Identità in fermento è la rubrica che esplora il lato umano del vino, prima ancora delle sue etichette; un ritratto prima che una recensione.
Parliamo di quell’insieme irripetibile di tratti, storie, contraddizioni e scelte che definiscono chi il vino lo crea. Non semplici profili, ritratti autentici di persone in continua trasformazione, come il mosto che fermenta: vitale, profumato, in divenire.
Uno spazio giornalistico dove la narrazione si concentra sull’essere umano e sulla sua autenticità, per restituire al vino la sua essenza primaria.
21 Settembre, 2026
Farneto del Principe. Memoria agricola e visione
Nel cuore del Cosentino, ai piedi del Pollino, una giovane cantina biologica costruisce il proprio futuro a partire da un patrimonio genetico antico: Magliocco dolce, Calabrese, Montonico, Malvasia sono le protagoniste assolute della varietà identitaria di questa incantevole zona della Calabria.
Una storia di famiglia, responsabilità, ambizione, che oggi guarda lontano senza perdere la direzione delle proprie radici, e lo fa mantenendo sempre il sorriso.
La vigna, un archivio
La Calabria è un mosaico climatico, geologico e ampelografico nel quale la vite abita da secoli, adattandosi a montagne, ripide valli, e coste assolate. È proprio questa stratificazione, più che qualsiasi esercizio di modernità enologica, a costituire oggi il capitale più interessante della regione.
Farneto del Principe, ad Altomonte, ne è interprete più che mai schietto e concreto. L’azienda, oggi completamente biologica, possiede vigneti collocati intorno alla cantina, che si articolano fra quattro colline e una pianura, in una variabilità pedologica che passa dal medio impasto ai terreni più limosi, in prossimità di un piccolo lago. Una complessità che non viene semplificata, ma governata e valorizzata, grazie alle vinificazioni separate dei singoli appezzamenti.
L’altitudine della cantina, intorno ai 230 metri, l’influenza del massiccio del Pollino e la vicinanza del mare contribuiscono a definire un quadro climatico con inverni di marcata impronta continentale ed estati calde e asciutte. Un contesto nel quale la gestione della maturazione diventa decisiva, soprattutto per varietà capaci di accumulare zuccheri e polifenoli mantenendo, se correttamente interpretate, una buona dotazione acida e una significativa componente sapida.
È qui che la viticoltura diventa una meticolosa lettura del territorio.
Dalle marze del padre alla nuova generazione
Il progetto aziendale nasce da Graziano Paladino, padre di Francesco, attuale timoniere della cantina. La ricerca di marze nel vigneto del nonno, il recupero di materiale vegetale già acclimatato, la volontà di costruire il futuro a partire da una memoria biologica concreta costituiscono gesti che assumono oggi un significato forte..
Recuperare le proprie viti quando spesso si tende ad una progressiva omologazione varietale, significa conservare un patrimonio genetico, agricolo e culturale. E significa soprattutto dare un’identità differenziante al proprio vino.
Oggi il testimone, come già detto, è nelle mani del figlio di Graziano e della sua compagna: giovani, intraprendenti, solari, con quella combinazione di determinazione e naturale ospitalità che appartiene intrinsecamente alla cultura calabrese. L’obiettivo è ambizioso: portare la Calabria nel mondo senza doverla edulcolorare.
La prima impostazione enologica è stata affidata a Emiliano Falsini, che l’ha affrontata con gli agronomi del Gruppo Matura, tuttora coinvolti nel progetto. Si è trattato della sua prima esperienza in terra di Calabria. Dal 2024, invece, la direzione enologica è affidata a Massimo Bartolini.
La tecnica che non si fa vedere
La filosofia produttiva emerge con particolare chiarezza sui bianchi, dove l’obiettivo è preservare leggibilità e freschezza del vitigno.
Vendemmia notturna, pigiatura soffice e decantazioni statiche compongono un protocollo orientato alla protezione della frazione aromatica e alla pulizia del mosto. Non c’è la volontà di “costruire”: la tecnica viene utilizzata per “preservare”, sottrarre rumore e lasciare emergere la materia prima.
Nella Malvasia aromatica Milbesium la lettura è nitida: fiore d’acacia, caprifoglio e zagara precedono il corredo fruttato, costituito da pera matura e agrume giallo; melissa, salvia, muschio e una sottile componente balsamica ampliano il quadro. Il sorso mantiene una linea fresca e salina, con una gradevole progressione che perimetra l’incisiva componente aromatica.
È un approccio particolarmente significativo in una regione nella quale la valorizzazione dei vitigni bianchi autoctoni rappresenta ancora uno dei terreni di maggiore sviluppo.
Stupirebbe chiunque, in una degustazione alla cieca, il Montonico in purezza Balbino. Il nome di questa referenza rimanda al periodo dell’antica Roma, in cui Altomonte veniva chiamato “Balbia” da Plinio il Vecchio, per via del suo famoso vino, detto proprio “Balbino”.
In primis esplodono i fiori, tra generoso gelsomino, lieve verbena e fresca lavanda. A seguire, il frutto gioca tra la polposità del tropicale e la verticalità dell’agrume. In chiusura un’elegante balsamicità. Teso, saporito, invitante, persistente nella sua gustosa scia agrumata.
Il rosato, biglietto da visita calabrese
Nel mondo dei rosati è facile che bevibilità e profumo vincano su espressività e coerenza varietale.
Palatinus, rosato da Magliocco dolce, procede su un registro diverso. Completamente secco, verace, coerente, apre su rosa canina e fiori dolci, ciliegia matura e susina rossa. In bocca il frutto è pieno, ma il ribes rosso ne vivacizza il sorso, restituendo slancio e conducendo verso una chiusura di marcata sapidità.
È un vino che sembra avere nel proprio DNA la convivialità calabrese: quella capacità tutta meridionale di trasformare un bicchiere in un invito a restare.
Calabria rossa: la differenza la fa la precisione
Se il bianco lavora sulla pulizia aromatica e sull’esaltazione floreale, i rossi di Farneto mettono in evidenza un’altra dimensione del territorio: quella della materia cesellata dal tannino.
Il Gratus, vino che esprime la gratitudine della famiglia nei confronti di Graziano, esalta il carattere del vitigno principe del Cosentino: il Magliocco dolce. Il profumo spazia fra amarena e prugna, viola, mirto e chiodo di garofano. In bocca il frutto si fa più scuro e lascia progressivamente spazio a liquirizia e suggestioni boschive. Il tannino, vellutato ma persistente, evita tanto la rusticità quanto l’eccesso di levigatura.
È un punto tecnico importante: il tannino deve essere integrato, progressivo, sostenuto dalla struttura acida e dalla componente sapida. Sfida di certo non facile con i cambiamenti climatici in atto.
Nel Calabrese la trama si fa più scura e verticale. Mora, durone, rabarbaro e una sottile scia resinosa definiscono un vino più tannico, nel quale l’estrazione appare ben calibrata e il sale contribuisce a trascinare la componente fenolica verso un finale dinamico.
Si tratta di una interessante lettura del rosso calabrese: non soltanto potenza, ma rapporto fra estrazione, acidità, sapidità e maturità fenolica.
Ricupo, la materia diventa tattile
Nel Ricupo i due vitigni rossi si fondono in parti uguali, rappresentando la sintesi più complessa del percorso stilistico di Farneto. Amarena, ribes nero e uva passa incontrano chiodo di garofano, ginepro, alloro, fiori dolci e cardamomo. Il frutto maturo non scivola in eccessiva morbidezza: il sorso resta teso, stratificato, progressivo.
Il tannino è giovane, ma ben estratto. La chiusura sulla liquirizia conferisce al finale una piacevole dimensione tattile.
Ed è proprio la tattilità una delle chiavi di lettura più interessanti dei vini di questa cantina: la ricerca non sembra orientata semplicemente all’intensità aromatica, ma alla costruzione di una sensazione di territorio attraverso materia, salinità e trama.
Una Calabria che non si limita di certo a mostrare i muscoli.
Il valore di chiamarsi Calabria
Il vero tema, tuttavia, va oltre la singola cantina.
Per troppo tempo il patrimonio vitivinicolo calabrese è rimasto in una posizione periferica rispetto alla narrazione del vino italiano. Eppure la regione dispone di una ricchezza varietale antichissima, frutto di una storia mediterranea nella quale popolazioni, culture e commerci hanno lasciato tracce profonde nella viticoltura.
Il Magliocco, il Calabrese, il Montonico e le altre varietà regionali non sono semplicemente “autoctoni” da inserire in una scheda tecnica. Sono strumenti di riconoscibilità territoriale. Punti di forza per differenziare l’offerta.
La sfida contemporanea consiste nel passare dalla conservazione alla valorizzazione. Farneto del Principe si inserisce a pieno titolo in questo passaggio. La sua produzione biologica, la filiera integrata e la scelta di lavorare sulle varietà territoriali costituiscono un modello nel quale sostenibilità e identità non rappresentano parole vuote, ma parti della stessa strategia.
Il vino è forma di ospitalità
La Calabria delle persone è quella che apparecchia la tavola prima ancora di spiegare il vino, che trasforma una visita tecnica in una relazione. Ad Altomonte, tra i borghi più belli d’Italia, questa dimensione è parte integrante dell’esperienza: cordialità prima che competenza, orgoglio e giovialità che vanno a braccetto.
Farneto del Principe prova a definirla con le varietà che ha ereditato, con la tecnica più virtuosa che le rende leggibili e con una nuova generazione competente e motivata.
Il futuro del vino calabrese potrebbe essere proprio qui: dare finalmente al mondo ragioni concrete per cercare la Calabria, non raccontandola “più forte”. Meglio.
Paola Restelli – Identità in fermento
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7 Aprile, 2026
I vini di Salerno. Una strada da percorrere
La provincia di Salerno è un distretto del vino balzato agli onori della cronaca solo negli ultimi vent’anni che offre, per tale ragione, molteplici opportunità di scoperta.
Territorio di sorprendente amenità, si estende nell’abbraccio tra Appennino e Mediterraneo, punteggiato da siti archeologici e complessi ipogei che raccontano una civiltà millenaria.
Salerno è la provincia più estesa della Campania, per lo più composta da dolci colline, coste piene di fascino e numerosi corsi d’acqua.
Il territorio presenta due siti riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità: la Costiera Amalfitana e il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, primo geoparco nella storia del nostro Paese.
La costa si estende per oltre 200 km, da Positano a Sapri. L’area amalfitana, aspra e frastagliata, concede panorami unici al mondo; la parte centrale è un’ampia spiaggia orlata dalla pineta, mentre la Costiera Cilentana, a Sud, alterna tratti rocciosi, calette selvagge e spiagge incantate.Procedendo verso l’entroterra si incontra l’Appennino lucano con alture che sfiorano i 2000 metri e multiformi colline che collegano i due estremi.
La varietà dei paesaggi e l’eterogeneità dei suoli stanno alla base della complessità ampelografica di quest’area, dove la biodiversità diventa protagonista assoluta dell’inconfondibile e generosa offerta enogastronomica.
Il clima è mite, asciutto e ventilato nella zona costiera, continentale nelle aree più interne, con inverni rigidi e notevoli escursioni climatiche. I venti dal mare e dalla montagna accarezzano i filari, incidendo sulla salubrità delle uve.
Le eruzioni del Vesuvio, che hanno distribuito ingenti quantità di ceneri, lapilli e materiali tufacei anche a lunga distanza, hanno reso parte dei suoli locali fertili e ricchi di minerali.
I circa tremila ettari di vigneto salernitano si arroccano tra le scogliere terrazzate di Amalfi – dove l’approccio si fa eroico – punteggiano le aspre colline cilentane, lambiscono il mare nelle pianure alluvionali costiere e si alternano ai boschi sui versanti montuosi.
Terra vinicola antica
La vocazione marittima e la ricerca di materie prime hanno da sempre spinto le antiche popolazioni dell’Egeo a creare una fitta rete di relazioni commerciali in tutto il bacino del Mediterraneo, favorendo l’interscambio tra Grecia, colonie e popolazioni indigene.
Con il medesimo spirito, alla fine del VII secolo a.C., i naviganti dell’insediamento greco di Sibari approdarono nella fertile valle del Sele, fondando la città dedicata a Poseidone, più tardi ribattezzata Paestum.
I Greci introdussero molte varietà ritenute oggi autoctone e l’influsso della loro cultura enologica preparò le basi per la successiva interpretazione romana.
Dopo la profonda crisi dell’agricoltura nel medioevo, del vino campano si tornò a parlare solo a partire dal 1500.
La successiva emergenza della fillossera favorì la diffusione della coltivazione del tabacco, facendo balzare la regione ai primi posti della produzione nazionale.
La provincia di Salerno ha sofferto più di tutte le politiche agricole intensive avviate nel secondo dopoguerra, con strategie operative orientate a vitigni più produttivi e “rassicuranti” come Sangiovese e Barbera, Trebbiano e Malvasia.
Solo verso gli anni ‘80 l’attenzione si focalizza su uve locali e identità territoriale.
Nascono, di conseguenza, le denominazioni e nuovi imprenditori cominciano ad investire in viticoltura; il boom turistico di Amalfi e del Cilento amplifica il nuovo orientamento.
Oggi, a fianco dei vitigni più noti – Fiano e Aglianico – vanno affermandosi anche uve gregarie, come Piedirosso e Coda di Volpe.
Sono in aumento le produzioni di spumanti, che non sono propriamente parte della tradizione enologica locale, ma stanno raggiungendo livelli qualitativi interessanti.
Cresce il format aziendale a filiera integrata e alcune cantine tendono a spostarsi dalla calda costa verso l’interno, dove i vigneti, però, sono ancora frammentati. Non a caso le grandi aziende cooperative rimangono per lo più concentrate lungo la riviera.
Una bussola per l’identità del luogo
Nel 2012 un gruppo di viticoltori locali decide di associarsi per “fare sistema” dando vita al primo organismo di tutela e valorizzazione dei vini a denominazione ricadenti nella provincia. L’intento è quello di accendere un riflettore sulla produzione salernitana: una luce che possa orientare le linee guida per il presente ed il futuro del comparto.
Marco Serra, Presidente del Consorzio Vita Salernum Vites, spiega che <<grazie al grande lavoro svolto negli anni, siamo riusciti a coinvolgere nel Consorzio la maggioranza dei produttori locali, ottenendo il sostegno di istituzioni nazionali ed europee, contribuendo a rafforzare concretamente l’identità e la qualità dei nostri vini>>
Gli associati del Consorzio sono distribuiti dal fiordo di Furore alle colline cilentane, in rappresentanza di un mosaico di terreni, climi e tradizioni estremamente affascinante e variegato.
Sfumature di Fiano
Maturazione medio tardiva, note varietali di tiglio, ginestra, pera, nocciola o mandorla, il Fiano è l’uva a bacca bianca che più di tutte rappresenta questa terra.
Si esprime con tratti più caldi, densi e floreali rispetto a quelli irpini. Un vitigno che, più di altri, è capace di portare nel calice le sottili sfumature dei luoghi dove viene interpretato.
Le sue migliori espressioni sono capaci di affrontare lunghe evoluzioni che conducono, nel tempo, a complessità a dir poco sorprendenti.
Scopriamo alcune declinazioni salernitane di Fiano che valgono l’assaggio.
Tenuta Mainardi Cairis – Paestum Fiano IGP
Fiano allevato a 500 m di altitudine, nell’entroterra, tra la Valle del Calore e i monti Alburni.
Proprio in queste terre Marco Serra, con i suoi fratelli, realizza il sogno del padre: una cantina autonoma dove trasformare le uve di famiglia. Vinificato in solo acciaio, propone un profilo aromatico croccante e fruttato, giocato sull’agrume e il tropicale, con cenni di fiori bianchi e mandorla verde ed un piacevole tratto minerale.
Tenuta Mazzanova Ziopì – Cilento Fiano DOC
Ci spostiamo nel Parco Nazionale del Cilento, a Perdifumo, terra di fichi, vino, olio.
Il Fiano biologico che produce Tenuta Massanova, anch’esso vinificato in solo acciaio, si contraddistingue per un piacevole tripudio floreale, con sfondo di erbe mediterranee fresche ed un invitante finale salmastro.
Tenuta Cobellis Crai – Cilento Fiano DOC
Parliamo di un’altra azienda cilentana che fa dell’accoglienza il proprio tratto distintivo.
Cobellis interpreta il Fiano esaltandone i tratti balsamici, tra eucalipto e muschio. La tensione gustativa è salina e fa da perimetro alla fragranza agrumata del frutto.
Tenuta Macellaro Ripaudo – Paestum Fiano IGP
Ciro Macellaro è un giovane vignaiolo che, ancor prima dei 30 anni, prende in mano le terre di famiglia in stato di abbandono. Siamo a Postiglione, nell’entroterra salernitano, tra i Monti Alburni e la costa.
Nonostante la vinificazione in solo acciaio, la lunga sosta sulle fecce fini con frequenti bâtonnagedetermina un sorso pieno e avvolgente, con agrumi e zenzero che si intrecciano alle erbe aromatiche. Vino ricercato, dal notevole potenziale evolutivo.
Viticoltori De Conciliis Perella – Cilento Fiano DOC
Sulle colline tra Prignano e Agropoli la famiglia De Conciliis è tra le prime a credere ed esaltare la personalità dei vini cilentani. Vigna Perella è un singolo appezzamento a 300 di altitudine, con esposizione ad Est. Il Fiano che ne deriva viene vinificato con fermentazione spontanea guidata ed un uso discreto del legno. Il vino è profondo e succoso, dai tratti fruttati e dolci, bilanciati da note vegetali e congedo sapido.
Non solo Fiano
Per un inquadramento completo dei vini bianchi salernitani, lasciamo lo sfaccettato mondo del Fiano per scoprire altre referenze locali degne di nota.
Tenuta Palaios 16 – Colli di Salerno IGP
L’azienda più piccola di Salerno si occupa di una singola vigna di 1.2 ettari, dalla quale produce 820 bottiglie che esprimono l’antico uvaggio della zona: Fiano, Falanghina, Trebbiano e Malvasia.
Ci troviamo a Palomonte, nell’entroterra salernitano e il vino di Tenuta Palaios è un’esplosione raffinata di aromaticità, tra fiori bianchi, agrumi e pera, dalla beva agile, per nulla scontata.
Lenza Ida – Colli di Salerno IGP
Più unico che raro il Greco in queste zone, eppure l’azienda Lenza lo vinifica in purezza in una versione “di sole” che porta nel calice l’atmosfera della fertile pianura costiera di Paestum. Partiamo da una sgargiante veste dorata, passando per la maturità del bouquet olfattivo e chiudiamo con la profondità ritmata del sorso. In bocca è al contempo materico e sapido, scandito da una succosa freschezza agrumata.
Giuseppe Apicella Colle Santa Marina – Amalfi bianco DOC Tramonti
Impossibile, in questa carrellata, non contemplare il “blend costiera”.
Falanghina, Biancolella, Ginestra e Pepella compongono un vino complesso e suadente, che profuma di frutta disidratata e marzapane, fieno e grafite, in un equilibrato gioco delle parti che si conferma al sorso: morbido, caldo e sapido.
Ci troviamo a Tramonti, tra suoli dolomitici e polvere di vulcano, dove regnano vitigni autoctoni che non esistono altrove.
L’azienda, nota soprattutto per le sue interpretazioni di Tintore, declina questo blend con macerazione a freddo e maturazione in tonneaux, per un risultato stratificato e suadente, di vero carattere.
Una mappa che respira
Salerno si racconta, si interroga, si fa strada tra mare, roccia e profumi inconfondibili, con l’obiettivo di farsi scoprire, lasciando traccia sul palato e sui mercati internazionali.
Il panorama ampelografico descritto fin ora è geografia viva e intraprendente.
Ora tocca a voi tracciare la mappa di questo territorio, attraverso non solo percorsi di gusto, ma piste di osservazione critica, pause contemplative, incontri con chi interpreta la terra.
Se siete arrivati fin qui, avete già iniziato a percorrere la strada.
Paola Restelli – Identità in fermento
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25 Febbraio, 2026
Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena
Poco a nord di Verona, è una di quelle valli che si aprono tra i Monti Lessini per poi approdare sulla punta del Lago di Garda. Proprio per l’influenza di quest’ultimo, la valle è stata abitata sin dai tempi del Paleolitico. Fa parte a pieno titolo delle zone della Valpolicella insieme alla Classica e alla DOC. Ovviamente, il Dio Amarone, si produce qui e lo si produce da sempre possiamo dire. Da quando almeno l’Amarone ha avuto vita.
In uno scenario fantastico e proprio nel comune simbolo della Valpante, Grezzano, sorge Costa Arènte, un’azienda oggi facente parte del Gruppo Leone Alato che con i suoi 42 ettari, dei quali 18.5 vitati, produce i veri gioielli della viticultura della Valpolicella: Valpolicella Classico Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva, Recioto, Lugana.
Occasione per scoprirli è stata la masterclass dello scorso 12 febbraio presenti Giovanni Casati, enologo della cantina, Riccardo Cotarella, consulente enologico, Igor Boccardo Amministratore Delegato del Gruppo Leone Alato. Proprio Igor Boccardo ha tenuto a sottolineare come il 2026 rappresenti l’undicesimo anno di acquisizione di una storia azienda del territorio che trova il suo rispetto nell’attenzione ad esso riservata. Valorizzazione dell’ambiente e l’utilizzo delle giuste tecnologie in vigneto ed in cantina sono gli elementi fondamentali per esaltare ogni componente e garantire longevità ai vini.
In questo articolo vogliamo proporre una doppia visione della masterclass. La mia personale e quella di Paola Restelli, firma di Wine Tales Magazine e degustatrice professionale.
Paola, cosa ti è sembrato di questa degustazione?
Sarà per il fatto che l’azienda sorge su un promontorio dove lo sguardo si perde lungo due vallate, sarà che si “respira” un evidente rinnovamento stilistico, ma questa esperienza mi ha fatto percepire la freschezza e quel tocco balsamico che tanto ricordano il carattere tipico della Valpantena. Questa valle, cuore della Valpolicella, è influenzata dai venti che scendono dai Monti Lessini ed è caratterizzata da suoli molto profondi, originati da rocce sedimentarie e calcaree, che garantiscono un’acidità fissa elevata. Condizioni favorevoli per la vite che, unite alla notevoli escursioni climatiche, permettono vendemmie più tardive e risultati stilistici di spiccato equilibrio.
Ne è comprova il Valpolicella Valpantena Superiore DOC 2023, con la croccantezza del frutto e del fiore rosso, la dominante fresca che sfocia in un finale delicatamente mentolato. Un vino inclusivo e divertente, dal tannino sottile e delicato, dove la rusticità della tipologia si fonde con spensieratezza alla finezza.
Ivan
Il Valpolicella Valpantena Superiore 2023 appartiene alla specie dei narratori silenziosi, dei vini che non alzano la voce ma la modulano con eleganza, come fa la Valpantena quando si apre tra Verona e i suoi declivi ordinati.
Il rubino vino attraversato da una lieve unghia granata è un colore che vibra, che suggerisce movimento, energia, freschezza. Già alla vista si intuisce una discreta finezza, una compostezza naturale che non ha bisogno di ostentazioni.
Al naso si muove con passo leggero: frutta rossa croccante, ciliegia fresca appena colta, non sovramatura, non opulenta. È una frutta che “scrocchia”, che conserva la sua tensione. Il fiore è evidente, delicato ma presente, e insieme emerge una trama minerale che attraversa il profilo aromatico come una linea sottile di roccia sotto la terra. Il legno c’è, ma resta sullo sfondo: un sussurro. Non copre, non invade. Lascia che siano il floreale, la freschezza e quella vibrazione balsami e minerale a guidare il racconto. In bocca il vino mantiene la promessa. La freschezza è la sua cifra stilistica. Il tannino è preciso, quasi tagliente, ma al tempo stesso gentile. È come un piccolo taglio superficiale che senti per un istante e poi dimentichi, perché ciò che resta è il piacere della beva. Una tensione che non ferisce, ma definisce. La frutta torna croccante, viva, e accompagna una sensazione di ampiezza che non tradisce mai la finezza. La bocca rimane pulita, netta, pronta al sorso successivo, mentre la persistenza si allunga con discrezione, senza pesantezze.
Interpreta davvero la Valpantena nella sua versione più contemporanea: scorrevole, genuino, senza fronzoli, con una capacità di beva che lo rende compagno ideale della tavola, dall’antipasto alle carni bianche, fino ai piatti della tradizione veronese.
Non cerca effetti speciali ma che invita a continuare.
Paola
Stesso registro anche per il Valpolicella Ripasso Valpantena Superiore DOC 2021 che conquista il palato per la peculiare balsamicità, pur avvolgendo con pienezza e generosità. Un vino che trova finalmente la sua identità, senza sbiadire tra i paragoni. Frutto pieno e voluttuoso, decise ventate floreali, un tocco di cardamomo e mirto. Il tannino è voluminoso, ma si stempera nella freschezza e nel finale di rabarbaro.
Ivan
Il Costa Arènte Ripasso Valpantena Superiore 2021 appartiene alla dimensione delle profondità, dei chiaroscuri, della materia che si fa più densa senza mai perdere eleganza.
Due anni in più rispetto al Superiore si traducono in un colore che vira verso l’aranciato in maniera meno vivace, più raccolto, quasi introspettivo. Un rubino che si fa cupo, ma resta fine, trasparente, mai opaco. Come certe colline della Valpantena al tramonto, quando la luce non abbaglia più ma accarezza.
Al naso cambia registro. La frutta si fa più consistente, più matura. È una ciliegia scura, croccante nel cuore, con il succo che sembra già promettere ampiezza. Accanto arrivano le spezie, le tostature, il segno misurato del legno che si avverte senza invadere. C’è una trama balsamica che alleggerisce, che solleva il profilo aromatico e lo rende dinamico. I sentori non esplodono: si stagliano, si rincorrono, si avvicinano e poi si separano, come se il vino respirasse. È qui che si coglie il lavoro di precisione: struttura sì, ma governata. Intensità sì, ma senza eccessi.
In bocca si avverte subito il calore, la materia più ampia. Il tannino è presente, lavora con decisione ma non si impone mai con durezza. La struttura è snella, non imponente, e proprio per questo elegante. Si allarga sul palato, fa salivare, costruisce profondità senza appesantire. Rimane fresco, sorprendentemente pulito, con una persistenza lunga che non si adagia nella dolcezza ma continua a vibrare su note di frutta scura e spezia.
Non è un Ripasso stucchevole ma un Ripasso che sceglie la via della misura. La rotondità maggiore rispetto al Superiore sempre accompagnata da tensione e nitidezza. Si finisce il calice quasi senza accorgersene, perché la beva è ammaliante, avvolgente, coerente.
Un ponte tra freschezza e concentrazione. Tra immediatezza e attesa.
Superiore e Ripasso non si sono rivelati affatto banali. Anzi, si è corso il rischio di compromettere la verticale di Amarone. Dal 2020 al 2016 passando per delle Riserve.
Cosa mi dici Paola della verticale di Amarone della Valpolicella Valpantena DOCG?
Ritorna il concetto dell’evoluzione stilistica di Costa Arènte. Questa verticale, infatti, ci ha permesso di comprendere quanto l’azienda stia investendo per ottenere sempre più coerenza tra territorio di origine, tendenze di consumo e vini proposti.
Dal 2018 è operativa la nuova cantina, con fruttaio di proprietà di ultima generazione. Non a caso, la 2020 e la 2019 presentano un carattere distinto rispetto alle annate più vecchie, con residuo zuccherino ridotto e dinamica vibrante, nonostante la struttura.
Ho apprezzato la 2020, con il suo naso piccante, l’intreccio tra frutti di bosco, spezie, foglia di mirto e peperone crusco, con squisiti cenni torbati e l’immancabile scia balsamica. Preciso, scuro, cesellato.
Interessante anche la 2019, leggermente più “rossa”, dall’intenso bouquet floreale ed il finale di china. Sostanzioso, ma al contempo arioso.
La 2017 si presenta scissa, ma nelle ore diventa più composta e si candida ad archetipo della vecchia scuola dell’Amarone. Frutta sotto spirito, marzapane, vaniglia, inchiostro, tannino setoso e intrigante scia sapida. Un vino tattile e figurativo.
Veniamo all’anteprima dell’Amarone Valpantena DOCG Riserva 2019 risultato della vinificazione delle migliori selezionate nel fruttaio. Ancora troppo giovane per dichiararsi, ma già foriero di materia e freschezza, doti che lo faranno viaggiare nel tempo. Note di eucalipto, frutta rossa e goloso ribes nero, leggero bosso, alloro e selce. Il sorso scorre dinamico, nonostante il volume alcolico, gradevole la tensione sapida e promettente la cesellatura del tannino.
Una menzione anche per il Recioto della Valpolicella Valpantena DOCG, vellutato e scattante, capace di dissolvere i suoi 75 grammi/litro di zucchero in un effluvio di frutta rossa, macchia mediterranea e mandorla tostata. Ancora una volta volume e tannino danzano con la freschezza su un tappeto mentolato, in nitida coerenza con il territorio di origine.
Ivan
Nella valle che guarda Verona dall’alto, la Valpantena custodisce un’idea di eleganza che non ha bisogno di urlare. Qui l’Amarone non è opulenza fine a sé stessa, ma misura, trasparenza, respiro.
2020. L’adolescenza luminosa
Granata trasparente, con un’unghia appena aranciata che già racconta una promessa. Il 2020 è un Amarone che non ha fretta di diventare adulto. I profumi arrivano prima ancora di cercarli: fiori che sfumano, prugna fresca, nocciola, un velo balsamico, spezie educate.
In bocca è calore avvolgente ma mai eccessivo, sapidità che sorregge, freschezza che invita. Quel finale leggermente amarognolo non è severità: è carattere. È un vino che sa di prospettiva, di strada lunga, di tempo che sarà alleato. Come un ragazzo alto, già strutturato, ma ancora in divenire.
2019. La maturità che si accende
Il colore si fa più granata, l’arancio dell’unghia si espande. La trasparenza resta, e stupisce chi ricorda Amaroni densi e impenetrabili di altri tempi.
Qui la frutta si fa più matura: prugna e ciliegia si approfondiscono, il chiodo di garofano e il tabacco emergono con decisione. Tutto si lega. Tutto trova un centro.
In bocca la rotondità aumenta rispetto al 2020. Il vino ha ragionato in bottiglia. Il tannino è levigato, elegante, e la chiusura comincia a farsi memorabile. L’amarognolo si trasforma in armonia. Annata più calda, sì, ma governata con misura. È un Amarone che cammina sicuro.
2019 Riserva. La passione e l’abbraccio
La densità cromatica è simile al 2019, ma l’energia cambia. La permanenza più lunga in legno si percepisce: tostature, noce moscata, vaniglia, tabacco. L’arancia diventa caramellata, la frutta si avvicina al cotto.
È un vino intenso, passionale, irruente. Ancora troppo. In bocca il tannino parte con vigore, poi si distende. Il calore è più celato, ma l’alcol è importante. La prugna cotta si mescola al floreale, l’ampiezza cresce.
Se il 2019 è equilibrio, la Riserva è abbraccio avvolgente, imponente, sensuale. Ancora meno lineare, forse, ma di grande presenza scenica.
2018. Lo schiaffo e la carezza
Le note aranciate si fanno più evidenti. I sentori sono compressi, amalgamati: ciliegia e prugna cotte, sottobosco, balsamico, arancia. Una compattezza quasi vischiosa al naso.
Poi il sorso sorprende: è vivo, croccante, fresco. Uno schiaffo gentile seguito da una carezza. Elegante ma gagliardo, duro ma mai sgarbato. Il tannino è ancora da domare del tutto, e proprio per questo affascina. C’è irruenza, ma è l’irruenza della giovinezza che vuole affermarsi.
2017. L’austerità nobile
Il colore si fa ombroso. L’unghia aranciata si allarga. Al naso emergono note eteree, ceralacca, una profondità che rende il vino meno immediato, più austero.
Roteando il calice, tutto si ricompone. In bocca è sorprendentemente fresco, con un tannino vivo che punge e un calore che non dimentichi. È un vino impegnato, esigente. Non si concede subito. Va capito.
Tra tutti, è quello che porta la nobiltà più severa. È il fratello che studia in silenzio, ma che quando parla lascia il segno.
2016. La memoria e la dolcezza del tempo
Qui l’arancione prende il sopravvento. Il vino è ancora nitido, ma più riservato. La frutta è sotto spirito, in confettura. Prugna, ciliegia, mela, arancia. I fiori diventano potpourri.
Non c’è esplosione, c’è raccoglimento. Le spezie sono dolci, lo sguardo è nostalgico. In bocca il bilanciamento resta, ma la freschezza non è più protagonista: ora è il calore a guidare, insieme a una dolcezza che non è zucchero, è memoria.
Il tannino è vivo ma al tramonto della sua forza giovanile. È un vino che ti fa pensare. Non solo al tempo che ha vissuto lui. Ma al tempo che hai vissuto tu.
Infine il Recioto. Una danza sulle punte. Il canto di una sirena che ammalia e ti stringe in un abbraccio mortale. Uno di quei vini che solo provandolo si comprende quanto si è perso nella vita. Ogni sentore, ogni sapore, ogni sensazione di caldo abbraccio c’è nel calice. Può non piacere per via del residuo zuccherino, ma è proprio quello che ammalia. Non è un fine pasto. È un inizio del dopocena fatto di abbracci e baci, di avviluppamenti sensuali. Una folata di vento, un sussurro di mentolato a ridestarsi. Ma solo per un attimo. Per perdersi ancora
In questa verticale c’è un’identità chiara: trasparenza, eleganza, freschezza, finezza sempre presente anche negli anni più maturi. I vini di di Costa Arènte non sono mai eccesso. Sono equilibrio dinamico con il tempo che scolpisce, che non consuma. Forse è questa la lezione più grande di questa verticale in Valpantena: l’Amarone e i suoi fratelli non sono solo potenza. Sono attesa, memoria. Prospettiva.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino Paola Restelli – Identità in fermento
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22 Dicembre, 2025
Minutolo. L'aromatico smascherato
Il Minutolo non chiede consensi né paragoni ingombranti: reclama identità, carattere e stile identitario. Esploriamo da vicino questo vitigno raro tutto pugliese – celato troppo a lungo sotto l’ombra del Fiano – capace di portare nel calice la sua vibrante aromaticità, mai banale o scontata.
L’autorevolezza negata
Per decenni, nell’incantevole Valle d’Itria, nel cuore della Puglia, chi amava i bianchi profumati ha pronunciato “Fiano Minutolo” come una formula magica, credendo di evocare il legame con il famoso Fiano campano. In realtà quel nome rappresenta un fardello ingombrante: il Minutolo – vitigno tipico delle dolci colline dell’entroterra murgiano – è stato sistematicamente identificato come variante del Fiano, per travisamento e inerzia storica, anche se con quest’ultimo non ha nulla da spartire.
Solo recentemente – grazie a meticolose analisi ampelografiche e genetiche e relative selezioni clonali – ha tirato fuori gli artigli del DNA, liberandosi da questa costrizione: il Minutolo non ha legami con il Fiano, ma possiede una sua affascinante e distinta identità.
Nel passato è stato messo in ombra da vitigni autoctoni più produttivi e relegato a pochi filari superstiti. Quasi scomparso negli anni sessanta, venne soppiantato da Verdeca, Bianco d’Alessano o tagli misti più generosi (considerate che, all’epoca, in Puglia molti produttori di uva non erano vinificatori e avevano come unico interesse vendere il più possibile).
Il suo recupero, a partire dal 2000, è un stato un atto di giustizia enologica.
Solo nel 2011 viene inserito ufficialmente nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, eliminando definitivamente la dicitura “Fiano Minutolo” e diventando protagonista della produzione di diverse referenze pugliesi.
Per questioni legate al disciplinare, il nome addizionale Minutolo si può aggiungere in etichetta solo se il vino rientra nella IGP Valle d’Itria.
Le radici pugliesi
Il Minutolo è un vitigno aromatico a bacca bianca, avvezzo a terreni calcareo-argillosi, dove riesce a esprimere il meglio del suo potenziale. Non è una “macchina da resa” e qui risiede parte della sua passata sfortuna.
I grappoli sono piccoli (“minuti”, da qui l’origine del nome), a struttura spargola, spesso alati; gli acini hanno una buccia sottile, molto pruinosa, di color giallo chiaro o appena rosata, con aroma di rosa e ottimo equilibrio tra dolcezza ed acidità. Predilige allevamenti a spalliera o alberello, con vendemmia piuttosto anticipata per preservare acidità e profilo aromatico. La sua vivacità olfattiva degrada rapidamente rendendo decisiva la maestria del vignaiolo.
Il suo areale elettivo è la Valle d’Itria, terra dei Trulli, incastonata tra le province di Bari, Brindisi e Taranto; in questo ultimo sbuffo appenninico il Minutolo si sente a casa.
Profumi e tensione gustativa
Il Minutolo sviluppa un bouquet aromatico tutto suo, che coniuga eleganza e temperamento. Vinificato in riduzione regala coinvolgenti note floreali (gelsomino, zagara, biancospino), erbe mediterranee (timo, salvia, melissa), agrumi croccanti (bergamotto, cedro), pesca e cenni di frutti esotici. Al palato propone tensione agrumata e copiosa sapidità, sorso asciutto e tagliente, dove l’equilibrio tra acidità e struttura rende dinamica l’aromaticità.
Quando si opta per l’uso del legno o vinificazioni più ariose, il Minutolo rivela una sorprendente complessità, con spunti sottili di idrocarburi, zenzero e confettura di agrume.
È un vitigno flessibile e versatile, da provare secco o abboccato, spumantizzato o passito, oppure nell’efficace versione macerata.
Il suo nerbo, in ogni declinazione, garantisce vitalità della beva e sorprendente longevità.
Aroma e suolo in dialogo
Come ogni vitigno degno di nota, il Minutolo porta i segni del contesto pedoclimantico in cui cresce. Sulle terre calcareo-argillose, ricche di scheletro, esprime una verticalità minerale che sostiene il bouquet aromatico. In collina, con escursioni termiche accentuate e l’incidenza del vicino Mare Adriatico, la freschezza si conserva meglio, ed i profumi acquistano slancio. Il suo manifesto identitario parla di pietra, Tramontana e luce del Mediterraneo.
…nel calice
Per un approccio immediato alle caratteristiche varietali di quest’uva, consiglio di provare Almaditria Minutolo della Cantina Upal di Cisternino, storica realtà sociale di grande dinamismo interpretativo, sia del territorio, che degli sviluppi del mercato. Al naso, questo Minutolo “didattico” è nitido e sincero: gelsomino, lieve caprifoglio, agrumi gialli croccanti, pera e sfondo di salvia; il sorso è coerente, vibrante e scandito da una lunga sapidità che rende la persistenza tutt’altro che banale.
Da assaggiare anche il Passaturi di Terrecarsiche 1939, un vino di estrema pulizia, dall’aromaticità stratificata ed invitante, con le sue spiccate note vegetali di melissa e timo limone innestate su una dorsale agrumata di bergamotto, con rivoli balsamici di eucalipto. Al palato è rotondo, ma al contempo saporito, con un piacevole allungo che rimanda alla selce.
Passando al Minù di Cantina Masseria Torricella si può leggere il Minutolo in chiave macerata, sorprendendosi per la complessità dei profumi che amplifica i tratti tipici del vitigno, tra fiori bianchi e scorza d’arancio disidratata, albicocca matura, tamarindo e litchi. Il sorso è pieno, ma decisamente ben equilibrato, dove la percezione amaricante delle uve terpeniche non sovrasta, ma si intreccia con garbo alla rotondità e ad un lieve grip tannico. Poliedrico e cangiante, decisamente divertente.
Un invito alla scoperta
Il Minutolo è un vitigno ancora “di nicchia”, capace di rivelare una Puglia profumata tutt’altro che monocorde. Se ben interpretato, negli anni propone evoluzioni di grande stoffa.
Ha tutte le carte in regola, dunque, per diventare un modello di successo nella valorizzazione dei vitigni locali, fiore all’occhiello della generosa produzione vinicola italiana.
Paola Restelli – Identità in fermento
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2 Ottobre, 2025
L'uomo che non lascia nulla al caso
Nome: Diego Cottini
Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa. Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità. Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti. Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach. La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante. Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi. Paola Restelli
Wine immersion – Su web, Instagram, Linkedin Identità in fermento
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Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa. Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità. Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti. Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach. La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante. Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi. Paola Restelli
Wine immersion – Su web, Instagram, Linkedin Identità in fermento