The Voice of Blogger

The Voice of Blogger a cura di  Claudia Riva di Sanseverino ci porterà nel mondo dei blogger del Vino coinvolgendoli in avvincenti storie da raccontare.

Un viaggio tra i personaggi del web che Claudia selezionerà di volta in volta e che quotidianamente con immagini, stories e reel raccontano con passione e competenza il vino e le sue meravigliose storie.

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28 Febbraio, 2023

Le Langhe non si perdono

La mia prima volta a MeranoWineFestival  è stata densa di scoperte ed esperienze. Tra queste sicuramente la stimolante Masterclass della Cantina Borgogno brillantemente condotta da Andrea Farinetti, mattatore indiscusso della serata.  Il titolo del mio pezzo nonchè filo conduttore della serata  fa riferimento a uno dei centodue versi della poesia “I mari del sud” di Cesare Pavese, ricca di note autobiografiche. “Tu che abiti a Torino… “ mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.   Pavese, nato in campagna e portavoce della realtà popolare e contadina, racconta di come le persone che si trasferiscono nella grande città abbiano nostalgia per le loro origini. Il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e diventa parte del proprio essere le nostre radici. Le Langhe non si dimenticano, nemmeno cambiando vita, perché è attraverso di loro che Pavese ha imparato a conoscere il mondo. Andrea Farinetti prende spunto da diverse considerazioni per lanciare un nuovo manifesto, un nuovo modo di intendere le Langhe, anime diverse di un unico territorio.  Ecco un estratto dalla Masterclass tramite le sue parole, riportate quasi integralmente.  “Abbiamo la fortuna di vivere nella regione più importante per il vino italiano, senza in realtà particolari meriti, perché non abbiamo deciso di nascerci, ma ci è capitato così. Dobbiamo quindi farci perdonare, avendone cura e rispettando questa terra. Ma è importante rispettare anche chi ci vive. E il modo migliore è cercare di dare pari opportunità a tutti. Dare la stessa importanza e considerazione anche alle zone meno fortunate, a chi vive ai margini. Perché nessuno sceglie dove nascere e perché abbiamo un’eccezionale qualità di terroir in tutto il nostro territorio. Tante peculiarità che vanno valorizzate, in modo univoco e sinergico. Pensiamo però che il modello attuale ci impedisca di dare il giusto valore al nostro territorio e ai nostri produttori. Per analizzare al meglio la situazione immaginate di essere un marziano e di vedere per la prima volta la nostra regione. Oggi abbiamo 28 DOC e 6 DOCG. Un marziano non ci capirebbe nulla o quasi. Troppa confusione, troppe denominazioni. Solo nelle Langhe, 34 denominazioni, che diventerebbero più di 500 se guardassimo all’Italia nella sua interezza. Non è troppo? Non pensiamo di essere troppo complicati? Chi ci guarda, non capisce. C’è da perdersi.  La proposta è un nuovo territorio che raggruppa tutto, le Langhe con le sue DOCG Barolo, Barbaresco e Roero. Vorremmo un modello diverso, più semplice, immediato e che innalzi il valore di ogni singolo vino. Un progetto ambizioso, che si chiama “Langhe”. Questo nome rappresenta tutti noi contadini e comprende tutte le nostre terre, dalle più fortunate a quelle meno blasonate. “Langa” è oggi il nome più iconico, popolare e sinonimo di qualità che rappresenta i vini del basso Piemonte. Serve però una nuova prospettiva. Serve una taratura mentale diversa, un cambio di paradigma che ci faccia approcciare in modo diverso a questo territorio ed ai suoi vini. Ci piacerebbe che rimanessero solo i vitigni tipici che meglio si esprimono sui nostri territori. Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Nascetta e Arneis, potranno essere riportati in fronte sotto la denominazione “Langhe”. Tutti gli altri solo in retro, nel testo. Ci piacerebbe censire tutti i comuni per inserirne le menzioni e fare lo stesso anche per i nomi storici delle vigne, così da innalzare il valore di “Langhe” e dare la medesima forza a tutti. Ovviamente i Comuni e le vigne del Barolo, Barbaresco e Roero, saranno escluse dalla menzione. Il nome “Langhe” gode di grande e meritata fortuna, frutto secolare di caparbi contadini che hanno speso e continuano a spendere energie in vigna, in cantina e sui mercati nazionali ed internazionali. Ad oggi “Langhe” ha infatti acquisito un valore importante, una certezza che evoca un determinato territorio ed è legato a sua volta ad un concetto di grande prestigio, in tutto il mondo”. Andrea ha poi invitato ad intervenire sul palco Walter Massa (per chi non lo sapesse anche chiamato il Re del Timorasso perchè è stato lui a recuperare quest’uva dimenticata negli anni Ottanta e da allora ha portato a nuova fama questo vitigno e il suo territorio). Walter prosegue il discorso così: “penso di essere l’uomo più fortunato al mondo per essere in un territorio con tanti anni di storia che un tempo non si filava nessuno, perché l’obiettivo era quello di vendere le uve e non fregava a nessuno del territorio. Negli anni ’70 la scuola enologica indicava nelle Langhe il Dolcetto come vino simbolo ed il Barolo non si avevano la potenza e pazienza di farlo rimanere 3 anni in cantina. Era il tempo della “malora”, dell’abbandono dei terreni per andare a lavorare in città nelle grandi industrie. Il momento storico del rilancio del Barolo fu a metà degli anni ’80”.  Importanti considerazioni che fanno riflettere. Al termine, è stato dato il via alla degustazione di: Scaldapulce Colli Tortonesi Timorasso Derthona Doc 2019 100% Timorasso. Di colore giallo intenso, al naso è complesso, fruttato, ci si trovano la pera, sensazioni floreali di acacia e biancospino, miele e i classici sentori di idrocarburo. Equilibrato e persistente. Ancum Dolcetto Langhe Doc 2021 100% Dolcetto. Colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso arrivano intense note di frutti rossi croccanti, ciliegia e fragola, e leggere sensazioni speziate balsamiche. Armonico ed equilibrato. Bartomè Langhe Doc Nebbiolo Doc 2020 100% Nebbiolo. Colore rosso rubino con riflessi violacei e di leggero granato, è al naso intenso, con note floreali di viola e frutti rossi, lamponi e ribes, e qualche spezia. Con un tannino elegante, ha una bella persistenza nel palato. Bompè Langhe Doc 2020 100% Barbera. Rosso rubino. Al naso, intense note fruttate di frutta a bacca rossa e frutti di bosco. Un accenno di affumicato, equilibrato e persistente. Barolo Cannubi Docg 2017 100% Nebbiolo. Di colore rosso rubino intenso con riflessi granato, arriva al naso complesso, con sentori di frutti rossi e leggere note floreali e speziate. Al palato, ha una bella struttura, equilibrata e armonica. L’ambizioso progetto prevede di ridurre le denominazioni a 4 principali (Langhe, Barolo, Barbaresco, Roero), senza tuttavia dimenticare le vigne, le indicazioni comunali e le M.G.A., che potranno essere riportate in etichetta per un giusto riconoscimento.  Cosa ne pensate?    Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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22 Febbraio, 2023

Chi trova un amico...trova Marco Capitoni

“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio. E a quanto pare un tesoro porta ad un altro, quando gli amici con cui condividi quella bellissima passione che è il vino hanno il desiderio di farti conoscere le loro cantine preferite, come spesso accade. Eccomi così un sabato mattina sfrecciare in treno direzione Arezzo. Da lì, io e Benedetta ci siamo dirette verso la Val D’Orcia, luogo che non necessita di tante presentazioni essendo tra le altre cose riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2004. Già nell’antichità la Val d’Orcia era famosissima, attraversata longitudinalmente dalla Via Francigena che a sua volta incrociava molte importanti antiche vie di comunicazione. Oggi, tra molti suoi pregi, i prodotti alimentari tipici del territorio fanno di questa valle una regione conosciuta in tutta la penisola. Uno tra tutti, il suo rinomato formaggio, nato pare dall’insediamento nel passato di una comunità di pastori sardi che si dice abbia trovato qui il luogo ideale dove stabilirsi con le proprie greggi. Ma anche tartufo, olio extravergine e, naturalmente, i suoi vini sono prodotti altrettanto identitari di questa zona. E’ una bella giornata di sole. “Siamo fortunate”, ci diciamo mentre attraversiamo i tipici paesaggi della campagna toscana, dove filari di cipressi si intervallano con dolci colline disseminate di vigneti. E poi boschi, oliveti e campi a perdita d’occhio, intervallati da paesini le cui case sono per la maggior parte state costruite con mattoni  a vista e i cui attuali abitanti testimoniano l’identità del luogo e la profonda appartenenza alla propria terra. Qui, infatti e contrariamente alle più rinomate zone vicine, gli abitanti hanno scelto di non vendere le proprie case e terreni, rimanendo custodi della propria identità culturale. La Val D’Orcia Eccoci arrivate alla nostra meta finale, l’Azienda Capitoni. Marco, il titolare, ci accoglie sorridente insieme a sua moglie fuori dalla casa-cantina. L’edificio è a due piani, completamente in pietra e caratterizzato da una una ripida scala per arrivare all’appartamento, mentre sotto di essa, a livello del terreno, riposano le botti. Ci perdiamo nel panorama, con Pienza che si può vedere in lontananza e il Monte Amiata lì, maestoso, che sovrasta il cielo terso e azzurro. Il vitigno dominante in questa zona è il Sangiovese, ma troviamo anche molti vitigni autoctoni, tra cui il Foglia Tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare: l’Orcia Doc, che prevede almeno il 60% di Sangiovese, e l’Orcia Doc Sangiovese, dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Nonostante qui il vino sia cosa seria da secoli, la prima è una Doc molto giovane che ha visto la luce il 14 febbraio 2000 grazie agli sforzi di un tenace gruppo di produttori. Al momento, le cantine sono circa sessanta, sparse nei tredici comuni entro i quali il disciplinare ne ammette la produzione. L’Orcia, ci racconta Marco, è una giovane denominazione “schiacciata” tra due giganti, Montepulciano e Montalcino, ma non da meno per quanto riguarda la qualità. Il terreno ha comunque distinte e specifiche caratteristiche e siccome il suolo non è “riproducibile”, tramite esso si creano riconoscibilità e identità. Siamo a 460 metri sul livello del mare, in un crinale tra la Val di Chiana e la Val D’Ordine caratterizzato da un terreno marino che regala al vino una sapidità che non ti aspetteresti. Un territorio vasto con una produzione contenuta (300.000 bottiglie la produzione globale) che porta di conseguenza a una denominazione di nicchia. Da emiliana apprezzo molto l’ospitalità in cantina e il fatto che ai Capitoni si coniughi l’arte al vino. Ammiriamo le opere di Camilla Perinetti Casoni in esposizione in questo periodo, che dipinge utilizzando mosti e vino ritratti di donne molto belli. Sembrano dei carboncini se li osservi da lontano, I colori cambiano come cambia il colore del vino a contatto con l’ossigeno… è tutto in evoluzione. Le etichette dell’Azienda I Capitoni riportano tutte la Cariatide della Pieve di Corsignano dell’VIII secolo che si trova tra le piccole arcate della Pieve di Corsignano. Questo vuol essere un omaggio alla dea della fertilità ma anche alla donna colonna portante della famiglia e della società. Gli assaggi Passando agli assaggi, Marco ci racconta di “aver immaginato di andare indietro nel tempo e di partire dalle basi” mentre ci spilla direttamente dall’anfora un Sangiovese in purezza, Il Troccolone, unico suo vino prodotto in anfora. L’anfora non è una qualsiasi, ma prodotta a Impruneta con una lavorazione tra le più antiche, che richiede grandi abilità manuali e tecniche e l’utilizzo della pregiata terra di Galestro. Nella pratica, questa tecnica consiste nell’applicare filoni di argilla attorno ad una matrice che serve da sostegno, facendo aderire una parte dell’argilla alla parte finale del giro precedente. Finito il guscio, esso viene stuccato, steccato e lisciato. Infine, vengono eseguite le rifiniture a completamento, come bordi e festoni. L’anfora viene prima essiccata al sole. Tecnica, questa, che impedisce la vetrificazione che si avrebbe altrimenti in cottura, rendendola in questo molto più traspirante. L’obiettivo è arrivare alla maturità del vino, esaltando le caratteristiche del frutto con la sua croccantezza e i suoi profumi, mettendoci al tempo stesso in condizione di goderne in tempi brevi con una beva che risulti scorrevole. Una curiosità; il nome Troccolone deriva dal modo in cui, in dialetto, veniva chiamato il commerciante, sia esso a piedi, in calesse o a cavallo, che andava per paesi barattare con i contadini polli, uova, conigli e vino. Nome, oggi, di un vino che comunica il rispetto della tipologia che si beveva a quel tempo nei poderi. Assaggiamo Capitoni come prova di botte, vendemmie separate e vinificazioni separate. Un blend diverso sangiovese e  merlot in percentuale variabile. Passiamo al Frasi 2019 (Sangiovese, Candiolo, Colorino) un “unicum” entusiasmante perchè è prodotto da un’unica vigna (classe ’74 vigne miste) e se ne ricava solo una botte di vino. Marco lo produce solo se le vendemmie sono equilibrate per qualità e quantità. Perchè Frasi? Chiedo curiosa. Marco mi fa notare che nel retro dell’etichetta è riportata appunto una frase. Ci spiega che sceglie le frasi, diverse per ogni annata, basandosi su un pensiero un particolare che identifica l’annata: può essere un’andamento stagionale, un fatto accaduto oppure un aspetto fantasioso. Ad esempio il Frasi 2007 riporta “la soddisfazione della fatica, le speranze e i risultati: Orgoglio”. Affascinante. Continuiamo la carrellata con Capitoni 2019, fermentazione spontanea un blend di  85% sangiovese 15% merlot, Capitoni 2005 e con Ventennale 2017 (100% Sangiovese) uscito nel 2021 per il 20 anni di vita dell’azienda, In etichetta altre alla cariatide onnipresente è riportata la frase significativa: «Vent’anni di vita-vent’anni di vite». Passiamo ad assaggiare una novità, solo 300 bottiglie per ora prodotte. Sangiovese 2021, macerazione su bucce e raspi fino a giugno. Il suo nome sarà EsSenza. Un vino senza solfiti dove i raspi servono per aumentare le proprietà antiossidanti e per bilanciare l’assenza della solforosa. Una sperimentazione che seguirò con curiosità per vedere come andrà a finire! Finiamo poi con le gambe sotto il tavolo un un tipico locale a Pienza (Ristorante Il Falco). Si capisce che qui l’accoglienza viene vissuta con piacere e intesa come arricchimento. Una Toscana un po’ diversa da altre zone; forse più autentica? Non lo so ma di sicuro qui mi sono sentita in famiglia, come se conoscessi Marco e Antonella da una vita. Concludiamo sontuosamente con il Vinsanto 2016 di uve bianche: grechetto (qui chiamato pulcinculo) malvasia e trebbiano appassite in fruttaio. Il suo nome è “Ta” che è il nomignolo con cui Marco chiama la moglie a cui ha dedicato il vino. Un amore che abbraccia a 360° territorio, famiglia, tradizioni. E tu sei mai stato in Val D’Orcia per cantine? Ora non hai più scuse Claudia Riva di Sanseverino
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19 Gennaio, 2023

Il Progetto ZEI - Zero Environmental Impact

  Si fa presto a dire sostenibilità ma è molto più difficile trovare soluzioni concrete. Come molti di noi sanno, il fil rouge dello scorso Merano Wine Festival è stato il problema dell’acqua in quanto risorsa primaria e fondamentale per la vita, sviluppato all’interno di importanti temi come l’innovazione, la sicurezza alimentare e la sostenibilità. E’ stata in questa occasione che ho avuto l’opportunità di assistere a una masterclass durante la quale è stato presentato un progetto che mi ha decisamente affascinato e convinto, il Progetto ZEI. Facciamo un passo indietro e diamo per scontato che la fertilità del suolo e la salubrità della pianta siano fondamentali per la produzione di vino. Da qualche anno, ormai, ci si è accorti di come l’utilizzo di componenti chimici da sempre ritenuti innocui per l’uomo e indispensabili alla vigna, non sia esattamente una passeggiata per la salute. Un esempio su tutti, l’utilizzo del rame, vaporizzato da decenni a difesa della produttività. Come lo zolfo, però, anche il rame è un metallo pesante che, dopo aver eliminato i funghi nocivi, penetra nel terreno e vi si deposita, legandosi chimicamente ad altri minerali e svolgendo un effetto inibitore della capacità della vite di assimilare altri microorganismi utili al suo sviluppo. Questa conclusione è stata scientificamente verificata da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia, guidato dal Prof. Marco Esti e dall’agronomo Dott. Alessandro Leoni. Ed è qui che hanno vacillato le mie certezze sui dogmi che sostengono le certificazioni bio. Se infatti, da una parte, “biologico” significa fare agricoltura senza prodotti di sintesi, dall’altra tale protocollo permette l’utilizzo di sostanze come questa. Gli effetti del rame come fattore di alterazione La ricerca ha evidenziato come il rame elimini i microorganismi che incontra durante la sua penetrazione nel terreno, impoverisca la fillosfera (la parte visibile della pianta della vite), e distrugga la rizosfera, ovvero la capacità biotica del terreno. Anno dopo anno, i trattamenti con il rame provocano un accumulo di questo elemento nel suolo, rendendo sempre più difficoltosa l’assimilazione da parte delle viti di altre sostanze nutritive essenziali per lo sviluppo e la resistenza della pianta, arrivando addirittura a comprometterne la stessa sopravvivenza. Nei terreni viticoli in cui è presente un’elevata concentrazione di rame accumulato emergono, inoltre, problematiche di vinificazione dovute all’effetto inibitore del rame sulla trasformazione del mosto e la fermentazione del vino. Un ulteriore effetto della presenza di questo metallo nel terreno è che esso, legandosi alle foglie e al frutto, altera i profumi del vino, oltre al rischio di tossicità per via dell’accumulo nel fegato umano qualora finisca nella bottiglia. Ovviamente, nessun produttore vorrebbe mai sentire alterato il profumo e il sapore del proprio vino. Ciò nonostante, questo è ciò che accade ad oggi in moltissimi casi. La natura ritrovata: il progetto ZEI Una volta accertata l’influenza negativa del rame sulla qualità biologica della vite e sulle proprietà organolettiche del vino, il Prof. Esti e i ricercatori dell’Università Della Tuscia hanno dato il via a sperimentazioni su possibili sostituti biologici. Perché infatti non pensare di trattare la vite con estratti di origine naturale, senza residui e senza rischi tossicologici per gli operatori e che hanno anche il vantaggio di migliorare sensibilmente la qualità delle uve? Tre anni fa è quindi partita la sperimentazione nei terreni della Cantina Feudi Spada, proprietà umbra del noto enologo Alessandro Leoni, dove erano presenti vigneti antichi, alcuni originari della Francia. La cura e il ripristino di quei vigneti è stato un test ideale per lo sviluppo di nuovi prodotti e metodologie in grado di rinvigorire i processi naturali coinvolti nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Proprio da qui ha preso vita il progetto ZEI, acronimo di Zero Environmental Impact (Impatto Ambientale Zero), coordinato dal Dott. Alessandro Leoni, allargatosi ad altri piccoli appezzamenti e a porzioni di filare, in modo da poter controllarne l’efficacia in modo immediato. I campi sperimentali sono nel tempo passati a oltre 70 ettari divisi tra Oltrepò Pavese, Toscana, Lazio, Umbria, Campania, Piemonte e Puglia, sia su varietà autoctone che internazionali, allo scopo di avere ampie possibilità di verifica dei risultati. I prodotti di biosintesi e gli estratti essenziali Una delle sfide più importanti di oggi è la capacità di bilanciare l’applicazione delle tecnologie e delle conoscenze con il rispetto degli equilibri e dei processi naturali. Nel caso del progetto ZEI, l’idea del gruppo di ricerca è stata quella di testare alcuni estratti vegetali provenienti da altre piante, come l’acido salicilico e l’etilene, che migliorano il metabolismo-della vite, arrivando alla sintesi di miscele bilanciate, completamente prive di elementi chimici tossici e in grado di proteggere la pianta e arricchirne le qualità organolettiche a partire dalle bucce delle uve. Una piccola rivoluzione Dopo il periodo di sperimentazione in vigna e in cantina, la trasformazione delle miscele in composti microbiologici standardizzati e prodotti in serie è stata affidata all’azienda Prime Evolution, un’azienda giovane, dinamica e innovativa, nata per volontà degli imprenditori Valeria Bombelli e Francesco Civati, impegnati dal 2005 nel settore della ricerca in biotecnologie. Decisi ad operare una piccola rivoluzione nel settore, hanno portato realtà e concretezza al progetto iniziando ufficialmente la produzione e la commercializzazione di prodotti biostimolanti, bioattivanti e di estratti vegetali. Quando le ho telefonato per avere maggiori informazioni, Valeria si è mostrata ben felice di condividere con me alcuni dettagli in più rispetto a quanto era stato trattato durante la masterclass. Durante la nostra conversazione, ricordo un suo pensiero che condivido appieno, secondo cui “siamo sempre in evoluzione (da qui il nome dell’azienda, Prime Evolution) perché crediamo che tutto derivi da lì, dalla natura, che occorre solamente osservare e che ci mette a disposizione tutto ciò che necessitiamo. I nostri prodotti infatti sono tutti di origine vegetale”. Prosegue Valeria: “in Azienda ci si occupa di studiare e ricercare, con tecniche sempre più precise, le esigenze di difesa, stimolazione e nutrizione in tutte le colture agricole, dalla viticoltura alle colture da reddito e ornamentali, al fine di progettare e formulare nuovi bio-fertilizzanti e stimolanti tecnologicamente avanzati per risolvere i problemi legati allo sviluppo vegeto-produttivo nel suo complesso”. Personalmente, sono rimasta affascinata da questo progetto e dall’entusiasmo con cui viene portato avanti. Prime Evolution, in collaborazione col Prof. Marco Esti e l’enologo Alessandro Leoni, ha quindi sviluppato una gamma di prodotti pronti all’uso per ogni fase della produzione, con protocolli di utilizzo per la soluzione di problemi specifici. Con il rilascio dei nuovi prodotti sul mercato, è stato possibile anche definire un protocollo ZEI per certificare l’assenza di sostanze chimiche e metalli pesanti nelle uve, permettendo ai viticoltori di guadagnare in qualità e proporre una rivalutazione del prezzo di vendita delle proprie bottiglie. Il progetto prevede di raggiungere buoni risultati economici a partire da una produzione di 5.000 bottiglie l’anno, risultando quindi adatto e conveniente anche a cantine medio-piccole. Tra le domande della platea non poteva mancare quella sui costi. L’ho girata a Valeria, che mi ha risposto che “il Progetto ZEI ha un’incidenza di investimento tra i 15 e i 20 centesimi/bottiglia, un costo di poco maggiore di un metodo convenzionale, in alcuni casi attestandosi allo stesso livello”. Quindi, nessuna scusa! La possibilità di migliorare c’è ed è affrontabile, considerando i vantaggi. La masterclass Tornando alla masterclass, dopo il benestare degli esperti, il vino è stato versato nei calici, contribuendo a un’atmosfera più rilassata e fluida, permettendoci di assaggiare i vini con un diverso stato d’animo, oltre che con molta curiosità. Gli assaggi proposti, in un carosello di profumi, aromi e sapori, sono stati: –          Vesali, 2021 100% Fiano, Tredaniele –          Madonna 2020, 100% Chardonnay, Feudi Spada –          Cerbero 2018,  90% Croatina – 10% Merlot, Mantovani –          Il Privilegiato 2021, 100% Nero di Troia, Planisium Per dovere di cronaca, su sette vini prodotti dai vitigni antichi della cantina Feudi Spada con il metodo ZEI, ben tre hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti da persone molto più esperte di chi scrive. Al di là dei premi, credo che la soddisfazione maggiore per questi viticoltori, in una certa misura visionari e decisamente pionieri, sia sapere di avere prodotto un vino di ottima qualità senza cedere alle lusinghe della chimica o ai dogmi “poveri” della biodinamica, coerentemente con quello spirito di adattamento imprenditoriale che vede la tecnologia e la ricerca al servizio della natura e non vice versa.   Claudia Riva di Sanseverino  
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29 Dicembre, 2022

A Natale puoi...

A Natale Puoi, non è solo una storica pubblicità ma è proprio un modo di vivere delle ultime settimane di Dicembre e degli inizi di Gennaio aspettando il giorno della Befana del nuovo anno. Regole da rispettare: A Natale Puoi Riprendere le vecchie tradizioni insieme ai più saggi o a chi ricorda i tempi passati, stare insieme a familiari e amici per riempire le case di calore e colori. Le cucine si trasformano in vere orchestre che compongono opere di ogni tipo per soddisfare pomposità di adulti e bambini, inondando le tavole di colori, bicchieri e piatti di ogni tipo. A Natale Puoi Bere, ma bere bene, noi di Winetales Magazine, proviamo a sorprendere noi stessi per poi cercare di trasmettere le stesse emozioni e sensazioni ed è per questo che vi parlerò di alcune delle cantine scelte. La vera fonte di ispirazione e conoscenza di quest’anno ci riporta ad una delle mie avventure che mi ha visto protagonista, in una giornata di Ottobre, dedicata, alla presentazione della “36esima guida Vini d’Italia del Gambero Rosso” che si è svolta a Roma, al Palazzo dei Congressi, tra convegni, premiazioni e degustazioni. Geniale la scelta della location, Il Palazzo dei Congressi,  oltre alla sua imperiale posizione dispone di un terrazzo che al tramonto si trasforma in una vera festa di ispirazione per le foto di blogger e giornalisti che agitano i bicchieri affinché sia lui, il “Vino”, protagonista premiato di quest’evento e che vuole raccontare di se. Una giornata dedicata al riconoscimento delle eccellenze italiane, provenienti da tutte le parti d’Italia, accompagnate dalla presenza dei produttori felici di poter raccontare delle loro eccellenze. Tante le cantine presenti e premiate ma selezionate in numero ridotto rispetto ai precedenti anni, “Abbiamo ritenuto di alzare leggermente l’asticella per tutelare il valore del riconoscimento, che continua ad avere un peso importante sul mercato”, concetto ribadito da  Giuseppe Carrus, Gianni Fabrizio e Marco Sabellico che trovate qui . Beh, non mi resta che elencare alcune delle etichette scelte per il mio Natale: TITOLO di Elena Fucci, il cui vino prende il nome dall’omonima contrada e dalla cantina chiamata Torre Titolo nel nord della Basilicata, immersa fra vigneti ed uliveti che custodisce gelosamente da quattro generazioni la storia della famiglia. Elena Fucci, nel 2000 ha deciso di far riemergere la cantina continuando e migliorando l’attività di famiglia iniziata negli anni ’60. Lettera C, di Pasini San Giovanni, la cui azienda è stata fondata nel 1958, oggi alla terza generazione di vignaioli, un’altra bellissima e unica realtà che porta questa azienda ad essere premiata per passione e costanza con la creazione di un vino  il cui colore è il “rosè di Valtènesi” che fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, determinando il suo carattere. Il Valtènesi può nascere solo sul Lago di Garda, grazie all’armonia sostenuta dal microclima unico delle colline affacciate al sorgere del sole. Madonna della Scoperta, azienda Perla del Garda, un Lugana Superiore Doc. Un’altra eccellenza in cantina con una filosofia unica: “Il Vino Nasce in Vigna”, dove saggezza e tradizione contadina sono i fondamentale di produzione. Anteprima Tonda, azienda  Antonelli San Marco, di cui abbiamo avuto il piacere di parlare in altre occasioni su Winetales. Il Trebbiano Spoletino è una varietà tipica del territorio che si estende tra Montefalco, Trevi e Spoleto. Ritroviamo un prodotto unico nella sua completezza, l’uso di anfore di terracotta e ceramica per una fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura, la conduzione biologica della vigna e la lunga macerazione sulle bucce fanno del Trebbiano Spoletino Anteprima Tonda un vino che esprime il territorio in modo naturale. Mi fermo qui per il momento, e voi??? Quali chicche avete aperto in questi giorni di festa?!? Buone Feste da Winetales e mi raccomando, Bevete Bene! A cura di Elisa Pesco   https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Dicembre, 2022

Ti aspetto da Arunda

“Ti aspetto da Arunda”. Così è iniziato il mio primo Merano Wine Festival. Un appuntamento con una cara amica, Franca Bertani, è stato il punto di incontro che mi avrebbe poi fatto scoprire un mondo nuovo e non solo, permettendomi di trascorrere una serata che rimarrà tra i miei più bei ricordi. Dopo essere state invitate da Joseph Reiterer a visitare la sua cantina, alla chiusura del festival siamo partite alla volta di Meltina, un piccolo paese immerso in uno scenario idilliaco ancora incontaminato tra montagna e boschi. Siamo a 1200 metri sul livello del mare e a una manciata di chilometri a nord del noto centro vinicolo di Terlano. Qui, abbiamo potuto girare liberamente tra le pupitre piene di bottiglie dormienti nella penombra e nell’aria limpida e pura, condizioni ideali per la maturazione ottimale dei vini. La serata è proseguita con l’apertura di bottiglie talmente speciali da lasciarmi estasiata. Ciò che mi ha particolarmente colpita è stata la freschezza delle bolle. Intatte e precise, questo è stato il denominatore comune di tutti gli assaggi, insieme a una grande armonia  che ha regnato su tutte le tipologie. Nell’ordine, abbiamo avuto l’onore di assaggiare: Chardonnay del 1985, Petit Verdot in purezza del 2000, sensazionale e dal colore dorato e brillante, Chardonnay del 2000 e Phineas V del 2015, un blend di Pinot Bianco e Riesling maturato in anfora. E così, tra risate, confronti, foto di rito e scoperte sublimi accompagnate da assaggi di un irresistibile Prosciutto di Parma dei F.lli Pelizziari (alla fine l’Emilia si ritrova sempre), siamo andati a cena nella bellissima baita Lanzenschuster, una delle meravigliose osterie storiche d’Italia. Ed è stato lì che, a 1700 metri d’altezza, abbiamo trovato la prima neve dell’anno, capace di emozionarmi ogni volta come fossi una bambina. Inutile dire che la cena è stata magnifica. Vini, anche di altri produttori, perfettamente abbinati a piatti della tradizione anch’essi eccellentemente eseguiti. Per dovere di cronaca, questi i vini serviti al tavolo: Lagrein aus Gries 2018, Kellerei Bozen, Weissburgunder Riserva 2019, Kellerei Saint Paul, Tradition Weissburgunder 2021, Kellerei Terlan e, per terminare magnificamente l’esperienza, Arunda Phineas, un blend di Pinot Bianco, Riesling e Kerner con affinamento al 100% in anfora, circa 60 mesi sui lieviti e assemblaggio di sei annate con metodo solera modificato per lo spumante. Un assoluto fuoriclasse! Per chi, come me fino a quella memorabile giornata, non conoscesse questa cantina, Arunda è dal 1979 pioniera della spumantizzazione nella provincia di Bolzano e vanta il primato di spumantificio più “alto” d’Europa. Non possiede vigneti, ma Josef Reiterer, in stretto contatto con i viticoltori conferitori e i capi cantina, segue personalmente passo passo tutti i passaggi di coltivazione e selezione delle uve, scegliendo come uno chef la materia prima per trasformarla con esperienza, intuizione e creatività in seducenti vini, uniti così da un’unica firma e prodotti in ben 12 tipologie. Alla domanda “Perché questo numero?”, Josef mi ha risposto di volere andare incontro alla più vasta varietà di pubblico possibile, senza escludere alcun gusto. Ogni anno Arunda produce 130.000 bottiglie di finissimo perlage in brillanti toni di giallo e rosa, mentre circa 400.000 riposano dormienti in attesa che venga il loro momento, una volta raggiunta la qualità ottimale, per essere commercializzate. Significativa la storia del nome al quale, quando iniziò la sua attività nel 1978, Joseph Reiterer pensò a lungo, per trovare qualcosa che si adattasse bene sia alla lingua tedesca che a quella italiana. Una sfida non facile, vinta scegliendo il nome in lingua ladina di una valle, Arunda appunto, che si trova tra il sud Tirolo e l’Engadina, associandola così a vini eccellenti, alle sue scelte imprenditoriali e produttive e a una certa magia che non manca di stupire all’assaggio. E voi, le avete mai assaggiate le magiche bolle di Arunda?   Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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7 Dicembre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, parte 2

Mi sono innamorata dell’Irpinia e continuerò questo racconto in questo secondo articolo. Cantine di Marzo Quante volte abbiamo bevuto il Greco di Tufo ma chi di voi è mai stato a Tufo? Il mio viaggio è proseguito con la visita a quella che sembra sia la più antica cantina della Campania e sicuramente a una delle più antiche del Sud Italia. Siamo a Tufo, dove nel 1647 Scipione di Marzo, capostipite della famiglia, si rifugiò per sfuggire alla peste che imperversava in Europa. La tradizione vuole che portò con sé le barbatelle di un antico vitigno diffuso sulla costa Campana, chiamato Greco di Nola. Nel corso dei secoli, l’uva si adattò perfettamente alle colline di Tufo costituite da un sottosuolo unico, ricco di minerali, in particolar modo di zolfo, che conferisce al vino la sua particolare mineralità. A noi oggi rimane degli antichi fasti della famiglia di Marzo, il Palazzo diroccato che ingloba l’antica cinta muraria del paese e le storiche cantine. La nostra guida d’eccezione è stata Angelo Muto (Cantine dell’Angelo) con cui abbiamo visitato il vecchio stabilimento dove si lavorava lo zolfo. La famiglia di Marzo durante la rivoluzione industriale diede il via a questo business. La leggenda vuole che Francesco di Marzo scoprì per caso durante una battuta di caccia un ricco giacimento di zolfo proprio lungo il fiume Sabato, osservando che i pastori bruciavano delle strane pietre per riscaldarsi. Tufo si trasformò in breve tempo in un importante polo industriale, grazie anche a investimenti statali, offrendo lavoro a più di 800 persone. Pensate che in cantina sono conservate le antiche fotografie in bianco e nero dei lavoratori tra cui molte donne. Erano loro che lavoravano la polvere da sparo in locali separati dagli uomini ma erano molto emancipate per l’epoca e potevano contare su un salario che veniva pagato con regolare busta paga. Una curiosità: la prima donna sindaco della Campania è stata eletta proprio a Tufo! Cantine dell’Angelo Angelo Muto rappresenta la terza generazione impegnata tra i filari e si dedica ai cinque ettari di vigna con cura maniacale a partire dalla raccolta a mano e dalla selezione dei grappoli. Sentendolo parlare si percepisce immediatamente una passione inesauribile e un amore viscerale per la propria terra. E’ stato lui a farci “pestare “il suolo irpino, ricco di zolfo e di gesso, in giro per vigne. Ci ha mostrato orgogliosamente una vecchia vigna che ha mantenuto “a raggiera avellinese” con cui intende preservare la biodiversità. Le sue vigne si trovano anche nella zona Campanaro e confinano con gli appezzamenti dei più famosi Feudi di San Gregorio. Dal 2014 ha iniziato a piantare la Coda di Volpe per lasciare un’identità territoriale. Non tutti sanno che questo è un vitigno a bacca bianca, tipicamente campano, diffuso solo in ambito regionale e che prende il nome dalla forma tipica del grappolo, che richiama la coda della volpe. Dal 2018 Angelo ha deciso di vinificare la Coda di Volpe in purezza e il risultato è veramente incredibile perché ha caratteristiche veramente uniche. Gli assaggi si sono concentrati “solo” su Greco di Tufo e Coda di Volpe ma vi assicuro che in me hanno suscitato molte emozioni. Tenuta Cavalier Pepe Angelo Pepe era l’ottavo di 10 fratelli: lasciò la sua terra a 19 anni per andare a costruirsi un futuro in Belgio dove si occupa ancora oggi di ristorazione. A soli 40 anni ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per aver contribuito attraverso il lavoro a far conoscere la cultura italiana all’estero. Egli però non ha mai scordato la sua terra e trasferisce la passione ai suoi discendenti. Ora la Tenuta è costituita da 70 ettari di vigneti (tutti coltivati a vitigni autoctoni) e da 11 ettari di uliveti situati a Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Taurasi. E’ Milena, la figlia primogenita, che dopo la laurea in viticoltura ed enologia in Francia e in marketing in Belgio, decide giovanissima di prendere in mano le redini dell’Azienda e di vivere qui. E’ lei che ci ha accolto e intrattenuto portandoci in vigna e raccontandoci che la filosofia aziendale si basa su un concetto molto semplice: il vino si fa in vigna. Con questa convinzione negli anni si è arrivati a praticare un’agricoltura di precisione e nel 2019 la tenuta è stata dotata di centraline meteo per rilevare in tempo reale le condizioni climatiche. Questo permette di gestire l’attività agricola migliorandone la produttività, la qualità e la sostenibilità. Non ci sono quindi forzature grazie anche all’ottimo clima e al suolo prevalentemente d’argilla e calcare che conferisce la spalla minerale. Milena ci racconta che qui si attua “un sistema di qualità che non è marketing ma è know-how dell’identità della terra. In questo modo i bianchi possono addirittura invecchiare anche 30 anni e i rossi 70”. Milena è una donna molto carismatica, competente e desiderosa di raccontare la sua terra. Non è un caso che uno dei fiori all’occhiello della tenuta sia lo sviluppo dell’accoglienza a 360° (che da queste parti è ancora un po’ indietro). Tantissime infatti sono le proposte di enoturismo, percorsi, eventi, visite, assaggi oltre a un ristorante dedicato e un B&B. Vi ho fatto venire voglia di Irpinia? Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Ottobre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, prima puntata

Mi sono innamorata dell’Irpinia e ve lo racconterò in due articoli che narrerranno le qualità di un territorio incredibile! Quindi adesso mettete comodi ed iniziate a leggere. Come prima cosa scordatevi quello che vi aspettereste di trovare al Sud! L’Irpinia è una terra fredda fatta di montagne e colline, attraversate da torrenti e fiumi, che si susseguono e si arrampicano fino a raggiungere i 1800 metri sul livello del mare. Una terra quindi mai uguale a se stessa, con esposizioni e altitudini che variano continuamente. Pensate che 6 milioni di anni fa il mare era qui! L’Irpinia, prima che la conoscessi attraverso il vino era nella mia testa una terra lontana e sconosciuta che associavo al terribile terremoto del 1980. Perdonatemi una piccola divagazione: durante il lockdown mi sono imbattuta su Instagram in Autoctono Campano. Ideato da un geniale ragazzo di Reggio Emilia, Stefano Franzoni, innamorato di questa regione, dei suoi vini variegati e diversi nelle loro espressioni grazie anche al fatto di contare oltre 100 vitigni autoctoni. Il “gioco” lanciato dal profilo IG consisteva nel dare ogni settimana spazio a una provincia diversa e nel ripostare chi si impegnava nella ricerca della bottiglia, raccontando nel post il vino prescelto e la sua storia. Un modo per evadere dalla prigione della pandemia, per socializzare e scambiarsi opinioni, una possibilità per viaggiare attraverso il gusto alla scoperta di vini che altrimenti non avrei mai acquistato. Si è costituita così una community che nel tempo, si è incontrata passando dal virtuale al reale. Si sono creati forti legami tuttora esistenti. E proprio uno di questi mi ha spinto a scoprire questa terra. Villa Raiano Il mio viaggio in Irpinia inizia con la visita a Federica, con cui ci eravamo ripromesse di incontrarci fin dai tempi della pandemia. Federica (@winesoul__) che cura l’accoglienza a Villa Raiano, rappresenta in modo perfetto la professionalità e la passione che ho trovato in questa terra. Mi ha dedicato un intero pomeriggio con il benestare della Proprietà che ringrazio ancora, per raccontare il clima, i vigneti, le particelle, la produzione e mostrarmi questa cantina dalla concezione moderna. E’ stata infatti completamente rinnovata secondo i più moderni criteri tecnologici e architettonici. Pensate che gli spazi sono pensati per accogliere fino a 200 persone per gli eventi, circondati da un panorama mozzafiato. Villa Raiano è nata nel 1996 nei vecchi opifici dell’oleificio della famiglia Basso (produttori d’olio da 3 generazioni). I Basso hanno fortemente creduto nel potenziale di un territorio straordinario, per cultura e tradizione vitivinicola e hanno avviato un ambizioso progetto, ad oggi direi pienamente realizzato. La Cantina è situata sulla cima di una collina a 600 m. sul livello del mare e deve il nome al piccolo borgo vicino a cui si trova. Attualmente può contare su 27 ettari di vigneti in vari areali. Si producono solo vitigni autoctoni campani, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Aglianico di Taurasi e Falanghina, vinificati tutti in purezza per conservare intatte le caratteristiche del singolo vitigno. Due le linee prodotte: la “classica” e i Cru, proprio a sottolineare le differenze degli areali irpini e di come clima, esposizione e suolo giochino ruoli determinanti nel risultato finale. Gianni Fiorentino E’ stato il caso che mi ha fatto conoscere Gianni Fiorentino. Avevo una mattina libera e l’ho contattato. Gentilissimo malgrado il poco preavviso, mi ha accolta nella sua cantina costruita secondo i principi di Bio-archittettura già nel 2012. Per il profondo rispetto che nutre nei confronti della sua terra e della sua storia, Gianni si è concentrato sui soli due vitigni autoctoni che coltivava il nonno, ovvero l’Aglianico e la Coda di Volpe. La Cantina è un vero gioiello. Gianni mi ha raccontato che il lavoro per una piccola cantina come la sua è artigianale e certosino. Per l’Aglianico la vendemmia è tardiva e manuale su vigneti a 450 mt. Il disciplinare del Taurasi richiede un grande sforzo economico per una piccola cantina come la sua, ma le vendite vanno fortunatamente bene. Gianni mi promette che la prossima volta mi farà da guida in questo suo mondo fatto di storie non raccontate e tramandate di generazione in generazione: mi cita l’Eneide, ma anche la storia di Carlo Gesualdo il principe assassino. “Il vino è anche un viaggio nelle storie di chi lo fa e di chi lo ama. Grazie a te per quanto farai, anche attraverso il tuo racconto”. Questo mi ha detto salutandomi. Quindi almeno questa storia ve la racconto! Il principe Carlo Gesualdo, tanto per inquadrare il periodo storico, era figlio di Fabrizio e Geronima Borromeo – sorella di quel San Carlo, arcivescovo di Milano, che troviamo nei Promessi Sposi. È stato un musicista raffinatissimo ed eccezionale precursore della musica moderna, amante delle lettere e noto mecenate e diventò uno dei più illustri madrigalisti di ogni tempo. Visse nel castello di Taurasi e sposò Maria d’Avalos, una delle donne più belle e sensuali di Napoli. Carlo aveva 20 anni e Maria 26. La differenza di età, gli interessi culturali diversi, il fascino inesistente del principe, il matrimonio imposto da interessi familiari, portarono ben presto la bella Maria fra le braccia di Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo, conosciuto ad un ballo e soprannominato per la sua bellezza “l’arcangelo”. La tresca durava da parecchio tempo ed era ormai risaputa. Il Principe decise di vendicarsi del tradimento e una notte finse di partire per una battuta di caccia mentre rimase appostato nelle cantine del suo palazzo con tre fidati sicari. Non dovette aspettare molto l’arrivo del duca d’Andria. Nonostante gli amanti avessero messo di guardia una giovane cameriera, furono sorpresi nel pieno della notte e atrocemente uccisi. Il principe non partecipò materialmente all’uccisione e rimase nell’anticamera; solo quando tutto fu compiuto si accanì col suo pugnale, prima sul cadavere del duca, quasi volesse cancellare la sua bellezza, e poi sul ventre della moglie. I corpi straziati e nudi degli amanti furono esposti al pubblico ludibrio sul portone di casa, per mostrare alla città che l’onore del principe di Venosa era salvo.   Feudi di San Gregorio Il mio viaggio è proseguito per Feudi di San Gregorio, una cantina impressionante di cui sarebbe banale parlare. Non si può però prescindere dal visitarla perché è veramente bellissima. Nasce nel 1986 e insieme a Mastrobernardino condivide il merito di far conoscere l’Irpinia nel mondo. Nel 2001 viene totalmente ristrutturata dal giapponese Hikaru Mori che disegna una cantina dalle linee essenziali, recuperando i fabbricati preesistenti e creando spazi di grande impatto sia all’interno, sia nei giardini esterni, trasformandola in una delle prime cantine d’autore. All’esterno troviamo un giardino di erbe aromatiche e un grande roseto anche se il suo sviluppo è per la maggior parte sotterraneo. E’ stata esposta per ben due volte alla Biennale di Venezia come eccellenza architettonica. Qualche numero: 4 milioni di bottiglie 300 ettari di cui 180 provenienti dai conferitori. Antonio Caggiano La Cantina di Antonio Caggiano è un altro luogo imprescindibile da visitare se si è da queste parti. Non mi dilungo troppo perché l’amico Ivan Vellucci ha scritto un bellissimo articolo che avrete sicuramente letto e non potrei scriverlo meglio. Qualche numero: 180 mila bottiglie, volutamente un numero basso 30% di prodotto esportato all’estero per la maggior parte nel mercato Americano, Giappone e resto del mondo 1994 primo vino che esce dalla cantina. 4 i livelli su cui si sviluppa la cantina. Una collina svuotata e riempita di materiali di recupero collezionati con amore e pazienza. Infatti dopo il terribile terremoto Antonio andava a prendere le pietre degli edifici crollati e le destinava a nuova vita. Ricorderò sempre il suo sorriso e i suoi occhi vivaci mentre ci raccontava le sue avventure in giro per il mondo. Una frase per tutte : La donna è un’opera d’arte E nel mio cuore la frase del suo brindisi “ai vostri sogni segreti”. Per ora mi fermo qui ma non perdetevi la seconda puntata di questo approfondimento irpino… Claudia Riva di Sanseverino
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22 Settembre, 2022

Italia vs Francia finisce uno a zero

Non sono impazzita ora ve ne spiego il motivo. Ci troviamo nel comune di Sommacampagna vicino al paese di Custoza. Una zona ricca di testimonianze della coltura della vite che si deve probabilmente agli Etruschi e portata avanti poi da Veneti e Celti. Quando i Romani arrivarono in questo territorio trovarono coltivazioni ben avviate e non fecero altro che portare avanti e incrementarne la produzione. Si resero conto che era una zona particolarmente vocata grazie a un clima mite dovuto alla posizione tra il Lago di Garda e le colline moreniche dai terreni argillosi e calcarei, alcuni sabbiosi. Questo microclima favorevole, oggi lo sappiamo bene, regala ai vini prodotti, caratteristiche molto ricercate quali freschezza, leggera aromaticità, bevibilità e abbinabilità. San Michelin Torniamo al titolo: l’Azienda Gorgo, mette in produzione un vino Custoza che viene chiamato “Bianco di Custoza del Podere di San Michelin” anche come atto di devozione a San Michele la cui immagine è conservata appunto in una piccola Cappelletta vicino a un antico vigneto. Una precisazione: in dialetto veneto San Michele viene chiamato confidenzialmente Michelin. Azienda Gorgo 1- Michelin 0 Scoppia una bomba a colpi di carte bollate, cause e ricorsi durati anni, perché il famoso omonimo colosso Francese rivendica l’assoluto diritto di utilizzo di questo nome, senza considerare che non ci sono minimamente problemi di concorrenza e di eventuale confusione di marchio. Così Roberto Bricolo, titolare dell’azienda Gorgo, dopo ben 10 anni di battaglie legali, vince la causa e il Custoza può mantenere questo nome che ha conservato ancora oggi. Ammiro quest’uomo per aver “tenuto duro” e per aver combattuto per una causa in cui credeva. Mi auguro che stia ancora festeggiando di gusto per come si è conclusa la faccenda, ovviamente non a champagne! La visita La visita all’azienda se siete in zona è doverosa. Gli ambienti sono accoglienti e caldi e sembra di stare in un salotto di casa, merito anche di un recente intervento architettonico di ampliamento e ristrutturazione, dedicato sia alla cantina di vinificazione sia agli edifici riservati all’accoglienza degli ospiti. La degustazione è stata condotta con simpatia e competenza da Susy che ci ha spiegato che l’Azienda è nata nel 1975 per volontà di Roberto e di sua moglie Alberta, che hanno deciso di rinunciare completamente alle attività delle rispettive famiglie per inseguire insieme il sogno di far nascere un’azienda vinicola, investendo così anima e corpo in questa avventura. Sono infatti loro tra i primi che negli anni ’80, precorrendo i tempi, parallelamente alla vigna curano anche l’aspetto di quello che oggi chiamiamo enoturismo: accolgono in cantina ospiti, dando loro modo di incontrare personalmente chi lavora attivamente in azienda e attraverso la visita e la degustazione, fanno conoscere la loro visione di viticoltori. Ora Gorgo è guidata con determinazione e passione dalla figlia Roberta che, dopo aver completato gli studi classici a Verona e aver intrapreso una carriera da avvocato, decide che la cantina è il suo mondo. Sostenibilità Roberta non si è limitata solo a prendere in mano le redini dell’Azienda e a proseguire quanto creato dai suoi genitori, ma ha fatto un ulteriore passo avanti, convinta che il vigneto debba essere in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Ha infatti investito in nuove tecnologie convertendo a bio a partire dal 2014, tutti i vigneti dell’Azienda (53 ettari certificati) la cui prima annata risale al 2018. 17 le etichette prodotte e 3 le linee tutte biologiche (Classica – con cui si vuol mettere in risalto i vitigni autoctoni –  Superiore e Spumanti). Ho particolarmente apprezzato l’attenzione alla sostenibilità (anche attraverso l’utilizzo di bottiglie leggere) e il fatto che il “core” sia tutto al femminile.   La degustazione Con Susy abbiamo assaggiato le bottiglie che vedete nella foto e cioè: CUSTOZA D.O.C. Perlato – Spumante Brut Garganega (Cortese, Trebbiano Toscano, Durello) linea classica CUSTOZA D.O.C. Garganega (Bianca Ferranda, Trebbiano Toscano) linea classica CUSTOZA SUPERIORE D.O.C Summa (Garganega, Bianca Ferranda, altri) un Custoza ottenuto con uve raccolte in surmaturazione linea Superiore e non poteva ovviamente mancare il famoso: CUSTOZA D.O.C. San Michelin (Garganega, Cortese, Trebbiano) linea Superiore CHIARETTO DI BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica Questa bella storia, era stata argomento di un mio post su Instagram con tanto di video della visita, mi sono accorta però che dal mio feed è misteriosamente scomparso, cancellato. Vediamo se questa volta qualcuno oscura l’articolo. Claudia Riva di Sanseverino @crivads   https://youtu.be/RakajXgmc-E
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25 Agosto, 2022

Medici Ermete e l'ambizioso progetto GENERAZIONE 2031

Il vino è cultura e su questo siamo ampiamente d’accordo, c’è però chi va oltre. E’ il caso di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto GENERAZIONE 2031. C’e’ infatti anche chi, attraverso il vino genera valori e coltiva cultura sperando in un futuro migliore. Ne abbiamo parlato in altri articoli di questa stessa rubrica.
Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi”  perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031.   L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
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