Bollicine e dintorni è uno spazio dove il vino diventa racconto, emozione, memoria.
Un viaggio nel mondo dei vini spumanti con la bollicina a fare da filo conduttore di storie, territori e passioni, con un occhio di riguardo ai piccoli produttori, ogni calice racconta eleganza, attesa e identità.
E poi i “dintorni”: deviazioni curiose verso vini fermi, incontri inattesi e realtà che meritano di essere scoperte, perché il vino non è mai solo ciò che versiamo, ma tutto ciò che gli ruota intorno
7 Settembre, 2026
Mosella. Il punto di equilibrio
Riesling, terroir e rapporto tra dolcezza, freschezza e mineralità
La Mosella si presenta con un paesaggio molto riconoscibile: il fiume, i piccoli paesi lungo le rive e i vigneti che risalgono pendii spesso molto ripidi. È però iniziando a degustare che emergono le differenze più interessanti.
Nel giro di pochi chilometri cambiano esposizioni, pendenze, microclimi e suoli. L’ardesia assume tonalità e caratteristiche differenti, mentre maturazione delle uve e scelte del produttore completano il quadro. Il Riesling resta il filo conduttore, ma nel bicchiere può assumere forme molto diverse: completamente secco oppure con residuo zuccherino, più sottile o più concentrato, con il frutto in primo piano oppure maggiormente segnato dal suolo.
Durante alcuni giorni trascorsi tra Brauneberg, Zeltingen-Rachtig, Bernkastel, Wehlen, Mülheim, la Ruwer e Pünderich, l’interesse principale è stato capire perché vini nati a poca distanza l’uno dall’altro potessero risultare così diversi. Il Riesling conserva naturalmente acidità elevate; il clima favorisce maturazioni lente e i terreni di ardesia, insieme alle forti pendenze e alle esposizioni favorevoli, incidono sul carattere dei vini. Anche il residuo zuccherino va letto in questo contesto: in Mosella un vino dolce non è necessariamente pesante e un trocken non deve essere per forza austero. Conta soprattutto il rapporto tra maturità, acidità, zucchero residuo e struttura.
Per orientarsi tra le diverse tipologie è utile separare due aspetti che spesso vengono confusi. Kabinett, Spätlese e Auslese indicano innanzitutto un diverso grado di maturazione delle uve al momento della raccolta. Il Kabinett parte generalmente da uve meno mature e dà vini più sottili e leggeri; nello Spätlese aumenta la maturità del frutto e con l’Auslese cresce ulteriormente la concentrazione. Questo però non significa che Kabinett, Spätlese e Auslese corrispondano automaticamente a vini via via più dolci.
Il secondo elemento è il residuo zuccherino del vino finito, che dipende anche dalle scelte di vinificazione. La dicitura trocken identifica un vino secco; feinherb viene utilizzato per vini con una maggiore morbidezza e una presenza zuccherina percepibile, ma sostenuta dall’acidità; nei vini fruchtsüss la componente dolce è invece più evidente. Per comprendere davvero un Riesling della Mosella bisogna quindi leggere insieme questi due livelli: la maturità dell’uva da cui nasce e il modo in cui zucchero residuo, acidità e struttura trovano il loro equilibrio nel bicchiere.
Brauneberg
Brauneberg è stata la nostra base durante il viaggio e si è rivelata una buona posizione da cui iniziare a leggere il territorio. Il paese corre lungo la Mosella e alle sue spalle sale il Brauneberger Juffer. Dal basso colpisce soprattutto la pendenza dei vigneti; salendo diventa più chiaro il rapporto tra versante, esposizione e fiume.
Qui abbiamo soggiornato presso il Weingut Gehlen-Cornelius, una realtà familiare diversa per dimensioni e impostazione dalle aziende più note incontrate nei giorni successivi. Gli spazi sono semplici e raccolti, senza una separazione netta tra luogo di lavoro e accoglienza, e restituiscono bene la dimensione familiare della cantina. A presentarci i vini è Daniel Gehlen, con un approccio diretto e concreto, concentrato soprattutto sul vigneto e sul carattere dei diversi Riesling.
Il Brauneberger Juffer Riesling Trocken 2024 mostra bene questa impostazione. Secco e lineare, ha un frutto nitido, freschezza ben integrata e una vena minerale che ne prolunga il finale. Non cerca concentrazione esasperata né particolare complessità, ma conserva una chiara identità territoriale. È un vino utile anche per ricordare che la Mosella non vive soltanto delle sue etichette più prestigiose: il carattere del territorio può essere leggibile anche in bottiglie più immediate e accessibili.
Günther Steinmetz
Da Günther Steinmetz la degustazione si svolge all’aperto, in un piccolo giardino tra piante e fiori, sotto una struttura in ferro che ripara il tavolo. Il contesto è informale e rende subito percepibile la dimensione artigianale della cantina.
È Günther Steinmetz stesso ad accompagnarci nell’assaggio, con un racconto concentrato sulle parcelle, sulle vecchie vigne e sulle differenze tra i singoli siti. Il Graacher Domprobst Riesling Trocken “Alte Reben” 2022 mostra un profilo più intenso. Al naso emergono ardesia fumé e pietra focaia, seguite da limone maturo, pompelmo giallo, pesca bianca, erbe aromatiche e leggere sfumature balsamiche. Al palato è asciutto e succoso, con acidità netta e una marcata impronta salina. Il finale è lungo, con ritorni minerali ed erbacei.
Rispetto al Brauneberger Juffer di Gehlen-Cornelius, il frutto arretra e lascia maggiore spazio alla tensione e alla profondità. Le vecchie vigne contribuiscono alla concentrazione senza appesantire il sorso. Il confronto mostra quanto possano cambiare due Riesling secchi nati a poca distanza. Markus Molitor Con Markus Molitor cambia la scala. La sede conserva all’esterno il carattere della Mosella, con una facciata in pietra e una grande scalinata che conduce agli ambienti di degustazione. La sala è luminosa ed elegante: pareti chiare, un lungo tavolo in legno prestigioso, pochi elementi decorativi e tutto concentrato sull’assaggio.
A guidarci è Annika, che rende leggibile una gamma molto ampia, accompagnandoci tra vigneti, livelli di maturazione e differenti interpretazioni del Riesling. Per orientarsi viene utilizzato il noto sistema delle capsule: bianca per i vini secchi, verde per quelli feinherb, oro per le versioni fruchtsüss. Il Bernkasteler Doctor Riesling *** 2021, capsula bianca, rappresenta bene questa impostazione. Il Doctor è uno dei vigneti più conosciuti della Mosella e il vino appare ancora giovane e raccolto. L’acidità è incisiva, la componente minerale ben definita e la materia importante. Il frutto resta più indietro e il sorso si sviluppa soprattutto sulla tensione.
Non è un Riesling immediato. Le diverse componenti sono ancora in fase di integrazione, ma la struttura lascia intuire una notevole capacità evolutiva. Rispetto a Steinmetz aumenta la profondità e il vino richiede più tempo per distendersi. Dr. Loosen Da Dr. Loosen la cantina si apre su un ampio cortile in pietra, delimitato da muri in ardesia, con i vigneti che salgono subito alle spalle della proprietà. All’interno la degustazione si svolge in una grande sala scandita da volte bianche e colonne, con lunghi tavoli in legno e un’impostazione più strutturata.
È Ernst Loosen stesso ad accompagnarci nell’assaggio, riportando il discorso ai vigneti e alle differenze tra i grandi cru della Mittelmosel. L’Ürziger Würzgarten Riesling Spätlese Tradition 1993 è uno degli assaggi più significativi del viaggio. Dopo oltre trent’anni, il residuo zuccherino non appare più come una componente separata. Il frutto ha assunto tonalità mature e complesse, mentre l’acidità continua a sostenere il vino e a conservarne dinamismo. Il Würzgarten aggiunge una speziatura evidente che porta il vino verso un profilo più maturo e articolato.
L’interesse non è soltanto nella capacità di conservarsi nel tempo, ma nel modo in cui l’evoluzione ha modificato le proporzioni. La dolcezza si è integrata, la freschezza resta presente e il vino ha acquisito maggiore compattezza. L’acidità non serve quindi soltanto a dare slancio al Riesling giovane, ma diventa una componente strutturale della sua longevità. Joh. Jos. Prüm A Wehlen, da Joh. Jos. Prüm, la sede ha il carattere di una dimora storica, con facciata in pietra, elementi decorativi e un’impostazione elegante ma non monumentale. La degustazione si svolge in una sala arredata elegantemente, con poltroncine e un grande tavolo imperiale, in un contesto dal tono elegante e prestigioso.
A guidarci è Mariana, che accompagna il percorso attraverso Kabinett, Spätlese e Auslese con grande chiarezza, rendendo comprensibili le differenze tra maturazione, dolcezza e acidità. Il Graacher Himmelreich Riesling Spätlese 2015 è un esempio particolarmente chiaro. Il residuo zuccherino è evidente, ma il vino conserva agilità. L’acidità attraversa il sorso, il frutto resta preciso e la gradazione alcolica contenuta contribuisce alla leggerezza complessiva. Nel finale compare una vena minerale che evita eccessi di morbidezza.
Definirlo semplicemente “dolce” sarebbe riduttivo. Lo stile di Prüm si riconosce proprio nella capacità di ottenere profondità senza volume eccessivo. Rispetto al 1993 di Loosen, il 2015 mostra un momento evolutivo differente: maggiore freschezza, frutto più definito e un equilibrio ancora sostenuto soprattutto dall’acidità. Max Ferd. Richter Da Max Ferd. Richter si entra in una cantina dal carattere fortemente tradizionale. All’esterno dominano pietra scura e legno, con una struttura che conserva l’aspetto di una Weingut storica. La degustazione si svolge invece in una stanza molto accogliente, con raffinata carta da parati a motivi vegetali e un tavolo preparato con eleganza e schede e mappe dei vigneti.
A condurla è Dr. Dirk Richter. Il racconto affascinante parte spesso dalle parcelle, dalla continuità familiare e dalla storia tedesca ed europea per arrivare direttamente ai vini. Il Wehlener Sonnenuhr Riesling GG “Uralte Reben” trocken 2024 rappresenta bene questa impostazione. Le vigne molto vecchie portano profondità e concentrazione, ma il vino conserva eleganza. Il frutto è definito, l’acidità ben integrata e la vena minerale accompagna il sorso senza dominarlo.
Accanto alla maggiore severità del Bernkasteler Doctor di Molitor, questo Riesling appare più disponibile fin dall’assaggio. È completamente secco, ma maturità e freschezza rimangono ben proporzionate e la profondità non compromette la precisione. Maximin Grünhaus A Maximin Grünhaus la degustazione si svolge in una sala luminosa, con un grande tavolo in legno, librerie e scaffali con le bottiglie della tenuta. Accanto ai calici e alle schede compaiono campioni di roccia provenienti dai diversi vigneti, un dettaglio che rende immediato il legame tra suolo e vino.
Rebecca costruisce il percorso sul confronto tra Abtsberg, Herrenberg e Bruderberg, spiegandone differenze di esposizione, struttura e stile prima di ritrovarle nel bicchiere. Il vino che più chiaramente mostra il rapporto tra maturazione, dolcezza e freschezza è l’Abtsberg Riesling Beerenauslese 2018. Con la Beerenauslese entriamo in una categoria diversa: uve fortemente concentrate e una presenza zuccherina importante danno origine a un Riesling di grande ricchezza.
La dolcezza, tuttavia, non si traduce in pesantezza. La concentrazione del frutto trova nell’acidità il proprio contrappeso e mantiene il sorso dinamico. La maturità porta intensità e profondità, mentre la freschezza conserva precisione e prolunga il finale.
È uno degli assaggi che spiegano meglio perché, parlando di Mosella, sia poco utile giudicare un vino soltanto in base alla quantità di zucchero residuo. Una Beerenauslese può essere intensamente dolce e al tempo stesso conservare tensione e leggibilità. Clemens Busch A Pünderich, da Clemens Busch, la casa, poco riconoscibile mancando qualsiasi riferimento, conserva all’esterno il carattere tradizionale della Mosella, con elementi a graticcio, decorazioni dipinte e un ingresso in pietra. La degustazione avviene in una piccola stanza, con travi in legno a vista e bottiglie disposte lungo una mensola. Il contesto è intimo e privo di formalità, più commerciale, molto diverso dalle realtà più strutturate visitate nei giorni precedenti.
Qui il discorso torna sulle singole parcelle del Pündericher Marienburg e sulle diverse matrici geologiche che Busch cerca di preservare nei vini. Il Pündericher Marienburg Rothenpfad Riesling Trocken GG nasce in una zona caratterizzata dall’ardesia rossa. Il profilo è speziato, con il frutto relativamente discreto rispetto a molti degli assaggi precedenti. Al palato è teso e salino, con acidità precisa e un finale persistente nel quale tornano spezie e sensazioni minerali.
È un vino meno immediato rispetto a Richter o Gehlen-Cornelius, ma particolarmente utile per comprendere quanto il suolo possa incidere sull’espressione del Riesling. Nel caso di Busch la mineralità non va letta soltanto come un descrittore olfattivo: è soprattutto una sensazione gustativa, legata alla struttura, alla sapidità e alla persistenza del vino. La Mosella dal fiume Dopo diversi giorni di degustazioni, osservare la Mosella dal fiume aiuta a riunire ciò che nel bicchiere era apparso frammentato. Le pendenze, i cambi di esposizione e la successione dei vigneti diventano più leggibili seguendo le anse della valle. Da questa prospettiva si comprende meglio perché, in pochi chilometri, lo stesso Riesling possa assumere caratteri così diversi. Il territorio appare compatto, ma è molto più articolato di quanto sembri osservandolo per la prima volta. Il punto di equilibrio Dopo alcuni giorni e molti Riesling, ciò che inizialmente sembrava difficile da ordinare diventa più chiaro. La Mosella non trova il proprio equilibrio in una quantità precisa di zucchero, in un livello di acidità o in una particolare espressione minerale. Lo trova nel rapporto tra questi elementi, che cambia con il vigneto, con il grado di maturazione delle uve e con l’interpretazione del produttore.
Uno Spätlese di Prüm può avere dolcezza e insieme leggerezza; una Beerenauslese di Grünhaus può raggiungere concentrazioni molto elevate senza perdere tensione; un trocken di Busch può essere severo e salino; il Bernkasteler Doctor di Molitor può affidare alla struttura e al tempo una parte importante del proprio equilibrio.
Sono modi diversi attraverso i quali lo stesso vitigno restituisce un territorio particolarmente articolato. Il Riesling permette di cogliere queste differenze con chiarezza perché conserva acidità, precisione aromatica e capacità di esprimere maturazione, suolo e scelte produttive.
La Mosella trova così la propria identità non in uno stile unico, ma nelle diverse proporzioni con cui freschezza, dolcezza, struttura e mineralità convivono nel bicchiere. Foto: Roberta Chiari Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
Su Instagram è lllll_Luke_lllll!
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È Günther Steinmetz stesso ad accompagnarci nell’assaggio, con un racconto concentrato sulle parcelle, sulle vecchie vigne e sulle differenze tra i singoli siti. Il Graacher Domprobst Riesling Trocken “Alte Reben” 2022 mostra un profilo più intenso. Al naso emergono ardesia fumé e pietra focaia, seguite da limone maturo, pompelmo giallo, pesca bianca, erbe aromatiche e leggere sfumature balsamiche. Al palato è asciutto e succoso, con acidità netta e una marcata impronta salina. Il finale è lungo, con ritorni minerali ed erbacei.
Rispetto al Brauneberger Juffer di Gehlen-Cornelius, il frutto arretra e lascia maggiore spazio alla tensione e alla profondità. Le vecchie vigne contribuiscono alla concentrazione senza appesantire il sorso. Il confronto mostra quanto possano cambiare due Riesling secchi nati a poca distanza. Markus Molitor Con Markus Molitor cambia la scala. La sede conserva all’esterno il carattere della Mosella, con una facciata in pietra e una grande scalinata che conduce agli ambienti di degustazione. La sala è luminosa ed elegante: pareti chiare, un lungo tavolo in legno prestigioso, pochi elementi decorativi e tutto concentrato sull’assaggio.
A guidarci è Annika, che rende leggibile una gamma molto ampia, accompagnandoci tra vigneti, livelli di maturazione e differenti interpretazioni del Riesling. Per orientarsi viene utilizzato il noto sistema delle capsule: bianca per i vini secchi, verde per quelli feinherb, oro per le versioni fruchtsüss. Il Bernkasteler Doctor Riesling *** 2021, capsula bianca, rappresenta bene questa impostazione. Il Doctor è uno dei vigneti più conosciuti della Mosella e il vino appare ancora giovane e raccolto. L’acidità è incisiva, la componente minerale ben definita e la materia importante. Il frutto resta più indietro e il sorso si sviluppa soprattutto sulla tensione.
Non è un Riesling immediato. Le diverse componenti sono ancora in fase di integrazione, ma la struttura lascia intuire una notevole capacità evolutiva. Rispetto a Steinmetz aumenta la profondità e il vino richiede più tempo per distendersi. Dr. Loosen Da Dr. Loosen la cantina si apre su un ampio cortile in pietra, delimitato da muri in ardesia, con i vigneti che salgono subito alle spalle della proprietà. All’interno la degustazione si svolge in una grande sala scandita da volte bianche e colonne, con lunghi tavoli in legno e un’impostazione più strutturata.
È Ernst Loosen stesso ad accompagnarci nell’assaggio, riportando il discorso ai vigneti e alle differenze tra i grandi cru della Mittelmosel. L’Ürziger Würzgarten Riesling Spätlese Tradition 1993 è uno degli assaggi più significativi del viaggio. Dopo oltre trent’anni, il residuo zuccherino non appare più come una componente separata. Il frutto ha assunto tonalità mature e complesse, mentre l’acidità continua a sostenere il vino e a conservarne dinamismo. Il Würzgarten aggiunge una speziatura evidente che porta il vino verso un profilo più maturo e articolato.
L’interesse non è soltanto nella capacità di conservarsi nel tempo, ma nel modo in cui l’evoluzione ha modificato le proporzioni. La dolcezza si è integrata, la freschezza resta presente e il vino ha acquisito maggiore compattezza. L’acidità non serve quindi soltanto a dare slancio al Riesling giovane, ma diventa una componente strutturale della sua longevità. Joh. Jos. Prüm A Wehlen, da Joh. Jos. Prüm, la sede ha il carattere di una dimora storica, con facciata in pietra, elementi decorativi e un’impostazione elegante ma non monumentale. La degustazione si svolge in una sala arredata elegantemente, con poltroncine e un grande tavolo imperiale, in un contesto dal tono elegante e prestigioso.
A guidarci è Mariana, che accompagna il percorso attraverso Kabinett, Spätlese e Auslese con grande chiarezza, rendendo comprensibili le differenze tra maturazione, dolcezza e acidità. Il Graacher Himmelreich Riesling Spätlese 2015 è un esempio particolarmente chiaro. Il residuo zuccherino è evidente, ma il vino conserva agilità. L’acidità attraversa il sorso, il frutto resta preciso e la gradazione alcolica contenuta contribuisce alla leggerezza complessiva. Nel finale compare una vena minerale che evita eccessi di morbidezza.
Definirlo semplicemente “dolce” sarebbe riduttivo. Lo stile di Prüm si riconosce proprio nella capacità di ottenere profondità senza volume eccessivo. Rispetto al 1993 di Loosen, il 2015 mostra un momento evolutivo differente: maggiore freschezza, frutto più definito e un equilibrio ancora sostenuto soprattutto dall’acidità. Max Ferd. Richter Da Max Ferd. Richter si entra in una cantina dal carattere fortemente tradizionale. All’esterno dominano pietra scura e legno, con una struttura che conserva l’aspetto di una Weingut storica. La degustazione si svolge invece in una stanza molto accogliente, con raffinata carta da parati a motivi vegetali e un tavolo preparato con eleganza e schede e mappe dei vigneti.
A condurla è Dr. Dirk Richter. Il racconto affascinante parte spesso dalle parcelle, dalla continuità familiare e dalla storia tedesca ed europea per arrivare direttamente ai vini. Il Wehlener Sonnenuhr Riesling GG “Uralte Reben” trocken 2024 rappresenta bene questa impostazione. Le vigne molto vecchie portano profondità e concentrazione, ma il vino conserva eleganza. Il frutto è definito, l’acidità ben integrata e la vena minerale accompagna il sorso senza dominarlo.
Accanto alla maggiore severità del Bernkasteler Doctor di Molitor, questo Riesling appare più disponibile fin dall’assaggio. È completamente secco, ma maturità e freschezza rimangono ben proporzionate e la profondità non compromette la precisione. Maximin Grünhaus A Maximin Grünhaus la degustazione si svolge in una sala luminosa, con un grande tavolo in legno, librerie e scaffali con le bottiglie della tenuta. Accanto ai calici e alle schede compaiono campioni di roccia provenienti dai diversi vigneti, un dettaglio che rende immediato il legame tra suolo e vino.
Rebecca costruisce il percorso sul confronto tra Abtsberg, Herrenberg e Bruderberg, spiegandone differenze di esposizione, struttura e stile prima di ritrovarle nel bicchiere. Il vino che più chiaramente mostra il rapporto tra maturazione, dolcezza e freschezza è l’Abtsberg Riesling Beerenauslese 2018. Con la Beerenauslese entriamo in una categoria diversa: uve fortemente concentrate e una presenza zuccherina importante danno origine a un Riesling di grande ricchezza.
La dolcezza, tuttavia, non si traduce in pesantezza. La concentrazione del frutto trova nell’acidità il proprio contrappeso e mantiene il sorso dinamico. La maturità porta intensità e profondità, mentre la freschezza conserva precisione e prolunga il finale.
È uno degli assaggi che spiegano meglio perché, parlando di Mosella, sia poco utile giudicare un vino soltanto in base alla quantità di zucchero residuo. Una Beerenauslese può essere intensamente dolce e al tempo stesso conservare tensione e leggibilità. Clemens Busch A Pünderich, da Clemens Busch, la casa, poco riconoscibile mancando qualsiasi riferimento, conserva all’esterno il carattere tradizionale della Mosella, con elementi a graticcio, decorazioni dipinte e un ingresso in pietra. La degustazione avviene in una piccola stanza, con travi in legno a vista e bottiglie disposte lungo una mensola. Il contesto è intimo e privo di formalità, più commerciale, molto diverso dalle realtà più strutturate visitate nei giorni precedenti.
Qui il discorso torna sulle singole parcelle del Pündericher Marienburg e sulle diverse matrici geologiche che Busch cerca di preservare nei vini. Il Pündericher Marienburg Rothenpfad Riesling Trocken GG nasce in una zona caratterizzata dall’ardesia rossa. Il profilo è speziato, con il frutto relativamente discreto rispetto a molti degli assaggi precedenti. Al palato è teso e salino, con acidità precisa e un finale persistente nel quale tornano spezie e sensazioni minerali.
È un vino meno immediato rispetto a Richter o Gehlen-Cornelius, ma particolarmente utile per comprendere quanto il suolo possa incidere sull’espressione del Riesling. Nel caso di Busch la mineralità non va letta soltanto come un descrittore olfattivo: è soprattutto una sensazione gustativa, legata alla struttura, alla sapidità e alla persistenza del vino. La Mosella dal fiume Dopo diversi giorni di degustazioni, osservare la Mosella dal fiume aiuta a riunire ciò che nel bicchiere era apparso frammentato. Le pendenze, i cambi di esposizione e la successione dei vigneti diventano più leggibili seguendo le anse della valle. Da questa prospettiva si comprende meglio perché, in pochi chilometri, lo stesso Riesling possa assumere caratteri così diversi. Il territorio appare compatto, ma è molto più articolato di quanto sembri osservandolo per la prima volta. Il punto di equilibrio Dopo alcuni giorni e molti Riesling, ciò che inizialmente sembrava difficile da ordinare diventa più chiaro. La Mosella non trova il proprio equilibrio in una quantità precisa di zucchero, in un livello di acidità o in una particolare espressione minerale. Lo trova nel rapporto tra questi elementi, che cambia con il vigneto, con il grado di maturazione delle uve e con l’interpretazione del produttore.
Uno Spätlese di Prüm può avere dolcezza e insieme leggerezza; una Beerenauslese di Grünhaus può raggiungere concentrazioni molto elevate senza perdere tensione; un trocken di Busch può essere severo e salino; il Bernkasteler Doctor di Molitor può affidare alla struttura e al tempo una parte importante del proprio equilibrio.
Sono modi diversi attraverso i quali lo stesso vitigno restituisce un territorio particolarmente articolato. Il Riesling permette di cogliere queste differenze con chiarezza perché conserva acidità, precisione aromatica e capacità di esprimere maturazione, suolo e scelte produttive.
La Mosella trova così la propria identità non in uno stile unico, ma nelle diverse proporzioni con cui freschezza, dolcezza, struttura e mineralità convivono nel bicchiere. Foto: Roberta Chiari Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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10 Agosto, 2026
Venissa. Il tempo della Dorona
Mazzorbo è una Venezia diversa, silenziosa e ancora legata al ritmo dell’acqua, dell’agricoltura e delle stagioni. È qui che io e Roberta scegliamo di trascorrere il nostro anniversario, soggiornando al Wine Resort di Venissa per conoscere da vicino uno dei progetti vitivinicoli più originali della laguna.
Dalla camera lo sguardo si apre sul canale e, poco distante, si intravede la Vigna Murata, che visiteremo la mattina successiva. Durante il soggiorno è Roberta a seguire con fotografie e video i diversi momenti del racconto, dalla visita alla Vigna Murata alla degustazione.
Dedichiamo il pomeriggio a Murano. Alla fornace Mian assistiamo alle diverse fasi della lavorazione del vetro, per poi proseguire con il Museo del Vetro, testimonianza di un’arte che da secoli identifica Venezia nel mondo. Un sapere artigianale che ritroveremo più avanti, nella particolare etichetta di Venissa.
Rientriamo a Venissa nel tardo pomeriggio. Prima di cena attraversiamo il giardino che conduce alla Vigna Murata. La luce sta cambiando e il vigneto è immerso in un silenzio quasi assoluto. Per il momento lo osserviamo da fuori: il giorno successivo entreremo tra i filari per conoscere la storia della Dorona.
La serata prosegue all’Osteria Contemporanea, in un ambiente elegante ma informale, con un servizio attento e discreto.
Il percorso si apre con i Cicchetti della Laguna e dell’Orto, accompagnati da Dilì – Moscato Giallo IGT Veneto – Vino Frizzante Col Fondo. La vivace freschezza, la leggera velatura e il carattere aromatico del Moscato Giallo dialogano con naturalezza con le preparazioni dedicate ai prodotti dell’orto e della laguna.
Lo Spaghettone con alalunga cruda ed erbe spontanee viene servito con Oltre la Pipa “Bucce” di Matteo Bisol. La Glera fermentata spontaneamente e macerata sulle bucce aggiunge struttura e una delicata trama tannica, sostenendo il piatto senza alterarne l’equilibrio.
Con la Volpina arriva il primo calice di Venissa 2020. È l’anticipazione del vino che sarà protagonista della verticale del giorno successivo. Mi limito a registrarne le sensazioni principali: marcata sapidità, consistenza del sorso e una freschezza capace di sostenere una materia importante.
Il secondo piatto è ben eseguito e valorizza le verdure dell’orto, pur risultando meno incisivo rispetto alle portate precedenti. Più debole la conclusione dolce: l’alternativa proposta a causa dell’intolleranza al mascarpone appare improvvisata e il Vermouth Venusa, interessante e piacevole da solo, non trova un abbinamento altrettanto convincente con il dessert.
Rientrando in camera attraversiamo nuovamente il giardino. La Vigna Murata è ormai completamente immersa nel buio. L’appuntamento con Chiara è fissato per la mattina successiva.
La Vigna Murata e la rinascita della Dorona
La mattina incontriamo Chiara, Wine Ambassador di Venissa, che ci accompagnerà nella visita alla Vigna Murata e nella degustazione. Prima di entrare tra i filari le chiedo di raccontarmi la storia della Dorona. È impossibile comprendere questi vini senza conoscere il percorso che ha riportato il vitigno al centro della viticoltura veneziana.
Dopo l’acqua alta del 1966 e il progressivo abbandono dell’agricoltura nelle isole, la Dorona era praticamente scomparsa. Considerata estinta, era stata cancellata dal Registro nazionale delle varietà di vite.
La svolta arriva nel 2002. Gianluca Bisol nota alcune vecchie piante nel giardino della casa di Nicoletta Emmer a Torcello, proprio di fronte alla Basilica di Santa Maria Assunta. Non riconoscendo il vitigno dalla forma delle foglie, avvia una ricerca storica e ampelografica che conduce a una scoperta inattesa: quelle viti appartengono alla Dorona di Venezia, l’antica uva dorata della laguna che tutti ritenevano ormai perduta.
La ricerca prosegue nelle diverse isole e consente di individuare ottantotto ceppi superstiti. Da quel patrimonio genetico prende avvio il progetto di recupero. Le nuove barbatelle vengono messe a dimora nella Vigna Murata di Mazzorbo, restituendo alla Dorona uno dei luoghi nei quali era stata coltivata per secoli.
Da quel momento non si è trattato soltanto di salvare il vitigno, ma di imparare nuovamente a conoscerlo, osservandone il comportamento in un ambiente condizionato dall’acqua salmastra, dalle maree e dalla particolare composizione dei terreni.
Entriamo nel vigneto e dopo pochi minuti ci fermiamo davanti a due parcelle che, a prima vista, sembrano identiche. Chiara ci fa notare che tra le due esiste circa un metro di dislivello. Una differenza minima, ma sufficiente a modificare il drenaggio, il rapporto con l’acqua della laguna e il comportamento della vite.
Anni di osservazioni e microvinificazioni hanno evidenziato caratteristiche differenti nelle uve provenienti dalle diverse zone della Vigna Murata. Da questa consapevolezza è nata la decisione di destinare a Venissa le uve delle parcelle più basse, mentre quelle della parte superiore trovano una diversa interpretazione in Venusa.
Lo studio si è poi esteso agli altri vigneti della laguna. Venusa sta assumendo il ruolo di una mappa della Dorona nelle diverse isole. Il progetto dei cru insulari nasce dalla volontà di rendere riconoscibili nel calice differenze di suolo, quota, drenaggio e rapporto con l’acqua che, in un territorio apparentemente uniforme, possono incidere in modo significativo sul carattere delle uve.
Parliamo anche della macerazione sulle bucce, elemento che ha sempre caratterizzato Venissa. Nelle prime annate si arrivava a circa trenta giorni; successivamente il periodo è stato leggermente ridotto, cercando maggiore precisione ed equilibrio senza rinunciare alla struttura e alla personalità del vino.
La visita nel vigneto dura circa mezz’ora, ma il confronto prosegue durante tutta la degustazione. È sufficiente per comprendere che Venissa non nasce da un’intuizione isolata, bensì da oltre vent’anni di osservazione, sperimentazione e conoscenza progressiva di un ambiente che continua ancora oggi a suggerire nuove direzioni.
L’etichetta: oro, vetro e memoria veneziana
Una volta riportata la Dorona a Mazzorbo e ottenuto nuovamente il vino, la famiglia Bisol si trova davanti a un’altra sfida: comunicare visivamente la rarità del progetto e il suo legame con la storia artigianale di Venezia.
La risposta non è una tradizionale etichetta di carta, ma un’opera applicata direttamente sulla bottiglia. Un progetto che mette in relazione tre luoghi e tre saperi della laguna: l’antica arte del battiloro veneziano, le fornaci di Murano e la viticoltura insulare di Mazzorbo.
Il primo passaggio avviene nella bottega di Marino Berta, ultimo battiloro artigianale rimasto a Venezia. Qui un lingotto d’oro zecchino viene lavorato attraverso una lunga battitura manuale, fino a essere ridotto in foglie sottilissime. L’oro non svolge soltanto una funzione decorativa: richiama quello dei mosaici bizantini della Basilica di San Marco e inserisce la bottiglia nella tradizione materiale della città.
Le foglie vengono poi trasferite nelle fornaci di Murano. Durante la lavorazione, i maestri vetrai applicano la lamina d’oro sulla bottiglia sottoposta a temperature prossime ai mille gradi. Il calore permette all’oro di aderire e fondersi visivamente con il vetro, trasformando la superficie della bottiglia in una parte integrante del racconto.
Ogni bottiglia presenta quindi un disegno irripetibile, completato dall’incisione manuale a punta di diamante dell’annata e della numerazione.
La verticale: quattro annate, quattro interpretazioni della Dorona
Terminata la visita rientriamo nella sala degustazione, dove Chiara ha già predisposto i quattro calici della verticale. Sul tavolo ci attendono Venissa 2020, 2019, 2016 e 2010: un percorso che permette di osservare come la Dorona reagisca al tempo senza perdere la propria identità.
Non si tratta di cercare il vino migliore. Ogni annata conserva una fisionomia precisa e restituisce le caratteristiche di una stagione diversa. Il filo comune non è la ripetizione di uno stile, ma la capacità della Dorona di interpretare ogni vendemmia mantenendo riconoscibile la propria origine.
Nel primo calice troviamo Venissa 2020, l’annata più giovane della verticale. Il colore è luminoso, attraversato da riflessi dorati che anticipano un vino ancora pieno di energia. Al naso emergono iodio, salgemma, camomilla, albicocca e susina gialla, seguiti da cedro e da una mineralità che richiama immediatamente la laguna.
Al palato colpiscono la tensione e la precisione del sorso. La freschezza sostiene una materia importante senza appesantirla, mentre la lunga persistenza salina lascia intuire un potenziale evolutivo ancora in gran parte da esprimere. È un vino dinamico, costruito sul contrasto tra consistenza e verticalità.
Il passaggio al 2019 cambia completamente il registro. Il colore acquista maggiore intensità e il profilo aromatico diventa più profondo. I richiami iodati si intrecciano a cenere, cotognata, agrume amaro, radici officinali, mallo di noce, miele di castagno e leggere sfumature di tabacco.
In bocca il vino appare austero, quasi severo, con una trama tannica evidente e una sapidità che accompagna il sorso fino alla chiusura. È un’annata compatta, che non concede molto nell’immediato e richiede attenzione, ma proprio questa sua compostezza la rende particolarmente affascinante.
Con il 2016 la degustazione raggiunge un equilibrio diverso. Dopo l’energia del 2020 e il rigore del 2019, questa annata appare pienamente armonizzata. Il bouquet alterna brezza lagunare, camomilla, nespola, pesca gialla, cedro, miele, zafferano e una delicata nota di noce.
In bocca è pieno, profondo e dinamico. La materia è importante, ma non manca mai la freschezza; ogni elemento sembra aver trovato il proprio spazio, restituendo un sorso che unisce intensità, eleganza e precisione.
L’ultimo calice è il 2010, la prima annata prodotta da Venissa. Prima ancora di avvicinarlo al naso colpisce il colore, ancora vivo e sorprendentemente brillante dopo quindici anni.
Il profilo olfattivo è ampio e stratificato. Ritornano le note iodate, accompagnate da alghe, miele, zafferano, tabacco e richiami balsamici che si susseguono conservando nitidezza.
L’assaggio rappresenta il momento più emozionante della verticale. La freschezza è ancora protagonista, l’alcol perfettamente integrato e la sapidità sostiene un vino che non mostra cedimenti. È uno di quei calici che invitano a rallentare e a tornare più volte sul bicchiere per seguirne l’evoluzione.
Il tempo non ha uniformato le quattro annate, ma ne ha esaltato le differenze. Il 2020 si esprime attraverso energia e tensione, il 2019 con materia e austerità, il 2016 attraverso equilibrio e armonia, il 2010 con profondità ed evoluzione.
È probabilmente questo l’aspetto più convincente di Venissa: la volontà di non costringere la Dorona dentro uno stile immutabile, lasciando che ogni vendemmia racconti il proprio carattere.
La degustazione prosegue con Venusa, che interpreta la Dorona attraverso parcelle e provenienze differenti rispetto a quelle destinate a Venissa. Il progetto dei cru delle isole trova qui la propria applicazione più concreta: non un secondo vino, ma una lettura più ampia della viticoltura lagunare, capace di distinguere e valorizzare le identità dei singoli vigneti.
Venissa e Venusa diventano così due letture complementari della Dorona. Il primo punta su profondità, struttura e longevità; il secondo amplia il racconto del vitigno, mettendone in evidenza il rapporto con le diverse isole.
Il percorso si completa con due rossi provenienti da Santa Cristina, entrambi ottenuti da 82% Merlot e 18% Cabernet Sauvignon, ma costruiti secondo impostazioni molto diverse.
Venusa Rosso 2023, vinificato e affinato in acciaio, mostra il volto più giovane e immediato. Violetta fresca, fiori di barena ed erbe spontanee introducono un frutto fragrante di marasca, fragolina, mora, mirtillo e ribes rosso. Il sorso è vivace, succoso e scattante, sostenuto da una freschezza vibrante, da un tannino fine e da una sapidità che accompagna la chiusura balsamica.
Venissa Rosso 2016 racconta invece il tempo e l’evoluzione. La maturazione in piccoli fusti di legno e il lungo riposo in bottiglia hanno costruito un profilo più profondo, nel quale il frutto nero si intreccia a tabacco da pipa, cuoio, cacao, liquirizia e spezie.
Al palato è pieno, compatto e strutturato. La trama tannica, fitta ma ormai levigata, trova equilibrio in una freschezza ancora viva e in una marcata componente sapida. Il finale è lungo, salmastro e balsamico.
Il confronto chiarisce il ruolo delle scelte di cantina e del tempo. Venusa privilegia fragranza, freschezza e immediatezza; Venissa cerca struttura, complessità e capacità evolutiva. In entrambi rimane riconoscibile una vena salina che riconduce il vino al suo ambiente di origine, dimostrando come la laguna riesca a lasciare la propria impronta anche su varietà internazionali.
Il tempo come ingrediente
Terminata la degustazione restiamo nella stessa sala, dove si trova anche il Wine Shop, e continuiamo a confrontarci con Chiara e Filippo sulle potenzialità evolutive della Dorona. La domanda nasce spontanea: quale bottiglia portare a casa?
La scelta ricade sul Venissa 2020.
È l’annata che, più delle altre, restituisce l’idea di un vino ancora in costruzione. Ha energia, profondità e una freschezza che lascia immaginare un’evoluzione importante nei prossimi anni.
Chiara mi suggerisce di riaprirla tra dieci anni. Non è una previsione costruita per stupire, ma la convinzione di chi segue quel vino dalla vigna alla bottiglia e considera il tempo uno dei suoi ingredienti fondamentali.
La bottiglia entra così nel bagaglio con un obiettivo preciso: non essere aperta presto, ma diventare un ricordo da ritrovare nel momento giusto.
Lasciando Mazzorbo porto con me la consapevolezza che il recupero di un vitigno non si esaurisce nella sua conservazione. Richiede studio, pazienza e la capacità di modificare le proprie scelte quando il vigneto indica una direzione diversa.
La separazione delle parcelle, l’evoluzione della macerazione, il progetto dei cru insulari e la stessa bottiglia, nata dall’incontro tra oro veneziano e vetro di Murano, dimostrano che Venissa non considera la Dorona un reperto da proteggere, ma una varietà ancora capace di rivelare nuove identità.
Anche l’ospitalità ha un ruolo preciso. Dalla reception a Chiara, fino a Filippo nel Wine Shop, ogni persona incontrata accompagna la visita con competenza e disponibilità, senza trasformarla in una rappresentazione costruita per il visitatore.
Venissa non ha soltanto riportato in vita un vitigno ritenuto estinto.
Gli ha restituito un territorio e, soprattutto, un futuro.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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20 Luglio, 2026
Bullescence. Arte e scienza incontrano lo Champagne
Il suo sguardo ha rivelato il carattere straordinario di ciò che per me era diventato normale : il terroir, la vite, lo Champagne.
Fra tutte le risposte ricevute durante la preparazione di questo articolo è questa che continua a tornarmi in mente. A pronunciarla è Mireille Jacquesson e non sta parlando di un vignaiolo cresciuto tra le colline della Vallée de la Marne, ma di Andrei Mogoutov, fisico, ricercatore e docente universitario. Un uomo arrivato in Champagne da un mondo fatto di ricerca e analisi, che ha finito per insegnarle a guardare con occhi nuovi la terra nella quale era nata.
Siamo abituati a pensare che sia chi cresce in un territorio a trasmetterne il valore a chi arriva da fuori. Per Mireille è accaduto anche il contrario. Lo sguardo di Andrei le ha restituito la capacità di stupirsi di ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi. È da questo dialogo che prende forma Bullescence: non semplicemente una maison di Champagne, ma l’incontro fra due persone che hanno imparato a leggere la stessa realtà attraverso esperienze diverse.
Mireille appartiene a una famiglia che coltiva la vite da generazioni. Per molti anni le uve vennero conferite alle grandi Maison della Champagne, fino a quando i suoi genitori decisero di produrre Champagne con il proprio nome, entrando a far parte di quella generazione di piccoli récoltant-manipulant che ha contribuito a valorizzare il patrimonio viticolo familiare.
Quando le chiedo dove abbia origine Bullescence, la risposta è immediata.
L’origine di tutto è l’appartenenza a un piccolo villaggio della Champagne. È lì che si nasce, si cresce e si lavora.
In queste parole c’è il senso di appartenenza a una terra dove il vigneto non è soltanto un luogo di lavoro, ma il paesaggio dell’infanzia. È lì che si impara a misurare il tempo osservando la vite cambiare con le stagioni e dove il rispetto per la natura diventa parte del modo di vivere ancora prima che del mestiere.
Fra tutti i ricordi condivisi durante la nostra conversazione, uno mi colpisce più di ogni altro.
Quando mio padre terminava un lavoro, si fermava qualche secondo a guardarlo. Poi diceva semplicemente: “È bello”.
Sono parole che spiegano molto del progetto Bullescence. Per il padre di Mireille la bellezza non era un obiettivo da inseguire, ma la naturale conseguenza di un lavoro eseguito con attenzione e rispetto. È un insegnamento che continua a vivere nella cura delle vigne, nella pazienza delle attese e nelle scelte compiute ogni giorno in cantina.
Il percorso di Mireille avrebbe potuto seguire una strada completamente diversa. Studia alle Belle Arti, realizza documentari, lavora come videomaker e si dedica alle installazioni artistiche. Per anni racconta il mondo attraverso le immagini, fino a quando comprende che il suo lavoro e quello del padre condividono la stessa finalità.
Mi sono resa conto che il mio lavoro non era poi così diverso da quello di mio padre. Lui cercava di regalare felicità attraverso il vino. Io provavo a fare la stessa cosa con l’arte.
Da quel momento il vino smette di essere soltanto una tradizione di famiglia e diventa un linguaggio attraverso il quale esprimere emozioni, memoria e identità.
L’incontro con Andrei completa naturalmente questo percorso. Fisico di formazione e ricercatore nel campo dell’analisi semantica dei testi e dell’intelligenza artificiale, proviene da un universo che sembra lontanissimo dalla viticoltura. Eppure, sarà proprio il suo approccio, fondato sull’osservazione e sulla curiosità, a offrire una prospettiva nuova sul lavoro in vigna.
Le chiedo quale sia stato il contributo più importante di Andrei, Mireille non parla di tecnica.
Il suo sguardo ha rivelato il carattere straordinario di ciò che per me era diventato normale : il terroir, la vite, lo Champagne.
Quella frase racchiude l’essenza di Bullescence. La memoria di chi quella terra l’ha sempre chiamata casa incontra la curiosità di chi ha imparato a scoprirla senza dare nulla per scontato.
L’incontro tra Mireille e Andrei non modifica la storia della famiglia Jacquesson. Le offre una prospettiva nuova.
Se per Mireille il vigneto rappresenta un’eredità ricevuta fin dall’infanzia, per Andrei è un universo da esplorare con lo stesso metodo che ha guidato la sua attività di ricercatore: osservare, formulare domande, mettere continuamente in discussione ciò che sembra già conosciuto.
Questo approccio emerge con chiarezza quando la conversazione si sposta sul rapporto tra arte e vino.
Chiedo a Mireille se esista un filo che unisca le installazioni artistiche al lavoro del vignaiolo.
Sorride prima di rispondere.
Le nostre installazioni artistiche sono soprattutto legate a ciò che chiamiamo il “treno di bollicine” nel calice di Champagne. In questo movimento le bollicine non sono soltanto elementi effervescenti: diventano un supporto di percezione, rivelano immagini, forme e colori. Allo stesso modo, nello Champagne, le bollicine rivelano aromi e sensazioni. In entrambi i casi si tratta di rendere visibile, o sensibile, ciò che di solito sfugge all’attenzione.
È una risposta che va oltre il vino.
Arte e Champagne non vengono messi a confronto, ma condividono la stessa ricerca: imparare a osservare con maggiore attenzione ciò che normalmente passa inosservato. È una filosofia che accompagna ogni scelta dell’azienda e che trova la sua espressione più concreta tra i vigneti.
Bullescence ha sede a Trélou-sur-Marne, ma le parcelle si distribuiscono principalmente tra Champillon, sulle pendici settentrionali della Montagne de Reims, e Chavot-Courcourt, a sud di Épernay. Due territori differenti per esposizione, composizione dei suoli e comportamento delle vigne, capaci di offrire interpretazioni complementari della Champagne.
Questa diversità geografica ci permette di beneficiare di espressioni altamente complementari dei terroir della Champagne.
Per Mireille e Andrei il terroir non coincide semplicemente con il terreno. È l’incontro fra geologia, clima, storia e lavoro dell’uomo. Ogni parcella conserva la memoria di ciò che è stata e continua, stagione dopo stagione, a dialogare con la vite.
Passeggiando tra i filari questa attenzione diventa evidente. Le giovani vigne convivono con quelle più vecchie, una sorgente attraversa silenziosamente la proprietà e le rose continuano a vegliare sulle vigne come accade da generazioni. Nulla appare costruito per stupire il visitatore. Tutto parla di una quotidianità fatta di osservazione, pazienza e rispetto.
Anche il modo di lavorare di Andrei riflette questa filosofia.
Lo si vede fermarsi davanti a una gemma appena schiusa, raccogliere una zolla di terreno, osservare la vegetazione spontanea o controllare un germoglio. Sono gesti semplici, quasi silenziosi, che raccontano un approccio preciso: prima di decidere bisogna capire ciò che la natura sta comunicando.
La vite, del resto, ricorda ogni anno quanto sia inutile cercare di dominarla. Una gelata primaverile, una grandinata estiva o un’estate particolarmente siccitosa possono cambiare completamente il carattere di una vendemmia. Per questo a Bullescence non esistono ricette valide per ogni stagione. Ogni annata richiede uno sguardo nuovo, perché ogni annata pone domande diverse.
Lo stesso principio accompagna il lavoro in cantina.
Scendendo nella cave scavata nel gesso il rumore del mondo sembra attenuarsi. Le bottiglie riposano sui lieviti mentre il tempo continua lentamente il proprio lavoro. Qui il vino non viene corretto, ma accompagnato.
Nasce da questa convinzione anche la scelta di produrre alcune cuvée senza solfiti aggiunti. Non per seguire una tendenza, ma per lasciare che ogni vendemmia racconti il proprio carattere con la maggiore trasparenza possibile.
Dopo aver ascoltato Mireille e Andrei parlare del loro lavoro, il primo calice assume un significato diverso.
Non è semplicemente uno Champagne da degustare.
È il naturale punto d’arrivo di un percorso iniziato tra i filari, proseguito in cantina e costruito, giorno dopo giorno, intorno a un’idea tanto semplice quanto difficile da realizzare: lasciare che sia il territorio a parlare con la propria voce.
I vini come espressione di una visione
Dopo aver trascorso alcune ore con Mireille e Andrei, degustare i loro Champagne non significa più soltanto analizzarne il profilo sensoriale. Ogni vino diventa la naturale conclusione di un percorso iniziato tra i vigneti, proseguito in cantina e costruito attorno a un’idea precisa: intervenire il meno possibile perché sia il territorio a esprimere la propria identità.
Il Brut Premier Cru è il vino che meglio sintetizza questa filosofia.
L’assemblaggio di Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier, completato da una quota di vini di riserva, restituisce uno Champagne di grande equilibrio. Nel calice si presenta con un luminoso giallo paglierino dai riflessi dorati, attraversato da un perlage fine e continuo.
L’apertura olfattiva richiama fiori bianchi, acacia e biancospino. Poco alla volta emergono pesca bianca, susina gialla e agrumi maturi, accompagnati da leggere note di pasticceria e miele d’acacia. A sostenere l’intero profilo aromatico è una nitida impronta minerale che riporta immediatamente ai terreni gessosi della Champagne.
L’assaggio conferma la stessa armonia. L’attacco è fresco e preciso, il Pinot Noir dona struttura senza appesantire il sorso, il Meunier ne arrotonda il centro bocca e lo Chardonnay mantiene il vino dinamico fino a un finale lungo, sapido e di grande eleganza.
È uno Champagne che non cerca l’effetto immediato. Preferisce aprirsi lentamente, lasciando che ogni minuto trascorso nel calice ne riveli una sfumatura diversa.
Il Blanc de Blancs, ottenuto esclusivamente da Chardonnay e affinato quarantotto mesi sui lieviti, rappresenta invece il volto più essenziale di Bullescence.
La veste è brillante, il perlage finissimo accompagna un bouquet che si sviluppa con gradualità. Tiglio, acacia e fiori bianchi introducono sentori di cedro, lime, pesca bianca e frutta gialla croccante. L’ossigenazione mette progressivamente in evidenza una marcata componente calcarea, accompagnata da delicate note di pasticceria che ampliano il profilo senza alterarne l’equilibrio.
Al palato colpisce la precisione. La freschezza sostiene l’intera progressione gustativa mentre la lunga permanenza sui lieviti dona cremosità e profondità. Il finale, lungo e cristallino, restituisce con chiarezza il carattere dello Chardonnay su questi suoli.
Se il Blanc de Blancs rappresenta la purezza, è il Blanc de Noirs Sans Sulfites Ajoutés, ottenuto da Pinot Meunier in purezza, a raccontare meglio lo spirito di ricerca che anima Bullescence.
Per molti anni il Meunier è stato considerato il vitigno più immediato della Champagne, spesso relegato al ruolo di comprimario negli assemblaggi. Mireille e Andrei hanno scelto di percorrere una strada diversa, cercando di comprenderne il potenziale senza lasciarsi condizionare dalle consuetudini.
Quando domando a Mireille che cosa rappresenti questa bottiglia, la risposta arriva con la stessa semplicità che accompagna tutta la nostra conversazione.
Con questa cuvée stiamo scoprendo tutta la complessità del Pinot Meunier.
È il verbo scoprire a riassumere meglio il loro progetto.
Il vino si apre su piccoli frutti rossi maturi, melograno e scorza d’arancia candita, ai quali si aggiungono leggere note speziate, richiami di pane appena sfornato, nocciola e delicate sfumature fumé.
L’assaggio è pieno ma perfettamente equilibrato. La freschezza accompagna una materia ricca senza mai appesantirla, mentre una sottile trama salina conduce il sorso verso un finale lungo, elegante e persistente.
Degustando l’intera gamma emerge con chiarezza un filo conduttore. Non esiste una cuvée costruita per stupire più delle altre. Ognuna interpreta un volto diverso della Champagne, mantenendo però la stessa coerenza stilistica: rispetto del territorio, pazienza e fiducia nel tempo.
Ed è forse proprio questo l’aspetto che più colpisce. Nei loro vini non si avverte il desiderio di dimostrare qualcosa, ma quello, molto più difficile, di lasciare che ogni bottiglia racconti con sincerità il luogo da cui proviene.
Il valore del tempo
Prima di salutarci rivolgo a Mireille e Andrei ancora qualche domanda. Sono quelle che, spesso, raccontano le persone meglio di qualsiasi approfondimento tecnico.
Se doveste descrivere Bullescence con una sola parola diversa da Champagne, quale scegliereste?
Allegria e gioia condivisa.
La risposta sorprende per la sua semplicità. Dopo aver parlato di vigneti, ricerca e vinificazione ci si potrebbe aspettare parole come precisione, equilibrio o complessità. Invece scelgono un’emozione. È un dettaglio che racconta il loro modo di vivere il vino: prima ancora di essere una bottiglia, lo Champagne è un momento da condividere.
Provo allora a spostare lo sguardo ancora più lontano.
Se poteste stappare una bottiglia di Bullescence con un personaggio della storia, chi invitereste?
La risposta arriva senza esitazione.
Epicuro, nel suo giardino. Per il piacere di condividere un momento di pensiero e di riflessione, apprezzando le cose semplici della vita.
È difficile non ritrovare in questa scelta la stessa filosofia che accompagna il loro lavoro. Nessuna ricerca dell’effetto, nessuna ostentazione, ma il desiderio di fare bene le cose essenziali, rispettando il tempo della natura e quello del vino.
L’ultima domanda guarda invece al futuro.
Quale emozione desiderate lasciare a chi visita Bullescence o degusta i vostri Champagne?
Felicità, scoperta, complessità, bellezza, apertura mentale.
E tra cento anni?
Per la prima volta Mireille si prende qualche istante prima di rispondere.
Forse questa idea : la bolla non scompare mai del tutto. Nel calice di Champagne ogni bolla che scoppia viene immediatamente sostituita da un’altra. Si crea una continuità, come se il movimento stesso fosse eterno. Bullescence sarebbe questo: un tempo sospeso che si rinnova senza sosta, un’esperienza gustativa sempre in divenire.
Mentre rileggo queste parole mi torna inevitabilmente alla mente il ricordo che Mireille aveva condiviso all’inizio della nostra conversazione.
Quando suo padre terminava un lavoro si fermava qualche secondo a osservarlo.
Poi diceva semplicemente:
È bello.
Forse Bullescence è tutta qui.
Nella pazienza di osservare prima di intervenire.
Nel rispetto di una terra che non smette mai di insegnare qualcosa a chi la coltiva.
Nella curiosità di continuare a scoprirla, anche quando si pensa di conoscerla da sempre.
Lasciando Trélou-sur-Marne rimane la sensazione di aver incontrato due persone che hanno costruito il proprio progetto senza inseguire mode o scorciatoie. Mireille porta con sé la memoria di una famiglia che vive la Champagne da generazioni. Andrei lo sguardo curioso di chi ha imparato ad avvicinarsi alla vite con il rigore della ricerca scientifica. Insieme hanno dato vita a una realtà che unisce esperienza, sensibilità e desiderio di comprendere.
I loro Champagne raccontano certamente un territorio, ma soprattutto il modo in cui quel territorio viene ascoltato ogni giorno.
Ed è forse questa la lezione più preziosa che Bullescence lascia a chi ha la fortuna di conoscerla. Perché i grandi vini non nascono soltanto da un grande terroir. Nascono da persone che continuano a guardarlo con la stessa meraviglia del primo giorno.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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29 Giugno, 2026
Scuropasso. Una famiglia, due anime, un territorio
Tra Metodo Classico e Buttafuoco Storico, il racconto della famiglia Marazzi e della Valle Scuropasso
Nel panorama vitivinicolo dell’Oltrepò Pavese esistono aziende che hanno scelto di costruire la propria identità attorno a una singola tipologia di vino. Scuropasso ha seguito una strada diversa. Da oltre sessant’anni la famiglia Marazzi interpreta infatti due delle espressioni più rappresentative del territorio: il Metodo Classico Blanc de Noirs da Pinot Nero e il Buttafuoco Storico.
Una scelta che racconta bene la storia della cantina e della valle da cui prende il nome. Da una parte la vocazione spumantistica dell’Oltrepò, dall’altra la tradizione dei grandi rossi dello Sperone di Stradella. Due percorsi differenti che in Scuropasso convivono da generazioni e che trovano oggi continuità nel lavoro di Fabio Marazzi e della figlia Flavia.
Fondata nel 1962, l’azienda affonda le proprie radici nella Valle Scuropasso, una delle aree più vocate dell’Oltrepò Pavese. Qui il rapporto con la viticoltura non rappresenta soltanto un’attività produttiva, ma una componente essenziale della cultura locale e della storia delle famiglie che da generazioni lavorano queste colline.
La storia di Scuropasso coincide in larga parte con quella della famiglia Marazzi. Nel corso dei decenni l’azienda ha accompagnato l’evoluzione del territorio mantenendo saldo il legame con le proprie origini. Oggi la guida della cantina è affidata a Fabio Marazzi, cresciuto tra i vigneti della valle e protagonista dello sviluppo aziendale degli ultimi decenni.
Il suo percorso personale è strettamente intrecciato a quello della cantina. Da un lato ha raccolto l’eredità delle generazioni precedenti, dall’altro ha contribuito a consolidare il ruolo del Pinot Nero e del Metodo Classico Blanc de Noirs all’interno della produzione aziendale, mantenendo vivo il rapporto con la tradizione del Buttafuoco.
Parlando con lui emerge spesso il ricordo dello zio Primo Marazzi, figura centrale nella sua formazione umana e professionale.
Intervista a Fabio Marazzi
Qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa alla cantina Scuropasso?
Ricordo con emozione quando da bambino lo zio Primo mi accompagnava nei vigneti raccontandomi le sue esperienze passate mentre mi insegnava a osservare con attenzione tutto quello che ci circondava.
Questa risposta aiuta a comprendere uno degli elementi più caratteristici della filosofia aziendale. Prima ancora della tecnica e della produzione viene infatti l’osservazione del vigneto. La conoscenza delle parcelle, delle stagioni e delle peculiarità di ogni annata continua a rappresentare il punto di partenza del lavoro svolto in cantina.
Quando gli si chiede quale sia l’insegnamento più importante ricevuto, la risposta è altrettanto chiara: tutto parte dalla terra. Senza una materia prima capace di esprimere il territorio non è possibile raccontarlo attraverso il vino.
Questa filosofia trova una delle sue espressioni più evidenti nella linea Roccapietra, nata all’inizio degli anni Novanta e destinata a diventare uno dei progetti simbolo dell’azienda.
Il Pinot Nero rappresenta da oltre un secolo una delle grandi vocazioni dell’Oltrepò Pavese. Introdotto nella seconda metà dell’Ottocento, ha trovato in queste colline condizioni ideali per esprimere eleganza, freschezza e complessità. Le escursioni termiche, le esposizioni collinari e la varietà dei terreni consentono infatti di ottenere uve particolarmente adatte alla produzione di Metodo Classico.
Scuropasso appartiene a quel gruppo di aziende che hanno creduto nelle potenzialità di questo vitigno ben prima che diventasse uno dei temi centrali del dibattito enologico locale.
Una tappa fondamentale nella storia aziendale arriva all’inizio degli anni Novanta con la nascita della linea Roccapietra. Una scelta che sancisce definitivamente il legame della cantina con la tradizione spumantistica dell’Oltrepò e che contribuisce a definirne l’identità contemporanea.
Il Roccapietra Zero Extra Brut rappresenta probabilmente l’espressione più rigorosa della gamma. Si tratta di un Blanc de Noirs ottenuto da Pinot Nero in purezza che punta sulla precisione espressiva del vitigno e sul lungo affinamento sui lieviti.
Più in generale, la linea Roccapietra rappresenta la sintesi del percorso che Scuropasso ha sviluppato attorno al Pinot Nero nel corso degli ultimi decenni. Non si tratta semplicemente di produrre Metodo Classico Blanc de Noirs, ma di interpretare una delle vocazioni più autentiche dell’Oltrepò Pavese attraverso vini capaci di coniugare eleganza, freschezza e identità territoriale.
Accanto allo Zero Extra Brut troviamo il Roccapietra Cruasé, interpretazione rosé del Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese, e il Blanc de Noirs, nel quale il Pinot Nero è affiancato da una piccola quota di Pinot Meunier. Una scelta nata dalla curiosità di Fabio e dall’interesse maturato negli anni nei confronti della Champagne, sempre però con l’obiettivo di valorizzare il territorio d’origine.
L’attenzione di Scuropasso per il Pinot Nero non si esaurisce però nel Metodo Classico Blanc de Noirs. A partire dall’annata 2023, commercializzata nel 2025, la cantina ha infatti presentato una novità destinata ad arricchire il proprio percorso produttivo: il Pinot Nero “Seconda Vita”.
Il nome racconta efficacemente la filosofia che ha dato origine al progetto. Le uve provengono infatti da una storica parcella di Pinot Nero che per anni ha contribuito alla produzione del Roccapietra Blanc de Noirs. La scelta di vinificare queste uve in rosso anziché destinarle alle bollicine ha permesso di dare una nuova interpretazione a un patrimonio viticolo già profondamente legato all’identità aziendale.
L’evoluzione dell’azienda e il ruolo di Flavia
Lavorare in una realtà familiare significa custodire una tradizione ma anche saperla evolvere. Come è cambiata Scuropasso da quando ha iniziato a occuparsene direttamente?
La nostra azienda ha subito una profonda evoluzione nel corso degli anni. Il cambiamento più grande è stato all’inizio degli anni Novanta con la nascita delle bollicine Roccapietra. Se invece dovessi raccontare il cambiamento più significativo della storia recente è stato circa dieci anni fa con l’ingresso di mia figlia Flavia in azienda. Dopo aver concluso gli studi di enologia e qualche esperienza fuori dal territorio, oggi si dedica con passione ai nostri progetti e al futuro dell’azienda. Lei rappresenta la vera innovazione.
Le parole di Fabio aiutano a comprendere il ruolo che Flavia ricopre oggi all’interno della cantina. Dopo gli studi in enologia e le esperienze professionali maturate fuori dall’ambiente familiare, ha scelto di rientrare in azienda portando nuove competenze tecniche e una visione aggiornata delle sfide che attendono il settore.
Il suo ingresso rappresenta molto più di un semplice passaggio generazionale. Significa l’arrivo di una nuova sensibilità professionale capace di confrontarsi con i cambiamenti del mercato, con le esigenze della sostenibilità e con le sfide poste dal cambiamento climatico, mantenendo però saldo il legame con la storia della famiglia.
Se il Pinot Nero e il Blanc de Noirs rappresentano una delle espressioni più conosciute dell’Oltrepò Pavese contemporaneo, il territorio custodisce anche una tradizione altrettanto importante, legata ai grandi vini rossi dello Sperone di Stradella. È una storia che affonda le proprie radici nella cultura agricola locale e che continua a rappresentare una componente fondamentale dell’identità dell’Oltrepò.
Per Scuropasso questa tradizione non costituisce un percorso alternativo rispetto a quello del Pinot Nero, ma una parte complementare della stessa storia aziendale.
Il Buttafuoco Storico trova la propria origine nello Sperone di Stradella, un’area particolarmente vocata dove Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto convivono da generazioni dando vita a uno dei vini più rappresentativi del territorio.
Il Club del Buttafuoco Storico ha avuto negli anni un ruolo fondamentale nella tutela di questo patrimonio, contribuendo a preservarne autenticità e identità.
Per Fabio il rapporto con questo vino possiede anche una dimensione personale. Era il vino preferito dello zio Primo, quello che accompagnava le occasioni importanti della vita familiare. Per questo motivo il legame della cantina con il Buttafuoco nasce prima di tutto da una tradizione vissuta e tramandata nel tempo.
Oggi questa storia continua attraverso il Buttafuoco Storico Vigna Pianlong, una delle etichette più rappresentative dell’azienda. Le uve provengono da una parcella selezionata per la sua capacità di interpretare con continuità il carattere del territorio.
La scelta di identificare il vino con una singola vigna testimonia la volontà di valorizzare non soltanto una denominazione, ma anche le peculiarità di uno specifico appezzamento. Vigna Pianlong rappresenta infatti una lettura particolarmente fedele dello Sperone di Stradella, capace di esprimere attraverso il vino il carattere delle colline da cui proviene.
Guardando al futuro
Quando tra vent’anni qualcuno parlerà di Scuropasso, che cosa le piacerebbe che ricordasse prima ancora dei vini?
La storia della nostra famiglia, del territorio, della nostra valle. Sono queste le cose che vorrei che si ricordassero prima ancora dei vini.
La risposta riassume efficacemente il percorso della famiglia Marazzi e il rapporto costruito con il territorio nel corso di oltre sessant’anni di attività.
La storia di Scuropasso attraversa tre generazioni e continua a svilupparsi lungo due percorsi che in realtà convergono nello stesso obiettivo: raccontare l’identità dell’Oltrepò Pavese attraverso il vino.
Che si tratti delle bollicine di Roccapietra o del Buttafuoco Storico Vigna Pianlong, il punto di partenza rimane lo stesso: la terra, la valle, la storia delle persone che la abitano e la volontà di conservarne il patrimonio senza rinunciare a guardare al futuro.
È questo il filo che unisce gli insegnamenti di Primo, il lavoro di Fabio e il contributo che oggi Flavia porta all’interno dell’azienda. Un filo che continua a legare Scuropasso alla propria valle e che rappresenta la sua eredità più importante.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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9 Giugno, 2026
Arthur Rainer. L’anima pop del Metodo Classico Altoatesino
Nel panorama dell’enologia altoatesina contemporanea, poche realtà riescono a raccontare il territorio con la stessa personalità di Seeperle e Montris, progetti nati sulle rive del Lago di Caldaro e legati alla figura di Arthur Rainer, produttore che negli ultimi anni ha contribuito a rinnovare l’immagine del vino altoatesino attraverso una visione moderna, dinamica e profondamente territoriale.
La storia di Arthur Rainer nasce all’interno dell’ospitalità familiare. La famiglia gestisce infatti da generazioni Seeperle, struttura storica affacciata sul Lago di Caldaro, luogo in cui turismo, cucina e viticoltura convivono naturalmente. Crescere in questo ambiente permette ad Arthur di sviluppare una concezione del vino che va oltre la semplice produzione: il vino diventa esperienza, racconto del territorio e parte integrante della convivialità.
Goldener Herbst in Kaltern
Caldaro rappresenta una delle zone più vocate dell’Alto Adige.
Il lago contribuisce a creare un microclima caratterizzato da forti escursioni termiche e costante ventilazione, condizioni ideali per maturazioni lente e complete. I terreni di origine morenica e calcarea donano ai vini precisione aromatica, freschezza e una marcata impronta minerale che costituisce la firma stilistica della zona.
Quando Arthur decide di iniziare la vinificazione autonoma delle uve di famiglia, Seeperle si trasforma progressivamente da struttura ricettiva con vigneti a cantina vera e propria. Fin dall’inizio emerge uno stile preciso: vini contemporanei, gastronomici, territoriali e caratterizzati da grande bevibilità.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la capacità di unire rigore produttivo e comunicazione moderna. Le etichette Seeperle utilizzano nomi immediati e provocatori come “Echt Geil”, “Schart”, “Rotlich”, “Scheinheilig”, rompendo volutamente l’immagine austera spesso associata ai vini alpini. Dietro questa immediatezza esiste però un lavoro estremamente rigoroso, fatto di selezione accurata delle uve, fermentazioni precise e utilizzo molto misurato del legno.
Tra i vini simbolo della cantina spicca il Sauvignon Blanc “Echt Geil”, probabilmente la bottiglia che meglio rappresenta la filosofia produttiva di Arthur Rainer. Il vino esprime perfettamente il carattere dell’Alto Adige attraverso profumi di sambuco, pompelmo, agrumi e frutta tropicale, sostenuti da una bocca verticale, sapida e vibrante. L’intensità aromatica viene sempre bilanciata da una freschezza che accompagna il sorso fino alla chiusura.
Accanto al Sauvignon emerge il Pinot Bianco, “Leidenschaft” interpretazione raffinata di uno dei vitigni più identitari dell’Alto Adige. Al naso propone fiori bianchi, mela croccante, pera e leggere sfumature minerali; al palato colpisce per tensione, pulizia e profondità gustativa. È un vino che punta sulla finezza più che sulla struttura, dimostrando grande eleganza.
Molto interessante anche il Gewürztraminer “Scharf”, vino che evita volutamente gli eccessi aromatici spesso associati al vitigno. Le note di rosa, spezie orientali e frutta tropicale vengono sostenute da precisione e slancio acido, rendendo il vino più gastronomico e moderno rispetto a molte interpretazioni tradizionali.
Tra i rossi merita attenzione la Schiava “Scheinheilig“, autentico omaggio alla tradizione di Caldaro. Arthur sceglie di preservarne fragranza e bevibilità, ottenendo un vino luminoso e succoso, con profumi di ciliegia, piccoli frutti rossi e mandorla, sostenuti da tannini delicati e grande fluidità di beva.
Se Seeperle rappresenta l’anima conviviale e territoriale del progetto, Montris costituisce invece la dimensione più ambiziosa e sperimentale.
Montris nasce dall’incontro tra Arthur Rainer, Andreas e Martin, tre amici accomunati dall’obiettivo di creare un Metodo Classico capace di esprimere al massimo il potenziale dell’Alto Adige.
Durante una conversazione dedicata alla filosofia dello spumantificio, Arthur racconta così l’origine del progetto:
Spumantificio Montris è il prestigioso progetto di tre amici, Martin, Arthur e Andreas, uniti dalla visione e dall’obiettivo comune di produrre lo spumante più pregiato dell’Alto Adige.
Fin dall’inizio i tre fondatori stabiliscono regole produttive molto rigide:
Per noi era fondamentale definire requisiti minimi precisi: deve essere un Blanc de Blancs, quindi 100% Chardonnay; Dosaggio Zero Brut Nature; almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti; l’80% del vino base affinato in acciaio e il restante 20% in tonneau da 700 litri. Il tutto senza fermentazione malolattica.
Queste scelte definiscono con precisione l’identità di Montris. Lo Chardonnay viene selezionato perché capace di interpretare perfettamente il clima alpino di Caldaro, preservando acidità, tensione e precisione aromatica. La scelta del dosaggio zero nasce invece dalla volontà di lasciare il vino completamente libero da aggiustamenti zuccherini, valorizzandone autenticità e purezza territoriale.
Anche l’assenza della fermentazione malolattica riveste un ruolo fondamentale: permette infatti di mantenere integrità acida, verticalità e grande nitidezza espressiva. I lunghi affinamenti sui lieviti, superiori ai trentasei mesi, contribuiscono invece a costruire profondità e complessità senza compromettere dinamismo e freschezza.
Arthur descrive così il Montris nel bicchiere:
Cristallino, colore paglierino con riflessi citrini. Il perlage è finissimo, continuo e persistente.
Il profilo aromatico racconta immediatamente la sua identità alpina:
Emergono mineralità calcarea-gessosa e pietra focaia, insieme a zeste di cedro, mela cotogna, fiori bianchi, brioche e crosta di pane.
Ma è soprattutto il sorso a rappresentare la filosofia del progetto:
L’ingresso è verticale. Al centro della bocca il vino diventa cremoso, dritto, sapido, profondo e molto preciso. È lunghissimo, elegante e vibrante.
Montris non nasce con l’obiettivo di imitare altri modelli spumantistici internazionali.
La sua identità si fonda invece sulla capacità di interpretare il Metodo Classico attraverso il carattere del territorio altoatesino: acidità vibrante, tensione minerale, precisione aromatica e straordinaria pulizia gustativa.
La scelta di produrre esclusivamente Blanc de Blancs sottolinea ulteriormente questa filosofia. Lo Chardonnay riesce infatti a sviluppare maturità aromatica mantenendo al tempo stesso una freschezza naturale fondamentale per la produzione di grandi spumanti metodo classico.
La lunga permanenza sui lieviti non viene utilizzata per aumentare il peso del vino, ma per costruire complessità mantenendo sempre equilibrio e verticalità. È proprio questo il tratto distintivo di Montris: unire cremosità e tensione, profondità e precisione.
La figura di Arthur Rainer emerge con forza nella capacità di costruire due anime complementari. Da una parte Seeperle, immediata, gastronomica e territoriale; dall’altra Montris, progetto di ricerca dedicato alla spumantizzazione di alto livello.
Arthur appartiene a quella nuova generazione di vignaioli capaci di superare alcuni schemi tradizionali dell’enologia alpina. I suoi vini non puntano soltanto sulla perfezione tecnica, ma anche su personalità, energia e capacità comunicativa. L’esperienza maturata nel mondo dell’ospitalità gli permette inoltre di interpretare il vino sempre in relazione alla tavola e al piacere della condivisione.
Oggi Seeperle e Montris rappresentano due delle realtà più interessanti dell’Alto Adige contemporaneo: vini territoriali di grande precisione da un lato, e un Metodo Classico che dimostra come le colline di Caldaro possano esprimere spumanti di livello assoluto dall’altro. Al centro di tutto rimane la visione di Arthur Rainer, produttore capace di coniugare modernità, autenticità e forte identità territoriale.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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16 Maggio, 2026
Quarteluna. Quattro amici e un sogno
Tra le colline morbide della Franciacorta, dove i vigneti si rincorrono ordinati tra boschi, cascine e riflessi del lago d’Iseo, esistono realtà che sembrano nate per raccontare una nuova idea di territorio ma senza dimenticare la tradizione.
Non cantine monumentali o marchi costruiti sulla storicità, ma progetti giovani capaci di interpretare la Franciacorta con uno sguardo contemporaneo, mantenendo intatta quella sensibilità agricola che rende questo angolo di Lombardia uno dei luoghi più affascinanti del vino italiano.
È proprio in questo equilibrio tra ambizione, paesaggio e identità che prende forma Quaterluna Franciacorta, una delle realtà emergenti più interessanti del panorama spumantistico italiano. Arrivare a Erbusco significa entrare nel cuore autentico della Franciacorta. Qui il paesaggio cambia continuamente: colline moreniche morbide, piccoli appezzamenti vitati, cascine storiche e strade che sembrano inseguire i filari. È una terra elegante, ma ancora profondamente agricola, dove il vino nasce prima di tutto dal rapporto con il territorio. Ed è proprio da un piccolo vigneto che comincia la storia di Quaterluna. Il nostro viaggio inizia da un piccolo vigneto nella contrada Valluna ad Erbusco di proprietà della mia famiglia, racconta Isabella, una delle anime del progetto. Un piccolo appezzamento di Chardonnay di circa 25 anni, situato su un terreno morenico profondo e fertile. Il suolo, formato dalle antiche glaciazioni, è caratterizzato da una composizione unica di sabbie, limi e argille che conferisce ai nostri vini struttura e complessità Mentre attraversiamo i filari, il terreno racconta davvero molto della Franciacorta. La componente morenica, generata dalle antiche glaciazioni che hanno modellato il territorio, regala vini capaci di coniugare tensione e profondità.
Il vigneto Valluna guarda a sud-est, una posizione privilegiata, che garantisce esposizione solare costante e ventilazione naturale. È qui che lo Chardonnay trova una delle sue espressioni più eleganti. Il clima della Franciacorta, temperato e influenzato dal lago d’Iseo, crea le condizioni ideali per la coltivazione dello Chardonnay, che qui trova il suo habitat perfetto. Questo terreno unico, unito alla nostra passione e cura, ci permette di produrre uve di alta qualità che si traducono in vini eleganti e raffinati La sensazione è quella di trovarsi davanti a un progetto costruito lentamente, quasi in maniera artigianale, dove ogni scelta nasce prima dalla vigna che dal marketing. Quaterluna non cerca effetti scenografici o narrazioni costruite: tutto sembra partire dal desiderio di creare vini coerenti con il territorio. Oltre al vigneto Valluna, acquisiamo uve da Maurizio, nostro socio, che coltiva anche lui vigneti a Erbusco, sempre su terreni morenici profondi. Queste uve, sia Chardonnay che Pinot Nero, sono selezionate con cura e contribuiscono a creare i nostri vini, arricchendoli con le loro caratteristiche uniche. La collaborazione con Maurizio ci permette di avere un controllo totale sulla qualità delle uve e di creare vini che siano veramente rappresentativi del nostro territorio È interessante osservare come, in una denominazione importante e strutturata come la Franciacorta, possano ancora nascere progetti così legati a dinamiche umane e personali. Dietro Quaterluna non c’è infatti soltanto una cantina, ma un gruppo di persone unite da competenze diverse e da una visione comune. Siamo Davide, Maurizio, Isabella e Stefano: un gruppo di amici e soci con una passione comune per il vino e la Franciacorta. L’enologo, il vignaiolo, l’amministrativa e il commerciale, uniti dal desiderio di creare vini che parlino di noi e del nostro territorio È Isabella a raccontare con maggiore trasporto la nascita del progetto. Le sue parole restituiscono tutta la spontaneità di un’avventura nata quasi naturalmente, dopo anni trascorsi all’interno del mondo Franciacorta. Mi prendo il merito di aver ideato Quaterluna. Per anni ho lavorato in Franciacorta presso aziende vitivinicole e a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere le mie capacità a disposizione di un progetto veramente mio Nelle sue parole non emerge soltanto ambizione, ma soprattutto il desiderio di autenticità. Quaterluna sembra nascere proprio da questa esigenza: produrre vini personali, senza compromessi stilistici, capaci di raccontare il lato più contemporaneo della Franciacorta. In Quaterluna seguo la parte amministrativa, contabile, commerciale e pubbliche relazioni oltre ad aiutare nei lavori manuali in vigneto e in cantina Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti delle giovani realtà vitivinicole: i ruoli non sono mai completamente rigidi. Tutti fanno tutto. La dimensione umana rimane centrale e il vino diventa davvero il risultato di un lavoro condiviso. Ho trovato in Davide la persona ideale alla quale affidare il processo produttivo. Abbiamo collaborato insieme nella mia ultima esperienza lavorativa e da subito siamo entrati in sintonia: grande stima reciproca. Davide è preciso e puntiglioso ma anche sperimentale e curioso La figura dell’enologo qui assume un ruolo fondamentale. Non soltanto interprete tecnico, ma vero traduttore del territorio.
Lo stile dei vini Quaterluna riflette proprio questa doppia anima: precisione tecnica e desiderio di sperimentazione. La cantina ha scelto una strada particolare e molto identitaria: produrre poche etichette ma fortemente caratterizzate. Non esiste una gamma dispersiva, ma un percorso coerente che ruota attorno al concetto delle “Fasi”. Ogni dégorgement racconta infatti un momento diverso del progetto, dell’annata e dell’evoluzione stilistica della cantina. La “FASE UNO”, oggi sold out, rappresenta il primo capitolo di Quaterluna. Un Franciacorta Extra Brut composto da 82% Chardonnay e 18% Pinot Nero, con dosaggio minimo di 1 grammo litro e 20 mesi sui lieviti. Un vino nato quasi come manifesto iniziale della cantina: verticale, teso, essenziale, capace di coniugare la purezza dello Chardonnay alla struttura discreta del Pinot Nero. Al naso emergono agrumi, mela verde, fiori bianchi e leggere note di panificazione, mentre il sorso si sviluppa con precisione quasi tagliente e finale salino. Con la “FASE DUE” cambia completamente l’equilibrio della cuvée. Qui il Pinot Nero diventa protagonista con il 65%, accompagnato dal 35% Chardonnay. Il dosaggio scende addirittura a zero, trasformando il vino in un Brut Nature di grande carattere. I 23 mesi sui lieviti donano maggiore ampiezza aromatica e profondità gustativa. Il Pinot Nero regala note più mature e una struttura più ampia, mentre il finale rimane dinamico e vibrante. È forse il vino che più racconta il lato sperimentale e curioso di Davide: un Franciacorta deciso, gastronomico, moderno. La “FASE TRE” rappresenta invece una sintesi molto raffinata dell’identità Quaterluna. La cuvée torna a privilegiare lo Chardonnay, presente al 65%, di cui una piccola parte affinata in barrique, mentre il Pinot Nero rimane al 35%. Anche qui il dosaggio è ridottissimo, appena 1 grammo litro. I 22 mesi sui lieviti permettono al vino di sviluppare una complessità elegante senza perdere slancio. Emergono note di crosta di pane, nocciola fresca, pietra focaia e agrumi maturi, sostenute da una bocca cremosa ma sempre estremamente dinamica. È probabilmente la fase che meglio racconta la maturità stilistica raggiunta finora dalla cantina. E poi c’è la “FASE QUATTRO”, disponibile dal 2026, che già rappresenta un piccolo oggetto di curiosità tra gli appassionati. Il blend vede nuovamente il Pinot Nero protagonista al 58%, con Chardonnay al 42%, mantenendo il dosaggio minimale tipico della filosofia aziendale. Anche qui l’affinamento previsto supera i 22 mesi sui lieviti. Da quanto raccontano in cantina, sarà probabilmente il vino più teso e territoriale mai prodotto da Quaterluna: meno concessioni alla rotondità, più energia, più precisione, più Franciacorta contemporanea. Ma la vera attesa ruota oggi attorno all’imminente uscita del primo Millesimato Dosaggio Zero DOCG.
La prima annata sarà la 2022 e vedrà la luce nella primavera 2026. Un vino che la cantina definisce come “l’espressione più pura dello Chardonnay del vigneto Valluna di Erbusco”. In Franciacorta il Millesimato rappresenta sempre qualcosa di speciale. Non soltanto un vino prodotto da una singola annata, ma la volontà di fissare nella bottiglia il carattere irripetibile di una vendemmia. Il disciplinare prevede affinamenti minimo 30 mesi sui lieviti proprio per permettere maggiore profondità ed evoluzione. Nel caso di Quaterluna il Millesimato assume un significato ancora più importante perché rappresenta il primo vero racconto integrale del vigneto Valluna. Uno Chardonnay in purezza che promette di esprimere tutta la tensione minerale e la verticalità dei suoli morenici di Erbusco. In Maurizio abbiamo trovato supporto logistico. Da lui, oltre ad acquistare delle uve, ci appoggiamo per la vinificazione presso la sua piccola cantina in centro ad Erbusco. Lui inoltre si occupa della gestione dei lavori meccanici in vigneto Anche questo dettaglio racconta molto della natura del progetto.
Quaterluna nasce infatti in maniera profondamente condivisa, quasi comunitaria, dove ogni socio mette a disposizione competenze, strumenti e passione. Ha messo a disposizione del progetto le sue attrezzature oltre chiaramente la sua competenza E poi c’è Stefano. Stefano è mio marito. Al Franciacorta e alla Franciacorta diamo il merito del nostro incontro La dimensione familiare e relazionale emerge continuamente nel racconto.
Non è soltanto un progetto imprenditoriale, ma qualcosa di più personale, costruito sulle relazioni e sulle esperienze condivise. Grande appassionato di vino e cucina, da lui riceviamo un importante sostegno commerciale. Il suo lavoro principale e la sua non timidezza lo portano ad avere una serie di conoscenze che si sono rivelate molto utili per far quadrare i conti Quattro soci, quattro ruoli diversi, una sola visione.
Ed è probabilmente proprio questa armonia tra competenze differenti che rende Quaterluna una delle realtà più interessanti della nuova Franciacorta. In un territorio ormai affermato a livello internazionale, dove il rischio dell’omologazione stilistica è sempre presente, Quaterluna sceglie una strada diversa: piccoli numeri, forte identità territoriale e una lettura contemporanea del Metodo Classico. Lasciando Erbusco, mentre il sole scende lentamente sulle colline moreniche della Franciacorta e la luce accende i filari di riflessi dorati, rimane la sensazione di aver incontrato qualcosa di autentico. Non soltanto una giovane cantina, ma un progetto umano prima ancora che produttivo. Perché in fondo il vino più interessante nasce sempre così: da persone che decidono di trasformare un territorio, un’amicizia e una passione condivisa in qualcosa che possa durare nel tempo. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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È proprio in questo equilibrio tra ambizione, paesaggio e identità che prende forma Quaterluna Franciacorta, una delle realtà emergenti più interessanti del panorama spumantistico italiano. Arrivare a Erbusco significa entrare nel cuore autentico della Franciacorta. Qui il paesaggio cambia continuamente: colline moreniche morbide, piccoli appezzamenti vitati, cascine storiche e strade che sembrano inseguire i filari. È una terra elegante, ma ancora profondamente agricola, dove il vino nasce prima di tutto dal rapporto con il territorio. Ed è proprio da un piccolo vigneto che comincia la storia di Quaterluna. Il nostro viaggio inizia da un piccolo vigneto nella contrada Valluna ad Erbusco di proprietà della mia famiglia, racconta Isabella, una delle anime del progetto. Un piccolo appezzamento di Chardonnay di circa 25 anni, situato su un terreno morenico profondo e fertile. Il suolo, formato dalle antiche glaciazioni, è caratterizzato da una composizione unica di sabbie, limi e argille che conferisce ai nostri vini struttura e complessità Mentre attraversiamo i filari, il terreno racconta davvero molto della Franciacorta. La componente morenica, generata dalle antiche glaciazioni che hanno modellato il territorio, regala vini capaci di coniugare tensione e profondità.
Il vigneto Valluna guarda a sud-est, una posizione privilegiata, che garantisce esposizione solare costante e ventilazione naturale. È qui che lo Chardonnay trova una delle sue espressioni più eleganti. Il clima della Franciacorta, temperato e influenzato dal lago d’Iseo, crea le condizioni ideali per la coltivazione dello Chardonnay, che qui trova il suo habitat perfetto. Questo terreno unico, unito alla nostra passione e cura, ci permette di produrre uve di alta qualità che si traducono in vini eleganti e raffinati La sensazione è quella di trovarsi davanti a un progetto costruito lentamente, quasi in maniera artigianale, dove ogni scelta nasce prima dalla vigna che dal marketing. Quaterluna non cerca effetti scenografici o narrazioni costruite: tutto sembra partire dal desiderio di creare vini coerenti con il territorio. Oltre al vigneto Valluna, acquisiamo uve da Maurizio, nostro socio, che coltiva anche lui vigneti a Erbusco, sempre su terreni morenici profondi. Queste uve, sia Chardonnay che Pinot Nero, sono selezionate con cura e contribuiscono a creare i nostri vini, arricchendoli con le loro caratteristiche uniche. La collaborazione con Maurizio ci permette di avere un controllo totale sulla qualità delle uve e di creare vini che siano veramente rappresentativi del nostro territorio È interessante osservare come, in una denominazione importante e strutturata come la Franciacorta, possano ancora nascere progetti così legati a dinamiche umane e personali. Dietro Quaterluna non c’è infatti soltanto una cantina, ma un gruppo di persone unite da competenze diverse e da una visione comune. Siamo Davide, Maurizio, Isabella e Stefano: un gruppo di amici e soci con una passione comune per il vino e la Franciacorta. L’enologo, il vignaiolo, l’amministrativa e il commerciale, uniti dal desiderio di creare vini che parlino di noi e del nostro territorio È Isabella a raccontare con maggiore trasporto la nascita del progetto. Le sue parole restituiscono tutta la spontaneità di un’avventura nata quasi naturalmente, dopo anni trascorsi all’interno del mondo Franciacorta. Mi prendo il merito di aver ideato Quaterluna. Per anni ho lavorato in Franciacorta presso aziende vitivinicole e a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere le mie capacità a disposizione di un progetto veramente mio Nelle sue parole non emerge soltanto ambizione, ma soprattutto il desiderio di autenticità. Quaterluna sembra nascere proprio da questa esigenza: produrre vini personali, senza compromessi stilistici, capaci di raccontare il lato più contemporaneo della Franciacorta. In Quaterluna seguo la parte amministrativa, contabile, commerciale e pubbliche relazioni oltre ad aiutare nei lavori manuali in vigneto e in cantina Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti delle giovani realtà vitivinicole: i ruoli non sono mai completamente rigidi. Tutti fanno tutto. La dimensione umana rimane centrale e il vino diventa davvero il risultato di un lavoro condiviso. Ho trovato in Davide la persona ideale alla quale affidare il processo produttivo. Abbiamo collaborato insieme nella mia ultima esperienza lavorativa e da subito siamo entrati in sintonia: grande stima reciproca. Davide è preciso e puntiglioso ma anche sperimentale e curioso La figura dell’enologo qui assume un ruolo fondamentale. Non soltanto interprete tecnico, ma vero traduttore del territorio.
Lo stile dei vini Quaterluna riflette proprio questa doppia anima: precisione tecnica e desiderio di sperimentazione. La cantina ha scelto una strada particolare e molto identitaria: produrre poche etichette ma fortemente caratterizzate. Non esiste una gamma dispersiva, ma un percorso coerente che ruota attorno al concetto delle “Fasi”. Ogni dégorgement racconta infatti un momento diverso del progetto, dell’annata e dell’evoluzione stilistica della cantina. La “FASE UNO”, oggi sold out, rappresenta il primo capitolo di Quaterluna. Un Franciacorta Extra Brut composto da 82% Chardonnay e 18% Pinot Nero, con dosaggio minimo di 1 grammo litro e 20 mesi sui lieviti. Un vino nato quasi come manifesto iniziale della cantina: verticale, teso, essenziale, capace di coniugare la purezza dello Chardonnay alla struttura discreta del Pinot Nero. Al naso emergono agrumi, mela verde, fiori bianchi e leggere note di panificazione, mentre il sorso si sviluppa con precisione quasi tagliente e finale salino. Con la “FASE DUE” cambia completamente l’equilibrio della cuvée. Qui il Pinot Nero diventa protagonista con il 65%, accompagnato dal 35% Chardonnay. Il dosaggio scende addirittura a zero, trasformando il vino in un Brut Nature di grande carattere. I 23 mesi sui lieviti donano maggiore ampiezza aromatica e profondità gustativa. Il Pinot Nero regala note più mature e una struttura più ampia, mentre il finale rimane dinamico e vibrante. È forse il vino che più racconta il lato sperimentale e curioso di Davide: un Franciacorta deciso, gastronomico, moderno. La “FASE TRE” rappresenta invece una sintesi molto raffinata dell’identità Quaterluna. La cuvée torna a privilegiare lo Chardonnay, presente al 65%, di cui una piccola parte affinata in barrique, mentre il Pinot Nero rimane al 35%. Anche qui il dosaggio è ridottissimo, appena 1 grammo litro. I 22 mesi sui lieviti permettono al vino di sviluppare una complessità elegante senza perdere slancio. Emergono note di crosta di pane, nocciola fresca, pietra focaia e agrumi maturi, sostenute da una bocca cremosa ma sempre estremamente dinamica. È probabilmente la fase che meglio racconta la maturità stilistica raggiunta finora dalla cantina. E poi c’è la “FASE QUATTRO”, disponibile dal 2026, che già rappresenta un piccolo oggetto di curiosità tra gli appassionati. Il blend vede nuovamente il Pinot Nero protagonista al 58%, con Chardonnay al 42%, mantenendo il dosaggio minimale tipico della filosofia aziendale. Anche qui l’affinamento previsto supera i 22 mesi sui lieviti. Da quanto raccontano in cantina, sarà probabilmente il vino più teso e territoriale mai prodotto da Quaterluna: meno concessioni alla rotondità, più energia, più precisione, più Franciacorta contemporanea. Ma la vera attesa ruota oggi attorno all’imminente uscita del primo Millesimato Dosaggio Zero DOCG.
La prima annata sarà la 2022 e vedrà la luce nella primavera 2026. Un vino che la cantina definisce come “l’espressione più pura dello Chardonnay del vigneto Valluna di Erbusco”. In Franciacorta il Millesimato rappresenta sempre qualcosa di speciale. Non soltanto un vino prodotto da una singola annata, ma la volontà di fissare nella bottiglia il carattere irripetibile di una vendemmia. Il disciplinare prevede affinamenti minimo 30 mesi sui lieviti proprio per permettere maggiore profondità ed evoluzione. Nel caso di Quaterluna il Millesimato assume un significato ancora più importante perché rappresenta il primo vero racconto integrale del vigneto Valluna. Uno Chardonnay in purezza che promette di esprimere tutta la tensione minerale e la verticalità dei suoli morenici di Erbusco. In Maurizio abbiamo trovato supporto logistico. Da lui, oltre ad acquistare delle uve, ci appoggiamo per la vinificazione presso la sua piccola cantina in centro ad Erbusco. Lui inoltre si occupa della gestione dei lavori meccanici in vigneto Anche questo dettaglio racconta molto della natura del progetto.
Quaterluna nasce infatti in maniera profondamente condivisa, quasi comunitaria, dove ogni socio mette a disposizione competenze, strumenti e passione. Ha messo a disposizione del progetto le sue attrezzature oltre chiaramente la sua competenza E poi c’è Stefano. Stefano è mio marito. Al Franciacorta e alla Franciacorta diamo il merito del nostro incontro La dimensione familiare e relazionale emerge continuamente nel racconto.
Non è soltanto un progetto imprenditoriale, ma qualcosa di più personale, costruito sulle relazioni e sulle esperienze condivise. Grande appassionato di vino e cucina, da lui riceviamo un importante sostegno commerciale. Il suo lavoro principale e la sua non timidezza lo portano ad avere una serie di conoscenze che si sono rivelate molto utili per far quadrare i conti Quattro soci, quattro ruoli diversi, una sola visione.
Ed è probabilmente proprio questa armonia tra competenze differenti che rende Quaterluna una delle realtà più interessanti della nuova Franciacorta. In un territorio ormai affermato a livello internazionale, dove il rischio dell’omologazione stilistica è sempre presente, Quaterluna sceglie una strada diversa: piccoli numeri, forte identità territoriale e una lettura contemporanea del Metodo Classico. Lasciando Erbusco, mentre il sole scende lentamente sulle colline moreniche della Franciacorta e la luce accende i filari di riflessi dorati, rimane la sensazione di aver incontrato qualcosa di autentico. Non soltanto una giovane cantina, ma un progetto umano prima ancora che produttivo. Perché in fondo il vino più interessante nasce sempre così: da persone che decidono di trasformare un territorio, un’amicizia e una passione condivisa in qualcosa che possa durare nel tempo. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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15 Aprile, 2026
Sotto il velo del flor. L’incanto senza tempo dell’Andalusia
Andalusia, regione della Spagna dove si respira un’atmosfera sospesa tra cultura europea e araba, terra di vini unici e straordinari come lo Sherry ma anche di qualche bollicina interessante.
Il mio viaggio comincia e finisce a Malaga, attraversando l’Andalusia in direzione Granada, Cordoba, Siviglia e Jerez de la Frontera, attraversando le esperienze religiose delle imponenti processioni della Semana Santa per arrivare alle più laiche e spensierate famose bodegas, dove, insieme alle tapas, si possono degustare vini locali spillati direttamente dalle botti. Le più note: Antigua Casa De Guardia, autentica, senza tempo ed affollatissima, a Malaga; Bodega Castaneda storica, atmosfera autentica e più tranquilla, a Granada; Bodegas Mezquita tradizione, buona cantina e tapas, a Cordoba; per finire a El Gallo Azul, storico, elegante e iconico, e Tabanco el Pasaje Sherry, Flamenco e tradizione a Jerez de la Frontera.
In mezzo a questa atmosfera autentica e senza tempo ho scovato due bollicine interessanti che ho il piacere di raccontarvi: alla Bodega Castaneda di Granada il Lumé Brut Bodega Contreras Ruiz – Huelva, un Metodo Classico 100% Zalema, affinato 18 mesi sui lieviti nel cuore dell’Andalusia che si distingue per un profilo fresco e sapido con note di mela, fiori bianchi e crosta di pane, ideale per l’aperitivo e alla Bodega Mezquita di Córdoba il Robles Brut Nature 18 Bodegas Robles – Montilla, che è un originale Metodo Classico biologico da uve 100% Pedro Ximénez, affinato per 18 mesi in bottiglia. Si caratterizza per aromi di lievito, brioche e frutti tropicali, con un sorso strutturato, fresco e un finale armonioso dai richiami di liquirizia.
Arrivo alla Bodega Tío Pepe un’icona del mondo dello Sherry, un connubio straordinario di tradizione e modernità in stile quasi Disneyano.
La Bodega Tío Pepe è molto più di una semplice cantina … è proprio una realtà a sé, dove vino, ospitalità e cultura si intrecciano tra hotel, ristorante e spettacoli di flamenco equestre.
Alloggio al Wine Hotel Tío Pepe, unico Sherry Hotel della regione, l’accoglienza è familiare ma formale e la camera con una splendida vista sulla Cattedrale di Jerez, il rooftop è da brivido e concede proprio l’effetto “Wow” con bar e piscina che permettono una visuale sublime sul centro storico.
La mattina di Pasqua comincia la visita in cantina, l’inizio non è entusiasmante, un giro in trenino per la tenuta, molto, forse troppo turistico, ma riusciamo comunque a cogliere qualcosa di unico qui tra i filari. Il protagonista silenzioso è il suolo: l’Albariza. Di un bianco quasi accecante, questa terra calcarea possiede una straordinaria capacità di trattenere l’acqua durante i brevi periodi di pioggia, per poi rilasciarla lentamente nei mesi più aridi. È una riserva naturale che consente alla vite di sopravvivere e prosperare in condizioni climatiche estreme, regalando uve di grande equilibrio; il vitigno simbolo è il Palomino, varietà discreta che, proprio per questo, diventa la tela perfetta su cui il territorio può esprimersi con precisione assoluta.
Entrando in bodega, la percezione cambia radicalmente. La luce si attenua, la temperatura si abbassa, e l’aria si fa densa di umidità e profumi sottili. Le alte navate custodiscono file ordinate di botti in rovere americano, disposte su più livelli. Qui il tempo non è lineare: è stratificato, circolare, vivo. È il regno del sistema Solera, il metodo di invecchiamento dinamico che rappresenta il cuore pulsante dello Sherry.
La Solera non è soltanto una tecnica, ma una filosofia.
I vini più giovani vengono progressivamente uniti a quelli più vecchi, in un processo continuo di travasi che crea una miscela complessa e armonica. Ogni bottiglia è il risultato di un equilibrio delicato tra annate diverse. Non esiste un’età definita nel senso tradizionale: ciò che conta è la profondità, la coerenza stilistica, la memoria che ogni sorso riesce a trasmettere.
Ma è osservando la superficie del vino che si scopre uno degli elementi più affascinanti di questo universo: il velo di Flor. Si tratta di un sottile strato di lieviti che si forma naturalmente e che protegge il vino dall’ossidazione, trasformandolo lentamente. La sua azione conferisce al vino caratteristiche inconfondibili: note di mandorla, pane fresco, sensazioni saline e una freschezza vibrante.
L’esperienza in Bodega si conclude con la rassegna delle produzioni più antiche o esclusive per le visite dei Reali di Spagna o del Papa; e con un po’ di storytelling: la botte autografata da Valentino Rossi, il bicchiere con scaletta di Pedro Ximenes per permettere anche ai topini di godere di questo nettare e si passa alla sala degustazioni.
Tanto la Bodega è sobria e tradizionale quanto la sala degustazioni è moderna e colorata, ma molto stilosa.
Nella degustazione guidata ci servono 6 vini, 4 tradizionali e 2 novità, andiamo per ordine.
Partiamo dalle novità
“Croft Twist Fino Spritz” è un rinfrescante British-Andalusian Spritz che miscela sapientemente il Fino Sherry con fiori di sambuco, limone e menta. Con la sua leggera effervescenza e il basso grado alcolico, offre un profilo aromatico agrumato e floreale perfetto per l’aperitivo;
“Elisa Vino Blanco de Albariza 2024”, 100% Palomino Fino che cattura l’essenza gessosa dei terreni di Jerez senza l’uso di lieviti flor, si distingue per una spiccata mineralità marina, note di frutta a polpa bianca e una freschezza vibrante tipica dei vini di Albariza.
Ed arriviamo alla tradizione
“Leonor Palo Cortado seco 12 anos” unisce l’eleganza aromatica dell’Amontillado alla struttura decisa dell’Oloroso, al palato è secco, persistente e sprigiona intensi sentori di nocciola tostata, mandorla e delicate note di quercia;
“Alfonso Oloroso seco” invecchiato per otto anni, caratterizzato da un colore ambrato intenso e da una struttura robusta e vellutata, al naso e al palato dominano note decise di frutta a guscio, rovere e vani;
“Solera 1847 Cream” Cream Sherry dolce e vellutato, nato dal blend di uve Palomino e Pedro Ximénez invecchiate per 8 anni, si distingue per il colore mogano scuro e gli aromi avvolgenti di uvetta, datteri, vaniglia e fichi, perfetti per i dessert;
“Nectar Pedro Ximenes Dulce” dolce intensamente aromatico, caratterizzato da note profonde di fichi secchi, uvetta e datteri. Al palato è denso e vellutato, con una dolcezza mielata bilanciata da una piacevole freschezza sul finale.
La forza della Bodega Tío Pepe risiede proprio in questa capacità di coniugare tradizione e contemporaneità. Da un lato, la fedeltà a pratiche secolari, tramandate di generazione in generazione, dall’altro, la volontà di raccontare lo Sherry a un pubblico nuovo, curioso, internazionale. In un mercato globale sempre più orientato verso vini immediati, lo Sherry rappresenta una scelta controcorrente perché richiede attenzione, invita alla scoperta, premia chi è disposto ad ascoltarlo.
La visita in Bodega è finita ma non l’esperienza perché a questo punto si accede al Ristorante Pedro Nolasco, sempre all’interno della struttura; questo ristorante unisce enogastronomia ed architettura con una vista previlegiata sulla Cattedrale. L’ambiente è elegante e rilassato con dettagli legati al mondo del vino, la cucina propone tradizione andalusa rivisitata con un tocco contemporaneo. Il percorso gastronomico è pensato in abbinamento ai vini di Jerez.
Tra i piatti proposti ho apprezzato dell’Hummus di anacardi con melanzane arrosto, vinaigrette di kalasparra e melograno abbinato ad un Vigna AB Amontillado come il Carciofo alla griglia con pesto shiitake, marmellata di pomodoro con rosmarino accompagnato con pane al timo ed i Calamari alla griglia marinati nella polpa di granchio ragno; mentre per la Tagliata di tonno rosso con cipolle e riduzione di Sherry Tio Pepe en rama stile Pietro Nolasco un Tio Pepe en Rama.
Non resta nient’altro da raccontare di questa esperienza Andalusa, resta la sensazione di aver vissuto qualcosa di autentico, non solo una degustazione, ma un incontro perché lo Sherry, e in particolare un grande Fino come Tío Pepe, non è soltanto un vino: è un modo di raccontare il mondo.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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8 Aprile, 2026
Trentodoc. Due piccoli produttori dalle grandi bollicine
Chi di noi non ha mai bevuto un Trentodoc?
Forse non tutti sanno che il primo Metodo Classico trentino risale al 1902 importato e sviluppato da colui che poi fonderà la prima e più famosa cantina della zona.
Oggi il mondo Trentodoc racchiude quasi ottanta realtà produttive, alcune facenti parte di gruppi o cooperative altri piccoli produttori che si ritagliano il loro spazio di qualità.
Quello che voglio condividere con voi è l’esperienza della visita a due amici, piccoli produttori che con passione e sacrificio vogliono raccontare un territorio vocato alla produzione di spumanti ma aspro e spesso complicato come le coltivazioni montane.
Si parte, prima tappa un vecchio amico, Giulio Larcher, proprietario della Tenuta Maso Corno
Giulio non è nato viticoltore ma lo è diventato per passione, ci accoglie, affaccendato nei lavori di manutenzione invernale, nella cantina in località Valbona alle porte di Ala.
Un saluto affettuoso, veloci e precise indicazioni ai ragazzi e via in fuoristrada si parte per il cuore pulsante dell’azienda: i vigneti.
Meta la tenuta dove, attorno al Maso Corno, un maso secolare sulle pendici dei Monti Lessini, si estendono su terrazze da viticoltura eroica a strapiombo sul torrente Ala che scorre circa 500 metri più sotto. La strada è sterrata e si inerpica sugli stretti tornanti tra fango e neve, ma alla fine lo spettacolo che ci appare è unico.
Filari divisi sulle varie terrazze per vitigno in base all’esposizione ai venti ed al sole: il pinot nero a nord ovest nelle terrazze più alte, Chardonnay e Sauvignon Blanc ad est e nord est. Oggi è freddo, siamo a novembre, anche se è mezzogiorno si battono i piedi sulla neve, ma in estate, alla stessa ora il caldo è intenso, i raggi solari riflettono sulla dolomia e sul calcare che affiora tra le viti e se non ci fossero i venti serali che si infilano nella vallata mai si otterrebbero i profumi e le acidità necessarie. Il panorama abbraccia tutta la vallata dell’Adige e sullo sfondo le Piccole Dolomiti. Si ridiscende verso la cantina e li ci aspetta la degustazione. Speck tagliato a mano e formaggi ci aspettano per essere abbinati non solo alle bollicine ma anche a bianchi strutturati ed a uno splendido Pinot Nero. Ma prima si deve visitare dove sono conservati i segreti della produzione e quindi si scende per due livelli nel sottosuolo dove tra temperature controllate e condizioni ambientali perfette tini di acciaio, barrique, tonneaux svolgono il loro lavoro. Alla fine arriva la tanto agognata degustazione, a noi si uniscono alcuni ragazzi arrivati quasi per caso che rendono la compagnia più piacevole e permettono a Giulio di lanciarsi in racconti ed aneddoti sulla storia del Maso e della cantina e sulle sperimentazioni per perfezionare la produzione. Alla fine tra le chiacchiere sono i vini a prendere il palcoscenico: la vibrante acidità dello chardonnay crea con lo speck un connubio di sapori che appagano il palato cosi come la morbidezza dei bianchi fermi con affettati e formaggi di casera ed il Pinot Nero con quelli più stagionati
Purtroppo il tempo passa velocemente e Giulio deve tornare al lavoro. Noi non ci perdiamo d’animo e saliti in auto attraversiamo la valle e risaliamo verso Isera e superatala arriviamo a Folaso, dove tra i vigneti troviamo un altro amico. Marco Tonini dell’Azienda Agricola Omonima Marco alle bollicine affianca la produzione di Marzemino, forse ancora più identificativo del territorio del Metodo Classico. La cantina di Marco affonda le sue origini nel tempo, nasce infatti nel1911, e con i suoi quattro ettari di vigne tra i 200 e gli 800 metri si impegna a rispettare la tradizione pur essendo certificata come biologica. Ma veniamo a Marco, che ci accoglie con suoi sorriso contagioso, insieme alla sua insostituibile moglie Paola, ed immediatamente apre bottiglie, partendo da suo Le Grilè, Chardonnay Metodo Classico che gli ha consentito di conquistare le quattro viti AIS fino ad arrivare alla novità il nuovo Blanc de Noir 100% Pinot Nero. Marco è una persona semplice ma diretta e dice sempre quello che pensa soprattutto se ritiene che chi lo ascolta possa capire di come sia complicato coltivare e vendemmiare su terrazze ad 800 metri, che gli permettono di produrre quelle che lui definisce le vere bollicine di montagna. Le vigne sono coltivate in parte con la tradizionale “pergola trentina” e in parte a “guyot”, su terrazze sostenute da muretti a secco e formano un anfiteatro esposto ad est, in cui le viti vengono accompagnate dal sole per quasi tutta la giornata per poi essere rinfrescate dalle escursioni termiche indispensabili per ottenere gli aromi che poi assaporiamo quando degustiamo, mentre i terreni calcarei regalano tanta mineralità. Dopo essere arrivati ad apprezzare il suo Marzemino nella versione Superiore di Isera, che qui ha il suo habitat naturale, ci stupisce con una ennesima nuova sorpresa un Schiava Vigneti delle Dolomiti IGT. A questo punto salutiamo e ripartiamo convinti di aver avuto il piacere di aver conosciuto due piccoli produttori che raccontano e rappresentano una realtà non solo produttiva ma anche storica di passione. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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Meta la tenuta dove, attorno al Maso Corno, un maso secolare sulle pendici dei Monti Lessini, si estendono su terrazze da viticoltura eroica a strapiombo sul torrente Ala che scorre circa 500 metri più sotto. La strada è sterrata e si inerpica sugli stretti tornanti tra fango e neve, ma alla fine lo spettacolo che ci appare è unico.
Filari divisi sulle varie terrazze per vitigno in base all’esposizione ai venti ed al sole: il pinot nero a nord ovest nelle terrazze più alte, Chardonnay e Sauvignon Blanc ad est e nord est. Oggi è freddo, siamo a novembre, anche se è mezzogiorno si battono i piedi sulla neve, ma in estate, alla stessa ora il caldo è intenso, i raggi solari riflettono sulla dolomia e sul calcare che affiora tra le viti e se non ci fossero i venti serali che si infilano nella vallata mai si otterrebbero i profumi e le acidità necessarie. Il panorama abbraccia tutta la vallata dell’Adige e sullo sfondo le Piccole Dolomiti. Si ridiscende verso la cantina e li ci aspetta la degustazione. Speck tagliato a mano e formaggi ci aspettano per essere abbinati non solo alle bollicine ma anche a bianchi strutturati ed a uno splendido Pinot Nero. Ma prima si deve visitare dove sono conservati i segreti della produzione e quindi si scende per due livelli nel sottosuolo dove tra temperature controllate e condizioni ambientali perfette tini di acciaio, barrique, tonneaux svolgono il loro lavoro. Alla fine arriva la tanto agognata degustazione, a noi si uniscono alcuni ragazzi arrivati quasi per caso che rendono la compagnia più piacevole e permettono a Giulio di lanciarsi in racconti ed aneddoti sulla storia del Maso e della cantina e sulle sperimentazioni per perfezionare la produzione. Alla fine tra le chiacchiere sono i vini a prendere il palcoscenico: la vibrante acidità dello chardonnay crea con lo speck un connubio di sapori che appagano il palato cosi come la morbidezza dei bianchi fermi con affettati e formaggi di casera ed il Pinot Nero con quelli più stagionati
Purtroppo il tempo passa velocemente e Giulio deve tornare al lavoro. Noi non ci perdiamo d’animo e saliti in auto attraversiamo la valle e risaliamo verso Isera e superatala arriviamo a Folaso, dove tra i vigneti troviamo un altro amico. Marco Tonini dell’Azienda Agricola Omonima Marco alle bollicine affianca la produzione di Marzemino, forse ancora più identificativo del territorio del Metodo Classico. La cantina di Marco affonda le sue origini nel tempo, nasce infatti nel1911, e con i suoi quattro ettari di vigne tra i 200 e gli 800 metri si impegna a rispettare la tradizione pur essendo certificata come biologica. Ma veniamo a Marco, che ci accoglie con suoi sorriso contagioso, insieme alla sua insostituibile moglie Paola, ed immediatamente apre bottiglie, partendo da suo Le Grilè, Chardonnay Metodo Classico che gli ha consentito di conquistare le quattro viti AIS fino ad arrivare alla novità il nuovo Blanc de Noir 100% Pinot Nero. Marco è una persona semplice ma diretta e dice sempre quello che pensa soprattutto se ritiene che chi lo ascolta possa capire di come sia complicato coltivare e vendemmiare su terrazze ad 800 metri, che gli permettono di produrre quelle che lui definisce le vere bollicine di montagna. Le vigne sono coltivate in parte con la tradizionale “pergola trentina” e in parte a “guyot”, su terrazze sostenute da muretti a secco e formano un anfiteatro esposto ad est, in cui le viti vengono accompagnate dal sole per quasi tutta la giornata per poi essere rinfrescate dalle escursioni termiche indispensabili per ottenere gli aromi che poi assaporiamo quando degustiamo, mentre i terreni calcarei regalano tanta mineralità. Dopo essere arrivati ad apprezzare il suo Marzemino nella versione Superiore di Isera, che qui ha il suo habitat naturale, ci stupisce con una ennesima nuova sorpresa un Schiava Vigneti delle Dolomiti IGT. A questo punto salutiamo e ripartiamo convinti di aver avuto il piacere di aver conosciuto due piccoli produttori che raccontano e rappresentano una realtà non solo produttiva ma anche storica di passione. Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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