Dal vino in poi

La rubrica curata da Biancamaria Caroli, sommelier appassionata nella quale verranno condivisi propri ricordi ed emozioni partendo dal mondo vinicolo per trasportare universi meravigliosi.

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30 Marzo, 2026

Pasqua e Io Vino

  Il 15 marzo si è svolta, al Courtyard by Marriott Roma Central Park, la nona edizione di IO VINO, evento dedicato ai vitigni autoctoni di Marche e Campania, organizzato da Manilo Frattari e Romina Lombardi. Sottolineo ed evidenzio con molto piacere che erano presenti anche prodotti enoici ottenuti da vitigni internazionali o non autoctoni di eccellente valore. Pasqua si avvicina e allora racconto gli assaggi che mi sono piaciuti di più delle due splendide regioni  per tipologia di vino. Per gli abbinamenti,  vi sfido a provarne vari  a seconda delle vostre tradizioni familiari e locali, o anche divertirvi in una bella sfida enologica con i commensali.   BOLLICINE Iniziamo da “JR” Asprinio Brut Metodo Charmat di Carlo Menale Siamo ad Aversa, nel Casertano, zona celebre soprattutto per la mozzarella e per il vitigno Asprinio. Il nome di quest’ultimo sembra derivare dall’alta acidità delle uve ed è molto particolare la forma di coltivazione della vite che risale agli Etruschi: l’alberata aversana, localmente chiamata “vite maritata“. Le viti sono maritate, attraverso corde di ferro zincato, con gli alberi di pioppi e quindi si sviluppano in altezza. Questo comporta, oltre a una visione scenografica di effetto, una enorme fatica nella gestione dei vigneti e nella vendemmia. La storia dell’azienda inizia con il padre di Carlo Menale, Mimi’ il “Kant’njere” che aprì una cantina nel centro storico di Aversa.  Poi l’attività è continuata con il figlio Carlo nella casa paterna, nella cava in tufo, scavata dagli scalpellini a inizio Novecento e profonda quindici metri. JR è un richiamo a Junior, il figlio di Carlo; lo spumante è caratterizzato da note intense agrumate e di fiori bianchi, seguite da una grande freschezza. Ci spostiamo a San Costanzo, in provincia di Pesaro e Urbino, dove si trova SorRico. Il nome dell’azienda è un omaggio al Signor Enrico, nonno dei quattro cugini, Francesco, Giovanna, Massimiliano e Roberta, che la conducono. La vicinanza al Mar Adriatico, garantisce una continua ventilazione sui filari delle viti e assicura un riparo naturale da molti insetti e parassiti potenzialmente pericolosi per le uve. Il Biancame, o Bianchello, si narra che debba il suo nome al colore pallido della buccia e che abbia causato, poiché consumato in grandi dosi, la sconfitta di Asdrubale, fratello di Annibale, sulle rive del fiume Metauro. Da questo vitigno si ottiene il “Tribolla“, Bianchello del Metauro Spumante DOC, Metodo Classico con affinamento sui lieviti per 18 mesi. Sentori di crosta di pane, anticipano un gusto cremoso con leggera nota finale sapida.   BIANCHI A Contrada Arsicci, frazione di Apiro, nel Maceratese, si trova Fattoria Nanni’, nomignolo di Giovanni Piersigilli  che negli anni Sessanta iniziò a piantare le viti qui, vicino al Monte San Vicino. Oggi Roberto Cantori controlla e monitora personalmente tutte le fasi di vinificazione delle uve. “Origini” è un Verdicchio Castelli di Jesi Riserva Classico DOCG. Il nome è dovuto al vigneto,  piantato nel 1967, da cui ha origine il vino. Odori eleganti di pesca, albicocca ed erbe aromatiche, sono seguiti da un gusto in cui predomina una freschezza molto piacevole e persistente. “Madrerata” è un Ribona Colli Maceratesi DOC. Sorpresa finale perché mentre andavo via sono stata invitata ad assaggiarlo e ne sono rimasta colpita. Il nome è un omaggio a Macerata, considerata terra madre da Roberto Cantori. È un vino vibrante, con note erbacee delicate e un sorso con finale agrumato. Le etichette, molto particolari, sono opera dell’artista Francesca Ballarini. Ci spostiamo a Montemiletto, in Irpinia, in provincia di Avellino, a 550 metri sul livello del mare. Qui ha sede Tenuta del Meriggio, nome scelto dai coniugi Bruno Pizza e Nunzia Guerriero, per richiamare l’atmosfera rarefatta e romantica dei pomeriggi estivi del Sud Italia. I vigneti sono sparsi nelle aree limitrofe e attraverso la zonazione, si enfatizza ancora di più la peculiarità dei vitigni autoctoni coltivati. “Colle delle Ginestre” Fiano di Avellino Riserva DOCG è un vino con note di mela, pera ed erbe balsamiche; il gusto è fresco e persistente.   ROSATI Andiamo in provincia di Ancona, per l’esattezza a Casenuove di Osimo, da Corinaldesi Vignaioli Artigianali, giovane azienda focalizzata su vini di nicchia, al di fuori delle DOC regionali. Il “Fori Lesto” è un Marche Rosato IGT, Merlot 70% e Montepulciano 30%. Il nome è un’espressione dialettale che significa fuori velocemente e richiama il contatto brevissimo delle bucce col mosto. Melograno e fragoline di bosco emergono subito all’olfatto, seguite da un sorso molto fine. Il secondo rosato è prodotto a Sessa Aurunca, nel Casertano, dove si trova Masseria Felicia. Nel 1995 Alessandro Brini e Giuseppa Ruggiero  ristrutturano un vecchio casale di famiglia e reimpiantano una vigna. Poi l’azienda, con la gestione della figlia Maria Felicia Brini, si è specializzata soprattutto, ma non solo fortunatamente, su un vino rosso con una storia molto antica, di cui parlerò tra poche righe. Oggi Masseria Felicia è guidata da Fabrizio e Alice Fiorenza, marito e figlia di Maria Felicia. “Rosalice” Roccamonfina IGT è ottenuto da Aglianico. Note di lamponi e ribes rossi anticipano un gusto fresco con una nota finale leggermente sapida.   ROSSI Come anticipato, restiamo sempre qui, nella zona del Monte Massico. Secondo la mitologia, Bacco, il dio del vino, creò molti vigneti alle pendici del monte: la zona era chiamata Ager Falernus, da cui si otteneva il famoso Falernum, bevuto dai Romani più abbienti.  Dopo la caduta dell’Impero Romano, ha avuto un declino fino alla fine degli anni Ottanta, quando fu creata la denominazione Falerno del Massico DOP. E ho assaggiato proprio questo vino, Aglianico 80% e Piedirosso 20%. Sentori balsamici e speziati, seguiti da un sorso morbido e rotondo, denotano un nettare divino strutturato, complesso e potente, con lunga evoluzione. Ci spostiamo nel Beneventano, a Castelvenere, da Alexia Capolino Perlingieri. Nel 2003 Alexia ha ripreso l’attività familiare e l’ha portata a livelli molto alti. I vigneti sono a Solopaca, in zona collinare. “Sciascì” Campania IGT Sciascinoso è ottenuto da questo vitigno autoctono campano, il cui nome deriverebbe dalla forma dialettale schiaccioso, con riferimento alla forma dell’acino. All’olfatto emergono frutti rossi, viole del pensiero e note speziate. Il gusto è morbido. Originale l’iniziativa dell’azienda di creare un segnalibro con dettagli per ogni vino prodotto. L’ultimo assaggio è un prodotto marchigiano di Montecassiano (MC), dove si trova l’azienda La Lepre e la Luna, il cui nome rimanda a una leggenda orientale, alle tante lepri presenti in zona e alla luna piena presente, quando Roberta Palmieri e la sua famiglia hanno visto il terreno per la prima volta. L’attività è stata avviata nel 2015 e l’affinamento in terracotta caratterizza tutti i vini prodotti. “Commenda 64”, dal nome della strada in cui ha sede l’azienda, è il vino degustato ottenuto da Grenache. Molto elegante al naso, con note delicate di ciliegie ed erbe aromatiche, e morbido al palato. Etichetta particolare con un vero petalo di rosa, fiore molto importante nelle vigne, spesso presente all’inizio dei filari, perché attraverso il monitoraggio del suo aspetto, è possibile prestare attenzione all’eventuale presenza di parassiti sulle uve. Ecco, il viaggio vinicolo in queste due regioni è terminato e spero che i miei assaggi possano guidarvi nel pranzo pasquale e non solo, magari anche in altre occasioni. Menzione speciale all’organizzazione dell’evento, sia per il posto, che per la scelta delle aziende presenti.   Buona Pasqua!   Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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9 Marzo, 2026

W Il Pinot Noir

  Care lettrici e cari lettori, inizio questo nuovo articolo, con una confessione: il Pinot Noir è uno dei miei vitigni preferiti. Originario della Francia, per l’esattezza nella regione Borgogna, è, oggi, coltivato in molti Paesi e, nonostante sia delicato, per la sua buccia sottile, e quindi complicato da gestire anche per i repentini cambiamenti climatici, sta offrendo sempre più soddisfazioni, adattandosi perfettamente nelle diverse zone in cui si trova. Il suo nome, pinot, è dovuto alla forma del grappolo, piccolo, chiuso e compatto, simile a una pigna, che in francese è appunto pinot. Quindi, quando ho letto che a Roma, nel quartiere Talenti, nell’enoteca dello Zio d’America, situata al piano superiore e contigua al ristorante L’OZIO Ristora, ci sarebbe stata una degustazione dedicata solo al Pinot Noir, mi sono iscritta immediatamente! Da poco i locali sono stati rinnovati e siamo stati accolti da alcuni giovani e promettenti ragazzi, molto professionali. Uno di loro, Emanuele Di Caro, bravissimo sommelier, ha introdotto la serata, spiegando, in maniera molto chiara, il vitigno e la sua predilezione per zone ventilate e soleggiate, con forte escursione termica e sempre vicino a corsi d’acqua. Abbiamo poi assaggiato tre vini provenienti da tre Paesi diversi. Andiamo con ordine di degustazione. Sancerre  AOP La Poussie “Vieilles Vignes”, Baron de Ladoucette 2022. Partiamo dalla Francia, ma non dalla regione che ha dato i natali al Pinto Noir, bensì dal comune di Sancerre, famoso soprattutto per i Sauvignon Blanc, ma da cui hanno origine anche altri vini molto buoni, celebrati dallo scrittore Honoré de Balzac nell’Ottocento. Ci troviamo nella Valle della Loira, dove scorre l’omonimo fiume, e la famiglia Ladoucette opera nella viticoltura da molto tempo, acquisendo, nel corso degli anni, nuove proprietà in altre zone vinicole francesi (Champagne, Pouilly Fuissé, etc…). Il vino assaggiato è ottenuto da vigne vecchie (vieilles vignes), coltivate su terreno calcareo, che assicurano una bassa resa e qualità eccelsa. Affinamento in barrique di 12 mesi. Al naso emergono sentori delicati di mirtilli neri e more, seguiti da freschezza e una leggera sapidità finale. Sicuramente ha ancora un potenziale evolutivo di qualche anno, è una bottiglia da condividere con amici, per trascorrere momenti belli e spensierati. E come non abbinare queste sensazioni al delizioso “Il Pranzo di Babette”, film diretto da Gabriel Axel del 1987?   Cloudy Bay New Zealand 2017 Ci trasferiamo nell’emisfero australe, in Nuova Zelanda, il Paese la cui conformazione geografica ricorda la nostra penisola al contrario. Cloudy Bay si trova nell’Isola del Sud e prende il nome dalla baia del fiume Wairau e fu chiamata così da James Cook nel 1770. L’azienda è stata fondata nel 1985 da David Hohnen e l’enologo Kevin Judd. Entrambi intravidero subito il potenziale vinicolo della zona, soprattutto a Marlborough, area divenuta successivamente famosa nel mondo soprattutto per i Sauvignon Blanc. L’altra proprietà è a Central Otago, a circa 700 km più a sud. Nella gestione dei vigneti, c’è un forte orientamento alla sostenibilità, infatti la tenuta è tra i membri fondatori del Sustainable Winegrowing New Zealand, progetto nato nel 1995, che mira a migliorare costantemente le pratiche in vigna e in cantina, per assicurare una sempre maggiore salvaguardia dell’ambiente. Fortunatamente, qui si producono anche ottimi Pinot Noir, che è coltivato in terreni argillosi nelle Southern Valleys. Il vino degustato, con affinamento in barrique di 12 mesi, ha note intense di frutti rossi, lamponi e ribes, con lievi accenni di vaniglia e grande equilibrio. Un abbinamento dovuto è alla trilogia “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, che è stata portata sul grande schermo da Peter Jackson, che ha ambientato i film soprattutto in questo Paese.   “Sanct Valentin” Riserva 2021, St. Michael-Eppan (San Michele Appiano) Con l’ultimo vino assaggiato rientriamo in Italia ad Appiano sulla Strada del Vino, in Trentino Alto-Adige.  Siamo di fronte a un’azienda storica, una cooperativa di circa 320 soci, dove modernità e tradizione vanno di pari passo per garantire una produzione eccellente nelle varie linee vinicole.  Si presta molta attenzione alle uve, specialmente con il diradamento mirato dei grappoli. La cantina offre ai visitatori anche l’emozione di vedere nelle barricaie quattro botti antiche, su cui sono state raffigurate eventi storici che partono dal 1907. I vigneti di Pinot Noir sono tra i 400 e i 700 metri sul livello del mare, con suolo ricco di ghiaia e calcare, dove si percepiscono gli influssi del fiume Adige e dell’Ora del Garda, il vento che trae origine dal Lago di Garda e si diffonde nelle zone limitrofe. Tutte queste caratteristiche, grazie anche agli enologi – fino al 2024 il celebre Hans Terzer, punto di riferimento nella zona e oggi Jakob Gasser, che è stato suo collaboratore – portano a vini eleganti, armonici, come quello che ho degustato. Sanct Valentin, è una linea caratterizzata da: bottiglie ottenute da vigneti selezionati delle zone più vocate;  produzione molto limitata; selezione accuratissima delle uve. La Riserva 2021, affinata per 12 mesi in barrique e tonneau e poi in botti di cemento per 24 mesi, ha un tannino molto morbido, avvolgente anticipato da odori in cui predominano rimandi a ribes neri, viole del pensiero, chiodi di garofano, cannella e leggere note di tostatura. Abbinamento al quadro più famoso, San Michele Arcangelo, dipinto da Guido Reni, che raffigura l’arcangelo, a cui è dedicata la chiesa parrocchiale di Appiano, che sconfigge Satana. Questo capolavoro è stato dipinto nel 1635 e si può ammirare a Roma, in Via Veneto, nella chiesa di Santa Maria Immacolata Concezione dei Cappuccini. A questa bellissima carrellata, aggiungo però un altro assaggio di Pinot Noir, che ho fatto di recente in un ristorante romano, Osteria Poerio, posto in cui si mangia molto bene e che ha un’ottima cantina anche di distillati. Questa volta sono andata negli Stati Uniti, per l’esattezza in Oregon, area della West Coast, sopra la California, che sta diventando celebre proprio per la produzione di vini ottenuti da questo vitigno. Willamette Valley, 2021, nome della valle in cui scorre il fiume omonimo, nei dintorni di Dundee, è del Domaine Roy & Fils, fondata nel 2012 da Marc-André Roy and Jared Etzel, che continuano l’attività dei loro padri, viticoltori, Robert Roy and Michael Etzel. Obiettivo: intervento minimale per creare vini puri e trasparenti, testimoni della terra da cui provengono. Il vino bevuto, affinato per 11 mesi in botti di rovere, è ottenuto da vigneti coltivati in due proprietà vicine, Iron Filbert Vineyard e Quartz Acorn Vineyard.  Sentori intensi di ciliegie e more, sono seguiti da un palato in cui predominano freschezza e persistenza. Concludo con l’abbinamento a un film americano in cui il Pinot Noir era spesso nominato: “Sideways” di Axander Payne del 2004. Spero di avervi trasmesso la mia passione per quest’uva, difficile da gestire, ma che regala grandi emozioni una volta trasformata nel prezioso nettare.   Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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2 Febbraio, 2026

Nebbiolo e non solo nel cuore

  Il 17 e 18 gennaio, all’hotel The Westin Excelsior, a Roma, si è svolto, per la XII edizione, l’evento “Nebbiolo nel cuore”, organizzato dall’Agenzia RISERVA GRANDE, che da anni promuove la cultura del vino anche con corsi e master. Piccola premessa: il nebbiolo è un vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, territorio d’elezione. Tra le motivazioni legate al nome, la più diffusa fa riferimento alla maturazione generalmente tardiva, per cui la vendemmia spesso avviene quando iniziano le prime nebbie autunnali. Naturalmente si ottengono vini diversi, a seconda della zona, del suolo, del clima e dell’azienda produttrice, ma, per quanto mi riguarda, il comune denominatore è uno: finezza ed equilibrio. Detto questo, vi racconto qualcosa sugli assaggi che mi hanno più colpito, precisando che erano presenti anche ottimi vini bianchi e bollicine originari di queste zone, autentiche meraviglie enoiche. Partiamo dal Canavese, area situata tra Torino e la Valle d’Aosta. Qui, a Villareggia, dove è nato e cresciuto, si trova l’azienda di Luca Leggero, da  sempre appassionato di vino. Dal 2014 coltiva vitigni storici della zona: il primo è un biotipo di Nebbiolo, il Picotendro, così chiamato per il picciolo tenero che lo contraddistingue. Luca è giovane e molto disponibile, e presta grande attenzione anche all’ambiente, limitando al massimo, ad esempio, l’utilizzo del rame e controllando spesso il taglio dell’erba nei vigneti.  Ama molto l’affinamento in anfora, che permette una maturazione graduale,  e, per i vini rossi, in botti grandi di rovere, per  dare morbidezza e complessità. Da questa filosofia, nasce un vino come “La Vila”, che richiama il nome del piccolo paese ed è 100% Nebbiolo: 10 mesi in botti di rovere e in anfora. Prugna, rosa canina e leggera noce moscata al naso, anticipano un gusto morbido, rotondo. L’altro vitigno storico è l’Erbaluce, vitigno a bacca bianca molto antico, i cui acini illuminati dal sole hanno riflessi dorati tra i filari dei vigneti (da qui il nome). L’assaggio è “Rend Nen”, 100% Erbaluce, espressione dialettale che significa “non rende”, bel ricordo dei primi tentativi di vinificazione di Luca Leggero nella cantina del nonno, che lo ha introdotto in questo settore. Affinamento 7 mesi in anfora, che contribuisce alla lunga persistenza del vino, caratterizzato da freschezza e mineralità. Nell’etichetta è riportato un passo dal libro “Passeggiate nel Canavese” opera in più volumi, pubblicata tra il 1867 e il 1878, di Alessandro Bertolotti, proprio per sottolineare la storicità dell’Erbaluce e il legame con la zona. Abbino questi vini a un poeta crepuscolare vissuto tra fine Ottocento e inizi del Novecento: Guido Gozzano. Nacque a Torino, ma amava molto soggiornare nel Canavese, dove è sepolto, e ne descrive l’atmosfera in alcuni componimenti della raccolta “I Colloqui”. Ci spostiamo nella culla di una denominazione di origine controllata e garantita tra le più conosciute in assoluto: Barolo. Per l’esattezza a Serralunga d’Alba, in provincia di Cuneo, dove la famiglia Garesio ha risistemato una vecchia cascina, trasformandola in una struttura molto elegante, un wine resort. Le colline di quest’area, le Langhe, sono Patrimonio Unesco e il borgo ha una forma allungata, in dialetto Sera Longa, proprio sulla cresta collinare. Il suolo è composto da argilla, calcare, marne, che, per la sedimentazione e stratificazione, regalano longevità e potenza ai vini. Cerretta, annata qui eccezionale del 2021, oltre ad essere il nome della bottiglia di cui ho degustato un assaggio, è il nome di una MGA, Menzione Geografica  Aggiuntiva, termine che si riferisce a un’area di produzione specifica e delimitata all’interno della zona  di produzione, in questo caso, del Barolo DOCG. Prodotto ottimo, 100% Nebbiolo con affinamento in botti grandi di rovere austriaca, in cui dominano note di marasca, viole, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano, seguite da un sorso vellutato e avvolgente. Lungo potenziale di invecchiamento. L’abbinamento è con un giornalista e scrittore nativo di quest’area, precisamente ad Alba: Aldo Cazzullo. Autore e divulgatore molto bravo, di cui consiglio di leggere l’ultimo libro sul Patrono d’Italia: “Francesco: il primo Italiano”. Il Nebbiolo è presente anche in un’altra DOCG piemontese: Roero, zona Patrimonio Unesco, a nord di Alba, nel Cuneese.  A Monteu Roero si trova l’Azienda Cascina Lanzarotti, esistente dal 1883 e guidata dalla famiglia Ferrero. La biodiversità del territorio è molto tutelata. Un segno tangibile, è rappresentato dalla certificazione Equalitas, legata alla sostenibilità ambientale, e dalle casette colorate per gli uccelli tra i vigneti, costruite con materiale di recupero grazie all’aiuto del centro diurno I Portici.  Ho assaggiato un vino, dall’etichetta molto bella, affinato in botte grande e barrique, dal tannino molto morbido, con note olfattive di frutti rossi, viola del pensiero, anice stellato, vaniglia e finale persistente: Riserva 2020 Carlinöt  Srü (MGA del comune di Canale). Della stessa azienda segnalo un bianco: Arneis “Arlass” Sant’Anna, affinamento in acciaio, sur lies e batonnage,  che consiste nel rimescolamento delle fecce che si depositano sul fondo della botte. Il contatto prolungato tra il vino e le fecce fini contribuisce a potenziare organoletticamente il vino, qui caratterizzato dall’Arneis,  un vitigno a bacca bianca autoctono piemontese tipico del Roero. All’olfatto emerge subito l’odore di pera, seguito da fiori bianchi e vaniglia, a cui si aggiungono al palato sapidità e mineralità. Il collegamento è con uno scrittore nato in provincia di Cuneo, a Santo Stefano Belbo, che con le sue opere, soprattutto il suo ultimo romanzo “La luna e i falò” ha evidenziato l’importanza dell’attaccamento alla terra e alle proprio radici: Cesare Pavese. Continuiamo il viaggio con una bollicina metodo classico, che mi è piaciuta molto: Blanc de Blancs (cioè ottenuto da vitigno a bacca bianca, in questo caso lo Chardonnay) Extra Brut 2021 dell’azienda Taverna. Siamo a Neive, nel cuneese, e questa famiglia è viticoltrice dagli anni Cinquanta e nel 2016 ha iniziato a imbottigliare. La zona è quella del Barbaresco, altra DOCG piemontese. Lo chardonnay di questo spumante è coltivato nella MGA Gaia-Principe e l’affinamento è di 37 mesi sui lieviti. Note agrumate e di frutta secca, anticipano un gusto cremoso, con un perlage molto fine. L’abbino a un film, di cui alcune scene sono state girate in questa località : “Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa, tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, scrittore nativo di questa splendida regione. Concludo con un vino bianco prodotto a Briona, in provincia di Novara, da Castaldi Francesca. La famiglia Castaldi è nel mondo del vino dalla fine del Settecento e oggi, tra le colline novaresi, coltiva le viti in un suolo argilloso e ciottoloso, prediligendo varietà autoctone e applicando filosofie di basso impatto ambientale, come ad esempio la confusione sessuale dei parassiti per controllare le malattie della vite. “Lucia”, figlia di Francesca Castaldi, vinificato in acciaio, è ottenuto dal vitigno Erbaluce e si caratterizza per freschezza, sapidità, sentori agrumati, erbacei e lunga persistenza. L’abbinamento è con una band piemontese, i Subsonica, di cui consiglio l’ascolto di una canzone intitolata con un aggettivo adattissimo a descrivere i vini presentati: “Incantevole”. Mi raccomando, bevete con moderazione e responsabilmente. A presto con i prossimi assaggi!   Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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Aspettando Natale e...Viniamo Arrow Right Top Bg

3 Dicembre, 2025

Aspettando Natale e...ViniAmo

  Eccoci qui, si avvicinano le festività più attese dell’anno, che suscitano reazioni contrastanti; c’è chi le ama, c’è chi non le sopporta. Una cosa è certa: si mangia e si beve approcciando anche pietanze e/o bevande particolari. Sabato 15 novembre, all’Hotel Cristoforo Colombo a Roma, si è svolto Aspettando ViniAmo, firmato Minelli Wine Events, progetto di Stefano Minelli focalizzato sulle meraviglie vinicole ed enogastronomiche italiane, in attesa del grande evento di marzo 2026. Non potevo perdermi tanta bellezza sensoriale, e allora racconto gli assaggi che mi sono piaciuti di più, questa volta proponendo accostamenti che possono essere adeguati a pranzi e cene natalizie. Bollicine “Conosci l’Alta Langa?” è stata la domanda che mi hanno rivolto allo stand dell’Azienda Vitivinicola Piazzo Comm. Armando. Il punto interrogativo non mi ha stupita, perché Alta Langa DOCG è lo spumante piemontese metodo classico forse meno famoso delle altre perle spumeggianti italiane, ma è una meraviglia che spero finalmente abbia il giustissimo riconoscimento in termini anche di popolarità. Ci troviamo a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba, in provincia di Cuneo, dove negli anni 60, in piena zona delle Langhe, sono state gettate le basi dell’azienda da Armando Piazzo e Gemma Veglia. Le uve raccolte erano trasportate con un carro trainato da buoi, immagine che appare nell’etichetta dei vini . All’inizio è coltivato il Nebbiolo, poi successivamente sono stati ampliati terreni, vigneti e vitigni (Arneis, Chardonnay, Barbera, Pinot Noir e Moscato) oggi tutto sotto la guida di Marina Piazzo. Immagino di iniziare il pranzo di Natale con un vino così, Ritorno in Alta Langa Millesimo 2021, Brut, composto per il 60% di Pinot Nero e 40% Chardonnay, con affinamento sui lieviti di 30 mesi. Eleganza, cremosità nel gusto anticipata da note olfattive di pera, mela e crosta di pane, e seguita da una buona persistenza. A mio parere da abbinare ad antipasti a base di tartine con salmone affumicato o verdure sott’olio. Bianco Ci spostiamo in Campania, a Montecorice, in provincia di Salerno. Qui, nel Parco del Cilento, si trova l’Azienda Le Grazie. Nel 2013 Bernardino Cera, da Novara, si trasferisce nella terra natia dei genitori, ripristinando uliveti e piante di fichi di famiglia. Il Cilento è una zona meravigliosa, e qui è presente anche un Agri Residence, dove è possibile usufruire dei benefici di questo splendore. I vigneti sono stati piantati nel 2018, prediligendo varietà autoctone: Fiano, Falanghina, Aglianico e Piedirosso. La produzione è biologica, e l’azienda aderisce al progetto ZEI (Zero Environment Impact) creato nell’Università della Tuscia da un gruppo di ricerca guidato dal Dott. Alessandro Leoni, anche enologo de Le Grazie. Lo scopo è utilizzare in vigna tecniche con il minimo impatto ambientale, come ad esempio usare solo prodotti di origine naturale, per preservare l’ambiente nella sua interezza (terra, vite e uva). Il vino assaggiato è il Colli Montecoricesi, un blend di Fiano e Falanghina. Una bella sorpresa: sentori di fiori gialli e frutta esotica e un sorso fresco, adatto per un’insalata di mare. Partiamo verso il Nord, con tappa a Lavis, in Trentino, dove Marco Zanoni è alla guida di Maso Furli. Si occupa personalmente, insieme alla sua famiglia, di tutte le fasi che portano alla produzione dei vini: cura della vigna, vendemmia, vinificazione e imbottigliamento. Negli anni Settanta, il padre di Marco, Martino, acquistò la proprietà e la cantina è dentro un maso di circa trecento anni. Marco Zanoni, è molto attento al profilo aromatico delle uve, e per evitare ossidazioni, ha progettato un’applicazione, brevettata con il produttore Marco Pojer (Azienda trentina Pojer e Sandri), che può essere utilizzata nella fase di pressatura delle uve a bacca bianca. Manzoni Bianco, biologico, composto per il 100% dall’omonimo vitigno autoctono nato nel 1930 da un incrocio effettuato dal Prof. Luigi Manzoni, tra Riesling Renano e Pinot Bianco, è il nettare prescelto da me. Fiori di campo, mela e pera, sono odori che preludono a un gusto in cui struttura e persistenza sono protagoniste, con una leggera mineralità. Idoneo per piatti a base di pesce, anche fritto. Rosato Confesso che il Cerasuolo d’Abruzzo è una delle mie passioni vinicole, e il calice bevuto del Valentino Mucci, ha confermato ancora di più questa mia “debolezza”. L’Azienda Cantine Mucci è a Torino di Sangro, nella Costa dei Trabocchi, in provincia di Chieti, e nasce nel 1895. Dopo varie vicissitudini, negli anni Ottanta Valentino Mucci dà avvio a un periodo molto proficuo, che, per nostra fortuna, continua tuttora. La prima linea, infatti, è chiamata Valentino e il logo di tutte le bottiglie della produzione aziendale, è un cavaliere con la lancia, che raffigura il capo vichingo Valiant, nome che, per assonanza, ricorda Valentino. L’influsso del mare si percepisce nella nota lievemente sapida al sorso, insieme a freschezza e note olfattive di fragoline e frutti di bosco. Ottimo con antipasto a base di salumi, formaggi freschi e verdure grigliate. Rossi Cambiamo colore e regione, si va in Valtellina, per l’esattezza a Sondrio, dove ha sede Retica, fondata nel 2018 e focalizzata in vini ottenuti dal Nebbiolo, coltivato in quest’area e che qui è chiamato Chiavennasca. Il nome dell’azienda prende il nome dalle Alpi Retiche a ridosso dei vigneti situati nelle zone di Grumello e Inferno, in cui predomina la viticoltura eroica con terrazzamenti e muretti a secco. La vendemmia è rigorosamente manuale. L’attaccamento al territorio e alla fauna presente in questi luoghi bellissimi è visibile nelle etichette dei vini. Su uno di questi è raffigurato il cervo, che, quando è in amore, emette un canto particolare, chiamato Bramito, che è il nome del vino che ho assaggiato. Maturazione di minimo 12 mesi in botti di rovere francese e affinamento di almeno 24 mesi in bottiglia, danno luce a profumi eleganti di more, prugne, viole, chiodi di garofano, e successivamente un gusto morbido ed equilibrato, che ben si abbina ad un arrosto, oppure, ai famosi Pizzoccheri della Valtellina. A proposito di aree vinicole meravigliose, in Umbria, a Gualdo Cattaneo (PG), tra Todi e Montefalco, terra del Sagrantino, si trova Tenuta di Saragano, appartenente alla famiglia Pongelli Benedettoni dal tredicesimo secolo. Creata nel 1921, immersa tra colline e boschi, ospita alcuni casali: Collebocco, Castiglione e il Wine Resort La Ghirlanda. La natura circostante è valorizzata e protetta grazie anche alle coltivazioni biologiche. I vigneti sono a circa 470 metri sul livello del mare e i vini sono stabilizzati e affinati in una grotta scavata nella roccia arenaria. Il conte Riccardo Pongelli Benedettoni e Ivan Vincareti, imprenditore ed enologo, puntano molto sulla raffinatezza, massima espressione della provenienza delle uve. Questa caratteristica è presente nel calice degustato, un Montefalco Rosso Riserva 2018, blend di Sangiovese (60%), Merlot (20%) e vitigno autoctono (20%), affinamento in barrique francesi e botti grandi per 18 mesi e un anno in bottiglia. Sentori di marmellata di amarene, more, e leggere note di cacao e caffè, sono accompagnati da un sorso rotondo e molto avvolgente, da abbinare a una sontuosa pasta ripiena.   Amaro E dopo tante prelibatezze, concludo con un buonissimo amaro: Spaeziale, ottenuto per infusione di 13 botaniche e prodotto dalla Cantina Il Bottino, guidata da Federico D’Alessio, situata a Lanuvio, nei Castelli Romani. Nonostante la gradazione alcolica, il bilanciamento degli ingredienti porta a un gusto morbido e piacevole, da sorseggiare tra chiacchiere e risate. Preciso che l’azienda produce anche vini buoni.   E dopo questa carrellata, inizio a pensare ai menu delle feste. A questo punto…Merry Christmas! Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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17 Novembre, 2025

Facciamo “Due Passi in Vigna”

  Sabato 25 ottobre ha avuto luogo la tredicesima Edizione di “Due Passi in Vigna“ evento organizzato dal team Vinario4 (Marco Ciccottelli, Riccardo Roselli e Matteo Zelinotti) al Mercato Centrale di Roma. Chi mi segue, sa che sono una grande fan di questa manifestazione vinicola, nonché grande sostenitrice degli organizzatori, molto bravi e professionali. Il tema di questa edizione sono stati i vini sostenibili.  Si è tenuta una tavola rotonda molto interessante condotta da Matteo Zelinotti e l’Avv. Floriana Risuglia (Docente Diritto Vinicolo e Delegata ONAV Roma). Dopo un breve excursus sul tema della sostenibilità, generalmente focalizzato su ambiente, economia e società, si è posta attenzione all’ecosostenibilità’. Già da qualche anno, infatti, molte aziende vinicole stanno adottando misure per produrre vini sostenibili. Ne cito alcune: tutela della biodiversità, utilizzo di energie rinnovabili e materiali riciclabili, riduzione di prodotti chimici. Tuttavia, per produttori e produttrici, è molto difficile adempiere a tali indicazioni, sia per motivi economici (è molto esoso ottenere certificazioni del settore e anche mettere in pratica tali misure) che per motivi normativi, poiché la regolamentazione è complessa. Non da ultimo, è necessario saper comunicare il vino sostenibile, termini risultanti spesso inflazionati, su cui è importante effettuare un’operazione di marketing mirata e nello stesso tempo alla portata di tutti, come condiviso anche da alcuni produttori che sono intervenuti nel dibattito. Al termine della discussione, ci siamo letteralmente tuffati nella degustazione. Vi porto con me in un viaggio ricco di novità, raccontando i vini che mi hanno colpita di più. Inizio da Cantine Primaluce, di Anna Cedrini, che si trova a Tarquinia, in provincia di Viterbo. Agli inizi del Novecento l’azienda agricola fu fondata, grazie all’assegnazione di un terreno dall’ente Maremma. Successivamente, in anni recenti, è stata creata l’azienda vinicola, affiancata, per l’accoglienza, dall’Agriturismo Casale Poggio Nebbia. L’obiettivo è di creare vini identitari, in cui sia riconoscibile il territorio dove sono coltivate le uve: zona collinare, con terreno argilloso e minerale, situato vicino al mare. La biodiversità è molto tutelata, con grande rispetto per la fauna del luogo, preziosa anche per l’equilibrio dell’ecosistema delle vigne; infatti, le etichette sono un omaggio agli animali che popolano l’area. E una lepre che corre è raffigurata sul vino assaggiato, “Brina”, Viognier in purezza, chiamato così perché ha la freschezza della brina mattutina, che ricopre vigna e paesaggio. Nel processo di vinificazione, subisce un processo di stabulazione (tecnica estrattiva) e un periodo di batonnage (movimento che rimette in sospensione le fecce fini) che donano al prodotto complessità, potenziale evolutivo e preservazione degli aromi. Al naso emergono note eleganti e intense di agrumi, ananas e fiori gialli; al sorso fresco, segue una buona persistenza con nota finale leggermente agrumata. Come abbinamento, sono ispirata da Tarquinia, luogo bellissimo, che conserva resti preziosi dell’antica civiltà etrusca. E nei dintorni di questa bellezza, sono state girate alcune scene di un film celeberrimo Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, con uno strepitoso Alberto Sordi. Ora ci trasferiamo a Poli, in provincia di Roma. Qui ha sede Tenuta Lungarella, attraverso cui Marino Lulli e i figli, Alexander e Luigi, vogliono trasmettere i valori e i prodotti del territorio, anche attraverso l’ospitalità offerta nella struttura. I vigneti sono in zona collinare, tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, caratterizzati da suoli tufacei e calcarei; luoghi bellissimi in cui gli imperatori Romani andavano a ristorarsi. E infatti la linea vinicola si chiama Julius in onore di questa storica tradizione. Ho assaggiato uno spumante metodo Charmat (fermentazione in autoclave), Brut Rosè Tenuta Lungarella a base di Montepulciano. Sentori eleganti di fragoline di bosco, anticipano un gusto cremoso, che avvolge il palato con lievi note finali minerali. In onore di questo vino, abbino gli scritti di Giulio Cesare, spesso oggetto di esercitazioni per le traduzioni dal latino, come è accaduto alla sottoscritta durante la scuola superiore: De Bello Gallico e De Bello Civili. Viaggiamo verso la Puglia, per l’esattezza a San Donaci, nel brindisino. Qui si trova Cantine Serio, un’azienda che è nel mondo del vino dagli anni Trenta e che ora è guidata da Giuseppe Serio. Siamo nel cuore della DOP Salice Salentino, il cui nome deriva dalla foresta di salici che in epoche antiche predominava nell’odierno comune omonimo. Il rosato a base di Negroamaro assaggiato, Setis, all’olfatto presenta sentori predominanti di ciliegie, seguiti da un sorso fresco ed elegante. Abbino un film di successo girato in Salento: Tre uomini e una gamba di Massimo Venier, con Aldo, Giovanni e Giacomo. Ripartiamo per la Toscana dove facciamo due tappe. La prima è a Terranuova Bracciolini, in provincia di Arezzo, con Pian del Pino, di Giovanni Batacchi. I vini prodotti sono frutto di lavorazioni in vigna senza trattamenti invasivi, aderendo al Metodo Man (Metodo Agricolo Naturale, acronimo di Mani, Autonomia e Natura). La zona è nei Pianalti del Valdarno, caratterizzata da suoli argillosi e minerali. E per l’amore verso il territorio, la produzione vinicola è orientata su vitigni autoctoni, come il Colorino del Valdarno, protagonista del vino assaggiato: Salix, vinificato in purezza solo da quest’azienda. Note olfattive intense di more e mirtilli neri, chiodi di garofano e pepe nero, anticipano un gusto fresco, molto persistente. Il mio pensiero va a un genio nato nell’aretino, le cui opere incantano il mondo intero: Michelangelo Buonarroti. La seconda tappa è a Chiusi, in provincia di Siena, dall’Azienda Agricola Nenci, famiglia che lavora nel campo vinicolo e agricolo da 50 anni. Oggi alla guida c’è Paolo Nenci, giovane molto promettente che nel 2016 è stato il “Primo Contadino Digitale in Italia”, riuscendo a coniugare la digitalizzazione e la volontà di trasmettere emozioni con i prodotti. Il vino assaggiato, Venere, che prende il nome dalla collina Monte Venere dove sono coltivate le viti, è un Sangiovese in purezza, che al naso presenta sentori di frutti di bosco, viole, liquirizia e cacao. Il palato è avvolto da morbidezza e lunga persistenza. E, per il nome, come non abbinarlo alla leggendaria Venere dell’artista toscano Sandro Botticelli? Ci avviamo all’ultima tappa di questo viaggio meraviglioso, un vino dolce che ho appositamente assaggiato per ultimo, perché non molto diffuso, ahimè: Cannellino di Frascati DOCG Cannellitto dell’azienda romana Torre dei Falchi. È una realtà vinicola giovane, nata nel 2015, ma crede molto nella valorizzazione dei vitigni autoctoni. Il nome del vitigno Cannellino sembra derivare dalla cannella della botte, da cui questo vino sgorgava già in epoca romana. Cannelitto è composto da: 50% Malvasia, 30% Malvasia del Lazio, 10% Trebbiano Giallo e 10% Bellone. Note intense ed eleganti di pesca, miele, arancio candito, vaniglia e zenzero, accompagnano un gusto avvolgente, con note finali lievemente agrumate. Lo abbino ai “Sonetti Romaneschi” di Trilussa in cui, tra l’altro, è nominato anche il Cannellino. E con quest’ultimo assaggio, Il nostro percorso vinicolo è giunto alla fine. Ringrazio Vinario4 che organizza sempre eventi in cui si dà voce a realtà vinicole molto interessanti. Al prossimo Wine Tale!   Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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27 Ottobre, 2025

Assaggi in quartieri familiari

  Nonostante sia una persona a cui piace molto muoversi e viaggiare, necessito spesso di fare brevi pause in luoghi familiari, nel senso puro del termine. Ci sono posti che collego soprattutto alla mia infanzia e adolescenza, e che si intrecciano anche con la storia dei miei genitori. Sono bar, negozi, strade, quartieri che si trovano a Roma. Nomi che richiamano alla mente ricordi lontani e forse anche confusi, ma belli ed emozionanti. Dunque, tranne che nel periodo estivo che era sempre centrato sulle trasferte abruzzesi, il sabato pomeriggio io, mamma, papà e mio fratello, andavamo a fare passeggiate in quartieri vicini. Lo scopo era soprattutto camminare e vedere negozi, magari con qualche puntatina in parchi limitrofi.   Uno di questi quartieri era Talenti. Si partiva da Via Ugo Ojetti e ogni tanto si deviava per altre vie vicine. In una di queste, Via Gaspara Stampa, ci sono ricapitata due settimane fa. La strada oggi non ha nulla a che vedere con i miei ricordi di spazi aperti, infatti è piena di palazzi e macchine parcheggiate, come d’altronde accade in molte città. Il motivo che mi ha spinto è che per caso su un social ho letto dell’apertura di uno speakeasy proprio qui, e non potevo esimermi dall’andare a curiosare. Cosa è uno speakeasy? Il termine si riferisce a locali che nacquero negli Stati Uniti nel periodo del proibizionismo e che vendevano alcolici di nascosto. Erano situati in seminterrati o soffitte, con un’entrata in cui era richiesta una parola d’ordine, e soprattutto si doveva parlare piano e a bassa voce per non attirare in alcun modo l’attenzione. Oggi, prendendo spunto da questa tradizione, sono stati aperti alcuni speakeasy in varie località e sono sinonimo di distillati particolari e di altissima qualità. diSTEELleria è uno di questi e si trova al seminterrato del ristorante Steel. Per accedervi è necessario prenotare e si scende da un percorso riservato, che porta in un ambiente molto elegante e con luci soffuse, con sottofondo di musica rock e pop inglese. Ho preso due cocktail: Mexican Thief, a base di mezcal, orzata, lime e angostura e Vodka Martini, a base di Vodka e Vermouth Dry. Entrambi molto buoni, miscelati con un ottimo bilanciamento dei distillati. E in onore di questo nuovo locale, abbino una canzone dei The Smiths Bigmouth strikes again, ascoltata proprio in questa serata. Ora spostiamoci in un posto che è legato alla colazione della domenica mattina di quando ero piccola. Mio padre, spesso, ci portava al Bar Di Biagio, a piazzale Jonio, per il cornetto. L’attività ora è gestita, sempre nella zona e come allora, dal 1923, dalla famiglia Di Biagio, dapprima come ristoro, poi come bar, a cui fu affiancato poi un negozio di vendita di prodotti alimentari, vini e liquori eccellenti. Oggi, il locale Enoteca e Dolciumi Di Biagio a Piazzale Jonio, è focalizzato sulla vendita di prodotti enogastronomici, presentati sempre con professionalità ed eleganza. Ogni volta che vado, soprattutto per acquistare vini buoni, per me è piacevole rivedere volti che collego a quelle domeniche spensierate. Nei mesi autunnali e invernali, il sabato è sovente dedicato a degustazioni vinicole e alimentari, così ho avuto modo di assaggiare alcune espressioni di Vermentino di Gallura, DOCG della Sardegna. Elencherò i tre assaggi che mi hanno più sorpreso. Iniziamo con Nou della Cantina Li Duni, che si trova a Badesi in provincia di Sassari, vicino il meraviglioso Golfo dell’Asinara. L’azienda è in un contesto molto particolare, in cui le viti sono allevate a piede franco  che, grazie al terreno sabbioso, contribuiscono a creare ottimi vini. Le uve sono coltivate tra colline ricche di vegetazione e il mare, con il vento che soffia sulle dune litoranee (Li Duni). Perché piede franco? Questo tipo di allevamento, qui, era molto diffuso già prima del 1868, quando ci fu l’attacco della fillossera, il parassita che distrusse la vite in gran parte dell’Europa. E dopo questo terribile evento, il piede franco fu ripreso nei terreni sabbiosi della zona, dove l’insetto non poteva attecchire. Tra l’altro,  garantisce una bassa resa e alta qualità. Il vino assaggiato è un Vermentino giovane, con sentori agrumati e gusto fresco e sapido. Una bottiglia accattivante, da abbinare a una canzone bellissima e famosa, cantata anche in dialetto sardo, da Pierangelo Bertoli e i Tazenda: Spunta la luna dal monte. Passiamo ora al secondo vino: Elibaria dell’azienda Contini Siamo a Cabras, in provincia di Oristano e qui, nel 1898, Salvatore Contini e a sua moglie Anna Maria Dessì fondarono la prima cantina della Sardegna. Dapprima dedicata alla produzione di Vernaccia, successivamente ha allargato l’attività anche ad altri vitigni autoctoni sardi, linea condivisa oggi da Alessandro e Mauro Continui che sono alla guida dell’azienda, con la supervisione del Presidente Onorario Paolo Contini. La zona, moltissimi anni fa, è stata oggetto di invasioni da parte dei barbari e dei Mori e la pesca è da allora molto diffusa. E proprio un’imbarcazione tipica utilizzata in passato, il fassone, è simbolo del marchio Contini. Le viti sono coltivate in un terreno sabbioso- granitico, con una forte ventilazione. Elibaria ha sentori intensi di macchia mediterranea, soprattutto rosmarino, e frutta esotica, che anticipano un sorso in cui predominano freschezza, mineralità e note iodate. E questi elementi così tipici, mi riportano alla mente il libro Canne al vento della scrittrice sarda, vincitrice del Premio Nobel, Grazia Deledda. Concludiamo il nostro viaggio in terra sarda, con Branu, prodotto da Vigne Surrau, situata ad Arzachena, vicino Porto Cervo, località famosa della Costa Smeralda. L’azienda, gestita nel segno di pratiche agricole non invasive, è stata fondata all’inizio degli anni Duemila, ed è caratterizzata da suoli granitici e argillosi. La struttura è molto elegante, moderna e avveniristica, costituita da vetro e legno, costruita nel segno della sostenibilità ambientale. Branu significa in dialetto gallurese primavera, e indica il risveglio della natura tipico di questa stagione. Sensazioni legate al vino, in cui sono presenti note olfattive fini di zagara, ginestra e frutta a polpa gialla; il gusto è fresco e avvolge il palato con pienezza, con una nota finale sapida e molto persistente. Il collegamento che mi viene in mente è con una melodia molto elegante, The Silence of Your Heart in cui il trombettista sardo Paolo Fresu apporta il suo tocco magico. Il mio viaggio sensoriale e familiare si è concluso, a presto con altri racconti!   Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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W il Rum! Arrow Right Top Bg

13 Ottobre, 2025

W il Rum!

  Ebbene sì, confesso che ho una autentica passione per questo distillato. Ogni volta che lo sorseggio, parte dentro di me un viaggio sensoriale che mi porta in posti bellissimi ed evocativi. Due piccole premesse basilari, in linee molto generali. Iniziamo dalla prima: come si scrive? Rum, ron o rhum? Dipende dal Paese di origine del prodotto: rum per Paesi di lingua inglese; ron per Paesi di lingua spagnola; rhum per Paesi di lingua francese. Seconda premessa, le più grandi tipologie sono due: i rum agricoli, che si ottengono dalla distillazione del succo (vesou) della canna da zucchero, e i rum tradizionali, che si ottengono dalla distillazione della melassa (residuo del raffinamento dello zucchero di canna). Naturalmente la materia prima è molto importante, ma è altrettanto essenziale tutta la fase della produzione, in primis, appunto, la distillazione. Ogni distilleria ha una figura importante: the master blender, che segue tutte le fasi per garantire un risultato eccellente. E allora, non potevo perdermi lo Showrum, the Italian Rum Festival, giunto alla decima Edizione. Ha avuto luogo il 21 e 22 settembre a Bologna, al Binario Centrale dello Spazio DUMBO. L’evento è stato ideato, sin dall’inizio, da Leonardo Pinto, uno dei massimi esperti ad altissimi livelli del settore, che guida anche il corso professionale Rum Master. Per me ormai è diventato un appuntamento annuale fisso, dove assaggio ottimi prodotti. La prima giornata è aperta a tutte le persone appassionate, con ampia offerta di eccellenze da degustare e masterclasses dedicate a brands specifici; la seconda giornata invece è per gli esperti del settore, con offerta similare ma più mirata. Il tutto corredato anche da bar, dove poter assaggiare ottimi cocktails, e, novità di quest’anno, “Il Covo dei Pirati”, spazio esclusivo in cui è possibile bere rum rari e leggendari. E quindi, in una domenica settembrina calda, sono approdata allo Showrum, di cui racconto gli assaggi migliori. Iniziamo dall’isola caraibica di Santa Lucia, che appartiene all’arcipelago delle Piccole Antille, così nominata perché fu scoperta il 13 dicembre, giorno in cui ricorre la festa della Santa, 1502. Qui, nella meravigliosa valle di Roseau, nel 1972, dalla fusione di due storiche distillerie a gestione familiare, Geest e Barnard, nascono le St. Lucia Distillers Group of Companies, che producono la linea dei rum Admiral Rodney. Il nome è un omaggio all’ammiraglio inglese che, nella Battaglia dei Santi nel 1782, ruppe la linea francese e assicurò il dominio britannico in questi luoghi. HMS Formidable è un blend di rum invecchiati tra i 10 e i 15 anni in botti di rovere americano precedentemente impiegate per il bourbon. Quest’ultima è una prassi che spesso è effettuata per la maturazione dei distillati, proprio per esaltare le caratteristiche del prodotto. Al naso emergono sentori di frutta rossa, uvetta, caramello e tostatura. Il palato è avvolto da leggere note di vaniglia e spezie. Considerando il luogo di origine, scatta subito l’abbinamento alla saga cinematografica “Pirati dei Caraibi”, di cui molte scene sono state girate in questi luoghi paradisiaci. Cambiamo destinazione e voliamo a Panama, Paese del Centro America, dove è situata la Distilleria Consorcio Licorero Nacional, che ha creato la linea Auténtico Nativo, di cui ho assaggiato l’Overproof 108 (54% gradazione acolica) , blend di rum invecchiati 8 anni, affinati in botti ex-bourbon. Sentori di caramello, anticipano un gusto molto caldo, con leggere note di noci tostate. Lunghissima persistenza. Il Paese di origine mi ricorda il libro “Il Sarto di Panama” di John Le Carrè. Cosa significa Overproof? Il termine significa letteralmente a prova superata e ricorda una prova eseguita dalla marina britannica con la polvere da sparo che, all’epoca dei pirati, era trasportata in barili nelle navi, spesso vicino a quelli che contenevano distillati. L’alta gradazione di questi ultimi, garantiva il funzionamento dell’innesco, se si superava la prova bagnando la polvere da sparo con il distillato. E’ sempre affascinante scoprire cosa si nasconde dietro termini utilizzati nelle varie modalità di produzione di vini, birre e distillati! Ora partiamo con direzione Venezuela! La Distilleria Carúpano, è stata fondata nel 1762 a Maracapana e qui, per la prima volta in questo Paese, fu prodotto l’Añejo Ron (definizione in lingua spagnola utilizzata per i rum invecchiati). La produzione si distingue soprattutto per il microclima della zona e per l’acqua pura di sorgente del fiume Chuare. Il rum assaggiato è Ron Añejo Reserva Limitada Blend di rum invecchiati fino a 18 anni in botti di rovere bianco americano. A un primo sorso, all’olfatto emergono note intense di frutta secca, soprattutto miele, e mandorle. Gusto avvolgente, con una nota finale di cioccolata, che poi è stata enfatizzata con l’assaggio successivo, in cui ho abbinato una fettina di lime, immersa da un lato nella granella di cioccolata fondente, dall’altro nello zucchero di canna. Eccezionale! Per me che adoro la cioccolata fondente è un sogno, e penso alla bellissima poesia del poeta venezuelano Eugenio Montejo La Terra girò per renderci più vicini. Ed eccomi alla Masterclass tanto attesa, condotta magistralmente da Marco Graziano, altra personalità di rilievo nell’ambito di questo fantastico distillato, sul Rhum J.M., Rhum Agricole de la Martinique, prodotto dalla Distilleria Fonds-Préville che si occupa di canna da zucchero fin dal XVIII secolo. Atterriamo mentalmente, quindi, in questa isola bellissima, nel piccolo villaggio di Macouba, dove il microclima e la vicinanza al vulcano Monte Peléè, contribuiscono, con il suolo e l’acqua, all’eccellenza dei rum. E per garantire questo risultato, i proprietari curano l’intero ciclo produttivo. Precisazione doverosa: secondo la denominazione A.O.C. della Martinica, può essere definito “Aged Rhum” solo il rum invecchiato almeno tre anni in botti di rovere nelle cantine. Gli assaggi sono stati quattro Rhum Blanc Agricole, il cui olfatto vegetale e floreale è esaltato nel cocktail Ti’ Punch, molto popolare nell’isola; Rhum Vieux Agricole, Terroir Volcanique, invecchiato 3 anni in botti di rovere americano da 200 litri, in cui predominano sentori di miele e pane tostato, con un gusto rotondo e persistente; Rhum Agricole Tres Vieux X.O., invecchiato 6 anni in botti ex bourbon, con intense note di frutta candita e gusto leggermente piccante; Rhum Vieux Millésimé 2013, assaggiato alla cieca e poi svelato, che invecchia 9 anni in botti ex bourbon. Il mio preferito: al naso emergono arancia candita e cioccolata, seguite dal sorso avvolgente che evidenzia note di tostatura e leggermente agrumate, con una lunghissima persistenza. Martinica, oltre al mare strepitoso, ha una ricchissima vegetazione, è chiamata l’Isola dei Fiori, e abbino un quadro meraviglioso di Paul Gauguin, Paesaggio della Martinica. Il mio viaggio nel mondo del rum per ora è terminato. Oggi vi ho portato con me in posti esotici e ci tengo a sottolineare che spesso le distillerie, attuano iniziative di sostenibilità ambientale, ad esempio con il riciclo delle bottiglie, e sociale, ad esempio assumendo personale di comunità limitrofe, offrendo un’alternativa valida a percorsi di vita pericolosi, molto frequenti, purtroppo, in alcune di queste aree.   A presto con i prossimi racconti!
  Biancamaria Caroli – Dal vino in poi
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Goodbye summer! Arrow Right Top Bg

30 Settembre, 2025

Goodbye Summer!

  Finalmente l’estate è finita! Non fraintendetemi, è bellissima la sensazione delle giornate lunghe e luminose, ma io amo la ciclicità delle stagioni e aspetto con gioia l’autunno e i suoi splendidi colori. E poi la vendemmia solitamente entra nel vivo, quindi fremo ancora di più! Ora, quindi, vi racconto gli ultimi assaggi estivi, colmi di storie e tradizioni. Inizio con un luogo che ho visto nascere e crescere, come anche chi lo guida. Mi riferisco a V’Incanto Osteria Moderna, posto dove si mangia e si beve veramente bene! Daniele Berardini, il proprietario, sin da bambino, è sempre stato molto vispo e curioso. Da adulto, ha trasferito queste caratteristiche al suo locale, che si trova a Carsoli, in provincia de L’Aquila. Dall’apertura, si cimenta in innovazioni culinarie continue, ma sempre mantenendo il focus sulle sue origini abruzzesi. In cucina, infatti, sua madre Lisa, esperta soprattutto di pasta fatta in casa, sforna continue leccornie, con la collaborazione di Thomas. Il piatto forte sono i mitici pizzicuni, di cui ho parlato nel mio articolo Estat-iamo: le sagre! (che trovate qui). L’attenzione verso il cliente è sempre altissima, grazie al team che lavora in sala, nomino su tutti Angelo e Alessandra, ma ci tengo a sottolineare la professionalità che contraddistingue tutto il personale. Non da ultimo, qui si beve moooolto bene, anche perché Daniele è un esperto del settore e organizza anche degustazioni di vini importanti, non tralasciando però anche realtà meno blasonate Per me quindi, quando passo da queste parti, è una tappa obbligata, per un saluto e un calice di vino. E così, in un afoso pomeriggio d’agosto, ho assaggiato un vino bianco: Fiano di Avellino DOCG Macchia del Monte, Terre del Principato. Questo marchio, il cui nome riconduce all’antica provincia di Principato Ultra, è stato creato da Cantine La Marca, con sede a Parolise, in provincia di Avellino. In quest’area, il Fiano è protagonista di ottimi prodotti.  La versione che ho assaggiato è molto adatta per un aperitivo conviviale tra le amicizie più vere. Sentori di fiori bianchi e mela annurca, anticipano un sorso fresco. Lo abbino alla canzone Friends Will Be Friends dei Queen, inno all’amicizia, in cui spesso il nettare divino è un elemento importante in serate piacevoli. Ci spostiamo in Piemonte, dove è stato prodotto un Barbera d’Asti (super) DOCG dell’azienda Dogliotti, che si trova a Castagnole delle Lanze, in provincia di Asti. La zona è tra Langhe e Monferrato. Questa storia vinicola familiare inizia nel 1870, quando Giuseppe e Marcello Dogliotti, iniziano a produrre il Moscato che diventa presto il loro fiore all’occhiello. Nel corso degli anni, la produzione si è allargata anche ad altre tipologie di vitigni, tra cui cito: Nebbiolo, Arneis, Dolcetto e, appunto Barbera. Si dice il Barbera o la Barbera? Secondo la versione più accreditata, nelle zone piemontesi di produzione, si dice la Barbera, per la –a finale del nome del vitigno; con l’articolo maschile, il Barbera, ci si riferisce al vino. È sempre affascinante notare come questo mondo sia legato al territorio di origine anche nelle tradizioni linguistiche. L’assaggio, che ha riscosso molto successo, ha note olfattive di prugne e frutti di bosco, con speziature di pepe nero. Gusto con spiccata freschezza iniziale, che lascia il posto poi a una morbidezza con una buona persistenza. Il Piemonte è una regione tra le più quotate a livello internazionale di un punto di vista vinicolo, e non posso non citare la canzone Barbera e Champagne di Giorgio Gaber che offre, come tutti i suoi testi, molti spunti di riflessione. Ma ora ci trasferiamo nuovamente. Per Ferragosto ho trascorso due giorni nella Valle di Comino, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ad Alvito, in provincia di Frosinone. Ho pernottato nello splendido Relais Colle Buono. Come aperitivo ho preso un gin tonic. Il nome è Paracelso, famoso alchimista rinascimentale, che creò preparazioni curative a base di minerali e sostanze vegetali, utilizzando anche la distillazione.  E’ prodotto da DiBaldo, brand specializzato in spirits e superalcolici di Baldo Baldinini, che si trova a Santarcangelo di Romagna, nel Riminese. Non lontano da qui, a Montebello di Poggio Torriana, si trova, presso Tenuta Saiano, l’Olfattorio. Rinomato per il sensazionale senso olfattivo, infatti, Baldinini è nel Libro d’Oro del MAM (Maestro d’Arte e Mestiere), uno speciale riconoscimento dedicato ai migliori Maestri d’Arte italiani, portatori di tradizione e bravura artigianale in diversi campi. Per i gin, c’è una ricerca accuratissima delle botaniche, provenienti da tutto il mondo. Dopo la selezione si arriva alla produzione del distillato, puntando a una perfetta armonia dei componenti. Paracelso al naso ha sentori intensi di agrumi e spezie, al palato nella miscelazione predominano morbidezza e persistenza. Un ottimo prodotto che abbino, per l’attività svolta da Paracelso al libro L’Alchimista di Paulo Coelho. E termino questo viaggio sensoriale con un evento, a cui ho avuto l’opportunità (non finirò mai di ringraziare chi me lo ha permesso) di partecipare: Moto Gp a Misano Adriatico in provincia di Rimini. Le due ruote mi hanno affascinato sin da piccola e potete immaginare l’emozione forte che ho provato. Nel weekend di metà settembre sono andata a Misano, con stagione estiva marittima in chiusura, ma in fermento per la gara che qui è molto sentita, anche perché ci troviamo nella Motor Valley, una realtà produttiva Italiana tra le migliori al mondo. Il viale centrale era pieno di stand con moto vecchie e nuove di marchi famosi e si sentiva spesso il rombo dei motori. Il sabato ho assaggiato un altro gin particolare (sapete che il gin tonic è uno dei miei cocktail preferito, vero?): Alba87. Il nome è l’abbreviazione di Albana, vitigno autoctono di Romagna, che nel 1987 divenne la prima DOCG di vini bianchi Italiani. Marco Zavalloni, appartenente a una famiglia di viticoltori, ha creduto tenacemente in questo progetto, con la collaborazione di Gianluigi Valentini, Master Distiller, che ha utilizzato la sua Maison a Tassullo, in provincia di Trento. La botanica principale di questo gin è l’infiorescenza di Albana, che fiorisce con profumo molto dolce a metà giugno solo per 3 giorni, quindi effimero (ephemeral come appare in etichetta). Prodotto molto buono: spiccate note floreali e di limone, anticipano un sorso avvolgente. Ho terminato poi la serata con un’ottima cena al ristorante Follia Beach, in cui ho bevuto un calice di Rimini Rebola DOP, ottenuto da Grechetto Gentile. Rimini Rebola è un progetto focalizzato a diffondere il questo vitigno autoctono, grazie alla collaborazione di 15 aziende vinicole della zona, che vogliono raccontare il territorio con passione. Per questo motivo, solo nella bottiglia firmata Rimini ci sono le etichette di Rimini Rebola. Una delle aziende coinvolte è Franco Galli, che si trova sulle colline riminesi a San Giovanni in Marignano. Nata nel 1949, spinge molto per valorizzare le varietà autoctone. Nel vino emergono odori intensi di mela, albicocca e gelsomino; il gusto è molto fresco con nota finale ammandorlata e una buona persistenza. Serata bellissima, con un concerto di cover rock, cui è seguita una domenica ancora più bella al circuito della gara! Concludo abbinando questi due ultimi assaggi al bellissimo libro di Marco Missiroli Avere tutto ambientato a Rimini, non lontano da qui. Ora vi saluto, mi leggerete presto con un nuovo wine tale autunnale!     Biancamaria Caroli
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ESTAT-IAMO per sagre! Arrow Right Top Bg

8 Settembre, 2025

ESTAT-IAMO per sagre!

E allora, come anticipato nell’articolo precedente, parlerò di alcune sagre estive che sono diventate un appuntamento fisso e irrinunciabile per chi conosce il borgo meraviglioso abruzzese che le ospita: Colli di Monte Bove, frazione di Carsoli, in provincia de L’Aquila. Siamo tra i Monti Simbruini, nella zona montuosa della Marsica. Chi mi conosce, sa che parlo e scrivo molto di frequente di questo paesello che si trova a 1.000 metri sul livello del mare. La casa di famiglia di mio padre è qui, e fin da bambina, in questo luogo ameno, ho trascorso tanto tempo, soprattutto d’estate. Oggi, mi regalo la permanenza di almeno una settimana ad agosto e alcuni weekend, per riposare e ricaricarmi per i mesi successivi. Aria pulita, paesaggio bellissimo, con una faggeta enorme che fa da cornice, splendidi tramonti, amicizie storiche e vere e…cibo eccezionale e genuino. Quest’ultimo è consumato nelle sagre, con tavolini e piatti molto abbondanti e veraci, in cui, giustamente, si valorizzano i prodotti locali. Purtroppo le persone che vivono qui sono sempre meno, ma, con caparbietà encomiabile, le associazioni locali – Pro Loco, Amministrazione Domini Collettivi e i Giovani –organizzano vari eventi che richiamano molta gente. Quest’anno poi, dopo la pausa forzata per il Covid e varie vicissitudini, finalmente c’è stata la serata delle cantine, un percorso enogastronomico nella parte alta del borgo, dove, oltre a gustare prelibatezze, è stato possibile anche assaggiare vini abruzzesi. In alcune postazioni, infatti, situate anche dentro grotte antiche, erano presenti produzioni vinicole molto interessanti. Non potevo esimermi e così ho collaborato versando il prezioso nettare ai partecipanti. Mi sono dedicata ai prodotti dell’Azienda Agricola Biologica Cioti che si trova a Paterno di Campli, in provincia di Teramo. L’area, dalla fine dell’Ottocento, ha una tradizione vinicola di tutto rispetto e la famiglia Cioti ne è un esempio. Dagli anni Ottanta sta recuperando cloni locali di uve che sono coltivate a 400 metri sul livello del mare, nel parco del Gran Sasso e Monti della Laga, vicino le Montagne Gemelle (Montagna dei Fiori e Montagna di Campli), con la presenza di una biodiversità preservata con molta accuratezza. I vini che hanno riscosso più successo negli assaggi sono un bianco e un rosato. Il primo è Abruzzo DOC Pecorino Superiore “Alarius”, affinato in acciaio. Il Pecorino è un vitigno autoctono a bacca bianca e sembra che il suo nome derivi dal fatto che le pecore sono ghiotte dei suoi acini. Note olfattive di fiori di acacia, gelsomino e agrumi, anticipano un sorso fresco, caldo e con una leggera mineralità finale. Appartiene alla linea  Alarius (alare) che richiama i rapaci che di sovente volano a Paterno. Lo abbino al gruppo musicale americano The Eagles, il cui nome è evocativo del rapace per eccellenza che anche in Abruzzo è presente: l’Aquila Reale. Il secondo è Cerasuolo d’Abruzzo DOC Superiore “Pathernus”, affinato in acciaio, altra linea produttiva che omaggia il nome del luogo natio. 100% Montepulciano, il Cerasuolo nel colore richiama le cerase, il nome dialettale abruzzese delle ciliegie. Al naso emergono fragoline di bosco, amarena, pesca e rosa selvatica; gusto fresco e molto persistente. Una tipologia di rosato che raccoglie ampi consensi anche per la tonalità particolare del colore, per cui lo abbino al libro Norwegian Wood di Haruki Murakami. E’ uno scrittore giapponese che mi piace molto e viene dal Paese in cui la fioritura dei ciliegi (Hanami) è omaggiata ogni anno, dando luogo a molte manifestazioni ed eventi. Aggiungo però anche un piatto tipico del paesello: i pizzicuni, pasta lunga fatta a mano, chiamata così perché deve essere “pizzicata” poco prima di buttarla nell’acqua in ebollizione. Durante la sagra a loro dedicata, ho trovato azzeccatissimo il Cerasuolo come abbinamento, soprattutto per il tradizionale condimento a base di guanciale, cipolla, pecorino e pepe nero. Una vera bontà! E sempre nel corso di questa splendida serata, ho riassaggiato anche un altro vino abruzzese che già mi aveva colpito in precedenza: Montepulciano d’Abruzzo DOC Biologico “B”, affinato in acciaio, dell’Azienda Buccicatino, situata a Vacri in provincia di Chieti. I vigneti, distribuiti tra Vacri e Bucchianico, sono in zona collinare, coltivati in suoli ciottolosi e argillosi e privilegiano di una grande luminosità. Bellissimo colore rosso rubino, con sentori di prugna, more e viole del pensiero, dopo averlo sorseggiato, lascia il palato morbido, con un retrogusto di frutti di bosco. Il Montepulciano d’Abruzzo è il vitigno simbolo della regione e lo abbino quindi al libro Fontamara di Ignazio Silone, ambientato proprio nella Marsica. Passo all’altra sagra che ha avuto per protagonisti gli gnocchi, rigorosamente fatti a mano e straordinariamente buoni con un condimento a base di salsa di pomodoro, salsicce e spuntature di maiale. Naturalmente, come anche nella serata dei pizzicuni, è previsto anche un condimento senza carne, per permettere di gustare tali bontà a chiunque. E anche qui ho assaggiato un ottimo Montepulciano d’Abruzzo DOP Murelle della Cantina Miglianico, cooperativa di circa 300 viticoltori, con vigneti che si trovano nella provincia teatina nell’area di Miglianico, tra mare e collina. Affinato in cemento, questo vino al naso ha profumi intensi di marasca, ribes e chiodi di garofano, con un gusto avvolgente e persistente. Il pensiero va a una canzone dalla melodia dolcissima che è uno sfondo perfetto allo stato d’animo delle giornate da me trascorse: Agnese del cantautore abruzzese Ivan Graziani. Oltre alle sagre, trascorro il mio tempo anche facendo bellissime escursioni, e questa volta ho scelto la montagna adiacente, nelle Vene Le Macchie, insieme al mio amico Nando, natio del paesello, dove vive. Persona generosissima e ospitale, nonché bravissimo in cucina, ho avuto l’onore di essere invitata da lui per un aperitivo con un calice di vino, accompagnato da alcune prelibatezze, sul balcone di casa sua, da cui si può vedere il tramonto spettacolare, vanto di Colli. Ci ha fatto compagnia il Pecorino delle Cantine Bove, azienda di nicchia, fondata nel 1930, il cui quartier generale è ad Avezzano, provincia de L’Aquila. Vino con ottimo rapporto qualità/prezzo, ha sentori delicati di pera, mela e fiori gialli, seguiti da freschezza. Molto piacevole. Concludo con un omaggio mio personale a Filomena, la proprietaria del Bar che ha accolto tutti noi, villeggianti e non, sin da bambini. Compirà 90 anni a breve, ed è stata organizzata una festa per celebrarla: Filumena SummerParty, serata bellissima che ha fatto riaffiorare molti bei ricordi, con sottofondo di musica anni Ottanta e Novanta. L’abbinamento migliore è con il film Un Mondo A Parte di Riccardo Milani, del 2024, con Virginia Raffaele e Antonio Albanese. Ambientato in alcune località, tra cui Opi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, a mio avviso rappresenta molto bene la realtà di chi vive in questi paesi e anche le sensazioni di chi ci entra in contatto, descritte bene dalle parole: La montagna lo fa. Alla prossima, con i miei ultimi assaggi estivi!     Biancamaria Caroli
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