Una rubrica che non ha la pretesa di essere migliore di altre, ma solo di trasmettere la piacevolezza di ciò che faccio e perché no, qualche consiglio sugli acquisti.
Senza mai prendersi troppo sul serio perché, in fondo, il vino è sempre piacevolezza e convivialità. Proprio dove è possibile dire e fare qualche bischerata
1 Ottobre, 2026
40 Are. La geometria del Primitivo di Manduria
Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra ereditata da tre generazioni: è la misura esatta su cui Giuseppe Piccinni e Michele Renna costruiscono il loro Primitivo di Manduria. Ad alberello pugliese, tra vendemmia a mano e rese ridotte, nasce una piccola azienda salentina che nel 2020 ha conquistato l’Oro all’AWC Vienna con la sua etichetta di punta
Manduria è una città antica, nel cuore del Salento tarantino, dove la terra argillosa rossa, illuminata da un sole che spacca le pietre porta con se la brezza marina del mar Ionio. È un borgo ricco di storia, custode di un prezioso parco archeologico messapico e di un centro storico barocco attraversato da vicoli in pietra chiara.
Il legame di Manduria con la viticoltura è tradizione, identità viscerale. E’ la patria indiscussa del Primitivo di Manduria DOC, un vino rosso potente, avvolgente e complesso, nato da alberelli secolari sapientemente coltivati. Qui la vite affonda le radici in un suolo calcareo che dona struttura e inconfondibili.
È in questo paesaggio che affonda le radici l’Azienda Agricola 40 Are, fondata nel 2015 e oggi nelle mani di Giuseppe Piccinni e di sua moglie Annalucia, affiancati dall’enologo Michele Renna. Il progetto ingloba già nel suo nome la propria identità. Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra di famiglia.
Il grande pregio di questa azienda agricola è proprio il fatto che non ha grandi numeri da esibire. Le rese sono piccole, la vendemmia si fa ancora a mano, e ogni bottiglia porta il peso di scelte ragionate e fatte con il cuore. Eppure, in pochi anni, il Primitivo di 40 Are ha già raccolto un riconoscimento internazionale, a conferma che la qualità inizia a farsi notare.
La misura di una famiglia
Il racconto di 40 Are comincia, curiosamente, con una lezione di geografia agraria.
Chiedo immediatamente a Giuseppe di spiegarmi perché chiamare un’azienda con un’unità di misura, da dove nasce un nome così geometrico e identitario come “40 Are” e qual è il legame profondo con la sua terra. Giuseppe Piccinni risponde ripercorrendo la storia della sua famiglia e della vigna.
Il nome nasce dall’appezzamento ereditato dal nonno di mio padre, poi passato a mio padre e infine a me. Esattamente quaranta are, quattromila metri quadrati, reimpiantati nel 2010 dopo che il vecchio vigneto ormai sessantenne si era ridotto a poche quintali di resa
Giuseppe voleva iniziare la sua avventura e voleva farlo bene!
Con il nuovo impianto la produzione è raddoppiata, ma lo spirito è rimasto identico. 40 Are è una realtà piccola, tenuta insieme dalla cura e dall’amore nel progetto. I numeri e le soddisfazioni sono arrivate dopo, con un po’ di calma
A Giuseppe e tutta la truppa non manca proprio. La conversazione scivola poi su un argomento che a Manduria appassiona più del previsto: le unità di misura agrarie.
Accanto a ettari, are e centiare del sistema metrico decimale sopravvive ancora oggi il “Tomolo”, l’antica unità contadina pugliese che cambia valore da paese a paese. A Manduria un tomolo equivale a 88 are; a Sava, appena sei o sette chilometri più in là, scende a 67; a Lizzano si attesta intorno a 80. Queste usanze, rispecchiano un dettaglio che ci racconta quanto, da queste parti, la terra sia ancora una forte questione di identità personale.
Proprio mentre il discorso si fa più fitto, Giuseppe deve scusarsi per tornare ai suoi impegni di lavoro. Con la cordialità di chi non ha fretta di apparire al centro della scena, passa il testimone all’enologo Michele Renna, che raccoglie il racconto e lo porta fino in cantina.
Un artigianato a quattro mani
Michele Renna descrive il proprio mestiere con un’immagine che mi resta impressa:
L’enologo è come un profumiere capace di trasformare un chicco d’uva in un piccolo capolavoro, non correggendo il vino ma trovandone ed eliminandone i difetti.
È con questa filosofia che nasce ogni bottiglia di 40 Are. Uva raccolta a mano, fermentazione e macerazione realizzate con il rispetto che si deve ad un vitigno semplice ma difficile, un passaggio di 15-18 giorni tra rimontaggi e dèlestage per estrarre colore e struttura senza forzare la mano.
In vigna si lavora ancora ad alberello appoggiato pugliese, un sistema di allevamento basso, senza filari né sostegni importanti, che espone i grappoli al sole diretto e li ripara dal vento. Un metodo antico, pensato per un territorio che di acqua e di ombra ne concede poco. Per i vini rossi si procede poi con tecniche tradizionali di diraspatura e pigiatura.
Le poche vinacce, vista la produzione, vengono unite a quelle della vigna dell’amico che segue la vinificazione e conferite per la realizzazione della grappa. Questo dettaglio racconta perfettamente quanto sia intelligente la collaborazione tra piccoli produttori.
La vinificazione avviene infatti nel laboratorio artigianale di un amico di lunga fiducia, mentre lo stoccaggio e l’imbottigliamento passano da una realtà più grande, capace di garantire i volumi necessari. Questa collaborazione permette a Giuseppe e Michele, affiancati dalle rispettive mogli, una presenza costante e poco esposta dalla vendemmia fino all’etichetta e di restare piccoli senza rinunciare alla qualità.
Carattere, purezza e verità: la filosofia di Michele Renna
Michele descrive il Primitivo di 40 Are come un vino dotato di un carattere proprio, non chiuso nella tradizione e dotato di una vitalità che guarda già da un po’ di tempo oltre i confini regionali e nazionali, perché capace di dialogare con palati diversi. L’obiettivo dichiarato non è inseguire il consenso facile, ma lavorare per competenze “superiori alla normalità”, per chi in un calice cerca qualcosa di più dell’immediatezza.
La fermezza di Michele si fa netta quando il discorso cade sui vini dealcolati: li definisce senza mezzi termini “un abominio”, uno spreco di lavoro e di materia prima che tradisce il senso stesso di ciò che l’uva ha da raccontare.
Allora gli chiedo di spiegarmi la sua visione sulla purezza del vino in un mercato globale sempre più condizionato da omologazioni e nuove tendenze consumistiche.
La risposta di Michele Renna è ancora netta e senza sconti.
Mentre il dibattito su vini dealcolati e trattamenti invasivi in cantina si fa sempre più acceso, la filosofia di 40 Are resta ancorata a un principio semplice; il vino si fa con l’uva, con la cura della vigna in primis e dopo con tutte le attenzioni possibili in cantina.
Da questa convinzione nasce un Primitivo vivo, pulito, integro, schietto e capace di custodire il calore e il vigore del territorio di Manduria senza rincorrere scorciatoie, vestendolo però di un’eleganza che conquista anche i più esigenti.
È una fiducia che si estende anche al tempo: Michele crede in una tradizione del Primitivo che è in continua evoluzione, fatta appunto di uva e nient’altro. Un’idea di vino semplice ed efficace, che non ha bisogno di grande tecnologia per restare vero.
I tre vini da Amare di “40 Are”
Dietro l’etichetta ben riconoscibile del logo “40 ARE” si nascondono tre interpretazioni diverse della stessa uva e ben distinte da tre fondi colorati che danno immediata identità al prodotto.
Rosa per il Rosato, arancione per il Primitivo del Salento e rosso per il Primitivo di Manduria.
IL Primitivo DOP Manduria (800 bottiglie l’anno) è il fiore all’occhiello dell’azienda. Otto mesi di affinamento in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese regalano un vino caldo, morbido e strutturato, con note ben decise di frutta rossa matura, prugna secca, ribes, mora, pot-pourri e una speziatura avvolgente e un finale persistente. L’annata 2020 è stata premiata con la Medaglia d’Oro al concorso internazionale AWC Vienna. L’ho assaggiato insieme a una grigliata mista di bombette pugliesi e carne di cavallo, e ne sono rimasto entusiasta. In tavola trova la sua dimensione ideale con i grandi piatti della cucina pugliese, maiale, agnello e sorprende persino accanto alla pasticceria secca.
Il Primitivo IGP Salento (600 bottiglie l’anno) nasce dalla stessa uva del Manduria ma sceglie una strada diversa: affinamento in acciaio, che ne preserva la freschezza del frutto senza le morbidezze donate dal legno. Ha un carattere meno imponente del suo fratello maggiore, ma perfettamente in linea con quello che ci si aspetta. Il naso ci invade con un bouquet di composta di prugna matura, fichi e spezie, ingentilito da un tocco di vaniglia mentre il palato conferma le sensazioni e aggiunge una sorprendente armonia e un equilibrio monumentale imponendo nel contempo un finale molto piacevole. È il compagno ideale dei primi piatti della tradizione manduriana e degli arrosti misti di maiale o di agnello.
Il Rosato IGP (1200 bottiglie l’anno) è il più giovane della famiglia: colore rosa intenso e luminoso, profumo di ciliegia, lampone, prugna e fragoline di bosco, sorso fresco e persistente con una chiusura precisa. Come le altre due etichette, nasce da un terreno di medio impasto tendente all’argilloso, a circa cinque chilometri dal mare. Ed è proprio questa caratteristica che conferisce ad un vino delicato e fine come un rosato la sapidità che ne allunga il finale. Perfetto per aperitivi, antipasti di mare e primi piatti a base di pesce.
Prezzo, fatica e condivisione
Nonostante la grande qualità delle tre etichette, i prezzi di 40 Are restano deliberatamente accessibili. Il Rosato si trova a 8-10 euro, il Primitivo IGP Salento a 12, il Primitivo DOP Manduria a 16. Giuseppe e Michele sono i primi a riconoscere che, con il costo della vita e gli stipendi attuali, anche una bottiglia da 8 euro può pesare su un bilancio familiare. Non a caso paragonano quella cifra al valore di un buono pasto, per far capire quanto sia delicato posizionare un vino di qualità nel tessuto sociale di oggi. Proprio questa consapevolezza guida la loro politica dei prezzi: la qualità non deve diventare un lusso per pochi.
Il contrasto con altre zone d’Italia è netto. In regioni di élite come Toscana e Piemonte un ettaro di vigneto può generare anche due milioni di euro, e una bottiglia di Barolo o Brunello possono costare di media 50 o 60 euro e oltre. 40 Are si muove invece in un modo completamente diverso e sulla base di una scelta consapevole e netta rivolta alla qualità e alle tasche del consumatore. Michele mi racconta che unire il prezzo e la qualità è un modo semplice e diretto per farsi conoscere e acquisire rispetto.
Per Giuseppe e Michele il vino esprime la sua vera identità soprattutto se bevuto a tavolo e in buona compagnia. Ed è proprio guardando alle degustazioni che affiora un piccolo rammarico: quanto vino finisce sprecato, versato in calici di chi non ha la sensibilità o l’interesse per apprezzarlo davvero, e che spesso lo lascia lì, a metà o lo butta via.
Dietro ogni bottiglia c’è un lavoro che non si ferma mai. Il vino, mi dice Michele, è materia viva, che richiede tempo e dedizione continua. Il vigneto non conosce pause perché l’attività prosegue dal giorno dopo la vendemmia fino alla vendemmia successiva, fatta di sudore e di piccole scelte quotidiane.
Ed è proprio questa consapevolezza a portarli a considerare il vino, come l’olio e il miele, una cosa quasi sacra, un bene che non andrebbe mai sprecato, e che merita un rispetto che va oltre il suo prezzo di mercato. Nonostante le difficoltà di un settore sempre più complicato, la risposta di 40 Are resta sempre la stessa: perseveranza! … unita alla solida convinzione che i risultati siano merito del tempo e del costante impegno.
Verso le 50 Are, in punta di piedi
Il futuro di 40 Are è già in movimento, anche se Giuseppe e Michele preferiscono parlarne a bassa voce. L’azienda ha da poco acquisito un nuovo appezzamento con una vigna ad alberello pugliese di circa 55 anni. Sono circa mille metri quadrati che, sommati ai quattromila attuali, porteranno presto il totale a cinquanta are. Una crescita misurata, venuta un po’ per caso, ma che permetterà a Giuseppe e Michele di arricchire il loro programma.
Su questo nuovo terreno nasceranno due progetti ancora avvolti nel mistero. Il primo è un vino bianco, che i due non vogliono ridurre a un semplice bianco da tavola ma vogliono elevarlo ad un vino da invecchiamento. Per ora, nessun altro dettaglio, per cui rimaniamo in attesa! Il secondo è una Riserva di Primitivo, che vedrà la luce solo tra qualche anno. Su entrambi, Giuseppe e Michele mantengono un riserbo totale, lasciando agli appassionati il piacere dell’attesa.
Anche la squadra si allarga: la figlia di Michele entrerà presto in società, trasformando 40 Are in quella che i due, con un sorriso, chiamano già “una famigliona”. Del resto, dietro le etichette c’è proprio questo. Persone semplici, di gran cuore, che coltivano il vino con lo stesso amore con cui si coltiva una famiglia. Giuseppe, che nella vita di tutti i giorni veste la divisa dell’Arma dei Carabinieri con il grado di maresciallo, dedica a questa terra il tempo libero con la stessa serietà con cui affronta il proprio lavoro: due vocazioni diverse, la stessa dedizione.
La suggestione del sommelier
Quello che resta, dopo una visita a 40 Are, è una sensazione di persone sincere, vere, genuine che allevano uva con tanto amore e devozione. È davvero raro trovare un’ azienda agricola che sappia raccontarsi con la stessa coerenza con cui coltiva la terra: piccola per scelta, ambiziosa per passione e capace di farci sognare con la semplicità di chi come valore aggiunto usa una grande quantità di amore. Il mio consiglio? Versatevi un calice di Primitivo DOP Manduria, mettetevi comodi e lasciate che le sensazioni che vi attraversano facciano il resto. 40 Are, ci ha insegnato che le cose migliori si misurano con pazienza, ara dopo ara.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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22 Settembre, 2026
Iriswine. Massimiliano Liberatori, il geometra del vino
E’ facile stupire con un vino da 50 euro..Il difficile è farlo con uno da venti.
Da Pieve a Nievole, la storia di chi ha trasformato una passione in un progetto che guarda lontano
A Pieve a Nievole, tra le colline della Valdinievole e la pianura pistoiese, c’è un’enoteca che nasce da un bag in box, un corso AIS e dalla testardaggine silenziosa di chi ha deciso decide fosse ora di fare sul serio. È Iriswine.
L’arrivo e il primo calice
Varcare la soglia di Iriswine, è lasciare alle spalle il traffico della Valdinievole per ritrovarsi in uno spazio che profuma di legno, di vino e di un’accoglienza che si respira ancora nelle case di famiglia.
Massimiliano era già al lavoro quando sono entrato: scaffali da sistemare, bottiglie da controllare, la serata da preparare. Un’etichetta da girare qui, un piccolo aggiustamento là con i gesti di chi tratta ogni bottiglia come un ospite, non come merce.
Poco dopo è arrivata anche Martina, sua figlia, che affianca il padre nella gestione quotidiana. Due generazioni, due sguardi diversi sul mondo del vino, un progetto solo: far crescere Iriswine senza perdere lo spirito che lo ha fatto nascere.
Quando li vedi lavorare insieme capisci subito che questa non è semplicemente un’enoteca ma il risultato di una scelta precisa fatta a un certo punto della vita, e portata avanti con quella coerenza silenziosa che ti porta a fare le cose a regola d’arte.
Da geometra a sommelier: quando la passione prende le misure
Di mestiere, Massimiliano Liberatori fa il geometra. Titolare di uno studio tecnico a Montecatini in cui si occupa di compravendite, ristrutturazioni, iter catastali e che negli anni si è guadagnato una solida reputazione grazie a una massima semplice: «non basta lavorare, devi lavorare bene». Una filosofia che si rivelerà perfettamente trasferibile al mondo del vino.
La passione per l’enologia è arrivata tardi, di sorpresa e senza chiedere permesso. Un fulmine a ciel sereno, una meteora presa al volo. L’idea è arrivata dopo il diploma di sommelier AIS, frequentato da chi fino a quel momento beveva «in bag in box», come ammette sorridendo.
È stata un’illuminazione
Una voglia irrefrenabile di fare qualcosa nel mondo del vino, uno spartiacque tra come ero e quello che avevo deciso provare ad essere. Da quel momento il fondo di proprietà, fino ad allora inutilizzato, ha smesso di dormire.
Dopo il corso ho avuto voglia di andare oltre. Era un punto di partenza, non un punto di arrivo. Il fondo era mio, e mi piaceva l’idea di continuare a esplorare il mondo del vino dall’interno, divertendomi.
Un impegno che si traduce in tre serate settimanali sottratte al riposo e dedicate interamente alla cantina, ai clienti, ai produttori. Come si dice dalle nostre parti: chi non risica non rosica. E Massimiliano, in silenzio, ha risicato eccome.
Martina e pianificazione del futuro
Massimiliano porta avanti con convinzione la voglia costruire qualcosa che duri e che Martina possa sentire davvero suo. Non una semplice mano in più nelle serate, ma un percorso professionale vero, dentro un progetto che lei contribuisce a plasmare ogni giorno.
L’obiettivo era coinvolgere mia figlia in questo progetto e farla lavorare. È bello avere una proprietà e vedere che si sta creando qualcosa, un futuro.
È lei a gestire i social, a curare le fotografie delle serate, a costruire il racconto digitale di Iriswine attraverso reel, storie e immagini che portano l’enoteca oltre i confini di Pieve a Nievole. Una community cresciuta di settimana in settimana, fatta di volti nuovi e habitué che si ritrovano attorno alla stessa tavola. Martina sa che il vino si racconta anche così, e lo fa con una naturalezza che non si insegna.
La filosofia della cantina: personalità sopra tutto
Uno degli scambi più intensi della serata è stato quello dedicato alla selezione delle etichette che non è un semplice catalogo completo di prezzi, ma un ragionamento a voce alta su cosa significa fare bene il proprio mestiere quando il mercato del vino non dà respiro.
Massimiliano, in un momento non facile per il settore, qual è il lavoro che ti impegna davvero ogni giorno?
La risposta arriva senza esitazioni.
Capire quali sono i vini giusti, non quelli che piacciono a te, ma quelli capaci di offrire qualità alta con un prezzo equilibrato. E un lavoro senza fine: togli un’etichetta, ne inserisci un’altra, la provi con i clienti, la provi con te stesso. «Non finisce mai», dice, «ed è proprio questo che lo rende un mestiere vero. Il salotto con gli amici lo fai qualche sera: l’attività è un’altra cosa, e va trattata con la stessa serietà di qualsiasi impresa.
Il principio fondante di Iriswine si condensa in un’unica battuta che vale come manifesto:
Stupire con un vino da cinquanta euro è facile. Il difficile è stupire con uno da venti.
Per spiegarlo, cita un Rosso di Montepulciano di un produttore amico: etichetta d’ingresso nel prezzo, ma capace di una bevibilità, un colore e un profilo aromatico che pochi vini della stessa fascia riescono a dare.
È un vino che, anche se è una base, ha personalità e riesce a raccontare molto di se. Quello è il punto. Se le bottiglie sono tutte uguali, senza un tratto distintivo, il cliente non torna.
La stessa logica guida le sue scoperte più lontane dai circuiti classici. Un debole dichiarato per il Trebbiano Spoletino umbro, capace di sorprendere chi lo assaggia immaginando qualcosa di ordinario e un occhio attento alla Slovenia, dove ha incontrato piccoli produttori di orange wine da Pinela e Rebula: vini macerati sulle bucce, venduti a prezzi onesti, carichi di un’identità che molte etichette di pari fascia faticano a esprimere.
Produttori, serate e qualche sorpresa
Se la selezione è il cuore di Iriswine, le serate con i produttori ne sono l’anima. Il locale si trasforma in un luogo d’incontro reale: chi ha fatto il vino racconta il proprio lavoro davanti a un bicchiere, e chi ascolta porta a casa qualcosa di più di una semplice etichetta.
Tra gli ospiti più attesi c’è Alberto Paltrinieri, produttore di Lambrusco di Sorbara, capace di ribaltare ogni pregiudizio su quel vino frizzante che ancora qualcuno fatica a prendere sul serio.
Spesso è anche di casa Giulio Larcher della Tenuta Maso Corno con le sue splendide bottiglie, capaci di dare alla serate che organizza sempre quel pizzico di brio in più. Produce un Trentodoc di eccellenza pura!
Poi c’è un giovane enologo dell’Irpinia, un microproduttore dal talento ancora tutto da scoprire e di cui Massimiliano parla con l’entusiasmo di chi ha trovato un tesoro:
Meriterebbe un articolo tutto suo
Mi suggerisce, lasciandomi immaginare la prossima trasferta.
Non riesce proprio al trattenersi di raccontare di un episodio con il produttore sloveno di Rebula Orange: invitato a una serata di degustazione, è arrivato con un magnum in dono da condividere con tutti i presenti.
Quell’emozione lì ce l’ho ancora dentro. Sono cose che la cultura del vino ti regala: un produttore che viene da così lontano e divide con te una bottiglia che non si trova in commercio.
La formula delle serate si è arricchita di un tocco inaspettato: Con la collaborazione di una struttura poco lontano, Massimilano si è creato la possibilità di abbinare la cena a un momento in piscina, dalle diciotto a mezzanotte.
In cucina la linea è chiara; Farro, panzanella, fiori di zucca fritti, verdure dell’orto, cose semplici e gustose e menù attorno ai venti euro con una priorità non negoziabile
Ho chiesto di tenere il prezzo del cibo basso, perché poi ci sono i vini, e quelli fanno la differenza.
Sugli scaffali ha trovato posto anche Bongin, il gin artigianale firmato da Martina Bongi e Gianni Petrella, due sommelier di Pistoia a cui ho dedicato un articolo qualche tempo fa. Questo racconta come Iriswine sappia allargare i propri orizzonti in tutte le direzioni.
Oltre le mura: la Nave Palinuro e gli orizzonti che si allargano
Non tutto accade tra le pareti dell’enoteca. Massimiliano ha costruito nel tempo una rete di relazioni che porta Iriswine ben oltre Pieve a Nievole.
Sul fronte internazionale, il progetto è semplice ma richiede metodo: far conoscere l’enoteca agli ospiti stranieri soggiornanti negli hotel termali di Montecatini attraverso materiali informativi distribuiti nelle reception.
È il primo anno che ci provo seriamente, So che ci vuole pazienza. Quest’anno si parte da zero, il prossimo raccoglieremo i frutti.
L’enoteca accoglie anche eventi aziendali privati e realtà industriali e commerciali del territorio che scelgono sale e giardino per occasioni riservate nei giorni di chiusura al pubblico.
Tra le iniziative più significative c’è stata la partecipazione all’evento di “Insieme per la Vita” a bordo del Palinuro, la storica nave scuola della Marina Militare, un appuntamento benefico a sostegno dei bambini malati, a cui ho personalmente partecipato. Il racconto completo è nella mia rubrica “Le bischerate di un sommelier” su Wine Tales Magazine. Massimiliano ha cercato personalmente i produttori da portare a bordo.
Ci saranno belle storie, bei vini e una causa che vale la pena raccontare
mi aveva detto. Aveva ragione!.
In agenda anche una serata dedicata ai vini dealcolati. A luglio, in collaborazione con un produttore amico, Iriswine ha proposto un confronto tra etichette tradizionali, un cocktail a base di gin e una selezione di prodotti dealcolati.
L’obiettivo è dare una risposta a tutti, anche a chi non beve ma vuole vivere la convivialità del calice.
Un mercato su cui Massimiliano mantiene curiosità e rigore in egual misura
La qualità va misurata con lo stesso metro degli altri vini, senza sconti.
«Vedo un marchio»: la suggestione del sommelier
Verso la fine della serata, tra un calice e l’altro, gli ho fatto la domanda più diretta.
Massimiliano, quando guardi ai prossimi anni di Iriswine, cosa vedi?
Vedo un marchio. Quando ho aperto questa attività, la prima cosa che ho fatto è stata registrarlo: per me era un punto di partenza, non solo un nome sopra la porta. L’obiettivo è creare un format riconosciuto, così che in futuro chi vorrà investire su questo marchio in un’altra zona d’Italia trovi già un’esperienza, un metodo, un know-how. Non si costruisce in un anno: ci vogliono tempo, errori e pazienza. Ma se l’avessi iniziato vent’anni fa, oggi saremmo già altrove. Quindi tanto vale continuare.
Dietro questa visione c’è già un’esperienza concreta: la revisione della carta dei vini per un hotel di Lucca, l’inserimento di etichette francesi per clientele specifiche, e la presenza crescente di Martina nella comunicazione digitale.
Iriswine non è un sogno in attesa di diventare reale: è un progetto già in cammino, con i piedi ben piantati a Pieve a Nievole e lo sguardo su un orizzonte più ampio.
A fine serata, mentre i tavoli si svuotavano, Massimiliano mi ha lasciato con una frase che porto ancora con me:
Lavorare nel mondo del vino ti fa conoscere persone meravigliose. Ti porta a vivere momenti che, altrimenti, non avresti mai vissuto.
Una frase che, da sommelier e da autore di articoli su WineTaleMagazine, sento profondamente mia.
Iriswine è un posto dove il vino non è mai soltanto vino, ma acquisisce una geometria precisa: la scelta delle etichette giuste, il prezzo onesto, la personalità che non si può comprare. Un geometra con la passione dell’enologia, una figlia con gli occhi sul futuro, un fondo trasformato in enoteca che però, come tiene a precisare Massimiliano, è un’attività vera, non un salotto tra amici.
Come si dice in Toscana: le cose buone si fanno attendere. Iriswine, bottiglia dopo bottiglia, serata dopo serata, ha tutta la pazienza del mondo.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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1 Settembre, 2026
Cupertinum. Il Negroamaro nel Castello di Copertino
In Puglia, nel cuore della penisola salentina, a metà strada fra il mar Ionio e l’Adriatico, si stende la campagna di Copertino. È una terra rossa dove la vite e l’ulivo crescono fianco a fianco, in un equilibrio antico. In questo paesaggio, nel 1935, trentasei viticoltori decisero di unire le forze e fondarono la Cantina Sociale di Copertino, un progetto di cooperazione nato per occuparsi direttamente della vinificazione delle proprie uve e del commercio dei vini, senza intermediari. Da allora la Cupertinum (come oggi si chiama la cantina) non ha mai smesso di essere una colonna portante di questo territorio.
Oggi, a novant’anni da quella prima vendemmia, sono trecento i soci che ogni anno conferiscono il proprio raccolto alla cantina, per una superficie vitata complessiva di circa trecentoventi ettari. Un numero cresciuto nel tempo, a testimoniare quanto la formula cooperativa abbia retto, e bene, alla prova degli anni. I vigneti vengono seguiti con la sapienza di chi conosce il proprio terreno da generazioni, coniugando tradizione e innovazione per ottenere vini capaci ancora oggi di emozionare.
Il vitigno principe della casa è il Negroamaro Qui il Negroamaro non si beve soltanto: si vive, simbolo del Salento, affiancato da Malvasia nera, Primitivo e da altre varietà che nei secoli si sono perfettamente acclimatate a queste terre. La zona della DOC Copertino si distende in pianura, fra i trenta e i sessanta metri sul livello del mare, su terreni argillosi che poggiano su un basamento di roccia calcarea e tufacea. È una combinazione che regala ai vini un’impronta riconoscibile e un’aromaticità accattivante, fatta di concordanza ed eleganza più che di potenza fine a se stessa.
Negli anni Sessanta e Settanta la provincia di Lecce contava circa sessanta cantine sociali: un mosaico di realtà che vivevano attorno ai binari ferroviari, fondamentali per spedire il vino sfuso verso il Nord Italia e la Francia. Il Negroamaro e il Primitivo erano protagonisti indiscussi, utilizzati come vini da taglio per dare colore e struttura ai vini di mezza Europa.
Documenti storici raccontano che le parti alte delle mura del Castello Angioino (fra le più imponenti strutture difensive della zona), venivano un tempo utilizzate come giardini pensili e coltivate a vigneto. Nel 2013 la Cupertinum ha proposto di far rivivere quella memoria, presentando alla direzione del Castello e alla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Lecce un progetto di valorizzazione tanto semplice quanto audace: reimpiantare la vite sui bastioni. Il progetto è stato accolto con entusiasmo, e nel 2014 il vigneto è tornato a esistere, allevato ad alberello pugliese con i filari disposti a quinconce e coltivato a Negroamaro Cannellino, un’antica varietà precoce riscoperta da Antonio Calò, storico presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, e scelta nei vivai di barbatelle di Otranto.
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Quando ho chiesto a Francesco Trono cosa significhi, per una cooperativa di trecento soci, riportare la vite dentro le mura di un castello, mi ha risposto con orgoglio che si tratta di un progetto che non ha precedenti né in Italia né all’estero, capace di far rivivere la storia e di valorizzare gli aspetti più autentici della cultura contadina di Copertino. Non a caso, le bottiglie di Copertino DOC portano oggi in etichetta il portale del Castello, mentre due vini IGT Salento, Squarciafico e Spinello dei Falconi, sono dedicati alle famiglie nobiliari che un tempo abitarono proprio quelle mura.
La vocazione vitivinicola di questa terra non è certo una scoperta recente. Gli storici fanno risalire le prime coltivazioni della vite in Salento addirittura all’VIII secolo avanti Cristo, all’epoca della colonizzazione greca. I romani apprezzarono e celebrarono in versi i vini della Terra d’Otranto, e nel Medioevo la produzione continuò a fiorire: nel XII secolo fu perfino Federico II a incoraggiare la sperimentazione di nuovi vitigni. Un documento del 1583, conservato nell’Archivio Generale Agostiniano di Roma, descrive la campagna intorno a Copertino cinta da uliveti e attraversata da vigne che, già allora, davano uve di qualità eccezionale. Sono parole scritte oltre quattro secoli fa, ma che sembrano fotografare ancora oggi questa cantina. Due secoli dopo, sotto Gioacchino Murat, le statistiche del Regno di Napoli documentavano puntualmente le varietà coltivate a Copertino; e il 2 novembre 1976 quel patrimonio ricevette infine il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata.
Cupertinum, una cooperativa anche per la comunità
Ho incontrato il presidente Francesco Trono nella sede della cooperativa, tra le vasche d’acciaio e i profumi di cantina. Agronomo, alla guida della Cupertinum dal 2013, Trono racconta con naturalezza un lato della cantina che raramente finisce in etichetta: quello sociale.
Da una decina d’anni, nei terreni intorno alla cantina cresce una piccola vigna ad alberello di Negroamaro dedicata alle scuole, dove si organizzano giornate di educazione all’agricoltura, corsi di apicoltura e incontri sulla cultura dell’ulivo e dell’olio. La vendemmia, in particolare, è diventata un appuntamento fisso per i bambini e i ragazzi dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Lecce, che ogni anno scoprono con le mani grappoli e acini, ne riconoscono il profumo, pigiano l’uva a piedi nudi nei tini e assaggiano il mosto appena spremuto. Alla fine dell’estate è invece la squadra di calcio per non vedenti a organizzare le “cene al buio” per autofinanziare le proprie trasferte: gli ospiti vengono serviti, al buio, dagli stessi giocatori, in una serata che aiuta chi vede a capire, almeno per qualche ora, cosa significhi non vederci. Francesco, non dimentica di farmi vedere la grande cura che tutti loro hanno delle arnie e delle api che producono un miele molto ricercato in zona.
Il presidente mi ha raccontato anche di una pista da mountain bike che la cooperativa ha voluto ricavare nella sua pineta, pensata per ragazzi che vogliono fare sport in armonia con la natura.
Inoltre la Cupertinum e il suo presidente, sono sempre disponibili ad aprire le proprie porte anche a chi attraversa un momento di difficoltà lavorativa. Tra le persone che negli anni ha accolto, mi ha detto, c’è anche un avvocato che a un certo punto della propria vita ha scelto di non esercitare più la professione forense. Oggi guida trattori, fa potature e vendemmie ritrovando serenità e salute. È la semplice dimostrazione che la terra, quando chiama, non sbaglia mai,
Negli ultimi anni la cantina ha inoltre avviato una collaborazione con Sorgenia per la realizzazione di un impianto fotovoltaico, un passo concreto verso una produzione vitivinicola più sostenibile.
Cupertinum riesce in buona sostanza a conciliare facilmente una realtà quasi centenaria con una grande spinta verso la sostenibilità, avendo già nel DNA il concetto che fare squadra, resta oggi il modo più naturale per prendersi cura del territorio e del suo futuro.
I vini che raccontano il territorio
Ogni vino della Cupertinum racconta un frammento di storia locale e dal 2010 grazie al rigoroso lavoro del dott. Giuseppe Pizzolante Leuzzi, guida enologica della Cupertinum, sono iniziate delle ventate di novità . E’ la sua intuizione e la sua dedizione al lavoro che hanno reso possibile la nascita del Glykòs, (Passito da negramaro); Il Giortì (spumante da negroamaro vinificato in bianco); L’Aldieri (Rosso da primitivo) e definito impeccabilmente i Copertino Doc.
Il cuore della produzione resta il rosso. Il Copertino DOC è un Negroamaro in purezza affinata fra acciaio e cemento vetrificato con una piccola parte in barrique di secondo e terzo passaggio, dal frutto scuro, rubino intenso, mora e prugna con un finale caldo, morbido, appena speziato di pepe nero, con quel piacevole fondo amarognolo che è la firma del vitigno.
La versione Riserva, affinata più a lungo fra acciaio e cemento vetrificato, si fa ampia ed eterea, mostrando un colore granato, persistente con richiami di macchia mediterranea, cuoio, mandorla e ribes nero. Lungo, armonico, identitario. Il Wine Spectator lo ha premiato con 89 punti, apprezzandone proprio le note di cuoio e salvia essiccata.
Il Settantacinque Riserva ha un’anima più verticale e legata all’annata. Una chicca, una scommessa vinta immediatamente. Vino rosso granato dal profumo persistente, asciutto e caldo con note di frutta matura che bene rilevano la varietà e la territorialità, complesso e armonico con un lungo finale.
Accanto ai grandi rossi da Negroamaro, la Cupertinum lavora con crescente convinzione anche il Primitivo da cui nasce l’Aldieri, che prende il nome da una contrada storica del territorio. Vino color porpora carico, morbido, caldo, dai tannini fitti, ciliegia matura, mirto, spezie e mandorla, con ricordi di cioccolato e confettura di prugna.
Il Poggiani, invece, è un Negroamaro più giovane e conviviale, dal profumo di frutti rossi, liquirizia e caffè.
Cupertinum produce non solo rossi impegnativi: la gamma si apre anche a etichette pensate per la quotidianità.
Il Cigliano, uno Chardonnay in purezza, ha riflessi dorati e profumi delicati di salvia, glicine e sambuco e gelsomino, con un finale fresco e leggermente sapido.
La linea Petra di Sole propone un bianco dal carattere aromatico deciso, fresco e vivace dal retrogusto di melone bianco e un rosato da Negroamaro, fruttato con note di mora e dal finale piacevolmente amarognolo. Entrambi pensati per aperitivi e tavole informali.
Più identitari, perché legati alla storia del Castello, sono i due Squarciafico che ricordano la famiglia genovese che nel Cinquecento commerciava grano, olio e vino dal porto di Gallipoli. Nella cappella di San Marco, all’interno del Castello, si trovano ancora i loro sarcofagi.
Lo Spinello dei Falconi, dedicato all’antico feudatario della contea di Veglie, Copertino e Leverano. Un rosato color cerasuolo dal profumo di ciliegia, lampone e rosa selvatica. Fresco, raffinato, con piacevoli ricordi di mora, forse il più elegante della categoria.
Cupertinum produce anche il vino per la Santa Messa, autorizzato con regolare decreto della Diocesi, Il Glykòs, che in greco significa ‘dolce’. E ‘nato nel 2002 come primo passito di Negroamaro in purezza: le uve vengono raccolte e lasciate appassire al sole del Salento, fino a diventare un vino pieno, rotondo, dal frutto maturo e da note di mirto e liquirizia.
Il Giortì, che in greco significa ‘festa’, è invece uno spumante extra dry ottenuto vinificando in bianco e poi filtrando con carbone lo stesso Negroamaro: un’interpretazione insolita e riuscita del vitigno, che restituisce un colore quasi trasparente, con un perlage sottile e dal profumo agrumato, ideale per i brindisi e per gli aperitivi.
Chiude la gamma la grappa Le Viole, distillata con cura dalle vinacce di Negroamaro in alambicchi a vapore, con il taglio di teste e code: cristallina, morbida, dai profumi floreali e di nocciolo di ciliegia.
I nostri vini sono storie che diventano etichette, Sono nomi che non si inventano: si ereditano.
Assaggiati i loro prodotti, mi è venuto naturale chiedere al presidente, come riesce a fondere una realtà cooperativa con una qualità così alta. Francesco Trono risponde semplicemente che il segreto non è altro che il controllo della filiera. Prima della vendemmia viene verificato lo stato sanitario delle uve per poi vinificarle separatamente per varietà e gradazione. Il mosto passa poi nelle vasche in cemento, interrate a otto metri di profondità, garantendo una stabilità termica naturale. Per la DOC Riserva viene rispettato un affinamento minimo di due anni. Il legno viene usato con discrezione per non coprire la tipicità del Negroamaro.
Gli chiedo inoltre come la cooperativa riesca a fondersi così bene con il territorio. La risposta è talmente semplice che mi emoziona. Dice Trono
L’età media dei viticoltori si alza inesorabilmente e molti vigneti rischiano l’abbandono. Abbiamo quindi iniziato a prendere in affitto diversi terreni che altrimenti rimarrebbero all’abbandono e ad assumere giovani.
Dei vini della Cupertinum hanno scritto, nel tempo, maestri della critica enologica come Luigi Veronelli, Hugh Johnson e Gianni Mura, oltre che le guide più autorevoli, da Decanter a Vinous, da Slow Wine a Vitae dell’Associazione Italiana Sommelier, dalla Guida De L’Espresso a Vinibuoni d’Italia, fino al Gambero Rosso. Tutti hanno riconosciuto negli anni la coerenza di un’intera gamma che non conosce cali di livello, sottolineando la fedeltà di questi vini alla propria terra, senza cedimenti verso mode passeggere e con un rapporto qualità-prezzo che raramente si trova altrove.
Chi vuole conoscere la Cupertinum da vicino può farlo di persona, varcando la soglia del punto vendita interno alla cantina dove è possibile acquistare, degustare e prenotare una visita guidata fra i vigneti e le botti. È aperta dal lunedì al sabato, dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30, giovedì pomeriggio escluso, e resta chiusa la domenica.
C’è un vecchio detto, qui in Toscana, secondo cui il buon vino non ha bisogno di frasca: non serve appenderlo fuori dall’uscio per farlo riconoscere, perché si fa notare da sé.
Ripensando alla Cupertinum, e alla chiacchierata con il presidente Trono, sono sicuro di aver colto in pieno l’anima di questa cantina. Novant’anni di lavoro corale, trecento famiglie che ogni anno affidano le proprie uve a un progetto comune, un vigneto che si arrampica sulle mura di un castello, e una porta sempre aperta ai bambini che scoprono l’uva con le mani e a chi ha bisogno di una seconda occasione nella vita. Al Negroamaro di Copertino basta l’amore per il loro prodotto per far raccontare alla terra rossa del Salento la propria storia.
In definitiva la Cupertinum è una cantina che non si limita a produrre vino: custodisce storie, accoglie persone, protegge tradizioni. Qui il Negroamaro diventa voce, memoria, comunità. È un vino che non si dimentica, perché parla la lingua della sua terra che è quella che Cupertinum racconta.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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26 Agosto, 2026
Marchesi Pancrazi. La terra ha già deciso per noi
Arrivo a Bagnolo di buon mattino, con qualche appunto in tasca, il ricordo di quello che ho già degustato in svariate occasioni e la certezza di trovarmi finalmente in un posto fuori dal comune. Il vialetto di cipressi, il Monte Ferrato che sovrasta verde e silenzioso, i muri antichi che respirano storia e la magnifica Villa di Bagnolo ti accoglie prima ancora che tu bussi.
Ad aspettarmi non c’è solo il Marchese Giuseppe Pancrazi. Con lui c’è Francesca Buti che conoscevo già. È lei che segue le degustazioni, coordina la vendita diretta e presenta i vini nelle manifestazioni. Grande professionalità, grande gentilezza che è la perfetta combinazione che trasforma una visita in un’esperienza. Il marchese apre la conversazione, Francesca completa, integra, aggiunge. Si capisce subito che questa è un’azienda di persone prima ancora che di vino.
La Villa: una casa prima che una cantina
La Villa di Bagnolo non è una cantina con annessa abitazione: è una dimora storica che ha sempre tenuto il vino al suo interno come ha tenuto tutto il resto. Il grano, l’olio, gli animali, la gente che ci lavorava. Costruita tra il XVI e il XVII secolo dalla nobile famiglia fiorentina degli Strozzi, Principi e Duchi di Bagnolo, aveva una sua precisa organizzazione. Quella struttura si legge ancora oggi, stanza dopo stanza.
Il blocco principale segue la logica delle grandi fattorie toscane. Al piano terra: la cucina, grande come si conveniva a una casa che sfamava decine di persone, dotata di un passavivande per mandare i piatti al piano superiore, il piano nobile. Era li che il padrone pranzava lontano dal fumo e dai rumori. Una gerarchia verticale, letterale e simbolica. Sempre al piano terra: la sala del vice fattore, dove i conti della fattoria venivano messi in riga con la precisione del tempo; la sala del fattore, dove i mezzadri si presentavano per ricevere la loro parte; la sala dell’olio, ancora oggi custode dell’oro verde della tenuta; la sala delle botti, che ha attraversato i secoli cambiando solo in parte il suo contenuto. Oggi vi convivono le vasche in cemento per la vinificazione e le vecchie tonneaux, fianco a fianco come se il tempo avesse trovato un accordo con sé stesso.
L’ex stalla, dove un tempo vivevano tori e cavalli con il fienile sopra, oggi ospita le bottiglie pronte per la vendita. L’ex frantoio è diventato deposito di vino imbottigliato.
La limonaia, la usiamo ancora oggi.
Scendendo al piano interrato troviamo la vera cantina con le barriques e i vini in affinamento. Il silenzio è incredibile, la temperatura perfetta senza bisogno di impianti. Risalendo al piano superiore, le stanze private e il salone di rappresentanza, che conserva tutta la sua dignità antica. Essere stati sempre casa di famiglia ha preservato qualcosa di irripetibile.
Marchese, questa villa è rimasta sempre una casa privata. Non ci ha mai tentato l’idea di convertirla in albergo?
No, mai. Qui è la “casa di famiglia”, non un prodotto da vendere. Il fatto che sia rimasta sempre in famiglia ha consentito di conservare l’identità storica che altrove si va perdendo. E quella identità si sente anche nel vino.
La sicurezza sul lavoro, già negli anni Cinquanta
In una delle sale, appese alle pareti, ci sono delle illustrazioni. Tavole grafiche degli anni Cinquanta e Sessanta, disegnate con uno stile diretto, quasi didascalico, pensate per essere capite a colpo d’occhio. I titoli la dicono lunga: Prudenza dell’agricoltore, Agricoltori, la morte in agguato.
Le istruzioni sono precise e concrete: come si conduce un toro tenendolo per l’anello al naso, unico modo per tenerlo calmo e ridurre il rischio; come si porta una falce senza mettere in pericolo chi ti cammina accanto; come ci si siede su un carro per non cadere; come si lavora su una scala in sicurezza. Tutto illustrato, senza testo: perché l’alfabetizzazione, all’epoca, non era quella di oggi, e un disegno arrivava dove le parole non sempre riuscivano.
La sicurezza sul lavoro è un tema quanto mai attuale: la cronaca ce lo ricorda continuamente, con i numeri dolorosi degli infortuni e delle morti bianche. Vedere questi manifesti in una cantina storica è un segnale piccolo ma preciso: quella che oggi chiamiamo cultura della prevenzione qui era già presente settant’anni fa, appesa a un muro, visibile a chiunque lavorasse in questa tenuta. I vecchi proprietari, gli Strozzi, e poi i nuovi, i Pancrazi, hanno sempre sentito questo come un dovere. Non una norma da rispettare: un valore.
Francesca, quelle tavole sulla sicurezza mi hanno colpito molto. Come mai sono ancora lì?
Sono lì perché fanno parte di questa casa. Quando sei in un posto vissuto davvero, non buttare via nulla che racconta chi eri. E poi, ogni volta che le guardo, mi ricordo che certe attenzioni non sono un’invenzione recente. Li trovo bellissimi, anche esteticamente. Sono diretti, efficaci, onesti. Come dovrebbe essere sempre la comunicazione sulla sicurezza.
Un errore felice: come nasce il primo Pinot Nero toscano
La storia di questa azienda inizia con uno sbaglio. Negli anni Settanta, quando la tenuta passa dagli Strozzi (l’ultima rappresentante della famiglia era scomparsa nel 1965 senza eredi) alla famiglia Pancrazi, Vittorio Pancrazi decide di reimpiantare le vigne. Ordina Sangiovese. Il vivaista porta barbatelle di Pinot Nero.
Per anni nessuno se ne accorge. La vigna produce grappoli piccoli, matura in anticipo, ha un’aria da malata. Cambiamola, dicono in molti. Facciamo un bianco, qualcosa di diverso. Poi torna dalla Francia Nicolò D’Afflitto, giovane enologo amico di famiglia, formato in Borgogna. Lo guarda, lo riconosce al volo: Questo non è Sangiovese. È Pinot Nero. E, tra l’altro, viene bene.
Da quel momento tutto cambia. Si tratta la vigna come Pinot Nero in vigna e in cantina. Nel 1989, con un’annata eccezionale, arriva la prima bottiglia. I Pancrazi diventano i primi produttori di Pinot Nero in Toscana. Una primazia nata per caso, custodita con talento.
Se il vivaista non avesse sbagliato, oggi cosa ci sarebbe qui? Un altro Sangiovese?
Probabilmente sì. O qualcosa di normale. E invece ogni tanto mi viene da pensare che quell’errore non fosse poi così casuale – come se la terra avesse già deciso per noi, e il vivaista fosse solo lo strumento. Mio zio ordinava Sangiovese, ma questo posto voleva altro. Il Pinot Nero è elegante ed esigente, va trattato coi guanti bianchi. Però quando trova il posto giusto, ripaga con qualcosa che non puoi spiegare a parole. Qui ha trovato il suo posto.
Il terroir: tre ragioni per cui il Pinot Nero si trova bene qui
Non è solo fortuna, e nemmeno solo bravura. Con il tempo è diventato chiaro perché proprio a Bagnolo il Pinot Nero riesca dove altrove in Toscana fatica. Tre fattori concorrono a creare le condizioni ideali per questo vitigno capriccioso.
La pietra serpentina. Siamo ai piedi del Monte Ferrato, dove affiorano rocce di serpentino con caratteristici riflessi verdi. Il terreno argilloso e ricco di ferro, trasferisce ai vini una mineralità netta e riconoscibile – una firma che si sente al naso e in bocca.
L’escursione termica. La posizione ai piedi dell’Appennino fa sì che d’estate, verso le nove di sera, arrivi una corrente fresca che abbassa sensibilmente la temperatura. Questo contrasto tra il caldo del giorno e il fresco della notte rallenta la maturazione, preserva acidità e complessità aromatica. Qualità indispensabili nel Pinot Nero.
L’umidità del suolo. Non è un caso che il luogo si chiami Bagnolo: c’è acqua a pochi metri di profondità, e quell’umidità costante crea un microclima che il Pinot Nero apprezza. Anche questo non si compra e non si costruisce.
Cinque ettari sembra poco. Come si giustifica economicamente una scelta così piccola?
Con cinque ettari di Pinot Nero, o fai qualcosa di particolare o non stai in piedi. Non puoi competere sul volume. Devi competere sulla qualità, sulla storia, sull’identità. Noi produciamo 25.000 bottiglie l’anno: non molte, ma ogni bottiglia ha un motivo per esistere. E il Pinot Nero è un vitigno che ama i posti piccoli. In Borgogna i cru migliori sono appezzamenti minuscoli. Non è un caso.
I cloni: la scienza serve la terra
Una volta riconosciuto il potenziale del luogo, la famiglia ha fatto una scelta precisa: non coltivare un Pinot Nero qualsiasi, ma trovare i cloni di origine francese più adatti a questo specifico terroir. La vigna originale era un mistero e nessuno sapeva con certezza quali cloni il vivaista avesse portato. Così Nicolò D’Afflitto propose una vigna sperimentale con 13 cloni diversi, seguita da micro-vinificazioni per ciascuno. L’obiettivo: lasciare che fosse la terra a parlare.
Il risultato di quel lungo lavoro è alla base dei quattro vini prodotti oggi. Monte Ferrato nasce da due cloni (113 e 114); Villa di Bagnolo ne assembla sette (113, 115, 114, 666, 777 e 943); Vigna Baragazza è il clone 777 in purezza. Ogni vino è quindi l’espressione di una selezione specifica, calibrata su quella parcella, quell’altitudine, quella combinazione di sole e pietra.
In cantina, rinnovata nel 2021, le uve arrivano in cassette dalla vendemmia manuale, vengono diraspate senza pigiatura – i chicchi restano intatti – e fermentano in piccole vasche di cemento da 31 ettolitri. Separatamente, clone per clone. L’affinamento avviene in barriques di rovere francese a grana fine, con tostatura leggera o media: legno che accompagna, non che prevarica. Le vinacce vanno a una distilleria vicentina per la Grappa di Pinot Nero.
Perché il cemento e non l’acciaio per la fermentazione?
Il cemento è un materiale vivo. Respira in modo diverso dall’acciaio, mantiene le temperature in modo più naturale, ha una sua micro-porosità che interagisce con il vino. Abbiamo sostituito le vecchie vasche di acciaio nel 2021 con vasche di cemento nuove, fatte da Nico Velo di Vicenza: sono piccole apposta, 31 ettolitri, per vinificare separatamente ogni clone. È un lavoro in più, ma è l’unico modo per esprimere al meglio il potenziale di ciascun clone.
I quattro vini: parcella per parcella, la grappa e l’olio.
Il Pinot Nero (Pinot Noir) è considerato tra i più nobili, complessi ed eleganti vitigni a bacca rossa al mondo, ma è anche tra i più difficili e delicati da coltivare. Originario della Borgogna, deve il suo nome alla forma caratteristica del grappolo, compatto e serrato, che ricorda una pigna (pin in francese). La buccia degli acini è sottile e con pochi pigmenti. Ricca di tannini ma povera di antociani (i pigmenti responsabili del colore nei vini rossi). Il grappolo è notevolmente compatto.
Germoglia e matura presto ed è un vitigno geneticamente instabile e altamente mutabile (ha generato per mutazione il Pinot Bianco e il Pinot Grigio) che riflette in modo chirurgico la composizione del suolo, il microclima e le decisioni della cantina.
L’affinamento in legno predilige botti di rovere francese di medio-piccolo taglio con tostature contenute per non sovrastare i profumi primari.
L’abbinamento gastronomico del Pinot Nero si fonda sull’equilibrio tra la sua struttura elegante, la trama tannica setosa e la spiccata freschezza. Non tollera piatti con eccessi di grasso bruciato o speziature prevaricanti, ma esalta le preparazioni dotate di succulenza, untuosità e complessità aromatica.
Pinot Nero Monte Ferrato 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113 e 114 – reimpiantati nel 2011 – affinamento 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio
La vigna d’origine, quella del celebre errore. Terreno argilloso e ricco di ferro ai piedi del Monte Ferrato. Il legno usato per l’affinamento è volutamente “maturo” – barrique di terzo e quarto passaggio – per non sovrastare la delicatezza del Pinot Nero ma accompagnarlo con discrezione.
La vinificazione e il successivo affinamento di 12 mesi in barrique di terzo e quarto passaggio, conservano le caratteristiche organolettiche del pinot nero regalandoci nel contempo qualche nota di complessa.
Alla vista si presenta di un rosso rubino scarico, trasparente e luminoso, con piacevoli e tenui riflessi che passano rapidamente tra il rubino chiaro a quasi un rosato complesso.
Il naso ti avvolge velocemente con Frutti rossi croccanti (lampone, fragolina di bosco, ciliegia, ribes), accompagnati da spiccate note floreali di violetta e rosa canina.
La freschezza è sferzante, la trama tannica si fa sentire, ma resta setosa e vellutata, il corpo di medio peso si guadagna una buona persistenza al palato.
E’ perfettamente adatto a sgrassare con la sua succulenza e la sua freschezza e lo vedo egregiamente abbinato con una semplice pasta con un ragù di cortile, oppure con un antipasto a base di formaggi a crosta fiorita e salumi nobili non troppo speziati (Prosciutto S. Daniele), oppure ancora meglio con un filetto di maiale con pancetta, un trancio di salmone alla griglia, un coniglio in umido, e perché no, una zuppa di pesce con il pomodoro.
Pinot Nero Villa di Bagnolo 2023 – Rosso Toscano IGT
Cloni 113, 115, 114, 666, 777 e 943 – impianti 1989, 1994, 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio
Il vino più rappresentativo della tenuta. Vigne in prossimità del torrente Bagnolo, a 150 metri di altitudine, su terreno umido e ricco di serpentino. Sette cloni, tre impianti diversi, 18 mesi di legno: il risultato è la maggiore complessità del catalogo.
L’affinamento più importante in barrique di primo e secondo passaggio per 18 mesi si fa sentire alla vista, al naso e al palato.
Con l’affinamento la freschezza si integra in modo eccellente, i tannini vengono domati e il corredo aromatico vira verso il terziario.
Il rosso rubino trasparente diventa più carico e vira al quasi al granato. Esplode il sottobosco con la foglia secca, cuoio, fungo, tartufo, spezie e note ematiche eminerali.
La freschezza leggermente più timida, lascia spazio ad una trama tannica educata, ben addomesticata, e piacevolissima. Il corpo restituisce un peso nel complesso delicato che incanta. L’estrema persistenza lo rende delizioso.
Lo consiglio con la cacciagione, con un bel peposo dell’Impruneta, con un filetto di manzo ai funghi porcini, oppure con una semplice bruschetta con i funghi e uova al tartufo.
Pinot Nero Vigna Baragazza – Rosso Toscano IGT
Clone 777 in purezza – impianto 1999 – affinamento 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio – produzione limitata
Il cru. Vigna nelle parcelle di maggiore altitudine, clone 777 selezionato in purezza per la sua capacità di esprimere potenza e raffinatezza insieme. Poche centinaia di bottiglie all’anno, talvolta prodotte anche in Magnum e Jeroboam. Non sempre disponibile: quando c’è, va cercato.
Alla vista si presenta granato compatto e profondo, di notevole concentrazione cromatica.
E’ elegante e austero. Domina il mirtillo sotto spirito, crème de cassis, petali di rosa appassita, humus di bosco. Sul fondo, sfumature terziarie quasi animali che raccontano carattere e maturità.
La freschezza è dinamica e incisiva. La trama tannica si fa sentire senza essere invadente, in perfetto equilibrio con l’alcol. Il finale è lungo, sapido, persistente: invita al sorso successivo anche a distanza di minuti.
Si sposa impeccabilmente con un brasato, con il tartufo nero, con il gorgonzola piccante stagionato.
Pinot Nero Rosé Villa di Bagnolo 2025 – Rosato Toscano IGT
Pinot Nero 100% – impianti 1989, 1994, 1999, 2011 – separazione dalle vinacce entro 12 ore – fermentazione in cemento, nessun legno
Un giovane rosato che non si scusa di essere tale. Pinot Nero in purezza, separazione rapida dalle bucce, nessun passaggio in legno: l’obiettivo è tutto il frutto e tutta la freschezza del vitigno, senza mediazioni.
La sua estrema eleganza mi ha conquistato immediatamente. E’ fresco, beverino, di buona ampiezza aromatica e di una raffinata freschezza.
Si presenta con una fantastica tonalità di rosa tenue (stile provenzale) quasi buccia di cipolla, con qualche bella rifrangenza ramata.
Dominano note di piccoli frutti rossi aciduli (fragolina di bosco, ribes rosso, melograno, lampone), agrumi freschi (pompelmo rosa, scorza d’arancia) e spunti floreali di rosa canina e peonia, arricchite da un sottofondo gessoso.
L’ingresso è teso e verticale, dominato da una freschezza citrina sferzante e da un’evidente sapidità con una struttura agile ma persistente.
La natura poliedrica del Pinot Nero rosé lo rende uno dei vini più versatili in tavola, capace di coprire dall’aperitivo a tutto il pasto.
E perfetto per crudi di mare (Tartare di salmone, scampi e gamberi rossi), tagliolini con verdure, oppure una semplice pasta al pomodoro fresco e basilico. Prosciutto crudo dolce, mozzarella di bufala campana, e perché no, anche piatti leggeri della cucina asiatica.
La “Grappa di Pinot Nero”
Non poteva mancare la grappa di Pinot Nero, egregia estensione delle vinacce del pinot di Bagnolo. Calda, avvolgente sincera. L’ideale per un fine pasto di spessore.
L’olio extra vergine: l’altro oro di Bagnolo
Sarebbe un errore uscire da Bagnolo senza parlare dell’olio. La tenuta conta circa 3.000 ulivi alle pendici del Monte Ferrato, coltivati nelle varietà tipiche toscane: Moraiolo, Frantoio, Leccino, Pendolino e Rossellino. La raccolta è manuale, le olive vengono riposte in piccole cassette, la frangitura a freddo avviene entro 12 ore dalla raccolta. Rigore artigianale, risultati eccellenti: l’olio dei Pancrazi ha ricevuto più volte il riconoscimento di Miglior Olio Extra Vergine d’Oliva della Provincia di Prato. Una conferma che l’attenzione con cui questa famiglia lavora non conosce eccezioni.
Riconoscimenti: una bacheca internazionale
I vini dei Marchesi Pancrazi sono seguiti con costanza dalle principali guide e riviste di settore, italiane e internazionali. I punteggi parlano chiaro.
James Suckling: Monte Ferrato 95 pt (2019) • Villa di Bagnolo 94 pt (2023) • Vigna Baragazza 94 pt (2018, 2022) • Rosé fino a 91 pt
Wine Enthusiast: Villa di Bagnolo 2016 – 95 pt • Vigna Baragazza 2016 – 92 pt • Monte Ferrato 2018 – 92 pt
Luca Maroni: Villa di Bagnolo 2022 – 95 pt • Vigna Baragazza 2021 – 94 pt • Rosé 2023 – 94 pt
Guida Vitae – AIS: Vigna Baragazza: 4 Viti per numerose annate (2015, 2016, 2018, 2019, 2021, 2022) • Monte Ferrato 2021 – 4 Viti
Gambero Rosso: Villa di Bagnolo: 2 Bicchieri in continuità per numerose annate • Monte Ferrato e Vigna Baragazza: 2 Bicchieri
Veronelli: Vigna Baragazza *** fino a 93 pt • Villa di Bagnolo *** fino a 92 pt
Decanter World Wine Awards: Villa di Bagnolo 2016 e 2018 – Gold
The Wine Hunter: Monte Ferrato 2022 – Gold • Villa di Bagnolo 2021 – Gold
I Rosati d’Italia – Rosa Rosati: Rosé Villa di Bagnolo: Rosa d’Oro con Gran Menzione (2025) • Rosa d’Oro (2022, 2023, 2024)
Prima di salutarci
Esco dalla Villa di Bagnolo con qualcosa in più di quello che speravo di trovare. Ho trovato un vino fuori dall’ordinario, certo – ma anche una storia che ha l’umiltà di riconoscere che le cose migliori, a volte, nascono senza essere cercate.
Cinque ettari, 25.000 bottiglie, quattro vini e un olio premiato. Sul mercato da trentasei anni, con punteggi che farebbero invidia a cantine di dimensioni tre volte superiori.
I Marchesi Pancrazi, sono la prova che in Italia, l’eccellenza si trova quando il territorio è quello giusto e le persone ci credono davvero.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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27 Luglio, 2026
Associazione Insieme per la vita. Nave Palinuro, 1° Luglio 2026
Quarantuno Anni di “Insieme per la Vita”: Una grande Famiglia e la Beneficenza che non ammaina mai la bandiera
Nave Palinuro, da oltre trent’anni ospita un rito che si rinnova puntuale ogni estate: l’incontro tra la Marina Militare Italiana e l’Associazione “Insieme per la Vita” ODV di Livorno, che sale a bordo per raccontare un altro anno di impegno accanto ai bambini malati e alle loro famiglie. Mercoledì 1° luglio 2026 quella tradizione ha celebrato i quarantuno anni di un’associazione nata dal dolore più grande e trasformata nel tempo in una rete solida di cura, gratitudine e amicizia.
La nave palinuro: cenni storici
La Palinuro è un pezzo di storia navigante. Varata in Francia nel 1934 con il nome di “Commandant Louis Richard”, fu acquistata dall’Italia negli anni Cinquanta e sottoposta a un’importante opera di ammodernamento. Dal 1955 affianca ininterrottamente Nave Vespucci nella formazione dei giovani della Marina Militare. Nave Vespucci forma gli allievi ufficiali, la Palinuro forma gli allievi sottufficiali, in particolare i nocchieri, la categoria specializzata nella manovra delle vele. A bordo vivono e lavorano circa ottanta persone, un numero che in questi giorni si è arricchito degli allievi dell’ANMI, la Lega Navale, ragazzi tra i sedici e i venticinque anni che condividono con l’equipaggio una tappa di navigazione di due settimane.
La nave conserva l’impianto delle imbarcazioni d’epoca ed è suddiviso in tre zone distinte. Il cassero, dove un tempo alloggiavano gli ufficiali, il centro nave riservato ai sottufficiali e il castello, verso prua, un tempo occupato dalla ciurma. Il timone è un pezzo di autentica archeologia navale: una sola, grande ruota manuale che aziona una vite senza fine, capace di trasmettere il movimento al timone vero e proprio senza alcun ausilio elettrico. Vele, cime e manovre sono tutte azionate a mano dall’equipaggio o dagli allievi in formazione: Ogni sera, attorno alle 20:40, la nave osserva la cerimonia dell’ammainabandiera con l’equipaggio che si schiera a poppa, un fischio scandisce i tempi e viene recitata la preghiera del marinaio, un momento che chi sale a bordo per la prima volta, come la maggior parte degli ospiti della serata, difficilmente dimentica.
Una tradizione nata nel 1994
Tutto cominciò trentadue anni fa, quando l’allora direttore dei corsi allievi Cristiano Pettini e il comandante di Nave Vespucci Gabriele Cola aprirono per la prima volta i ponti della Marina all’Associazione “Insieme per la Vita”. Da allora, ogni anno, lo Stato Maggiore Marina rinnova la disponibilità a ospitare a bordo di uno dei suoi due velieri storici, la Vespucci o la Palinuro, la presentazione del bilancio sociale dell’associazione. La Marina ha inoltre autorizzato “Insieme per la vita” a inserire il proprio logo accanto a quello istituzionale sugli inviti dell’evento. Quest’anno, in assenza della Vespucci, impegnata nel giro del mondo che l’ha condotta fino agli Stati Uniti per i festeggiamenti dei 250 anni dell’indipendenza americana, è toccato ancora una volta alla Palinuro accogliere la serata.
“Insieme per la vita”: quarantuno anni di impegno
L’Associazione “Insieme per la Vita” ODV nasce a Livorno nel 1985 per volontà di un gruppo di genitori che avevano perduto i propri figli a causa della leucemia. Tra i fondatori, nomi che l’associazione non smette di ricordare con affetto e riconoscenza: il professor Luciano Vizzoni, Gianfranco Grossi, il dottor Ettore Simoncini, l’allora capitano Silvio Fusari e il dottor Dimitri Cagidiaco. Da quel dolore condiviso è nata una missione che dura ormai da oltre quattro decenni: sostenere le famiglie in difficoltà con bambini affetti da leucemie, tumori e altre gravi patologie, finanziare la ricerca oncologica pediatrica attraverso borse di studio per giovani medici e donare apparecchiature ai reparti di Pediatria e Ostetricia dell’Ospedale di Livorno, in stretta collaborazione con il Centro Regionale Pediatrico di Trapianto di Midollo dell’Università di Pisa. Oggi l’associazione è guidata dalla presidente Paola Pomponi, che ne ha raccolto il testimone dopo la scomparsa di Ettore Simoncini, portando avanti con la stessa dedizione l’eredità del professor Vizzoni.
la presidente Pomponi nel suo intervento a bordo ha ricordato l’intuizione che nel 1985 spinse Vizzoni e i suoi compagni a trasformare un lutto in un impegno collettivo. Un impegno che si traduce ogni anno in gesti che si concretizzano con la donazione di apparecchiature mediche, sostegno diretto alle famiglie, pacchi natalizi e uova di Pasqua per i bambini ricoverati.
Sono quarantuno anni che cerchiamo di stare sempre dalla parte dei bambini meno fortunati e delle loro famiglie. Oggi abbiamo il dovere di puntare su nuove energie giovani, capaci di dare continuità all’associazione
Il segretario Gianfranco Grossi: la memoria che si fa azione
Se Paola Pomponi è oggi il volto pubblico di “Insieme per la Vita”, Gianfranco Grossi ne è la memoria vivente. Segretario storico dell’associazione fin dalla sua fondazione nel 1985, Grossi è uno degli ultimi testimoni diretti di quella prima generazione di genitori che scelsero di trasformare il proprio dolore in aiuto per altre famiglie. Nel suo intervento a bordo della Palinuro ha voluto ringraziare personalmente “le donne e gli uomini di bordo” per l’entusiasmo con cui anno dopo anno collaborano alla riuscita della serata. Ha rivolto un pensiero speciale al comandante Gianluca Montella per l’amicizia dimostrata fin dai primi contatti.
Ho avuto modo di scambiare qualche parola con lui a verso la fine della cerimonia, mentre l’equipaggio preparava i tavoli per il taglio della torta: un uomo schivo ma diretto e fiero, poco incline a mettersi in mostra, che parla dell’associazione con la stessa naturalezza con cui altri parlerebbero della propria famiglia. Lo ringrazio per la sua grande disponibilità e per aver condiviso con la semplicità di chi lo fa da quarant’anni, il senso più profondo di questa lunga fedeltà: non lasciare mai sole le famiglie che l’associazione ha ormai imparato a conoscere una per una.
Il dottor Roberto Danieli: la pediatrìa che non dimentica
Un’altra figura centrale della serata è il dottor Roberto Danieli, direttore della Pediatria dell’Ospedale di Livorno, il cui legame con “Insieme per la Vita” attraversa quasi tutta la sua carriera professionale. È stato lui, da giovane medico, a ricevere oltre trent’anni fa la prima borsa di studio per la ricerca in emato-oncologia pediatrica finanziata dall’associazione, un gesto che considera ancora oggi decisivo per il proprio percorso. Nel suo intervento ha ricordato con commozione la figura del professor Luciano Vizzoni che ricorda come un padre. Lo ha definito capace non solo di risultati clinici, ma di costruire una vera e propria scuola di pediatria di cui Danieli si sente “l’ultimo degli allievi”. Ha poi ripercorso una collaborazione fatta di doni concreti nel tempo: un ecografo per la diagnostica delle patologie cerebrali, e più di recente il nuovo monitor per il controllo delle apnee nei neonati, strumento che permette di seguire in continuo l’attività respiratoria e cardiaca dei bambini più a rischio.
Al termine del suo intervento ho avuto la possibilità di ringraziarlo personalmente per la disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato nonostante la serata fitta di impegni. Danieli mi ha parlato del valore, per un reparto ospedaliero, di sentire “una parte della città” trasferirsi tra le sue corsie attraverso la generosità di realtà come questa: una solidarietà, ha sottolineato, che definisce “fattiva” perché si traduce sempre in strumenti concreti a beneficio dei più piccoli.
La serata a bordo
Ad accogliere gli ospiti sulla Palinuro è stato il comandante C.F. Gianluca Montella, alla sua seconda esperienza in questo ruolo dopo l’edizione dello scorso ottobre — una rarità, ha sottolineato lui stesso, essere tra i pochi comandanti a vivere due volte questa ricorrenza. Nel suo saluto ha voluto sottolineare un parallelo che ritorna ogni anno in questi incontri: I valori dell’Associazione “Insieme per la Vita”. L’onore e il rispetto per chi lavora con fatica per raggiungere i propri obiettivi, si rispecchiano nelle stesse tradizioni della Marina Militare Italiana.
Presente alla serata anche l’ammiraglio Alberto Tarabotto, comandante dell’Accademia Navale, che si è cordialmente intrattenuto con gli ospiti confermando ancora una volta la vicinanza della Marina a questa iniziativa. Il comandante Giovanni Canu, impegnato a rientrare in ufficio per improrogabili motivi di servizio, non ha potuto prolungare la propria presenza a bordo, ma prima di congedarsi ha voluto comunque porgere il proprio saluto e i propri ringraziamenti all’associazione, ricordando come il legame di amicizia tra la Marina e “Insieme per la Vita” affondi le radici proprio in quel lontano 1994.
Se tu impari ad amare, impari a capire quello che è giusto. La via della vera giustizia è solo attraverso l’amore.
Paola Pomponi, presidente “Insieme per la Vita” ODV
I doni del 2026
Anche quest’anno il bilancio sociale racconta gesti concreti. In collaborazione con la Pediatria dell’Ospedale di Livorno è stato donato un monitor per il controllo delle apnee nei neonati, strumento che permette di registrare in continuo l’attività respiratoria e cardiaca dei bambini a rischio e di condividerne i tracciati con il centro di riferimento regionale. A questo si sono affiancati sostegni diretti a famiglie con figli non autosufficienti , dai respiratori alle strumentazioni necessarie per una vita quotidiana più dignitosa, oltre ai tradizionali pacchi natalizi e alle uova di Pasqua e colombe, pensati non solo per aiutare ma per regalare un sorriso ai bambini nei momenti che contano di più.
Un incontro sul ponte: la sottotenente Rachele Gemignani
Tra un calice e l’altro, complice il caldo di luglio e la curiosità che ogni nave storica sa suscitare, mi sono trovato a chiacchierare con la Sottotenente di Vascello Rachele Gemignani, una delle tre donne ufficiale a bordo della Palinuro. Con grande semplicità mi ha raccontato il proprio percorso, che è iniziato tramite il cosiddetto “vecchio complemento”: un desiderio, ha spiegato, che nasce da lontano, fin da quando era bambina e sognava di diventare biologa marina. Un sogno che oggi cerca di coniugare con la divisa, puntando alla specializzazione presso l’Istituto Idrografico della Marina e un giorno a un imbarco sulle navi che risalgono i fiordi del Nord Europa seguendo una vocazione che ha già conosciuto in un viaggio personale tra le cascate e i canali scandinavi.
Le ho chiesto se una carriera del genere, ancora oggi non semplice per una donna in un ambiente storicamente maschile, la spaventasse. Mi ha risposto con un sorriso che le difficoltà esistono, ma che “uno non deve concedere per forza tutto al lavoro”: la vita privata, ha detto, resta un diritto, non un lusso. Prima di lasciarci le ho regalato una piccola perla filosofica, un detto buddista che spero porti con sé: “il destino ti attende sulla strada che hai scelto per evitarlo”. Le ho augurato buon vento per la sua carriera, certo che la rivedremo, un giorno, al comando di qualcosa di più grande.
Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori: le anime del buffet
Dietro l’eleganza discreta del buffet a degustazione che accompagna ogni edizione della serata c’è il lavoro silenzioso di Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori di Enoteca Iriswine, che hanno curato l’organizzazione dell’accoglienza enogastronomica a bordo. Li ho ringraziati personalmente per la disponibilità mostrata con la stampa e per la cura, quasi maniacale, con cui ha coordinato le aziende partecipanti nel corso della serata, restando presenti fino agli ultimi minuti prima del maltempo in arrivo, quando è stato necessario accelerare i le operazioni per liberare il ponte. Un lavoro che raramente finisce sotto i riflettori, ma senza il quale la serata non avrebbe avuto lo stesso calore.
Il comandante Montella: un saluto prima della Francia
Prima di lasciare la nave ho avuto l’onore di un ultimo scambio, più personale, con il comandante Gianluca Montella, che seguendo questo appuntamento per due anni consecutivi, ha contribuito piò di altri a consolidarne il valore simbolico per l’associazione. Mi ha raccontato della vita di bordo, del proprio anno al comando della Palinuro, e di un futuro che lo attende lontano dal mare aperto. Tra qualche mese lascerà infatti il comando per un nuovo incarico in Francia, che lo porterà a trasferirsi con tutta la famiglia a Parigi per circa tre anni, in rappresentanza della Marina Italiana. Un cambiamento importante, affrontato con la stessa serenità con cui parla del proprio ruolo attuale: l’orgoglio di poter rappresentare il governo e la Marina italiana su questa nave scuola, prima ancora di guardare al prossimo capitolo della propria carriera. Gli ho augurato, a nome di WineTales Magazine e mio personale, un grande in bocca al lupo per la nuova avventura parigina.
Il riconoscimento alle aziende
Un momento della serata è stato dedicato, come da consuetudine, al ringraziamento delle realtà che ogni anno arricchiscono il buffet a degustazione a bordo della nave. Tutte, sottolineano con orgoglio gli organizzatori, provenienti da fuori Livorno e presenti da più di un’edizione. Comandante e presidente hanno consegnato una targa ricordo a Vini Contucci di Montepulciano, che ha presentato la nuova annata del Vino Nobile Superiore, a Giulio Larcher per i sui spumanti metodo classico eccezionali e a IrisWine di Martina e Massimiliano Liberatori, l’enoteca di Pieve a Nievole. Un ringraziamento speciale è andato anche alla Pasticceria Carli di Lamporecchio e al biscottificio Fratelli Lunardi di Quarrata, che hanno curato la parte dolce della serata, Non sono mancati i ringraziamenti alla Fiaschetteria Da Burde della famiglia Gori e a La Dispensa di Lamporecchio. Un pensiero speciale, infine, ad Alessandra Meoni e Massimiliano Liberatori, che con il loro lavoro discreto e silenzioso hanno contribuito alla splendida riuscita della serata.
Quello che accade ogni anno a bordo della Palinuro o della Vespucci è la dimostrazione che la generosità, quando è raccontata con la verità di un segretario che non dimentica, di un medico che non smette di restituire quello che gli è stato donato, di una presidente che continua a credere nei giovani, sa farsi ponte tra mondi diversi, tenuti insieme da un obiettivo comune: restituire un po’ di leggerezza a chi ne ha più bisogno.
“Curare i bambini vuol dire curare il futuro di tutti.”
Paola Pomponi, presidente Associazione “Insieme per la Vita” ODV
Associazione “Insieme per la Vita” ODV · Viale G. Carducci, 31 · Livorno
www.insiemeperlavitalivorno.it — info@insiemeperlavitalivorno.it — 366.9527686
Associazione “Insieme per la Vita” ODV – Organizzazione Di Volontariato
Viale G. Carducci, 31 – 57122 Livorno
Per eventuali contributi, queste le coordinate bancarie dell’associazione:
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Oppure: c.c.p. 11590577 Associazione “Insieme per la Vita ODV” Livorno
“Insieme per la Vita ODV” si può aiutare con la donazione del 5 per mille scrivendo nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi il numero del nostro Codice Fiscale 00822850491
L’Associazione “Insieme per la Vita” ODV di Livorno è un ente di volontariato nato nel 1985 per supportare le famiglie con bambini affetti da leucemie, tumori e altre gravi patologie, oltre a finanziare la ricerca e donare apparecchiature ai reparti pediatrici e materno-infantili.
Tra i fondatori storici e promotori figurano figure di spicco come il Prof. Luciano Vizzoni, Gianfranco Grossi, il Dott. Ettore Simoncini, Silvio Fusari e il Dott. Dimitri Cagidiaco.
La guida attuale: L’associazione è oggi presieduta dalla Dott.ssa Paola Pomponi.
Segretario GIANFRANCO GROSSI
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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14 Luglio, 2026
Niccolò Dama e Antica Valpolicella. La bellezza di essere padroni di sé stessi
Produrre vino qui non è un lavoro. È un modo di stare al mondo.
Alcuni luoghi sembrano custodire il tempo come si custodisce un vino: con pazienza, oscurità e rispetto. La Val di Lena, una piccola gola fluviale scavata dall’omonimo torrente a pochi passi dal centro di Fumane, nel cuore pulsante della Valpolicella Classica Veronese, è uno di questi luoghi.
Qui il torrente, oggi quasi silenzioso e intercettato a monte per l’irrigazione ha modellato nei secoli una valle stretta e ventilata, plasmando il suolo con calcare compatto e depositando i segni di antiche frane che, attorno al Trecento, avevano persino creato un piccolo lago prima di essere travolte dalla fiumana di pietra. È su questa memoria geologica che Niccolò Dama ha scelto di costruire la sua storia.
Una famiglia, tre generazioni , una vigna
La storia inizia nel 1981, quando il nonno di Niccolò, farmacista di formazione, uomo di scienza prima che di campagna, acquistò la tenuta nella Val di Lena appena ne ebbe la possibilità economica.
Non era un vignaiolo di professione: era un uomo che amava il territorio e intuiva il valore di quella terra. La farmacia di famiglia era aperta fin dal 1926, e la confidenza con la chimica si manifestava in strumenti curiosi, come l’ebulliometro per determinare il grado alcolico dei vini, uno di quei dettagli che raccontano quanto il confine tra sapere scientifico e cultura contadina fosse intrinseca in quella famiglia.
A gestire la vigna era Tano, un uomo del posto, mentre il nonno produceva circa cinquecento bottiglie l’anno destinate al consumo personale e ai regali. Erano bottiglie di affetto. Il padre di Niccolò non ebbe la stessa vocazione agricola. Ma Niccolò sì.
Quando il nonno morì nel 2015, la tenuta era già nelle mani di un giovane che aveva cresciuto il proprio amore per la terra tra i filari e i profumi della Val di Lena, che considera il lavoro in campagna qualcosa di simile a una vocazione gioiosa, a un hobby nobile. Quell’anno, il 2015, fu anche il primo anno di produzione ufficiale: una coincidenza che suona come un passaggio di testimone.
Niccolò ha trent’anni scarsi, le mani callose e lo sguardo di chi sa aspettare. Non ha fretta. Non nella vigna, non in cantina, non nella vita.
Nei suoi vini il tempo non è un costo da minimizzare: è il principale ingrediente. Le bottiglie riposano, le bucce cedono lentamente i loro tannini, le botti affinano senza interferenze. Poi, solo quando il vino è pronto, arriva il momento dell’imbottigliamento. Senza filtrazioni, senza correzioni. Il vino sa da solo cosa deve diventare.
La passione era nata in adolescenza, tra i sedici e i diciotto anni, girando in motorino le piccole cantine della Valpolicella insieme a un amico.
Una rivelazione progressiva: capire che il vino è un racconto, che ogni bottiglia contiene una storia di persone e di luoghi. Un professore di lettere, sommelier appassionato, gli aveva spiegato che la qualità non si trova mai sugli scaffali del supermercato, ma nelle cantine di chi mette anima, cuore e fatica in ogni vendemmia.
Oggi Niccolò vive a Verona, a venti minuti dall’azienda, con la moglie e le loro figlie. D’estate la famiglia si trasferisce in campagna, perché Niccolò si sveglia alle cinque del mattino per sfruttare le ore fresche in vigna e riposa nelle ore più calde prima di riprendere al pomeriggio e fino a che il sole non tramonta. Una vita scandita dal ritmo della natura, di cui Niccolò non si lamenta mai perché nella libertà di non avere padroni e nell’essere padrone di sé stesso, trova la sua misura più autentica di felicità.
Il territorio
La Valpolicella è una delle denominazioni più celebrate d’Italia, ma al suo interno esistono micromondi che sfuggono alla narrazione collettiva.
La Val di Lena è uno di questi. Il torrente che le dà il nome ha scavato nei secoli una piccola gola laterale, orientata in modo tale da favorire una corrente d’aria costante che scende e si riversa sui vigneti: un dettaglio che, per chi lavora in modo biologico, vale quanto un sistema di aerazione artificiale.
Brina e rugiada asciugano in fretta; i funghi faticano a prendere piede; la vigna respira, si riduce al minimo la presenza di peronospora e oidio: è il terroir stesso a fare da difesa fitosanitaria naturale.
La sera prima che io andassi in cantina aveva piovuto moltissimo e la mattina, al mio arrivo la terra era asciutta..molto asciutta! L’acqua era drenata alla perfezione e il suolo era già polveroso. Ecco perché in queste zone è consentita un abbondante irrigazione di soccorso.
Già da giugno, e solo se serve, Niccolò inizia ad annaffiare le vigne giovani perché le loro radici abbiano la forza di maturare e svilupparsi scendendo nelle profondità della terra.
In queste zone le radici, ramificandosi, riescono a estendersi notevolmente e sviluppare lunghezze considerevoli (sommandole si arriva anche a 100 metri).
L’irrigazione sulle vigne vecchie invece non viene mai eseguita, proprio perché l’apparato radicale è talmente sviluppato che prende dal terreno il necessario. E ‘uno dei vantaggi di avere impianti longevi…
Le viti sono allevate a pergola veronese solo perché offrono una superficie fogliare quasi doppia rispetto al Guyot, garantendo ai grappoli un’ombra protettiva nelle giornate più calde ed evitando scottature che comprometterebbero l’equilibrio aromatico, mentre le foglie superiori assorbono l’energia del sole e la trasferiscono ai frutti in modo ottimale.
Niccolò ha imparato che sono i metri quadri di chioma per chilo d’uva il parametro ideale per la maturazione qualitativa: più superficie fogliare significa più complessità organolettica, migliore acidità, pH più equilibrato.
Il suolo è calcareo e molto compatto, quasi roccia che regala grande mineralità al vino. Infatti anche scavare la cantina è stata un’impresa fisica notevole; Niccolò ricorda ancora la durezza di quella roccia sotto i colpi del martello pneumatico quando costruivano l’azienda.
Ma la Val di Lena porta con sé anche una memoria storica più lontana. Prima dei Romani, queste colline erano abitate dagli Arusnati, una popolazione preromana che per prima coltivò la vite in queste zone.
Il loro nome risuona ancora oggi nel vino AUAI, come un omaggio alla radice più antica di questo territorio viticolo. La Valpolicella non comincia con l’Amarone: comincia molto prima, con uomini che guardavano queste stesse colline e riconoscevano in esse la promessa di qualcosa di buono.
Le Quarette: terrazzamenti ritrovati
Tra i dettagli più evocativi di questa tenuta vi sono le Quarette, termine dialettale veronese per indicare i terrapieni, ovvero i terrazzamenti ricavati sulle pendici collinari per strappare pianura coltivabile al pendio.
Niccolò ne ha tre, piccole, famose in passato per il Recioto, il vino passito dolce, ricco e amabile, che era il cuore della tradizione della valpolicella prima dell’Amarone….ma questa è un’altra storia!
Quando il nonno di Niccolò acquistò la proprietà, le Quarette erano state inghiottite dal bosco. Anni di abbandono le avevano restituite alla natura selvatica. Niccolò le ha recuperate, ripulite, restituite alla luce: oggi ospitano filari di vite misti ad alberi di ulivo, in un paesaggio che è allo stesso tempo produttivo e bellissimo. Il vino Le Quarette prende nome da questi terrazzamenti e porta con sé la memoria di questa rinascita.
In vigna e in cantina: la filosofia del rispetto
Niccolò Dama ha tre ettari di proprietà, di cui uno di alberi da frutta , uno di bosco e uno di vigna da cui ricava circa cinquemila bottiglie all’anno. Numeri piccoli, volutamente piccoli, che permettono una cura artigianale impossibile su scala maggiore.
Le varietà coltivate includono Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, Garganega e Malvasia Bianca (Queste ultime piantate nel 1951, e costituiscono un patrimonio genetico prezioso).
L’anno scorso Niccolò ha introdotto in via sperimentale il Souvignier Gris, un vitigno PIWI resistente alle malattie fungine, che si sposa bene con la filosofia di una conduzione rispettosa dell’ambiente.
In vigna non si usano prodotti chimici di sintesi: solo rame e zolfo, i presidi tradizionali dell’agricoltura biologica. Gli ho chiesto perché, lavorando in un modo così rispettoso della terra, non abbia mai voluto la certificazione biologica. Niccolò non ha la certificazione Bio perché la considera una questione burocratica più che agricola, una “rottura di scatole” che non aggiunge nulla alla qualità di ciò che fa. La Val di Lena, con la sua ventilazione naturale costante, gli consente di lavorare in modo biologico senza difficoltà. La natura aiuta chi la rispetta.
In cantina, la filosofia si rispecchia nella pratica. Dopo la raccolta manuale, i grappoli vengono diraspati e da quel momento in poi è la forza di gravità a governare il processo. Il mosto scende dall’alto direttamente nei tini sottostanti, senza pompe, senza pressioni meccaniche, senza traumi per le bucce e gli acini. È una tecnica che Niccolò ha osservato in alcune cantine della Valpolicella e ha poi adottato questa scelta tecnica nella sua cantina ricavata nella roccia calcarea.
Per Niccolò il vino deve nascere il più possibile senza forzature e la delicatezza è il primo ingrediente di ogni vino.
I travasi vengono effettuati solo quando necessario. Nessuna filtrazione: il vino deve arrivare in bottiglia così com’è, con la sua naturale complessità e le sue impurità nobili, ed in bottiglia questa scelta si nota.
La filosofia di Niccolò è quella del tempo lungo: i vini riposano in botti di acacia o di rovere per mesi e spesso per anni, finché lui non ritiene che siano pronti.
Non esiste una scadenza di calendario: esiste solo il momento giusto. È questa pazienza, questa fiducia nel tempo, che distingue il suo approccio da quello di chi insegue la velocità del mercato.
Niccolò sa bene che il vino ha bisogno di silenzio e tempo….Molto tempo.
La tenuta di Niccolò non è solo vite. Nelle Quarette recuperate e nei terreni circostanti crescono alberi di ulivo e piante da frutto, in un sistema agroforestale che arricchisce la biodiversità e racconta una visione agricola integrata.
Nel futuro di Niccolò c’è il melograno. Vuole piantarne presto alcune unità, aggiungendo un altro tassello a questo piccolo paradiso agricolo.
Il Melograno cresce lentamente, con la stessa pazienza con cui i suoi vini maturano in cantina. È un albero antico e simbolico che si adatterebbe bene alle colline veronesi e al carattere di chi li coltiva: bellissimo, resistente, generoso solo con chi sa aspettare. L’obiettivo è produrre succo di melograno artigianale, con la stessa filosofia che governa il vino: rispetto della materia prima, assenza di trattamenti chimici, lavorazione minima. Già oggi produce succo d’uva e Sugoli (il mosto cotto della tradizione veneta) per le figlie, con la cura di chi sa che il cibo che si dà ai propri figli racconta chi siamo. L’azienda non è solo vino, ma anche olio extravergine di oliva che segue la stessa logica dei vini: biologico di fatto, artigianale per scelta, limitato nella quantità e autentico nell’espressione del territorio.
Piccole quantità destinate alla vendita diretta e alle degustazioni in cantina, dove accompagna assaggi di pane con origano essiccato e prodotti locali che raccontano il territorio in modo splendidamente autentico. Un olio che sa di vento, di calcare e dell’esposizione a sud di questa valle. Completano la produzione un frutteto misto di ciliegi, peschi, meli, che Niccolò ha recuperato con la stessa cura dedicata ai vigneti.
I vini. Cinque etichette assaggiate nella mia degustazione. Cinque storie da raccontare
Ogni etichetta di Antica Valpolicella porta un nome che è memoria di un luogo, di una persona, di un popolo antico. E’ il modo in cui Niccolò omaggia questa terra e i suoi affetti.
Cinquemila bottiglie l’anno, non una di più di quante ne consenta la vigna. Nessuna filtrazione. Tutto biologico (non certificato)
Sandro (2023/2024)
Sandro è un gioco di parole tra Niccolò e i suoi amici, che ormai è rimasto nella memoria e nelle battute scherzose tra loro. E insomma un modo di essere. Niccolò ha scelto questo nome per un vino che nasce da una scelta insolita; Unire due annate difficili, il 2023 e il 2024, che separatamente non lo convincevano ma che insieme si compensavano, si equilibravano, come i caratteri di due amici che si completano.
Le uve sono Corvinone con una piccola quota di Cabernet e Croatina. L’annata 2023 ha fermentato senza bucce e ha affinato due anni in botte di legno; Il 2024 ha invece macerato una notte ed è rimasto un anno in acciaio. I due vini sono stati assemblati nell’autunno del 2025 e imbottigliati nel marzo 2026.
Questo vino, racconta Niccolò, rappresenta ciò che gli piace fare: stare insieme, ballare, camminare nella natura, bere un buon bicchiere su un prato, mangiare cose buone. È un modo di pensare la vita. Semplice, estivo, conviviale, come l’idea di vita che porta il nome.
Meteora (2017)
Un nome che evoca il cielo, la caduta improvvisa, l’evento irripetibile. Meteora nasce dalla vendemmia del 7 settembre 2017 e da sole 350 cassette di uva raccolta nella piena maturità, con un assemblaggio classico delle varietà della Valpolicella: Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara. Le uve hanno riposato in fruttaio per tre mesi prima di una lunga fermentazione spontanea di trenta giorni a contatto con le bucce, con temperature che hanno oscillato liberamente tra i 19 e i 23 gradi.
L’affinamento è durato più di tre anni in barrique di rovere francese a grana molto fine; imbottigliato nell’aprile 2021, senza alcuna filtrazione.
Sedici gradi di alcol, stile ossidativo volutamente ricercato: un vino da meditazione e da abbinamento ardito. Declassato a vino rosso per evitare le maglie burocratiche delle denominazioni. Una scelta che la dice lunga sulla libertà che Niccolò difende in ogni decisione di cantina.
Trecentotrentatré bottiglie: un numero scaramantico, preciso, quasi una firma.
Vin del Leo (2018)
Il Vin del Leo porta con sé il sapore della tradizione e della semplicità. Leo è Leonildo, il nonno farmacista. Il vino che porta il suo nome è il più complesso della cantina, quello che richiede la pazienza più lunga. Le uve, Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara sono state raccolte ad ottobre 2017 nella piena maturità e hanno riposato in cassetta per venticinque giorni prima di una fermentazione spontanea di otto giorni a temperature tra i 19 e i 23 gradi. L’affinamento è avvenuto per sedici mesi in botte di rovere da 10 ettolitri. Nessuna filtrazione, Ricco, concentrato, con quella bevibilità che solo le grandi annate sanno restituire a un passito secco. un vino che porta la patina del tempo sulla sua struttura e che continuerà a evolvere ancora a lungo.
Le Quarette (2022)
Il nome racconta una storia di recupero e di memoria. Le Quarette, i terrapieni classici della zona che erano famose a Fumane per il Recioto che producevano.
Blend di Corvinone prevalente, con Rondinella e Corvina, il 2022 ha subito una macerazione breve di soli quattro giorni per estrarre un profilo tannico elegante senza pesantezza. Metà della massa è poi affinata due anni in legno, l’altra metà due anni in acciaio; le due anime sono state unite e imbottigliate nell’aprile 2025 e dice Niccolò che ne viene fuori un vino da merenda, quello che si beve seduti su un muretto di pietra alla fine di una giornata di vigna.
Auai (2020)
AUAI è forse il vino più personale e più radicato di questa piccola cantina. Il nome viene da alcune lettere rubate ad A R U SN A T I (AUAI), la popolazione preromana sviluppatasi attorno al primo secolo avanti Cristo e che per prima coltivò la vite in Valpolicella portando con sé duemila anni di storia viticola. È un vino bianco di macerazione, nato dall’intenzione di inseguire la tradizione del passito bianco che tanto era amato in queste terre.
Nasce dai vigneti del 1951 (Garganega e Malvasia Bianca), i più vecchi in azienda, le cui uve vengono raccolte in momenti successivi, per rispettare la maturazione individuale di ciascuna varietà.
La macerazione sulle bucce dura sette giorni, estraendo polifenoli e tannini che rendono questo bianco simile nella struttura a un rosso leggero, Un orange wine che insegue la tradizione quasi perduta del vino passito bianco della Valpolicella, poi un affinamento di circa diciotto mesi in botte di acacia.
Imbottigliato nell’aprile 2022.
La libertà come metodo
C’è una coerenza silenziosa nel modo in cui Niccolò Dama lavora.
Non insegue certificazioni, non segue mode enologiche, non si uniforma ai disciplinari che regolano le grandi denominazioni. Produce quello che vuole produrre, nel modo in cui ritiene giusto, con la curiosità di chi ha ancora molto da scoprire e la solidità di chi sa quello che vuole.
La gravità al posto delle pompe. Il tempo al posto delle filtrazioni.
Le Quarette con il tendone veneto recuperate al posto delle mode importate. I melograni che verranno. Ogni scelta racconta una visione: quella di un giovane agricoltore che ha capito che l’indipendenza non è un lusso, ma una necessità, per sé e per il suo vino.
Niccolò Dama appartiene a quella generazione di vignaioli italiani che ha scelto il ritorno alla terra perché spinto da una visione, da un progetto concreto.
La cantina scavata nella roccia è ancora da realizzare: c’è il progetto di allargare la grotta, creare nicchie per i tavolini, trasformare quello spazio buio e profumato di legno in una sala degustazione dove l’ospite possa sedersi davanti a un calice e sentire la storia della valle risuonare nelle pareti calcaree.
Niccolò ama il rumore del silenzio, delle ore passate in vigna dall’alba prima che le figlie si sveglino, di serate in cantina. Niccolò Dama non ha fretta. Sa benissimo che in una vita intera di lavoro si fanno trenta, quaranta vendemmie al massimo. E ciascuna merita tutto il tempo possibile per realizzare l’eccellenza.
Quello che produce non è solo vino. È tempo solidificato.
È la certezza che in un mondo che corre, qualcuno ha scelto di fermarsi e di aspettare che il bello arrivasse da solo. ANTICA VALPOLICELLA. Un nome che rimarrà.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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15 Giugno, 2026
Pieve dei Medici. Il Carmignano secondo Edoardo Pratesi
Un ragazzo che “mangia il fumo alle schiacciate”
In toscano, dire che qualcuno “mangia il fumo alle schiacciate” è un grande elogio.
Cosa significa? Semplice… descrive una persona straordinariamente sveglia, lesta, arguta e fulminea nel capire o nell’anticipare le cose. È il classico elogio toscano alla prontezza di spirito e alla furbizia intuitiva.
Edoardo Pratesi, classe 92, prima di laurearsi in Enologia e Viticoltura nel 2014 aveva già comprato un appezzamento di terreno per impiantare il suo vigneto. L’ha unita a una piccola parcella del nonno Piero, e con qualche attrezzo di famiglia ha iniziato l’avventura vitivinicola nel cuore di Carmignano, un territorio che gli Etruschi e i Medici vollero per sé.
Non c’è stata una grande cerimonia di inaugurazione. Non c’è stato un comunicato stampa.
Questo è il dettaglio che conta. Non ha aspettato la laurea, le credenziali. Ha iniziato mentre era ancora studente. Ha piantato il suo vigneto. Ha capito, prima ancora di laurearsi che il vino non si impara solo a lezione. Si impara in vigna. Si impara ascoltando il terreno.
Quando nel 2014 ha ricevuto la laurea in enologia, non era un ragazzo che imparava un mestiere nuovo, era un ragazzo che confermava solamente quello che già aveva imparato nella pratica.
Il Territorio
Chi conosce la Toscana sa che Carmignano non è Montalcino. Non è Brunello, non è Vino Nobile di Montepulciano. Carmignano è una cosa più piccola, più intima, più vera. Carmignano è una Toscana meno conosciuta, meno turistica, più consapevole di sé. E’ un territorio di circa 500 ettari vitati, circondato da vigneti più celebri, ma dotato di una propria personalità. È accogliente, ricca di tradizioni, storia e di una straordinaria capacità produttiva frutto della sua conformazione geologica particolare. Per questo motivo gli Etruschi ne fecero luogo prediletto. Per questo, secoli più tardi, la famiglia dei Medici volle possedere terre in questi luoghi. E’ da qui che nasce il nome “Pieve dei Medici”. Un nome che risuona di storia, di potere, di visione.
Gli inizi
Nel 2010, il panorama del vino italiano stava già cambiando. I grandi nomi—Brunello, Barbaresco, Barolo—avevano già consolidato la loro reputazione internazionale. C’era una nuova ondata. C’era gente che guardava ai territori meno blasonati, che cercava di reinterpretare zone dimenticate con visione moderna. Edoardo Pratesi, a 18 anni, aveva già capito che Carmignano poteva essere parte di questa nuova narrativa.
Non era scontato. Un ragazzo poteva facilmente pensare: “Vado a Montalcino, vado a Montepulciano, vado dove il mercato è già consolidato”. Invece Edoardo ha guardato a Carmignano. Ha scelto di essere il primo della sua generazione a dire: “Qui, in questo territorio minore, c’è qualcosa da raccontare”.
Quando si dice che qualcuno “mangia il fumo alle schiacciate”, si parla di questa capacità. Non è intelligenza nel senso di alto quoziente intellettivo. È furbizia intuitiva. È sentire quale vento soffia prima che le nuvole cambino forma. È sapere dove il mercato andrà prima che tutti gli altri lo abbiano capito.
Edoardo lavora oggi su circa 5 ettari, ripartiti con criterio: 2,5 ettari a Sangiovese, 1 ettaro a Cabernet Sauvignon, 1 ettaro a Trebbiano, 0,5 ettari a San Colombano. I vigneti sono allevati con i tradizionali sistemi dell’archetto toscano e del Guyot, tecniche che permettono un controllo maniacale della pianta e della qualità dell’uva.
L’agricoltura biologica: Una scelta di principio
Pieve dei Medici ha completato nel 2026 l’iter di certificazione biologica, coronando un percorso di conversione avviato nel 2022.
La visione di Edoardo è cristallina: fare un prodotto di eccellenza iniziando dalla vigna. Per questo, ogni gesto è ossessivo, la vigna è curata con sovescio e attenzione costante al verde. Per Edoardo, l’agricoltura biologica non è una scelta di marketing ma una responsabilità. Nessun pesticida di sintesi, nessuna chimica. Solo prodotti approvati e testati: rame, zolfo e oli essenziali di arancia amara. Trattamenti che vanno ripetuti più frequentemente, che comportano problemi maggiori, ma che permettono a Edoardo di mantenersi fedele a una convinzione semplice: non cedere alla modernità della chimica.
I vini come espressione della visione di Edoardo
Edoardo ha scelto di raccontare il vino attraverso i tessuti. Non è una coincidenza. È la fotografia di una famiglia intera, di radici profonde e di una visione: fare eccellenza che rimanga nel cuore.
Quando Edoardo ha pensato ai nomi dei suoi vini, ha guardato verso suo padre Giampietro. Non a caso: suo padre disegna tessuti per mestiere. Anzi, l’intera famiglia di Edoardo ha radici profonde nel mondo tessile della provincia di Prato, un sapere che è nel DNA familiare.
Ed è stato naturale che quell’influenza si trasformasse in ispirazione. I vini di Pieve dei Medici portano i nomi dei tessuti. Nomi che raccontano storia, complessità, texture, tradizione. CARDATO in onore del classico tessuto di Prato; GABARDINA, tessuto nobile e complesso; VELLUTO, importante e delicato; CASENTINO, la tradizione di un tessuto senza tempo. E nel 2026 arriverà FLANELLA.
Non è una semplice questione di marketing, ma di visione poetica. Ogni nome porta con sé una storia, una trama, una visione.
GABARDINA – Il Carmignano che incarna la ricerca
GABARDINA è la punta di diamante di Edoardo: il Carmignano DOCG nella sua forma più nobile e consapevole. Composto da 80% Sangiovese e 20% Cabernet Sauvignon, questo vino racchiude il dualismo della tradizione toscana arricchita da una prospettiva internazionale.
Il processo produttivo è una riflessione sulla pazienza. Il Sangiovese riposa 10 mesi in botti di secondo e terzo passaggio, per mantenere una freschezza serpeggiante. Il Cabernet, al contrario, trascorre lo stesso periodo in botti di rovere toscano nuovo, acquisendo struttura e definizione. Solo dopo questa separazione consapevole, i due vini vengono assemblati e riposano ancora 10 mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Il risultato è una bevibilità straordinaria unita a una profondità non comune. Gabardina è il vino che rimane nel bicchiere come rimane nel cuore.
CARDATO – La sfida del rosso moderno
Con CARDATO, Edoardo esce completamente dai confini della DOCG per fare esattamente come gli pare—e il risultato è straordinario. Un vino in purezza: 50% Sangiovese e 50% Cabernet Sauvignon, un equilibrio che potrebbe sembrare sfacciato, ma che in bocca rivela tutta la sua intelligenza.
Il Cabernet trascorre 8 mesi in barrique nuove di rovere francese, il Sangiovese rimane in acciaio per mantenere la sua vivacità. Successivamente vengono assemblati e riposano 6 mesi in bottiglia. Ciò che emerge è un rosso strutturato, di livello, che riesce a coniugare una trama tannino elegante con una freschezza e una bevibilità estrema. Cardato è il vino di Edoardo che, sorridendo, confessa: “Qui faccio quello che voglio”.
VELLUTO – Il rosato consapevole
Se c’è una categoria di vini spesso sottovalutata, è il rosato. Edoardo, con VELLUTO, intende dimostrare che quando è fatto con consapevolezza, il rosato è tutt’altro che compromesso.
VELLUTO è un rosato da Sangiovese in purezza, realizzato per metà con il metodo del salasso e per metà con pressatura soffice. Il risultato è un vino che racchiude l’eleganza e la complessità del Sangiovese in una veste più delicata e fresca. La pressatura completa del grappolo, incluso il raspo, conferisce al vino una struttura inaspettata e una mineralità sottile. È classificato come IGT perché il disciplinare del Barco Reale, oltre ad uve in percentuale stabilita, consente unicamente il salasso. Edoardo invece usa uvaggi in percentuale nettamente diversa pressandone una parte in modo soffice, cosa che rende il prodotto nettamente diverso da quelli di Carmignano. Lui in definitiva sa che ha creato qualcosa di fantastico: un rosato che seduce e stupisce.
CASENTINO – Il Vin Santo consacrato al tempo
CASENTINO è il divino Vin Santo di Pieve dei Medici. Composto da 80% Trebbiano e 20% San Colombano, questo vino è la celebrazione della pazienza e della tradizione.
Le uve vengono essiccate sui classici cannicci fino a Natale, quando raggiungono la concentrazione desiderata. Solo allora vengono pigiate e inserite in piccole botti di castagno toscano, dove riposano per un minimo di 3 anni, spesso fino a 5. È un processo dove il tempo non è un nemico, ma un alleato consapevole. Il risultato è un vino ambrato, intenso e ricco di note di frutta secca, di miele, di spezie, con un equilibrio perfetto tra dolcezza e acidità. È il vino che conclude il pasto come una benedizione.
FLANELLA – Il nuovo bianco (2026)
Nel 2026 arriverà FLANELLA, il nuovo bianco di Edoardo: 60% San Colombano e 40% Trebbiano, dalla vendemmia 2025. Un vino a cui Edoardo tiene molto. Trascorre almeno 4 mesi in barrique con frequenti batonnage per acquisire corpo e struttura. L’attesa promette bene.
Un dettaglio che racconta il carattere di Edoardo: usa solo barrique fatte con legni provenienti dalla Toscana. Non è purismo, è consapevolezza. È la scelta di non scendere a compromessi sulla qualità, mantenendo al con tempo una radice territoriale non negoziabile.
Il packaging
Due anni fa è arrivata Giulia, la compagna di Edoardo che insieme al fratello Matteo hanno avuto un’intuizione che ha trasformato il modo di raccontare i vini di Pieve dei Medici: gli shopper.
Non si tratta di freddi contenitori di cartone. Ogni shopper è realizzato esattamente con il tessuto che dà il nome al vino. GABARDINA arriva in un vero tessuto Gabardina; CARDATO in tessuto cardato; VELLUTO nel delicato tessuto di velluto. È un connubio che riempie l’occhio e il cuore. Un valore aggiunto enorme che trasforma l’acquisto di una bottiglia in un’esperienza estetica e concettuale.
È bellezza che non è solo forma, ma coerenza narrativa dal vigneto alla tavola.
Oggi sia Giulia che Matteo si occupano dei social, mentre Matteo con estrema competenza e dedizione cura in modo impeccabile la commercializzazione e le degustazioni in cantina e all’esterno.
I fichi secchi di Carmignano: presidio Slow Food di una tradizione
Oltre ai vini, Edoardo produce un prodotto ricercatissimo riconosciuto come presidio Slow Food: i fichi secchi della varietà Dottato. Non è una novità di marketing—è una tradizione radicata nei poderi di Carmignano, una consuetudine che ogni famiglia locale mantiene, tramandata di generazione in generazione.
Il metodo è sempre lo stesso, collaudato dal tempo: i fichi vengono tagliati a metà senza dividerli completamente, poi posti su stuoie ad appassire sotto il sole. Una volta raggiunta la giusta consistenza, vengono accoppiati due a due, con l’inserimento nel mezzo di piccoli semini di anice. È un processo che richiede una dedizione straordinaria, una manodopera specializzata sempre più rara, e una quantità di attenzioni manuale che non può essere meccanicizzata.
La produzione rimane limitata, consapevolmente, ma i fichi secchi di Carmignano si vendono da soli. In particolare in zona e ai clienti storici che, anno dopo anno, prenotano le quantità necessarie. E quando la malattia del fico (Aclees taiwanensis) colpisce (come accade sporadicamente) la produzione ne risente inevitabilmente. Ma è proprio questa scarsità, unita all’assoluta qualità, che rende il fico secco di Carmignano un tesoro tutto da scoprire.
L’olio extravergine di oliva: l’altro capolavoro biologico
Pieve dei Medici punta molto anche sull’olio extravergine di oliva biologico, ricavato da cultivar nobili: Moraiolo, Leccio, Frantoio e Piangente. Un olio che racchiude la complessità del territorio di Carmignano, con note di carciofo, mandorla, erba fresca, e dotato di una mineralità che parla del terreno.
Un impegno che Edoardo sta portando avanti è quello di far riconoscere il suo olio extravergine di Carmignano come presidio Slow Food. Il suo prodotto viene da ulivi secolari, la raccolta è fatta a mano e in pieno regime biologico. È una sfida consapevole, perché sa che la qualità parla da sola, ma anche che il riconoscimento istituzionale può aiutare a proteggere e valorizzare il suo prodotto che rischia di essere sommerso dall’anonimato globale del mercato. Vai Edoardo…Ce la farai sicuramente. La tua caparbietà e il tuo costante impegno ti daranno tante soddisfazioni!!
La cantina e il punto vendita
Chi visita Pieve dei Medici rimane colpito da un dettaglio che dice tutto di Edoardo: l’ordine e la pulizia maniacali. La vigna è ordinata, la cantina è pulitissima, il punto vendita è curato in ogni minimo dettaglio. È la consapevolezza che grande enologia inizia da spazi dove la pulizia non è vanità, ma protezione della qualità.
Edoardo sa che per fare un prodotto di eccellenza, devi curare prima la vigna, poi la cantina, poi il punto vendita. Ogni spazio è un’estensione della visione di Edoardo.
Oggi Pieve dei Medici produce circa 10.000 bottiglie all’anno. Un numero che rispecchia una scelta: la qualità non ha fretta. Vendono a terzi circa metà dell’uva raccolta, una pratica che consente di mantenere i vigneti in equilibrio perfetto, senza sfruttamento.
Edoardo Pratesi è un giovane che ama l’agricoltura. Ha tante idee, tanta voglia di lavorare, e la rara capacità di non scendere a compromessi. In un’epoca dove la velocità è valore assoluto, Edoardo sceglie la pazienza, sceglie il biologico. In un’epoca di superficialità, sceglie di raccontare i suoi vini attraverso i tessuti della sua famiglia.
Pieve dei Medici non è un progetto di lusso. È un progetto di eccellenza consapevole. È un luogo dove ogni dettaglio, dal sovescio alla scelta della barrique, fino al packaging dice la stessa cosa: qui si fa vino come natura insegna, come la tradizione testimonia, come il futuro merita.
Nel bicchiere di Gabardina, di Cardato o di Velluto, è possibile riconoscere questa visione. È possibile bere il territorio, la famiglia, la storia, la consapevolezza. Poche aziende riescono a racchiudere così tanto in una bottiglia. Edoardo ce l’ha già fatta.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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4 Giugno, 2026
Gin Bongin. The green gin revolution
L’anima balsamica del gin.
Dalla campagna pistoiese nasce un gin artigianale che unisce identità territoriale, ricerca aromatica e spirito gastronomico. Martina Bongi e Gianni Petrella raccontano la Toscana in un PREMIUM gin moderno e contemporaneo. Non un semplice gin, ma un’esperienza sensoriale, un prodotto elegante, che rompe gli schemi e bombarda il palato con ginepro, eucalipto, cardamomo, arancia amara, cedro e pepe, in un mix pulito, fresco e decisamente contemporaneo con un profilo verde, balsamico e leggermente speziato, perfetto per cocktail moderni ed abbinamenti gourmet.
Nel cuore della Toscana, tra i celebri vivai di Pistoia e da una storia di passione e innovazione, nasce il Bongin, un distillato artigianale destinato a rappresentare una delle realtà più interessanti nate negli ultimi anni in Toscana e frutto dell’ispirazione e dall’intuizione Martina e Gianni.
Una storia di famiglia e territorio
Martina Bongi, classe 1983, Pistoiese e collega sommelier AIS, appassionata di mixology, ha trasformato la curiosità per il mondo dei cocktail (di cui era molto appassionata) in un progetto concreto. Accanto a lei Gianni Petrella, classe 1975, anche lui collega sommelier AIS e legato profondamente alla cultura gastronomica toscana.
Martina e Gianni sono una coppia unita nella vita e nel lavoro e che ha trasformato una passione condivisa in un Premium Gin dal profilo identitario forte, fresco, balsamico e riconoscibile, pensato per la tavola, i cocktail e la convivialità.
Il progetto nasce con l’obiettivo di tradurre in un gin l’identità, i profumi, le suggestioni e i ricordi della propria della campagna toscana, puntando su botaniche di qualità e su un profilo aromatico immediatamente riconoscibile. Il risultato è un prodotto che unisce il sapore del territorio e regala piacere e convivialità.
Bongin nasce da un rapporto molto stretto con il paesaggio pistoiese e con il mondo agricolo che circonda i vivai di famiglia.
È un omaggio alla famiglia di Martina e alla loro attività vivaistica nata nel 1973 a Piuvica. E’ l’eucalipto in particolare che diventa un segno distintivo del progetto perché richiama immediatamente l’ambiente in cui l’idea si è sviluppata e che prende forma nel settembre 2022, durante una passeggiata tra le distese di eucalipto che circondano la proprietà.
Solo dopo mesi di sperimentazioni, la prima produzione vede la luce nel marzo 2024 e viene battezzato con il nome Bongin, che deriva dal cognome “Bongi” sottolineando ulteriormente il carattere familiare del progetto.
Le botaniche utilizzate sono scelte con cura, passione e pazienza con il supporto di partner esterni. Solo dopo una miriade di prove con la distilleria, sono arrivati esattamente dove il cuore e la testa indicavano.
Si riconoscono ginepro, eucalipto (varietà Cinerea), cardamomo, pepe cubebe, pepe nero, macis, arancia amara e cedro.
Per creare un Gin Premium, questo insieme di aromi è stato sapientemente mixato per realizzare un Compoud, Le botaniche vengono macerate separatamente e infine riassemblate e dosate. Solo dopo circa 15 giorni di assestamento il gin è pronto per l’imbottigliamento.
La consacrazione degli sforzi di Martina e Gianni è arrivata con la medaglia d’oro al Gin Masters 2024 di Londra per il “First tasting” e nel 2025 per il “Second tasting”, un risultato che ha posto Bongin tra le eccellenze italiane della categoria Super-Premium.
Non è solo un premio al prodotto, ma anche al lavoro di una coppia che ha scelto di raccontare la propria terra attraverso un gin con enormi potenzialità. Aggiudicarsi la medaglia d’oro in questa eccellente categoria ha significato ottenere visibilità, legittimazione tecnica e autorevolezza commerciale consolidandone il posizionamento nel segmento.
La crescita del brand è in piena evoluzione Bongin è un esempio di come un progetto familiare possa diventare un prodotto con forte riconoscibilità e credibilità professionale.
Per il territorio pistoiese, inoltre, questo riconoscimento assume un valore simbolico: un prodotto locale riesce a farsi notare fuori dai confini regionali e a raccontare la Toscana attraverso una chiave contemporanea.
Martina e Gianni si sono sempre impegnati e resi disponibili per valorizzare la loro creazione soprattutto nel territorio, senza disdegnare occasioni per farsi conoscere fuori regione con progetti legati ad arte e cultura.
Hanno partecipato a degustazioni, e progetti importanti come Art Odyssey di Milanto 46, Bongin è stato servito e apprezzato nel classico Gin Tonic rigorosamente preparato con acqua brillante di qualità.
Hanno pensato e realizzato un evento con un profumiere per presentare un percorso olfattivo che proponesse un parallelo tra i profumi del gin e quelli creati al momento.
Hanno lavorato anche in progetti trasversali come Aeolusion Roma, e avuto una bellissima recensione dal “Gingegnere” su Istagram.
Senza contare tutte le manifestazioni del settore a cui hanno instancabilmente partecipato.
E per il futuro?
Per ora svilupperemo ancora la cultura del nostro Bongin continuando la sua presentazione al mondo. Siamo pertanto alla ricerca di chi possa aiutarci a promuovere e vendere il nostro prodotto.
Un’ altra idea potremmo svilupparla non nell’immediato ma in un futuro non lontano. Molto probabilmente non sarà un Gin, e sicuramente son sarà mai un prodotto dealcolato”…Stay tuned!!
L’Etichetta: Un dedalo di Emozioni
L’etichetta è uno dei fiori all’occhiello del Bongin. E’ stata realizzata a Buonos Aires da un team di esperti nel settore partendo dagli elementi che Martina e Gianni volevano fossero raccontati come loro storia. Non è solo estetica, ma un insieme di messaggi simbolici che raccontano l’anima e la vita dei produttori.
Il colore verde richiama la campagna pistoiese, mentre i vari elementi grafici svelano aneddoti personali. E’ inoltre impreziosita ulteriormente da una stampa del logo con foil dorato.
Il Cane (Levriero di famiglia): Rappresentano la fedeltà, la lealtà e la capacità di scegliere le persone giuste.
Il Gatto: Dapprima diffidente, ma una volta conquistato ti dona pace, amicizia e serenità.
La Volpe: Diceva la nonna di Martina…DA DOVE NON TI ASPETTI ESCE LA VOLPE. …in buona sostanza rappresenta la classica persona che appare nel posto giusto al momento giusto.
Il Riccio: volutamente rappresentato più grande degli altri, perché rappresenta l’arrivo di problemi spinosi o di persone che mentre parli non ti ascoltano e portano in evidenza i loro problemi tralasciando quelli tuoi. Sono quelli che in definitiva trovano un problema ad ogni soluzione!
La Casa: Rappresenta la sede dei vivai Bongi.
Il Girasole: Legato ai ricordi d’infanzia di Martina. Un fiore di grande bellezza che sottolinea la speranza di vedere un po’ di sole nella tristezza e nei problemi. Durante il Covid Martina era solita passeggiare con i semi di girasole in tasca per gettarli un po’ a caso nella terra sperando nascesse un fiore bellissimo per donare a chi li incrociasse un raggio di sole e un sorriso.
La Tavola Imbandita: Il ricordo del punto di ritrovo della famiglia Bongi.
La Sedia Vuota: Un commovente omaggio al papà di Martina che se ne è andato via troppo presto, ma il cui ricordo resta vivo e indelebile.
La degustazione
Al palato, il ginepro è predominante, con il suo caratteristico sentore resinoso che si fonde in modo eccezionale con le altre spezie. L’eucalipto offre una freschezza aromatica e mentolata inconfondibile che si sposa armoniosamente con la nota vivace del cardamomo, mentre la piccantezza del pepe mette in risalto il bouquet aromatico del prodotto aumentando la piacevolezza generale. L’arancia amara dona corpo centrale durante l’assaggio, mentre il cedro contribuisce con una freschezza citrica e una leggera acidità. Il gin presenta una consistenza morbida e vellutata in bocca, con un leggero calore derivante dall’alcol. L’esperienza complessiva è fresca, speziata e leggermente amara, con un finale pulito e persistente.
Servizio e abbinamenti
Bongin è un gin versatile da bere liscio su ghiaccio (4/5 °C) o in accompagnamento con acqua brillante neutra e con bollicina fine tipo Acqua Brillante Recoaro. È adatto a molti cocktail tradizionali o ricercati, ma resta pensato soprattutto per la convivialità della tavola. Questa impostazione ne fa un prodotto interessante per ristoranti, cocktail bar e wine bar che vogliono proporre un gin capace di dialogare con una cucina di livello.
Sul fronte gastronomico, l’idea di fondo è chiara: il gin deve accompagnare i momenti conviviali ed esaltare gli abbinamenti. È una scelta coerente con il linguaggio della nuova enogastronomia, dove identità delle bevande e il piacere della tavola si rafforzano a vicenda.
Per questo si presta sia all’abbinamento con piatti della tradizione sia con ricette innovative. Il suo carattere fresco e balsamico lo rende interessante con tartare, crudi, piatti agrumati e dessert al limone.
Martina e Gianni hanno stretto accordi con varie realtà del posto, facendo produrre cioccolatini ripieni di Bongin, biscotti pistoiesi (i Pippi) con Bongin, hanno organizzato serate a tema, mettendo in evidenza come un gin di livello possa abbinarsi perfettamente con una moltitudine di pietanze.
Hanno esaltato il sapore dei Ravioli di erbette pistoiesi e ricotta con riduzione di pecorino toscano e Bongin, condito con un bel rametto di eucalipto.
Hanno goduto di un fritto dell’aia (pollo e coniglio) con pastella aromatizzata con botaniche del gin e condito con gocce di Bongin, hanno assaggiato una tartare di chianina condita con le botaniche del Bongin, una maionese al Bongin e gocce di Bongin. Non si sono fatti mancare un risotto con cruditè di gambero rosso e lime con gocce di Bongin. Si sono preparati un cocktail “French 75” (Bongin, Sciroppo di zucchero, succo di limone, champagne) ed hanno assaporato un Ceesecake con geleè di tonica insaporito con lacrime di Bongin.
In definitiva, Martina e Gianni sono proprio sulla giusta strada e il tempo premierà sempre di più i loro sforzi. Il brand è presente con sito ufficiale completo di shop online (www.bongin.it), e canali social (Facebook e Istagram) strumenti che permettono un contatto diretto con il pubblico e con gli operatori del settore. Per provarlo, se siete operatori del settore, potete anche chiamare direttamente Martina.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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26 Maggio, 2026
Vignaioli Pepa. La terra che non lasciava liberi
Dall’Albania alla Costa degli Etruschi: una storia di radici, di acqua salata e di vino autentico
La mancanza. Alle volte si dice che certe storia non inizino proprio per mancanza di coraggio o di intelligenza. Fatmir Pepa ne aveva più della media di coraggio e intelligenza. Ciò che mancava era un futuro visibile, di quella sensazione concreta che il domani possa essere migliore dell’oggi. In Albania, nel 1998, quella sensazione non esisteva.
Fatmir aveva studiato. Diploma in agraria, poi una laurea in giurisprudenza: non era un uomo senza mezzi. Ma i mezzi intellettuali non bastano quando il sistema che ti circonda non ti lascia usarli. Il regime comunista di Enver Hoxha aveva tenuto l’Albania in uno stato di chiusura totale per decenni, e anche dopo la morte del dittatore la macchina del controllo continuava a girare. Non si era liberi di essere. Non si era liberi di creare. Non si era liberi di sperare.
Poi sua madre viene a mancare. Quarantaquattro anni. Un’età in cui si dovrebbe essere nel pieno della vita. Fatmir rimane con il padre, la moglie Eglantina e due bambini piccoli, a coltivare una terra che non rende abbastanza. L’assenza di sua madre è la scintilla finale. Bisogna partire.
In quegli anni, dall’altra parte dell’Adriatico, l’Italia cercava di gestire un flusso migratorio senza precedenti. Il governo Andreotti aveva risposto all’esodo albanese con la legge Martelli del 1990: uno strumento che distingueva i rifugiati politici dai migranti economici, escludendo di fatto la stragrande maggioranza di chi fuggiva. I blocchi navali erano diventati prassi. I profughi intercettati venivano rimpatriati. L’Europa aveva alzato il ponte levatoio.
Fatmir sapeva tutto questo. E partì lo stesso.
Una busta di plastica e un cambio di vestiti
La notte in cui sale su quel gommone a Valona, Fatmir lascia alle spalle tutto: la casa, il padre anziano, la moglie Eglantina, i due figli piccoli. Non ci sono i soldi per portarli tutti. Il viaggio in gommone costa già una fortuna per una sola persona; per quattro sarebbe impossibile.
Porta con sé quello che si porta quando si parte senza spere se poter tornare: pochissimi soldi, quelli che ha, e un cambio di vestiti asciutti, chiusi dentro una busta di plastica. Non per farsi belli all’arrivo. Per avere qualcosa di asciutto addosso se il gommone si rovescia.
Il gommone arriva in Grecia. Qui comincia la prima, durissima scuola della sopravvivenza. La polizia greca è violenta — Fatmir lo dice senza rancore ma con la precisione di chi impara a misurare le persone dai fatti. Si lavora per pochissimo, a volte per niente. D’estate si dorme all’aperto perché non c’è una stanza da pagare. Si mangia quello che si trova. Si impara a stare nascosti, a spostarsi di notte.
La polizia era cattiva. Non come in Italia, dove sono comprensivi e ti trattano bene.
Ma nemmeno la Grecia offre futuro. L’Italia è il vero obiettivo. E così inizia il viaggio più lungo: a piedi. Quasi un mese di cammino tra mille peripezie. Si attraversa la Grecia del nord, si trova da mangiare come si può, si arriva a Brindisi. Poi altri quattro giorni di cammino fino a Foggia.
Ci arrangiavamo a fare tutto. Nessuno ci aiutava e nessuno ci dava da lavorare. Non so come abbiamo fatto. Qualcuno lassù ci ha aiutato.
Da Foggia a Marcianise, vicino Caserta. Qui qualcuno ci dà finalmente da lavorare. Campi, animali, sedici ore al giorno per un compenso da fame. Fatmir lo dice con quella sobrietà che solo chi ha davvero sofferto sa usare: “a pensarci oggi è stata una pazzia, ma non avevamo scelta. Pensavo a mia moglie e ai bambini e volevo regalargli quello che mi ero promesso: una vita serena e dignitosa.”
Il lavoro onesto ti porta avanti e ti dà speranza. Quello disonesto, anche se più semplice, ti fa dormire sempre preoccupato e non sai mai dove vai a finire. La vera ricchezza è nel cuore. Un orologio da poco segna la stessa ora di uno che costa tanto.
Non è una frase fatta. È una filosofia costruita sull’esperienza diretta, parola per parola, giorno per giorno. E in ogni bottiglia che questa famiglia produce oggi, quella filosofia si ritrova intatta.
Le bufale di Castelvolturno
La voce passa tra i migranti come passa l’acqua in un paese assetato: verso Castelvolturno cercano manodopera. Campi e bufale. Fatmir parte di nuovo.
Castelvolturno è una città complicata, piena di contraddizioni, ma per Fatmir è il posto in cui impara un mestiere che porterà con sé per sempre: lavorare la terra, pascolare le bufale, fare la mozzarella. Le mani che un giorno cureranno i vigneti della Costa degli Etruschi imparano la loro prima grammatica agraria qui, in Campania.
Siamo nel 1995. I bambini hanno tre e cinque anni. Tre anni durante i quali Fatmir ha visto la sua famiglia soltanto nei sogni e in qualche rara telefonata. Tre anni in cui Eglantina ha cresciuto da sola due bambini piccoli, aspettando notizie dall’altra parte del mare. Adesso basta.
Fatmir ha un permesso di soggiorno che gli consente di muoversi e viaggiare. Fa l’unica cosa che un padre può fare: riparte. Torna a Lushnje, vicino Durazzo, prende moglie e figli e organizza il ritorno. Con il traghetto non è possibile: Eglantina e i bambini non sarebbero ammessi. C’è un solo modo. Un altro gommone.
I bambini sulle spalle
Questa è la scena che chi ascolta la storia dei Pepa non dimentica più.
Il gommone parte di notte da Valona. Più di trenta persone. Non c’è posto per bagagli: ogni centimetro serve a una persona. Si punta ad arrivare alle prime luci dell’alba. Ma sulla spiaggia, verso Brindisi, la polizia è già ad aspettarli.
Lo scafista non esita un secondo: spinge tutti in acqua e sparisce. Una parte dei passeggeri nuota verso la riva, viene soccorsa, verrà rimpatriata giorni dopo. Fatmir ed Eglantina sono già in acqua. L’acqua gli arriva quasi al petto. Hanno i bambini — tre e cinque anni — e li sollevano sulle spalle. Insieme ad altri due amici, approfittando del caos, puntano verso uno scoglio poco distante. La polizia li insegue fino alla riva, ma non entra in acqua. Li cercano tra i cespugli, nelle campagne intorno. Poi, soddisfatta della retata, desiste.
Dietro quello scoglio, bagnati fradici, con due bambini tra le braccia, Fatmir ed Eglantina aspettano che il silenzio torni ad essere sicuro.
Trovano chi in quegli anni era di ronda per portare i migranti lontano dalle coste, sfruttando chi non aveva altra scelta, facendosi pagare oro per un passaggio in macchina. Pagano anche quello. Poi la stazione. Un treno. Controllori con il cuore abbastanza grande da chiudere un occhio davanti a una famiglia con due bambini tremanti. E così, con una catena di piccole fortune e di grandi determinazioni, arrivano a Mondragone.
La prima casa
A Mondragone, qualche giorno dopo l’arrivo, Fatmir conosce chi gestisce un’azienda agricola: tanta terra, tante bufale, una casa da offrire in cambio del lavoro. L’accordo è del tipo che Fatmir capisce al volo. Quello della fatica e della lealtà. Per la prima volta dal 1992, la famiglia Pepa ha un tetto tutto suo.
I bambini vanno all’asilo e finalmente tutti e quattro hanno il permesso di soggiorno in regola. Si lavora, si cresce, si mettono radici. Anni di stabilità in cui Erald e Antonio imparano che la fatica non è una punizione ma il modo in cui la famiglia si vuole bene.
Poi, nel 2012, l’azienda dove lavora chiude. E tutto ricomincia da capo.
La famiglia trova un appartamento in affitto a Mondragone. Fatmir guarda i figli Erald e Antonio e capisce che questa volta il nord lo affronta con qualcuno accanto. Lui ed Erald partono insieme per la Toscana.
Prima tappa: Grosseto. Fatmir apre una partita IVA — non per convenienza fiscale, ma per sopravvivenza burocratica. All’epoca era l’unico modo concreto per rinnovare il permesso di soggiorno. Bisognava dimostrare di lavorare, e la partita IVA era quella porta.
Da Grosseto si spostano verso Pisa, poi oltre. Giardinaggio, potature, lavori di campagna: tutto quello che il territorio offre e che gli italiani non vogliono fare. Si stampano i biglietti da visita — un gesto piccolo e insieme enorme, la dichiarazione pubblica che si è qui, si è seri, si è affidabili. Si lavora per poco, ma si lavora. Dodici, quattordici ore al giorno, senza sosta.
Ogni quindici giorni, padre e figlio caricano la macchina e tornano a Mondragone. Mille chilometri di autostrada per stare qualche giorno con Eglantina e Antonio, poi di nuovo su, di nuovo a nord. Fatmir non regge la distanza. Ha già pagato un prezzo troppo alto alla lontananza, e non intende pagarlo ancora.
Trovano una casa in affitto a Pastina, un paese nell’entroterra pisano dove nessuno li conosce e la gente, come spesso accade nei borghi chiusi, è diffidente verso chi viene da fuori. Non importa. C’è lavoro e loro si adattano, lavorano. La fiducia si conquista con i fatti. Glielo ha insegnato la vita.
E poi, lavorando lavorando, arriva l’occasione. Siamo nel 2013
L’accordo con i banchieri svizzeri
La Fattoria di Paltratico, sulle colline di Rosignano Marittimo sulla Costa degli Etruschi, appartiene a banchieri svizzeri che non hanno più voglia di badare alla terra. Non è raro: spesso chi ha molti beni finisce per non sapere cosa farsene. La terra richiede presenza, cura quotidiana, passione — cose che non si delegano a distanza.
L’accordo è lineare e antico come la mezzadria: la famiglia Pepa si prende cura dei vigneti, li mantiene in modo impeccabile, e in cambio raccoglie i frutti della propria fatica. Eglantina, Erald, Antonio: tutta la famiglia si trasferisce e si mette al lavoro. Per la prima volta, il nome di questa famiglia finirà su una bottiglia.
I primi anni sono quelli dei debiti pagati a costo di mangiare pane e formaggio — Fatmir lo dice senza sentimentalismi, come un dato di fatto. Si comprano gli attrezzi. Il primo trattore. Si reinveste ogni euro nell’attività, senza mai permettersi lussi. Anno dopo anno, la fiducia dei paesani arriva: quella fiducia silenziosa e concreta che si guadagna solo con anni di serietà.
La grande casa e la famiglia riunita
Col tempo la famiglia acquista una casa nel paese. Ci pagano ancora il mutuo, e lo dicono senza imbarazzo, con la soddisfazione di chi sa che le cose vere si costruiscono con la pazienza. Non è un palazzo, non è una villa: è una casa grande abbastanza da contenere tutti. Ed è esattamente quello che serve.
Fatmir ed Eglantina abitano al piano di sopra. Erald, che nel frattempo si è sposato e ha tre meravigliosi figli, vive al piano di sotto con la sua famiglia. Antonio sta con i genitori. Sotto lo stesso tetto, ogni giorno: colazioni insieme, decisioni insieme, fatiche condivise.
C’è un solo conto corrente. Nessuno ha una macchina propria: si prende quella che si trova libera, dice Fatmir, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Nessuno è geloso degli altri. I proventi della fattoria vanno a tutti, i bisogni di tutti vengono soddisfatti da quel conto unico. È una struttura patriarcale, come quelle che l’Italia ha smesso di avere generazioni fa, sostituite dall’individualismo del benessere. I Pepa ne vanno fierissimi. Quando Fatmir lo racconta non c’è la minima traccia di nostalgia o di retorica: c’è la soddisfazione concreta di qualcosa che funziona, che tiene, che resiste. Di una scelta fatta ogni giorno, non una volta sola.
Il fondo delle degustazioni: il futuro che si costruisce
Nel 2025 la famiglia Pepa ha acquistato un fondo nei pressi della fattoria. Non è ancora aperto, non è ancora finito, ma nella mente di Fatmir è già vivissimo: sarà lo spazio dell’accoglienza, il luogo dove chi vuole capire davvero cosa c’è dentro una bottiglia della famiglia Pepa potrà sedersi, ascoltare, assaggiare.
Il progetto è quello di creare una cantina di degustazione dove i visitatori, appassionati, buyer, turisti enogastronomici, possano incontrare la famiglia, vedere i vigneti, capire il metodo. Non un salone di rappresentanza patinato, ma qualcosa di autentico: una sala con i serbatoi in acciaio sullo sfondo, i profumi del mosto in autunno, le voci dei bambini fuori nel cortile. Il tipo di accoglienza che si ricorda perché è vera.
Per una cantina come quella dei Pepa, con una storia così potente alle spalle, con vini dall’identità precisa e con un territorio, la Costa degli Etruschi, che sta conquistando attenzione crescente a livello internazionale, il progetto di enoturismo ha un potenziale enorme. La Costa degli Etruschi è a un’ora da Firenze, a due da Roma, con l’Arcipelago Toscano a portata di traghetto. È uno di quei territori che il turismo di qualità ha scoperto da poco e che porta visitatori sempre più attenti, disposti a spendere bene pur di trovare autenticità.
E di autenticità, i Pepa ne hanno da vendere.
La Fattoria di Paltratico: terra, metodo, filosofia
I vigneti di Paltratico si distendono su 9,6 ettari di collina toscana, a pochi chilometri dalla costa tirrenica. Il territorio della Costa degli Etruschi porta nel nome stesso la sua storia millenaria: gli Etruschi avevano capito prima di chiunque altro che questa combinazione di suolo e clima era fatta per la vite. Argille e sabbie, esposizione al sole, brezza salina dal Tirreno: tutto concorre a dare alle uve una personalità che non si replica altrove.
La distribuzione dei vigneti racconta già la famiglia: 2,5 ettari di Vermentino per l’unico bianco in gamma, 2,5 ettari di Cabernet Franc, 2 ettari di Sangiovese e 1,5 ettari di Cabernet Sauvignon. Dalle circa trecento quintali di uva raccolta ogni anno, la famiglia vinifica circa trentamila bottiglie. Il resto va ai grossisti per mancanza di fondi sufficienti a vinificare tutto: un limite temporaneo che il futuro si incaricherà di superare.
La vinificazione avviene in una cantina del territorio, ma le decisioni sono interamente della famiglia Pepa. Sono loro a stabilire quali lieviti usare, quanto prolungare la macerazione, quanti rimontaggi eseguire, come diraspare, come affinare. Il lavoro della cantina è un servizio tecnico; la visione è tutta loro. Poi il vino passa in contenitori di acciaio inox e viene imbottigliato. Da quel momento è completamente loro.
Niente barrique, niente tonneau, niente anfore. La scelta dell’acciaio è una scelta di rispetto: per il frutto, per il vitigno, per la verità di quel territorio. Ma Fatmir non chiude nessuna porta.
In futuro non si sa
Il futuro
Una cantina come quella dei Pepa, con una storia autentica, un territorio di valore crescente e una gamma di vini coerente e ben costruita, ha davanti a sé strade commerciali che oggi sono appena tracciate ma che potrebbero diventare autostrade.
Il fondo acquistato nel 2025 è il primo tassello. La Costa degli Etruschi è uno dei territori enoturistici più promettenti d’Italia: a un’ora da Firenze, a due da Roma, con il mare a portata di mano e un entroterra collinare ancora integro. I visitatori che arrivano in questa zona cercano autenticità, storie, persone vere. I Pepa hanno tutto questo. Un piccolo spazio attrezzato per le degustazioni, un percorso tra i vigneti, la possibilità di incontrare la famiglia e sentire direttamente da Fatmir la storia di quelle bottiglie: è esattamente ciò che il turista enogastronomico di qualità cerca oggi.
Fatmir non è un uomo che si accontenta. Lo si capisce dal modo in cui racconta il passato: ogni tappa è un trampolino verso quella successiva, ogni conquista il punto di partenza di qualcosa di nuovo. E nel futuro della Fattoria di Paltratico ci sono alcuni percorsi che meritano di essere esplorati.
Camminare tra i filari di Paltratico sapendo quello che c’è dietro ha un effetto strano. Non si vedono solo le viti: si vede un gommone di notte, si vede una busta di plastica con un cambio di vestiti asciutti, si vedono due bambini di tre e cinque anni alzati sulle spalle di un uomo con l’acqua al petto. Si vedono i biglietti da visita stampati con i pochi soldi rimasti, i giorni che mancano per tornare a Mondragone e abbracciare la famiglia. Si vede la grande casa con il mutuo ancora da pagare, il conto corrente unico da cui ognuno prende quello che gli serve, le macchine di tutti che non sono di nessuno. Si vede la terza generazione che gioca tra i filari senza sapere ancora che quei filari un giorno saranno suoi.
Fatmir non parla di punteggi o di guide. Quando descrive i suoi vini usa sempre la stessa parola: onestà. Un vino onesto, senza fronzoli, che racconta la nostra terra e la nostra storia. Non è semplicità — è la cosa più difficile da ottenere: togliere invece di aggiungere, rispettare invece di correggere, ascoltare invece di imporre.
Trent’anni fa Fatmir Pepa ha attraversato il mare con una busta di plastica. Oggi produce trentamila bottiglie all’anno su 9,6 ettari di terra toscana, vive con tutta la sua famiglia sotto lo stesso tetto, ha un fondo dove sta costruendo il futuro e dei vigneti che potrebbero ancora sorprendere chiunque. Non è un racconto di redenzione. È un racconto di lavoro. Di quello onesto, che porta avanti e dà speranza.
Vino di famiglia, fatto con le mani e con il cuore.
Non serve aggiungere altro.
Le cinque etichette
Sangiovese. Sangiovese 100%
Il Sangiovese dei Pepa è il vino della tradizione: il più diretto, il più toscano, quello che meno ha bisogno di spiegazioni. Coltivato sui due ettari di Paltratico con la maggiore esposizione alla luce, racconto a mano al momento della piena maturazione, macerazione intensa per venti-ventiquattro giorni a temperatura controllata, sei mesi di affinamento in acciaio inox. Il risultato è un rosso rubino luminoso, morbido, con tannini ben fusi che allungano la persistenza senza mai appesantire. Al naso, ciliegia e prugna matura con delicate note speziate. Al palato, la sensazione immediata di qualcosa di onesto: niente di nascosto, niente di costruito.
Per chi si avvicina per la prima volta ai vini di Paltratico, il Sangiovese è il punto di ingresso naturale: bevibile, versatile, capace di accompagnare con eleganza la cucina di tutti i giorni senza mai risultare banale. Per chi già conosce la gamma, è il vino a cui si torna quando si vuole qualcosa di schietto e vero.
Pitò. Cabernet Sauvignon 100%
Per Fatmir il Pitò rosso è il vino della donna e della famiglia. Non è una definizione enologica: è un’associazione emotiva, il tipo di legame profondo che solo chi fa vino con le mani e con il cuore riesce ad articolare. Il Cabernet Sauvignon in purezza, coltivato sull’ettaro e mezzo di vigneto più esposto alla brezza costiera, esprime carattere e personalità senza mai perdere la bevibilità. Il colore è un rubino profondo con riflessi violacei; il naso è intenso e complesso — ribes, mora, sentori vegetali tipici del Cabernet arricchiti da sfumature speziate —; il palato è strutturato, con una trama tannica ben integrata e un finale armonioso ed elegante.
Il Pitò rosso è il vino che funziona meglio a tavola con le grandi occasioni: la bistecca alla fiorentina, i brasati invernali, i formaggi toscani stagionati. Ma è anche il vino che si apre meglio se stappato un’ora prima, lasciandolo respirare lentamente nel bicchiere. Un vino che non ha fretta. Come la famiglia che lo produce.
Pitò. Vermentino Vermentino 100%
Il bianco di punta, l’unico vino bianco della gamma, è anche quello che racconta meglio la vicinanza al mare. I 2,5 ettari di Vermentino di Paltratico ricevono ogni giorno la brezza salmastra del Tirreno, e quella mineralità marina si ritrova puntualmente nel bicchiere. La vendemmia è manuale, la pressatura soffice per preservare gli aromi primari. Il mosto, dopo decantazione a freddo, fermenta per venti-trenta giorni alla temperatura controllata di 16-18°C in serbatoi di acciaio inox. Sei mesi di affinamento in acciaio mantengono intatta la freschezza.
Il risultato è un giallo paglierino brillante: fresco e fruttato al naso — mela golden, banana, agrumi, note floreali delicate — vivace e minerale al palato, con quella piacevole acidità che pulisce il palato e invita al sorso successivo. È il vino dell’estate, del pesce, del tramonto sul Tirreno. Ma è anche, nella sua semplicità apparente, uno dei vini più difficili da fare bene: il Vermentino non perdona gli errori in vigna né in cantina, e la versione dei Pepa dice con chiarezza che in vigna ci vanno ogni giorno.
Franc. Cabernet Franc 100%
Il Franc è il vino più complesso e strutturato della gamma: quello che richiede più attenzione e ripaga con più emozioni. I 2,5 ettari di Cabernet Franc di Paltratico sono il vigneto su cui Fatmir ha investito più aspettative. Il Cabernet Franc è un vitigno nobile e capriccioso: esprime la sua grandezza soltanto nei terroir che riesce ad amare davvero, e la Costa degli Etruschi, con i suoi suoli argillosi e la brezza costante dal mare, sembra fatta apposta per lui.
Raccolta manuale con selezione rigorosa dei grappoli migliori, macerazione intensa per venti-ventiquattro giorni con estrazioni attente di colore e tannini nobili, sei mesi di affinamento in acciaio. Il colore è un rubino intenso con riflessi violacei. Il naso è avvolgente e stratificato: ciliegia e mora in primo piano, poi i sentori vegetali eleganti che sono il marchio di fabbrica del Franc — peperone verde, foglia di pomodoro — e in fondo le spezie, il pepe nero, il tabacco dolce. Il palato è carico, strutturato, vellutato, con tannini setosi che accompagnano un finale lungo e di grande armonia.
Il Franc è anche il vino che più di tutti lascia immaginare cosa potrebbe diventare con qualche mese di legno. Un passaggio in barrique o in tonneau di rovere francese darebbe a questo vino una complessità ulteriore, arrotondando i tannini e aggiungendo profondità aromatica senza coprire l’espressione varietale. È una strada che Fatmir non ha ancora percorso, ma che tiene aperta con la curiosità di chi sa di avere ancora margini di crescita.
Fusò. Cabernet Sauvignon 70% · Sangiovese 30%
Il nome più personale di tutti. Fusò significa “fuso di testa”, e Fatmir lo dice ridendo — una di quelle risate brevi che contengono molta verità. Ma sotto l’autoironia c’è la filosofia più profonda di questa cantina: la fusione. La capacità di prendere due cose diverse e farle diventare qualcosa di migliore insieme. Come due culture, come due generazioni, come due paesi.
Settanta per cento Cabernet Sauvignon, trenta per cento Sangiovese. I due mosti fermentano separatamente, ognuno con la propria macerazione, poi vengono assemblati e affinati insieme per sei mesi in acciaio, lasciando alle due anime il tempo di trovare il loro equilibrio. La struttura e la complessità del Cabernet si sposano con la freschezza e la vivacità aromatica del Sangiovese: il risultato è un vino rubino con riflessi violacei, elegante al naso — ciliegia, ribes nero, spezie dolci — carico ma perfettamente equilibrato al palato, con tannini setosi e un finale armonioso.
Il Fusò è il vino più versatile della gamma: accompagna la cucina di tutti i giorni con la stessa disinvoltura con cui compare sulle tavole delle occasioni speciali. Non è un vino che urla; è un vino che conversa. Ed è forse, più di ogni altro, quello che racconta l’identità di questa famiglia: radici albanesi, terra toscana, apertura al mondo.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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