Wine Hunter Stories

Wine Hunter Stories è una caccia senza tregua alle storie che il vino porta con sé. Luca, non si limita a raccontare ciò che trova nel calice, ma esplora il mondo che si intreccia attorno ad esso: sport, cinema, cultura, lifestyle e molto altro. Ogni bottiglia diventa un pretesto per viaggiare attraverso emozioni, luoghi e momenti che ci riportano sempre al vino, ma in modo inaspettato.
Con il motto “1+1 non fa sempre 2”, Luca ci invita a rompere gli schemi, guardando oltre l’etichetta e scoprendo un universo fatto di connessioni sottili e sorprendenti. Qui, il vino è molto più di una bevanda: è il protagonista silenzioso di storie che ci cambiano o ci fanno “pensare”.

Salone del Vino Torino 2026. Un segnale Arrow Right Top Bg

16 Marzo, 2026

Salone del Vino Torino 2026. Un segnale

  Il Salone del Vino Torino chiude la sua quarta edizione con numeri che fotografano un momento preciso della cultura del vino italiana.
Dal 28 febbraio al 2 marzo, le OGR Torino si sono trasformate in un hub di storie, territori e visioni contemporanee, registrando oltre 19.000 presenze, più di 500 cantine, 2.000 partecipanti alle masterclass e migliaia di persone coinvolte negli eventi diffusi in città. Non solo un evento.
È stato un segnale. Tanti segnali. Già dal sabato pomeriggio, appena aperti i cancelli, si percepiva un’energia diversa.
E soprattutto una presenza netta, evidente, quasi dominante: fascia 25-45. Wine lovers. Persone che il vino lo vogliono capire, scegliere, raccontare. Un pubblico che non cerca l’etichetta da esibire, ma un’esperienza da ricordare. Il Salone non è stato solo banco d’assaggio, ma una vera piattaforma di contenuti.
Il programma di masterclass, talk e momenti di confronto diretto con i produttori si è rivelato particolarmente ricco e strutturato, offrendo ai visitatori occasioni concrete di approfondimento. Oltre 50 masterclass hanno scandito le giornate con degustazioni guidate, focus su territori, vitigni autoctoni e interpretazioni contemporanee del vino italiano.
Spazi di dialogo reale, dove il racconto si è affiancato all’esperienza diretta nel calice. A questo si sono aggiunte aree tematiche dedicate alle nuove generazioni del vino, incontri con produttori emergenti e momenti di confronto pensati per avvicinare linguaggi, visioni e mercati diversi. Un’impostazione che ha reso il Salone un luogo di partecipazione attiva, non una semplice esposizione. Ed è in questo contesto concreto e dinamico che il talk Il Lato Giovane del Vino ha trovato la sua collocazione naturale.   Il Lato Giovane del Vino In questo clima si è inserito il talk & degustazione “Il Lato Giovane del Vino”, un format che evita la retorica generazionale e va dritto al punto: il vino non ha età anagrafiche, ha linguaggi. Non ho parlato dei giovani, ma con giovani professionisti che oggi prendono decisioni vere dentro le loro aziende. Produzione, visione, mercato, posizionamento. Nessuna promessa futuristica: presente puro. Tre cantine. Sei vini. Tre storie imprenditoriali che dimostrano una cosa semplice:
il vino sta smettendo di essere spiegato per iniziare a essere desiderato. Poderi Moretti, Tenuta Roletto, Scarzella e la “sfumatura” finale, Z-Rossa. Accoglienza più informale.
Meno distanza tra produttore e consumatore.
Comunicazione diretta.
I social usati come strumento, non come vetrina patinata. Un dialogo da entrambi i lati del tavolo: chi produce e chi sceglie.
Calice alla mano. Senza filtri.   I protagonisti nel calice Poderi Moretti (https://www.morettivini.it/)
Alessandra Moretti non parla di futuro. Lo pratica.
Formazione enologica ad Alba, studi in marketing, oggi gira il mondo portando la sua cantina oltre i confini geografici e mentali.
Accoglie gli ospiti come si accolgono gli amici di famiglia e racconta il Roero con un equilibrio raro tra precisione tecnica e calore umano. Tenuta Roletto (https://tenutaroletto.it/)
Enrico Luculano rappresenta quella generazione che non vuole modernizzare a tutti i costi, ma tradurre la tradizione in un linguaggio attuale.
Il suo racconto dell’Erbaluce non è nostalgia, ma consapevolezza territoriale.
Sa che innovare non significa rompere, ma comprendere profondamente ciò che si ha tra le mani. Scarzella (https://www.scarzella.it/)
Alessandro Scarzella ha lo sguardo di chi ha visto il mondo e ha scelto di tornare a casa.
Esperienze internazionali, studi solidi, poi la decisione di lavorare la propria terra insieme ai fratelli.
Sette etichette, ognuna figlia di un terreno diverso. Vitigni autoctoni, agricoltura sostenibile, produzioni limitate.
Non inseguono il mercato. Costruiscono identità. Z-Rossa (https://www.zrossa.it/)
Gianluca Tedeschi è designer nell’anima. E si vede.
Il suo liquore nasce dal vino biologico ma cresce dentro una storia familiare, con la pazienza di nonno Vincenzo.
Z-Rossa non è solo un prodotto: è un ponte tra artigianalità e visione estetica.   Una conduzione che guarda avanti: Simona Smeriglio Accanto a me, nella conduzione del talk, Simona Smeriglio.
23 anni. Sommelier AIS. Ma soprattutto una mente curiosa, rapida, affamata di storie vere. Non ama stare in superficie. Scava. Ascolta. Collega. Ha idee chiare su dove stia andando il vino e una sensibilità rara nel leggerne i cambiamenti. Conosce il territorio piemontese come chi lo vive davvero, non come chi lo studia sui manuali. Ne riconosce sfumature, differenze, tensioni evolutive e riesce a raccontarle con un linguaggio contemporaneo, accessibile, mai didascalico. Una presenza giovane, sì. Ma con lo sguardo di chi ha già capito che il vino non è materia da spiegare: è relazione da costruire. Il ritorno alle radici: la nuova generazione in vigna Un’altra attenzione emersa durante il Salone riguarda un fenomeno che attraversa molte regioni italiane e che in Piemonte sta trovando terreno fertile: la nuova generazione è tornata in vigna. Non per replicare modelli passati. Ma per riscoprire vitigni autoctoni abbandonati, reimpiantarli, ridare voce a profumi dimenticati e sapori che rischiavano di restare solo nei ricordi. In un’epoca che ha celebrato forse troppo a lungo sempre gli stessi nomi e vitigni, questi giovani produttori stanno riportando biodiversità, identità e coraggio sulle tavole. Un lavoro silenzioso. Ma decisivo. Ed è anche grazie a loro se oggi certi calici tornano a raccontare storie autentiche. Il vino al centro del progetto Il vino non deve essere trattato come oggetto da vendere. Deve tornare al centro del progetto. E attorno a lui il vero protagonista è il cliente finale: chi sceglie, chi acquista, chi consuma, chi racconta. A lui va dedicata attenzione vera: nella qualità, nel dialogo, nel linguaggio, nell’esperienza, nella comunicazione. Perché il vino del futuro non sarà quello più spiegato. Sarà quello capace di creare relazioni. E Torino, per tre giorni, è stata una conferma chiara di questa direzione.   Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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Wine&Siena 2026. Il presente del vino italiano tra giovani, identità e nuove consapevolezze Arrow Right Top Bg

25 Febbraio, 2026

Wine&Siena 2026. Il presente del vino italiano tra giovani, identità e nuove consapevolezze

  Siena non ospita semplicemente un evento.
Siena legittima un racconto. Nel complesso monumentale del Santa Maria della Scala, Wine&Siena ha aperto ufficialmente l’anno enoico italiano con la sua undicesima edizione, confermandosi non solo come vetrina di eccellenze selezionate dal The WineHunter Award, ma come vero osservatorio sullo stato attuale del vino italiano. I numeri parlano chiaro: circa 3.000 presenze, 700 operatori accreditati nella giornata dedicata al settore e oltre 100 giornalisti. Ma il dato che più colpisce è un altro: almeno il 35% del pubblico era giovane. Non una suggestione, ma una presenza concreta e partecipata. Ed è da qui che voglio partire. Giovani produttori, prime volte, nuove responsabilità La prima sensazione entrando a Wine&Siena 2026 è stata energia.
Non frenesia. Energia. Molte cantine presenti erano alla loro prima esperienza fuori azienda. Produttori giovani, aziende nate da pochi anni, realtà che per la prima volta si confrontavano con un pubblico nazionale e internazionale. Non ho visto improvvisazione.
Ho visto consapevolezza. Da Wine Communicator ufficiale della manifestazione, ho avuto modo di dialogare con numerosi produttori, raccogliendo storie, visioni e prospettive. Interviste, racconti, paure ed emozioni, ognuna dedicata ad un vino e al suo protagonista, raccontano questa pluralità di esperienze. Per chi volesse approfondire, i contributi sono disponibili a questi link e rappresentano una fotografia autentica della manifestazione. Link 1 –
Link 2 – Quello che emerge è un comparto che non cerca scorciatoie, ma confronto. Innovare sì, ma con radici solide Il convegno inaugurale “Innovare per competere” ha messo sul tavolo le questioni centrali del settore: export in crescita, consumi globali in contrazione, pressioni climatiche, nuovi modelli di consumo, digitalizzazione. Temi concreti. Attuali. Necessari. Ma tra le sale del Santa Maria della Scala si percepiva un messaggio ancora più chiaro: l’innovazione non può sostituire l’identità. Può solo rafforzarla. In questo senso, la collaborazione con il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e la presentazione della prima vendemmia delle Pievi rappresentano un passaggio simbolico importante. Dodici sottozone, regole più stringenti, identità territoriale dichiarata. Non marketing, ma geografia e visione. Accanto a questo, la mostra dedicata a Giulio Gambelli, “Maestro del Sangiovese”, ha ricordato a tutti che il futuro non nasce dalla rottura con il passato, ma dalla sua comprensione. I vini che mi hanno colpito Tra i tanti assaggi, alcune realtà meritano una menzione particolare. Badia Crepaldo ha presentato una Cuvée metodo classico brut da Chardonnay e Pinot Nero, prodotta a Montepulciano secondo metodo Solera. Un progetto ambizioso, identitario, fuori dagli schemi tradizionali del territorio. Tenute Gregu con il loro Pitraia, Vermentino di Gallura da uve botritizzate al 100%, hanno portato una lettura coraggiosa e raffinata della Sardegna, dimostrando come anche territori già noti possano sorprendere. Podere Gamberaio ha proposto un Merlot di grande equilibrio e profondità, mentre Vecchie Terre di Montefili con il Vigna nel Bosco 2020, Chianti Classico Gran Selezione, hanno mostrato una definizione stilistica elegante e precisa. Interessante anche il Trebbiano Spoletino di Perticaia, fresco, diretto, perfettamente in linea con una contemporaneità che non rinuncia alla riscoperta di questo vitigno.
Horatio con una Falanghina di gran carattere. Sud vero. Tensione, energia, personalità. Infine Chigi Saracini – Poggio Bonelli. Vini che trovano sempre il modo di farti alzare il sopracciglio, tra tradizione e presente. Senza nostalgia. Senza forzature.   Non solo vino. Ho ritrovato Gin Barda, gin allo zafferano già scoperto a Merano, conferma di uno spirito territoriale che sa uscire dai confini classici del vino. E poi il food: il Pan Divino di SalpaRoma, lievitato con uvetta imbevuta nel vino, formaggi, salumi, conserve provenienti da diverse regioni italiane. Un racconto gastronomico coerente con la qualità complessiva dell’evento.   Oltre la scheda tecnica La parte più interessante, però, non è stata nel bicchiere. È stata nei corridoi.
Nelle conversazioni tra una sala e l’altra.
Nei confronti tra wine lover, ristoratori, produttori, consulenti. Chiacchierate lontane dalle schede tecniche.
Discussioni su mercato, distribuzione, carta vini, export, giovani consumatori. Il vino resta uno dei pochi elementi capaci di generare comunità reale.
Dentro il palazzo, ma anche fuori. Nelle enoteche la sera, nei ristoranti, nei pranzi improvvisati.   Lifestyle o cultura? Viviamo un momento in cui il vino è sempre più lifestyle.
Si compra etichetta, si compra nome, si compra tendenza. Ma Wine&Siena mi ha ricordato che dietro ogni bottiglia c’è fatica, studio, visione, investimento. La masterclass dedicata a Encry Champagne, guidata da produttori italiani che operano in territorio francese, ha rappresentato un esempio perfetto di come identità e internazionalità possano convivere. Il punto non è demonizzare il lato glamour del vino.
Il punto è non fermarsi lì. Manifestazioni come Wine&Siena servono proprio a questo: riportare l’attenzione dalla superficie alla sostanza.   Il presente è più solido di quanto pensiamo Se dovessi sintetizzare ciò che Wine&Siena 2026 mi ha lasciato, direi questo: il vino italiano non è in crisi di identità.
È in fase di maturazione. Ho visto giovani produttori consapevoli.
Ho visto aziende che guardano ai mercati esteri senza snaturarsi.
Ho visto un pubblico curioso, attento, disposto ad ascoltare. Non serve rincorrere il futuro con ansia.
Serve consolidare il presente con lucidità. E a Siena, quest’anno, il presente è apparso sorprendentemente solido.   Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere Arrow Right Top Bg

22 Novembre, 2025

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

  Prima che i social trasformassero ogni calice in un contenuto e ogni abito in una caption, i grandi nomi della moda già brindavano con naturalezza. Non era posing, era rituale. Karl Lagerfeld, direttore creativo visionario e maestro dell’estetica assoluta, nel 2006 “firmò” l’identità visiva del Dom Pérignon Vintage 1998, trasformando la bottiglia in un’icona da passerella: bollicine prêt-à-boire ma anche intramontabili, oggi ambite dai collezionisti.
Yves Saint Laurent, invece, trovava rifugio creativo a Marrakech, nel suo Giardino Majorelle, tra fiori e silenzi profumati. Non produsse mai vino, ma nel 2019 una cantina della Napa Valley gli ha dedicato un’etichetta chiamata Saint Laurent “Majorelle”: tributo liquido a una mente capace di trasformare la luce nordafricana in haute couture. E poi ci sono gli italiani. Quelli che dal tessuto alla terra non hanno perso l’eleganza, ma l’hanno solo trapiantata tra i filari. Salvatore Ferragamo, erede di un altro impero e di un certo stile fiorentino, ha trasformato Il Borro in una delle più affascinanti tenute d’Italia: un borgo rinato, tra vigne biologiche e ospitalità da rivista patinata. Vini dal grande fascino, capaci di sorprendere e stupire, come all’ultima edizione del Merano Wine Festival dove il Syrah in purezza Alessandro Dal Borro 2019 è stato insignito del miglior vino rosso tra i Platinum. Roberto Cavalli, ha lasciato in eredità un immaginario fatto di eccesso, sensualità e visione. Un immaginario che oggi il figlio Tommaso Cavalli continua a coltivare alla Tenuta degli Dei, nel cuore della Toscana, dove si producono rossi potenti e sartoriali. E proprio nella parole di Tommaso tutta la forza di questa famiglia nella moda e nel vino: I due mondi sono spesso accostati come beni di lusso, in termini di consumo ed esclusività. Credo che la vera analogia sia da ricercare nell’ossessione per qualità che è alla base del lavoro dei grandi marchi di entrambi i comparti. Penso che a questo si debba la grande capacità di comunicare uno stile di vita unico come quello italiano. La fama del brand di famiglia ha amplificato l’interesse intorno alla mia azienda e, certamente, agevolato la comunicazione  mediatica del mio vino. Allo stesso tempo, gran parte del mondo tradizionale di questo settore potrebbe averlo accolto con una certa diffidenza per lo stesso motivo. Per affermare una nuova etichetta e un progetto ambizioso in una fase matura di mercato, non si può prescindere da un grande prodotto e dalla coerenza strategica dei propri obiettivi. La mia prima sfida è sempre stata, perciò, riuscire a comunicare il grande impegno e la passione da cui prendono vita i miei vini e il loro legame al territorio, augurandomi di conquistare il meritato rispetto in virtù della loro indiscutibile qualità. Insomma, moda e vino sono couture e cuvée, sono estetica e fermentazione.
Due mondi dove il dettaglio fa la differenza, il tempo detta legge e la personalità è imprescindibile. E oggi, a raccontarcelo senza passerelle ma con bicchieri veri, sono due imprenditori che hanno fatto della visione il loro biglietto da visita.
Due che hanno cucito sogni e ora li imbottigliano: Renzo Rosso e Massimo Berloni.   RENZO ROSSO – DALLA TERRA AL BRAND (E RITORNO) Non è stato un avvicinamento, dice. Io sono nato in una fattoria, racconta con un tono che non ammette romanticismi di maniera. Sono figlio di contadini, ho la cultura della terra, di come si faceva il vino una volta. Un vino diverso, più istintivo, più fisico. Quello che oggi facciamo è un’altra cosa, ma nasce da lì. Aveva 35 anni quando tutto nella moda gli stava andando bene, quando Diesel era già diventato sinonimo di ribellione e stile. Mi sono potuto permettere di comprarmi la Diesel Farm, e lì è successo qualcosa di magico. Mi ricordava mio padre. Quando ha visto la tenuta, si è messo a piangere. Era come chiudere un cerchio: riportare avanti la cultura che lui mi aveva insegnato. Da lì l’incontro con Roberto Cipresso, e la scoperta che quel terreno non era un campo qualsiasi: È un suolo roccioso, difficile, impossibile per certe coltivazioni. Ma perfetto per il vino. Cipresso mi disse: qui c’è una piccola Borgogna nascosta. E così nacquero i Pinot Nero e gli Chardonnay di Diesel Farm, vini con anima minerale e carattere, come lui li definisce, “duri ma veri”. Oggi, trent’anni dopo, il progetto si è evoluto in una holding vinicola: la Brave Wine, un nome che dice già tutto. Mi piace pensare che il vino sia un’estensione del mio modo di lavorare. Puntiamo alla qualità, non alla quantità. Quello che conta è la bellezza del prodotto, l’identità. La Brave Wine Holding oggi unisce tre realtà italiane: la Diesel Farm sui Colli Vicentini, una partecipazione con Saffirio nelle Langhe, “terra nobile dove il Barolo parla con voce antica”, e infine Benanti, sull’Etna, che Rosso definisce “la Rolls Royce del vulcano”. Mi piace lavorare sulle cose belle. Non penso ai soldi, non ci ho mai lavorato per quelli. Se fai cose belle, i soldi arrivano lo stesso. È la stessa filosofia che lo ha portato a investire non solo nel vino, ma anche nell’hotellerie e persino nelle cliniche del beauty, dove il concetto di benessere si fonde con quello di design e tecnologia. Che sia moda, vino o ospitalità, è sempre lo stesso fil rouge: fare cose belle, con anima, passione e creatività. Le cose belle creano armonia, e l’armonia fa la differenza. È così da sempre, anche nella mia vita. E quando gli chiedo con quale bottiglia chiuderebbe la conversazione, sorride. Dipende dal momento. Ogni attimo ha il suo vino giusto. Magari un Celebreting 55, Metodo Classico della Diesel Farm per iniziare, o un Merlot in purezza se c’è pollo nel piatto. Se invece la serata prende forma…una costata e un Icon, un blend Cabernet Franc–Merlot, come si deve. Perché alla fine, il vino è come la vita: serve solo scegliere il momento giusto per stapparla.   MASSIMO BERLONI – LA SFIDA NELLA SFIDA Non sono uno stilista, dice sorridendo. Sono, come dice mia moglie, un animale d’impresa. E in quella definizione – affettuosa, ironica e terribilmente vera – c’è tutta la sua natura: istinto, fiuto, energia e curiosità continua. Da Dondup alla Collina delle Fate, il passaggio sembra un cambio di scena.
In realtà è solo un cambio di ritmo.
Berloni non ha smesso di creare, ha solo spostato la sua idea di bellezza dalla sartoria alla vigna. Il vino non è una fuga, è un linguaggio nuovo. È il modo più vero che ho trovato per continuare a raccontare storie. Siamo a Fossombrone, nel cuore delle Marche. Un luogo in cui le vigne respirano un’aria particolare: tra montagne, colline, mare, sole e vento. Una posizione geografica che sembra inventata apposta per chi ama l’imperfezione armonica delle cose autentiche. È un territorio che ti insegna a osservare, a capire quando è il momento di agire e quando invece devi solo aspettare. È un po’ come nella moda, ma con un tempo più lungo, più umano. La sua Collina delle Fate produce Chardonnay, Pinot Nero e Sauvignon Blanc: vitigni internazionali in una regione dominata dai bianchi autoctoni, un atto di coraggio che diventa dichiarazione d’identità. Ho scelto varietà non tradizionali per il territorio perché volevo esprimere un’idea diversa. È una sfida nella sfida: rispettare la terra, ma con una visione mia, personale. Ogni bottiglia, da M’ARTE ad ADAGIO, è pensata come un abito su misura: dettagli, proporzioni, coerenza. Nel vino come nella moda, la differenza la fanno le piccole cose. Un millimetro in più o in meno cambia tutto. E il vino, come un capo, deve emozionarti quando lo indossi…o quando lo versi. Nelle sue parole si sente il rispetto per la terra e la curiosità di chi non ha smesso di cercare. Lavorare nel vino ti riporta alla realtà. Ti costringe a rallentare. È un esercizio di umiltà e di ascolto. Ma quando assaggi il risultato, capisci che quella lentezza ha un valore che la moda, a volte, dimentica. Proprio nella lentezza si racchiude la volontà della cantina, con il M’ARTE L’Attesa, un extra brut che si è fatto “attendere”. E dietro questa visione, ci sono anche le sue origini. Un’infanzia passata accanto al padre, tra aziende agricole, giri nei campi e odore di terra. Vengo da una famiglia immersa in quel mondo. Mio padre era fattore, e io con lui ho respirato la campagna fin da bambino. Forse non me ne sono mai staccato davvero. Così, tra una vigna e un ricordo, la Collina delle Fate diventa un ritorno alle origini. Un sogno razionale solo all’apparenza, ma profondamente emotivo nel cuore.   CHIUDE IL CERCHIO Rosso e Berloni. Due mondi diversi, due visioni parallele.
Il primo ha costruito imperi partendo da una fattoria, il secondo ha vestito il mondo e poi ha scelto di spogliarlo di tutto, lasciando solo il vino e la terra. Entrambi parlano la stessa lingua: quella della bellezza utile, della visione che resiste al tempo. Perché la moda passa, ma lo stile — come il vino — resta. E tra una sfilata di annate e un tappo che salta, capisci che il vero lusso non è possedere — è creare qualcosa che resti, anche dopo che hai smesso di firmarlo.   Luca della Regina. Wine Hunter Stories Mi trovi su Instagram      
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Formula 1. Velocità e Champagne shower Arrow Right Top Bg

12 Maggio, 2025

Formula 1. Velocità e Champagne shower

Ho sempre avuto un debole per il rombo dei motori, fin da piccolo. In casa mia non c’era dubbio: tutti uniti sotto il segno della Rossa di Maranello, la Ferrari. A differenza del calcio, dove ognuno tifava una squadra diversa, la Formula 1 era una passione che ci accomunava. Ricordi ne ho tanti. Dai primi paddock vissuti con mio zio e mio padre, quando da ragazzino mi sembrava di entrare in un universo parallelo fatto di odore acre di pneumatici e carburante, che ti entra nelle vene e ti inebria: adrenalina pura. A Fiorano, anni dopo, come ospite di un collezionista, ho avuto la possibilità unica di “testare” da vicino alcune monoposto guidate qualche anno prima, da Michael Schumacher in persona. Il brivido della velocità, il fascino dei dettagli tecnici, le vibrazioni che senti nelle ossa: impossibile dimenticarli. Ma non sono solo i motori ad attirare il mio sguardo durante un Gran Premio. C’è sempre stata una bottiglia speciale che catturava la mia attenzione: quella che i piloti alzano e spruzzano dal podio, coronando il momento della vittoria. Una tradizione nata per caso, ma diventata iconica. Gran Premio – Monza 1981. Alain PROST   La tradizione dello Champagne shower affonda le radici nel 1967, alla 24 Ore di Le Mans. Dan Gurney, pilota americano, dopo aver trionfato insieme ad A.J. Foyt su una Ford GT40 Mk IV, ricevette la classica magnum di Moët & Chandon sul podio. In un gesto del tutto spontaneo, vedendo Henry Ford II, Carroll Shelby e una folla di fotografi poco
distanti, agitò la bottiglia e la spruzzò con entusiasmo sui presenti. Un’esplosione di gioia, improvvisa ma contagiosa: da quel momento, l’idea di inondare di bollicine il podio divenne un rituale fisso. Sebbene ci sia anche l’aneddoto del 1966, quando a Jo Siffert partì accidentalmente il tappo di una bottiglia probabilmente scaldata dal sole, è l’atto intenzionale e celebrativo di Gurney nel 1967 ad essere universalmente riconosciuto come l’inizio della tradizione. Da lì, il passaggio alla Formula 1 e poi a tutto il motorsport fu naturale: uno spettacolo nello spettacolo, un simbolo iconico della celebrazione della vittoria. Questo brivido, questa emozione, questa adrenalina ho voluto farla ancora più mia, regalandomi una preziosa chiacchierata con chi è stato protagonista negli ultimi quattro anni, chi è sempre andato a podio, con qualsiasi condizione, con qualsiasi tempo, per oltre 73 Gran Premi mondiali: Ferrari Trento. Camilla Lunelli, Direttrice della Comunicazione e delle Relazioni Esterne del Gruppo Lunelli, racconta così questa avventura straordinaria Il primo podio per Ferrari Trento è stato quello di Imola nel 2021. Un’esperienza surreale ed emozionante: il circuito completamente vuoto per il Covid, silenzioso, quasi inverosimile. Solo il rombo dei motori e le nostre bollicine. Ricordo perfettamente il grande cartello davanti al podio, “Formula 1 Welcomes Ferrari Trento”, trasmesso in diretta mondiale. Un momento storico per noi, che portavamo l’Italia e il nostro territorio, Trento e il Trento DOC, su un palco globale Da lì in poi, racconta Camilla, la Formula Uno ha portato Ferrari Trento in tutto il mondo, aprendo porte impensabili. Nel silenzio assordante del Covid abbiamo iniziato, poi da luglio, con l’apertura delle hospitality, migliaia di persone hanno potuto degustare le nostre bollicine direttamente nei circuiti, vivendo il Gran Premio non solo dai social o dalla TV, ma con il calice in mano Ma come racconta Camilla, quello di Imola nel 2021 non è stato in assoluto il primo brindisi Ferrari Trento in Formula 1. Già negli anni ’80, grazie alla visione e alla determinazione degli zii, alcune bottiglie di Ferrari Trento erano finite tra le mani di giganti come Ayrton Senna, Riccardo Patrese, Niki Lauda, Gilles Villeneuve, Eddie Cheever e Alain Prost. Un passaggio storico che, pur non ufficiale, aveva già seminato quel legame tra velocità e bollicine. A distanza di quasi quarant’anni, quel sogno si è concretizzato pienamente, con Ferrari Trento protagonista ufficiale della Formula 1. Gran Premio – Monza. Gilles VILLENEUVE Una spinta fondamentale alla popolarità globale della Formula 1, secondo Camilla, è arrivata anche grazie a Drive to Survive, la celebre serie Netflix che ha trasformato il campionato in un prodotto pop contemporaneo, accattivante e accessibile. Negli Stati Uniti è esplosa una vera Formula 1 mania tra i più giovani. E quando si alza una bottiglia sul podio, inevitabilmente gli occhi si posano anche su di noi Un effetto domino che ha acceso nuove curiosità sul Trento DOC più famoso del mondo, aggiungo io. Un percorso ricco di aneddoti e incontri straordinari A Montecarlo abbiamo ospitato sul nostro yacht personaggi come Erling Haaland. A Miami è passato Donald Trump, tantissimi sportivi del mondo basket e football, star internazionali come Sylvester Stallone. Ogni gara regalava sorprese e incontri speciali Camilla mi racconta anche un curioso retroscena legato al pilota Lando Norris Ogni volta che Lando sale sul podio, ha questa abitudine particolare di sbattere violentemente a terra la bottiglia prima di aprirla. Ogni volta il nostro cuore si ferma per un attimo temendo che possa rompersi. Mio cugino Matteo Lunelli, Presidente del Gruppo, ne ha parlato direttamente con lui, chiedendogli scherzosamente se fosse davvero sicuro che non si sarebbe mai rotta. La risposta di Lando? Se tu che le produci sei sicuro, allora lo sono anch’io!. Ma non solo glamour: Ferrari Trento ha portato avanti iniziative benefiche straordinarie.
Durante questi anni, bottiglie firmate dai piloti sono state battute all’asta per raccogliere fondi destinati alla Croce Rossa Internazionale, alla fondazione di Michael Schumacher e alla tragedia dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove Ferrari Trento ha raddoppiato personalmente la cifra raccolta. Un gesto concreto, umano, che racconta tanto dell’anima di questa azienda. MONZA, ITALY . Charles Leclerc (Photo by Clive Rose/Getty Images)   Alla fine, qual è stata la vera grande scommessa vinta da Ferrari Trento con la Formula Uno? In Italia abbiamo vissuto un vero moto d’orgoglio collettivo, tutti si sono sentiti sul podio con noi. All’estero, invece, la nostra notorietà è esplosa, conquistando nuovi mercati come il Messico, diventato improvvisamente strategico proprio grazie alla visibilità data dalla Formula Uno. Abbiamo portato Trento e il Trento DOC nel mondo, sottolineando con forza la nostra identità territoriale George Russell Las Vegas Formula One Grand Prix (Photo by FREDERIC J. BROWN/AFP via Getty Images)   Una storia fatta di passione, emozione e bollicine, dove la velocità incontra l’eccellenza italiana, ricordandoci che dietro ogni grande marchio c’è sempre un grande cuore. Infine, come ci insegna la famiglia Lunelli: aiutare il prossimo non ha limiti di velocità. Cheers!   Luca della Regina. Wine Hunter Stories Mi trovi su Instagram  
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13 Febbraio, 2025

Sanremo e il vino: brindisi in musica dal 1951 a oggi

  C’è chi dice che il Festival di Sanremo sia solo un concorso musicale. Una settimana di note, fiori e polemiche infinite, con canzoni che puntano al cuore o direttamente alla playlist del supermercato. Ma c’è un altro protagonista silenzioso, che scorre tra le strofe, tra un acuto e un vestito discutibile, tra la standing ovation dell’Ariston e i bicchieri levati nei ristoranti sanremesi. Il vino. Perché se è vero che l’Italia è il Paese della musica, è altrettanto vero che è il Paese del vino. E a Sanremo, di vendemmie canore, ne abbiamo avute parecchie. Da oltre settant’anni, tra un ritornello e l’altro, il vino è stato utilizzato dai grandi interpreti della nostra musica come metafora di felicità, convivialità, ricordi e attimi da immortalare. Mai come un vizio, mai come un errore, ma sempre come il compagno fedele di un’emozione. Bicchieri alzati: il vino nelle canzoni sanremesi C’è un momento in cui tutto inizia. Quell’attimo in cui un calice si alza e si brinda alla vita. Al Bano e Romina Power lo sapevano bene quando nel 1982 portarono al Festival Felicità, uno dei brani più iconici della kermesse, che racchiude in un verso tutta la leggerezza dell’esistenza: “Un bicchiere di vino con un panino”. Più chiaro di così, si muore. Perché il vino è semplice, è quotidiano, è un piccolo lusso senza etichette. Non serve un Dom Pérignon per essere felici, basta il gesto, il brindisi, il momento giusto. E di momenti giusti il vino ne ha regalati tanti, come in 4/3/1943 di Lucio Dalla (1971), dove il vino è parte della vita vera, quella di chi si siede al porto, gioca a carte e si lascia scorrere addosso il tempo. “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino”, canta Dalla, con quella voce ruvida e poetica che sa di osterie piene di storie. Il vino come compagno della memoria, di quel tempo che passa e che si racconta. E poi c’è Sergio Endrigo, che nel 1968 canta e vince con Canzone per te. Nello stesso album pubblica la canzone Il primo bicchiere di vino. Perché il primo bicchiere è sempre il più importante, è quello che apre la strada a una serata, a un ricordo, a una confessione. Non è mai l’ultimo quello che conta, ma quello che accende la magia. Il vino come celebrazione della vita? Ci pensa Pierangelo Bertoli con i Tazenda nel 1991, con la splendida Spunta la luna dal monte, in cui si canta: “E un bicchiere di vino fa cantare”. La verità di sempre. Sanremo lo sa bene: nessun cantante ha mai intonato una nota senza un brindisi prima di salire sul palco. O dopo. O entrambe le cose. Sanremo è festa, è celebrazione, è spettacolo. Ma è anche il riflesso del nostro tempo, e il vino continua a essere un simbolo che attraversa le generazioni. Brunori Sas, nella sua partecipazione al Festival del 2025 con L’albero delle noci, inserisce un verso che vale più di un trattato di filosofia esistenziale: “Ho imparato sin da bambino la differenza fra il sangue e il vino”. Un richiamo alla crescita, al passaggio all’età adulta, a quel momento in cui si inizia a capire che il vino è molto più di una bevanda: è cultura, è memoria, è racconto. Ma se c’è un brano che incarna il potere evocativo di un bicchiere, è Champagne di Peppino di Capri. Certo, la canzone non ha gareggiato a Sanremo, ma quante volte è stata celebrata e riproposta proprio sul palco dell’Ariston? Anche ieri sera, alla 75ª edizione, quando Alessandro Gervasi, 6 anni e un pianoforte, ha reso omaggio a Peppino e alla sua eterna ballata. Perché Champagne è Sanremo, e Sanremo è Champagne. Come dire che il Festival senza bollicine è come un Fiorello senza battuta: semplicemente impossibile. Musica e vino: un connubio perfetto Sanremo è festa, è celebrazione, è spettacolo. Ma non è solo una settimana all’anno. C’è chi la musica la vive tutto l’anno, e la abbina non solo alle emozioni, ma anche ai calici, come i tanti cantanti proprietari di vigneti o cantine, ma non solo… Peppe Vessicchio, il più iconico dei direttori d’orchestra del Festival, ha fatto un passo oltre. Con Musikè, ha unito musica e vino in un’esperienza sensoriale unica. Il progetto (puoi scoprirlo su Musikè Vini) gioca con i suoni e i sapori, abbinando armonie e note enologiche. Perché un vino ha la sua melodia, ha un ritmo, una struttura, una cadenza. E chi meglio di Vessicchio poteva trasformarlo in un’orchestra di sensazioni? E se parliamo di magia, non possiamo non ricordare Ezio Bosso, il maestro che sapeva far parlare la musica. Rodolfo Migliorini, di Rocche dei Manzoni, ha voluto celebrare questa connessione con Bere la musica, un progetto dove il vino diventa esperienza sonora, un viaggio di sensi che puoi scoprire qui. Sanremo e il vino, un brindisi lungo 75 anni. Un festival che non ha solo premiato canzoni, ma che ha celebrato la vita. E la vita, si sa, ha sempre bisogno di un calice pronto a raccontarla.   Luca della Regina Mi trovi su Instagram Wine Hunter Stories
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19 Dicembre, 2024

LIFE OF WINE 2024

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 24 Novembre, le ormai consuete sale dell’Hotel Villa Pamphili di Roma hanno ospitato la 13a Edizione di LIFE OF WINE, l’Evento degli Eventi organizzato da Roberta Perna e STUDIO UMAMI con la collaborazione di Maurizio Valeriani dedicato esclusivamente a quello che le etichette in degustazione riescono a raccontare nel corso degli anni. Un vero e proprio viaggio nel tempo alla scoperta di emozioni spesso uniche.     GLI ASSAGGI Quasi cinquanta le Aziende presenti con una decisamente corposa partecipazione di quella Toscana del vino che, messa in questi termini, sembra essere quasi l’unica Regione disposta a condividere pezzi della propria storia enologica. In ogni caso, carne sul fuoco ce n’era tanta, come sempre troppa per uno solo come me che, quest’anno, aveva deciso di non fare programmi di sorta (se non quello di evitare al massimo le Aziende già conosciute) e di lasciarsi guidare dagli spazi che la gran folla di appassionati lasciava qua e là tra i tavoli. Novità di quest’anno una “sala stampa” dove i servitori della penna come me potevano assaggiare “in esclusiva” alcune etichette particolari. Quello che ho trovato credo possiate immaginarlo!
Emozioni a 360°, sorprese (a volte in negativo, ma si sa: al chiuso di una bottiglia gli anni non sempre passano come uno vorrebbe), conferme, Vignaioli entusiasti di condividere il proprio lavoro e tanto altro ancora. Una giornata impegnativa (penso sempre che una “due giorni” sarebbe più adeguata a questa manifestazione) fatta di una ottantina di assaggi dai quali ho estrapolato una personalissima “TOP TEN” (cui ho voluto aggiungere altre 8 etichette cui è mancato un niente per). Voi dategli una letta, assaggiate, criticate (anche i miei stiracchiati punteggi), suggerite e…condividete. I PEZZI DA NOVANTA – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “EXCLUSIV” 2019, PLONERHOF (ALTO ADIGE): se nella 2020, le grandi botti d’Acacia austriache (Stockinger) lasciavano si presentassero le prime dolcezze di pesca qui, del frutto, avete anche la buccia con tanto di sottile peluria a solleticarvi il naso e poi un lunghissimo corteo di erbe alpine, fieno, albicocche, agrumi e forse miele. In bocca freschezza alpina e mineralità dolomitica governano un sorso di grande eleganza reso vieppiù interessante da amaritudini che, sempre parlando di pesche, ne ricordano l’osso. Dio quanto è cresciuto rispetto a due anni fa! (90+ Punti). – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “EXCLUSIV” 2016 (MAGNUM), PLONERHOF (ALTO ADIGE): prendete la 2019, aggiungetegli tre anni di saggezza, uno spazio doppio con metà dell’ossigeno ed ecco che inizia un girotondo nel quale si prendono per mano, sambuco, pietre sbattute e anche più che un semplice accenno di idrocarburo. E l’assaggio non aiuta a dirimere il complesso sabba dei descrittori olfattivi che, ora l’uno ora l’altro, gareggiano a chi salta più in alto. Seriamente scherzosi, mai tronfi, regalano freschezze giocose traendo inesauribile energia dalla dominante sapidità. (91 Punti). – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “EXCLUSIV” 2015 (MAGNUM), PLONERHOF (ALTO ADIGE): basta avvicinare il naso per avere l’impressione che il mondo si fermi per contemplare la cosmica ampiezza dello spettro olfattivo. Per carità, c’è poco da aggiungere rispetto alla 2016 ma è l’ordine “tedesco” della distribuzione dei singoli descrittori a lasciare basiti. Perfettamente scaffalate, ciascuna al suo posto, trovate mineralità strapiombante, dolcezza infinita e un lungo elenco di amaricanti vegetalità che dall’ortica arrivano alla mentuccia passando per il sambuco e chiudendo su timo e maggiorana. In bocca il plot di imperanti sapidità e freschezza viene gestito con non comune eleganza da una sostanza glicerica che sembra andare ben oltre i valori alcolici in etichetta rendendo il sorso un caldo abbraccio. Un vino erotico. Da bere ascoltando ONE dei METALLICA. (94/95 Punti). – TRENTO DOC DOSAGGIO ZERO 2015 RISERVA, LETRARI (TRENTINO): degorgiato a Ottobre 2021 si approccia al naso con aromi torrefatti prima ancora che con la grande freschezza del pompelmo o la sostanza della frutta tropicale. Poi lascia giusto il tempo di intuire una distesa di fiori gialli che subito una calda, gessosa mineralità sposa il lontano provenire del profumo del pane appena sfornato… Ed è subito sorso! Un’esigenza più che una voglia quella di lasciarsi rapire dall’elegante effervescenza che rende agilissima e scattante la beva di un vino che avreste detto più intimista. L’allungo, agrumato e quasi abbrustolito segue la lunga scia di sapida mineralità lasciandoVi con la voglia di un secondo bicchiere. (90 Punti). – TRENTO DOC DOSAGGIO ZERO 2010 RISERVA, LETRARI (TRENTINO): se la 2015 era goduriosa attrattiva la 2010, forse per una degorgiatura a Ottobre ’17 (duemiladiciassette), rivoluzionaria. Gialla di frutta matura, fiori e agrumi travia con dolcezze di tiglio, zucchero filato e miele prima di urlarvi in faccia le scure durezze del pane integrale e della mineralità di ardesia. Il sorso, mai seduto sugli allori, mostra struttura e sostanza con una schiena di freschezza sempre dritta anche quando nel finale propone rimandi d’agrume intarsiati dall’inattesa presenza di piccoli frutti rossi. Difficile trovare un vino di completezza più disarmante. Da bere ascoltando CURAMI dei CCCP. (93 Punti). – TOSCANA IGT ROSSO “SALETTA RICCARDI” 2015 (MAGNUM), VILLA SALETTA (TOSCANA): dopo il recente e folgorante assaggio della 2019 (di cui dovreste aver letto qui) questa 2015 mette sembra voler mettere la parola fine al mio odio-amore per il Sangiovese. Si presenta con un naso freschissimissimo, vero compendio di balsamicità, frutto ancora croccante, stuzzicanti peposità e vegetalità per una volta affatto nascoste tenute insieme da una personalità nobilmente contadina. Ed è con la soddisfazione di trovarsi di fronte a un vino frutto di schiene curve e sudore che ci approcciamo al sorso, quasi a cercare in questo un ristoro alle pene del giorno. Un sorso ancora giovane, inciso da tannini elegantemente monelli che ben si adattano alla importante, glicerica alcolicità. Un vino con le palle, un vino da riassaggiare tra una decina d’anni per rimanerne ancora sorpresi. (92 Punti, che sono meno di quelli che avevo dato a una 2019 che, a tutt’oggi, mi pare essere ancora più sorprendente). – TOSCANA IGT ROSSO “980 AD” 2016, VILLA SALETTA (TOSCANA): tutto Cabernet Franc. Scuro come un bosco colorato solo dai suoi piccoli frutti, fresco di felci e scorza d’arancia amara, chiude l’olfatto tra liquirizia, cassis e note verdi e varietali. Sorso teso e ampio che mostra la levigatura dei tannini e punta sulla sapidità pur nell’indecisione del mostrare quella marina o quella minerale. Chiude lungo e pensieroso tra fumo e tazze di tè. Giovane, deve ancora trovare la propria strada. (91/2 Punti). – COLLI APRRUTINI IGT PECORINO “CORTALTO” 2015, CERULLI SPINOZZI (ABRUZZO): sorvolate un attimo sulle note di melone invernale pesca bianca e cedro, perdeteVi tra le fresche aromaticità di basilico, maggiorana e timo e concentrateVi infine su quell’idrocarburo che non ce la fa proprio a stare zitto. Il sorso riempie senza mai stancare, raccontando di una profonda, iodata sapidità e rimarcando le note di erbe aromatiche percepite all’olfatto senza dimenticarsi, in chiusura, di una elegante pennellata di cera d’api. (91 Punti) – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “LE VIGNE DI FARAONE” 2012, FARAONE (ABRUZZO): un anno di differenza, solo uno rispetto alla 2013 ma tutt’altro vino. Il naso è un gioco a nascondino di descrittori che sembrano temere di risultare ineducati urlando le proprie verità. In una ariosa, balsamica atmosfera, solleticati da pepose pruriginosità Vi darete una stropicciata al naso prima di lasciarVi abbracciare dalla dolce succosità della pera matura e dal profumo dell’acacia in fiore. E saranno infine le ataviche memorie di amaricanti vegetalità a risvegliarVi dall’ipnotico mormorio dello zafferano. Il sorso è caldo come il sole che matura le messi e brucia le spiagge ma scorre agile come un surfista che approfitti della lunga onda adriatica. La freschezza è più che una brezza (e una rima) e lascia sperare che Federico abbia ancora qualcuna di queste bottiglie in serbo per emozioni di un futuro remoto. Da bere ascoltando PEEK-A-BOO! dei DEVO. (93 Punti) – BOLGHERI DOC VERMENTINO “SOLOSOLE” 2011, POGGIO AL TESORO (TOSCANA): si apre al naso su burrose note pasticcere di crostata di mele, crema al limone, creme brulée e nocciole per poi mostrare mineralità di pietra bagnata e chiudere tra spezie dolci e durezze balsamiche di tè. In bocca è rotondo, morbido ma con una schiena assolutamente dritta. Decisamente più verticale di quanto il naso avesse lasciato supporre spinge su iodate sapidità e non nasconde vegetalità di sambuco chiudendo poi su persistenze fruttate. (93 Punti). QUELLI CHE “QUASI NOVANTA” – TOSCANA IGT ROSSO “SALETTA RICCARDI” 2018, VILLA SALETTA (TOSCANA): spinge sull’acceleratore delle spezie prima ancora che sul frutto cercando di rimanere fedele alle tipicità del vitigno senza nasconderne gli spigoli e lasciando ampio spazio a pensierosi tabacchi tirati fuori dalla sacchetta di pelle e freschezze di chinotto. In bocca mostra senza vergogna i tannini dei quali vive, sostanza e concentrazione. Un Sangiovese che sembra strizzare l’occhio a Montalcino e che, proprio per questo, mi piace meno di quanto potrebbe (e, forse, dovrebbe). (90- Punti) – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “LE VIGNE DI FARAONE” 2013, FARAONE (ABRUZZO): Trebbiano (anzi, Passerina)… Vitigno “neutro” dicono… A costoro mettete sotto il naso le complessità olfattive di questa 2013! Strizza subito l’occhio all’ombroso e più blasonato Riesling per poi distendere al sole le proprie grassezze di frutta gialla matura. E proprio come un riesling rialza poi la testa evidenziando freschezze di bosco, quasi resinose per chiudere su note di pasticceria candita. Il sorso ha l’ampiezza dell’Adriatico e la verticale freschezza di un Appennino che, spesso scontroso, vuole attenzione per aprire il proprio cuore. Da bere ascoltando PLEASE DON’T di MILO GREENE. (90- Punti). – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “EXCLUSIV” 2014, PLONERHOF (ALTO ADIGE): un vitigno difficile, un’annata difficile… Queste le considerazioni mentre avvicino il calice al naso e…tutto sparisce. Il piccolo frutto è un coro in sottofondo e mentre ben si apprezzano gli acuti di una spezia solista l’atmosfera si fa cupa e fumosa lasciando che note di cuoio stringano le corde del sacchetto che racchiude il tabacco. Il sorso è dinamico e ritmato, ripropone l’olfatto e chiude su sostanze speziate. In fin dei conti…un vino semplice. (89+/90- Punti). – TRENTO DOC DOSAGGIO ZERO RISERVA 2014, LETRARI (TRENTINO): il naso non sa se seguire i profumi del pan brioche appena sfornato o darsi un’aria di superiorità e concentrarsi sull’anice stellato. Poi è tutto un turbinare di frutta secca, agrumi, miele, mineralità che scompiglia e rapisce. Il sorso riempie e gratifica. Fresco e decisamente sapido procede inarrestabile nel riproporre agrumi, grassezze di mandorla e piriche stilettate. Non lungo…DIPPIÙ! (90- Punti). MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “TORRE MIGLIORI” 2009, CERULLI SPINOZZI (ABRUZZO): un Montepulciano scuro e terragno, neri i piccoli frutti, nere le ciliegie (peccato non siano visciole), nere le spezie, nero il cioccolato fondente aromatizzato con la menta. Sorso caldo ma estremamente dinamico, nel segno dell’equilibrio tra frutto e spezie cala l’asso della sapidità per spingerVi al secondo bicchiere. (90- Punti).   MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “TORRE MIGLIORI” 2012, CERULLI SPINOZZI (ABRUZZO): un incipit piacevolmente rustico precede la sostanza dei frutti neri essiccati, brezze iodate e sottili eleganze floreali. In bocca mostra bella freschezza e lascia che si percepiscano chiaramente cola, liquirizia e piccoli frutti neri ben evidenziati dai tannini materici, dalla sottile speziatura e da lunghi soffi mentolati (89+ Punti). AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOCG CLASSICO 2014, SECONDO MARCO (VENETO): da una annata difficile un naso sorprendente. Un naso rumoroso, balsamico in primis regala sensazioni di after eight trapunato di spezie scure, con un appena di troppo alcol in quei piccoli frutti rossi. Sorso di disarmante coerenza, fresco, sapido, regalmente tannico e instancabile nel dilungarsi raccontando freschezze mentolate e balsamiche. Un Amarone “NON” Amarone, un salto indietro nel tempo. (89+ Punti). COLLI DI LUNI DOC VERMENTINO “NUMERO CHIUSO” 2018, LUNAE BOSONI (LIGURIA): naso estivo, ricco di albicocche mature, fresco di cedri, appena piccante di zenzero, dolcemente speziato racconta la vaniglia in bacche per cedere nel finale a un ananas che…avrei preferito di no. Sorso di scolpita sapidità e freschezza un po’ in affanno sotto che chiude ricordando gli agrumi maturi. Un bel vino cui manca un “appena”. (89+ Punti). E QUINDI? E quindi devo solo dire GRAZIE agli Organizzatori che hanno voluto ospitarmi e ai Produttori che hanno voluto condividere con me racconti, ricordi, emozioni e tanto altro. E poi è il momento di mettere sin da ora in agenda una Edizione 2025 che spero possa essere ancora più ricca ed emozionante (qualora questo sia possibile)     Roberto Alloi VINODENTRO  
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1 Ottobre, 2024

Vino e comunicazione: dalla bottiglia alla conversazione

Non è mai solo un calice. È una storia che si svela, una connessione che si crea, un legame che si rinsalda. Il vino è il complice elegante dei nostri momenti più intimi, ma anche dei nostri grandi trionfi. Non lo si versa soltanto per brindare, ma per dare voce a qualcosa di più profondo. Ogni bottiglia è il testimone silenzioso di emozioni che si dipanano, di conversazioni che si aprono. È un invito implicito a lasciarsi andare, a far emergere verità nascoste. Il vino parla, e fa parlare. Quante volte ci siamo trovati ore a parlare di vino, a inseguire quel ricordo olfattivo che solo una particolare annata o un bouquet speciale riesce a evocare? Non stiamo solo degustando: stiamo vivendo attimi che sembravano sfuggiti, come una bollicina che si dissolve in aria, o che restano con noi, intensi e profondi, come quel Brunello riserva del 1988. Ogni sorso è un viaggio verso memorie lontane, intrise di esperienze, emozioni e racconti. E, improvvisamente, il vino non è più solo una bevanda. È un filo sottile che ci collega a quei momenti indimenticabili. Come quella volta al Giro d’Italia, ospite di Astoria Wines, dove il vero sprint l’ho fatto tra un calice e l’altro. L’ospitalità era impeccabile, le chiacchiere frizzanti quanto le bollicine, e i ricordi??? Beh, più che “pedalare dietro ai ciclisti”, mi sono portato a casa racconti di nuove persone, che grazie al “calice” si sono rivelati, raccontando le loro storie e trasformando la mia giornata in nuove storie da rivivere e raccontare. Quando poi qualcuno, tra un sorso e una risata, mi ha chiesto se avessi visto i ciclisti… sì, qualcosa tra un cheers ed un santè. Ma seriamente, chi stava davvero gareggiando quel giorno??? Il vino non si limita a essere gustato, si vive e ti fa vivere. E non importa che si tratti di una cena tra amici o di un evento di grande prestigio: il vino è sempre lì, protagonista silenzioso ma indiscusso. Lo troviamo nei piccoli momenti, in quegli aperitivi che sembrano casuali, e nei grandi eventi, dove un brindisi segna un nuovo inizio o celebra una conquista. È lo strumento sociale per eccellenza, quello che ci fa scoprire l’altro, che abbassa le difese, che apre le porte alla verità. Da secoli accompagna l’uomo nelle sue conquiste, nei suoi amori, nelle sue celebrazioni. Dai banchetti dell’antica Roma ai salotti moderni, il vino ha sempre segnato il confine tra il quotidiano e lo straordinario. Ma ciò che lo rende davvero unico è il modo in cui ci fa comunicare. Hai mai notato come, dopo qualche calice, le parole diventino più fluide, le conversazioni più intime??? Ci si apre, si ride, ci si confronta. E non è un caso che ogni grande momento di festa, di riflessione o di cambiamento sia segnato da un brindisi. Il vino è quel filo rosso che collega le nostre storie, è il viveur che non aspetta altro che un’occasione per svelarsi e farci parlare. Il vino, con la sua presenza discreta ma decisa, incide profondamente sulla nostra vita quotidiana e sui momenti straordinari. Ogni bottiglia è una storia che aspetta solo di essere raccontata. E dietro ogni brindisi, c’è un viaggio, una memoria, un legame che si rafforza. Perché il vino non è solo assaggiato, è vissuto.         Luca della Regina Mi trovi su Instagram Wine Hunter Stories
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