Storie di vignerons e di vitigni; di percorsi enoturistici e di fatiche in cucina; di bottiglie e di piatti; di sorrisi e di sudore.
Dalla produzione al servizio del vino; dalle dinamiche della attualità al ciò che vorremmo. Il tutto spiegato con il rispetto che le storie meritano. Insomma come se fossi in cantina con il produttore.
26 Ottobre, 2026
La Vernaccia di Oristano. Le geometrie ossidative della Cantina Contini 1898
Dal 1898, la famiglia Contini governa l’azione dei lieviti flor nella bassa valle del Tirso, ridefinendo i confini della longevità dell’enologia italiana. La Vernaccia di Oristano, infatti, non è semplicemente un vino, ma un capolavoro di ossidazione, frutto di un paradosso che sfida i diktat della moderna viticoltura.
Definire la Vernaccia di Oristano una semplice denominazione significa ignorare il profondo valore storico ed identitario che la contraddistingue. Non è semplicemente un vino, ma un capolavoro di ossidazione; non è semplicemente il risultato di una “classica” vinificazione, ma il frutto di un paradosso che sfida i diktat della moderna enologia. L’ossigeno, che per altri vini è deleterio, diventa invece per la Vernaccia l’architetto del profilo gustativo, nonché il tratto distintivo di una radicata appartenenza ad un territorio. Un territorio ben circoscritto cui è legato a doppio filo per cultura, storia, clima e ritualità.
Il miracolo della Vernaccia, tra flor e ossidazione
Nell’agro di Cabras, infatti, è la vendemmia a dettare i ritmi della quotidianità e l’affinamento ossidativo a conferire al tutto un’aurea quasi magica. Qui il vino si nutre di ossigeno e tempo attraverso l’azione silente dei lieviti flor capaci di colonizzare la superficie del vino nelle botti lasciate scolme. Questo velo, metabolizzando etanolo e acidi, regala uno spettro olfattivo unico fatto di acetali e aldeidi. È qui che nasce dunque il mito del murruai, quel timbro aromatico ancestrale, salmastro e ammandorlato, che proietta la prima DOC della Sardegna (istituita nel 1971) nell’Olimpo dei grandi vini ossidativi del pianeta, accanto a Jerez e Jura.
La Cantina Contini: dal 1898, un ambasciatore del territorio
L’archetipo della Vernaccia di Oristano trova la sua massima espressione identitaria nella storia della cantina Contini, custode indissolubile di questo areale dal 1898. Radicata su suoli alluvionali di matrice sabbioso-ciottolosa come i Gregori e i Bennaxi nella bassa valle del fiume Tirso, la famiglia Contini ha saputo traghettare un’enologia ancestrale — le cui tracce fenici e nuragiche sono riemerse nei millenari vinaccioli del sito di Sa Osa —nella modernità, senza scalfirne l’austera purezza.
Gestire l’elevazione di una Vernaccia in stile ossidativo richiede una “sottrazione filosofica”, una pazienza temporale estrema ed un solido know-how grazie al quale si ottimizzano accuratamente le singole vendemmie per regalare bottiglie uniche. La barricaia della famiglia Contini è un caveau dal valore inestimabile: le botti di castagno del Montiferru custodiscono un rarissimo patrimonio fatto di lieviti e batteri centenari che contribuiscono a conferire alle Vernacce un profilo facilmente riconoscibile. Per eleganza, per verve gustativa, per un valore culturale senza eguali.
Con le sue riserve monumentali, Contini dimostra infatti che la vera avanguardia enologica non sta nel rincorrere le mode del momento, ma nel saper governare il tempo e l’ossigeno per creare un vino immortale. Se nel passato, fare la Vernaccia era uno state of mind e motivo di reunion familiari, oggi è un vero e proprio atto di coraggio. L’audacia di sfidare continuamente il cambiamento climatico, tarare raccolta e lavorazioni al millimetro, accettare l’evaporazione naturale che riduce i volumi durante l’affinamento, concentrando il grado alcolico.
La Vernaccia di Oristano: un vitigno di inattesa duttilità
Se è vero che la Vernaccia di Oristano in stile ossidativo è un vino fortemente iconico di questo areale, è vero anche che la Cantina Contini è tra le pochissime ad offrire una panoramica completa di un vitigno dall’espressività camaleontica. Dalla bollicina sino all’ossidazione, passando per ponderati blend, le varie etichette testimoniano il potenziale di un vitigno che, pur tenendo fede alla naturale predisposizione alla concentrazione zuccherina, si dimostra assai cangiante.
Attilio 2025 Spumante Brut (100% Vernaccia). È un tripudio di agrumi, frutta a polpa gialla, fiori bianchi e macchia mediterranea questa versione charmat della Vernaccia. Il sorso è in equilibrio tra morbidezza e sapidità, tra contenuto glicerico e salinità. Una bottiglia per una bevuta o una chiacchiera spensierata.
Isola dei Nuraghi Bianco “Kramis” I.G.T. 2025 (70% Vernaccia; 30% Vermentino). Un felice matrimonio tra il carattere della Vernaccia e la verve aromatica del Vermentino. Una bottiglia dalla compostezza inattesa che sa modernizzare il ricordo della Vernaccia, aggiungendo quel q.b. di note tropicali e mielate, e il riconoscibile finale di mandorla amara tipico del Vermentino. Il best seller della cantina che sa svecchiare gli stereotipi senza stravolgerli.
Isola dei Nuraghi Bianco “Giganti Bianco” I.G.T. 2024 (70% Vernaccia; 30% Vermentino). È il fratello maggiore del precedente quest’etichetta che matura in tonneaux per sei mesi, impreziosendosi di tutto quel corredo proprio dell’affinamento in legno. Spezie dolci, abbrivi boisée e frutta matura coronano un naso di macchia mediterranea, fiori bianchi e ricordi salini. La bocca è tridimensionale, ma non ridondante. Un’etichetta da aspettare.
Vernaccia Valle del Tirso “Componidori” I.G.T. 2023 (100% Vernaccia). L’olfatto, di grande intensità e complessità, eredita l’imprinting aromatico delle vecchie vernacce affinate nella medesima barrique, dove Componidori riposa per 6 mesi. Il naso è dunque un piacevole pot-pourri di albicocca disidratata, arancia amara, mandorla dolce, cera d’api, con accenni di tintura di iodio, speziatura fine e mallo di noce. La bevuta è un esempio magistrale di equilibrio tra la componente pseudo-calorica e la sferzante sapidità. Uno spartiacque tra vinificazione “classica” e ossidazione.
Isola dei Nuraghi Rosso “Barrile” I.G.T. 2021 (100% Nieddera). Il naso svela l’allevamento ad alberello e il lungo affinamento (12/14 mesi tra barrique e tonneaux di primo e secondo passaggio) in legno, con quel riuscito gioco d’ensemble tra confettura di frutta scura, mirtillo, prugna sotto spirito, caffè, tabacco e nuances fumé. Il sorso è pieno, sorretto da un tannino ben integrato e “smussato” rispetto al fitto contenuto tannico del vitigno. Un calice per chi cerca l’istantanea di terroir.
Vernaccia di Oristano “Flor” D.O.C. 2021 (100% Vernaccia). È un’introduzione vibrante e tesa allo stile ossidativo della cantina. Forte di un affinamento di circa quattro anni in caratelli scolmi, l’annata 2021 si presenta nel calice con un colore oro antico e un profilo olfattivo magnetico, in cui le note salmastre e iodate tipiche del microclima di Cabras si fondono con sfumature di mallo di noce, scorza d’arancia amara e mandorlo. Al palato si distingue per una struttura robusta e avvolgente, con freschezza viva e una spiccata sapidità che si intrecciano alla morbidezza alcolica, creando un sorso di grande profondità ed equilibrio. La persistenza aromatica è lunghissima, con un finale asciutto, mandorlato e intenso. È la dimostrazione di come un vino ancestrale possa rivelarsi incredibilmente contemporaneo, dritto e gastronomico.
Vernaccia di Oristano Riserva D.O.C. 1998 (100% Vernaccia). Un’opera d’arte, una consacrazione quasi monumentale di un vino rimasto sotto velo per oltre un quarto di secolo. Nel calice, risplende di un’ambra magnetica e densa, con riflessi topazio che anticipano un impatto olfattivo solenne, quasi indecifrabile per complessità. Il ventaglio aromatico è una spirale ininterrotta di mallo di noce, datteri, arancia candita e spezie orientali come il curry, saldamente ancorate a una profonda matrice salmastra, con eleganti nuances di tintura di iodio. Al palato, l’eleganza è rigorosa: nonostante la fittezza d’estratto e la gradazione generosa, il sorso si rivela incredibilmente sorretto da una freschezza e una sapidità tagliente che verticalizzano il vino. Il finale è infinito e chiude su ricordi di mandorla amara. Più che un vino da meditazione, la 1998 è un reperto d’avanguardia che sancisce la longevità di quest’enclave tutta italiana.
Vernaccia di Oristano Riserva “Antico Gregori” D.O.C. 1991 (100% Vernaccia). Questa cuvée, dalla classe indiscussa, nasce da un affinamento ossidativo di oltre trent’anni in piccoli caratelli di rovere lasciati scolmi, magistralmente tagliato con frazioni di vecchie vernacce risalenti persino all’inizio del Novecento. Nel calice si muove denso, esibendo un colore ambra profondo e ipnotico. L’olfatto è etereo e infintamente camaleontico: l’iconico murruai si manifesta in una stratificazione di mallo di noce, datteri, miele di castagno, fichi secchi, burro d’arachidi e una spinta idrocarburica e salmastra di spiazzante precisione. Al palato, la gradazione è completamente bilanciata da una spina acida ancestrale e da una sapidità marina tagliente, quasi salina. Secco, caldissimo, privo di spigolosità ma affilato come una lama, chiude con un finale infinito che ridefinisce il concetto stesso di persistenza. Non è semplicemente un vino da meditazione; è un’etichetta che, sfidando le leggi del tempo e della memoria, chiede un reset culturale.
La Vernaccia di Oristano, tra tradizione e nuovi orizzonti
Scrivere di Vernaccia di Oristano non può prescindere dal tributare il giusto merito a una resistenza enologica e culturale di cui Contini è ambasciatore indiscusso.
Dalla freschezza dinamica della Flor alla complessità sferzante della Riserva 1998, fino a toccare l’eternità dell’Antico Gregori, la cantina di Cabras dimostra che il potenziale evolutivo italiano non ha nulla da invidiare ai grandi miti ossidativi del pianeta. Attraverso etichette iconiche e riserve capaci di sfidare i decenni, Contini sigilla infatti una complessa stratificazione geologica, climatica e culturale, riscrive il concetto stesso di longevità ed espressione territoriale.
Nell’articolo Contini 1898. La convivialità in Sardegna di Ivan Vellucci puoi trovare un approfondimento della Cantina Contini 1898
Manuela Mancino – Senza etichetta
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20 Ottobre, 2026
Champagne Experience. Bologna capitale temporanea delle bollicine d’Oltralpe
Domenica 4 e lunedì 5 ottobre, all’interno di BolognaFiere, si è svota la nona edizione di Champagne Experience, l’evento diventato ormai il mainstream del settore per tutti i professionisti e gli amanti delle bollicine più famose al mondo. Promosso e organizzato da Excellence srl Società Italiana Distributori e Importatori, Champagne Experience riunisce ogni anno importatori, grandi maison e piccoli vigneron, per orchestrare un viaggio tra centinaia di champagne, Master Class e dibattiti.
Si è da poco conclusa la nona edizione di Champagne Experience, l’unica kermesse italiana interamente dedicata alle bollicine simbolo di festa, lusso e convivialità. Organizzata da Excellence srl, Società Italiana Distributori e Importatori, l’appuntamento del 2026 ha ospitato 125 espositori e oltre 600 etichette, suddivise tra grandi maison e piccoli vignerons, contraddistinti da colori differenti in base alle zone di provenienza.
Quattro grandi aree, dunque, hanno scandito il percorso dei visitatori: la Montagne de Reims, la Côte de Bar, la Côte des Blancs, le maison classiche e la Vallée de la Marne.
La Champagne, tra nuovi stili di consumo e cambiamenti climatici
Camminando tra i banchi d’assaggio, si ha un po’ la sensazione che la Champagne stia vivendo un paradosso affascinante. Da un lato, resta la costante della geologia dei suoli: il gesso (craie) della Côte des Blancs che imprime una lama salina capace di verticalizzare lo Chardonnay; o i terreni più pesanti della Montagne de Reims e della Vallée de la Marne, dove Pinot Noir e Meunier acquisiscono una spalla acida e un’ampiezza che rendono la bevuta opulenta e longeva.
Dall’altro lato, però, c’è lo spettro del cambiamento climatico. Il dibattito latente tra i tavoli dei produttori ha riguardato quindi la gestione agronomica del Climate Change. Il riscaldamento globale favorisce maturazioni fenoliche un tempo impensabili, riducendo la necessità di dosaggi zuccherini elevati (da qui il boom commerciale degli Extra Brut e dei Pas Dosé). Sul fronte opposto, mette a rischio la freschezza propria dello Champagne. La sfida per i viticoltori è, pertanto, quella di gestire la vendemmia anticipata con una precisione maniacale in pressatura, per evitare l’estrazione di tannini amari, e seguire minuziosamente l’affinamento in cantina.
Gli assaggi, tra scoperte e conferme
Jardinot 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (80% Pinot Noir, 20% Chardonnay). Un Blanc de Noirs radicale e magnetico. Vinificato interamente in legno senza compromessi, è un concentrato di sale, piccoli frutti rossi croccanti e spezie bianche. Il sorso è verticale, asciutto, sorretto da un’acidità affilata che esalta un finale gessoso e di grandissima persistenza. Per chi cerca la Champagne identitaria, dinamica e senza trucco.
De quoi te méles tu? 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (100% Pinot Noir). Il Blanc de Noirs “naturale” secondo la nuova avanguardia dell’Aube. Vinificato senza alcuna aggiunta di anidride solforosa, è una cuvée di spiccata tensione gastronomica. Il sorso si muove sinuoso tra volume e un’acidità croccante e scalpitante, chiudendo su cenni sapidi profondi e note di piccoli frutti rossi ed erbe spontanee. Radicale, affilato e di ragguardevole dinamicità espressiva.
Sous Larrey 2019 – Rémi Leroy (100% Chardonnay). L’eccezione che conferma la regola della Côte des Bar. Un Blanc de Blancs d’avanguardia, vinificato in pièces per esaltare il volume senza snaturare la purezza del frutto. La 2019 regala una polpa vibrante di mela cotogna e cenni di pasticceria, sostenuta da una freschezza quasi citrica e da un finale sapido, asciutto e verticale. Un millesimato di indiscusso spessore gastronomico, pensato per tavoli che esigono precisione sartoriale ed espressiva.
Terre d’Origine Extra 2018 – Erick Schreiber (68% Pinot Nero, 20% Chardonnay, 12% Pinot Meunier). Una cuvée d’autore che esalta l’equilibrio di un’annata ricca. L’impronta biodinamica di Schreiber si traduce in un sorso di carattere: se al palato è ampio, giocato su note di mela cotogna, pan brioche e gesso umido, la bevuta è verticale, tesa e vibrante. Uno spumante incisivo, per chi ama la pulizia espressiva del terroir kimmeridgiano.
Les Marnes Blanches Nature S.A. – Jeaunaux-Robin (100% Chardonnay). Uno Chardonnay che devia dai codici della vicina Côte des Blancs. Nella Vallée du Petit Morin, culla del Meunier, Cyril Jeaunaux estrae un Blanc de Blancs di affascinante austerità da un suolo di marne calcaree e selce. La scelta di evitare la malolattica e il passaggio in legno esausto imprimono un profilo tagliente, quasi fumé. Al naso l’agrume amaro e la pietra focaia si fondono a cenni erbacei fini. La bevuta è dritta, tesa e pervasa da una spina sapido-minerale che invita al sorso successivo. Rigore assoluto per palati tecnici.
Les Danaides S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Un’interpretazione del Meunier di rara personalità, figlio di un micro-domaine di soli 0,64 ettari a Vandières. Les Danaïdes nasce da una réserve perpétuelle affinata in legno esausto, raramente colmato, per permettere al vitigno di impreziosirsi di una finissima complessità ossidativa. Lontano dallo stereotipo del Meunier, il sorso rivela una trama tesa, polposa, ricca di agrume candito, spezie ed erbe officinali. Uno Champagne di grande spessore gastronomico, dedicato ai collezionisti di rarità territoriali.
Les Songes S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Ottenuto da una rigorosa selezione parcellare e vinificato interamente in barrique, questo Extra Brut gioca magistralmente sulla corda dell’ossidazione controllata e della rotondità espressiva. Il sorso è denso, pâtissier, ricco di spunti minerali iodati e piccoli frutti, ma serrato da un finale asciutto e di grande precisione geometrica. Una sartorialità che esalta il lato più nobile della Marna.
Castille Premier Cru Rosé Extra Brut – Colin (90% Chardonnay, 10% Pinot Noir). Un rosé contemporaneo guidato dallo Chardonnay (90%) del terroir calcareo di Vertus, rifinito da un 10% di Pinot Noir in rosso. La cifra stilistica di questa cuvée risiede nell’uso magistrale della réserve perpétuelle dal 2004, che stratifica il sorso senza intaccarne la tensione. La bevuta è infatti cremosa ma affilata da una freschezza vibrante, con ritorni di piccoli frutti rossi ed erbe officinali che sfociano in un finale sapido, pulito e di grande persistenza. Un Rosé da spina dorsale bianca.
Saignée des Terres Amoureuses 2015 – Bertrand-Delespierre (100% Pinot Noir). Evocativo. Estratto per alzata di cappello e affinato per 7 anni in cantina, questo Extra Brut si distanzia dai rosé classici per rivendicare una vinosità profonda e una struttura tridimensionale. Al palato unisce cenni di ribes, rabarbaro e spezie scure a una spalla acido-sapida affilata che rende la persistenza quasi infinita. Ideale per chi cerca la Champagne dei vignerons vecchio stampo.
L’inattendue Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (100% Pinot Meunier). Il volto verticale e identitario del Meunier di collina. Un Blanc de Noirs che rinuncia ai dosaggi rassicuranti per mettere a nudo il suolo calcareo. Al palato, esprime una polpa fragrante, bilanciata da un perlage cremoso e da un’acidità citrica sferzante. Chiude su cenni iodati, di frutta bianca matura e piccoli abbrivi agrumati. Uno Champagne gastronomico in equilibrio tra spessore e pulizia di beva.
Grande Reserve Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (1/3 Chardonnay, 1/3 Pinot Noir, 1/3 Pinot Meunier). Affinato per 60 mesi sui lieviti e dosato al minimo, è un blend paritario di indiscutibile spessore gastronomico. L’attacco al palato è cremoso, ampio, ricco di rimandi di piccola pasticceria, burro fresco e frutta bianca matura, ma lo sviluppo è serrato da una sapidità persistente. Una certezza assoluta per la mescita qualificata e la ristorazione d’autore.
Colection Terroir Meunier 2021 – Sylvie Moreau (100% Pinot Meunier). Una micro-cuvée da millesimo unico che gioca sulla corda della tensione più estrema, patrimonializzando un’annata poco felice. L’ingresso al palato è dominato da una polpa fragrante e fragolina di bosco, immediatamente rinvigoriti da una verve agrumata affilata e da una chiusura salina persistente. Un Meunier nudo e profondamente territoriale.
Edition n°6 Collection Privée 2011 – Sylvie Moreau (50% Pinot Noir, 50% Chardonnay). Lo Champagne inteso come haute couture. L’Edition n°6 celebra il millesimo 2011 attraverso un blend paritario di Pinot Noir e Chardonnay, affinato sui lieviti per oltre dieci anni. La lunga sosta regala una complessità terziaria magnetica: l’olfatto si muove tra nuances di pera matura, abbrivi balsamici, sottobosco e note tostate. In bocca, è elegantemente opulento, sorretto da una freschezza quasi austera che chiude su un registro minerale assai persistente. Una cuvée matura, cerebrale e di rara reperibilità.
Scenari di mercato: lo Champagne asset rifugio
La Champagne Experience stimola sicuramente a riflessioni di differente tenore, offrendo uno spaccato chiaro e variegato del mondo del vino, protagonista di una fase di profonda polarizzazione. Se i vini di massa soffrono una contrazione strutturale dei consumi, lo Champagne dimostra invece una resilienza anti-ciclica unica, comportandosi quasi come un bene rifugio.
Il mercato italiano si conferma il quinto Paese importatore a livello globale per volume, ma tra i primissimi per valore medio a bottiglia. Il consumatore italiano sembra non più interessato alla mera “bollicina delle feste”, e inizia a preferire l’identità del singolo lieu-dit, la parcellizzazione esasperata, la filosofia biologica o biodinamica del piccolo recultant.
L’evento di Bologna ha sancito quindi questo cambio di paradigma. Lo Champagne non è più semplicemente un calice da bere, ma una etichetta da studiare, decodificare e, perché no, collezionare.
Manuela Mancino – Senza etichetta
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13 Ottobre, 2026
Piero Carta ed il Filet. Il mito ossidativo della Malvasia di Bosa
Nel cuore della Planargia, il Filet di Piero Carta si fa ambasciatore coraggioso della declinazione più pura, ancestrale e, forse, discussa, del territorio: la Malvasia in stile ossidativo. Quintessenza di un terroir, icona di uno state of mind, questa etichetta di Piero è un presidio di territorio e un baluardo di cultura sarda che rischia di scomparire.
È un presidio indiscusso di cultura e una sintesi eloquente di territorio la Malvasia di Bosa. Unica, come quell’anfiteatro naturale in cui nasce; imitabile, come quel pot-pourri di sapienza e coscienza che ne connota la genesi. Ed infatti, in un panorama vitivinicolo contemporaneo che tende all’omologazione stilistica, la Malvasia di Bosa è l’emblema di minuscole enclave capaci di resistere attraverso la reiterazione di gesti antichi. La Planargia, quell’angolo di Sardegna stretto tra il mare e la collina, custodisce oggi una delle denominazioni più intime e piccole d’Italia, che conta appena una trentina di ettari vitati.
L’etichetta di Piero è un dialogo di vicinanza, coerenza e diversità. È una connessione tra locale e globale, tra campagna e contesto urbano, lungo un viaggio slow e green.
La genesi di un’unicità tutta italiana: la storia della Malvasia di Bosa
La presenza del vitigno Malvasia in terra sarda affonda le radici nelle correnti commerciali del Mediterraneo bizantino, ma è a Bosa e nei comuni limitrofi (come Magomadas e Modolo) che questa varietà ha trovato un’interazione con il terroir del tutto peculiare. Le vigne poggiano su suoli prevalentemente calcareo-tufacei ed eocenici, sferzati costantemente dal maestrale; quel vento “di mare” che concentra naturalmente il patrimonio organolettico delle uve e dona una vibrante tensione iodata.
Lungi dall’essere considerata un semplice “bicchiere da bere”, la Malvasia di Bosa è storicamente un catalizzatore sociale, un vino “chi cheret chistionadu” (un vino che chiede di essere discusso), un compagno delle reunion di amici e parenti, il sigillo dell’ospitalità e delle grandi occasioni.
Il tratto distintivo è da sempre la maturazione ossidativa, un processo figlio del tempo e dell’affinamento in botti scolme, che favorisce lo sviluppo di un velo di lieviti filmogeni (la cosiddetta velo de flor o suo voile) analogo a quanto avviene nello Jura o a Jerez.
Piero Carta: Il ricamo della memoria e la scelta radicale del Flor
La storia della cantina ha inizio negli anni Ottanta, quando Paolo, il padre di Piero, impianta qualche filare di vitigni autoctoni su un fazzoletto di circa mezzo ettaro di proprietà di famiglia. Non era semplicemente un hobby, ma un richiamo alla terra, un omaggio alle proprie radici, il desiderio di “produrre in casa” quella Malvasia che da sempre aveva scandito la convivialità in quest’angolo di Sardegna.
Dopo studi in Economia e una serie di coincidenze fortuite, Piero rientra per riprendere in mano le redini delle vigne di famiglia in agro di Magomadas, espandendo la superficie vitata, pur mantenendola su livelli microscopici (meno di due ettari complessivi) per una produzione annua di circa duemila bottiglie.
La sua scelta produttiva è netta, quasi anacronistica rispetto alle derive commerciali che negli ultimi decenni hanno spinto la DOC verso versioni dolci o più a “favor di popolo”: produrre esclusivamente Malvasia in stile ossidativo, come da tradizione. Il nome dell’etichetta, “Filet”, rimanda esplicitamente al celebre ricamo artigianale bosano eseguito dalle donne del borgo (tra cui la nonna del produttore); un parallelismo perfetto con l’ordito paziente e meticoloso necessario in cantina.
La filosofia di Piero Carta: sottrazione e tempo
Se in vigna si escludono totalmente coadiuvanti chimici sistemici, in cantina la vinificazione segue un protocollo di assoluto rispetto della materia prima per permettere all’uva di fine settembre/inizi di ottobre di esprimersi appieno. Ed infatti, dopo una breve macerazione pellicolare, la fermentazione avviene ad opera dei lieviti indigeni e l’affinamento in vecchie barrique e botti di rovere esauste. Lasciate scolme per permettere ai lieviti filmogeni di salire in superficie e tessere il velo di flor, le botti accoglieranno il vino per almeno 3 anni. Ed è proprio durante questo periodo che il vino evolve, arricchendosi di precursori aromatici unici, prima di essere imbottigliato, senza alcuna chiarifica o filtrazione sterile.
Profilo organolettico del Filet
Il Filet si presenta nel calice con una veste cromatica di straordinaria intensità, che si declina in un giallo paglierino carico, con riflessi dorati e brillanti.
Al naso, l’impatto è stratificato ed etereo. L’incipit olfattivo è dominato infatti dalle tipiche note rugose dell’invecchiamento, con nuance di miele di corbezzolo, mallo di noce e mandorla tostata. L’evoluzione nel calice libera una fitta trama di macchia mediterranea (con cenni netti di timo ed elicriso) supportata da intriganti folate iodate, sentori fumé e scorza d’arancia amara.
Il sorso scardina i preconcetti legati alla tipologia: l’ingresso è caldo e avvolgente (forte di una spalla alcolica importante, solitamente compresa tra i 14% e i 16.5% Vol.), ma viene immediatamente verticalizzato da una vibrante lama acida e da una rigorosa sapidità marina. La texture è complessa, asciutta, priva di stucchevolezze zuccherine, che chiude su un finale interminabile dominato da abbrivi di mandorla amara e di mineralità del suolo planargese.
La cantina di Piero è un piccolo caveau che custodisce altresì una verticale di Malvasie; una sorta di “banca del vino” da cui attingere per comprendere la longevità e il dinamismo del Filet durante l’affinamento. Una degustazione che mette a nudo il sapere e il saper fare di Piero; la sua capacità di rispettare la materia leggendo l’annata, per regalare interpretazioni che riflettono necessariamente l’andamento delle stagioni di ogni anno.
Si inizia dalla 2011, secca, lunghissima. Il miracolo di un vino “sofferto”: noce, nocciola e zenzero, poi ancora fieno, tabacco, ghianda, fichi disidratati, cuoio e sfumature balsamiche.
Questo vino è merito di mia moglie Elisa, Nel 2018 ritrovammo una botte contente un vino ridotto. Mentre io, disperato, ero risoluto a buttarlo, lei mi esortò a trasferirlo in damigiana per vedere cosa sarebbe successo. Beh, aveva ragione! Dopo solo un mese il vino era incredibilmente fantastico.
Se la 2003 si caratterizza per una riconoscibile verve sapida e per marcati ricordi marini, la ’98 è un calice di stupefacente lunghezza che lascia riflettere sulle potenzialità del vitigno: un viaggio sensoriale scandito da nuances camaleontiche che passano dal boisé alla tintura di iodio, dalla spezie alla frutta disidratata.
Ed è solo al termine di questa piacevole rassegna che si comprende quanto la Malvasia di Bosa sia un vino di conversazione e “da questionare”, un baluardo culturale di valore inestimabile che si stacca da qualsiasi logica commerciale per farsi pura opera d’arte.
In ogni sorso, quindi, convivono il vento di Magomadas, la pazienza del velo de flor e l’ordito di un ricamo secolare. Rigoroso, viscerale e orgogliosamente anarchico rispetto alle mode commerciali, il Filet dimostra quanto la vera avanguardia enologica, oggi, risieda nella custodia della tradizione e del “gioco” ossidativo. Una bottiglia riservata a chi non cerca un calice rassicurante, ma un l’espressione più pura ed autentica del territorio e della sua storia.
Manuela Mancino – Senza etichetta
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29 Settembre, 2026
Moscato di Terracina. Patrimonio Vivo: dalla terra all'Arca, la rinascita di un'uva millenaria
Il futuro del Moscato di Terracina non nasce in cantina. Nasce dalla consapevolezza che alcuni prodotti raccontano molto più del loro sapore. Dietro ogni grappolo si intrecciano paesaggi, tradizioni, ricordi familiari e una cultura agricola che rischiava di essere dimenticata. Il progetto “Patrimonio Vivo” e l’ingresso nell’Arca del Gusto Slow Food dimostrano che un territorio può ritrovare sé stesso partendo dalla valorizzazione della propria identità più autentica.
Possiamo affermarlo a gran voce: il Moscato di Terracina non è mai stato solo un vino. Chi è cresciuto tra i filari stretti tra i Monti Ausoni e il Tirreno ricorda bene il rito di fine estate, quando i chicchi dorati arrivavano in tavola freschi, croccanti, a chiudere i pranzi di famiglia.
Oggi, quella che per generazioni è stata un’abitudine domestica e contadina sta finalmente trasformandosi in un manifesto culturale contemporaneo; un progetto che valorizza non tanto l’uva, ma il patrimonio storico-paesaggistico ad essa connesso. Perché, in quest’angolo della provincia pontina, fare vino è sempre stato uno state of mind, una ritualità capace di unire agronomi, osti e accademici nel segno della tutela e divulgazione delle consuetudini di un tempo.
Il terroir: dove il mare incontra il tufo
Capire l’anima di questa varietà (un biotipo unico di Moscato Bianco) significa sincronizzarsi con le vibes del terroir unico in cui cresce. Nei terreni di matrice tufacea ricchi di depositi marini, il vigneto vive infatti di contrasti verticali, sviluppando una buccia assai spessa a protezione delle brezze marine e della luce solare. Una buccia che preserva l’acidità fissa e quel corredo aromatico tanto identitario quanto iconico: un pot-pourri di zagara, pesca bianca, miele, salsedine e frutta secca, che non cede mai alla stucchevolezza, perché bilanciato da una sferzante sapidità marina.
L’Arca del Gusto di Slow Food e alleanze di territorio: il progetto “Patrimonio Vivo”
La consapevolezza del valore storico di questo patrimonio – descritto magistralmente da Danilo Mastracco nel volume Il Moscato di Terracina. L’uva di Circe tra Mito e Realtà – ha spinto la chiocciola piemontese ad agire. L’inserimento dell’uva fresca nell’Arca del Gusto di Slow Food non è un’operazione nostalgica fine a se stessa, ma la presa di coscienza del suo profondo valore identitario, nonché il manifesto desiderio di sottrarla al rischio di logiche di massa per farne un catalizzatore di economie locali.
Questo impegno si è tradotto infatti in una concreta sinergia territoriale attraverso il progetto “Moscato di Terracina – Patrimonio Vivo”, nato nel 2026 dalla collaborazione tra l’Associazione Ristoratori Terracina a Tavola e Gastronomica – Festival del Gusto (lungimirante festival ideato da Andrea D’Onofrio, founder dell’agenzia di comunicazione strategia Tango360).
L’iniziativa scardina quel pregiudizio che ha relegato per anni il Moscato a mero calice a tutto pasto, portando i grappoli freschi direttamente nei ristoranti della città. L’esperimento di incuriosire il cliente con la degustazione dell’uva tal quale o con intriganti abbinamenti, è sicuramente riuscito.
Il banco di prova: la serata presso la Locanda Ruggieri di Terracina
A confermare quanto il Moscato in cucina sia una solida certezza e non una tendenza passeggera, la Locanda Ruggieri e Slow Food Terracina hanno organizzato una serata interamente dedicata al vitigno “in tutte le sue forme”. Lo scorso 17 settembre, lo Chef Patron Michele Ruggieri ha incuriosito gli ospiti con piatti dalla forte matrice territoriale, a volte riletti con quel q.b. di estro che non guasta mai.
Il camembert ripieno di uva Moscato e olio extravergine di oliva rilegge l’abbinamento nazional-popolare che vuole la frutta abbinata al formaggio. Un goloso inizio che rivela tutta la verve aromatica ed il carattere del vitigno, capace di conferire una piacevole nota crunchy ed un patrimonio organolettico-gustativo tanto ammaliante quanto inatteso.
Le alici panate e fritte, servite con maionese all’aceto di Moscato, vanità di tradizione, sono un felice matrimonio a km0 che impegna il palato in un divertente gioco di “puccia-mangia-bevi-riassaggia”. Un morso godurioso che vorresti non finisse mai.
Se su carta il baccalà, zucchine alla mentuccia e Moscato poteva destare qualche perplessità, in bocca si è invece risolto in un sottile enseble agrodolce e in un inatteso ricordo di fine estate. L’assaggio è un viaggio nei profumi e nei sapori di Terracina, tra la Costa e l’entroterra.
La gricia di mare con il Moscato è, senza dubbio, una forchettata goliardica che cerca nell’uva la non semplice liaison tra le cozze, il guanciale ed il Pecorino. Buona l’intuizione, da calibrare i q.b. dei vari ingredienti per rendere il boccone più suadente.
Lo spiedino di rana pescatrice, polpo, mazzancolle, Moscato e peperoni con salsa di zucchine alla scapece, è tanto un inno alla terra di origine dello chef (la Valle d’Itria) quanto a quella d’adozione. Nel piatto, emerge infatti la dimestichezza con l’arte dei fornelli (e le sue varianti) e con la cucina di mare, per un risultato che colpisce per un equilibrio fatto di contrasti mai eccessivi.
Chiusura dolce affidata alla tartelletta con uva moscato che lasica esprimere l’uva nella sua complessità, preservandone texture e profilo aromatico senza snaturarla.
L’abbinamento con i vini della Cantina Sant’Andrea, lo Spumante “Oppidum” 2025 Brut I.G.T. Lazio e lo Spumante dolce “Templum” I.G.T. Lazio, ha reso possibile un interessante confronto sulle differenti interpretazioni del vitigno e sulla sua duttilità.
Un nuovo “State of mind” territoriale
Terracina sta assistendo, grazie a queste iniziative, alla nascita di una comunità attiva e consapevole. Vignaioli, artigiani, ristoratori e cittadini hanno compreso finalmente il potere simbolico del Moscato: scegliere, cucinare e raccontare questo vitigno significa rivendicare con orgoglio un’appartenenza, rifiutando l’omologazione del gusto.
Il Moscato di Terracina non è più solo un vino da fine pasto o da aperitivo, ma il filo conduttore di un turismo enogastronomico moderno, sostenibile e profondamente colto. È la dimostrazione che quando un territorio si stringe intorno alla sua risorsa più autentica, il passato smette di essere nostalgia e diventa, a tutti gli effetti, un “patrimonio vivo” in grado di nutrire il futuro. Ed i ristoratori, in quest’ottica, diventano i custodi di una memoria storica fatta di aneddoti e tradizioni da trasmettere alle prossime generazioni. Perché un patrimonio non è veramente salvaguardato se non viene trasmesso.
Manuela Mancino – Senza etichetta
Su Instagram è @manuela.mancino.31
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30 Giugno, 2026
La Guida ai migliori panifici d’Italia: il Gambero rosso seleziona 550 indirizzi e 70 Tre Pani
Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la guida I Migliori Panifici d’Italia 2027 del Gambero Rosso. Il volume racconta l’evoluzione di uno dei settori più dinamici dell’artigianato alimentare italiano, attraverso una selezione di 550 locali lungo tutta la Penisola, 70 indirizzi Tre Pani e 40 nuove insegne.
La nuova edizione della Guida traccia le coordinate di un settore in continua evoluzione e costante rivoluzione, tra agricoltura, biodiversità ed artigianato. Il comparto, infatti, risulta sempre più attento alla filiera, ai campi, ai cereali, ai rapporti con gli agricoltori e alla valorizzazione della biodiversità. Il pane non è più soltanto un prodotto quotidiano, ma uno strumento attraverso cui raccontare territori, economie locali, sostenibilità e cultura alimentare.
Il tessuto italiano del comparto sembra confermare quella micro-artigianalità tutta italiana: accanto alle botteghe storiche crescono dunque microforni urbani, forni agricoli, bakery contemporanee e laboratori che lavorano con farine biologiche, grani locali, lievito madre vivo e lunghe fermentazioni. Non già moda passeggera, ma una rinnovata sensibilità della New Generation e Vecchia Guardia verso la sostenibilità, che si traduce nell’impiego delle cosiddette popolazioni evolutive, mix di varietà cerealicole che favoriscono biodiversità, resilienza climatica e qualità agricola.
Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography
Le valutazioni sono state elaborate secondo il tradizionale metodo Gambero Rosso, fondato su visite anonime, assaggi e verifiche sul campo effettuate da una rete di collaboratori coordinata dalla redazione. I panifici vengono premiati con uno, due o tre Pani a seconda del grado di qualità raggiunto. Tra i criteri adottatii, figurano ricerca delle materie prime, tecnica, continuità produttiva, identità territoriale, trasparenza della filiera e valore complessivo del progetto artigianale.
La Guida testimonia l’inizio di un movimento agricolo orientato alla riscoperta dei molti valori intrinseci ad una pagnotta: il lavoro di chi coltiva il grano, di chi lo macina, di chi lo impasta e cuoce. Ma, soprattutto, convivono scelte: selezionare un certo tipo di farina, un’agricoltura sostenibile e una filiera corta non è mai una decisione neutra, perché produce effetti sull’andamento economico-culturale del Paese. Emerge quindi la necessità di adottare un paradigma diverso, basato sulla diversificazione produttiva e su filiere integrate o autentiche.
Premi Speciali 2027
Panificio dell’Anno: Pezz de Pane – Frosinone
Panificatore Emergente: Massimo Ingegni – Ingrano Forno Artigianale, Mercatello sul Metauro (PU)
Novità dell’Anno: Le Lucciole – Lucca
Pane e Territorio: Ilo – Pane Pensiero, Vercelli
Panificatori che hanno fatto la storia – Premio 40 anni Gambero Rosso: Gabriele Bonci – Panificio Bonci, Roma Davide Longoni – Davide Longoni Pane, Milano Ezio Marinato – Marinato, Cinto Caomaggiore (VE) Eugenio Pol – Vulaiga, Fabello (VC)
Al di là dei premi e riconoscimenti, una guida dedicata ai panificatori ha il grande merito di confermare il ruolo centrale del pane come elemento culturale, agricolo e identitario del nostro Paese. Un settore che ha la capacità di innovare senza perdere il legame con le proprie radici contribuendo a rendere i consumatori sempre più consapevoli.
Manuela Mancino – Senza etichetta
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29 Giugno, 2026
La guida ai migliori Oli d'Italia 2026/2027 del Gambero Rosso: 156 Tre Foglie e 15 Premi Speciali
Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la sedicesima edizione della guida. Un compendio, che diventa digitale, di 365 aziende e 735 olii italiani realizzato dal Gambero Rosso in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena.
Sono ben 156 le Tre Foglie assegnate dalla guida I migliori Oli d’Italia 2026/2027, il massimo riconoscimento conferito dal Gambero Rosso agli oli extravergine che hanno raggiunto i più elevati standard qualitativi. La sedicesima edizione della guida, realizzata in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena e presentata a Napoli lo scorso 19 giugno nell’ambito di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, recensisce 365 aziende e 735 oli provenienti da tutta Italia e assegna 15 Premi Speciali alle realtà che si sono distinte per qualità, innovazione e valorizzazione del territorio.
Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography
Giunta alla sua sedicesima edizione, I migliori Oli d’Italia 2026/27 inaugura una nuova fase del percorso editoriale del Gambero Rosso. La guida è infatti disponibile in formato digitale e consultabile gratuitamente online previa registrazione, con un’esperienza di lettura progettata per rendere ancora più semplice e immediata la scoperta di aziende, oli e territori. Uno strumento pensato per operatori del settore, buyer, ristoratori e consumatori appassionati, costruito attraverso degustazioni e valutazioni sensoriali che valorizzano il meglio dell’olivicoltura italiana.
La scelta di presentare la guida durante Rotte Mediterranee nasce dalla volontà di collocare l’olio all’interno di un racconto più ampio che parla di territori, persone e futuro, riconoscendogli quel ruolo cardine di ambasciatore della cultura mediterranea.
La guida segna pertanto un cambio di paradigma comunicativo: non più un racconto basato sul linguaggio della tecnica, ma sulla sfera del piacere. Perché se è vero che un buon vino abbinato ad un giusto piatto riesce a valorizzarlo, è altresì vero che un grande extravergine è capace di trasformare una pietanza semplice in un’esperienza memorabile.
I Premi Speciali
Azienda dell’anno: Accademia Olearia, Alghero (SS)
Frantoio dell’anno: Le Tre Colonne, Giovinazzo (BA)
Olivicoltore dell’anno: Trebbio, Scarperia e San Piero (FI)
Miglior biologico: Frantolio – Trisole Monocultivar Coratina Bio, Cisternino (BR)
Miglior blend: Ursini – Opera Mastra, Fossacesia (CH)
Miglior monocultivar: Oilivis – Futura Monocultivar Picholine, Carpino (FG)
Miglior fruttato leggero: Bonamini – Monocultivar Grignano, Illasi (VR)
Miglior fruttato medio: Viola – Almanacco Monocultivar Frantoio, Foligno (PG)
Miglior fruttato intenso: Alfredo Cetrone – Dop Colline Pontine Monocultivar Itrana, Sonnino (LT)
Novità dell’anno: Trivio Tre Storie d’Olio, Montalbano Jonico (MT) Frantoio di Montalcino, Montalcino (SI)
Miglior Olio D.O.P.: Viragì – Polifemo Dop Monti Iblei Sottozona Gulfi Monocultivar Tonda Iblea, Chiaramonte Gulfi (RG)
Miglior Olio I.G.P. Ciccolella – Cru Igp Puglia Bio, Molfetta (BA)
Premio Olio&Vino: Tenuta Lagala, Venosa (PZ)
Premio Olio&Turismo: Malenchini, Bagno a Ripoli (FI)
Cooperativa dell’anno: Frantoio di Riva, Riva del Garda (TN)
Nella speranza di assistere ad una costante diffusione della cultura dell’olio, non resta che attingere dalla guida per selezionare gli extravergini da portare a tavola e per concedersi una gita fuori porta in uno dei bellissimi frantoi e oliveti di cui la nostra Italia è ricca.
Manuela Mancino – Senza etichetta
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27 Giugno, 2026
Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro
La quinta edizione dei Vini di Abbazia, andata in scena nella cornice d’elezione del complesso di Fossanova, ha riscosso un importante successo di pubblico e dimostrato come la New Generation dei consumatori sia alla ricerca di sostenibilità vera e autenticità del racconto. Così, tra banchi di assaggio, masterclass e degustazioni, la kermesse ha superato le 5000 presenze.
Il silenzio come primo ingrediente agronomico, la pietra come custode di saperi antichi e una biodiversità preservata per secoli tra le mura cistercensi. È stato questo il focus della quinta edizione di Vini d’Abbazia, andata in scena dal 12 al 14 giugno 2026 nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Fossanova a Priverno, che ha riscosso un vasto successo di pubblico, superando le 5.000 presenze. Ma il dato veramente rilevante non risiede tanto o solo nei numeri, quanto nella decodifica di un fenomeno antropologico ed enologico: l’ancestrale capacità dei monasteri di generare vini dotati di una verticalità e di un’identità genetica non replicabili altrove.
L’evento – promosso da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e dall’Azienda Speciale Informare – ha trasformato il complesso dell’Abbazia di Fossanova in un laboratorio a cielo aperto in cui la storiografia monastica ha dialogato direttamente con la moderna enologia e le neuroscienze. Ed infatti, le attuali conoscenze maturate nel settore riescono oggi a valorizzare il lavoro svolto nei secoli dai monaci, che operavano una selezione clonale empirica ante-litteram, isolando i vitigni più resilienti e qualitativamente superiori.
Nelle abbazie, quindi, il vino non è mai nato per ragioni puramente mercatili, ma costituiva il fulcro liturgico, una forma di sostentamento e di farmacia “primordiale”, dettati da un concetto differente di tempo. Un tempo non commerciale, dunque, ma scandito dalla preghiera e dalle stagioni; un tempo che permetteva lunghi affinamenti nelle cripte in pietra con condizioni di temperatura e umidità ideali per l’ottimale evoluzione del vino.
Gli assaggi, tra scoperte e conferme
Abbazia di Propezzano – Colline Teramane Trebbiano d’Abruzzo Superiore “Mab” D.O.C. 2023 (100% Trebbiano). Un trebbiano fortemente mediterraneo questa etichetta dell’Abbazia di Propezzano, che si esprime al naso con nuances di pesca matura, zenzero, zafferano e fiori gialli. In bocca, è glicerico e avvolgente, con una lunga persistenza su note di tiglio e frutta disidratata. Un calice che testimonia le potenzialità e la duttilità del vitigno.
M di Trama – “Capofitto” 2024 (100% Greco). Espressione inattesa questo Greco macerato che porta con sé il corredo olfattivo proprio delle bucce. Il bouquet è infatti un pot-pourri di erbe aromatiche, agrumi e frutta a pasta gialla. La bocca è sferzante ed eredita tutto il carattere dei suoli vulcanici sui cui è coltivato e dei lieviti indigeni. Una bevuta fortemente identitaria.
M di Trama – “Piedefermo” 2023 (100% Cesanese). L’eleganza inattesa di un Cesanese coltivato fuori dai territori “canonici”, che si presenta all’olfatto con una piacevole polifonia di erbe aromatiche, frutta scura e abbrivi di speziatura fine propri del vitigno. La bocca è equilibrata, con un tannino perfettamente integrato nella texture di un vino dal grande potenziale evolutivo.
Colleformica – “Biancofiore” 2024 (80% Malvasia di Candia, 20% Trebbiano Toscano). Un’etichetta che rivendica a ragione il potenziale dell’agro vulcanico di Velletri, presentandosi con un blend di sensazioni ben stratificate: dall’agrumato alla macchia mediterranea, passando per tutte le declinazioni di frutta e fiori bianchi. La beva è agevole, grazie alla freschezza e la sapidità minerale che chiudono su note vegetali dalla persistenza non scontata. Un calice da bere all-day long.
Colleformica – “Formica Rossa” 2024 (100% Sangiovese). Un Sangiovese che, per eleganza e per equilibrio, nulla ha da invidiare ai vicini Toscani. Il naso gioca con ricordi di frutta rossa croccante e di fiori rosa, sorretti da una piacevole speziatura di pepe nero e tabacco. Il sorso è fine e scorrevole, pervaso da un tannino armonico e da una percepibile freschezza che invita al riassaggio. Una bottiglia compagna del convivio e delle chiacchierate.
Cantina Morichelli – “Cardo” 2024 (100% Vermentino). Etichetta inattesa per la finezza espressiva di un vitigno che spesso trova difficoltà al di fuori dei territori di elezione. Il “Cardo” ha invece un profilo aromatico nitido e raffinato: frutta bianca matura e leggere note minerali anticipano un sorso secco, sapido e incredibilmente fresco, che è il riflesso dei suoli vulcanici nei pressi del Lago di Bracciano su cui è impiantato. La sensibilità di un vino autentico e di carattere.
Le Lase – Lazio Bianco “Evan” I.G.P. 2024 (70% Pinot Bianco, 30% Incrocio Manzoni). Un’etichetta da menzionare per l’interpretazione non banale di un uvaggio internazionale, in quel di Orte, che strizza l’occhio alla tradizione veneta. Si presenta con un bouquet che unisce armonicamente fiori e frutta bianca, erbe aromatiche e mineralità. Non scontato l’assaggio, che rivela quel q.b. di sapidità capace di agevolare la bevuta.
Villa Pacchiarotti – Lazio Bianco “Ramatico” I.G.P. 2021 (100% Aleatico). Una bottiglia che lascia piacevolmente interdetti anche i più esperti ed appassionati. Una lettura dell’Aleatico sicuramente poco usuale, che si muove tra profumi di rosa canina, gelsomino, ginestra e pesca gialla, pervasi da un accenno di dosata e ricercata evoluzione. La bocca è sapida, bilanciata tra persistenza e freschezza. Un sorso sicuramente fuori dagli schemi.
Le Cerquette – Cesanese di Olevano Romano “Waco” D.O.P. 2021 (100% Cesanese). Quintessenza dell’espressività fine del vitigno, questa etichetta si lascia apprezzare e ricordare per la rara armonia d’insieme. Il bouquet è tanto ampio quanto sinuoso con note di viola, mora e prugna, arricchite da spezie balsamiche, mentre il sorso è un riuscitissimo connubio di eleganza, setosità del tannino, sapidità e avvolgenza. Un calice ambasciatore di una denominazione che spesso fatica a superare i confini regionali.
Lotti – “Ascaro” 2022 (Merlot – Petit Verdot). Un’etichetta da apprezzare per la correttezza esecutiva di un uvaggio internazionale che ben si difende rispetto alle più nobili espressioni d’Oltralpe. Colpisce soprattutto all’assaggio per un raro leit-motiv di freschezza a tratti ematica che rende agile la beva e rinvita al sorso successivo.
Abbazia di Praglia – Colli Euganei Merlot “Pratalea” D.O.C. 2022 (95% Merlot, 5% Raboso). Vino fortemente identitario di un territorio e di una filosofia di produzione; una tipica espressione dell’entroterra padovano laddove i vitigni assumono un timbro di “alloctono”. La mineralità e la sapidità ereditati dai suoli a matrice vulcanica, infatti, riescono ad alleggerire la ridondanza gustolfattiva dei vitigni.
Il ricambio generazionale del consumo consapevole
Il più grande traguardo della quinta edizione di Vini d’Abbazia, come evidenziato dallo stesso ideatore Rocco Tolfa, risiede nell’aver avvicinato un pubblico giovane, sempre più sensibile a concetti di sostenibilità e allo story telling autentico. Una nuova generazione di consumatori alla ricerca del racconto, della genesi del mito e del contenuto tecnico di ogni etichetta, che ha vissuto gli oltre 30 banchi di assaggio non già come un momento di consumo ludico, ma come un’occasione unica di trasmissione culturale.
La sapienza del silenzio, la precisione della terra e il respiro di una vocazione millenaria definiscono infatti l’essenza stessa della viticoltura monastica. Non si tratta solo di agricoltura, ma di un’eredità immateriale che rende il vino il riflesso del sacro. Le abbazie europee, scrigni di un sapere rimasto intatto tra le mura dei chiostri, continuano a rappresentare la più pura espressione del binomio vitigno-territorio.
Questo testimonia quanto il vino d’abbazia – con la propria etica produttiva inscindibile dal rispetto della terra e quel q.b. di rigore formale – possieda le giuste chiavi comunicative per rispondere alla domanda di consumatori sempre più orientati all’autenticità e alla sostenibilità reale.
Manuela Mancino – Senza etichetta
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