Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

FacebookInstagramLinkedin

Arrow Right Top Bg

22 Dicembre, 2023

Bacco del Monte. Il Pinot Nero della sana follia

Pinot Nero e Mugello. A chi viene in mente un connubio del genere, alzi la mano!!
Il Pinot Nero è la nobiltà del vino. Dalla Borgogna allo Champagne passando per l’Alto Adige con l’altopiano Mazzon per dar vita a vini spettacolarmente complessi. Espressioni paradisiache di un vitigno che, nella sua difficoltà di gestione, può generare tanta soddisfazione. Maison, Chateau, Tenute. Tutte impegnate da anni, lustri e in alcuni casi, secoli, a produrre esaltanti vini da questo vitigno. Con tante imitazioni o perlomeno interpretazioni. Solo in Italia si contano 93 denominazioni con il Pinot citato, 3 delle qualità DOCG. Espressioni diverse, filosofie interpretative diverse.
Il Mugello invece, che c’entra in tutto questo? Alzi ancora la mano chi riesce ad identificare, anche solo geograficamente il Mugello.
Certo, chi è solito percorrere l’Autostrada del Sole avrà certamente notato l’uscita di Barberino del Mugello. Non è una uscita come le altre. È una delle uscite più agognate dell’intero percorso autostradale. Di quelle che si spera arrivino il prima possibile.
Colpa dei sempre presenti lavori di ammodernamento dell’autostrada e delle interminabili code dei Tir che iniziano a Firenze e terminano proprio li. Il tutto preannunciato (mettendo anche ansia a dire il vero) dalla radio e dalle segnalazioni luminose che recitano sempre “coda fino a Barberino del Mugello”!
Gli appassionati di moto ricordano poi sicuramente il Mugello per il circuito delle gare di moto mentre i malati di shopping per l’outlet. Eppure il Mugello è molto ma molto di più a cominciare dai paesaggi che sono di quelli veri e quasi incontaminati (quasi poiché non so se ne esistano ancora di veramente incontaminati).
Essere a nord di Firenze ovvero zona di mezzo tra la grande ed attrattiva Toscana e la godereccia Emilia Romagna, oltretutto attraversata dalla più trafficata autostrada italiana, fa si che il Mugello sia una zona poco frequentata se non fosse per le occasioni dei raduni e gare motociclistiche.
Poco male se si cerca tranquillità, bella gente e tanta salubrità. Se parliamo di vino, beh la Toscana è la Toscana. Chianti, Supertuscan, Vernaccia. Insomma ce ne è per mettere in ombra tutto il resto. Già il Mugello è in ombra di suo…. Il vino non può che essere una normale conseguenza.
Normale e sensato come ragionamento. Valido solo se non si ha la pazienza di guardare meglio. Ok, ma come ti viene in mente di mettere il Pinot Nero in Toscana? Nel Mugello poi! Occorre essere pazzi è vero. Ma non sono proprio i pazzi che fanno nascere le cose più meravigliose? Pensiamoci bene però. Per chi è così pazzo da voler far vino nelle terre del Mugello, non avrebbe avuto senso impiantare barbatelle di Sangiovese. Chianti del Mugello? Con tutti i Chianti che ci sono, non se ne sente il bisogno di un altro. Il Mugello risulta caratterizzato da terreni argillosi, estati brevi, elevate escursioni termiche tra giorno e notte, alta umidità. Insomma, posta così la questione, sembrerebbero le condizioni ideali proprio per il Pinot Nero. Mio nonno che ha 96 anni ed è ancora vivo, alla fine degli anni 70 piantò un pò di vigna. Gli piaceva e gli piace fare dell’orto. A casa nostra c’è sempre stato. Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah e un pò di Chardonnay. E altre cose. Sai come funziona in Toscana no?
In casa nostra tutti gli anni, a settembre, una volta si faceva a settembre, c’era la vendemmia. Io ci sono nata praticamente.
Io sono nata nell’89 e i miei si sono trasferiti nell’85 dopo che mio nonno costruì questa casa acanto alle vigne. Tutti insieme si abita qui. Noi siamo in 4. Con mio fratello e i nonni.
Senza sapere che ci sarebbe stato tutto questo ho studiato all’università, enologia. Quando ho visto il piano di studi ho detto “ma questa è una roba fantastica”. C’era tantissima chimica e mi sono innamorata di questa cosa. In famiglia mia, mi babbo, mia mamma, il mi fratello sono tutti medici. Hanno fatto tutti medicina Io non ne potevo più di sentir parlare di malati e ho detto voglio fare sta cosa. Facciamo cose serene.
Mi sono laureata nel 2014, papà e mamma sono andati in pensione e io ho detto loro che volevo provare a far vino sul serio. All’inizio quando abbiamo deciso cosa fare abbiamo cavalcato l’onda del Pinot Nero nel Mugello che nasce da vent’anni con il Rio di Paolo Cerrini a cui vogliamo tanto bene. Qui c’è una clima molto particolare al quale il Pinot Nero si abbina bene. Forti escursioni termiche. Mio babbo è un appassionato di meteorologia. Abbiamo una stazione meteo super professionale. Papà ha preso tutti i dati dal 2011 al 2022 e ha detto che non siamo mai andati sopra i 20 gradi durante la notte. Il Mugello si pensava non fosse adatto alla produzione del vino. Ma non è vero che perché non si era ancora trovata la giusta varietà. Ci son delle zone, un pochino più alte dove si fa anche un ottimo sangiovese. Abbiamo piantato dunque i due ettari a Pinot Pero. Silvia Bacci è una donna toscana di gran carattere. Un peperino si direbbe qui. Va a mille. Non si ferma un attimo ne di fare, tantomeno di parlare. La nostra chiacchierata è iniziata così: pronti, via. Lei è partita con la velocità tipica di chi parte per la maratona con il ritmo dei 100 metri piani.
Con coinvolgimento e tanto buon umore. Tipico toscano. Ma Silvia è di più.
Sarà per il suo entusiasmo, la voglia, la passione e soprattutto l’amore che ha per questa avventura. Sarà anche perché Silvia, dopo la laurea, si è messa non solo a fare consulenze ma anche ad insegnare Wine Business, Marketing soprattutto, ai giovani americani che vengono in Europa a studiare il vino.. Sarà quel che sarà, ma non la si ferma. E meno male aggiungo io! L’azienda Bacco del Monte nasce nel 2016/2017 con la prima annata di produzione nel 2019 con un solo vino, il Monte Primo. La terra del babbo e del nonno è piccina: solo due ettari. Non ci si vive. Ma certamente ci si diverte. Non volevamo fare la produzione. Non era previsto. Si era detto: va beh abbiamo piantato da poco non ci sarà niente. Invece si va in vigna con il mi babbo “qui c’è l’uva che si fa, si butta via?” Assolutamente no. Abbiamo fatto la vendemmia praticamente in ginocchioni. Sono stata male una settimana. Se uno vole fa palestra venga in vigna. Prima vendemmia e 2500 bottiglie: da li abbiamo continuato.
Nel 2021 abbiamo differenziato facendo le due etichette Monte Primo e Torre di Ponente. Nel 2022 abbiamo fatto anche un bianco, lo Chardonnay del nonno. 300 bottiglie fumate in un mese. Così con il babbo abbiamo fatto una scommessa.
“Papà se riesco a vendere tutte le bottiglie prima dell’estate si pianta lo Chardonnay.
Questo è avvenuto Dunque abbiamo piantato le barbatelle di Chardonnay. Fermare Silvia quando parte è complicato. Ma ascoltarla è un piacere. Noi abbiamo un problema, ci piace bere. La vigna vecchia la teniamo per noi. Va risistemata perché ha 40 anni. Nonno aveva fatto il cordone speronato. Ci facciamo pure un passito da Aleatico e Malvasia Nera. Ci piace sperimentale. Abbiamo provato pure la sperimentazione. Insomma i due ettari impiantati vengono usati per produrre vino adatto alla commercializzazione mentre la vigna del nonno per utilizzata come consumo interno, sperimentazioni e degustazioni. Papà Enrico, mamma Elena, Duccio il fratello e Silvia. La squadra di Bacco del Monte è completa. Squadra che si rimpolpa durante la vendemmia ovviamente. Una vendemmia fatta con calma e tanta allegria. Nessuna fretta (se non quella di rispettare i tempi enologici). Tanto si vuole stare insieme. Silvia è l’unica in famiglia che non abbia studiato medicina e intrapreso la professione medica. Con la passione che ha per la terra ed il vino, francamente non so se sarebbe stata un buon medico. Eppure papà Enrico dopo la pensione si è riconvertito in fretta. Il mi babbo è bravissimo. Ha studiato tanto. È un appassionato cosmico di chimica e fisica. A differenza mia che ho la parte creativa, lui è precisissimo. Questo è fondamentale. Abbiamo anche un consulente esterno al quale voglio molto bene che ci supporta.
Abbiamo iniziato a vendere vino a novembre 2021. Me lo ricordo bene perché è nato mio figlio. Tutti mi prendevano in giro e dicevano che erano nati due figlioli.
Alla prima degustazione nel nostro paese io non c’ero. Ho partorito due giorni dopo e ricordo che ero al telefono a chiedere come stesse andando. Abbiamo iniziato a vendere nel Mugello con ristoratori nostri amici. Poi degli agenti in Toscana. Ho trovato un importatore molto carino in Repubblica Ceca, poi anche in Francia. Abbiamo una mezza cosa con l’America. Li ce tanta burocrazia.
Quest’anno avremmo fatto 8000 bottiglie in piena produzione. Ma con la peronospora non ce la faremo. Non siamo ancora alla fine dunque non sappiamo cosa possa succedere. Una delle cose che mi ha lasciato con il punto interrogativo stampato sul viso è stato il sito internet dell’azienda. Per chi avrà voglia di andarlo a vedere troverà sulla destra la linguetta “Meteo”. Non è una cosa insolita specialmente per le strutture che offrono degustazioni e alloggi. Diverso e insolito è quando ciò a cui si accede è una vera e propria stazione meteorologica con dati e grafici insoliti e poco orientati all’utente della strada.
È il bello di aziende e persone che sì, fanno questo mestiere come business ma la passione prevale su tutto. C’è la voglia di fare le cose con l’amore e l’animo di chi le vuole fare con il sorriso sulle labbra. Solo però soddisfacendo a pieno le proprie passioni si possono fare le cose con amore. Magari il meteo non c’entra nulla su un sito internet di una azienda vinicola, ma per la gestione di una vigna, certo che è utile.
La passione di Silvia è così intensa che riesce a trasmetterla anche fuori dall’azienda. Io faccio consulenze e insegno wine business e marketing ai ragazzi americani che vengono a studiare qui in Europa. Esperienza stupenda. La adoro perché imparo un sacco di cose. Io sono qui e vi insegno ma voi mi date tantissimo. Poi mi tiene sempre sul pezzo. Quali sono le cose che in genere sottolinei ai ragazzi? Se vogliono lavorare in questo mondo devono sapere come si fa il vino. Occorre poi sempre usare la creatività e il mondo del vino, certo, aiuta perché è edonistico e romantico. Poi c’è il cambiamento climatico e tutto ciò che comporta. Infine, le relazioni. Vere e non per finta. Avere buone relazioni ed essere delle belle persone è fondamentale. Parlare di edonismo e creatività nel vino è facile per un peperino come Silvia. Più complicato deve essere il rapporto con il papà che da medico dunque scienziato nonché meteorologo è molto più legato ai processi, alla tecnica, ai dati. Ma nelle scelte non si può che andare a braccetto. Tecnica e testa unita a cuore e passione. Il Pinot lo abbiamo deciso insieme. Dopo una consultazione lunga nel senso di cosa si fa. L’alternativa era continuare come il nonno, Cabernet, Merlot e Syrah. Ci sembrava però un pò complicato e difficile emergere con un prodotto del genere. Si faceva e si fa per casa. Va tutto bene. Se un anno non è perfetto va bene. Il Pinot ci sembrava più centrato. Il Pinot Nero nel Mugello. E già qualcuno deve sapere dove sia il Mugello. Mi è capitata una degustazione a Gorizia con italiani che dicevano: si viene spesso dalle vostre parti a Montalcino. Impossibili comparare il Pinot Nero del Mugello con quello dell’Alto Adige. La toscanità qui viene fuori rendendolo più corposo, meno raffinato e al tempo stesso più vero. Il terreno, ricco di argilla, contribuisce alla colorazione e compattezza realizzando una sorta di Pinot Nero sangiovesizzato.
Il Pinot è l’amore e odio di tutti gli enologi. L’ispirazione di produrre qualcosa con rese bassissime, complicato come vitigno, delicato. Cosa porti della tua esperienza in azienda? E cosa tu porti agli studenti? Le lezioni spaziano tanto. Cerco sempre di raccontare la mia storia parlando da come abbiamo fatto le nostre scelte. Le etichette, il vino, il logo, ecc.
Con mio papà ci siamo confrontati su tutto. Davvero tutto.
Spiego come si parte da zero arrivando a costruire qualcosa. Gli riporto le relazioni con gli agenti, gli importatori. “Dite la verità” gli dico sempre. Così le relazioni si rafforzano. Avere serietà che è la prima carta da spendere.
Porto sempre con me le loro opinioni. Come vedono le novità, la intelligenza artificiale, ecc. mi tornano indietro tante cose. Quanto la tua attività di insegnante ti blocca e quanto ti stimola? Mi stimola. Non mi limita perché mi lascia del tempo per potermi dedicare a questo. Con il concetto delle degustazioni mi appago perché gli ospiti apprezzano il vino, l’ambiente, l’ospitalità. Facevo anche consulenze per altre aziende ma ho stoppato tutto per dedicarmi a questo e a mio figlio che ha un anno e mezzo. Lui è appassionato di trattori e io glielo ho bello e detto: appena hai l’età per andare sul trattore….uno due tre via! Silvia sorride e ride sempre. È solare. Prende la vita con leggerezza. Anche negli sbagli. Ehhh tantissimi sono gli sbagli che ho fatto. Si sbaglia in continuazione. I primi tempi la vendemmia, le soluzioni, gli affinamenti, le tempistiche. Siamo una azienda familiare e quando si deve far qualcosa occorre far la conta di chi c’è. Meno male che si sbaglia. Nessuno nasce imparato. Cosa cambieresti con la bacchetta magica? Più spazio in cantina perché non è mai abbastanza. Vinifichiamo tutto qui. Imbottigliamo qui In tutto questo, c’è una figura che aleggia rimanendo dietro le quinte. Come un ghost writer. Un consigliere che non appare. Eppure presente. È mamma Elena. Una donna che media creando il collante senza mai tirarsi indietro. È una donna che non ha paura di nulla. Qualsiasi cosa, la fa senza problemi. Ci porta il sorriso. Ci da una mano. Due i vini prodotti da Bacco del Monte: Terra di Ponente, affinato in acciaio; Monte Primo in botte. Abbiamo cominciato con il Monte Primo e affinamento in legno. Poche bottiglie. Poi ci siamo visti e si è detto: che si fa quest’anno? La scelta era nel fare un superiore o un acciaio. Dato che le vigne sono ancora giovani abbiamo detto “facciamo uno vino sotto non sopra”. Nel 2022 faremo qualcosa su. Mi piacerebbe fare un pò più di bianco perché lo Chardonnay è piaciuto molto. Aldilà delle varie prove che ci piace fare, così mia sembra sia più che sufficiente per le forze e le dimensioni che abbiamo. Non vogliamo correre troppo. Ho già recensito il Terra di Ponente sul mio canale Instagram @ivan_1969. Un vino che davvero può essere identificato con un Pinot Nero sangiovesizzato. Interessantissimo. Non ti sei data una progettualità per il futuro? Se devo sognare si ma se devo rimanere con i piedi per terra, dobbiamo vedere. Silvia Bacci. Mamma. Vignaiola. Professoressa.
Pur provenendo da una famiglia di medici, l’analisi e la precisione, non è in lei. Pazzia, visione, passione e tanto buon umore si. Questo si.
Questo fa di Silvia una persona speciale che quando incontri, non puoi che arricchirti. Trasmette tutto il suo buon umore, la sua voglia di fare, la sua dinamicità, l’amore per la famiglia e i suoi luoghi.
Ogni luogo che è casa diventa speciale. Succede spesso anzi, quasi sempre. Non c’è nulla più speciale della propria casa. Ma qui è diverso. Qui c’è una famiglia che vive insieme. Una famiglia che ha costruito una casa nelle terre del Mugello. L’orto, la vigna. Il vino come un semplice prodotto della terra.
Per rompere questo idillio di tranquillità serviva un pò di sana follia alla quale ha pensato Silvia.
Non ha rotto nulla in realtà. Perché quando una famiglia è tale, si stringe attorno ad una idea, ad una prospettiva diversa.
Bacco del Monte e il suo Pinot Nero (oltre allo Chardonnay che era di nonno Sergio e che piace tanto a Silvia) è tutto questo ma anche di più.
Come dico sempre, solo conoscendole le persone possiamo ricevere il dono di un pezzo della loro storia.
Grazie Silvia per questo dono.     Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram come @ivan_1969      
Leggi
Arrow Right Top Bg

15 Dicembre, 2023

Vin Viandante, il sogno e l'amicizia

La vita è un viaggio….non importa quale sia la destinazione. Come non ricordare Saetta McQueen e Cricchetto. Cars. Era il 2006 (e solo a fare i conti di quanti anni fa erano, mi sento male). Senza lasciarsi vincere dalla malinconia e ancor di più dalla senilità incombente, quella frase mi è ”rimbombata” in testa parlando con Gino e Cesare. Rim bomb ba ta. Avete mai fatto caso a quanto sia onomatopeica questa parola? Rim bom ba ta. Spettacolo. Divago sempre. Parlare di viaggio in ambito enoico non è poi così campato in aria. Si va anche in vacanza per visitare zone meravigliose vocate al vino con la speranza di conoscere aziende, cantine e soprattutto vini. C’è un mondo dietro il turismo del vino. Allora Gino e Cesare sono due organizzatori di viaggi? Non proprio.
Leggi
Arrow Right Top Bg

12 Dicembre, 2023

Sparkle 2024: un mondo di bolle

Ricordo di aver letto un articolo scientifico tempo fa che indicava in 1 milione il numero di bolle contenuto in un bicchiere e 49, sempre milioni, in una bottiglia. Dubbi a parte circa la tipologia di bolle derivante dal metodo di spumantizzazione e del rapporto 49:1, sono comunque un numero considerevole. Se dunque ci si trovasse in una sala con oltre 200 etichette di meravigliose bollicine italiane, il numero di bolle presenti sarebbe spaventoso! Fantasia? No, realtà. È quanto accaduto il 2 dicembre scorso nelle sale dell’hotel Parco dei Principi di Roma dove la rivista Cucina&Vini ha presentato la guida Sparkle 2024: l’eccellenza delle bollicine italiane. Ho trovato espressioni indubbiamente interessanti a conferma di quanto le bollicine si stiano affermando ma anche crescendo in quantità e qualità. Accanto ai nomi di produttori blasonati e vitigni affermati si fanno strada realtà tutte da valorizzare e scoprire. La guida Sparkle 2024 ne è l’essenza fornendo un utile orientamento per scoprire il meglio della nostra produzione su tutto il territorio nazionale. Nel mio blog Instagram e storie delle cantine e delle etichette degustate. L’invito che faccio è quello di bere responsabilmente, con gusto, scegliendo anche fuori dagli schemi e non fermarsi a contare le bollicine!   Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
Leggi
Arrow Right Top Bg

7 Dicembre, 2023

Corte Canella: Gloria, figlia di un sogno

Dico sempre che ero figlia di un sogno che non era mio, era del mio papà. Ora tra le mani ho qualcosa di prezioso: un progetto e qualcuno che crede in me!
Leggi
Arrow Right Top Bg

5 Dicembre, 2023

Berebene 2024: i migliori vini italiani sotto i 20€

Districarsi nel mondo del vino è davvero difficile. Nel 2022 l’ISTAT stimava in circa 255 mila le aziende vitivinicole attive in Italia. Avete idea di quante etichette di vino ci potrebbero essere? Solo di vitigni ne contiamo 545. Non voglio fare un calcolo combinatorio ma sono davvero tante. Forse troppe. Una vera giungla nella quale trovare un vino che incontri gusti ed esigenze dei consumatori è arduo. Tanto arduo. Per questo le strade sono molteplici.  Si va in enoteca dove si può scegliere autonomamente o supportati dal proprietario. Oggi ci sono anche i supermercati con cantine di tutto rispetto (Esselunga, Conad e Carrefour sopra tutti) spesso anche con sommelier dedicato.  Ci sono poi le fiere del vino. Qualche produttore li definisce dei “bevifici” ma per un consumatore è una occasione meravigliosa per avvicinarsi al mondo del vino e testare anche etichette prestigiose.  Sui social impazzano gli influencer che si proclamano esperti di vino. Io sono uno tra quelli e mi rendo conto che la credibilità spesso viene messa in discussione da logiche commerciali (che non mi appartengono). Infine le guide. Tante e delle più disparate. Essere presenti all’interno di una guida per un produttore è importante sia per riconoscimento al proprio lavoro sia per riconoscibilità verso i consumatori. Quando però la guida è Berebene del Gamberorosso, dove i vini devono rigorosamente costare meno di 20€ allora il connubio tra qualità e convenienza rappresenta il vero punto di incontro tra produttore e consumatore.  Non tutti possono permettersi vini costosi. Non sempre un vino costoso è sinonimo di qualità. Non si deve sempre bere vini importanti.  La guida Berebene 2024 contiene un nutrito numero di vini italiani (921) sotto i 20€ reperibili in enoteca ma anche nei supermercati. La presentazione è avvenuta nella meravigliosa cornice di Palazzo Brancaccio a Roma domenica 26 novembre dove l’incontro con i produttori ha consentito di testare i vini confermando a pieno la bontà delle scelte. Dunque, se è facile stupire con una bottiglia importante e costosa, più difficile è meravigliare con vini particolari e di assoluto valore. La guida aiuta in questo. Se vorrete poi fidarvi di un onesto blogger, seguitemi su Instagram @ivan_1969 dove trovate tutte le storie dei vini che ho testato. Vi aspetto   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969  
Leggi
Arrow Right Top Bg

1 Dicembre, 2023

San Masseo: suonate, qualcuno vi accoglie

Incontro Michele Badino, un monaco che vive con altri 4 fratelli al Monastero di Bose ad Assisi e, tra le altre cose, è un vignaiolo.
Leggi
Arrow Right Top Bg

24 Novembre, 2023

Fattoria di Gaglierano: Auà, sint a mè

Ogni dialetto ha una espressione per catturare l’attenzione. Non è un intercalare. Semmai il preludio che si inserisce all’inizio della frase per assicurarsi che ciò che si sta per dire o fare abbia il giusto livello di coinvolgimento.
In Veneto, dove si è molto attenti a non essere prevaricatori si dice “ascolta”. Questo lo so bene perché non faccio che prendere in giro un mio collega, veneto appunto, al quale conto tutte le volte che me lo dice. A Roma c’è il classico e rude “aò”. Diventa rude perché in genere si aggiunge “ ‘a coso”, “maschio”. Oppure per rafforzare “aò, senti’mpò”.
A Napoli c’è il classico “uè”.
In Abruzzo si usa “Auà”. “Auà, sint a mè” è come dire, “ascolta, fa come ti dico io”. Ascoltami insomma. Auà è un modo per affermare la propria presenza nel mondo. Esisto. Sono, dunque voglio affermarmi. Ma voglio farlo da abruzzese. Con le origini della terra. Con il Gran Sasso e le colline che degradano fino al mare. La grande montagna che divide e unisce. Le terre, le pecore, il mare. E il vino. Già il vino. Quello abruzzese vero e genuino. Come sono tutte le cose in questa terra. Basta si rispettino le tradizioni dei propri avi. Che non potevano che essere contadini o pastori. Auà. È l’inizio dei discorsi ed è l’inizio dell’avventura enoica della Fattoria di Gaglierano. La concretizzazione di un sogno identitario che trova la sua rappresentazione in un marchio. Auà non è un vino ma tre. I tre vini che rappresentano l’Abruzzo nelle sue tradizioni: il Montepulciano, il Pecorino, il Cerasuolo. Incontro quasi per caso Claudio ad una fiera. È con sua figlia Sara e Francesco, il commerciale dell’azienda. Non è la solita chiacchierata. La sensazione che ho è di essere in famiglia. Non so spiegarlo compiutamente ma non mi sento distante o poco a mio agio. Claudio mi tratta come uno di famiglia. Come se mi conoscesse da tempo. Quando mi parla dei suoi vini, dei salumi che produce, della sua azienda, è come se, conoscendomi da tempo, mi dice le cose come stanno.
Il ritorno alle origini e la voglia di rappresentare a pieno le tradizioni non è uno slogan qualsiasi. È convinzione piena. Vedi questo Cerasuolo? Io lo faccio in legno. Perché prima in Abruzzo, mica c’erano i serbatoi in acciaio o in cemento. Il vino si metteva a riposare nelle botti. Quelle c’erano. Già, quelle c’erano. Ci potevano essere le damigiane o il coccio. Così come le botti. Farle, mica era un problema per contadini e pastori.
Ecco, Claudio è così. Schietto. Ma anche sognatore. Fattoria Gaglierano nasce dal nulla. Claudio viveva a Pescara con la moglie e i due figli. Era il 2006 quando l’idea di avere una casa in campagna, sulle colline alle spalle di Pescara prese più forma. La casa l’aveva in mente. La vita che voleva era dentro di lui. Un ritorno al passato. A quella vita in un luogo incantato. La casa voleva progettarla e costruirla lui. Anche se era difficile trasferire questo sogno alla famiglia sempre vissuto in città. Difficile e forse traumatico per i figli spostarsi dalla città con il mare ad un tiro di schioppo alla campagna per uscire dalla quale solo gli autobus potevano essere di supporto. Vaglielo a spiegare a dei ragazzi che devono andare a vivere in campagna. I 20 km che separano Città Sant’Angelo da Pescara sono una enormità. Una vetta insormontabile più alta dei 2.912 metri della cima più alta del Gran Sasso (Corno Grande). Città Sant’Angelo, dove sorge la Fattoria Gaglierano, sarà pure un borgo meraviglioso, ricco di storia e classificato da Forbes tra i 10 migliori posti al mondo dove andare a vivere, ma per gli altri. Non certo per una teenager in piena tempesta ormonale. Ma c’è Claudio in questa storia. Che non solo sogna, coinvolge. Coinvolge la moglie Simona e coinvolge i figli. Il suo è un progetto che non vuole solo per lui ma per la famiglia intera. Qualcosa che resista al tempo e riporti indietro nel tempo. Ai suoi ricordi di bambino. Di quando tutto era semplice e non contaminato.
Ecco, proprio la contaminazione credo sia stato e sia l’elemento della vita di Claudio. Tanto da fondare e dirigere con Simona una ditta specializzata in consulenza ambientale. La sua, la loro attività principale. 15 ettari di cui 5 vitati. Claudio fa impiantare le nuove vigne oltre quelle già presenti. Nel 2009, la prima vendemmia. Per diletto più che altro. Io il vino me lo ricordo in una certa maniera e così lo voglio. Così inizia la ricerca di enologi che in linea con la sua filosofia di vini naturali, senza chimica. La ricerca di un prodotto che potesse rispecchiare la realtà contadina dalla quale proveniva. Che gli ricordava quando era bambino. Fattoria Gaglierano è una piccola oasi. Un casale ristrutturato che serve per abitazione della famiglia. La cantina. Gli ulivi, il bosco, le pecore, gli animali. Coltiviamo tutto noi. Qui ci abitano anche i nostri operai. Un ragazzo dal Marocco e una coppia moldava. C’è bisogno di persone cosi perché siamo impegnati h24. Persone fidate. Del vino in bottiglia all’inizio non se ne parlava proprio. Non era una priorità. La campagna, le coltivazioni, il bestiame. L’idillio insomma. Occorre aspettare il 2015 per vedere la prima bottiglia, utile per capire che il vino veniva bene, con un certo criterio. Pochi esperimenti e tanta passione. Che però non basta se ti manca il tempo. Claudio corre in Fattoria quando può. Il suo lavoro, quello che condivide con Simona, lo porta a viaggiare spesso. Tanti impegni e poco tempo per fare le cose. Relegate al fine settimana quando, per riposarsi va sullo scavatore, nella terra, tra le vigne. Vederlo fermo è impossibile. Claudio si affida nel tempo a più persone. Alti e bassi come è normale in questi casi. Se non altro trova continuità nella parte agronomica ed enologica dove ci sono i due Nicola, uno consulente insieme l’altro forte del bagaglio culturale prodotto della scuola enologica in Moldavia. La vigna sembra una vigna dell’URSS. Precisa e pulita. C’è tanta attenzione ai dettagli. È la fortuna di avere persone attente. Magari siamo stati sfortunati in altro ma non sulle persone. Nicola il moldavo ha responsabilità assoluta della cantina. Nicola l’enologo da i suggerimenti. Claudio mette l’ultima parola. È suo il sogno. Sono suoi i ricordi. Ricordi che ora sono qualcosa di concreto, realizzati, fisici. Qualcosa di così bello che non è possibile tenere solo per se. Il panorama qui è mozzafiato. Mi dispiacerebbe se Fattoria diventasse un luogo di passaggio. Mi piace confrontarmi con le persone. Quando vieni qui vieni a casa. Entri dentro casa nostra. Le persone stanno cosi bene che non se ne vogliono andare. Casa. Casa di tutti. L’accoglienza è qualcosa che devi avere dentro e ce l’hai se intorno a te c’è la pace e la felicità. In questo angolo di Abruzzo sconosciuto anche ai locali. Quando vieni qui non sembra di stare in Abruzzo. È talmente sconosciuto. È talmente difficile da arrivarci. È talmente nascosto che siamo un pò un angolo segreto e incontaminato. Ci fa gioco certo ma dobbiamo investire per comunicarlo. Già. Perché sarà pure vero che vivi in simbiosi con l’angolo di paradiso, ma se quella è la tua vita, quella che hai scelto, hai bisogno di sostentamento. Che solo attraverso quanto produci puoi avere. Produrre e produrre bene, nel rispetto della natura e delle tradizioni non basta. Non è sufficiente. Serve farlo sapere. Altrimenti sei nel limbo e rimani, da solo, nel tuo angolo di paradiso. Ci sono ancora tante cose da fare. Nella sala degustazioni ci mangiamo gli arrosticini noi e quando arrivano gli ospiti, anche loro. Facciamo gli “aperitivi nella vigna eroica” perché siamo con vigne in pendenze del 30%. Claudio è appassionato di cucina e quando arrivano gli ospiti si mette alla brace. Con semplicità. Senza fronzoli. Per gestire una azienda serve anche altro. Continuità certo ma anche notorietà. Farla conoscere. Come se l’identità, abbia bisogno di affermarsi. Auà. La voglia di gridarlo al mondo così che il mondo l’ascolti. Troppo intenso è l’amore per questa terra da volerlo condividere. Non è possibile che sia per pochi. Il paradiso va condiviso. Accanto ai tre Auà allora ci sono i pensieri, i progetti per diffondere la conoscenza di questo paradiso.
Le 15.000 bottiglie di Auà Pecorino, Cerasuolo e Montepulciano non bastano. Commercialmente non ha senso produrne di più così che il resto dell’uva viene trasformata in vino e venduta nelle bag in box. L’idea però è quella di trasformare le box in bottiglia così da commercializzarle magari all’estero. Di questo si discute in famiglia. Capirne i costi. Capirne l’opportunità. L’entusiasmo che si scontra con la tradizione e il non fare mai il passo più lungo della gamba.
Ma c’è anche dell’altro. Abbiamo piantato 0.6 ettari di Pecorino per fare metodo classico. Ma ci vorranno almeno 4 anni. Le riserve di Montepulciano arriveranno. Dalla vigna “Terre dei Vestini” che è l’associazione con la quale facciamo gruppo per arrivare alla DOCG Montepulciano. I tre Auà che ho assaggiato sono delle vere “chicche”. La genuinità c’è e traspare. Non ho mai assaggiato un Cerasuolo migliore di questo tanto che la prima espressione che mi è venuta in mente è stata l’abruzzese “frechete”! (Per chi non lo sapesse è una espressione di stupore che in altre regioni assume forme diverse).
Sul mio blog Instagram la recensione completa.
Pecorino e Montepulciano sono identitari sul serio. La passione è fisicamente dentro i vini. Ogni cosa che ho ricevuto in dono durante la chiacchierata, le tradizioni, la storia, la natura, l’Abruzzo, è qui dentro. Auà, sint a mè, Quànde t’ à’ da ‘mbrijacà’, ‘mbrijàchete de vine bbòne. Ecco, senza ubriacarsi ma bevendo responsabilmente, quando vi verrà in mente di bere vino buono, quello della Fattoria di Gaglierano farà al caso vostro. Con la speranza, con questo articolo di avervi dato l’opportunità di sentire nel calice quanto anche io ho sentito. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969 PS La recensione di Auà Cerasuolo la trovate sul mio blog qui.
Leggi
Arrow Right Top Bg

17 Novembre, 2023

Solis Terrae: Massimo, un sogno oltre i numeri

Il commercialista è un pò come il dentista: ci vai quando ne hai bisogno ma, certamente, non ci vai con piacere. Numeri, calcoli, tasse. Poco altro. Ricordo solo un film nel quale si parla di commercialisti, “Anche i commercialisti hanno un’anima”. Renato Pozzetto, Enrico Montesano Sabrina Ferilli, Maurizio Di Battista per citare qualche attore. Peccato che di commercialisti, anche nel film, nemmeno l’ombra. Come se fosse una professione di poco appeal. Anche per il cinema.
Eppure il titolo era azzeccato poiché, alzi la mano chi pensa che i commercialisti, l’anima l’abbiano davvero. Dinanzi a numeri e tasse (da far pagare) non ci può essere alcuna anima. Ne tantomeno empatia o animo gentile. Puoi però trovarti di fronte una persona come Massimo Caucci, commercialista di professione, con l’aplomb del commercialista, con il linguaggio del commercialista, con lo studio da commercialista. Ma con un amore viscerale per la terra e la vigna. Le cose non nascono per caso. O forse è il caso che le genera.
Se abiti a Roma e hai un papà che per puro investimento acquista tanti ma tanti anni fa 20 ettari di terreno tra l’aeroporto di Fiumicino ed il mare, hai tutto il diritto di fregartene. Roma è una città particolare, dove si vive il quartiere e dove se sei di buona famiglia, non ti resta che vivere nei quartieri giusti tipo Roma nord frequentando solo le persone che i tuoi genitori ritengono giuste. Papà è mancato anni fa e da li è stato un susseguirsi di fatti. Ha creato la partenza però poi non ha inciso. Massimo è un commercialista con l’animo diverso. Non so come fosse da giovane, ma non me lo immagino a far la vita da pariolino che va al Gilda o al Piper (per chi non lo sapesse due delle discoteche più in voga a Roma anni fa). Una decina di anni fa, su quel terreno acquistato dal padre nel punto più a nord del comune di Fiumicino, vicino a Cerveteri e fino ad allora coltivato con colture estensive, decide che qualcosa doveva cambiare. Rimboccandosi le maniche, scendendo dalla sedie per salire sul trattore. Insolito, raro, impensabile per uno della Roma bene. Ma è così che nasce Solis Terrae. Volevo fare qualcosa di diverso per una migliore riconoscibilità. Così, nel 2012/2013 ho impiantato 5 ettari di vigneto che mi hanno cambiato la vita. Sia per gli impegni nel campo che fuori. La volontà di una coltivazione diversa. Andando oltre i seminativi. Che potesse durare nel tempo. Come a voler lasciare qualcosa di tangibile. Oltre l’essere commercialista (che se vogliamo produce qualcosa che si tende invece a voler dimenticare). La vite che ogni anno si rigenera, poi muore, poi ridà i frutti, è qualcosa di affascinante. Massimo, il commercialista serio e pacato che dal 1998 gestisce il proprio ben avviato studio, pur non sapendo nulla di terra, enologia, viticoltura, decide che era arrivato il momento di fare, anche qualcos’altro. Il vignaiolo. Una passione che arriva dal terreno comprato dal papà nel 1982 per investimento. Poi abbiamo costruito la casa e la cantina. Adesso, tutti i fine settimana si va in cantina. Stavolta me lo immagino davvero Massimo che tra una dichiarazione IVA ed un bilancio da redigere pensa solo a quando potrà finalmente guidare il trattore o a fare le potature.
Un sognatore certamente ma con tanta testa.
Da un lato il commercialista che fa i conti per rendere la sua attività sostenibile. Dall’altro il vignaiolo che pensa come la sua agricoltura debba essere sostenibile e senza uso di chimica adottando il protocollo biologico pur senza essere certificato. Ci tengo che venga fatto nel modo più sostenibile possibile. Il concime naturale mi viene da amici che hanno gli allevamenti attorno alle terre. Facciamo un pò di baratto: concime naturale per il vino. Ho un dipendente ma in vigna ci sono anche io. Ho un enologo, non di grido, ma che la pensa come me: agricoltura sostenibile e vini non ruffiani. Come piacciono a noi. Ma ce lo vedete Massimo che baratta letame per vino? La scena è davvero esilarante a tal punto che quando me la racconta gli scappa da ridere facendo emergere un lato del suo carattere sempre un pò sopito. Anche i commercialisti ridono insomma. Mi sa che prima o poi dobbiamo fare una serata insieme con un elevato tasso alcolico. Se ne vedrebbero delle belle.   In ogni modo, tornando a noi, impatto di solfiti molto basso. Lieviti naturali. Lavorazioni basiche e di poco impatto. Sempre tenendo conto che il tempo dedicato alla vigna non può essere totale. Anche se certamente abbastanza rilevante. Corro dall’azienda a Roma come un pazzo. Tre quattro giorni a settimana completamente. Ah Massimo Massimo. Sono certo che se potesse dedicarsi totalmente alla vigna, non ci penserebbe due volte. Ma poi, l’anima del commercialista, l’indole che lo porta a fare conti, bilanci e business plan, non prevale, ma si fa avanti e gli dice che non è possibile. Non lo è ancora. Economicamente non risulta possibile. Si siamo a breakeven, ma a fatica. Guadagno zero. Non si riesce ad avere una linea commerciale valida. Fatica ancora a prendere forma. Le bottiglie vendute non sono ancora in numero soddisfacente per avere una redditività. Ventimila le bottiglie prodotte e vendute su una potenzialità di cinquantamila. Ma non è possibile commercialmente. Così l’uva in eccesso, la vendo. Marco Sargentini mi sta aiutando per la promozione. Ai 5 ettari vitati si affiancano i 15 seminativi con colture che si susseguono in base alla stagione. Broccoletti, grano, girasole. Dai quali si ricava quel che si può. L’investimento della cantina con attrezzature e macchinari non c’è ancora. La vinificazione è conto terzi perché non ci sono ancora i volumi. Siamo a Roma e la DOC creata nel 2011 è un valore. Un modo per dare un nome universale e senza tempo a vini che altrimenti sarebbero ingiustamente relegati a vinelli da osteria. Roma e i suoi vini paga lo scotto di anni di pellegrinaggio, di pasti a basso costo e di vini annacquati. Invece c’è tanto da scoprire intorno alla Città Eterna. Tanti imprenditori seri, vitigni pazzeschi, terreni che vanno dal vulcanico al sabbioso. Tanto tanto tanto! Cinque le etichette Solis Terrae due delle quali nella Roma DOC: Bianco Bellone e Rosso Montepulciano/Syrah. A questi si aggiungono tre IGP: Biancovero (blend di Vermentino e Viognier), Syrah in purezza, Goccia Ambrata (Vermentino con vendemmia tardiva).
Massimo li ama tutti. Uno per uno. Come se fossero cinque suoi figli. Senza preferenze. Senza propendere per l’uno o per l’altro. I vitigni sono stati scelti con l’agronomo in base a quelli che erano vini che a me piacevano. Poi si è scontrato con il territorio. A me intrigava il Cesanese ma l’agronomo me lo sconsigliò per la vicinanza del mare. C’è stato un compromesso. Sulla realizzazione dei vini è una sintonia con l’enologo per andare a centrare la mia richiesta. Così, scegliamo insieme. Ciò che richiedo è un impatto di solforosa il più basso possibile tanto che sono sotto il bio. Poi detto secondo i miei gusti. Scegliere i vitigni della Roma DOC diventa quasi obbligatorio in queste zone. Supportare gli investimenti con un nome altisonante è una opportunità che solo i folli non colgono. Massimo non è un folle ma un commercialista. Di quelli che i conti li fanno e se li fanno. Nel futuro della vigna non ci sono sviluppi diversi da questi. Si vuole rafforzare. Migliorare ma non cambiare è l’obiettivo. Ho avuto modo di recensire il Bellone Solis Terrae sul mio canale Instagram e l’ho trovato un ottimo prodotto. Costo contenuto e alto valore. Non un vino piacione ma qualcosa che si adatta bene dalla patatina dell’aperitivo, ad un primo di pesce, ad una grigliata mista (di pesce). Ben fatto davvero! Il futuro di questa azienda sarà nel solco di quanto fino ad oggi è stato creato. Continuità verso una maggiore sostenibilità. Massimo sa bene che se vuole qualcosa che duri nel tempo e sopravviva anche a lui, ha bisogno di questo. Sostenibilità. Non è qualcosa da commercialista ma da chi ha testa e non solo cuore. Il lavoro del vignaiolo è certamente cuore, tanto cuore. Ma senza testa, senza attenzione ai numeri, si fa presto a non sopravvivere in un mondo sempre più complesso.
Non bastano però i numeri. Serve molto altro e Massimo lo sa. Lo ha intuito da tempo. La sostenibilità ambientale, il rispetto dei cicli naturali, l’assenza di chimica, non sono solo slogan ma cardini per rendere la sua terra prospera e duratura. Sostenibilità legata all’aspetto commerciale, al marketing, alle nuove etichette, al sito internet. Tutto è utile, anzi necessario, per rendere il sogno, il progetto, qualcosa di duraturo. L’attività di commercialista mi fa rendere conto del passo che giornalmente posso e devo effettuare. Le conoscenze economiche mi permettono di capire bene circa gli investimenti. Se farlo ad esempio. Mai il passo più lungo della gamba. È una forma mentis proiettata sulla quadratura dei conti. Questa la parte razionale di Massimo. Il suo essere “quadrato” e centrato sulla realtà. Il suo sorriso appena accennato è li, dietro lo schermo forse creato per la sua professione. Schermo che cade miseramente in vigna dove può essere solo ed esclusivamente Massimo. La persona, l’uomo che si meraviglia al semplice osservare il ciclo della vite.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
Leggi
Arrow Right Top Bg

15 Novembre, 2023

Tenuta Ponziani. Cieca è la passione, folle la vita

“L’essenziale è invisibile agli occhi”. Ma è anche vero che se gli occhi non vedono, è difficile cogliere qualunque sfumatura di colore.
È un difetto?
Quando vediamo qualcosa, i nostri occhi ne traggono giovamento. Il bello ad esempio. Vedendo qualcosa di bello come un panorama, il nostro cuore inizia a battere. L’entusiasmo ci pervade travolti dall’emozione di aver visto una cosa così bella.
Vedendo un tramonto al mare con al fianco la persona che si ama, veniamo rapiti da quel meraviglioso momento. I colori, le venature del cielo che si incastonano nell’azzurro che diventa di un blu sempre più scuro e intenso. Ciò che vediamo è così intenso che può capitare di dimenticarsi di quanto ci è intorno. Persona amata compresa (così che non è insolito beccarsi il rimbrotto “a cosa stai pensando?” “mi sembri distante”).
Gli occhi rapiscono il nostro cuore poiché hanno una potenza immensa e al tempo stesso rapiscono tutto noi stessi. Divorano ogni cosa che tenta di emergere. Come gli altri sensi.
L’udito, l’olfatto, il tatto, il gusto. Tutti vengono sopraffatti da ciò che i nostri occhi vedono. Siamo in trans, rapiti da ciò che vediamo. Troppo impegnati per curarci del resto.
Le persone che non posseggono la vista devono invece curare gli altri sensi così da svilupparli maggiormente tanto che, completando la frase di De Saint-Exupery: “..non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Sono stato invitato a vivere una Passione Cieca presso la Tenuta Ponziani, ad Orvieto, degustazione di quattro vini completamente bendato. Una esperienza che è stata utile per guardare qualcosa non solo con gli occhi. Siamo a circa 500 metri sul livello del mare. La Tenuta Ponziani è stata completamente ristrutturata dalla follia di una donna, Rossana Ponziani, che ha fortemente voluto questo luogo non già come vezzo quanto invece per tornare indietro nel tempo e riabbracciare la sua memoria. La terra. Gli odori dei nonni. Il sapore dei piatti cucinati e della frutta raccolta dagli alberi.
Le nostre origini sono nella terra e la nostra memoria, per chi ha la fortuna di aver vissuto una infanzia non contaminata, non può che avere, anche se in angoli nascosti, ricordo di quelle sensazioni. Spesso si dimentica tutto. Per tanti motivi, nessuno dei quali valido. Ogni giorno ci lasciamo andare sempre più lontani per poi, ogni tanto, ricordarci da dove veniamo. Basta magari un odore, una parola udita, una inflessione, un gesto, un colore. Basta davvero poco perché qualcosa riaffiori.
Non per ritrovare ma per far riemergere e tenere vive le emozioni di un tempo e proprie di un territorio pazzesco e meraviglioso. Restituire genuinità e dignità ai prodotti della terra e farli vivere a chi è in grado di aprire il proprio scrigno dei ricordi. Così Rossana ha iniziato questa avventura. I nostri vini sono fatti in vigna. Insistono su un territorio fortunato che ha delle peculiarità che li rendono gradevoli. Per noi che facciamo questi sforzi è una strada verso il miglioramento. Ho impiantato un frutteto perché i succhi di frutta non mi piacciono. Meglio i frullati. Animali di piccola taglia. Coltivazioni. Insomma, tutto vuole raccontare il territorio pazzesco e meraviglioso. È un cammino da far percorrere insieme a chi vuole tornare a vivere emozioni come la bellezza, memoria, amore. Temi che sembrano oggi banali perché il bello si ricerca attraverso il finto; la memoria la dimentichiamo; l’amore è qualcosa di lontano dal concetto vero di amore. Una avventura che Rossana gestisce avvalendosi di fidati collaboratori come Andrea, l’agronomo e Roberto, l’enologo. Oltre che una ulteriore schiera di persone che tengono la tenuta come fosse un giardino. Ecco, un giardino. L’impressione che si ha entrando nella tenuta dal piccolo cancello, è proprio quella di entrare in una casa attraverso il giardino. Non c’è sfarzosità o ricerca di un bello estetico. Si cerca e si trova una bellezza fatta di ordine, pulizia, minimalismo. Qualcosa della quale ce ne si innamora subito senza saperne il perché. O meglio, solo concentrandosi a capirne le motivazioni, ovvero dopo, si ha la consapevolezza.
La nostra mente dunque la memoria difficilmente trova dentro di se situazioni analoghe. Il giardino non sfarzoso, i saloni di ingresso eleganti e sobri, una piscina a sfioro non invadente, le piante medicinali che non impediscono la vista della meravigliosa valle, le vigne pulite che dolcemente accarezzano la cresta della collina. Ecco, l’atmosfera che tutto ciò crea non trova paragoni nella nostra memoria così che l’amore sboccia in maniera istintiva. Passeggiando per questi luoghi si ha la sensazione di casa. Una casa della quale tutti hanno rispetto.
Andrea parla della terra e delle coltivazioni con un sorriso di serenità che lascia trasparire l’amore per ogni zolla, per ogni pianta, per ogni animale che c’è nella tenuta. Rispettare il ciclo della vita riesce anche facile in un territorio come questo che un tempo fu mare. Come gran parte dell’Umbria (tanto che a scavare ancora si trovano fossili marini). Un terreno accarezzato dai venti che sa di minerale, venanzite, dovuta ai vulcani che si sono opposti al mare.
Non serve la chimica qui perché la natura è gentile. E pure se fosse necessaria, ci pensa Rossana a vietarla (con Andrea e Roberto più che d’accordo). La certificazione biologica è una convenzione che, al pari di quelle relative ai vini, non fa parte della filosofia aziendale. Qui quello che conta è la sostanza e la genuinità di qualunque cosa. Niente chimica ma non per convenzione insomma.
Il vigneto, vecchio di 17 anni, si estende per circa tre ettari con Grechetto, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon utili per dar vita ai 4 vini della Tenuta: Velia (blend di Grechetto e Chardonnay con affinamento in acciaio), Veitha (Chardonnay in purezza con passaggio in legno di parte della massa), Fasti (blend di Merlot e Cabernet Sauvignon con affinamento in acciaio), Northia (Merlot in purezza con affinamento in tonneau). Ecco, proprio questi quattro vini sono stati oggetto della Passione Cieca. Quattro vini, stessa filosofia di coltivazione delle viti stessa passione e amore nel trattamento. Un vino deve essere prima apprezzato per le sue colorazioni e sfumature. Poi annusato, odorato, inalato perché tutti i sentori che custodisce possano sprigionarsi e suscitare emozioni. Infine portato in bocca per assaporarne l’essenza, gustato il sapore, valutato il bilanciamento e la persistenza, apprezzata la continuità olfattiva ma, soprattuto, continuare il viaggio emozionale. Nel trovarsi dinanzi ad un calice di bianco, la nostra mente si predispone a certi odori e sapori. Il nostro sistema di catalogazione riesce, in tempi estremamente brevi, a fornire le indicazioni di quanto ci attenderà. Anticipa qualcosa. E se questo “anticipo” ci facesse perdere qualcosa? Una semplice benda mette tutto in discussione. Non sappiamo cosa abbiamo dinanzi. Non siamo in grado di capire cosa stiamo per assaggiare. Dobbiamo fare a meno di un senso per concentrarci sugli altri. Sarà compito del naso indirizzarci verso un colore, una classificazione. Senza pregiudizi. Senza avvertimenti. Come un bambino che vede per la prima volta qualcosa.
I calici sono sul tavolo e vengono riempiti quando siamo già bendati. Percepisco gli effluvi che già mi svelano il colore. Il naso fa la sua parte. Il suono prodotto dal versamento del vino nel calice mi fornisce una ulteriore indicazione. L’orecchio fa la sua parte. Non ho altro a cui appigliarmi. Rimango in attesa delle indicazioni. Il primo vino che assaggiamo è il Velia, blend di Grechetto e Chardonnay. 
Le note sono fresche e pungenti. La salvia appare forte ma ciò che mi da più gioia è la mineralità che arriva impetuosa per poi lasciare spazio alla bianca frutta fresca.
Verticalità e mineralità in bocca con grande freschezza. Diretto Poi il Veitha, Chardonnay in purezza con parte della massa in tonneau per pochi giorni.
Il naso percepisce un colore ambrato. Si riempie di miele e fiori di camomilla oltre all’immancabile mineralità. .
Il sorso è pieno, ampio e rotondo. Ma non come il naso si sarebbe aspettato. Ottimo bilanciamento e persistenza che si affievolisce. Raffinato. Quindi Fasti, blend di Merlot e Cabernet forte di solo acciaio.
Le note di frutta rossa croccante, sono evidenti. Mineralità spinta e petali di rosa. Avvertibile anche la nota vegetale.
In bocca la freschezza c’è tutta. Il tannino presente ma non invadente. La mineralità costante. Vivo e interessante. Infine Northia, Merlot in purezza con leggera surmaturazione e passaggio in tonneau per 12 mesi.
Un grande vino con un ampio bouquet che parte con lampone e frutta quasi sotto spirito. Fiori in potpurri, nota vegetale, mineralità, ematico, ferro, spezie dolci, erbe aromatiche.
In bocca è potente e impetuoso nonostante i suoi anni (ci svelano essere un 2018). Secco e fresco con tannini maturi e non ancora addomesticati. Rotondo ma poi spigoloso. Impetuoso. Le note di una musica soave accompagnano la degustazione guidata da un sommelier che invoglia gli ospiti nel cercare dentro di se le sensazioni. 
Ho fatto decine di degustazioni con colleghi sommelier anche più esperti di me e la condivisione delle proprie emozioni e sensazioni è quanto di più bello possa esserci. Far vivere agli altri ciò che si vive e si è vissuto è un modo di aprirsi, di condividere, di suscitare emozioni similari.
Non mi vedevo, non vedevo gli altri ospiti, non sapevo delle loro espressioni. Sentivo la loro voce anche se il mio mondo era il calice, gli effluvi, il sapore, le emozioni.
Devo essere sincero, bendati, ogni differente sensazione ha acquisito un valore ed un peso diverso. Maggiore. Si, maggiore. Cosa dire dei vini della Tenuta Ponziani. Anzitutto il filo conduttore. Spesso i vini di una azienda sono sconnessi l’un l’altro. Come se non ci fosse una impronta. Quel qualcosa che rappresenta il territorio o il “creatore”. La presenza costante. In questo caso invece, c’è qualcosa che esalta ed identifica la provenienza dallo stesso vigneto. Anzi, lo sesso giardino. La matrice vulcanica e la venanzite è ciò che cammina da un vino all’altro apparendo al naso come mineralità quasi di torba e in bocca con spiccata sapidità.
Arriva marcata nel Velia, si affievolisce nel Veitha, ritorna nel Fasti, si affievolisce nel Northia. Un saliscendi che al naso segue un percorso leggermente diverso ma comunque sempre altalenante. La sequenza di degustazione ha esaltato odori e sapori dei vini in un sapiente crescendo di struttura e complessità.
Ho apprezzato il Velia per la sua verticalità e la forte presenza olfattiva della salvia. Ho scoperto il Veitha per gli aromi di torba sprigionati. Ho stimato il Fasti per la schiettezza. Ho amato infine il Northia per la sua grande complessità ed eleganza. Tenuta Ponziani, un giardino in un territorio fuori dal comune.
Rossana Ponziani, una donna di classe lucidamente folle. La passione è tutta qui. Che sia cieca o meno, poco importa. Ciò che importa è solo la follia. Che è vita Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969  
Leggi