Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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23 Febbraio, 2024

Pietro Vezzoso. Un pizzico sulla pancia

Ci sono zone della nostra penisola che sembrano non esistere. Ragioni diverse. Geografiche, storiche, sociali. Non è dato sapere. Fatto sta che pure lo sviluppo gli gira intorno lasciando queste zone, luoghi incontaminati.  Falciano del Massico è un paese in provincia di Caserta che, per capire dove si trova occorre necessariamente aprire Google Maps e digitarne il nome. Ci si accorge che è proprio nel mezzo delle due strade che partendo dal Garigliano, fiume che separa il Lazio dalla Campania, si dirigono verso Napoli.  Quella più a nord è l’Appia, quella più a sud, in prossimità del mare, è la Domiziana. Percorrendo proprio quest’ultima verso Napoli si arriva a Mondragone, patria delle mozzarelle di bufala. Da Mondragone, la provinciale Falciano-Mondragone ci permetterà, dopo circa 7 km di arrivare a Falciano del Massico, piccolo comune di poco più di 3000 anime. All’epoca dei Romani, queste erano zone di produzione del vino Falerno, decantato da Orazio, Catullo, Virgilio, Cicerone e Marziale. Un vino esportato in ogni dove del bacino del Mediterraneo che aveva addirittura tre declinazioni: Caucinum per i vini provenienti dall’alta collina; Faustianum quando il vino proveniva dalle migliori vigne per esposizione e pendenza; Falernum, dalle vigne pianeggianti. L’area, definita Ager Falernus, era nota per la produzione non solo di vino ma anche di olive e grano, il Grano Falerno.  Poi, l’oblio. Il sonno. Il dimenticatoio. Così che qui oggi e da anni, la vita scorre lenta. I pochi rimasti sono dediti all’agricoltura o alla produzione della mozzarella. Persone schiette, meravigliose, vere. Quelle che solo il sud può offrire. Grandi lavoratori, grandi sognatori. Come Pietro Vezzoso che ha fatto del suo amore per la vigna ed il vino, il sogno della sua vita. Gli anziani del paese sono stati gli ultimi a vedere qui le vigne rigogliose. Poi tutto si è trasformato in colture diverse e variegate assecondando le necessità del mercato. Pesce, nocciole, ortaggi. Prodotti con maggiore possibilità di trasformare in moneta il sudore dei campi.  Eppure la DOC Falerno del Massico venne attivata già nel 1989. Senza fortuna e senza quel numero di produttori necessario ad affermarne il nome così che non si riesce ad avere nemmeno un consorzio dedicato. Quello presente, Vitica, deve raccogliere tutte le DOC del Casertano (Aversa, Galluccio, Roccamonfina, Terre del Volturno e Falerno del Massico). Gli anziani. I nonni come nonno Antonio erano grandi lavoratori. Artefici più o meno fortunati della guerra, spettatori più o meno fortunati della vita. Nonno Antonio, oltre ad essere un instancabile lavoratore era una grande persona. Di quelle con il cuore d’oro. Aveva la sua vigna in una delle zone più antiche di Falciano, l’Unnitto. Così si chiamava e si chiama. Coltivata con i vitigni che riusciva a mettere o che si era ritrovato (in passato così si faceva). Mio zio, il marito della cugina di mia mamma, mi raccontava che viveva a Milano e il nonno prima che ripartisse per tornare proprio Milano, gli dava una bottiglia del vino che faceva dalla vigna dell’Unnitto. Quando arrivava e se la beveva, se ne stava a dormire due giorni! Una bomba esagerata. Il terreno ha una caratteristica pazzesca. Li abbiamo adesso gli olivi e 200 piante di Primitivo. Mio fratello voleva farne una etichetta a parte nelle bottiglie di terracotta. Però sono solo 100 bottiglie e mi sarebbe costato troppo. Lo beviamo in famiglia come un valore affettivo. Mio nonno è più contento che le bevo io. Pietro adesso è un omone. Un gigante buono che si riconosce come tale solo a guardarlo in viso. Se poi gli si parla, non si può fare a meno che volergli bene subito per quella sua pacatezza e felicità che emana. Eppure la vita non è che sia stata così tenera per lui. Perdere il papà a 15 anni senza aver più la possibilità di abbracciarlo ad esempio, non deve essere stato tanto semplice.  Anche nonno Antonio se ne era andato tre anni prima non senza aver avuto il tempo di trasmettere a Pietro l’amore per vigne. Le passeggiate tra i filari, la cantina, gli strumenti del mestiere, le mani nel mosto fanno scattare quella scintilla che non solo anima Pietro ma lo segna profondamente. Quell’omone porta dentro di se questi ricordi magari cercando non tanto di cancellare quelli del padre quanto di distrarre il dolore. Fa ancora troppo male. Poi c’è la vita vera. Quella di tutti i giorni che deve in qualche modo scorrere. Anche se qui, generalmente, è caratterizzata da semplicità mista a difficoltà. Non ti puoi permettere di rimanere sul divano. Devi lavorare. Lavorare sodo e da subito. Infatti Pietro non aspetta e si da subito da fare. Nei campi ovviamente. Ci si rimbocca le maniche e si fa. Si fa. A diciotto anni incontra Carmela. L’amore della sua vita. Un amore che si unisce a quello per il suocero, Salvatore. Un mentore per lui. La persona che gli insegna a lavorare in vigna.  Ho avuto la fortuna di conoscere la attuale moglie il cui padre faceva proprio questo lavoro. È stata come una prosecuzione di quanto faceva mio nonno. Mio suocero lavorava per diverse aziende vinicole. Mi sono messo con lui a lavorare.  Lavori conto terzi. Lavori in vigna. Lavori in terra. Lavori nei giardini. Lavoro, lavoro, lavoro. Pietro non è uno di quelli che si tira indietro. Mai. Con la moglie Carmela hanno anche un piccolo supermercato di paese. Quei meravigliosi posti dove trovi un pò di tutto e che sono indispensabili come le farmacie.  Abbiamo un piccolo supermercato con mia moglie. Da 19 anni. Resistiamo in questa piccola realtà. Io faccio il jolly, quando serve una mano a mia moglie io sono li; se serve una mano in cantina lei viene da me. Siamo a conduzione familiare. Poi da sempre faccio lavorazioni conto terzi con potature di oliveti e vigneti, giardinaggio. Ho un bel da fare. Chi ha voglia di lavorare lavora! Grande verità quella di Pietro. In una Italia dove si parla e si parla e si parla ancora, c’è chi si rimbocca le maniche e si sporca le mani. Senza timori e solo con la voglia, la necessità ma anche l’orgoglio di fare qualcosa. Pietro e le persone come lui sono fieri di ciò che fanno. Il lavoro è onestà e integrità. Dignità. Zero chiacchiere, solo lavoro. Chi ha voglia di lavorare lavora. Niente chiacchiere. Pietro lavora nelle vigne altrui insieme a Salvatore. Impara e impara tanto. Sempre continuando a fare le sue cento bottiglie dalla vigna dell’Unnitto che è costretto anche a reimpiantare nel 2009. Lavora saltuariamente nella vigna di zì Pasquale. Qui zì, zio, è un modo per chiamare in maniera confidenziale ma rispettosa le persone. Forse perché con dimensioni così piccole, bene o male, sono tutti parenti. Era il 2019 e nella mia testa c’era già il pensiero di mettere su una azienda allora dissi: zì Pasquà, se fate pensiero, io sto qua. Ci siamo messi d’accordo per un ettaro di vigneto.  Vigna Barone. Così si chiama la vigna di zì Pasquale. Una vigna storica di 70 anni certificata dalla Regione Campania e dalla Università degli studi di Salerno.  Nel 2021 Pietro decide, dopo essersi consultato con la famiglia, che è giunto il momento di fare il grande passo. Un pò di terra di famiglia c’è, la Vigna del Barone di zì Pasquale si può affittare, qualche soldo per i primi investimenti si trova, insomma, perché no? Il 2022 segna la nascita di Cantina Vezzoso! Il mio enologo e agronomo Pietro Razzino mi dice che sono un folle ad aver affrontato le spese. Prima avevo i terreni in comodato d’uso sulla parola ma con l’azienda ho dovuto fare i contratti veri e propri. Poi le spese per aggiustare la piccola cantina. Il mio enologo mi definisce un garagista. Poche bottiglie ma di un certo livello in 35metri quadrati.Faccio tutto la. Magari prima o poi la allargo almeno per metterci le gabbie d’acciaio per le bottiglie.  Serbatoi, barrique. Mi sono trovato quando i prezzi sono aumentati. Ma ci siamo dati un pizzico sulla pancia e siamo partiti. Vogliamo fare la qualità con uve esclusivamente dai nostri vigneti. Non attingiamo a fonti esterne. Un pizzico sulla pancia. Che meravigliosa espressione! Pietro lo dice con il sorriso sulle labbra. Sornione e felice. Ne parla come un bambino dei suoi giochi e delle sue scoperte. Ha voglia di trasmettere tutta la sua felicità, il suo essere. L’aver raggiunto un sogno che continua a farlo sognare. Difficoltà tante ma felicità ancor di più. Una felicità che Pietro mette “pari pari” nei suoi vini dei quali va orgoglioso per il modo nei quali li fa. Genuini, semplici e soprattutto manuali. Ci tiene a questo Pietro. Ci tiene affinché si sappia che lui fa tutto a mano. Con semplicità ed ingegno. Nonché una dose di follia.  Nelle bollicine ad esempio.  Quando parlai con l’enologo dissi che volevo fare un rosato. Ma non il classico rosato che fanno tutti quanti perché per me non ha senso. Ho tanta passione e faccio tutto io. Volevo fare qualcosa di diverso: un metodo classico Pas dosé. Lui disse: tu sei pazzo. Ma tu sai che significa fare un metodo classico senza attrezzatura? Pietro non ha serbatoi refrigerati ne tantomeno le pupitre che realizza con i pannelli della muratura.  Mi sono portato le uve in cantina. Ho fatto un passaggio nel torchio senza pigiare. Ho messo il cellofan attorno ai fori del torchio per non far fuoriuscire nulla e l’ho fatto solo passare così per tenerlo pulito. Ero intenzionato a non filtrarlo ne chiarificarlo. Poi l’ho messo nel serbatoio di acciaio. Per mantenerlo in temperatura mi sono comprato un pozzetto da congelatore da cucina. Ho preparato una serie di taniche di ghiaccio che levavo e mettevo per mantenerlo sempre a temperatura. Con il mostimetro classico, quando è arrivato intorno a 3.5/4 di zuccheri l’ho imbottigliato. Per un mesetto la presa di spuma e poi nelle pupitre dove ho fatto il remuage 3 volte al giorno. Al marzo del 2023 l’ho sboccato a la volè. Ne ho ricavato 500 bottiglie. Un centinaio di bottiglie le ho perse ma sono contentissimo di ciò che ho messo in commercio.  Una pazzia che però evidenzia la felicità di Pietro nel voler raggiungere un obiettivo. È come quando si vuole costruire qualcosa con i Lego senza avere dinanzi a se le istruzioni. Si immagina il progetto finito e la mente già vola li. Poi ci si ingegna, si pensa, si fantastica e si lavora. Con pazienza e tenacia per arrivare alla fine ad ammirare ciò che si è creato. Nel caso delle bollicine, ottenute da uve Barbera (80%) e Primitivo (20%), Pietro ha realizzato qualcosa di interessante che ha voluto dedicare alla moglie: Donna Carmela. Le etichette che Pietro produce al momento sono tre. La prima è 1949, un vino dedicato al papà nel suo anno di nascita. Primitivo con affinamento in acciaio. Schietto e verace. Di quelli che bevi con piacevolezza. Poi Decanto, un Falerno del Massico totalmente da Primitivo proveniente dalle Vigne del Barone di oltre 60 anni. Affinamento in acciaio per un vino che ho recensito sul mio blog e l’ho definito una coccola che dovremmo farci ogni tanto. Un modo di vivere la semplicità nella schiettezza.  Infine Donna Carmela ovviamente. Un vino del quale Pietro va particolarmente fiero. Anche perché gli consente di divertirsi e mettere in ogni singola bollicina un pezzo del suo immenso cuore.   Dalla Vigna del Barone arriverà anche un altro vino che per adesso rimane all’interno di un paio di barrique. Vedrà la bottiglia solo quest’anno e sono davvero curioso di capire come il Decanto si sarà evoluto.  Ad oggi siamo a 1800 bottiglie di Decanto), 1500 di 1949, 500 bottiglie di donna Carmela. Abbiamo poi due barrique di Falerno del Massico e un’altra di bianco. Tutte le vigne e l’uliveto sono certificai biologici certificato. Anche l’ulteriore ettaro sul quale Pietro ha impiantato viti per realizzare il Falerno del Massico bianco con Falanghina, Moscato Giallo e Fiano di Avellino. Se devo fare un Falerno del Massico bianco come gli altri non ci sto. Voglio fare una cosa differente visto che sono poche bottiglie. Mi pozz’ sfizià come voglio io! Così, per fare una pazzia ulteriore, le ho messe prima in appassimento.  Torna la lucida follia di Pietro. Una voglia di distinguersi per non omologarsi ma anche per dire al mondo che esiste. Vuole esserci Pietro. Vuole diffondere tutta la sua felicità attraverso le creazioni.  Io prediligo nei vigneti e cantina solo lavorazioni manuali. Io mi faccio follatura manuale come facevano mio nonno e mio suocero. Mi hanno insegnato i valori di questo lavoro. Nonno Antonio e mio suocero Salvatore. Non abbiamo presse ma torchio tradizionale classico. Non tiro fino all’ultimo perché mio nonno mi diceva che all’ultimo è più amarognolo. Già mi immagino Pietro Razzino, enologo ed agronomo, quando si trova a parlare con Pietro. Lui vuole fare e penso che lo lasci ed incoraggi a fare. Pochi suggerimenti per guidarlo nei passi, ma poi è giusto che l’entusiasmo non venga mai frenato.  Abbiamo un grandissimo rapporto. È di Sessa Aurunca, conosce il territorio e mi conosce da prima. Ha potuto constatar che tipo di lavorazioni faccio. Lui mi dice che “con l’uva sana e genuina che porti tu in cantina abbiamo poco da fare”.  Non c’è voglia di strafare in Pietro. Non c’è voglia di arricchirsi, di diventare grandi, di fare cose roboanti. Vuole arrivare a 10.000 bottiglie. Nulla di più. Così da mantenere l’azienda di famiglia, in famiglia. Per continuare a fare le cose a mano come gli è stato insegnato da nonno Antonio e dal suocero Salvatore.  Papà e nonno che non ci sono più sarebbero davvero soddisfatti di Pietro. Lui sta bene così. Ha la moglie Carmela e i suoi due figli che iniziano a passeggiare con lui nelle vigne (e che ovviamente danno una mano!), la sua cantina, la sboccatura a la volè. Guadagna quel che gli serve per vivere e far vivere la sua famiglia con dignità e rispetto. Il resto davvero non conta. Ci sono i valori. Quelli che Pietro sta trasferendo ai suoi figli. Perché quello che davvero conta nella vita è la famiglia.  Lui è e rimarrà un gigante buono. Un omone di quelli che continuerà a mettere a suo agio le persone trasmettendo serenità, entusiasmo, valori. Grazie Pietro. Grazie per tutto ciò che rappresenti. Grazie per il tuo impegno sul sul territorio, Grazie per esserti dato quel pizzico sulla pancia! Grazie!       Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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16 Febbraio, 2024

Fabrizio Pratesi. L'eccellenza del Carmignano

Questo lavoro si costruisce con tempo, mattone per mattone. Tanto tempo. Con prodotti giusti. Con la fortuna di aver un posto con una certa vocazione per fare certi vini. Insomma non è un lavoro che si costruisce velocemente. Ci sono investimenti e tanti anni per affermarsi. Fabrizio Pratesi è ancora il titolare, insieme al fratello Nicola, di una storica realtà del mondo automotive Mercedes-Benz a Prato, la Effepi, nata sulle ceneri di altra realtà storica.
Il mondo dell’auto è un mondo molto particolare. Girano tanti soldi e i margini, sempre in contrazione, sono comunque interessanti. Magari percentualmente bassi ma in termini assoluti, niente male. Occorrono tanti investimenti, tanta professionalità, tanta dedizione, tanto sforzo. Alla fine, se ci si sa fare, i frutti che si raccolgono, fanno sorridere.
Un mondo quello automotive, inesorabilmente cambiato già anni fa. Forse il fallimento della Lehman Brothers (era il 2008) fu solo l’eruzione di un vulcano il cui magma ribolliva da tempo negli strati della crosta terrestre. Dopo quel pesante fallimento, i mondi che attingevano al credito, il settore auto è uno di questi, scricchiolò pesantemente. Un sisma a seguito dell’ eruzione. Anzi, uno sciame sismico che fece inesorabilmente crollare quelle aziende che avevano giocato un pò troppo con la finanza oltre a quelle già pericolanti. Così le grandi industrie capirono che occorrevano sistemi diversi di distribuzione capaci di resistere al tempo. Oltre che di partner sul territorio dotati di solidità importante. Ovvero di volumi.
Fabrizio navigava in quel mondo che si stava pian piano coprendo delle ceneri vulcaniche. Ceneri dalle quali non voleva farsi sommergere. Anche se poi il mondo del service non verrà mai sommerso.
La passione per la terra e la vigna, l’aveva sempre avuta. Di quelle passioni che però non riesci a goderne a pieno. Banalmente perché non è che non hai il tempo ma il tempo lo impieghi in altre cose. La casa di famiglia e poco più di due ettari di vigna sono a Seano, Prato. Un territorio baciato da Dio per quanto riguarda il vino. Si parte dalla vocazione di un terreno dove ci vuole che il Padreterno ti voglia bene e ti dice: guada te tu sei nato in un posto che, non lo sapevi… questo a me è successo. Fabrizio, agli inizi degli anni 90 inizia a fare il vino da quella vigna che il nonno, contadino, aveva lasciato al figlio. I circa due ettari che gli erano toccati dall’eredità.
I soldi, grazie all’attività nel mondo auto, non mancavano così che nasce, sempre per diletto, anche una bella cantina sotterranea. Solo che per fare il vino occorre dedizione. Quella che Fabrizio in quel periodo non ha. Avevo cominciato a fare il vino. Avevamo fatto la cantina sotterranea. Un lavoro rimasto in standby come tutte le cose di questo mondo fino a che mi sono reso conto che se il vino non lo fai full time non viene. Mi piaceva farlo e complice il mondo dell’auto nel quale i dealer sarebbero spariti facendo rimanere il post vendita, ho cambiato vita. Nel 2014. A Nicola gli piace fare il meccanico non certo il vino dunque mi sono messo a fare il vignaiolo a tempo pieno. Nicola, il fratello, è una persona splendida che conosco da vent’anni. Lui cura l’Officina Autorizzata Effepi di Prato e lo fa con competenza, passione e tanta professionalità. Spirito sornione mi ha sempre confidato che lui di vino non ci capisce nulla ma gli piace berlo. Certo, penso io, con quello di Fabrizio è facile. La convinzione di Fabrizio è tanta così come è tanto il suo realismo. Ha scelto di fare il vignaiolo perché avrebbe tranquillamente potuto continuare a lavorare nel mondo dell’auto. Il suo è un taglio netto. Una scelta radicale. Un ritorno alla terra. Non so se abbia contato più la nausea per il mondo al quale apparteneva o la voglia di qualcosa di profondamente diverso. Di certo, ha capito che se vuoi fare un mestiere come il vignaiolo e, contemporaneamente, un altro, lo puoi certamente fare, ma senza aspettarsi di creare vini eccezionali. Se te credi tanto nel prodotto, che è l’unica cosa che devi fare perché di scorciatoie non ce ne sono, allora lavori. Tanti magari credano che con due articoli sul giornale riesci a vendere il vino. È finito questo tempo. Io sono molto amico di Mario Piccini che vende 32 milioni di bottiglie e mi dice sempre: Fabrizio, le bottiglie se ne stappa una per volta. Finché la bottiglia non è stappata non è venduta e ci vuole il tempo per farti conoscere. Eppure Fabrizio non ci mette tanto tempo per farsi conoscere e far conoscere la sua azienda, la Fabrizio Pratesi.
Tutto ha inizio nel 2014. L’anno delle decisione dunque della svolta. Intentiamoci, non stiamo parlando di una mezza svolta, ma di qualcosa di radicale. L’idea che in questo lavoro non ci vedevo futuro era nell’aria. Così come la voglia di fare questo lavoro di vignaiolo. Ho deciso di fare questo cambiamento di vita. Un cambiamento pesante perché da due ettari ora ne ho 15 di cui 10 vitati. Ho ricomprato le terre di famiglia perché nonno aveva dei fratelli. Ho fatto un vigneto unico con delle zonazioni. Trovando le migliori zone per Cabernet, Sangiovese e Merlot. Un lavoro pesante ed economicamente è stata una scommessa pesante. Siamo nella zona del Carmignano DOCG. Una zona che io definisco per i veri intenditori. Poco nota per via della ingombrante presenza del Chianti, è sempre stata in grado di sfornare grandi vini. Sangiovese certo anche se con espressioni totalmente diverse da quelle solite toscane e l’aggiunta del Cabernet che non è un vezzo moderno essendo qui coltivato e nel vino da oltre cinque secoli. DOCG dal 1990 ma (come ci si tiene a far presente) retroattiva del 1998. Tra l’altro, il Consorzio che tutela il Carmignano ha come Presidente proprio Fabrizio Pratesi. Io faccio il vignaiolo full time. La vigna è il primo requisito. Conosco le mie vigne, le zone. Avevo un concetto di viticoltura molto alto. I produttori ti parlano solo dell’enologo. I produttori francesi ti parlano solo della vigna. Fabrizio è partito e, meno male, è rimasto con un concetto di viticoltura alto che parte dall’idea di allevare la vite per avere un frutto con chicchi piccoli. Produrre un vino eccellente. Un vino che potesse posizionarsi in alto. Senza sconti e senza compromessi. Per questo la sua concentrazione è stata sulle vigne.
Ricomprate dunque le vigne di famiglia, estirpate e ripiantate quelle che secondo lui non andavano bene. Grande attenzione alle singole zone scegliendo opportunamente cosa piantare. Come ad esempio il Merlot. Ma di questo ne parleremo dopo.
Anche in cantina Fabrizio ha voluto portare tecnologia. Sempre però subordinata alla vigna. In cantina ho una tecnologia altissima. Ho una deraspatrice che costa quanto una serie S. Ma quella non ti fa fare il vino bono. Hai bisogno di darle un prodotto buono cosi non te lo sciupa e ti restituisce l’acino non rotto così che l’estrazione viene bene. Tutte queste attenzioni sono fondamentali. Raffreddo tutte le uve in cella frigo. Sono dettagli che se non hai un grande prodotto non parti nemmeno. Il produttore deve essere preparato e il terreno deve essere preparato. Se la Redbull la guida Hamilton, Verstappen e un’altro pilota buono, arrivano li. Se la guida Perez arriva in un giro. Se hai un terreno che vale tanto puoi fare un vino da 100 se il produttore è bravo. Altrimenti ti può venire bene. L’approccio alla vigna di Fabrizio è maniacale. Dalle automobili al trattore il passo è lungo e lui lo compie rallentando i ritmi e assecondando quelli della natura. Senza stress. Senza fretta. Ma con attenzione e meticolosità. Sopratutto con grande realismo. Quello tipico di un toscano senza fronzoli e che guarda alle cose con realismo passionale. Noi trasformiamo il prodotto. Non esiste un vino naturale perché la pesca è naturale. Te tu vai sull’albero, cogli la pesca e te la mangi. L’uva è un prodotto che viene trasformato e qui c’è la mano dell’uomo. Il nostro lavoro è tale per cui tra la menzogna e la realtà la linea è sottile. Il vino se non ha un conservante antibatterico va a male. Quando mando un vino negli Stati Uniti e non è protetto o non arriva o arriva un altro prodotto. L’acqua minerale viene filtrata sterile e vengono aggiunti conservanti. Se vai alla miglior fonte del mondo e la porti a casa, il giorno dopo l’è marcia per via dei batteri. Il vino è vero che ha il grado alcolico che un pò lo protegge ma poi diventa aceto. C’è chi si vanta dicendo che non una solfiti o solfiti aggiunti (perché il vino un pò di solfiti li sviluppa ma poca roba). Puoi anche filtrarlo sterile. Se fai un bianco scarso magari ci riesci Ma con un rosso no. Il secondo ci sono genti che buttano chimica nel vino per abbattere i batteri.
Il vino deve esse bono punto e basta. Il lavoro, il grande lavoro di Fabrizio è nel cercare la migliore biodiversità del terreno. Non usa diserbanti, non usa chimica. La sua attività è puramente biologica. Anche se fino in fondo non sono convinto che sia la migliore strada perché il rame che si usa è tossico e si usa in funzione della stagione. Forse un sistema diverso ti farebbe essere più ecologico. Qui c’è Fabrizio Pratesi. La sua genuinità ma anche la cruda realtà di un uomo che vive la sua terra. Vive ogni pianta della sua vigna e sa, profondamente sa, che deve essere lui, il produttore, prima di qualunque altra persona a capire cosa sta facendo. In vigna come in cantina. Sua è la responsabilità e suoi onori ed oneri. Tutti quelli che fanno due soldi in un altro settore arrivano e dicano: in due giorni fo. Non è cosi. Faccio 50 mila bottiglie e sono poche. Siamo una piccola media azienda. Quelle grandi fanno un’altro campionato. Ma per noi, se il vino non lo sa fare il produttore di certo non lo fa l’enologo. Adesso sono sicuro di quello che viene prodotto a casa mia. Quando ti posizioni alto ci sono opportunità ma tempi più lunghi per potersi affermare e far girare il vino. Il posizionarsi in alto è avvenuto quasi per caso si potrebbe dire. Ma la fortuna aiuta gli audaci non chi sta sul divano. Il lavoro certosino di Fabrizio ha pagato cogliendo l’opportunità che gli è stata regalata.
Il caso dicevamo. Se in Italia ci si accorge poco e tardivamente dei nostri gioielli, in altri paesi si guarda invece a noi con un occhio diverso. Così fu che un importante importatore americano, di quelli con target di clienti molto alto, mise gli occhi sul Carmignano. Andò in giro ad assaggiare i vini di vari produttori della zona e rimase abbagliato dei vini di Fabrizio.
Et voilà. Il sogno americano è realizzato.
Detto così è facile no? Una sorta di talent scout che arriva e ti scopre. Già ti scopre ma per portarti sulle tavole dei migliori ristoranti americani non devi essere poi cosi male no?
Occorre essere già un ottimo vino altrimenti non ti considerano proprio. Lui ha messo gli occhi su Carmignano ed ha assaggiato i vini in giro e poi ha scelto i miei. Questa è gente che sono in giro da 40 anni e quando scelgono lo fanno con cognizione di causa. Da li in poi la strada si fa ancora più in salita per Fabrizio. Quando sei a livelli importanti ti cercano è vero ma devi essere in grado di fornire prodotti eccellenti. Sempre. Tutti i nostri clienti ci sono venuti a cercare. Adesso sto lavorando con un albergo di Zurigo che sta facendo una enoteca con vini top. Fa ordini come se fosse un distributore. Tutto sembra facile. All’apparenza. Dietro c’è il duro lavoro di Fabrizio che si è rimboccato le maniche senza guardarsi mai indietro. La pratica nel nostro lavoro è fondamentale perché si lavora e cielo aperto. Le condizioni non si ripetan mai. Possono essere simili ma non si ripetono. Non sono mai uguali. Noi si lavora in funzione del tempo. Poi ci vogliono studi. Giri in altri paesi. Fai delle domande. C’è bisogno di un bagaglio tuo. I consulenti non possono sapere fino in fondo le tue esigenze. Il produttore è fondamentale che sappia fare il vino in vigna. Quando vado sul trattore vedo le viti e li capisci che tipo di concimazione ha bisogno. Devi sta li. Studio e tanta pratica per capire che la vite per tirare fuori la qualità deve sempre stare un filo in stress. Tutti vogliono la vite rigogliosa ma cosi la qualità non la fai mai. I grappoli dei francesi stanno nel palmo di una mano. In Italia di viti cosi ne trovi solo dai vecchi contadini. La terra bona l’è deleteria per la vite. Una serie di tasselli per realizzare il mosaico di grandi vini che arriva con il tempo e la voglia di fare le cose. Oggi arrivano da Fabrizio tutte le associazioni di sommelier per tenere le lezioni di vinificazione. Io guido il trattore perché mi piace e perché lo voglio fare io. Tra dieci anni magari manderò qualche altro perché le cose saranno avviate. Io faccio il cantiniere perché lo voglio fare
Il dettaglio fa la differenza in base alla stagione. Sono anni che non faccio più le analisi delle uve per la vendemmia. La maturazione fenolica è fondamentale per la vendemmia e per fare il vino di qualità. La maturazione tecnologica ormai è troppo distante da quella fenolica. Se la va bene ci sono due settimane. Fabrizio non si sente mai arrivato perché sa che mai uno che è all’apice si deve sentire arrivato. C’è sempre la vendemmia successiva in agguato. Ti devi rimettere in discussione. Una volta che ti affermi sul mercato devi mantenerti e la vera difficoltà sta nel mettersi in discussione ogni vendemmia. L’esperienza ti porta certo a sapere cosa fare nelle varie circostanze ma non è detto che non ci si possa trovare dinanzi a qualcosa di inaspettato.
Umiltà. Tanta e grande umiltà. Non devi partire dal presupposto che questo sia un lavoro. Farai una cosa che ti piace tanto e poi si vede. In gamma quattro vini.
Il primo è il Locorosso. Sangiovese in purezza con affinamento in acciaio. Semplice ma di grande spessore. Soprattutto una espressione di Sangiovese atipica per la Toscana. Elegante ed equilibrato. Già questo basta.
Poi Carmione e iI Circo Rosso, ovvero il vino del territorio. Entrambe Carmignano DOCG realizzati con il Cabernet Sauvignon e Franc nonché Merlot e, ovviamente, Sangiovese. 12 mesi in barrique per il primo, 18 per il secondo (riserva) restituire un crescendo di complessità al naso e al sorso. Sublimi. Poi ho avuto la fortuna di avere un quadretto di terra per fare il Merlot in purezza. Il Merlot in purezza è uno dei vini più difficili da fare. Viene bene da taglio poiché se non hai un terreno con una componentistica complessa ed argillosa per rilasciare la struttura non viene bene. È di fronte alla cantina. Una striscia di terra. In estate si vede il cambio di colore più grigio. Una striscia di argilla. C’era già del Merlot. Avevo studiato 15 anni fa e avevo provato a fare delle produzioni per casa. Quando poi ho ripiantato tutto ho lasciato il Merlot li. Ho trovato una terra simile nella mia proprietà ma viene un’alta cosa. E ci son 70 metri di distanza. Questo è il fascino del lavoro. Nasce così un vino che è uno dei migliori Merlot io abbia mai assaggiato: I sassi di Lolocco. Potente ma equilibrato. Tannino che accarezza dando volume, densità, spessore. Elegante e raffinato. Un vino del quale farne a meno diventa un sacrilegio. La vita enologica di Fabrizio sembra dettata dalla fortuna. La fortuna di aver chiuso un ciclo per aprirne un altro. L’importatore americano. Le terre in un luogo baciato da Dio. La striscia meravigliosa che dona un Merlot da Oscar.
Fortuna magari si, ma devi crederci e dedicarci tanto tanto ma tanto lavoro.
Oggi produce tra le 60 e le 70 mila bottiglie ancorché abbia comprato terre per arrivare alle 100 mila bottiglie. Forse il giusto taglio per una azienda familiare che vuole con forza rimanere così. Per dedicarsi alla qualità e alla accoglienza di chi vuole toccare con mano questa realtà. Mio figlio sta facendo enologia. Ha 20 anni. Oggi si cura principalmente delle olive. Io le olive non le sopporto. Lui se l’è preso a cuore. Mia moglie segue tutta la ricezione del turismo che è fondamentale. Mia figlia è nella fase nella quale non sa. Fa economia aziendale. Attratta dal marketing.   Poco incline alle guide, ai premi, Fabrizio è orientato al lavoro. A testa bassa e con orgoglio. Non solo un orgoglio toscano ma quello di un uomo posato, serio, realista. Di quelli che non hanno bisogno di null’altro che sentirsi in pace con quanto lo circonda. Senza fronzoli. Essenziale. Schietto e vivo.
Si siede sornione, parla con una stupenda cadenza toscana. Può sembrare ti guardi dall’alto in basso ma è quasi un modo per tarare l’interlocutore. Perché poi si lascia andare dinanzi ad un bicchiere del suo vino. Senza contemplarlo. Senza lodarlo. Aspetta solo il tuo di giudizio.
Per lui è quello che conta: essere in grado di aver reso felice una persona attraverso un grande vino.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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9 Febbraio, 2024

Specogna. La meraviglia di un luogo, il sogno, l'impegno

Christian Specogna ha 36 anni. Un ragazzo. Un uomo. Fate voi. Poco importa se non a sottolineare come a questa età sia difficile trovare persone dotate di grande equilibrio.
Avete presente Philippe Petit? Divenne famoso certo per le sue imprese di equilibrio ma soprattutto per esser passato, il 7 agosto 1974, da una torre all’altra del World Trade Center di New York (si, quelle distrutte dall’attacco terroristico del 2001). Senza rete, a 400 metri di altezza, con il costante rischio di sfracellarsi al suolo. Compie l’impresa senza patemi d’animo. Senza paura. Senza alcun tipo di tentennamento. Pronto a rifarne un’altra. Christian è così. Un vignaiolo che non solo ha trovato il suo equilibrio ma riesce, costantemente, a trasmetterlo attraverso i suoi vini.
Non capita spesso che citi subito un vino, ma adesso devo proprio farlo: Duality. Credo sia lo specchio della sua anima. Per un vino si utilizza, sempre più spesso, il concetto di Cru: realizzare da una unica vigna qualcosa di particolare poiché legata a quella precisa particella di terra. La vera esaltazione di terroir. Christian invece crea qualcosa di speciale utilizzando due vigneti posizionati in maniera opposta della collina. Una vigna è a nord est, in bassa collina, per esaltare freschezza, aromaticità, balsamicità. L’altra vigna è a sud d’ovest, in alta collina. Struttura, corpo, calore.
Si uniscono gli opposti per generare l’equilibrio.
Detto così appare semplice e semplice lo fa apparire Christian. Ma non lo è affatto. Serve studio, cura, dedizione, sperimentazione, conoscenza e, soprattutto, equilibrio interiore.
Tutte caratteristiche che si ritrovano parlando con Christian Specogna. Quella degli Specogna è una storia di tre generazioni di vignaioli appassionati, direi innamorati del mondo del vino partiti grazie a nonno Leonardo nel 1963. 61 anni fa.
Siamo in Friuli Venezia Giulia sui Colli Orientali. Un territorio fantastico con scenari capaci di incantare. Tanti produttori che hanno reso questo territorio conosciuto grazie a sapienza e passione. Prodotti eccezionali portati alla ribalta con garbo e attenzione. Senza strombazzarli o svenderli.
È il carattere delle persone di questi luoghi. Persone miti, aperte, ospitali. Come lo è chi vive in zone di frontiera. Ospitali e pronti a lavorare senza mai tirarsi indietro.
Già, lavorare, lavorare e ancora lavorare. Basta che sia sulle proprie terre.
Anche se mica è stato sempre così. Nel Friuli, i ricordi della Grande Guerra sono vivi come in nessun altro luogo. Nella memoria di chi ha perso parenti ormai lontani e nei simboli che il territorio stesso conserva.
Dopo la Grande Guerra i resti umani, italiani ed austriaci, furono seppelliti. Per i resti delle case non ce ne fu bisogno visto che poche erano prima, poche rimasero dopo. La povertà, in queste terre di confine, era una consuetudine. Solo che dopo la guerra, con gli uomini decimati, la povertà non poté che aumentare.
La guerra e la povertà disintegrano tutto. Non lo spirito dei Friulani, persone orgogliose e operose. Che ripartono e ce la mettono tutta fino a quando arriva, inesorabile la Seconda Guerra Mondiale. Come uno tsunami che si abbatte sulla spiaggia dopo il ritirarsi delle onde, la Guerra porta via tutto lasciando solo ciò che non serve più a nulla. Ricostruire? Si certo. Ma poi?
Non c’era lavoro qui. Non c’era nulla da fare. Nulla di nulla. Così che le famiglie, allo stremo delle forze, non avevano altra possibilità che mandare i propri figli a lavorare in Svizzera. Li c’era bisogno di manodopera. Operai per le fabbriche. È proprio in Svizzera che viene letteralmente spedito nonno Leonardo. Originario di un piccolo paese delle Valli di Natisone, Montefosca a ridosso con la Slovenia, al compimento dei diciotto anni compie il suo primo viaggio (pensiamo ai nostri figli oggi…). Non si era mai mosso dai dintorni di casa. Non conosceva niente del territorio e continuerà a non conoscerlo perché il viaggio, in corriera, lo porta direttamente in Svizzera, a Lucerna, in acciaieria. Senza fermate.
Non va male però li. Certo, sacrifici. Tanti sacrifici ma utili per poter mettere da parte qualcosa dopo aver aiutato la famiglia nel corso degli anni. Stringere i denti per cinque lunghi anni, è servito. Nonno Leonardo fa ritorno a casa. Stavolta non viaggia in corriera ma in auto. Viaggio condiviso ovviamente perché i soldi servono. Non è una scampagnata ma il viaggio in macchina consente di guardare bene fuori dal finestrino quei paesaggi mai visti prima. È così che Leonardo si innamora perdutamente della sua regione che non era solo quella, comunque bella, delle Valli.
Le suggestive colline di Rocca Bernarda e di Corno di Rosazzo, per le quali occorre passare per tornare a casa, sono suggestive oggi, figuriamoci sessant’anni fa quando niente oltre la natura riusciva a contaminarle. Un territorio tanto bello quanto difficile che ci mise poco a far breccia nel cuore di Leonardo tanto da farlo decidere di investire qui i suoi risparmi. Un semplice pezzo di terra. Non chiedeva altro.
Marzo 1963. Così ha inizio per nonno Leonardo e la moglie una nuova vita. I friulani sono persone miti e meticolose. L’azienda di Leonardo è una azienda agricola a 360 gradi: serve tutto per sopravvivere. Cereali, bestiami. Carne e latte. Fino ad accorgersi della potenzialità del vino. Veniva meglio del latte Meticolosità. Si capisce che c’è potenzialità nell’uva e nel vino. Non che ci fosse tanta esperienza ma il vino si era sempre fatto a casa. Anno dopo anno nonno Leonardo specializza l’azienda in una tenuta vitivinicola. Poi con mio padre Graziano nei fine anni 70 inizio anni 80 si puntò sempre di più alla qualità. Imbottigliamenti, miglioramento del lavoro in cantina e in vigna. Alla fine degli anni 80 le zone del Collio iniziano ad essere sempre più conosciute e riconosciute nonostante il Consorzio sia attivo dal 1964 con il riconoscimento Denominazione Origine Protetta del 1968. Ci vuole altro oltre la qualità mi verrebbe da dire. Come la specializzazione delle aziende e un pò di sano marketing. Oggi siamo alla terza generazione composta da me e mio fratello Michele. Coltiviamo circa 25 ettari a vigneto per 100/120 mila bottiglie l’anno in funzione dell’annata esclusivamente da vigne di proprietà che seguiamo personalmente secondo metodi biologici e biodinamici. In più produciamo anche del miele con gli alveari che abbiamo sule colline e un pò di olio di oliva. Christian è uno di quelli che non sta fermo un attimo. A guardarlo, a parlarci, non sembra. Il tono di voce è di quelli che esprime calma e serenità. Il suo animo però è di una persona in perenne fibrillazione e con il pallino fisso del miglioramento.
Non c’è ossessione nella sua voglia di migliorarsi. È un bisogno quasi fisico non volto a se ma a voler trasmettere, attraverso i suoi vini, la bellezza e la potenzialità di ciò che ha intorno.
Studia e studia tanto. Quelli di Viticoltura ed Enologia a Trieste servono per gestire la parte di vigna e cantina ma se si vuole valorizzare il territorio serve altro. Abbiamo avviato un progetto di zonazione per individuare le caratteristiche intrinseche delle varie particelle. Molto specifiche. Filare per filare per riuscire a creare una carta di identità di ogni appezzamento. Capire sempre meglio come intervenire dove e quando. Quando sei in coltivazione biologica e biodinamica, capire quando e dove intervenire, diventa fondamentale. L’azienda Specogna cresce con gradualità. Nonno e papà lasciano nelle mani di Christian e Michele quindici ettari che diventano venticinque nel giro di dieci anni. Piccole acquisizioni per piccole zonazioni. Un passo alla volta. Senza strafare. Solo quando pronti. Piccoli passi per transitare dal passato al presente proiettandosi verso il futuro. Del passato c’è la memoria storica fatta del nonno e di papà, venuti a mancare da diverso tempo. Oggi siamo in una fase climatica tremendamente diversa ed è dunque fondamentale riuscire a comprendere questa trasformazione. Sessant’anni fa quando iniziò mio nonno, in questa zona nel Friuli, il numero di giornate che in media andavano oltre 30 gradi erano non più di dieci/dodici Oggi siamo a circa 55/60. Maturazione diverse con tempi diversi di maturazione. Tempi di raccolta diversi. Diventa fondamentale capire come aiutare la pianta e il suolo a resistere a queste condizioni. 30 anni fa si guardava solo alla pianta. Oggi invece si guarda al suolo e alla capacità di riuscire a mantenere una grande qualità e vitalità del terreno attraverso sovesci ed inerbimenti particolari nutrizioni con sostanza organica che aiutino ad avere un equilibrio del suolo per aiutare la pianta in queste annate cosi particolari. Siamo noi due con la nostra squadra. C’è mia moglie Violetta che mi da un aiuto in azienda e nella ricezione delle persone che vengono a farci visita. Gli esami non finiscono mai dunque si continua a studiare nella vita e Christian, non essendo uno che fa le cose per caso, continua a studiare. Va all’estero per capire come altri produttori abbiano trattato i vitigni. Piemonte, Toscana, Loira, Borgogna. Tanto per citarne qualcuna. Capisci cosa fanno gli altri ma soprattutto quanto potenziale inespresso ci sia nel tuo territorio. Ecco, questo dovrebbero farlo in molti. Quelli bravi lo chiamano benchmarking. Anche se poi quando vedono che nel vino occorre investire e non solo fare di testa propria, si tirano indietro. Fino a 15 anni fa producevamo solo vini di annata e di pronta beva. Per far emergere ancor di più qualità e potenzialità del territorio e delle nostre colline, iniziammo a studiare le colline stesse e le vigne dando così alla luce vini specifici da cru con potenzialità maggiore. Poi lavori in cantina con affinamenti prolungati e in botte. Macerazioni. Tanta tecnica. Vini attesi e mai maltrattati. Prima i bianchi facevano affinamento soprattutto in acciaio per circa 7 mesi ovvero in uscita nella primavera successiva. Su questi vini ho iniziato a fare affinamenti di 2/4 anni per renderli più particolari. Studio, sperimentazione, cultura, analisi. Testa e tanto cuore. Christian gestisce con il suo garbo e la sua innata positività. Il mio sogno è che i nostri vini siano la nostra rappresentazione. Personalità che ci rappresenti ed identifichi. Li vogliamo sentire nostri. Io sono il primo pignolo e ho una costante voglia di imparare. Appena posso giro le zone vinicole del mondo e confrontarmi. Per me è prima di tutto una passione e un amore e ho una voglia immensa di migliorarci sempre di più. Per lasciare il segno. Contribuire a far conoscere nel mondo l’eccellenza del nostro territorio e la potenzialità delle colline. Sono diventato papà nel 2022 e sarebbe magico lasciare un segno. Proprio per far si che le nuove generazioni ci seguano dobbiamo coinvolgerli con la passione e l’emozione non con la forzatura. Con mia figlio, così come sta facendo mio fratello, dobbiamo fare del nostro meglio e trasferire le emozioni che tutto questo ci da. È quanto hanno fatto i nostri genitori e nostro nonno. Le emozioni. Christian tende a mantenerle celate. Tipico delle persone di queste zone. Tipico per chi pensa a dimostrare le cose con i fatti più che con le parole. Arrivare da una famiglia vissuta nella povertà e nelle difficoltà ma che ha saputo sollevarsi e andare avanti, segna. Segna dentro fino giù nell’anima. Non ce la fai ad essere diverso da così. Nonno aveva una mentalità più di azienda agricola perché era vissuto in quel contesto storico. Papà voleva andare oltre ed normale che quando c’è un cambiamento non è mai facile e devi sempre lottare. Sempre con rispetto ed intelligenza. La stessa cosa con noi. Anche se papà è venuto a mancare da diversi anni e non stava bene da diversi anni. Era una necessità oltre che una volontà darci da fare per subentrare in un altro percorso. Abbiamo iniziato a camminare in vigna. È stato un percorso naturale un pò come accade anche ad altre aziende familiari. Abbiamo iniziato a prendere in mano l’azienda circa quindi anni fa quando ne avevo venti io e ventisette mio fratello che ora segue anche un’altra azienda, la Toblar mentre io principalmente la Specogna. I prodotti che Christian realizza hanno voglia di identità. Voglia di donare eleganza e finezza dunque equilibrio. Riconoscibilità al territorio senza mai perdere il faro della piacevolezza e della bevibilità nel senso più nobile del termine. Pulizia ed eleganza.
Così si creano due tipologie di vini ben distinte attraverso il diverso affinamento: acciaio per i vini di annata e pronta beva; legno per le riserve. Un legno che non camuffa e non aggiunge. Nobilita.   Non siamo negli anni novanta dove si utilizzavano le botti senza cognizione di causa. Semmai il legno, utilizzato in maniera intelligente, può essere un grande contenitore che esalta le caratteristiche del vino. È ovvio che bisogna trovare la dimensione giusta. Il legno, la tostatura adeguata. Comprendere quale uva va bene per quale botte. Ricordo gli anni 90. Se un vino non era passato in botte e non potevi dire “barricato”, era meglio non proporlo. A nessuno importava quale fosse il legno, di quale tostatura, ecc. Il risultato? Si utilizzava a caso. Si metteva qualsiasi vino in una botte piccola (perché quella grande non dava molto) e super tostata.
Non che l’acciaio sia esente da critiche: usato male, e si usa male, tende a standardizzare o dare problematiche di riduzione e chiusura del vino. Le anfore possono essere troppo ossidanti. Insomma, ogni materiale ha pro e contro e va capito, dopo attento studio, come utilizzarlo correttamente. Un mio amico vignaiolo diceva che il vino può affinare in qualsiasi contenitore basta che non si senta quel contenitore. Per arrivare a farlo occorre comprendere perfettamente le proprie uve La stagione e fare le scelte ottimali. In una stagione fredda quindi con più acidità vado a scegliere un legno più nuovo che può reggere bene l’ossigenazione. Per le annate più calde con acidità bassa e grado alcolico elevato prediligo legni più vecchi con meno ossigenazione per non avere pesantezza ed opulenza tale da perdere equilibrio. L’utilizzo della botte dunque non maschera, se bene utilizzate, il territorio. Molto spesso utilizzo botti non tostate quindi legno a lunghissima stagionatura all’aria aperta e anche questo evita che la botte vada a sovrastare il vitigno dunque il vino. Le mie sono tutte fermentazioni spontanee e l’ossigeno della botte supporta la fermentazione alcolica. Non faccio mai travasi dunque lascio le fecce e i lieviti che ci sono. Ecco che l’ossigenazione della botte previene i rischi di chiusura per riduzione. Essendo legni non tostati ci sono meno sensazioni che andrebbero a coprire il vino. Le prime volte che si bevono i nostri vini non si immagina abbiano fatto affinamenti in legno e questa per me è una cosa bellissima. L’amore e la passione con la quale Christian parla del suo lavoro è quella di un papà che parla dei suoi figli. C’è un progresso nella crescita di un bambino come quella di un vino. Si adattano i comportamenti di padre a quelli di un figlio così come si cerca di guidarlo verso il meglio senza prevaricare troppo. Le stagioni differenti, le annate diverse necessitano cure diverse, accorgimenti diversi. Così fa Christian con i suoi vini. Ogni pezzo del suo discorso è orientato a mantenere uno stile ed una identità. Sua e ancor di più del territorio. Cresce lui per far crescere il territorio. Si migliora lui per migliorare la percezione del territorio. Non si vede in un luogo diverso da qui. Come se fosse parte della Rocca Bernarda. Devo sempre migliorarmi perché con il clima diverso e si riparte sempre da zero. Con l’esperienza si acquisiscono nozioni per supportare in vigna e in cantina. Bisogna essere sempre aggiornati sulle evoluzioni tecnologiche. Piccoli dettagli che fanno la qualità. Uno come Christian sa che si è sudato e guadagnato tutto ciò che ha. Certo, senza nonno Leonardo e papà Graziano non ci sarebbe tutto questo. Ma tutto questo è frutto di tanto tanto ma tanto altro. E la fortuna non c’entra. La fortuna te la cerchi. Se stai seduto sul divano non arriva nessuna fortuna da te. Quindi nulla è per caso. La fortuna piò capitare una volta ma poi devi essere in grado di mantenerlo. 25 ettari vitati. Oltre centomila bottiglie. Una bella azienda, senza dubbio. Ma Christian è e rimane umile. Un passo per volta. Con tanto lavoro dietro le quinte. Quello che la gente non vede. Fine settimana dedicati al lavoro. Orari estremi e tanti sacrifici. Senza questo, non si ottiene nulla e la fortuna, se c’è stata, passa velocemente. C’è tanto lavoro sia nella produzione sia nella comunicazione per far scoprire chi siamo. Quando parlo di vino sono sincero ed onesto. Non mi sono mai nascosto o tirato indietro. La sincerità di un racconto vero. Raccontare ciò che sono e che voglio portare avanti. Christian Specogna, una persona intelligente e positiva. Orientata al futuro. Convinto più che mai che quanto fatto e quanto riesce a fare ogni giorno rappresenta il meglio che si possa fare. Nessun pentimento. Penso al futuro. Ciò che faccio lo penso tra venti anni. Un investimento, una piantina. I lavori fatti li penso in modo che possano essere portati avanti di decenni. Rimpianti no. Proseguire. Se non sei ottimista in questo settore non vai avanti. L’unica fortuna nel nostro mestiere è sperare che il clima sia dalla tua. Ho una moglie che è vicino a me che è super stimolante e sono fortunato. Con mio fratello abbiamo un bell’equilibrio. Non ho volutamente parlato dei vini di Specogna, se non di Duality (comunque recensito sul mio blog Instagram) perché i vini sono la parte meno rilevante della narrazione ancorché più importante per l’azienda. Quando parli con Christian è come se li bevessi e comunque quando li bevi trovi esattamente quello che ti dice. I vitigni sono quelli friulani ma non mancano le contaminazioni (anche se in un territorio di confine certi vitigni si perdono nel tempo).
Friulano e Ribolla Gialla con immissione di Sauvignon Blanc, Chardonnay, Pinot Grigio e Malvasia per i bianchi; Refosco, Schioppetino, Pignolo, Merlot, Cabernet Franc & Sauvignon per i rossi. In arrivo una Malvasia Riserva che nasce proprio da un progetto di zonazione: pochi filari per far capire ed esaltare la potenzialità di questa zona (l’etichetta porta la sagoma delle vigne); un Pinot grigio ramato riserva. Sul mio blog recensirò gli altri ma posso già dire che si tratta di piccoli, intensi, capolavori. Dunque stay tuned! Come azienda abbiamo sempre creduto in questa versione a contatto con le bucce portando avanti una tradizione già presente cento anni fa. Grande personalità e struttura con macerazione di oltre due mesi che donano caratteristiche da rosso. Il Pinot Grigio che si è formato da una alterazione del Pinot Nero, attraverso una lunga macerazione, fa rivivere queste radici. Ciò che auguro a Christian e alla Specogna è di non perdere mai lo spirito che li contraddistingue e che sembra essere pervaso da una sensazione di meraviglia. La stessa meraviglia presente negli occhi di nonno Leonardo nel vedere i territori sui quali decise di fermarsi e vivere.
Al lettore auguro di non perdere la possibilità di assaggiare i capolavori di Christian e, come me, sentire la meraviglia e l passione per un territorio fantastico.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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2 Febbraio, 2024

Giannicola Di Carlo e il rifugio della natura

La sofferenza. La solitudine. La necessità di crescere in fretta. Il dolore. La rinascita. La morte. Il ricordo che si fa duro. La vita che deve continuare a scorrere. Ci sono delle cose, dei fatti che quando accadono segnano la vita. Nel momento nel quale accadono e per il resto della vita.
Giannicola Di Carlo ha solo 12 anni quando suo fratello si ammala di leucemia. Una malattia che dura 9 lunghi, lunghissimi, interminabili anni. 9 anni durante i quali la mamma non può esserci per Giannicola. È in ospedale con il fratello. Giorno e notte. Natale, Pasqua e Ferragosto. È giusto così e Giannicola non se ne lamenta.
Il papà deve lavorare nella azienda agricola di famiglia. Io vengo da una storia agricola. Di una famiglia che si è sempre dedicata al mondo agricolo e produttivo. Dal 1830. C’è una lettera dove i miei trisavoli scrivevano al mio bisnonno che avevano portato del vino nel Granducato di Toscana e in Piemonte. Sono i primi anni 80, 30 aprile 1986 per la precisione quando nella centrale nucleare di Cernobyl scoppia il reattore e una nube tossica invade mezza Europa arrivando anche in Italia. Non sapremo mai se questo fu la causa della leucemia. Di certo acuì quel solco che si era già creato nell’animo di Giannicola.
L’azienda di famiglia era grande. Oltre 280 ettari in quel di Ortona (Chieti) diventati oggi 65 di proprietà e 85 in affitto. Non poteva che essere condotta con regole tradizionali. Troppo grande e certamente non compatibile con i tempi.
Giannicola però non ci sta più. Capisce che non può essere questa la realtà. La vita che vuole. I prodotti che si sente di produrre. Deve, assolutamente deve esserci qualcosa di diverso. Ho fatto agraria ma prima di questo avevo il problema familiare. Mia zia di Firenze mi portò, erano gli anni 70, a fare meditazione trascendentale. Maharishi era il guru. L’ho fatto per molti anni. Anche mio nonno si era fatto condizionare da mia zia e aveva provato. Parte da qui ma la sensibilità. Ma devi averla dentro. Ho fatto abbracciare gli alberi ai miei figli ma non tutti proseguono con questo approccio. Quello che ti capita ti segna ma se non hai delle caratteristiche particolari non prosegui. Caratteristiche dice Giannicola. Si certo, l’animo ce lo devi avere. O magari no. Magari proprio quando accade qualcosa di così dirompente, tragico e sconvolgente, capisci. Come un’onda del mare che ti investe facendoti rotolare sulla battigia.
Perdere un fratello e dover crescere in fretta aiuta, o meglio obbliga, ad interrogarsi su quali siano i veri valori della vita. Cosa debba poter essere quello che fa stare bene e in armonia.
Giannicola vive l’azienda agricola che produce vino. Tutto ciò che lo circonda è natura. Creato. Il passo verso l’armonia con ciò che vede ogni giorno è breve. Brevissimo. Nel 1989 ho contribuito a redigere il regolamento 2092/91. Eravamo in cinque in Italia. Regolamento che tracciò le linee guida del biologico in Italia e in Europa. Sono stato il primo presidente dei produttori biologici perché cercavo una condivisione da portare al mercato. Fui il primo presidente di verde Abruzzo per far coltivare vino e ortaggi. Non solo biologico ma anche biodinamico. Dal 1989.
Già me lo immagino il papà di Giannicola che guarda al figlio con un misto di meraviglia, compassione e scetticismo. Ma lascia fare. È lui e solo lui che può portare avanti l’azienda. Forse questo si sarà detto. Mi sono reso conto dopo un pò di anni che il biodinamico era una scelta positiva, un credo. Qualcosa che fa bene all’ambiente e a chi lo consuma. Avevo però bisogno di qualcosa più tangibile e ho progettato, con un brevetto di utilità collettiva, un vigneto biodinamici energetici che lavora con i colori de chakra. Le piante comunicano attraverso le sinapsi vegetali. Loro vivono da molto prima di noi sviluppando un sistema di comunicazione diverso dal nostro. Non possono fuggire dal luogo dove nascono e devono comunicare attraverso l’apparato radicale e le sinapsi vegetali dell’apparato vegetativo superiore. Questo vigneto è fatto da sette colori: giallo, verde, azzurro, arancio , rosso, blu, viola, la parte spirituale. Mi piace inserire la parte spirituale del proprio io e del perché dobbiamo lasciare un segnale, qualcosa di vero, il bene comune. Ogni uomo dovrebbe avere questo obiettivo. I colori hanno la capacità di attirare gli insetti così come di fornire beneficio all’uomo con una sorta di cromo terapia emozionale. La biofilia è un aspetto ancestrale che fa si che l’uomo sia attirato dalla natura. Tutto ciò è calato nel vigneto. Magari queste parole faranno storcere il naso a qualcuno. Forse agli stessi che criticano anche il biodinamico. Eppure ogni cosa qui è intima e profonda. Non ci sono, ne tantomeno Giannicola lo è, fanatici di quelli che se non credi sei un miscredente.
Giannicola è una persona solare. Intima certo. Toccata da un dolore che fatica a non emergere se non con le persone con le quali si sente in sintonia. Mi ha pure confidato che da giovane faceva il DJ ed ama ancora ballare. Ma la terra, la natura, ciò che dona la vita, merita rispetto. Solo questo. Rispetto. Per vivere in simbiosi con essa. Per esserne immersi.
Ciò che realizza Giannicola è frutto di studio. Come la cromoterapia che non è una teoria ma qualcosa sviluppata dallo psicologo francese Christian Agrapart.
Giannicola brevetta il suo vigneto ma non è uno di quei brevetti che gli devono fruttare. Lo mette a disposizione di tutti perché di tutti è la conoscenza e la natura. Tutti pali sono colorati in maniera diversa a seconda dei filari. Le uve che provengono da questi vigneti sono cariche di energia perché provengono da una sorta di biosfera, un tempio del vino. Un tempio naturale dedicato al vino e all’uva. Certo non è l’acqua santa di Lourdes che fa miracoli ma è qualcosa che fa stare bene gli insetti le piante l’uomo Condurre una azienda di queste dimensioni non è semplice. Non lo puoi fare se sei un invasato, un asceta o uno che non pensa alla responsabilità che l’imprenditoria comporta.
Giannicola lo fa con coscienza e responsabilità. Ci crede e ci crede tanto. Le parole nascono solo a seguito di comportamenti. Anche da chi, come lui, ha l’animo tormentato.
È sua la prima cantina europea in bio architettura (1998). Sua l’idea degli impianti elettrici schermati contro i campi magnetici o della musicoterapia negli ambienti di lavoro o della applicazione della cromoterapia. La spa per vino terapia (primi in Italia). La linea cosmetica con cellule staminali derivate da vitis vinifera. Ho fatto il primo vino biologico e l’ho portato in Cina nel 1991 fino al 1994. Facevo degustare il vino e l’olio biologico. Il pazzo ero io. Volevo fargli capire che loro che avevano la chimica non si possono avvelenare. Lo dicevo oltre trenta anni fa. Dobbiamo farci conoscere per quello che siamo ma mi rendo conto che oggi per fare business serve altro. La sostanza non interessa quasi più a nessuno. Serve l’immagine. Negli ultimi anni questo aspetto si è evoluto verso il male. Noi che viviamo di questi principi siamo ai margini. La qualità oggi non quella che interessa di più. 600.000 bottiglie, questa la produzione della Giannicola Di Carlo, sono tante. Davvero tante. In ogni bottiglia c’è un pezzo di Giannicola. Del suo animo. Di ciò che prova. Da qualche anno c’è Terreum, due vini concepiti ed affinati all’interno di un bosco dove c’è un lago dove i miei nonni facevano pesca sportiva di trote. Era il 1975. Avevo dieci anni. In quelle grotte affiniamo il Terreum. Le lasciamo molto selvatiche. A contatto con la natura le piante, gli animali, gli insetti come la libellula che è figlia di questo luogo umido. Animale fragile che vive di essenza vera. È l’etichetta. Il bosco. Il bosco dei Di Carlo. Il rifugio di Giannicola. Quello dove durante il covid si rifugiava per lavorare con la motosega ripulendolo dagli arbusti. Un luogo dove stare da solo. Solo con le sue piante. La natura. La vita che scorre. La vita che è stata tolta al fratello.
Un luogo dove può fare ciò che vuole anche perché lontano da tutto e tutti. Può soffrire senza che debba dare spiegazioni agli altri. Piangere senza vergognarsene. C’è tanto dentro questo uomo. Tanta passione. Tanta voglia di vivere con il rispetto della vita. Il rispetto per qualunque essere vivente sia esso animale o vegetale. Biologico, biodinamico. Poco importa come lo si vuol chiamare. È rispetto per la vita. Quella che Giannicola non vuole e non può farsi scappare. Lo deve a suo fratello. Lo deve ai suoi figli. Quattro. Quattro ragazzi che cerca con forza di portare su una via che, forse, non sarà mai quella sua. Troppo lontani dalla sofferenza. Troppo lontani da una rapida crescita senza paracaduti. I primi due, Daniele e Federico (33 e 30), hanno fatto una esperienza agonistica con il nuoto. Poi sono venuti qui e uno (Daniele) l’ho licenziato e fatto causa dopo due anni. Licenziato perché mancava di umiltà. A 20 anni non puoi essere il Dio sceso in terra. Bisognava avere rispetto per le persone. Mi stavo separando e forse erano spinti in questo. L’ho invitato a fare una sua azienda perché criticava questa. Dopo diciotto mesi l’ho invitato a fare un giro con me in Europa e ci siamo riavvicinati. “Fai un progetto tuo” gli dissi. “Cosa mi dai?” Rispose lui. “Nulla”.
È partito per la Germania dove ha fatto affiancamenti con alcuni agenti. Ha creato poi Abruzzo food and wine. “Tu che mi dai?” mi disse. “Niente. Vai in banca e fatti dare il mutuo”. Voleva un affidamento. Gli ho dato 10.000 euro di vino. “Poi me lo paghi”. Siamo arrivati a 25.000 euro di vino. Non pagava e gli ho fatto causa. Mi disse che aveva trovato un cliente che avrebbe comprato 50mila euro di vino. Io ero scettico ma gli dissi che non avrebbe mai pagato quel cliente. Altri contrasti ma gli fornisco 60mila euro di vino. A scadenza di pagamento il cliente non pagò. Il suo debito arrivò a 110,000 euro. Oggi è il miglior cliente. Ha 8 dipendenti, 4 furgoni, due magazzini. Ha inaugurato il secondo ristorante a Monaco dopo un altro locale a Berlino. A monaco ha aperto Opera, una pizzeria gourmet fantastica. Bellissima Si può intravedere durezza nel modo di fare di Giannicola. Ma un padre non va mai giudicato quando cerca di educare i propri figli. Lui è cresciuto in fretta. Forse troppo in fretta e si è dovuto confrontare con una vita che non si era scelto. Non è solo sopravvissuto ma è diventato un uomo e una persona con una coscienza meravigliosa.
Daniele è diventato un imprenditore adesso. Forse anche grazie al padre.
Federico lavora in azienda da tempo e a detta di Giannicola è bravissimo.
Gli altri due sono troppo piccoli. Camillo fa lo scientifico. Edoardo la terza media. Con loro vorrei avere un rapporto più intimo legato alla vita quotidiana. Li vedo poco. Abitano dentro l’azienda ma riesco a vederli poco. L’azienda dunque. Quella che deve governare nel rispetto dei principi che si è dato. Meno male che la moglie Fania gestisce con sapienza e autonomia tutta la parte della ristorazione. Un lavoro immenso!
Due le linee di prodotto con due marchi diversi. Vigna Madre e Giannicola Di Carlo. Entrambe improntate su vitigni autoctoni (Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina) ma anche di diversa origine (Cabernet, Merlot, Syrah, Primitivo, Pinot Nero, Sangiovese, Chardonnay, Pinot Grigio, Cabernet Sauvignon, Falanghina).
Vigna Madre interpreta i vini in chiave bio. Semplicità e rispetto.
Giannicola Di Carlo è una sorta di sperimentazione con radici ben piantate nel passato. Spiritualità e simbiosi con la natura. Due filosofie ma soprattutto marketing. Entrambe con 3 bicchieri Gambero Rosso. Nobu è ad esempio la linea senza solfiti e fermentazione spontanea. Mi rifiuto di dire vino naturale perché oggi si chiamano vini natural anche quelli con la chimica e senza certificato bio. L’esperienza di 35 anni sul mercato ci ha aiutato a fare delle scelte. Due linee per dare esclusività. Ho avuto modo di recensire Nobu 1830 sul mio blog Instagram e l’ho trovato davvero un gran vino. Nobu, una parla giapponese che vuol dire “proseguire”. Così come la linea che ne rappresenta l’etichetta. È Giannicola che prosegue quanto iniziato dai suoi avi nel 1830. È Giannicola che prosegue con dolore la sua esperienza. Che non può e non deve fermarsi.
Glielo deve a quel fratello che non ha più. Senza il quale è cresciuto senza poter giocare con qualcuno. Confrontarsi. Quel fratello che gli ha tolto anche l’affetto dei genitori perché, giustamente, impegnati nella sua malattia.
La sofferenza che si porta dentro e che ha voluto donarmi nelle lacrime del nostro incontro, lo rende umano e speciale. Uomo. Nella sua forza e nella sua fragilità.
La forza di non mollare neanche un secondo. La forza nel dare ai figli, anche se spesso solo in forma di briciole, quello che lui ha imparato. Sulla propria pelle con le cicatrici a ricordare. Caro Giannicola, sei una persona speciale. Non solo perché produci grandi vini. Non solo perché lo fai nel rispetto della natura. Non solo perché dirigi una grande azienda. Sei speciale per il tuo animo e per ciò che ti porti dentro. La natura è il tuo rifugio. La famiglia, la tua necessità. Il vino, una espressione di te. Tutto, sempre e comunque, nel ricordo di un fratello che vive in te. Con te. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969   Ps per chi desidera capire meglio circa i colori del Chakra e la cromoterapia, suggerisco di leggere qualche articolo presente anche in rete. Ne riporto qui qualcuno
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26 Gennaio, 2024

La luna del Casale. Se una cosa si può fare, la facciamo

E in mezzo a questo mare
Cercherò di scoprire quale stella sei
Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei Sarò un romanticone ma credo che quando un uomo porta la propria donna a vedere la casa che ha scelto per loro, fosse anche per passare i fine settimana o le vacanze estive, queste sono le parole che riecheggerebbero nella testa. La sera dei miracoli di Lucio Dalla.
Siamo alle porte di Roma a Lanuvio. Terra di mezzo tra i colli Albani e Lanuvini e quella che era la palude pontina tanto da essere chiamata Malcavallo o Malpasso già dal medioevo a causa della difficoltà di attraversamento. Terreni fertili con una matrice di riporto vulcanico di ere remote. Una terra di mezzo meravigliosa. Docili colline che rendono il paesaggio armonioso e mai banale.
Luigi e Nicoletta vivono a Roma. Luigi è sempre all’estero con la sua azienda. Necessitano di una casa per quando nei fine settimana rientra in Italia. Roma, il suo caos. Voglia di trovare anche un luogo dove essere tranquilli. Magari la desideri, ma vallo a trovare il tempo di girare nel fine settimana.
Così il caso fa il suo mestiere e Luigi, mentre gira con un suo amico geometra per le campagne Lanuvine, si imbatte in un cartello vendesi. Il casale non è che stia messo proprio bene ma l’occhio di chi fa l’imprenditore edile è tale che vede aldilà dei muri. Amò ho comprato casa Pagherei per essere stato li a vedere la faccia di Nicoletta!
Già perché per Luigi ora arrivava il momento più critico: far vedere il casale alla moglie. Giocando di strategia la porta di sera, quando le stelle brillano nel cielo e la luna è li, nel mezzo del firmamento, ad illuminare quel tanto che basta per vedere. E non vedere.
Per due persone che vengono dalla città, arrivare nel mezzo del nulla, senza quell’inquinamento luminoso che ti impedisce di vedere la distesa di stelle che è sempre li ma che non riusciamo a vedere, deve essere stata una emozione forte. Così forte che quel casale, certo non in ottimo stato, va bene così come è e il nome è preso fatto: La luna del casale. È il 1999 e ci vuole un anno e mezzo per la ristrutturazione. Così come ci vuole ancora meno a capire che un posto del genere non puoi viverlo solo a tratti. Devi viverlo tutto l’anno. Una volta che ti immergi, riemergere diventa impossibile.
C’è già una bambina, Sara e dopo poco arriva Alessandro e poi Sebastian.
C’è anche una vigna anzi due. Una davanti e una dietro il casale. Entrambe abbandonate. Poca uva che si raccoglie più per devozione alla terra che per altro tanto che non si può che conferirla alla locale Cantina Sociale.
Nicoletta però si appassiona alla terra e soprattutto alla meraviglia di questi luoghi che sono poi anche Parco dei Castelli Romani. Mamma si è da subito appassionata al territorio e non voleva vedere le vigne abbandonate. Si è impegnata nel valorizzarle. È partita da astemia. Ha cercato di convertirle e quando è arrivata l’uva per la prima volta l’hanno portata da un vicino per la vinificazione. Alessandro Caverni è il secondo genito di Luigi e Nicoletta. 22 anni. Animo pacato e una modestia che spiazza. Giovane che sa di esserlo. Esperto più di un ragazzo della sua età perché nato qui proprio nel 2001, quando i genitori si sono trasferiti. Tanta voglia di imparare nelle tante vendemmie ancora da fare. Eppure, come tutti i ragazzi, ha da poco scoperto la magia di questo mondo. Come ogni ragazzino non bevevo. Lontano da tutto. Svegliarsi per un mese e mezzo alla 5 per la vendemmia non era il massimo. Poi scopri il fascino del vino e capisci che tutti i lavori che fai hanno un senso. Quando ho iniziato a capire, dai riscontri delle persone, il valore di ciò che stavamo facendo, l’ho apprezzato ancora di più. La prima mini vendemmia è stata quella del 2002 per capire subito dopo come qualcosa di più si poteva ottenere. Magari facendo del vino buono.
Luigi, da imprenditore, pensava che produrre vino potesse tornargli utile per regalarlo a clienti e dipendenti della sua azienda in Romania. Lontano anni luce dal pensiero di diventare una azienda vinicola, comunque le cose si fanno bene. O non si fanno. Così serviva una cantina che si inizia a costruire terminando i lavori nel 2008. Nel mentre, sempre perché le cose bisogna farle bene, la terra viene convertita al biologico e altri terreni intorno all’azienda vengono acquisiti fino ad arrivare a 14 ettari vitati. Qui si impiantano immediatamente varietà autoctone: Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Trebbiano Verde e Bellone. Noi abbiamo uno dei pochissimi appezzamenti ancora certificati DOC Colli Lanuvini. Prima erano un centinaio di ettari. Oggi ne rimangono sei e noi ne abbiamo due. Quando però si inizia a vedere che le cose riescono bene ovvero che alla fine il vino è buono, la mente fa quel piccolo passettino in avanti che ti fa dire: perché non sperimentare altro? Anche perché se vuoi capire le potenzialità di un territorio, è necessario spingersi su vitigni internazionali e tecniche particolari. Non abbiamo agito alla cieca ma con la consulenza di agronomo ed enologo. Siamo passati da che nei Colli Lanuvini non si potevano fare grandi vini rossi a vini che escono dalla cantina dopo 8/10 anni. Così come dalla curiosità di mio padre che era stato in Francia dove aveva assaggiato uno Chardonnay di Borgogna affinato in legno è tornato e ha detto: facciamolo pure noi. Questo è un pò il motto della cantina. L’enologo non era nemmeno così d’accordo. All’inizio almeno. Era il 2009 con il secondo anno della cantina. Ci poteva stare. Luigi spinge per farlo, comprando il tonneau. In fondo è imprenditore e se si mette una cosa in testa (guarda proprio il casale e la cantina), difficile fargli cambiare idea. Alcune bottiglie del 2009 le beviamo ancora oggi. E sono ancora in ottime condizione. Sono evolute. Sono andate avanti. Nel giro di pochi anni, La luna del Casale opera una vera e propria evoluzione partendo dai bianchi dei Castelli e dal Novello per arrivare a vini strutturati e particolari. Affinamenti lunghi, utilizzo del legno, vitigni internazionali che si fondono con quelli autoctoni. Un livello decisamente più alto. Noi come cantina piace portare fuori le etichette quando siamo pronti. Si aspetta tutto il tempo necessario. Per supportare queste etichette qui ci sono anche etichette più fresche. Come gli spumanti che abbiamo fatto da subito. Il rosato da Montepulciano e Sangiovese prima, lo spumante da Chardonnay poi insieme ad un rosato fermo da Cabernet Sauvignon. Queste sono nate da richieste dei clienti che volevano questo tipo di vino. Alla fine di etichette ce ne sono dieci con una voglia di continuare ad evolversi nella sperimentazione puntando l’attenzione su vitigni autoctoni. Magari in blend. Anche perché una volta visto la potenzialità del territorio, si può puntare su altri. Ecco, il territorio. Martoriato da tempo immemore dalla presenza di Roma e dalla sua sete di vini a basso costo dunque qualitativamente non eccelsi, i colli qui intorno hanno sfornato vino a profusione. Non per nulla Franco Silvesti, siciliano di nascita e nemmeno romano di adozione, compone Nanni ovvero ‘na gita ai Castelli. Lo fa per il grande Ettore Petrolini Lo vedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva
Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è   Magari la canzone sarà più nota per le interpretazioni di Lando Fiorini, ma il punto è che le fontane danno vino perché c’è abbondanza. Spesso, direi sempre, abbondanza non fa rima con qualità.
Eppure qui nel tempo sono nate splendide realtà vinicole sdoganando il territorio con vitigni autoctoni ed internazionali. Qui in fondo, la matrice è vulcanica e il mare è poco lontano. Le escursioni termiche ci sono insieme alle brezze marine e collinari.
Basta crederci. Come ci hanno creduto Luigi e Nicoletta e i loro figli.
Alessandro è rimasto in azienda insieme a Sebastian. Sara? Ha lavorato con noi in azienda e poi ha voluto fare un viaggio studio di sei mesi in Australia. I sei mesi sono diventati sei anni. Li lavora come sommelier. Non ha lasciato il mondo del vino. È pure fidanzata con un responsabile dell’approvvigionamento dei vini per una catena di ristoranti. Mamma Nicoletta si occupa della parte amministrativa e produzione del vino. Un ragazzo che si occupa delle lavorazioni in campagna e cantina insieme ad una ragazza che si occupa della cantina. Poi un commerciale che si muove sul territorio. Alessandro fa il jolly. Sebastian si occupa della parte finanziaria Solo che è astemio ma lo convertiremo. Siamo io e lui che abbiamo più il desiderio di portare avanti l’azienda. Lui sembra fatto apposta per l’aspetto finanziario numerico e io commerciale e di produzione/vinificazione. Due fratelli uniti e in sintonia per la crescita dell’azienda. Voglia di far diventare la propria azienda come un punto di accumulazione dei clienti.
Alessandro appare molto più maturo della sua età. Non lascia nulla al caso e la pacatezza con la quale si pone fa capire l’umiltà che è in lui. Così quando gli chiedo “Sei quello che dirige l’azienda?”, la sua risposta non fa che confermare le mie intuizioni. No assolutamente no. Mamma al 100% anche perché lei è una imprenditrice giovane e sente che non ha tutto sotto controllo Papà Luigi, lui che l’imprenditore lo fa da una vita, continua a lavorare all’estero. Lo sguardo sempre rivolto verso la cantina che cresce e deve crescere proprio dal punto di vista imprenditoriale. Ha avuto un ruolo fondamentale. Perché se fosse stato per mamma avrebbe fatto l’orto. Papà l’ha vista in maniera imprenditoriale. Ci siamo accorti che il vino doveva essere venduto. Veniva da Bucarest il venerdì sera e nel fine settimana faceva il commerciale. Ora magari scriverò una cosa criticabile ma sono fatto così e dico le cose che penso.
I vini de La luna del Casale sono dei grandi vini. Ho avuto modo di assaggiare Alessandro, blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon del 2015 e l’ho trovato un grande vino. Così come Sara, Chardonnay fermentato in barrique.
Ecco, questi vini non sfigurerebbero in nessun ristorante stellato ne al cospetto di tanti mostri sacri. Invece sono di Lanuvio, sotto i Colli Albani e Lanuvini dove ci sono le fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è e dove l’azienda che li produce è composta da persone squisite che non se la tirano e che fanno del lavoro e della modestia il loro punto di forza. I nostri vini sono spontanei perché non forziamo. Se una cosa si può fare la facciamo. Se il terreno lo concede li facciamo. Ci sono stati casi dove sono andati male e lo abbiamo riconosciuto. Non vogliamo forzare la mano. Questa frase di Alessandro racchiude tutto. Ne più ne meno di quanto sopra. Modestia.
Allora, cosi come l’inizio, anche la fine è tratta dalla stessa canzone di Dalla È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma
Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande
Nella notte che sta per finire
È la nave che fa ritorno
Per portarci a dormire Spero che la luce della luna, quella che rappresenta il Casale, abbia la forza per continuare con questo esatto spirito. In una notte che prima o poi finirà e porterà alla luce, stavolta del sole, territorio e prodotti che meritano. Davvero tanto.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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19 Gennaio, 2024

Le sorelle Zumbo e l’Etna che scorre nelle vene.

La Montagna, Idda, l’Etna, domina la Sicilia dall’alto dei suoi 3.357 metri. Un dominio che non smette di reclamare attraverso le eruzioni, i risvegli. Te ne accorgi dai boati terribili, dalla pioggia di cenere che arriva fino a Catania, dalle colate laviche oggi più “controllate” rispetto al passato (se di controllo si può mai parlare).  Il paesaggio lunare che si offre alla vista è surreale. La “petra lavica” è ovunque. Nera come la pece. Dura e tagliente. Inospitale e brulla.  Eppure, quello che Idda toglie, Idda da. Perché dalla devastazione, nasce la vita. Un ciclo continuo del quale non ce ne si capacita e tale da rendere il territorio dell’Etna baciato da Dio per le coltivazioni. Ciò che un tempo era lava, oggi è terreno fertile, ricco di minerali e metalli così da restituire prodotti meravigliosi. E unici.  Le vigne qui non sono tantissime. Perché complicato è produrre vino. Terreni scoscesi, pietra da scavare. Raccolte solo manuali e un rischio sempre presente del risveglio di Idda. Quando però arriva il raccolto, e nel caso del vino, la vendemmia, l’unione degli elementi che baciano questa terra la si ritrova tutta nel calice: il sole, il mare, la montagna, il vulcano.  Anche quando non erutta, il vulcano è presente. La sua presenza è nei luoghi, nei paesaggi, nell’aria. Soprattutto nelle vene delle persone. Delle donne soprattutto. Che qui, da sempre, si sono occupate delle terre poiché gli uomini facevano altro. Ogni donna qui, sulle pendici dell’Etna, appare cheta, silenziosa. Tanto cheta che il fuoco che scorre nelle vene ci mette un attimo ad esplodere come il vulcano. Non di odio. Quello mai. Ma di amore. Di passione. Di voglia di esprimere tutta la loro potenzialità.  Donne che amano la propria terra in maniera viscerale perché viscerale è il rapporto con essa.  Erica e Ramona Zumbo sono due donne dell’Etna. Due sorelle che hanno scelto di continuare il sogno del nonno in quel di Solicchiata, piccola frazione di Castiglione di Sicilia.  Il versante è quello nord, quello che da verso il Continente con le Nebrodi a fare da schermo e creare un vero anfiteatro naturale. Forse la zona meno esplorata dell’Etna. Non so se la più selvaggia ma certamente la più esclusiva. In queste zone c’è perfino uno stupendo campo da golf (Il Picciolo) e le Gole dell’Alcantara.  La nostra è una storia di famiglia che parte da lontano. Nonno aveva impiantato questo vigneto in Contrada Santo Spirito nel 1972. Un impianto a propria immagine e somiglianza.  Nonno Salvatore uomo tutto di un pezzo era (per dirla alla siciliana e vi prego di leggerlo con la giusta intonazione). Una di quelle persone che non si faceva comandare e gestire da nessuno (come Erica e Ramona ma questo lo scopriremo dopo). Duro come la pietra lavica ma dal cuore che più tenero non si poteva. La vigna non era il suo mestiere. Semmai un passatempo. Un modo per scaricare le fatiche della sua impresa che si occupava di lavori edili, scavi, frantumazione della pietra lavica (sempre presente!).  Sette ettari di vigna impiantato nel 1972 a controspalliera. Controspalliera? Sull’Etna?  Davvero un visionario e uomo tutto di un pezzo non c’è che dire. Impiantare a controspalliera e a pergolato in un luogo dove tutto è sempre stato impiantato ad alberello, la dice lunga su tipo di carattere che nonno Salvatore doveva avere. Tutti i lavori fatti vigna in Contrada Santo Spirito, Passo Pisciaro, sono stati fatti dal nonno. Dal togliere le pietre a fare l’impianto. Mio nonno era dalle idee proprie. Un visionario che non si faceva comandare e gestire da nessuno.  Sette ettari di vigneto per pura passione personale. Tutto il vino che veniva fuori lo utilizzava per gli ospiti che mangiavano alla sua azienda agricola, per venderlo come sfuso o semplicemente per regalarlo agli amici. Magari dopo aver passato una serata insieme.  Non ha mai voluto fare una bottiglia o una etichetta. Mai. Sosteneva Che il vino doveva stare nella damigiana. Oggi ci troviamo con una etichetta nuova ma con esistenza sull’Etna tra le più antiche. I passanti compravano lo sfuso a bidoni da 5/10 litri. Era nemico nel dare quantità elevate a qualcuno.  Il vino scorreva nelle sue vene e tutto ciò che produceva lo sentiva suo. Abbiamo trovato tantissime lettere di persone passate per la sua azienda e che scrivevano come ringraziamento per le giornate li trascorse, per la sua gentilezza, per il piacere di aver assaggiato ciò che produceva. Oltre al vino produceva la carne, il formaggio di pecora, gli ortaggi.  Nonno Salvatore purtroppo viene a mancare lasciando un solo figlio, il papà di Erica e Ramona, che per coltivare la terra non ha tempo poiché impegnato nel continuare l’attività edile del padre.  A morte sua ci siamo trovati con sette ettari di vigneto che non sono pochi. L’abbiamo lavorate il primo anno, le abbiamo lavorate il secondo anno. Poi papà ci disse: ragazze cosa volete fare di questo vigneto? La passione di lavorare sette ettari di vigna, non ce l’abbiamo perché tantissimo altro lavoro da fare c’è. Cosa facciamo? Non è che la famiglia Zumbo di cose da fare non ne abbia. Un magazzino edile, un cantiere di calcestruzzo, frantumazione e lavorazione della pietra lavica, la gestione dei cantieri. Pure uno stabilimento balneare a Fondachello. E il vigneto? Sette ettari non sono affatto pochi.  Si sarebbe certamente potuto vendere. In fondo i terreni, le vigne, sull’Etna vengono pagati a peso d’oro.  Erica e Ramona però si guardano dritte negli occhi e capiscono che se non lo gestiscono loro, il lavoro e il sogno di nonno Salvatore, finirà dimenticato.  Ci siamo trovati io e mio sorella nel 2018 decidendo di mettere su l’azienda. Dovevamo fare una etichetta per dare una identità al vino e farlo conoscere al mondo intero. Ecco qui il temperamento di Erica e Ramona. Da piccole andavano con il nonno in campagna. Giocavano e aiutavano nonno Salvatore. Ma di vino, picca e nenti (poco o nulla). Ora si ritrovano a tirar su l’azienda con un obiettivo ambizioso. Senza intenzione alcuna di cedere a compromessi. Ciò che il nonno ha insegnato loro nel solco della tradizione e del concetto di famiglia, è sacralità. Non esiste che si faccia qualcosa che vada contro questo Credo.  Il vigneto? Trattato con metodi naturali. Tanto che il concime è quello degli animali che scorrazzano liberamente tra i filari.  La cantina? Niente vasche refrigerate perché così faceva il nonno. Vasche in vetro resina e contenitori in acciaio. Quelli degli anni 70. Va bene la tecnologia ma non che snaturi tradizione e prodotto. La nostra vendemmie è un esempio di tradizione. Facciamo tutto a mano. Abbiamo gli animali che sono liberi nel vigneto e concimano loro. Non siamo a guardare la maturazione con metodi moderni ma andiamo in vigna, prendiamo un chicco di uva, lo assaggiamo. Ci ritroviamo in cantina con questi discorsi.  Il risultato sono 6 etichette per un totale di 30.000 bottiglie (e un potenziale di 60/70 mila). Nella vigna di Contrada Santo Spirito nascono vini come il rosato CiùriCiùri da Nerello Mascalese, il Bianco Settantadue da Catarratto. Insieme alle due chicche Sannedda, Nerello Mascalese in purezza e Pinea, blend di Cattarrato, Insolia, Minnella, Carricante. La scelta del Pinea è la scelta ben precisa di continuare quanto iniziato dal nonno che aveva impiantato tra i rossi queste varietà di bianco per dare profumi. Invece di estirpare le piante per il Carricante abbiamo deciso di vinificare qualcosa che identifica veramente il territorio. Non è un Etna doc ma un IGT che identifica le nostre origini. Dal vigneto di Contrada Marchisia (un ettaro e mezzo solo di Nerello Mascalese) ereditato dalla nonna materna nasce Andìco, il rosso base e l’Etna doc Manata. Ogni vino è una storia. Ogni vino è un ricordo. Così Pinea ricorda i pini della vigna sotto i quali Erica e Ramona giocavano a Nascondino. Andìco per identificare la terra nera della colata lavica del 1890. Settantadue è l’anno del primo impianto. CiùriCiùri ricorda Ramona: Il nome di un vino è come quando sei in gravidanza e devi decidere il nome della figlia. Eravamo in cantina con un calice di vino per la prova. Mi aveva chiamato Eerica dicendo che il nostro rosato era pronto. “Vieni qui e dimmi che te ne pari”. “Madonna mia sembrano ciuri” (fiori in siciliano) dissi spontaneamente. Da li ci siamo guardati : ok si chiamerà CiùriCiùri. La recensione del CiùriCiùri la trovate anche nel mio blog Instagram. Sono tutti figli unici i vini e per questo tutti uguali. Ma ce n’è qualcuno che è più uguale dell’altro. Tanto da dedicarci una etichetta specifica curata personalmente da Ramona. Così l’etichetta di Sannedda è ricavata da una fotografia di nonno Salvatore in cantina. Manata è nonna Peppina nella contrada Trimarchisa. Sannedda? Manata? Manata è il ‘ngiurie, il soprannome della nonna e Sannedda del nonno. Il nome “manata” è legato al vino perché la nonna si occupava della gestione degli uomini in vigneto. In periodo di pota quando occorreva raccogliere le sciammedde, i rami potati, andava per i filari a dire agli uomini “raccogliete a manata a manata! Abbbasce abbasce!”. Da li Peppina ‘a Manata. Se a Castiglione dicevi Peppina Santoro non la conosceva nessuno. Sannedda era il  nonno. Era chiamato Turi Sannedda e lo abbiamo onorato dando il nome e la sua immagine. Vene prodotto da un piccolo quadrato in Contrada Santo Spirito dal quale nascono solo circa 1500 bottiglie. È stata la prima parte impiantata dal nonno. Era pure il primo quadro di vigna dal quale si iniziava la vendemmia.  Donne di temperamento Erica e Ramona. La lava scorre nelle loro vene e fanno fatica a tenerla a bada. Non accettano compromessi ne sono disposte a cedere un millimetro per quanto riguarda il loro Credo. Temperamento forte ma sorriso sempre presente.  Nostro padre ci da una mano da fuori e mette la parola e le mani al momento giusto. Non abbiamo un enologo interno per scelta nostra. Abbiamo provato e per disintossicarci da questo ci sono voluti due anni e mezzo. L’enologo voleva snaturare la nostra azienda nel senso che noi vogliamo mantenere le nostre origini e tradizioni. Oggi l’Etna è messa oggi in vetrina e si tende a portare le aziende verso ciò che la gente richiede. Il nostro vino è questo. Non si accettano compromessi. Si aspetta qualcuno che vuole capire la nostra storia. Erica e Ramona. Caratteri forti e diversi. Diverse tra loro ma unite. I contrasti che fanno parte del gioco. Un pò perché sono sorelle, un pò per caratteri diversi, un pò perché donne. Un giorno ci tiriamo i capelli il giorno dopo non è successo nulla. Siamo fatte cosi ed è bello questo. Le nostre giornate non sono sempre rose e fiori. Siamo due femmine e ciò è bella tosta. Ogni tanto guardo i ragazzi che ci aiutano nel vigneto e gli dico: “mi fate pena perché lavorare con due donne. Spesso vengono da noi e ci dicono di metterci d’accordo. Ma va bene cosi. Separare i compiti è stato importantissimo. Ci confrontiamo però ci occupiamo di cose diverse.  Erica in cantina e in vigna. Con una frase che mi ha detto Ramona che secondo me è un complimento meraviglioso: non è enologa di studio ma di sangue. Certo, c’è una consulenza esterna perché il confronto diventa importantissima. Ramona che si occupa della parte commerciale e della accoglienza.  Un corpo unico quando stanno insieme e insieme decidono cosa farne. Con tutti gli altri, i maschi, fuori. Guai a entrare nella loro realtà. Non devono mettere bocca. Mio padre ci prova a mettere bocca ma in base al nostro sguardo, capisce. La sua supervisione è però fondamentale. Ci guarda dall’esterno, in punta di piedi come ha sempre fatto. Non sempre le cose vanno bene. Ci sono giorni nei quali il risveglio porta demoralizzazione e l’idea di portare avanti le tradizioni scostandosi da quanto richiede il mercato diventa debole. Le soddisfazioni di chi le esorta ad andare avanti cosi è benzina sul fuoco. O sulla lava. Le accende e fornisce loro la carica. Ci piace pensare che ci sia una parte del mondo che vuole cosi. Alla  gente che si ferma, raccontiamo la nostra storia. Erica se li porta nell’orto a raccogliere le melanzane, i pomodori che ha piantato lei. Così poi mangiano il prodotto che hanno raccolto. Ok la modernità ma questo, le tue origini, è quello che conta. La fierezza di due donne. L’orgoglio e la fortuna di essere nati in un posto baciato da Dio. La consapevolezza ma anche la fatica nel portare avanti qualcosa che nonno Sannedda avrebbe voluto veder evolvere nella tradizione.  Io dico sempre che abbiamo la fortuna di essere nate qui. Ci sono tantissime parti del mondo importanti ed è vero che l’Etna è stato conosciuto in ritardo. È stato conosciuto grazie ai grandi. Siamo state graziate nell’avere ciò che abbiamo. Ci siamo nate dentro. Stiamo curando l’azienda senza toccare i punti salienti. Apportiamo modifiche che in una storia di sessanta anni, servono.  Tanta è la strada ancora da fare e tanto il sudore ancora da versare. Senza mai abbattersi e senza mai darsi per vinte. Certo, se il nonno avesse imbottigliato quel vino, adesso avrebbero la strada più spianata dinanzi. Combattere con le grandi realtà dell’Etna non è semplice. Così come non è resistere alle richieste di chi vuole acquistare i loro terreni. Ma si va avanti. Se il nonno avesse dato un nome al vino, avrebbe tolto lavoro a noi ma saremmo oggi più avanti. Lui però era un gran lavoratore ed è come se ci avesse detto “allacciatevi la scarpe strette e iniziate a camminare da sole. Io ho fatto adesso fate voi” Si va avanti e si andrà ancora avanti. Sempre al femminile. Ramona ha una bimba di dieci anni. Erica una di due. Le femmine continuano la dinastia delle vignaiole.  Chanel che è mia figlia è contenta di raccontare la nostra storia quando siamo in degustazione e Marzia, la figlia di Erica, nel suo piccolo, ogni volta che va in vigna la troviamo a raccogliere i chicchi di uva o spostare in cassetta. Noi siamo cresciute cosi ed è giusto che sia così anche per loro. Il lavoro non ha mai fatto male a nessuno. Non ha avuto età per noi e non la ha per loro. Nuttata persa e figlia fimmina. Così un vecchio proverbio siciliano. In questo caso, sono però le donne che stanno creando il futuro della famiglia (oltre quello dell’azienda edile). Oggi ci sono le sorelle Zumbo, Erica e Ramona. Un domani magari ci saranno le cugine Zumbo, Chanel e Marzia. Chi lo sa. Per adesso c’è solo da applaudire a queste due forti e coraggiose donne che non solo dimostrano quanto sia possibile gestire una azienda tutta al femminile ma anche e soprattutto come la voglia di mantenere le tradizioni possa essere vera ragione di esistenza. Contro tutto e tutti. Forza, determinazione e carattere che trasmettono direttamente ai loro vini. Impetuosi come la lava che scende dal cratere. Caldi come il sole che scalda la Montagna. Sapidi come il vento che sale dal mare. Minerali come la petra lavica. Intensi come i sapori di questi luoghi. Soprattutto veri!  Provare per credere. Le sorelle Zumbo e l’Etna che scorre nelle vene.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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12 Gennaio, 2024

Tenuta Scuotto. Adolfo, cuore e testa

Quando ero studente in ingegneria, andai a Firenze per una tesi sperimentale. Un laboratorio della Alenia Spazio dove c’erano tanti cervelloni in camice bianco. Uno di questi, tipo simpatico, milanese, mi chiese: cosa vuoi fare dopo la laurea? Io risposi “il manager!”. Lui mi guardò un pò storto dicendomi “non farei mai il manager perché questo è colui che sarebbe in grado di sputare sul migliore amico”.  Erano gli anni ‘90 e forse, all’epoca, i manager erano così. Spietati, poco attenti alle risorse umane, arrivisti. Nella mia ventennale vita da manager, non mi è mai capitato di “sputare” (metaforicamente e ancor meno fisicamente) su una persona. Il rispetto e la cultura forse hanno salvato tutti i manager (e i dipendenti!). Visione, leadership, capacità di gestione delle risorse umane ed economiche, conoscenza dei processi, marketing (in ogni accezione possibile). Queste alcune delle caratteristiche che un manager moderno deve avere. Ora, perché sto scrivendo di questo in un articolo che dovrebbe riguardare il vino? Perché nelle mie peregrinazioni enoiche mi sono certamente imbattuto in manager di grandi aziende con centinaia di migliaia di bottiglie all’attivo ma mai, fino ad ora, di una che di bottiglie ne produce poco meno di centomila, numero che per molti è un ambizioso traguardo. Ecco, per molti ma non per Adolfo Scuotto. Per lui sono un passaggio. Intermedio.  Adolfo non è un vignaiolo. O almeno non lo è nel senso stretto del termine. È il manager di una azienda creata insieme al padre e che deve gestire in modo tale da farla diventare non buona, non ottima ma eccellente.  Nel film “Il sapore del successo” lo chef Adam Jones interpretato da Bradley Cooper recita la bellissima frase “D’ora in poi tutto deve essere perfetto. Non buono, non eccellente…perfetto!”. In quel caso serviva per la terza stella Michelin. Nel caso di Adolfo e della sua Tenuta Scuotto, c’è molto di più. Ci sono motivazioni profonde e proprie di una persona, una famiglia, che sa cosa voglia dire “azienda”. Da valorizzare, da portare al successo, da tramandare a chi verrà dopo. Visione del futuro, progettualità, pragmatismo, studio, risorse umane, marketing, intraprendenza, spirito pionieristico. Ecco, tutto questo ho ritrovato nella chiacchierata con Adolfo Scuotto. Tenuta Scuotto nasce dall’idea di due folli, papà ed io, che se pur con percorsi diversi erano accomunati dal sogno di una bottiglia con il proprio nome. Un vino che rispecchiasse la nostra idea di vino ma anche la paternità della nostra famiglia. Nato e prodotto dalla nostra famiglia. Le aziende non nascono mai per caso. Sono frutto di idee. Magari visionarie, magari fantastiche, magari concrete. Idee. Pensieri. Sogni. C’è sempre una scintilla che riesce a produrre un fuoco. Il vero problema è ciò che ne consegue dopo. Riuscirà il fuoco a divampare o rimarrà una fiammella? O peggio ancora, si spegnerà?  Prima del covid l’ISTAT indicava come circa 276.000 le aziende che nascevano ogni anno e 274.000 quelle che cessavano. Va bene il turnover ma così appare una ecatombe.  Non sono le idee a mancare (altrimenti non nascerebbero così tante aziende) semmai la capacità di creare continuità.  Torniamo alla partenza. Serve una idea e la famiglia Scuotto, ce l’ha. Servono dei fondi e anche questi non mancano visto che il papà di Adolfo, è da tempo un affermato imprenditore in altro settore. Serve capacità e quella, oltre alla imprenditorialità del papà, Adolfo può mettere in gioco la sua esperienza nel business management e marketing strategico guadagnante lavorando per alcune società di consulenza. Per iniziare una avventura nel mondo del vino c’è ovviamente bisogno di un terreno, una cantina e di una squadra che sappia far funzionare questo “meccanismo”. La scintilla dunque. A meno che non si tratti di un motore a scoppio dove la scintilla è provocata e calcolata, in tutti gli altri casi, è casuale. Mio padre era nel territorio di Lapio per trovare degli amici e si imbatté in un cartello vendesi di un terreno: un casale molto spartano cinto da quasi due ettari e mezzo di vigna. Mi chiamò e mi disse “che faccio chiamo?”. In realtà aveva già telefonato e pure preso appuntamento. Era un bluff. La visita e la trattativa andò ovviamente a buon fine e da li l’avventura ebbe inizio.  Anche qui la mentalità può tanto.  Si può partire e ragionare con una sorta di “vediamo come va” oppure si può programmare e gestire lo sviluppo.  Adolfo e il papà non sono due persone sprovvedute. Oltretutto, quando capiscono cosa ci vuole per mettere su una azienda dal nulla in termini di investimento e tempo, in quel momento realizzano che per sopravvivere occorre una azienda solida, strutturata, con un progetto e una visione chiara. Tanto più chiara quanto chiaro è l’obiettivo. La prima frase detta nella riunione di start up da mio padre fu “Io voglio fare un vino che non esiste sul mercato”. Da li l’enologo fece capire che l’affermazione cosi semplice racchiudeva una serie di insidie e costi. Fermiamoci un attimo.  Un imprenditore ed il figlio hanno un sogno: produrre vino che abbia in etichetta il nome della famiglia. Fin qui ce ne sono tante di aziende familiari no? Beh si certo ma poi questi continuano. Non basta produrre vino, vogliono che sia un vino che non c’è.  Ok. Ma basta produrre un blend particolare, un vitigno strano che ne so ed il gioco è fatto. Ehm non proprio. Perché se poi questa azienda deve produrre pure utili, premesso che non basta un vino solo ma serve una gamma, o questo fantomatico vino che non esiste è il migliore (o tra i migliori al mondo) oppure la vedo difficile. Impresa davvero ardua quella che attende Adolfo (è a lui che il “giochino” è affidato). Adolfo però pensa e lavora con metodo e attitudine (poi dicono che studiare in questo campo serve a poco!!). Inizia il progetto della cantina (siamo nel 2008). I vigneti, non gestiti secondo tecniche agronomiche moderne, vengono espiantati e ripiantati. La prima fase del progetto investe dunque la parte produttiva: terreno e produzione. Tanto per essere pronti per la commercializzazione. Poi si pensa, nella seconda fase all’ampliamento della capacità produttiva, alla logistica, alla accoglienza in ottica experience.  Volevamo un ambiente confortevole ed affascinante.  Va bene la parte strutturale, quella che si può costruire con l’esperienza pregressa. Quella che si progetta e si realizza. Le cose materiali insomma. Però, per far funzionare il tutto, c’è bisogno del materiale umano. Persone, anime, cuori, cervelli. Anime che gettano il cuore oltre l’ostacolo sposando il progetto, condividendo l’ambizione. La causa si direbbe.   Durante la fase di costruzione abbiamo pensato che essendo un progetto importante necessitava di risorse di alto profilo. Know how e competenze nel mondo del vino che noi non avevamo. Chi oggi prende una bottiglia di Scuotto immagina che siamo viticultori da sempre. In effetti il processo di crescita dell’azienda è stato così veloce che anche io stento a crederci. La scelta delle persone dunque. Non dovevano essere semplici consulenti ma veri e propri padri putativi di questa azienda e di questo progetto.  Abbiamo avuto la fortuna, perché poi è sempre un mix di fortuna e capacità, di imbatterci in persone che hanno perfettamente capito cosa volevamo fare mettendosi in gioco anche loro. Magari alzare l’asticella e osare. Provare a fare qualcosa di diverso. Partendo dalla conoscenze del territorio e da un bagaglio di conoscenze acquisito nel mondo del vino anche all’estero come Francia e in varie regioni italiane. Scegliere le persone vuol dire poi anche fidarsi di chi si è portato a bordo. Persone con le capacità che per far funzionare le cose hanno bisogno di mettere a terra le proprie idee anche attraverso tecnica e tecnologie. Ovvero investimento.  Ci siamo fatti assistere da un consulente con il supporto dell’azienda che ci ha fornito le attrezzature. Ci ha consigliato non la cosa più economica ma la cosa migliore. Mettendo giù i numeri capivamo che l’impatto economico sulla nostra famiglia era notevole. Nel mondo del vino ci sono vari approcci fermo restando l’idea di fare del vino buono dunque costoso. C’è chi parte da una vigna che possa essere di qualità e tenuta/gestita bene. Il frutto poi viene trasformato da altri. Sono un produttore di uve. Non sono in grado di creare la realtà delle cantina non volendo gestire la fase della produzione. C’è chi addirittura è una commerciale pure. Acquisto l’uva da uno e la trasformo da altri. C’è poi l’approccio più invasivo e verticale dove si fa tutto. Questo è stato l’approccio iniziale e attuale della nostra azienda. Alla fine, ciò che conta, sono i numeri. Che nel caso di Scuotto hanno iniziato a dimostrare che qualcosa di grande stava venendo su. Nemmeno poi tanto lentamente. Numeri che andavano oltre un semplice giochino di famiglia, di quelli per i quali se va va, altrimenti chi se ne frega tanto il vino ce lo beviamo con gli amici.  Se le cifre sono importanti inizia a pensare a quante bottiglie devo fare, come le devo fare, dove le devo vendere, come le devo promuovere. Insomma si fa un business e marketing plan. Dall’idea di un vino del quale non si fosse mai sentito parlare e del tutto atipico per idea e concezione, processo di produzione è nata tutta l’azienda. Quando si crea qualcosa si fa sempre step dopo step. L’approccio imprenditoriale, quello che tutte le aziende dovrebbero avere. Eccolo qui. Una imprescindibile inesorabile necessità. Senza un piano dettagliato, senza una visione del futuro, senza gli investimenti, non si va da nessuna parte. O forse si: nel novero delle aziende che finiscono prima o poi. Che non è l’intenzione della famiglia Scuotto e ben che mendò di Adolfo che tutto è meno che uno che non vuole arrivare. Adolfo infatti non si accontenta. Di indole è abituato a lottare, a impegnarsi anima e corpo nelle cose, a dedicare ogni istante del proprio tempo per promuovere, con fierezza il territorio, la sua azienda, i suoi vini. L’indole non la studi sui libri. Non la impari a scuola o in un master. Ce l’hai dentro. Poco conta se vieni da una “buona famiglia”. O ce l’hai o non ce l’hai. Adolfo ce l’ha. Direi di più, come napoletano direi che tiene ‘a cazzimma. Ora qualcuno potrà pensare che venendo da una famiglia bene, fallire in una impresa del genere non sarebbe stato un problema. Si, il giocattolino affidato nelle mani del figlio per farlo divertire se va male, vabbè chi se ne frega. Gli faremo fare altro. No! Non è per niente così. La grande determinazione, la competenza, la capacità imprenditoriale e la visione programmatica di Adolfo è vincente. La capacità di circondarsi di persone competenti che suggeriscono fondamentale. Tutto viene studiato nei minimi particolari. Programmato e gestito con capacità.  La disponibilità di risorse porta il coraggio e la voglia di osare. Non dico che è un lancio con paracadute perché nelle attività imprenditoriale il paracadute non esiste ma l’atterraggio sarebbe stato più morbido. L’imprenditore nel senso più letterale di questo termine non investe nel mondo del vino se il suo fine è quello del profitto. La componente risorse è una componente nel progetto imprenditoriale fondamentale ma non quella di partenza. Il progetto sarebbe partito comunque. Magari ridimensionato nel tempo e nello spazio. Forse ci sarebbe voluto qualche anno in più ma il tempo e le capacità, quel valore aggiunto delle persone ci sarebbe comunque stato. Molti sono gli esempi di aziende stra dotate di risorse che però non vanno bene. Nel mondo del vino ci sono poche attività finalizzate al profitto. Anche la scelta del territorio non è stata casuale. Anche qui si potrebbe dire che dovendo dare un giocattolino al figlio, bastava dargli un territorio qualunque. Certo vicino casa ma anche lontano. Uno valeva l’altro. Invece no. Ancora no. Ma ancora visione e determinazione. Lapio. Irpinia. Un territorio fantastico che non si dovrebbe mai chiamare le Langhe del sud. Qui è terra di Fiano, di Falanghina, di Taurasi (Aglianico). Territorio non vocato ma nato appositamente per il vino. Un mix unico di clima, terreno, uomo, vitigni. Un terroir insomma che il mondo dovrebbe invidiarci. La nostra famiglia è napoletana di origine. La scelta poteva essere qualsiasi. Non siamo cresciuti in un territorio fantastico come Lapio. Abbiamo scelto invece il territorio anche se non siamo figli del territorio. Siamo stati adottati e ci siamo scelti la nostra madre. In natura non si può fare ma noi l’abbiamo fatto. Ci ha convinto di più perché noi siamo campanilisti. Ci sentiamo e siamo napoletani e il territorio, le radici, le tradizioni sono una nostra ricchezza che difendiamo a spada tratta. Siamo amanti del vino del nostro territorio e in particolare del Fiano. Chi non riconosce nella provincia di Avellino il cuore del vino della Campania non conosce la Campania. Una scelta di cuore e di testa ti dice di Investire nel territorio più vocato che ha le prospettive di crescita migliori. Commercialmente in termini di brand territoriale è quello che ha più appeal oltre i confini regionali.  Cuore e testa. Insieme. Mai separati. Le scelte si fanno con il cuore e si realizzano con il permesso e la visione della testa. Inseparabili se non si vuol fallire. Ho sempre visto la mia stessa attività come un modo per far parlare del territorio e della mia azienda. Già dai primi passi della mia attività ho guardato al mio mercato In una maniera globale. Non ho mai visto il mio mercato di sbocco come quello di prossimità. Se ti dicessi che forse in ordine cronologico le fatture emesse in provincia di Avellino sono state le ultime dopo quelle del Giappone, ti fa capire che l’internazionalizzazione ovvero con il vino come ambasciatore del territorio ha rappresentato per me la vera gratificazione. Oggi esportiamo in venti paesi. Attirare l’attenzione sul territorio. Lo facciamo come singoli ma siamo presenti nei consorzi con attività varie perché l’unione è la forza del territorio. Ci siamo messi sugli aerei abbiamo riempito la valigia di sogni e speranze. Ecco la vera imprenditorialità. “Think global, act local” è un principio del marketing. Pensa globalmente per agire localmente. Adolfo lo applica valorizzando il territorio e portando questo in giro per il mondo. Se c’è qualcosa che nel mondo è riconosciuto della Campania felix del mondo enologico, è il Fiano, il Taurasi, la Falanghina. Il mercato locale si va pure bene ma è il mondo che ti fa decollare. Però prima devi decollare tu e portare il tuo prodotto a farsi conoscere. Girando il mondo con la valigia carica di sogni. E vino. Bellissimo come Adolfo parli sempre con un “noi”, un “abbiamo”. Tipico di chi ha a cuore la squadra. Peccato però che chi lo conosce almeno un pò e lo segue suo social, dove è parecchio attivo. È un abbiamo finto perché sono sempre io che vado in giro. È un vantaggio ma anche una fatica.  Un vero one man band che non ha la struttura che certo gli piacerebbe e magari la avrà nel futuro. Quando sarà economicamente possibile. Le scelte vengono fatte anche in funzione delle caratteristiche del business. Rinunciare ad una fiera per una sovrapposizione è qualcosa che rappresenta un limite ma è cosi.  Oggi inizio a sentire il peso di anni e anni vissuti a manetta. Spostamenti, eventi b2b, clienti ristoratori, eventi privati, fiere. Nessuna forma di comunicazione è stata messa da parte senza la mia presenza. Adolfo è dovunque e se ne avesse la capacità, sarebbe uno e trino. Onnipresente. Ma non per essere prezzemolino. Perché è il volto di Tenuta Scuotto. Ne è l’anima. Quella partenopea propria di una persona solare e con la battuta sempre pronta. Capace, colto, preparato ed attento. Difensore del proprio prodotto e del territorio che rappresenta. Con la pacatezza e i modi gentili che lo rappresentano. Senza mai lasciare l’irruenza tutta napoletana. La frenata l’ho avuta nel 2020. Frenata ma per uno che è un laboratorio di idee come me è un eufemismo. “A qualcosa devo lavorare” mi sono detto. Ho creato da zero il sito internet. Ho messo su lo shop on line. Per me il pensiero di non vendere è un pensiero che mi atterrisce. Cosa posso fare? Ho inventato la formula “io sto con i ristoratori e l’hashtag #iostoconiristoratori . Cambiavo ogni giorno sui social la foto di un ristoratore facendo capire che l’azienda, pur condividendo le stesse tristi avversità, era dalle loro parti e non appena la situazione si fosse stabilizzata saremmo ritornati con loro. Ho creato una formula on line con dirette dove io non comparivo. Era una operazione di product placement dove una giornalista intervistava i clienti, o gli chef che abbinavano il piatto pubblicizzando il servizio offerto. Così, quando sono partiti, l’ordine lo hanno fatto a Scuotto. Siamo con la mente sempre a pensare cosa fare. Non ci siamo arresi all’inizio figurati se ci fossimo arresi quando il covid stava spezzando le ali al nostro sogno. Il vino di Tenuta Scuotto. Nella nostra chiacchierata il vino arriva per ultimo. Forse è anche giusto così. Il sogno, la realizzazione di qualcosa che non c’era prima è un pezzo del progetto. È inserito in un contesto più ampio. Parlare solo di quello, imporrate certamente, non sarebbe utile.  Oi’ni. Questo il nome del vino che non c’era. Oi’ni. Un richiamo alla napoletanità. “O ragazzo”. Chiamare un ragazzo per attirare la sua attenzione e portarlo da qualche parte. Verso quel mondo che deve necessariamente conoscerne l’unicità. Si, un vino decisamente unico. Qualcosa che consiglio di assaggiare perché regala una esperienza sensoriale. Un Fiano prodotto alla maniera dei grandi bianchi francesi con affinamento di 12 mesi in botte a temperatura controllata. Un vino che resiste al tempo e con il temo evolve. Le note suadenti, il bouquet complesso, la mineralità, la pastosità in bocca, la lunga persistenza, il perfetto bilanciamento. Oi’ni era il sogno iniziale e il prodotto attorno al quale è nata l’azienda. Dal principio l’idea era che dovesse avere un fratello ed è nato il Fiano classico. È lui che ha preso il tre bicchieri nel corso degli anni. Un prodotto notevole che è anche il biglietto da visita. Magari per il prezzo. La Falanghina è sempre stato il prodotto con il quale andare ad aggredire mercati meno attenti alla qualità e più al prezzo. Il brand Falanghina ha una cassa di risonanza superiore rispetto agli altri. Era dunque necessario avere un entry level. La Falanghina Scuotto è una delle migliori Falanghina sul commercio. È stato best wine in America, per due volte, tra i migliori cento vini per rapporto qualità prezzo (Wine&Spirits) Un prodotto di livello. Ora, se uno pensa che un prodotto bello e buono si venda da solo, ha sbagliato di grosso. Avete mai pensato a quanti vini ci sono in Italia e nel mondo? Come diavolo si può pensare che dopo aver prodotto qualcosa di unico questo si affermi senza fare nulla? Utopia pura. Ecco perché serve una strategia, investimenti, capacità. Tutta quella che Adolfo ha messo in campo. Come azienda e come persona. Non per un vino. Non per una etichetta. Ma con un mix di territorio, vitigni, azienda, vino, vini. Oi’ni non è solo. 9 etichette in totale frutto di una vera strategia di posizionamento del territorio e della azienda stessa. Niente, nemmeno in questo caso, è casuale.  Più aumenti le etichette e più aumenta la complessità produttiva e logistica. Così come commerciale nel gestire le etichette diverse. Però il cross selling, che è una delle strategie di marketing, ne verrebbe meno. Mi ritrovo a vendere Greco perché ho Fiano; vendo Falanghina perchè ho Taurasi. Il cross selling ha accelerato lo sviluppo dell’azienda. Ovvio che va gestito. Tenuta Scuotto parte con tre referenze in produzione e due in vendita. Mancava ovviamente Oi’ni perché in affinamento. Sui rossi è nato il progetto Taurasi che per una azienda che sta in Irpina è il rosso per eccellenza ed inimmaginabile non farlo. Come cita Parker e gli da 92 punti, “corpo struttura” ma lo trova il “vino più contemporaneo che ho bevuto”. Ancora una volta abbiamo dato il nostro imprinting. Eleganza e contemporaneità. Armonia ed equilibrio. Cerco sempre queste cose nei miei vini e mi fa piacere che vengano apprezzate. Sono anche sinonimo di commerciabilità.  Un 2020 chiuso ad un -17%. Fortunati ma la fortuna si cerca e si costruisce. Il nulla rispetto alle medie. Nel 2021, crescita vendendo di più del 2019. Nel 2022 vendite in forte crescita rispetto al 2021. Poi il rimbalzo negativo nel 2023 per mercato, guerre, inflazione. Insomma contrazione dei consumi.  Non tocca mai tutti allo stesso modo. Abbiamo lanciato la collezione Mythic con un importante progetto e budget di comunicazione. Design dedicato, studio del naming che ha impiegato sei mesi (9 in totale con l’etichetta). Quando ci siamo presentati al Vinitaly è stato un grande successo per la curiosità dei vecchi e dei nuovi clienti. Chi era reticente perché aveva la cantina piena con i ristoranti in calo, la curiosità e la comunicazione lo hanno spinto a prendere quella referenza che altrimenti non avrebbero preso. Magari non guadagnerò tantissimo ma facendo zero a zero sicuramente avrà contribuito alla crescita del progetto. Aidos è diventato uno dei prodotti più richiesto perché il prodotto è proprio buono oltre ad essere biologico. Kuris è un Greco fatto in un certo modo, una genialata.  Senza dimenticare, sempre nella serie Mythos, Malgrè, il rosato, primo in casa Scuotto, da Aglianico. A proposito, la recensione di Aidos la trovate sul mio blog Instagram. Il progetto nuovo tra i rossi poi è Redo.  Volevamo sfatare qualche mito facendo un Aglianico contemporaneo che abbracciasse l’Aglianico giovane (fresco, fruttato) con il Taurasi (corpo e note evolute). Questo ci ha permesso di uscire con un Aglianico del 2021 strizzando l’occhio al Taurasi e giocandosela con i grandi rossi internazionali. Una gamma dunque frutto di una vera e propria strategia studiata a tavolino e non sottoposta al caso. Ogni prodotto va ad occupare una specifica posizione del mercato per giocarsela. Ad armi pari. Creare ed investire anche nei momenti di crisi per essere pronti alla ripartenza.  Ancora, per fare questo serve programmazione, servono investimenti e tanta tanta testa. Oltre che quel cuore che alla totalità dei vignaioli non manca. Per molti, un premio vuol dire poco. Niente di che. Per altri, è un punto di arrivo.  Per Adolfo è solo un passaggio. Certo, un riconoscimento che ha la sua importanza e da valore tangibile al percorso intrapreso. Ma non ci si ferma. Perché, come lo stesso Adolfo ha scritto sui suoi profili social “ogni giorno il mio vero traguardo è quello che vedo dopo averlo raggiunto”. È da sempre la mia filosofia. Se mi fossi dato delle scadenze e degli obiettivi mi sarei seduto. Scherzando dissi a mio padre “io tempo 4/5 anni prenderò i “Tre bicchieri Gambero Rosso”. Lui mi rise in faccia. Quando poi l’ho preso per tre anni consecutivi la cosa è diventata atipica e piacevole. “Papà io entrerò nei ristornati stellati e nella distribuzione”. Anche li ci fu una risata perché disse “sai quante aziende fanno la corte?” Ci sono entrato a fine 2016 e sono in una delle distribuzioni più prestigiose. Sono in “Vini & Design” grazie ai quelli sono arrivati qui i grandi Riesling ad esempio.  Non obiettivi ma punti di approdo. Milestones come direbbero quelli bravi del marketing. Perché se ti dai un premio come obiettivo, una volta raggiunto che fai? Come obiettivo aziendale, oggi siamo intorno alle 100000 bottiglie (le sfioriamo) mi piacerebbe arrivare a 150mila bottiglie. Continuando a distribuirle nelle stesse percentuali di oggi e continuando ad essere presente nelle carte dei ristoranti stellati. Mi piacerebbe essere premiato come vino dell’anno Gambero Rosso. Mi piacerebbe prendere il voto più alto nelle guide Parker e Wine S pectator. Vorrei poi trasformare la tenuta in un wine resort per lasciare questa realtà alle mie figlie cosi che un domani possano avere una azienda di eccellenza della produzione dei nella enogastronomia e nella accoglienza.  Ambizioso? Arrivista? Spaccone? Niente di tutto questo. Se avrete il piacere di incontrare Adolfo (e non è difficile poiché lo trovate ovunque è presente Tenuta Scuotto) basterà parlare con lui per qualche minuto per capire che non è niente di tutto questo. È una persona dotata di cuore ma anche di testa. Ovvero le due caratteristiche principali per governare una azienda aldilà di tutte le capacità manageriali e imprenditoriali che non possono mancare. Cuore e testa. Mai l’uno senza l’altro. Tenuta Scuotto. Adolfo cuore e testa   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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5 Gennaio, 2024

Aurete. Una storia di amicizia

I sogni dei ragazzi sono quelli che maturano seduti sul muretto, sotto l’ombrellone, al tavolino del bar. Qualunque posto è buono per creare e immaginarsi il futuro. Fare voli pindarici, guardare avanti con l’entusiasmo di chi ha tutta la vita davanti.
C’è una canzone di Antonello Venditti che parla degli amori, quelli che non finiscono, che “fanno dei giri immensi, e poi ritornano. Amori indivisibili. Indissolubili inseparabili. Ma amici mai” (Amici mai). Alcune amicizie sono più dell’amore. O semplicemente sono amore in forma diversa. Proprio tra amici si condividono i sogno di vita, la speranza di qualcosa insieme. Anche se poi la stessa vita ti porta in altre direzioni a fare altre cose. Per poi ritrovarsi un giorno e tornare ad essere indissolubili inseparabili.
Paolo, Giovanni, Eugenio. Tre amici che costruiscono la loro amicizia sui banchi di scuola. Anzi, Paolo e Giovanni la costruiscono già in culla Siamo nati insieme. Eravamo vicini di culletta. 29 gennaio 1983. Lo abbiamo scoperto al liceo. Al quarto ginnasio. Mia madre si ricordò che alla nascita Giovanni ebbe un pò di problemi, ma niente di grave. Il padre fuori cominciò a fare casino per vedere la moglie e mio padre lo calmava. Mamma era disperata perché nessuno si filava me. Tutti andavano da Giovanni.
14 anni dopo, in quarto ginnasio scoprimmo questa cosa perché mamma mi disse “quel ragazzo…”. Da li Siamo diventati amici. Una persona sola. Giovanni già da piccolo cucina. Gli piace. Una di quelle cose che ti ritrovi a fare senza neanche sapere di farlo. È un fenomeno. Così ha aperto due ristoranti con Eugenio. Che abbiamo conosciuto al liceo. Siamo stati sempre insieme. Io però volevo fare l’università perché non mi andava di buttarmi subito nella ristorazione. Loro pure hanno studiato lettere ed economia. Nel frattempo hanno aperto un pub. Di quelli con la carne buona, la birra artigianale. Nel 2021 hanno pure una smoke house, Rub, con le cotture slow, affumicatoi con legni particolari. Paolo se ne va a studiare a Roma. Il classico studente fuori sede che, mosso da grandi ideali, ha grandi idee per il futuro. Si laurea in Scienze Politiche con tanto di tesi sulla cooperazione internazionale e i diritti dei rifugiati e la speranza di proprio in questo campo. Ma quanta è amara la vita vera! Ho lavorato alla Caritas per i rifugiati e i senza tetto. Ho lavorato nel sociale per cinque anni occupandomi di diritti umani. Volevo fare qualcosa di più alto a livello di cooperazione internazionale. Avevo una laurea in fondo e una tesi sviluppata con personaggi influenti a livello internazionale. Però in Italia è cosi. Sono finito a fare l’operatore che pulisce i cessi e fa mangiare questi poveri disgraziati. Vittima delle cooperative senza scrupolo a cui è affidato il servizio. Non a Roma perché ci sono cooperative serie e la Caritas che è del Vaticano. Quanto è amara la vita che ti mette dinanzi alle cose più nere. Al crudo realismo di chi fa le cose per soldi. Soldi che mancano ad un ragazzo che vuole salvare il mondo. Dopo 12 anni sono tornato a Cassino più per un motivo di case. A Roma stavo ovviamente in affitto e in 12 anni ho cambiato 6 case. Andavo sempre più fuori. Dalla Prenestina alla Casilina a Centocelle. Andavo sempre più fuori. L’ultima casa era dopo il Raccordo perché i prezzi erano esagerati. Dovevamo sempre smezzarci la casa e una cosa a 18 anni un’altra a 28/30. A sto punto torno a Cassino mi sono detto. Mi sono fidanzato con la mia attuale moglie e sono tornato a Cassino. Non si possono spegnere però gli ideali quando sono forti. Così Paolo continua a lavorare nel sociale facendo anche un secondo lavoro come spallone delle pompe funebri per arrivare a fine mese. Sono finito in balia di certe cooperative che trattavano minori e minori stranieri non accompagnati sui quali c’è un vero business. Dopo cinque anni di sociale sono uscito distrutto. Ho capito che se vuoi fare sociale non devi percepire soldi altrimenti finisci in mano alle cooperative che lavorano per soldi. Paolo, Giovanni e Eugenio non si sono mai lasciati. Da liceali, da studenti, da laureati. Non è andata proprio bene a Paolo. Un pò meglio a Giovanni e Eugenio con i loro ristoranti.
Si ritrovano la sera per continuare a parlare dei propri sogni. Da appassionati di birre artigianali volevano anche aprire un micro birrificio. L’idea c’era tutta: produrre e vendere birra nei locali. È passata un po’ la moda della birra. Un pò mancava la magia. Anche quando ero a Roma avevo sempre in mente la vigna. Così ho detto a loro: investiamo. E siamo passati da bere birra a veri vini naturali. Già. Perché i ragazzi saranno anche degli idealisti ma mica sono scemi. Leggono, si informano, provano. Capiscono cosa per loro è meglio e cosa posa davvero garantirgli un futuro. Quantomeno una passione da condividere insieme. Per continuare a stare insieme.
Eugenio e Giovanni da imprenditori e amanti del vino naturale conducono Paolo a scoprire questa tipologia di prodotti. Ero arrivato ad un punto dove non bevevo più vini convenzionali. Non bevevo più. Giovanni mi fece scoprire i vini naturali di aziende come Emidio Pepe, La Torretta, La Distesa, Sete. “Questo non è il vino che compro io”! Così iniziammo tutti a bere solo vino naturale. Una sorta di illuminazione. Si certo, del prodotto, della scelta del bere, della filosofia. Soprattutto però di un progetto che, finalmente, prendeva forma nella mente dei tre.
Bisognava partire da zero poiché non c’erano i terreni, non c’era la cantina, non c’erano le viti. Niente di niente. Avevo già la terra vicino Cassino. La campagna era un mio pallino. Volevo pure avviare un allevamento di lumache, le ciammaruche. Mi piaceva l’idea. Era 15 anni fa. Adesso ho 40 anni. Eravamo dei precursori. Con un ettaro ci fai miliardi di lumache. Insomma occorreva trovarli i terreni. Giovanni e Paolo iniziano a girare le valli intorno Cassino, città in cui vivono. La valle di Comino ad esempio che nella zona va per la maggiore per il Cabernet e il Maturana. Le terre costavano troppo, il Cabernet non mi convinceva. Capitò poi che con uno nostro amico ricordavamo di quando andavamo ad Esperia ed era pieno di vigne. Ci siamo andati e abbiamo visto un cartello vendesi su una terra: quel giorno stesso ce la siamo comprata. Esperia è un piccolo paese con poco meno di 4000 anime posto a metà strada tra Cassino e il mare di Formia. Una andirivieni di vallate sopraelevate formatesi dall’emersione dal mare delle terre in epoche antiche. Mare che con la sua brezza, ogni tanto si fa sentire.
Non proprio una zona rinomata per il vino: pochi contadini e molti pastori da queste parti. Anche se al tempo dei romani era un pò di verso. Il monte Cècubo, proprio quello che separa Esperia dal mare diede il nome all’omonimo prezioso vino Cècubo. Così prezioso da essere tenuto sotto chiave e utilizzato dagli antichi romani per i grandi avvenimenti
Prima d’ora per noi non era lecito dalle cantine avite tirare fuori il Cècubo pregiato, finché quella regina dissennata preparava rovine al Campidoglio e lutti e distruzioni al nostro impero.
Cosi cantava Orazio nelle sue Odi riferendosi probabilmente al dover festeggiare la morte di Cleopatra. Cècubo era il vino che si produceva con il vitigno Serpe nella zona tra Terracina e Sperlonga.
Leggenda vuole che Cicerone, transitando per Esperia nei suoi spostamenti tra Arpino e Formia, si fermasse qui per acquistare il suo vino favorito.
Pare, si mormora, ed è bene che rimanga leggenda, che qualche contadino abbia pure trovato delle anfore e alcuni resti di una strada romana ma le abbia prontamente occultate per non ricadere sotto le grinfie di qualche burocrate. Solo un sentito dire….
In ogni modo Esperia oggi è uno di quei paesini dove il tempo sembra essersi fermato. Persone meravigliose, aperte e soprattutto accoglienti. Ci siamo fatti un giro e qui non ci vuole niente a sapere le cose: in venti minuti sapevamo tutto di tutti. Qui i contadini pensavano che fossimo imprenditori con i soldi. I ragazzi hanno le idee chiare in fatto di vino. O meglio, sanno cosa vogliono ottenere ma sanno anche che non è così semplice ottenerlo. Occorre partire dalla terra e dalle piante. Siamo andati a cercare vitigni così che i contadini ci facevano assaggiare il vino. Abbiamo trovato il vitigno Reale che però facevano dolce. Abbiamo chiesto aiuto a Michele Lorenzetti e Anselmo Cioffi. I vitigni erano buoni e si potevano fare i vini naturali. Qui basta guardarsi intorno e si vede che si fa olio e vino da duemila anni. Una specie di conca accarezzata dalla brezza marina. Ci si innamora di un sogno. Ci si innamora di una donna o di un uomo. Ma ci si innamora di una terra, la natia o quella che si scopre per la magia del caso. Proprio come è successo a Paolo, Giovanni ed Eugenio che trovano in quel di Esperia il luogo perfetto per la loro avventura. Gente meravigliosa, terreni millenari ricchi di storia e mineralità, due vitigni autoctoni interessantissimi come Reale e Raspato. Un mix incredibile che non può non destare meraviglia e far nascere l’azienda che si deve necessariamente chiamare Aurete che, oltre a venire da aureo è proprio il nome di questa zona.. Nel 2016 abbiamo aperto l’azienda. Due anni per rimettere a posto i terreni con i prodotti di Carlo Noro. Da subito approccio biologico e biodinamico. Nel 2018 abbiamo piantato le barbatelle aspettando la burocrazia. Nel 2020 la prima vendemmia con 2500 bottiglie. Un ettaro e mezzo vitato più altre tre ettari con due ettari vitati. Quattro ettari in totale con una vigna pre fillossera a piede franco di circa 150 anni di età. Come si fa a non innamorarsene? Ci siamo insomma innamorati ma non siamo folli e abbiamo visto che qui poteva venire un Syrah buonissimo stanchi dei Syrah laziali. Le terre qui sono rosse, ricche di minerali come ferro e magnesio. Ricordano un pò quelle del Rodano e della Jura. Il vigneto sotto le montagne sorge sul letto di un fiume: pietra e roccia che si scontrano e si fondono. Le impronte dei dinosauri ritrovate sulle montagne indicano l’età di questi luoghi sopravvissuti al mare del golfo di Gaeta. Siamo partiti per fare il vino naturale. Avendolo bevuto con le aziende che prendeva Giovanni (già dieci anni fa aveva una carta dei vini con solo vini naturali) siamo diventati prima bevitori, poi appassionati, poi produttori. Abbiamo la certificazione biologica. Quella biodinamico è un pò controversa, ma ci arriveremo. L’idea precisa di fare vino con zero chimica in vigna e minimo intervento in cantina. Per quanto si può non facendo andar a male i vini e tenendo presente la tecnica.
Che meraviglia questi ragazzi. Non c’è la voglia di arrivare e spaccare il mondo fregandosene dei valori. Ciò che conta è il rispetto della natura, della tradizione, della cultura. Il resto può andare in secondo piano. Abbiamo fatto selezione massale del Raspato e del Reale e investito in terreni di proprietà. Abbiamo investito un sacco di soldi in questo e non ci siamo concentrati sulla cantina. Conosciamo bene Marco Basco di Cacciagalli e ci siamo innamorati dei suoi vini in anfora: andiamo il a vinificare. Abbiamo il nostro agronomo che è anche insegnante di enologia. Non abbiamo mai avuto un enologo perché ci piace fare il vino di testa nostra, vedendo l’annata dell’uva e come si evolve in cantina. Si, c’è una idea ma devi pure vedere come segue: la fermentazione, la malolattica. Raspato Nero e Reale sono da poco entrati nel Registro Nazionale (Marzo 2021). Un percorso lungo cinque anni ma fondamentale per evitare l’oblio a due vitigni abbandonati nelle vigne di qualche contadino che nemmeno sapeva di averli. Complicati in vigna e non semplici in cantina. Nel 2020 abbiamo prodotto 2500 bottiglie. Nel 2021 tra gelate e siccità, 2000. Nel 2022 siamo arrivati a 8000 bottiglie e abbiamo fatto una linea di vini, Gonzo, fatti in cemento. Vini di beva facilissima, da glu glu. Uno base Reale con Trebbiano e Moscato; l’altro base Raspato con Ciliegiolo, Montepulciano e Sangiovese, uve che provengono da una vigna che abbiamo preso in gestione. Cambiano le stagioni, si modifica il clima. Le temperature non sono mai le stesse. Piogge, gelate e chi più ne ha più ne metta comporta un sempre più stretto contatto con la natura. Il Syrah lo raccogliamo tutti gli anni a fine agosto a 19 gradi Babo. Il Raspato e il Reale a fine settembre anche se storicamente qui lo raccoglievano ad ottobre, a San Francesco. Però il clima è cambiato. Arrivano le piogge. Ad ottobre non ci arriva. Cinque i vini di Aurete. Thero da Reale, macerato e affinato in anfora; Raptor da Raspato Nero prodotto nella vigna a piede franco, macerato e affinato in anfora; Sauro lo Syrah fermentato sulle bucce in anfora e affinato in Clayver di grès; i due Gonzo (bianco da Reale e rosso da Raspato) vinificati in cemento. Gonzo è anche recensito sul mio blog Instagram. Syrah e Raspato devono ancora affinare e abbiamo pensato a come usare l’uva del 2022 creando così Gonzo ovvero vini più immediati che i locali ci chiedevano. Tre ragazzi e i loro sogni. Arrivati dove volevano? Macchè, sono appena partiti. Tanta strada da fare e tante difficoltà ancora da superare. Eppure Con Giovanni ci diciamo che siamo un pò sfortunati di nostro. Qui si dice che “se ti metti a fare i cappelli nascono i bambini senza testa” nel senso che abbiamo vissuto il covid, la siccità, la guerra con la crisi dei materiali. Siamo riusciti comunque a pagare tutti e tutto. Abbiamo speso tantissimo. Entro dicembre finisco di piantare tutto. Finisco di pagare i debiti e stiamo fermi. Anche se ci serve la cantina. Nell’altro terreno ex letto di un fiume verrà un vino della madonna.
Voglio portare il secondo vigneto a produzione e poi ci concentriamo sulla cantina.
Abbiamo appena iniziato. Siamo alla quarta vendemmia in questo mondo dove ce ne vogliono almeno dieci per aver fatto qualcosa. Si dice che il breakeven si raggiunge al dodicesimo anno. Ma noi non ci stiamo nemmeno a pensare a queste cose. La vigna magari sarà anche il buon ritiro dei tre amici, ma non ora. Per ora non è possibile. Giovanni ed Eugenio devono necessariamente continuare la loro attività di ristoratori. Paolo come impiegato in un ufficio a supporto delle amministrazioni comunali per la gestione degli autovelox e le infrazioni del codice della strada. Doveva rimanerci un anno. Poi è arrivato il covid….
Che storia quella di Paolo. Dalla laurea in scienze politiche, alla cooperazione internazionale, al volontariato alla Caritas, alle cooperative per i minori; lo spallone per le pompe funebri; infine impiegato e vignaiolo. Vaglielo a dire a quelli che se ne stanno a casa, sul divano, aspettando la chiamata di qualcuno! Siamo al settimo anno. Non abbiamo debiti e lo facciamo per passione. Sarà il nostro buon ritiro. Magari potevamo stare al bar a bere vino ma non ci andava di fare questa fine. Avevo la campagna e comunque sarei andato li. Ogni tanto ci diciamo che ci potevamo fare i cazzi nostri e comprarci gli appartamenti. In realtà sono soldi che escono mano mano. Abbiamo investito in terreni di proprietà che è quello che volevamo. Abbiamo vinto un bando come prima idea progetto giovani. Ci hanno prestato cinquanta mila euro e abbiamo comprato i terreni. Prestato mica regalato. Col senno di poi potevamo fare tante cose ma l’agricoltura è cosi. Una passione con l’obiettivo del buon ritiro non vuol dire essere non folli. Quello che hanno creato dal nulla è frutto di studio, di cantine visitate, di vini assaggiati. Abbiamo un gruppo, Ciociaria Naturale, siamo dieci aziende. Io stacco dall’ufficio e vengo qui perché è  l’ufficio più bello del mondo. Nonostante le difficolta. Vengo anche con mia figlia che ha cinque anni e ha già fatto tre vendemmie. Batterà il record delle vendemmie fatte. Ho piantato la prima vigna ad aprile 2018 e lei è nata a maggio. Nel 2020 c’era lei con il secchiello del mare. Le ho fatto misurare il grado Babo. Giovanni si occupa della cantina e insieme ad Eugenio del commerciale: nomi, siti internet, clienti. Poi però veniamo tutti insieme in campagna. Insieme a zio Luigi che è un operaio che ci aiuta. Facciamo tutti tutto. Siamo così noi. Ecco, non so perché ma arrivati a questo punto, in questa storia di amicizia vera che dura da oltre vent’anni e ne durerà ancor di più; questa storia fatta di passione, sofferenza, sogni spezzati, sogni realizzati, amore, studio, e chi più ne ha più ne metta, mi suonano in testa le parole di una canzone che parla d’amore. Perché l’amicizia in fondo non è amore? E senza perdere
Il senso dell’orientamento
Quando fuori tira vento
Per due che come noi non si son persi mai
E che se guardi indietro non ci crederai
Perché ci vuole passione
Dopo vent’anni a dirsi ancora di sì Per due che come noi. Brunori Sas Non so se Aurete sarà il buon ritiro di Giovanni, Eugenio e Paolo. So però che sentiremo parlare dei loro vini nei prossimi anni. In fondo, se ad Esperia hanno trovato le orme di dinosauri, vuol dire che qualche cosa di buono c’è in queste zone. Qualcosa di antico e prezioso. Come può esserlo una vigna vecchia a piede franco, dei vitigni autoctoni, un metodo naturale, una amicizia indissolubile. Aurete, una storia di amicizia.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969      
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3 Gennaio, 2024

Andrealetizia e Nicky: amici, amanti, chef

Erano i primi giorni del lockdown dovuto al COVID. Tutti rinchiusi in casa ci siamo scoperti runner, amanti dei cani, chef. Anche i più improbabili si armavano di tute fantozziane e logore scarpe sportive pur di uscire di casa magari a rischio di infarto. Chi aveva un cane, lo faceva uscire molto di più delle canoniche due volte tanto che poi i poveri animali erano sfiniti e crollavano sul divano. Infine, voglio proprio vedere chi non si è sentito chef o pizzaiolo in quei fantastici mesi. Ricordo di essere andato in un supermercato chiedendo, ingenuamente, un panetto di lievito di birra per sentirmi rispondere “aò senti questo che vole…il lievito….qui appena lo metti…scompare”. Andrealetizia e Nicky vivono a Londra. Ebbene sì, anche a Londra c’era il lockdown. Vivono insieme da coinquilini con altre persone. Quattro amici per un appartamento. Ognuno con la sua stanza. Ognuno con la propria identità. Accomunati da un senso di famiglia che diventa necessario quando si è a Londra per lavorare (o studiare). Così come diventa necessario vivere insieme per limare i costi. Difficile insomma vivere a Londra (come in ogni altra città) per due ragazzi alla prima esperienza. Difficile ma non impossibile. Occorre fare sacrifici senza pensare di avere tutto e subito. Si investe nel proprio futuro anche così. Andrealetizia lavora come project manager in uno studio di postproduzione fotografica senza essere propriamente soddisfatta. Nicky anche. Nel senso di essere insoddisfatto del lavoro (designer). Quella insoddisfazione latente che non sai mai cosa sia. Che non dipende da quanto stai facendo che magari ti piace anche. Andrea è di origini emiliane. Dopo le superiori mi sono trasferita. Un pò all’avventura. Non sapevo cosa fare. Non volevo studiare. Ho lavorato per il primo anno e stavo cercando un corso di fotografia finendo per iscrivermi all’università di fotografia. Alla triennale. Mentre studiavo, lavoravo perché mantenersi a Londra è impegnativo. In uno studio di postproduzione dove facevo il project manager. Mi trovavo bene, a mio agio ma non sentivo che la vena creativa potesse andare da nessuna parte. Durante il lockdown il lavoro era pochissimo e mi hanno offerto una posizione più bassa nonostante stessi aspettando la promozione. Cosi mi sono licenziata. Ho iniziato un periodo dove non sapevo cosa fare. Nicky è di Roma da famiglia cingalese. A 20 anni dopo il liceo mi sono spostato prima a Manchester dove ho studiato ingegneria informatica per poi fare un master in design (interazione uomo computer). Quindi ho trovato lavoro a Londra. Eccoli due giovani con la testa sulle spalle. Si certo, qualche pensiero. Qualche insoddisfazione. Ma chi non ce l’ha? Ragazzi che non hanno il mito del posto fisso. Che non hanno paura di rischiare. Che vogliono, desiderano, ardono trovare la propria strada. Il lockdown arriva al momento giusto in qualche modo. Tempo per pensare, capire, programmare il futuro ce ne è. Anche troppo. Chissà quanti in quel periodo hanno riflettuto sul futuro, fatto progetti. Quanti sogni costruiti e mai realizzati. Energia creativa per alcuni. Energia sprecata per altri. Andrea e Nicky danno sfogo alla loro passione: la cucina. Lo fanno insieme. Prima come amici poi come coppia. Si completano in fin dei conti. Precisa, puntuale, attenta Andrea; estroverso, creativo, caotico Nicky. Un bel connubio insomma. Tanto bello che capiscono che la loro forza è lo stare insieme. Tra gli spazi angusti della cucina il sincronismo e l’alchimia che creano li porta, sempre insieme, a credere in ciò che stanno facendo. Il lockdown ha cambiato le priorità con il tempo dedicato alla cucina e ci ha fatto capire quanto ci piacesse. Ma soprattutto quanto ci unisse. Lei era molto più appassionata di cucina di me. Era più sopravvivenza nel senso che vivevamo da soli e non c’era mamma e papà che ti facevano da mangiare. A casa mia si è sempre mangiato bene e a noi piace mangiare. Una necessità che si è trasformata in passione. Per me lei è sempre stata quella che ne sapeva di più. Suo padre cucina tantissimo mentre a casa mia è più cucina cingalese e un po’ italiana. Quando ho incontrato lei ho scoperto un sacco di piatti nuovi dei quali avevo solo sentito parlare. Con il lockdown, con tutti i locali chiusi ci siamo messi a fare la pizza e a grande sorpresa, dopo la terza pizza vediamo che era uscita bene. Il provare è diventata una ossessione. Da allora è quasi una ossessione verso la cucina. Non ho mai smesso di pensare a qualcosa di nuovo. Anche quando sogno, sogno di preparare qualcosa di diverso. Provare, cimentarsi, anche sbagliare. Solo così si capisce se qualcosa ti piace davvero. La fortuna di poter sbagliare senza paure. Andrea lascia il suo lavoro già prima del COVID. Deve capire cosa fare da grande. Ha la voglia di fare qualcosa per gli altri prima che per sé stessa. Solo che non è facile inventarsi. Reinventarsi. Così un giorno decide che vuole iscriversi a Masterchef. Una scelta non per noia ma come unica opzione. Una sorta “o la va o la spacca”. Tentare qualcosa non tanto per farlo quanto per cimentarsi con se stessa. Capire se ce la si può fare in qualcosa che anche gli altri vedono in te. È stato mio padre che continuava a dire: non fate altro che cucinare. Andate a Masterchef. Poi ero così in crisi che non avevo nulla da perdere. Così ho cominciato a crederci. Era un periodo dove davvero non sapevo cosa fare. La sua chiave di lettura nella vita è rendere felici e far star bene altre persone. C’era la medicina e poi c’era il mondo del food. Io non avevo le mie soddisfazioni. Così dopo che mi hanno preso a Masterchef mi sono preso l’aspettativa al lavoro. Quei mesi mi hanno cambiato la vita. Insieme in cucina. Insieme nella vita. Insieme compilano la richiesta per Masterchef. Insieme entrano nella cucina del reality. Insieme è una costante della vita di Andre a Nicky. Per due semplici appassionati, due che cucinano per se stessi e gli amici, entrare nella cucina del più importante reality show food non è un passo di poco conto. C’è da studiare. C’è da impegnarsi. C’è da faticare e tanto. Magari non lo sai prima. Magari te lo dicono durante le selezioni. Li dentro però, è tutto diverso. Il nostro background, ha aiutato il senso estetico. Oltre che buono deve anche essere bello. Noi siamo arrivati a Masterchef molto acerbi e il percorso ci ha aiutato a capire che lo volevamo fare veramente. Dopo il programma, siamo andati dopo a lavorare, insieme, in un ristorante in Corsica, per capire bene circa il futuro. Li ho avuto la conferma che volevamo fare questo per la vita ma non lavorando per altri chef. Noi venivamo visti come i privilegiati. Io da donna mi vivo questo ambiente super maschilista a livelli estremi. Mettendosi a confronto con le cucine degli altri ti rendi conto di un ambiente dove non mi piacerebbe stare. Facendo gli chef a domicilio, magari è limitante, ma a livello di benessere mentale è molto meglio. Io ho scelto di seguire la cucina perché avevo delle mancanze a livello creativo. Per il resto il lavoro da designer mi portava più che una pagnotta a casa. È stata una decisione di cuore ma non voglio essere triste perché obbligato a fare certe cose. Cucinavo e dicevo ad Andrea: impiatta. A Masterchef era obbligo impiattare e li ho capito il bilanciamento all’interno del piatto. Generalmente sono bravo in molte cose che faccio però non superavo mai il mediocre perché facevo tante cose. Non eccellevo in niente. A Masterchef ho dovuto smettere di fare le mille cose che faccio concentrandomi solo sulla cucina. E mi sono innamorato senza stufarmi. A me ha dato il coraggio. Avevo bisogno di trovare certezze dentro di me, trovare autostima. Fermiamoci un momento. Masterchef. Un reality. Tre, quattro mesi, relegati a cucinare, a provare e riprovare i piatti per poi sfidarsi a duello. Ritmi massacranti. Tanta competizione. Tante luci che poi, alla fine, inesorabilmente, si spengono. Dopo la fine del programma gli sponsor ti cercano perché sei diventato, nel bene e nel male, un personaggio da sfruttare a fini commerciali. Poi anche quello svanisce. A meno che. A meno che quella esperienza non sia stata davvero formativa. Non abbia scosso la coscienza aiutando a trovare quella strada che cercavi da tempo. Ascoltando Andrea e Nicky capisci quanto ai ragazzi, spesso, manchi non la luce dei riflettori quanto quella che illumina loro la strada. Anche se poi c’è bisogno di volerla percorrere la strada. Il che consta sacrificio e tanta forza di volontà. Non bastano i follower. Non bastano i like. C’è bisogno di molto di più. Così come c’è bisogno di vivere il dopo. Dopo che hai imparato. Dopo che devi fare tutto da solo (o soli nel loro caso). Andrea e Nicky capiscono che non vogliono lavorare in un ristorante. Hanno bisogno di qualcosa di loro. Qualcosa che oltre a farli stare insieme non sia propriamente “stabile”. Stare nello stesso posto, fare le stesse cose, non è nelle loro corde. Quando avevo 18/19 anni mia sorella mi chiese cosa volessi fare da grande. Io risposi “voglio fà i soldi”. Lei si schifò della risposta dicendomi di ritornare dopo una settimana con la risposta. Stavo alla ricerca del futuro. Anche facendo il designer, qualcosa mancava. Dopo questa esperienza ho scoperto cosa volessi fare da grande e io voglio fare questo fino alla morte. Questa è la cosa più grande. Creare le cose senza alcun limite. Per fare questo non devi aver paura di osare. Di volare senza paracadute. Anche se poi uno dei loro desideri primari è acquistare una casa. Va bene l’instabilità ma fino ad un certo punto! Molto spesso ci veniva chiesto come vi trovate a trovarvi uno contro l’altro. Noi ci siamo trovati bene perché stiamo bene insieme. Se una competizione del genere mette in crisi una relazione allora la relazione non è seria. Competere con il sostegno dell’altro è stato bellissimo. Li dentro noi avevamo l’un l’altro e stavamo bene. Quando sei in un tritacarne come quello di un reality, non hai tempo per pensare a nulla. Sei immerso n questa cosa, prosciugato dall’esperienza. Sei confuso e non hai la lucidità per pensare a ciò che succederà dopo. Però, appena usciti la prima cosa che hanno fatto, identifica chiaramente quello che volevano essere:  Andrea ha comprato un libro di cucina, Nicky ha cucinato. Non vedevo l’ora di cucinare come voglio io. A casa ho tutta l’attrezzatura. Era quasi liberatorio. Masterchef ci ha ripagati almeno all’inizio perché ci sono persone che ti chiamano e vogliono provare a fare qualcosa. Così ti senti spronato a fare qualcosa. Poi no. Abbiamo lavorato non per il nostro nome ma tramite delle app e dei portali. Una volta fuori cambia tutto. Se vuoi che cambi. Altrimenti la vita diventa come un elastico che ti riporta esattamente al punto di partenza. È cambiata la quotidianità perché penso al privilegio di avere la possibilità, faticando, di gestirsi la vita. Fare il libero professionista non è semplice. Pensare alla cucina da quando mi sveglio fino a quando vado a dormire. Sono cresciuta tanto scoprendo le potenzialità che avevo. L’esperienza è stata traumatica ma ci ha fatto capire tanto. Lo rifarei mille volte. Ci ha solo aperto gli occhi su quanto volevamo fare. Il termine giapponese ikigai racchiude il senso della cucina. Quella cosa che combacia a livello lavorativo e di passione che può portare qualcosa al mondo e che nutre te stesso. Chi trova l’ikigai non aspetta la pensione. Andrea Letizia e Nicky sono due ragazzi, due chef con la testa sulle spalle. Una coppia nella vita e una coppia in cucina. Cucinano e si divertono. Oggi fanno gli chef a domicilio con Nicky che si diverte a cucinare e a gestire i suoi canali social facendo lui stesso le riprese (si è attrezzato pure uno studiolo). Cucinano portandosi dietro le loro origini. Fondendole nei piatti. Mantova, Roma; Italia, Sri Lanka. La vera integrazione è qui. Non avrei mai pensato di portare tutte le mie origini nella cucina. Parmigiano, pasta fresca, aceto balsamica. sapori Dolci, rotondi. Nicky invece cerca sempre sapori decisi, piccanti, decisi, pungenti. Nonostante io abbia origini dello Sri Lanka sono vissuto a Roma con piatti romani che ti spaccano il palato in maniera positiva. Nello Sri Lanka con le spezie hai tantissimo sapore in bocca. Anche se delicato, il piatto deve avere una esplosione di gusti. Se non c’è non sono felice. Il successo non li tocca o comunque sembra non toccarli. Hanno tempo per evolversi e imparare. Non hanno bruciato le tappe. Se lo sono guadagnato e meritato. Certo, Masterchef ha aiutato ma poi quel di più ce lo hanno messo loro. Facciamo gli chef a domicilio da quasi anno. Siamo tranquilli ora nel portare cene anche a trenta persone. Sono felice e il motivo è perché non ho mai smesso di cucinare. Due ragazzi sereni. Due persone che, nelle mille difficoltà (perché non sempre è oro ciò che luccica) si completano vicendevolmente. Stare sempre insieme, anche negli spazi angusti di una cucina, dosare, preparare, cuocere, impiattare, non è semplice. Proprio nella diversità funzionano. Insomma, Andrea ha trovato la sua strada. Nicky può finalmente dare una risposta alla sorella. Li vedi felici e realizzati anche se il loro percorso è solo all’inizio. Non pensano ad un lontano futuro. Si concentrano sul migliorarsi giorno dopo giorno, sperimentando senza sognare (anche se Nicky confessa di cucinare anche nei suoi sogni). Senza pensare a cosa sarà il futuro. Hanno fiducia in loro stessi, nelle loro capacità, nella loro tenacia. Magari con un pizzico di stabilità in più che non fa mai male. Trovi sempre un meraviglioso sorriso sui loro volti. Quel sorriso che è trasposto direttamente nei loro piatti perché realizzati con tutta la loro anima. In bocca al lupo ragazzi. Ps Per una esperienza culinaria con loro potete far riferimento al sito internet: Andrealetizia & Nicky Brian Chef A domicilio (andreaenicky.com)     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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