Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Maso Furli. A nome di chi verrà Arrow Right Top Bg

25 Settembre, 2026

Maso Furli. A nome di chi verrà

  Una valigia di cartone, un maso conquistato con il coraggio e una domanda che attraversa le generazioni. A Pressano, la storia di Marco Zanoni e di Maso Furli racconta molto più del vino: parla di eredità, libertà e di ciò che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.   La terra possiede una memoria più lunga degli uomini. Conserva il passaggio di chi è arrivato senza nulla e quello di chi ha trovato qualcosa da custodire. Trattiene le impronte, il sudore, perfino le paure. Per questo, quando si guarda una vigna abbastanza a lungo, si finisce quasi sempre per vedere molto più del vino: si vedono famiglie, scelte, rinunce, scommesse, promesse affidate a persone che ancora non sono nate. A Lavis (TN) tutto comincia con una valigia di cartone e un uomo che decide di rischiare ogni cosa per comprare un maso che non era suo ma sul quale aveva lavorato per tanti anni. Il resto della storia arriverà dopo, vendemmia dopo vendemmia, dentro la fatica di Martino Zanoni, nella libertà conquistata a caro prezzo e nella vita di un figlio che avrebbe impiegato anni per comprendere fino in fondo ciò che quella terra gli stava consegnando. Quel figlio si chiama Marco e la sua storia comincia molto prima di lui.  La valigia di Martino  Mio padre arrivò qui nei primi anni Cinquanta. Veniva da Pranzo, sopra il lago di Garda, un paese che oggi vive di turismo e allora conosceva la povertà vera. Da bambino vendeva fiori e funghi agli alberghi, cercava di portare a casa qualcosa, poi arrivò a Maso Furli e lavorò per vent’anni come mezzadro, fino al giorno in cui decise di comprare tutta la proprietà. Si prese un mutuo enorme e si giocò tutto. Quando dico tutto, intendo davvero tutto. Tutto. Un pronome che sembra banale. In fondo lo diciamo spesso anche senza che rappresenti il vero significato. È così che, forse, si finisce per attribuirgli poco peso. Giocarsi però tutto, per la generazione di Martino, significava davvero tutto. Un azzardo che voleva dire affidare il destino della famiglia alla resistenza delle proprie bracci. L’atto che era stato firmato implicava che un raccolto cattivo o un imprevisto avrebbero potuto cancellare anni di sacrifici. Martino possedeva una possibilità sola e la impegnò interamente in quel maso antico, coltivato prima per altri e infine acquistato con quella combinazione di audacia e follia che appartiene a chi vede il futuro quando gli altri vedono soltanto un debito. Non è come puntare tutto su un numero alla roulette perché nella terra serve lavoro. Ma comunque era un azzardo. In fondo, l’unico possibile per cercare un futuro migliore. Per fortuna andò bene, anche se per l’epoca lo avevano preso tutti per pazzo. Io so che posso fare il vignaiolo grazie a lui. Ho ricevuto la terra, certo, ma prima della terra ho ricevuto il suo lavoro, la sua paura e il coraggio con cui l’ha attraversata. Rispetto a quello che ha fatto mio padre, io non ho fatto nulla. Ciò che ho apprezzato di Marco è la sua pacatezza legata ad una modestia incredibile. Ha sul volto e soprattutto negli occhi, una luce che è indica come sia felice così. Per quello che ha fatto e che fa. La sua è misura morale, severità contadina che riconosce il proprio sforzo continuando comunque a giudicarlo piccolo davanti alla fame affrontata da chi è venuto prima. È così che anche l’aver costruito quasi interamente la cantina con le proprie mani è ben poco rispetto a ciò che ha ricevuto. Una eredità che non è patrimonio ma quasi un intimo debito. È così che l’aggiungere qualcosa non può e non deve tradire ciò che si è ricevuto.  L’Alsazia e la lampadina  Per molti anni Marco coltiva le vigne di famiglia e conferisce le uve alla cantina sociale. Il vino imbottigliato porta il nome di altri, mentre dentro la sua testa girano soprattutto motori, ingranaggi e una incredibile curiosità meccanica che ancora oggi lo spingerebbe a smontare un motore fino all’ultimo bullone pur di comprenderne il funzionamento. Magari la sua idea di vino nasce prorpio dalla necessità di conoscere ogni passaggio rifiutando di considerare misterioso ciò che richiede applicazione, precisione e responsabilità.  Fino a ventidue o ventitré anni non avrei mai pensato di fare vino. Coltivavo i vigneti di mio padre, consegnavo le uve e immaginavo una vita diversa. Poi frequentai alcuni corsi all’Istituto di San Michele e partecipai a un viaggio in Alsazia organizzato da Peter Dipoli. Assaggiai vini che mi stregarono, vini nei quali ogni varietà conservava un’integrità e una chiarezza impressionanti. Tornai a casa con una lampadina accesa e dissi a mio padre: voglio fare il vino. Martino aveva trascorso una vita a conquistare una forma di stabilità e ora quel figlio appassionato di motociclette, privo di studi enologici, voleva riportare il rischio dentro casa proprio quando il mutuo cominciava finalmente a pesare meno. La rabbia del padre conteneva la paura di chi conosce il prezzo di ogni sicurezza; la scelta del figlio conteneva già l’impossibilità di tornare indietro.  Mio padre era arrabbiato nero e, guardando le cose dal suo punto di vista, aveva ragione. Pensava: ho faticato per decenni, finalmente vedo un po’ di luce e questo adesso vuole incasinarmi di nuovo la vita. Io mi rimboccai le maniche, sistemai personalmente una parte del maso e cominciai a vinificare piccole quantità. Francesco Polastri mi accompagnò con una competenza straordinaria e una grande libertà mentale. Piano piano quelle bottiglie cominciarono a piacere e capii che quella lampadina non si era accesa per caso.  Maso Furli avvia ufficialmente la produzione nel 1997 e rimane deliberatamente piccola, con circa tre ettari lavorati da Marco, rese contenute e una produzione tra dodicimila e quattordicimila bottiglie. La dimensione è una scelta puramente imprenditoriale prima di essere agricola: conoscere ogni vigna, seguire ogni passaggio e trasformare il limite in valore proprio mentre l’economia invita a crescere, aumentare e occupare altro spazio.  Potrei comunicare di più e aumentare il valore riconosciuto a ogni bottiglia, su questo mio figlio ha ragione. Aumentare la produzione, invece, cambierebbe la natura di ciò che faccio. Se ho scelto di evitarlo per trent’anni, sarebbe assurdo farlo adesso. La pietra, le mani, la misura  La medesima coerenza attraversa la cantina realizzata a partire dal 2016. Un’opera che Marco avrebbe potuto affidare ad altri ma che ha scelto di costruire insieme ai figli, dalle fondazioni alle armature, recuperando il sasso del luogo affinché l’edificio nascesse dalla terra invece di limitarsi a occuparla. Un gesto concreto, perfino scomodo, di sostenibilità vera. I sassi della terra, di quella terra. Di nessun’altra.  Il novantotto per cento del lavoro l’abbiamo fatto noi. Volevo una cantina in sasso, con la pietra del posto. Dormo poco, lavoro tanto e quando decido che una cosa deve essere fatta in un certo modo continuo fino a quando prende la forma che avevo immaginato. La tranquillità di Marco appartiene alla voce; sotto quella superficie lavora un’inquietudine instancabile che pretende di capire, correggere e migliorare. I suoi vini possiedono una tensione simile: all’inizio sembrano raccolti, poi occupano il palato con lentezza e mostrano una profondità che rifiuta l’effetto immediato.  Il Gewürztraminer 2016, il carattere dietro la calma  Il Gewürztraminer 2016 gira nel bicchiere mentre il racconto torna all’Alsazia. Più si apre, più riconosco la distanza tra ciò che Marco mostra subito e ciò che custodisce. Il paglierino tende verso l’oro, luminoso e pulito, come se dieci anni avessero concentrato la luce invece di spegnerla. Arrivano pesca e pera, nitide, poi la cera d’api porta qualcosa di manuale e antico, il ricordo di una materia lavorata lentamente; con il calore emergono rosa, burro, mela e una vaniglia discreta, mentre una lama fresca rimette ogni volta il sorso in movimento e impedisce alla ricchezza di diventare compiacimento.  In bocca è vivo, pungente nella parte vegetale, largo eppure asciutto. Il finale mandorlato, quasi amarognolo, compare proprio quando potrebbe cedere alla propria aromaticità e lascia sul palato una piccola ferita, una tensione che spinge a tornare al bicchiere. È divisivo nel senso più nobile: possiede una fisionomia, cerca un interlocutore più che un consenso e accetta il rischio di piacere meno pur di rimanere fedele a sé stesso. La pacatezza di Marco funziona allo stesso modo: sotto l’eleganza conserva la durezza del lavoro e una determinazione feroce nella precisione.  Terra e responsabilità  Sotto i filari Marco lavora il terreno con l’aratro, limita il passaggio del trattore, evita la cimatura e ricorre a rame e zolfo per la difesa. La biodinamica lo affascina, ne ha seguito corsi e utilizza alcuni preparati, osserva la luna nei travasi e nelle prime fermentazioni, ma rifiuta di attribuirsi un’identità che sente di non avere ancora compreso abbastanza: per lui ogni definizione comporta un dovere.  In vigna e in cantina cerco di intervenire il meno possibile, ma il meno possibile richiede molta più attenzione. Quando sento giustificare una volatile alta o un difetto dicendo che si lascia fare alla natura, per me qualcosa non torna. Anche una pasta ottenuta da un grano eccezionale diventa pessima se viene buttata nell’acqua fredda. Il vino nasce attraverso un processo e quel processo richiede testa, attenzione e conoscenza. Marco sottrae così la parola naturale a ogni alibi. Ridurre gli interventi significa aumentare la responsabilità, conoscere meglio la materia e accompagnarla senza abbandonarla. La libertà, nel suo modo di fare vino, coincide con la competenza.  Lo Chardonnay 2024 e il paesaggio nel sorso  Lo Chardonnay 2024 raccoglie questo pensiero e lo trasforma in un paesaggio che si può bere. Il colore è paglierino, pulito, attraversato da una luce netta; il limone arriva fresco e pieno, seguito dagli agrumi e da una frutta tropicale misurata, poi la mineralità diventa così intensa da sfiorare il salmastro, quasi il ricordo fisico di un mare antico custodito nella pietra. Le erbe e un soffio balsamico tengono il vino aperto e lo rendono verticale prima ancora che il sorso tocchi la bocca.  Lì la verticalità cambia forma, parte tesa e presto si allarga, mentre il limone diventa maturo, arrossato dal sole, e la frutta tropicale si avvicina al mango senza portare peso. È libero di accompagnare una cucina ambiziosa e di sedersi con la stessa dignità accanto alle patatine di un aperitivo, perché la qualità autentica non teme la semplicità. Uno Chardonnay come Cristo comanda. Una frase ruvida lo riconosco, ma così conserva meglio di ogni formula elegante la gioia dell’assaggio.  Il Manzoni Bianco 2022, il desiderio di compagnia  Il Manzoni Bianco 2022 cambia il tono e conduce dalla responsabilità alla condivisione. Nel bicchiere appare terso come acqua alpina, con acacia, lime, mela verde, fiori, erbe di montagna e una frutta tropicale discreta; la vena balsamica allarga il respiro e la mineralità prepara già una spina sapida. Nessun aroma reclama il centro, ognuno accetta di esistere accanto agli altri, come persone diverse intorno alla stessa tavola.  Il sorso è ampio, sapido e fresco, pulito dall’agrume e sostenuto da una persistenza che cresce senza irrigidirsi. Il finale di mandorla accende il desiderio di condividerlo con speck, polenta o semplicemente una conversazione che nessuno abbia voglia di concludere. La bottiglia sembra incompleta se bevuta da soli, perché contiene una generosità che acquista significato soltanto quando viene distribuita.  Ho piantato il Manzoni nel 2005 perché lo considero una varietà straordinaria. Produce poco, però possiede una capacità espressiva e una tenuta che meritavano fiducia. Vent’anni di lavoro mi hanno insegnato che una vigna va ascoltata a lungo prima di essere capita. Il Manzoni Bianco 2010 e ciò che resiste  Il tempo ritorna nel mutuo di Martino, nelle vecchie vigne, nella cantina costruita in quattro anni, nei clienti rimasti per decenni e nei figli ai quali Marco vorrebbe consegnare una possibilità senza trasformarla in obbligo. Il Manzoni Bianco 2010 raccoglie tutte queste linee. Sedici anni dovrebbero portarlo verso il passato, eppure il colore conserva un riflesso quasi verdognolo e una luminosità che contraddicono il calendario; l’agrume è vivo, camomilla e acacia emergono insieme a mela trentina, pera, pesca bianca e frutta tropicale. La nota balsamica amplia ogni profumo, poi arrivano menta, limone e mandorla.  In bocca la freschezza si è fatta morbida senza perdere forza, levigata come marmo sul quale l’acqua continua a scorrere. Miele e limone rimangono insieme, pera e ananas si rincorrono ai fiori, la sapidità conserva energia e la materia si espande con una pienezza tattile. La persistenza torna molto dopo la deglutizione e si fa memoria. Aprire la bottiglia provoca quasi rimorso, perché avrebbe potuto proseguire e perché rende fisica la distanza fra un gesto e il suo compimento: Martino firmò per un futuro che avrebbe visto soltanto in parte, Marco crea vini destinati a durare oltre il tempo necessario per venderli, i figli tengono fra le mani il diritto di scegliere.  Preferisco che all’apertura il vino sia raccolto e che l’ossigeno gli permetta di esprimersi lentamente, perché così può vivere quindici, venti, forse venticinque anni. Voglio che abbia spazio davanti a sé. Spazio davanti a sé potrebbe essere la definizione del vino e insieme il desiderio di un padre. La longevità, qui, non coincide con la sopravvivenza, ma con la capacità di trasformare gli anni in significato.  Il Gewürztraminer 2023 e il futuro indecifrabile  Il Gewürztraminer 2023 porta l’energia di ciò che cerca ancora la propria forma. Pompelmo, kiwi, mela, zest di limone, tiglio, camomilla e fiore di mandorlo si accompagnano a salvia, menta ed erba di campo. In bocca l’aromaticità prende slancio e incontra subito una sapidità quasi salata, capace di contrastare il ricordo di miele, più floreale che dolce. Il finale amarognolo lascia il palato pulito e pronto a ripartire. Il vitigno è chiaro, l’effetto rompe l’attesa: secco, verticale ma ampio, preciso senza diventare prevedibile.  Accanto al 2016, il 2023 evita ogni semplice successione di annate. Il primo mostra ciò che il tempo può scavare, il secondo conserva la tensione di una domanda appena formulata; insieme raccontano un pensiero iniziato in Alsazia e portato a Pressano, misurato contro queste vigne e reso duro, minerale, caldo, profondamente personale.  Il Sauvignon 2024. L’eleganza della precisione Il Sauvignon 2024 appena entra nel bicchiere ha già la sua identità che sa dì frutta tropicale, agrumi, note erbace. Un profilo aromatico che racconta con precisione il carattere del vitigno. Tutto appare nitido, leggibile, quasi inevitabile. Ogni profumo trova il proprio posto senza sovrapporsi agli altri. Al palato la promossa viene mantenuta. La sapidità entra subito in scena e l’acidità vibra di energia e profondità così che il sorso rimanga sempre agile. Ciò che lascia dietro è una scia agrumata e minerale che rimane a lungo. Sembra che il tempo dell’assaggio si allunga e muta cambiando sfumatura così che il nuovo sorso diventa scoperta necessaria. Trovo in questo Sauvignon una caratteristica che appartiene anche a Marco. Se c’è chi confonde la complessità con la confusione e l’originalità per eccentricità, lui continua a cercare la precisione. Riduce le rese, aspetta la maturazione corretta, costruisce lentamente e lascia sia il vino a parlare. In questo Sauvignon non ci sono effetti speciali o sorprese. C’è verità. Che è anche eleganza. I figli e la luce che non si può imporre  Il futuro entra attraverso tre figli che hanno lavorato alla cantina e possiedono oggi la libertà che Martino ebbe in misura minore. Uno coltiva vigne ma non ama vinificare, la figlia studia ingegneria industriale e ama i vini, il più giovane lavora nella consulenza alle imprese e vede nel maso un potenziale ancora inespresso. Nessuno, per ora, ha scelto interamente la strada del padre.  Spero che prima o poi a uno dei tre si accenda la stessa lampadina che si è accesa a me. Sarebbe una gioia, però questo lavoro deve piacere. Se quella luce arriverà, sarò felice. Deve arrivare da loro. Nel desiderio di Marco abita anche il rispetto, perché nessun padre può avvitare una lampadina nella vita dei figli. Martino avrebbe voluto sottrarlo al rischio e finì per assistere alla nascita di Maso Furli; Marco vorrebbe consegnare il maso e sceglie di lasciare ai figli la libertà di voltarsi altrove. La continuità familiare, liberata dalla retorica, è lo spazio doloroso tra la speranza di essere seguiti e la dignità di permettere a chi viene dopo di scegliere.  Gli piacerebbe produrre una bolla capace di riposare cinque o sei anni sui lieviti, ma conosce il decennio necessario per progettare un vigneto e comprenderlo, così frena un desiderio che rischierebbe di pesare sulle generazioni successive. Anche rinunciare, qualche volta, è capacità d’impresa: immaginare appartiene al coraggio, comprendere il peso futuro di un progetto appartiene alla responsabilità.  Una luce lasciata accesa  La storia di Maso Furli rimane sospesa tra due luci: quella che Martino vide apparire lentamente alla fine di un mutuo affrontato con il lavoro di una vita e quella accesa dentro Marco durante il viaggio in Alsazia. Fra loro scorrono le pietre del maso, i filari rinnovati, il vecchio Chardonnay, il Manzoni piantato nel 2005, la cantina costruita insieme ai figli e bottiglie capaci di resistere ben oltre il tempo richiesto per venderle.  Martino arrivò con una valigia di cartone e nessuna certezza, Marco ha trasformato quel rischio in una forma personale di bellezza e ora protegge il diritto dei figli di accogliere oppure cambiare quell’eredità. Nel mezzo rimane la terra, che riceve il lavoro senza promettere riconoscenza, conserva le tracce senza spiegare a chi apparterranno domani e ogni primavera ricomincia, offrendo germogli anche quando nessuno sa chi sarà chiamato a vendemmiarli.  Rimane una domanda, forse la sola alla quale questa storia non deve ancora rispondere: che cosa siamo davvero chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi? Una proprietà, un mestiere, un nome da difendere, oppure la libertà di riconoscere quella luce e darle una forma nuova? Marco ha ricevuto una terra pagata con la paura e il coraggio di Martino, l’ha attraversata con le proprie mani e l’ha trasformata in vini capaci di attendere; i figli riceveranno anche il diritto di scegliere. Forse l’eredità più alta abita proprio in questo gesto, nel preparare qualcosa che possa continuare diversamente da come lo avevamo immaginato, sapendo che custodire non significa trattenere e che il futuro comincia quando smettiamo di chiedergli di somigliare a noi. Quando arriverà il momento di consegnare ciò che abbiamo amato, sapremo lasciare accesa la luce senza decidere chi dovrà seguirla?      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Trebes. Mitja Princic e l’arte di tornare alle origini Arrow Right Top Bg

23 Settembre, 2026

Trebes. Mitja Princic e l’arte di tornare alle origini

  Nel cuore del Collio, tra confini, mare e vigneti, la storia di Mitja Princic e della cantina Trebes è un racconto di coraggio, perdita e rinascita. Dalle zucchine al vino, fino alle sorprendenti bottiglie affinate sott’acqua, un viaggio umano che attraversa generazioni e restituisce al vino il suo significato più profondo. Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno.
William Shakespeare, La Tempesta Lo ammetto. Quando ho conosciuto Mitja Princic, titolare della Trebes, azienda di San Floriano del Collio, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo assaggiato e apprezzato i vini, annotati mentalmente. Non conoscevo però l’uomo. O meglio, pensavo di conoscerlo. Il classico vignaiolo del Collio, con generazioni alle spalle, mani callose, un po’ di retorica sulla terra e sulla tradizione. Invece no. Mitja mi ha completamente disarmato. Mi ha parlato di zucchine, di sveglie alle tre del mattino, di un padre perso in tre mesi, di una pacca sulla spalla che bruciava più di uno schiaffo. E mi ha parlato del mare. Del Collio che una volta era fondale marino. Di bottiglie che tornano sott’acqua come salmoni che risalgono la corrente. Non certo per moda e per marketing. O almeno, non solo. Ma per un’idea che mi è entrata dentro e non mi ha più mollato: restituire il vino al luogo da cui tutto è venuto. Il confine come condizione dell’anima San Floriano del Collio. Il nome sembra quasi dire già tutto: un santo protettore, una collina, un confine. Siamo a pochi chilometri dalla Slovenia, in una terra che per secoli è stata attraversata da eserciti, mercanti, pellegrini, idee. Qui si mescolano lingue, cognomi, sapori. Qui il confine non è una semplice linea tracciata su una mappa. È una reale e sincera condizione dell’anima. Lo si respira, lo si beve, lo si riconosce negli occhi della gente. Siamo una famiglia originaria proprio di questo luogo. Siamo in zona di confine e il nostro cognome rispecchia questa cosa.  Non colgo alcuna enfasi nel tono di Mitja. Quasi fosse un dettaglio secondario o, più semplicemente, qualcosa di così scontato che non merita nemmeno un accento. Però è come se sentissi dentro il basso continuo di tutta la sua storia. Una sorta di ritmo rimbombante che detta il tempo, scandendo i secondi. Mitja ha attraversato confini per tutta la vita: tra la terra e il mare, tra l’orticoltura e la viticoltura, tra il dovere e il desiderio, tra la vita e la morte. Essere figlio unico in un’azienda agricola familiare è di per sé una condanna e una benedizione. Non hai scelta, ma hai una direzione. Non puoi fuggire, ma puoi trasformare. Mitja, all’inizio, non ha trasformato nulla: ha semplicemente continuato. Ha frequentato la scuola alberghiera (imparando a cucinare, non a vinificare) ed è entrato nell’azienda dei genitori. Una azienda che, in quel momento, non produceva vino. Produceva zucchine. Le zucche di Cenerentola e la pacca sulla spalla Siamo cresciuti tanto con l’azienda orticola. Siamo diventati i maggiori produttori di zucchine in Friuli.  Ve lo immaginate? Il Collio, terra di vini bianchi celebrati in tutto il mondo e Mitja Princic che sforna zucchine a ritmo industriale. Sette-otto ettari, consegne all’alba, operai che arrivavano alle cinque del mattino per la raccolta. Da diventar matti e, soprattutto, alienati. Rapiti da ritmi che dettano anche i respiri. Eppure Mitja non si lamenta. Anzi, quasi se ne vanta. In quel lavoro c’era una dignità che oggi fatichiamo a riconoscere. Forse, perché immaginiamo che ci siano stuoli di extracomunitari a fare quel lavoro, che non sia un lavoro dignitoso. Invece è la dignità di chi produce cibo, di chi nutre le persone, di chi si sporca le mani senza doverlo raccontare su Instagram. Le zucchine non bastavano a riempire tutto. C’era un’altra parte dell’azienda: i vigneti. Venti ettari in tutto, seminativi e filari. Le uve? Conferite a un grande gruppo, l’Italiana Vini. Ogni anno, la riunione di fine anno. Ogni anno, la pacca sulla spalla. Ci dicevano che le nostre uve erano le più belle e le migliori. Ma il regalo che ci facevano era quello: ‘bravi, continuate così’. Non un centesimo in più per la qualità. Quello mi dava fastidio. Avete presente una lama affilata? Ecco, quella frase aveva proprio lo stesso effetto. Non sono i soldi a cui Mitja mira. Ovvero non principalmente. Mi parla di rispetto, di riconoscimento, di quella rabbia sorda che ti prende quando fai un lavoro eccellente e qualcuno lo usa per arricchirsi senza nemmeno dirti grazie. È la rabbia del contadino, dell’artigiano, dell’operaio. È la rabbia che ha acceso rivoluzioni, scritto canzoni, fondato imperi. E, nel caso di Mitja, è la rabbia che ha acceso la scintilla del vino. 2013: l’anno più sbagliato per cominciare (e quello giusto per capire) Il primo anno è stato un 2013. La peggiore annata del secolo, penso. Giusto per cominciare bene.  La risata di Mitja è quasi amara. Anzi è amara del tutto. Come se volesse imprimere una ironia forzata nell’iniziare un’avventura enologica proprio quando il cielo decide di rovesciarti addosso tutto il suo peggio. Pioggia, umidità, malattie della vite. Una battaglia. Eppure il vino non era venuto male. Mille bottiglie, un esperimento quasi clandestino. Mitja non aveva nemmeno una cantina: vinificava dal cugino, azienda grande e conosciuta. Portava lì le uve, le faceva lavorare come diceva lui. Un lusso da hobby, reso possibile dal fatto che intanto le zucchine rendevano, la famiglia mangiava, le spalle erano coperte. Era un gioco, ma anche una voglia di diversificare Che male c’è i fondo. Sarà pure stato un gioco ma io credo che i giochi più seri siano quelli che nascono per caso. Non quelli pianificati a tavolino, con business plan e proiezioni di fatturato. Quelli che nascono da un amore improvviso, da una curiosità che non ti molla, da una pacca sulla spalla che ti brucia ancora. Mitja si era innamorato del vino quasi per caso.  Io prima ero un bevitore di birra, fondamentalmente. Il vino non lo consideravo più di tanto. Frequentava ristoranti, mangiava bene. Nei ristoranti, quelli seri, quelli dove la cucina è un’arte, l’abbinamento giusto era cibo e vino. Non cibo e birra. Così comincia ad assaggiare, a capire, a farsi sedurre. L’amore, quello vero, arriva sempre quando meno te lo aspetti. Un aspetto questo che allontana del tutto il pregiudizio iniziale! Il padre, il vuoto, la scelta Poi è arrivato il 2020. L’anno del COVID, per tutti. Per Mitja, l’anno in cui il mondo si è fermato e il suo mondo è crollato. Per me il COVID è stato il minore dei miei problemi. Come azienda orticola, la gente doveva pur mangiare. Non è cambiato niente. Anzi, i prezzi erano aumentati. Se pensate che queste parole suonino quasi ciniche, non lo sono affatto. Perché quello che arriva subito dopo è il vero colpo. Quello inaspettato e che fa male più di qualunque perdita economica. Perché senza prezzo  Si è ammalato mio padre. Lui era la colonna portante dell’azienda. In tre mesi ci ha lasciato. Tre mesi. Un battito di ciglia. Il tempo di rendersi conto che stai per perdere tutto e poi, perderlo davvero. Mi è mancata la colonna per la parte orticola proprio quando stavo cominciando a dedicare più tempo al vino. Ha lasciato un vuoto importante. Vuoto. Ecco la parola chiave. Mitja non riesce a parlare di dolore o di lacrime. Non è il suo stile e credo non sia neanche lo stile di questi luoghi che di morti ne hanno visti molti. Parla di vuoto. Un vuoto apertosi sotto i suoi piedi come una voragine. Il padre non era solo un genitore: era il socio, il compagno di lavoro, la memoria storica, la rassicurazione silenziosa che tutto sarebbe andato bene. Quando è mancato, è mancata la terra sotto i piedi. Mitja aveva quarant’anni. Due figli piccoli. Un’azienda orticola che richiedeva 20 ore al giorno per cinque mesi all’anno. Una cantina in affitto, trovata per fortuna proprio accanto a casa, dove stava timidamente provando a fare il vignaiolo.  Avevo le spalle coperte Così aveva detto prima. Adesso non più. Adesso era solo. La forza della fragilità È il 2022 quando Mitja decide di fare il passo. Difficile. Complicato. Ma aveva bisogno di essere felice. Non più orticoltura, non più zucchine, non più sveglie alle tre del mattino, consegne, operai, raccolta febbrile che durava fino a novembre. Ha scelto il vino. Non è stata solo una scelta imprenditoriale. È stata una scelta di vita. Una scelta di sopravvivenza, quasi.  Non era più sostenibile. Ti porta via troppo tempo. Non puoi nemmeno saltare un giorno. Io ho la fortuna di non aver bisogno di dormire tanto: tre ore mi bastano. Ma fra vent’anni come sarà? Volevo che i miei figli non dovessero fare questi ritmi. Alle volte capita nelle chiacchierate tra persone. Alle volte ci si apre. E Mitja si apre. Parla dei figli. Del grande, che un giorno ha detto alla mamma che papà non era suo amico perché lavorava sempre.  Quello ti rimane dentro.  La fatica non ti pesa, ma ti consuma. Lentamente e inesorabilmente. Un morso per volta fino a che ti ritrovi con nulla tra le mani e nessuno intorno. Pensi di aver fatto tutto per i tuoi figli e la tua famiglia e capisci, in un istante che sembra un tuono in una giornata uggiosa, che hai sbagliato tutto. Ho cominciato a lavorare a otto anni. D’estate stavo in campo con gli operai, tenevo la cassettina. Avevo otto anni. Non mi pesa, è anche un mio difetto: penso sempre al lavoro. Però è una cosa che mi piace, la mia vita è questa. Non mi date del matto ora ma per puro caso, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivata la notifica di un reel Instagram. Sapete di quelli che hanno la voce narrante. Era un video in bianco e nero e la voce narrante diceva: “Il nostro passato ci accompagna sempre, come un fantasma, come una presenza invisibile”. L’ho ricercata ed era un film, davvero mai visto in vita mia, di Andrej Tarkovskij, Lo specchio. Solo tramite Internet lo scoperto che il protagonista, morente, ripercorre la sua vita attraverso immagini oniriche: la madre, la casa d’infanzia, i campi di grano saraceno mossi dal vento. Quella frase mi si è stampata in mente facendomi pensare proprio a Mitja: il suo passato ce l’ha scritto nelle mani, nella schiena, nel modo di parlare. Non lo rinnega, anzi, lo rivendica. Ma ha deciso di non farlo diventare il futuro dei suoi figli. Che è il più grande regalo che potesse fargli. Bollicine e bestemmie: la sfida al Collio Dedicarsi al vino con le vigne in un posto completamente vocato non è banale ma nemmeno impossibile. Collio uguale vino. Una equazione logica, vincente. Magari prevedibile. Certo, passare dal conferimento alla bottiglia non è per nulla immediato. Mitja, nel momento in cui si dedica completamente al vino, non sceglie la strada più ovvia. In una terra come il Collio, dove i bianchi fermi sono venerati come icone, lui decide di puntare sulle bolle. A me piacciono i vini puliti. Non sono uno dei macerati. E mi piacciono molto le bolle.  Quella che sembra essere una dichiarazione di guerra credo lo sia davvero considerando che più di qualcuno gli ha detto: “Il Collio non è zona da bolle”. Dire una cosa del genere a Mitja, in faccia per giunta, senza criterio, senza argomentazioni, solo per sentito dire o per abitudine mentale (tanto le cose si sono sempre fatte così), non poteva che generare una sfida. Quando mi dicono così, parte la sfida personale Vedo i suoi occhi accendersi. Senza arroganza o presunzione. È solo quella sana testardaggine che ha spinto l’umanità a valicare montagne, attraversare oceani, scoprire nuovi mondi. È la stessa testardaggine che ha portato un frate benedettino a inventare lo Champagne quasi per caso (perché sì, la storia del Dom Pérignon che dice “Venite, sto bevendo le stelle” è una leggenda, ma racconta una verità: le bolle sono nate per errore). Mitja vuole dimostrare che il Collio può essere zona da spumante e lo sta facendo, bottiglia dopo bottiglia, con la meticolosità di chi sa che sta scrivendo una pagina nuova nella storia di questa terra. Sott’acqua: la poesia del ritorno L’intuizione più poetica, quella che mi ha convinto che Mitja Princic non è solo un bravo vignaiolo, ma un narratore di storie è l’Underwater Wine. Ho scoperto anni fa il discorso dell’affinamento in mare. Le bottiglie trovate nelle navi affondate. Mi piaceva come cosa. Il Collio era il fondo del mare. Milioni di anni fa, dov’erano queste colline? C’era acqua. Un oceano primordiale, silenzioso, buio. Poi la terra si è sollevata, le acque si sono ritirate e su quel fondale sono cresciute viti, ulivi, cipressi, uomini. Prendere un vino che nasce da quella terra e rimetterlo sott’acqua va oltre l’enologia. È filosofia. È poesia. È chiudere un cerchio che è rimasto aperto per ere geologiche. Abbiamo fatto esperimenti per anni. Abbiamo cercato di capire come fare. Poi ho trovato la quadra Parole, tono, espressione facciale. Tutto sa di semplicità. Mai di arroganza. Come quando si ha un problema pratico e lo si risolve. Sotto però, in quell’angolo nascosto dell’anima, sento l’emozione del pioniere. Come Cristoforo Colombo quando ha avvistato terra, come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla luna. Nella giusta proporzione, ovviamente. Non stiamo parlando di scoprire l’America, ma per un vignaiolo del Collio, far affinare il vino sott’acqua è un piccolo grande azzardo. Il mercato del vino va molto a brand. Ci sono 3-4 nomi che vendono il marchio e poi una marea di produttori bravissimi. Perché uno dovrebbe prendere il mio vino? Qui in Collio sono tutti bravi. Devo avere qualcosa per distinguermi. Onestà intellettuale che applaudo. Perché sì, il vino buono non basta. Oggi sono migliaia i produttori che fanno vini eccellenti. La differenza tra l’uno e l’altro è la storia che c’è dietro e dentro. Raccontare una storia. Creare un’esperienza. Dare al cliente un motivo per sceglierti. E una bottiglia che ha passato mesi in fondo al mare, con la salsedine che accarezza il vetro, con l’etichetta leggermente corrosa dall’acqua, quella è una storia che nessun altro può raccontare. Mi permette di entrare nei locali stellati dove non mi cagherebbero neanche.  È onesto Mitja. Squisitamente e sfacciatamente onesto. Così onesto che non posso non pensare a tutti quei produttori bravissimi che conosco, che fanno vini straordinari ma non sanno venderli. Che aspettano che il mondo si accorga di loro, invece di andare a bussare alle porte del mondo. Mitja ha bussato con una bottiglia underwater. E il mondo gli ha aperto. Aveva qualcosa in mano che non si sarebbe trovata altrove. Ha raccontato la sua visione. Ha fatto assaggiare i suoi vini. Tutto qui. Il vino come figlio, il nonno come mito Se c’è un futuro, occorre trovarlo a partire dal passato. Da quei momenti e da quelle persone che hanno segnato la nostra vita. È così che Mitja mi racconta di suo nonno. Morto poco tempo fa a 97 anni.  Era un mito. Fino all’ultimo anno andavamo a caccia insieme. A 96 anni ha preso due caprioli a 150 metri. Fino all’ultima settimana, testa lucidissima, autonomo. Quando gli dicevamo che a 97 anni si è un po’ rimbambiti, lui rispondeva: “ricordatemi che quando succede ve lo dico”.  Un vecchio saggio, un patriarca, un uomo che ha attraversato il Novecento con la schiena dritta e lo sguardo fiero. Mitja ha bisogno di dedicargli un vino. Ma non uno qualsiasi.  Non voglio che sia una forzatura. Deve venire naturale. Quando trovo il vino giusto, la linea giusta. Anche mio nonno diceva che i vini sono come i figli. Scegli il nome, li aspetti e poi quando nascono li guardi e dici: “è lui”. Sofocle diceba che “I figli sono le ancore che tengono alla vita le madri”. Allo stesso modo i vini, in fondo, sono le ancore che tengono i vignaioli alla terra. Senza vino, Mitja sarebbe rimasto un produttore di zucchine. Con il vino, è diventato un uomo che dialoga con suo nonno attraverso una bottiglia. Nel frattempo, la successione familiare è già in moto. Il figlio grande, 14 anni, ha preso dal nonno paterno: testa bassa, lavoratore instancabile. Si è iscritto alla scuola di agraria, vuole fare l’enologo.  A lui piace il mondo del vino perché vede me che vado in giro e mi trattano come un papa quando vado a mangiare dai clienti. E a lui piace mangiare La piccola, 10 anni, è l’opposto: espansiva, parla con tutti, potrebbe diventare una commerciale formidabile. Mitja li guarda e intravede il futuro: lui in cantina, lei a vendere. Il sogno di ogni padre vignaiolo. I vini nel bicchiere Alcuni produttori si raccontano meglio attraverso le parole. Altri si capiscono davvero solo quando taci e bevi. Mitja è entrambe le cose. Ho stappato due bottiglie di Trebes con la stessa attenzione con cui si ascolta qualcuno che sta ancora cercando la propria voce, sapendo che quello che senti è già bello, e che il meglio deve ancora venire. Level 8. Ribolla Gialla Pas Dosé Level 8 arriva nel bicchiere arriva paglierino, con un perlage fine e persistente che sale lento, disciplinato, come chi ha qualcosa da dire e non ha fretta di dirlo. Al naso è pasticceria domestica, quella delle cucine vere: crema al limone ancora tiepida, fiori di glicine appena aperti. C’è una dolcezza che non è zucchero ma è profumo, e già lì capisci che questo vino ha una sua idea di sé. In bocca il perlage è sapido, fresco, con una punta di amaro finale che non disturba, anzi, è proprio quella punta a rendere tutto meravigliosamente pieno, gustoso, appagante. Il limone torna pulitissimo, porta via ogni residuo di ridondanza, e lascia una sensazione di piacevolezza che non riesci a smettere di inseguire. Un vino croccante, dissetante, semplice nel senso più nobile del termine: nessuna sovrastruttura, solo materia prima e onestà. Bravo, Mitja. Davvero. Ribolla Gialla Brut Millesimato 2022 Il 2022 è stato un anno difficile per chiunque lavorasse in vigna. Caldo, siccità, la natura che non chiedeva permesso. Eppure da questa annata complicata Trebes ha tirato fuori qualcosa di molto interessante: il Metodo Martinotti (lungo 18 mesi) Ribolla Gialla. Nel bicchiere il vino porta ancora addosso i segni di quell’estate lunga: colore caldo, perlage vivace ma non aggressivo, un naso che profuma di Ribolla nel senso più classico: agrumi gialli, un accenno di mandorla, quella mineralità da flysch che qui non è mai un’astrazione ma qualcosa di fisicamente percepibile, quasi tattile. In bocca l’acidità è la protagonista giusta: tesa, verticale, con un finale che rimanda a gesso bagnato e scorza di cedro. Un vino che non vuole compiacere, vuole convincere. E ci riesce. È ancora giovane. Tra un anno sarà ancora più interessante. Tenetelo a mente. La cantina di pietra e il borgo che verrà Mitja possiede una vecchia cantina in pietra. La stessa che usava suo padre. Adesso è in affitto in un’altra sede, ma l’intenzione è di ristrutturarla.  Me la ristrutturerò come mi serve. Poi ci ragionerò per un domani: barrique, cuvée per gli spumanti, sboccatura.  All’occorrenza, sbancherà il capannone accanto per farci una cantina interrata nella collina.  Posso fare grande quanto voglio. Non è un problema. Anche in questo caso quella di Mitja è tranquillità vissuta senza spocchia o particolare ambizione. È la pazienza di chi vive senza fretta sapendo e volendo dedicare il proprio tempo anche alla propria famiglia. Sa che deve crescere, ma piano piano. In maniera sostenibile. Vigneti che si riconvertono piano piano, da Pinot Grigio e Sauvignon (i vitigni che andavano di moda trent’anni fa) a Ribolla, Malvasia, Friulano Vitigni che è giusto coltivare qui da noi per valorizzare il territorio. Un’attenzione quasi maniacale a non stravolgere, a non forzare, a non snaturare. Poi il sogno: creare un piccolo borgo dell’accoglienza. Cinque, dieci camere. Un posto dove i clienti possano venire, assaggiare il vino, dormire tra i vigneti.  Per come siamo situati si presta perfettamente. Come si usa in Toscana, che sono molto più avanti di noi. La ristorazione? Mi piacerebbe tanto, il mio background è quello. Ma è una rogna apocalittica. Magari mando gli amici a mangiare fuori. Sorrido. Perché Mitja Princic sogna in grande tenendo i piedi ben piantati nella terra. Progetta il futuro senza dimenticare da dove viene. Vuole crescere, ma non diventare qualcos’altro. Il clima, i vigneti bassi e la verità sussurrata I vigneti di Mitja sono nella parte bassa di San Floriano del Collio, verso Cormòns. Se prima questo poteva essere una diminutio adesso, con i cambiamenti climatici, le cose cambiano.  Sono contento. Il clima è diverso rispetto alla parte alta. Con il clima che è cambiato, vedo differenze di temperatura assurde a distanza di 200 metri. I vigneti che si esprimono meglio sono quelli nella parte in basso. Tra parte alta e bassa del Collio è come se ci fosse una tenzone. Come le tante che ci sono nel mondo del vino, pieno di gerarchie non scritte, di classifiche ereditate dal passato, di cru e di terroir che valgono più di altri. Oggi il clima sta ridisegnando tutto. Quello che era vero trent’anni fa non è più vero oggi. Mitja, che arriva dalle zucchine e non ha pregiudizi, lo vede con chiarezza. Non lo grida ai quattro venti perché sarebbe scortese, sarebbe pericoloso. E Mitja non è il tipo. Semmai lo sussurra mentre io lo raccolgo come si raccoglie un frutto maturo. Come sarà Mitja tra vent’anni? Felice. Sereno, in salute. Con un’azienda che lavora bene, con due figli accompagnati a fare quello che gli piace.  Altro che proiettare fatturati, premi, riconoscimenti. Conta la serenità ovvero la cosa più difficile da raggiungere, per uno come lui, abituato a correre a una velocità che gli altri faticano a seguire. Mio cugino mi dice sempre: “voi Princic siete delle belle persone, ma avete un difetto: lavorate troppo. La velocità a cui andate è troppo alta per gli altri”.  Mitja ne è assolutamente consapevole. Così come è consapevole che è nel suo dna, dunque non risolvibile. Il vino gli ha dato l’opportunità di trovare un equilibrio. Non certo la ricchezza perché magari con le zucchine era meglio. Nemmeno la fama perché per quella ci vuole tempo. L’equilibrio. Ecco, l’equilibrio si. Non ho ancora assaggiato le bottiglie che in questo momento sono sott’acqua, da qualche parte nell’Adriatico perché non pronte. Le lascio li ma nella mia mente sono un punto fermo di questa storia. Così come lo sono quel nonno che a 96 anni prendeva caprioli a 150 metri; il padre che se n’è andato in tre mesi lasciando non un vuoto ma il vuoto;  i figli che crescono; il mare che è stato il principio di tutto; il vino che torna a casa. Contemporaneamente penso che sì, Mitja Princic ha fatto la scelta giusta. Non certo quella più facile o più ovvia. Sicuramente quella giusta. Bevi il vino, amico mio, e guarda le stelle. La vita è breve, ma il ricordo di un buon bicchiere dura per sempre. È una vecchia cantilena contadina che forse non è mai esistita, ma che mi piace immaginare sia stata sussurrata proprio tra i filari del Collio, in una sera che non si dimentica. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta Arrow Right Top Bg

18 Settembre, 2026

Masseria Felicia. Fabrizio Fiorenza, l’uomo che tiene aperta la porta

  Un uomo può perdere quasi tutto e continuare ad alzarsi presto, controllare il cielo, seguire il lavoro in vigna, rispondere al telefono, partire per Roma, tornare a Sessa Aurunca. In tutto questo, tenere aperta la porta di una cantina che porta il nome di sua moglie. Fabrizio Fiorenza vive dentro una vita alla quale sembra opporre poca resistenza. Non fosse altro per permettere a Masseria Felicia di avere ancora un domani. Una storia intensa di amore, coraggio e appartenenza nel cuore del Falerno del Massico. Masseria Felicia è la  masseria rosa posta alle falde del Monte Massico, nell’antico Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina alle spalle e il Tirreno a pochi chilometri. Qui il paesaggio ha accumulato strati di tufo grigio, pomici, cenere, vento e storie familiari; la vigna più importante dell’azienda cresce perfino sopra un terreno appartenuto al nonno paterno di Fabrizio, perduto a carte contro un barone e tornato, attraverso una concatenazione che sembra scritta da un romanziere, nella sua vita. Questa cosa l’abbiamo scoperta dopo. La vigna dell’Etichetta Bronzo era su un terreno di mio nonno. L’aveva perso a carte. Le coincidenze per me nemmeno esistono: sono cose che si incastrano perché lì ci devi stare. La terra aveva atteso.  Prima di ritrovare Fabrizio la terra era passata per Alessandro Brini, padre di Felicia, rappresentante di materiale tecnico industriale a Napoli e uomo legato a queste campagne da un desiderio antico. Comprò il casale nel quale suo padre aveva lavorato come colono, a duecento metri dalla casa di famiglia, quasi volesse riscattarne insieme ai muri la vita trascorsa dentro di essi. Nel 1995 reimpiantò un ettaro e mezzo con Aglianico e Piedirosso trovando spazio anche per la Falanghina. Voleva fare vino come lo avevano fatto suo padre e i suoi fratelli, dapprima per sé, senza intuire che quel gesto avrebbe cambiato il destino della famiglia. La prima vendemmia arrivò nel 1999. Poche bottiglie, una cantina ricavata sotto casa, la grotta, l’anticantina, l’incoscienza felice degli inizi. L’agronomo Nicola Trabucco conosceva profondamente il territorio e desiderava misurarsi con l’enologia. Il Falerno del Massico in quegli anni viveva soprattutto nei nomi di Moio e Villa Matilde. Attorno restavano vigne, memoria e un’identità ancora priva di una voce collettiva. Trabucco propose di rivendicare la denominazione. Alessandro accettò. Felicia entrò nella storia con la rapidità delle persone che riconoscono il proprio posto prima che gli altri riescano a vederlo. Felicia lavorava nella pubblicità. Con il suo art director fece l’etichetta. La tipografia ne stampò una parte con la lamina bronzo e una parte opaca. Avevamo due vini, uno passato nel legno e uno rimasto in acciaio, così usammo le etichette diverse per distinguerli. Etichetta Bronzo nacque anche da quell’errore. L’errore diventò un nome. Il nome diventò un caso. Alla manifestazione dedicata al Falerno organizzata dalla Camera di Commercio di Caserta, il vino della vendemmia 2000 conquistò cuochi e giornalisti. Tre bottiglie partirono verso una degustazione internazionale e tornarono sotto forma di un punteggio capace di spalancare il mondo: 95. Il fax cominciò a sputare fogli, il telefono a ricevere chiamate dall’estero, mentre in famiglia si cercava perfino di capire come spedire quelle millecinquecento bottiglie richieste dall’Arabia Saudita e da mercati fino al giorno prima impensabili. Pensavamo fosse una pubblicità o un listino. Poi iniziarono a chiamarci da tutto il mondo. Dicevamo: guardate, abbiamo mille bottiglie e nemmeno sappiamo come mandarvele. Loro pensavano che volessimo fare cartello sul prezzo. La verità era molto più semplice: eravamo impreparati a un successo del genere. Una cantina può crescere in fretta, la vocazione chiede invece tempo. Felicia lasciò la città, sposò Fabrizio, diventò madre di Alice e si dedicò con suo padre alla costruzione dell’azienda. Fabrizio, laureando in ingegneria meccanica, sistemista informatico, insegnante in palestra e fotografo nei matrimoni, continuava a fare avanti e indietro da Roma. Poi mollò tutto per partecipare al progetto. Felicia aveva conosciuto quelle campagne da bambina e aveva conosciuto Fabrizio quasi nello stesso tempo. Come nei romanzi, esistono fotografie in cui giocano insieme, anni prima di ritrovarsi nel luglio del 1999 a un matrimonio dove lui scattava immagini e lei era invitata.  La vita li aveva fatti passare uno accanto all’altra, poi aveva unito ogni filo nella stessa casa. Masseria Felicia: il nome di una donna, il lavoro di una famiglia. Felicia divenne una delle prime donne a imprimere una voce personale al Falerno del Massico e contribuì alla nascita di una coscienza territoriale, al consorzio, al racconto di una denominazione che aveva bisogno di uscire dalla citazione antiquaria e tornare materia viva. I nuovi vigneti, pur vicini tra loro, restituivano caratteri diversi; invece di forzarli dentro un’unica etichetta, lei ne ascoltava le differenze. Da quella capacità nacquero vini distinti, ciascuno legato a una parcella, a un’esposizione, alla risposta di un’annata. Aveva raggiunto una dimestichezza impressionante. Sapeva quello che voleva dai suoi vini e riusciva a trasferirlo dentro il bicchiere. Assaggiava e diceva: quest’anno facciamo così, mettiamo questo qui, aspettiamo. Aveva un legame fortissimo con i suoi prodotti. Ascolto Fabrizio che ne parla attraverso l’ammirazione prima ancora che attraverso il dolore. Recita ogni capacità di Felicia come si conserva una voce registrata nella memoria: la sicurezza negli assemblaggi, l’istinto sui bianchi, il coraggio di allontanarsi da un protocollo quando il vino chiedeva un’altra strada. Amare qualcuno significa anche conoscere la parte nella quale ci supera e continuare a esserne fieri quando quella superiorità diventa assenza. Felicia morì improvvisamente. Ho voluto una frase così secca perché la morte, ancor peggio quando è improvvisa, è dura, crudele, ingiusta. La frase occupa lo spazio di tre parole ma divide tutto. Il prima era un’impresa familiare lanciata nel futuro; il dopo diventò una casa attraversata dalla mancanza, un padre incapace di superare la perdita della figlia, una ragazza ancora minorenne, un’azienda sospesa fra norme, successione e vini fermi in cantina. Alessandro, il padre di Felicia, seguì la figlia due anni più tardi, spezzato da una storia clinica complessa e da un lutto che aveva scavato più a fondo della malattia. Per quasi due anni siamo rimasti fermi. Alice era minorenne.  Io con la mia posizione professionale non potevo figurare come imprenditore agricolo. L’eredità era bloccata. Secondo lo Stato non avremmo potuto nemmeno curare le vigne, assumere gli operai, mandare avanti il lavoro. Sembra qualcosa di kafkiano. La burocrazia, la necessità di dover continuare un lavoro, una figlia da crescere, la solitudine. Forse non c’era neanche il tempo per il dolore. Nel frattempo, la vigna continuava, insesorabilmente, a crescere. La burocrazia sa sospendere un’impresa mentre le stagioni ignorano i timbri. Per fortuna, i lavoratori scelsero di restare, legando la propria dignità alla sopravvivenza di quel luogo. I ragazzi dissero: siamo qui da dieci anni, non ti voltiamo le spalle adesso. Ci siamo rimboccati le maniche tutti insieme e abbiamo ricominciato. Ecco che, come accade, meno male spesso, l’azienda non coincidere solo con la proprietà. Si trasforma in comunità. Nessun proclama sulla resilienza, parola consumata proprio da chi ha conosciuto poco il dolore; soltanto persone che curano i filari perché abbandonarli avrebbe significato lasciare morire anche il lavoro di Felicia.  In questo contesto di difficoltà e solitudine, Fabrizio avrebbe potuto vendere, liberarsi di una responsabilità enorme e tornare senza particolari deviazioni al mestiere di ingegnere. La vendita avrebbe portato estranei a pochi metri dalla casa della suocera, ma la ragione decisiva abitava altrove. Vendere non è mai stata un’opzione. Ho visto il lavoro che c’è stato dietro da parte di Felicia e di suo padre. Piuttosto ho pensato di rinunciare a una parte del mio lavoro e capire come rimettere in marcia questa cosa. La fedeltà possiede spesso una forma poco spettacolare: doppio lavoro, trasferte, contabilità, potature, decisioni prese la sera, paura di sbagliare il vino di chi sapeva farlo meglio di te. Fabrizio lavora ancora come libero professionista, ha spostato lo studio a casa, divide la settimana fra la cantina e Roma, dove Alice frequenta l’università. La Masseria porta il nome della madre e appartiene alla figlia; lui la conduce sapendo che il proprio compito consiste nel consegnare una possibilità, mai un debito. Fatti il tuo percorso, fai quello che vuoi. Poi questa è tua. Un giorno deciderai se venderla oppure tornare qui e continuare quello che era il sogno di tua madre. Alice ha ventidue anni e il dolore conserva ancora stanze nelle quali entrare costa troppo. Fabrizio lo comprende. La speranza di vederla tornare resta vicina e silenziosa, privata di ogni ricatto affettivo. Un’eredità diventa amore soltanto quando lascia libero chi la riceve. I vini di Masseria Felicia: raccontare una promessa Vorrei portare i vini di Masseria Felicia nel racconto già prima che compaiano nel bicchiere perché è come se abbiano già attraversato queste righe insieme alle persone che li hanno immaginati, alle vigne che li hanno generati, alle stagioni che li hanno accompagnati. Hanno respirato il vento che sale dal Tirreno, hanno assorbito il calore antico del Roccamonfina, hanno osservato le stesse albe che per anni hanno accolto il lavoro di una famiglia. Per questo, quando finalmente arrivano nel calice, non sembrano semplici vini. Sembrano memoria liquida. Etichetta Bronzo è il luogo dove tutto comincia. Dentro quel vino vive ancora l’entusiasmo degli inizi, l’incoscienza delle prime vendemmie, la sorpresa di un sogno che improvvisamente trova una voce capace di farsi ascoltare lontano da queste colline. L’amarena matura, la prugna, le erbe mediterranee, la cenere e la profondità vulcanica del territorio si rincorrono in una materia generosa che il tempo continua a scolpire anno dopo anno. Le vecchie annate sembrano aprire lentamente uno scrigno di ricordi, lasciando emergere tabacco, spezie, sottobosco e frutta scura. Non entrano nel bicchiere con impeto. Arrivano come arrivano certe verità: lentamente. Etichetta Bronzo è il Falerno del Massico DOC 2017 da Aglianico (80%) e Piedirosso (20%). Affinamento in Barrique e Tonneaux per circa un anno poi vetro per un ulteriore anno. Abbiamo aperto un 2004 e aveva raggiunto un equilibrio meraviglioso, rotondo, pieno, con tremila sfaccettature. Poi assaggi il 2017 e capisci che è buono, ma ha ancora molta strada. I nostri vini hanno bisogno di tempo. Il tempo. Ogni volta si torna lì. Come se queste vigne avessero imparato che la fretta appartiene agli uomini, mentre la profondità appartiene alle radici. Dentro la stessa corrente scorre Anthologia. Qui tutto diventa più sottile. La Falanghina si muove come una luce che attraversa lentamente una stanza. Il cedro, la mela gialla, la ginestra, la mandorla e quella sapidità che sembra portare con sé il ricordo del mare costruiscono un vino che non cerca di essere protagonista. Preferisce restare accanto. Accompagnare. Svelarsi poco alla volta. Sui bianchi Felicia aveva una sensibilità incredibile. L’enologo praticamente non li toccava più. Si faceva i suoi tagli, decideva gli affinamenti, assaggiava e capiva dove voleva arrivare. Anthologia conserva qualcosa di quella sensibilità. Non perché voglia raccontarla, ma perché sembra averla assorbita. Ogni sorso possiede la calma delle cose che conoscono la propria direzione e non sentono il bisogno di dimostrarla. Poi arriva Io Posso e il racconto si apre verso il futuro. Per anni il Piedirosso ha camminato accanto all’Aglianico, compagno fedele e silenzioso, presenza costante all’interno della storia del Falerno. Qui trova invece una voce tutta sua. Le ciliegie croccanti, il melograno, il ribes rosso, le erbe spontanee e la tessitura minerale dei terreni vulcanici compongono un vino attraversato dalla luce, dalla freschezza e da una naturale eleganza che non ha bisogno di esibire forza per farsi ricordare. Il sorso procede con sicurezza e leggerezza insieme, come se conoscesse perfettamente il luogo dal quale proviene. Io non voglio andare dietro alle mode. Voglio che il vino continui a raccontare il territorio. Forse è proprio qui che si nasconde il significato più profondo di questo vino. Nella scelta di restare fedeli alla propria voce quando tutto invita ad assomigliarsi. Nella convinzione che l’identità abbia ancora un valore. Nella fiducia che una terra, se ascoltata davvero, sappia trovare da sola il modo di raccontarsi. E allora i tre vini non possono essere semplici etichette. Etichetta Bronzo custodisce il coraggio di cominciare. Anthologia custodisce la sensibilità necessaria per trasformare una terra in un linguaggio. Io Posso custodisce il coraggio di continuare. Tutti custodiscono qualcosa e non solo l’idea di Felicia. Custodiscono il ricordo insieme alla voglia di portarlo nel futuro. Io principalmente una cosa non la voglio abbandonare: l’idea di portare in bottiglia l’espressione del territorio. Questa è la cosa che ha sempre caratterizzato i nostri vini. Se una vendemmia è stata difficile e il vino viene diverso, va bene così. Racconta quello che è successo. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta dei nostri vini: li riconoscevi, capivi da dove venivano. La promessa che attraversa Masseria Felicia, è tutta qui. Nel rifiuto di cancellare le tracce del tempo. Nella volontà di lasciare che ogni annata conservi il proprio carattere, che ogni vigna mantenga la propria voce, che ogni vino continui a portare impressa la memoria dell’anno, della terra e delle persone che l’hanno accompagnato. Se fai così hai vinto. Perché il vino dice da dove viene. Le sue parole restano nell’aria anche quando il bicchiere è vuoto. Come restano le promesse vere. Quelle che attraversano gli anni, cambiano volto, passano di mano in mano e continuano a vivere senza bisogno di essere ripetute. Quelle che, tra il Massico e il mare, hanno trovato casa dentro una vigna e continuano a raccontarsi vendemmia dopo vendemmia. Restare fedeli mentre tutto cambia Il Falerno del Massico attraversa, e non da poco, una stagione fragile. L’entusiasmo ha moltiplicato le aziende, la contrazione del mercato ne ha ridotto il numero, alcune bottiglie finiscono a prezzi incapaci di sostenere il lavoro e uve, arrivate da altrove, minacciano di confondere il legame con l’origine. Il vino rosso potente incontra consumatori attratti da leggerezza e immediatezza, mentre il clima sposta maturazioni, acidità, gradazioni e tempi di raccolta. Fabrizio osserva tutto questo con lo sguardo dell’imprenditore, conosce la necessità di ricostruire distribuzione e mercati perduti durante la pausa, stima in anni il lavoro necessario e rifiuta di rispondere alla crisi svendendo il carattere della masseria. Eravamo arrivati a quaranta produttori, adesso siamo molti meno. Qualcuno chiude, qualcuno vende bottiglie a due euro e distrugge il lavoro fatto sul territorio. Fare vino sembra facile finché non inizi davvero. Il Falerno, poi, chiede esperienza e tempo. La capacità d’impresa di Fabrizio vive in questo equilibrio difficile: garantire sostenibilità economica, ridare ossigeno alla rete commerciale, ascoltare i gusti nuovi e continuare a produrre un vino riconoscibile. Nessuna nostalgia sterile per il passato, nessuna resa al presente. La masseria riparte da circa dodicimila bottiglie e da tre ettari e mezzo direttamente gestiti, con l’ambizione concreta di ricostruire i rapporti in Italia e all’estero, recuperare libertà decisionale e permettere alla cantina di sostenere chi la custodisce. Il mio mestiere mi piace e oggi mi dà da mangiare. Però sto lavorando perché la cantina torni ad avere un’autonomia, perché un giorno io possa scegliere di dedicarle più tempo. Voglio riportarla in auge e ristabilire un discorso commerciale serio. Imparare, per lui, significa sedersi accanto all’enologo Vincenzo Mercurio, ascoltare, discutere le vigne, capire perché una massa chiede una scelta e un’altra la respinge. Significa accettare di dipendere ancora da una competenza esterna e trasformare quella dipendenza in crescita. Fabrizio non vuole essere leader, stratega, imprenditore. Ha in se una sorta di fragilità diventata forza, amore, conoscenza. Io ne so molto, ma dipendo ancora dall’enologo. Con Vincenzo condividiamo la sensibilità per il territorio e l’idea che il vino si faccia in vigna, lasciando alla cantina il minimo lavoro possibile. Quando viene parliamo, mi fa capire. Sto crescendo anch’io. Le parole di Felicia abitano ancora quel confronto. Fabrizio le riconosce, evita di travestirsi da lei e costruisce una voce propria. Il lutto pretende spesso una fedeltà impossibile: restare identici per dimostrare amore. Lui ha scelto una fedeltà più adulta, capace di cambiare e di assumersi la colpa che accompagna ogni nuovo inizio. Mi dicevano: continui, ma i vini saranno diversi. Certo che saranno diversi. Era lei a farli, era lei ad avere quel sogno e quel modo di vedere le cose. Però allora dovevamo far morire tutto? Le cose succedono. Sarà diverso, ma continuerà sulla strada che abbiamo aperto. Continuare. Un verbo che contiene la parte più autentica, più vera e sincera di Fabrizio. Nessuna certezza sul ritorno di Alice, nessuna garanzia che il mercato restituisca ciò che ha tolto, nessuna illusione di replicare la mano di Felicia. Soltanto la decisione di consegnare al giorno successivo una cantina ancora viva. I ricordi vanno ancora alla vigna dell’Etichetta Bronzo. Apparteneva al nonno, passò ad un barone sopra un tavolo da gioco, venne riscattata da un’altra famiglia e oggi cresce sotto le mani di un uomo che la cura per una figlia. In quel fazzoletto di terra, che importanza può avere il possesso? Semmai restano le persone che lo hanno attraversato e la responsabilità temporanea di chi lo tiene fertile per chi verrà. Fabrizio avrebbe potuto chiudere la porta il giorno in cui Felicia se n’è andata. Avrebbe avuto ogni assoluzione. Invece l’ha lasciata aperta, ha permesso ai lavoratori di tornare, al vino di continuare il proprio riposo, alla madre di Felicia di abitare ancora la casa, ad Alice di conservare una scelta, perfino a se stesso di scoprire quale uomo sarebbe diventato dopo la perdita. Finché posso, io continuo. Poi sarà Alice a decidere. Anche se un giorno vendessimo l’uva e facessimo soltanto poche bottiglie per noi, questa storia rimarrebbe qui. Il dolore ha cambiato il vino, il lavoro, la famiglia e perfino il futuro, ma non è riuscito a chiudere quella porta. Forse l’amore adulto finisce qui, nel gesto di prendersi cura di ciò che l’altra persona avrebbe voluto vivo, accettando che assumerà una forma diversa. Fabrizio resta davanti a quella forma mentre cambia, la studia, la protegge, a volte la teme. Ogni vendemmia gli restituisce una domanda alla quale nessuno può rispondere al posto suo: quanto di Felicia deve rimanere e quanto di Fabrizio ha finalmente il diritto di entrare? La risposta matura lentamente nelle bottiglie, sotto la casa, dentro la grotta dalla quale tutto cominciò. Un giorno Alice tornerà oppure sceglierà altrove. In entrambi i casi troverà una porta aperta e un uomo che ha difeso per lei il diritto di decidere. Allora comprenderà che suo padre non le ha lasciato soltanto vigne, muri e vino. Le ha lasciato intatto il sogno di sua madre, senza trasformarlo in una catena. Masseria Felicia porta il nome di chi manca. Oggi vive grazie a chi avrebbe potuto andarsene. Tra questi due estremi, il Falerno del Massico continua a riempire i bicchieri e a pronunciare, vendemmia dopo vendemmia, la parola che Fabrizio non ha mai avuto bisogno di promettere: domani.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Hic et nunc. L’arte di essere presenti Arrow Right Top Bg

16 Settembre, 2026

Hic et nunc. L’arte di essere presenti

Nel Monferrato, Massimo Rosolen ha trasformato una scelta radicale in Hic et Nunc, cantina dedicata al Grignolino, al Cortese e ai vitigni autoctoni. Una storia di terra, vino e coraggio, nata dal desiderio di non rimandare più la vita.     Non ti chiedere cosa può accadere domani. Qualunque giorno il destino ti dona, vivilo come un guadagno. Smettere di aver paura del domani, di quello che avverrà, di quel che sarà. Godere del presente così da costruire veramente il futuro. Bello l’insegnamento di Orazio. Sapete, è un po’ come quando una coppia continua a stare insieme sperando che il futuro sia meglio del presente. Rimangono legati non perché stiano bene ma perché sperano che le cose si risolvano. Solo che non solo non si risolvono per il semplice motivo che un vaso rotto non può mai tornare come prima, ma anche perché il presente, la vita, non la si vive appieno. Una volta la mia amica Alessia, avvocato che seguì il divorzio, mi disse che separandoci avevamo fatto il gesto d’amore più grande verso nostro figlio. Le diedi ragione, subito. Oggi e adesso non è la cultura di chiudere gli occhi e non guardare al futuro. Al contrario, è godere appieno del presente per costruire un futuro migliore. Massimo Rosolen ha costruito su questa verità semplice e vertiginosa, un’intera filosofia d’impresa. Avendolo conosciuto, dubito sia per vezzo letterario. Semmai per arrivare a considerare il vino come vero atto d’amore. In questo contesto, la sua azienda, non può che chiamarsi hic et nunc. Qui e ora. In questo momento, in questo luogo. Forse solo qui e solo ora. Il luogo è il Monferrato. Quello vero, quello selvatico, quello che non ha ancora ceduto alle lusinghe della patinatura. All’ombra di altri territori più blasonati, il Monferrato si è ritagliato una immagine di Piemonte vero. Senza orpelli. Alle volte scorbutico. Spesso distante dalle mode. Sempre vero. La follia di un uomo che ascoltava suo nonno Ho visto storie iniziare con un sorso di vino. Uomini diventati tali appoggiando le labbra al primo calice colmo di una qualche sostanza alcolica. Ma anche uomini che, ad un anno, venivano già svezzati con quel sorso. Massimo è uno di loro. Sangue friulano, radici contadine, un nonno che gli ripeteva come un mantra Quando hai qualche soldo, investili in terra, perché di terra non ne costruiscono più. Lui lo ha ascoltato. E come tutti quelli che ascoltano i vecchi saggi e ignorano i consigli prudenti, ha fatto una follia. Ha mollato tutto. Un’agenzia per il lavoro costruita dal nulla, altre società nel mondo dei servizi dedicati all’impiego. Tutto liquidato. Per cosa? Per comprare terre, vigne e un sogno. Avevo bisogno di trovare un po’ di pace Non è la pace di chi si ritira dal mondo. È la pace di chi ha deciso dove combattere la sua battaglia. O semplicemente dove vivere la propria vita. Pensateci un attimo: un imprenditore bergamasco, cresciuto tra la Val Brembana e le pizzerie di famiglia, che decide di piantare tutto e trasferirsi su una collina del Monferrato. Non è propriamente e solamente un cambio di vita. Sembra una vera e convinta dichiarazione di guerra alla normalità. La scelta del territorio: un atto d’amore, non di conquista Ho scelto il Monferrato per due motivi. Cercavo un territorio che fosse atto a fare grandi vini e il Piemonte era la risposta. Ma visto che non mi piacciono le cose facili, cercavo anche un territorio che non fosse già arrivato, saturo. Ho visto molti cercare la scorciatoia, il brand già fatto, la denominazione che si vende da sola. La velocità non del percorso ma dell’arrivo è, in fondo, quella delle nuove generazioni. Saranno magari i social per i quali basta scrollare per trovare qualcosa. Come per le notizie che non si leggono ma si intravedono dai titoli, non ci si sofferma a leggere così come a godersi il percorso. Si vuole già essere arrivato e quando non succede, si vede un video di chi è già li. Non per invidiarlo ma perché ci faccia vivere qualche emozione. Massimo ha scelto deliberatamente la strada in salita. Ha scelto un Monferrato wild, selvatico, pieno di biodiversità ma ancora in ombra rispetto alle cugine Langhe. Ha scelto di essere pioniere, non colonizzatore. Poi innamorarsi di queste colline, non è difficile. La differenza è tra chi compra un territorio e chi lo sposa. Massimo non è arrivato con l’atteggiamento del conquistatore. È arrivato con quello del pellegrino. Ha comprato da Giovanni, terza generazione di coltivatori, un uomo di cinquantacinque anni che era stanco, che vendeva vino sfuso, che viveva in un mondo dove la damigiana da un litro sul tavolo era ancora la normalità. Un mondo che stava morendo. E lui, il forestiero, l’uomo venuto dalla Val Brembana passando per Milano, ha deciso di farlo rinascere. Il nome è destino hic et nunc. Qui e ora. Era un po’ una filosofia, quella del qui e ora. Fare vino, farlo in quel momento, farlo qui. Non poteva che diventare il nostro brand. Anche come augurio di buona fortuna per il futuro. I latini avevano il carpe diem, certo, ma avevano anche il senso della terra, del genius loci, dello spirito del luogo che va rispettato e onorato. Una saggezza antica presa da Massimo per trasformarla in un progetto imprenditoriale contemporaneo. Non è poco. I nomi delle cantine sembrano oggi usciti da un distributore automatico di marketing e chiamare la propria azienda con un’espressione latina che significa “qui e ora” lo interpreto come un vero e proprio atto di coraggio. Una lingua per molti morta e invece viva più che mai. In ogni modo, il nome sembra voler affermare che non apparteniamo a una moda, apparteniamo a un luogo e a un momento preciso. Prendere o lasciare. Stessa cosa dicasi per i nomi dei vini. Quelli di Massimo non solo sono in continuità con ciò che l’azienda l’ha scelto di rappresentare ma rappresentano anche qualcosa di radicato. Nel Monferrato per i vitigni, nella vita per la scelta da portare avanti. Dentro il bicchiere: Monumento, Monolite, Altromondo Monumento è la Barbera del Monferrato Casalese nella sua espressione più pura. Solo acciaio, nessun legno, nessun trucco. Colore rubino profondo, già attraversato da riflessi granata e comunque trasparente che fa capire come non si sia davanti all’ennesimo vino muscolare che cerca di stupirti a suon di estratto. Il respiro è dei fiori rossi freschi, dell’erba tagliata, del pepe, del ribes, della mora, del lampone. Un’arancia sottile illumina tutto come una luna invernale sul Monferrato. Infine il pepe, che firma il tutto con autorità balsamica. Un naso elegante, deciso, pungente. Non grida, non bisbiglia, non urla così che, chi sa ascoltare, capisce. Scorre poi tesa, viva, lucente. Una morbida lama verticale. Freschezza tagliente, tannini maturi ancora pulsanti, frutta che conferma ogni promessa del naso. Non si allarga, sale. Come una guglia. Persistenza sobria, finale pulito, voglia immediata di un altro sorso. È una Barbera che cerca, trovandola, la verticalità, la voglia di pungere senza far male. Rispecchia in pieno la Barbera che voleva dire Piemonte, che si beveva a tavola. Il vino semplice non solo delle domeniche ma di tutti i giorni. Fresco e diretto come il marmo di un monumento. Immagino il vecchio piemontese che per lodare la Barbera dice: A bisognaria faje un monument! Monolite, Cortese Nasce dalle marne bianche di Vignale Monferrato. Le stesse Terre Bianche che furono fondale marino prima di diventare collina. Sarà per questo che ne porta impressa una sapidità che sa di firma geologica. Paglierino e luminoso, apre con un ventaglio di fiori bianchi, pera e pesca che non ha nulla di timido; la vinificazione quasi integrale in acciaio custodisce la freschezza varietale, mentre la piccola quota affinata in barrique dona corpo senza appesantirne il disegno. È un Cortese che rifiuta la vocazione all’immediatezza tipica del vitigno capace, come pochi bianchi piemontesi, di attraversare gli anni e restituire, in tarda evoluzione, note di pietra focaia e idrocarburo che ne confermano la stoffa. Un manifesto, prima ancora che un vino. Altromondo, Grignolino del Monferrato Casalese DOC La materia si trasforma, mai si perde: è la stessa vicenda del Grignolino, vitigno che il Piemonte ha amato e dimenticato più volte nel corso di un secolo e che ad Hic et Nunc trova una delle sue metamorfosi più convincenti. Altromondo nasce sul Bricco, il punto più alto della tenuta, da vigne che superano il mezzo secolo e affondano le radici in marne tufacee; matura solo in acciaio, per non tradire la sua natura di rosso scarico e ingannevolmente lieve. Al calice si apre su rosa e peonia, poi cede a piccoli frutti (ciliegia, lampone) e ad una speziatura di pepe bianco che ne disegna il carattere senza asprezza. In bocca la trama tannica, fine ma presente, sorregge un corpo più pieno di quanto il colore lasci immaginare: un equilibrio che si gusta meglio a quella temperatura di cantina che i nonni sapevano bene anche in estate. Un altro mondo, appunto, quello che si apre quando si smette di giudicare un vino dal suo colore. Forse un mondo dimenticato ma che in Piemonte e nel Monferrato in particolare, proprio per la sua lontananza dalle mode e dal turismo di massa, può dirsi ancora presente. Come a dire che un altro mondo, magari quello del passato, è possibile. Tre vini, tre dichiarazioni d’intenti. E in ognuno si sente la scelta radicale di lavorare solo con vitigni autoctoni.  Uno Chardonnay stupendo a me fa impazzire. Però lo troviamo in tutto il mondo. Il Grignolino no. Il Cortese no. Se ce l’hai, sei caratterizzato e caratterizzante. Un viticoltore importante delle Langhe, ricorda Massimo, gli disse una volta:  Il Barolo viene solo da qua. Puoi mettere il Nebbiolo dovunque, ma viene una schifezza. Se vuoi il Barolo, devi stare qua. Ecco, estremizzando, questo vale per ogni territorio. E hic et nunc ha scelto di essere, prima di tutto, un racconto autentico del Monferrato. Un’impresa familiare nel senso più profondo E poi c’è Emanuela. Le grandi storie d’amore nascono spesso dove meno te lo aspetti e quella tra Massimo ed Emanuela è nata proprio qui, tra i filari.  Galeotta fu l’azienda Ci scherza Massimo così che si capisce come ci sia una tenerezza autentica in questa frase, il pudore di chi non ama spettacolarizzare i sentimenti. Emanuela è cresciuta in zona e con Massimo stanno costruendo qualcosa che va oltre il vino. C’è l’ospitalità, con la vecchia casa dell’ex proprietario ristrutturata e aperta nel 2017. C’è l’idea di un’azienda che sia anche un luogo di incontro, di scambio, di vita vera. C’è la loro vita insieme fatta di azienda e vita privata. Bello vederli insieme e bello vedere come se la tengano per loro. E dire che l’anno scorso sono passati da hic et nunc circa cinquemila visitatori registrati, cinquemila persone che hanno respirato quest’aria, camminato su questa terra, bevuto questi vini ascoltando la storia di chi li produce. Forse sono stati i primi a puntare molto sull’accoglienza. Su questo territorio era tutto ancora un po’ chiuso. Ci sono ancora tante aziende che il sabato e la domenica sono chiuse. Insomma, un modo per rimanere fedeli a loro così come ad un territorio che meriterebbe migliore attenzione. Il Monferrato è uno dei territori più belli d’Italia, ma anche uno dei più timidi. Per anni, quando vivevo a Torino, il Monferrato era il posto dove non trovavi niente. Niente ristoranti aperti, niente cantine visitabili, niente segnaletica. Un tesoro nascosto, certo, ma nascosto un po’ troppo bene. Forse anche per le persone riservate e timide. Quasi timorose di mostrare qualcosa di meno bello rispetto alle Langhe. Un po’ come chi non crede in se stesso avendo invece molto, moltissimo da mostrare. Ora le cose stanno cambiando e persone come Massimo ed Emanuela sono parte di questo cambiamento. Non stanno solo facendo vino: stanno facendo territorio. Le fragilità che rendono umani Sarebbe facile dipingere Massimo come l’imprenditore vincente che ha avuto successo e poi ha realizzato il sogno nel cassetto. Ma la verità è più sfumata e molto più interessante perché, come in molte altre storie, c’era la pandemia che colpiva proprio mentre la cantina nuova veniva ultimata.  La zona degustazione l’abbiamo finita ad agosto 2020. Piena pandemia. Mi sono preso una pandemia, mille problemi, problemi legati al vino e non del vino. Ha imparato che le difficoltà sono parte del gioco. Come la sfida del biologico in una terra dove i contadini “vecchia maniera” diserbavano senza pensarci due volte. Un mezzo terremoto culturale che però non lo ha scalfito.  All’inizio, quando ho iniziato la conversione, Giovanni era ancora presente. È stata una sfida incredibile fargli capire che il mondo girava in maniera differente. Quelli di una certa età hanno sempre lavorato come diceva il nonno. Il nonno diceva che si faceva così e se ha funzionato per cinquant’anni perché cambiare? Eppure Massimo ha tenuto duro.  Biologico deve essere una filosofia, non uno strumento commerciale. Tanto non te lo pagano di più, non le vendi molto di più se è biologico. Ci devi credere. Ci devi credere. Vero, il biologico non si fa se non ci credi. Forse non tanto perché si possa utilizzare come strumento di marketing. Quei tempi sono finiti. Si inizia e si continua con un percorso biologico se pensi possa far bene alla terra prima, alle persone poi. Vera convinzione che non è estremismo da talebani. È semplicemente un modo per interpretare la vita. Qui ed ora, hic et nunc, costruiamo per un futuro. Un futuro con la fatica di farsi conoscere, di costruire credibilità, di uscire dall’ombra. Abbiamo fatto tanto, ma abbiamo ancora una montagna da scalare. Consapevolezza di chi sa che nel vino, come nella vita, non si arriva mai davvero.  Questo mondo è fantastico anche per questo: perché non sei mai arrivato. Quando pensi di essere arrivato, cambia tutto. Il coraggio di restare artigiani Centomila bottiglie, dieci etichette, presto tredici. Numeri da azienda strutturata, ma con un’anima artigiana. Vogliamo arrivare intorno alle 150-180 mila bottiglie, non oltre. Per mantenere l’artigianalità. Questa non sarà mai un’azienda che farà milioni di bottiglie. La saggezza di una scelta che è un mix tra imprenditoria e tradizione. La ricerca di uno sviluppo pur rimanendo dentro canoni legati a quella manualità artigianale frutto del passato. La crescita non è così l’unico parametro che sembra contare. Non serve andare sugli scaffali della grande distribuzione. Non per snobismo, ma per coerenza. Perché quando fai vino con questa filosofia, ogni bottiglia deve portare con sé il racconto del luogo da cui proviene. E quel racconto, su uno scaffale tra cento altre etichette, semplicemente muore. Tra le nuove uscite, tre progetti che mi hanno fatto brillare gli occhi: una riserva di Grignolino, frutto di una selezione maniacale acino per acino, che uscirà in sole 1500 bottiglie; un rosato fermo di Dolcetto a bassa gradazione, pensato per l’estate ma con un’anima seria; e una bolla metodo classico, sempre di Grignolino.  Con il Grignolino avremo tre referenze. È il vitigno che ci rappresenta di più. E la riserva sarà il vino più importante dell’azienda, il fiore all’occhiello, la “chicca”. Abbiamo provato diverse volte, ma non siamo mai riusciti.  Poi è cambiato approccio, passando più volte in vigna, selezionando acino per acino con una pazienza che ha dell’ossessivo. È questo il bello del vino: puoi avere i numeri, la struttura, la visione imprenditoriale, ma se non metti l’anima in quello che fai, la chicca non arriva. Piccola apologia del Grignolino, anarchico testabalorda Prima di proseguire, concedetemi una divagazione. Perché se è vero che ogni vino è un racconto, il Grignolino è un romanzo intero. E come tutti i grandi romanzi, ha bisogno di essere letto con calma. Le cronache lo menzionano già nel 1249 chiamandolo Barbexinus o Berbesino in un documento dei monaci del Capitolo di Sant’Evasio di Casale Monferrato. Otto secoli. Otto secoli durante i quali questo vitigno è rimasto fedele al suo fazzoletto di terra tra le colline astigiane e il Casalese, rifiutandosi di emigrare altrove. Meno del 2% della superficie vitata piemontese, una produzione di poco più di due milioni di bottiglie: numeri da setta segreta, non da grande vino internazionale. Eppure, quando Re Umberto I di Savoia nell’Ottocento lo scelse come vino di corte, il Grignolino se ne stava sulle tavole più raffinate accanto al Barolo, senza complessi d’inferiorità. Poi venne la fillossera, vennero le guerre, venne l’omologazione. E il Grignolino, fragile, sensibile alle malattie, bisognoso di suoli asciutti e sabbiosi, finì nel dimenticatoio. Troppo pallido per essere un rosso, troppo tannico per essere un bianco. Troppo spigoloso, troppo irregolare, troppo scomodo. Il nome stesso è un enigma che profuma di dialetto e di terra. Forse deriva da grignòle, i vinaccioli che negli acini del Grignolino abbondano più che in qualsiasi altra varietà. Forse è legato al verbo piemontese grignare, che significa ridere. Ma non la risata aperta e cordiale: il ghigno, il sorriso di traverso. Quella piemontese insomma. Quella di quando bevi il Grignolino, che ti strappa un’espressione ambigua: da un lato la piacevolezza del frutto, dall’altro la sferzata del tannino che ti ricorda chi comanda. Fu Gino Veronelli, il maestro, a trovare la definizione perfetta: anarchico testabalorda. Anarchico perché non segue le mode, non si piega ai disciplinari del gusto dominante, non cerca di assomigliare a nient’altro che a se stesso. Testabalorda perché, nonostante le basse rese, nonostante la maturazione irregolare, nonostante tutto, continua a crescere solo dove vuole lui. Mario Soldati, che del Piemonte conosceva ogni piega, aggiungeva che non è un vino fatto per i ritmi del consumismo. E infatti il Grignolino ha aspettato. Ha aspettato che una nuova generazione di vignaioli, testaballordi almeno quanto lui, lo riscoprisse e gli restituisse la nobiltà che meritava. Dante Garrone, presidente dell’Associazione Produttori, lo definisce il più bianco dei vini rossi o il più rosso dei vini bianchi. Ed è vero: colore rubino scarico, trasparenza che inganna, profumi di fragolina di bosco, pepe bianco e una vena ferrosa che sa di terra bagnata. In bocca è teso, verticale, con una tannicità che ti afferra il palato e non lo molla più. Un vino che non ti perdona niente, e proprio per questo non ti annoia mai. Nel Monferrato Casalese, dove Massimo ha scelto di piantare la sua bandiera, il Grignolino trova forse la sua espressione più autentica: suoli calcareo-marnosi, compattezza minerale, un’eleganza rustica che è l’esatto opposto della ruffianeria enologica. È un vitigno difficile, antimoderno, che matura bene solo in certe posizioni e solo se produce poco. Un aristocratico decaduto che però, quando lo assaggi, ti ricorda subito perché un tempo i Savoia lo tenevano in cantina. Divagazioni tra un calice e l’altro La terra non la leggi sui libri. La senti, la annusi, la vivi. Devi buttare via i manuali e non perché non servano. Hai bisogno di toccare con mano, vivere la giornata e sperare nella prossima. Massimo è arrivato qui con manuali, con business plan, con una visione imprenditoriale precisa. Ha dovuto imparare ad ascoltare la terra. Solo che la terra, nel Monferrato non urla come certi territori blasonati, sussurra. Bisogna chinarsi per sentirla. La felicità della tua vita dipende in fondo dalla qualità dei pensieri. La felicità che un vino riesce a trasmettere forse dipende dalla qualità di chi lo fa. Una qualità umana e vera. Qualcosa che in Massimo ed Emanuela ho trovato in maniera tangibile. Non artefatta e non nascosta. Ma aperta e vera. Il futuro: essere punto di riferimento Spesso mi piace sapere come qualcuno si veda tra venti, trenta anni. Difficilmente trovo risposte vere o comunque ragionate. Quando però la propria filosofia di vita è un qui ed ora, allora le risposte assumono un significato più intenso.  Intanto spero di essere ancora in vita. Arrivare a quel numero di bottiglie, migliorarci sempre sulla qualità, farci conoscere sempre di più. E mi piacerebbe essere un punto di riferimento per questo territorio. Non si parla di soldi, di espansione, di conquista. Si parla di territorio. Di essere utile. Di restituire qualcosa a queste colline che lo hanno accolto. Una sorta di consapevolezza di come il Monferrato sia un territorio che ha bisogno di ambasciatori, di persone che credano in esso con la stessa forza con cui si crede in un amore difficile ma vero. Forse il Monferrato aveva la pancia piena. E gli andava bene così. Le vecchie generazioni fanno molta fatica a capire il cambiamento. Sono molto chiusi. E di conseguenza hanno rallentato questo territorio. Però forse è andata bene così: magari erano quelle generazioni che si sarebbero fatte prendere troppo la mano e avrebbero distrutto tutto. Massimo non ha minimante l’intenzione di giudicare. Al contrario, comprende. Sa che ogni territorio ha i suoi tempi, le sue ferite, le sue resistenze. E che il cambiamento, quando arriva, deve arrivare con rispetto. Lui la collina l’ha riqualificata: ha buttato giù un vecchio capannone di cemento e lamiera che era “inguardabile”, ha costruito una cantina sotto terra, ha fatto tutto in maniera sostenibile. Non ha sfruttato: ha donato. La lezione del qui e ora Seneca, nel suo De Brevitate Vitae, scriveva: Mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa. Quante volte rimandiamo le cose da fare. Da quelle banali ai nostri sogni. Da progetti di vita a voglia di rivalsa. Mettiamo tutto da parte con la solenne promessa di riprenderli quando arriverà il momento giusto. Solo che quel momento non arriva mai e se pure arriva, lo ignoriamo. Tanto per evitare di prenderci delle responsabilità e fare. Eppure, basterebbe respirare e via. Come dire che purtroppo finisce tutto perché non si sta più bene insieme.  Massimo Rosolen ha smesso di indugiare. Ha smesso di rinviare. Ha preso la sua vita, l’ha ribaltata come un calice dopo l’ultimo sorso e ha deciso che il momento era adesso. Il luogo era qui. Non è solo una storia di vino. È una storia di coraggio. Il coraggio di ascoltare un nonno che parlava di terra in un mondo che parla di finanza. Il coraggio di mollare tutto per qualcosa che non dà certezze ma dà senso. Il coraggio di scegliere un territorio difficile, di puntare su vitigni che nessuno conosce, di fare biologico quando nessuno te lo paga. Il coraggio di restare artigiani quando potresti crescere, di restare umani quando potresti diventare un brand. Massimo, con la sua voce pacata, i suoi occhi che guardano lontano, la sua compagna al fianco, i figli di un’altra vita che forse un giorno prenderanno in mano l’azienda.  Sarei felicissimo se uno dei due decidesse di lavorare qui e seguirci. Sa che i sogni non possono essere imposti a nessuno.  Si seminano. Come si sono seminate le colline del Monferrato. Manca ancora qualcosa però. Manca di essere più presenti sul nostro territorio. A livello nazionale. E avere maggiore credibilità, essere più riconosciuti come marchio. Però siamo sulla strada giusta. Gli credo. Perché quando un uomo ha il coraggio di giocarsi tutto sul qui e ora, il futuro non può che dargli ragione.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Hofstätter e l'anima di Mazzon Arrow Right Top Bg

15 Settembre, 2026

Hofstätter e l'anima di Mazon

  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e Riserva Mazon 2022, due interpretazioni di un grande Pinot Nero  Mazon è uno dei luoghi simbolo del Pinot Nero italiano e J. Hofstätter ne è da decenni uno degli interpreti più autorevoli. Attraverso il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022, emerge il racconto di un territorio capace di trasformare identità, eleganza e profondità in vino.   Non ricordo molti luoghi capaci di entrare così profondamente dentro un vino come l’altopiano di Mazon Lo ritrovi nel profumo del bosco dopo la pioggia, nella freschezza che scende dalle montagne al tramonto, nel respiro degli aghi di pino che accompagna il Pinot Nero fin dal primo istante. Qui l’eleganza è una conseguenza naturale del territorio. È il motivo per cui questo vitigno, più che altrove, sembra aver trovato qui una casa definitiva. E forse è anche il motivo per cui parlare di Mazon significa inevitabilmente parlare della famiglia Hofstätter, protagonista di una storia che da generazioni continua a definire il volto più autentico del Pinot Nero altoatesino.  Il Pinot Nero di Mazon  Il Pinot Nero non concede molto. È un vitigno capace di regalare emozioni straordinarie, ma altrettanto pronto a mettere in evidenza ogni limite del luogo in cui cresce. Per questo Mazzon (o Mazon) rappresenta qualcosa di raro. L’altopiano, sul versante più fresco della Bassa Atesina, offre luce senza eccessi, escursioni termiche capaci di preservare tensione e finezza, terreni antichissimi e un dialogo continuo con il bosco che accompagna la maturazione delle uve. Qui il Pinot Nero non ha bisogno di rincorrere equilibrio o eleganza. Li trova naturalmente. È una condizione che negli anni ha trasformato questo anfiteatro in uno dei riferimenti assoluti del vitigno in Italia e che la famiglia Foradori Hofstätter ha saputo interpretare con una visione pionieristica, arrivando a parlare di singole vigne e di cru quando questi concetti erano ancora lontani dall’immaginario enologico italiano.  Da questa lettura del territorio nasce la costellazione di Pinot Nero firmata J. Hofstätter. La tenuta, guidata oggi da Martin e Beatrix Foradori Hofstätter con il supporto dei figli Niklas ed Emma, ha fatto della zonazione una scelta precisa: distinguere le parcelle, rispettarne le differenze e riconoscere alla vigna un’identità propria. Nel 1987 fu la prima azienda della regione a introdurre il termine «Vigna» per alcuni dei suoi vini come logico riconoscimento che altitudine, esposizione, suolo e microclima non sono dettagli da uniformare. Sono il vino.  Il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 e il Riserva Mazon 2022 condividono l’origine, la cultura produttiva e la ricerca di purezza, ma restituiscono due espressioni nettamente riconoscibili del Pinot Nero di Mazon.  Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, il respiro del bosco  Il Pinot Nero di Mazzon possiede una voce riconoscibile e il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022 ne rappresenta il registro più elegante. Nasce esclusivamente dalle uve dell’omonimo vigneto, collocato nella parte più settentrionale dell’altopiano, tra i 430 e i 460 metri di altitudine. Le viti derivano da una selezione massale della Vigna Roccolo, il più antico vigneto di Pinot Nero dell’Alto Adige, allevato a pergola e piantato nel 1942. È un legame concreto con la storia di Hofstätter e, nello stesso tempo, un nuovo capitolo della lettura parcellare di Mazon.  Nel calice il colore è un rubino luminoso, già attraversato ai bordi da leggere sfumature granate che suggeriscono il percorso evolutivo senza tradirne la gioventù. Al naso la personalità emerge con chiarezza: piccoli frutti rossi e neri, fragoline di bosco, ribes, mora, poi aghi di pino, resina e sottobosco umido. La balsamicità è nitida, profonda, e amplifica una freschezza che richiama le prime ore di una mattina autunnale in montagna.  Più rimane nel bicchiere, più il frutto si integra con il paesaggio. La componente balsamica non copre, non forza, non cerca il centro della scena. Tiene insieme il profilo aromatico e conserva al vino una tensione costante.  Il sorso entra fresco e diretto, poi cresce senza accelerazioni. La ciliegia, la prugna e i piccoli frutti di bosco perdono progressivamente la loro croccantezza e acquistano una consistenza più morbida, quasi la densità di una marmellata artigianale ancora fedele al frutto. Il vino si distende con precisione, ma tende a concentrarsi al centro della lingua, dove lascia un’impronta netta. La mineralità lavora in profondità senza dominare, mentre la persistenza aumenta con l’ossigenazione.  È proprio il tempo nel calice a chiarirne la statura. Ogni ritorno aggiunge un dettaglio, amplia il sorso, rende la trama più completa e rotonda senza sottrarle slancio. La struttura c’è, ma non diventa mai rigida; la profondità cresce, ma non appesantisce. Il risultato è un Pinot Nero elegante, snello e duttile, capace di tenere insieme intensità e delicatezza con una naturalezza non comune.  Nel Barthenau Vigna Herbsthöfl ritrovo ciò che cerco più spesso nel Pinot Nero: la forza non dichiarata, la finezza che non diventa fragilità, la capacità di cambiare nel bicchiere restando perfettamente riconoscibile. Pane, burro e marmellata di piccoli frutti affiorano come un ricordo semplice e preciso, mentre la freschezza mantiene il sorso vivo fino alla fine. È un vino raffinato nei gesti, mai altezzoso, e proprio per questo profondamente coinvolgente.  Riserva Mazon Pinot Nero 2022, la profondità del tempo  Se il Barthenau Vigna Herbsthöfl rende immediata la parte più fresca e sottile di Mazzon, il Riserva Mazon Pinot Nero 2022 porta nel calice la continuità di un lavoro iniziato molto prima. La prima annata risale al 1978 e nasce da una rigorosa selezione delle migliori parcelle della tenuta Barthenau. Le radici affondano in rocce formatesi in un’antica laguna risalente a 250 milioni di anni fa. Qui la storia non è un elemento ornamentale, ma una componente concreta del vino.  Il colore appare più intenso e profondo rispetto all’Herbsthöfl. Anche il profilo aromatico è inizialmente più compatto. Non concede tutto subito. Fragolina, prugna, ciliegia matura e marasca emergono con gradualità, legate a una sensazione calda e raccolta. La balsamicità è meno evidente, più integrata, e lascia maggiore spazio alla maturità del frutto.  In bocca il passo cambia grazie all’ingresso morbido e avvolgente. La frutta assume la consistenza di una composta di fragole, marasche e prugne mature e si espande con naturalezza. Il sorso occupa il palato, ritorna sulle sensazioni iniziali, aggiunge volume e continua a svilupparsi. La sapidità si fa più decisa e accompagna un finale lungo, segnato da leggere note amaricanti che ricordano il nocciolo della ciliegia. È un amaro sottile, piacevole, che rende immediato il desiderio di tornare al bicchiere.  La caratteristica più evidente è la stratificazione. Prima il frutto, poi la freschezza, quindi la sapidità e, infine, una persistenza che non si limita a prolungare il sorso, ma ne modifica la percezione. La materia è ampia, eppure non cede all’opulenza. La morbidezza non diventa compiacimento. Ogni componente rimane misurata e contribuisce a una sensazione di solidità e completezza.  Il calore del finale non coincide con la concentrazione. È la conseguenza di un frutto più maturo e di una presenza gustativa più estesa, capace di avvolgere senza stancare. Il Riserva Mazzon mostra così il lato più autorevole del Pinot Nero dell’altopiano: ampio, profondo, già espressivo ma ancora in grado di crescere con il tempo.  La misura di Mazon  Per diversi minuti ho continuato a passare da un calice all’altro. All’inizio cercavo le differenze. Era inevitabile. Da una parte il Barthenau Vigna Herbsthöfl 2022, dall’altra il Riserva Mazon 2022. Poi ho smesso di analizzarli.  Il Riserva mostrava con chiarezza la propria struttura, l’ampiezza e quella progressione capace di lasciare tracce lunghe e profonde. L’Herbsthöfl continuava invece a guadagnare definizione, sorso dopo sorso, senza perdere la propria leggerezza espressiva.  A quel punto la degustazione è diventata qualcosa di più semplice. Sono tornato più volte a entrambi i calici, non per cercare conferme, ma per il piacere di farlo. Ed è lì che ho capito quale vino mi stava coinvolgendo maggiormente.  Il Riserva Mazon è un Pinot Nero autorevole, completo, costruito con grande rigore. L’Herbsthöfl possiede la naturalezza che non cerca di dimostrare nulla. Cresce nel bicchiere mantenendo precisione e coerenza.  Tra i due è quello che mi ha lasciato di più, non per un singolo aroma o per una particolare caratteristica tecnica, ma per il modo in cui ogni elemento contribuisce al risultato senza cercare protagonismo.  Alla fine mi sono rimasti entrambi nella memoria. Ma quando ho ripensato a questa degustazione, il primo vino che ho desiderato riassaggiare è stato il Barthenau Vigna Herbsthöfl.  È questa, per me, la differenza tra un vino che apprezzo e un vino che mi emoziona: il primo lo ricordo, il secondo continuo a cercarlo.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana Arrow Right Top Bg

14 Settembre, 2026

La festa che precede il vino. La Vendemmiata romana

  La vendemmia è molto più della raccolta dell’uva. All’Orto Botanico di Roma, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni ha trasformato un gesto antico in una grande festa cittadina tra filari, laboratori, musica, famiglie e il sorprendente Vigneto Italia ai piedi del Gianicolo. La vendemmia riesce ancora a fermare il tempo. Per qualche giorno contano meno le scadenze, le preoccupazioni, il rumore che accompagna le nostre giornate. Restano i filari, i grappoli arrivati a maturazione e le persone che, dopo mesi di lavoro, raccolgono il risultato di una stagione intera, portando con sé la fatica dei sacrifici affrontati, la soddisfazione per il clima che ha saputo essere generoso e il peso delle giornate in cui la natura ha mostrato il suo volto più difficile.  Ogni raccolta custodisce sentimenti diversi. La gioia di un’annata andata come si sperava, il sollievo per aver superato gli ostacoli, l’incertezza per un vino che deve ancora nascere. Qualche volta arriva anche la tristezza per ciò che il vigneto avrebbe potuto offrire e che il tempo, la pioggia o il caldo hanno portato altrove. La vendemmia, però, non conclude il lavoro. L’uva lascia la pianta e raggiunge la cantina, dove comincia un altro cammino, attraversato da nuove attese e da incognite che soltanto i mesi successivi riusciranno a sciogliere.  Qualunque sia stato l’andamento della stagione, la vendemmia conserva il valore di una festa. Gioiosa, divertente e coinvolgente quando l’annata è stata generosa, più raccolta se qualcosa è andato storto. Rimane il momento in cui la terra e le persone si ritrovano intorno al frutto di un lavoro condiviso. Una rassicurazione semplice, quasi necessaria: qualcosa è arrivato fino a noi e da quel raccolto potrà nascere qualcosa di buono.  Anche Roma, domenica 13 settembre, ha avuto la sua vendemmia.  All’Orto Botanico, sotto le mura del Gianicolo, la Vendemmiata Romana ideata da Luca Maroni e organizzata da Sens Eventi ha celebrato proprio quell’atto capace di riunire le persone. Un gesto nato nei campi ha trovato spazio nel cuore della Capitale, portando con sé la gioia della raccolta e trasformandola in una giornata vissuta insieme, tra il verde, i filari e la voglia di scoprire quanto lavoro e quanta vita precedano il vino.  Il luogo scelto per questa festa custodisce una sorpresa che continua a fare un certo effetto anche a chi conosce Roma e il suo antico rapporto con i grandi spazi verdi. Nel Vigneto Italia convivono 170 varietà di uva: 155 vitigni autoctoni provenienti da venti regioni italiane e 15 varietà internazionali, tutti coltivati secondo tecniche biologiche e biodinamiche. Più di cinquecento metri quadrati di vigneto proprio sotto il Gianicolo, in una città nella quale basta attraversare un cancello per lasciare alle spalle il ritmo urbano e ritrovarsi davanti a filari che raccontano territori lontani.  La festa ha cominciato presto ad allargarsi oltre la vendemmia. Lungo i sentieri dell’Orto Botanico le persone si incontravano, si fermavano, riprendevano a camminare seguendo una musica, la voce di un laboratorio o la curiosità suscitata da uno spazio dedicato all’arte, all’artigianato e ai prodotti tipici del territorio. Il verde teneva insieme ogni cosa e restituiva alla giornata una naturalezza difficile da costruire a tavolino. La raccolta dell’uva rimaneva il cuore dell’evento, ma intorno a quel cuore la festa cresceva, ballava e coinvolgeva persone di ogni età.  I bambini correvano tra i sentieri dell’Orto impegnati nella caccia al tesoro, inseguendo gli indizi con la serietà che soltanto loro sanno riservare al gioco. Pochi passi più in là, altri seguivano con attenzione i consigli dello staff per realizzare prodotti naturali, osservando ogni gesto e provando a ripeterlo. Nei loro occhi la scoperta non aveva bisogno di essere spiegata: prendeva forma tra le mani, diventava qualcosa da mostrare ai genitori e da portare con sé al termine della giornata.  Intorno, gli adulti si lasciavano conquistare dallo stesso spirito. Qualcuno si fermava davanti ai prodotti artigianali, qualcuno cercava le tipicità del territorio, altri scoprivano piccoli laboratori d’arte nascosti lungo il percorso, altri ancora si concedevano un calice di vino. I balli restituivano leggerezza alla giornata e la partecipazione cresceva senza bisogno di separare chi era arrivato per la vendemmia, chi per visitare il giardino e chi desiderava soltanto trascorrere una domenica diversa nel verde di Roma. Ognuno trovava il proprio modo di appartenere alla festa.  Proprio questa mescolanza ha dato alla Vendemmiata Romana il suo carattere più riconoscibile. Una vendemmia capace di parlare il linguaggio della città senza perdere il legame con la terra e non solo dunque una riproduzione cittadina di qualcosa che appartiene alla campagna. I filari accanto ai laboratori, la raccolta insieme ai balli, l’uva vicina alle produzioni artigianali, le famiglie immerse in un luogo che invitava a rallentare e a guardarsi intorno. Sotto il Gianicolo, la tradizione agricola ha incontrato la vitalità di Roma e ne è nata una festa partecipata, aperta, attraversata da voci, passi e curiosità.  Il vino, rispetto alle tipiche occasioni, è rimasto totalmente sullo sfondo. Al centro si trovavano il vigneto, il verde e il desiderio di comprendere meglio da dove arrivino i prodotti presenti ogni giorno sulle nostre tavole e, perché no, anche il buon vino. Prima del calice vengono la pianta, l’uva, il clima e il lavoro. Viene la raccolta, con le aspettative che porta con sé e con quella fiducia nel futuro che accompagna ogni nuova annata.  Luca Maroni ha scelto di celebrare tutto questo attraverso una giornata che non si è limitata a raccontare la vendemmia, ma l’ha restituita alle persone. La grande partecipazione, le famiglie lungo i sentieri, i bambini intenti a cercare un indizio o a imparare come realizzare un prodotto naturale hanno dato alla raccolta una dimensione quotidiana e vicina, mostrando come la cultura del vino possa cominciare molto prima dell’assaggio, dalla conoscenza della terra e dalla curiosità verso ciò che da quella terra nasce.  Oltre i cancelli dell’Orto Botanico, Roma continuava a muoversi con la sua finta sonnolenza di una domenica di inizio settembre. Sotto il Gianicolo, invece, la vendemmia aveva trovato il passo della musica, le mani attente dei bambini, i colori dell’arte e i prodotti di una terra tornata vicina anche a chi vive ogni giorno tra palazzi e asfalto.  Tra i filari rimanevano le voci, i balli, le corse lungo i sentieri e quella felicità semplice che nasce quando una città riscopre qualcosa che le appartiene da sempre. Il vino avrebbe cominciato altrove il proprio cammino, nelle cantine e nel tempo necessario ad accompagnarne la nascita. Roma, intanto, ne aveva già raccolto la prima emozione.  Il tesoro cercato dai bambini era forse tutto lì, in una domenica capace di portare la campagna nel cuore della città, a Trastevere, dove per qualche ora un grappolo d’uva aveva restituito a Roma il piacere di stare insieme. La vendemmia chiude una stagione, ma il racconto del vino, quello vero, è appena cominciato.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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11 Settembre, 2026

Vecchie Terre di Montefili. Serena Gusmeri, la terra su cui scegliere di restare 

  A Vecchie Terre di Montefili, il Biancone 2024 racconta una donna che ha trasformato il cambiamento in appartenenza   Una strada trovata sullo schermo  Sul vecchio computer di casa compare una graduatoria e Serena Gusmeri cerca il suo nome, lo trova tra i primi venti e resta a fissare lo schermo con una sorta di felicità semplice. Come quando quella porta si apre proprio nel momento in cui speravi si aprisse. Una gioia che si fa fatica a dimenticare. Non fosse altro perché per Serena voleva dire la prima scelta davvero sua.  Guardai la graduatoria e pensai: ce l’abbiamo fatta. Un plurale che contemplava un padre operaio, una mamma infermiera, l’orto di casa, le galline, le giornate passate nei boschi con gli scout e poi da capo scout, le damigiane del Trevigiano che finivano imbottigliate in famiglia. Come per molte situazioni analoghe, il vino era già presente nella sua vita molto prima di diventare una professione. Aveva il volto delle cose semplici, delle mani occupate a fare e di una natura vissuta ogni giorno.  Qualche mese prima una professoressa aveva accolto con scarso entusiasmo la sua idea di iscriversi a Viticoltura ed Enologia. Serena usciva dal liceo scientifico, aveva accompagnato la sorella all’Università di Verona e durante un open day aveva trovato una brochure che parlava di agricoltura, natura e lavoro concreto. Le era sembrata una strada possibile, forse addirittura la sua.  Mi disse che quel percorso sembrava poco adatto alle mie attitudini e mi aveva smontata completamente. Serena passò l’estate sui libri a preparare il test di ammissione, sostenne anche quello di Economia e Commercio a Brescia per tranquillizzare la famiglia e all’uscita dall’aula guardò l’amica Paola pronunciando una frase che oggi assomiglia già a una dichiarazione di libertà.  Economia e Commercio io non la farò mai. Molti anni dopo, seduta tra le vigne di Vecchie Terre di Montefili, conserva lo stesso modo di stare davanti alle possibilità: osserva, riflette, studia e poi sceglie. È accaduto quando ha lasciato Brescia per Verona, quando è partita per l’Australia, quando ha raggiunto Benevento con una valigia e poco altro, quando ha deciso di seguire suo marito in Toscana e quando ha preso tra le mani una collina che chiedeva tempo, pazienza e fiducia. È accaduto anche con il Biancone, lo Chardonnay di Montefili, rimasto per oltre quarant’anni in attesa di una forma capace di esprimere il luogo.  Le cose vanno fatte quando esistono le condizioni per farle bene. A oltre cinquecento metri, sopra Panzano in Chianti, quella frase assume la consistenza delle pietre, il profumo dei fiori spontanei lasciati crescere tra i filari, la fatica dei quattro uomini che lavorano stabilmente con lei e la traiettoria della poiana che sorvola la proprietà. Qui Serena è arrivata nell’estate del 2015 pensando di seguire suo marito e si è ritrovata a costruire una parte decisiva della propria vita. La scusa per incontrarla è il Biancone 2024 ma bastano pochi minuti per capire che il vino è giusto che arrivi dopo. Prima c’è da conoscere la donna che gli ha concesso il tempo di diventare ciò che doveva essere.  Tecnicamente sono io a gestire Montefili, però con le definizioni sono poco brava. Mi sento soprattutto viticoltrice. Mi piace il lavoro in vigna, mi piace capire quello che accade alle piante e portare in cantina uve capaci di raccontare una stagione. Fuori dalla finestra le vigne scendono lungo i versanti e risalgono verso il bosco. Serena le guarda ogni giorno da undici anni e continua a trovarle bellissime. Forse le attitudini possiedono proprio questa forma: qualcuno prova a indicarcele, poi arriva un momento in cui impariamo a riconoscerle da soli, sullo schermo di un vecchio computer, in una valigia diretta a Sud oppure su una collina toscana che diventa il luogo in cui scegliamo di restare.  Il treno di suo padre  La laurea prende forma tra Verona, Asti e Milano, dove Serena approfondisce la viticoltura, poi arriva l’Australia per la tesi e insieme cresce la consapevolezza di voler conoscere il vino partendo dalla pianta. In quegli anni le donne del corso erano davvero poche e per loro sembravano aprirsi soprattutto il laboratorio, le analisi e il commerciale. Serena aveva in mente vigneto e cantina. Passa febbraio a potare accanto ad una squadra di uomini e torna in estate per vivere la vendemmia dall’inizio alla fine.  Avevo ventuno o ventidue anni, ero una ragazza magra e bresciana in mezzo a persone abituate a quel lavoro fisico. Volevo imparare in vigneto e in cantina, quindi feci tutte le potature e poi tutta la vendemmia. Dopo la Franciacorta arriva la proposta di seguire due aziende tra Benevento e Ischia. Serena ha ventisette anni, è fidanzata con Davide e davanti a quella partenza avverte l’entusiasmo insieme alla paura di spostare ogni equilibrio. Suo padre ascolta i dubbi e le consegna una frase che resta il punto cardinale della sua storia.  Questo è un treno sul quale puoi salire e dal quale puoi scendere quando vuoi. Se non sali, non sai dove porta. Parte nel settembre 2009 e rimane in Campania fino all’estate del 2015, facendo la spola tra Benevento e Ischia, imparando il valore dei vitigni autoctoni e incontrando Greco, Falanghina, Coda di Volpe e Piedirosso, varietà che le mostrano quanto profondamente il vino possa appartenere a un luogo.  Lì ho visto davvero la relazione tra vitigno, suolo e singola particella. Da cantine molto semplici uscivano vini bellissimi e quell’esperienza mi ha dato il senso del vitigno e soprattutto del vigneto. Sebbene da anni lavori prevalentemente con il Sangiovese, si definisce ancora una bianchista. Magari perché nei bianchi cerca e trova pulizia, finezza e freschezza. Caratteristiche che ha cercato Ambra nel grande rosso toscano con la capacità di avanzare nel sorso attraverso l’eleganza e la profondità.    Una famiglia dentro la vendemmia  Nel frattempo Davide, biotecnologo con una specializzazione nel mondo della birra, trova lavoro a Castelnuovo Berardenga e affronta ogni fine settimana dieci ore di automobile tra andata e ritorno. Serena ama la Campania, gli amici e il lavoro, ma comprende che la famiglia ha bisogno di tempo condiviso e sceglie di compiere il viaggio opposto rispetto a quello fatto da lui anni prima.  Gli ho detto: facciamo questo giro, stavolta ti seguo io. Il primo passo lo avevi fatto tu. Se continuiamo così, la famiglia resta sempre un progetto. Una coincidenza mette sulla sua strada Montefili. Un importatore conosciuto durante gli anni campani sta valutando con altri soci l’acquisto di una proprietà in Toscana e la invita a visitarla. Serena cammina tra vigne sassose segnate da anni difficili, assaggia vecchie annate di grande bellezza e comprende che quella collina possiede una voce forte, anche se per ascoltarla serviranno anni di lavoro.  Dissi subito alla proprietà che avremmo dovuto abbassare la testa e andare avanti, perché in vigna quello che fai oggi cominci a vederlo davvero dopo tre anni. Lia nasce cinque giorni prima della vendemmia 2016. Serena vive in azienda, la allatta al piano superiore, la lascia dormire e scende a lavorare. Pietro arriva nel febbraio 2019 e attraversa la primavera nel marsupio della madre oppure riposa su una sdraietta accanto a Stefano, il collega commerciale. Serena racconta quei mesi con gratitudine e con la lucidità di chi conosce quanto un simile equilibrio dipenda dalla salute, dalla disponibilità del luogo di lavoro e da bambini particolarmente tranquilli.  L’azienda mi ha permesso di tenerli con me e io ho continuato a esserci. È stato un dare e avere, una possibilità rara che ha fatto crescere insieme i miei figli, il mio lavoro e Montefili. Nella sua esperienza emerge anche il paradosso vissuto dalle donne che ricoprono il ruolo di imprenditore agricolo professionale. La maternità è già difficile per chi ha una busta paga ma per chi è in agricoltura lo è ancora di più. Serena ha potuto continuare, ma la domanda più ampia sulle condizioni nelle quali una donna può scegliere di diventare madre e restare pienamente dentro il proprio mestiere rimane aperta.  La collina delle tre terre  Vecchie Terre di Montefili occupa una collina fuori dalla Conca d’Oro, tra i 480 e i 540 metri, con la cantina al centro e le vigne aperte tutt’intorno. Serena la chiama il suo piccolo panettone, una forma apparentemente semplice attraversata da tre lingue di terra che la mappatura ha ricondotto a pietraforte, alberese e galestro. A pochi passi di distanza il Sangiovese cambia espressione, ritmo e profondità, e proprio queste differenze hanno spinto Serena a vinificare separatamente le parcelle.  Mi chiedevo perché Sangiovesi coltivati così vicini riuscissero a essere sempre diversi. La zonazione ha chiuso il cerchio e ci ha fatto capire che la risposta era nei suoli. Dal 2018 Montefili porta avanti con Vitenova un lavoro di ricerca sulla salute del vigneto, sulla biodiversità e sulla relazione tra suolo, pianta e grappolo. Foglie, piccioli e uve vengono analizzati per seguire la traslocazione dei microelementi, mentre un botanico e un’entomologa osservano fiori spontanei e insetti, costruendo nel tempo una conoscenza concreta dell’ecosistema.  Negli anni abbiamo campionato tra cinquantotto e sessantadue specie floreali. Nella Vigna nel Bosco, quella a 540 metri, sono comparse anche due specie più tipiche della costa toscana e un’orchidea spontanea rarissima da incontrare in vigneto. La Vigna nel Bosco si raggiunge a piedi o lungo la capezzagna con il trattore ed è circondata da centinaia di metri di vegetazione. Il bosco crea un microclima particolare, mitiga alcuni estremi e permette alla vita di esprimersi con una varietà sorprendente. Anche la lavorazione del terreno trova qui una misura precisa, perché un passaggio eccessivo cancellerebbe le fioriture e una cura equilibrata lascia invece emergere ciò che il suolo custodisce.  Quando trovi certi fiori capisci che il terreno viene lavorato con attenzione. Se lo muovi troppo, quelle specie spariscono. I fiori restano tra i filari abbastanza a lungo da completare il loro ciclo e produrre seme per l’anno seguente. In paese qualcuno domanda al trattorista quando verrà finalmente tagliata tutta quell’erba e lui risponde con una frase che è diventata quasi la sintesi di Montefili: a Serena piacciono i fiori.  Io ai ragazzi ripeto sempre che i fiori fanno l’uva buona. Fare impresa significa avere cura  Serena coordina l’intera azienda, dialoga con la proprietà, segue i vigneti, la cantina, gli ordini, i rapporti commerciali e gli investimenti, e continua a sentirsi prima di tutto una viticoltrice. Montefili conta quattro lavoratori fissi in campagna, persone presenti da anni che conoscono le piante, i ritmi della collina e il significato di ogni scelta.  Quando trovi persone brave vanno trattate bene, con contratti corretti e rispetto. I miei ragazzi sono dediti al lavoro e sentono queste vigne anche loro. Nelle stagioni difficili capisci davvero il valore di una squadra stabile. Anche la crescita dell’azienda procede con la stessa attenzione. La cantina vive negli spazi di un vecchio podere, la bottaia occupa il piano terra della casa padronale e ogni nuovo strumento deve trovare il proprio posto in una geometria da Tetris. Gli investimenti arrivano uno alla volta, alternando vigna e cantina: una pressa, un nastro di selezione, un trattore, un atomizzatore, infine una nuova etichettatrice.  La cantina è semplice e la tecnica altrettanto semplice. Ogni anno facciamo un investimento in vigna e uno in cantina, così i ragazzi restano tutti contenti. Serena difende la possibilità di consolidare ciò che esiste mantenendo alta la qualità, proteggendo una squadra per accompagnare dodici ettari e mezzo attraverso stagioni climaticamente complesse rappresenta già una scelta imprenditoriale profonda.  In questo momento sento l’obbligo di tenere bene quello che abbiamo. Abbiamo lavorato anni per raggiungere questo equilibrio e adesso cominciamo a vederne i risultati. Biancone, il tempo necessario  Il vigneto di Chardonnay viene piantato nel 1982 insieme a una piccola presenza di Sauvignon per la moglie del precedente proprietario, che preferiva il vino bianco. Da quelle uve nasceva Vigna Regis, fermentato e affinato in legno secondo uno stile di ispirazione francese, poi la produzione si interrompe e la vigna continua il proprio cammino.  Quando Serena arriva a Montefili riprende a vinificare lo Chardonnay in acciaio. Circa milletrecento bottiglie fresche e immediate destinate soprattutto alla vendita diretta. Il vino incontra il pubblico, mentre dentro di lei cresce la convinzione che quella parcella meriti la stessa attenzione dedicata ai Sangiovesi e una forma capace di stare accanto all’identità della tenuta.  Sapevo che sarebbe arrivato il momento di dare alla nostra vigna bianca lo stesso valore che mettevamo nei rossi. Ho sempre risposto che serviva tempo, perché le cose vanno fatte quando possiamo farle bene. Serena organizza degustazioni alla cieca con la proprietà, assaggia Chardonnay del territorio e cerca un equilibrio capace di preservare la freschezza e la sapidità di Montefili aggiungendo profondità. Nel 2024 sceglie di lasciare metà del vino in acciaio e di affinare il resto in un tonneau e in una barrique di secondo passaggio, con bâtonnage settimanale. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni, l’affinamento dura dodici mesi tra acciaio e legno, poi la massa riposa cinque mesi in bottiglia prima dell’uscita del 3 maggio 2026. La prima produzione conta 1.330 bottiglie.  Il legno serviva a dare struttura e rotondità, salvaguardando la freschezza e quella sapidità che appartenevano già allo Chardonnay in acciaio. Volevo che restasse nello stile di Montefili. Il nome Biancone appartiene alla poiana che vive sopra la tenuta. Un giorno Stefano la fotografa appollaiata su un palo della vigna e da quello scatto nasce il disegno dell’etichetta. Quest’anno una femmina e due piccoli hanno continuato a volare sopra Montefili, trasformando il nome del vino in un racconto di famiglia.  Il Biancone nel calice  Il Biancone 2024 entra nel bicchiere con una luce chiara attraversata da riflessi dorati ancora giovani e si apre con la precisione della mela verde appena incisa, seguita dalla polpa della pera Conference, dalla scorza di lime e da un soffio di sambuco e acacia che ricorda i fiori lasciati crescere tra i filari. Il profumo possiede nitidezza e profondità, avanza per strati senza alzare la voce e restituisce immediatamente l’idea di una collina esposta al vento.  In bocca l’ingresso è ampio e vivo. Il bâtonnage concede alla materia una trama cremosa, l’acciaio conserva la direzione, il legno accompagna come una nota bassa e discreta. La frutta diventa pera succosa e mela gialla, poi l’acidità rialza il sorso e lo porta verso una chiusura salina, lunga, attraversata da agrume, erbe fini e una sensazione minerale che sembra provenire dalle pietre di Montefili.  È uno Chardonnay toscano capace di evitare imitazioni e di trovare una voce d’altura, luminosa e profondamente legata al luogo. Ha la solidità di Serena e anche la sua inquietudine, perché procede con sicurezza e lascia aperta una domanda, possiede una struttura consapevole e una freschezza che continua a muoverlo, proprio come chi ha trovato il proprio posto e conserva intatta la curiosità per il mondo.  Sono molto autocritica. Anche all’università, quando ricevevo buoni punteggi nelle degustazioni, trovavo sempre qualcosa da rivedere. Per essere la prima prova, questo vino è venuto bene. Ciò che resta nel bicchiere  Discrezione. Questa è la parola che mi viene più da pensare con il Biancone. La discrezione di chi ha atteso il proprio momento. Per più di quarant’anni quella piccola vigna è rimasta a cinquecento metri d’altitudine, osservando le stagioni passare sopra Montefili, il vento attraversare i boschi, il Chianti cambiare pelle e il mondo del vino rincorrere ogni volta una novità.  Anche Serena ha seguito una strada guidata dal tempo e dalle scelte. Ha studiato, viaggiato, cambiato città, attraversato l’Australia, la Campania e la Toscana, ha costruito una famiglia tra i filari, ha visto crescere i figli insieme alle vigne e ha imparato che alcune cose trovano il proprio senso quando arriva il momento giusto. Per questo il Biancone emoziona, perché dentro quel vino vivono i fiori lasciati andare a seme, le analisi dei terreni, le notti fresche della collina, le estati sempre più calde, i dubbi, la pazienza e la volontà di aspettare un anno in più pur di trovare una voce autentica.  La sensazione più intensa arriva quando il bicchiere è quasi vuoto e rimane una scia sottile, sapida e viva che invita a tornare ancora una volta al calice. È la stessa impressione che lascia Serena, la forza di chi ha scelto tante volte nella propria vita unita alla delicatezza di chi continua a interrogarsi anche davanti ai risultati migliori.  Fuori, la poiana continua a disegnare cerchi sopra la vigna e i suoi piccoli imparano a stare nel vento seguendo una traiettoria che presto diventerà la loro. Alcune storie impiegano anni per trovare le parole giuste e, quando finalmente arrivano, possiedono la naturalezza delle cose che erano già tutte lì, nella terra, nella memoria e nello sguardo di chi ha saputo aspettarle.  Montefili mi appassiona ancora.  Forse una casa comincia proprio così, nel momento in cui un luogo continua a sorprenderci e ogni ritorno somiglia ancora a una scelta.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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9 Settembre, 2026

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

  Nel basso Salento, Carlo e Roberto Guarini hanno dato vita a Castello Frisari, un progetto che mette il Negroamaro al centro di una ricerca sulle identità territoriali. Tra vigneti, suoli e microclimi differenti, la zonazione diventa lo strumento per raccontare come la stessa varietà possa esprimere caratteri diversi e restituire valore alla terra da cui nasce. Carlo e Roberto Guarini, la geografia del Negroamaro La terra accompagna gli uomini molto prima che imparino a comprenderla, li precede, li divide, li costringe a scegliere quale posto occupare dentro la propria storia. Alcuni la ricevono in eredità e trascorrono la vita a custodirla, altri sentono il bisogno di interrogarla, di attraversarla palmo a palmo, quasi volessero scoprire se sotto un cognome antico possa ancora nascere un pensiero nuovo.  A Scorrano, nel basso Salento, due metri e mezzo di pietra separano la vecchia cantina dall’esterno, una parte appartiene alla fortezza costruita alla fine del Trecento, l’altra all’ampliamento agricolo arrivato secoli dopo. Le volte raccontano le epoche meglio di qualsiasi targa: a ombrello nella parte più antica, a stella in quella successiva; sopra, il paese ha cambiato forma, la piazza ha preso il posto delle vigne, sotto sono rimasti gli ambienti nei quali il vino veniva prodotto e venduto sfuso fino agli anni Quaranta.  Poi il silenzio, gli attrezzi fermi, la polvere, una scala murata.  Carlo e Roberto Guarini sono ripartiti da qui, dal punto in cui una storia familiare sembrava essersi fermata. Da quel punto hanno creato Castello Frisari, una piccola azienda dedicata esclusivamente al Negroamaro, riportando la produzione dentro gli antichi spazi di Palazzo Guarini Frisari. Davanti alla vecchia diraspatrice progettata dall’ingegner Garolla alla fine dell’Ottocento, Carlo si ferma. In Salento il nome dell’inventore è diventato verbo, oggetto, gesto quotidiano: la macchina viene ancora chiamata carolla, anche da chi ignora l’origine di quella parola. È una delle forme più intime della memoria, quando una persona scompare dai libri e continua a vivere nel linguaggio delle mani.  Forse Castello Frisari nasce dalla stessa esigenza: lasciare un nome dentro l’uso della terra.  Due fratelli, una storia lunga quasi mille anni  I Guarini arrivarono in Salento in epoca normanna e la storia documentata della proprietà familiare attraversa quasi un millennio. Oggi l’azienda Duca Carlo Guarini, guidata dalla famiglia, coltiva vigneti, oliveti, cereali, ortaggi e legumi in diverse tenute salentine e dichiara circa settecento ettari di proprietà. Carlo e Roberto continuano a lavorarvi insieme al padre e agli altri familiari.  In apparenza possedevano già tutto: un cognome riconoscibile, vigne, esperienza, una cantina avviata, una storia capace di sostenere qualsiasi racconto. Eppure il privilegio più autentico consiste nella possibilità di assumersi una responsabilità nuova, senza vivere soltanto di quanto hanno costruito gli altri.  Avevamo in mente un altro stile di vinificazione e un’altra ricerca agronomica sui microclimi del basso Salento. Nell’azienda di famiglia c’erano già mio padre, mio zio e mia zia. A noi interessava sviluppare un’idea diversa, per i fatti nostri, senza aggiungere semplicemente un’altra linea o un’altra etichetta. Quel “per i fatti nostri” potrebbe sembrare una dichiarazione di indipendenza, invece possiede il tono, concreto, di chi desidera difendere entrambe le esperienze. Castello Frisari cresce accanto all’azienda familiare, evita di copiarla e rinuncia a mettersi in concorrenza con quanto esiste già.  Se avessimo voluto produrre duecentomila bottiglie, il progetto avrebbe perso senso e sarebbe entrato nello stesso mercato dell’altra azienda. Lo abbiamo disegnato su una dimensione che ci permettesse di gestire entrambe le realtà e, soprattutto, di lavorare come volevamo. Oggi la produzione si aggira intorno alle undicimila bottiglie e l’obiettivo indicato da Carlo arriva intorno alle diciottomila. Piccoli numeri, soprattutto davanti ai circa sessanta ettari vitati dell’azienda di famiglia. Proprio questa misura consente ai fratelli di seguire appezzamenti, prove e vinificazioni con una precisione quasi artigianale.  Roberto è agronomo ed enologo, porta in cantina tecniche apprese in Francia e una conoscenza quotidiana delle vigne; Carlo segue la gestione, il progetto, il racconto, tutto ciò che serve a trasformare un’intuizione in impresa.  Mio fratello è l’agronomo e l’enologo, io faccio un po’ tutto il resto. Siamo molto allineati e lui riesce a interpretare quello che immagino. Quando abbiamo cominciato, nel 2016, l’obiettivo era concentrarci esclusivamente sul Negroamaro, la varietà che rappresenta maggiormente il basso Salento e, per noi, anche la più flessibile, versatile e interessante. Un allineamento non è un fatto naturale e quando avviene è davvero meraviglioso. Difficile ma possibile. Certo, con la fatica di costruire un’identità comune tra due personalità, due competenze e una famiglia dalla presenza inevitabilmente forte. Roberto possiede il rigore di chi ripete “aspettiamo”; Carlo porta l’impazienza necessaria a muovere le cose. Uno misura il tempo della vigna, l’altro quello del progetto. Castello Frisari vive nell’equilibrio tra queste due velocità.  Il basso Salento visto da vicino  Per molti consumatori il Salento resta una figura semplice: pianura, sole, caldo, mare. Basta invece attraversarlo lentamente per accorgersi della varietà di suoli, venti, profondità, esposizioni e consuetudini che cambiano da paese a paese.  A sud di Scorrano cominciano le Serre Salentine con le lievi ondulazioni capaci di modificare il paesaggio dentro distanze minime. Galatone guarda verso ovest con terre rosse più profonde. Ugento avvicina il calcare alla costa, tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare. Scorrano possiede un appezzamento quasi interamente calcareo, segnato dai cuti, le pietre che affioravano e che sono state frantumate per preparare il terreno. Verso Torre Sant’Andrea un nuovo impianto attende di consegnare la propria risposta.  La zonazione comincia così, prima ancora dei confini ufficiali: una vigna, un assaggio, una differenza capace di tornare vendemmia dopo vendemmia.  Noi abbiamo sempre creduto nel valore della terra. Da agricoltore l’unico vero patrimonio che possiedo è la terra. Se sviluppo un lavoro che trascura il nome della zona, creo soprattutto un valore commerciale; se riesco a dimostrare che quel luogo può generare un prodotto con caratteristiche precise, costruisco valore immobiliare, culturale e strutturale. È il passaggio che rende Castello Frisari un progetto imprenditoriale prima ancora che enologico. Nel mercato c’è un incredibile e insostenibile affollamento di nuove etichette spesso senza un senso vero. Carlo e Roberto hanno scelto di investire sulla riconoscibilità dei luoghi, affinché il prezzo di una bottiglia trovi una ragione dentro la vigna e la vigna acquisisca valore grazie alla bottiglia.  Se oggi si discute di sostenibilità attraverso vetri più leggeri, riduzione dei consumi, certificazioni e bilanci, esiste anche una sostenibilità della terra: fare in modo che un appezzamento abbia valore sufficiente per continuare a essere coltivato, che un vigneto possa competere con l’abbandono e con le colture capaci di offrire ritorni più immediati. Non solo dare dignità alla terra dunque ma a chi la lavora. Se produco una bottiglia costosa in una zona alla quale nessuno riconosce valore, basta un errore commerciale e alla fine rimane poco. Io voglio valorizzare il mio patrimonio e far capire che un determinato territorio può dare un vino di una determinata qualità. Il prodotto viene giustificato dal posto e il posto acquista valore attraverso il prodotto. Il Negroamaro smette di essere soltanto un vitigno  Il progetto parte nel 2016 con tre appezzamenti. Uno, mezzo ettaro di vecchi alberelli, viene perso quando il proprietario decide di vendere l’intera proprietà insieme alla casa; restano Galatone e Ugento, poi arrivano Scorrano e la collaborazione per il vigneto di Torre Sant’Andrea.  Carlo usa spesso la parola “vediamo”. Possiede la curiosità di chi crede nel proprio lavoro e lascia alla terra il diritto di contraddirlo. Mi piace davvero molto come approccio perché in esso è insita la voglia di sperimentare, di provare a capire se effettivamente ciò che hanno in mente possa funzionare o meno, se la zonazione è qualcosa di concreto o meno.  La particolarità doveva essere evidente, altrimenti avremmo smesso. Mio fratello ripeteva sempre: vediamo. Quando abbiamo assaggiato le prime vinificazioni, abbiamo trovato due anime diverse e le abbiamo ritrovate nelle annate successive. Per questo abbiamo piantato a Scorrano e coinvolto il nostro amico Francesco a Sant’Andrea. Vogliamo capire se anche quel luogo restituirà un’identità degna di essere raccontata. Stesso vitigno, lavorazioni parallele e lieviti provenienti dalle proprie uve, selezionati grazie alla collaborazione con la ricerca universitaria leccese. Cambiano il suolo, la profondità, la distanza dal mare, l’epoca di maturazione. Cambia il vino.  La zonazione, qui, evita il feticismo del filare utile soltanto a pochi esperti. La differenza tra Pianura e Serre arriva al naso, alla bocca, perfino a chi possiede poca dimestichezza con le degustazioni. I vini spiegano il progetto prima di qualsiasi discorso.  Il mio sogno è che una persona entri in un ristorante o in un’enoteca e scelga un Negroamaro per la zona. Vorrei vedere scritto grande Serre oppure Pianura occidentale del Salento e sotto, più piccolo, Castello Frisari. Il punto siamo noi soltanto fino a quando il lavoro serve a dimostrare che questa differenza esiste. Poi deve diventare patrimonio di tutti. Sette vini, una carta geografica  La degustazione comincia con Sui Lieviti, Metodo Classico Brut Nature da Negroamaro vinificato in bianco, prodotto senza sboccatura. Nel calice porta una bolla cremosa, più morbida che tagliente, capace di aderire al palato senza stancarlo; pesca, agrumi, frutto tropicale, mandorla fresca e un carattere salmastro raccontano un luogo caldo attraverso l’energia, invece che attraverso il peso. Il sedimento gli consegna materia e profondità, con un richiamo di pane appena spezzato che accompagna il frutto. È una bollicina giovane per scelta, costruita sul piacere immediato e sulla capacità del Negroamaro di trattenere freschezza anche sotto il sole salentino.  Volevamo una bollicina divertente, interessante, capace di spezzare il nostro clima. Il tema del Metodo Classico, per noi, riguardava il vino e la sua freschezza, più che i lunghissimi affinamenti. La prima annata, la 2021, conserva ancora un’energia incredibile. Parla di caldo, di mare, di mandorle, e riesce a mantenere tutto insieme. L’Ancestrale, Negroamaro rosato delle Serre Salentine, deriva da un’unica fermentazione, rimane sui propri lieviti ed esce senza filtrazione con un tappo a fungo stile spumante. Ha il colore velato delle albe vicine al mare e una carbonica piena, tenace, pensata per sostenere l’apertura e il residuo. La mentuccia arriva per prima, seguita dalle erbe mediterranee, da una nota di cedro, dal frutto rosso ancora croccante e da una traccia quasi salmastra che riporta a Ugento. Il lievito smussa il profumo e rende il sorso cremoso, poi l’acidità rialza il vino e il calcare lo conduce verso una chiusura asciutta e luminosa.  Abbiamo cominciato dall’Ancestrale perché volevamo qualcosa che rompesse gli schemi e ci allontanasse dal mondo delle bollicine classiche, che in quegli anni stava esplodendo. Il mondo degli ancestrali è una giungla, la parola viene usata in molti modi e manca una disciplina precisa. Per me conta l’identità del prodotto: una sola fermentazione, pressione vera e un vino capace di mantenere la bolla. Il Negroamaro vinificato in bianco, prima annata 2025, nasce a Scorrano da un appezzamento fortemente calcareo. Quasi privo di colore, apre sul fiore bianco, sulla scorza di agrume e su un frutto dolce che richiama la pera matura, con una sfumatura tropicale delicata. In bocca entra verticale, guidato dall’acidità del suolo calcareo, poi il passaggio parziale nel legno allarga il centro del sorso senza appesantirlo. La materia prende una curva più morbida, il frutto torna, il finale recupera secchezza e pulisce il palato. Possiede la spontaneità dell’aperitivo e la struttura necessaria per attraversare un intero pasto.  Io lo aspettavo da tempo e continuavo a rompere le scatole a mio fratello. Lui rispondeva: aspetta, aspetta. Alla fine abbiamo trovato un compromesso e lo abbiamo presentato tra maggio e giugno. Roberto ha fatto un lavoro bellissimo. La sua forza nasce dal movimento: parte affilato, si distende, torna ad assottigliarsi. È il vino che assomiglia maggiormente ai due fratelli, perché unisce l’urgenza di Carlo alla pazienza di Roberto.  Con il Lacrima, rosato da vecchio alberello di Negroamaro nell’agro di Ugento, la costa si avvicina. Al naso il vino accoglie con una dolcezza di fiore e frutto che potrebbe ricordare certa morbidezza tipica dei rosati salentini. In bocca cambia direzione: l’ingresso delicato si allarga, il frutto prende tensione, la mineralità rende il sorso progressivamente più preciso e la chiusura rimane lunga, asciutta, quasi marina. Il rosa possiede una trasparenza ramata, il profumo sfiora melograno, petalo, ciliegia chiara e pietra calda.  All’olfatto può sembrare un rosato più consueto, poi in bocca continua a evolversi. La vinificazione a lacrima lavora soprattutto sulla parte esterna dell’acino e fa emergere il carattere floreale. Il vigneto si trova tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare, su terra calcarea. Il primo dei tre rossi nasce dall’unione dei vigneti di Scorrano, Galatone e Ugento. È il Negroamaro più giovane e diretto della linea, nato da maturazioni e vinificazioni separate, poi riunite per trovare un equilibrio tra le diverse zone. Il frutto rosso conserva il tono vivo della vendemmia, la mora incontra il ribes, le erbe della macchia mediterranea danno profondità e una spezia leggera accompagna un tannino misurato. La macerazione più breve lascia il vino agile, affabile, immediato, con una leggera rotondità del legno sullo sfondo.  Volevamo un Negroamaro diretto, fresco e divertente, anche più accessibile. Con la sua giovinezza mantiene tutta la parte fruttata che il tempo trasforma. Roberto ha interpretato perfettamente il mio desiderio: il vino conserva la bevibilità e porta con sé il risultato varietale. Poi arrivano Pianura di Terra d’Otranto 2022 e Serre di Terra d’Otranto, stessa uva, annata, cantina e tecnica di vinificazione. Il primo nasce a Galatone, su terre rosse profonde; il secondo a Ugento, su terreni calcarei meno profondi e più vicini al mare. La vendemmia delle Serre precede mediamente di circa dieci giorni quella della Pianura.  Il Pianura ha un respiro scuro e largo. Mora, amarena, prugna, spezia e terra rossa costruiscono un naso profondo, attraversato da una componente balsamica più discreta. In bocca il vino occupa spazio, il tannino possiede presenza e maturità, il frutto rimane pieno, la chiusura si distende con calore e lunghezza.  Il Serre parla con un’altra voce. Il frutto diventa più teso e salato, la macchia mediterranea entra con forza, mentuccia, mirto e rosmarino anticipano una bocca più verticale. L’acidità appare più netta, il tannino sottile accompagna il sorso e il finale porta con sé una sensazione calcarea, quasi tattile.  Sul tavolo i due bicchieri sembrano confutare l’idea che pochi chilometri rappresentino una distanza trascurabile. Il Pianura accoglie e allarga, il Serre tende e solleva. Uno conserva la profondità della terra, l’altro la vicinanza del mare. Nessuno prevale, perché la zonazione acquista senso proprio quando evita una graduatoria e offre una scelta.  In tutti questi anni abbiamo avuto preferenze diverse e mai un vincitore assoluto. Era esattamente quello che cercavamo. Il consumatore può riconoscere due caratteri e scegliere in base al proprio gusto, al momento, a ciò che porta in tavola. Questo dimostra che la zona esiste.  L’impresa come atto di fiducia  Carlo parla di mercato con grande lucidità. Conosce il rischio di una regione nella quale molte cantine nascono sulle stesse dimensioni, inseguono fasce di prezzo simili e finiscono per raccontare il territorio con parole intercambiabili. Per questo immagina un sistema nel quale la zonazione diventi uno strumento comprensibile, simile a quanto accade in altre aree europee: provenienza, qualità e valore capaci di sostenersi a vicenda.  La sua è una visione contemporanea dell’agricoltura.  La nostra idea riguarda il vino e anche la dimensione sociale ed economica della zona. Tra un paese e l’altro cambiano tradizioni, dialetti, abitudini, perfino il modo in cui le persone conducevano la vigna. Il Salento possiede una varietà enorme. Vorremmo rappresentarla nel vino e, con il tempo, costruire un lavoro condiviso con altri produttori. Da soli possiamo dimostrare una differenza; per trasformarla in un sistema serve un territorio intero. Castello Frisari approfondisce il proprio luogo. Al posto di chiedersi quale vino desideri il mondo, Carlo e Roberto cercano di capire quale vino possa nascere soltanto qui.  Impresa e affetti si uniscono. La famiglia rimane accanto, dentro l’azienda storica, nei lieviti, nelle prime prove di Negroamaro bianco, nei consigli del padre, nelle competenze apprese dentro una tradizione lunga cinque generazioni a Scorrano. L’autonomia dei figli diventa un’altra forma della continuità familiare: separare i percorsi perché ciascuno conservi integrità, creare spazio perché una storia antica possa generare qualcosa che le somigli senza ripeterla.  Forse crescere significa proprio questo, prendere ciò che una famiglia ci ha affidato e restituirglielo con una domanda in più.  Il giorno in cui si chiederà un Negroamaro di Ugento  Fuori dalla cantina, Scorrano continua la propria vita sopra pietre che hanno visto passare secoli, vendemmie, famiglie, commercianti venuti ad acquistare vino sfuso e ragazzi convinti che per costruire il futuro occorra andare lontano. Carlo e Roberto hanno scelto di raccontare come pochi chilometri tra una vigna e l’altra ma abbastanza per scoprire che il mare, il calcare, le terre rosse e il vento possano cambiare la voce dello stesso vitigno. Tutto sembra passare dal padre ai figli cambiando forma. Come se ogni eredità restasse viva soltanto quando trova il coraggio di evolvere.  Carlo guarda i bicchieri di Pianura e Serre.  Il mio sogno è che qualcuno chieda un Negroamaro della zona occidentale del Salento perché sa che quella zona esiste. Vorrei che scegliesse il territorio prima dell’azienda. Quel giorno potrei anche mettermi a piangere. La sua voce trattiene l’ironia e lascia affiorare la parte più autentica. Dietro la zonazione, le prove, i piccoli numeri, il confronto con il Piemonte o con la Germania, vive il desiderio semplice di consegnare dignità alla propria terra.  Un giorno, entrando in un’enoteca, qualcuno potrebbe chiedere un Negroamaro di Ugento, di Galatone, di Scorrano o di Torre Sant’Andrea. In quel momento Carlo e Roberto avranno raggiunto il proprio obiettivo, anche se il nome Castello Frisari sarà scritto più piccolo.  In fondo, una terra comincia davvero a esistere quando qualcuno impara a chiamarla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, il filosofo in vigna Arrow Right Top Bg

4 Settembre, 2026

I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, la vita che scegliamo

  Daniele Manini è arrivato in Oltrepo’ per caso dopo un pezzo di vita che avrebbe voluto altro. Nell’azienda I Doria di Montalto ha trovato forse ciò che cercava e che, alla fine, si è scelto. Non si sceglie di nascere, ma si sceglie come vivere la vita che ci è toccata.
Jean-Paul Sartre Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno. Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi. Arrivo al vino quasi per scivolamento. Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese. La telefonata delle dieci di sera La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto: Ho sentito parlare di lei. Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete. Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta Mi avevano detto che era un po’ pazzo. La risposta parte prima di qualunque calcolo Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei. Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza. Come mai? chiede lei, sorpresa. Sto arrivando. Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo. L’estraneo che cambia tutto Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi. Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione. All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione Il colore. Mi fermo qui. Un mese dopo viene assunto. La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione. Quando si è stanchi si fanno soltanto danni In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare. Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra.   Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori. Al nord, vicino Voghera. A Casteggio. Il nome riaccende nel vecchio un ricordo A Casteggio portavo le botti. Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità. Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini. L’identità dell’Oltrepò La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti. Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale. Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti. Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling. Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie. Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale.     I vini de I Doria di Montalto Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce. AD Nebbiolo Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino. Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione. Riesling Le Briglie Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile. Roncobianco. Riesling Riserva Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza. Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita. 1800. Riesling Metodo Classico Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia. AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera. Turais Moscato secco Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla.   Il biologico come contratto di onestà Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro. In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro. Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce. La scienza incontra l’uva Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute. Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli. Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più. La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura.   Diventare socio, prima ancora di esserlo Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte. Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità. “Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale. Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente. Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato. Il sogno futuro Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi. Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia. L’essenza viene dopo Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso. Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine. Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi. Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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