Senza etichetta

Senza etichettaStorie di vignerons e di vitigni; di percorsi enoturistici e di fatiche in cucina; di bottiglie e di piatti; di sorrisi e di sudore.
Dalla produzione al servizio del vino; dalle dinamiche della attualità al ciò che vorremmo. Il tutto spiegato con il rispetto che le storie meritano. Insomma come se fossi in cantina con il produttore.

Moscato di Terracina. Patrimonio Vivo: dalla terra all'Arca, la rinascita di un'uva millenaria Arrow Right Top Bg

29 Settembre, 2026

Moscato di Terracina. Patrimonio Vivo: dalla terra all'Arca, la rinascita di un'uva millenaria

  Il futuro del Moscato di Terracina non nasce in cantina. Nasce dalla consapevolezza che alcuni prodotti raccontano molto più del loro sapore. Dietro ogni grappolo si intrecciano paesaggi, tradizioni, ricordi familiari e una cultura agricola che rischiava di essere dimenticata. Il progetto “Patrimonio Vivo” e l’ingresso nell’Arca del Gusto Slow Food dimostrano che un territorio può ritrovare sé stesso partendo dalla valorizzazione della propria identità più autentica.   Possiamo affermarlo a gran voce: il Moscato di Terracina non è mai stato solo un vino. Chi è cresciuto tra i filari stretti tra i Monti Ausoni e il Tirreno ricorda bene il rito di fine estate, quando i chicchi dorati arrivavano in tavola freschi, croccanti, a chiudere i pranzi di famiglia. Oggi, quella che per generazioni è stata un’abitudine domestica e contadina sta finalmente trasformandosi in un manifesto culturale contemporaneo; un progetto che valorizza non tanto l’uva, ma il patrimonio storico-paesaggistico ad essa connesso. Perché, in quest’angolo della provincia pontina, fare vino è sempre stato uno state of mind, una ritualità capace di unire agronomi, osti e accademici nel segno della tutela e divulgazione delle consuetudini di un tempo. Il terroir: dove il mare incontra il tufo Capire l’anima di questa varietà (un biotipo unico di Moscato Bianco) significa sincronizzarsi con le vibes del terroir unico in cui cresce. Nei terreni di matrice tufacea ricchi di depositi marini, il vigneto vive infatti di contrasti verticali, sviluppando una buccia assai spessa a protezione delle brezze marine e della luce solare. Una buccia che preserva l’acidità fissa e quel corredo aromatico tanto identitario quanto iconico: un pot-pourri di zagara, pesca bianca, miele, salsedine e frutta secca, che non cede mai alla stucchevolezza, perché bilanciato da una sferzante sapidità marina. L’Arca del Gusto di Slow Food e alleanze di territorio: il progetto “Patrimonio Vivo” La consapevolezza del valore storico di questo patrimonio – descritto magistralmente da Danilo Mastracco nel volume Il Moscato di Terracina. L’uva di Circe tra Mito e Realtà – ha spinto la chiocciola piemontese ad agire. L’inserimento dell’uva fresca nell’Arca del Gusto di Slow Food non è un’operazione nostalgica fine a se stessa, ma la presa di coscienza del suo profondo valore identitario, nonché il manifesto desiderio di sottrarla al rischio di logiche di massa per farne un catalizzatore di economie locali. Questo impegno si è tradotto infatti in una concreta sinergia territoriale attraverso il progetto “Moscato di Terracina – Patrimonio Vivo”, nato nel 2026 dalla collaborazione tra l’Associazione Ristoratori Terracina a Tavola e Gastronomica – Festival del Gusto (lungimirante festival ideato da Andrea D’Onofrio, founder dell’agenzia di comunicazione strategia Tango360). L’iniziativa scardina quel pregiudizio che ha relegato per anni il Moscato a mero calice a tutto pasto, portando i grappoli freschi direttamente nei ristoranti della città. L’esperimento di incuriosire il cliente con la degustazione dell’uva tal quale o con intriganti abbinamenti, è sicuramente riuscito. Il banco di prova: la serata presso la Locanda Ruggieri di Terracina A confermare quanto il Moscato in cucina sia una solida certezza e non una tendenza passeggera, la Locanda Ruggieri e Slow Food Terracina hanno organizzato una serata interamente dedicata al vitigno “in tutte le sue forme”. Lo scorso 17 settembre, lo Chef Patron Michele Ruggieri ha incuriosito gli ospiti con piatti dalla forte matrice territoriale, a volte riletti con quel q.b. di estro che non guasta mai. Il camembert ripieno di uva Moscato e olio extravergine di oliva rilegge l’abbinamento nazional-popolare che vuole la frutta abbinata al formaggio. Un goloso inizio che rivela tutta la verve aromatica ed il carattere del vitigno, capace di conferire una piacevole nota crunchy ed un patrimonio organolettico-gustativo tanto ammaliante quanto inatteso.   Le alici panate e fritte, servite con maionese all’aceto di Moscato, vanità di tradizione, sono un felice matrimonio a km0 che impegna il palato in un divertente gioco di “puccia-mangia-bevi-riassaggia”. Un morso godurioso che vorresti non finisse mai. Se su carta il baccalà, zucchine alla mentuccia e Moscato poteva destare qualche perplessità, in bocca si è invece risolto in un sottile enseble agrodolce e in un inatteso ricordo di fine estate. L’assaggio è un viaggio nei profumi e nei sapori di Terracina, tra la Costa e l’entroterra. La gricia di mare con il Moscato è, senza dubbio, una forchettata goliardica che cerca nell’uva la non semplice liaison tra le cozze, il guanciale ed il Pecorino. Buona l’intuizione, da calibrare i q.b. dei vari ingredienti per rendere il boccone più suadente. Lo spiedino di rana pescatrice, polpo, mazzancolle, Moscato e peperoni con salsa di zucchine alla scapece, è tanto un inno alla terra di origine dello chef (la Valle d’Itria) quanto a quella d’adozione. Nel piatto, emerge infatti la dimestichezza con l’arte dei fornelli (e le sue varianti) e con la cucina di mare, per un risultato che colpisce per un equilibrio fatto di contrasti mai eccessivi. Chiusura dolce affidata alla tartelletta con uva moscato che lasica esprimere l’uva nella sua complessità, preservandone texture e profilo aromatico senza snaturarla. L’abbinamento con i vini della Cantina Sant’Andrea, lo Spumante “Oppidum” 2025 Brut I.G.T. Lazio e lo Spumante dolce “Templum” I.G.T. Lazio, ha reso possibile un interessante confronto sulle differenti interpretazioni del vitigno e sulla sua duttilità. Un nuovo “State of mind” territoriale Terracina sta assistendo, grazie a queste iniziative, alla nascita di una comunità attiva e consapevole. Vignaioli, artigiani, ristoratori e cittadini hanno compreso finalmente il potere simbolico del Moscato: scegliere, cucinare e raccontare questo vitigno significa rivendicare con orgoglio un’appartenenza, rifiutando l’omologazione del gusto. Il Moscato di Terracina non è più solo un vino da fine pasto o da aperitivo, ma il filo conduttore di un turismo enogastronomico moderno, sostenibile e profondamente colto. È la dimostrazione che quando un territorio si stringe intorno alla sua risorsa più autentica, il passato smette di essere nostalgia e diventa, a tutti gli effetti, un “patrimonio vivo” in grado di nutrire il futuro. Ed i ristoratori, in quest’ottica, diventano i custodi di una memoria storica fatta di aneddoti e tradizioni da trasmettere alle prossime generazioni. Perché un patrimonio non è veramente salvaguardato se non viene trasmesso.   Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31  
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30 Giugno, 2026

La Guida ai migliori panifici d’Italia: il Gambero rosso seleziona 550 indirizzi e 70 Tre Pani

  Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la guida I Migliori Panifici d’Italia 2027 del Gambero Rosso. Il volume racconta l’evoluzione di uno dei settori più dinamici dell’artigianato alimentare italiano, attraverso una selezione di 550 locali lungo tutta la Penisola, 70 indirizzi Tre Pani e 40 nuove insegne. La nuova edizione della Guida traccia le coordinate di un settore in continua evoluzione e costante rivoluzione, tra agricoltura, biodiversità ed artigianato. Il comparto, infatti, risulta sempre più attento alla filiera, ai campi, ai cereali, ai rapporti con gli agricoltori e alla valorizzazione della biodiversità. Il pane non è più soltanto un prodotto quotidiano, ma uno strumento attraverso cui raccontare territori, economie locali, sostenibilità e cultura alimentare. Il tessuto italiano del comparto sembra confermare quella micro-artigianalità tutta italiana: accanto alle botteghe storiche crescono dunque microforni urbani, forni agricoli, bakery contemporanee e laboratori che lavorano con farine biologiche, grani locali, lievito madre vivo e lunghe fermentazioni. Non già moda passeggera, ma una rinnovata sensibilità della New Generation e Vecchia Guardia verso la sostenibilità, che si traduce nell’impiego delle cosiddette popolazioni evolutive, mix di varietà cerealicole che favoriscono biodiversità, resilienza climatica e qualità agricola. Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography Le valutazioni sono state elaborate secondo il tradizionale metodo Gambero Rosso, fondato su visite anonime, assaggi e verifiche sul campo effettuate da una rete di collaboratori coordinata dalla redazione. I panifici vengono premiati con uno, due o tre Pani a seconda del grado di qualità raggiunto. Tra i criteri adottatii, figurano ricerca delle materie prime, tecnica, continuità produttiva, identità territoriale, trasparenza della filiera e valore complessivo del progetto artigianale. La Guida testimonia l’inizio di un movimento agricolo orientato alla riscoperta dei molti valori intrinseci ad una pagnotta: il lavoro di chi coltiva il grano, di chi lo macina, di chi lo impasta e cuoce. Ma, soprattutto, convivono scelte: selezionare un certo tipo di farina, un’agricoltura sostenibile e una filiera corta non è mai una decisione neutra, perché produce effetti sull’andamento economico-culturale del Paese. Emerge quindi la necessità di adottare un paradigma diverso, basato sulla diversificazione produttiva e su filiere integrate o autentiche. Premi Speciali 2027 Panificio dell’Anno: Pezz de Pane – Frosinone Panificatore Emergente: Massimo Ingegni – Ingrano Forno Artigianale, Mercatello sul Metauro (PU) Novità dell’Anno: Le Lucciole – Lucca Pane e Territorio: Ilo – Pane Pensiero, Vercelli Panificatori che hanno fatto la storia – Premio 40 anni Gambero Rosso: Gabriele Bonci – Panificio Bonci, Roma Davide Longoni – Davide Longoni Pane, Milano Ezio Marinato – Marinato, Cinto Caomaggiore (VE) Eugenio Pol – Vulaiga, Fabello (VC) Al di là dei premi e riconoscimenti, una guida dedicata ai panificatori ha il grande merito di confermare il ruolo centrale del pane come elemento culturale, agricolo e identitario del nostro Paese. Un settore che ha la capacità di innovare senza perdere il legame con le proprie radici contribuendo a rendere i consumatori sempre più consapevoli.   Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31  
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La guida ai migliori Oli d'Italia 2026/2027 del Gambero Rosso: 156 Tre Foglie e 15 Premi Speciali Arrow Right Top Bg

29 Giugno, 2026

La guida ai migliori Oli d'Italia 2026/2027 del Gambero Rosso: 156 Tre Foglie e 15 Premi Speciali

  Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la sedicesima edizione della guida. Un compendio, che diventa digitale, di 365 aziende e 735 olii italiani realizzato dal Gambero Rosso in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena. Sono ben 156 le Tre Foglie assegnate dalla guida I migliori Oli d’Italia 2026/2027, il massimo riconoscimento conferito dal Gambero Rosso agli oli extravergine che hanno raggiunto i più elevati standard qualitativi. La sedicesima edizione della guida, realizzata in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena e presentata a Napoli lo scorso 19 giugno nell’ambito di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, recensisce 365 aziende e 735 oli provenienti da tutta Italia e assegna 15 Premi Speciali alle realtà che si sono distinte per qualità, innovazione e valorizzazione del territorio. Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography Giunta alla sua sedicesima edizione, I migliori Oli d’Italia 2026/27 inaugura una nuova fase del percorso editoriale del Gambero Rosso. La guida è infatti disponibile in formato digitale e consultabile gratuitamente online previa registrazione, con un’esperienza di lettura progettata per rendere ancora più semplice e immediata la scoperta di aziende, oli e territori. Uno strumento pensato per operatori del settore, buyer, ristoratori e consumatori appassionati, costruito attraverso degustazioni e valutazioni sensoriali che valorizzano il meglio dell’olivicoltura italiana. La scelta di presentare la guida durante Rotte Mediterranee nasce dalla volontà di collocare l’olio all’interno di un racconto più ampio che parla di territori, persone e futuro, riconoscendogli quel ruolo cardine di ambasciatore della cultura mediterranea. La guida segna pertanto un cambio di paradigma comunicativo: non più un racconto basato sul linguaggio della tecnica, ma sulla sfera del piacere.  Perché se è vero che un buon vino abbinato ad un giusto piatto riesce a valorizzarlo, è altresì vero che un grande extravergine è capace di trasformare una pietanza semplice in un’esperienza memorabile. I Premi Speciali Azienda dell’anno: Accademia Olearia, Alghero (SS) Frantoio dell’anno: Le Tre Colonne, Giovinazzo (BA) Olivicoltore dell’anno: Trebbio, Scarperia e San Piero (FI) Miglior biologico: Frantolio – Trisole Monocultivar Coratina Bio, Cisternino (BR) Miglior blend: Ursini – Opera Mastra, Fossacesia (CH) Miglior monocultivar: Oilivis – Futura Monocultivar Picholine, Carpino (FG) Miglior fruttato leggero: Bonamini – Monocultivar Grignano, Illasi (VR) Miglior fruttato medio: Viola – Almanacco Monocultivar Frantoio, Foligno (PG) Miglior fruttato intenso: Alfredo Cetrone – Dop Colline Pontine Monocultivar Itrana, Sonnino (LT) Novità dell’anno: Trivio Tre Storie d’Olio, Montalbano Jonico (MT) Frantoio di Montalcino, Montalcino (SI) Miglior Olio D.O.P.: Viragì – Polifemo Dop Monti Iblei Sottozona Gulfi Monocultivar Tonda Iblea, Chiaramonte Gulfi (RG) Miglior Olio I.G.P. Ciccolella – Cru Igp Puglia Bio, Molfetta (BA) Premio Olio&Vino: Tenuta Lagala, Venosa (PZ) Premio Olio&Turismo: Malenchini, Bagno a Ripoli (FI) Cooperativa dell’anno: Frantoio di Riva, Riva del Garda (TN) Nella speranza di assistere ad una costante diffusione della cultura dell’olio, non resta che attingere dalla guida per selezionare gli extravergini da portare a tavola e per concedersi una gita fuori porta in uno dei bellissimi frantoi e oliveti di cui la nostra Italia è ricca. Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31  
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Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2026

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro

  La quinta edizione dei Vini di Abbazia, andata in scena nella cornice d’elezione del complesso di Fossanova, ha riscosso un importante successo di pubblico e dimostrato come la New Generation dei consumatori sia alla ricerca di sostenibilità vera e autenticità del racconto. Così, tra banchi di assaggio, masterclass e degustazioni, la kermesse ha superato le 5000 presenze. Il silenzio come primo ingrediente agronomico, la pietra come custode di saperi antichi e una biodiversità preservata per secoli tra le mura cistercensi. È stato questo il focus della quinta edizione di Vini d’Abbazia, andata in scena dal 12 al 14 giugno 2026 nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Fossanova a Priverno, che ha riscosso un vasto successo di pubblico, superando le 5.000 presenze. Ma il dato veramente rilevante non risiede tanto o solo nei numeri, quanto nella decodifica di un fenomeno antropologico ed enologico: l’ancestrale capacità dei monasteri di generare vini dotati di una verticalità e di un’identità genetica non replicabili altrove. L’evento – promosso da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e dall’Azienda Speciale Informare – ha trasformato il complesso dell’Abbazia di Fossanova in un laboratorio a cielo aperto in cui la storiografia monastica ha dialogato direttamente con la moderna enologia e le neuroscienze. Ed infatti, le attuali conoscenze maturate nel settore riescono oggi a valorizzare il lavoro svolto nei secoli dai monaci, che operavano una selezione clonale empirica ante-litteram, isolando i vitigni più resilienti e qualitativamente superiori. Nelle abbazie, quindi, il vino non è mai nato per ragioni puramente mercatili, ma costituiva il fulcro liturgico, una forma di sostentamento e di farmacia “primordiale”, dettati da un concetto differente di tempo. Un tempo non commerciale, dunque, ma scandito dalla preghiera e dalle stagioni; un tempo che permetteva lunghi affinamenti nelle cripte in pietra con condizioni di temperatura e umidità ideali per l’ottimale evoluzione del vino. Gli assaggi, tra scoperte e conferme Abbazia di Propezzano – Colline Teramane Trebbiano d’Abruzzo Superiore “Mab” D.O.C. 2023 (100% Trebbiano). Un trebbiano fortemente mediterraneo questa etichetta dell’Abbazia di Propezzano, che si esprime al naso con nuances di pesca matura, zenzero, zafferano e fiori gialli. In bocca, è glicerico e avvolgente, con una lunga persistenza su note di tiglio e frutta disidratata. Un calice che testimonia le potenzialità e la duttilità del vitigno. M di Trama – “Capofitto” 2024 (100% Greco). Espressione inattesa questo Greco macerato che porta con sé il corredo olfattivo proprio delle bucce. Il bouquet è infatti un pot-pourri di erbe aromatiche, agrumi e frutta a pasta gialla. La bocca è sferzante ed eredita tutto il carattere dei suoli vulcanici sui cui è coltivato e dei lieviti indigeni. Una bevuta fortemente identitaria. M di Trama – “Piedefermo” 2023 (100% Cesanese). L’eleganza inattesa di un Cesanese coltivato fuori dai territori “canonici”, che si presenta all’olfatto con una piacevole polifonia di erbe aromatiche, frutta scura e abbrivi di speziatura fine propri del vitigno. La bocca è equilibrata, con un tannino perfettamente integrato nella texture di un vino dal grande potenziale evolutivo. Colleformica – “Biancofiore” 2024 (80% Malvasia di Candia, 20% Trebbiano Toscano). Un’etichetta che rivendica a ragione il potenziale dell’agro vulcanico di Velletri, presentandosi con un blend di sensazioni ben stratificate: dall’agrumato alla macchia mediterranea, passando per tutte le declinazioni di frutta e fiori bianchi. La beva è agevole, grazie alla freschezza e la sapidità minerale che chiudono su note vegetali dalla persistenza non scontata. Un calice da bere all-day long. Colleformica – “Formica Rossa” 2024 (100% Sangiovese). Un Sangiovese che, per eleganza e per equilibrio, nulla ha da invidiare ai vicini Toscani. Il naso gioca con ricordi di frutta rossa croccante e di fiori rosa, sorretti da una piacevole speziatura di pepe nero e tabacco. Il sorso è fine e scorrevole, pervaso da un tannino armonico e da una percepibile freschezza che invita al riassaggio. Una bottiglia compagna del convivio e delle chiacchierate. Cantina Morichelli – “Cardo” 2024 (100% Vermentino). Etichetta inattesa per la finezza espressiva di un vitigno che spesso trova difficoltà al di fuori dei territori di elezione. Il “Cardo” ha invece un profilo aromatico nitido e raffinato: frutta bianca matura e leggere note minerali anticipano un sorso secco, sapido e incredibilmente fresco, che è il riflesso dei suoli vulcanici nei pressi del Lago di Bracciano su cui è impiantato. La sensibilità di un vino autentico e di carattere. Le Lase – Lazio Bianco “Evan” I.G.P. 2024 (70% Pinot Bianco, 30% Incrocio Manzoni). Un’etichetta da menzionare per l’interpretazione non banale di un uvaggio internazionale, in quel di Orte, che strizza l’occhio alla tradizione veneta. Si presenta con un bouquet che unisce armonicamente fiori e frutta bianca, erbe aromatiche e mineralità. Non scontato l’assaggio, che rivela quel q.b. di sapidità capace di agevolare la bevuta. Villa Pacchiarotti – Lazio Bianco “Ramatico” I.G.P. 2021 (100% Aleatico). Una bottiglia che lascia piacevolmente interdetti anche i più esperti ed appassionati. Una lettura dell’Aleatico sicuramente poco usuale, che si muove tra profumi di rosa canina, gelsomino, ginestra e pesca gialla, pervasi da un accenno di dosata e ricercata evoluzione. La bocca è sapida, bilanciata tra persistenza e freschezza. Un sorso sicuramente fuori dagli schemi. Le Cerquette – Cesanese di Olevano Romano “Waco” D.O.P. 2021 (100% Cesanese). Quintessenza dell’espressività fine del vitigno, questa etichetta si lascia apprezzare e ricordare per la rara armonia d’insieme. Il bouquet è tanto ampio quanto sinuoso con note di viola, mora e prugna, arricchite da spezie balsamiche, mentre il sorso è un riuscitissimo connubio di eleganza, setosità del tannino, sapidità e avvolgenza. Un calice ambasciatore di una denominazione che spesso fatica a superare i confini regionali. Lotti – “Ascaro” 2022 (Merlot – Petit Verdot). Un’etichetta da apprezzare per la correttezza esecutiva di un uvaggio internazionale che ben si difende rispetto alle più nobili espressioni d’Oltralpe. Colpisce soprattutto all’assaggio per un raro leit-motiv di freschezza a tratti ematica che rende agile la beva e rinvita al sorso successivo. Abbazia di Praglia – Colli Euganei Merlot “Pratalea” D.O.C. 2022 (95% Merlot, 5% Raboso). Vino fortemente identitario di un territorio e di una filosofia di produzione; una tipica espressione dell’entroterra padovano laddove i vitigni assumono un timbro di “alloctono”. La mineralità e la sapidità ereditati dai suoli a matrice vulcanica, infatti, riescono ad alleggerire la ridondanza gustolfattiva dei vitigni. Il ricambio generazionale del consumo consapevole Il più grande traguardo della quinta edizione di Vini d’Abbazia, come evidenziato dallo stesso ideatore Rocco Tolfa, risiede nell’aver avvicinato un pubblico giovane, sempre più sensibile a concetti di sostenibilità e allo story telling autentico. Una nuova generazione di consumatori alla ricerca del racconto, della genesi del mito e del contenuto tecnico di ogni etichetta, che ha vissuto gli oltre 30 banchi di assaggio non già come un momento di consumo ludico, ma come un’occasione unica di trasmissione culturale. La sapienza del silenzio, la precisione della terra e il respiro di una vocazione millenaria definiscono infatti l’essenza stessa della viticoltura monastica. Non si tratta solo di agricoltura, ma di un’eredità immateriale che rende il vino il riflesso del sacro. Le abbazie europee, scrigni di un sapere rimasto intatto tra le mura dei chiostri, continuano a rappresentare la più pura espressione del binomio vitigno-territorio. Questo testimonia quanto il vino d’abbazia – con la propria etica produttiva inscindibile dal rispetto della terra e quel q.b. di rigore formale – possieda le giuste chiavi comunicative per rispondere alla domanda di consumatori sempre più orientati all’autenticità e alla sostenibilità reale. Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31
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