Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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2 Settembre, 2026

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

  Cremisan 1885 è una delle cantine storiche della Palestina. A Beit Jala, vicino a Betlemme, la produzione vinicola si intreccia con la storia del territorio e con la valorizzazione di vitigni locali. Fadi Batarseh lavora proprio nella cantina. Un tuttofare con una storia incredibile.   Il giorno in cui la libertà diventa una frase semplice Fadi Batarseh parla correntemente l’italiano. Si capisce, anche solo guardandolo, che non ha vissuto tanto in Italia. Non è, come qualcuno vorrebbe far credere il colore della pelle o una sorta di normalità italiana che lo evidenzia. Sono gli occhi. Il suo sguardo che è come la paura, anzi, il terrore emergesse ogni tanto. Quando parla poi non usa parole grandi. Non ne ha bisogno. Le parole grandi, in certe terre, si consumano in fretta. Pace. Futuro. Confine. Casa. Libertà. Le pronunci e sembrano già più deboli della realtà che dovrebbero contenere.
Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera. È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto. In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto. Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi. Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale. Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare. Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica. Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare? Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine. Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane. Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno. La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo. Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni. I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi. Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione. Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni. Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente. Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto. Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza. Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative. Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao. Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre. La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti. Tornare. Perché non poteva non tornare La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici. Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione. Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora. Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare. Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno. Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi. È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti. Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa. Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario. Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei. Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene. Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità. Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi. Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia. Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua. Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda. L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire. Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così. Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza. Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre. Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo. Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce. La figlia nata dentro la paura Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra. Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro? Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no. Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano. Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro. Non arrendersi non significa crederci sempre La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante. In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso. Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia. C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici. Il vino non salva. Però trattiene qualcosa Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione. Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate. Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo. Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere. E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo. A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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31 Agosto, 2026

Arillo in Terrabianca. Adriana Burkard, intanto custode, poi la terra farà il resto

  Alcune eredità non si misurano in ettari o bottiglie. Si riconoscono nelle scelte quotidiane, nel rispetto per la terra e nella volontà di preservare ciò che conta. È da qui che prende forma il percorso di Adriana Burkard ad Arillo in Terrabianca, una storia che parla di famiglia, identità e futuro attraverso il linguaggio più sincero del territorio. Arillo in Terrabianca, la terra come eredità e il vino come memoria Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.
Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino.  Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica.  Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope. La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa?  La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo.  Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa. Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto.  Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo. Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte.  default Una famiglia non si salva dividendosi il futuro  Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice.  È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato. Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e  coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so.  Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza.  Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori. Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune.  default Custodi  Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce.  È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi. Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui.  Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male. Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare.  Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla.  Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente. Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino.  Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare.  All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso. Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili.  Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana  A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati.  La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri.  Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo? Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali.  Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare.  Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà. Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto  A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande.  L’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo.  Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo.  Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità.  Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro.  Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio.  Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo. Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso.  Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente. Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella. Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo. La memoria sensoriale che abbiamo perduto  Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine.  È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega.  La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità. L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro.  Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia.  La terra farà il resto  Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni.  La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui.  E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare.  Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi.  Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi.  Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito.  La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio Arrow Right Top Bg

7 Agosto, 2026

Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio

  Esistono luoghi in cui il paesaggio non fa soltanto da sfondo. Diventa parte della vita, delle scelte e del lavoro quotidiano. Nel racconto di Roberto Crosio, il ghiacciaio è una presenza silenziosa che continua a influenzare la montagna e a definire il carattere di un territorio capace di lasciare un’impronta profonda in chi lo abita e in chi lo attraversa. Da bambino, la prima cosa che hai quando cresci in una casa che porta il nome di un fiore è il profumo. Il profumo della cucina, delle erbe raccolte all’alba in Valchiusella, del brodo che sobbollisce mentre fuori il Canavese si risveglia piano. Roberto Crosio è il figlio di Mariangela Susigan e Mauro Crosio. Lei chef stellato, lui padrone di sala con mani da sommelier e voce da cantastorie. Loro è il Ristorante Gardenia di Caluso. Una casa ottocentesca avvolta da orti e giardini a mezz’ora da Torino dove Roberto ha imparato la prima cosa che conta davvero: che il rispetto per la terra ripaga sempre. Che cercare l’anima di un luogo non è un atto poetico ma un atto preciso. La cucina di Mariangela è una cucina che va a prendere le cose dove stanno: negli orti, nei boschi, nell’erba spontanea che lei raccoglie nei prati dell’anfiteatro morenico come se stesse leggendo una mappa che solo lei sa decifrare. Crescere a quella tavola, non come ospite, ma come figlio, ha significato imparare come il territorio non sia uno sfondo. È il soggetto. Roberto l’ha capito presto, forse prima di riuscire a dirlo a parole. Da adolescente andava a lavorare part-time alla cooperativa vinicola locale, rubando il mestiere agli anziani che pigiavano l’uva con quella competenza silenziosa che appartiene a chi non ha mai avuto bisogno di spiegarsi. Poi, prima di fondare la propria cantina nel 2000, tanti anni di vendemmie sparse per il Piemonte. Ma anche una decisiva, in Australia: la Barossa Valley, dove il vino si fa con un coraggio diverso, senza le parentesi del passato a proteggerti.  Tornato in Italia con la testa piena di questo contrasto, Roberto ha scelto il punto esatto in cui voleva stare: Caluso. Il suo posto. La sua terra. La terra, qui, non è una metafora. L’Anfiteatro Morenico di Ivrea è una delle formazioni geologiche di origine glaciale meglio conservate al mondo. Superata in Italia soltanto dal bacino del Garda. Ventimila anni fa, il ghiacciaio del Monte Rosa percorreva la valle della Dora Baltea e scaricava in pianura una massa enorme di sassi, ghiaia, sabbia: ciottoli e detriti minerali stratificati per millenni, compattati dal gelo, poi liberati dall’acqua, poi lasciati qui a fare suolo. Il risultato è un terreno franco sabbioso, pH 5,6, acido come deve essere per l’Erbaluce, con quella mineralità che non si sente soltanto nel vino ma si vede nelle colline, nella pietra grigia che emerge qua e là, nei laghi morenici. Candia, Viverone, i cinque laghi di Ivrea punteggiano la pianura come specchi dimenticati. Per questi stessi sentieri passava la Via Francigena, l’arcivescovo di Canterbury Sigerico che nel 990 annotava le sue tappe di ritorno da Roma. Canavese era il paese di mezzo, il luogo dove le strade si incrociano e il vino aspettava i pellegrini. L’Erbaluce Roberto coltiva circa dieci ettari su questo suolo con l’Erbaluce a fungere da centro di gravità nel reticolo della pergola Canavesana. La pergola Canavesana è una scelta di campo: è lenta, è cara da mantenere, è densa di storia. Roberto l’ha tenuta perché è quella che questo vitigno conosce da sempre, quella che gli permette di esprimersi nel modo che gli appartiene. Poi Nebbiolo e Barbera a guyot, poi Merlot e Syrah incontrati durante i suoi viaggi. Vitigni internazionali addomesticati in un paesaggio che non perdona le imposture.  Non si può fare qui il biologico. Troppo complicato. Forse insensato. La lotta integrata con prodotti di origine prevalentemente naturale, niente diserbanti, tutto il lavoro a mano è quello che l’ambiente e la coscienza gli impongono. Un buon vino è fatto solo di uva buona.  Si, certo, facile a dirsi ma quando troppo spesso, inseguendo le chimere del mondo moderno, dimentichiamo quello che facevano i nostri vecchi, quelli che avevano la saggezza di aspettare e intervenire solo quando necessario, in armonia totale con la natura, allora si combinano casini.  Monica, la sua compagna, è l’anima narrante dell’azienda. Sempre con il sorriso. Sempre disponibile. Roberto è sempre in vigna anche se l’ho incontrato ad una degustazione a Roma. Con Monica ovviamente. Ma se c’è da portare i visitatori a scoprire il territorio, a far assaggiare i vini, a parlare dell’azienda e di Roberto, c’è solo Monica. Roberto ha quella timidezza sabauda che è forse solo voglia di rifugiarsi sotto le pergole.  La cantina è a Candia Canavese, sulla strada tra Caluso e il lago. A cinque minuti dal Gardenia, una genealogia geografica che non lascia spazio all’equivoco: questa famiglia ha un solo modo di essere al mondo, ed è questo. Trentacinquemila bottiglie l’anno. Una misura artigianale, intenzionale. Abbastanza per esistere, non troppo da perdersi. Nel 1600 Giovan Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia, descrisse l’Erbaluce con la precisione di chi aveva appena visto qualcosa di necessario: Erbalus è uva bianca così detta, come Alba Lux, perché biancheggiando risplende” Alba Lux, luce dell’alba. Un nome che non descrive una varietà botanica, ma un’apparizione. L’Erbaluce di Caluso ottenne la DOCG nel 1967, prima denominazione bianca del Piemonte, in un territorio dove il vino dolce passito era già presente alla corte di Napoleone e nelle mense dei pellegrini francigensi. Roberto eredita tutto questo senza il peso dell’eredità: lo porta leggero, come chi sa da dove viene ma ha deciso da solo dove andare. Primavite. Erbaluce di Caluso DOCG Il Primavite è il primo vino: non cronologicamente soltanto, ma nel senso che è il gesto originario, l’intenzione da cui tutto il resto discende. Viene da viti tra i quindici e i trent’anni, vinificato in acciaio a temperatura controllata, affinato sui propri lieviti per cinque o sei mesi, poi ancora in bottiglia per sei. È un vino che si costruisce per sottrazione: nessuna barrique, nessuna interferenza esterna, solo il dialogo diretto tra l’uva e il suolo da cui viene. Nel calice il giallo paglierino è scarico, ma ha al tempo stesso una luminosità silenziosa che si impone senza annunciarsi. Al naso sembra già teso prima ancora che lo avvicini. Verticale come il corpo del vino che seguirà. Si sente l’uva nel senso più nudo del termine: un’uva aspra, viva, che poi si esalta nel glicine e nel biancospino, in un agrume maturo che ha la strana qualità di essere contemporaneamente fresco e rotondo, come un limone che ha deciso di non scegliere. L’erba verde, tenue e sana. La mela verde che non mente sulla propria natura. Una pera croccante che da la consistenza prima del sapore. E poi, a sorpresa, quasi un’eco d’ananas: fresca, succosa, con quel contrasto tra acido e dolce che lo rende difficile da smettere di annusare. In bocca arriva, puntuale come il Natale, con la verticalità che prometteva al naso. Solo che è una verticalità generosa, che sa espandersi. La sapidità è il centro di gravità, la persistenza è lunga e non vuota, e quello che rimane sul palato è una sensazione di pulizia che non è sterilità ma grazia: la bocca resta pulita ma con ancora questo retrogusto che è un misto tra limone e mela verde, come se il vino non volesse del tutto andarsene. Un vino che non ti stanca. Un vino che ti fa voglia di ricominciare dal primo sorso. Incanto. Erbaluce di Caluso DOCG Metodo Classico (annata 2020, sboccatura 2024) L’Erbaluce ha due vocazioni naturali: il vino fermo e il Metodo Classico. Roberto le coltiva entrambe con eguale convinzione. L’Incanto è la prova che la seconda non è un capriccio ma una necessità. La naturale acidità del vitigno, la pergola Canavesana, il suolo morenico: tre elementi che sembrano fatti apposta per questo tipo di vino, e che qui si incastrano con la precisione di chi ha aspettato il momento giusto. Quattro anni sui lieviti, sboccatura 2024: il tempo non è un costo ma un ingrediente. Nel calice è un giallo paglierino luminoso, il perlage fine e persistente come si addice a chi non ha nulla da dimostrare. Al naso gli agrumi arrivano in quantità: freschi, possenti, diversi tra loro, come se il vino stesse citando tutti gli agrumi che conosce nello stesso momento. Si mescolano all’erba appena tagliata, al fieno, alle margherite, all’iris. Il limone si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso: un biscotto al limone, quasi, e poi la salvia e le erbette, e una mineralità che insegue ed è inseguita. Un calice che non smette di aprirsi. In bocca la sensazione principale è quella di un’alternanza tra opposti che non si escludono ma si cercano: verticale e cicciotto, fresco e avvolgente, teso e ampio. Il limone è presente ma mai invasivo. È tenue, soave, come una nota bassa che tiene insieme l’accordo senza sovrastarlo. La persistenza è bellissima: lunga, piacevole, con quel finale che ti trattiene lì ancora un momento, a bocca vuota, a fare l’inventario di quello che resta. Una luce che emerge dal calice e ti segue anche dopo. Erbaluce, Alba Lux: aveva ragione Croce. Gemini. Nebbiolo Canavese Ho un debole per i vini che sanno raccontare una storia, ma ancor di più per quelli che lo fanno con discrezione. Il Gemini di Roberto Crosio è esattamente questo: un Nebbiolo che si presenta gentile, quasi sussurrando e poi ti avvolge lasciandoti addosso un calore inaspettato. Il Canavese non è certo la turbolenta e famosa Langa. È un’altra storia. Qui, incastonato nell’anfiteatro morenico di Ivrea, il terreno racconta il lento ritiro dei ghiacciai antichi, lasciando depositi ricchi di minerali e scheletro. Su queste colline, il Nebbiolo ha imparato a esprimersi senza la prepotenza che talvolta assume altrove, regalando invece un’eleganza sottile e una freschezza che sorprende. Qui l lavoro di Roberto Crosio trova la sua dimensione più autentica: l’Erbaluce rappresenta il cuore della sua cantina, ma è con questo Gemini che ho scoperto la sua capacità di interpretare i rossi con una sensibilità fuori dal comune. Nel calice si presenta con un bellissimo colore granato, già accennando a quei riflessi aranciati che sono il biglietto da visita classico del Nebbiolo un po’ maturo. Al naso è un concentrato di dolcezza: non c’è l’aggressività del tannino giovane, ma una nota calda e avvolgente di gianduja che mi ha subito messo a mio agio. Emergono poi la cannella, le spezie d’Oriente, un tocco di liquirizia e quella violetta che fa sempre capolino quando il vitigno è ben interpretato. In bocca conferma questa impressione: un tannino gentile, quasi vellutato, accompagna una beva dinamica dove la componente acida dona la giusta slancio senza mai diventare scomoda. Pensatelo con un bel piatto di selvaggina oppure con formaggi a pasta dura ben stagionati. Porterà a tavola quella sensazione di calore e conforto che cercate quando fuori fa freddo, senza mai stancare il palato. Nel panorama dei rossi piemontesi, dove spesso si corre a cercare l’ennesima etichetta di prestigio dal prezzo stellare, il Gemini di Roberto Crosio è una boccata d’aria fresca. È l’esempio concreto che il Nebbiolo può essere anche ristoro, leggerezza e puro piacere di bere. Le scelte di Roberto Roberto avrebbe potuto ereditare il palcoscenico del Gardenia con quella cucina stellata, quella sala che Mauro gestisce con la grazia discreta di chi conosce il peso di ogni bicchiere servito. Avrebbe potuto diventare chef, maître, sommelier, custode di una tradizione familiare che già portava un nome e una reputazione. Il percorso era tracciato, la strada asfaltata, il risultato prevedibile. Ha scelto la vigna. E non una qualsiasi. Ha scelto l’Erbaluce, un vitigno di nicchia profonda, confinato in meno di trecento ettari di denominazione, capace di ispirare devozione quasi monastica nei suoi estimatori e di passare del tutto inosservato al resto del mondo. Non il Nebbiolo delle Langhe, non il Barolo con la sua liturgia consolidata, non nessuno dei vitigni che il mercato internazionale riconosce senza dover aprire una guida. L’Erbaluce di Caluso: Alba Lux, quella luce che risplende solo per chi si ferma a guardarla. Roberto l’ha scelta sapendo benissimo cosa comportava. Non la via della notorietà rapida, ma quella della fedeltà lenta. La scelta di chi vuole costruire qualcosa di vero invece di qualcosa di grande. Ha voluto fortemente rendere merito alla sua terra e rendere è proprio la parola giusta. Non è prendere, non è appropriarsi. È restituire. Monica Viola abita quel territorio con la stessa coscienza. Un cognome che è il colore del Nebbiolo giovane, il colore che il Gemini porta nei suoi riflessi prima che il granato prenda il sopravvento. Coincidenza, certo. Ma certe coincidenze sembrano progettate. Non è la parte dinamica di un progetto altrui ma la persona che ha scelto di abitare quel progetto con piena coscienza, di farlo proprio senza smettere di essere se stessa. Me la immagino mente cammina tra i filari con la disinvoltura di chi conosce ogni vite per nome. Per questo non sta illustrando il lavoro di qualcun altro. Sta raccontando qualcosa che appartiene anche a lei. È lei a guidare le passeggiate tra le vigne, a portare i visitatori a scoprire l’Erbaluce, a condurre le degustazioni in cantina. Lei, non descrive solo un vino perché ha un entusiasmo vero che  ti fa venire voglia di berlo per ritrovare il modo con cui lei lo vive. Ha sposato Roberto ancora solo in senso figurato e ridono entrambi quando glielo si fa notare. Ma certe unioni non hanno bisogno di cerimonie per essere riconoscibili. Basta un vino che porta il tuo nome, e una vigna che cammini come se fosse casa. Alba Lux. La luce dell’alba non illumina tutto il mondo. Ma illumina benissimo il posto in cui sorge. Così come le persone che hanno scelto di restarci. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Trasparenze di sale Arrow Right Top Bg

5 Agosto, 2026

Trasparenze di sale. Il connubio tra i vini di Vito Oddo e l'arte di Liliana Vianello a Via Margutta

  Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, Via Margutta, Roma, rassegna EstatArte   Per secoli, le navi della Serenissima presero il mare verso la Sicilia con il solo scopo di caricare il sale dalle sue saline. Specialmente quelle del trapanese poiché tra le più produttive del Mediterraneo. I carichi di sale alimentavano il monopolio gestito dal Magistrato al Sal, l’ufficio della Repubblica che ne regolava il commercio. Venezia, che di sale proprio non ne aveva, dipendeva da coste lontane creando un legame concreto, documentato nei registri di quella magistratura. Mi piace pensare a questo legame antico se ripenso all’incontro andato in scena a Roma, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign di Via Margutta ha ospitato, nella cornice della rassegna estiva EstatArte, una serata dedicata a Liliana Vianello creando un dialogo tra le trasparenze pittoriche dell’artista veneziana e i vini della cantina urbana di Vito Oddo, nati sulla stessa terra che per secoli aveva riempito le stive dirette alla Serenissima. Non un semplice accompagnamento a margine di una mostra, ma un vero connubio e la prova, se ma ve ne fosse ancora bisogno, che un vino e un quadro, nati a secoli e a mari di distanza, possono avere qualcosa da dirsi.   La laguna e la salina: due acque, un’unica luce Venezia, nella pittura di Vianello, non compare come citazione ma come vera struttura. La superficie si fa profondità, il colore si deposita in velature successive così che ogni tela custodisce l’eco di un’atmosfera sospesa, quella della laguna nelle ore in cui l’acqua e il cielo si fondono smettendo di distinguersi. Non è un caso che proprio Venezia, dal Cinquecento, abbia fondato parte della propria identità sulla lavorazione dello specchio a Murano, un’arte tenuta a lungo come segreto di Stato, al punto che agli artigiani era proibito lasciare l’isola: una città che ha fatto della trasparenza e del riflesso non un ornamento, ma una vocazione. L’influenza di Venezia emerge non solo come riferimento geografico e culturale, ma come autentica ispirazione poetica. Nei lavori di Vianello, il colore si fa luce, la superficie diventa profondità e ogni trasparenza invita lo spettatore a scoprire nuovi livelli di lettura. È una pittura che suggerisce più che descrivere, lasciando spazio all’immaginazione e al dialogo interiore. Trapani racconta, sulla stessa soglia tra acqua e luce, la storia delle sue navi che per secoli hanno affidato a quelle della Serenissima. Le sue saline, distese basse d’acqua ferma, incorniciate da mulini e argini di terra battuta, restituiscono visivamente ciò che per secoli hanno rappresentato commercialmente: una superficie che non si limita a riflettere il cielo, ma lo trattiene, lo filtra, lo restituisce trasformato. Due città, due lagune minori, un solo principio compositivo: la luce che non si limita a posarsi sull’acqua, ma vi resta imprigionata.   Il Vermentino e la goccia di mare nascosta in Via Margutta Se la pittura di Vianello evoca l’atmosfera sospesa della laguna, il Vermentino di Oddo ne offre la controparte gustativa: un bianco che porta il sale nella propria sapidità senza mai dichiararlo apertamente, teso tra la luminosità del colore e la trattenuta mineralità del sorso. È il vino della soglia, quello che in un territorio segnato dal vento e dall’acqua bassa racconta la vicinanza del mare più di quanto potrebbe fare la sua semplice presenza in etichetta. Anche il nome della strada che ha ospitato la serata custodisce, secondo una delle ipotesi etimologiche più suggestive (per quanto meno accreditata di altre) un’eco d’acqua: “Margutta” potrebbe derivare da “maris gutta”, goccia di mare, in memoria di un rivolo che scorreva lungo la stradina prima delle opere di bonifica ottocentesche. Vera o presunta, quest’origine marina del toponimo regala al Vermentino un ospite naturale: un bianco salino che, senza saperlo, ha bevuto nella strada giusta.   Il Merlot: dalla scuderia alla galleria, dal garage alla cantina Prima di diventare la via delle gallerie e degli atelier, Via Margutta fu per secoli uno spazio di servizio: ospitava le scuderie, i magazzini e le case degli stallieri e dei marmisti al seguito dei palazzi nobiliari di via del Babuino. Fu un artigiano di cui non è rimasto il nome ad aprirvi la prima bottega, dando avvio a una trasformazione lenta ma radicale: baracche e stalle divennero, nel tempo, gallerie e ateliers. È una storia che sembra accomunare quella di Vito Oddo. La sua sede, prima cantina urbana di Trapani, nasce infatti nel garage di famiglia, nel quartiere di Villa Rosina dove Vito ha condotto le prime fermentazioni sperimentali. Il Merlot che matura in quello spazio insieme al Guerra e Pace, cresciuto nella stessa disciplina, porta addosso la stessa materia grezza trasformata in qualcosa d’altro: non più garage, ma cantina; non più semplice contenitore, ma luogo di espressione. Il rosso struttura e trattiene, dà corpo alla trasformazione dove il bianco e il macerato ne raccontano la superficie: la stessa profondità che Vianello costruisce per strati di colore, il Merlot la costruisce per strati di tempo in legno.   Una vocazione già scritta nell’etichetta L’incontro tra la cantina di Vito Oddo e il mondo delle arti visive non nasce con questa serata. Le etichette di Oddo Vini portano da tempo la firma del pittore Alessandro Siviglia, in una collaborazione che ha trasformato ogni bottiglia in una superficie destinata, fin dall’origine, a portare un’immagine oltre che un contenuto. L’incontro con Liliana Vianello a Roma non è dunque un’eccezione nella storia della cantina, ma la prosecuzione, in una città e in un contesto diversi, di un’attitudine che le è propria.  un precedente che lascia intuire quanto lontano possa ancora arrivare, per questa cantina, l’idea del vino come immagine oltre che come sapore.   Via Margutta, soglia tra tradizione e contemporaneità Via Margutta resta, a Roma, uno dei pochi luoghi capaci di ospitare un incontro di questo tipo senza che suoni artificioso: strada di artisti e di ateliers per tradizione, ha trovato nella rassegna EstatArte e nella Galleria Area Contesa ArteDesign un prosecutore naturale della propria vocazione conviviale. La serata dedicata a Vianello ha confermato quella vocazione, offrendo al pubblico un’esperienza in cui il gusto e lo sguardo si sono mossi sul medesimo principio: la trasparenza come forma più alta della verità di un luogo, che questo luogo sia una laguna dipinta o una salina raccontata in un bicchiere. Resta, sullo sfondo, una domanda più ampia: quante altre opere, quante altre cantine potrebbero trovare un simile punto d’incontro, se solo si accettasse di leggere un’etichetta come si legge una tela? La serata di Via Margutta non chiude questa possibilità: la apre.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2026

Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti

  Prima di Joaquin c’erano milioni di bottiglie. Poi è arrivato Raffaele Pagano e la decisione di fare l’esatto contrario. Cercare vigne invece di volumi, attendere invece di correre, custodire invece di consumare. Una storia che attraversa l’Irpinia, Capri e il vino italiano raccontando il valore del tempo, delle radici e delle scelte controcorrente. Il rumore spento di Raffaele Pagano Prima del vino, prima di Lapio, prima della parola Joaquin, c’è il rumore. Il rumore meccanico, ostinato, quasi fisico prodotto dalla linea di imbottigliamento che corre, il vetro che avanza, le bottiglie che diventano numeri, casse, camion, fatture, scadenze.
Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi. Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare. Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa. Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina. Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità? Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta. Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove. Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin. Dal mondo della quantità alla religione del tempo Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo. Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi. La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando. Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso. Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare. Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare. Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni. Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili. Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale. In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no. A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta. La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia. E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari. Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti. Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto. Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo. Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta. Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana. Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola. La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni. L’impresa, un atto di custodia Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle. Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali. Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi. Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo. Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare. Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione. Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino.   Le bottiglie come figli Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice. Non ho figli. La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa. Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo. Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità. I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere.   I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così. Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive. 110 Oyster 2024 (Greco) Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza. Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia. Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano) Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare. Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile. In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino. Piante a Lapio, Fiano Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa. Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta. Quello che resta dopo il bicchiere Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli. Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande. Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario. Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere. Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo. Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti. In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Andrea Bonomelli. Lautari, la famiglia, Borgo la Caccia Arrow Right Top Bg

31 Luglio, 2026

Andrea Bonomelli. Borgo la Caccia, il vino come seconda possibilità

  Alcune storie restano nei luoghi, nelle persone, nei gesti che si ripetono ogni giorno senza fare rumore. Quella di Andrea Bonomelli è una storia di eredità e di scelta. La scelta di portare avanti il sogno di suo padre, di continuare a credere nel lavoro come dignità, nelle seconde possibilità e nel valore di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Tra la Comunità Lautari e Borgo La Caccia c’è un filo invisibile che tiene insieme vite, speranze e futuro. Una storia che parla di fragilità, di coraggio e di persone che, nonostante tutto, trovano ancora la forza di ricominciare. Certe eredità, si scelgono.   …tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit harundine ripas.
Publio Virgilio Marone, Georgiche, III, 14-15 (…dove il grande Mincio erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna) Quando parlo con una persona, scopro quasi sempre moltitudini di personalità. È forse il lato più bello di questo mestiere: raccogliere storie, ascoltare come cambiano intonazione, sguardo, ritmo. Vedere una personalità prendere forma parola dopo parola. Molto dipende dalla loro propensione al fare. Ci sono persone che fanno una cosa sola e la fanno tutta la vita. Altre sembrano fare dieci mestieri diversi restando, in fondo, sempre la stessa identica persona. Andrea Bonomelli appartiene a questa seconda specie così che, la prima cosa che colpisce di lui, non è quello che fa. È la normalità disarmante con cui lo racconta. Parla di ragazzi accolti in comunità, di dipendenze e ricadute, di colloqui che finiscono in un no, di vigneti da potare, di cavalli, di distributori, di un secondo figlio in arrivo, di un allenamento per l’Ironman. Tutto nella stessa voce, senza gerarchie, senza una frase levigata per sembrare migliore. Chi ha del resto una vita perfetta da raccontare? Andrea, nel suo modo di ragionare dunque parlare, non lucida niente prima di metterlo sul tavolo: lo appoggia con la polvere sopra, gli angoli, le ammaccature, qualche sorriso improvviso. Soprattutto con la fatica di chi, come le colline che circondano la sua cantina, si è formato per depositi successivi, uno strato sopra l’altro, in un tempo che nessuno ha scelto di accelerare. Io con i ragazzi ci sono sempre stato La sintesi di trentasei anni di vita. Una famiglia larga trecento persone Andrea nasce nel 1989. Tre anni dopo, suo padre Gianni. fonda la comunità Lautari. Per molti figli sarebbe semplicemente una nota biografica da citare nelle interviste. Per lui è il paesaggio dentro cui è cresciuto: a sei anni, per un periodo, si ritrova ad abitare in comunità insieme alla sua famiglia, dopo un allagamento che aveva reso inagibile la casa. Non da spettatore, non da figlio del fondatore che passa e saluta. Da bambino che guarda, ascolta, impara. Senza sapere ancora che un giorno quella realtà gli sarebbe arrivata addosso insieme come responsabilità. Scelta. Quando ho conosciuto mia moglie, la prima vacanza l’ho portata in comunità. Le ho detto chiaramente che quello era il mio mondo. Disarmante, dissacrante verità. Prima del presidente, prima dell’imprenditore, prima del padre, c’è un uomo che non ha mai separato davvero la propria vita da ciò in cui crede. La moglie, che oggi segue la parte eventi e le attività aziendali, non è entrata in un lavoro: è entrata in un mondo. È arrivato un figlio e ne sta arrivando un altro.  Entra un nuovo figlio nella famiglia Lautari È il messaggio che ha scritto nel gruppo di famiglia, mescolando senza soluzione di continuità, vita privata e comunitaria. Famiglia. Non quella alla quale noi attribuiamo il significato standard. La famiglia Lautari sono i trecento ragazzi. Altro che famiglia allargata. La parola figlio, per Andrea, non resta mai chiusa dentro il perimetro di casa. Il padre, il lavoro, la dignità La storia di Lautari nasce da una disposizione personale di Gianni Bonomelli e da una convinzione che il figlio ripete oggi con la stessa forza, asciutta e cruda, con cui probabilmente gliel’ha sentita ripetere per anni: per uscire davvero da certe fratture non basta essere accolti. Serve ritrovare una dignità. E la dignità, in questa famiglia, passa dal lavoro. Quello che sporca le mani, mette ordine alle giornate, obbliga a rispettare tempi e responsabilità. Mio papà diceva che l’unico modo per uscire da questo problema era trovare un lavoro, trovare una dignità. Da lì è nato tutto il progetto. Detta da un pulpito, sarebbe una frase da predicatore. Detta da Andrea, con quel tono che non concede pause retoriche, è semplicemente il resoconto di una vita passata a verificarla sul campo.  Oggi Lautari ha sedi in diverse zone d’Italia: Pozzolengo, Ardea (vicino Roma), Firenze, Como, Pordenone. Poi un centro d’ascolto a Napoli. Circa trecento ragazzi seguiti e accettati, non più di ottanta l’anno, con i millequattrocento colloqui. Troppi i no, troppe le situazioni psichiatriche che richiedono altro. Andrea non rende facile ciò che facile non è. Difficile capire quando una persona sia davvero uscita dal buio e non è l’uscita dalla comunità a decretarlo. Fuori, comincia un’altra prova. La soddisfazione arriva, eventualmente, dopo. La soddisfazione non è quando escono: quando escono c’è ancora un punto interrogativo. La soddisfazione è quando vengono a trovarti e stanno bene. Quando arrivano con i figli. Il recupero allora non è un semplice nastro da tagliare o una foto da scattare. Significa accettare che il bene non sempre produce risultati ordinati e voler bene anche quando smette di convenire.  Seneca, nel De Providentia, scriveva che il fuoco prova l’oro e la miseria prova gli uomini forti  ignis aurum probat, miseria fortes viros.  Difficile pensare a una definizione più esatta del lavoro che Lautari fa ogni giorno e ogni volta che qualcuno ne esce davvero. La famiglia, non il metodo Ciò che distingue Lautari non è un protocollo o un modello educativo. È la parola famiglia, che altrove suonerebbe come pura retorica. Qui no. Qui ha il peso di qualcosa vissuta per davvero. Un luogo in cui qualcuno rimane anche quando l’altro sbaglia, anche quando tradisce, anche quando promette una cosa e il giorno dopo ne fa un’altra. Il mio approccio è sincero, molto basilare. Sappiamo che sono persone che possono mentire. A volte quando ti danno il cuore te lo danno per sempre, però in un secondo te lo tolgono. La dipendenza non è una storia lineare e in questo tortuoso percorso la fiducia può consumarsi più in fretta di quanto la si costruisca. Eppure Andrea rimane. Non per ingenuità visto che ha smesso da tempo di confondere la bontà con l’ingenuità. Semmai per una specie di durezza calda, un affetto che non accarezza sempre ma che non cade mai.  In fondo arriva da una vita passata dentro il concreto. L’impossibilità di laurearsi per un problema di vista non l’ha scoraggiato. Anzi, gli ha fatto essere tutto quello che serve per esperienza. Sono un po’ avvocato, un po’ psicologo, un po’ commercialista Mestieri imparati per necessità per osmosi vivendo ogni giorno fra famiglie, operatori, bilanci, errori, richieste d’aiuto. Non sto fermo A quattordici anni Andrea scopre un problema serio alla vista che non lo ferma anche se arrivato sull’orlo della cecità totale. Recupera tutto, con il tempo, con la forza d’animo legata alle cure. Prendere la patente diventa un successo. Cose che per molti sono scontate. Non per chi ha rischiato di essere chiamato non vedente. Ciò che mi stupisce è quel tono della voce che non chiede compassione. Come se quel problema fosse poca cosa rispetto a tante altre.Come se quel recupero fosse stata semplicemente la sfida che gli si presentava in quel momento. La stessa logica con cui, più avanti, ha perso trenta chili in tre anni e si è messo ad allenarsi per un triathlon, con l’obiettivo dichiarato di correre un giorno un Ironman. Sono uno che ama le sfide. Non sto fermo. Sono molto mentale su alcune cose, perché lavoro tutto il giorno con i ragazzi. Non dandomi un limite, sono dell’idea che volere è potere. Se “volere è potere” suona come uno slogan da spaccone, guardi Andrea e capisci, anche da quel suo sorriso sornione che non si avvicina minimamente alla definizione di spaccone.  Certo, un limite c’è: non posso dire adesso volo Lo scorso febbraio, Borgo la Caccia abbia ospitato la presentazione della squadra della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici in vista delle Paralimpiadi di Milano-Cortina: un incontro che Andrea ha voluto leggere come naturale prosecuzione del proprio pensiero, quello per cui il limite fisico, esistenziale e sociale non è mai un punto d’arrivo, ma quasi sempre un punto di partenza. Questa energia attraversa tutto: la comunità, la cantina, l’impresa, la famiglia. Andrea non è fluido, patinato, perfetto. È vivo. Ha la velocità di chi pensa facendo, di chi probabilmente risponde a dieci telefonate mentre ne sta aspettando altre tre e quando parla di futuro non costruisce castelli: parla di migliorare i vigneti, alzare la qualità, stare attento ai costi, non caricare troppo l’azienda. Borgo la Caccia, prima del vino Borgo la Caccia nasce dentro questa storia. Non una parentesi elegante accanto alla comunità per raccontare qualcosa di bello. Nasce come un pezzo della stessa visione. Un luogo immaginato dal padre dove la terra potesse diventare lavoro. Il lavoro. una possibilità. L’ha iniziata papà. Nel 2000. Era visionario. Ho una sua fotografia con scritto: un sogno e un progetto. La maggior parte delle cose le ha pensate lui. Un sogno e un progetto. Cosa si può aggiungere ad una frase così bella. Se manca il sogno, un’azienda diventa solo amministrazione. Se manca il progetto, il sogno resta aria. Borgo la Caccia ha dovuto imparare a stare in equilibrio tra le due cose: da una parte l’origine sociale, dall’altra il mercato; da una parte i ragazzi, dall’altra la qualità che il bicchiere, spietato, non concede per compassione. Lavoriamo solo sulla qualità. Poco ma buono. Grande lavoro in campagna, grande lavoro in cantina. Tutto può essere progetto sociale, ma il vino deve essere buono. In vigna, il lavoro è affidato ai ragazzi della comunità che seguono percorsi individuali di reinserimento. Con l’eccezione di chi ha problemi di dipendenza da alcol, che per scelta di tutela reciproca non lavora né in campagna né in cantina. La vendemmia resta rigorosamente manuale. Scelta che pesa sui costi ma che è parte del percorso educativo e non certo un vezzo d’immagine. Il lavoro agronomico ed enologico è affidato da anni a Stefano Chioccioli, enologo che collabora con alcune delle realtà più riconosciute d’Italia, Francia e Ungheria, e con cui Andrea ha condotto sperimentazioni capaci di aprire un territorio fedele alla tradizione. Come quello del Lugana se dei nuovi linguaggi dell’anfora di terracotta, del legno grande, del cocciopesto. Il Lugana, una scelta Borgo la Caccia nasceva più orientata sui rossi. Andrea, che pure ama i rossi, ha intuito che la strada più giusta passava dal bianco, dalla Turbiana, dal Lugana. Non per rincorrere semplicemente il mercato, ma perché era il territorio stesso a chiederlo. La Turbiana, su queste terre, ha una voce precisa: può essere agile, salina, agrumata, ma anche profonda se le si concede tempo. Può stare nell’acciaio, nel legno, nell’anfora, senza smettere di essere sé stessa. Sempre che chi la lavora trovi la misura giusta. Io amo di più i rossi. Però il mercato vuole di più il bianco. Siamo partiti con i rossi, poi ho spinto per avere il Lugana. Voglio crescere a livello qualitativo, implementando i vigneti, cambiando alcuni sistemi. Un conto è il gusto personale, altro la direzione di un’azienda: leggere il momento non significa farsi trascinare. È così che accanto al grosso della produzione, sopravvive un piccolo progetto quasi sentimentale: un Pinot Nero di cinquecento bottiglie chiamato Patrem Una cosetta intima Qualcosa che vive più per fedeltà a un gusto personale che per logica di mercato. Il Lugana DOC che apre la gamma ha il passo del vino che deve presentarsi senza troppe spiegazioni: Turbiana in acciaio, una sosta sulle proprie fecce nobili, profumi di agrumi e fiori bianchi, mandorla appena percettibile, una bocca che cerca acidità, sapidità, chiusura minerale. È il vino dell’identità più leggibile della cantina. Quello che racconta il Garda non da cartolina. Nelle parole di Andrea resta comunque la punta di diamante, il vino che deve convincere prima di ogni storia, prima di ogni comunità, prima di ogni fondazione. Se dovessi scegliere un vino per raccontare Andrea Bonomelli partirei da questo Lugana. Perché ha la stessa maniera di entrare nelle cose. Senza farsi notare. Arriva e basta. Poi, lentamente, resta.
Nel bicchiere c’è la luce chiara delle mattine sul Garda. Quelle mattine che sembrano non avere fretta di diventare giorno. Profuma di agrumi appena tagliati, di fiori bianchi mossi dal vento, di mandorla fresca. Ma soprattutto profuma di ordine. Di cose al loro posto. Di lavoro fatto bene.
Percepisco una sensazione particolare che emerge dopo qualche istante. Quella sensazione che si prova sfregando tra le dita una pietra scaldata dal sole dopo un temporale estivo.   Il sorso entra deciso. Non aggressivo. Deciso. Ha l’energia di chi sa dove andare e non sente il bisogno di dimostrarlo. Poi si allarga, trova spazio, respira. Mentre attraversa il palato lascia una scia sottile di cedro, mandorla e minerale che continua a raccontarsi anche dopo che il bicchiere è sceso. Mi ricorda Andrea proprio per questo. Non per quello che mostra. Per quello che lascia. Inanfora Lugana DOC riporta la Turbiana verso una materia più antica: mosto, fermentazione e affinamento avvengono per intero in anfore di terracotta, in un ritorno a tecniche di vinificazione che richiamano le pratiche degli antichi Romani che, duemila anni fa, affollavano le rive di quello stesso Mincio che Virgilio, nato non lontano da qui, descrisse come un fiume che erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna. L’anfora, che potrebbe sembrare una moda, qui ha senso solo perché diventa strumento, non costume. Inanfora è probabilmente il vino che più assomiglia alla storia che Borgo La Caccia porta dentro. Perché nasce da qualcosa di antico senza diventare nostalgico. Nel bicchiere il colore si fa profondo. Caldo, meditativo. Sembra trattenere la luce invece di rifletterla. Al naso non arriva subito. Bisogna aspettarlo. Una sensazione bellissima in un tempo che pretende di capire tutto immediatamente. Piano piano emergono fiori secchi, camomilla, ginestra, frutta gialla matura. Poi arrivano lo zafferano, il pepe bianco, le erbe di campo. Profumi che non aspirano alla perfezione. La parte più emozionante però è la bocca per via di una consistenza quasi tattile. La sensazione è di passare lentamente sulle cose come certe persone che conoscono il dolore e per questo imparano a non urtare più nessuno. Il vino accarezza il palato, lo percorre senza fretta, lascia dietro di sé una traccia di frutta matura, terra, spezie e sole. Quando sembra finito accade qualcosa. Resta. Resta come restano certe frasi pronunciate da Andrea durante la nostra chiacchierata. Resta come restano le persone che hanno attraversato un inferno e riescono comunque a conservare dolcezza. Resta non perché sia potente ma perché è umano. Rosaprima, Alto Mincio Rosato IGT, nasce da uve Merlot con un prolungato contatto sulle bucce portando una freschezza meno prevedibile di quanto si potrebbe pensare. Rosaprima è la parte più luminosa della storia così che se il Lugana racconta Andrea e Inanfora racconta il tempo, Rosaprima racconta la speranza. Una sorta di capacità di alleggerire il peso delle cose senza renderle meno importanti. Il colore ricorda la polpa di una melagrana appena aperta con sfumature che sembrano nate all’ultimo istante di un tramonto estivo. Lo avvicini al naso e arrivano subito piccoli frutti rossi, fragoline, lampone, melograno. Poi una nota delicata di rosa e agrumi che gli regala una grazia quasi inattesa. Al sorso cambia nuovamente tutto. La leggerezza lascia spazio alla profondità. La gentilezza si trasforma in emozione. Ha freschezza. Ha tensione. Ha una vena minerale che accompagna il frutto e impedisce qualsiasi cedimento alla banalità. Mi piace immaginarlo al termine di una giornata trascorsa tra i vigneti quando il sole scende dietro le colline e finalmente il rumore si abbassa.  Quando si smette di correre.  Quando si può guardare ciò che è stato costruito senza bisogno di aggiungere altro. Sarà per questo che Rosaprima mi riporta continuamente all’immagine dei ragazzi che tornano.  A quelli che si presentano a Lautari tenendo per mano un figlio con la gioia trattenuta di chi ha rischiato di perdere tutto e scopre, un giorno, di avere ancora un futuro davanti. Vini che mi lasciano il significato di cosa significhi essere fedeli ad un territorio senza esserne prigionieri. Per estensione, cosa significhi essere fedeli ad una storia di famiglia senza restarne schiacciati. Fare impresa senza farsi mangiare dall’impresa Il modo in cui Andrea parla di vino tiene insieme passione e prudenza. Un’azienda agricola costa, una cantina non vive di buone intenzioni. Distributori, quantità, scelte commerciali, eventi, estero, gestione delle persone. Tutto deve coesistere senza lasciare nulla al caso. Oggi lasciare al caso un’azienda è pericoloso. Anzi, più pericoloso di prima. È una realtà grossa, con costi importanti: non puoi lasciare tutto al caso. Con ottanta ettari, di cui trentasette vitati, la produzione sfiora le trecentoquarantamila bottiglie l’anno. Circa centosessantamila con l’etichetta Borgo la Caccia, dedicate prevalentemente al canale Horeca e per il trenta per cento all’export (Germania e Austria principalmente) e altre centottantamila con il marchio dedicato a Lautari, i cui ricavi confluiscono direttamente nel sostentamento della comunità. Chi, di fronte a un’azienda che impiega ragazzi in percorso di reinserimento, avanza l’obiezione prevedibile dei costi del lavoro più bassi, concorrenza sleale, trova in Andrea una risposta che capovolge l’argomento senza esitazioni. Se dovessero fare loro con quel personale, sarebbe un’altra cosa. Voglio vedere chi paga bene le persone in questo campo. L’auspicio è di una crescita qualitativa più che di volume. Nuovi impianti, tecniche di vinificazione, cura del vigneto. Andrea non vuole ingrandire per il gusto di ingrandire. Scalare, aumentare, moltiplicare sono verbi che, senza un pensiero dietro, restano vuoti. Preferisce fare poche cose e farle con serietà. Intelligenza agricola e umana. La consapevolezza che non tutto deve diventare enorme per diventare importante. Il modello, del resto, è già pensato come replicabile altrove, ovunque si trovi un territorio agricolo adatto e la stessa disponibilità a costruire, ettaro dopo ettaro, un progetto sociale prima ancora che commerciale. Il territorio non come sfondo Pozzolengo e le colline moreniche non sono la cornice del racconto: sono parte del carattere di Borgo la Caccia. Sono terre nate da depositi glaciali, fatte di argilla, sabbia e ciottoli capaci di drenare, trattenere, restituire. Non certamente un territorio aggressivo, ma un luogo di passaggio. Forse, proprio per questo sa raccontare bene anche le persone in passaggio. Coloro che arrivano da una storia difficile cercando una forma nuova. Il Lugana è una scelta di qualità e non una denominazione da sfruttare. Il territorio non è una parola da mettere in etichetta, ma una responsabilità e, se lo usi, devi restituirgli qualcosa. Anche solo cura, attenzione, lavoro, reputazione. Altrimenti diventa solo geografia venduta bene. Lo stesso, identico, principio, con cui guarda ai ragazzi che passano da Lautari: non li usa per raccontare una storia, li accompagna a costruirne una propria. Una fondazione per non disperdere il nome Il futuro della comunità potrebbe passare per la trasformazione in fondazione ovvero una forma capace di custodire il nome e la continuità del progetto al di là delle singole persone che oggi lo animano. Lautari è l’unica comunità in Italia gestita dalla stessa famiglia da oltre trentacinque anni e occorre fornire continuità. C’è un progetto per mandare avanti questa cosa. Vogliamo trasformarla in fondazione, portarla avanti in modo che rimanga saldo il nome futuro della comunità. Torna il padre. Torna l’origine. Torna il bisogno di non lasciare che una storia così grande dipenda solo dalla presenza fisica di chi l’ha portata avanti finora. Andrea sa bene che non si può costringere un figlio a raccogliere una missione. Ho sempre detto a mio papà: hai avuto la fortuna che tra due figli, a uno interessasse portare avanti questa realtà. Perché non è scontato. Non posso obbligare mio figlio a farlo. Tutto torna qui. Al padre, al figlio, ai figli che verranno. Alla libertà di raccogliere o di non raccogliere. Al peso delle eredità, quando non sono patrimoni ma promesse. Finire con i figli Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri. Canto I del Purgatorio Sono versi scritti per un suicida politico dell’antichità romana, eppure capaci di attraversare i secoli fino a diventare, quasi per traslazione involontaria, la sintesi perfetta di ogni percorso di disintossicazione: la libertà da una dipendenza si paga sempre con la rinuncia a una vita, quella vecchia, per poterne vivere un’altra. Mi resta addosso, alla fine di questa conversazione, l’immagine di Andrea che annuncia nel gruppo della famiglia Lautari l’arrivo del secondo figlio. Non lo comunica come un fatto privato: lo mette dentro una famiglia più larga, dentro una comunità che, nel suo modo di guardare il mondo, non è mai davvero separata da casa. Un giorno i suoi figli guarderanno le vigne, i cavalli, i ragazzi, le fotografie del nonno, le parole del padre. Capiranno, a modo loro, cosa tenere e cosa lasciare. Forse prenderanno un’altra strada. Forse resteranno. Forse porteranno questa storia altrove, in una forma diversa. Troveranno comunque qualcosa di raro: non una favola costruita per sembrare bella, ma una vita intera passata a credere che una persona non sia mai soltanto il proprio errore. Il vino di Borgo la Caccia, allora, va letto non come una redenzione imbottigliata, ma come una prova quotidiana. La terra chiede presenza. I ragazzi chiedono presenza. I figli chiedono presenza. Restare accanto al sogno di un padre. Restare dentro la fatica di chi sta ricominciando. Restare fedeli a un territorio che non perdona le scorciatoie. Restare vigili davanti a un mercato che non fa sconti. Restare uomini, prima di tutto con le proprie paure, la propria energia, la propria vista ferita, la propria famiglia, il proprio bisogno di non fermarsi mai del tutto. Quando tutto questo passa nel bicchiere, non è soltanto vino. Diventa una domanda semplice, quasi ruvida, che le colline moreniche di Pozzolengo hanno impiegato ventimila anni a imparare a porsi: cosa siamo disposti a custodire per chi verrà dopo di noi?  Andrea, per ora, risponde lavorando. Ogni giorno. Senza troppe frasi. Con un padre alle spalle e i figli davanti.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta Arrow Right Top Bg

29 Luglio, 2026

Squasarìa. Gianlorenzo Scola: il Cilento senza fretta

  Sopra Montecorice, con lo sguardo sul mare del Cilento, Gianlorenzo Scola ha trasformato un uliveto di famiglia in Squasaria, un’osteria intima dove cucina, memoria e accoglienza si incontrano. Un luogo di pace in cui sedersi significa, prima di tutto, ritrovare il tempo. La prima cosa che ricordo di Squasarìa non è un piatto. Non è nemmeno il vino. Non è la sala, non è la cucina a vista, non è Luciano che si muove tra i tavoli con quella sicurezza gentile di chi non serve semplicemente, ma accompagna. La prima cosa che ricordo è la luce. Quella luce strana che il mare restituisce quando la sera ha ormai deciso di diventare notte e la luna, senza chiedere permesso, comincia a mettere ordine nel buio. Da Montecorice lo sguardo scivola verso Acciaroli, accarezza il golfo, si perde in quella linea in cui l’acqua e il cielo sembrano avere fatto pace dopo una lunga discussione. E allora ti accorgi che stai seduto a un tavolo e non hai nessuna voglia di alzarti. Che non stai solo mangiando. Stai abitando un momento. Il golfo, da qui, si guadagna in salita. Tornanti che si arrampicano tra ulivi secolari e muretti a secco, l’asfalto che si restringe fino a sembrare un errore del navigatore. Poi Montecorice si rovescia sotto i piedi tutto in una volta. Occorre andare oltre, ancora più su per poi svoltare in una stradina sterrata che si immerge tra gli olivi. Fino a trovare Squasarìa. Mi è venuto in mente Nuovo Cinema Paradiso, non so bene perché. Forse per quella malinconia buona che hanno certi luoghi del Sud quando non cercano di sedurti ma finiscono per farlo lo stesso. Forse perché in alcuni posti sembra di sentire ancora le voci di chi li ha immaginati prima di costruirli. O forse perché Squasaria, come il cinema di Tornatore, appartiene a quella categoria rara di cose che sanno essere popolari senza diventare volgari, sentimentali senza diventare stucchevoli, semplici senza diventare banali. In fondo la semplicità, quando è vera, è la più difficile delle architetture. Gianlorenzo Scola non ha aperto un ristorante. Questa è la prima bugia che bisogna togliere dal tavolo. Lui ha costruito un posto di pace. Lo dice lui stesso, quasi senza enfasi, quasi con pudore: Io volevo aprire un posto di pace. La cosa sorprendente è che non è una frase preparata per il giornalista. Sapete, di quelle buone per una brochure o per un sito internet. Sembra piuttosto il residuo fedele di un pensiero antico, qualcosa che gli è rimasto addosso per anni mentre saliva su quella collina con i suoi cani e guardava il paese da lontano. Mi affascinava l’idea di avere il paese a portata di mano e allo stesso tempo starci fuori. Vederlo, ma distaccarmi. Una frase che racconta Gianlorenzo molto prima della sua cucina. Montecorice non è uno un paese sullo sfondo. È parte integrante della sua biografia. Il padre era di qui, la madre veniva da Scala, in Costiera Amalfitana. Un paese antico e verticale che guarda Ravello come se custodisse un segreto più vecchio del mare. Padre impiegato alle Poste, madre insegnante di lettere. Una famiglia normale, verrebbe da dire. Come se normale non fosse una parola sempre un po’ ingiusta. Le famiglie normali non esistono. Esistono famiglie che custodiscono silenzi, gesti, paure, educazioni sentimentali. Esistono tavole attorno alle quali si impara senza saperlo. Da bambino Gianlorenzo non cresce dentro una dinastia di ristoratori, non eredita un mestiere già apparecchiato, non ha davanti una strada tracciata. Eppure qualcosa, da qualche parte, lavorava. Il nonno paterno era conosciuto nel Cilento antico come dolciere. Non pasticciere. Dolciere. Parola meravigliosa, quasi perduta, di quelle che andrebbero protette come si proteggono certe varietà antiche di grano o certe viti dimenticate sui terrazzamenti. Si chiamava il dolciere a casa della sposa e lui restava lì tre o quattro giorni. Portava le attrezzature e preparava i dolci per il matrimonio. Qui, in questa frase, c’è un mondo. Il matrimonio prima delle wedding planner, prima delle bomboniere coordinate con il colore dei tovaglioli, prima delle fotografie tutte uguali, prima dell’ansia da perfezione. Il dolciere arrivava a casa e trasformava l’attesa in profumo. Farina, zucchero, mandorle, mani, tempo. Quello vero. Quello che oggi diciamo di non avere più mentre lo sprechiamo in mille inutilità luminose. Forse qualcosa di quel mestiere antico gli è rimasto dentro senza che lui lo sapesse. Forse il gesto di fare da mangiare agli altri, di preparare qualcosa perché una giornata diventi memoria, arriva da lontano. Un paese ci vuole in fondo e non basta averlo sulla carta d’identità. Bisogna portarselo dentro come una febbre mite. Gianlorenzo il paese lo porta dentro anche quando dice di volerlo guardare da fuori, dalla distanza che gli permette di amarlo senza retorica. Prima della cucina ci sono stati altri lavori. Il bar, la pescheria, il bed and breakfast di famiglia. Sei camere, le colazioni del mattino, gli ospiti seduti a tavola non davanti a prodotti imbustati o confezionati ma a dolci preparati giorno per giorno. Le colazioni diventavano un momento di condivisione. Gli ospiti facevano amicizia tra loro, era quasi un appuntamento. Forse nasce qui, senza volerlo e saperlo, la prima forma di Squasarìa. Non ancora ristorante, non ancora osteria, non ancora cucina a vista. Già una tavola attorno alla quale le persone non sono clienti. Sono presenze. Parte integrante del tutto. L’ospitalità non è procedura e accogliere non vuol dire sistemare qualcuno in una stanza o farlo sedere a mangiare. È invece creare le condizioni perché quella persona si senta meno straniera. Poi ci sono i cani e anche questa potrebbe sembrare una deviazione che invece non è. Gianlorenzo ha amato (anzi ama) il cane Corso tanto da essere cinofilo serio, giudice della razza, persino negli Stati Uniti, nel 2015, all’Extravaganza, uno show nazionale con oltre duecento cani. Una passione che porta con se disciplina, osservazione, rispetto del carattere, capacità di leggere ciò che non passa dalle parole. Tutte cose che tornano, paradossalmente, anche nella sua cucina e nel suo modo di stare con gli ospiti. Il cane lo guardi, lo capisci, lo accompagni. Non puoi mentirgli. Forse non puoi mentire nemmeno ad un cliente seduto davanti a te se hai deciso che la tua osteria deve essere una casa. Su quella collina Gianlorenzo saliva con i cani. Allora non c’era nulla. Solo una proprietà di famiglia, un uliveto, il paese davanti e il mare più giù. Venivo spesso qui e ci rimanevo tantissimo tempo. Guardavo. Non lo so, mi affascinava. A volte le vocazioni non arrivano come fulmini e non hanno il rumore delle rivelazioni. Somigliano di più ad una goccia che insiste nello stesso punto finché scava la pietra. Per dieci anni l’idea di Squasaria è rimasta lì, a lavorargli dentro. Non voleva il classico locale sul mare, non il posto di passaggio dove entra la massa, non l’ennesima insegna sul marciapiede. Io volevo un posto dove poter creare una cosa nel tempo, piano piano, che mi rappresentasse. Squasarìa non è sul mare, ma lo guarda. Non cerca la folla, lascia che sia il passaparola a fare il suo mestiere. Non urla, chiama. Soprattutto, accoglie. La cucina a vista dice molto di lui senza essere un vezzo estetico o la moda del momento. Nemmeno l’ennesima scenografia da ristorazione contemporanea. Volevo una cucina dove si vedesse tutto. Non un buco da dove escono i piatti. Un vetro, così stiamo insieme. È come se Gianlorenzo non volesse nascondersi dietro il mestiere per condividere il gesto. Non è teatro, perché il teatro prevede una separazione netta tra scena e platea. È più simile a certe case di una volta, quando la cucina era il centro morale dell’abitazione e tutti, prima o poi, passavano da lì. La nonna che cucinava e portava in tavola chiedendoti di andare a prendere qualcosa. Una cucina che lui stesso ha disegnato. Sessanta fogli, metrature, spazi, percorsi, frigoriferi piazzati e ripensati, fasi di lavoro studiate una a una. La tenera ostinazione di un ragazzo che si mette a progettare la cucina senza essere ancora davvero cuoco nel senso canonico del termine. Ma forse è proprio qui che sta la forza. Gianlorenzo non arriva da una scuola alberghiera, non arriva da anni di brigata sotto chef celebri, non arriva da quella grammatica militare della ristorazione che spesso produce ottimi professionisti e qualche prigioniero. Arriva dalla curiosità. E la curiosità, quando è vera, è una forma di intelligenza affamata. Io sono una persona molto curiosa. Non passa un giorno in cui non guardo qualcosa che tratti tecniche di cucina, anche se poi magari non le metterò in pratica. Studia cotture, pesci, padelle, sottovuoto, bassa temperatura. Studia perché ha capito che rispettare un prodotto non significa lasciarlo lì sperando che faccia tutto da solo. Il rispetto non è ignoranza travestita da purezza. Il rispetto richiede competenza. Un merluzzo, una triglia, possono essere più o meno grandi, più o meno giovani, più o meno sodi. Il tempo e la temperatura non sono sempre uguali. La semplicità non è togliere a caso. È sapere esattamente cosa non fare. Il padre cucinava il pesce. La madre era bravissima con le cose di casa. Pasta al forno, parmigiane. Quei piatti che spesso sono la grammatica affettiva delle madri. Il pesce, però, era un territorio paterno. Mio padre era abbastanza maniacale su queste cose. Quando però il padre viene a mancare Gianlorenzo ha poco più di vent’anni. Una perdita che torna come un basso continuo. Torna quando parla del pesce. Torna quando parla del presente. Torna quando dice che la vita non andrebbe programmata troppo. Quando perdi un papà che hai poco più di vent’anni, la tua mente inizia ad andare in una direzione diversa. Io penso quasi ogni giorno come se fosse l’ultimo. Chi pensa che sia una frase buttata li, sbaglia di grosso. È, purtroppo, semplicemente una ferita diventata filosofia. Non pensate al patetismo perché non è il caso. Gianlorenzo non usa il dolore come carburante retorico. Non si racconta come eroe. Anzi, spesso sembra quasi stupito di essere finito lì, dentro una cucina, a fare un mestiere così difficile. Io volevo cucinare, ma non pensavo di avere le capacità. Poi succede una cosa che nei romanzi chiameremmo svolta narrativa e nella vita chiamiamo problema. Gianlorenzo apre il locale e le persone prese in cucina all’inizio se ne vanno dopo pochi giorni. Fine agosto. Il momento peggiore. Resta solo. Mi sono buttato in cucina. Ho iniziato a sfilettare pesci. Scrivevo su internet: ragazzi, io sono solo, se qualcuno vuole venire a lavorare sono qua. Potrebbe esserci una musica di sottofondo in questa scena che sembra un film. Magari un Paolo Conte lento, una notte pesante, il frigo pieno, i clienti che arrivano, il panico che bussa ma non può entrare perché non c’è tempo nemmeno per aprirgli. È stato un bruttissimo periodo, però lo ringrazio. Molti di noi diventano davvero se stessi quando non hanno più nessuno dietro cui nascondersi. Se le cose fossero andate bene, forse Gianlorenzo avrebbe continuato a fare l’imprenditore con altri in cucina. Avrebbe gestito, organizzato, magari guadagnato. Invece la crisi lo costringe a entrare nella stanza più calda del suo sogno. Da lì esce cuoco. Non per diploma ma per necessità, studio, errori, ostinazione. La necessità aguzza l’ingegno, certo. Ma qualche volta fa di più: ti prende per le spalle e ti dice chi sei. A Squasarìa il menù non è l’esecuzione di un piano immobile. È la conseguenza di quello che accade. Nell’orto, nel mare, nella stagione, nella testa di Gianlorenzo. Per strada ti fermi e vedi che ha il contadino. Compri quei pomodorini come avresti potuto fare tu. Non vado a comprare la zucchina a febbraio. Sarebbe stupido. hAnche la pesca decide. Se è periodo di crostacei, si cucinano crostacei. Se arrivano i totani, si cucinano totani. Se i totani finiscono, il piatto cambia. Tutto molto semplice, si direbbe. Ma la semplicità, di nuovo, non è banalità. È obbedienza intelligente alla realtà. Lui la chiama cucina a chilometro buono. Non zero. Buono. La voglio brevettare questa espressione. Anzi no. Perché le cose belle perdono qualcosa quando diventano slogan. Però è una definizione perfetta. Il chilometro zero è diventato spesso una bandierina da piantare sul menù, una specie di assoluzione preventiva. Ma la vicinanza non garantisce la qualità. Non è detto che quello zero sia buono. Ecco la verità. Meglio un olio eccellente un po’ più in là che un prodotto mediocre sotto casa. Meglio il buono del dogma. Meglio la qualità dell’ideologia. In un tempo in cui tutti cercano formule facili per sentirsi dalla parte giusta della storia, Gianlorenzo rimette al centro il discernimento. Scegliere. Assaggiare. Conoscere. Fidarsi di chi lavora bene. Il Cilento, in questo, gli offre una materia enorme. Olio extravergine, ortaggi, pesce, olive ammaccate, aziende agricole cresciute tantissimo negli ultimi anni, una filiera che non ha bisogno di travestirsi per risultare interessante. Il Cilento in questo momento è incredibile. Ci sono aziende che fanno prodotti di altissimo livello. Mi piace quando lo dice perché non suona come campanilismo. Non è “qui siamo i migliori”. È piuttosto la gratitudine di uno che si accorge di vivere in un territorio generoso e decide di non tradirlo. I piatti che arrivano a tavola hanno questa stessa natura. Sono pensati, ma non ragionati fino a perdere il sangue. Hanno una loro precisione, ma conservano spontaneità. Spontaneo non significa improvvisato male. Spontaneo significa che il piatto non sembra costruito per impressionare qualcuno con la pinzetta in mano e il sopracciglio alzato. Significa che la tecnica non fa rumore. Che l’idea arriva senza bisogno di mettersi in posa. Gianlorenzo racconta dei fiori di zucca e improvvisamente siamo dentro una cucina domestica, dentro un ricordo del padre, dentro l’orto. Quando iniziavano a uscire i fiori di zucca ce n’erano cento. Non potevi fare sempre cose fritte. Allora si sbollentavano e si condivano con sale, olio e limone. Tre o quattro minuti, acqua senza sale per non farli scurire, poi raffreddati e conditi. Niente di più semplice. Mettete quei fiori accanto a delle verdure grigliate e a un tentacolo di polpo. La brace, la sapidità, il limone che contrasta il fumo. Ed ecco che la memoria diventa piatto senza smettere di essere memoria. Non si trasforma il ricordo in museo. Molti piatti della tradizione vengono trattati come reliquie, intoccabili, imbalsamate, quasi morte. Gianlorenzo invece sembra fare un’altra cosa. Prende il ricordo, lo ascolta, poi lo mette in movimento. Fa vita. E la vita, per fortuna, non resta mai ferma. Nessuna velleità di essere un grande chef, di quelli che aprono strade, indicano possibilità. Ognuno deve trovare la propria misura. La sua, oggi, è quella di un’osteria con pochi coperti, un menù che si muove, un rapporto diretto con il cliente e una voglia quasi testarda di far stare bene chi arriva. Ecco che entra in scena Luciano. Non come personaggio secondario, ma come parte essenziale dell’equilibrio. Gianlorenzo sta dentro, Luciano fuori. Uno cucina, l’altro accoglie. Siamo perfettamente equilibrati. Se non avessi Luciano sarei in difficoltà. Lo si percepisce. Ci sono servizi formalmente impeccabili che non lasciano nulla. E poi ci sono persone che hanno la qualità rara di non invadere e non sparire. Luciano è di questa seconda categoria. Ti accompagna senza occupare la scena, ti fa sentire seguito senza farti sentire controllato. In posti come Squasaria la sala non è un reparto. È parte del racconto. Il racconto, però, non funziona se tradisci le aspettative. Gianlorenzo questo lo ha capito molto bene. Il suo posto non è per tutti, e non perché sia esclusivo nel senso più antipatico del termine. Non è per tutti perché ogni luogo serio ha una propria identità. Non tutti i posti devono necessariamente essere adatti a qualsiasi tipo di clientela. Siamo abituati a vedere attività che tentano disperatamente di piacere a chiunque finendo per non appartenere a nessuno. Squasaria invece sceglie. Se in una sera ci sono coppie che cercano silenzio, intimità, atmosfera non può esserci anche una tavolata numerosa. Qualcosa potrebbe rompersi. Non per colpa di qualcuno. Semplicemente perché le energie cambiano. E allora preferisce dirlo prima. Se una coppia mi chiama e ho una tavolata, glielo dico. Preferisco che vengano un’altra sera piuttosto che tradire l’aspettativa. È come resistere e oggi resistere significa spesso sottrarre. Non mettere un secondo turno. Non riempire ogni centimetro. Non trasformare la cena in una catena di montaggio elegante. Nel prezzo del biglietto ci ho messo anche il tempo. Se vuoi stare tre ore e mezza, quattro ore, stai. Hai il parcheggio, l’aria fresca, il tavolo, il mare, la sera. Nessuno ti spinge via. Sembra poco. È moltissimo. Perché la ristorazione contemporanea, in molti casi, ha imparato a essere efficiente dimenticandosi di essere ospitale. Squasarìafa il percorso opposto. Preferisce essere ricordata piuttosto che ottimizzata. E qui torno a quella sera. Alla luna sul golfo. Ai piatti arrivati con una naturalezza quasi disarmante. Prodotti a chilometro buono, appunto. Non zero per forza. Buono. Piatti intensi come i sapori del Cilento, spontanei come Bernardino e Silvia che mi hanno fatto scoprire Squasaria e Gianlorenzo aprendo una stanza intera della loro anima. Piatti semplici ma non sciatti, pensati ma non imprigionati nel pensiero, netti, veri, pieni di quella generosità misurata che ti fa capire quando una cucina non sta cercando di essere altro da sé. L’atmosfera funziona, il servizio funziona, la vista funziona. Ma “funziona” è un verbo povero. Dovremmo inventarne un altro per quei luoghi in cui tutto trova una specie di accordo segreto. Perché Squasarìa non è soltanto bella. Bella è una parola insufficiente. Bella può essere una cartolina. Squasarìa ha qualcosa di più raro: una coerenza emotiva. Quello che mangi, quello che vedi, il modo in cui vieni accolto, la storia di chi ha costruito il posto, il nome stesso dell’osteria, tutto sembra appartenere alla stessa frase. E quando un luogo riesce a essere una frase compiuta, il corpo lo sente prima della testa. Il nome merita un capitolo a parte, anche se questo non vuole essere un articolo a capitoli. Squasarìanasce da una parola del Cilento, “squaso”, o “squasi”, legata al fare, al fare moine, capricci, esagerazioni, atteggiamenti un po’ teatrali. Una parola difficilissima da tradurre, perché certe parole dialettali non significano soltanto qualcosa: portano dentro un modo di guardare il mondo. Poi arriva la madre di Gianlorenzo, con il suo accento della Costiera Amalfitana, e trasforma quel termine in “Squasarìa”. Lo diceva mia madre. Io pensavo fosse un termine suo, poi ho scoperto che l’aveva preso da qui e trasformato. È bellissimo. Una parola cilentana passata attraverso una voce di Scala e diventata nome di un’osteria sopra Montecorice. Più identità di così è difficile immaginarla. Non quella identità rigida, da cartello turistico. Un’identità viva, contaminata, familiare. In un mondo di squasi, Squasarìa. La frase è sua e dentro c’è tutto. Viviamo davvero in un mondo di squasi. Tutti impegnati a mostrare la versione migliore, lucidissima, ritoccata, felice, vincente. Tutti sorridenti nelle foto. Tutti performanti. Tutti in viaggio, tutti a cena, tutti innamorati, tutti realizzati. Poi magari chiudiamo il telefono e non sappiamo cosa farcene del silenzio. Squasarìa, invece, sembra nascere proprio come antidoto a questa recita collettiva. Un posto dove non devi dimostrare nulla. Ti siedi. Guardi. Mangi. Parli. Oppure taci. Che poi il lusso vero, in certi momenti, è proprio poter tacere senza sentirsi in imbarazzo. Gianlorenzo non fa squasi quando cucina. Non cerca effetti speciali inutili. Non vuole stupire l’ospite a tutti i costi. Vuole rassicurarlo senza offrigli cose prevedibili. Vuole fargli sentire che dietro ogni piatto c’è qualcuno che ha pensato a lui. Oggi il cliente vuole essere rassicurato dalla persona. Recensioni compulsive, menù consultati prima ancora di partire, foto viste e riviste, aspettative costruite online e spesso distrutte dal vivo. Il cliente ha bisogno di fidarsi. Non solo del piatto. Della persona che glielo mette davanti. Ha bisogno di sentire che qualcuno si è preso una responsabilità. Forse è per questo che Gianlorenzo ascolta. Anche le critiche. Molti consigli mi sono venuti dai clienti. Magari all’inizio ci rimani male, poi dopo qualche ora ci pensi e dici: forse aveva ragione. Una forma rara di maturità. Perché chi ha costruito un luogo con tanta fatica potrebbe difenderlo da tutto e da tutti. Invece lui no. Ci rimane male, certo. È umano. Poi riflette. Se il cliente dà un consiglio, spesso lo fa perché si è trovato bene e vorrebbe tornare trovandosi ancora meglio. Dentro questa disponibilità c’è la differenza tra orgoglio e vanità. L’orgoglio costruisce. La vanità si offende. Gianlorenzo non parla di espansioni furiose, format replicabili, consulenze, aperture in città. Parla di mantenere lo stile, magari ampliare la proposta, trovare una persona giusta per costruire un menù vegetariano alternativo, sistemare meglio l’esterno, rendere più comoda e accogliente la permanenza. C’è ancora tanto da fare. Io ho fatto il possibile, l’indispensabile con il possibile. Anche qui, nessuna posa. Sa che Squasarìa è già molto, ma non la considera finita. I luoghi vivi non sono mai finiti. Si aggiustano, respirano, cambiano come cambiano le persone che li abitano. E poi ci sono i numeri. Ventisei, ventotto coperti. Pochi. Voluti. Ho deciso di mantenere questi numeri. Chi viene non deve avere l’ansia del secondo turno. La sua forza non sta nel volume, ma nel creare valore emotivo. In un posto così, il ricordo conta più della rotazione. E il ricordo nasce anche dal tempo che ti viene concesso. Dal fatto che nessuno ti guarda come un tavolo da liberare. Dal diritto, ormai quasi rivoluzionario, di restare. Non so se Squasarìa entrerà mai in una grande guida con un simbolo importante accanto al nome. I riconoscimenti sono belli quando arrivano come conseguenza, pessimi quando diventano origine di ogni scelta. Una stella può illuminare un percorso, ma può anche bruciare gli occhi se la guardi troppo da vicino. Gianlorenzo, per ora, guarda il mare. E fa bene. La cosa che resta, alla fine, non è solo la storia di un uomo diventato cuoco senza avere programmato davvero di diventarlo. Non è solo l’immagine del ragazzo che perde il padre e impara a cucinare il pesce anche per inseguire un sapore familiare. Non è solo il cinofilo che va in America a giudicare cani e poi torna sulla sua collina. Non è solo l’imprenditore che disegna una cucina su sessanta fogli. Non è solo il cuoco che studia ogni giorno e cambia menù seguendo l’orto e il mare. È l’insieme di tutte queste cose a fare di Gianlorenzo Scola un uomo che sembra avere accettato le proprie fragilità senza trasformarle in spettacolo. Che ha costruito qualcosa non per dimostrare ma per accogliere, che programma il lavoro e lascia alla vita la possibilità di sorprenderlo. Forse è questa la vera lezione di Squasarìa. Dove tutto è definito, misurabile, replicabile, vendibile, esistono ancora luoghi che tengono per se una parte di mistero, di profondità. Qualcosa che non puoi spiegare del tutto anche se provi a scriverne. Io posso dire che si mangia bene, posso dire che i piatti sono ottimi nella loro semplicità, posso dire che il servizio è attento e familiare, posso dire che il panorama al tramonto e poi di notte, con la luna sul golfo da Montecorice ad Acciaroli, vale da solo il viaggio. Posso dire tutto questo, ma non basta. Perché la cosa più importante non entra in una recensione, non si fotografa, non si mette in una guida. È quella sensazione precisa che ti prende quando sei seduto lì e capisci che potresti restare ancora. Un altro bicchiere. Un’altra parola. Un altro minuto a guardare il mare. Il tempo, per una volta, non ti sta inseguendo. Si è seduto anche lui. Ha ordinato qualcosa. E non vuole più andare via. A Squasarìasuccede questo. E non è poco. PS Squasarìa è con l’accento sulla i     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione Arrow Right Top Bg

28 Luglio, 2026

La Dimora di Dosio Vigneti. La Barbera della condivisione

    Si potes Archiacis conviva recumbere lectis
nec modica cenare times holus omne patella,
supremo te sole domi, Torquate, manebo.
Orazio, Epistulae, I, 5 (Se sai adattarti a un letto meno sontuoso, se non temi una cena modesta servita in un solo piatto, ti attenderò in casa, al tramonto, Torquato.) Prima di diventare un vino da tavola imbandita, la Barbera è stata per secoli il vino dell’abitudine. Nelle cascine piemontesi si versava senza cerimonie, accompagnava il pane e il companatico, restava sul tavolo per tutta la sera: un vino di casa, appunto, prima ancora che un vino di cantina. È da questa radice domestica e da un paradosso di altitudine che ne ribalta la vocazione che nasce La Dimora, la nuova Barbera d’Alba di Dosio Vigneti, la cantina di La Morra. Dosio e la cascina di Serradenari: una storia dal 1974 L’azienda ha le sue radici ai margini del borgo di La Morra, nella regione Serradenari, dove un’antica cascina della prima metà del Settecento domina un anfiteatro di colline che parve, fin da subito, votato alla vite. Nel 1974 quell’intuizione si è fatta cantina: sono nati così Dosio Vigneti, oggi guidata dalla famiglia Lanci, che dal 2010 ne ha raccolto l’eredità. La produzione spazia dai cru storici del Barolo (Fossati, Serradenari, Bussia) fino ai bianchi di Langhe e Roero. Alla vocazione vitivinicola si è affiancata, dal 2023, quella dell’accoglienza, con la nascita dell’Antica Dimora Dosio: il relais immerso tra i filari da cui la nuova Barbera prende il nome. La Morra e l’altitudine che ribalta la vocazione della Barbera Nella gerarchia tramandata delle Langhe, i versanti migliori, quelli più esposti e più assolati per intenderci, sono stati per tradizione riservati al Nebbiolo. Dopo le crisi di oidio, peronospora e fillossera di fine Ottocento, i contadini avevano imparato a concentrare quel vitigno delicato solo nelle zone più vocate, lasciando alla Barbera le esposizioni meno nobili: un vino di pronta beva, apprezzato per l’acidità più che per il tannino, che riempiva le caraffe d’osteria mentre il Nebbiolo saliva ai piani nobili della tavola. Anche se, non dobbiamo nascondercelo mai, Barbera e Dolcetto sono rimasti, almeno fino all’inizio degli anni ’90, i veri dominatori della viticoltura piemontese. Nemmeno imbottigliati, tra l’altro. La Dimora inverte, silenziosamente, questa geografia. Nasce infatti da una parcella collinare a 500 metri di quota, la medesima di Serradenari, il punto più alto dei vigneti da Barolo di tutta la denominazione. Una quota che di norma la Barbera non frequenta. È così che il freddo notturno e l’escursione termica, che a quell’altezza plasmano il Nebbiolo più austero, regalano a questa Barbera un’acidità naturale, una tensione e una freschezza che pochi altri vigneti della zona possono restituire. La Dimora: il ritratto di una Barbera che non sa aspettare Nessun legno a mediare la voce del frutto e solo acciaio così da custodirne la purezza. Meno male, mi vien da dire. Anche perché, da sempre, la Barbera, difficilmente vedeva il legno. Andava bevuta fresca e giovane e non poteva certo aspettare. Versata nel bicchiere, La Dimora ha il colore acceso delle ciliegie raccolte a fine giugno, prima che il caldo le scurisca. Un rubino luminoso, quasi impaziente, che chiede solo di essere bevuto. Altro che osservato e valutato. Al naso l’elenco dei suoi frutti sembra una sorta di rosario sgranato che si recita a memoria come se si sapesse già cosa verrà dopo, come se fossero delle conseguenze logiche appartenenti a qualcosa di familiare. Ciliegia matura, marasca, piccoli frutti di bosco, un soffio di fiori che ne alleggerisce il peso. È poi in bocca che questa Barbera mostra il suo carattere. Vero, intenso, succoso, scattante. C’è una acidità che attraversa il palato senza pungerlo anzi, rinfrescandolo, chiedendoti così un altro sorso prima ancora che il primo sia finito. Il tannino è quasi impercettibile. Si limita a tenere in piedi il frutto, senza mai frenarlo. Energia, non aggressività; freschezza, non acerbità. Finalmente un vino fatto per essere bevuto in fretta e ricordato con calma. Ecco perché va servito senza troppa cerimonia, senza particolari parole lasciando parlare le persone più che il vino. Va servito fresco, mai gelato, assecondando la sua vocazione che non è e non può essere la meditazione ma la compagnia delle cene d’estate che si allungano, dell’aperitivo che non guarda l’orologio, della sete semplice di chi è appena rientrato a casa.   Un nome che racconta l’ospitalità Chiamare questo vino La Dimora mi sa una sorta di dichiarazione d’intenti di qualcosa che non ricerca una occasione, ma l’immediatezza di casa. Come nelle cascine di un tempo, dove la Barbera scorreva senza cerimonie a ogni pasto e, magari, riusciva a scalfire lo spirito sabaudo delle famiglie. La Barbera, in fondo, se trattata bene, come ne La Dimora, non può che essere condiviso a tavola, in buona compagnia, con la porta di casa aperta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio Arrow Right Top Bg

24 Luglio, 2026

La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott'occhio

  Chi è Francesco Welti e come nasce La Sughera? Un viaggio tra Sardegna e Svizzera alla scoperta di una piccola cantina artigianale che valorizza vitigni autoctoni come Caricagiola, Bovale, Cagnulari, Vermentino e Arvesiniadu attraverso una produzione naturale e profondamente legata al territorio. Ogni cosa che ho fatto nella vita l’ho fatta per poterla avere sott’occhio. Quanto sono complicate le vite delle persone. Più ascolto racconti di vita e più mi rendo conto che certe esistenze non procedono in linea retta. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Vanno in una direzione per poi virare. Anzi, se dovessimo vederle in maniera tridimensionale, sono vite elastiche: si tendono, tornano indietro, ripartono, si lasciano strattonare dal destino e poi lo strattonano a loro volta. La storia di Francesco Welti è così: un continuo su e giù tra Svizzera e Sardegna, tra la pagina e la vigna, tra la disciplina e l’istinto. Mentre lo ascolto rimango affascinato da quella che si rivela una chiacchierata vera, di quelle che ti fanno sentire il peso e il senso delle cose. Capisco che La Sughera non è solo un luogo o soltanto un’azienda. È un gesto. Un’idea di vita messa in pratica. È una di quelle follie che, se non le fai, ti rimangono dentro come una musica interrotta. Capita così che, ripensando oggi alla lunga e profonda chiacchierata avuta con Francesco, ciò che mi rimane in mente non è un’immagine di vigne, non è il mare di Aglientu che d’estate sfuma nel turchese tra le rocce di granito. È lui in inverno, sul confine svizzero-tedesco dove è cresciuto, che da bambino guardava verso la Germania come verso una promessa incompiuta. E poi lui oggi, in Sardegna settentrionale, che dalla finestra di casa guarda la vigna. Lo stesso gesto. La stessa necessità profonda di tenere il proprio mondo nello spazio di uno sguardo. Francesco ha la doppia cittadinanza. Padre svizzero, madre italiana, cresciuto sul confine. Una qualità che vede. Quella qualità rara nelle persone di frontiera: la capacità di guardare da due lati senza appartenere del tutto a nessuno. Il che non è una forma di sradicamento. Magari di libertà. È la libertà di scegliere dove piantare le radici non per caso, non per eredità. Per visione. Proprio di visione si tratta. Anche se Francesco comincia a raccontarsi sembra un uomo che scivola nelle cose Sono un po’ scivolato nel vino Nessuno scivola mai a caso nelle cose. Figuriamoci nel vino dove hai bisogno di sporcarti le mani e i piedi nella terra. Il suo è forse si uno scivolamento, ma studiato. Come se ogni deviazione avesse una direzione. Il giornalista diventato vigneron, lo svizzero trapiantato in Sardegna, il cronista divenuto contadino-filosofo, era sempre la stessa persona, con la stessa bussola, anche quando cambiava strada. Ho incontrato Francesco in una di quelle conversazioni che si fanno quando il vino ha tempo così da lasciarlo anche alle persone. Sua moglie, Regula Graf. La Cantina, La Sughera. Tre ettari ad Aglientu, nel nord della Sardegna, a dieci minuti dal mare. Tre ettari scelti con cura quasi maniacale: vicini al mare, in collina per inseguire freschezza e gradazioni meno esasperate, con un’esposizione che pareva giusta. E la vigna sott’occhio. Sempre. Non sono partito con l’idea di fare naturale. Cercavo il minimo degli interventi perché mi sembrava congruo con come lavoravo la vigna. Se là fuori cerco un equilibrio con la natura, non ha senso che poi dentro faccio il contrario. Non c’è bisogno di costruirsi un’identità di marca. È più importante costruirsi una coerenza etica prima che produttiva. In un panorama dove il vino naturale è diventato spesso estetica, tribù, bandiera da sventolare alle fiere, sentire qualcuno parlarne come di una conseguenza logica di uno stile di vita fa un certo effetto. Pasolini diceva che la coerenza è la virtù dei mediocri, intendendo però che la vera coerenza non è quella dichiarata bensì quella praticata in silenzio, quella che non ha bisogno di pubblico. Francesco non ha bisogno di pubblico. Ha bisogno della vigna sott’occhio. Le origini de La Sughera vanno ricercate a Lugano o forse prima ancora, in un ricordo di bambino nel Bellunese, dove c’era uno zio con una vecchia botte, delle vigne e un’infanzia che sapeva di mosto. Uno zio morto giovane, in un incidente e Francesco che da bambino provava a fare quel vino mettendo i piedi nell’uva e aspettando la fermentazione con la trepidazione dei dodici anni. Peccato che ritornando a Pasqua trovò solo l’aceto.  Una grande delusione La prima produzione. Come ogni prima produzione che conta, era inevitabile che finisse male. Poi tutto si dimentica o si stratifica sotto altro. Sotto le pieghe della vita, dei mille rivoli, delle mille svolte. La professione di giornalista in Ticino per giornali di lingua tedesca. La carriera. L’incarico di direttore di una testata.  Facevo il tuo lavoro Sorrido, perché in quella frase c’è una fraternità improvvisa: due persone che conoscono la stessa fame di parole, lo stesso bisogno di capire.  Direttore. Poi freelance. Poi ancora libri: biografie, ricostruzioni, storie lunghe. Finché, ad un certo punto, entra la vigna. Ho iniziato a fare dei corsi… in Ticino c’è una scuola agricola che offre formazione sul vino. E poi ho trovato una piccola vigna in affitto e una cantina familiare dove collaborare. Un giorno direttore, un giorno operaio in vigna, un giorno sulla sua vigna. La testa e le mani. L’inchiesta e la terra. Una doppia anima, sì, ma non come esibizione: come necessità. E in quella necessità riconosco qualcosa di molto attuale: oggi che tutti parlano di “ritorno alla natura” come fosse una moda, Francesco racconta una cosa più scomoda e più vera:  La natura non è un rifugio, è un lavoro.  È fatica. È presenza. È rischio. E intanto, come chi non riesce a stare fermo, una vigna in affitto cominciando a produrre Merlot, Cabernet Franc e Bondola. Bondola, l’antica uva autoctona ticinese. Quella che nessuno voleva più perché soppiantata dal Merlot certamente più facile e commerciale.  Direttore di giornale cinque giorni, operaio in vigna il sesto, vignaiolo nella sua piccola produzione il settimo. Scrivevo i capitoli con la testa mentre lavoravo in vigna. L’unico problema era che arrivavo a casa con il novanta per cento dell’articolo già fatto. Credo che sia un po’ filosofica l’idea che il lavoro manuale sia anche lavoro intellettuale, che zappare e pensare non siano antitetici. La stessa filosofia dei greci che camminavano mentre parlavano. Lo sapeva Thoreau Walden nella sua Vita nel bosco. Lo sa chiunque abbia mai fatto un lavoro fisico con sufficiente concentrazione da trasformarlo in meditazione. 3000 bottiglie prodotte e un inaspettato riconoscimento importante da parte di una rivista tedesca che classifica il Merlot come miglior Merlot del Ticino. Il tipo di risultato che, per molti, sarebbe un traguardo. Per Francesco è un segnale. Non di arrivo. Di partenza. Ho già deciso di mollare… perché fare come mi sarebbe piaciuto non era possibile, in modo ragionevole. Quel “ragionevole” colpisce come uno schiaffo improvviso. Perché la sua storia, in apparenza, è una follia. Ma nella sua testa è quasi l’opposto: la follia è restare in una vita che non ti assomiglia più. Insomma, il Ticino era troppo piccolo, il clima non permetteva quello che voleva fare, i prezzi dei terreni erano inarrivabili. E c’era la Sardegna, che Francesco frequentava da ragazzo, che lo chiamava con quella insistenza silenziosa che hanno i luoghi dove senti di dover tornare. La Sughera: partire da zero per restare fedeli a sé stessi La Sardegna per me era chiara. Come se fosse l’unica alternativa reale. L’altra sarebbe stato il Veneto, dove mia madre era di casa, ma non avrei cambiato molto dal punto di vista climatico. Regula preferiva la Corsica. Francesco non riesce a negare la tensione che è scaturita dalle due visioni differenti. Regula era attratta dall’isola francese e la Sardegna non aveva lo stesso richiamo sentimentale. Il compromesso, pur di portarla nell’isola che voleva, è stato il vivere tra Ticino e Sardegna .  Era il suo turno di scegliere dove spostarci. Ma anche quella volta ho scelto io. Però le è piaciuta Tanti giri. Tante segnalazioni di chi avrebbe voluto abbandonare la terra cedendola a qualcuno. La necessità di avere una posizione particolare per ottenere i vini che aveva in mente. Fino a trovare qualcosa che faceva al caso loro.  Abbiamo cercato la collina… pensando ai cambiamenti climatici e pensando di produrre un po’ meno alcolici. Alla fine si trovano tre ettari. Una scelta precisa: non troppo vicino al mare, ma “a dieci minuti dal mare” e con un’altitudine che aiuta a ragionare sul futuro. Inevitabilmente mi parte una divagazione mentale. La questione dell’alcol che non è solo tecnica, è cultura. È un modo di immaginare il vino nei prossimi vent’anni. Se la viticoltura continua a inseguire potenza e maturazioni estreme, rischiamo di perdere la cosa più preziosa: la bevibilità. Quella che ti fa desiderare un secondo bicchiere, non solo un applauso. Nel 2013 i primi lavori, nel 2019 il primo vino commercializzabile. Nel mezzo, cinque anni di attesa, di garage wine, di B&B per sopravvivere, di un progetto editoriale a Ginevra che assorbe energie. E il COVID, naturalmente, arrivato come una beffa proprio quando finalmente c’era il prodotto.  Sembrava quasi pensato Ride Francesco. Di quel riso amaro con cui si raccontano le sfortune quando non fanno più male. Diecimila bottiglie adesso. Sei etichette, forse sette. Nove varietà in vigna con Cannonau, Bovale, Cagnulari, Carignano, Monica, Vermentino, l’oscuro Arvesiniadu che nessuno vinificava in purezza, il Merlot arrivato quasi per gioco in un angolo nascosto della proprietà. Una lista che Francesco ha costruito come un architetto costruisce una pianta: pensando prima al risultato, poi cercando i materiali. Ho piantato la vigna in base ai vini che volevo ottenere. È una frase di una semplicità spiazzante. È anche la frase di qualcuno che ha capito qualcosa che molti produttori non capiscono mai: che si parte dal vino, non dall’uva. Che la vigna è un mezzo, non un fine. Che l’identità di un territorio non si eredita, si costruisce con le scelte. Torna in mente il Cagnulari.  C’erano due produttori in tutta la Sardegna settentrionale che imbottigliavano quest’uva. Io la volevo perché era quasi sparita. Era l’uva antica della Gallura, del nord dell’isola. Non imbottigliando non la conservi. In un’epoca in cui il vino naturale rischia di diventare un’estetica globalizzata, la stessa arancione sbiadita sull’etichetta, la stessa cuvée senza solfiti da Berlino a Tokyo, Francesco Welti, svizzero di Locarno con l’anima veneta della madre e il rigore tedesco del padre, decide di fare il custode di varietà che nessuno ricorda. Non per marketing. Non perché sia di moda. Perché gli sembrava una cosa giusta. Il problema della visibilità, però, esiste e Francesco lo nomina con la franchezza di chi ha fatto i conti con il mercato senza perdere l’utopia. Vendo più in Inghilterra e negli Stati Uniti che in Italia. In etichetta posso scrivere solo “Isola dei Nuraghi“. Non posso scrivere Sardegna. Dillo a un inglese, isola dei Nuraghi: non sa neanche dove sia. È un paradosso crudele quello della denominazione italiana: un sistema creato per proteggere le tipicità locali che finisce spesso per renderle illeggibili al consumatore. Se produci un Isola dei Nuraghi con Cagnulari e Bovale o Arvesiniadu, sei tecnicamente fuori dalle DOC della Sardegna, che hanno le proprie regole sugli uvaggi. Quindi ci si rifugia nelle IGT perdendo così la possibilità di scrivere il nome dell’isola. Paradossale, sì. Kafkiano, forse. Tipicamente italiano, certamente. Non posso scrivere il nome dei vitigni. Non posso scrivere dove sono. Il consumatore curioso che vuole sapere non ha strumenti. Chi decide di berlo lo fa quasi per fede. Questo ci riguarda tutti. Occorrerebbe riflettere seriamente su queste regole arcaiche e senza senso. Siamo bombardati da informazioni di ogni tipo ma il vino artigianale rimane spesso opaco per scelta regolamentare. Non per pigrizia del produttore, non per mancanza di storia ma perché il sistema burocratico non ha ancora capito che la trasparenza, oggi, non è un lusso ma una necessità competitiva. Non sarà che il sistema normativo invece di difendere le tipicità locali tende a prendere le parti dei grandi produttori? Pensiamoci bene. Le grandi etichette non hanno questo problema: il nome da solo vale decenni di distribuzione. Le micro-produzioni di Francesco Welti ad Aglientu devono combattere con strumenti spuntati. Con stupidi legacci burocratici che non permettono di indicare la provenienza o l’uvaggio. Inconcepibile. I vini de La Sughera La praticità di Francesco e Remula è bellissima e disarmante. I vini hanno un nome che è una sorta di vezzeggiativo del vitigno dal quale derivano. Quasi per chiamarli con quel nomignolo affettuoso con il quale si chiama un figlio.  Ino è il Vermentino Isola dei Nuraghi IGT Dodici ore di macerazione sulle bucce, fermentazione spontanea per trentacinque giorni, sessanta di battonage sulle fecce nobili. Non filtrato. Francesco ha costruito questo vino per dimostrare che il Vermentino, quando viene preso sul serio, non è solo la bottiglia fresca dell’estate sarda ma qualcosa di molto più complesso e duraturo. Così Ino non cerca di piacere subito. Non è quello il suo scopo. Si apre lentamente, come fanno le persone vere. Al naso è la Gallura che parla con la macchia mediterranea, i fiori secchi, una nota minerale che rimanda al granito di queste colline a quattrocento ottanta metri. In bocca ha tensione, ha nerbo, ha quella sapidità che non abbandona mai il finale. Uno dei migliori Vermentino assaggiati. Per un solo motivo: è vero, intenso, capace di riportarti ad un vino che bevi, guardi il bicchiere perché sembra che non hai capito qualcosa. Eppure ti piace. Così ribevi un sorso. Ti piace di più ma continui a non capire altro. Non è poco. È quasi tutto. Iola. Caricagiola e Monica. Isola dei Nuraghi IGT Francesco lo definisce vino estivo. Ma estivo non significa semplice. Significa che ha capito che in certi climi, certi momenti, hai bisogno di qualcosa che si beva fresco, senza cerimonie, senza aspettare. La Caricagiola è l’uva più locale di tutte, la più rappresentativa della Gallura alta, quella che il nord dell’isola custodisce come un segreto mal tenuto. Affinamento in acciaio, macerazione di dieci giorni, imbottigliamento a inizio estate. Nel bicchiere ha un colore rosso rubino vivo, quasi luminoso. Al naso aromi di ciliegia e frutti di bosco, una spezia leggera. Pochi tannini, acidità vivace, una beva che non stanca. Da servire leggermente fresco, con una pasta, un pesce cucinato senza troppi fronzoli o con niente, su una terrazza con il mare davanti. Una suggestione incredibile. Vale. Bovale sardo, Cannonau e Merlot. Isola dei Nuraghi IGT Il Merlot nell’angolo nascosto della vigna. Francesco lo ha piantato per vedere cosa dà, senza un progetto preciso. Poi si è ritrovato a usarlo esattamente come lo usavano nel Mandrolisai ovvero come elemento di eleganza in un assemblaggio dove il Bovale dà struttura e il Cannonau dà calore. O magari sono solo le reminiscenze della loro Svizzera. Fermentazione spontanea separata per le tre uve, il Cannonau affina in botti di castagno per alcuni mesi con battonage, Bovale e Merlot in acciaio. Non filtrato. Ovviamente. Ne risulta il vino più complesso della gamma, quello che ha bisogno di un po’ di tempo nel bicchiere per aprirsi. Se proprio non si riesce a non bere immediatamente. Al naso spezie scure, frutti neri maturi, una nota balsamica che arriva dal castagno senza coprire. In bocca è pieno, tannico ma non duro, con una lunghezza che sorprende per una cantina giovane su una vigna giovane. Il Bovale porta carattere, il Cannonau porta il sud, il Merlot porta il Merlot ovviamente. Ma con una certa grazia inaspettata. Per aziende come quella di Francesco e Remula, il futuro è complicato. Magari non quello del vino, non della cantina. Forse proprio del futuro vero, quello biologico e sentimentale. Ho detto: se voglio farlo lo faccio prima dei cinquant’anni, perché il ciclo della vigna voglio seguirlo. Quando la vigna comincerà a calare, comincerò anch’io. Andiamo a braccetto. È un ragionamento bellissimo e un po’ malinconico, come tutti i ragionamenti veri e profondi. Quelli che vengono da dentro. Dal profondo dell’animo. Francesco e Remula non hanno figli che continuino. Non sanno se qualcuno raccoglierà quello che hanno piantato.  Sarebbe bello  Lo dice con quella cautela con cui si esprimono i desideri troppo grandi per essere pronunciati ad alta voce.  Potrebbe arrivare qualcuno. Ma non è qualcosa su cui conto. In queste zone, negli ultimi quarant’anni, l’esplosione del turismo ha generato come effetto quasi scontato, il totale abbandono della campagna. Chi se ne è andato a lavorare per gli alberghi e le spiagge, chi ha tramutato la propria azienda in agriturismo. Pieno d’estate e completamente vuoto (e desolato) in inverno.  Adesso, forse, sta tornando qualcosa. Giovani che imbottigliano vini che i loro padri conferivano alla cooperativa. Piccoli produttori artigianali che si incontrano, si confrontano, si scambiano esperienze senza quella diffidenza da trincea che si sente invece in certi ambienti del vino convenzionale. Nel vino naturale c’è un clima completamente diverso. Più collaborazione, più voglia di sperimentare, più confronto sano. Senza la necessità di battere l’altro. Non romantizzo. So che anche lì ci sono ego, rivalità, pretese. Ma c’è qualcosa di vero in questa osservazione: quando si opera ai margini del sistema, si tende a costruire comunità invece che gerarchie. È sempre stato così. Nei movimenti artistici, nelle avanguardie letterarie, nelle scene musicali che nascono underground prima di essere inglobate dal mainstream. Il vino naturale ha la stessa parabola. Ed è una parabola interessante da seguire. Francesco Welti tornerà in Ticino e poi ritornerà ad Aglientu dove c’è un bianco che sta ancora fermentando Vediamo quando torno se ha finito La serenità di chi ha imparato ad aspettare. In Ticino aspettano i funghi, i gallinacci arrivati finalmente a dicembre dopo anni di siccità. In Sardegna si aspetta la primavera, che è il momento in cui la vigna sott’occhio ricomincia a vivere. Non smetto però di pensare ai confini. Al bambino sul confine svizzero-tedesco. Al ragazzo che guardava l’Italia da casa. Al produttore che dalla Sardegna vede la Corsica.  Forse fa parte del DNA Lo dice ridendo mentre io non rido. Penso che i luoghi che abitiamo ci scelgono tanto quanto noi scegliamo loro. E che certe persone hanno bisogno di vivere sul margine per vedere tutto con più chiarezza. La vigna sott’occhio, sempre. Ah, dimenticavo Regula che avrebbe preferito la Corsica. Adesso pota le vigne in inverno senza paura del freddo. Adesso collabora anche in cantina. Adesso è La Sughera tanto quanto Francesco. Le persone si trasformano nei luoghi che abitano, specialmente quando quei luoghi sono scelti con intenzione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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