Dal vino in poi

La rubrica curata da Biancamaria Caroli, sommelier appassionata nella quale verranno condivisi propri ricordi ed emozioni partendo dal mondo vinicolo per trasportare universi meravigliosi.

ESTAT-IAMO ancora! Arrow Right Top Bg

25 Agosto, 2025

ESTAT-IAMO ancora!

  E allora, dopo il primo articolo ESTAT-IAMO, continuo il racconto degli assaggi estivi, tra città, lago e montagna. Si parte! Sono appassionata di crudi di pesce e due volte l’anno, mi concedo questo piacere, non economico ma per me “doveroso”, in posti anche non prettamente in luoghi di mare. E questa volta la scelta è caduta su un ristorante aperto da poco: A’ Mare a Fonte Nuova, in provincia di Roma. Al timone Antonio Pietro Mariosa, nel mondo della ristorazione già dall’età di 16 anni. Sono rimasta molto soddisfatta dalla freschezza delle pietanze, dal perfetto bilanciamento degli ingredienti e dall’eleganza dell’arredamento. Non svelo nulla del menù, proprio per invitarvi ad andare e gustare le prelibatezze presenti. Durante la bella serata abbiamo bevuto un vino molto buono, prodotto da un’azienda storica e, giustamente molto famosa: Abbazia di Novacella, situata a Varna, in provincia di Bolzano. La fondazione risale al 1142 ad opera del Beato Vescovo Artmanno di Bressanone. Dopo varie vicissitudini avvenute nel corso del tempo, – su tutti un incendio, una rivolta dei contadini e un saccheggio – dagli inizi del Novecento, l’Abbazia appartiene alla Congregazione austriaca dei canonici agostiniani. La coltivazione della vite beneficia del microclima della zona, i vigneti sono distribuiti tra Bressanone, Bolzano e Cornaiano, con terreni di varia tipologia. La bottiglia scelta è Alto Adige Valle Isarco DOC Kerner (maturazione in acciaio), vitigno aromatico a bacca bianca, ottenuto da un incrocio tra Schiava e Riesling. Il suo nome è un omaggio al poeta e medico tedesco Justinus Kerner, autore anche di odi dedicate al vino. La Valle Isarco è il luogo di eccellenza per il Kerner, coltivato qui tra 550 e 800 metri sul livello del mare; è anche resistente al gelo. Il vino degustato al naso ha sentori intensi di albicocca, pescae mandarino con leggere note vegetali. Il gusto è fresco e molto fine. Lo abbino ai leggendari e meravigliosi paesaggi che sono il fulcro delle zone di origine e a una canzone scritta dal figlio di Kerner, Theobald, e musicata da Kurt Lissmann Ciclo del vino in cui si racconta il percorso ciclico del prezioso nettare dalla vite al consumo.  Passo ora a bollicine francesi assaggiate in un pranzo familiare per festeggiare lo stare insieme, riuniti dopo vari mesi: Champagne Reflexion R.020 Brut di Lellier. 51% Chardonnay e 49% Pinot Noir, ottenuto da uve vendemmiate per la maggior parte (81%) nel 2020. Affinamento sui lieviti di 36 mesi. Piccolo ripasso: il metodo di produzione è classico, cioè con rifermentazione in bottiglia, ma per i vini prodotti in questa regione, è chiamato Metodo Champenoise. La maison si trova ad Aÿ, Grand Cru (parte di territorio con peculiarità climatiche e di composizione del suolo pregiatissime) della Vallée de la Marne nella regione Champagne, caratterizzato da suolo soprattutto argilloso.Da più di un secolo, 1906, la famiglia Lallier focalizza la sua produzione cercando sempre di esaltare le peculiarità del terroir. La certificazione HVE (Alto Valore Ambientale) testimonia la cura per la sostenibilità, con un forte interessealla biodiversità dell’area. Le quattro parole cardine sono: Purezza e Freschezza, legate ai due vitigni protagonisti dei loro vini, e Intensità e Profondità, caratteristiche dei loro prodotti. Ritroviamo questi valori nello Champagne assaggiato, il cui nome Reflexions esprime le unicità delle vendemmie anno dopo anno. Note olfattive agrumate e floreali (fiori di acacia e gelsomino), precedono un sorso fresco, che avvolge il palato con eleganza e una leggera nota finale sapida. Perlage persistente. Lo abbino a una canzone degli Oasis, band inglese di Noel e Liam Gallagher, che quest’anno si sono riuniti dopo 16 anni per una serie di concerti tutti sold out. Champagne Supernova è il titolo che, secondo una delle versioni più gettonate, venne in mente a Noel mentre guardava un documentario sullo champagne ascoltando l’album Bossanova dei Pixies. Durante la stagione estiva, se riesco, cerco di godermi le bellezze infinite della mia città, Roma, in orari e situazioni in cui il traffico è meno congestionato. E così, approfittando di alcuni giorni senza l’afa opprimente, ho navigato sul Tevere con un battello, esperienza molto bella, perché si vedono le meraviglie romane da un’altra prospettiva e non si sentono i rumori dei tanti mezzi che percorrono il Lungotevere. E dopo questa piccola gita, sono andata in un cocktail barparticolare che ha aperto da poco: L’Oratorio Trastevere. E’ un ritrovo estivo, chiuderà a fine stagione, e si trova nella piccola piazza davanti Santa Maria in Cappella, chiesa romanica del 1090, oggi aperta solo per alcune cerimonie. La proprietà appartiene, come anche lo spazio dove è situato il bar, alla famiglia Doria Pamphili. E’ possibile anche visitare l’adiacente ospedale per pellegrini, poveri e malati, che fu edificato, alla fine del 1300, per volere di Santa Francesca Romana. Alla guida di questo bellissimo e originale spazio, progettato da Mirador Group Srl, società esperta nel settore ristorazione, beverage e intrattenimento, ci sono il bar manager Abram Codazzo e l’head bartender Andrea Lilli. In questa bellissima atmosfera, abbiamo bevuto un cocktail che è tra i più consumati: lo Spritz! La nascita di questa bevanda, secondo un racconto tra i più accreditati, è dovuta ai soldati austriaci nella Venezia del 1800. Questi ultimi bevevano spesso un bicchiere di vino, ma si trovarono a fronteggiare gradazioni alcoliche più forti dei vini locali a cui erano abituati. Per ovviare a questa situazione, chiesero ai locandieri di spruzzare (l’austriaco sprutzen significa spruzzare) nel vino un po’ d’acqua frizzante, Questa originaria versione del cocktail ha avuto poi varie evoluzioni e ha un successo continuo ovunque. La formula ufficiale secondo l’IBA (International Bartender Association, autorevolissimo organismo nel mondo del bartending) più frequente prevede questi ingredienti: prosecco, aperol e soda, ma ci sono anche altre versioni da provare. Molto invitante e per me sinonimo di gioia e condivisione! Lo abbino, per il quartiere storico in cui si trova il luogo di ritrovo, a una commedia musicale che mi ha sempre trasmesso molte emozioni: Rugantino. Scritta da Garinei e Giovannini, con Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa e musiche di Armando Trovajoli, è ambientatanella Roma Papale del 1848 e fu rappresentata per la prima volta a Roma al Teatro Sistina nel 1962. La canzone più famosa è senza dubbio Roma nun fa la stupida stasera, in cui il dialetto romano esprime molto bene il romanticismo del testo. E chiudo con un altro cocktail (ebbene sì, nella stagione estiva quando possibile ne provo di diversi) assaggiato insieme ad amiche molto preziose: Cuccurrucucu, a base di tequila, mandarinetto, tonica al pompelmo e sale rosa. E’ nella drinklist del Roof Coctkail Bar”, piccolo locale di Montesacro, dove si trovano circa 170 etichette di gin e dove si possono fare ottimi aperitivi. Lo consiglio vivamente, si degustano alcune chicche e si può chiacchierare in tranquillità, situazione non presente in posti troppo “caciaroni” e che invece è spesso necessaria per rinsaldare legami ed affetti. Concludo con una breve nota sul cocktail:miscelato ottimamente e con perfetto equilibrio alcolico. Lo abbino per assonanza alla famosa canzone di Franco Battiato Cuccurucucù, in cui il titolo richiama il verso delle colombe in lingua spagnola. Ora vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo Estat-iamo, con assaggi culinari e vinicoli di mitiche sagre paesane!   Biancamaria Caroli
Mi trovi su Instagram come @bingasommelier
Dal vino in poi  
Leggi
Estat-iamo Arrow Right Top Bg

11 Agosto, 2025

Estat-iamo

  E allora l’estate è arrivata, esplosa nella calura, nelle foto in riva al mare, nelle città, nei borghi, nei boschi. Non sono una grande appassionata di questa stagione soprattutto perché non amo il caldo eccessivo, ma sono incantata dalle giornate lunghe piene di luce e dalla sensazione di potersi rilassare che percepisco in vari momenti. Nei mesi estivi aumenta la voglia di uscire, esplorare e condividere. E in nome proprio della condivisione, mi fa piacere scrivere di alcuni assaggi fatti sotto il segno dell’amicizia e della famiglia, che potete provare anche voi. Inizio con un rosato bevuto durante un aperitivo casalingo, in totale tranquillità e serenità, con un carissimo amico. È una tipologia di vino estiva per eccellenza, anche se personalmente li degusto anche nelle altre stagioni. Sono vini che si prestano a vari abbinamenti. Si ottengono lasciando macerare le uve, a bacca rossa o nera, con la buccia nel mosto fino a un massimo di 48 ore (tendenzialmente dipende poi sempre dall’azienda produttrice). E quindi, largo a Sancerre AOC Maulin Bèle Domaine André Vatan. Per le persone non addette ai lavori AOC indica la denominazione Appellation d’Origine Contrôlée (Denominazione di Origine Controllata) e il termine domaine in ambito vinicolo, significa tenuta e indica un’azienda vitivinicola che produce vino dai vigneti di proprietà. Ci troviamo nella regione francese della Loira, nella zona Sancerre, celebre soprattutto per i vini bianchi ottenuti da Sauvignon Blanc, vitigno protagonista anche nella produzione di André Vatan. L’azienda ha sede a Verdigny, dove André porta avanti l’azienda, ereditata dal padre, insieme alla moglie Arielle. La famiglia Vatan lavora nel vino da più di 50 anni e i vigneti si estendono su un territorio ricco di silicio e marna, che danno molta complessità ai vini prodotti. In questo caso, il rosato è ottenuto da uve di Pinot Noir, altro vitigno presente, seppur in misura minore, nella tenuta.  E’ affinato in acciaio e nell’etichetta si legge saignée parola francese che tradotta in italiano significa “sanguinamento”. È un metodo utilizzato per produrre vini rosati ed è basato sul sanguinamento o la separazione di parte del mosto di uva nera dalla fermentazione iniziale, prima che avvenga l’estrazione di troppo colore o tannino. Il mosto “sanguinato”, quindi, è fermentato separatamente per il vino rosato. Qui il bel colore rosa è dato proprio da questa tecnica. Al naso emergono note fini di fragoline di bosco, frutti rossi e agrumi. Gusto fresco. Una bottiglia che si può accompagnare alla lettura delle fiabe, genere che mi piace molto ancora di più ora che sono adulta, di Charles Perrault, soprattutto La Bella Addormentata nel Bosco, pubblicata nel 1697. L’autore fu ispirato dalla splendida architettura dello Château d’Ussé, tra i castelli più celebri e famosi della Loira. Passiamo ora a un’altra bevanda consumata in tutto l’anno, ma che per me richiama l’estate: la birra. E qui racconto un brand storico, acquisito dal gruppo Heineken: Ichnusa. Il nome richiama il termine greco Ἰχνοῦσσα (da Ἰχνοῦσ = orma di piede) e rappresenta l’antica denominazione di origine greca dell’isola, che, vista dall’alto, ha proprio la forma di un’impronta. Anima Sarda con orgoglio e vanto, i produttori da alcuni anni si impegnano moltissimo in promozioni e campagne pubblicitarie per preservare l’ambiente dell’isola e invitare al turismo responsabile. Ad esempio incitano al Vuoto a Buon Rendere delle bottiglie e inoltre insieme a Legambiente Sardegna, hanno creato spot per invitare a non gettarle vuote ovunque. Nel 1912 Amsicora Capra prende possesso dello stabilimento di Cagliari e rilancia il marchio Ichnusa. Negli anni Sessanta è inaugurato il birrificio ad Assemini, in provincia di Cagliari che è l’unico dedicato alla produzione. E, in una serata conviviale con amici e amiche, ho assaggiato la versione classica di quest’ottima birra. È una lager (bassa fermentazione) e tra gli ingredienti è presente anche il mais. All’olfatto sono presenti note di luppolo e il gusto è fresco e leggermente amaro. Nell’etichetta, molto famosa e iconica, appaiono i 4 mori bendati, simbolo che appariva nella cancelleria reale aragonese, sbarcata in Sardegna agli inizi del 1300. È composto dalla croce di San Giorgio, che simboleggia il Cristianesimo e la riconquista cristiana della Spagna e dalle quattro teste, che rappresentano quattro vittorie: la riconquista di Saragozza, Valencia, Murcia e Baleari. È una bevanda che associo molto allo stare insieme, all’amicizia e quindi la abbino a una storica serie TV prodotta negli USA, creata da David Crane e Marta Kauffman, dal 1994 per dieci stagioni il cui titolo è evocativo Friends. Passo al legame più forte in assoluto: la famiglia. E ogni tanto si beve insieme nei pranzi o cene. E poiché c’era da festeggiare la conclusione felice di una grande rogna burocratica, ho scelto uno Champagne. Non appartiene a una maison (termine che in ambito vinicolo si riferisce principalmente a grandi aziende produttrici di vino, specialmente in Champagne) tra le più famose di questa regione francese, ma personalmente lo gradisco molto in simili occasioni. Serge Mathieu si trova ad Avirey-Lingey, un raggruppamento di due piccoli villaggi. E i primi documenti in cui si parla della sua famiglia come viticoltori, risalgono al 1685. Dopo varie vicissitudini, Serge nel 1970 inizia a vinificare champagne e oggi, aiutato dalla figlia Isabelle e il genero Michel Jacob, continua l’attività nel segno della sostenibilità ambientale. Ad esempio sono stati installati sensori nei tralci per monitorare lo stress della vite, limitando e rendendo più precisi gli interventi ed è stata ottenuta di recente la certificazione biologica. I vigneti coltivati sono Pinot Noir in maggioranza e Chardonnay. Siamo nella zona dell’Aube. La bottiglia assaggiata è un Brut Tradition Blanc de Noirs, cioè composto per il 100% di Pinot Noir. Al sorso si percepisce freschezza, anticipato al naso da sentori di mela, agrumi, lievito e nota finale sapida. Perlage fine e persistente. Lo abbino a un bellissimo film francese del 2014, La famiglia Bélier, diretto da Éric Lartigau. E’ raccontata una storia familiare molto commovente, in cui si affrontano vicissitudini grazie all’amore e all’affetto che unisce i personaggi protagonisti. Concludo con un altro spumante italiano, bevuto durante un pranzo legato a un evento fantastico a cui ho partecipato: il concerto degli AC/DC, gruppo storico hard-rock australiano, che il 20 luglio si è esibito all’Autodromo di Imola. Erano anni che aspettavo questo momento e sono stata felicissima di averne preso parte. Spostarsi per queste occasioni, è spesso un modo anche per mangiare in posti particolari e infatti io e il mio compagno di viaggio, abbiamo pranzato al ristorante d’amatOsteria ad Arceto, in provincia di Reggio Emilia. Situato dentro il Castello medievale del luogo, Gianni e Federico D’Amato, padre e figlio, combinano cucina tradizionale con un pizzico di modernità. Personalmente il piatto che mi è rimasto più impresso è stato la tagliatella 40 tuorli al ragù di 3 carni. Pasta rigorosamente fatta a mano, con un ragù a base di vitello, maiale e manzo. Strepitoso! Durante il pranzo abbiamo assaggiato Le Petit Rosè” a base di Syrah, prodotto da Tenuta La Piccola che si trova a Montecchio Emilia, nella zona del Reggiano. Il nome è un richiamo al nome dell’azienda con l’aggiunta del colore del vino. Un’esplosione olfattiva di fragoline di bosco, è seguita da un gusto fresco con leggera nota olfattiva speziata. Il produttore Giuseppe Fontana, si definisce “semplicemente agricoltore produttori di vino” e punta a creare vini eleganti ottenuti dalla coltivazione dei vigneti rispettando al massimo la natura. E a questo punto vi saluto con un classico degli AC/DC Thunderstruck, con l‘augurio che anche voi proviate un piacevole sbalordimento dai miei assaggi consigliati. Alla prossima con altri assaggi estivi!   Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi                
Leggi
Amarcord di assaggi Arrow Right Top Bg

28 Luglio, 2025

Amarcord di assaggi

  Ebbene sì, lo confesso, tra le mie fisse mentali, c’è anche quella di fotografare sempre tutto ciò che assaggio. Ho lo smartphone pieno di immagini di bottiglie, etichette, calici. Poi magari le rivedo dopo qualche tempo. E la particolarità è che, oltre a ricordare sentori e gusti, percepisco nuovamente anche il mio stato d’animo in quel momento. Lo rivivo con molta curiosità, perché è tutto più nitido e ancora più piacevole, e qualche volta ripasso la storia che c’è dietro quella bottiglia. E proprio ieri mi è capitato di scorrere le foto di due weekend della seconda metà maggio, periodo dell’anno bellissimo, quando le giornate sono lunghe e inizia ad avvicinarsi l’estate, associata a relax e vacanza. Vivo in Italia, Paese bellissimo, dove i vari tipi di territorio, offrono tanto: cibo, vino, birra e distillati. Tra questi ultimi, di recente, sta avendo successo la produzione di gin. Nato nel Seicento come distillato di alcol di cereali aromatizzato con base di bacche di ginepro (che in olandese è jenever da cui deriva gin), era utilizzato per scopi medici. A proposito di questo dettaglio, sembra che una primissima versione del gin, sia stata prodotta precedentemente dalla celebre Scuola Medica di Salerno, sempre come medicinale. Poi, successivamente, il processo di preparazione si è evoluto, e il gin è diventato una bevanda diffusa tra i soldati nelle numerose battaglie, diffondendosi in Inghilterra, dove, tra alterne fortune, è diventato un prodotto alcolico molto importante, aggiungendo anche erbe e spezie chiamate “botanicals” (botaniche). Oggi è molto utilizzato nel mondo della miscelazione. Lo stile di produzione più famoso, e da me preferito, è il London Dry Gin, che non prevede l’aggiunta di aromi o dolcificanti artificiali dopo la distillazione, ma solo ingredienti botanici naturali. Di conseguenza, in linee generali: gusto pulito e secco, in cui predominano le note erbacee del ginepro. Io però sono appassionata e curiosa di distillati, e quindi mi diletto nel provarne di nuovi e diversi. Così, spinta da un mercato vario, con diversi esperimenti di botaniche nel processo di lavorazione, quando il clima si addolcisce, assaggio prodotti in cui oltre al ginepro, si percepiscono altre note e gusti. In Italia si è sviluppata un’ottima produzione di questi spirits (termine inglese che indica la categoria dei superalcolici) e, grazie alle numerose erbe aromatiche che abbiamo, è davvero un piacere assaggiare i cocktails preparati con tali elementi. Per quanto mi riguarda, ho un rito: il venerdì, prima di cena, mi preparo un gin tonic a casa. È il mio omaggio alla fine della settimana lavorativa. Senza strafare, accompagnato poi anche da stuzzichini prelibati e, perché no, qualche volta lo abbino anche al pasto. Una delle storie più diffuse sulla nascita di questo cocktail risale al XIX secolo in India, all’epoca sotto il dominio inglese. L’acqua tonica era un trattamento utilizzato contro la malaria, per uno dei suoi ingredienti principali, la chinina. Il sapore però era amaro, e così i componenti dell’esercito britannico, iniziarono ad aggiungere il gin, motivo anche per cui l’acqua tonica classica è chiamata Indian Tonic Water. Racconto questi particolari con gioia, perché penso sia interessante sapere cosa si nasconde dietro nomi e usanze anche in questo settore. E allora, grazie al regalo di un mio carissimo amico, Angelo, di nome e di fatto, mi sono preparata un gin tonic con un prodotto Italiano: Pigskin Silver di Silvio Carta. Il nome, letteralmente pelle di maiale, indica il cinghiale, animale con cui sono avvenuti incontri ravvicinati durante la raccolta delle botaniche necessarie alla preparazione del distillato. E’ un London Dry Gin che nasce in Sardegna. Negli anni 50, Silvio Carta fondò l’omonima azienda che oggi ha sede a Zeddiani in provincia di Oristano, dedicandosi alla produzione di un famoso vino: Vernaccia di Oristano. Nel corso del tempo, grazie anche al figlio Elio, è nato anche l’interesse per liquori e distillati, cercando sempre di trasmettere le bellezze sensoriali del territorio nelle loro creazioni. Appena versato, al naso è emerso il ginepro, molto diffuso in questa parte della Sardegna. Subito dopo, in successione: rosmarino, timo, mirto, agrumi. Al palato è morbido, e molto persistente. Davvero un ottimo gin, che racchiude tutte le meravigliose ricchezze di questa isola splendida.  Poi ho aggiunto acqua tonica; di quest’ultima ce ne sono varie versioni, ma in questo caso ho preferito utilizzare la classica, per non interferire troppo nei sentori e gusti naturali di questo gin. Naturalmente il gin tonic ha un altro componente essenziale: tanto ghiaccio! Seduta sul divano, sorseggio lentamente e pregusto il weekend imminente. Sensazione fantastica, accompagnata dall’ascolto a tutto volume di High Hopes dei Pink Floyd, gruppo celeberrimo che mi fa letteralmente impazzire! Il primo approccio nei loro confronti è stato durante l’adolescenza, periodo in cui la mia curiosità ha iniziato a guidarmi in varie scoperte. E infatti, la prima birra che ho assaggiato alla fine della scuola superiore, è stata la mitica Corona Extra. Scrivo mitica, perché in quegli anni e in quella fascia d’età era una sorta di rito di passaggio, un approccio al mondo adulto. E ho avuto l’occasione di riassaggiarla dopo tanti anni, in una cena con le amiche storiche – tutte ex universitarie –  in un locale a Roma. Casualmente si esibiva la Bim Bum Band, nome ispirato al mitico programma che andava in onda su Italia Uno, dove canta anche la bravissima Angela, che ho conosciuto quando facevo parte di un coro. Serata amarcord tra sigle dei cartoni animati, Occhi di Gatto per citarne una, e appunto la Corona. Questa birra è prodotta dal 1925 (ebbene sì, cento anni fa…) dalla Cervecería Modelo, fondata a Città del Messico nel 1922 da Braulio Iriarte, emigrato spagnolo. Oggi il marchio appartiene alla multinazionale Anheuser-Busch InBev. La Corona è una birra chiara adjunct lager, cioè leggera, poco amara, e con una bassa gradazione alcolica.  E’ composta di orzo, riso, mais e luppolo e al naso si percepiscono lievi note agrumate. Una caratteristica è che si consuma con una fetta di lime (o limone) nel collo della bottiglia. Le motivazioni sono varie, la più diffusa è che sia un escamotage per dare sapore a una birra poco strutturata, spesso anche cospargendo di sale la bocca della bottiglia. Per quanto mi riguarda la trovo una bevanda dissetante e la abbino a un’artista leggendaria e molto coraggiosa, nativa di Città del Messico: Frida Kahlo, spesso celebrata in mostre in cui sono esposti soprattutto i suoi autoritratti molto colorati. Concludo la carrellata di assaggi con un vino bianco siciliano che ho avuto il piacere di bere in un pranzo domenicale con un’amica e la sua famiglia: Sicilia DOC, Tre Venti di Cantine Birgi, azienda situata nella Contrada Birgi Nivaloro a Marsala, in provincia di Trapani. E’ una cooperativa fondata nel 1960. Oggi ha più di 1.000 soci conferitoti che annualmente portano le loro uve in sede per la vinificazione. I vigneti, autoctoni e internazionali, sono coltivati nella Sicilia Occidentale con i sistemi ad alberello e a spalliera meccanizzata, entrambi garanzia di ottima qualità nella produzione. Il vitigno protagonista è il siciliano Grillo, nato nel XIX secolo da un incrocio tra il Catarratto e lo Zibibbo, creato dall’appassionato ampelografo Antonino Mendola. Il nome Tre Venti della bottiglia, ricorda Maestrale, Libeccio e Scirocco, elementi imprescindibili in questa parte della terra sicula. Il colore è giallo paglierino, note di pesca bianca, agrumi, zagara, sono seguite da un gusto fresco con nota sapida in chiusura. Ottimo vino anche nel rapporto tra qualità e prezzo. Bere bene, è anche una modalità di ricevere un pensiero gentile da persone a cui sono molto legata, come è accaduto in questo pranzo. E chiudo con un collegamento proprio all’amicizia, l’evergreen Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Alla prossima con nuovi assaggi!   Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi
Leggi
Itinere - iamo Arrow Right Top Bg

14 Luglio, 2025

Itinere - iamo

  Il 14 e il 15 giugno, a Roma si è svolta la seconda edizione di Itinere, evento dedicato a un viaggio, un percorso (significati del latino Itinere) derivanti dall’esperienza di condivisione e connessione attraverso la presentazione di prodotti vinicoli e alimentari. Banchi di assaggio e masterclass hanno offerto questa grande opportunità e sono riuscita ad andare il primo giorno. In questo pomeriggio afosissimo, per usare un eufemismo, mi sono recata al luogo dell’evento, il Ristorante Mike’s, al quarto piano del palazzo COIN nel quartiere San Giovanni. Appena arrivata, ho percepito subito l’accoglienza delle persone che presentavano vini e cibo. Davvero mi sono sentita “accolta” in tutti gli stand in cui mi sono fermata. Tanta gentilezza e professionalità, il top! Racconto questo affascinante tour sensoriale per tipologia di vini. Bollicina Ho iniziato questo itinerario con uno spumante brut che già conoscevo, ma che degusto sempre molto volentieri: Brut di Marramiero, situata a Rosciano, in provincia di Pescara. Metodo classico, ottenuto con rifermentazione in bottiglia, da uve Chardonnay e Pinot Nero, minimo 36 mesi sui lieviti. Le 5 Tenute, Sant’Andrea, Milano, Amarello, Rosciano e Ofena, sono la dimostrazione della grandezza e dell’evoluzione dell’azienda, fondata agli inizi degli anni Novanta. Terreni e climi molto diversi, tra cui ciottoli e forti escursioni termiche, sono sapientemente gestiti con attenzione alla sostenibilità. Ad esempio per lo smaltimento dei rifiuti è attivo un impianto di fitodepurazione e la vegetazione in vigna è irrorata con acqua e ozono, per aiutare, in modo naturale, il mantenimento della vite. Oltre a Chardonnay e Pinot Nero, sono coltivati vitigni autoctoni: Montepulciano, Trebbiano, Pecorino e Maiolica, quest’ultima una vera rarità. Lo spumante ha sentori di mela, frutta secca, crosta di pane, al palato è fresco, cremoso e con una persistenza molto piacevole con leggera nota sapida. La zona mi riporta alla mente Gabriele D’Annunzio, il Vate, nato a Pescara, e autore di liriche e libri molto belli, tra cui Il Piacere di cui ho un bel ricordo. A proposito di bolle, segnalo una perla: Cuvée 36 mesi Alta Langa Brut (Chardonnay e Pinot Noir) di Gancia. Nome importantissimo, poiché Carlo Gancia, che fondò l’azienda insieme al fratello Edoardo nel 1850, aveva trascorso precedentemente alcuni anni in Francia, a Reims, dove aveva appreso le nozioni sullo champagne. Successivamente, nel 1865, personalizzò tali tecniche e creò il primo spumante italiano metodo classico. La cantina storica è in provincia di Asti, a Canelli, località famosa proprio per le cattedrali sotterranee nel sottosuolo, patrimonio mondiale dell’UNESCO. Scavate in passato nel tufo calcareo, garantiscono la temperatura ideale per l’affinamento dei vini. Colore molto luminoso, note olfattive di fiori bianchi, lievito e vaniglia, sono seguiti da un gusto avvolgente e perlage molto fine. Evidenzio che la temperatura di servizio era perfetta, tra 8 e 10 gradi centigradi, dato molto importante, da non sottovalutare soprattutto in questo tipo di eventi. Considerando la zona di provenienza, abbino questa bottiglia elegante, avvolta in una stampa color bronzo, al swing di Via con me di Paolo Conte, bravissimo cantautore astigiano. Bianco Il primo è Lugana DOC di Tenuta La Presa, situata a Caprino Veronese, in provincia di Verona, dove la proprietà è stata acquistata nel 1995 dalla Famiglia Dei Micheli, che da allora si dedica all’azienda con grande impegno. Il territorio è influenzato dal microclima generato dall’insieme della mitezza del Lago di Garda e la ventilazione del Monte Baldo. Il vino è 100% Turbiana, o Trebbiano di Soave, vitigno autoctono molto antico, che rientra nella famiglia dei Trebbiani. Nell’assaggio, sono predominanti odori di agrumi, pesca bianca e gelsomino; al sorso una piacevole freschezza con leggera nota ammandorlata finale. La territorialità degustata, la abbino a un libro in cui Verona è protagonista: Romeo e Giulietta del grande William Shakespeare, che invito a leggere, o rileggere, individuando i luoghi di questa bellissima città. Il secondo è il Lignu Duci Terre Siciliane DOP dell’Azienda Bruchicello, così chiamata dal nome della contrada Vruchicelle, oggi Salavecchia, dove si trovano i filari. E’ situata a Salaparuta, in provincia di Trapani. Nata nel 1976 e a conduzione familiare, è nella zona della Valle del Belice e i vitigni in coltivazione biologica sono: Nero d’Avola, Catarratto (entrambi autoctoni) e Cabernet Sauvignon. Il terreno è a medio impasto, cioè composto di sabbia, limo e argilla, che permette una buona ossigenazione e circolazione idrica, ideali per le uve. Il vino è Catarratto 100% con affinamento in acciaio. Sentori di cedro, pompelmo e zagara, anticipano un gusto fresco, in cui si evidenza anche la finezza. Ringrazio un amico “vinicolo” che ho incontrato e mi ha fatto scoprire questa piccola e bella realtà siciliana. L’abbinamento è con un luogo di quest’area: il Parco Archeologico di Selinunte, patrimonio culturale che racchiude le meraviglie della Magna Grecia. Rosato Sensuade Marche Rosato IGT di Cantina Santa Barbara, guidata dal 1994 da Stefano Antonucci, con intraprendenza e innovazione. Il comune di Barbara è nelle Marche, in provincia di Ancona. I terreni di coltivazione delle uve sono argillosi e ricchi di acqua. La vicinanza al mare, garantisce anche un’ottima ventilazione. La particolarità di questo vino è il blend di tre vitigni autoctoni con affinamento in acciaio: Vernaccia di Pergola, Lacrima di Morro d’Alba e Moscato Rosso, perchè il primo e il terzo sono molto rari. Si ottiene un prodotto dal colore rosa tenue, con sentori di fragoline di bosco e melograno, al palato è vivace con un leggero retrogusto agrumato. Molto piacevole, penso ala spensieratezza estiva e mi torna in mente la canzone dei Beach Boys Barbara Ann, collegata al nome dell’azienda. Rosso Mi sposto in Alto Adige, per l’esattezza a Marlengo, in provincia di Bolzano, dove ha sede l’azienda Ploner. E’ vicino Merano, in una zona con terreni argillosi e ricchi di granito, che, insieme alle basse rese delle uve, al microclima e alle escursioni termiche, garantiscono una qualità eccelsa dei vini prodotti. Il mio assaggio ne è un ottimo esempio: Alto Adige DOC Exclusiv, Pinot Nero Riserva 2021, con affinamento di 24 mesi in botti di rovere piccole e medie. Le parole che subito associo a questa bottiglia sono: estrema eleganza; sia nell’olfatto, ricco di more, ribes, ciliegie, prugne, cannella e liquirizia, sia nel gusto, morbido e molto persistente. Il connubio perfetto è con i Giardini di Sissi, Imperatrice Elisabetta d’Austria, che aveva eletto Castel Trauttmansdorff a proprio domicilio invernale. Luogo ameno e meraviglioso. Passito Concludo con un ottimo vino passito: Veneto IGT Verduzzo di Ai Galli, di Pramaggiore, in provincia di Venezia. L’azienda è situata in una zona al confine tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia. Le viti sono coltivate in un suolo argilloso e minerale, con un sottile strato superficiale chiamato caranto, ricco di carbonato di calcio. Il Verduzzo Friulano, vitigno autoctono, appartiene alla linea Vintage e, dopo l’appassimento, affina per dodici mesi in botti di rovere francese, seguito da un lungo affinamento in bottiglia. Il bellissimo colore dorato, introduce note di pesca, albicocca, pera, miele, vaniglia, a cui segue un sorso morbido e finemente dolce. Bellezza visiva e sensoriale, da degustare con calma, in compagnia di un libro classico di uno scrittore veneto: Dino Buzzati e il suo Il Deserto dei Tartari. Ahimè, anche questo viaggio meraviglioso è terminato, vi aspetto al prossimo!   Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi  
Leggi
La Costa degli Dei Arrow Right Top Bg

23 Giugno, 2025

La Costa degli Dei

  Come lo scorso anno, ho avuto la possibilità e la fortuna di poter trascorrere, di recente, alcuni giorni di vacanza a inizio giugno in Calabria. Ho alloggiato vicino Briatico, in provincia di Vibo Valentia. Qui, nel corno di Calabria, il tratto di costa di circa 55 km fino a Capo Vaticano, è chiamato Bella o degli Dei, proprio per le calette splendide e i paesaggi evocativi di antiche leggende mitologiche. Il territorio è rigoglioso e fertile, si presta molto alla coltivazione agricola, anche vinicola. Mentre scrivo, è in discussione la creazione della DOC Costa degli Dei, per rafforzare l’identità enologica e dare anche una forte spinta all’enoturismo locale. Ho quindi colto l’occasione di una visita a Tropea, per assaggiare i vini dell’azienda Marchesa Isabella Toraldo, abbreviata in Marchisa Vini. Dal 2014 , sotto la supervisione di Renato Marvasi, sono stati recuperati terreni abbandonati e vigne vecchie (più di 50 anni) di uve a bacca nera nell’area di Manna a Brattirò: Magliocco, Gaglioppo, Malvasia Nera e Greco Nero. Nel risistemare i filari, è emersa anche una coltivazione più giovane di Cabernet Sauvignon, a cui è stato aggiunto il Magliocco Canino, vitigno autoctono, localizzato soprattutto in quest’area. Invece vicino al Monte Poro, a 700 metri sul livello del mare, tra Nicotera e Joppolo, in un luogo impervio, con viticoltura eroica, sono state impiantate uve a bacca bianca: Pecorello e Malvasia Bianca. In un’altra zona, Sciallle a Drapia, sono presenti fieno, grano, uliveti e ortaggi. E’ un’attività in piena espansione, con l’intento di diffondere una territorialità tipica e radicata. In questo momento non è possibile fare degustazione con visita in vigna, e allora l’abbiamo fatta a Tropea, nel Giardino Marchisa, uno spazio molto bello, dove è possibile vedere esposizioni di artisti, come ad esempio quella attuale sulle nuvole del pittore Francesco Caracciolo, e poi accedere alla terrazza da cui lo sguardo si perde nel meraviglioso orizzonte. Il connubio tra arte e vino è fortemente voluto dall’azienda, anche perché Renato Marvasi è un grafico e pertanto crede molto nell’unione di queste due passioni a lui care. Accompagnati da fettine di pane con olio buonissimo e leggermente piccante di loro produzione, abbiamo assaggiato due vini. Le etichette riprendono il Codice Romano-Carratelli, manoscritto cartaceo del XVI secolo, in cui erano raffigurate, in 99 acquarelli, fortificazioni, torri e castelli della Calabria Ultra.  Probabilmente fu richiesto dal Viceré Conte di Miranda, che voleva avete maggiori dati sul territorio che governava e su cui mancavano molte informazioni. Il Codice è stato anche omaggiato da un francobollo delle Poste Italiane nel 2019. È un documento importante perché è una delle prime ricostruzioni accurate di questa parte della costa. Settecento Calabria IGP bianco del 2023, è il primo vino degustato, blend di Pecorello e Malvasia Bianca. Il nome è per l’altitudine della località dove sono coltivate le vigne e affina in acciaio. Sentori eleganti di gelsomino, fiori di campo, pesca gialla e ananas anticipano un sorso fresco, persistente con una leggera nota minerale nel retrogusto. Lo abbino a un film del 2004, in cui alcune scene sono ambientate in questa regione: Tu la conosci Claudia? di Massimo Venier con Aldo, Giovanni, Giacomo e Paola Cortellesi. Subito dopo è arrivato il turno di Natus Calabria IGT rosso del 2021, blend di Magliocco Canino, Greco Nero e Malvasia Nera. Affinamento in acciaio per 8 mesi. All’olfatto emergono immediate note di frutti rossi, more, prugne e viole. Gusto morbido con una leggera nota finale di liquirizia. Lo abbino a una splendida canzone di Rino Gaetano, cantautore calabrese: A mano a mano. Il testo narra il ciclo continuo dell’amore e della natura. E’ stata una serata molto piacevole, con un servizio attento e premuroso. Nei giorni successivi, sempre nella Costa degli Dei, ho scoperto altre bottiglie degne di nota. A Capo Vaticano, al Sunset Beach Club, ho bevuto un ottimo vino rosato, davanti a un panorama mozzafiato, nonostante la foschia, durante il tramonto. Di fronte Stromboli e di lato l’Etna: strepitoso. L’assaggio è un prodotto dell’azienda Agricola Tenuta Iuzzolini, situata in Località Frassa’ a Cirò Marina, in provincia di Crotone. È certamente l’area che in questo momento sta spingendo molto il vino di questa regione meravigliosa. La Tenuta si estende per 500 ettari, di cui 100 coltivati a vigneti soprattutto autoctoni, e il restante a uliveti, seminativi e allevamenti di bovini di razza Podolica e cavalli. Lumarè Calabria IGT Rosato, è un blend di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon. Sprigiona subito odori intensi di fragole, ciliegie, rose, con leggere note di pepe rosa. Al palato è fresco con note sapide.  Vista la vicinanza a Scilla, non posso non pensare al libro XII Dell’Odissea, in cui è narrato l’episodio del canto ammaliatore delle Sirene, a cui Ulisse riuscì a sottrarsi grazie alla sua astuzia, e lo scontro con i mostri marini di Scilla e Cariddi, in cui riuscì a sopravvivere aggrappandosi a un fico. Ho concluso il soggiorno con due amari del luogo, uno molto famoso, l’altro una bella novità per me. Il primo è il Vecchio Amaro del Capo, così chiamato così in onore della località Capo Vaticano raffigurata nell’etichetta. Le Distillerie Caffo, con varie sedi tra cui quella situata a Limbadi, nel Vibonese, in cui si produce l’amaro, hanno rielaborato un’antica ricetta in cui 23 erbe, fiori, frutti e radici calabresi sono macerati e infusi in specifici periodi di raccolta. Questa tecnica consente di mantenere gli aromi, in un mix tenuto rigorosamente segreto. È da consumare rigorosamente a -20 gradi centigradi, proprio per assaporare al meglio tutti i componenti. Predominano menta, anice e liquirizia, con una lunga persistenza davvero piacevole. Il secondo è Amaro Numero 05 prodotto da M & C Food S.r.l. con sede a Vibo Valentia. Il nome ha origine da varie leggende e secondo una di queste, 5 briganti buoni trovarono una pergamena antica nella zona del torrente Trainiti. Dopo 5 anni di peregrinazioni tra Calabria, Sicilia e Basilicata, la regalarono alla proprietaria di un’osteria che gli aveva offerto la cena. In questo documento era scritta la ricetta di questa bevanda, infuso alcolico di erbe officinali. Bevuto fresco, con evidenti note di genziana e timo. Al palato è morbido con retrogusto di liquirizia. Termino quest’ultimo racconto, abbinando una canzone che celebra il mare anche in stagioni non estive: Mare d’inverno cantata da Loredana Bertè, nata in questa terra, fioriera di tante prelibatezze.   Alla prossima!     Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi
Leggi
Da Brisighella al Delta del Po Arrow Right Top Bg

9 Giugno, 2025

Da Brisighella al Delta del Po

  Il 22 maggio scorso, in un itinerario che mi portava da Roma al Delta del Po, ho fatto una deviazione, con tappa in un’azienda vinicola a Brisighella, in provincia di Ravenna. La scelta è stata dettata sia dalla Guida Slow Wine, che ho sfogliato focalizzandomi sulla località a cui avevo pensato, sia da alcuni articoli in cui si parlava dei vini di quest’area. Sono andata a visitare Fondo San Giuseppe, sull’Appennino Romagnolo, nella sottozona di Valpiana, a 400 metri sul livello del mare. Si supera Brisighella e ci si inerpica in una strada in salita, sterrata ma non troppo, e si arriva davanti a una struttura nuova e bellissima. Stefano Bariani, ferrarese di nascita e dopo un’esperienza lavorativa vinicola in Piemonte, ha acquistato la proprietà nel 2008 insieme alla moglie Mariagrazia Rizzati, prediligendo un territorio integro e fruttifero. Il logo aziendale è l’albero della vita, simbolo di nascita e rinascita, ripreso da una ceramica di Faenza, cittadina vicina e famosa in tutto il mondo proprio per quest’arte. Da allora è iniziato un lungo progetto, che ha portato, dall’anno scorso, a vinificare le uve, tutte raccolte manualmente, direttamente nell’edificio che ho visitato.  La produzione è biologica, attestata da Suolo e Salute, primo organismo di controllo e certificazione per il biologico in Italia. Al piano terra, si trovano sia vasche di cemento vetrificato che di acciaio e, nella cantina, con pareti naturali di roccia, sono presenti barrique e tonneau di pregiato rovere francese. Al piano superiore si trova la sala degustazione. Alcuni dettagli sono in corso di assestamento, ma le enormi vetrate trasparenti mostrano un panorama eccezionale, davvero piacevole mentre si assaggiano i vini. Ci accoglie l’enologo Simone Cavallini, un ragazzo gioviale, pacato e molto professionale, che inizia a mostrarci il suolo su cui sono coltivate i vigneti: marna, arenaria, argilla e calcare.  La maggior parte delle uve a bacca bianca a Brisighella, quelle a bacca nera e rossa a Modigliana, località che si trova dall’altra parte della montagna, in provincia di Forlì-Cesena. Di fronte a noi, vediamo due zone triangolari molto chiare in mezzo a moltissimi alberi, apprendiamo che sono il frutto delle stratificazioni delle rocce, conseguenza di anni di piogge e altri eventi climatici, non da ultima l’alluvione che nel 2023 ha causato molti danni in questo territorio. Ci sediamo e, con una vista impagabile, dominata da sfumature di verde per la folta e rigogliosa vegetazione, iniziamo con Tèra, terra in dialetto, un Trebbiano del 2024, affinato per circa 6 mesi per il 15% in barrique di quinto e sesto passaggio e per la parte restante in cemento. E’ un vino che necessita sicuramente di qualche anno di maturazione in bottiglia, ma già adesso, dopo alcuni minuti di ossigenazione, sprigiona sentori vegetali e al palato la pungente freschezza iniziale, tende ad ammorbidirsi ed equilibrarsi. La pazienza è utile anche in queste situazioni, si aspetta un po’ e poi arriva la parte migliore, si beve un vino ottimo. Abbino la canzone dei The Doors Waiting for the Sun, l’attesa è per il sole, una cosa bella che rigenera il cuore, e in questo caso il palato. Continuiamo con Caramore, Chardonnay del 2024, il cui vitigno è nella Valle di Acerreta, a Modigliana. Affinamento per il 50% in barrique e per il 50% in cemento per 6 mesi. Note fruttate, soprattutto pera, e leggermente gessose, anticipano un sorso caratterizzato da una buona persistenza e mineralità. Il nome del vino è l’unione di Caro e Amore, soprattutto nei confronti della natura, che regala doni preziosi come l’uva. Viviamo in un mondo meraviglioso, così cantava il mitico Louis Armstrong in What a Wonderful World. Si procede con un vitigno autoctono molto famoso: l’Albana, in versione secca. Il nome della bottiglia annata 2024, è Fiorile, ottavo mese del calendario rivoluzionario francese, dal 20 aprile al 19 maggio. Periodo dell’anno in cui le fioriture spesso raggiungono il massimo splendore. Affinamento di circa 6 mesi, per il 50% in tonneau e per il 50% in cemento.  Al naso si percepiscono forti ed eleganti note agrumate, soprattutto di mandarino, seguite da un gusto fresco con finale fruttato di leggere note esotiche. Questo vino mi ricorda le vacanze estive da bimba con la mia famiglia. Si andava in Riviera Romagnola, a Rimini, e spesso notavo che la mattina molte persone bevevano alcuni sorsi di Albana prima di andare in spiaggia, come un rito per iniziare la giornata. E scatta l’abbinamento a un film storico Amarcord di Federico Fellini, riminese  doc. Questo bellissimo percorso, si conclude con un vino rosso, Collanima 2023, blend di Albana Nera (90%) e Centesimino (10%). Entrambi sono vitigni autoctoni, poco diffusi ma tipici di queste parti. Centesimino deriva dal soprannome, per l’avarizia, di Pietro Pianori, che ritrovò alcuni resti di queste uve, anticamente chiamate Savignone, e riuscì a recuperarle a metà del secolo scorso. L’affinamento è in cemento per 12 mesi. Un nitido colore rosso rubino, anticipa intensi sentori di more, lamponi e marmellata di prugne, con lievi note di liquirizia. Dopo il primo sorso, il palato è morbido, nonostante sia un vino giovane, che può ancora maturare.  Il nome della bottiglia è la contrazione di col l’anima, cioè con l’anima, che rende l’importanza di agire in progetti importanti, come Fondo San Giuseppe, con tenacia, forza e convinzione. Mi viene in mene un libro bellissimo, Le nostre anime di notte di Kent Haruf, dove i personaggi protagonisti intrecciano delicatamente le loro vite e le loro anime. Lasciamo questi posti rigogliosi e ci dirigiamo sul Delta del Po. Il meteo non aiuta, piove con forti raffiche di vento, non è possibile fare escursioni sul fiume, e mi consolo quindi con un pranzo al Ristorante Albergo Da Renata a Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Assaggio le ostriche rosa Tarbouriech, eccellenza della Sacca di Scardovari, a pochi chilometri di distanza. Sono in una zona con una biodiversità incredibile e il vino che assaggio ne è un prodotto. Cuvéè dell’Abate, Brut Millesimato, Azienda Agricola Corte Madonnina, con sede a Codigoro, in provincia di Ferrara. Il territorio è Bosco Eliceo, caratterizzato da nebbie, sole e sabbia; infatti proprio per quest’ultima caratteristica, i vitigni resistettero al flagello della filossera e sono coltivati a piede franco, cioè senza innesto selvatico (come invece accade per la stragrande maggioranza delle vigne).  Lo spumante è un metodo Charmat (rifermentazione in autoclave), ottenuto da Trebbiano, Sauvignon e Pinot Grigio. Sentori di fiori di campo, erba e iodio fanno da preludio a un gusto fresco, con perlage persistente. Ottimo con le ostriche rosa, abbinamento territoriale azzeccatissimo! L’idea di arrivare qui, è nata dopo aver visto la serie TV del 2020 L’Alligatore, diretta da Daniele Vicari ed Emanuele Scaringi con Matteo Martari, Thomas Trabacchi e Valeria Solarino; tratta da una serie di romanzi gialli di Massimo Carlotto, ambientati nel Nord-Est Italiano. Sono rimasta colpita dall’atmosfera romantica e malinconica dei paesaggi visti e narrati. Purtroppo poi, dopo questi momenti meravigliosi, sono arrivata alla fine di questo tour. Rientro un po’ triste, ma con molta gratitudine per tanta bellezza sensoriale. Alla prossima!     Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier      
Leggi
ViniAmo 2025 Arrow Right Top Bg

26 Maggio, 2025

ViniAmo 2025

Il 4 e 5 maggio, si è svolta la terza edizione di ViniAmo, evento organizzato da Minelli Wine Events, di Stefano Minelli, che condivide vari aspetti del mondo vinicolo soprattutto a Roma e nella Regione Lazio. Il luogo scelto è stato l’Hotel Cristoforo Colombo, nel quartiere romano dell’Eur, dotato sia di una grande sala congressi, che di uno spazio esterno con tavolini e ombrelloni. Sono state organizzate anche alcune masterclass ed erano presenti vari banchi di assaggio. E’ stato anche fornito, su prenotazione, un servizio navetta gratuito da e per la stazione metro Eur Fermi. Questa volta, poiché la domenica ero impegnata, sono potuta andare il pomeriggio del secondo giorno, lunedì 5 maggio. Il primo impatto è stato estremamente positivo: temperatura interna perfetta, afflusso numeroso di persone che mi ha permesso comunque di parlare con chi rappresentava le aziende presenti. Ero appena uscita dall’ufficio e d’impulso ho diretto la mia attenzione soprattutto alle bollicine. Inizio ottimo con Cantina Messori, situata a Correggio (Reggio Emilia). Nata nel 1916 come azienda agricola e poi conferitrice di uve alle cooperative vinicole, negli ultimi anni, grazie soprattutto alla svolta imprenditoriale di Elena Messori, si è dedicata alla produzione di vini che esaltano molto la territorialità. I vigneti sono nella Pianura Padana, tra il Modenese e il Reggiano, con suoli ricchi di argilla e sabbia e in cui il Lambrusco è predominante. Ma non solo. Il primo assaggio, infatti, è Ribelle, ottenuto da Pignoletto (vitigno autoctono emiliano a bacca bianca che spesso è vinificato fermo). In questo caso il nome di fantasia, deriva dalla spumantizzazione con il Metodo Charmat (rifermentazione in autoclave), che evidenzia le note olfattive di fiori di campo. Al sorso freschezza e sapidità sono equilibrate. Ho proseguito con il “re” di queste zone: il Lambrusco. Ne ho degustate due versioni: Gasato, frizzante a base di Lambrusco Salamino, in cui i sentori di frutti di bosco, sono seguiti da un gusto fine; Spettinato, frizzante ottenuto con metodo ancestrale (fermentazione in bottiglia sui lieviti, non filtrato) da Lambrusco Grasparossa, che si caratterizza per una freschezza accattivante. Tre espressioni territoriali vivaci e agili, raccontate con entusiasmo dalle giovanissime Messori presenti all’evento.Abbinamento musicale forse ovvio, ma giusto omaggio a una terra ultimamente colpita duramente da frequenti alluvioni: Lambrusco & Pop Corn di Luciano Ligabue, nativo proprio di Correggio. Altre bollicine che mi hanno colpito sono quelle dello Spumante Rosè Brut della Cantina Sabaini. Siamo in Veneto, nella Val d’Illasi, zona Valpolicella, in provincia di Verona, dove quest’azienda a conduzione familiare, è nel mondo del vino da fine Ottocento. Dal 2006 c’è stata una grande crescita nel marketing e nella produzione, grazie anche ai giovani Matteo e Riccardo (con quest’ultimo ho avuto il piacere di parlare allo stand) Sabaini. Ho percepito il suo entusiasmo nello spiegarmi e mostrarmi alcune tipologie dei territori di loro proprietà: ben eiTenute, in cui si spazia da suoli alluvionali, fertili, a suoli vulcanici, calcarei e argillosi, su cui sono coltivati vigneti che rendono i prodotti ottenuti molto particolari. Il Rosè assaggiato, infatti, è ottenuto da uve dell’Oasi Musella, nel Parco Naturale San Martino Buon Albergo, un insieme di biodiversità che arricchisce il vitigno Molinara, solitamente utilizzato in blend, ma leader indiscusso in questa bottiglia. Sono rimasta piacevolmente stupita: il Metodo Charmat lungo utilizzato, ha ammorbidito la freschezza e donato cremosità al gusto, anticipati da un olfatto delicato in cui le fragoline di bosco si percepiscono con immediatezza. Il bel colore rosa brillante ispira romanticismo e quindi il mio pensiero va a un poeta antico nato a Verona: Gaio Valerio Catullo, i cui versi d’amore ancora echeggiano nel tempo. Mi aggiro tra molte bottiglie e arrivo virtualmente in Liguria, per l’esattezza nella Frazione Acquetico, a Pieve di Teco in provincia di Imperia. Qui si trova la Tenuta Maffone, azienda agricolagiovane, incastonata nella zona boschiva della Valle Arroscia. Eliana Maffone e Bruno Pollero dal 2009 si dividono tra uliveti e vigneti, coltivati tra i 500 e 600  metri sul livello del mare. Sono stata attratta da Duezerosette Spumante Millesimato Pas Dosè, prime bollicine ottenute dal vitigno autoctono a bacca nera Ormeasco, appartenente alla stessa famiglia del piemontese Dolcetto. Il Metodo Classico (rifermentazione in bottiglia) con oltre 60 mesi sui lieviti, conferisce struttura e rotondità al palato. Colore rosa cristallino, al naso note leggere di visciole, viola e crosta di pane. Perlage fine e persistente. Contenta per la piacevolezza dell’Ormeasco spumantizzato, non resisto e assaggio anche un altro vino rosato ottenuto da questo vitigno: Ormeasco di Pornassio DOC, Sciacc-Trà. Il nome è puro dialetto ligure: “schiaccia e tira”, un invito a pigiare e svinare prima che le bucce colorino il vino. Affinamento in acciaio, con sentori di ciliegia e more, seguite da freschezza e leggera sapidità e da una buona persistenza. Espressioni territoriali eccellenti, soprattutto se si pensa alla conformazione geografica spesso in pendenza della regione, in cui la viticoltura eroica prevale. Coraggio e forza fisica necessarie, che mi ricordano un film di spionaggio del 2002 di Doug Liman, con protagonista Matt Damon, le cui scene iniziali sono state girate a Imperia: The Bourne Identity. Concludo con un distillato mia grande passione: la grappa. Qui ho assaggiato il prodotto dall’azienda Bepi Tosolini, Mastro Distillatore in Udine, in Friuli-Venezia Giulia, per l’esattezza a Marsure di Povoletto. La famiglia Tosolini, dal capostipite Bepi in poi, si dedica ai liquori dagli anni Quaranta, e negli anni Cinquanta, fonda la distilleria a Udine, con una cantina di grappa, che inizia a pubblicizzare in tutta Italia. Agli inizi degli anni Settanta, è aperta la grande distilleria a Povoletto con gli alambicchi tradizionali a vapore e bagnomaria. Inizia così il grande successo dell’azienda, grazie anche alla selezione delle uve, coltivate nelle zone friulane del Collio e dei Colli Orientali. I passaggi sono: pigiatura, mosto fiore” e distillazione della vinaccia, seguiti da altri processi di lavorazione. Ho assaggiato l’Agricola ® Grappa Friulana, a base di uve di Cabernet, Merlot e Refosco. Colore bianco cristallino, note leggere di frutti di bosco e gusto morbido, che pulisce il palato con una lunga persistenza. Sensazioni durature, che portano a pensieri e riflessioni, come accade leggendo il libro I fantasmi di pietra di Mauro Corona, che racconta il paese friulano abbandonato di Erto. In questo articolo ho descritto ciò che mi ha impressionato di più, ma sottolineo che ho rilevato un’alta qualità anche in altri vini degustati. Sono rimasta molto contenta per l’entusiasmo delle persone presenti ai banchi di assaggio, sia agenti di zona, che esponenti delle aziende produttrici. Percepivo la soddisfazione nello spiegare il territorio di origine e la storia familiare. Come dico spesso: La bottiglia è solo l’ultimo tassello di un lungo percorso.     Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier    
Leggi
Arrow Right Top Bg

12 Maggio, 2025

Paris vous aime

Parigi ti ama   Era da alcuni anni che non andavo a visitare una città europea. A dicembre mi si è presentata l’occasione di poter prenotare una breve vacanza e la scelta è andata su Parigi, la capitale francese, la Ville Lumiere! I primi giorni di aprile li ho trascorsi qui. Giorni prima ho letto alcune informazioni e voilà! Gli orari dell’aereo comodi e puntuali, mi hanno permesso di iniziare subito la visita in questo splendida località. Complice anche un tempo strepitoso che mi ha accompagnata nella mia permanenza, ho camminato tantissimo per beneficiare di tanta bellezza anche con i sensi. E naturalmente ne ho approfittato anche per assaggiare alcuni vini. A Parigi ci sono i bar a vins e cave a vins, locali dove è possibile degustare vini e, nel primo caso, anche cocktails. Ho iniziato quindi il mio soggiorno, dopo una visita alla Basilica del Sacro Cuore e a Montemartre, a Cave Petillance – Champagne et vins fins (vini pregiati) in 19 Rue Condorcet. Posto non grandissimo ma molto curato, con circa 300 etichette soprattutto di Champagne e spumanti. Sono rimasta colpita da una parete con un’immagine in cui è spiegata l’importanza della composizione del territorio, dei vitigni principali (Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay) e della produzione dello Champagne. Ho assaggiato un Blanc de Blancs (100% Chardonnay) Eric Legrand Extra Brut Cuvée dell’omonima azienda. Ci troviamo a  Celles Sur Ource, nel cuore della Cote Des Bar, chiamata così perché situata tra due villaggi, Bar-sur-Seine, a sud e Bar-sur-Aube a est.  Siamo nella Champagne meridionale, e la marna (roccia sedimentaria qui prevalentemente argillosa) domina nel suolo calcareo. Eric Legrand ha ereditato le viti e, insieme alla sua famiglia, presta grande attenzione alla coltivazione delle vigne con il sistema ciclico, affinchè le nuove piante provengano dalle migliori viti della sua proprietà. Ha ottenuto l’Haute Valeur Environnementale (HVE), il livello più alto di certificazione ambientale per le aziende agricole. Lo Champagne ha una permanenza sui lieviti di minimo 30 mesi. Colore giallo paglierino, al naso emergono subito sentori agrumati e fiori gialli, seguiti poi da note leggere di frutta secca. Questa cuvée non ha vin de reserve (vino di riserva, cioè vini di annate precedenti non spumantizzati, tenuti appositamente da parte, per dare un’impronta stilistica allo champagne in fase di assemblaggio). Nonostante questa assenza, il dosaggio zuccherino extra brut (3g/l) garantisce freschezza, una leggera sapidità e una buona persistenza. Perlage fine. Vino adatto per un aperitivo. Lo abbino alla canzone degli Oasis Champagne Supernova, un’esplosione stellare piena di bollicine. Il giorno successivo percorro circa 20 chilometri a piedi: Arc de Triomphe, Champs Elysèe, la meravigliosa Cattedrale di Notre-Dame riaperta da poco dopo l’incendio che l’ha quasi distrutta alcuni anni fa. Abbagliata da tanta bellezza, ma bisognosa di riposo, decido di fare una tappa rigenerante a La Cave des Climats, 35 Rue de Verneuil.  Il termine Climat, in Borgogna, indica un determinato terroir utilizzato per un singolo vitigno. Arrivo e il locale ha appena aperto, propendo per un vino borgognese, ma fa caldo e l’effervescenza disseta. Quindi mi dedico ad assaggiare con molta calma uno Champagne: Heritage Brut Nature della Maison Brice, indipendente e a conduzione familiare. E’ situata a Bouzy, villaggio Grand Cru (porzione di territorio molto prestigiosa), zona Montagne di Reims, nel cuore della regione. Dopo vari passaggi di proprietà, con le prime bottiglie di Champagne che risalgono addirittura al 1684, nel 1994 Jean-Paul Brice amplia molto la produzione e la qualità, ottenendo anche la certificazione ambientale l’Haute Valeur Environnementale (HVE). Lo Champagne assaggiato, permanenza sui lieviti di minimo 24 mesi, è composto per il 70% di Pinot Noir e per il 30% di Chardonnay. Il primo fornisce eleganza, il secondo aiuta nell’evoluzione del vino e nel suo equilibrio. L’assenza di residuo zuccherino, esalta alla percezione subito la mineralità, dovuta al gesso presente nel sottosuolo dell’area. Seguono poi note di fiori bianchi, pera e mela. Al palato è fresco e cremoso. Perlage molto fine e persistente. Adatto ad accompagnare pesce grigliato. E in onore degli Impressionisti, che ho ammirato dopo la tappa vinicola al Museo d’Orsay, lo abbino a un libro molto bello, un giallo intitolato Ninfee nere di Michel Bussi, ambientato a Giverny. Qui Claude Monet visse per molti anni dipingendo quadri bellissimi. Il giorno successivo, la mattina, mi dedico a un sogno: la Reggia di Versailles, maestosa e dorata, ambita da quando vedevo il cartone animato Lady Oscar. Il pomeriggio salgo in cima alla Tour Eiffel, imponente simbolo di Parigi e una meraviglia architettonica. Per la mia ultima cena parigina, mi regalo un piatto di ostriche con uno spuntino e concludo il pasto con un liquore leggendario: Chartreuse Verte. La prima versione fu creata nel Settecento, basandosi su una vecchia ricetta di elisir di lunga vita, nel Monastero Certosino di Vauvert a Parigi. Poi, nel 1840, grazie anche alle modifiche apportate negli anni passati nel Monastero della Grande Chartreuse (Certosa) vicino Grenoble (Francia meridionale, regione Alvernia-Rodano-Alpi), fu ufficializzata la ricetta con la formula di 130 erbe che danno il caratteristico colore verde e che ancora oggi è rinomata e tenuta segreta nei dettagli. La produzione oggi avviene a Voiron, vicino il monastero, sempre sotto il controllo dei Certosini. Sono presenti erbe, fiori, spezie e radici. La base è alcol di barbabietola con l’aggiunta di zucchero bianco. 55% di gradazione alcolica con affinamento di minimo 3 anni in botti di rovere francese nelle cantine della Certosa, unico posto in cui il prezioso liquore è prodotto. Dopo il primo sentore fortemente alcolico, si percepiscono note erbacee, salvia, menta, rosmarino, liquirizia e cannella. Complessità aromatica particolare e suggestiva, soprattutto se si pensa a dove avviene la creazione di questo nettare. Il gusto è dolce, con freschezza equilibrata dallo zucchero, nient’affatto stucchevole.  L’ho degustato liscio, con temperatura di servizio di circa 12 gradi, ottimo come digestivo. Lo abbino a un documentario bellissimo del 2005 di Philip Gröning Il Grande Silenzio, che racconta proprio la vita quotidiana dei monaci Certosini che vivono nella Grande Chartreuse. Molto suggestivo. L’ultimo giorno lo dedico alla visita del Cimitero di Père-Lachaise, in cui sono sepolte personalità illustri, tra cui Jim Morrison, cantante dei Doors, da sempre un mio mito. Breve tappa alla Shakespeare and Company, libreria storica che per anni è stata un punto di incontro di scrittori e scrittrici di fama. Prima di dirigermi all’aeroporto, mi dedico un ultimo vino all’Abstinence (ironico nomen omen) 47 Av. de la Motte-Picquet. Anche qui, come  per gli altri assaggi, mi affido al gestore che azzecca quello che voglio. L’ammonite 2022, Domaine de Maltaverne, Pouilly-Fumé (zona della regione della Loira, in cui il vitigno protagonista è  il Sauvignon Blanc). Tenuta situata a Tracy-sur-Loire, sotto la guida di Gilles Maudry che l’ha ereditata dal padre nel 1984, e recentemente si avvale anche della collaborazione del figlio Matthieu,. Entrambi, con grande attenzione, perseguono il corso naturale della produzione; infatti completano la fermentazione malolattica, che alleggerisce l’acidità ed esalta gli aromi dei vini.  Proprio per la conformazione calcarea del suolo in cui sono coltivate le vigne, L’Ammonite (nome di un fossile) al naso presenta leggere note affumicate, seguite subito da sentori di tiglio, pompelmo, pera e ananas. Freschezza, mineralità, sapidità e persistenza lo rendono estremamente elegante. E poiché il viaggio si sta concludendo, lo abbino alla splendida canzone dei The Doors The End.   Merci Paris!     Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier    
Leggi
Arrow Right Top Bg

28 Aprile, 2025

Due passi in vigna, al Mercato Centrale di Roma

  Sabato 29 marzo si è svolta l’undicesima edizione di Due Passi in Vigna, organizzato da Vinario4, tre ragazzi (Marco Ciccottelli, Riccardo Roselli e Matteo Zelinotti) molto preparati nel settore vinicolo, con una spiccata attenzione alle realtà poco conosciute. Mentre stavo andando al Mercato Centrale nella Stazione Termini a Roma, luogo della manifestazione, ho pensato: Come spiegare a chi non è del settore cosa si fa di preciso in questi eventi? E allora sono tornata indietro con la memoria a quando ero assolutamente ignorante (nel senso puro del termine) del mondo enologico. Dunque, andavo sempre dopo circa 2 ore dall’inizio mischiandomi tra la folla, assaggiavo e non sempre riuscivo a dialogare con chi presenziava allo stand. Perlomeno riuscivo a parlare con altre persone, assaggiatrici come me. Tornavo a casa contenta, pur non avendo di piena consapevolezza di ciò che avevo bevuto. Oggi invece, dopo studi specifici del settore e alcune esperienze in più, ho un mio personale “rito”. Anzitutto vado all’apertura. So che spesso i vini, principalmente bianchi e bollicine, sono ancora caldi, ma spero sempre il ghiaccio sia fornito in anticipo dall’organizzazione (qui parlo con cognizione di causa visto che per un anno ho fatto parte della squadra servizi Fisar, in cui, come sommelier, presentavo e versavo il prezioso nettare divino agli eventi), così che non ci vuole molto tempo per raggiungere la temperatura giusta. Però, così facendo, utilizzo il tempo per parlare con tranquillità con i produttori o chi li rappresenta, degustando i vini con calma, senza ressa. È una scelta personale che mi soddisfa molto. Ora però lasciate vi racconti i miei assaggi preferiti, con un piccolo tour geografico. Vista la giornata calda, ho selezionato solo i vini bianchi. Il viaggio inizia da Vignanello, in provincia di Viterbo, nella Tuscia. Zona vinicola sempre più, con merito, alla ribalta. Da alcuni anni, giovani viticoltori intraprendenti stupiscono positivamente con ottimi prodotti. Casamecocci Winery, di cui ho assaggiato l’IGT Colli Cimini Bianco 2023 Malandrino è una di queste. Piccola azienda nata nel 2019 e Casamecocci, località dalla quale prende il nome l’azienda. Il Malandrino è ottenuto da uve autoctone rivalorizzate. Il territorio è caratterizzato da tufo, dunque derivante da vulcani attivi in ere dimenticate ma le cui tracce sono arrivate a noi attraverso varie stratificazioni. Risultato? Mineralità e sapidità. Che confermo nel vino assaggiato, anche con piacevoli sentori di frutta tropicale e una buona persistenza. Blend di Trebbiano, Malvasia, Greco e Grechetto, tanto per la cronca. Mio padre vive non distante dai Colli Cimini e il pensiero vola ai paesaggi estivi pieni di balle di fieno. L’estate che si avvicina mi obbliga ad abbinare la bellissima canzone di Bryan Adams Summer of 69. Volo direttamente in Sicilia, a Catalafimi Segesta, provincia di Trapani. Colle dei Gessi è un’azienda guidata da Caterina, enologa che, dopo varie esperienze, torna nella sua regione insieme al compagno Filippo. Il nome richiama il suolo gessoso in cui le vigne sono coltivate. Ritrovo infatti molta freschezza nel vino che assaggio, con leggeri sentori agrumati: L’Eco della Cava, Terre Siciliane IGT, Catarratto in purezza affinato in acciaio.  Ricordo subito la prima volta che andai in Sicilia, viaggio itinerante, in cui visitai anche Segesta e i suoi splendidi resti archeologici. Fui ammaliata dal Teatro e dal Tempio, imponenti e suggestivi. Luogo rinomato in tutto il mondo, tanto è vero che qualche anno fa alcune scene del film Aquaman sono state girate qui. Restiamo al Sud e andiamo in Puglia, a San Pietro Vernotico. Anche se spostarsi dalla Sicilia alla Puglia non è poi così semplice. Le invasioni da parte dei Saraceni sembra abbiano determinato la nascita del nome della località: pari derivi da una leggenda secondo cui San Pietro, di ritorno dall’Oriente, passò l’inverno qui (svernare, da cui deriva vernotico) prima di andare a Roma.  Siamo in Salento, equidistanti tra Brindisi e Lecce. L’azienda Tenute Invidia ha sede qui. Antonio Indivia, ha concretizzato la passione del padre viticoltore. Dominano i vitigni autoctoni, tanto che ho assaggiato un Salento IGP Guardiallatorre.  Il nome richiama la Torre Quadrata che fu teatro di una battaglia tra i cittadini e i Turchi alla fine del Quattrocento. Il vino è ottenuto da Verdeca in purezza, subito evidente dai riflessi verdolini. Sentori di fiori bianchi e pera, lasciano nel palato una piacevole persistenza. Mi piace immaginare un guardiano nella Torre, come il viticoltore che vigila sempre sulle vigne. Come dico spesso: la bottiglia di vino è solo l’ultimo tassello di un cammino lungo e faticoso. E se poi il prodotto è buono e apprezzato, la soddisfazione del produttore è enorme. Ritorno ai Castelli Romani, per la precisione a Monte Porzio Catone. Ho partecipato alla Masterclass presentata da Matteo Lategano, Enotecnico e Sommelier.  Protagonista la degustazione verticale di Luna Mater, Frascati Superiore DOCG Riserva dell’azienda Fontana Candida, fondata nel 1958, ora di proprietà del Gruppo Italiano Vini. Molto conosciuta, di recente, ha ottenuto la certificazione SQNPI, Sistema di qualità nazionale di produzione integrata, il cui scopo è valorizzare l’agricoltura con la produzione integrata, rispettando le norme previste.  Questo vino è un’autentica icona, uscito per la prima volta nel 2007. Il nome di fantasia è un omaggio alla Luna, le cui fasi influenzano la coltivazione e le pratiche della viticoltura. I vitigni utilizzati sono: Malvasia Puntinata o del Lazio per il 95%; restante 5%, in base alle annate, Malvasia di Candia, Greco e Bombino. Nella presentazione è stata evidenziata l’attenzione per la fermentazione, in cui avviene anche un appassimento delle uve, seguito dalla schiccatura (o diraspatura, separazione degli acini dal raspo). Segue l’affinamento per il 30% in botte. Inizialmente si utilizzavano tonneau di rovere, poi dal 2009 il passaggio all’acacia. Dopo l’imbottigliamento, Luna Mater riposa nella grotta di tufo della cantina, dove umidità e temperatura costanti garantiscono un risultato ottimale. Il focus è stato su 8 annate (2021, 2019, 2017, 2015, 2012, 2010, 2008, 2007, in ordine di degustazione). Sottolineo la telepatia con Matteo Zelinotti, del team Vinario4, che ha collaborato nel guidare la Masterclass, che ha invitato ad assaggiare i vini, associando ricordi e sensazioni a quegli anni. Mentre lo diceva, stavo avendo esattamente lo stesso pensiero. Elenco le 4 annate che mi sono piaciute di più, che hanno generato anche collegamenti per me interessanti. 2021: sentori di frutta tropicale e pesca gialla, sono seguiti da sapidità e freschezza. Vino che ha ampi margini di evoluzione e che mi riporta al periodo in cui, forzatamente in casa per la pandemia da Covid-19, ho iniziato ad assaggiare e studiare tanto vini, birre e distillati. Formazione continua e sfidante. 2010: il sentore alcolico è dominante inizialmente, poi si ammorbidisce ed emergono note di frutta a polpa gialla. Elegante al palato con finale ammandorlato. Accompagnerei questo splendido assaggio alla visione del criptico Inception, film di Cristopher Nolan. Riflessione e meditazione. 2008: in assoluto la mia preferita. Colore dorato, note minerali e di agrume candito accompagnano un gusto pieno, morbido, con una lunghissima persistenza. Lo abbino a quando ho iniziato a vivere nella mia casa attuale. Memorabile. La sorpresa finale è stata la 2007: colore simile all’oro puro, con olfatto pieno di smalto e idrocarburi. Sorprendente, come per me fu il film Into the Wild di Sean Penn, con la splendida colonna sonora firmata da Eddie Vedder (cantante dei Pearl Jam). Ringrazio Vinario4 per le scoperte vinicole e sono ancora più appassionata del forte legame tra territorio e vino, che evolvono spesso insieme. Un legame indissolubile.   Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier
Leggi