Il taccuino delle gite (fuori porta)

Il mio articolo di aperturaRacconti di cantine e dei loro custodi; di viaggi tra filari e borghi; di radici e tradizioni. Ogni storia sarà da ascoltare, leggere e tramandare. Ma soprattuto costituirà nutrimento. Come era un tempo il vino. Nutrimento!

C’era una volta Cantine Dei in contrappunto di armonie Arrow Right Top Bg

28 Settembre, 2026

C’era una volta Cantine Dei in contrappunto di armonie

  Toscana, Montepulciano Oggi è facile dimenticarsi di salvare, di recuperare, di aggiustare e valorizzare. Viviamo dove l’accentramento dei valori in valori sbagliati, millantati, desemantizzati, non fa comprendere empaticamente il racconto della realtà culturale di un territorio, di un patrimonio. Non si vive più il concetto di valorizzazione: non si riesce a far comprendere a pieno il significato di una tradizione.  Non esiste più lo sforzo per scoprire e far scoprire la “rarità”, l’unicità, la perla all’interno della conchiglia, per quanto essa possa essere ostile ad aprirsi: a quanto pare la scoperta di un mondo all’interno di quella conchiglia, ormai, non vale più la fatica che richiede l’aprirla. Si punta sul già forte, sul conosciuto, sulla facile propaganda, sulla veloce comunicazione, sul certo risultato prevedibile. La scommessa invece, la reale ricchezza, sarebbe credere nel sostegno del patrimonio che si possiede in quanto Paese così ricco e pieno di ogni tipo di eccezionalità territoriale.  Sono proprio le innumerevoli particolarità a renderci così preziosi nel panorama mondiale.  Questo principio e questo scopo trova terreno fertile a Montepulciano: credere nella propria terra d’origine è diventato nel corso degli anni l’obiettivo della Patron di Cantine Dei.  Crederci al punto da far costruire il suo regno, inerpicato all’interno di boschi di alberi con le loro fronde e rami selvaggi, percorrendo sentieri nascosti coperti da varietà di arbusti, attraversando scorci tanto belli da suscitare continui stupori alla vista e il suo castello, circondato da un fitto bosco che si estende per ettari e protegge ciò che vi è all’interno, dalla realtà infida e superficiale che si trova al di fuori di esso.  Lei capì sin da subito il bisogno di creare cultura di tradizione e far conoscere l’importanza di quel tesoro nascosto entro quelle mura di travertino. Si concesse, quindi, la libertà e il tempo di comprendere il valore di ciò che la circondava e trovare di conseguenza un modo per farlo capire al mondo esterno, nel momento in cui sarebbe stata pronta, regalando un’identità tradizionale a tutti coloro che avrebbero saputo apprezzarla. Signore e Signori… …C’era una volta una bambina. C’era una volta Maria Caterina Dei. C’era l’amore di un nonno, Alibrando Dei, per l’arte e c’era la sua lungimiranza proiettata a futuri progetti vitivinicoli, in una zona vocata a vini di importante struttura.  C’era il travertino, personaggio quasi tangibile nella storia della famiglia Dei, in quanto possidenti di giacimenti. C’era anche l’amore di un padre, Glauco Dei: il suo amore cristallizzato in tante scaglie sottili di travertino, compresse tra loro, per dare vita al sogno di quella bambina che in un giardino del 1700 passava le sue giornate in sublime compagnia di statue artistiche, disseminate nella ricca vegetazione del suo bellissimo regno. Sola e autentica arte che prendeva forma per difendere ogni suo sogno. Maria Caterina Dei crescendo comincio però a chiedersi perché dovesse restare tutto lì, così nascosto, in modo che solo lei potesse vederlo. Perché non portare al di fuori quel mondo che amava e aveva tanto amato da bambina? Perché non far capire che tutto poteva essere diverso dalla regola, da com’era sempre stato? Che tutto poteva essere possibile, se solo si fosse riusciti a far apprezzare la tradizione, se solo si facesse caso alle piccole cose. Se solo si riuscisse a far capire che la differenza a questo mondo la fa chi sa dove e cosa guardare e chi riesce ad apprezzare il più piccolo acino di uva all’interno di un calice di vino. Il Nobile di Montepulciano appunto: un vino nobile in tutte le sue accezioni.  Elegante, complesso, dai mille volti e vinificato, in questo caso, in numerose declinazioni dalle mani e dall’inventiva acuta di quella bambina che crescendo si era cominciata a preoccupare del patrimonio tradizionale e così era riuscita in un compito davvero arduo: creare dall’artigianalità un mondo, un’identità in cui rivedersi e far si che chiunque avesse voltuto potesse rivedercisi a sua volta. Era stata lungimirante, caratteristica sicuramente di famiglia. Per questi suoi principi, un amorevole padre, pur di vedere tale sogno realizzato negli occhi della figlia e renderla felice, iniziò a costruire, ideare e creare con le sue mani…armonia.  Cominciò a seguire la melodia che Maria Caterina intonava quotidianamente. Trasportato da quelle note, ogni giorno, dava vita con il duro lavoro, a un castello, una cantina, fatta di accordi e travertino. Quando l’amore di una figlia si propaga diventando vibrazione sonora e liquefacendo la potenza della terra e quando l’amore per un territorio si manifesta con il Nobile di Montepulciano che in un anfiteatro ha il suo trono, ci si rende conto che quella che era una bambina chiusa nel suo regno a creare mondi con le sue idee rendendole liquide, alla fine è riuscita ad aprire finalmente le porte alla realtà esterna per poter raccontare la sua verità; stabilendo le sue regole per tutti coloro che hanno l’attenzione e i sogni di riuscire ad ascoltare la sua musica che incanalandosi attraverso quella scala a chiocciola, per quell’immenso anfiteatro,  arriva rimbombando tra le mura, direttamente al cuore di ognuno suggerendogli di destarsi dall’inconsapevolezza.  Un vino che all’interno degli ampi spazi si può sentire con il cuore e ascoltare chiudendo gli occhi, percependo le vibrazioni. C’era una volta l’amore di una cantina per il suo territorio: vi presento Cantine Dei. IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA: Visita a Cantine Dei a Montepulciano godendo del racconto della padrona di casa e facendovi coinvolgere dalla natura artistica di un luogo e di un vino. POMERIGGIO: Visita a Montepulciano una realtà racchiusa in piccole vie lastricate, a stretto contatto con panorami mozzafiato e cultura locale. Un salto fino in cima nella torre del comune per respirare l’aria del paese, merita la visita.  PRANZO/APERITIVO: Vi consiglio di fermarvi, durante la passeggiata, per fare un aperitivo d’obbligo, un pasto veloce, ma confortevole a “La Vineria di Montepulciano”: locale piccino e accogliente, tramandato di padre in figlio con l’unico scopo di far provare le tradizioni toscane a tutto quel mondo che lì si ferma per un momento di ristoro e curiosità.  Ormai divenuto uno dei fulcri centrali per le sue tipicità a Montepulciano, saprà sorprendervi con ogni tipologia di tagliere salumi e formaggi e specialità in ogni modalità di lavorazione. Salumi di ogni tipo, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i palati, anche quelli più temerari, adagiati su spianatoie di legno di davvero ogni grandezza. E non dimenticate le focacce fumanti! Non potete non provarle, conforteranno il cuore.  Basterà solo entrare e sedersi davanti al caratteristico specchio delle dediche che domina tutta la parete della sala principale e iniziare da quel momento a lasciarvi andare in un viaggio gustativo, assaporando metaforicamente e non, tutto ciò che la vostra fantasia poteva solo immaginare fino a quel momento. Non lesinate con i primi: grandi portate delle ricette più tipiche, non faranno altro che stuzzicare la vostra curiosità di gola. D’altronde non c’è niente di più bello che cedere e abbandonarsi alle tentazioni.  Non certo, quindi, il posto giusto per trattenervi, men che meno per non degustare caratteristiche enologiche locali: una grande scelta di vini, per far onore al nome del locale, è sapientemente proposta dai cinque padroni di casa. Fatevi consigliare! Ce n’è di tutti i tipi, ma non aspettatevi gradazioni alcoliche basse: se si entra in “La Vineria di Montepulciano” dovrete essere pronti a immergervi completamente nello stile di vita autoctono, ergo, degustate vini che riescano ad accompagnare nel calice e nel cuore le portate consistenti che verranno presentate alle vostre papille gustative.  Non ve ne pentirete…e magari, dopo aver goduto della bellezza e corposità culinaria di Montepulciano, una passeggiata sarà sicuramente imperativo farla. SUGGERIMENTI: “Cantine Dei” ha dato vita da qualche anno anche all’Osteria Dei, ristorante adiacente alla cantina, magistralmente portato avanti dallo chef Michele Mastrosanti.  Vetrate immense per tutta la facciata principale del locale che affacciano direttamente sul giardino, adornato da composizioni artistiche statuarie, vi ispireranno a intraprendere un sogno: il sogno della padrona di casa Maria Caterina Dei, in quelle che sono le tradizioni culinarie del luogo.  Tutto il menù segue la stagionalità delle materie prime, allo scopo di ricreare l’autenticità tradizionale di quello che è il principio su cui si fonda sia la cucina che la cantina stessa. L’orto, vicino l’Osteria Dei, ci regala prodotti sempre di primissima qualità che vengono sapientemente scelti dallo chef per poi diventare parte del suo percorso immaginativo con il fine di ricreare un’esperienza non soltanto culinaria, ma di identità locale.  Il tutto corredato e accompagnato dai vini della Cantina Dei che sapranno essere ottimi compagni di viaggio ad ogni portata, semplicemente chiudendo gli occhi, abbandonandovi ai sentori nel calice e lasciandovi trasportare nel sogno di Cantine Dei.    
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Cantina Tellenae. L'amore che move la vigna Arrow Right Top Bg

19 Agosto, 2026

Cantina Tellenae. L'amore che move la vigna

  Lazio, tra Divino Amore e Fioranello (Roma)  Gli occhi osservano la limpidezza che gioca tra il vetro del calice e la luce che penetra attraverso il vino, riportando alla vista il regalo di un colore brillante.  Un naso che si avvicina piano per ricordare profumi e avere voglia di ritrovare un sentore nel sapore.  Labbra che si poggiano sul bordo del vetro con la curiosità di capire cosa ci sia nel calice nell’attimo poco prima di berlo. … Quindi…  …gli occhi si chiudono e…  Mi ricordo solo che ero molto piccola. Ricordo delle mani ruvide, dure che mi adagiavano sulla terra soffice.  Ma non erano le sole, vi erano anche quelle di un bambino, così piccole, così inesperte, ma allo stesso tempo così delicate e piene di paure. Li ricordo quei grandi occhi che scrutavano il nonno, attenti ad ogni sua mossa. Ogni gesto veniva pedissequamente replicato molto seriamente: doveva essere una grande responsabilità per un piccolo scricciolo, nuovo a questo mondo. Tentava di non sbagliare per poter rendere orgoglioso sé stesso, ma soprattutto il nonno.  Era bello vederli assieme, per me un’assoluta gioia ogni giorno che li avevo accanto. Il piccolo nipote con una grande fame di conoscenza e il suo maestro, intento a dare quelle che erano le direttive di un sapere quasi ancestrale: come fossero gocce di una verità imprescindibile, il piccino ascoltava con grande attenzione tutti gli insegnamenti che riusciva a contenere.  Ricordo la premura che mi veniva riservata: sono sempre stata sensibile, molto delicata per mia stessa natura, per questo motivo ci sono sempre stati accorgimenti particolari verso di me rispetto a tutte le altre. Mi ritenevo fortunata di poter osservare, ogni giorno da vicino, come una famiglia crescesse, mossa da una passione e un comune amore. Grazie a questo imparai da loro a plasmarmi con gli stessi principi nel corso del tempo.  Quando, dal nulla, in un giorno qualunque, quel bambino davanti ai miei occhi, si trasformò in un uomo. Era sorprendente come fossero passati così tanti anni, così in fretta; tra cambiamenti e ricerche di un’identità che fosse solo mia, dovevo aver perso la cognizione del tempo. Il suo modo di prendersi cura di me, dopo così tanto, non era cambiato affatto, era ancora molto attento, come gli era stato insegnato: i sani principi etici che aveva ereditato. Questo mi fece venire voglia di ripagarlo allo stesso modo: dargli più di quello che lui mi aveva dato. Sviluppai la consapevolezza di quanto fosse giusto ripagare e rendere felice chi  tanto aveva sacrificato per me. Finalmente, con il passare degli anni, diventai sempre più forte e consapevole di me stessa: comparvero i primi puntini neri, “l’ombelico” lo chiamavano alcuni, ma io sapevo che era la caratteristica che mi rendeva così unica e così speciale.  Mi cominciai ad esprimere in forme sempre migliori, evolvendo in modi diversi, creando grandi aspettative in colui che aveva costantemente avuto a cuore me e il mio benessere.  Difficile poter dire, ma l’amore move davvero il sole e l’altre stelle e con le mani sempre più consapevoli e sicure di quel bambino che erano diventate quelle di un uomo, evolsi in modi che Giuliano non poteva assolutamente immaginare. Per questo quando vidi le sue prime passeggiate romantiche tra i filari, imparai come l’amore nasce e si evolve anch’esso; tutto questo mi dava come l’impressione di essere di famiglia. Ogni anno, perciò, la mia evoluzione diventava sempre più sostanziale e infine finalmente maturai: con un bagaglio di anni sulle spalle, tutte le mie caratteristiche sensoriali iniziavano a sbocciare, franche, alla luce del sole, per poi arrivare all’estate durante la quale scalpitavo per poter esplodere freneticamente in mille modi e ogni mio pensiero cominciò a prendere realmente corpo. Una concretezza autentica e ferma dentro di me prese piede, senza tutte quelle discordanze dell’infanzia, senza tutti quei contraddittori controsensi dell’adolescenza.  Ormai ero equilibrata.  Giuliano mi conosceva, ormai, talmente bene che riusciva a sfruttare le mie caratteristiche in modo del tutto inaspettato anche per lui stesso. Il posto dove mi trovavo era un misto di componenti piroclasti vulcanici e argilla, una tipologia di terreno che stimola la sensazione del sapido, ma la mia voglia di freschezza per la stessa voglia di invecchiare con una certa qualità, era tutto ciò che volevo realizzare. Ogni tanto, quindi, lui faceva leva su questo per il risultato finale e ogni tanto io, insieme al mio invecchiamento, contribuivamo a far venire voglia di inspirare l’etereo, l’empireumatico, nonostante il mio solito desiderio di pesca, di arancia, limone e c’era persino chi diceva di zucchero filato.  Sbocciai in quello che era l’inaspettato, avevo raggiunto il mio obiettivo e non c’era regalo più grande che potessi fare, né espressione più autentica che potessi avere.  Un’identità.  Il tempo per come lo conoscevo, passò velocemente, perciò non potrò mai dimenticare a un certo punto della mia vita, le nuove piccole, candide manine che mi hanno iniziato a raccogliere e mi hanno iniziato a guardare con curiosità, come un nuovo cerchio della vita: di padre in figlio, da nonno a nipote, da nipote e padre a sua figlia, questa bellissima bimba dai grandi occhioni blu che guardando il papà mentre raccoglie i grappoli e ne fa vino, ne resta innamorata e mi riporta alla mente le origini, le mie origini, le origini dell’amore di una famiglia.  La storia dietro un calice si ripete. È storia di amore e di pazienza, è storia di costanza e di tempo, è la storia di generazioni, è la storia di una famiglia ed è la mia storia, una delicata Malvasia Puntinata che ha visto crescere il suo produttore insieme al suo amore per tutto ciò che crea e realizza e alla sua passione che insistente mette ad ogni racconto che orgoglioso esprime sulla sua visione della vita: la Cantina Tellenae.  …si riaprono gli occhi, infine e dopo tutto ciò che si è avvertito e le sensazioni che si sono provate all’interno del calice, dopo che abbiamo permesso al vino di raccontarci tutta la sua storia, trasmettendoci la gioia di essere vivi, si passa alla degustazione. Viene fatto un sorso, ne viene fatto un altro e ci si comincia a concedere l’abbandonarsi ai nostri personali ricordi di un amore, di una passione forte, facendoci rapire, prendendoci il momento presente solo ed esclusivamente per noi finalmente.  L’amor che move il sole e l’altre stelle»
(Paradiso XXXIII, v. 145) “Divina Commedia”, Dante Alighieri    Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
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La quiete nella Lungarella Arrow Right Top Bg

27 Luglio, 2026

La quiete nella Lungarella

  Lazio, Poli, Palestrina (Roma) Sin dai tempi degli antichi romani, nobili e imperatori fuggivano dal caos cittadino per ricercare la pace fuori dall’Urbe. Un caos che i romani, fino ai giorni nostri, conoscevano e conoscono bene: la frenesia di tutte le epoche, la velocità del cambiamento, l’adattarsi a ogni tipo di disagio cittadino e infine il rumore assordante di un brusio così continuo e costante al punto da far perdere la cognizione della propria volontà. Per questo si evadeva e noi, al giorno d’oggi, facciamo lo stesso, cercando posti incontaminati per rientrare in contatto con la natura e noi stessi; cerchiamo di ascoltare attraverso il silenzio i nostri pensieri, le nostre voglie, la nostra vita troppo spesso messa a tacere e di cui dimentichiamo il valore: ci dimentichiamo di noi. Per questo Marino Lulli, imprenditore Prenestino che viveva la sua vita nella frenesia romana, nel 2014 decise di cercare un posto dove poter ascoltare ciò che di più vicino al silenzio esistesse. Lo trovò nel comune di Poli, una piccola cittadina ai piedi del Monte Guadagnolo, vicino la città di Palestrina, dove abitava. Una Vallata circondata dai Monti Prenestini che ricreavano una vera e propria oasi quasi completamente isolata. Come entrare in una stanza, chiudere la porta e lasciare il mondo fuori. Tutto questo è la Tenuta Lungarella, fondata da Marino Lulli e alimentata dai suoi due figli, Luigi e Aleksander che attivamente e a dire di Marino, sconsideratamente, danno seguito all’idea di portare avanti questo sogno di quiete. Ma che impresa sarebbe se non si fosse un pochino sconsiderati dopotutto? Nei progetti bisogna buttarcisi a capofitto poiché è l’unico modo per entrare in empatia con ciò che il territorio chiede e con ciò di cui si sente il bisogno. Libero sfogo, quindi, ad esperimenti, idee, innovazioni, progetti perché le piccole cose, soprattutto quelle più identitarie, vanno valorizzate e devono essere divulgate con parsimonia e cura. Per questo la famiglia Lolli ha anche ristrutturato e ridato vita a un casale diroccato già presente nei sette ettari della tenuta, costruendo degli appartamenti nei quali vi è la possibilità di alloggiare, qualora non voleste più andare via dalla pace di questo lembo di terra. La cantina è circondata da una fresca e fitta realtà silvestre, dove la vegetazione isola da tutto ciò che intorno, al di fuori, nel meccanismo caotico del mondo, c’è. Fino al 2013 era completamente coperto da superficie boschiva, dopodiché è stato bonificato e sono state impiantate le prime barbatelle nel 2014. Due ettari dei sette sono di vite, il resto è uliveti, noccioli, piante e arnie per api persino. Una passeggiata, mentre si gode del paesaggio suggestivo, magari durante un aperitivo al tramonto, è ciò che di più rinvigorente possa esistere, tanto da non poterne farne a meno. Non si riesce a pensare ad altro mentre si è lì. Aperitivo, ovviamente e rigorosamente goduto con i vini dell’azienda: sette etichette che girano intorno ai tre vitigni presenti sul territorio, Vermentino, Cesanese e Montepulciano. Immaginatevi lì, su un telo a quadri adagiato sull’erba e voi seduti, circondati solo da ulivi; alle spalle il fitto bosco, così impenetrabile che scherma dai rumori e dal caldo che scherma dal resto della vostra vita. Davanti a voi la distesa di filari a vista, ordinati, verdi, magari in maturazione primaverile e il paesaggio sui monti con il sole che passa tra le foglie della vite e tra i rami di ulivo, è mozzafiato. E il silenzio. Coincidenza vuole che proprio qui gli imperatori romani venivano a rifugiarsi dal trambusto quotidiano. Proprio in questa porzione di mondo e di quiete. Una quiete che accettiamo che venga timidamente interrotta solo ed esclusivamente dal suono della bollicina che viene versata nel calice. Un Brut Rosato di Montepulciano metodo Charmat: sembra tutto tranne che pungente, al contrario di come invece solitamente si presentano le bollicine con questo tipo di spumantizzazione. Piuttosto pastoso, composto, elegante, fresco, armonico, con un colore che da solo invita a berne un’intera bottiglia: un rosa tendente alla buccia di cipolla, rosa antico, ravvivato da piccole bolle, ma diffuse, un ottimo compagno per un aperitivo direttamente in vigna. Un calice, due… al terzo ci si comincia a immergere completamente nella realtà di questa cantina, dove le sperimentazioni sono alla base della ricerca, con l’intento di trovare il compromesso assoluto che identifichi questo territorio specifico. Una grande responsabilità per la Tenuta Lungarella, l’unica cantina nel raggio di parecchi km in questa parte della provincia. Per questo la famiglia ha come obiettivo il totale impegno, sposando il progetto nella sua interezza, cercando di far ritrovare nel calice ciò che l’avventore o Marino Lulli o Luigi Lulli o Alexander Lulli hanno cercato di trovare fuori la propria quotidianità, fuori la propria porta di casa, fuori dal caos cittadino, cercando il “silenzio” ideale che consentisse di poter dare l’identità che merita a questa parola. E mi raccomando non fuggite per troppo tempo, ma sfuggite alla realtà per ciò che basta per riconoscervi in un calice. IL PERCORSO IN BREVE:   MATTINA: Visita alla città di Poli per poi fermarvi alla Tenuta Lungarella e godere del loro aperitivo rafforzato che fungerà da pranzo per la sua generosità. POMERIGGIO: La cittadina di Palestrina merita un’intera mezza giornata di passeggiate: l’antica Praeneste, che dà il nome alla Via Prenestina, è presente e domina la vallata da almeno tremila anni. Creata come luogo di culto della Dea Fortuna Primigenia divinità oracolare importante per i romani, alla quale veniva affidata la fortuna e il buon auspicio. Importante centro di artigianato di ceramiche, rame  e ferro battuto. Perdetevi tra le viette e fotografate scorci in mattoni. SUGGERIMENTI: Quando ami fortemente la cucina nipponica in abbinamento all’enocultura dei vini del tuo territorio e oltre, non puoi fare altro che credere in un progetto che li valorizzi entrambi. Ed è questo che è successo da “Marè Sushi & Wine” ristorante al centro storico di Palestrina. Con forza, una dose di coraggio e sicuramente tanta dedizione è ciò che ha portato tre soci, tra cui uno Chef, Davide Melani, con esperienze nei migliori ristoranti di Roma e un amante del mondo enologico, Diego Calvano, a intraprendere questa sfida nel cuore storico di Palestrina. Ristorante in piena attività da almeno otto anni: unisce cucina nipponica con idee italiane. Ristorante ormai diventato un istituzione a Palestrina, consolidata con un evoluzione sempre maggiore…ad astra. Davide Melani ha dato vita a quello che è un menù dai risvolti sorprendenti e ha fatto dell’autenticità delle materie prime il suo cavallo di battaglia. Scommetto che non avete mai degustato il sushi in abbinamento con la giusta bottiglia di vino: qui la carta del vini è stata accuratamente scelta e selezionata da Diego Calvano, il patron assoluto e cicerone dell’esperienza culinaria che proprio sul menù ha bilanciato le proposte enologiche. Chiedete a lui per ogni tipo di abbinamento e su ogni tipo di vino presente nella sua Carta dei vini, sarà pronto a consigliarvi e ad accogliervi in quello che è un locale minimal pensato per la comunicazione tra cibo, vino ed esperienza. Vi posso assicurare che diventerà una reale dipendenza.     Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
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Le radici dei ricordi. L'identità di Cantina Vini Simonetti Arrow Right Top Bg

24 Giugno, 2026

Le radici dei ricordi. L'identità di Cantina Vini Simonetti

  Marche, Staffolo, (Ancona) Se l’identità è il sentore forte di un territorio, nessun posto è come la Cantina Vini Simonetti: sin dagli anni cinquanta con nonno Dino e ora con i tre giovani nipoti Massimo, Mirko e Michele, si lavora ostinatamente alla riscoperta del valore autentico del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Autenticità, tradizione e interpretazione di un vitigno che i Simonetti producono rigorosamente in purezza: se volete sapere come si beve un Verdicchio, siete nel posto giusto! Loro si trovano a Staffolo in provincia di Ancona: questa piccola cittadina sta ritornando alla luce anche grazie alle prospettive per il futuro dei ragazzi che la popolano. Una cosa è certa, quando si entra in una cantina di Staffolo, nella loro cantina, ci si ritrova subito in un ambiente dinamico, veloce, pieno di volontà di cambiamento restando nella tradizione. Vien voglia di chiedere, vengono in mente mille domande, viene voglia di conoscere meglio tutte le loro dinamiche… … Risalimmo nella sala degustazioni e guardando fuori dalla piccola finestra rotonda sulla quale era inciso il nome della cantina Vini Simonetti, vidi delle distese lunghissime di vigneti, sotto il sole battente; venni completamente invasa dalla curiosità. A quel punto Massimo, uno dei tre proprietari, tra cui Mirko e Michele, era lì davanti a me che indicava la sedia per poter iniziare la nostra chiacchierata. Sedendomi davanti al grande tavolo di vetro, in mezzo alla sala della cantina, cominciai incuriosita la mia sequela di domande: Qual è stato il primo ricordo legato al vino, alla tua cantina? Quando ero piccolo, seguendo le orme dei miei fratelli più grandi e dei miei cugini, dopo la scuola, il passatempo era andare in cantina.  Il periodo più bello era soprattutto durante la vendemmia o poco prima di essa, non scorderò mai l’adrenalina crescente, quella carica che era nell’aria ancora prima di iniziare, elettricità tangibile, una bomba non ancora esplosa. Il bello era vivere questo tutti insieme Mentre lui parlava io scrivevo frenetica appunti, intenta a non perdere neanche una singola parola di quella che era l’esperienza d’apertura, la linea di inizio, così preziosa che porta al percorso di vita di un produttore di vino. Era questo che avresti voluto fare nella vita? Continuai a chiedere, proseguendo il discorso. Quando una passione simile è dentro le mura della tua casa, da tuo nonno, la cui bravura è stata quella di farci innamorare di questa vita lenta, delle fasi dell’agricoltura, della vinificazione, è inevitabile che si erediti la passione per la viticoltura e la vinificazione e come me anche Mirko e Michele. Nostro nonno ci ha mostrato questa realtà, concedendoci di vederla anche con i nostri occhi, dandoci la libertà di poter far progredire l’azienda secondo anche le nostre idee. Mi guardava intensamente mentre ne parlava e sorrideva. Pensa che quando avevo quattro anni più o meno, ogni sera intorno alle 20:00 mio nonno mi portava con sé a raccogliere l’acqua dal pozzo; mi metteva sul sedile del trattore accanto a lui e ci godevamo il silenzio del tragitto nella bellezza dello stare insieme. Come dargli torto? Questo tipo di ricordi sono quelli che ti restano incastonati nella mente e nel cuore e ti fanno amare ciò che sei diventato perché frutto di un contesto coltivato con cura e attenzione. Un calice di Staphylè, un sorso dal sentore agrumato e pungente lime e le mie domande ricominciarono ad incalzare Dove vorreste arrivare e fin dove vorreste portare il lavoro iniziato da vostro nonno con la cantina? Vorremmo diventare un punto di riferimento per il Verdicchio in larga scala Mi disse con sguardo fiero di chi sa che la strada desiderata sarebbe stata lunga e difficoltosa, ma anche con lo sguardo di chi crede nella propria realtà, fortemente. Mi suscitò un sorriso, la sua ambizione, un ragazzo giovane con suo fratello e suo cugino altrettanto giovani tutti con una visione già così ad ampio spettro sul futuro. Continuai. Quale vino rappresenta di più la cantina? Assolutamente Staphylè perché è dal 2000 che viene prodotto in quella vigna, sempre la stessa vigna ed è sempre uscito costantemente, ogni anno, senza mancarne uno. È il prodotto di punta che ci rappresenta e rappresenta il profilo più autentico della cantina. Mi alzai con il calice in mano.  Troppo ferma non riesco mai a stare, soprattutto quando degusto degli ottimi vini: gli occhi hanno bisogno di spaziare, di distrarsi, di farsi suggestionare dal posto in cui il vino che in quel momento sto bevendo, nasce. Che tipo di produttore sei? Sorrise concentrato con l’imbarazzo di chi sta per dire una serie di cose con le quali si può non essere d’accordo Sono sicuramente pignolo, attento e molto tecnico, ma amo provare. Come gli altri soci, tutti amiamo far ritrovare il sentore più tradizionale del vino, perciò siamo aperti all’innovazione e alla sperimentazione soprattutto se ha lo stesso scopo: il vino deve urlare il territorio, la sua storicità. Ma…vieni con me Mi disse alzandosi dalla sedia. Ti voglio far vedere un momento della giornata che non dimenticherai E a quel punto era già il tramonto. Andammo fuori, su quella che era una terrazza immensa con vista diretta sulle vigne: il sole abbassandosi aveva iniziato a toccare, assonnato, le foglie delle viti. Un panorama si aprì davanti a me con colori che effettivamente difficilmente potrò mai dimenticare. Ci poggiammo sulla ringhiera. Io sempre con il mio calice di vino in mano portato come fosse un gioiello prezioso da cui non volevo separarmi e lui con il suo e una bottiglia ancora chiusa. Alla fine della giornata cosa ti resta dentro?. Lui sorride e sarcastico risponde Mal di schiena, mal di testa…. Ridiamo. Scherzo, alla fine ciò che resta è la soddisfazione del lavoro fatto: la carica si scioglie, fai un resoconto veloce con la mente, non solo della giornata, ma un po’ di tutti i giorni, di tutti gli anni e di dove ti ha portato il lavoro, dove sei, dove sei migliorato di anno in anno. C’è un momento, allora, dove ti senti in pace! Credevo invece che voi non lo aveste che fosse sempre tutto frenetico in questo tipo di lavoro. Lui avvicinandosi, quasi sussurrando, disse C’è sicuramente un momento dove sono in pace e quel momento ha un nome, si chiama Gennaio! È un periodo dove si ferma tutto e uno dei pochi dove non devi rincorrere nulla. Poi avvicina il calice al mio, guardando il panorama. Un leggero vento tra le foglie delle viti crea un fievole suono nel totale silenzio di Staffolo. Vorrei fare un brindisi adesso, con la nostra bollicina di Verdicchio, la Nonno Dino. Decise quindi di aprire il vino che aveva portato fuori la terrazza Questa bottiglia è dedicata a nostro nonno, poiché lui amava le bolle e quindi quale modo migliore di ricordarlo. Quale miglior modo di sentirsi grati per il lavoro autentico delle nostre mani e il senso di appagamento totale che pervade completamente a ogni bottiglia aperta? …E stappando silenziosamente lo spumante e versando nei calici, facemmo tintinnare le due coppe interrompendo momentaneamente il silenzio di quel Panorama assordante e iniziai a pensare che non c’era niente di più bello che vivere nel ricordo che è stato, tramandandolo e portando avanti tutti gli insegnamenti che saranno.   IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA: Visita alla Cantina Vini Simonetti a Staffolo POMERIGGIO: Passeggiata nel piccolo gioiello di Jesi. (a 10 minuti da Staffolo) Perdetevi fin dove riuscite ad arrivare e ammirate l’architettura dei palazzi appartenuti a famiglie storiche della cittadina. PRANZO: Ristorante Dietro le quinte a Jesi. Menù strepitoso e carta dei vini sorprendete con un attenzione speciale al territorio marchigiano e alla vinificazione naturale.   SUGGERIMENTI: Notevole è il Lago di Cingoli con la sua diga. (A soli 15 minuti da Staffolo)   Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio   
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Paolo e Noemia D'Amico. Il Paese delle Meraviglie Arrow Right Top Bg

30 Maggio, 2026

Paolo e Noemia D'Amico. Il Paese delle Meraviglie

Lazio, Castiglione in Teverina, Viterbo   Mi vuoi dire per favore quale strada devo prendere per uscire da qui?
Dipende in gran parte da dove vuoi andare. 
Non mi importa dove
Allora non importa nemmeno quale strada prendi
(Alice nel paese delle meraviglie) Passando sotto un arco di rampicanti sempreverdi, si viene accolti in un giardino composto non solo da angoli nascosti illuminati dal sole, ma si entra in un vero e proprio mondo incantato. Ci si dimentica di essere nel 2026, si dimentica la propria vita, si dimentica tutto ciò che è normale e ciò che non lo è: si deve essere pronti ad accettare una realtà diversa, una di quelle sorprendenti. Se io avessi un mondo come piace a me, lá, tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe come è! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe. Quindi siete pronti a vivere la realtà secondo Paolo e Noemia D’Amico? Un viaggio nell’immaginario mondo dell’arte che racconta la fantasia. Ci si trova quindi a camminare per i giardini detti “sospesi” e in qualche modo non si pensa più alla cantina o al vino, ai filari di vite, alla vinificazione, ma la visita si trasforma, come per magia, in altro…”ciò che è, non sarebbe…” Proprio per questo ci si sente un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie: ogni strada è quella giusta, ogni strada può essere quella sbagliata. Ma su una cosa si rimane certi: si viene rapiti dall’arte rappresentativa, diffusa per questi enormi giardini. Un labirinto composto, ordinato, in ogni nicchia una scultura, pezzi originali di artisti contemporanei che guardano il visitatore facendosi ammirare e a ogni radura una strana realtà che costringe a osservarsi dentro. Sparsi in quella che vuole essere la rappresentazione della vegetazione caotica, rigogliosa, prolifica di una foresta pluviale, proprio all’entrata del giardino,  scopriamo tucani appollaiati su trespoli, alligatori nascosti da spighe, un gorilla in placida attesa. Avanzando poi tra mura di siepi e fiori, si rivelano degli spazi con specchi quadrati, i quali riflettono la femminilità da triplici punti di vista, troviamo atleti in tensione verticale davanti al vuoto della vallata, volti che guardano e corpi nudi intangibili, quasi evanescenti. Ma lì è un mondo al contrario: è un camminare per perdersi e nel perdersi riconoscersi, ricordando e affrontando sé stessi. Il viaggio di Alice, il nostro viaggio, si dipana da luoghi angusti, a quelli più aperti, dove si riesce perfino a vedere una torre in un piccolo oblò vuoto di una scultura fatta di specchi di metallo lucido e distorcente: funzionale a distorcere la realtà che vi si rispecchia dentro, come fosse una metafora, solida e tangibile. Come Alice anche noi potremmo avere il nostro Stregatto: si può infatti scorgere, dietro ad un muro di foglie, un topolino, sorpreso da chi lo sta guardando, nell’atto di scrivere un murales con vernice bianca e un pennello nella zampa. È un originale di Bansky e ciò che è scritto sul muro è una frase simbolo dell’ artista, un grido anticonformista: “Because i am Worthless” (perché io non valgo niente). Vedere arte disposta in un contesto bucolico è davvero raro e aiuta a immedesimarsi, calandosi completamente nell’ambiente, al punto che diventa talmente suggestivo da far perdere l’orientamento e a dirla davvero tutta, il piacere di perdersi è quasi una volontà cosciente. Eppure siamo nella Valle dei Calanchi, nel Lazio, esattamente al confine con l’Umbria e davanti a noi un panorama che non ci lascia mai, per tutta la durata del percorso. L’idea di Paolo e Noemia è unire arte all’arte della vinificazione, scegliendo una zona territoriale dove l’espressione della mineralità è piena e completa, dato i suoli profondamente vulcanici. Hanno quindi dato vita alla cantina a loro immagine e somiglianza, dopo mille e mille viaggi; suggestiva, armonica, artistica e gotica. I giardini sospesi si sviluppano su tutta la parte esterna della cantina sottostante, coprendone completamente la superficie. Camminando verso il limitare dei giardini, si incontrano i filari di vite e ci si ricorda di essere all’interno di una cantina: eleganti e sinuosi,  tutti capitanati da cespugli di rose candide, rose bianche per la maggior parte e quasi ci si aspetterebbe di vedere, da un momento all’altro, sbucando da dietro un cespuglio, La Regina di Cuori mentre grida a gran voce che le rose vengano dipinte di rosso. E poi si scende… Si va in cantina.  Cambia completamente il mood e l’ambiente: dal respiro profondo, suggestione artistica, ridente natura, ci troviamo in un lungo corridoio al buio di candelabri che proiettano la loro flebile luce su barrique ai due lati delle pareti mattonate. La penombra la fa da padrona. Non c’è più Alice stupita e incuriosita, qui siamo nel lungo corridoio nel quale lei è caduta dentro, per metri e metri, senza trovare mai il fondo. È il tunnel dove ogni oggetto, ogni ricordo è affisso alle pareti o sospeso nello spazio e nel tempo, messo lì a rievocare sensazioni e ricordi. Un lungo corridoio che da un’estremità all’altra, porta in alcune stanze che sono lì a ricordare e dare risalto alla vita dei proprietari, passata e presente e soprattutto porta nel posto dove il vino, rigorosamente di un certo livello qualitativo, viene dato alla luce. Stanze colme di ricordi che troviamo anche impilati in grandi scaffali pieni di bottiglie d’annata,  tutte completamente impolverate. Si viene catapultati in questo sogno suggestivo, dove bere anche solo un calice di vino, riporta alla memoria sensoriale, ricordi di situazioni di un’altra epoca, delle nostre precedenti vite in questa. Ci si immerge completamente nell’esperienza di una cantina gotica, nell’esperienza di una degustazione fatta di parole e fantasia, immagini e suggestioni. E insistente la penombra accompagna, in quella che diventa una cantina dal sapore decadente ottocentesco, la degustazione e il sentore del vino che viene influenzato dal contesto subendo, involontariamente, cambiamenti nella sostanza e nel significato empirico. L’uscita da questo tunnel senza fine si scorge lontana: una luce c’è e accompagna l’avventore fuori le mura della cantina, fuori dall’esperienza, fuori e dentro la conoscenza di sé stessi, come fuori e dentro la cantina, come fuori e dentro il labirinto dei giardini sospesi. Dopo aver conosciuto il Paese delle Meraviglie, noi, come Alice, riusciamo a uscire alla luce di un sole che ci invade i pensieri e li rischiara, dopo aver vissuto nella tana del coniglio e aver affrontato l’esperienza interiore più suggestiva mai fatta. Torniamo alla nostra realtà, non credendo a ciò che si è appena vissuti: una realtà al contrario! È impossibile solo se pensi che lo sia IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA Visita alla Cantina Paolo e Noemia D’Amico POMERIGGIO Passeggiata a Castiglione in Teverina e il suo Museo del vino. PRANZO Ristorante “Il Vecchio Mulino” a Lubriano   SUGGERIMENTI Se al “Vecchio Mulino” hanno disponibili i Pici all’aglione, non esitate a sceglierli, non rimarrete delusi!   Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
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Cantina Michael Formiconi. La libertà di scegliere le proprie idee Arrow Right Top Bg

28 Aprile, 2026

Cantina Michael Formiconi. La libertà di scegliere le proprie idee

  La forza di una famiglia.  Sogni tramandati di padre in figlio. La voglia di mettere in pratica senza dover seguire schemi. Idee chiare e decise sull’espressione del vitigno Principe di questi territori: il Cesanese di Affile. Un vitigno che va domato che deve riconoscere le mani di chi lo governa e deve sapere esattamente in che direzione andare: “…in direzione ostinata e contraria…” per dirla come Fabrizio De André. Quando un progetto decide di viaggiare in “Direzione ostinata e contraria” si può definire in molti modi, ma coraggioso è la descrizione che più si addice alla realtà della cantina Michael Formiconi. Con i suoi ideali di vinificazione anarchicamente indipendenti e del tutto ininfluenzabili, Michael porta avanti da anni il concetto del vino “fatto in casa”, preso dal padre Nazzareno che 60 anni fa inizia l’opera di valorizzazione territoriale. Parliamo quindi di Affile il comune che guarda la Vallata dell’Aniene nella sua posizione dominante a 360 gradi. Ci troviamo sulle pendici dei Monti Affiliani, un terreno di matrice calcareo-arenacea, ricco di ferro che favorendo la prosperità del Cesanese ha così ridato vita all’unicità antica di questo territorio, contribuendo a far rinascere la sua identità.   Dove se non qui, su queste ventilate colline, il Cesanese può trovare la sua maggiore espressione? A Michael Formiconi non interessa il “come dovrebbe essere fatto”, lui segue un suo personalissimo modus operandi, dando libero sfogo alle libere idee. Ve ne farà un racconto ricco di sentimenti e decisioni prese per perseguire ciò che dal padre viene. Il risultato? Berrete il Cesanese nell’autentica espressione di Affile: avvolgente come un abbraccio, ma di quegli abbracci affettuosi, protettivi che si mantiene comunque lontano dall’entrare in un’eccessiva confidenza. Un abbraccio rassicurante sul quale ci si può contare. Quindi restate qui per godere del territorio in tutte le sue forme: i paesaggi tolgono il fiato. Durante il periodo autunnale i colori delle foglie di vite si diversificano, si colorano di ogni sfumatura e danno vita a un quadro con sfondo stupende colline che placide stanno lì e osservano, dondolate dal suono di un leggero vento fresco. Mentre ammirate le colline circostanti con un ottimo calice di vino tra le mani, durante la degustazione, verrete saziati dai prodotti tipici locali che creeranno un connubio ideale per il relax dei sensi. Non vorrete andarvene più e probabilmente il patron sarà contento di avervi il più tempo possibile in quella che è la sua casa. Ma vi avverto dopo una degustazione così invitante lo stomaco si aprirà ferocemente. Non lascerete quelle colline, solo, cambierete versante, andando verso Olevano Romano a 15 minuti di distanza. A proposito Bellegra è di passaggio ed è una terrazza panoramica sulla Vallata circostante, quindi fermatevi a fotografare il paesaggio infinito che si gode e poi proseguite verso il pranzo. Pranzo che vi consiglio nel tipico Ristorante Sora Maria e Arcangelo a Olevano Romano con la sua tipica cucina della Campagna Romana dal 1949. Vi sentirete accolti in un ambiente caldo, conviviale e ben curato. Ogni pietanza dal menù è un piacere dei sensi. Date spazio alla fantasia e alla pancia! Siamo arrivati alla fine di questa Gita Fuori porta alla volta della scoperta di territori del Lazio. Chiuderei il mio Taccuino per oggi, ma restando sempre pronta a organizzare il prossimo viaggio. Riempitevi dei colori dei viaggi. Siate liberi! Partite e colorare la vostra anima di tutti i colori delle vite altrui   IL PERCORSO IN BREVE   MATTINA Passeggiata ad Affile Degustazione nella “Cantina Michael Formiconi” POMERIGGIO Passeggiata a Olevano Romano (consigliata per i più temerari: dopo una degustazione di vino e un pranzo ci vuole coraggio per continuare una passeggiata. A Olevano Romano ci torneremo sicuramente) PRANZO Ristorante “Sora Maria e Arcangelo” a Olevano Romano   SUGGERIMENTI Bellegra una piccola cittadine: è di passaggio, lo consiglio per foto del paesaggio.   Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
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4 Aprile, 2026

Il mio articolo di apertura

Perciò partiamo che il tempo è tutto da bere Così gridava a gran voce una stupenda canzone del maestro Francesco De Gregori, Viaggi e Miraggi. Perché alla fine c’è bisogno di immergersi in realtà diverse da noi, lontane dalla nostra quotidianità per poter assaporare meglio i vari sentori di ciò che abbiamo intorno, ma che ormai non vediamo più. Si corre troppo in ogni situazione, settimana dopo settimana. Bisognerebbe fermarsi, quindi, pensare alla prossima meta: far spaziare i propri sensi, cercando la pace, ma con la curiosità incessante di chi cerca nuovi stimoli. Per questo motivo è nata la mia rubrica. Niente è impossibile: è possibile fuggire in ogni momento in cui è possibile farlo. Fuggire, evadere, andare via, partire e far godere i propri occhi di mondi diversi. Va bene farlo anche per poco tempo anche per un giorno, per un piccolo weekend, per qualche ora, cambierà tutto e avrete come l’impressione che siano passate settimane. E allora …Beviamo tutto. Sentiamo il gusto del fondo del bicchiere. Scopriamo realtà territoriali che ci danno la forza di riflettere e riportare nella nostra quotidianità le storie di chi ha creduto in sé stesso, nel proprio progetto e ha sacrificato tanto pur di realizzarlo. Cantine piccole e grandi che hanno preso decisioni, strade da seguire, rischi e alla fine sono diventate punti di riferimento. Far respirare l’ossigeno delle loro storie a chi crede di non farcela, dimostrare che tutti possiamo avere la vita che desideriamo. Tutti! Nessuno escluso! Raggiungere quella felicità che tanto si rincorre, usando la forza dei sogni nel cassetto: prendere spunto e favorire chi lo fa, ammirando il percorso di crescita e dando valore a ogni singolo risultato altrui anche il più piccolo…e perché no alla fine, proteggere! Proteggere il territorio in cui viviamo condito da tradizioni e folklore incantevole che rende ancora più autentica l’esperienza. Quindi benvenuti nella mia rubrica! Dove il viaggio lungo o breve che sia, incontrerà il vino, la terra, i vigneti, il duro lavoro, i frutti da esso nati e le storie di vita di tutti coloro che hanno avuto il coraggio di crederci e rischiare. Di territori da scoprire per chi, come me, ha bisogno di fuggire dall’ordinario per incontrare lo straordinario almeno una volta a settimana. Mi troverete sempre pronta a programmare la prossima gita fuori porta e per cantarla nuovamente come De Gregori …del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare.     Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio 
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