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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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23 Ottobre, 2024

I Moschettieri di Modigliana

Ormai un appuntamento irrinunciabile, quello a Modigliana con l’Associazione Stella dell’Appennino, che si è svolto l’8 e il 9 settembre 2024. La sera precedente ho avuto l’onore di partecipare alla cena di apertura alla Badia della Valle, un luogo sospeso nello spazio e nel tempo e incredibilmente suggestivo. Durante il discorso di benvenuto, l’Avvocato Renzo Maria Morresi ce ne ha raccontato un po’ la storia. “Modigliana ha 500 anni di Toscana alle spalle. Infatti, era in territorio Toscano fino a che Mussolini, nato a Predappio, decise che il fiume Tevere doveva nascere in Romagna, in provincia di Forlì. Spostò quindi il confine di 15 km e Modigliana diventò Romagna. Trovarci qui è per noi anche una sorta di rivendicazione della nostra storia. Siamo all’ottava edizione della manifestazione annuale Modigliana Stella dell’Appennino. Questo è un progetto territoriale per il quale essere qui non è essere in un posto qualsiasi. L’idea è rivendicare anche un vino che è fatto qui, non solo un vino fatto bene. I nostri vini non solo sono interessanti, ma anche vini originali, dove ‘originale’ significa capace di essere tracciato fino alla sua origine; e la nostra origine è appunto questa. Quindi qui volevamo cominciare come ogni anno il nostro percorso. Questa sera mangeremo delle cose del posto, non a chilometro zero ma a chilometro zero virgola zero zero zero zero zero zero, in abbinamento ai vini dei produttori che fanno parte dell’associazione. Condivideremo i nostri vini e ne parleremo insieme, ma l’idea è anche un po’ quella della contaminazione“. La serata ha seguito questo filone, e ai tavoli si sono alternati produttori che hanno raccontato il territorio e non le singole aziende. Una caratteristica, questa, che spicca nella manifestazione tutta. Un po’ come se i produttori fossero animati dal motto dei famosi tre moschettieri, “Tutti per uno, uno per tutti”. Nessuno ha prevalso, tutti erano protesi a raccontare una storia differente. Differente perché basata sulla geologia di tre vallate, vicine ma diverse, e sul lavoro svolto anno dopo anno. Un racconto, insomma, di territorio e non di marchi.  Si percepiva una profonda volontà di fare squadra, soprattutto dopo l’alluvione che lo scorso anno ha colpito l’intera zona e che anche quest’anno si è ripresentata (fortunatamente, ad ora, con meno danni). Tra le ‘chicche’, il Trevisolo, formaggio tenero e squisito prodotto solo nella valle di Modigliana, che abbiamo assaggiato in abbinamento a crescentine e salumi. PANEM ET CIRCENSES  La mattina successiva, appuntamento al mercato coperto. Situato nelle adiacenze della Porta Tribuna, risalente al XVI secolo e parte della ormai scomparsa cinta muraria, il mercato ha accolto i banchi d’assaggio dei vari produttori. Agricola Il Teatro  Casetta dei Frati Il Pratello Villa Papiano Mutiliana Lu.Va Fondo San Giuseppe Menta e Rosmarino Pian di Stantino  Oltre a visitare i loro stand, è stato possibile partecipare a un’esperienza gastronomica completa, un percorso e un sapiente e audace gioco con gli abbinamenti di cibi e vini, alla scoperta dell’anima profonda di Modigliana. Questo ha decisamente infervorato il dialogo tra i partecipanti per un confronto sul risultato finale dell’abbinamento. Un momento di dialogo, un pretesto per ragionare su profumi e sapori in libertà e con immaginazione in un ambiente conviviale e informale. Sono state ben otto, le esperienze proposte. Erano tutte ugualmente “appetibili”, ma impossibili da fare tutte! Per questo, ne ho individuate due.  Dolci Speziature presentata da Eleonora Lopes con le proposte di Sebastiano Caridi, il quale ci ha stupito con il coraggio di scelte ambiziose e il bagaglio di profumi della sua Calabria. Il tutto è stato abbinato a: Mutiliana, Ecce Draco 2015 (Pinot nero) Il Pratello, Collezione Burrasca 2006 (Taglio Bordolese) Villa Papiano, Tregenda R 2022 (Albana dolce) Spezie ed Erbe, Paesaggio Sognato presentata da Bianca Mazzinghi con le proposte di Giuseppe Gasperoni, che ci ha fatto viaggiare per campi, mare, boschi, fossi e in uno speziato oriente. Il tutto in abbinamento a:  Il Teatro, Modigliana Violano 2022  Menta e Rosmarino, Modigliana Area 8 2022 Il Pratello, Modigliana Mantignano dei Ginepri 2022 Esperienze che mi hanno regalato emozioni.  DOV’E’ MODIGLIANA   Per darvi un’indicazione geografica, Modigliana è un bel borgo medievale nell’entroterra faentino, a circa venti chilometri da Faenza anche se la Provincia è quella di Forli-Cesena. Fu un castrum romano dove già si coltivavano ulivi e viti. Una terra di confine, che i Medici dominarono per cinque secoli, composta da tre vallate: Ibola, la più ripida e fredda, Acerreta, con pendii più dolci e Tramazzo, un mix delle due precedenti. Possedendo ognuna un proprio distinto microclima e specifiche esposizioni dei vigneti, qui si trova un’immensa ricchezza di diversità racchiusa in un piccolo fazzoletto di terra costellato da fittissime aree boschive. Se volete saperne di più leggete la mia esperienza dell’anno passato. Un territorio da scoprire, fatto di persone laboriose e gentili che hanno voglia di raccontarlo. I vini mi entusiasmano sempre all’assaggio; verticali, longevi, e capaci di un’evoluzione straordinaria. Provare per credere! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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5 Settembre, 2024

La Farra: storia di scommesse vinte e valorizzazione del territorio

Un invito nato da una scommessa: un abbinamento coraggioso. Ovvero la cucina bolognese accompagnata a tutto pasto da Prosecco di Conegliano Valdobbiadene DOCG. A essere sincera, qualche pregiudizio lo avevo ma sono una persona curiosa, sempre pronta a fare esperienze e aperta a nuove sfide. Ed è anche così che si scoprono le aziende, a tavola! Nella storica cornice del Ristorante La Cesarina, situato in quella che ritengo la più bella Piazza di Bologna (Piazza Santo Stefano), il Veneto più tradizionale ha incontrato la bolognesità più tipica. Una piacevole pausa dagli impegni quotidiani, in compagnia dei produttori. E’ una bella storia quella dei tre fratelli Nardi, oggi alla guida dell’Azienda La Farra e tutti dedicati alla valorizzazione del territorio. Siamo nel cuore del Conegliano, in una tenuta che si estende per circa 25 ettari. Qui, le uve Glera vengono coltivate e lavorate a mano per poi essere trasformate, e valorizzate, in vini iconici. Scopro che La Farra offre un’esperienza enoturistica che è un vero viaggio sensoriale, dalla vigna al calice. Il percorso è lungo circa 3 km ed è percorribile in 50 minuti a piedi. Snodandosi dalla cantina attraverso i vigneti sulle colline, arriva fino al Belvedere La Farra. Questo è un casolare pittoresco e luminoso, immerso nei vigneti eroici e di proprietà della famiglia Nardi.  LA FARRA, VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO “Il progetto di recupero del Casolare muove da una vera e propria esigenza di condivisione che tutti noi fratelli sentivamo profondamente – racconta Adamaria Nardi. Si tratta infatti di un angolo di mondo che abbiamo sempre vissuto con grande intensità e che desideravamo aprire agli altri. Più che un semplice luogo, è l’incarnazione di un legame profondo con la terra che lo circonda. Il vino che qui prende vita è infatti da noi interpretato come un frammento di un cosmo più vasto, intrinsecamente intrecciato con l’essenza stessa di questo territorio di cui il casolare è al tempo stesso simbolo e ambasciatore.”  “La decisione di valorizzare il Casolare”, racconta Innocente Nardi, “si radica nella volontà di contribuire, a nostra volta, all’eredità lasciataci dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basti pensare che questa struttura è ubicata nella suggestiva località Rive dei Nardi, collina che si inscrive armoniosamente in questo contesto. Qui, tra le colline punteggiate dai vigneti storicamente appartenuti alla famiglia Nardi, il casolare si è affermato come simbolo dell’arte viticola di questo luogo, teatro dell’impegno e della dedizione tramandatici. Valori, questi, che abbiamo scelto di onorare e perpetuare nel tempo.  Con questo spirito, abbiamo deciso di investire nel recupero dell’edificio, intenzionati ad aprire le sue porte a chi si riconosce nella nostra filosofia e desidera scoprire l’anima nascosta dietro ogni calice di vino firmato La Farra. Il nostro desiderio è infatti quello di condividere non solo il vino, ma anche le sfide e le peculiarità di questo territorio unico al mondo: la ripidità delle sue colline, i suoni distintivi, il microclima unico; tutti elementi che si fondono in un mosaico irripetibile.”  UNA SCOMMESSA VINTA Come non essere curiosi dopo questa descrizione? L’enoturismo è indubbiamente un grande volano per l’economia – ma torniamo alla tavola e ai nostri assaggi. Stuzzichino di salumi del territorio con crescentine con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut Millesimato 2023 Tortellini alla panna Cesarina inventati da Cesarina Masi nel 1940 con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Dry 2023 Lasagne verdi alla bolognese con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Sui lieviti Brut Nature 2022 Petto di tacchinella con punte di asparagi e contorni di stagione con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Brut 2022  Torta di riso tradizionale Si dice che gli opposti si attraggono, e anche se i sapori della tradizione emiliana sono decisi e definiti, i profumi e le bollicine eleganti delle referenze assaggiate sono riusciti a tenergli testa. Abbinamento non facile, addirittura un po’ azzardato, che tuttavia è risultato piacevole nella sua inconsuetudine. Dimostrazione, questa, che non c’è una sola regola, così come non ce ne devono essere di assolute. La bellezza sta infatti nella ricerca e nel dinamismo della sperimentazione. La scommessa è stata vinta, e non solo a tavola in quel momento e in quella occasione, di certo frutto di un grande lavoro di qualificazione e valorizzazione di un territorio che merita di essere conosciuto più accuratamente. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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28 Agosto, 2024

FIOROTTO FESTEGGIA I PRIMI 90 ANNI

Se da una parte è bello raccontare le nuove realtà vinicole, è altrettanto emozionante celebrare quelle che storicamente sono presenti da anni sul territorio, custodendolo. LA FELICITA’ Ho conosciuto Daniele Fiorotto qualche anno fa. Giovane, dinamico e appassionato, è nato in quel di Nervesa della Battaglia. Città, questa, che ha dato vita al celebre Galateo scritto nel ‘500 da Giovanni della Casa. Daniele è non a caso un ragazzo posato che ama la bellezza e l’eleganza. Una delle sue frasi preferite è quella recitata da Valeria Bruni Tedeschi nel film La Pazza Gioia di Paolo Virzì: “Ma dove si trova la felicità? Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili.” Daniele ha interpretato seriamente quest’affermazione, e questi elementi ce li ha regalati tutti quando, in occasione del 90° anniversario, ha presentato ai più di 300 invitati il nuovo Caveau del Gusto. Questo è uno spazio di 150 metri quadrati pensato appositamente per accogliere i clienti e coccolarli con i prodotti dell’azienda. Oltre ai vini, infatti, Fiorotto1934 produce formaggi e miele biologici. LA STORIA DI FIOROTTO Il fondatore, Vittorio Fiorotto, arrivò a Nervesa Della Battaglia negli anni ‘30 con moglie e figli per dare vita all’attività. Una decina di capi di bestiame, qualche filare di vigneto, campi di cereali e a prato furono il suo investimento iniziale. Da allora, la stessa passione ed intraprendenza si sono tramandate di padre in figlio fino ad arrivare, oggi, alla quarta generazione (in realtà quinta, data la nuova nascita di Giacomo il 31 maggio). Dal 2017, la gestione aziendale è passata alla ai fratelli Daniele, Marina e Stefano. Tra le varie proprietà e i numerosi terreni, il complesso aziendale si estende attualmente su 120 ettari, di cui circa 20 dedicati soltanto al vigneto, 3 a bosco e il rimanente coltivato a prati e cereali per alimentare i 180 capi di bestiame presenti in  allevamento. I FESTEGGIAMENTI PER I 90 ANNI L’inaugurazione del 14 giugno è stata allietata da musica, luci e un’atmosfera festosa, nella quale i Fiorotto sono stati idealmente abbracciati da amici, clienti e parenti che hanno loro dimostrato grande affetto e stima. Abbiamo avuto la possibilità di passeggiare sotto la bellussera, antico sistema di coltivazione della vite detto anche “a raggi”, illuminata scenograficamente. Questo particolare sistema, diffuso principalmente in Veneto, fu inventato dai fratelli Bellussi di Tezze di Piave (Treviso) alla fine dell’800, per combattere il flagello della peronospora e prevede un sesto di impianto ampio. Nella bellussera, pali in legno di circa 4 metri di altezza sono collegati tra di loro da fili di ferro disposti a raggi, mentre ogni palo sostiene 4 viti, alzate circa 2.50 metri da terra. Da ciascuna di esse si formano così dei cordoni permanenti che vengono fatti sviluppare inclinati verso l’alto e in diagonale rispetto all’interfilare, formando una raggiera. Nel tempo, chi ha mantenuto questo tipo di impianto ha conservato un importante patrimonio storico, a testimonianza e memoria dell’identità e della tipicità di questo territorio. I VINI DI FIOROTTO 1934 I nomi dei vini si rifanno alle figure storiche e romantiche, come il Florimonte, ad esempio, che deriva dal cognome di Monsignor Galeazzo Florimonte (1484-1565), vescovo italiano e fine umanista, letterato e riformatore.  Durante la serata abbiamo avuto modo di assaggiare tutte le referenze prodotte, abbinate ai piatti di Do Eat Ricevimenti, azienda partner con cui Fiorotto1934 condivide i principi di sostenibilità e genuinità dei prodotti.  Fiorosa Vino spumante Brut, ottenuto da uve 100% Pinot Nero, Charmat lungo 11 mesi Florimonte Extra Charmat Dry, da uve Glera vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale  Florimonte Brut Charmat, da uve Glera sempre vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale Florimonte Millesimato Cuvée Brut, Metodo Charmat lungo 7 mesi da uve Chardonnay, Pinot bianco e Glera   In anteprima, abbiamo potuto assaggiare una nuova referenza pensata per onorare il fondatore dell’azienda. “Vittorio Il Fondatore” è un Metodo Ancestrale con rifermentazione in bottiglia da 6 a 12 mesi da uve Glera di antichi vigneti di famiglia, mantenuti a Bellussera. Tutti i vini hanno ottenuto la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata). Fiorotto1934 è da sempre attenta al rispetto delle persone e dell’ambiente, e adotta un sistema di agricoltura intelligente nel quale vengono utilizzate attrezzature all’avanguardia unitamente ad antiche pratiche agronomiche tramandate nel tempo. Le uve vengono coltivate secondo metodi di produzione che garantiscono alti livelli di sostenibilità, raccolte manualmente e vinificate con pressatura soffice, al fine di diminuire l’impatto ambientale, la percentuale di residui e l’uso dei solfiti. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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7 Agosto, 2024

La Grande Bellezza 2024

Si è appena concluso il Tour de La Grande Bellezza 2024. Sai di cosa si tratta? IL FORMAT DE LA GRANDE BELLEZZA 2024 E’ un evento dedicato alla degustazione e alla scoperta dei vini eccellenti del territorio italiano, frutto della accurata e attenta selezione condotta dai critici Raffaele Vecchioni e Federica Ferone, il primo convinto che “oggi più che mai, sia fondamentale creare connessioni fatte di storie, momenti, vita ed emozioni per aumentare la percezione di un brand e conoscerlo a fondo”. Bologna è la città che chiude il tour che ha toccato Amsterdam, New York,  Napoli, Milano in location di grande fascino. La degustazione di vino è costituita da un Grand Tasting principale, dove sono presenti circa venti aziende italiane e distributori, che hanno la possibilità di raccontare i loro prodotti a professionisti del settore. Nel corso del pomeriggio si sono svolte due masterclass, decisamente interessanti, di aziende che non conoscevo. Entrambe sono state un’esperienza arricchente sia dal punto vista umano che culturale. Mattatore unico Raffaele che con quel pizzico di informalità che mette tutti a proprio agio, ha magistralmente condotto le degustazioni dandoci la possibilità di confronti e approfondimenti di cui il mondo del vino ha così bisogno. 1° MASTERCLASS ORIZZONTALE DI BAROLO 2020, Poderi Gianni Gagliardo Sfumature preziose di Comunali e Cru, simbolo di unicità del territorio. Barolo del Comune di la Morra (scheda tecnica) Barolo del Comune di Monforte d’Alba (scheda tecnica)  Barolo Monvigliero (scheda tecnica)  Barolo Castelletto (scheda tecnica)  Barolo Fossati (scheda tecnica)  Barolo Mosconi (scheda tecnica)  Lazzarito Vigna Preve (scheda tecnica)  Serra dei Turchi (scheda tecnica) Da un’unica barrique di 10 anni, vengono prodotte solo 150 magnum e solo negli anni migliori  Incredibile, quanto siano emerse le differenze di territorio. Il produttore, che era presente, ci ha assicurato che il metodo di vinificazione è lo stesso per tutti i prodotti e che la cantina lavora per far emergere uno stile preciso che sia leggibile e riconoscibile, come un’impronta. Ovviamente, ho individuato i miei preferiti, ma in tutti gli assaggi è stata lampante la ricerca dell’eleganza e della bevibilità con una longevità sicuramente importante. Nei bicchieri, la storia di un sogno, quello di Paolo Colla. Nato a Santo Stefano Belbo nella terra del moscato, vinifica Dolcetto con grande passione ma sogna il Barolo. Nel 1961 riesce ad acquistare una cascina a La Morra, dove può finalmente coltivare e vinificare Barolo. Quando l’unica figlia di Paolo sposa Gianni Gagliardo, il suocero Paolo gli trasmette l’amore per la terra e per il vino. Da qui la produzione cambia passo e nome, e nel 1986 iniziano ad arrivare anche riconoscimenti e premi importanti. I vigneti sono in regime biologico certificato, alla cui conduzione vengono applicati i principi della biodinamica seguendo un approccio olistico che tiene conto dell’equilibrio generale dell’ambiente-vigneto. La filosofia produttiva è chiara: se un vino non viene ritenuto soddisfacente, non si produce. Una curiosità è che la bottiglia (con un’elegantissima etichetta) reca nel vetro una mascherina cadente, a simboleggiare la profondità del vino e la sua capacità di creare legami fortissimi fra le persone. Come dicevano gli antichi ‘’In vino veritas’’. 2° MASTERCLASS SAPAIO IN VERTICALE Quattro annate per ripercorrere un identikit di un successo. Podere Sapaio 2020  Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2019 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica) Podere Sapaio 2012 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2008, unico ad avere il 20% di Merlot nel blend (scheda tecnica)  Podere Sapaio si estende in 40 ettari di terra. Di questi, 27 sono vitati di cui 18 locati a Bolgheri e i restanti 9 a Bibbona. Decisione coraggiosa, quella di rimanere IGT pur potendo “vendere” il prestigioso nome Bolgheri che tutto il mondo conosce. La produzione si focalizza esclusivamente su Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot in regime biologico e, come si legge nel loro sito, anche oltre… La fermentazione avviene in acciaio e l’affinamento in barriques e tonneaux. In degustazione al Grand Tasting ho assaggiato l’altra referenza aziendale (ne sono prodotte due), il  VOLPOLO 2020, blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. Sempre con fermentazione in acciaio e affinamento in barriques e tonneaux, sosta in vasche di cemento fino all’imbottigliamento. L’intuizione del Marchese Mario Incisa della Rocchetta sulle potenzialità di Bolgheri rimane sempre attuale e viene puntualmente rinnovata nel tempo, pur nella diversità degli stili e delle visioni che ciascun produttore possiede. Un universo da scoprire, fatto di persone che interpretano il territorio e lo trasformano in eccellenze liquide. Ogni volta, non posso che sorprendermi e incuriosirmi ancora di più! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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3 Luglio, 2024

Rauscedo, le radici del vino

Chissà perché quando beviamo un calice di buon vino pensiamo a chi lo ha prodotto e mai a chi lavora per fornire ai vignaioli le viti migliori! Ora che ho visitato Rauscedo, centro di eccellenza mondiale di produzione delle barbatelle, ci penserò. Si discute sempre molto di vino e vigne, di territorio e stile ma saltando il passaggio fondamentale, ovvero la qualità a monte, le radici, per così dire. Oggi come non mai, il cambiamento climatico e la domanda crescente di sostenibilità obbligano i vivaisti a trovare nuove soluzioni che aiutino i viticoltori. E non solo loro, anche la produzione delle nocciole e delle mandorle ad esempio risente gli effetti del riscaldamento globale… LA STORIA DI RAUSCEDO Partiamo dall’immediato dopoguerra (la Prima) in una zona povera e martoriata dai combattimenti. Precisamente nel piccolo Comune di Rauscedo ai piedi delle Alpi Carniche. In quel periodo, in tutto il mondo si cercò di trovare una soluzione all’invasione della temutissima filossera, “sbarcata” in Europa a fine ‘800 e in rapidissima diffusione. Dopo che fu individuato il fattore di resistenza in alcune specie di viti americane, si comprese che la strada da percorrere era quella dell’innesto. Si osservò infatti che le specie americane resistevano all’attacco della fillossera all’apparato radicale, mentre la vite europea, responsabile della produzione, non reagiva alle punture nell’apparato fogliare. Così, vennero associate le due caratteristiche, selezionato il portainnesto in base alla resistenza a specifiche avversità (in particolare alla fillossera) e il nesto in funzione della sua adattabilità all’ambiente climatico e alle sue caratteristiche produttive. A Rauscedo si formò una cooperativa di uomini che con tenacia e genialità diedero vita alla prima barbatella in terra friulana. Da qui in poi, tutta la comunità si adoperò per sviluppare questo particolare settore. In un territorio povero ma dotato di una buona condizione climatica e di un terreno adatto alla coltivazione, i primi soci si misero all’opera per produrre e commercializzare le barbatelle, dapprima in Italia e successivamente all’estero. E’ del 1933 il primo listino con i prezzi degli innesti in vendita delle ben 24 varietà a bacca rossa, 16 a bacca bianca, 17 da tavola e 17 portinnesti. Quando si dice “fare la storia”!  Oggi siamo passati a 496 varietà, 480 cloni originali VCR®, esclusiva mondiale di 14 varietà resistenti e 4 portainnesti M, con il 77% di resa media in vivaio.  LA RADICI DELLA RICERCA Cos’è la ricerca se non curiosità e studio al servizio della collettività e di un futuro migliore? La prevenzione, la previsione delle problematiche future per la loro risoluzione non è forse la miglior arma che possiamo utilizzare? In sintesi “prevedere il futuro” ci può aiutare a crearne uno migliore? Incoraggiati dai traguardi raggiunti, i soci di VCR decisero di aumentare gli investimenti sulla ricerca fino a creare, nel 1965, un centro per individuare le migliori tecniche vivaistiche e avviare un proprio programma di miglioramento genetico. La selezione clonale muoveva a quel tempo i primi passi e i Vivai Cooperativi Rauscedo, unica azienda privata a potersi fregiare del titolo di “Costitutore Viticolo”, nel 1969 riuscirono ad omologare i primi 51 cloni della serie “Rauscedo”, ancora utilizzati ai giorni nostri. IL RESEARCH CENTER E LE RADICI NEL FUTURO Inaugurata nel 2019, la nuova sede VCR Research Center accoglie 365 m² di laboratori in una costruzione architettonicamente inserita in modo armonioso nel contesto paesaggistico e caratterizzata dall’autosufficienza energetica. Gli 8 laboratori sono divisi per aree e sono dedicati alla diagnostica sierologica e molecolare, alla microbiologia, alla micropropagazione, alle colture in vitro e alle analisi chimiche. L’estensione totale è di 22,5 ettari. Questi comprendono ben 19 ettari di vigneti, 4 serre riscaldate di 2000 m² e molto altro. Per capire come i VCR siano leader mondiali indiscussi del vivaismo viticolo basta leggere alcuni numeri: 210 soci produttori 80 milioni le  barbatelle innestate all’anno 80 dipendenti 1000 lavoratori stagionali specializzatissimi (la selezione viene fatta manualmente) 35 i paesi nel mondo dove VCR è commercialmente presente  Questi sono alcuni dei dati che mi hanno impressionato maggiormente ma vi assicuro ce ne sono tantissimi altri, più tecnici e non meno significativi, che si trovano nel loro sito e che fanno capire come nel tempo questa realtà ha raggiunto il primato del distretto di produzione di barbatelle più importante al mondo.  Ad esempio, sono 100 le strutture nel territorio nazionale e 24 quelle nei paesi esteri. VCR possiede inoltre il 90% di VCR France (società creata nel 2002 a Nimes) e detiene come società partecipate Agromillora in Spagna, Vitro Hellas in Grecia e Novavine in California. Affida inoltre, tramite licenze di esclusività, la commercializzazione oltre oceano delle proprie varietà e dei propri cloni a Chalmers Nursery in Australia, Riversun in Nuova Zelanda e Bosman Adama in Sud Africa. VCR fornisce al viticoltore un servizio a 360°, dalla fase di progettazione del vigneto all’analisi del terreno, proseguendo con la consulenza post-vendita e affiancando il cliente anche in fase di produzione.  LE MICROVINIFICAZIONI DI RAUSCEDO Credo che sia un ‘unicum’ nel mondo…Cosa? La cantina di vinificazione che può effettuare 600 microvinificazioni all’anno e più di 300 nano-vinificazioni, con annesso laboratorio enologico, per l’analisi e la comparazione qualitativa di cloni, varietà convenzionali e nuove varietà di uve da vino e da tavola. Le innumerevoli vinificazioni consentono una verifica costante delle potenzialità enologiche di tutte le varietà e dei diversi cloni italiani e stranieri oggetto di moltiplicazione. Nell’accogliente sala di degustazione abbiamo avuto la possibilità di assaggiare in anteprima tre microvinificazioni di vitigni resistenti (PIWI). Sauvignon Kretos, gradevole, sapido e ben strutturato Sauvignon Rythos frutti tropicali, buona acidità Pinot Iskra MC, limone, agrumi, buona acidità Una curiosità: alla guida del Laboratorio c’è una donna, la Dott.ssa Elisa de Luca, mentre mentre il CDA è  formato da giovani sotto i 30 anni. Anche i dirigenti sono molto giovani, come ad esempio Yuri Zambon. RAUSCEDO LE RADICI DEL VINO La nostra visita prosegue alla sede storica della Cantina Rauscedo, anche questa una cooperativa nata nel 1951, voluta da 130 soci e ispirata all’esperienza delle cooperative nate intorno alla produzione di barbatelle, come ci spiega con orgoglio Michele Leon.  Inizialmente contava 280 ettari di cui 85% a bacca rossa e 15% a bacca bianca. Oggi la cantina ha due sedi produttive, conta 370 soci e 1900 ettari di superficie, il che la rende la più estesa della regione. I vitigni a bacca bianca sono il  92%, mentre il restante è a bacca rossa.  La cantina è ampia, sobria e dotata delle più moderne tecnologie. Spazi immensi ospitano le cisterne storiche in cemento da 200 a 700 ettolitri termocontrollate, tuttora utilizzate a fianco di quelle in acciaio. Qui si lavorano circa 240.000 ettolitri di vino! Le vigne si trovano nella bassa pianura alluvionale, su terreni sassosi e ciottolosi molto drenanti, in mezzo ai fiumi Tagliamento, Meduna e Cellina. Un suolo simile alle famose Graves di Bordeaux. Tra Prealpi e mare, nel bicchiere si apprezzano la sapidità e, allo stesso tempo, gli aromi intensi e una grande persistenza. Bello il detto locale “L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce”. GLI ASSAGGI  Brut Villa Manin (in onore del Doge Manin che depose la Serenissima), Metodo Classico con oltre 32 mesi di affinamento sui lieviti, crosta di pane, intenso ed elegante. Chardonnay, fresco e persistente. Traminer Aromatico, pesca, rosa, ananas. Prodotti di qualità e prezzi accessibili a tutti. Controllare per credere. Una curiosità: il Friulano non è un dialetto ma una lingua riconosciuta dallo Stato Italiano nel 1999. Questa lingua pare che derivi dal latino rustico aquileiese, mescolato a elementi celtici, a cui si sono poi aggiunti numerosi elementi slavi e germanici, in quanto i vari popoli di stirpe germanica (longobardi, goti, franchi, tedeschi) hanno dominato il Friuli per oltre 900 anni. Si chiama ‘clap’, che è anche il nome dei sassi che si trovano nei fiumi. E come lasciare il Friuli senza assaggiare il Frico? Una degna conclusione di una giornata che ricorderò!Un sentito ringraziamento a Lorenzo Tosi (Responsabile Comunicazione e Marketing VCR), Michele Leon (Sindaco di San Giorgio della Richinvelda) e all’amico Mauro Genovese che ha reso possibile tutto questo. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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19 Giugno, 2024

San Lorenzo Vini, una supernova brilla nel Teramano

Il nome di San Lorenzo Vini e le stelle presenti in etichetta richiamano immediatamente la notte più stellata dell’anno. Questa cantina è una stella, anzi una supernova brillantissima nei cieli del Teramano. La scelta del logo si deve alla chiesetta, dedicata al Santo, che sorge su un terreno di proprietà della cantina ma anche a una data importante per quella che è diventata l’odierna azienda. Mi trovo in Abruzzo e precisamente sulle dolci colline teramane per un press tour. Arrivata al B&B Cascina Giglio Rosso, esco ad esplorare il territorio. Qualcuno, guardando il panorama, lo ha paragonato alla Toscana per via dei cipressi. Sono 600 per l’esattezza, tutti piantati da San Lorenzo Vini e che incorniciano le stradine bianche e i pendii delle colline come i bordi di un pizzo. Mi chiedo perchè cerchiamo sempre di paragonare tutto… questo è l’Abruzzo e ha un’identità tutta sua. Noto infatti che con la Toscana ci sono molte differenze, dalle cime innevate quasi di fronte al mare ai calanchi e alle palme. Un angolo incontaminato dove le vigne ti circondano e si respira aria pulita.   LA STORIA DI SAN LORENZO VINI Incontriamo Gianluca Galasso, che insieme al fratello e allo zio Agronomo Gianfranco Barbone e coadiuvato dall’enologo Riccardo Brighigna, porta avanti l’attività. Fu però il bisnonno Francesco D’Amico, nel 1890, che acquistò i primi due ettari nel borgo medioevale di Castilenti per festeggiare la nascita del suo primogenito. Il 10 agosto del 1940 il di lui figlio, Giuseppe D’Amico, di ritorno dall’America dove era emigrato in cerca di fortuna, comprò dal Duca Caracciolo i primi 80 ettari e iniziò a mettere a dimora le prime barbatelle. La scelta fu fatta con lungimiranza e saggezza. Infatti, la poca distanza dal Gran Sasso d’Italia (solo 20 km) e la vicinanza alla costa adriatica (altrettanti, i chilometri) garantiscono le condizioni climatiche ideali per la coltivazione della vite, sia per temperatura che per ventilazione. Il nonno, dopo anni di conferimento delle uve ad altre cantine, decise di produrre in proprio e convertì anche le coltivazioni di frutta in vigne. In dieci anni e con notevoli investimenti, sono stati convertiti oltre 100 ettari dal sistema a pergola abruzzese a guyot e cordone speronato. Tutti i reimpianti sono stati fatti mantenendo la tipicità dei vitigni e riproponendo le marze dei vecchi vigneti preservando i cloni esistenti.   SAN LORENZO VINI OGGI Ad oggi, San Lorenzo Vini si estende per una superficie di 220 ettari, di 160 dedicati alle vigne. Di questi, 50 sono in Provincia di Pescara in aree produttive molto vocate per la produzione del Trebbiano e del Pecorino. Tornando alle colline teramane, la proprietà si presenta in modo compatto. Formata da un unico grande lotto che si estende su tre crinali di colline di conformazione calcareo-argillosa, è posta ad un’altitudine tra 250 e 350 metri slm. L’attenzione alla sostenibilità quasi maniacale si ritrova qui in moltissimi aspetti: il posizionamento della cantina nei pressi delle vigne, l’abbattimento degli interventi fitosanitari, il saldo a credito delle emissioni di CO2, l’utilizzo di energie rinnovabili, la tutela della biodiversità, il risparmio idrico, l’inerbimento permanente e le collaborazioni con le attività locali. San Lorenzo Vini è da cinque anni in regime biologico e aderisce  al sistema SQNPI, certificazione delle produzioni agricole ottenute in conformità ai disciplinari regionali di produzione integrata. Questi prevedono l’utilizzo di tecniche compatibili con la tutela dell’ambiente, la salute degli operatori agricoli e dei consumatori. Quella, per intenderci, con il bollino dell’ape!     Le vigne, di tipo autoctono e internazionale, si susseguono a perdita d’occhio. Tra loro, tre laghetti alimentati da acqua sorgiva, che qui scorre in abbondanza. La proprietà sta anche facendo un grande lavoro di recupero e restauro degli antichi casolari che sono destinati all’accoglienza. Io ho pernottato alla Cascina Giglio Rosso, alloggio semplice e curato con una bella piscina e una grande pace che, non vi nascondo, mi è dispiaciuto lasciare.   LA CANTINA  Gianluca ci spiega con orgoglio che le 33 storiche vasche in cemento, a dispetto delle mode, non sono mai state abbandonate. Sono grandi cisterne da 300 ettolitri l’una, fatte a stampo, che non si trovano più in commercio e che risalgono agli anni ‘80. Sono termocondizionate, in modo da garantire che la temperatura non scenda mai sotto i 10 gradi d’inverno e rimanga costante d’estate, e sono dotate di sistema antivibrante. Parallelamente all’orgoglio di una storia di generazioni troviamo anche il dinamismo e la voglia di sperimentare, per creare nuovi prodotti sempre strizzando l’occhio a quello che offre il territorio. A preziosa chiusura della grande anfora di argilla vediamo infatti un coperchio di Maiolica di Castelli, un famosissimo centro nel Teramano che ebbe il suo apice nel ‘600. La degustazione si svolge nella bellissima cornice del settecentesco Palazzo De Sterlich, nel centro di Castilenti, acquisito dalla famiglia nel 2015 per avere maggior spazio per l’affinamento e parallelamente un luogo per l’accoglienza e il tasting. Al piano nobile, ancora in fase di restauro, si potrà in futuro ammirare un affresco con una scena di caccia che si sviluppa a 360° gradi. Il palazzo faceva parte del patrimonio del Marchese De Sterlich, uno dei più famosi piloti automobilistici dell’inizio del ‘900 (se volete saperne di più…). LA DEGUSTAZIONE – Pecorino Terre Teramane 2020, sentori di idrocarburi più simile al marchigiano che all’abruzzese (qui la scheda tecnica). – Pecorino Terre Teramane 2015   “Abbiamo puntato sul Pecorino – ha detto Gianluca Galasso ai presenti – fin dal ‘98 perché è un vitigno che in questo territorio si è adattato perfettamente. Inoltre, è stato molto interessante scoprire negli anni la sua potenzialità nell’invecchiare ed evolversi”. Del resto, proprio recentemente e riferendosi a una Masterclass al Vinitaly di Pecorino Marchigiano, anche il Gambero Rosso nel suo recente articolo “Sul Pecorino non abbiamo capito una mazza, storia di un vino che invecchia meglio di tanti rossi” aveva posto l’accento sul grande potenziale di invecchiamento di questa tipologia di uve. – Oinos Montepulciano Colline Teramane DOCG 2013. La dolcezza delle spezie unita al bellissimo sentore di frutta rossa stramatura avvolgono e stravolgono l’olfatto. Al gusto è estremamente equilibrato, giustamente tannico, caldo, morbido, di grande struttura e persistenza aromatica e con un ottimo dosaggio del legno.   – Oinos Montepulciano Colline Teramane DOCG 2008. Qui si raggiunge il paradiso pur mantenendo il carattere vivo e fresco del sorso. – Don Guido Montepulciano Colline Teramane DOCG Riserva 2015, prodotto in sola Magnum in onore del nonno e appena uscita in commercio. Un turbinio di frutta rossa con un tannino vitale ed elegante.  DON GUIDO, FIORE ALL’OCCHIELLO DI SAN LORENZO VINI “Il Don Guido, ha proseguito Gianluca, è stato presentato in anteprima nazionale al Vinitaly e oggi vogliamo farlo assaggiare agli amici giornalisti e ristoratori. Per noi è un vino iconico, una produzione di 3.500 bottiglie, tutte numerate e in solo formato magnum dedicato a nostro nonno che è venuto a mancare nel 2019. Per la realizzazione, dopo vari test fatti con l’enologo, abbiamo optato per un appassimento breve, che conferisce maggiore morbidezza al vino. Infine, il vino fa un affinamento in tonneau per sette anni. Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino non invadente”.     La giornata è proseguita tra passeggiate tre le vigne, i casolari e i cipressi e un gustosissimo e raffinato brunch servito al Giglio Rosso, a cura dello chef Maurizio Della Valle del ristorante La Corte a Spoltore. Ed è proprio all’insegna della sostenibilità caparbiamente perseguita dalla famiglia Galasso che abbiamo concluso in dolcezza con la dimostrazione del maestro cioccolatiere Centini di Teramo che ha realizzato davanti ai nostri occhi i cioccolatini partendo dalle diverse fave di cacao.     Queste le parole di Gianluca a seguito dei miei ringraziamenti per aver vissuto 24 ore tra la magia della natura, i sapori del territorio e l’evidenza di una squadra coesa e determinata che porta avanti con grinta questo lavoro: “Noi ce l’abbiamo messa tutta per farvi entrare nel nostro mondo, per farvi capire quanta passione riserviamo all’attività, giorno dopo giorno. Solo con grande dedizione e lungimiranza  si costruiscono cose belle da tramandare alle generazioni future”. E il mio pensiero è immediatamente andato al famoso proverbio dei Nativi Americani il cui messaggio le sue parole ricalcano: “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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2 Giugno, 2024

Campo alla Sughera: quando il vino è poesia

Campo alla Sughera è situata tra Bolgheri e Castagneto Carducci, con la tenuta che si estende lungo la celebre costa etrusca della toscana, a metà strada tra il mare e la collina. Nei 18 ettari coltivati a vigneto, gli antichi fondali marini, ricchi di fossili, e le loro sabbie ancestrali incontrano le rocce delle alture, che il tempo e le piogge hanno trasformato in ciottoli e argille ricche di minerali. Terreni di grande complessità e finezza che sono stati valorizzati attraverso una scrupolosa analisi dei suoli, con l’obiettivo di creare una zonazione razionale delle proprietà. Oggi, i vigneti di Campo alla Sughera sono suddivisi in unità di vocazione attitudinale, aree vinificate separatamente e dedicate a esprimere una particolare sfumatura dei vitigni bolgheresi qui coltivati, la cui perfetta espressione concorre alla creazione di vini dalla forte identità territoriale. I vitigni internazionali hanno una radice nel territorio sin dal 1944, quando il Marchese Mario Incisa della Rocchetta impianta a Castiglioncello di Bolgheri, su un terreno collinare riparato dai venti, il primo ettaro di vigneto Cabernet Sauvignon. La posizione scelta dalla famiglia Knauf nel 1988 è perfetta: tra mare e collina, sabbie e marne esaltano la naturale complessità e la ricchezza espressiva dei vini del territorio. L’azienda progredisce ed espande le proprie vedute negli anni e nel 2023, con l’acquisizione di 2 nuovi ha di cui 1,5 ha piantati a Cabernet Sauvignon, arricchisce il proprio patrimonio vinicolo con l’obiettivo di incrementare la produzione del suo vino icona, Arnione, proseguendo poi nel 2024 con ulteriori 3,3 ettari, di cui 1 già vitato a Bolgheri DOC, incrementando produzione e la qualità dei vini. Mai trascurato è l’aspetto della sostenibilità: il rispetto dell’espressività dei vitigni passa da una programmazione dettagliata degli interventi in vigna, a stretto contatto con le esigenze della vite e il rispetto del suo ecosistema. Un pensiero globale che si traduce in azioni mirate e concrete per favorire la massima vigoria e la perfetta salute di ciascuna pianta. La vocazione mediterranea e lo spirito internazionale dei vini di Campo alla Sughera trovano la loro consacrazione nel metodo Médocaine, sistema d’allevamento viticolo adottato dai migliori Chateaux di Bordeaux. L’alta densità degli impianti, con un numero elevato di ceppi per ettaro, contribuisce ad aumentare la competizione radicale delle piante, che raggiunge strati più profondi e ricchi di microelementi. Grazie a questa tecnica d’allevamento la vite si specializza sulla produzione del frutto, riducendo l’apparato fogliare e concentrando le qualità polifenoliche e aromatiche in acini più piccoli e dalla buccia più spessa. Altro aspetto fondamentale è la qualità è selettiva che Campo alla Sughera ha scelto, senza fare sconti. Le uve subiscono infatti una triplice selezione: in vigneto, sul tavolo di cernita all’ingresso della cantina e durante la diraspatura, grazie a una tecnologia dedicata al distacco degli acini meno maturi. Le uve giungono in vasca ancora integre, perfettamente sane, e procedono la loro trasformazione in mosto e poi in vino senza mai subire stress di tipo meccanico. Ogni passaggio avviene per gravità attraverso serbatoi sovrapposti sui diversi piani della cantina, i cui locali di vinificazione e affinamento sono stati interrati. Le uve vengono lavorate con la massima cura, per preservarne le caratteristiche organolettiche, i vini vengono lasciati maturare senza vincoli di tempo, in totale armonia con la natura. Il nostro meglio per il vino. Tutta questa attenzione si ritrova in termini di eleganza nel calice. L’invecchiamento in legno non segue protocolli o regole prestabilite, sono le caratteristiche di ciascun vino e della stagione a suggerire la permanenza in barriques e tonneaux, i cui legni sono selezionati per garantire la massima espressività varietale. Ecco i vini prodotti, contraddistinti ciascuno da una breve frase che li contraddistinguono: CAMPO ALLA SUGHERA IGT TOSCANA ROSSO: emozione di terroir – Prodotto dalle migliori uve Petit Verdot dell’azienda e Cabernet Franc, il nostro Super Tuscan rappresenta l’apice dell’espressività territoriale di Campo alla Sughera, pura emozione di terroir che si manifesta nelle forme di un vino elegantissimo, ricco in estratto e polifenoli, la cui finezza sensoriale e piena maturità si raggiungono con un lento affinamento in barriques di rovere francese e maturazione in bottiglia. Prodotto soltanto nelle migliori annate, affina per 18 mesi in barriques e 18 mesi in bottiglia. ARNIONE BOLGHERI DOC SUPERIORE: il cerchio che racchiude la perfezione – Un vino dall’identità inconfondibile, elegante, ricercato, sintesi e summa della perfezione di ciascuna parcella di Campo alla Sughera, di cui raccogliamo e vinifichiamo le uve migliori. Blend di Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Franc che rivela ad ogni assaggio la felice complessità di Bolgheri, la freschezza del mare e la struttura delle sue possenti colline. Affina per 18 mesi in barriques e tonneaux di rovere per proseguire poi con un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno 24 mesi. ADÈO BOLGHERI DOC: piacere, Bolgheri – Da uve Cabernet Sauvignon e Merlot raccolte a mano, selezionate e pressate con grande cura, nasce un vino di eccezionale beva, fresco e fruttato, complessato da fini trame tanniche e ottima struttura. Un’introduzione alle potenzialità di Bolgheri giocata sulla piacevolezza. Affina in barrique di rovere francese 12 mesi e matura in bottiglia per altri 6. Il nome richiama la poesia e la scrittura: Studioso e scrittore greco antico del III secolo a.C., Adèo fu autore di saggi sull’arte e sull’enologia. ARIOSO IGT TOSCANA BIANCO: voce mediterranea – Vermentino in purezza per un vino che esalta le sabbie e le brezze della costa Toscana, un piacere luminoso che accompagna la beva con note sapide e buona struttura. Uve raccolte a mano, con cura, e affinamento in acciaio per preservare la delicatezza del profilo aromatico. Matura in bottiglia per due mesi. Non tutti sanno che Castagneto Carducci in origine si chiamava Castagneto Marittimo, cambiò il suo nome agli inizi del Novecento in onore al grande poeta Giosuè Carducci, che trascorse parte della sua vita proprio lì. È quindi forte il legame tra luoghi e poesia, degustando i vini di Campo alla Sughera ho pensato proprio a come poesia e vino siano simili, entrambi possono raccontare luoghi e storie, farci immergere in pensieri oggettivi e soggettivi e accompagnarci in alcune avventure. E per concludere possiamo solo che richiamare alcuni versi di Carducci da abbinare a queste opere di Campo alla Sughera da leggere tra un sorso e l’altro: Ricordiamo tutti la famosa San Martino:  La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar. O anche E poiché il vino c’era:  … e poiché il vino c’era Riempii la mia coppa. Come pazzo cantando attesi l’alba lunare: a canzone finita i miei sensi se n’erano andati. I vini di Campo alla Sughera sono poesia imbottigliata, non potete perderveli! Campo alla Sughera: quando il vino è poesia A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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22 Maggio, 2024

Saint Honorat. Un'isola mistica tra vigneti e sapori

Al largo di Cannes, cullata dalle acque cristalline del Mediterraneo, sorge l’isola di Saint Honorat, un gioiello incontaminato dove storia, spiritualità e natura si intrecciano armoniosamente. Un luogo magico che rapisce i sensi e invita a un’immersione profonda in un’atmosfera mistica e suggestiva. Un viaggio nel tempo: tra storia e leggenda La storia di Saint Honorat è strettamente legata a quella di San Onorato, un monaco provenzale che nel V secolo fondò un monastero sull’isola. Da allora, l’abbazia divenne un centro di riferimento spirituale e culturale, attirando pellegrini e studiosi da tutta Europa. L’isola conserva ancora oggi l’impronta del suo passato glorioso, con i resti del monastero fortificato e la chiesa romanica di San Michele, che domina il paesaggio con la sua ieratica bellezza. Un’oasi di pace e spiritualità Passeggiando tra i sentieri che si snodano tra i vigneti e la macchia mediterranea, ci si sente avvolti da un’atmosfera di pace e serenità. Il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli e dal rumore delle onde che si infrangono sulla costa rocciosa. Un luogo ideale per ritrovare se stessi e ricongiungersi con la natura. Vini e sapori d’eccezione L’isola di Saint Honorat è conosciuta anche per la sua produzione di vini pregiati. I monaci, custodi di antiche tradizioni vitivinicole, coltivano con amore e dedizione i vigneti che si estendono su gran parte dell’isola. Dai bianchi freschi e fruttati ai rossi intensi e corposi, i vini di Saint Honorat sono un’espressione autentica del terroir mediterraneo. Un’esperienza gastronomica da non perdere Oltre ai vini, l’isola produce anche liquori a base di erbe aromatiche e frutta oltre che un olio d’oliva extravergine di qualità superiore. Tutti i prodotti sono biologici e realizzati con metodologie artigianali, nel rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali. Acquistare questi prodotti significa non solo deliziare il palato, ma anche sostenere la comunità monastica e contribuire alla preservazione di questo luogo unico. Saint Honorat e Cannes: un connubio perfetto Visitare Saint Honorat è un’esperienza che non può mancare durante un soggiorno a Cannes. L’isola è facilmente raggiungibile in barca dal porto di Cannes, con frequenti corse durante il giorno. Una volta sull’isola, ci si può immergere completamente nella sua atmosfera magica, godendo di una giornata all’insegna della natura, della storia e della spiritualità. E per concludere in bellezza il vostro viaggio, una cena da Astoux et Brun a Cannes è d’obbligo. Questo ristorante offre una cucina, a base di pesce fresco e pescato in giornata e una gran varietà di prodotti freschi e di stagione. Un’esperienza gastronomica indimenticabile che saprà deliziare i vostri sensi e completare il vostro soggiorno sulla Costa Azzurra in modo davvero speciale.   Cristina Mascanzoni Kaiser Titolare di WineHO ® www.wineho.it Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing” Mi trovi su Instagram
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19 Maggio, 2024

Tedeschi: aromi di Valpolicella

Ci sono realtà che non possono mancare nel nostro bagaglio di conoscenze del mondo del vino e, per chi come me ama i grandi rossi della tradizione, qui siamo difronte ad una vera eccellenza da non perdere. Quattro secoli di storia e di tradizione vitivinicola, pionieri dei vini cru della Valpolicella, la famiglia Tedeschi dal 1630 interpreta con passione il territorio della Valpolicella. Vini, eleganti e dotati di spiccata personalità, svelano i sapori e gli aromi tipici della terra che caratterizza da sempre la loro produzione e identità. La grande sfida intrapresa dall’azienda consiste nel coniugare lunga tradizione e metodo di ricerca e produzione innovativa all’interno di vini capaci di raccontare la ricchezza del territorio della Valpolicella. I vini Tedeschi sono diventati sinonimo di terroir e di Valpolicella in tutto il mondo, grazie ad un lavoro costante e meticoloso in vigna negli anni. Tedeschi sostiene la ricerca e la sperimentazione, quali strumenti fondamentali per garantire una produzione di qualità. L’azienda, da sempre rispettosa del territorio, è oggi sostenibile, certificata secondo gli standard Biodiversity Friend ed Equalitas. Nulla può essere lasciato al caso: la profonda attenzione alla vigna implica anche la ricerca di ottenere una perfetta interazione tra caratteristiche del terreno, il microclima, l’esposizione, la scelta delle giuste varietà e il sistema colturale, con il fine di ottenere uve perfette. In quanto produttori di Valpolicella, di Amarone e di Recioto in Valpolicella da secoli, accanto alle uve autoctone obbligatorie nei vigneti di proprietà vengono coltivate anche piccole percentuali di cultivar meno note ma altrettanto tradizionali in Valpolicella come l’Oseleta, la Dindarella, la Negrara, la Rossignola e la Forselina. Nel 2010 è iniziato un lavoro di zonazione e di caratterizzazione dei vigneti della tenuta di Maternigo e della zona Classica. La zonazione, ovvero lo studio pedologico dei vigneti, è da anni vista come il punto di partenza necessario per una viticoltura di qualità, una strada impegnativa e onerosa, ma capace di offrire risultati importanti e permanenti. Oltre alla zonazione è stata affiancato il lavoro di caratterizzazione che analizza il terreno e misura il modo in cui la pianta si esprime da un punto di vista vegetativo. Una volta misurate le differenze, è stato dunque possibile intervenire in maniera mirata e capillare al fine di ottenere uno sviluppo vegetativo e produttivo uniforme della vite nell’intero parco vigneti, con evidenti conseguenze positive sulla qualità dei vini. Il lavoro di zonazione e di caratterizzazione ha permesso di preparare una carta dei suoli: Maternigo ha evidenziato l’esistenza di 7 diverse aree con caratteristiche pedologiche proprie per giacitura, terreno, sostanza organica e capacità di drenaggio; nella Valpolicella Classica, sia nel vigneto Monte Olmi sia nel vigneto La Fabriseria sono state invece evidenziate due diverse aree. Per ogni area a vigneto sono state delineate le diverse tipologie di suolo rinvenute. Le analisi mostrano un terroir ad alta vocazione e di grande qualità. Sono le differenze in microelementi, a tratti apparentemente poco significative dal punto di vista quantitativo, a determinare e a definire le peculiarità delle singole parcelle e quindi dei vini prodotti nei diversi vigneti. I risultati ottenuti dalla zonazione e dalla caratterizzazione dei suoli hanno avviato una serie di interventi in vigna. Nel tempo è stato portato avanti un processo di inerbimento per rafforzare le difese naturali del vigneto, un piano di controllo dello stress idrico, un innalzamento del contenuto di carbonio organico, un arricchimento del terreno mediante semina di particolari essenze, con lo scopo anche per rafforzare le difese naturali del vigneto, e l’apporto di concimi organici. Viene inoltre adottata una lotta integrata tramite l’utilizzo di batteri contro malattie come la tignola e la botrite e di estratti naturali per combattere la peronospora e l’oidio. Consapevoli di come la composizione del terreno possa influenzare l’aroma di un vino, in modo pionieristico nel territorio della Valpolicella, Tedeschi ha intrapreso uno studio di caratterizzazione aromatica dei vigneti. Le prove scientifiche dell’esistenza di un codice chimico trasmesso da uno specifico terroir ai vini arrivano grazie ai nuovi strumenti a disposizione dei ricercatori, spinti nei loro studi anche dalla curiosità dei produttori, sempre più interessati a comprendere i meccanismi che generano differenze aromatiche e di longevità nei vini ottenuti da vigneti situati in zone diverse dello stesso areale di produzione. Dopo la presentazione dei primi risultati, nel 2021, di uno studio iniziato nel 2017 svolto dalla famiglia Tedeschi con il Prof. Maurizio Ugliano e in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti e sui principali fattori coinvolti nella loro espressione, arriva oggi un ulteriore aggiornamento, che entra ancora più nel dettaglio di quella che viene definita firma aromatica di un vino. L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa, che si è avvalsa dell’impiego di 4-5 differenti metodi di analisi della frazione aromatica. Questo perché l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix estremamente complesso, costituito da diverse centinaia di sostanze di cui però solo un numero più contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che contribuiscono alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento. “In particolare, gli studi hanno mostrato che alcuni Amarone, tra cui quelli dell’azienda Tedeschi, si distinguono per la presenza di alcune sostanze odorose dalle caratteristiche olfattive complesse. Tra queste, i cineoli sono di particolare interesse in quanto supportano l’espressione di note aromatiche balsamiche che ricordano a tratti l’odore delle foglie di eucalipto”, sottolinea Ugliano. Affinché i vini possano sviluppare nel tempo questi caratteri, è importante che nelle uve siano presenti alcuni composti, aromaticamente poco odorosi e quindi spesso trascurati dai ricercatori, che poi nell’ambiente debolmente acido del vino formano lentamente i cineoli stessi. Si tratta quindi a tutti gli effetti di una riserva di precursori d’aroma che nel tempo contribuisce ad arricchire il profilo aromatico del vino con nuovi caratteri. “L’aspetto interessante è che l’appassimento, in particolare nel caso della varietà Corvina, aiuta la formazione di precursori d’aroma specifici a supportare poi lo sviluppo di questi sentori balsamici, attraverso meccanismi che ancora non comprendiamo del tutto”, aggiunge Ugliano. Grazie all’impiego di un nuovo metodo di analisi messo a punto dal Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, inoltre, è stato evidenziato il contributo, alle firme aromatiche dei vini, di un altro composto finora poco studiato nei vini rossi italiani, ossia il dimetil solfuro. Si tratta di un composto aromatico che a concentrazioni elevate impartisce al vino odori che ricordano il tartufo e il sottobosco, mentre se presente a livelli più bassi supporta l’espressione di note odorose di frutti neri e cassis. Nei vini giovani esso è pressoché assente, mentre con l’invecchiamento aumenta in maniera significativa ed è considerato un aroma chiave nel bouquet di invecchiamento dei rossi di Bordeaux e di quelli della valle del Rodano a base Syrah.  “Nel corso del nostro studio abbiamo riscontrato livelli elevati di dimetil solfuro in vini ottenuti da uve con un particolare profilo di sostanza azotata, a sua volta riflesso delle interazioni suolo-pianta. Appare legittimo quindi considerare questo composto come uno dei fattori chiave nell’espressione aromatica del terroir di un vino. Nel caso dei terroir studiati, il vigneto Fabriseria e una specifica parcella all’interno della tenuta di Maternigo sono risultati maggiormente associati allo sviluppo di dimetil solfuro nel corso dell’invecchiamento del vino”, conclude Ugliano. Per Riccardo Tedeschi, “lo studio conferma, una volta di più, che l’Amarone è un vino di terroir, dal quale dipende la produzione di vini con caratteristiche di complessità, corpo ed eleganza diverse da qualsiasi altro. A noi il compito di scegliere i vigneti più idonei e di lavorare le uve in modo da farne sprigionare il massimo potenziale”. Tedeschi: aromi di Valpolicella A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio A 1299 A 1468 A 1476
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