meditativa. È uno di quei vini che invitano a prendersi tempo.
Ed è proprio a questo punto che arriva uno dei momenti più sorprendenti della serata. Raccolgo i bigliettini e inizio a leggerli ad alta voce.
All’inizio qualcuno ride con imbarazzo, ma presto il gioco si trasforma in qualcosa di molto più autentico. Tra i messaggi anonimi emergono dediche a persone care, ricordi di viaggi, brindisi immaginati con amici lontani o con qualcuno che non c’è più. Man mano che i biglietti vengono letti, il tavolo cambia atmosfera. Le persone si ascoltano con attenzione, qualcuno sorride, qualcun altro resta in silenzio. Il vino, ancora una volta, ha fatto quello che sa fare meglio: creare connessioni. Quando la serata si avvia verso la conclusione, rimane la sensazione che questo appuntamento dell’ABC della Degustazione abbia avuto qualcosa di speciale. Non solo per i vini degustati o per le storie raccontate, ma per il significato che ha accompagnato l’intero incontro.
Celebrando il lavoro e la passione di una giovane produttrice come Sara Costantini, la serata è diventata anche un piccolo omaggio a tutte le donne che oggi contribuiscono a rendere il mondo del vino più ricco, più inclusivo e più dinamico. I calici si svuotano lentamente, le conversazioni continuano ancora per qualche minuto e qualcuno torna a guardare i bigliettini letti poco prima.
Fuori la notte è ormai scesa sulla città e attorno al tavolo rimane quella sensazione familiare che accompagna sempre i nostri incontri. Il vino, ancora una volta, ha fatto il suo lavoro: raccontare storie e unire le persone, in attesa del prossimo appuntamento. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.     Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi    
Leggi
Artico. Un viaggio tra sensi, storie e condivisione Arrow Right Top Bg

18 Marzo, 2026

Artico. Un viaggio tra sensi, storie e condivisione

  Mentre il tramonto romano si adagia lentamente sui tetti e sui sanpietrini, le luci calde dell’enoteca disegnano riflessi dorati sul legno del grande tavolo, attorno al quale passeremo le prossime ore. I partecipanti cominciano ad arrivare, intravedo i primi volti: alcuni curiosi, altri timidi, quasi impauriti nel varcare quella soglia, alcuni già incontrati in precedenti appuntamenti, altri alla loro prima esperienza, attratti semplicemente dal fascino del vino e dalla promessa di una serata fuori dagli schemi. L’intimità dello spazio, il silenzio denso di attesa e la disposizione raccolta dei posti creano subito una sensazione di familiarità. In questo scenario sta per prendere vita un nuovo appuntamento con l’ABC della Degustazione, il format che ho ideato per trasformare il vino in qualcosa di più di una semplice degustazione: non è una lezione, né una presentazione tecnica, ma un’esperienza in cui ogni partecipante diventa protagonista di una storia che si scrive attorno al calice, parte attiva di un racconto che si costruisce in tempo reale, intrecciando impressioni, ricordi e sensazioni. Con ABC della Degustazione il vino diventa ponte tra storie, memoria ed emozioni, dove ogni calice è un invito a fermarsi, a percepire, a sentire. Do il benvenuto ai partecipanti raccontando brevemente chi sono e come è nato l’ABC della Degustazione, poi presento l’ospite della serata. Federico Artico, titolare dell’Azienda Agricola Artico (Aprilia – LT), arrivato con le sue etichette e la naturalezza di chi sa raccontare il vino come si racconta un viaggio agli amici. Federico ci parla subito della sua azienda: di come ogni vite venga curata a mano, di come il sole e il mare della costa laziale influenzino i vigneti, e di come ogni sua bottiglia nasca dall’incontro tra tecnica, passione e un pizzico di intuizione. Ci parla della sua terra ricca di minerali, delle vigne più antiche e di quelle più giovani, e della cura con cui segue ogni fase, dalla potatura alla vendemmia. Racconta di come a volte le annate siano sfidanti, e di come proprio quelle difficoltà possano regalare vini straordinari, ricchi di personalità. La degustazione inizia con il Sauvignon, luminoso e aromatico. Io e Federico versiamo il vino nei calici e invitiamo i partecipanti a percepirne i profumi senza pensare a termini tecnici, lasciando che emerga spontanea la prima immagine, il ricordo, la sensazione più immediata. Il silenzio delicato che avvolge il tavolo è rotto da un sorriso accompagnato da un timido mormorio: Mi ricorda l’odore dell’erba bagnata dalla pioggia dice una ragazza.
Subito dopo un altro aggiunge: C’è un profumo di fiori appena colti, come se nel calice fosse racchiuso un giardino. Io sorrido, perché questi commenti mi dicono che i ragazzi hanno già capito il senso dell’ABC della Degustazione: dare voce alle sensazioni e condividere cosa provano guardando, annusando e bevendo il vino, senza vergogna né paura di essere corretti o giudicati. Le note agrumate e floreali del Sauvignon si intrecciano con le impressioni dei presenti e la conversazione prende forma tra curiosità, stupore e sorrisi. Federico ci racconta di quanto il Sauvignon richieda delicatezza in vigna e di come, in alcune annate, basti un piccolo vento o un acquazzone a cambiare completamente il risultato finale. Io mi diverto a raccontare il primo sorso di questo Sauvignon: ero su un terrazzo del centro storico, il tramonto tingeva i tetti di rosa, e il vino unito alla meraviglia dei monumenti di Roma fece sospendere il tempo. Ogni nota agrumata apriva in me una finestra di ricordi e suggestioni, confermandomi che degustare è esperienza sensoriale ed emotiva insieme. Con il secondo vino, Amaltea (Trebbiano – Ugni Blanc 100%), la conversazione rallenta, respirando con più attenzione, assumendo toni contemplativi. Il nome stesso apre una finestra su un racconto antico: nella mitologia greca, Amaltea è la nutrice del piccolo Zeus, colei che lo protegge e lo nutre quando è fragile e nascosto al mondo. Alcune versioni parlano di una ninfa, altre di una capra, il cui latte donava al giovane Zeus la forza per crescere. Federico ci spiega che il nome simboleggia nutrimento e protezione, valori che rispecchiano la generosità del Trebbiano, un’uva che per secoli ha sostenuto generazioni di contadini nel centro Italia, portando sostanza e continuità alla vita rurale. Ci racconta anche di come abbia sperimentato passaggi in legno su alcune annate, cercando di valorizzare l’eleganza naturale del Trebbiano. Ho avuto il piacere di assaggiare una di queste dico ai ragazzi la 2019: il legno ha conferito al vino un’armonia sorprendente che ha reso ogni sorso una piccola rivelazione. Mentre parlo noto che alcuni dei partecipanti sono presi ad analizzare il colore di Amaltea, altri lo assaggiano con calma, lasciando che il vino si apra lentamente nel calice. Qualcuno osserva ad alta voce come la sua armonia emerga passo dopo passo, mentre un altro commenta che il vino sembra trovare equilibrio senza fretta, quasi con naturalezza.
In quel momento, tra mito e realtà, l’ABC della degustazione aveva fatto breccia nel cuore dei presenti. Quando arriva Nox (Merlot 50% – Montepulciano 50%), la serata prende una tonalità più intensa. Il nome, in latino, significa “notte”, e non è stato scelto per caso. La prima annata, quella del 2016, fu complessa e sfidante: un’annata in cui il caldo improvviso e le piogge tardive misero a dura prova le vigne. Ma proprio in quella difficoltà, spiega Federico, nacque un vino di straordinaria profondità, elegante e intenso, incarnando perfettamente la citazione che ne ispirò il nome: “Più buia la notte, più luminose le stelle.” Il colore rosso rubino nel calice mostra subito una profondità meditativa. Il primo sorso porta con sé qualche secondo di silenzio, uno di quei silenzi che non nascono dall’incertezza ma dall’attenzione. Qualcuno parla di frutta matura, qualcun altro di spezie appena accennate. Altri restano ancora qualche istante in ascolto, perché hanno capito che alcuni vini hanno bisogno di tempo per rivelarsi completamente. Colgo l’occasione per raccontare la mia prima volta con Nox in compagnia di un semplice filetto di manzo: ricordo che la sua struttura elegante e la profondità dei profumi trasformarono un pasto semplice in un’esperienza memorabile, perché il vino diventa ricordo e sensazione quando incontra la compagnia, il momento o l’abbinamento giusto. Quando sento qualcuno dire che aspetta l’occasione giusta per aprire un determinato vino lo rimprovero, perché in realtà è il gesto stesso di stappare una bottiglia a creare l’occasione, trasformando un momento qualunque in un momento speciale. Per chiudere in bellezza arriva Ossidiana (Merlot 100%), il capitolo finale del percorso. Federico ci spiega che il nome richiama la pietra vulcanica nera e lucida, nata dal raffreddamento della lava, custode della memoria del fuoco della terra. Nei vigneti da cui nasce, dopo la pioggia, il terreno lascia affiorare una polvere scura e brillante: minuscoli frammenti minerali che raccontano l’origine profonda dei suoli. È da quella presenza silenziosa che il vino trae parte della sua identità: una freschezza viva, una tensione minerale che attraversa il sorso e lo rende vibrante. Qualcuno sorride e osserva che i vini più autentici non sono quelli che vogliono piacere a tutti, ma quelli che riescono a imprimersi nella memoria. Un pensiero che raccoglie immediato consenso attorno al tavolo, ma che soprattutto risuona in me, perché è uno dei principi fondamentali dell’ABC della Degustazione. Stiamo per concludere la serata quando una ragazza, con un sorriso curioso, mi interrompe: Ma non ci hai raccontato del tuo primo assaggio di Ossidiana. Io e Federico ci scambiamo uno sguardo divertito, quasi complice. In effetti Ossidiana è stato il primo vino che ho assaggiato tra le sue etichette, e forse proprio per questo è diventato il mio preferito. Mi riporta all’inizio di una bella amicizia fondata sulla stima reciproca e una grande passione in comune, e mi conferma quanto il vino non sia mai soltanto ciò che c’è nel calice. Tra gli ultimi sorsi e commenti, la serata volge al termine con quella sensazione che accompagna sempre gli incontri riusciti: il tempo è passato senza fretta, i calici si sono svuotati lentamente e il tavolo si è riempito di storie. Nell’aria rimane la consapevolezza che il vino, quando viene vissuto così, torna a essere ciò che è sempre stato: un gesto antico che unisce le persone. È questo il cuore dell’ABC della Degustazione: un’esperienza completa, a metà strada tra rito conviviale, gioco sensoriale e momento di scoperta, dove partecipare è naturale, ma condividere diventa inevitabile. Ed è proprio da qui che ripartirà il prossimo appuntamento, con nuovi produttori, nuovi vini e nuove storie da raccontare. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare.
E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
Leggi