In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
15 Maggio, 2024
Not Only Wine
UN RICORDO CHE RIAFFIORA
Avete presente quelle statuine che da piccoli (per i più agé) cambiavano colore a seconda del tempo da azzurro a rosa? In occasione di Only Wine 2024 è stato bello vedere per la prima volta lo stesso principio applicato a un’etichetta di vino. L’etichetta in questione è quella del nuovo prodotto della Casa Vinicola La Fornace e si tratta di un Rosé rifermentato. Il concetto è incisivo e immediato: se la bottiglia è fredda l’etichetta è di un color blu intenso, mentre se la si tocca, le parti “riscaldate” dalla nostra mano la colorano di rosa-arancio, lasciando magicamente per un po’ il segno dell’impronta delle dita.
Il merito della mia “scoperta” lo devo al giovane Giovanni Colaiacovo, Presidente del neonato Consorzio L’Alta Umbria che racchiude i produttori della zona a nord di Perugia. Vignaioli esuberanti, che si sono costituiti in associazione per far conoscere il loro territorio, stanchi di sentire nominare la loro regione solo per uno o al massimo due vini (tanto per fare i nomi, Sagrantino e Trebbiano Spoletino). A quanto pare si sono anche inventati nuovi metodi di comunicazione e un esempio di questo l’ho avuto tra le mani.
UNA GRAFICA GIOVANE CHE ‘PESCA’ NEL PASSATO
Tornata a casa, incuriosita, ho raggiunto al telefono gli ideatori, Matteo Mariangioli e Aurora Pelaggi, entrambi grafici under 30, per sapere come nasce un’idea simile. Loro mi raccontano che la proprietà della cantina per cui l’etichetta è stata realizzata è giovane, anche se la realtà è nata nel 1969. Il progetto nasce quando il produttore decide di utilizzare le uve di una vigna vecchia situata in prossimità della cantina fino a quel momento non lavorata. Non si poteva prevedere quale potesse essere il risultato finale e l’evoluzione del prodotto è andato di pari passo con lo studio dell’etichetta e la necessità di metterla in commercio a prodotto finito.
Contrariamente a quello che mi ero immaginata, il motivo della variazione termica non era quello di dare un’indicazione sulla temperatura di servizio del vino, ma di sviluppare qualcosa che ricordasse la sorpresa, il colore, la scoperta, la freschezza e il divertimento ancor prima dell’assaggio. Per realizzare questa etichetta è stata utilizzata una vernice termocromica, solitamente utilizzata per i prodotti medicinali allo scopo di controllare la correttezza della conservazione.
UN RICORDO…AFFUMICATO?
Avete mai sentito parlare del Vin Santo Affumicato? Una chicca Presidio Slow Food presente in degustazione. Al naso i sentori di fumo ti pervadono e avvolgono, dal fumo del camino della cucina di una volta al tabacco di sigaro e miele di castagno, in bocca quasi sembra di percepire la cenere. Come non volerne sapere di più? Giochiamo in casa come zona di produzione, ovvero nell’Alta Valtiberina, proprio intorno a Città di Castello.
La particolare affumicatura deriva dal fatto che in questa zona anni or sono l’attività della coltivazione del tabacco era in ascesa. Nelle stesse stanze dove si stendevano ad asciugare le foglie di tabacco, i produttori di vino sistemavano quindi anche i grappoli, appesi uniti a due a due sulle travi. L’esposizione al fuoco e al fumo delle grandi stufe a legna faceva penetrare negli acini questa particolare nota di affumicato, rendendo quel Vin Santo unico.
Le uve impiegate sono Trebbiano, Malvasia, Canaiolo, Vernaccia e San Colombano, ma anche Grechetto e Malfiore, tutte raccolte a maturazione ancora non eccessiva, affinché le bucce degli acini siano spesse e resistano all’appassimento che dura almeno tre-quattro mesi, fino a dicembre o gennaio. I grappoli sono quindi diraspati, pigiati e lasciati a fermentare in botti di legno con il lievito madre che ogni famiglia custodisce. Rimangono poi in locali ben areati e soggetti agli sbalzi di temperatura stagionali per almeno tre anni.
Solo pochi, al momento, i piccoli e piccolissimi produttori che portano avanti questa antica tradizione e che stanno cercando di introdurre una modifica del disciplinare della DOC dei Colli Altotiberini, al fine di creare una sottozona e di inserire il vino santo. Al momento il prodotto è riconosciuto come Bianco Passito IGT Umbria. Da assaggiare.
NOT ONLY WINE MA ANCHE START UP
Lo stand di Matteo all’entrata di Only Wine è colorato e allegro con magliette, cappellini, e gadget a tema vinicolo, ma a ben vedere non sono i soliti accessori. Incuriosita mi faccio raccontare da Matteo che questa startup fiorentina – Wine Pills – è nata durante il covid circa tre anni fa unendo le passioni di due amici, quella per i libri e quella per il vino. Lui e il socio Edoardo si sono prefissati di rivoluzionare il mondo della comunicazione nel mondo enoico applicando con creatività l’arte e il disegno, nello specifico il fumetto, per raccontare la storia del vignaiolo.
Così si vogliono avvicinare le nuove generazioni, senza perdere di vista la tradizione, ed è così che da una classica brochure di 20 pagine sono arrivati a 4 utilizzando il fumetto per Tenuta La Novella. Nello specifico, offrono molti servizi come lo storytelling, la creazione contenuti, l’ideazione di etichette, la brochure aziendale o il menu della carta dei vini.
Un fermento di idee questo Only Wine, dove sicuramente giocano un ruolo importante i criteri di ammissione: il produttore deve avere meno di 40 anni, meno di 15 anni di storia oppure la cantina può avere fino a 10 ettari. Ci vediamo alla prossima edizione!
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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6 Maggio, 2024
Claudia Maremonti. Il mio Vinitaly 2024
Si è conclusa da poco la 56 edizione di Vinitaly che per gli amanti del vino come me può essere considerato un grandissimo lunapark dove poter trascorrere tre giorni insieme ad amici e produttori, assaggiando i vini del cuore, scoprendo nuove realtà, e approfondendo grazie alle tante masterclass organizzate i vari temi legati al mondo del vino e dell’olio.
Ed eccomi qui a raccontarvi anche quest’anno “le giostre” che mi hanno particolarmente colpito in questo magico mondo….
Live Bodypaint da La Viarte Vini
La Viarte Vini è una giovane azienda del Friuli Venezia Giulia, gestita dalla famiglia Polegato, che ha accompagnato la presentazione della nuova etichetta del Rose’ Liende a un servizio di Bodypaint Live, infatti nello stand l’artista Emanuela Peretto ha realizzato con la modella Gessica Perusi La Dea Fiorita del vino Rose’, simbolo proprio della cantina. “La Viarte” in friulano significa proprio primavera.
Rose’ Liende -100% Schioppettino – Annata 2023 – 13,5% vol.
Lunch dall’anima Rock con Terre de la custodia
Terre de la Custodia è una cantina Umbra che da secoli raccoglie i frutti del territorio trasformandoli in vino.
In un’atmosfera totalmente rock, legata alla passione del titolare Giampaolo Farchioni, abbiamo degustato, accompagnate dai piatti preparati dallo Chef Marco Lupi, alcune delle loro etichette,
Gladius -100% Chardonnay – Metodo Classico – Grechetto e Pinot Nero – Affinamento 48 mesi sui lieviti – 13% vol.
Plentis Montefalco Bianco – Annata 2020 – Affinamento 6 mesi sui lieviti – 13,5% vol.
Farchioni Colli Martani Merlot Riserva – Affinamento 24 mesi in barriques e 12 mesi in bottiglia -14,5% vol.
Exubera – Montefalco Sagrantino – Annata 2017 – Affinamento 18 mesi in barriques e tonnaux e 12 mesi in bottiglia – 15% vol.
Progetto “Korale”: Le donne del vino calabrese contro la violenza di genere.
“Korale” il primo vino, edizione limitata, voluto dalla Donne del Vino Calabria, a sostegno del “Centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza”. Un vino “corale” perché nato dalla collaborazione delle associate, ognuna delle produttrici della delegazione ha messo a disposizione il suo rosso migliore, e ispirato ai vitigni autoctoni e antichissimi della regione., Un vino che diventa “Kora-le” perché vuole ricordare l’importanza del femmineo, dell’agricoltura e del vino nella Magna Graecia. In greco antico “kora” era infatti la donna, la fanciulla. E “Kora”, la giovane per eccellenza, era proprio uno dei nomi con cui era invocata la dea Persefone (Proserpina in età romana), che secondo il mito guidava l’alternarsi delle stagioni propizie per la crescita dei frutti della Terra. Nell’etichetta è riprodotto il profilo del volto di una delle tante statue ex-voto a lei dedicate, di cui la Magna Grecia era ed è costellata.
Assaggi interessanti tra Toscana e Calabria Capezzana: Trebbiano BIO Annata 2022 Toscana IGT –Trebbiano – 14% vol. La Regola: L’eccezione 60 Brut Nature – Metodo Classico Millesimato – 60 mesi sui lieviti con remuage naturale senza dosaggio – 12,5% vol. Contucci: Pietra Rossa Vino Nobile di Montepulciano Annata 2019 – 80% Prugnolo gentile, 10% Canaiolo nero, 10% Colorino – affinamento 30 mesi in legno e 8 mesi in bottiglia – 14% vol. Casa Comerci: Granatu – IGP Calabria – Magliocco Canino – Annata 2022 – 13% vol. Magna Graecia: Zephiros Passito Calabria IGP – Magliocco – 15% vol. Spente le luci del Lunapark, all’uscita, la gioia e l’adrenalina hanno fatto rivivere la bambina felice e curiosa che è in me, lasciando la voglia di tornare ancora per nuove scoperte. Ci vediamo l’ anno prossimo con nuovi giri di giostra e nuovi vini….. Claudia Maremonti
Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier
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Assaggi interessanti tra Toscana e Calabria Capezzana: Trebbiano BIO Annata 2022 Toscana IGT –Trebbiano – 14% vol. La Regola: L’eccezione 60 Brut Nature – Metodo Classico Millesimato – 60 mesi sui lieviti con remuage naturale senza dosaggio – 12,5% vol. Contucci: Pietra Rossa Vino Nobile di Montepulciano Annata 2019 – 80% Prugnolo gentile, 10% Canaiolo nero, 10% Colorino – affinamento 30 mesi in legno e 8 mesi in bottiglia – 14% vol. Casa Comerci: Granatu – IGP Calabria – Magliocco Canino – Annata 2022 – 13% vol. Magna Graecia: Zephiros Passito Calabria IGP – Magliocco – 15% vol. Spente le luci del Lunapark, all’uscita, la gioia e l’adrenalina hanno fatto rivivere la bambina felice e curiosa che è in me, lasciando la voglia di tornare ancora per nuove scoperte. Ci vediamo l’ anno prossimo con nuovi giri di giostra e nuovi vini….. Claudia Maremonti
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24 Aprile, 2024
Villa Santo Stefano: la Toscana che non ti aspetti
Il bello del mondo del vino è che non si finisce mai di fare belle scoperte: oggi vi racconto di Villa Santo Stefano. Tutto nasce dall’intuizione del tedesco Wolfgang Reitzle che, dopo molti anni come manager delle più importanti case automobilistiche a livello mondiale, sceglie di produrre il suo vino e il suo olio tra le colline lucchesi, una terra dal clima mite e dai frutti generosi, magari meno consueta rispetto ad altre zone produttive e per questo davvero sorprendente degustandone le creazioni.
Wolfgang fin da bambino passava in Italia le sue estati con la famiglia e la passione per la Toscana lo ha portato ad acquistare Villa Bertolli, che doveva essere una casa per passare alcuni mesi in Toscana assieme alla moglie Nina Ruge, e che in poco tempo si è trasformata in una società agricola dedita alla produzione di olio e vino. Oggi l’azienda produce, nei suoi 12 ettari di terreno, circa 50.000 bottiglie di vino e 1.500 litri di olio extra vergine, con una gestione attenta all’ambiente e uno spazio dedicato all’ospitalità.
Tutto è iniziato nel 2001 quando Wolfgang Reitzle e Nina Ruge acquistano in Lucchesia Villa Bertolli assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione da parte della famiglia Bertolli dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle ribattezzano la villa in onore della omonima pieve del IX secolo che si trova nelle immediate vicinanze. Nasce così Villa Santo Stefano, nelle intenzioni della proprietà come una casa per le vacanze, con una posizione unica sulle colline, la vista mozzafiato sulla valle ed in lontananza sul mare, la vegetazione rigogliosa e la città di Lucca a pochi chilometri. Poi succede che Wolfgang e Nina assaggiano il loro primo olio extravergine di oliva e il vino del loro piccolo vigneto e tutto cambia. Marito e moglie decidono di ricominciare da qui e dedicarsi con impegno all’attività vinicola e olearia.
L’impronta nella gestione dell’azienda è un perfetto equilibrio tra la conduzione attenta e rigorosa di Reitzle e l’approccio appassionato della moglie, che nei nomi dei vini ha impresso le sue emozioni. Le scelte in azienda sono spinte dalla volontà imprescindibile della proprietà di perseguire e produrre sempre il meglio, alla ricerca della perfezione.
Qui mi piace richiamare una citazione (vista la grande esperienza nel campo automobilistico di Wolfgang) di Henry Ford:
“Il più grande nemico della qualità è l’urgenza.”
Siamo a nord della Toscana, dove ai borghi immersi tra colline e vigneti si alternano ville nobiliari, giardini segreti con le camelie più rare d’Italia, terme per rilassarsi e un tratto della Via Francigena per un’esperienza di trekking o bici.
Il clima è mite e ideale per la coltivazione di olivi e viti. Solo una ventina di chilometri separano la Lucchesia dal mare e dalle sue lunghe spiagge; a nord le Alpi Apuane e gli Appennini la proteggono dai venti freddi. Questo permette a Villa Santo Stefano e il terreno circostante di beneficiare di un clima temperato. La leggera rugiada della notte, il sole del giorno e la lieve altitudine (270 s.l.m.) sono le condizioni ideali per la maturazione di olive di primissima qualità. Tutto ciò ha reso questa porzione di Toscana il cuore della produzione di olio extravergine di oliva, già da diversi secoli.
La Cantina di Villa Santo Stefano, costruita nel 2006 e ultimata nel 2014, è dotata di una strumentazione altamente tecnologica. Oltre alla splendida barricaia, composta da ben oltre 150 botti di legno francese, rinnovate annualmente per un terzo, la parte produttiva e di vinificazione si compone di attrezzature che vanno dalla selezione delle uve durante la pigiatura al controllo delle temperature dei tronco conici di acciaio, con utilizzo della macro/micro ossigenazione per favorire un regolare svolgimento della fermentazione, operazioni che possono essere gestite anche da remoto. Questo senza rinunciare alla filosofia dell’azienda, che risponde all’idea di profondo amore e rispetto per la natura e di salvaguardia della sua autenticità. Poche bottiglie, etichette selezionate, natura incontaminata: l’azienda si presenta come una boutique del vino.
Nei nomi e nelle etichette dei vini si rivela l’amore per il territorio, che ha dato vita al progetto di Wolfgang Reitzle e Nina Ruge. I vini sono prodotti con uve provenienti da agricoltura biologica e a breve saranno certificati da ICEA.
I vini prodotti sono: LOTO Vino Rosso Toscana IGT; GIOIA – Vino Bianco Toscana IGT; SERENO – Vino Rosso DOC Colline Lucchesi; LUNA – Vino rosato Toscana IGT; VOLO – Vino Rosso Toscana IGT.
Gli uvaggi, frutto di selezione e accuratamente vinificati, vanno dagli internazionali Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Petit Verdot, Alicante, ai grandi classici toscani primo tra tutti il Sangiovese, insieme al Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino. Notevole anche L’olio Extravergine di Oliva biologico DOP Lucca, produzione di un blend toscano (80% Frantoio, 15% Leccino e 5% Moraiolo e Maurino).
Un vino in particolare mi ha colpito, si tratta di LOTO, il vino di punta dell’Azienda, composto seguendo la tradizione delle grandi cuvée francesi: 50% Cabernet Sauvignon, 30% Merlot, 10% Cabernet Franc, 10% Petit Verdot. LOTO è il primo vino prodotto dall’azienda, nel 2006. Per ogni vite non vengono selezionati più di quattro grappoli, a garantire il massimo della resa da ogni pianta. La vendemmia e la selezione delle uve sono eseguite a mano e il processo di fermentazione dura 12 giorni. A seconda della tipologia di uva e dell’annata, l’affinamento dura dai 12 ai 18 mesi ed avviene in barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità controllate. Successivamente il vino viene affinato per sei mesi in grandi vasche di cemento. Al termine viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito.
Un vino dal carattere internazionale, di grande intensità, che si denota sia dal colore intenso che dalle sensazioni gusto-olfattive che confermano un equilibrio tra sentori di frutta matura come lampone e mirtillo e sentori speziati e terziari di liquirizia e vaniglia, il tutto accompagna un sorso importante e piacevole, sapendo raccontare un territorio che grazie a Villa Santo Stefano sarà sempre più apprezzato da noi appassionati. Cantina da non perdere, una gran bella sorpresa!
Villa Santo Stefano: la Toscana che non ti aspetti
A cura di Giuseppe Petronio
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17 Aprile, 2024
Taverna, un sogno che si realizza
Partecipare ad alcuni eventi e degustazioni di settore permette sempre di fare delle bellissime scoperte, così è stato per me nel partecipare alla scorsa edizione di Nebbiolo nel Cuore e conoscere, con gran positiva sorpresa, Roberto Taverna e i suoi vini prodotti a Neive, uno dei 4 comuni della zona del Barbaresco DOCG.
L’azienda di famiglia è stata fondata negli anni ’30. In quegli anni fu Ludovina Versio ad avviare l’attività nel mondo del vino, inizialmente aiutando il marito nella conduzione dei vigneti, ma negli anni ’50 lui la lasciò inaspettatamente vedova all’età di 30 anni, con la figlia Luciana. Non si risposò mai e con grande dedizione continuò a gestire i vigneti e a produrre vini per 30 anni fino a quando il marito di Luciana, Piero Taverna, ne prese le redini e gestì la tenuta per altri 30 anni.
L’azienda è stata tra le prime a imbottigliare vini cru di Barbaresco, come quello “Cascina Slizza”, oggi parte di Gaia-Principe MGA, da un singolo vigneto ancora di proprietà della famiglia, nel 1974 sotto il nome appunto di Vina Versio, vedova del fondatore. Sono ancora presenti alcune bottiglie di quella gloriosa annata.
Allora la maggior parte dei viticoltori vendeva l’uva o il vino sfuso, ma Vina riuscì a creare e gestire anche bacino di clienti privati, risultando tra le prime a iniziare a imbottigliare il proprio vino in bottiglie da 0,75 l e a produrre anche vini cru.
Per la famiglia la coltivazione dell’uva, la produzione e la vendita del vino sono sempre state un’attività secondaria. Luciana era maestra, Piero lavorava per la Regione. Il loro figlio Roberto, diventato ufficialmente proprietario dell’azienda nel 1998 (menzionato nel logo di Taverna), è un elettricista.
Ma questo non ha impedito la realizzazione del grande sogno di produrre vini di altissima qualità.
Quando è arrivato il turno di Roberto di gestire la vinificazione, ha deciso di portare l’azienda ad un nuovo livello. Nel 2016 infatti richiede la licenza ufficiale di imbottigliatore e produce il suo primo Barbaresco. Nel 2019, diventata evidente la necessità di ampliare la produzione, si concretizza la partnership con Bisso, critico enologico ed enologo “locale” di fama internazionale. Piero aiuta ancora nei vigneti (quasi a tempo pieno) e si prende cura dei clienti privati.
Nonna Vina è stata testimone delle prime 5 vendemmie della nuova era prima che arrivasse il suo momento, nell’agosto 2021, a quasi 98 anni. Diceva:
“A volte preferirei vedere o capire meno, ci sono molte cose che mi rendono nervosa nel mondo moderno”,
ma ogni tanto chiedeva campioni di vasca e dava consigli. A pranzo o a cena Nonna Vina beveva solo Nebbiolo invecchiato, che lei o Piero avevano prodotto:
“A questa età non voglio bere un vino meno importante, me lo sono meritato”.
Diverse sono le referenze ma vorrei soffermarmi su due vini che mi hanno colpito particolarmente:
Langhe DOC Chardonnay Vigna Gaia-Principe: Gaia-Principe è un cru importante del comune di Neive. La vigna, situata nella sottozona Slizza è una proprietà storica della famiglia Versio / Taverna, estesa per 0,2 ettari, una piccola parte accanto alla più vecchia vigna di Nebbiolo. Il sesto d’impianto non è della tradizione locale: due viti sono piantate accanto una all’altra e potate a Guyot lungo. La distanza fra le “copie” è di 2 metri. Un vino davvero importante, con la combinazione di metodi di produzione francesi e californiani, moltiplicata per la qualità dell’uva di questo cru, pensata per dare un vino di una grande profondità con potenziale d’invecchiamento. Dopo la raccolta l’uva viene pigiata, diraspata e poi pressata. Per pulire il mosto dai residui e particelle varie viene usato un flottatore, un metodo veloce e green. La fermentazione si svolge in tonneau usato di rovere francese senza controllo della temperatura mentre l’affinamento avviene per 14 mesi in tonneau nuovi da 5 hl di rovere francese, su feccia fine. Vino di grandissima eleganza, struttura ma anche piacevolezza.
Barbaresco DOC Cottà Senteùndes: Cottà è un cru del comune di Neive. La vigna di dove proviene questo vino è la più piccola e la più giovane fra tutti i nostri Nebbioli. La sua peculiarità è che è piantata esclusivamente con Nebbiolo Rosé, che prima era considerato un clone del Nebbiolo (CN111) ma poi le analisi genetiche recenti hanno rivelato che si tratta di un “figlio” del Nebbiolo e quindi di una varietà diversa la cui origine genetica è sconosciuta. I vini che produce hanno caratteristiche molto simili al classico Nebbiolo, tuttavia ha anche le sue particolarità come il colore meno carico, come di fatti suggerisce il suo nome, assieme alle intense note floreali al naso. Sent-e-ùndes in piemontese vuol dire «centoundici» ovvero il numero del clone del Nebbiolo da catalogo. Un vino dal corpo leggiadro ma che sa esprimersi con grande carattere ed eleganza.
Una grandissima e interessante scoperta i vini di Taverna, capaci di competere con i blasonati della zona, vini che rappresentano una storia di famiglia e un sogno realizzativo che si concretizza nel modo migliore, con qualità e carattere, da non perdere assolutamente!!
Taverna, storia di una vita e di un sogno che si realizza
A cura di Giuseppe Petronio
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10 Aprile, 2024
Salviati, eccellenza italiana
Tra le belle esperienze vissute durante Wine in Venice, la visita esclusiva a Salviati è stata una tra le più interessanti. Mi vergogno a scriverlo, ma la prima e ultima volta che andai all’isola di Murano prima di questa credo risalga a una gita di scuola. Salviati, per il secondo anno, ha realizzato il premio che è stato consegnato alle 20 cantine vincitrici sulla base dei tre principi cardine della manifestazione, ovvero etica, sostenibilità ed innovazione. Il calice di una particolare sfumatura di rosso è un insieme di colore, potenza ed eleganza che mi ha lasciato senza fiato!
Il “viaggio” inizia con il trasferimento in barca dalla Scuola Grande della Misericordia, sede della manifestazione, all’Isola di Murano. E’ una fredda e soleggiata giornata di gennaio e veniamo accolti nella fornace. Questo è il cuore pulsante delle lavorazioni, dove tutto ci parla di una lunga storia iniziata più di 160 anni fa, precisamente nel 1859 sul Canal Grande, nel centro storico di Venezia. La storia della passione di un avvocato-chimico-archeologo vicentino di nome Antonio Salviati.
ORIGINI DEL VETRO
Probabilmente il vetro è noto all’uomo sin dalla preistoria. Nel 2000 a.C. il vetro era utilizzato in Egitto per produrre stoviglie e monili, come perle di vetro. Altri rinvenimenti archeologici di piccoli vasi ne dimostrano la diffusione anche in India e Cina, tra il 1000 e il 500 a.C.. E’ nell’area del Mediterraneo, però, che se ne sono maggiormente sviluppate diffusione e commercializzazione. L’ampia esportazione di questi oggetti favorì la nascita di fornaci in Campania, in Spagna e a Roma, tutte molto attive durante l’alto Medioevo.
Generalizzando, mentre l’Occidente preferiva una produzione più ordinaria e utile, l’Oriente privilegiava la raffinatezza. Nel tempo, gli artigiani vetrai divennero sempre più abili fino a sviluppare, nel I secolo a.C., la tecnica del soffiaggio. Nel V-VII d.C., a Bisanzio, si iniziarono a produrre tessere di vetro per la creazione di mosaici a dire poco spettacolari come quelli presenti a Ravenna, i più belli del mondo (ma questa è un’altra storia).
LA LAVORAZIONE DEL VETRO DI MURANO
Semplifichiamo ancora parecchio… Il vetro è formato da silice, che ad elevate temperature diventa liquida (stiamo parlando di temperature che si aggirano tra gli 800 e i 1100 gradi). E’ nel momento del passaggio tra lo stato liquido e quello solido che il vetro diventa morbido e malleabile, permettendo così al vetraio di plasmarlo e creare opere uniche ed inimitabili.
L’esperienza acquisita nel tempo portò i mastri vetrai di Murano a fare un’importante scoperta. Essi realizzarono che l’uso di diversi materiali durante la lavorazione fa sì che il vetro modifichi il suo aspetto creando effetti visivi singolari e suggestivi. E’ il caso del sodio, ad esempio, che viene utilizzato dall’artigiano per rendere la superficie di vetro opaca, mentre i nitrati e l’arsenico vengono impiegati per eliminare le bolle. Colori, tecniche e materiali variano a seconda del risultato che il vetraio vuole creare e si declinano in un’infinita e affascinante varietà di forme e colori.
NASCITA E CRISI DEL VETRO A MURANO
L’avvincente storia del vetro di Murano nasce nel 1291, quando si decise che le vetrerie di Venezia fossero trasferite sull’omonima isola. Questa decisione, che si rivelò ben presto importante per i suoi abitanti, fu presa in quanto i forni dei laboratori a Venezia erano i principali responsabili di gravi incendi. Concentrare tutte le vetrerie a Murano fu inoltre utile a Venezia per controllare l’attività dei mastri vetrai e per custodire quell’arte che l’aveva resa famosa in tutto il mondo. Gelosa della fama acquisita, Venezia obbligò in seguito i mastri vetrai a vivere sull’isola, impedendo loro di lasciarla senza prima ottenere un permesso speciale. Nonostante queste restrizioni, tuttavia, molti riuscirono a fuggire. Con loro, portarono un bagaglio importante di esperienza e conoscenza artigianale ed esportarono, anche all’estero, le loro raffinate tecniche.
SALVIATI: RISCOPERTA E RINASCITA
La crisi più significativa che il vetro di Murano dovette affrontare fu nel XV secolo, quando si cominciò la fabbricazione dei cristalli di Boemia. Murano perse sempre più posizioni rispetto alle nuove vetrerie in Europa. Si aprì così un periodo di decadenza dell’arte vetraria dalla quale Venezia, poco alla volta, riuscì ad uscire, grazie anche all’impiego del vetro di Murano per la realizzazione di lampadari. Questi sono, ancora oggi, le opere forse più note ed apprezzate tra quelle realizzate in questo materiale.
In questa crisi si inserisce la figura di Antonio Salviati, amante dell’arte in generale ed in particolare di quella del vetro. Iniziando la produzione di mosaici e di oggetti in vetro di Murano, decise di risollevare le sorti di questa arte, avendo la lungimiranza di circondarsi di valenti collaboratori. Uno fu il sindaco dell’isola di Murano Antonio Colleoni, un altro l’Abate Vincenzo Zanetti, fondatore del Museo del Vetro e della prima scuola di disegno per vetrai. Insieme, attraverso un’instancabile ricerca e sperimentazione, riscoprirono l’arte delle antiche colorazioni, con quelle tecniche e quei saperi che con il tempo si erano quasi completamente perduti.
Antonio Salviati si fece apprezzare in tutta Europa, dove la sua “consacrazione” avvenne in quel di Parigi nel 1867, quando partecipò all’Esposizione Universale. Qui propose i tipetti, calici da parata molto celebri nel ‘400, leggeri, coloratissimi e personalizzabili. Salviati operò infatti come un moderno agente, presentandosi presso le varie corti europee con una valigetta composta da 6 bevanti, 6 steli e 6 piedi separati. In questo modo, poteva consentire ai potenziali clienti di creare i propri tipetti su misura. Antesignano della personalizzazione, ebbe un enorme successo e la sua collezione si sviluppò sempre più negli anni, arricchendosi di oggetti decorativi, preziose coppette, calici e sistemi di illuminazione.
SALVIATI OGGI
Salviati oggi è un’azienda che rispetta e celebra ogni giorno la millenaria tradizione del vetro di Murano attraverso le proprie maestranze in fornace e con un management che si impegna quotidianamente a diffondere la cultura del vetro artistico soffiato a mano in tutto il mondo. L’azienda è oggi una moderna fornace, con una guida “giovane” (Stefano Schiavon, Presidente e Alberto Lago, Direttore Artistico) e quotati designers in grado di portare ottimizzazione e innovazione. Salviati affianca infatti alla produzione tradizionale un dipartimento di sperimentazione dove fare crescere idee e persone.
Una curiosità tuta veneziana… sapevate che i primi occhiali con lenti di vetro nacquero proprio a Venezia intorno alla fine del XII secolo?
Fonti https://www.mademuranoglass.com/it/lisola-di-murano-e-la-lavorazione-del-vetro/
La storia di Salviati è ricca e moderna e la potete trovare qui https://www.salviati.com/storia/
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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9 Aprile, 2024
Vignamaggio: sintonia con la natura
Realtà come Vignamaggio non possono assolutamente mancare nel nostro bagaglio di conoscenza, ecco perché ve la racconto oggi.
Adagiata sulle colline del Chianti, tra boschi e ruscelli, Vignamaggio rappresenta un grande giardino dove il vigneto è parte integrante di un sistema agricolo biologico in cui uomo e terra vivono in sintonia in una comunità sostenibile, reinterpretando la tradizione policolturale delle tipiche fattorie toscane.
Una tenuta di 400 ettari tra Greve e Panzano in Chianti, patrimonio condotto a regime biologico che si integra con il paesaggio circostante all’interno di una visione policulturale e che, oltre alla centralità del vino, comprende la cura del bosco, gli uliveti, i cereali, gli orti, l’allevamento di maiali di Cinta Senese e di pecore.
Osservando il loro marchio si possono scorgere tutti questi elementi, infatti insieme alla Villa, simbolo di accoglienza e dell’offerta di ospitalità che offre Vignamaggio, ci sono la vigna, il giardino riqualificato, gli olivi, simbolo della produzione storica, e i cereali, rappresentativi della diversificazione colturale, tutti a testimonianza della molteplice attività dell’azienda.
Oggi Vignamaggio è un microcosmo produttivo retto da un ecosistema autosufficiente: un laboratorio di biodiversità che pensa al presente per progettare il futuro di un’agricoltura sostenibile, il più possibile varia e interconnessa.
Le cantine quattrocentesche della villa di Vignamaggio costituiscono il punto di partenza di un lungo percorso cominciato più di 600 anni fa. Oggi Vignamaggio è una fattoria biologica con una cantina all’avanguardia e produce vini di alta qualità, esprimendo le peculiarità dei diversi terroir della tenuta.
La prima attestazione della produzione vitivinicola a Vignamaggio risale al 1404. In una pergamena dell’epoca venuva pianificava l’utilizzo delle botti vuote a disposizione e stabiliva quanto vino elargire all’assetato destinatario della lettera.
I vigneti di Vignamaggio coprono una superficie di oltre 70 ettari, coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica. Sangiovese, Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Malvasia Bianca e Trebbiano costituiscono i vitigni principali della tenuta, ma un particolare riguardo è stato rivolto al recupero di alcune varietà di viti locali come il Canaiolo nero e il Mammolo.
Nella cantina di Vignamaggio si svolge tutto il processo di vinificazione, dalla selezione delle uve raccolte all’affinamento del vino in barriques e in grandi botti di rovere. Durante la vendemmia, sulla terrazza superiore, che costituisce il tetto della cantina stessa, vengono selezionate le uve; da qui esse scendono per caduta nei serbatoi in acciaio sottostanti, dove inizia il processo di fermentazione.
Vignamaggio è una delle più antiche aziende agricole d’Italia, annoverata tra le aziende fondatrici del Consorzio del Chianti Classico, di cui è ambasciatrice nel mondo con i suoi prodotti d’eccellenza tra cui il Chianti Classico Riserva Gherardino e il Gran Selezione Monna Lisa.
Il nome del CHIANTI CLASSICO DOCG RISERVA GHERARDINO è dedicato a Gherardino Gherardini capostipite della illustre casata che edificò Vignamaggio nel XIV secolo. Questo vino viene prodotto con uve Sangiovese per l’80-90% e Merlot per il 10-20%. Dopo le fasi di raccolta e vinificazione, si effettua un affinamento di circa 18-20 mesi in botti e barrique di rovere. Le uve provengono dai vigneti del Prato (Ovest), Solatio (Sud-Ovest) e di Querceto (Ovest/Sud-Ovest).
Il CHIANTI CLASSICO DOCG GRAN SELEZIONE MONNA LISA: la villa rinascimentale di Vignamaggio è opera della famiglia Gherardini, la cui fama è legata alla figura leggendaria di Monna Lisa de Gherardini, la celebre Gioconda ritratta da Leonardo da Vinci tra il 1503 e il 1506. Folclore e storia si fondono e confondono nei secoli a venire: l’assonanza tra Via Maggio a Firenze (luogo di nascita di Monna Lisa) e Vignamaggio, unita al paesaggio ritratto da Leonardo, hanno portato molti a ritenere erroneamente che la Gioconda fosse nata qui. Per questa ragione, ancora oggi, la figura della Monna Lisa è legata a Vignamaggio, che ha voluto dedicarle questo vino. Il Chianti Classico Gran Selezione viene prodotto solo nelle annate migliori, con le uve aziendali provenienti dai vigneti più vocati, ovvero quelli del Prato (Ovest), Solatio (Sud-Ovest) e Querceto (Ovest / Sud-Ovest). L’uvaggio è costituito da Sangiovese per il 95% e da Cabernet Sauvignon per il 5%. Il vino è affinato in parte in barriques di rovere francese per 18-20 mesi e in parte in botti più grandi. L’affinamento complessivo minimo è di 30 mesi, di cui almeno 6 in bottiglia.
Di grandissimo pregio anche le espressioni internazionali di Vignamaggio. IGT TOSCANA ROSSO CABERNET FRANC DI VIGNAMAGGIO è un vino storico dell’azienda, il Cabernet Franc di Vignamaggio viene prodotto con uve provenienti da viti di oltre quaranta anni, riscoperte per caso negli anni ’90 nei vigneti Solatio (Sud-Ovest) e Orto (Est). Il vino che si ottiene sfugge agli schemi tradizionali, infatti le bassissime produzioni per pianta e il clima piuttosto caldo della zona, rendono questo vino pieno e ricco di tannini eleganti. Il vino è affinato per 18-20 mesi in barriques di rovere francese, in parte nuove e in parte di secondo impiego, per poi proseguire con un lungo affinamento in bottiglia.
L’IGT TOSCANA ROSSO MERLOT DI SANTA MARIA: Dopo oltre 25 anni di coltivazione del Merlot a Vignamaggio, l’azienda ha deciso di dedicargli un cru, espressione del vigneto migliore chiamato appunto Santa Maria a Petriolo, situato poco distante dalla Villa ed esposto ad ovest. Il Merlot di Santa Maria unisce alle note fruttate del vitigno, l’eleganza e la freschezza tipiche di Vignamaggio e del territorio di Greve. Il vino è affinato per circa 20 mesi in barriques di rovere francese, in parte nuove e in parte di secondo impiego, e successivamente per almeno 6 mesi in bottiglia.
I vini di Vignamaggio vogliono esprimere l’essenza stessa di questo territorio con l’obiettivo di trovare persistenza, colore, equilibrio, profumo e storia, in un unico sorso, vini da non perdere e che non possono mancare nel vostro bagaglio di conoscenza!
Vignamaggio: storia e qualità in sintonia con la natura
A cura di Giuseppe Petronio
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8 Aprile, 2024
Franchini, il vino tra i mosaici
Un viaggio sensoriale che celebra la cultura del vino e la bellezza del territorio veronese
Nella pittoresca cornice della Valpolicella, dove il verde dei vigneti si estende a perdita d’occhio e le colline si susseguono in un abbraccio armonioso, sorge la Cantina Franchini. Un’oasi di pace e di tradizione, dove il tempo sembra rallentare e l’anima si lascia incantare da un’esperienza sensoriale unica e indimenticabile.
I mosaici di Villa Franchini: un tuffo nella storia e nella cultura romana
Varcando la soglia di Villa Franchini, si viene immediatamente rapiti dalla bellezza dei mosaici di Cortesele. Un tesoro archeologico di inestimabile valore, risalente al IV secolo d.C., che offre una finestra preziosa sulla vita quotidiana, le attività agricole e la cultura vitivinicola dell’epoca romana.
Scene di caccia, di vita quotidiana e di mitologia si dispiegano in un tripudio di colori e di forme, raccontando storie di uomini e di donne, di divinità e di creature fantastiche. Le tessere di pietra policroma, disposte con maestria e precisione millimetrica, creano un effetto di vivacità e di realismo che lascia senza fiato.
Un legame indissolubile tra uomo e terra: le radici profonde della tradizione vitivinicola
Ogni mosaico è più di una semplice opera d’arte: è una testimonianza tangibile del profondo legame che da sempre unisce l’uomo alla terra in questa zona. Le scene raffigurate, infatti, celebrano la dedizione al lavoro agricolo, la fatica e la passione che si celano dietro ogni bottiglia di vino.
La filosofia Franchini: un terroir unico che si esprime in vini pregiati
La stessa filosofia che anima la cantina Franchini, dove la cura artigianale e il rispetto per la natura si traducono in vini pregiati e di grande personalità. Dalle uve autoctone della Valpolicella, come Corvina, Rondinella e Molinara, nascono Amarone, Recioto, Valpolicella e Ripasso, vini che racchiudono in sé l’essenza del territorio e la maestria di una famiglia di vignaioli.
Un’eredità di generazioni che si tramanda di padre in figlio, un sapere antico che si rinnova di anno in anno, in un costante dialogo tra tradizione e innovazione.
Degustazione storica: un itinerario emozionante tra arte e sapori
La degustazione storica proposta dalla cantina Franchini è un vero e proprio viaggio nel tempo e nel gusto. Un’occasione imperdibile per assaporare i vini pregiati della Valpolicella accompagnati dalle affascinanti storie raccontate dai mosaici.
Un percorso emozionante che coinvolge tutti i sensi, alla scoperta di un territorio ricco di storia, cultura e sapori autentici. Un’esperienza unica che si snoda tra le suggestive sale della villa, dove i mosaici incorniciano le degustazioni, e la cantina, dove il fascino della tradizione si mescola alle moderne tecnologie di produzione.
Un’esperienza da non perdere per gli appassionati di vino, di storia e di bellezza
Che siate appassionati di vino, di storia o semplicemente di arte e cultura, la degustazione storica della cantina Franchini è un’esperienza che non dovete perdervi. Un’occasione unica per immergervi nella bellezza della Valpolicella, per conoscere la storia millenaria della viticoltura locale e per degustare vini di altissima qualità.
Oltre il vino: un’immersione nella cultura e nella tradizione veronese
Franchini non è solo una cantina, ma un luogo dove la tradizione si fa esperienza viva. Un luogo dove il fattore umano e la passione per il vino si traducono in un’accoglienza calorosa e in un’atmosfera familiare. Un luogo dove il tempo sembra rallentare e dove ci si può perdere tra i profumi e i sapori di una terra autentica.
Un invito a tutti gli appassionati
Se siete alla ricerca di un’esperienza che vada oltre il semplice assaggio di un vino, se desiderate immergervi nella cultura e nella storia di un territorio unico, allora la cantina Franchini vi aspetta. Lasciatevi guidare dalla passione e dalla genialità italiana, per un viaggio indimenticabile tra mosaici e vini pregiati.
Un’esperienza che arricchisce l’anima e il palato, un ricordo indelebile che vi accompagnerà per sempre.
Cristina Mascanzoni Kaiser
Titolare di WineHO ® www.wineho.it
Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing”
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3 Aprile, 2024
Le Masche: qualità dal cuore dell’Alto Canavese
Cari amici, oggi parliamo di un territorio meno usuale del solito, siamo in Piemonte, nella zona nord della Provincia di Torino, in particolare, sulle colline dei comuni di Levone e Rivara.
Qui nel 2007 nasce l’Azienda agricola Le Masche, dal desiderio del giovane Lorenzo Simone che, mosso da una grande passione per il proprio territorio e per la viticoltura, recupera all’avanzare del bosco circa 10 ettari di terre vitate.
Nel 2013 terminati gli studi di agraria, decide di intraprendere in maniera concreta questa esperienza professionale realizzando la sua cantina. Egli stesso segue costantemente tutte le fasi del ciclo produttivo dal vigneto alla cantina puntando sempre ad esprimere al massimo le qualità dei suoi vigneti e del suo vino, con l’obiettivo di valorizzare le denominazioni della Doc del Canavese producendo un vino che possa diventare immagine del suo territorio.
Il vitigno più rappresentativo, il Nebbiolo, lo ritroviamo nel Vigneto “Gaiarda”. Sul versante con esposizione a Sud / Est della collina di Rivara caratterizzato da un terreno sabbioso ghiaioso. Questo versante grazie alla sua esposizione permette un clima ventilato e mite durante tutto l’anno che conferisce una maggior sanità e maturazione delle uve.
Le vigne storiche e più antiche sono situate sulla collina di Rivara in località Vigna Grande e Vigna Veja dove i vitigni principali: Barbera, Freisa, Uva rara, Neretto, Chatus ed altre varietà autoctone producono il Canavese Doc.
Ulteriori vigneti di Barbera, Pinot e Cortese sono situati nel comune di Levone, sul versante Est del Monte Sepegna rivolti verso la collina di Pescemonte, vigneti scoscesi caratterizzati dalla presenza di rocce di tufo emergenti ai bordi dei vigneti che catturano il calore durante il giorno per rilasciarlo durante la notte.
L’azienda, a testimonianza del rispetto per l’ambiente e autenticità del prodotto, accompagnato da passione e ricerca di qualità, è certificata SQNPI – Sistema di qualità nazionale di produzione integrata.
Come detto, a farla da padrone è il Canavese Nebbiolo DOC, prodotto nelle versioni Gaiarda, macerazione a contatto con le bucce circa tre settimane in vinificatore controllato e affinamento di 18 mesi in legno e almeno 12 mesi di bottiglia, Gaiarda A l’è Chièl, macerazione sulle bucce più lunga, di circa 50 giorni cui segue poi un affinamento di 18 mesi in barrique di rovere e almeno 12 mesi di bottiglia, versioni che risaltano le tipicità del nebbiolo con una distinta nota speziata balsamica, e il Roccia, versione più giovane e delicata che fa solo acciaio.
Molto interessante per eleganza e struttura anche il Piemonte pinot nero DOC spumante 1474, uve in purezza vendemmiate tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre, rapida e delicata pressatura delle uve senza sgretolamento della massa e avvio della fermentazione alcolica a temperatura controllata e fermentazione di circa 10-15 giorni. Affinamento sui lieviti in vasca di acciaio per 4-5 mesi. In bottiglia affina poi per un minimo 36 mesi.
Notevoli infine il Canavese Barbera DOC Bonaveria, l’Erbaluce di Caluso DOCG Antonia e il Canavese rosato DOC Francesca prodotto da Barbera e Nebbiolo.
Un viaggio davvero notevole in una zona del Nebbiolo diversa dal solito, vini realizzati con cura e sapienza, testimoni del territorio, da non perdere!
Le Masche: qualità dal cuore dell’Alto Canavese
A cura di Giuseppe Petronio
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27 Marzo, 2024
Costa di Bussia: pionieri del Barolo
L’azienda agricola Costa di Bussia si trova tra Barolo e Monforte d’Alba, il cuore delle Langhe, e vanta quasi 150 anni di storia. Siamo sulla famosa collina della Bussia, circondati da vigne che scolpiscono un panorama dichiarato Patrimonio dell’Unesco: le Langhe.
La cantina viene infatti fondata nel 1874 da Luigi Arnulfo, considerato il Pioniere del Barolo per le sue innovative imprese nel mondo enologico locale e nel mercato internazionale del vino. Pensate, fu il primo produttore ad esportare il Barolo nel Nord America nel 1890!
Visse un’epoca storica piuttosto drammatica per la viticoltura a causa delle epidemie di oidio, peronospora e fillossera, che decimarono i vigneti in tutta Europa. La ricerca di soluzioni a queste calamità produsse grande fervore scientifico e lo stesso Arnulfo viaggiò in Francia per aggiornarsi circa l’utilizzo dell’innesto su viti americane, adottò i moderni strumenti di cura del vigneto e sperimentò nuovi sistemi di coltivazione”. Egli fu, inoltre, pioniere del marketing e delle menzioni geografiche. Già a fine 1900 fece realizzare uno specchio da appendere nelle osterie o nei caffè per pubblicizzare il suo brand.
La sua storia è raccontata nel Museo Storico a lui dedicato, cuore del percorso di visita ideato per mostrare la tenuta e i suoi undici ettari di vigneti, la cantina e le varie fasi di vinificazione e produzione dei vini.
È innegabile che un buon vino nasce in vigna, grazie alle caratteristiche del terreno, all’esposizione al sole ed al clima, fattori naturali che vengono valorizzati da mani sapienti che ne sanno esaltare le qualità. La zona nota come Bussia è un “cru” riconosciuto per la produzione di vino, in particolare di Barolo. Questo terreno argilloso è infatti ricco di sali minerali che vengono trasferiti dalle viti all’uva ed infine al vino, arricchendolo in struttura e complessità. La pendenza dei filari, che difficilmente permette l’uso di mezzi meccanici, esalta però la qualità del prodotto.
La mappa che trovate nella galleria fotografica rappresenta la suddivisione delle vigne attualmente coltivate ed è incredibile come ciascuna porzione abbia delle caratteristiche geo-climatiche proprie che vanno assecondate sia durante i lavori stagionali, sia durante la vinificazione, per poi ritrovarle anche nel bicchiere.
Ed ecco i preziosi prodotti Costa di Bussia: Langhe doc Chardonnay, Dolcetto d’Alba doc, Barbera d’Alba doc, Barbera d’Alba doc vigna Campo del Gatto, Langhe doc Nebbiolo Arcaplà, Barolo docg Bussia, Barolo docg Bussia Campo dei Buoi, Barolo docg Arnulfo (0,75 L e 3 L), Barolo docg Riserva, Barolo Chinato e Grappa di Barolo.
Tra questi vorrei soffermarmi, senza nulla togliere agli altri, sul Barolo D.O.C.G. Bussia Vigna Campo dei Buoi, annata 2016, che ho avuto il piacere di degustare, al quale sento di associare un aggettivo che ne riassume l’essenza: elegante. Un Nebbiolo di grande espressione, uve provenienti esclusivamente dalla vigna storica “Campo dei Buoi”, già menzionata nell’atto di acquisto del 1874, con la citazione “Campo detto terra dei buoi” riprodotta sull’etichetta del vino. Vigna esposta esclusivamente a sud di estensione poco più di un ettaro.
I filari partono da quota di 250m e arrivano fino a 350m. In questa particella, la componente principale è la marna, mentre argilla e arenaria sono minoritarie. L’elevata presenza di carbonati garantisce un perfetto equilibrio idrico, sì da fornire risposte adeguate anche in caso di annate difficili. Le componenti minerali, quali potassio, fosforo, calcio e gli altri elementi, sono ben bilanciate e consentono una perfetta maturazione dei grappoli accompagnata da una ricchezza in componenti.
Ricchezza ed equilibrio che ritroviamo anche nel calice, un vino che tra frutto, spezie, nota balsamica e tannino perfettamente levigato, regala un grandissimo piacere di beva. Abbinato perfettamente ad un filetto al tartufo, puro godimento.
E per chi volesse immergersi a pieno nella vita di Langa, occorre segnalare anche l’Agriturismo Costa di Bussia ricavato in quello che era l’appartamento di Luigi Arnulfo. Un agriturismo immerso nei vigneti in cui rifugiarsi per vivere una vacanza slow, dove il ritmo del tempo è scandito solamente dalla natura che ci circonda.
Una cantina di altissimo livello che produce vini che meritano davvero tanto e che devono essere nella cantina e nel calice di tutti noi appassionati, davvero consigliatissima!
Costa di Bussia: pionieri del Barolo
A cura di Giuseppe Petronio
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