C’è un filo invisibile che unisce le vigne del Collio a quelle della Loira, le botti di Montalcino alle anfore dell’Istria. È un filo fatto di terra, di mani, di scelte. E di storie che Emanuele Muzzo vuole narrare.
“Vigne e Orizzonti” nasce per raccontare questo intreccio: un viaggio continuo tra territori e culture del vino, con il cuore a Est — tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia — ma con lo sguardo sempre aperto verso le Langhe, il Chianti, Montalcino, il Piemonte settentrionale e le grandi regioni vinicole d’Europa.
Qui troverai racconti di vignaioli, assaggi, riflessioni, e talvolta abbinamenti inaspettati tra calice e piatto. Perché il vino è emozione in primis ma anche incontro, esplorazione e racconto. E ogni confine, quando si parla di gusto, è solo una linea “immaginaria” da attraversare.
5 Ottobre, 2026
Josko Renčel. L'artista del Carso sloveno
Nel Carso sloveno esistono vignaioli che sembrano sfuggire a ogni definizione. Josko Renčel è uno di loro. Tra Terrano, Vitovska, vecchi Sauvignon e vini che seguono soltanto il ritmo del tempo, questo racconto attraversa una delle personalità più originali e autentiche della viticoltura carsica.
“Avevo assaggiato troppi vini quel giorno”
All’Orange Wine Festival di Isola c’è un momento che ricorderò a lungo. Vedo Josko Renčel che saluta e abbraccia la mia amica Giulia, che si ricordava benissimo. Poi si gira verso di me, mi squadra, ci pensa. Ci pensa ancora. Cerca. Non mi trova. Allora gli dico: “Josko, ero in cantina da te la settimana scorsa”. Lui apre le braccia, ride, si scusa: “Ah, vero, vero. Scusami. Avevo assaggiato troppi vini quel giorno lì.”
Per inciso: la mia amica in cantina da lui c’era stata tre anni prima. Io, sette giorni. Ecco, questo è Josko Renčel. Un vignaiolo-artista che nel calice ricorda una persona meglio del suo stesso nome, e che nella vita di tutti i giorni si perde nei propri vini con la disinvoltura di chi, a un certo punto, ha smesso di contarli. Quel giorno all’Orange Wine, come è ovvio, l’incontro finisce in un’altra miriade di assaggi — vini più o meno vecchi, la cuvée Vincent, e uno straordinario Sauvignon del 1995 che meriterà una nota tutta sua più avanti. Uno di quei momenti in cui il tempo smette di esistere.
Ma facciamo un passo indietro, alla settimana prima.
Un venerdì uggioso a Dutovlje
È un pomeriggio grigio quando io e l’amico Alessandro siamo a Dutovlje — Duttogliano in italiano — piccolo paese del Carso sloveno a circa sei chilometri dal confine italiano. Un pranzo a base di ćevapčići e calamari, e siamo pronti al rientro. Poi imposto il navigatore e vedo che, a duecento metri dal centro, c’è la cantina di Renčel. Un Sauvignon suo l’avevo bevuto anni fa e mi era piaciuto molto. Riparcheggio, e a piedi entriamo in un sottoportico dove si vedono bottiglie, damigiane e attrezzature per la vinificazione.
Dimenticatevi per un attimo la Toscana. Le mega cantine progettate dall’architetto famoso, il design, l’esperienza sensoriale coreografata. Qui le cantine sono nelle case. Le aziende sono piccole e si punta tutto sulla sostanza, sul prodotto dentro la bottiglia — in un mondo che al contrario guarda soprattutto al marketing e all’estetica, dove la cosa meno importante di tutte è diventata proprio ciò che si beve. Da queste parti è ancora come lo faceva il nonno. Sì, ma che vini.
In corte vediamo un signore, capelli lunghi, occhiali appoggiati sui capelli: è Josko Renčel. Ci accomodiamo a un tavolo fuori dalla cantina e partiamo con un Terrano.
Renčel, più che un vignaiolo, è un artista. Le sue creazioni sono tantissime, e vengono da soli 3,5 ettari di vigna sparsi sulle terre rosse, argille e pietre del Carso — un territorio che qui chiamano Kremen, che in sloveno significa quarzo, anche se il suolo è in realtà un mix di elementi. La produzione totale si aggira sulle diecimila bottiglie l’anno. E i vitigni sono ben otto, tra autoctoni e internazionali. Le etichette arrivano a diciotto. C’è da divertirsi.
In vigna: Terrano, Merlot, Cabernet, Vitovska, Malvasia, Chardonnay, Sauvignon e Pinot Nero. Tutti in piccoli appezzamenti, come tradizione della zona. Niente pesticidi. In cantina: fermentazioni con lieviti indigeni, lunghe macerazioni, affinamenti più o meno prolungati in contenitori diversi — soprattutto legni della zona, ma vecchi, di vari passaggi. Niente chiarifiche né filtrazioni. Solfiti al minimo, a volte anche del tutto assenti — anche se qui Josko ammette che non sempre è rimasto soddisfatto del risultato, anzi.
E questo è il bello di Josko: non ci sono ricette, non ci sono certezze. Imbottiglia il vino quando per lui è pronto, e questo può accadere anche dopo molti anni di botte. È una filosofia che disarma qualunque schema.
La degustazione non è tecnica: è emozionale. E nonostante il nostro sloveno disastroso e il suo poco italiano, ci capiamo perfettamente. Le parole sono poche. Un “sì” qua e là, uno “ya” laggiù. Ma i contenuti sono tanti, e soprattutto sono nel calice. Assaggiamo Terrano, Pinot Nero, la cuvée Vincent, e via così. A un certo punto arriva il genero, che collabora con Josko in cantina, con un vassoio di ottimi salumi della zona. Josko continua a entrare e uscire dalla cantina, torna sempre con un’altra bottiglia. E ogni tanto gli scappa una risata simpaticissima.
Arriviamo a dodici assaggi. Un solo vino, personalmente, non mi conquista subito: il Pinot Nero. Ma probabilmente è colpa mia — sono troppo legato alla Borgogna per questo vitigno, e faccio fatica a leggerlo altrove. Va detto, per onestà, che in assaggi successivi lo stesso Pinot Nero mi ha convinto molto di più: molto territoriale, letto al di fuori dello schema borgognone parla la sua lingua. Il primo impatto però è stato quello.
Prima di salutarci compriamo qualche bottiglia. Josko ci raccomanda di telefonargli prima, la prossima volta, così può dedicarci più tempo — anche se ci accorgiamo che siamo lì da oltre due ore.
I vini nel calice
Terrano Rosato — l’unico vino in acciaio, bevuto all’Orange Wine di Isola. Fruttato al naso, ottima freschezza e acidità. Un grande prodotto da beva, un rosato da abbinare ai molluschi, oppure semplicemente da bere in compagnia senza troppi pensieri.
Terrano 2018 — uno dei migliori Terrano che abbia bevuto. Frutta rossa in primo piano, note di sottobosco. In bocca è di buon equilibrio, pieno, rotondo al punto giusto. Grande interpretazione di un’uva difficile.
Malvazija 2017 — sentori balsamici, albicocca, agrumi, erbe aromatiche. Buona l’acidità, la freschezza e l’equilibrio. Succosa, godereccia, una bella scoperta: sembrava di avere il mare nel calice.
Vitovska 2018 — al naso camomilla, erbe aromatiche, miele, agrumi. Grande mineralità che ritorna al palato, sentori di pietra. Persistenza lunga con la camomilla che chiude. Una Vitovska macerata di classe.
Cuvée Vincent 2001 — Chardonnay, Vitovska, Malvasia e Sauvignon. Nocciole, agrumi, miele, frutta disidratata, fieno, camomilla, rosmarino, sentori minerali. Lo Chardonnay la fa da padrone anche al palato, pieno, corposo, intenso, di buona freschezza, con ritorni di fieno e camomilla.
Sauvignon 1995 — assaggiato all’Orange Wine di Isola, e vale da solo il viaggio. Grande freschezza e profondità dopo trent’anni in bottiglia. Pieno, con profumi in evoluzione continua nel bicchiere. Frutta e spezie al naso e in bocca. Averne, di Sauvignon così. È un vino che ti mette in pace con la tipologia — visto che nelle mie zone, per anni, è imperversato il Sauvignon iper-profumato fino alla nausea, quello costruito in cantina per stupire al primo colpo e poi non dire più niente. Qui, invece, il tempo ha lavorato per tre decenni al servizio di un’uva che sa dare grandi cose quando la si lascia parlare.
Una grande sorpresa del Carso quella volta, oggi una solida realtà. Il Carso terra che spesso rivela vini magnifici e persone ancora più magnifiche. Vini magari non sempre perfetti — soprattutto i bianchi arrivano puliti, territoriali, con un’identità precisa. Josko Renčel è un artista del vino che vale la pena conoscere, perché le emozioni si trovano nelle sue bottiglie e nei suoi silenzi..
Da quella volta, 4 anni fa, da Josko ci vado almeno una o due volte l’anno, per salutarlo e bere due calici insieme. E rientro sempre a casa con qualche bottiglia da condividere — perché anche questo, alla fine, è il senso del vino: portarne un pezzo agli amici che non c’erano. Con lui, poi, le sorprese ci sono sempre: che sia in cantina o a un evento di degustazione, prima o poi tira fuori una bottiglia vecchia che non ti aspettavi. Un grande.
E se al prossimo incontro ci mette qualche minuto a riconoscermi, poco male: nel frattempo aprirà un’altra bottiglia.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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28 Settembre, 2026
Dario Princic. Oslavia, la Ribolla e il Merlot che non ti aspetti
A Oslavia tutti parlano della Ribolla Gialla. Ma c’è un’altra storia che merita attenzione: quella del Merlot. Nella cantina di Dario Princic, tra vini sinceri, macerazioni, territorio e una visione controcorrente, emerge il racconto di uno dei luoghi più sorprendenti per questo vitigno, nel cuore del Collio goriziano.
Perché nessuno lo dice, ma dopo Pomerol è qui
Oslavia è, per il mondo del vino, la patria della Ribolla Gialla macerata. E lo è di diritto: qui, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, è successa una delle rivoluzioni più importanti del vino europeo contemporaneo. Nomi come Gravner, Radikon, La Castellada, Il Carpino, Fiegl, Primosic e Princic — i cosiddetti Magnifici Sette — hanno riscritto il modo di intendere il bianco. Anfore, lunghe macerazioni sulle bucce, cantine votate alla natura del vino. Un gesto radicale che oggi è patrimonio globale.
Tutto vero. Ma c’è un’altra verità di Oslavia che si racconta meno, e che secondo me merita finalmente di essere detta senza giri di parole: qui si fa uno dei Merlot più importanti del mondo. Non me ne vogliano altre zone d’Italia, ma dopo Pomerol le migliori interpretazioni di Merlot arrivano dal Friuli. E dentro il Friuli, Oslavia ha un posto tutto suo. Non è un caso che tutti e sette i Magnifici della Ribolla producano anche grandi Merlot. E non è certamente un coincidenza, anzi ha smesso di esserlo da tempo.
Il Merlot qui è presente dai primi dell’Ottocento. Duecento anni di storia locale: potremmo quasi definirlo autoctono d’adozione. Ha trovato le sue argille, la sua ponka, le sue esposizioni. Ha trovato, semplicemente, il suo terroir. E chi conosce Pomerol sa che il parallelo geologico non è campato in aria — colline, argille fresche, un vitigno che chiede suoli capaci di trattenere acqua senza soffocare le radici.
Da qui parte la mia visita a Dario Princic.
La cantina sotto casa
Seguo Princic da anni, e una volta l’anno provo a passare anche solo per portarmi via qualche bottiglia. Stavolta l’obiettivo è pratico: acquistare dei Merlot per una degustazione futura. Mi accoglie Dario con il figlio Marco, in cantina.
Siamo a Oslavia, piccola frazione a nord di Gorizia, in località Ossario — perché da queste parti ogni curva ha una località diversa — appena sotto il Sacrario Militare che dà il nome al posto. L’azienda nasce nel 1988. Otto ettari di vigne coltivate solo con rame e zolfo, in un regime più restrittivo del biologico. In vigna Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Sauvignon, Chardonnay, Tocai Friulano e ora anche Pinot Bianco. Sui rossi oggi solo Merlot, dopo che il Cabernet Sauvignon è stato accantonato. Rese basse, produzione appena sopra le ventimila bottiglie l’anno.
La cantina è sotto la casa di famiglia. Fermentazioni spontanee in tini aperti di rovere, macerazioni sulle bucce che a seconda della varietà arrivano fino a trenta-trentacinque giorni. Affinamenti in botti grandi e acciaio, botti piccole per i rossi. Le botti, e qui c’è un dettaglio bellissimo, sono state costruite con il legno dei boschi di proprietà attorno ai vigneti — quindi essenze diverse, legate al posto. Un altro gesto di aderenza al luogo. In cantina lavorazioni ridotte al minimo: il vino riposa sulle fecce, si evolve da solo. Solo travasi, niente chiarifiche, niente filtrazioni. Poca solforosa all’imbottigliamento. La volatile che si percepisce in alcuni vini fa parte del vino, ne è struttura, non difetto.
Le parole di Dario
Mentre assaggiamo, Dario parla. E vale la pena riportarlo, perché è raro sentire un vignaiolo dire le cose in modo così netto.
Se fossimo al posto dei francesi, in questa zona avremmo i vini bianchi più importanti del mondo.
E poi, sul tema del vino naturale, un chiarimento che pesa:
Io produco vini sinceri. Non amo chiamarli naturali. Quando abbiamo iniziato ci consideravano vini ossidati, rancidi, ci sputtanavano tutti. Ma lo scopo era produrre vini come i vecchi contadini, i nostri nonni. Non come i nostri padri, che hanno distrutto l’agricoltura con l’aiuto del consumismo.
Vini sinceri, non naturali. È un modo di stare nel vino che dice tutto. Non un’ideologia, non un’etichetta di mercato: un ritorno a un mestiere che si era perso, e che una generazione — la loro — ha dovuto rifare da zero, pagandone il prezzo.
I vini nel calice
Pinot Grigio 2020 — uno dei vini che amo di più della casa. Naso di arancia, mandarino e clementine in tutte le sfumature, dal fresco al candito. Poi fiori, spezie, miele d’acacia, pesca, albicocca, tè, zenzero. Al palato tutti i sentori nasali ritornano, e poi è sapido, fresco, pieno, lunghissimo. Grande Pinot Grigio.
Trebez 2020 — l’albicocca carnosa, il miele d’acacia e la scorza di lime passano in secondo piano di fronte all’incessante mutevolezza di questo nettare. Il sorso restituisce un vino goloso e di peso, senza però che questo diventi mai un limite: è rintuzzato costantemente dall’apporto provvidenziale di sale e freschezza. Un vino che ridisegna canoni degustativi e abbatte sovrastrutture. Grazie Dario.
Ribolla Gialla 2020 — la Ribolla della casa, in una versione ancora giovane ma già leggibile. Spezie dolci, frutta secca, albicocca, pesca, sentori erbacei. Al palato pieno, fresco, sapido, leggermente tannico, di buona mineralità e ottima persistenza. Ha davanti anni di lavoro, e si vede.
Ribolla Gialla 2017 — tre anni in più fanno un altro vino. Più risolta, più armonica, il tannino integrato, la macerazione ormai al servizio del sorso e non più protagonista. È il tempo che serviva.
Merlot 2010 — un vino che seguo da anni. Lo avevo assaggiato in botte allora, e in quella stessa occasione avevo comprato qualche bottiglia dei Merlot 2006 e 2007, che ho ancora oggi in cantina. Oggi il 2010 lo ritrovo finalmente in bottiglia, e ne seguo così l’evoluzione completa. Profumi profondi di frutta matura, spezie, cuoio e caffè si intrecciano in un naso vivo e cangiante. In bocca è pieno, materico, con una vena rustico-selvatica affascinante (che immagino non posso piacere a tutti, soprattutto a chi è abituato a bere vini convenzionali, costruiti a tavolino), sempre sostenuto da freschezza e sapidità. Lunghissimo e appagante. Un rosso autentico, che vibra ancora e invita al sorso successivo.
Chiudo
In alcune cantine si torna perché sono l’evidenza di come uno sta nel vino. Princic è una di queste. La tesi con cui ho aperto — Oslavia come casa del Merlot al di fuori di Bordeaux — non è provocazione: è quello che i calici raccontano da anni, e che nel tempo diventa sempre più difficile ignorare. La Ribolla di Oslavia ha giustamente vinto la sua battaglia culturale. Ora tocca al Merlot, e credo che il mondo, prima o poi, se ne accorgerà.
Nel frattempo, in cantina da me, il 2006 e il 2007 continuano a lavorare. E questa è forse la cosa più bella che si possa dire di un vignaiolo: che nelle nostre case, per anni, i suoi vini continuano a farci compagnia.
Chiaramente Oslavia è il paese della Ribolla Gialla, la Ribolla Gialla di Oslavia ma di questa storia ne parleremo piu avanti
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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14 Settembre, 2026
Il sapore del Carso
Branko Čotar non era soltanto un vignaiolo. Era il volto di un Carso autentico, fatto di pietra, bora e pazienza. Questo racconto ripercorre un incontro, una filosofia di vita e l’eredità di uno dei pionieri del vino naturale sloveno, attraverso luoghi, vini e ricordi che continuano a parlare.
Per Branko Čotar
Questo pezzo lo tenevo da parte. L’avevo scritto di getto dopo la prima visita a Gorjansko, il primo giorno di primavera del 2022, buttato su Facebook e poi lasciato lì, con l’idea di riprenderlo con calma. A Gorjansko poi ci sono tornato, e qualche annata in più nel bicchiere l’ho messa. Volevo pubblicarlo più avanti. Non pensavo di riprenderlo così.
Branko Čotar se n’è andato a fine agosto, a 78 anni. Era nato nel 1948. In Slovenia lo hanno salutato come il pioniere del vino naturale sul Carso, e non è una frase buttata la tanto per dire: chi è passato da Gorjansko sa che quella roba lì Branko la faceva da trent’anni prima che si parlasse seriamente di “vino naturale”.
Lascio il racconto di quel primo giorno com’era, al presente. Mi sembra il modo giusto.
Primo giorno di primavera, passo il confine in zona Aurisina e dopo qualche chilometro arrivo a Gorjansko, piccolo comune del Carso sloveno a cinque chilometri scarsi dal mare. Giornata splendida, sole, quel panorama boschivo che da queste parti non somiglia a niente altro. Qui c’è l’azienda di Branko e del figlio Vasja.
Mi accoglie Branko. Prima cosa, mi porta in cantina. Poi comincia a raccontare.
La prima cantina è degli anni Settanta, e degli anni Settanta sono anche i primi vini, che però vengono imbottigliati per la vendita al pubblico solo nel 1990 — e venduti parecchi anni dopo. Perché nascono per il ristorante di famiglia, l’osteria, ancora aperta e gestita dalla figlia. All’inizio in carta ci sono due vini. Poi prende piede il progetto dei sei piatti e sei vini, le richieste aumentano, e a un certo punto Branko decide di dedicarsi alla viticoltura a tempo pieno, tenendo l’osteria solo per i pranzi importanti su prenotazione. In tavola, allora come adesso, solo prodotti locali, con la selvaggina al centro.
Oggi sono poco meno di otto ettari divisi in otto vigne, condotti in biodinamica. Le varietà sono quelle della zona, con una predilezione ormai netta per le bianche, circa il 75%. Nel Carso, piantato per l’80% a Terrano, non è una scelta scontata. Vitovska, Malvasia istriana, Sauvignon: quest’ultimo doveva essere espiantato, come è successo allo Chardonnay, e invece qui dà risultati stupefacenti. Tra le rosse Merlot, Cabernet Sauvignon e appunto Terrano.
In vigna si lavora tanto, e il clima aiuta: qui si incontrano la Bora che scende da nord e il Mornik che sale dal mare. Poi c’è la terra. Cinquanta centimetri di terra rossa carsica, e sotto la roccia. La si vede a occhio nudo nella cantina interrata. In un vigneto Branko sta provando i trattamenti zero: solo potature, cimature, selezione dei grappoli, lavorazioni verdi. Ma questo, scrivevo allora, lo vedremo in futuro.
La cantina è scavata nella roccia e negli anni è stata ampliata. La vendemmia qui è tra fine settembre e ottobre, a maturazione completa: problemi di acidità non ce ne sono. Le uve fermentano rigorosamente con lieviti indigeni e macerano dai cinque-sei giorni fino ai quattordici per le rosse, poi si pressa e il vino scende per caduta nelle due cantine sotterranee — i bianchi un piano sotto, i rossi due — dove umidità e temperatura fanno il resto.
Per i bianchi botti di ogni dimensione, forma e provenienza; per i rossi barrique. Tutte esauste, per non passare aromi e tannini al vino. Che bella filosofia, questa. I bianchi stanno due anni in botte, i rossi anche più di dieci, e non vengono mai travasati: si imbottiglia quando serve e quando sono pronti. Niente chiarifiche, niente filtrazioni, solo decantazione naturale; passaggio in acciaio (unico momento in cui entra in gioco una pompa) e imbottigliamento per caduta. Poi le bottiglie finiscono in ceste di legno al piano terra della cantina, che d’inverno sta a 3 gradi e d’estate a 23. Vini più stabili, che dopo soffrono meno gli sbalzi di temperatura.
Solforosa quasi zero, qualcosa solo nei rossi. «Sono trent’anni che non bevo più vini con troppa solforosa», dice Branko. Gradazioni basse, beve compulsive. Vini naturali come vorresti trovarne sempre.
I bianchi sono tre: il Gorjansko, dedicato al paese, blend dei tre vitigni bianchi con un 10% di Sauvignon; poi Malvasia e Vitovska in purezza. Il Sauvignon invece viene imbottigliato unendo due annate, e Branko lo definisce atipico. Ecco, sì: proprio atipico. Tra i rossi il Terrano, il blend Terre Rosse, il Merlot, il Cabernet Sauvignon — vini che restano dieci anni in botte e arrivano al culmine della beva quattro anni circa dopo l’imbottigliamento. In cantina uno storico di bottiglie anni Novanta e Duemila da fare invidia a tanti. Quel giorno mi dice che sta per mettere in commercio un blend rosso del 1999. Ventitré anni.
Vitovska 2019. Frutta gialla matura, erbe aromatiche, frutta esotica, buona mineralità. Sapidità e acidità fanno da corredo a una beva succosa dal finale persistente.
Malvazija 2019. Frutta esotica, pere, mele, pesche, sentori burrosi, fiori. Morbido, fresco, asciutto, minerale, di ottima persistenza, con il floreale che domina.
Sauvignon 2018/2019, assaggiato da botte, imbottigliato la settimana dopo. Che vino, ragazzi. Dimenticate i Sauvignon del Collio e delle zone limitrofe: erbe e frutta, e niente dei sentori a cui siete abituati.
Terra Rossa 2011, da Merlot, Cabernet Sauvignon e Terrano, imbottigliato nel 2021. Bouquet complesso, frutta, cuoio, spezie; poi acidità e freschezza. Da abbinare alla selvaggina.
E poi il Gorjansko 2019, fiori ed erbe con quei sentori iodati; il Terrano 2018, teso e verticale, di quelli che ti fanno finire la bottiglia in tempo zero; il Merlot 2009 imbottigliato nel 2020, ancora rubino, spezie, cuoio e tabacco leggero.
Con Branko ci si vedeva un paio di volte l’anno. Una in cantina, le altre in giro: ad Amber Wine, a Maceratija, la festa della Domačija Novak,a Border Wine, finché la facevano. E poi alla Bio Alternativa, la biennale da Denis Montanar. Insomma, spesso. Lui sempre tranquillo e disponibile, al banco come in cantina.
A giugno, alla Bio Alternativa, c’era solo Vasja. Di suo padre non abbiamo parlato. Abbiamo assaggiato la Vitovska, sempre ottima.
Le etichette, disegnate da Marijan Močivnik, portano le impronte digitali di Branko e Vasja: una firma, e una garanzia. Quelle impronte sono ancora lì, sulle bottiglie che riposano nelle ceste a Gorjansko e su quelle che ho in cantina a casa. Una delle due è di Branko.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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8 Settembre, 2026
LumiLuna. Restaurare una vigna e perderla
L’Umbria non è la mia regione. Lo scrivo subito, prima di tutto il resto, perché cambia il peso di quello che segue: non è il territorio su cui ho una competenza ampia, non ho le annate in testa, non conosco le aziende una per una come le conosco a casa mia. Quello che leggete è il racconto di una visita fatta da qualcuno che qui arriva da fuori. Tenetelo presente e, tenetelo presente anche alla fine, perché di solito scrivo solo di ciò che conosco a fondo, e questa è un’eccezione che alla fine vi spiego.
Prima di arrivare in cantina ci siamo fermati a Spina, da Andrea. È il cognato di Giulio, uno dei due soci di LumiLuna: marito di sua sorella e ha una macelleria bellissima, la Carneria. Due anni fa ci ero arrivato dopo essere stato in cantina; questa volta abbiamo fatto il contrario. Denis, il mio amico autoctono, ci teneva a riportarmi lì per la qualità delle sue carni. Per loro sono Emanuele il friulano.
A Spina i terremoti del 2009 e del 2016 hanno fatto danni seri. La Carneria è rimasta aperta dentro un paio di container fino allo scorso anno, e quando li ho conosciuti lavoravano ancora lì dentro.
Abbiamo comprato le fiorentine per la sera. E chiaramente a quel punto ci serviva il vino. E perché non fare come nel 2024 e andare in cantina da Giulio?
Tornando a LumiLuna, la conosco da qualche anno. La prima volta ci sono arrivato perché ero in Umbria da Denis e gli avevo chiesto di portarmi a visitare qualche cantina: tra i nomi che gli avevo fatto c’era il loro. Ci ricevette Giulio, degustammo tutta la gamma con taglieri di salumi e formaggi, comprammo.
Giulio Rinaldi e Luca Bigicchia si trovano perché arrivano entrambi da un’esperienza andata storta: uno veniva da Chiorri, l’altro da Monte Vibiano, entrambe finite male. Da quel punto in poi la storia si può raccontare in due modi. Il primo è quello che va di moda: due giovani che si mettono in proprio. Il secondo, più onesto, è che due persone con una competenza già formata e nessuna azienda alle spalle si sono trovate davanti alla domanda che conta: con che cosa si fa il vino, quando non hai le vigne.
La risposta se la sono data nel 2015, e non era comprare. Era andare a cercare le vigne vecchie che nessuno curava più. Ci lavoravano nelle ore libere, soprattutto la sera, a lume di luna: da lì il nome. Si definiscono restauratori di vigne prima ancora che vignaioli, e non è una formula da comunicato. Il lavoro che fanno è quello: potatura, cura del suolo, recupero di filari che erano a un passo dall’estirpo.
Il 2017 è l’anno della svolta, con l’acquisizione di nuovi ettari. Nel 2018 arriva la cantina di proprietà e la prima vendemmia firmata LumiLuna. Oggi gestiscono quindici appezzamenti in un raggio di quattordici chilometri, di dimensioni che vanno da un decimo di ettaro a poco più di uno, con viti dai venti ai sessantacinque anni. Suoli completamente diversi tra loro: argilla, argilla mista a calcare, galestro, terreni ricchi di scheletro. Trebbiano, Grechetto, Malvasia di Candia, Syrah, Sangiovese, Ciliegiolo.
Vale la pena fermarsi su una cosa. Loro le varietà non le hanno scelte. Hanno preso quello che c’era nelle vigne che hanno salvato. È il rovesciamento esatto di come si costruisce normalmente una gamma — prima decidi cosa vuoi vendere, poi pianti. Qui prima si salva, poi si vede cosa ne esce. Che è anche il motivo per cui ogni anno alla gamma base si aggiungono due o tre etichette nuove, con nomi presi dalle canzoni più ascoltate durante la vendemmia.
Il 14 agosto, in cantina
Abbiamo cominciato dalle vasche. Il Syrah 2026, destinato al rosato rifermentato, ha un colore bellissimo già adesso, in piena fermentazione. Quest’anno il pied de cuve l’hanno fatto con Chardonnay, e servirà per tutti i vini della cantina: una scelta che vale la pena segnalare, perché in un’azienda che lavora senza lieviti selezionati la partenza delle fermentazioni è il punto in cui si decide tutto il resto.
Poi il Sangiovese, dove quest’anno stanno provando la macerazione carbonica. Su quello è ancora presto: è in fermentazione e va capito. Lo scrivo così perché è così: chi ti racconta un vino che sta ancora partendo, ti sta vendendo qualcosa.
Poi ci siamo seduti nella piccola sala. Mindy 2025, il rosato rifermentato da Syrah, lo stesso vino che un’ora prima era in vasca, ma dell’annata precedente. Pane e salame, quello della Carneria comprato passando.
È una bottiglia da bordo piscina con un fritto di paranza, e non lo dico per sminuirla: dirlo è la cosa più utile che un sommelier possa fare per un vino così. Il rifermentato in bottiglia paga da anni il prezzo di essere raccontato male, come vino difettoso o come vino inutile. Invece ha la sua collocazione, la spensieratezza dico io. Non sempre c’è bisogno, o voglia, di bere vinoni e vini importanti.
Poi ho detto a Giulio che a maggio avevo bevuto l’ultima bottiglia di Casale dei Ceci che avevo in casa, un 2023. E lui: apri il frigo, prendi quella bottiglia e aprila. Era il 2025.
Il Casale dei Ceci è il Grechetto della casa: due raccolte separate a una decina di giorni di distanza, fermentazione in cemento, almeno otto mesi sulle fecce fini. Con l’annata 2025 cambia veste ed esce come Colli Perugini DOC Grechetto, la denominazione che copre in parte i territori di Perugia, Deruta, Marsciano, Fratta Todina, Monte Castello di Vibio, Piegaro e San Venanzo, e che per questa tipologia chiede almeno l’85% di Grechetto.
Nel bicchiere frutta bianca, fiori, agrumi. Ma la struttura è diversa, meno importante di quella delle annate precedenti. E qui il confronto non è di memoria lontana: il 2023 l’avevo bevuto tre mesi prima. E questo non è un problema di vendemmia.
La vigna perduta
Perché il vigneto da cui quel vino nasceva non è più loro.
Un ettaro circa, l’avevano recuperato loro. Rimesso in piedi, curato, portato a produrre. Il vino era diventato un cavallo di battaglia dell’azienda. A quel punto il proprietario ha deciso di farselo da sé, ha chiamato un consulente, e quella vigna loro l’hanno persa.
Il Casale dei Ceci 2025 è quindi il primo che nasce altrove. Ed è per questo che ne parlo dopo aver scritto cosa c’era nel bicchiere e non prima. Del resto è andata proprio così: prima l’abbiamo bevuto, poi Giulio mi ha raccontato. Quella struttura che manca non è un’impressione, è il vigneto che non c’è più. Le vecchie vigne non sono un elemento di storytelling che si aggiunge all’etichetta. Sono la cosa più importante, quella che regge e dà struttura al vino in bocca, e quando spariscono si sente.
E questo non è un aneddoto di sfortuna. Il restauro di una vigna abbandonata è un investimento che si paga in anni di lavoro prima di vedere una bottiglia. Quella vigna diventa come un figlio. Chi lo fa si assume tutto il rischio: che la vigna non risponda, che l’annata non venga, che il vino non valga la fatica. Il consulente arriva dopo, quando quel rischio è già stato tolto da qualcun altro — e arriva su una vigna che ha già dimostrato di funzionare. Il risultato è che il valore creato da chi ha lavorato si trasferisce a chi ha aspettato.
E resta il fatto che loro il vino lo fanno lo stesso, con quello che gli è rimasto, e lo mettono in commercio sapendo che sarà misurato su quello di prima.
I rossi
La degustazione è poi proseguita con i rossi, che abbiamo anche portato a casa: dopotutto eravamo lì per comprare qualche bottiglia per cena, e siamo usciti con cinque cartoni.
Lo ZigoZago è Syrah da galestro. Frutta nera e spezie, avvolgente, morbido, tannini vellutati, un finale che richiama la frutta. Beva bellissima — ed è il metro che uso per capire se un vino l’ho capito o solo giudicato: quando il bicchiere si svuota senza che tu te ne accorga.
Poi il Murelli, Ciliegiolo in purezza. Frutti rossi, fresco e sapido. L’abbiamo provato nei giorni successivi con gli gnocchi al sugo di spuntature, che qui in Umbria fanno benissimo: super top. È il tipo di abbinamento che non si costruisce a tavolino — funziona perché il vino e il piatto vengono dallo stesso posto.
E poi il Sangiovese preso direttamente dalla botte, regalato per la cena. Da carne. Ha ancora un po’ di sentore di legno da smaltire, ma sotto c’è grande stoffa.
La serata è finita con la brace accesa e la carne della Carneria sul tavolo a fare da regina. Il Sangiovese di Giulio davanti alle fiorentine comprate da suo cognato, a qualche chilometro dalla vigna. Non c’è nessuna strategia dietro una cosa del genere, nessun progetto di filiera, nessuno che l’abbia pensata per raccontarla. È solo un posto dove le cose stanno vicine.
Nei giorni successivi il Syrah e il Casale dei Ceci li abbiamo ribevuti più volte.
Ho aperto dicendo che l’Umbria non è la mia regione, e chiudo tornandoci. Perché è proprio questo il punto: non serve conoscere un territorio da vent’anni per riconoscere quando qualcuno sta lavorando bene. Ovunque, in Italia, si fanno e si possono fare bellissimi vini. Non serve una denominazione famosa, e non serve nemmeno che chi beve sia di casa. Serve qualcuno che vada a cercare le vigne che nessuno vuole più. E che poi riesca a tenersele.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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12 Agosto, 2026
Il Prosecco buono, esiste?
Sì. Si chiama Silvano Follador. Il problema è che per dirlo mi serve un articolo intero, e che la risposta resta al singolare.
È la domanda che mi arriva più spesso quando in degustazione tocco le bollicine e qualcuno alza la mano, mezzo serio e mezzo per provocare: il Prosecco buono esiste?
Sì. Esiste. Sta a Santo Stefano di Valdobbiadene, in località Follo, e lo fanno due fratelli su poco più di tre ettari. Si chiamano Silvano e Alberta Follador. Ci arrivo, ma prima devo spiegare perché per rispondere a una domanda così semplice serva mezza pagina di premesse, e perché la risposta sia una azienda e non venti.
Metto anche le carte in tavola, così ce lo togliamo dai piedi subito: io di mestiere mi occupo di Champagne. Chi mi legge lo sa, e qualcuno chiuderà questo pezzo pensando che sia il solito sermone dello champagnista che guarda dall’alto la bollicina del popolo. Il confronto Champagne–Prosecco, però, non lo faccio, perché non ha senso: due vitigni, due metodi, due strutture di costo, due mercati che non si sfiorano quasi mai. Chiedere a un Valdobbiadene di somigliare a un Blanc de Blancs è un errore di categoria, e per di più è l’errore che da queste parti ha fatto più danni, perché ha convinto mezza denominazione che per essere presa sul serio dovesse mettersi a fare metodo classico.
Il problema del Prosecco non è che non è Champagne. È che troppo spesso non è nemmeno Prosecco.
I numeri sono il vero argomento
Il Prosecco Doc ha chiuso il 2025 con 667 milioni di bottiglie, oltre l’82% esportate in 164 Paesi, per un valore stimato di 3,6 miliardi di euro. Aggiungiamo i 98 milioni della Docg Conegliano Valdobbiadene, cresciuta dell’8%, e i 32 milioni della Docg Asolo, che è la più dinamica delle tre con un +16%: fanno quasi 800 milioni di bottiglie. Nessun’altra denominazione italiana ci arriva vicino. Nel 2026 il Prosecco Doc è anche Official Sparkling Wine Sponsor delle Olimpiadi di Milano Cortina.
Sono numeri che a un consorzio fanno battere le mani. A me fanno venire in mente un’altra domanda: 800 milioni di bottiglie di che cosa?
Perché quel numero non nasce dal nulla. Nasce dalla riforma del 2009, quando il Prosecco da vitigno diventa luogo. Il vitigno viene ribattezzato Glera, il nome Prosecco viene agganciato a un toponimo (quel paesino sopra Trieste che tutti citano e nessuno visita) e la denominazione si allarga a nove province tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Contemporaneamente Conegliano Valdobbiadene e Asolo salgono a Docg.
Sul piano legale è stata un’operazione intelligente e forse necessaria: ha bloccato i “prosecco” prodotti in Brasile, in Germania, in Australia. Sul piano dell’identità è stata un’amputazione. Perché quindici comuni di collina da una parte e nove province su due regioni dall’altra (con dentro tutta la pianura che ci sta) non sono la stessa cosa, e non serve un sommelier per capirlo. Il consumatore che al supermercato prende una bottiglia con scritto Prosecco non ha però nessuno strumento per sapere in quale dei due mondi si trova. Anzi: gli abbiamo insegnato attivamente che non ha importanza.
Il Prosecco non ha vinto come vino. Semmai come ingrediente
Qui arrivo alla parte che di solito non piace.
Il successo planetario del Prosecco non è un successo enologico. È un successo di miscelazione, e ha un nome preciso: Spritz.
Guardate i dati che Campari Group ha messo sul tavolo al suo Strategy Day: Aperol vale 1,5 miliardi di consumazioni all’anno e ha superato lo Champagne, che sta a 1,35 miliardi. Questo è l’unico confronto con lo Champagne che mi concedo, e non è di qualità: è di volumi, e a metterlo per iscritto sono loro, non io. “Spritz” è la parola più cercata online al mondo nel campo dei cocktail, davanti al Margarita, e il gruppo detiene metà di quelle ricerche. Aperol da solo è il 24% delle vendite del gruppo, e lo stabilimento di Novi Ligure è stato ampliato per passare da 90 a circa 200 milioni di litri l’anno.
Adesso ragioniamo su cosa serve, tecnicamente, a un Aperol Spritz. Serve una base con perlage abbondante e non fine, alcol contenuto, acidità non troppo aggressiva, un residuo zuccherino che chiuda il cerchio con l’amaro dell’arancia, e soprattutto nessuna personalità. Zero. Perché qualsiasi carattere varietale, qualsiasi nota territoriale, qualsiasi sapidità entrerebbe in conflitto con il bitter e verrebbe comunque coperta dal ghiaccio, dalla fetta d’arancia e dalla soda.
Un Extra Dry con 15 grammi litro di zucchero è la risposta perfetta a quel problema. Non è un difetto: è un capolavoro di ingegneria di prodotto. Il mercato non ha chiesto un vino territoriale, ha chiesto un semilavorato affidabile, disponibile in centinaia di milioni di pezzi, a un prezzo che permette al bar di fare marginalità su un aperitivo da otto euro. La denominazione ha risposto con precisione svizzera.
Il risultato è che il vino italiano più conosciuto al mondo è conosciuto per come sparisce dentro qualcos’altro.
Non è un reato, ma un prezzo si paga
Faccio la parte dell’avvocato, perché il discorso “il Prosecco è tutta fuffa” è pigro e falso.
Quel business ha portato reddito reale in una fetta di Veneto e di Friuli che senza quei numeri sarebbe oggi in abbandono o in mano ai capannoni. Ha tenuto le colline piantate. Ha finanziato cantine, macchine, lavoro, ricambio generazionale. Chi fa il moralista dal divano dovrebbe andare a spiegare a un viticoltore di pianura perché doveva restare povero per rispetto della tipicità.
Il conto si paga da un’altra parte. Si paga quando la logica del semilavorato risale la valle e arriva nelle colline storiche, quelle da vigne a mano su pendenze da 30% e oltre, quelle diventate patrimonio UNESCO nel 2019 mentre nei comuni si litigava sui trattamenti e sulle distanze dalle case. Si paga quando il Cartizze, 108 ettari in tutto, la terra agricola più cara d’Italia, deve competere sullo scaffale con una bottiglia che ha lo stesso nome sopra e costa quattro euro. Si paga quando un ettaro di collina che richiede centinaia di ore di lavoro manuale vale, in percezione del consumatore, esattamente quanto un ettaro meccanizzabile.
E si paga quando la qualità smette di essere una garanzia della denominazione e diventa una questione di nomi propri. Perché il disciplinare, da solo, non ti dice più niente: devi sapere chi c’è dietro l’etichetta. E i nomi da sapere, su ottocento milioni di bottiglie, si contano su due mani.
Silvano Follador, ovvero cosa succede quando decidi di non giocare
L’azienda la seguo dal 2010. Ero a pranzo al Laite di Sappada e il compianto Roberto mi mise nel bicchiere un loro metodo classico parlandone con un entusiasmo che a quei tempi, associato alla parola Prosecco, era quasi una provocazione. Ci sono voluti anni e diverse bottiglie per capire che aveva ragione lui.
I ruoli, lì dentro, sono divisi in modo netto. Silvano sta in vigna dall’alba al tramonto su quei tre ettari, timido, concreto, uno che preferisce far parlare le bottiglie. Alberta tiene i rapporti, riceve, spiega, e quando racconta non nasconde niente. In un’azienda di queste dimensioni l’equilibrio tra due caratteri opposti pesa quanto il terreno, e qui si vede.
Poco più di tre ettari, spartiti tra la sottozona Cartizze e Saccol, terreni di marne e arenarie. Partono nel 2000 sui terreni del nonno, viticoltura convenzionale, consulenza esterna, e arrivano a fare circa 100.000 bottiglie l’anno. Il mercato le assorbe tutte, la domanda c’è, il modello funziona. Ed è esattamente lì che decidono di smontarlo, perché, sono parole di Alberta, che è un vulcano di energia positiva e non ha nessun problema a raccontare gli errori, quel vino era corretto e non era loro. Standardizzato. Senza anima.
Biologico dal 2004, biodinamica dal 2005. In Valdobbiadene, nel 2005, una scelta da guardare storto in paese. Nel 2007 mandano via il consulente. Poi, uno dopo l’altro, spariscono dalla cantina i lieviti selezionati per la prima fermentazione, le chiarifiche, gli enzimi, gli additivi, i correttori. Naturali non si definiscono, e fanno bene: dicono di lavorare nel modo meno interventista possibile, che è una formulazione onesta e molto più difendibile. Il punto di partenza per loro è la salute del suolo e della pianta, e tutto il resto è conseguenza. Che è anche il modo più elegante di dire una cosa scomoda: in cantina puoi fare poco solo se in vigna hai fatto tanto.
Il ciclo oggi è questo: fermentazione spontanea, affinamento sulle proprie fecce in vasche di cemento fino alla primavera, poi autoclave per la seconda fermentazione, due mesi circa, una filtrazione e in bottiglia. Dosaggio praticamente nullo, sotto i 2 grammi litro: Extra Brut. L’unico lievito selezionato di tutta la filiera è quello della seconda fermentazione, un lievito neutro selezionato in Champagne da Fleury — e c’è una certa ironia nel fatto che l’unico intervento tecnico ammesso arrivi da lassù.
Ma la scelta che mi interessa davvero è quella del 2020, quando smettono di produrre metodo classico.
Fermiamoci un secondo su questo. Il metodo classico, per un’azienda di Valdobbiadene, è la scorciatoia verso lo status: alza il prezzo, sposta la percezione, ti tira fuori dal calderone, ti fa scrivere sulle guide. Loro l’avevano, funzionava, avevano un pubblico. E l’hanno chiuso, perché sono convinti che per valorizzare la Glera il metodo migliore sia la rifermentazione in autoclave. Non credono nemmeno alla rifermentazione in bottiglia, il colfondo, che pure oggi è la bandiera del Prosecco artigianale e venderebbe da sola.
È la cosa meno commerciale che potessero fare, e per questo è la più credibile. Vuol dire che stanno pensando al vino e non al posizionamento.
Nel bicchiere
Valdobbiadene Superiore Extra Brut. Base Glera con piccole quote di Verdiso, Perera e Bianchetta.
Naso floreale che vira presto sul frutto fresco, mela verde in primo piano, erbe aromatiche sul finale. In bocca è teso, verticale, secco, sapido, di una pulizia quasi severa: non c’è un grammo di quella morbidezza zuccherina che ci hanno abituati a chiamare Prosecco, e la differenza vera è che non stanca. Non c’è niente da cui il palato debba difendersi, e quindi il bicchiere si svuota da solo.
Poi c’è la struttura, che è la cosa che ti spiazza. Non te l’aspetti da un vino così leggero, e ti costringe a ricalibrare tutto quello che pensavi di sapere sulla Glera. In due, una bottiglia dura dieci minuti. Quindici se vi comportate bene.
E si beve volentieri anche con un anno in più sulle spalle. Che mi porta all’ultima provocazione.
Il Prosecco va bevuto entro l’anno.
È una frase che circola nei materiali divulgativi, nei corsi, nelle associazioni, e sono ragionevolmente sicuro che chi l’ha scritta non intendesse quello che il pubblico ha capito. Il senso tecnico è sensato: la Glera non è un’uva da lungo affinamento, e il consumatore va indirizzato verso bottiglie fresche invece che verso quelle ferme da tre anni sullo scaffale di un supermercato. Nella traduzione popolare, però, è diventata una data di scadenza. E una data di scadenza appiattisce tutto sullo stesso piano: non distingue più tra una bottiglia che dopo sei mesi è già sfatta. Se succede il problema sta a monte e una che a diciotto mesi si è solo assestata, ha perso un po’ di irruenza e ha guadagnato in definizione.
Apri una bottiglia dei Follador con un anno in più e ti accorgi che l’uva non è mai stata il problema.
La risposta alla domanda
Quindi sì, il Prosecco buono esiste. Ma se dopo ottocento milioni di bottiglie la risposta corretta è “esiste, e vado a prenderti l’indirizzo”, allora la domanda giusta non è se esistano i buoni. È un’altra: una denominazione di queste dimensioni può ancora permettersi un’identità, o l’identità è diventata un affare privato di sei famiglie che tengono aperta una porta di servizio per conto di tutti gli altri?
Non ho la risposta, e diffido di chi ce l’ha. So che le colline di Santo Stefano ci sono ancora, che il Cartizze è ancora un posto irripetibile, e che finché due fratelli su tre ettari continuano a fare le scelte sbagliate dal punto di vista del marketing, quella porta resta aperta.
Viva il Prosecco. Quello di Silvano Follador.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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20 Luglio, 2026
Dom Pérignon. Dodici annate, due mani, dieci anni dopo
Verticale tra amici, un sabato di giugno
Dieci anni esatti. Tanto è passato dall’ultima volta che ci siamo trovati a fare la stessa cosa: una verticale di Dom Pérignon, un amico generoso, Emanuele, una tavolata di appassionati e la voglia di guardare dentro un mito. Quella volta avevamo chiuso sulla 2006, e fu eletta annata della serata. Stavolta l’invito arriva di nuovo dallo stesso amico — uno di quelli che il vino lo collezionano sul serio, ma soprattutto lo bevono in compagnia, che è il modo giusto. Sabato di giugno, casa sua, dodici intorno al tavolo. E dodici annate da bere. Coincidenze così, in questo mestiere, vanno benedette.
Dopo un mese, marzo, interamente in Champagne e in organizzazione per un altro mese penso che questa sia un esperienza che va raccontata.
Una stella sulla bottiglia, un monaco a Hautvillers
Prima di entrare nei calici, due parole sul Dom — perché di Dom Pérignon si parla sempre come di un dato di fatto, ed è invece una storia che vale la pena ricordare.
Il nome è quello di Pierre Pérignon, monaco benedettino e cellario dell’Abbazia di Hautvillers tra fine Seicento e inizio Settecento. Non ha inventato lo Champagne — la leggenda è una leggenda — ma ha lasciato un metodo: assemblaggio di uve da parcelle diverse per cercare l’equilibrio, attenzione maniacale alla qualità dell’uva, rispetto del vino. Il marchio Dom Pérignon, quello che conosciamo oggi, nasce molto più tardi, nel 1936, quando Moët & Chandon lancia la sua prima cuvée prestige: una bottiglia interamente vintage, mai sans année, prodotta soltanto nelle annate che la Maison ritiene all’altezza. È un’idea radicale per l’epoca, ed è ancora oggi il principio fondante della cuvée: nessun blend di annate, nessuna sicurezza dell’assemblaggio multivintage. O l’annata regge da sola, o il Dom non esce.
C’è poi un secondo principio, altrettanto fondante: il tempo. Ogni Dom Pérignon attraversa quelle che la Maison chiama Plénitudes — finestre di maturazione che il vino raggiunge dopo lunghi affinamenti sui lieviti. La P1, la prima Plénitude, è quella della prima uscita, dopo circa sette-otto anni. La P2 arriva dopo una seconda fase di affinamento, oltre i quindici anni, e ne esce un vino diverso, più verticale, più teso, con un’energia che è quasi un secondo debutto. La P3, infine, è la maturità piena, oltre i venticinque-trent’anni, una rarità che pochi hanno bevuto. Tre vite, dello stesso vino.
Due chef de cave, due idee dello stesso Dom
E qui arriviamo al filo che tiene insieme tutta questa verticale. Perché tra le dodici annate sul tavolo — dalla 2017 alla 2002 — non c’è una sola firma in cantina: ce ne sono due.
Per oltre trent’anni, dal 1990 al 2018, il Dom Pérignon è stato la creatura di Richard Geoffroy. Una mano riconoscibilissima: ricerca dell’armonia, della pienezza, di un Dom che sa essere insieme tensione e materia, con una vocazione quasi gastronomica e una capacità unica di evolvere in bottiglia. Le sue annate hanno costruito il mito moderno della cuvée.
Dal 2019 — quindi a partire dall’annata 201o commercializzata sotto la sua firma, dopo l’apprendistato accanto a Geoffroy — il testimone è passato a Vincent Chaperon. Stesso vino, stessa casa, stessa filosofia di partenza. Ma una mano diversa: più cesellata, più verticale, con una ricerca della precisione e del dettaglio che cambia il passo della cuvée. Non è meglio o peggio. È diverso. Ed è esattamente quello che una verticale come questa permette di leggere.
La scelta del senso di marcia
Dieci anni fa avevamo bevuto al contrario, dalla più vecchia alla più giovane. Questa volta, scelta condivisa, partiamo dalla 2017 e arriviamo alla 2002. Andare a ritroso, dalla mano nuova alla mano storica. Significa cominciare dallo stile di Chaperon — più nitido, più giovane, più verticale — e arrivare lentamente alle annate di Geoffroy, dove il tempo ha già fatto il suo lavoro.
Le dodici annate vengono servite in sei mini-batterie da due, accoppiate per vicinanza temporale: 2017 e 2015, 2013 e 2012, 2010 e 2009, 2008 e 2006, 2005 e 2004, 2003 e 2002.
Le prime due batterie sono in pieno territorio Chaperon. La terza è di passaggio. Dalla quarta batteria in giù siamo nel cuore della stagione Geoffroy, fino al 2002, una delle annate-monumento della Champagne degli ultimi vent’anni.
Le sei batterie
Batteria 1 — 2017 e 2015. Si parte forte. La 2017 è probabilmente l’annata migliore dello stile Chaperon vista finora, sicuramente superiore sia alla 2015 sia alla 2013 che ritroveremo poco dopo. È un Dom che ha la precisione cesellata della mano nuova ma anche una sua materia, una sua presenza. La 2015 regge il confronto senza esaltare. Buona prima coppia, con la 2017 a uscire pulita dalla batteria.
Batteria 2 — 2013 e 2012. Le mie due delusioni della serata. La 2013 l’avevo già messa come delusione all’uscita, due anni fa, e oggi conferma il giudizio: non all’altezza. La 2012 ha tantissima acidità e una finezza notevole, ma — almeno per i miei gusti — rimane solo questo. A molti del tavolo è piaciuta moltissimo, e capisco perché. A me manca qualcosa: manca lo stile Geoffroy che amavo, e non è una colpa, è semplicemente la cifra della transizione.
Batteria 3 — 2010 e 2009. Coppia particolare. La 2010 è molto strana, soprattutto in bocca, mentre al naso è identitaria, riconoscibile. La 2009 è la grande delusione personale della serata. Avevo grosse aspettative perché una bottiglia bevuta qualche mese fa mi aveva stupito in positivo, e invece qui si presenta stanca, opaca. A sua difesa va detto che la bottiglia non era perfetta — e capita, anche al Dom — quindi prendo il giudizio con beneficio d’inventario. Ma in batteria, in quel momento, ha sofferto. Una curiosità è che la 2009 è stata commercializzata prima della 2008, quindi la 2009 porta la firma di Geoffroy.
Batteria 4 — 2008 e 2006. Si entra nel cuore Geoffroy, e si sente. La 2008 è il vino più fresco della serata, con una freschezza prodigiosa, davvero notevole. Ritengo da sempre che le due usite, la legacy in cofanetto con la firma dei due chef de cave, e la vintage classica siano diverse, con preferenza per la prima. Accanto al 2006, perde. Anzi: non fa una grande figura. Perché il 2006, dieci anni dopo essere stato il vino della prima verticale, resta al top assoluto. È uno di quei vini che il tempo ha continuato a far crescere, e l’incontro tra freschezza giovane e maturità compiuta, in batteria, lo vince sempre la maturità.
Batteria 5 — 2005 e 2004. Coppia regina. Entrambe superiori alle attese, ma soprattutto la 2004, che per me è l’unica annata della serata capace di guardare il 2006 dall’alto. La 2005 è classico Geoffroy: armonia, pienezza, profondità, quella firma che cerco nel Dom e che qui torna nitida. Sono due bottiglie da fermarsi a pensare.
Batteria 6 — 2003 e 2002. Il 2003, annata caldissima e difficilissima in Champagne, sorprende: superiore alle attese, molto stile Geoffroy, con una materia e una rotondità che raccontano il talento di chi seppe gestire una vendemmia complicata. Il 2002, invece, arriva con un sentore di muffa iniziale che poi sparisce, ma offusca un po’ il giudizio. Peccato, perché è una delle annate-monumento e meritava il calice giusto. È andata così.
Il verdetto, dieci anni dopo
Le mie tre preferite della serata: 2004, 2006, 2005, in quest’ordine. Sono tre annate Geoffroy, tutte in piena P2 o nelle vicinanze, tutte dentro quella finestra dove il Dom Pérignon smette di essere un grande Champagne e diventa qualcosa di altro — una lettura del tempo. E qui sta il punto della verticale: la mano di Chaperon è precisa, contemporanea, va apprezzata. Ma lo stile di Geoffroy, oggi, nel calice, vince. Specie quando alle annate dai dieci ai vent’anni di età.
Confronto con la verticale di dieci anni fa: la 2006, regina di allora, è ancora là — e questa è la conferma più importante. Ma stavolta non è da sola sul podio, e il 2004 le si è messa accanto. Significa che il tempo continua a lavorare, e che una verticale fatta tra dieci anni darà un’altra gerarchia ancora. È il bello del Dom: non si chiude mai.
A tavola, con il pescato dell’Adriatico
Una verticale così, senza il cibo giusto, sarebbe stata un esercizio di stile. Invece è stata una giornata vera, anche grazie agli amici di Muggia e Trieste — Andrea, Diego, Giuliano, Luca, Stefano e Adriano — che si sono presentati con un banco da fare invidia a qualunque ristorante di mare.
Seppie, calamari, scampi (i crudi al top assoluto), un tonno monumentale, dentice servito a carpaccio crudo — pescato da Andrea, che in giornata è da Champions League. E ancora capesante dolci come caramelle. Tutto pescato nella zona di Trieste o comunque in Adriatico, tutto arrivato direttamente dai pescatori. È un livello di qualità che, ormai, fatica a raggiungere persino la ristorazione, schiacciata dalla logistica e dai canali tradizionali. Lì, in quel tavolo, c’era qualcosa che si trova sempre meno.
Menzione speciale al baccalà mantecato fatto da una signora di Muggia, che è poi il tipo di cosa che chiude il cerchio: il Dom Pérignon, monumento globale, accanto al baccalà mantecato di una cuoca di paese. Funziona perché il vino vero, anche quando si chiama Dom, ha sempre fame di cose vere.
E un’ultima nota: il Dom 2002 abbinato a un Comté 24 mesi. Tanta roba. Il sentore di muffa iniziale era svanito, lo Champagne aveva trovato il suo passo, e il formaggio gli ha dato esattamente il contraltare grasso e sapido di cui aveva bisogno. Una delle accoppiate più belle della giornata.
Per chiudere
Dodici annate, due mani, due stili, dieci anni di distanza dalla prima verticale. Una giornata che, mentre la vivi, sai già che ricorderai. Un grazie all’amico che ci ha accolti — discrezione sul nome, ma non sulla generosità — e a tutto il tavolo. Tra dieci anni, se le bottiglie e le forze terranno, ci si rivede. E magari, allora, sarà la 2004 a essere ricordata come la regina di questa serata.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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13 Luglio, 2026
Rojac. La cantina è la mia casa
Uroš Rojac, vignaiolo nella Slovenska Istra
L’Istria, per me, è da sempre una terra di confine: mare, pescatori, borghi medievali, olio. E vino, ovviamente — un vino che negli ultimi decenni sta crescendo a vista d’occhio. Uroš Rojac è uno dei produttori che più mi ha colpito in questi anni. I suoi sono vini autentici, vivi.
Siamo tra le colline di Gažon, tra Izola e Koper. Qui la famiglia Rojac vive dal Seicento. Ed è tra queste colline, ricche di vigneti protetti dalle Alpi e affacciate sul Mediterraneo, che Bruno Rojac ha fondato la sua cantina. Scomparso troppo presto, oggi l’azienda è guidata dal figlio Uroš, con l’aiuto del fratello Primož, che però vive a Lubiana e nella vita fa altro.
Diciassette ettari, circa quarantamila bottiglie l’anno. Numeri che fanno di Rojac uno dei pilastri della viticoltura di qualità nella Slovenska Istra. Certificato biologico, con uno sguardo alla biodinamica. La viticoltura di Uroš è votata alla qualità assoluta, tanto che a un certo punto, davanti a un calice, ti guarda e dice
Io vivo in cantina, questa è la mia casa
Una mattinata con Uroš
Mi accoglie un sabato d’inizio giugno. È un personaggio un po’ spigoloso, ma appena si apre ne esce una mattinata bellissima, fatta di assaggi in bottiglia e in botte e di storie di vigna.
Mi racconta della nonna, di Korte, il paese dall’altra parte della collina. E del nonno, che cambiò quattro passaporti senza mai cambiare casa. Coltivava la terra: ortaggi, olio, vino, frutta, tutto secondo le stagioni. Allevava mucche e cavalli, e andava a piedi fino a Trieste a vendere i prodotti, soprattutto uova. Uroš è molto legato a questa storia. Nonostante sia laureato in economia, si sente contadino. E ama fare il contadino.
La terra del Refosco
Una cosa che si percepisce subito è il suo amore per il Refosco, e questa è una zona particolarmente vocata per questo autoctono a bacca rossa. Terra bianca, la chiamano qui: povera, piena di sassi, esposizioni a sud in collina, maestrale e bora che soffiano. Secondo Uroš, il Refosco esprime concentrazione e qualità solo nei terreni poveri — ed è esattamente quello che la sua terra gli offre.
Olivicoltura e viticoltura convivono naturalmente (la famiglia produce anche un olio di livello), ma il focus è qui: Refosco, con il ReNero come punta di diamante, e Malvasia come grande varietà bianca — perché in queste zone la Malvasia dà risultati incredibili.
In vigna: la tradizione e l’attesa
Il principio base è semplice: aspettare i tempi della natura. Il vino si crea in vigna, anzi ancora prima — dalla scelta dei posti giusti per impiantare le barbatelle, alla selezione delle barbatelle stesse, fino al lavoro paziente lungo tutto l’anno. Osservare i vigneti, ascoltarli, capire quando e come intervenire.
I vigneti sono terrazzati, sparsi un po’ ovunque su queste colline, e — come da tradizione locale — sono tutti piccoli appezzamenti. Si trovano tra i 120 e i 240 metri sul livello del mare, esposizioni ideali, protezione dai venti freddi del nord, sole e ventilazione che fanno il resto. Nelle posizioni più alte le varietà rosse, nelle più basse le bianche. Densità d’impianto elevate, rese bassissime anche per i vini freschi: la ricetta della qualità. Niente concimi minerali, solo zolfo e rame per i trattamenti — il minimo per restare in biologico.
In cantina: intervento minimo
Dal momento in cui le uve entrano in cantina al momento in cui escono come vino, l’intervento dell’uomo è ridotto all’osso. Fermentazioni spontanee, uso bassissimo di solforosa (in qualche vino non viene neanche aggiunta), ricerca della massima espressione del territorio d’origine. Da una parte i vini freschi, dall’altra i lunghi macerati della tradizione. Niente filtrazioni prima dell’imbottigliamento. È il marchio di fabbrica Rojac.
I vini-simbolo sono il Refosco ReNero e la Malvasia fresca, ma la gamma è articolata.
I vini
Royaz — Pet Nat da Refosco, affinato in acciaio e poi imbottigliato per la rifermentazione. Bollicina divertente, frizzante al punto giusto. Amarene, fragole, lamponi, agrumi. Vivace anche al palato, di buona mineralità e bevuta facilissima.
Malvazija 2022 — la versione fresca è buonissima, una delle migliori che si possano trovare. Profumi di fiori e frutta. Al palato è sapida, minerale, morbida, succosa, equilibrata, di una beva incredibile. La bottiglia è sul tavolo, e dopo il primo calice di assaggio Uroš ci dice: “bottiglia che è sul tavolo va finita”. Non ce lo facciamo ripetere. È già il mio vino dell’estate.
Borac — da Malvasia e Bianchera istriana. Nasce da una collaborazione tra un ristoratore e un enologo: Boris Novak della Domačija Novak e Uroš stesso. Richiama la tradizione istriana, quando — date le estati molto calde — bisognava trovare un modo alternativo per conservare il vino. Uno dei sistemi era la macerazione, che arricchisce il vino di tannini, conservanti naturali. Macerazione e fermentazione in qvevri georgiane per circa cinque mesi, poi diciotto mesi di affinamento in legno francese e sloveno.
Malvazija 2017 — altro vino che richiama la tradizione. Macerazione e fermentazione in qvevri georgiane per cinque mesi, poi trenta mesi in botti piccole e grandi senza travasi. Prodotta solo nelle migliori annate. Frutta secca, datteri, agrumi canditi. Succosa, piena, avvolgente, minerale, di ottima persistenza
Refosk — la versione fresca del Refosco. Ribes, lamponi, fragole, fiori. Ottima acidità, beva facile, perfetto su un piatto di salumi istriani. Da bere leggermente fresco è il top.
ReNero 2015 — prodotto solo nelle annate eccezionali, da uve selezionate, lunga macerazione e affinamento in botte per molti anni. Concentrazione e potenza: ha quella materia che ricorda i grandi rossi da lunga macerazione del mondo. Al naso prugna, viola, liquirizia, amarena, terra, sottobosco, cioccolato, caffè, tabacco. Cambia continuamente nel bicchiere, e così fa anche al palato. Morbido e robusto, corposo, profondo, pieno, di buona acidità e freschezza. Persistenza eccellente. Lo definirei un vinone, nel senso più nobile del termine: complesso, robusto, importante.
Una chiusura inattesa
Prima di andarcene, Uroš ci fa assaggiare la Feo, una birra spumantizzata che produce con l’amico Valter Kramar in anfore georgiane interrate. Beverina, piacevolissima — il classico fuoriprogramma che chiude il cerchio di una giornata fatta così.
Uroš è diretto, senza troppi filtri, profondamente innamorato della sua terra. Un produttore che merita di essere ascoltato — prima lui, poi i suoi splendidi vini.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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6 Luglio, 2026
Burja. Vento e roccia
Nella Vipavska Dolina, da Primož Lavrenčič
È un sabato di sole quando io e mia moglie Tania decidiamo di scendere sul Carso a prendere qualche bottiglia. Di quelle giornate che sembrano programmate per durare due ore e finiscono con il sole alle spalle e il bagagliaio pieno. Il giro comincia ad Aurisina, da Peter Radovic — di lui ho scritto da poco su questa rubrica — e si infila poi nei sentieri che conducono a un’osmiza.
Le osmize, per chi non le conoscesse, sono la versione carsica delle frasche friulane: case di contadini che, per un periodo limitato dell’anno, aprono al pubblico per vendere il proprio vino e qualche prodotto della casa — un piatto di salumi, un formaggio, un uovo sodo, un bicchiere. Il nome viene dallo sloveno osem, otto: le otto giornate in cui, da editto asburgico, era consentito aprire al pubblico. Sono luoghi dove si sta seduti su panche di legno, sotto una pergola, e si beve il vino della casa parlando con chi te lo ha fatto. Una delle forme più genuine di accoglienza che esistano da queste parti.
Dopo l’osmiza, un saluto veloce a Benjamin Zidarich — uno dei nomi grandi del Carso — e poi via, verso la Vipavska Dolina. È lì che ci aspetta la tappa più importante della giornata: l’azienda Burja, del giovane vignaiolo Primož Lavrenčič.
Una valle di vento
La Vipavska Dolina è una vallata che parte da Nova Gorica e arriva fino alla sella di Resderta, solcata dal fiume Vipacco, affluente dell’Isonzo. Una zona dove la Bora soffia spesso con impeto — ed è proprio dalla Bora che l’azienda prende il nome: burja, in sloveno, è la Bora. Qui il vino è una delle fonti di sussistenza più importanti, e infatti la valle è punteggiata da decine di piccole realtà a conduzione familiare.
La famiglia Lavrenčič è di queste parti da sempre. I documenti più antichi che parlano di loro risalgono al 1499: già allora, in questa valle, si dedicavano all’agricoltura e alla viticoltura. Il marchio Burja, invece, è recente. È la sigla con cui Primož ha deciso di restituire al mondo, in chiave contemporanea, un patrimonio antico.
Avevo conosciuto i vini di Burja qualche anno fa e mi ero ripromesso una visita. Poi, dopo aver parlato con Primož all’Orange Wine Festival, è arrivato il momento.
L’arrivo e una coincidenza che chiude il cerchio
In azienda ci accoglie Mateja, moglie di Primož. Il periodo richiede tanto lavoro in vigna e Primož ha vari impegni, quindi è lei a fare gli onori di casa — e lo fa con una calma e una competenza che si sentono subito. Chiacchierando, scopro un dettaglio che lega l’intera giornata: Mateja è la sorella di Benjamin Zidarich, da cui siamo passati poche ore prima. Il sorriso che ci scappa a me e Tania quando lo capiamo dice molto: queste terre di confine, in fondo, sono un’unica famiglia allargata. Il vino, i maestri, gli allievi, i parenti — tutto si tiene.
Degustiamo l’intera linea produttiva e, prima di scendere in cantina, Mateja ci racconta filosofia e storia dell’azienda. Dai primi sorsi si capisce subito una cosa: l’amore di Primož è per la Borgogna. Ha fatto uno stage lì, e il suo stile rispecchia molto quello borgognone — e di questo, da appassionato di Borgogna, non posso che essere felice.
Il paese, i numeri, la vigna
Il paese è Podnanos. Otto ettari e mezzo di vigna, per circa trentamila bottiglie all’anno, con vigneti sparsi intorno all’abitato. Zona di Zelen e Pinela in primis — i due autoctoni della valle — ma anche di tanti internazionali: Pinot Nero, Chardonnay, Riesling.
In vigna le regole sono il rispetto della natura e della tradizione. L’azienda è certificata biodinamica (associata Demeter): sovesci di varie piante, fasi lunari, niente pesticidi né chimica. Tanta attenzione, tanto lavoro, per portare in cantina uve sanissime. Da qui parte tutto.
Mentre beviamo lo Zelen, chiedo a Mateja del Roza, il rosato da Pinot Grigio che ricordavo bene da una mia bevuta di qualche anno fa. Mi spiega che il vigneto era in affitto, in collaborazione con un’altra realtà, e che quel rapporto è cessato. Il Roza, oggi, non si fa più. Peccato — era un rosato che brillava — ma è anche un dato di onestà: si lavora solo le terre che si possiedono o si controllano davvero, e quando il legame si rompe, si rinuncia.
Il Vipavec e il ritorno alla tradizione
Tra i vini il più importante, dal punto di vista identitario, è il Bela Burja. Era normale, in passato, piantare in vigna più varietà alternate tra loro: si vendemmiavano e si vinificavano tutte insieme, dando vita a un uvaggio di campo che aveva un nome preciso — Vipavec — ed era conosciuto ovunque. Un vino bandiera della valle, andato poi in decadenza. Primož lo ha riscoperto e riportato in vita, vinificandolo come da tradizione, con una breve macerazione e affinamento in uova di cemento e botti grandi usate. Bandita la barrique, che anche qui aveva imperversato negli anni Novanta e Duemila. In Vipava, va detto, si è sempre macerato meno rispetto a Brda e al Carso — è un altro stile, un’altra storia.
In cantina: pulizia e non-intervento
La cantina è moderna, ancora in fase di ultimazione nei dettagli. Acciaio per le vinificazioni, poi uova di cemento e botti in Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Modernità e tradizione che convivono nello stesso spazio. Le fermentazioni sono spontanee, niente additivi, interventi al minimo, niente filtrazione né chiarifica.
La regola più importante, mi spiega Mateja, è semplice: pulizia massima di tutti gli attrezzi, strumenti e botti. È da lì che si previene la maggior parte dei problemi. I due nemici, invece, sono i lieviti selezionati e la barrique nuova — i due fattori che più di ogni altro alterano le caratteristiche del territorio. Nel vino non si deve sentire né l’uomo né la chimica né il legno. Più uomo c’è nel vino, peggio va. L’uomo deve controllare, assecondare, non intervenire invasivamente. Tutto nel modo più naturale possibile.
L’obiettivo è valorizzare ogni vitigno unendo la tradizione della zona con le moderne interpretazioni dell’enologia. Direi obiettivo riuscito: vini di personalità e identità, vere e proprie perle, che rappresentano alla perfezione il terroir della Vipavska Dolina. E parlo proprio di terroir, non di territorio.
I vini
Zelen 2025 — vitigno autoctono della Valle del Vipava. Il nome significa “verde”, è un’uva bianca vigorosa, vendemmiata spesso a metà ottobre. Vino piacevolissimo: fiori e agrumi al naso, poi erbe aromatiche. Al palato fresco, morbido, di buona aromaticità. Mi viene da pensare a un tramonto in riva al mare, un vassoio di crudité di pesce, due calici e una bottiglia di Zelen. Funziona.
Burja Bela 2023 — uvaggio di Malvasia Istriana, Ribolla, Riesling e Zelen. Il vino della tradizione, il Vipavec di Primož: uve dal vigneto misto, fermentate e macerate una settimana insieme, poi otto mesi tra cemento e rovere. Al naso agrumi, frutta, pesca, albicocca, zenzero, erbe aromatiche, pietra. In bocca teso, succoso, sapido, con ritorni agrumati nel finale persistente. È il vino che racconta la valle.
Stranice 2020 — stesso blend del Bela, ma da un unico vigneto di sessant’anni d’età, meno di un ettaro, prodotto solo nelle grandi annate. Rese di ottocento grammi a pianta. Otto giorni di macerazione, ventiquattro mesi in uova di cemento. Erbe aromatiche, sali minerali, pietra, agrumi. Pieno, profondo, sapido, fresco, con un finale lungo in cui la pietra continua a parlare. Una grande bottiglia.
Burja Noir 2023 — Pinot Nero vinificato alla borgognona, con il 20% a grappolo intero, poi un anno in botti di Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Al naso spezie delicate, fragole, lamponi, tanta frutta. Fresco, elegante, di buona struttura, invitante alla beva. Sa dare filo da torcere a tanti Pinot Nero blasonati. È, oggi, una delle migliori espressioni di Pinot Nero che mi sia capitato di bere fuori dalla Borgogna — tanto che, alla cieca, lo confonderei. Lo dico senza giri di parole.
Burja Reddo 2023 — Schioppettino 50%, Franconia 30%, Refosco 20%. Affinamento di un anno in Rovere di Slavonia. Primož ama lo Schioppettino, e per questo blend si è ispirato dichiaratamente al Sacrisassi Rosso de Le Due Terre. Naso intrigante: pepe e altre spezie, more, lamponi, note di sottobosco. In bocca buona struttura, complessità, acidità viva, tannino elegante che graffia appena, ottima freschezza e persistenza.
Una famiglia, una valle, un vento
Una famiglia innamorata della propria terra, rispettosa della storia e della tradizione, e dichiaratamente innamorata della Borgogna. Vini stupendi. Grazie a Mateja per l’ospitalità, e a Primož — anche se lontano in vigna — per ciò che mette nei calici. Tornerò in Vipava. E magari ripasserò anche per il Carso, dove un sabato di sole può diventare un viaggio dentro un’unica famiglia di terre e di persone.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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16 Giugno, 2026
Stroppolatini. Dalla Frasca alla bottiglia
Siamo tra Gagliano di Cividale e Prepotto, nel cuore dei Colli Orientali del Friuli. Qui, in mezzo a tante realtà vinicole più note, si nasconde una cantina ancora poco conosciuta ma interessante sotto molti punti di vista. L’ho incontrata per caso, a un evento FIVI: a un banchetto Bruna Flaibani mi presenta un giovane vignaiolo con cui collabora spesso, Federico Stroppolatini, titolare insieme alla sorella Marianna dell’omonima azienda vinicola e agriturismo.
L’azienda ha una storia antica: produce vino dal 1800, anche se fino a pochi decenni fa solo per uso familiare e per la vendita nella frasca.
E la frasca merita una parola, perché racconta un mondo. Le Frasche, come le Osmize del Carso e le Private della zona di Aquileia, nascono come case private — le case dei contadini — aperte al pubblico in periodi ben definiti e limitati dell’anno. Piccole realtà agricole che servivano a smaltire la sovrapproduzione: si vendeva quel che era avanzato, ma solo prodotti del territorio, locali. È un po’ la stessa missione con cui le frasche lavorano ancora oggi. Con il tempo, alcune Frasche, Osmize e Private sono diventate agriturismi. Restano comunque luoghi dove si sta insieme in modo naturale, quasi intimo, condividendo un pasto semplice e genuino — spesso ci si passa solo per un bicchiere di vino e un crostino.
Torniamo a Stroppolatini. La sede è su una collina: una strada sterrata, gli ulivi a fare da contorno, e in cima la Casa Padronale che ospita l’azienda e l’agriturismo Casali del Picchio. Le cantine sono divise in più locali, distribuite in edifici diversi. Qui mi accoglie Federico, e conosco la sorella Marianna e il papà Giuliano, che fino a qualche anno fa ha condotto l’azienda, portandola all’imbottigliamento alcuni decenni or sono. Dal 2014 è Federico a occuparsi della produzione, seguendo in prima persona sia la campagna sia la cantina. Ci porta tra botti e bottiglie, raccontando, e si capisce subito che il racconto e il vino, per lui, sono la stessa cosa.
I venticinque ettari di vigneti si distribuiscono attorno alla collina della cantina, dove si trovano viti centenarie — alcune a piede franco, non innestate, una rarità che da sola dice molto di questo posto. Qui crescono Merlot e Tocai Giallo, quest’ultimo simbolo di una viticoltura che in Friuli Venezia Giulia si sta cercando di recuperare. E poi tante varietà autoctone della zona: Pignolo, Schioppettino, Refosco, Ribolla Gialla.
Federico — che nel 2021 ha vinto il premio Slow Wine come Viticoltore dell’Anno — mi racconta la storia dell’azienda mentre assaggiamo i vini direttamente dalle botti. In vigna le viti vecchie e i cloni storici sono il simbolo della casa e della sua filosofia: approccio biologico, il meno interventista possibile. In cantina l’idea è quella di un vino naturale, dove a contare più di tutto è l’impronta dell’annata, assecondata dal lavoro di Federico e dei suoi collaboratori — il papà Giuliano e la sorella Marianna compresi — per esaltarne profumi, gusti e sapori.
Per questo Federico sta ancora sperimentando: macerazioni sulle uve a bacca bianca, contenitori diversi per l’affinamento — acciaio, legni di varie dimensioni, cemento. E i risultati si sentono già, eccome. Le fermentazioni sono spontanee. Ne escono vini che esaltano il frutto, puliti, sinceri, energici e pronti da bere una volta in commercio — cosa per nulla scontata.
I vini
Colle di Giano 2018 — blend in parti uguali di Tocai Giallo e Sauvignon. Succoso, quasi cremoso, ma di buona freschezza e acidità. Pieno di vita e di energia, dalla beva gustosa e persistente.
Refosco dal Peduncolo Rosso 2015 — frutta e fiori, fiori e frutta. Al palato è vinoso, con acidità e tannino che si bilanciano bene sull’alcol, favorendo una bella beva.
Schioppettino 2016 — sottobosco e pepe dominano, con sentori fruttati che si intrecciano alla perfezione. Tannino elegante, corpo delicato, beva ottima. Un grande Schioppettino, che mette in riga molti nomi più blasonati della zona che di questo vitigno è considerata la patria: Albana di Prepotto e Prepotto stessa.
Schioppettino Riserva 2012 — un’altra grande interpretazione. Lamponi, pepe, spezie. Grande complessità, buona beva, ottima pulizia, finale persistente e leggermente speziato.
Pignolo 2015 — mi sorprende moltissimo, e affina solo in cemento e acciaio. Il frutto esce alla grande; al palato polpa e succo si intrecciano con un tannino che, pur dolce, all’inizio graffia, ma poi porta gusto e sapore chiudendo su una grande beva. La persistenza fruttata e floreale ne fa un gran bel Pignolo: vitigno autoctono che, nonostante le enormi difficoltà di produzione e di mercato, sta lentamente tornando in auge sulle colline friulane. Lo dico col sorriso: quella bottiglia, a casa, io e mia moglie l’abbiamo finita tutta. Era troppo buono per lasciarne.
Una scommessa facile
Chiudo con una scommessa che, sinceramente, sembra già vinta in partenza: questa è una di quelle realtà destinate a far parlare di sé. Tra viti a piede franco, cloni storici e una mano in cantina che cresce di anno in anno, Stroppolatini ha tutto per ritagliarsi un posto tra i nomi che contano dei Colli Orientali. Io, intanto, sono già pronto a tornarci.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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