In legge veritas

A cura di Paolo Spacchetti

Questa rubrica curerà tutti gli aspetti legali che ruotano intorno al vino, alle cantine con approfondimenti e consigli sulla regolamentazione enoica.

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24 Settembre, 2021

Cultura e tradizioni per un vino di successo

Completando lo sguardo curioso che non deve mancare ad un imprenditore che intende approcciare o avere successo nel mercato cinese del vino (ma alcune regole sono applicabili per ogni altro genere merceologico), continua e si conclude questo modesto vademecum con l’intento di far comprendere il ruolo e l’importanza anche dei veicoli culturali di un Paese in grado di poter incidere sulle scelte e sui gusti dei consumatori dai quali il venditore non può prescindere anche se siamo nell’epoca del 4.0, del digitale e della blockchain! È infatti di fondamentale importanza il legame di fiducia che si deve instaurare tra venditore e compratore on line in Cina e perché ciò si realizzi occorre considerare i valori, lo stile di vita, principi etici e anche quelli della religione. Un esempio che ritengo calzante, ormai studiato in tutti i corsi di marketing e comunicazione, è lo spot considerato offensivo dall’utente cinese, realizzato da Dolce & Gabbana per promuovere una nuova linea destinata alla donna. Nel video (rinvenibile anche su You Tube) veniva in risalto una donna cinese alle prese con un piatto di spaghetti, una pizza e un succulento cannolo siciliano, tutti approcciati con i chopsticks e con evidente difficoltà, se non impossibilità di essere gustati. Una voce fuori campo peggiorava poi la situazione chiedendosi, tra i tanti commenti, se il dolce non fosse troppo grande per i gusti della donna.… Insomma uno spot che i cinesi hanno ritenuto sessista e stereotipato, per altro veicolato nel web con conseguenze negative ancor più amplificate dalla viralità del messaggio, considerato offensivo delle tradizioni e dell’intelligenza di un popolo, che neppure la conferenza stampa di scuse dei due stilisti italiani ha saputo ricucire l’offesa vissuta, e che, al contrario, ha peggiorato ancor più la reputazione del brand, avendo considerato il video di scuse non efficace, né tantomeno sentito, perché non genuino o spontaneo, sia per il contenuto, che per lo sguardo fuori dalla telecamera di Stefano Dolce, come se recitasse uno slogan a memoria. Quali gli errori commessi secondo i guru della comunicazione destinata al popolo cinese? Lo spot è considerato farcito di stereotipi che non rappresentano la Cina moderna, le voci fuori campo inducono a espliciti doppi sensi, insopportabile la pretesa di insegnare come utilizzare (e se utilizzare) le bacchette per poter mangiare determinati cibi, intendendo con ciò affermare senso di superiorità degli occidentali e al contempo scarsa conoscenza della cultura cinese. Su questo fronte, di segno opposto, una blasonata casa di moda che per sottolineare il Capodanno cinese e l’entrata del 2021, l’anno del bue, ha realizzato una borsa con stilizzate le corna dorate e i colori rossi che richiamano la circostanza, o così la Apple che ha sostituito la famosa mela con l’effige di un bue su molti dei suoi devices. Analoga attenzione per l’utilizzo della lingua e soprattutto per la fonia o per la traduzione che se ne ricava, che impone l’impiego di professionisti specializzati per non compromettere campagne pubblicitarie errate o offensive (esempi in tal senso con le calzature Nike o la bevanda Pepsi). Le notazioni che precedono sono la testimonianza che se anche i famosi brand incorrono in errori da cui è poi difficile riabilitarsi, se non a costo di ingenti investimenti per recuperare una credibilità compromessa, più probabile che ciò accada per strutture imprenditoriali più modeste o addirittura nuove al mercato, non dotate di esperienza o di risorse interne capaci di assicurare successo e notorietà, ma comunque tenute ad avvalersi di adeguate competenze professionali in grado di guidarle nel tentacolare mercato della vendita on line destinato al mercato cinese. Se poi il bene oggetto della vendita e della distribuzione è il vino, maggiore dovrà essere l’attenzione per le informazioni che, partendo dall’etichetta e finendo per il gusto, devono essere veicolate e devono raggiungere il consumatore cinese, compito più difficile di quanto si immagini, posto che può essere carente una cultura enogastronomica di riferimento e che sia costosa acquisirla tramite la necessaria comparazione dei diversi prodotti. Ed allora, per la vendita telematica del vino, in un Paese ove questo prodotto è consumato in maniera crescente e consapevole, non è più sufficiente affidarsi al “Made in Italy” che in generale è percepito come sinonimo di qualità e di affidabilità, ma è opportuno ricorrere affidarsi a precipui strumenti e tecniche in grado di far percepire al consumatore l’importanza e le ragioni di gustare una determinata qualità di vino, posto che in Cina, ad esempio, il consumo di questo prodotto non fa parte della quotidianità, ma sempre più assume valore sociale, bevuto fuori pasto, in compagnia giusta e, tra i Millenials, i quali hanno dimestichezza con i social e con le informazioni che dal web possono essere acquisite dai seguitissimi “influencer” del vino, che sono crescenti in numero e in attività di promozione, giovani anche disposti a spendere per bottiglie importanti, tanto che da tempo, il vino, anche e soprattutto quello italiano, è percepito come status symbol di lusso e di conseguenza come metro di posizione sociale. Il trend ora illustrato dovrebbe tranquillizzare coloro che qualche tempo fa ritenevano che il vino e la sua assunzione fossero influenzate dalla natura del prodotto, che è un bene considerato ricco di emozioni e come tale dovrebbe essere vissuto e, come si dice “raccontato” avendo nel rapporto con il territorio dove cresce ed è trasformato un intenso e prezioso legame ed influenza, che costituisce un valore aggiunto non soltanto in termini qualitativi, ma anche culturali ed esperienziali. A compiere questa sintesi e dunque a far conoscere il vino ad una platea sempre maggiore e sempre più competente, non è più sufficiente la degustazione in cantina o l’abbinamento di quello chef in determinate pietanze, appannaggio magari di un esiguo numero di consumatori, ma occorre affidarsi al mezzo elettronico che, on line, riesce con efficacia e pathos a trasmettere tutti quei contenuti che intendiamo possano qualificare e distinguere il nostro prodotto mediante gli strumenti che il web è in grado di mettere a disposizione e che non finirà mai di stupirci. Tornerò nel prossimo appuntamento con un argomento più giuridico, ma non meno interessante (almeno spero!) che riguarderà alcuni aspetti e consigli per e-commerce del vino in Cina in modalità cross border. Avv. Paolo Spacchetti
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27 Agosto, 2021

Basta che il vino sia buono per essere venduto?

Nell’ultima uscita di “In legge veritas” accennavo al mercato cinese del vino dove una delle modalità più diffuse di distribuzione di questo prodotto avviene con l’utilizzo di INTERNET mediante operazioni di e-commerce, impiegando i sempre più innovativi e persuasivi metodi di influenzare ed interessare i consumatori verso un prodotto piuttosto che un altro. Non è un caso che la Cina sia diventata il più grande mercato finale nel settore Food & Beverages, con un fatturato di circa 600 miliardi di dollari e una crescita stimata oltre il 15% annuo. Se la soluzione di operazioni di e-commerce si presenta quella più adeguata ed immediata per supplire agli ostacoli frapposti dalla pandemia e mantenere quindi i canali di vendita e di profitto vivi e vivaci, proporla per il mercato cinese rappresenta, senza dubbio, una maggiore soddisfazione, oltre che, direi, quasi scelta obbligata per cantine e consorzi, anche medio-piccoli, che intendono spingersi verso traguardi commerciali diversamente non facili da raggiungere. In altre parole, la pandemia ha spinto gli imprenditori a rinnovarsi e a rivedere le strategie di business e di marchio con maggiore velocità e determinazione e l’attrazione per l’Estremo Oriente è fin troppo giustificata. Non va infatti trascurata la notazione che pone la Repubblica Popolare di Cina quale primo mercato al mondo per e-commerce, con quote superiori al 50% rispetto alla quota globale che è pari ad un miliardo circa di consumatori (dato 2019). Alcune cifre che confortano i miei (e non solo miei!) assunti: transazioni online realizzati per circa 630 miliardi di euro nel primo semestre 2020, 700 milioni di utenti che hanno almeno una volta effettuato un acquisto online, il 93% ha visitato un negozio online e il 78% ha poi proceduto all’acquisto. Dati che confermano l’incremento di acquisto online del 7% dopo l’emergenza Coronavirus e un PIL in crescita tanto che la Cina può essere considerato il primo mercato a riprendersi dopo il COVID e quindi il Paese da sfruttare in termini di mercato, clienti e fatturato. Un altro indice da tenere in considerazione è l’utilizzo di INTERNET da parte della popolazione cinese che si attesta nella percentuale del 60%, tendente a salire con quel movimento di gente in esodo dalla campagna alla città; social media utilizzati per circa 3 ore e mezza al giorno contro le nostre 2 ore; 850 milioni di utenti connessi. Va inoltre considerato che proprio grazie alla dimestichezza e facilità di accesso al web di questa popolazione, altrettanto sorprendente è l’uso e il ruolo dei social media che, come WhatsApp (strumento impiegato da tutti coloro che hanno uno smartphone) è diventato anche uno store virtuale per e-commerce e un marketplace (piattaforme cioè già utilizzate per e-commerce e non il sito privato della singola azienda) che aiuta i consumatori ad acquisire quella fiducia nei beni e servizi anche di quell’azienda sconosciuta, che appare però subito affidabile solo per il fatto che è presente in quella piattaforma che garantisce serietà e autenticità, facendo superare l’innato scetticismo dei cinesi per tutto ciò che è nuovo. Non va inoltre sottovalutato il progresso costante dei sistemi di contatto, anche sempre più sofisticati, del consumatore cinese ai prodotti stranieri che si intendono collocare con il conseguenziale e necessario adeguamento e conoscenza del venditore online agli stessi se non si vogliono perdere occasioni di vendite, di fidelizzazione del cliente, della creazione di nuovi canali distributivi. Mi riferisco al rilievo che soprattutto i Millenials ( o Net Generation, cioè coloro che sono nati alla fine del XX secolo, primi anni 80 e inizio anni 90, cioè “del millennio”) che hanno maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali (e-mail, Internet, SMS, YouTube, Facebook, Twitter) e la generazione Z (nati tra il 1995 e 2010) (quelli dopo il 2010 invece generazione Alpha) per le quali le aziende devono cambiare le loro strategie di marketing per cercare di attirare l’attenzione di un pubblico sempre più giovane con un’attenzione particolare alla responsabilità sociale e alla curiosità verso quanto avviene nel mondo e il relativo impatto e costo ambientale. Tali informazioni non debbono trarre in errore l’imprenditore vitivinicolo al quale potrebbe sembrare che sia sufficiente che la sua bottiglia sia ben “vestita”, che le nutrition facts siano incoraggianti per poter conquistare questo tipo di consumatore. Al contrario, le vendite a distanza in questo settore, esteso a quello del food in generale, hanno portato il consumatore che si rivolge all’e-commerce a ricercare non solo la comodità di acquisto del prodotto, ma anche informazioni e report circa la sicurezza di detto prodotto sotto il profilo della genuinità, dell’origine e del gusto, esigenze che appunto la digitalizzazione riesce a soddisfare, formando un consumatore orientato, consapevole, colto e in grado di poter scegliere, funzioni queste che non debbono essere sottovalutate dall’impresa che viene giudicata ed inquadrata. Ecco perché la scelta alimentare e del vino è filtrata non solo dal prezzo, ma i marchi preferiti sono quelli che riescono ad esprimere esperienza, responsabilità, eco-sostenibilità, innovazione. Formidabile il ruolo degli spot video di non più di 60 secondi per sollecitare acquisti; life streaming che permette di assistere ad un evento (lo Shopping Festival dell’11 novembre che nel Single Day ha venduto online quanto l’Italia avrebbe venduto con le stesse modalità in 6 mesi); social e-commerce (social media che interagisce con giochi e sondaggi); mini-program, cioè mini app personalizzabili secondo le esigenze del brand, passando per la “realtà aumentata” come la Fashion Week di Milano o Parigi in occasione delle quali, consento al virtuale cliente di entrare nel mio negozio o stand; o ancora, il settore gaming che funziona tanto perché i cinesi ne sono appassionati e che viene sfruttato per conoscere i dati di consumo dei cinesi per poi vendergli i prodotti secondo gusti ed inclinazioni. Completato (si fa per dire) questo quadro introduttivo, vedremo prossimamente altre importanti variabili per il successo in operazioni di e-commerce verso l’Estremo Oriente, ove anche l’impatto culturale e religioso e, perché no, anche quello della superstizione possono fare la differenza! Avv. Paolo Spacchetti
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6 Agosto, 2021

Il Vino, il Web e le sue leggi non scritte

Come accennato nel precedente intervento, il settore enologico e quello del commercio del vino sono sicuramente i comparti che, per tipologia di prodotto, facilità di adeguamento ai vari modelli di handling, capacità di essere scelto e valutato anche da remoto, hanno saputo ben sfruttare le potenzialità del web, trovandosi in una posizione di indiscusso vantaggio all’indomani del sorgere della pandemia COVID19 rispetto ad altri articoli di altrettante categorie merceologiche. La situazione che il virus ha generato su scala mondiale non sembra ancora oggi di facile e soprattutto di pronta soluzione, tanto che le misure atte a contenerlo (sarebbe auspicabile anche a debellarlo) sono ancora in continua evoluzione e pertanto direi che viene imposto all’imprenditore una pronta reazione a questo stato di incertezza, consiglio valido anche per le aziende vitivinicole, che occupano un posto di rilievo nel panorama economico non solo nazionale. Passerà del tempo prima di tornare alla cd. “normalità”, intesa come modalità di fare affari muovendosi da un Paese ad un altro, incontrando nuovi e vecchi clienti e fornitori, confrontandosi con il mercato e la concorrenza, partecipando a fiere, vendite promozionali … insomma tutti quei comportamenti, che hanno da sempre caratterizzato il rapporto e il confronto, come oggi si dice, “in presenza”. Nell’ambito di questo lockdown, il mercato ha immediatamente reagito mettendo in campo soluzioni e risorse affinché i legami commerciali e i flussi di merci e fatturati non subissero troppi contraccolpi e si arginassero anche quegli effetti pregiudizievoli che, in ogni caso, la pandemia ha generato, quanto meno nel primo periodo dal suo insorgere e diffondersi. Il viaggio non c’è più e allora ….compro digitale! Questo è in sintesi il rimedio adottato o maggiormente utilizzato a cui anche la distribuzione del vino non si è sottratto, a condizione che le aziende del settore si siano in tal senso organizzate. Tra le reazioni e le soluzioni al quadro appena illustrato, quello dell’e-commerce, cioè la possibilità di poter vendere e collocare beni e servizi a distanza attraverso l’utilizzo di Internet a cui il compratore e il distributore si affidano per conoscere, acquisire e pagare quel prodotto presentato su apposite piattaforme o, nelle soluzioni meno strutturate, nelle vetrine virtuali di siti aziendali, appare indiscutibilmente la soluzione più efficace e riuscita, seppur strumento non scevro da insidie e controindicazioni, che pure vedremo. Se la soluzione dunque di operazioni di e-commerce si colloca tra le più adeguate ed immediate per supplire agli ostacoli frapposti dalla pandemia e mantenere quindi i canali di vendita e di profitto vivi e vivaci, proporla poi per qualche specifico mercato costituisce senza dubbio l’occasione per conseguire una maggiore soddisfazione, oltre che, direi, quasi scelta obbligata per quelle imprese, anche medio-piccole, che intendono spingersi verso traguardi commerciali diversamente non facili da raggiungere, non solo per ragioni geografiche, piuttosto che politiche e strategiche. In altre parole la pandemia ha spinto gli imprenditori a rinnovarsi e rivedere le strategie di business e di marchio con maggiore sveltezza e determinazione. Anche il mercato del vino non è sfuggito a questa reazione  e meglio di altri prodotti, si è adeguato alle regole del marketing emozionale, a quello del marketplace e del social commerce, forme e pratiche messe in campo grazie alle vendite online, le quali, in assenza di una promozione sul web mediante canali comunicativi digitali e che andremo, con curiosità e stupore, a raccontare, non sarebbe ipotizzabile alcun successo di penetrazione commerciale o di vendita emozionale. Ma tante e originali sono le formule che la fantasia dei web designer e le potenzialità della rete, riescono ad immaginare e realizzare. Gli incrementi di fatturati di vendite di vino conseguiti grazie anche all’impiego di nuovi strumenti di comunicazione e promozione presuppongono anche un adeguato prodotto oggetto della vendita.  Non a caso si parla della cosiddetta “doc economy”, quella che qualifica il prodotto stabilizzato nei sapori e colori, dalla provenienza certificata e dalle fasi di sua lavorazione esplicitate e facili da verificare, elementi per i quali il consumatore ormai accorto e consapevole, lo ricerca e lo acquista, in favore di altre tipologie di vini non competitivi per qualità, territorialità, storia e garanzia dell’intera filiera. In chiusura di questo intervento, mi sento di dire che il settore vinicolo, laddove il prodotto presenta quegli elementi sopra tratteggiati, ha dimostrato, come oggi si afferma, una sorprendente resilienza all’emergenza Covid, registrando con quelle tecniche di marketing a cui abbiamo accennato, una soddisfacente crescita di consumo e fatturati. Scenderemo in alcuni dei dettagli più interessanti di queste operazioni, prendendo a riferimento il mercato cinese, che più di ogni altro rappresenta l’esperienza migliore per comprendere lo “stato dell’arte” del mercato del vino. Avv. Paolo Spacchetti
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24 Luglio, 2021

eWINE….E ALTRO ANCORA

Ormai non sorprende come un tempo, la presenza sempre più invadente del suffisso “e” che sta per “electronic” accanto a sostantivi e verbi che intuitivamente indicano che si tratta di attività o funzioni che corrono sulla rete, quella di Internet. E allora e mail, e learning, e commerce, e book, e procurament e così via….cioè l’invio di posta, l’attività di apprendimento, la realizzazione di un commercio, l’edizione di un libro, l’approvvigionamento di beni e servizi ….. tutto per il tramite e con l’utilizzo della rete, del web, di Internet. Da poco (ma poi non più di tanto) si sente parlare anche di “e wine”, cioè la comunicazione e la vendita on line del vino e di quanto ad esso correlato. In altre parole, il mondo dell’informatica e del web hanno raggiunto anche il mondo del vino, ma così non poteva non essere da quando questo prodotto della natura costituisce da tempo una risorsa non solo nutrizionale e di piacere sempre più diffuso e richiesto, ma anche una voce di crescente interesse nei bilanci d’esercizio di cantine e commercianti, di ristoranti ed enoteche ed anche di PIL nazionale. E allora se la versatilità della rete è anche quella di facilitare ed aumentare la diffusione di messaggi e concetti, oltre che di prodotti e servizi, il vino e la sua economia che la avvolge non poteva sottrarsi a questa seduzione che ormai e da tempo influenza enologhi e sommelier, così come ristoratori e soprattutto i consumatori. Per i valori in gioco che debbono essere salvaguardati anche l’e wine non si sottrae a precise regole e direi, per quello che vedremo anche nei nostri prossimi appuntamenti sull’argomento, che il comparto è riuscito a creare una normativa tutta al vino e dintorni dedicata, che non si limita poi al solo prodotto, ma coinvolge necessariamente anche altri momenti e dinamiche imprescindibili per l’affermazione commerciale e dei consumi di vino. Anche questo prodotto dunque non è sfuggito all’attrattiva di una distribuzione realizzata attraverso la Rete, la quale, come per altre iniziative e comparti, facilita l’accesso in favore dei consumatori locali ed internazionali, ma ha anche imposto, per un migliore e crescente successo, l’avvio di una politica di marketing e comunicazione senza la quale la conoscenza, l’apprezzamento e il consumo crescente di vino in questo canale non avrebbe raggiunto i numeri che oggi si contano (e sono dati in aumento). Con il web e le varie discipline nazionali, europee, internazionali ed anche quelle di natura pattizia considerata la natura stessa del prodotto per il quale sono richiesti interventi con strumenti giuridici adeguati, l’attività di e commerce ha prospettato agli operatori del settore grandi opportunità di maggiore penetrazione di mercati, talvolta difficili da raggiungere (ma anche da mantenere) che si sono invece rivelati di inaspettata soddisfazione. L’approccio all’ e commerce, proprio per le potenzialità di espansione che è in grado di offrire e che la recente pandemia ha evidenziato, impone in ogni caso all’operatore di dover entrare in una particolare forma mentis che va al di là dei principi e delle regole così dette “analogiche” che governano il diritto del vino, le quali sono sempre comunque rimaste operative, ma devono ora essere coniugate maggiormente con le regole della comunicazione digitale (QR, solo per fare un esempio), della corretta qualificazione di una denominazione anziché di una altra, della consapevolezza del valore del marchio e del segno (asset oggi valorizzabile nell’ambito del patrimonio aziendale), così come anche della corretta e convincente promozione del brand e delle sue peculiarietà in relazione con il mercato di riferimento verso il quale si intende proporre il proprio vino. Ai grandi vantaggi della vendita online non vanno comunque sottovalutate le criticità, se non vere e proprie insidie che per essere evitate e gestite è imprescindibile un’adeguata formazione per l’operatore del settore, facilitato in questo con importanti  stanziamenti agevolati e a fondo perduto destinati a trasformare la propria cantina, i vigneti, la coltivazione e le pratiche di vinificazione, nonché lo stoccaggio, l’imbottigliamento, la rete vendita, gli addetti ai vari comparti in una vera e propria industria …4.0! Avv. Paolo Spacchetti
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9 Luglio, 2021

Diritto di Tappo, un'antica pratica da scoprire.

Importato da una pratica diffusa addirittura negli anni 50 dalla lontana California, più pragmatica e meno ingessata, anche e da tempo si sta diffondendo nei nostri ristoranti la possibilità di poter portare al tavolo un proprio vino (o altre bevande) comprate altrove o facenti parte della propria cantina o collezione di bottiglie pregiate. Laddove tale facoltà sia consentita, sorge in capo al titolare del ristorante il cd. diritto di tappo, il carkage fee, cioè la legittima richiesta di pretendere dal cliente che porta con sé la bottiglia (BYOB, acronimo di bring your own bottle – che è pure l’insegna esterna dei locali ove tale pratica è consentita) un corrispettivo in grado di coprire i costi degli oneri legati al servire quel vino, partendo dalla temperatura di mescita, stappatura, uso del decanter, scelta dei calici appropriati.…. Ma anche questa formula richiede comunque motivazioni che, a mio avviso, debbano esulare da quella per la quale, poiché i vini dei ristoranti sono considerati costosi in quanto alto è il loro ricarico, allora preferisco portarmelo da casa ed abbatto una voce rilevante del conto finale. La possibilità di degustare un vino speciale o di annata di cui dispongo e non reperibile presso quel locale andrebbe invece giustificata dall’occasione di abbinarlo con delle buone pietanze che quel ristorante è in grado di offrire, o per sopperire ad una scelta limitata della carta dei vini e non all’altezza della proposta culinaria, o ancora per poter festeggiare o celebrare un momento particolare della propria vita con un’ altrettanto particolare bottiglia ricca di significato e destinata da tempo per quell’evento o, meglio ancora, per  condividere con altri esperti ed intenditori il piacere di berlo, nella ritualità che merita. Ancorchè non scritte, il bon ton e il saper vivere impongono al cliente alcune regole come quella di informarsi in anticipo se la pratica del diritto di tappo è consentita in quel locale e l’ammontare e il criterio delle tariffe che verranno applicate per tale servizio, avendo preso in anticipo visione della lista dei vini ed evitando magari di presentarsi con prodotti nella disponibilità del ristorante. Non da trascurare è la discrezione con la quale presentarsi al tavolo con la bottiglia “esterna”, e la gestione delle successive fasi, sapendo coinvolgere in assaggi o pareri il titolare o il sommelier di sala; così come evitare di sedersi al tavolo con un numero eccessivo di bottiglie rispetto ai commensali e all’ordinativo delle pietanze. Altrettanta professionalità ed attenzione deve essere prestata dal ristoratore che deve “vivere” ed interpretare questa formula come occasione di nuove entrate economiche rappresentate appunto dai proventi applicati per il diritto di tappo, in grado di bilanciare le proposte, talvolta troppo esose, della propria carta dei vini (che per certe etichette ed annate talvolta rappresentano una costosa immobilizzazione), senza per questo snaturare o svilire la propria identità, tradizione ed aspettative conquistate nel tempo, sfruttando con una adeguato carkage fee il peso del settore beverage, bicchieri e decanter!. Ma soprattutto mantenendo e forse incrementando clientela esigente e gaudente al tempo stesso. La ritrosia dei ristoratori verso questa sempre maggiore richiesta muove dalla considerazione che la carta dei vini è frutto di ricerca, selezione e proposte in linea con il menù, per altro realizzate da personale specializzato, che ha richiesto addestramento ed investimento, in una con le attrezzature e gli strumenti necessari per un’ottima degustazione. L’obiezione a tale atteggiamento (sempre meno riscontrato comunque) è che tale formula, se sapientemente gestita, costituisce un momento di confronto e crescita tra l’esperto ristoratore e il ricercato cliente, il quale, se possiede questa sensibilità, apprezza la condivisione, i suggerimenti e perché no, la proposta di nuove etichette che l’oste eventualmente gli proporrà. Ma a quanto ammonta questo “diritto di tappo?”. Non ci sono regole precise, ma possono essere enunciati alcuni criteri poi applicati e personalizzati secondo la politica dei costi di ciascuna realtà: dai 5/10 euro a bottiglia in Italia ai 15/25 dollari negli USA. Ma il diritto di tappo appare anche un’ottima soluzione, sempre più diffusa, per i ristoranti etnici di matrice musulmana, il cui credo impone il divieto di vendere alcolici, ma, come maliziosamente il collega Stefano mi informava, se te lo porti da casa… A cura Avv. Paolo Spacchetti
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25 Giugno, 2021

IL PEGNO ROTATIVO, uno strumento finanziario.

Come annunciato, volevo richiamare l’attenzione dei nostri lettori, senza distoglierli dai consigli delle amiche di redazione su quel rosato o quelle bollicine così agognate con i primi caldi, ma anche con le prime e promettenti uscite dopo COVID, su uno strumento antico nel mondo del diritto, ma innovativo e forse anche risolutore nella sua recente versione applicata al mondo del vino. Mi riferisco al “pegno rotativo” introdotto con il Decreto 23.7.2020, pubblicato a fine agosto con il quale viene consentita la possibilità di costituire un vincolo sui prodotti agricoli e alimentari DOP e IGP, inclusi i prodotti vitivinicoli e gli spiriti. Cosa è il pegno? È la garanzia che viene concessa al creditore a presidio dell’esatto adempimento di un’obbligazione, che in questo ambito viene individuata nella restituzione di un finanziamento, che un istituto di credito ha erogato al produttore (art.2784 del Codice Civile). È la possibilità dunque che la giacenza di vino, che per altro in epoca COVID sono lievitate, possa essere individuata e vincolata al buon esito del rimborso di un prestito bancario o di una linea di affidamento comunque concessa. La novità e l’appeal dell’istituto sono date dalla caratteristica di questo pegno “non possessorio”, cioè che non prevede il materiale trasferimento del vino dato in pegno in capo al creditore ed è “rotativo”, nel senso che il produttore può sostituire l’originaria partita di vino concessa in garanzia, con altra di nuova stagione, mantenendo inalterato però il valore dei beni vincolati, con la sola prescrizione di rendere noto l’avvenuta sostituzione al creditore. Con l’aiuto infatti del Registro telematico SIAN, che annota l’avvenuta costituzione del pegno e le altre eventuali sostituzioni nel tempo da notificare con un anticipo di due giorni dall’esecuzione al soggetto creditore e all’organismo di controllo, risulta più rapido per il creditore procedere all’analisi della legittimità del prodotto da vincolare e alla sua valorizzazione che condurrà alla successiva erogazione del finanziamento. Dunque misura agile e di facile accesso, che non rappresenta un pregiudizio per la cantina, la quale può sostituire quella partita di vino senza alterare il processo di affinamento o altre manovre necessarie a conservare ed impreziosire il vino secondo scadenze e regole dettate dai vari disciplinari. Ma ancora più determinante, questa formula consente di sfruttare il valore intrinseco di un prodotto stoccato, ancor prima che lo stesso scenda sul mercato, con indubbi e chiari vantaggi per i produttori. Formidabile leva finanziaria dunque per vedere, in tutta sicurezza, sviluppare il settore vitivinicolo, sfruttando una risorsa che prima costituiva una semplice ed infruttuosa giacenza in attesa di essere imbottigliata e venduta e che ora invece consente di ottenere liquidità per le imprese del settore, sfruttando quel prodotto che ancorché giacente, è già portatore di un valore, crescente nel tempo, che tranquillizza il creditore. La necessità allora di avere un’adeguata e aggiornata valorizzazione del magazzino, che consente al finanziatore di poter compiere verifiche sugli asset da sottoporre in pegno appare come una scelta ineludibile, così come quella di trasferire, soprattutto per le realtà vitivinicole medio-piccole, ma non per questo meno rilevanti nel panorama di riferimento, ai consorzi che racchiudono le varie tipologie e regionalità di vino, di poter offrire una massa critica di prodotto “rotativo”, tale da attivare flussi finanziari costanti ed affidabili nel tempo, come già è accaduto nell’esperienza dei formaggi e dei prosciutti. A cura Avv. Paolo Spacchetti
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10 Giugno, 2021

Introduzione alla rubrica "In Legge Veritas"

Grato a Clara, conoscenza nata sempre in ambito “godereccio” per essere stati presentati dal comune e caro amico Massimiliano (entrambi grandi ed esperti bevitori!) ormai trapiantato in Polonia, mi sono potuto unire a questa brigata di seri ed appassionati professionisti che con altrettanto entusiasmo e “al buio” hanno accettato il mio ingresso, scelte queste che mi onorano per l’opportunità concessami, ma al tempo stesso mi onerano dell’impegno di non deludere chi ha creduto nella mia esperienza  e passione per il diritto, in questo caso dedicato al mondo del vino, che, per una serie di felici coincidenze, ho cominciato ad esplorare ed approfondire con sempre maggiore curiosità ed interesse. Ho infatti scoperto il piacere di conoscere ed applicare regole ad hoc studiate e calibrate per questo prodotto naturale della vita che, ormai da tempo, costituisce un valore prezioso non soltanto come alimento che l’anno passato, nonostante la pandemia, ha registrato un consumo di circa 300 milioni di ettolitri, ma, anche e soprattutto, risorsa economica per i produttori, per il mercato, nazionale ed estero, per gli operatori e perché no, vanto e testimonial della nostra nazione. Ed allora è sicuramente giustificata l’attenzione del diritto per regolare questo ambito e le sue dinamiche, ma, come normale che sia anche in queste declinazioni, il diritto è sempre in affanno rispetto alle evoluzioni e ai fenomeni che interessano la barbatella fino al prodotto finito, dall’etichettatura alla distribuzione, passando per le nuove forme di promozione e vendita, alle formule di marketing secondo le quali il “vino va raccontato”, passando per le IoT o altre nuove tecnologie a servizio del prodotto e suoi operatori. Con l’occasione che mi è stata offerta, per la quale ringrazio tutto il team di Wine Tales Magazine, sperando che sia la mia proposta condivisa ed accettata anche e soprattutto dai lettori, mi avventuro nella missione di rendere più accessibile e soprattutto più pratico ed utile, (ma non per questo meno scientifico ed approfondito), un viaggio nel mondo del diritto del vino o della Wine Law (utilizzo delle diverse espressioni in relazione al contesto in cui ci troviamo, nel senso che la versione in lingua inglese fa “fico”) un vero e proprio corpo normativo che si arricchisce sempre più di materie e di ambiti da disciplinare, approcciando, magari anche con i suggerimenti che verranno dai lettori e dagli esperti e soprattutto dalla Redazione, tematiche ed argomenti che oltre al dato giuridico (per non smentirmi come avvocato…), prevedono il coinvolgimento dell’informatica, del mondo digitale, non escluso quello del marketing e della comunicazione… insomma diritto del vino… 4.0. Paolo
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