Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Maison Lehmann. L’arte del calice che nasce nel cuore della Champagne Arrow Right Top Bg

9 Dicembre, 2025

Maison Lehmann. L’arte del calice che nasce nel cuore dello Champagne

  A Reims, capitale spirituale dello champagne e città dove le bollicine fanno parte della cultura arrivando ad essere manifesto di eleganza e stile di vita, ho trovato un luogo dove il vetro prendere forma così da trasformare ogni bollicina in un’esperienza: Maison Lehmann. Tra le modanature haussmaniane del Boulevard Lundy, nel cuore della Champagne, ad accogliere i clienti c’è una vera e propria cattedrale del calice, dove tecnica e bellezza si incontrano per dare voce e risalto ai vini di tutto il mondo. Un museo celebrativo del calice, non più un semplice oggetto contenitivo ma elemento di design volto a contribuire, esaltandola, l’esperienza sensoriale, al godimento del nettare divino. Un’azienda che nasce tra le vigne dello Champagne Fondata negli anni Novanta, proprio a Reims, Maison Lehmann è cresciuta a stretto contatto con il territorio più iconico del mondo spumantistico. Qui, dove le grandi Maison elaborano millesimati leggendari, Lehmann sviluppa i calici che meglio interpretano energia, eleganza e profondità dello champagne.
È in questo dialogo continuo tra vinificazione d’eccellenza e arte del vetro che nasce la filosofia della maison: sublimare ogni vino rispettandone identità, aroma e struttura. Non è un caso che la prima Collezione Signature, nel 2010, sia stata dedicata proprio al mondo dell’effervescenza, in collaborazione con Philippe Jamesse, ex sommelier dello stellato Les Crayères. Da allora, altri ambasciatori d’eccezione, chef, master sommelier, artisti del gusto, hanno firmato collezioni che uniscono competenza tecnica e personalità olfattiva. L’esperienza sensoriale che rende unico ogni brindisi Che si tratti di un grande champagne, di un rosso complesso o di un distillato da meditazione, il calice giusto non è un dettaglio: fa la differenza.
La differenza della forma perfetta, della capacità del vetro di accompagnare aromi e materia offrendo piena neutralità, della leggerezza che permette al vino di esprimersi senza barriere. Così, la tecnologia Ultralight porta a produrre calici leggeri, proposti sia in versione soffiata a bocca che a macchina, che generano sensazioni quasi eteree tra le dita. Una precisione assoluta nella resa aromatica, la delicatezza di un gesto, la forza di un’esperienza. Sono calici che offrono nella loro brillantezza, sottigliezza, armoniosità, un vero spettacolo. Cristallo senza piombo, tre tecniche di produzione per garantire la massima qualità per ogni esigenza. Non serve essere un professionista per desiderare un simile compagno per le proprie serate di festa. Quando ho avuto la possibilità di avere in mano un meraviglioso calice Lehmann soffiato a bocca è stato come prendere le manine di un neonato. Avete presente quando un bimbo in fasce mette la sua mano nella vostra? Si ha sempre l’impressione di una fragilità estrema. Quando presi la prima volta tra le mani quelle di mia figlia o di mio figlio, sembrava che le loro dita potessero spezzarsi da un momento all’altro. Non era così e, anzi, vedendo il trattamento riservato loro dall’ostetrica di turno, ho capito non vi fosse alcuna fragilità. Al contrario, erano così resilienti ed elastiche…. Proprio come il calice Lehmann. Lo stelo, lungo e finissimo è la leggerezza eterea di una ballerina danzante sulle punte. Eleganza slanciata. Finezza e consistenza di un cristallo che fa del suo evanescente spessore, forza trasparente. Le bollicine nel calice sono sembrate librarsi nell’aria come non vi fosse alcun cristallo a separarla dall’ambiente circostante. Parimenti il sorso è stato inglobante di ciò che mi circondava. Che si trattasse di vino fermo o di bollicina, la perfetta neutralità del cristallo ha garantito una esperienza olfattiva e gustativa fantastica. Anche nel lavaggio ho trovato i calici straordinariamente resistenti. Ricordo quando acquistai dei calici all’Ikea a Torino. Vivevo solo e non potevo certo permettermi spese folli. Belli a vedersi ma si rompevano solo a guardarli. Così, lavandoli, un semplice tocco del calice al bordo del lavandino ne determinava la sicura rottura. Non c’era nulla da fare. I calici Lehmann hanno resistito a trattamenti anche poco consoni. Li ho trattati non proprio bene e sono tuttora intatti. Meraviglia pura. Ripensando alle dita della mano di un bambino non più neonato, arriva il momento nel quale riescono a stringere quella di un genitore. La sensazione è quella di un ricordo di fragilità ormai svanito. Di purezza che continua e continuerà. Un calice Lehmann allora è proprio questo: fragilità solo immaginata, purezza, forza slanciata. Collezioni Signature: quando il vetro incontra i grandi del mondo gastronomico Ogni collezione Lehmann racconta una storia, un incontro, un’idea di gusto: Philippe Jamesse – curve eleganti e sferiche che esaltano energia e colore dei grandi vini. Arnaud Lallement – delicatezza senza tempo, ideale per leggere in trasparenza la complessità dei terroir. Fabrice Sommier – precisione assoluta per interpretare i Grand Cru. Gérard Basset – un omaggio al miglior sommelier del mondo; linee raffinate che celebrano l’emozione del vino. Florian Thireau – la più recente, dedicata alla mixology contemporanea, perché il brindisi non conosce confini. Ogni collezione include anche un calice “universale”, perfetto per chi desidera un solo bicchiere capace di accompagnare tutto: bianchi freschi, rossi strutturati e, naturalmente, champagne. Un compagno ideale per i pranzi delle feste, i cenoni, o un semplicissimo aperitivo improvvisato tra amici.   Una boutique d’autore, tra Reims e Parigi La boutique Lehmann di Reims è una tappa obbligatoria per chi visita la Champagne: un luogo in cui il vetro diventa racconto, dove si può toccare con mano l’essenza della maison.
Dal 2024, un nuovo spazio prestigioso si affaccia anche sulla Senna, al n°1 di Quai de Conti, nel cuore elegante del VI arrondissement di Parigi. Non ci sono ancora stato ma sarà tappa del prossimo viaggio nella capitale francese. Due sedi che parlano la stessa lingua: accoglienza, savoir-faire, desiderio di trasmettere l’arte della degustazione. Un invito unico: la Lehmann Experience Per chi desidera un’immersione totale, la maison ha creato la Lehmann Experience: un workshop di un’ora e mezza nella dimora storica di Reims.
Un viaggio nella storia del vetro e nella magia dei calici da champagne, che termina con la degustazione di un’annata iconica attraverso cinque diversi bicchieri. Un percorso affascinante che mostra quanto la forma possa cambiare l’anima di un vino. Se qualcuno pensasse che un calice è un calice e che un calice non fa la differenza, con questa esperienza, magari da ripetere a casa, avrà modo di ricredersi. La partecipazione dà diritto anche a un 15% di sconto su tutte le collezioni: un’idea perfetta per un regalo di Natale diverso dal solito. Uno stile francese che conquista il mondo Con oltre 12 milioni di bicchieri prodotti all’anno, una presenza in 50 paesi e clienti in continua crescita, Lehmann sta scrivendo una delle pagine più interessanti nel mondo degli accessori da degustazione.
Stati Uniti, Cina, Brasile sono i nuovi mercati di riferimento senza dimenticare il mercato italiano che merita una attenzione particolare vista la nostra propensione all’eleganza e allo charme. Lehmann può essere considerata, a ragion veduta, una maison che guarda lontano pur restando profondamente legata alla Champagne. E forse è proprio questo il suo vero segreto: la capacità di portare in ogni calice la magia di Reims, della sua storia e delle sue bollicine. Per le feste che arrivano, un solo consiglio: scegliere il calice giusto Champagne per il brindisi di mezzanotte, rossi importanti per le cene di Natale, cocktail creativi per le serate tra amici: ogni momento può e deve essere valorizzato.
Un calice leggero, elegante, studiato per esaltare profumi e vibrazioni del vino trasforma un sorso in un ricordo. Vi ricordate quando nei bicchieri di cristallo di una volta un colpetto con le unghie provocava un bellissimo suono? Ecco, ad un certo punto abbiamo smesso di farlo e sapete perché? Perché i bicchieri hanno smesso di essere prodotti con il giusto materiale cosa che con un calice Lehmann non succede. La piccola schicchera data trattenendo il dito anulare con il pollice per poi mandarlo a colpire il calice mi ha provocato quelle grandi piacevoli emozioni che avevo smesso di provare. Le stesse emozioni ottenute nuovamente con quel meraviglioso gesto del colpire il bicchiere delle persone con le quali si brinda dicendo: cin cin (termine onomatopeico). In fondo, la festa comincia sempre da un piccolo semplice gesto: avvicinare il calice alle labbra e lasciarsi sorprendere dalle emozioni. Non senza prima aver brindato dicendo: cin cin. E, mi raccomando, guardate sempre negli occhi colui o colei che brinda con voi.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Anton Robert Zaccheo. Carpineto sarà in buone mani Arrow Right Top Bg

5 Dicembre, 2025

Anton Robert Zaccheo. Carpineto sarà in buone mani

  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 
color già tristi, e questi con sospetti!  Le rivalità tra famiglie hanno segnato la storia di ogni nazione, regione e perfino città. Montecchi e Capuleti (che in realtà erano i San Bonifacio, di Cremona ma Shakespeare si confuse e, per citare Dante cambiò Cappelletti in Capuleti) si sfidavano a Verona; Medici e Borgia rivali storici del Rinascimento; Asinelli, Garisendi, Alberici, ecc a Bologna costruivano torri per beffarsi degli altri. Ci si divideva perfino anche in fazioni: Guelfi e Ghibellini; papalini e repubblicani. Rivalità, disfide, guerre. Tragedie, sangue, ferite nella storia. Comprendere le origini di cotanta stupidaggine è praticamente impossibile e tutto sommato inutile. Tanto, a chi importerebbe? Pensiamo invece a cosa si sono perse queste famiglie. A quanto tempo, soldi, pensieri, vita hanno gettato via, impegnati nel principale scopo dell’esistenza di generazioni, dell’annientare l’altro. Cosa avrebbero invece potuto realizzare se invece di farsi la guerra avessero messo insieme le forze? Per una famiglia, rimanere unita a condurre una azienda, è affare complicato, figuriamoci per due contemporaneamente. Francamente, non me ne vengono in mente ma ne ho trovato due che con tanta intelligenza, volontà e senso di responsabilità, insime hanno realizzato qualcosa di incredibile. Sono le famiglie Zaccheo e Sacchet che, insieme, sono Carpineto: 500 ettari, 5 tenute nelle zone più ambite della Toscana, 180 ettari di vigneto, uliveti storici, tartufaie, prati, boschi. Insieme dal 1967. Non tantissimo ma nemmeno poco! Ho sempre sostenuto che le cose belle della vita nascano dall’incontro di persone meravigliose. Con fame e idee. Fame e idee sono il vero motore del successo. Solo che la fame e tanta e le idee ancor di più. Realizzarle è l’unico modo di soddisfare quella bulimia che continua.  Ci si incontra per caso e si sta insieme per volontà. Spesso si capisce che l’altro colma quel qualcosa che si sa di non avere. Nessuna rivalità. Semmai capacità di comprendere come insieme, si possa correre ancora più veloci, al riparo da pericoli. È il 1967 quando Giancarlo Carlo Sacchet da Conegliano e Antonio Mario Zaccheo da Bari fondano a Greve in Chianti la Carpineto con lo scopo di produrre vini di eccellenza. Giancarlo, enologo, fresco di studi alla Scuola di Conegliano voleva creare grandi rossi e Antonio voleva imbottigliare vino con proprie etichette smettendo di produrre solo uva.  Ecco, quando due persone cosi si trovano riuscendo a mettere a fattor comune le loro idee, ambizioni e fame, non può che crearsi qualcosa di eccezionale. Come Carpineto! Da Giancarlo e Antonio si arriva ai giorni d’oggi dove i giovani iniziano a muovere i primi passi in azienda. Da un lato Caterina, figlia di Giancarlo che seguendo le orme del padre è l’enologa dell’azienda. Dall’altro, Anton Robert Zaccheo, nipote di Antonio e figlio di Antonio Michael che si occupa del commerciale.  Incontro proprio Anton Robert, nato a San Francisco e tornato in Italia all’età di 4 anni per innamorarsi perdutamente del mondo del vino.  Papà andò a studiare negli Stati Uniti dove sono nato io. Lo dico molto sinceramente: non mi rendevo conto bene di cosa significasse avere una tenuta, una vigna, fare il vino. Pur lavorando non mi rendevo pienamente conto della realtà. Mio padre mi ha sempre detto che era necessario lavorare in cantina, in vigna, ecc. Ad un certo punto mi è scattata la molla e ho detto a mio padre che sarebbe stato interessante fare un corso da sommelier. Lì mi è partita una passione molto più approfondita e, anzi, mi sono reso conto molto di più del mondo del vino, della realtà insomma italiana, mondiale.  Anton Robert è un ragazzone alto con il viso che esprime la sua giovane età. Mi ricorda molto, a guardarlo bene ma anche ad ascoltare il tono delle sue parole, Jannik Sinner: posato, calmo, riflessivo, umile e con un sorriso che non ti aspetti.  Si esprime sempre con molta attenzione e rispetto. Come se quello di cui sta parlando meriti grande proprio grande. Sarà per via dell’irripetibile percorso del nonno. Irripetibile magari ai giorni d’oggi ma, comunque, con la necessità di mantenerlo e svilupparlo. Cosa questa che per lui, figlio unico, è una grande responsabilità alla quale non intende sottrarsi. Non per obbligo quanto per scelta. Anche questa posata. Ho fatto il corso e poi c’è stato il COVID. Subito dopo sono andato a fare una vendemmia in un’azienda tedesca dove lavoravano persone che avevano studiato università di Geisenheim e mi chiedevano: ma te hai studiato enologia? Che hai fatto? Un giorno mi dico: io chiamo l’università e andiamo a capire cos’è. Vado là, faccio un tour che mi ha interessato parecchio. Avevo però preso già degli impegni di andare in Australia per fare una vendemmia e il semestre era già iniziato. Vado così in Australia e mentre stavo li mi sono detto: sai che c’è, lo facciamo. Ci vado e mi è piaciuto parecchio. Ho finito da poco questo questo percorso di International Wine Business. Una sorta di overview del mondo enologico sia dal punto di vista produttivo sia  finanziario e marketing. Insomma tutto quanto sa di quel business che ruota attorno al vino inclusa la parte tecnica. Meno male che questi ragazzi possono studiare tutto quanto può e deve girare attorno al mondo del vino cercando di far uscire questo dalla mera realtà contadina! La famiglia Sacchet ha sempre gestito la parte produttiva; famiglia Zaccheo quella commerciale. È successo così per caso. Solo che io, da quando sono piccolo ho vissuto il mondo commerciale ed è proprio questo il lato che mi piace parecchio. Ho intenzione di continuare ad aiutare mio padre principalmente con l’export. Il mercato americano, l’export, la vendita. Cinque tenute: due nel Chianti Classico, una a Montalcino, una a Montepulciano, una in Maremma a rappresentare tutte le denominazioni chiave della Toscana. Tre milioni di bottiglie prodotte. Un impegno quello commerciale, non di poco conto.  Tre milioni di bottiglie. Pensate cosa l’unione sinergica di due famiglie è riuscita a realizzare.  Una scelta consapevole quella di Robert. Con la supervisione di papà e nonno potrà crescere e crescere in fretta. Senza la voglia di strafare o di alzare la testa così, tanto per alzarla.  Lavoriamo molto insieme e l’obiettivo mio è quello di imparare da lui il più possibile e il più in fretta possibile senza ovviamente bruciare le tappe. Ho la fortuna di vivere proprio vicino a lui quindi posso acquisirne i segreti.  Senza fretta e non perché non ne abbia voglia ma tre milioni di bottiglie possono far tremare i polsi a chiunque e ci vuole coraggio, tanto coraggio per un ragazzo di 26 anni, ad imbarcarsi in una avventura del genere. Robert si sarebbe potuto tirar fuori e lasciar fare. Invece no, è rimasto e vuole, quando sarà il momento, dire la sua. Per adesso domina la pacatezza e la lucida capacità di mettere a fuoco ogni aspetto, compresa la responsabilità di affidare la gestione a chi sa fare le cose. Un marchio di fabbrica per Carpineto poiché solo con una mentalità del genere si cresce insieme. Pensate a cosa sarebbe successo se ognuno fosse voluto entrare nel lavoro dell’altro! Noi siamo molto interconnessi e lavoriamo molto vicino alla produzione dei vini. Noi facciamo su una trentina di etichette. Facciamo vino Nobile di Montepulciano riserva che è un vino al quale sono particolarmente legato perché vivo in questa tenuta. Un vino speciale entrato nella lista dei top 100 Wine Spectator tre volte nell’ultimo decennio. Viene da una argilla blu. Quello che ho provato io è la Riserva 2020, Nobile già dal colore nel calice. Sentori immediati di frutta molto matura che si esaltano grazie alla balsamicità. Nonostante la breve permanenza in bottiglia, si sta già sviluppando qualche etereo (ceralacca). Emergono le spezie che rimangono comunque nascoste nel sottofondo. Spezie dolci tra le quali è il pepe a dare un pò di brio. Poi cardamomo, noce moscata, vaniglia. Non può mancare la viola, semplice e sottile. In tutto questo bouquet c’è la nota alcolica che viene fuori a ricordare che qui c’è Sangiovese. Quello vero.  Il sorso, come da tradizione, è ampio e poderoso. Tannini presenti e prepotenti che, comunque, si fanno setosi e caldi, freschi e sapidi.  Un vino da ricordare per la potenza, la forza così come per la schiettezza con la quale si propone. Elegante e non banale può riposare in bottiglia ancora per tanti anni restituendo sensazioni sempre diverse. Un altro vino secondo me fantastico è il Chianti Classico, la nostra storia la nostra, che sa di eleganza.  Ho provato anche di questo la Riserva 2020 trovandolo davvero elegante tanto che nel calice la trasparenza sa di finezza. Non c’è impenetrabilità ma quella evanescente vivacità che lo rende intensamente elegante. Ceralacca e goudron lo proiettano già verso livelli di complessità superiori. La frutta particolarmente matura e la viola lo riportano all’essenza del Chianti Classico dunque al Sangiovese.  Non c’è particolare intensità nel bouquet e occorre roteare il bicchiere per cercare i sentori. Ma va bene così perché si dimostra non ruffiano, non particolarmente immediato bensì ricercato e per nulla spocchioso.  In bocca la gioventù del Sangiovese emerge con i tannini intensi, la freschezza importante, la rotondità che viene meno. Ecco che ha bisogno di quella tanto agognata bistecca per rendere al meglio. Un giusto connubio che non può mancare. Anche se per me un crostino con fegatini risolve egregiamente il paring. Tutto, purché lo si apra con molto anticipo! Poi c’è il Brunello, che è un vino interessante per noi perché siamo a 550 m di altitudine esposti verso nord. Un vigneto di montagna. Il Brunello 2020 ha maturato benissimo e appare già di un bel colore granata. Un sentore di ceralacca e di cera di candela forniscono proprio la sensazione di solennità. La frutta molto matura, al limite del cotto, l’erbaceo, le erbe aromatiche, il castagno, la vaniglia, il cioccolato, il sottobosco, i fiori rossi e chi più ne ha più ne metta, dicono che siamo in presenza della complessità aristocratica di un vino importante, di quelli che, pur austeri, coccolano in maniera avvolgente. Un caldo accogliente che fornisce la chiara sensazione di una coccola famigliare, come le carezze della nonna.  È il sorso che ricorda però come questo Brunello sia ancora giovane: la freschezza è viva, i tannini sono aggressivi, la bocca è ampia. La sensazione è che ci sia dell’altro che arriverà nel tempo. Quella evoluzione che consentirà, mantenendo inalterata l’eleganza e l’austerità di un Brunello, di diventare immenso. Ciò che rimarrà è la sapidità che la montagna ha conferito e la necessità di accompagnarlo degnamente. Il Dogaiolo in versione rossa è uno dei nostri vini più esposti. Esportiamo in 70 paesi e il Dogaiolo è sempre presente. Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Ora abbiamo appena fatto uno spumante nuovo perché Giancarlo Sacchetti ha avuto una voglia di ritorno agli arbori. Base Chardonnay mentre quest’anno abbiamo fatto uno spumante a base  Sangiovese. Idee chiare e una infinita voglia di rappresentare la sua azienda soprattutto verso quel mondo dei giovani che Robert, e non potrebbe essere diversamente, sente proprio. L’impressione è che voglia arrivare a condividere come sia possibile innamorarsi del vino, magari utilizzando un linguaggio che solo un ragazzo come lui può gestire opportunamente. Anche qui, senza fretta. Robert sembra proprio non averla ma non già per paura, per mancanza di voglia, per riluttanza. La sua è quasi una immersione nel dna di una azienda che fa della capacità e del merito un valore imprescindibile. Perché solo così si può rimanere uniti. Sinceramente non saprei quando sarò pronto per prendere le redini. Dovrei chiedere a a mio padre. Sicuramente è ancora presto. Mi impegno molto, ma è ancora presto.  Mia figlia che ha poco meno di tre anni, dice sempre che è capace a fare qualcosa anche se è allo stesso modo pronta a chiedere aiuto quando si rende conto, con contrizione, di non essere in grado. C’è chi mantiene questa forma mentale per l’intera vita e chi invece, sapendo di avere delle responsabilità, ha la consapevolezza di poter fare qualcosa solo quando ne si ha la certezza. Ovvero quando si acquisisce la giusta capacità ed esperienza.  Robert è silenziosamente così. Un ragazzo che ha la dote, assolutamente apprezzabile, di non gettarsi in una impresa con il rischio di fallire. Anche se tutto sommato lo potrebbe fare: quale è quel genitore che non coprirebbe gli insuccessi di un figlio? Nessuno, tanto che mamma Bianca e papà Antonio non fanno altro che spingerlo. Eppure per questo ragazzo, silenzioso e quasi enigmatico, troppo forte è il senso di responsabilità verso l’azienda fondata dal nonno Antonio e da Giancarlo Sacchet. Arriverà il suo momento e quando lo sarà avrà immagazzinato così tanta esperienza e capacità che ne vedremo delle belle.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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AntiCelebration. Le bollicine della (nuova) vita Arrow Right Top Bg

28 Novembre, 2025

AntiCelebration. Le bollicine della (nuova) vita

  Vivere la vita è una cosa veramente grossaC’è tutto il mondo fra la culla e la fossaSei partito da un piccolo portoDove la sete era tanta e il fiasco era cortoE adesso vivi La vita. Le storie della vita. La storia delle persone.
Sono così tante e variegate che ogni volta che ne apprendo una rimango affascinato da quanto le nostre vite siano differenti l’una dall’altra così che solo quando due vite si uniscono, il corso di una storia o della storia in generale, muta in maniera drastica.
Avete mai pensato a cosa voglia dire un figlio? Non è solo la magia di una vita ma una nuova esistenza che, intersecandosi con quella dei genitori, determina un cambiamento nella precessione degli eventi. Cambia tutto. Anche e soprattutto la percezione dei valori della nostra esistenza. Spesso, troppo spesso, viviamo come criceti in una gabbia. Bellissimi topolini (perché di questo si tratta ancorché colorati e carini tanto che ho sempre pensato che sia una delle più grandi discriminazioni della storia) che trascorrono il proprio tempo correndo sulla ruota che fa tanto divertire i bambini. Corrono incessantemente come unico modo di muoversi, costretti, non certo per scelta, all’interno di una gabbia metallica.
Avete mai avuto la sensazione di essere proprio noi i criceti in gabbia? No? Sicuri?
Analizziamo una giornata tipo: sveglia alle 6.30. Colazione, doccia e in contemporanea figli da preparare. Poi chiusi in una scatola di latta (auto, treno, autobus) per portare i pargoli a scuola, dunque recarsi in ufficio. Secondo una ricerca di moovit.com, il tempo medio di permanenza in auto è di 52 minuti al giorno. Io devo essere fuori media perché il Grande Raccordo (Parcheggio) Anulare di Roma non mi fa scendere sotto i 90 minuti giornalieri.
Tornati a casa, bene che vada alle 19, rimane poco tempo per stare con i figli e il partner. Comprimiamo tutto nel weekend. Sempre che non ci siano altre attività da espletare.
È vita questa? Pensate adesso se quei 52 minuti giornalieri diventassero 8 ore. Delle 24 giornaliere se 8 sono già spese per il traffico e 8 di lavoro ne rimarrebbero 8 di altro. 6 di sonno volete mettercele? Bene, ne rimangono 2. Solo due dannatissime ore di vita. Altro che criceto. Vabbè ma chi è il folle che sceglie di andare al lavoro a 4 ore di distanza?
Nessuno sano di mente, chiaro. A meno che quelle quattro ore non siano l’unico modo per recarsi al lavoro. Paradossale se servissero per percorrere solo 5 km. A Mosca vivono dodici milioni di persone e sono registrate oltre quattro milioni di autovetture. I moscoviti che si considerano pendolari affermano che fino ad un’ora e mezzo di tragitto è nella norma, mentre sopra le due ore può (non deve) diventare argomento di discussione. Ogni persona può descrivere la vita e la qualità di vita in modo diverso. Per noi c’erano delle cose insopportabili. Per esempio 4 ore di traffico ogni giorno. C’erano solo 5 km dalla casa all’ufficio. Uscendo alle sette o alle otto la sera ci volevano comunque quattro ore. A meno che non si usciva alle dieci così che ce ne volevano due. In nessun modo arrivavamo a casa prima prima delle otto.   Maxim Merkulov e sua moglie Elena li ho conosciuti in un caldo fine settimana romano. Al Ponte della Musica Armando Trovajoli di Roma andava in scena Calici di Stelle. Un tramonto mozzafiato, musica di sottofondo. Ero li con mia moglie per la copertura stampa dell’evento. Vengo attirato da uno stand un pò più lungo del solito sul quale facevano bella mostra di se bottiglie di bollicine con etichetta nera. Apparivano tutte uguali tanto da non capire la necessità di una simile esposizione. Dietro lo stand un ragazzo alto e una ragazza altrettanto alta. Si guardavano in un modo che non poteva che essere identificato se non con “con amore”. Il nome dell’azienda non poteva non destare attenzione: AntiCelebration. Elena e Maxim oltre ad essere due persone squisite rappresentano l’esempio vivente di come la guerra in Ucraina sia, oltre che scellerata, insensata. Ucraina lei, russo lui. Coppia dai tempi dell’università. A Mosca, dove entrambe vivevano. Una coppia come tante in Russia dove ucraini e russi hanno sempre convissuto. In pace. Sposati e con una bellissima figlia, Alice; direttrice marketing in ambito IT e vino, Elena; funzionario di banca impegnato su importanti progetti ESG (Enviromental, Social, Governance) Maxim. Una famiglia benestante a Mosca. C’era una vita molto intensa. A Mosca, quando si è giovani, ci sono tante cose diverse. Non c’è tempo di provare tutto. Il ritmo è assolutamente matto. Quanto è diversa la nostra visione della Russia e di Mosca. Maxim ne parla come una città pazzesca, sempre attiva, dinamica, frenetica, con un traffico incredibile. Una città che non dorme mai e che è sempre in movimento. Non c’è nulla di quello che un occidentale può pensare. Troppi stereotipi magari formatisi per via di una comunicazione del tutto assente. Pensateci, cosa ci arriva della Russia e della vita li? Niente. Non sappiamo niente. Nel bene e nel male. Abbiamo capito che stavamo correndo come criceti. Non si finisce mai di correre. Lavori fino alle 11 di sera. Ti svegli alle 6. Tutti i giorni così. Non vedi la tua figlia. I risultati del tuo lavoro non sono tangibili. Non li vedi. Ti svegli e vedi tutto questo. Può capitare che ti svegli un giorno e vedi tutto questo. Così come può capitare che non ti svegli mai continuando a fare quello che hai sempre fatto. Forse la discriminante è l’avere o meno un sogno. Qualcosa che viene riposto in un cassetto in attesa, prima o poi, di tirarlo fuori. Con la complicazione che quando sei una famiglia, quel sogno, non può essere solo il tuo. Deve essere il sogno di tutti. Altrimenti conviene lasciarlo nel cassetto. Ci sono tante persone che hanno il sogno della vita, noi avevamo questa sogno anche prima prima di incontrarci. Ognuno di noi aveva questo sogno di fare il vino. Il nonno di mia moglie faceva il vino in Georgia. E quindi lei da piccola diceva che da grande avrebbe fatto il vino. Ho conosciuto tante persone con il sogno di diventare produttori vino. Per la maggior parte è solo qualcosa di bohemien. Quel desiderio di ambire ad una vita in campagna, tra i filari, la vendemmia, la cantina. Desiderare, immaginare una vita diversa. In pochi arrivano però a concretizzare, a trasformare il sogno in realtà. La terra, la fatica, l’attesa, gli investimenti, la capacità, l’aiuto, il tempo, il lavoro. La terra. Già la terra con la quale sporcarsi le mani senza preoccuparsi dei calli che verranno.
Ecco perché per molti rimane solo il sogno bohemien che fa figo ogni tanto tirar fuori per ricordare a se stessi che c’è e che se non si è realizzato è solo per qualche motivo al quale crediamo solo noi. Io fin da giovane mi sono appassionato al vino e alla produzione. Feci diversi tour enogastronomici. Con il tempo e con la consapevolezza ho iniziato anche a leggere testi più tecnici, professionali ma non sono stato mai sicuro che sarebbe potuto diventare la mia vita. C’è una strada, c’è un sogno, c’è una vita reale. È così che tra due persone è possibile, anche se altamente improbabile, che le due strade si incontrino, i due sogni coincidano. Un allineamento astrale, un sei al Superenalotto. In un viaggio come turisti in Italia abbiamo visitato qualche cantina. Poi nel 2021 abbiamo pensato che saremmo stati in grado di farlo. C’è una convinzione diffusa in Russia che lasciare un lavoro di ufficio per dedicarsi a una vigna significhi andare in pensione. Noi abbiamo capito come fosse una convinzione assolutamente sbagliata. C’è tanto da fare in vigna. A meno che tu non abbia un sacco di soldi per non fare nulla. È la fine del 2021 quando Elena e Maxim decidono di fare il grande passo. Lasciare la Russia per trasferirsi in Italia. Tutto pronto. Compreso il rogito per l’acquisto di una casa e sei ettari di terra a Maiolati Spontini, vicino Ancona fissato per il 27 febbraio 2022. Sì, avete letto bene, 27 febbraio 2022. Una settimana dopo l’inizio dell’invasione Russa in Ucraina. Uno stress impensabile perché avevamo già preso questa decisione. Le persone qui in Italia con le quali lavoravamo prima di trasferirci non sapevamo come potevano aiutarci. Non eravamo solo noi, c’era anche Alice che aveva 7 anni. Ci sentivamo responsabili della sua vita, del suo futuro. Elena e Maxim non stavano scappando da niente e da nessuno. Volevano solo una vita diversa per la loro famiglia. Vivere la loro vita in un posto tranquillo dove poter affermare i loro valori. Questo per loro voleva dire determinazione. Eravamo sempre insieme e sempre pensavamo le stesse cose. Le cose che facciamo ci daranno i frutti, non adesso, ma tra qualche anno. Anche per la nostra figlia che adesso è molto contenta e super felice. Il primo giorno di scuola eravamo molto preoccupati perché non parlava italiano ed era proprio il primo giorno di scuola in assoluto. Il secondo giorno si è svegliata prima di noi e ha detto: andiamo a scuola vai vai veloce! Ci ha dato una extra motivazione per continuare. L’italiano di Maxim è eccellente. Certo, si capisce della sua provenienza per via di quell’incredibile accento fedele alle origini. Il sorriso, vero e sincero, che accompagna i suoi discorsi, sa di serenità. Di quello stato meraviglioso riuscito a raggiungere con la sua famiglia. La serenità di vivere in un luogo lontano dallo stress, dalla inutilità della vita, dai pericoli di pazzi scriteriati.
Maxim era abituato a lavorare con i progetti così, per realizzare la loro seconda vita, ha progettato tutto, nei minimi particolari e insieme ad Elena, per oltre due anni. Insieme. Sempre insieme. Per stare insieme. A Mosca, quando hai 35 anni senti che la tua vita è quasi finita. Hai la percezione che tutto va cosi veloce che pensi che la vita stia per finire. In Italia ci chiamavano giovani e per noi era strano. Lo abbiamo capito in Italia di essere giovani, di avere l’energia per fare le cose. Noi stiamo insieme come famiglia, facciamo le cose insieme, lavoriamo in vigna insieme, facciamo il vino insieme, selezioniamo il taglio per ogni prodotto, prendiamo le decisione insieme. Tutto questo insieme con la nostra figlia che vede come lavoriamo, quali sono i nostri principi. A Mosca abitava più con la babysitter che con noi e tutti i principi erano quelli della babysitter. Ecco, questo è insieme il senso della vita e la realtà di tutti i giorni.
Spesso quando torno dall’ufficio, incontro la figlia dei vicini di casa. Avrà una decina di anni. Torna a casa con zaini grandissimi insieme alla sua babysitter. La scuola fino al pomeriggio, poi magari qualche sport. Sempre senza i genitori che magari vede per cena. Quando va bene. La guardo, le guardo, penso che almeno mia figlia è stata durante il pomeriggio con i nonni. Quando sarà più grande e loro non ce la faranno, ci sarà, anche per lei, una babysitter. È così che mi chiedo se ha senso una vita del genere, una famiglia che è tale solo nei fine settimana o durante le vacanze. Ci fosse almeno la soddisfazione di realizzare qualcosa di tangibile nel proprio lavoro. Invece nemmeno quello. I frutti del lavoro in campagna sono sono concreti, sono tangibili. Ciò che ottieni dipende solo da te, dai tuoi sforzi e della natura. In Russia guadagnavamo ma la qualità della vita e la percezione dei soldi che guadagni, è assolutamente diversa. Già, ma solo il viaggio dalla Russia all’Italia basterebbe per far tremare i polsi. Cultura diversa, lingua diversa, persone diverse, ambiente diverso. Persino la religione è diversa. Oltre alla circostanza di non poco conto di passare da dietro una scrivania al trattore. Eppure, Maxim ne parla con la serenità d’animo e il sorriso di chi sa di averci guadagnato da questa pazzia. Se non in soldi, perlomeno in tranquillità. Adesso noi abbiamo due progetti dei quali il primo è AntiCelebration, dedicato sugli spumanti metodo classico. Una idea che ci è venuta quando ci siamo trasferiti e visto quanti vitigni autoctoni ci sono con i quali fare spumanti di altissima qualità. È certamente vero che oggigiorno se non hai una bollicina in gamma non sei nessuno e che se non fai un metodo classico sei un poveraccio, però è anche vero che di bollicine fuori dal comune ce ne sono, ancora poche. La maggior parte hanno al loro interno Chardonnay, Pinot Noir, Pinot Meunier. Poi abbiamo assaggiato Verdicchio, Erbaluce, Durella e siamo rimasti sorpresi nel vedere la qualità di questi piccoli produttori assolutamente sconosciuti fuori della propria zona. Vitigni non certo nuovi alla spumantizzazione anche se, oggettivamente, senza una particolare presa sul mercato. Nel 2024 l’Italia ha prodotto 1,015 miliardi di bottiglie di bollicine. Di queste 660 milioni sono di Prosecco, 19 milioni Franciacorta, 12,3 di Trento DOC. Di Erbaluce di Caluso se ne producono circa 60.000. Durella e Verdicchio non avendo dati certi possiamo presumere in poche migliaia.
Nonostante tutti gli estimatori del Metodo Classico tessano le lodi di questi vitigni, pochi poi si azzardano a portare su una tavola qualcosa che non sia Pinot Noir e Chardonnay. Abbiamo lanciato questo progetto dedicato agli spumanti per far conoscere e promuovere questo patrimonio italiano. Un progetto nato dalla passione per l’Italia e il suo patrimonio. Una sorta di ponte verso il secondo progetto, quello che sa veramente di vita e di famiglia: una cantina, una azienda. Qualcosa che Maxim ed Elena hanno voluto, cercato, sviluppato con grande senso di progettualità dove le pregresse esperienze di entrambe sono state utilizzate al massimo. Un progetto molto più tradizionale è la nostra cartina e il nostro marchio, con la nostra vigna, dove facciamo anche gli spumanti di Verdicchio, ma anche vini fermi. I nostri primi vini sono usciti pochi mesi fa. Una cosa molto familiare, piccola realtà per valorizzare il territorio. È Root Winery. La cantina che sorge proprio sul paese di Maiolati Spontini, paese che è una vera dedica al compositore italiano Gaspare Spontini. Noi abbiamo anche la missione e l’obiettivo di promuovere il patrimonio di quel compositore, perché ci piace la musica che ha creato. Assurdo come la nostra musica, la nostra storia, la nostra cultura sia conosciuta e apprezzata all’estero mentre in Italia non sappiamo nemmeno di chi si stia parlando. In Russia i bambini crescono con la musica, la danza, il teatro. Un patrimonio culturale che diviene dna. Un modo perché la cultura si propaghi nel tempo e nello spazio. Un aspetto che noi quasi rifuggiamo. Un pò come quando negli scantinati dei musei rimangono ad ammuffire opere per le quali tutti i musei del mondo farebbero follie per esporle. Una che fa 10.000 bottiglie aiuta tutti in zona coloro che vogliono iniziare la produzione del metodo classico. Questo ci ha dato anche tanta motivazione per iniziare questo progetto per far vedere il lavoro di questi piccoli produttori. L’incredibile e unico calore umano dei piccoli borghi. Dove non c’è invidia o competizione. Solo solidarietà e mutua assistenza. C’era un tempo e c’è ora. Speriamo che ci sarà sempre. Root Winery e AntiCelebration due progetti, di vita il primo, di inizio della vita il secondo. Anche se a pensarci è davvero strano.
Capisco che da neofiti, arrivati in Italia nel 2022, ci si è scontrati con l’impossibilità di far decollare in tempi brevi l’azienda della vita, ma è pur vero che pensare di impiegare il periodo intermedio con un progetto relativo al Metodo Classico vuol dire solo essere folli. Ma come li considerereste due persone che senza alcuna esperienza lasciano la Russia per trasferirsi nelle Marche? Adesso posso dire che era molto rischioso. In quel momento sembrava che non potevamo fare in altro modo perché. Quando abbiamo scelto il posto dove ci saremmo dovuti trasferire, abbiamo scelto le marche, Castelli di Jesi, per il Verdicchio e per fare metodo classico. Nel 2021 abbiamo deciso di fare questo progetto delle cantina senza sapere di fare il progetto di Anticelebration. Non era abbastanza chiaro il mercato degli spumanti in Italia. Oltre un mercato non chiaro per nulla, pensiamoci bene, una bottiglia di bollicine sa molto di allegria e festeggiamenti. Solo per le feste lo scorso anno si sono stappate oltre 355 milioni di bottiglie. Un terzo della produzione annuale. Quanto se ne sarà bevuto? Poco. Specialmente a fine dei luculliani pasti e se qualcuno non avrà annaffiato tutti. Ecco, la pessima abitudine di celebrare qualcosa spruzzando dello champagne. Nata nel 1950 al termine della gara di Formula 1 a Reims quando Juan Manuel Fangio stappò una bottiglia di Moët & Chandon. Per fortuna, si attese 16 anni prima che a Le Mans, Jo Siffer, vincitore della gara, spruzzò nuovamente lo champagne sulla folla. Jo sostenne però che il tappo era saltato. Non saltò più e ancora oggi si consumano magnum di champagne in questo modo. Per non parlare dei deficienti che si fanno il bagno nelle bollicine oppure puliscono i cerchi della Ferrari. Lasciamo perdere! Dobbiamo promuovere il metodo classico non come bevanda per farsi la doccia, per metterla nella Jacuzzi. Non si riempie la Jacussi con il vino fermo ma con le bollicine. Il metodo classico deve essere rispettato. Ecco perché sul sito di AntiCelebration si vende una bottiglia di acqua gasata che fa le stesse cose di una bottiglia di metodo classico. Tanto, a chi importa cosa esce se nessuno lo beve? AntiCelebration è un vero progetto di sviluppo e partnership realizzati insieme a piccoli produttori di metodo classico. Ogni cuvée, rigorosamente brut nature, è realizzata con uno specifico produttore rivelato sulla fascetta del collo bottiglia. I modelli di collaborazione sono diversi e dipendono dal produttore. In Piemonte compriamo il vino base oppure il tiraggio già invecchiato. Abbiamo elaborato il liqueur d’expedition e fatto la sboccatura. Non era importante come lo avremmo fatto ma che lo facciamo. Un prodotto di qualità che non c’è sul mercato. Deve essere una partnership che genera un prodotto unico. AntiCelebration vuol dire 8 vitigni autoctoni per 13 cuvée e circa 7000 bottiglie prodotte. Nebbiolo, Erbaluce, Verdicchio, Durella, Pinot Nero, Incrocio Bruni (Sauvignon, Verdiccio)+Sangiovese+Famoso. Il piano era iniziare con l’Italia perché ci sono tanti vitigni autoctoni per poi iniziare a fare le stesse cose in Francia, Sud Africa, Germania, Argentina. Con lo stesso modello di business perché i problemi dei piccoli produttori sono uguali in tutto il mondo. Noi vorremmo scoprire attraverso queste collaborazioni, piccoli produttori da tutto il mondo. Se un consumatore italiano volesse assaggiare un metodo classico del Sud Africa, con AntiCelebration avrà la sicurezza di provare qualcosa di eccellente. Un piano che non poteva prevedere solo la vigna di proprietà, prima di tutto uno spazio di sperimentazione (anche nel mondo dei degli spumanti) ma anche, principalmente dire, uno spazio di armonia familiare. Noi siamo tifosi di blend particolari. All’inizio volevamo fare solo spumante dalla nostra vigna ma poi abbiamo cambiato idea perché ci siamo resi conto che con il Verdicchio possiamo fare tante cose. Abbiamo lo stesso enologo per tutti e due i progetti. La sua visione è la nostra visione. Fortunatamente è anche della nostra zona e giovane. Noi siamo contenti e spero anche lui. AntiCelebration Cuvée I Peruzzi sboccatura  2023 è un Verdicchio con quattro anni sui lieviti.
Colore quasi dorato, sentori cremosi di crema al limone, crostata, scorsa di limone, mela cotogna (quasi cotta), fiori di campo. Poi tanto minerale.
Un gusto burroso, quasi masticabile. Poi limone e mela cotta. Si stavolta in bocca diventa cotta. Un perlage fine e determinato a donare buona persistenza lasciando la bocca pulitissima grazie ad una freschezza viva, diretta, non invadente e ad una giusta sapidità. Il finale mantiene la pienezza e la goduriosità. pieno, ampio, godurioso. AntiCelebration Cuveé VII Crosio Erbaluce di Caluso sboccatura 2024 vendemmia 2019.
Una bottiglia che assorbe la luce del sole che tramonta rendendosi luminoso. Una intensa emozione che cresce piano piano.
Crosta di pane e aromi di erbe aromatiche aprono il respiro, mentre un zest di limone, fiori di camomilla, salvia e mentuccia regalano freschezza vibrante. Un soffio di gesso ricorda la terra, il finale, accennato di mandorla, chiude con eleganza.
Bollicine finissime, quasi impalpabili, pizzicano come luce sulle onde: verticali, pulite, intense. Una bellezza che si svela sorso dopo sorso, come il tramonto che non smette di incantare. AntiCelebration Cuveé X Dama del Rovere Durello 2017 sboccatura 2024. Dal color oro, luminoso e da un perlage immediatamente fine. Sentori di crosta di pane, mela verde e tante foglia di limone che divengono, col tempo, crostata.  In bocca è complesso, ampio, pieno, vegetale con la nota di limone che emerge irruenta, senza infastidire più di tanto, anche grazie a quel perlage così fine da sembrare evanescente seppur funzionale. Si sente l’ottimo lavoro fatto con il vino di base cosa questa che si ritrova nel piacevole, lungo ed intrigante finale di parzialmente amarognolo per via del limone che si fa pompelmo. Una bollicina, perfettamente bilanciata, sfruttabile a tutto pasto. Veramente veramente intrigante e, con la meravigliosa chiusura di bocca, unico.  Insomma, uno, anzi, due progetti che sanno di famiglia nel senso più alto di questa parola. Essere felici ed esserlo per Elena, per Maxim, per Alice. Tutti uniti dagli stessi valori. La cantine crescerà, venderemo più vino, avremo qualche premio, ma saremo qua, saremo insieme con gli stessi valori che spero non perderemo. Perché è molto facile di scambiare i valori per per i soldi. Tradire quei principi sarebbe una grandissima sconfitta. Peggiore di qualunque altra. Quella che ho conosciuto è una coppia bellissima, determinata, forte. Forgiata da scelte radicali e complicatissime che solo un amore granitico poteva sostenere. Un viaggio di non ritorno dalla Russia (dove non sono più tornati) per andare, insieme, verso il futuro. Forse un salto nel buio ma, comunque, illuminato dalla luce dei loro occhi. PS Brindare con una bottiglia di AntiCelebration sarà il modo migliore per guardare al Natale con occhi diversi. Se non altro, vi ricorderete di non sprecarne neanche una goccia.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Podere Scurtarola. Dal caos, il vino naturale Arrow Right Top Bg

21 Novembre, 2025

Podere Scurtarola. Dal caos, il vino naturale

  Lo sfarfallio delle ali di una farfalla può causare uno tsunami dall’altra parte del mondo. È l’effetto farfalla teorizzato da Edward Lorenz nel 1962. Una teoria per la quale se si cambiano eventi minimi lungo la linea del tempo, appartenenti al passato, questi eventi possono avere una ripercussione in termini sostanziali nel futuro. Pensiamoci bene. Stamattina ci siamo svegliati e siamo scesi dal letto con il piede sinistro. Se avessimo appoggiato il piede destro, sarebbe cambiato qualcosa nella nostra giornata? Magari no, magari si. Chi può dirlo.  Ci siamo messi in auto e per evitare un semaforo rosso abbiamo girato prima del solito incrocio. Non lo facciamo mai. Abbiamo evitato qualcosa? È cambiata la nostra giornata? Magari si, magari no. Chi può dirlo Concateniamo una serie di eventi e le ali di una farfalla genereranno uno tsunami dall’altra parte del mondo. È un pò la teoria del caos dal quale, secondo alcuni filosofi, anche dall’antica Grecia, tutto ebbe inizio. L’ápeiron, dal greco ἄπειρος, ovvero «illimitato» è secondo Anassimandro l’archè, il principio da cui tutto origina. Il caos era dunque l’origine di ogni cosa ma è al contempo anche l’origine del pensiero creativo. Poiché se dal caos nasce ogni cosa allora possono anche nascere idee geniali. Friedrich Nietzsche lo sintetizzava cosi Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante Parlare di caos in una azienda agricola può sembrare un controsenso ma, dopo aver conosciuto Pier Paolo Lorieri di Podere Scurtarola, è la parola che mi continua a girare in testa. Un caos positivo che sa di positività. Di un approccio alla vita e alle cose che implica il non darsi mai troppi meriti se non quelli che realmente si hanno. Ne prendersi mai troppo sul serio. In realtà la mia chiacchierata inizia con Michelangelo Tesconi che si occupa della parte commerciale. È lui, durante una meravigliosa fiera dei vini naturali, Vini Selvaggi, che mi ha fatto scoprire i vini di Scurtarola. L’azienda c’è sempre stata. È sempre stata una piccola azienda familiare è di Pier Paolo e adesso in azienda stanno subentrando a lui piano piano i suoi due figli Emanuele e Davide. Emanuele è un commerciante, una persona che ha aperto uno dei primi e-commerce in Italia, un programmatore. Davide invece ha fatto la carriera da chef. Hanno fatto le loro esperienze e poi nel 2017 Davide era in Australia, Emanuele qua, Pier Paolo ha voluto coinvolgerli e hanno deciso di di iniziare a partecipare. Adesso lavorano a tempo pieno anche loro con noi. Avete presente quei film western quando le diligenze si fermavano nell’unico posto in mezzo alle praterie per rifocillarsi e cambiare i cavalli? Ecco, Podere Scurtarola era un pò così. Scurtarola vuol dire scorciatoia, quella che si percorreva per andare da Massa a Carrara. Un tempo, prima delle bonifiche, di strade tra le due cittadine, non ce n’erano. Si doveva percorrere una strada sterrata che, da qualunque parte si partisse, saliva prima, scendeva poi. In sommità del cucuzzolo si incontrava, per forza, il Podere che fungeva da luogo per rifocillare e far riposare i viaggiatori. Il bisnonno di Pier Paolo aveva un’azienda di produzione. Faceva il vino, faceva ortaggi, aveva gli animali. E dava da mangiare e da bere alle persone che passavano è arrivate in cima si fermavano e si rifocillavano. Era una cosa faticosa. Diciamo che era un punto di sosta, eh in cima alla scorciatoia. Pier Paolo entra in azienda dopo la scuola agraria da innamorato della viticoltura. Come è normale che sia, inizia ad applicare quanto gli è stato insegnato. Che era un pò diverso da quanto faceva il babbo. Prima c’era un’azienda che lavorava in maniera antica, quindi in maniera naturale, con l’utilizzo solo di rame e zolfo sulle vigne. Al tempo si vendeva tutto il vino in damigiana o il calice a quelli che passavano. Negli anni si è però reso conto che questa cosa non è che funzionasse poi così bene. Ad esempio ha iniziato a fare i conti con malattie che nei vigneti del nonno, con le marze miste, aggrediva soltanto alcune piante. Aveva visto che gli si impoveriva il terreno, iniziava a non esserci più vita all’interno dei dei vigneti, quindi dai piccoli insetti a tutto quel movimento che si vede in un vigneto coltivato in una certa maniera. Come ha iniziato, ha fatto presto anche smettere.  Siamo sui Colli del Candia con le irte colline che degradano velocemente verso il mare. Le coltivazioni qui sono solo sui gradoni, anch’essi in pendenza. Facile chiamarle coltivazioni eroiche, più difficile lavorarci sopra. Un terreno di sabbia e scisti friabile come un castello di sabbia sulla spiaggia. Le lavorazioni? Tutte, necessariamente, manuali.  Si taglia solo l’erba, anzi nel taglio dell’erba si cerca di passare due volte, ovvero si passa una volta al centro del filare, quindi sul sul poggio. Questo per delle temperature più basse all’interno del vigneto e poi per cercare anche di rompere poco le scatole a tutti quei micro organismi che stanno all’interno del terreno. Magari campano meglio, direi direi. Questo ci comporta un gran lavoro in azienda. Cinque ettari dei quali poco meno di quattro a vigneto e uno in fase di impianto. Una guerra quotidiana per evitare che i gradoni franino.  Le nostre nostre vigne amano il mare e infatti tentano di andarci. 12.000 mila bottiglie con un potenziale produttivo di 20, 25.000. Rese, manco a dirle, bassissime. Per il Vermentino Nero ad esempio, non si va oltre i 30, 35 q per ettaro. Ma non è che con il resto si vada oltre i 45! Le pendenze e le caratteristiche dei vigneti ci obbligano a lavorare con vigneti fittissimi proprio perché abbiamo bisogno di rimandare queste radici in fondo in modo che tengano la pianta. Non abbiamo irrigazione, neanche per emergenza.  Michelangelo si occupa dalle parte commerciale. È lui il volto delle vendite di una azienda molto votata alla imprenditorialità a dimostrazione che fare vino naturale non vuol dire che si debba rinunciare al margine o all’essere vera azienda.  Non faccio parte della famiglia. Sono stato assunto per grandi meriti, ovvero perché sono sono amico di Davide, il figlio minore di Pier Paolo da quando siamo ragazzini. E quindi, 4 o 5 anni fa io andai a lavorare fuori poi tornai per varie esigenze qua a Massa, stavo facendo dell’altro, Davide ha saputo che ero a casa, ho sempre lavorato come sommelier nella ristorazione, a loro gli era andata via la persona che si occupava della parte commerciale, dei clienti. Mi ha dato un colpo di telefono e abbiamo iniziato a lavorare insieme.  L’ironia di Michelangelo è un marchio non solo tutto toscano ma anche quello di Podere Scurtarola. L’occhio all’imprenditorialità c’è perché Podere Scurtarola è un’azienda che vive di vino e degli altri prodotti che produce. Ma anche perché la mentalità di Pier Paolo è questa. Forse anche per la sua estrazione imprenditoriale vista l’impresa di servizi che ha. Mentre Pier Paolo l’ha portata avanti così per tanto per tanti anni, ovvero era la sua sua passione adesso adesso è diventato è diventato un’altra cosa. I figli hanno intenzione di viverci con questa.  La discussione continua proprio con Pier Paolo, toscano, anzi, toscanaccio fino al midollo. Parlare con lui vuol dire immergersi in una discussione profonda per i temi trattati ma al contempo goliardica e divertente. Toscanaccio, appunto. Nel migliore dei sensi possibili.  La storia di Pier Paolo è quella in parte raccontata da Michelangelo ma il suo personale modo di interpretarla, la rende viva e frizzante. Oltre ad offrire interessanti spunti. Io non mi sono mai ribellato a nessuno ma ho sempre fatto come mi pare. La ribellione prevede di far qualcosa contro qualcuno. Io sempre fatto come mi pare a me. Mio padre mi diceva: ma guarda così fai casino. Però poi me lo lasciava fare. Magari non ho sentito bene quello che mi diceva e comunque ho sempre fatto quel che mi pare e lui in definitiva me lo ha sempre fatto fare. Questa credo che sia la cosa più importante. I tratti del carattere di Pier Paolo emergono già dalle prime parole e soprattutto dal tono che usa. Scanzonato, diretto, preciso. Testardo? Forse. Visionario? Sicuro. Anche realista. Ho fatto le grandi stupidate a venti, ventidue anni. Ho rovinato il vino. Se non me lo faceva fare, non imparavo. Sarà un virus che c’ho dentro, un gene mancato. Sono stato il primo nella mia zona a fare i vini tecnicamente perfetti. Poi ho fatto in vini secondo quello che erano i criteri dettati dalla scuola. Avevo anche avuto per una decina d’anni due enologi che sono erano i più importanti in Toscana. Uno di quelli che ha fatto venir fuori i supertuscan. A un certo punto della mia vita ho detto: o riesco a fare del vino che merita o devo cambiare mestiere. Quindi ho chiesto aiuto ad un amico che conoscevo da tempo ma al quale non mi ero mai permesso di chiedere aiuto e gli ho detto: guarda se mi dai una mano bene, se sono capace bene se no devo cambiare mestiere. Abbiamo fatto i vini tecnici con tutto quello che la tecnica legale consentiva e abbiamo ricevuto anche diversi premi. Pier Paolo è uno che, per certi versi si annoia. Dinamico e determinato, non ha voglia di fare le cose per nulla. Se gli riescono, bene, altrimenti si cambia e si va da un’altra parte. Però, occorre provarci. Anche sbagliando. Perché questa è la base della vita. Avete presente quando da bambini giocavamo? È una delle fasi più belle, forse unica, della nostra vita. Li, impariamo e impariamo tantissimo. Poi, quando si inizia a studiare, ovvero con l’obbligo di dover imparare poiché si è soggetti ad un giudizio o perché dobbiamo arrivare al diplomino, smettiamo di farlo con quello spirito che ha invece contraddistinto gli anni del gioco. Tanto che alcuni smettono proprio di farlo. Ecco perché il modo di fare di Pier Paolo sa di scanzonato anche se scanzonato non lo è per nulla. Un pò insomma come la frase di Friedrich Nietzsche. Nel 2010 ho fatto una degustazione allo Slowfood di Scandicci. Una degustazione dei vini sbagliati di un anarcoconservatore illuminato. C’erano 90 persone e ho portato tre fiaschetti di Candia bianco del 77, quindi di 33 anni, un vino che avevo fatto alla Gorgona dove mi avevano chiamato perché buttavano via il vino e io gli ho gli ho detto: ma c’era la cantina dei frati andiamo nella cantina dei frati prendiamo tre botticelle di legno usate e si fa il vino e abbiamo preso subito un premietto. Ma era facile con l’Aleatico passito. Poi c’avevo un vino tardo che mi ero dimenticato in cantina che aveva fatto 17° di alcol e poi avevo il Vermentino Nero che all’epoca era ancora una primizia. Ho iniziato questa degustazione con questi fiaschetti di vino bianco di 33 anni e sono stati una cosa favolosa. Allora mi sono ricordato di come erano fatti quei vini, 33 anni prima. Mio padre a marzo mandava ad analizzare il vino a Empoli perché non c’era nessun laboratorio qui e non avevamo attrezzatura. Questa farmacia di Empoli mandava tutti gli anni la stessa cartellina. Mi pare che erano 20 g di metabisolfito, 50 g di acido citrico, 50 g di acido tartarico. Se con nulla, senza  aggiunta questo vino ha campato 33 anni, vuol dire che si può fare molto di più di quello che si può fare con tutto gli strumenti con tutti prodotti che hai a disposizione. E prendi anche il premio. Perché solo le persone intelligenti riflettono sulle cose, sui fatti, sulle sensazioni. Si fanno domande. Inizi a fare una cosa in un certo modo, ti riesce anche bene ma, per fortuna, ti fai delle domande. Domande che non devono avere per forza un substrato filosofico. Domande. È da li che parti. Quindi nel 2010 ho abbandonato la temperatura controllata tagliando i tubi e smettendo di aggiungere qualunque cosa. Fermentazione naturale. Ho buttato via del vino chiaramente. Semplicemente riprendendo quello che era l’idea di mio babbo e di mio nonno, studiando costantemente tutti i giorni, cercando di vedere cosa ti può aiutare a migliorare quel vino che si può fare come il vino di una volta, devo dire che mano a mano sono sempre un pochino più contento. La cosa più difficile è sul bianco. Sul rosso non ci sono problemi perché una volta che è pieno di tannini, di colorati, c’ha una bella struttura, ha bisogno di poco. Il bianco è sempre più delicato. Se sfrutti quello che ti dà la natura. La cosa più importante è il corso che ho fatto alla Bocconi di cui non mi hanno potuto dare il diploma perché sono rimasto l’unico a finire il corso: quello sul buco di culo alla toscana. Nella vita puoi fare tutto ma se non sei fortunato non ce la fai. Non esiste un genio che non è fortunato. Io non credo di essere bravo ma fortunato si.  Ecco, io ascolto Pier Paolo e rido. Ma non è una risata stolta. È qualcosa che fa riflettere. Il realismo di una persona che crede fermamente in quello che fa ma sottolinea quanto la fortuna abbia realmente un peso nelle cose che si fanno e che si ottengono dalla vita. Devi certamente essere capace, ma senza la fortuna, il caso, non si ottengono grandi risultati.  Fortuna e un po’ di sano prendersi in giro. Una modalità utile a comprendere come non ci si debba per forza avvicinare al vino naturale perché fa bene, non fa male, per il rispetto della natura, ecc. Possono esserci anche altre motivazioni. Come quelle che attengono al caos. Il motivo per cui ho voluto cambiare è perché diventava un assillo fare il vino. lo paragonavo a quando facevano pesare i bambini piccoli: prima della pappa e dopo la pappa e dopo che ha fatto la cacca. Questo bimbino diventava uno strumento, non era un essere vivente. Insomma è chiaro che se prima di mangiare pesava meno che dopo mangiato e quando fa la cacca pesa ancora un pò meno. Ma è naturale, cioè pesalo una volta alla settimana per vedere se si sviluppa se proprio vuoi.  Le mamme adesso si risentiranno ma poi, alla fine, lo sanno bene che è un assillo senza senso. Quando il bambino pesa meno della pesata precedente non puoi certo chiamare la pediatra perché ti manda a stendere. Allora, nella disperazione di una mamma, attendi.  Con il vino è un pò diverso poiché se i sensori ti dicono che qualcosa non va, si è portati ad intervenire. I più elevati agiscono sulla temperatura, gli altri con la chimica. Il sistema che lega lo sviluppo di una materia viva come il vino è così complesso che pensare di controllarlo (senza volerlo alterare) è pura follia.  Allora ho detto: siccome veniamo dal caos, giochiamo col vino al caos. Lasciamolo andare come vuole lui. lo devi seguire ma senza rompere troppo i coglioni. Come i figlioli, perché più gli stai addosso e più diventano dei coglioni. Se se sei fortunato tiri fuori delle cose veramente importanti. Il il più grande confronto che ho, il mio più grande diciamo nemico, sono io stesso, non gli altri. Se una cosa l’ho già fatta voglio vedere se ne posso fare un’altra. Sviluppare un pensiero nuovo che non è ne filosofia ne scelta di vita. È semplicemente pensare e agire come meglio si crede senza che tutto ciò debba avere una spiegazione psicologica, antropologica, filosofica. Mia mamma era maestra elementare. Una volta una bambina disegnò i genitori con il pennarello nero. La psicologa della scuola, allarmata, mandò immediatamente a chiamare i genitori sospettando gravi problemi famigliari. I genitori in un a stanza a parlare con la preside, mia mamma e la psicologa con la bambina in un’altra. La psicologa, chiese alla bambina: perché hai dipinto i genitori con il nero? È successo qualcosa? La bambina sorridendo rispose: tutti gli altri colori erano finiti e avevo solo quello! Ecco che ci sono persone come Pier Paolo che fanno vino naturale perché gli piace così. Punto e basta.  Io non riesco a fare la pastasciutta due volte nello stesso modo. Ho bisogno di cambiare. Mi viene voglia di fare una prova comunque, ma perché probabilmente posso provare a una sensazione diversa.  Lui sa che il rischio di voler far qualcosa di diverso è sempre dietro l’angolo ed è proprio per questo, da persona intelligente, che ha preso le contromisure. Mi circondo di persone che sono più brave di me. Ad esempio i miei figli ai quali piace riprodurre la ricetta anche se con la testa potrebbero vedere se si può cambiare qualcosa. Però se loro ottengono un buon prodotto con la formula ritengo abbiano più ragione di me. Le persone che ho intorno a me sono più brave di me, perché fanno quello che io non farei. Per cui non mi sono circondato di persone matte che sono matte perché mi stanno dietro. Hanno un loro pensiero che è un pensiero autonomo e che non sono sempre d’accordo con me. Ho un sistema intorno che mi aiuta qualche volta a non farmi diventare lo stupido del villaggio che può succedere no? Circondarsi di persone che siano in grado di dire la propria. Non yes man ma gente con il cervello che ha una propria opinione e, soprattutto, non ha paura di esprimerla.  Quindi mi circondo di persone che hanno un loro cervello e devo dire in questo periodo è un po’ come una preziosa che se.  Persone che si scelgono. Anche in questo sta la capacità di una persone.  Secondo me, ci siamo trovati e ci vogliamo mantenere insieme. So che starmi dietro è abbastanza pesante e chi mi sta dietro non viene per lo stipendio. Perché probabilmente se vanno fuori dopo che gli hanno detto che sono stati con me, guadagnano di più.  Quando si ha però un’altra attività come la ha Pier Paolo, sembra che con la vigna ci si possa giocare. Sembra che tutti questi discorsi non abbiano un fondamento di business. Non è assolutamente così per Scurtarola che deve portare i suoi risultati. Le diverse attività hanno uno scopo ben preciso.  Si chiama differenziazione ed è una cosa importante perché quando tu fai o sai fare una cosa sola, il giorno che quella cosa ha un problema metti tutti nel pallone. Se tu hai più possibilità e le coltivi un pochino tutte senza che una è principale o dominante rispetto alle altre, tu hai la possibilità nei momenti di crisi di sorreggerti con quella che regge. Questo è stato il il motivo per cui le ho tenute tutte. Poi ci sono periodi come ad esempio questo dove le 25 ore di lavoro al giorno non bastano. Il fatto che il cervello non è impegnato tutto il giorno sullo stesso argomento, ti consente quando ci rimetti la mano, quando abbandoni un argomento e lo riprendi magari dopo 2, 3 ore, arrivi con una mente non non più fresca, non più libera, ma con una mente che non si è stordita dalla preoccupazione.  È proprio vero. Quando il cervello è in una fase nella quale è scevro da distrazioni e pressioni, produce cose meravigliose o è in grado di trovare soluzioni ai problemi. Ricordo perfettamente alle scuole superiori dopo un compito in classe o all’università dopo un esame quando la sera stessa, in quel lasso di tempo sospeso, buio e silenzioso che separa la veglia dal sonno, la mia mente riusciva a ripercorrere nitidamente le singole righe dei problemi riuscendo a trovare l’eventuale errore, la soluzione. Spesso trovavo un errore ma non facevo in tempo a preoccuparmene poiché il sonno prendeva posto. I vini sono derivati dal caso. Il Vermentino Nero non lo faceva nessuno. C’era un vecchio direttore del Consorzio delle Colline Lucchesi che mi diceva che suo nonno gli diceva che a Carrara e a Massa c’era questa uva che faceva un ottimo vino. Gli ho detto: beh se dicevano così proviamo a farlo. È voluto dire andare a trovare le piante. Non l’ho affrontato per fare una segata. L’ultimo, la Massaretta me l’ha fatto fare Michelangelo. M’ha rotto i coglioni per due anni. Disgraziatamente uno dei miei colleghi m’ha regalato una bottiglia, l’ho portata a casa, l’ho assaggiata e ho detto: è meglio che la faccio io. Non perché l ha la sua non era buona ma perché quando fai un vino, devi lasciare che questa uva questo vino vada per conto su. Come se fosse un figliolo che dia magari anche la musata, ma deve far vedere chi è. Ogni varietà ha sono le sue potenzialità che vanno evidenziate. Proviamo a lasciarla venir fuori come è.  Il Vernero è il vermentino Nero. Un 2017 che sa ancora di giovane. Fermentazioni spontanee, caratello, bottiglia. Un colore che sa di granata ma ancora rubino. Un sentore che sa subito di alcol e di quelle ciliegie sotto spirito che la nonna conservava nella credenza. Poi mirtilli, quelli della marmellata: aciduli e consistenti. Poi un sottobosco che sa di vaniglia e tabacco. Sentori in sostanza vinosi che sanno di antico: inebrianti perché veri, non complessi, non incomprensibili. In bocca è ancora bello fresco con un senso di piacevole freschezza. Tannini non particolarmente aggressivi, cosa questa che danno a Vernero una bevibilità pazzesca. Sembra un vino giovane ma ha ben otto anni. Lo si beve con estremo piacere poiché lascia in bocca una sensazione di fresca pulizia. Insomma, una piacevolezza che sa dell’incredibile: non particolarmente strutturato e con una dimensione che definirei memorabile poiché si fa ricordare. Per la sua schiettezza, per quel suo essere diretto e senza fronzoli, per essere così nel tempo, mi ricorda proprio Pier Paolo. Microvinificazioni tante ovviamente. Prove che partono dal vigneto con innesti e sperimentazioni. Sì butta via del vino ovviamente. Ma fa parte del caos.  La prima volta avevo 25/27 anni e ho buttato una botte da 10 q che perdeva e da lì ho imparato che in cantina ci devi andare quasi tutti i giorni. Poi ho buttato via altri 10 q una quindicina d’anni fa. Avevo messo il vino in una botte vecchia del mi babbo. Non sapevo dove metterlo, gli ho dato una pulita e quando una roba è vecchia e puzza, anche se gli metti un vestito nuovo, torna ad essere vecchia e puzzolento. Ho imparato che tutto ha un limite e una fine. E mi sto preparando al mio limite in modo che i figlioli entrino sempre più dentro. La botte la devi buttare sei mesi prima, non sei mesi dopo.  La Massaretta che ho assaggiato era del 2023. Ha fatto quindici giorni di macerazione (in parte con i raspi) e un passaggio in botte per nove mesi. È per questo che è quasi tutto granata. Emergono profondi sentori di frutta matura, al limite del cotto, contrordinati da un erbaceo che ci sta proprio bene. Ho la sensazione di qualcosa di cicciotto, da mordere. Come una prugna o un pomodoro. L’erba diventa densa e scura, come quando è bagnata di notte. Poi un non so che di tabacco trinciato, sempre bagnato. C’è profondità e tanta. C’è densità. La stessa delle profondità marine. In bocca è un liquido che trascina nelle buie paludi. I tannini aggrediscono anche in maniera importante. Ma non fanno male, sono alla fine levigati. La frutta adesso è ciliegia che da aspra si trasforma in calda e succosa visciola. Fresco, non particolarmente caldo, con una struttura che si manifesta pian piano, senza aggredire, con sostanza. Si spande in bocca vigoroso quasi a colorare la lingua e a non poterne fare più a meno. Il Vermentino bianco è un 2018. Un vino che, senza fretta, ha atteso 24 mesi in caratelli, respirando il tempo, scolpendo nel colore ambrato la sua memoria. Nel bicchiere brilla una luce torbida e viva, come un’arancia caramellata. L’albicocca, il biancospino, il rabarbaro, le erbe aromatiche, si rincorrono. Nel fondo si avverte il mare, quel soffio di salsedine che racconta i Colli di Candia. È un vino di memoria e d’anima, che profuma di cantina dei nonni e di spezie dimenticate. Nel sorso vibra la schiettezza del tempo, un’asperità gentile che accarezza e punge: agrume, zafferano, anice stellato, la rude eleganza di chi non teme l’età. Bevendolo, senti la terra che respira, il vento che porta via la polvere, la vita che si rinnova in ogni goccia. Quel senso finale di agrume, quasi amarognolo, ma pieno, vivo e così diverso da voler fortemente continuare a berlo. Un po’ come volere la vita. Come volere riempire di poesia la terra sulla quale dobbiamo vivere. Certo che con un personaggio come Pier Paolo pensare al futuro è complicato. Di certo, cosi come suo padre ha fatto con lui, consentirà ai propri figli di percorrere la propria strada. Qualunque essa sia. Loro faranno quel cazzo che gli pare altrimenti sarebbero stupidi. Devono fare quello che gli pare. Li voglio felici. Se loro dovessero preoccupare di portare avanti il mio pensiero è una cosa stupida. Sul fare come gli pare li hai instradati bene. Meno male però che Davide ed Emanuele siano completamente diversi da Pier Paolo altrimenti sarebbe un bel casino in azienda.  Riescono a sopportarmi. Possono non essere d’accordo ma una volta fa un passo indietro uno una volta fa l’altro.  Cosa sarà di Podere Scurtarola nel futuro, Pier Paolo non solo non lo sa ma non ci pensa minimamente. Ne vuole saperlo. Anche se, per un viticoltore, il futuro è equamente diviso con l’oggi. La vigna e il vino che riposa in cantina è l’oggi; le sperimentazioni, le nuove vigne sono il domani. E il domani ha un lasso temporale di almeno tre anni. Se non di più. Stiamo facendo progetti per il futuro per organizzarsi un po’ meglio eccetera. Io mi ricordo che ho fatto il disegno della cantina dove lavoriamo adesso sotto casa con dei supporti per tener le damigiane perché all’epoca si vendeva tutto in damigiana. Ora vendo 100 litri all’anno con delle damigianine. Non avevo una visione ma non si può avere la visione del futuro. Il mondo gira. Il concetto è il caos noi veniamo dal caos e dobbiamo riuscire a stare nel caos. Podere Scurtarola è una azienda nella quale ci si diverte. Con un titolare come Pier Paolo non può che essere così. Esigente? Tanto. Pretende tanto. Prima da se stesso poi da tutti gli altri.  Per i figli, per Michelangelo, per tutti gli altri che vi lavorano, non deve essere per nulla facile. Ma poi, ci si diverte.  Sarà forse il caos, l’origine di tutto. L’evento primordiale. Quel battere di ali che genera uno tzunami altrove. Chissà.  Però mi viene in mente una battuta del grande Alberto Sordi nel mitologico film Il Marchese del Grillo Quando si scherza, bisogna essere seri Come a dire che anche quando si fanno gli scherzi, occorre farli con tanta testa.  Quella di Pier Paolo e dei figli non è ne uno scherzo ne un gioco. È una azienda. E come tale va portata avanti. Ma senza prendersi troppo sul serio. Altrimenti sai che palle!    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La Xylella. È la nuova Fillossera? Arrow Right Top Bg

19 Novembre, 2025

La Xylella. È la nuova Fillossera?

  Chiunque si sia approcciato in maniera non solo alcolica al mondo del vino avrà sentito parlare della Fillossera, un insetto, di origine americana che attaccava in America l’apparato fogliare, in Europa quello radicale. Venne definito un flagello visto che distrusse intere regioni vitivinicole mettendo a rischio l’intero mondo del vino. Poi si compresero le diverse resistenze delle diverse specie di viti e partì il più grande scambio scientifico della storia tra Europa e America. Pensate se ci fosse stato Trump a quei tempi! Chissà se i negazionisti c’erano anche allora. Quelli del COVID abbiamo imparato a conoscerli con gli interminabili dibattiti televisivi. Ve li ricordate? Ecco, di quelli io ricordo l’assurda contrapposizione tra scienziati e ignoranti travestiti da tuttologi dove ignorante non deve necessariamente essere identificata come una offesa ma per il vero senso della parola: colui che non sa. Nell’era di internet e dei social sembra valere l’opinione di tutti. Uno vale uno, si sente dire. Può e deve essere una equazione valida quando si esprimono opinioni ma non quando l’argomento è scientifico. La scienza non è democratica poiché si basa su studi e dati. Solo su questi due elementi, ci si può confrontare. Emergono i negazionisti e vengono applauditi da un popolo stolto quando affermano come i dati siano falsi, inventati, mai esistiti. Un pò come chi considera la terra piatta o che siamo tutti pupi dell’opera dei pupi manovrati dalle grandi lobby. Ritornando alla Fillossera, all’epoca gli imbonitori e i falsi scienziati proliferavano così che c’era chi venne spinto a debellare la malattia con metodi artigianali o pratiche diverse. Senza successo ovviamente. Qualcuno diceva che sui suoi terreni e grazie al proprio metodo, la Fillossera non faceva danni. Poi si scoprì che su terreni vulcanici e sabbiosi, l’insetto non riusciva a proliferare. Un fatto fisiologico non certo dovuto a pratiche esoteriche. Solo la scienza riuscì a debellare il cataclisma. E se una nuova Fillossera si stesse affacciando proprio ora? Se il tanto vituperato e controverso cambiamento climatico stesse favorendo un nuovo elemento patogeno in grado di distruggere tutte le cultivar della vite? Quella che può sembrare fantasia, fantascienza, allarmismo è purtroppo realtà. Taciuta, non sbandierata ma una realtà per la quale non serve essere negazionisti o superficiali. Semmai più realisti del re per agire prima che sia troppo tardi. Avrete senz’altro sentito parlare della Xylella, un batterio diffusosi a partire dai primi anni 2000 in Puglia che ha comportato l’estirpazione di milioni di piante, anche secolari mettendo, di fatto, in ginocchio migliaia di agricoltori. La Xylella fastidiosa subsp. pauca è il patogeno responsabile dell’ecatombe. Si insinua nell’apparato linfatico ostruendolo e impedendo all’acqua e alle sostanze nutrienti di arrivare fino alle foglie. Di fatto provoca la morte della pianta. La Xylella fastidiosa subsp. pauca non attacca la vite. Quella fastidiosa subsp. fastidiosa si però, provocando la medesima fine. Gli effetti per il territorio e l’economia potrebbero essere ben peggiori della Fillossera poiché la soluzione, oltre a non essere ancora a portata di mano, richiede tempo. Tanto tempo. Per saperne di più e con la speranza che questo articolo possa scuotere le sensibilità e le coscienze di chi dovrebbe prevenire i disastri invece che rimettere a posto le macerie, incontro Laura Rustioni, Professore Associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree all’Università del Salento. Laura è cresciuta coltivando non solo le piante ma anche la passione per il mondo vitivinicolo nata grazie alla vigna del nonno, nell’Oltrepò Pavese. Passione difficile da coltivare non solo all’interno della famiglia: essere donna e lavorare in un ambito prettamente maschile non è proprio semplicissimo. Non avrei mai pensato di fare l’accademica a dir la verità. Ho studiato agraria perché mi piaceva l’idea di coltivare, di produrre qualcosa. L’idea di creare qualcosa, di veder crescere delle piante o di trasformare l’uva in vino. Cioè ti dà proprio quell’idea di utilità pratica. La passione per il mondo accademico è nata solo successivamente. Non volevo studiare all’università. Poi mi sono detta: vabbè dai c’è viticoltura ed enologia che dura solo tre anni, facciamola. Stavo finendo questo percorso e mi chiama il professore di enologia che mi dice: Abbiamo chiuso le iscrizioni alla laurea magistrale, perché non c’è il tuo nome? Adesso le riapro e ti ci metti dentro. Un passettino per volta. È l’approccio di Laura e serve a noi per inquadrare bene come abbia a cuore il suo lavoro. Diploma, laurea triennale, poi la magistrale finita in un anno e mezzo. Genio? Forse. Sicuramente una donna che va come un treno e che non ha paura di sporcarsi le mani. Finita la laurea magistrale sono andata a fare una vendemmia in Borgogna, perché io ho sempre fatto tante esperienze anche nei vigneti e nelle cantine. Solo durante la laurea triennale ho lavorato nel periodo di vendemmia in 4 diverse aziende. Attirata proprio come il miele. Mi piaceva proprio. Il Professor Failla, mio mentore, poi mi parla del dottorato con la possibilità di passare un periodo in Australia. Io non sapevo nemmeno cosa fosse un dottorato di ricerca, ma adoravo viaggiare. Mi ci sono buttata e una cosa tira un’altra…Ho viaggiato tanto. Penso che il lavoro più bello del mondo sia comunque quello della ricerca. Ho fatto tanti anni di precariato a Milano tra dottorato e tutto penso circa dieci, dodici anni. Avevo l’abilitazione da professore universitario, ma insegnavo negli istituti tecnici agrari. È stata comunque un’esperienza bellissima perché io gli adolescenti li adoro: hanno il cuore aperto. Poi è capitato il concorso in Salento e mi sono detta: proviamoci. Solo che sapevo che se l’avessi vinto, mi sarei dovuta trasferire. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa dal nulla perché qui avevano aperto il corso di laurea in viticoltura ed enologia ma non c’era un Dipartimento di Agraria. Tant’è vero che anche adesso il dipartimento è Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali. Costruire dal nulla. L’idea di creare qualcosa. Far nascere qualcosa da un seme. Certo, arrivare da un laboratorio attrezzato, con le spalle coperte e trovarsi in un posto dove occorreva rimboccarsi le maniche e fare tutto, non è stato semplice. Ma, Laura è una che oltre ad essere positiva fino al midollo, è anche combattiva. Il territorio ha spalancato le porte, cioè io ho avuto la sensazione che le aziende sentissero il bisogno di una presenza, anche accademica di ricerca. Mi sono sentita veramente molto accolta dal territorio. Per la ricerca in ambito agrario è importante essere sul territorio, perché da lontano si fa fatica a capire le necessità. La mia famiglia da parte di papà ha un’azienda che produce riso in Lomellina. Il nonno materno invece aveva questa piccola vigna e poi faceva l’artigiano. Produceva ciambelle e io sono cresciuta con sto profumo meraviglioso in un paesino di cinquecento abitanti in mezzo al nulla. Quando mio nonno è venuto a mancare, mio zio, che ha ereditato il vigneto, lo ha venduto. Nonno mi ha comunque trasmesso una passione insegnandomela come un gioco. Siamo quattro fratelli, tre femmine e un maschio. Io ero proprio la sua cocca e visto che mi piacevano queste cose agricole, lui mi faceva coltivare qualunque cosa volessi: sperimentavamo insieme. Un nonno che non ha solo seminato in Laura il germe della terra e dell’amore per questa ma ha significato molto nella comprensione del metodo scientifico basato su numeri e fatti. Lui aveva come titolo di studio la terza media però era super appassionato di matematica e infatti mi faceva tutti questi indovinelli matematici fin da piccola. Mi aveva fatto appassionare all’entomologia perché il suo passatempo era guardare documentari. Purtroppo, i tempi sono cambiati perché con Internet uno pensa di informarsi e invece c’è tanta disinformazione. Qui c’è il problema della Xylella e di tutte queste correnti negazioniste che considerano alla pari la voce di chi si improvvisa rispetto a quella di chi studia. Nella scienza la parola di chiunque non vale allo stesso modo perché se io dedico venti, trenta anni della mia vita a studiare una pianta, la mia tesi non può pesare quanto una persona che si è documentata per venti, trenta minuti sui social. Non si può pretendere di avere lo stesso peso. Per diventare una professoressa, una docente universitaria, occorre un concorso, presentare delle referenze, fare un esame. Insomma, per insegnare agli altri occorre essere abilitati (e meno male!). La tesi di un docente, non può in nessun modo essere paragonata a quella di una persona che non ha le competenze. Ciò che una universitaria afferma non è una opinione ma qualcosa basato su studi, ricerche e, soprattutto, dati. Oltre che l’esperienza che aiuta nel comprendere ed interpretare al meglio i dati. I dati non sono opinioni ma fatti. Il percorso accademico non è poi un percorso facile, richiede impegno e dedizione che vanno veramente oltre. Occorre studiare e studiare tanto. Soprattutto occorre confrontarsi con gli altri accademici. Quando è morta mia mamma di tumore, io facevo il secondo anno di università. L’ho vista morire davanti ai miei occhi ed è stato veramente un momento pesante. A quell’età, ti trovi in una condizione in cui dici: cavolo la vita è breve e bisogna veramente sfruttarla al massimo. Avrei potuto andare in depressione, chiudermi in casa, ma la mia salvezza è stata lo studio. Mi sono proprio buttata anima e corpo nel mondo vitivinicolo e devo dire che è anche grazie a questo che ho superato un trauma pesante. Mi rendo conto che forse, se non fosse successa questa tragedia, non sarei riuscita a fare tutto quello che ho fatto. Una reazione forse per compensare quel momento difficile. I viaggi in giro per il mondo e la completa dedizione a questo settore. Ho saputo lo stesso giorno dell’esito positivo del concorso in Salento che non sarei diventata madre. L’ho preso quasi come un segno e mi sono detta: forse non diventerò mamma, però potrò comunque costruire qualcosa, lasciare qualcosa, trasmettere agli studenti le mie esperienze, le mie competenze. Forse senza questi due grossi ostacoli non sarei dove sono ora. Voglio pensare ad una sorta di destino. Trovare nei drammi, nei periodi bui, l’elemento positivo. Aggrapparsi a questo e improntare la propria vita ad una missione. Uno scopo. È quello che facciamo tutti in fondo o che proviamo a fare. Io vengo dal gruppo di ricerca in viticoltura dell’Università di Milano con i Professori Scienza, Failla, Brancadoro da sempre molto impegnati nella selezione varietale ovvero nella valorizzazione dei vitigni. La biodiversità intraspecifica. Prima di venire qui avevo sentito parlare della Xylella e mi sembrava allucinante sentire parlare di gente che “abbracciava” gli alberi infetti per non abbatterli. Mi sembravano cose da pazzi di fronte ad un simile patogeno da quarantena. Solo successivamente ho capito che il legame con la terra e con la pianta era così forte da offuscare la ragione e che comunque non si conosceva esattamente l’entità del rischio su olivo. Sottovalutato all’inizio. Probabilmente dagli agricoltori in primis. Un olivo che sta li da secoli, che ha visto transitare generazioni di persone, che ha donato i suoi frutti, fa parte della storia delle famiglie contadine. C’è sempre stato e si fa fatica a pensare che non ci sarà più. Ma quando arriva un batterio che penetra dentro le sue vene, non basta abbracciarlo, non basta pensare di risolvere il problema con un fitofarmaco a caso, o con qualche pozione magica proposta dal santone di turno. Non è possibile. Capisco la frustrazione, il dolore, la voglia di pensare che ce la farà, ma non è così. È come quando dinanzi ad una persona malata terminale si spera nel miracolo, si crede nel miracolo. Che spesso, quasi sempre, non arriva. Quando dovevo trasferirmi qui in Salento, ho subito pensato che avrei dovuto lavorare su Xylella visto che in America questo patogeno colpisce la vite. In Puglia, però, il ceppo che si era diffuso colpiva l’olivo, mentre la vite ne è immune. Quindi mi sono un po’ tranquillizzata. Nel 2019, però, appena arrivata, mi sono trovata in questo paesaggio apocalittico con questi scheletri di olivi. Veramente devastante. Una tranquillità che dura poco perché è il 2024 quando la Regione Puglia, da tempo molto attenta nel sistema di monitoraggio fitosanitario, identifica un nuovo ceppo della Xylella fastidiosa sottospecie fastidiosa, su alcuni alberi di mandorlo. Un ceppo in grado di attaccare la vite. Mi sono sentita il peso dei sensi di colpa: ero qui già da qualche anno e ancora non avevo iniziato questa linea di ricerca. Che so essere lunga, impegnativa. Mi sono sentita proprio in dovere di fare tutto quello che potevo. In questa frase sta tutta la frustrazione di una persona prima, ricercatrice dopo. Frustrazione dovuta alla lungimirante capacità, tutta di chi è una scienziata, del capire come l’unica soluzione possibile alla Xylella sia quella della realizzazione di cultivar resistenti. Stesso procedimento adottato per l’olivo anche se nella vite le difficoltà sono maggiori. Cerco di spiegare meglio questo concetto. Per generare una resistenza al patogeno occorre prima di tutto trovare una pianta che abbia già sviluppato l’immunità, la resistenza o la tolleranza. Nel caso della vite è molto improbabile trovare questa condizione nella Vitis vinifera, quella che ci dà l’uva di altissima qualità che siamo abituati a produrre. Dobbiamo quindi cercare questa resistenza in specie americane, non domestiche, i cui frutti sono decisamente meno apprezzabili. Una volta trovata la fonte di resistenza, quindi, è necessario incrociare le due specie perché se ne generi una terza che porti con se il patrimonio genetico resistente senza dimenticarsi di mantenere l’aspetto qualitativo. Non si può infatti chiedere ad un agricoltore di coltivare una pianta resistente alla Xylella se poi produce olive o uva di pessima qualità. In vite, questo processo di incrocio non si esaurisce con un semplice passaggio ma ne sono necessari parecchi fino a quando non si trova la giusta combinazione tra la resistenza e la qualità ricercata. Ci vogliono in sostanza almeno quindici anni per realizzare una nuova cultivar resistente. Senza dimenticare che poi ne occorrono altri cinque per la registrazione. Ah la burocrazia! Mi sono informata dai colleghi di diversi Istituti di Ricerca Italiani, e sembrava che nessuno fosse ad un livello avanzato di ricerca su quel tema. Il problema è che se tu sei lontano, non ti rendi conto dell’impatto reale di un problema. Invece essere qui e aver visto l’effetto sugli olivi, vedere l’ambiente che ogni anno si desertifica con il conseguente abbandono del territorio e gli agricoltori che smettono di fare quel lavoro perché non più sostenibile. Ti rendi conto di quanto sia devastante. Si sa che Walker, in California, dove viene coltivato lo Zifandel (Primitivo), che è sensibile al patogeno, aveva già attuato un programma di selezione partendo da Vitis arizonica, resistente a Xylella, ma le cultivar da lui ottenute sono praticamente impossibili da reperire in Europa e, comunque, non sono utilizzabili all’interno di programmi di miglioramento genetico. Essere un universitario comporta avere contatti con tutto il mondo accademico. Una sorta di social network serio e preparato tramite il quale spesso si riesce ad avere accesso ad informazioni e materiali che possono risultare molto utili nella ricerca. Sapevo che all’Università di Milano, grazie a Daniele Grossi che una decina di anni fa, durante il suo dottorato, ha passato un periodo proprio nel laboratorio di Walker, erano stati seminati tanti vinaccioli di diverse specie americane del genere Vitis.  Era febbraio, ho chiamato subito i colleghi di Milano: sentite mi date un pò di marze per fare delle talee…di Vitis arizonica? Loro sono stati disponibilissimi e mi hanno spedito tutto. Le ho fatte radicare e ho avuto la fortuna di avere subito dei fiori. Le piante americane sono dioiche quindi ci sono piante maschili e piante femminili. Non sono come le nostre cultivar che sono ermafrodite così da poter fare un vigneto tutto di Negroamaro in grado di produrre. Nelle piante selvatiche, c’è il maschio e la femmina, e servono tutti e due. I grappoli li fanno solo le femmine, ma solo se vengono impollinate dal maschio. Capite quante difficoltà? Pare una cosa semplice e vorrei che provassero a farla i negazionisti che abbracciano gli alberi. Si parte dai vinaccioli e non dalle marze. Una pianta selvatica che non è proprio il massimo della qualità rispetto a quelle coccolate dagli agricoltori per migliaia di anni e tramandate di generazione in generazione. È come un far ripartire l’evoluzione qualitativa della specie da zero. Nel 2024 c’è stata una fioritura super anticipata di 2-3 settimane, ma siamo comunque riusciti a prendere del polline di Vitis arizonica per fare degli incroci con piante di Vitis vinifera a fiore femminile (un trucchetto del mestiere per evitare la demasculazione) ottenendo così 258 piantine di incroci che già quest’anno, grazie alle cure dei ragazzi del mio laboratorio, sono già più alte di 2 metri. Sono ragazzi salentini, che credo sentano l’importanza di questa linea di ricerca e, quindi, veramente devo dire che si sono impegnati molto. Se entriamo nel dettaglio di un programma di miglioramento genetico, partendo da vite americana, la qualità è pessima. Serve capire e sperimentare tanto per arrivare, come spiegavo sopra, ad un compromesso che poi compromesso non è. Parallelamente questa primavera, sono andata a bussare alla porta dei maggiori esperti sulla Xylella, perché io mi considero esperta di vite, ma poi per il patogeno ci vuole qualcun altro perché secondo me è importante trovare le competenze giuste e non pretendere di fare tutto da soli. Sono andata da Donato Boscia e Maria Saponari che sono appunto i riferimenti per la Xylella, soprattutto sull’olivo, ma ovviamente come patologi credo siano i maggiori esperti europei sul tema. Ho chiesto se fossero interessati a collaborare su questa linea di ricerca. Loro devo dire sono stati veramente apertissimi e disponibilissimi perché tutto questo è partito senza finanziamenti specifici. Le prime talee le ho fatte sul terrazzo di casa mia in un angolino. Poi c’è stata la possibilità di ottenere delle borse di dottorato cofinanziate da aziende private. Allora ho chiesto supporto ai Vivai Cooperativi Raucedo. In pochissimi giorni mi hanno procurato tutti i documenti necessari, supportandomi fin da subito subito.   Ora c’è un dottorando, Giuseppe Rossetti, che da ottobre dell’anno scorso lavora su questo tema. Il suo contributo è davvero molto importante. Poi è partito un altro grosso progetto, CLEARGENES (“CLimatE chAnge Resilience GENES in Italian fruits and vegetables”), un bando a cascata di AGRITECH finanziato dall’Unione europea tramite il PNRR e dedicato allo sviluppo di cultivar resistenti al cambiamento climatico. Io ero entrata nel progetto per svolgere attività di fenotipizzazione nella vite, ma ho inserito poi anche quelle relative al problema Xylella. Frustrazione per un qualcosa che si vorrebbe avere subito ma che la natura non consente ne concede. Una sorta di rassegnazione unita al rispetto per i cicli della vita. Non c’è bacchetta magica o una medicina per curare tutto. Nel frattempo, secondo me è importante sottolineare agli agricoltori che devono fare tutto il possibile per cercare di fermare questo patogeno che è un batterio, quindi non si vede, purtroppo, se non nei sintomi successivi all’infezione. Peccato ci siano i negazionisti, quelli che affermano non sia un problema reale e che invece ci si può convivere anche senza l’utilizzo di piante resistenti. Occorre invece fare tutto il possibile per eradicare la Xylella, fin che c’è la speranza di poterlo fare, rendendosi conto come sia un patogeno da quarantena. La devastazione del Salento è sotto gli occhi di tutti e gli agricoltori non devono improvvisarsi ma seguire le indicazioni atte a limitare i danni, limitare l’espansione. La devastazione dell’olivo e la mediaticità che assume a tratti, forse mette un pò in ombra la vite. Vedere ciò che accade per gli olivi, è drammatico. Oltre al Salento sono stati trovati focolai nel barese e nel foggiano. Il problema, grosso e catastrofico, è dunque regionale. Gli olivi sono piante imponenti e secolari. Appariscenti e maestosi. Mentre la vite è soggetta al rinnovo degli impianti. Estirpare un vigneto, magari di ottant’anni, ancorché doloroso è relativamente più semplice. Per gli olivi, secolari, è uno scempio. Ma occorre farlo. La viticoltura, come la coltivazione degli olivi è uno dei settori trainanti dell’economia. Richiede attenzione senza sottovalutarne l’impatto poiché si ripercuoterebbe soprattutto sulla società, non solo sull’ambiente, sulla vivibilità della Puglia come delle regioni limitrofe. In Puglia il sistema di monitoraggio è decisamente più avanzato e sviluppato rispetto ad altre regioni nel senso che qui si cercano attivamente i focolai mentre in altre regioni, comunque suscettibili a questo tipo di patogeno, sicuramente ci sono meno controlli. Lo stato di avanzamento della Xylella preoccupa. È un batterio, che non si vede, se non quando agisce. È come agire completamente al buio, senza riferimenti, senza punti di ancoraggio. Quando poi si individua un focolaio, non si può curare con un fitofarmaco. Non si può spargere per il campo prodotti chimici a caso (al momento non esistono cure dimostratesi efficaci) perché, oltretutto, si creerebbero danni ambientali potenzialmente ancor più consistenti di quelli che farebbe il patogeno da solo. Il problema non è tanto uccidere la Xylella ma entrare nella pianta senza danneggiarla. Un olivo secolare, con un tronco imponente, andare ad agire nello xilema che è interno, è complicato. Nella parte più esterna del tronco c’è il floema che porta la linfa elaborata, ma il patogeno è all’interno dello xilema che porta la linfa grezza, e non è semplice colpirlo senza danneggiare tutto il resto della pianta…Il problema non è la sensibilità del batterio quanto quella del sistema. Per uccidere il batterio si rischia di uccidere l’ambiente. Inoltre, cercare di trovare una cura significherebbe poi trattare in maniera continua gli alberi, generando un impatto ambientale ed economico importante. L’unica strada percorribile e sostenibile è quella delle varietà resistenti che riescano a convivere con il patogeno. Giovanni Melcarne, studia da tempo la Xylella negli olivi e si unisce alla nostra chiacchierata. L’unica cosa da fare con gli alberi infetti è estirparli. Anche le piante mezze-morte danno problemi ai nuovi impianti. Sono piante infette che mantengono alto il livello di inoculo sul territorio: rappresentano comunque un problema. Quelli che si illudono che gli alberi si riprendano, anche se si tratta di piante a cui sono legati in modo emotivo ed affettivo, non comprendono che sono sempre piante mezze morte. Non torneranno mai ad essere come prima. Rappresentano l’agonia, non è qualcosa che rivive. Per far rivivere il territorio, occorre estirpare e ripiantare piante resistenti. Sembra che ripartono in primavera, ma poi in autunno sono di nuovo tutte secche. Reimpiantare le stesse piante porta lo stesso risultato. Ad oggi, ci sono solo quattro cultivar di olivo resistenti. Al momento sono Leccino, FS 17 e poi sono aggiunte un anno fa circa, Leccio del Corno e Lecciana. In più c’è tutto il piano di miglioramento genetico che, per olivo, è già attivo da 7/8 anni e che io porto avanti con il CNR di Bari, mentre la professoressa Rustioni ha iniziato solo un anno fa un percorso che per certi versi è più difficoltoso. Quello della vite rispetto all’olivo intendo. Noi siamo partiti con dell’evidenze empiriche nel capire che il Leccino mostrava caratteri di resistenza. Mentre nella vite devono partire da una vite selvatica che è pessima dal punto di vista della qualità, noi partiamo dal Leccino che una cultivar diffusa, la terza cultivar salentina pre-Xylella. Lui secondo me è un genio per gli olivi, perché parte dal seme e in tre anni lo porta a frutto. Praticamente ci mette lo stesso tempo necessario per la vite, ma con una specie normalmente più lenta. Si sviluppano nuove tecnologie per cercare di accorciare i tempi. Alcuni ci chiedono perché non lavoriamo con il genome editing o altre tecniche di ingegneria genetica che accorciano i tempi, almeno teoricamente. Prevengo la domanda. Io ovviamente non ho niente in contrario a queste tecnologie, anzi ben vengano. Però, il problema principale è che per introdurre un gene o un meccanismo all’interno di una pianta, bisogna innanzitutto conoscerlo. Per quanto riguarda la Xylella, non c’è ancora così tanta conoscenza. Bisogna prima fare tutto il lavoro di identificazione del meccanismo che, alla fine, rende i tempi paragonabili se non anche più lunghi. Per questo motivo, al momento, abbiamo deciso di mantenere la strada della dell’incrocio. Inoltre, con l’incrocio, ci si può portare dietro anche altre caratteristiche positive (ad esempio resistenze ad altri stress biotici ed abiotici). Se qualcuno pensasse che per l’olivo il problema sia stato comunque risolto, purtroppo non conosce la realtà. Qualche varietà resistente c’è quindi la disponibilità di materiale genetico per i reimpianti c’è. Il problema è che fare reimpianti in un territorio devastato in cui gli agricoltori sono praticamente rimasti senza reddito per anni, hanno avuto tutte le difficoltà dei reimpianti è difficile. Il costo di un impianto per la vite è di circa 20.000€ per ettaro, per l’olivo, dovendo aggiungere le preparazioni del terreno si parla di decine di migliaia di euro in più. Investimenti grossi, tempi lunghi per la produzione e mancato reddito per anni. Non è che tutti gli agricoltori hanno l’energia economica e mentale per affrontare questa sfida. La conseguenza è il grande abbandono. Ci sono cinquecento cultivar di olivo che si possono utilizzare in altre zone mentre qui solo quattro. È un forte limite. Quando c’è Xylella sul territorio è un forte dramma anche senza far morire una pianta. Un patogeno da quarantena mette in ginocchio tutto il territorio. Il vivaismo è in ginocchio per colpa della presenza del batterio perché tutte le commesse estere vengono bloccate. Non viene detto ne sbandierato e a buona ragione ma ci sono paesi esteri che bloccano le importazioni di barbatelle italiane e non solo quelle provenienti della zona infetta. In una zona infetta, solo le cultivar resistenti possono essere piantate. Dove però la zona è indenne, l’identificazione di un focolaio comporta non solo l’espianto delle piante malate ma il divieto di reimpiantare la stessa specie. Questo aumenta a dismisura il dramma. Il principio che spiega il Dott. Melcarne è quello della riduzione dell’inoculo sul territorio: riducendo le piante ospiti si riduce potenzialmente anche la quantità di inoculo, anche se resistente. Parlando di olivo, se in una zona cuscinetto, che per definizione è zona indenne, si trovasse una pianta infetta, questa verrebbe estirpata insieme a quelle che si trovano entro un raggio di 50 metri con il divieto assoluto di reimpianto delle specie suscettibili. Dunque dell’olivo in genere generando il paradosso che verrebbe espiantata o comunque non reimpiantata, anche una pianta di Leccino resistente di suo al batterio. L’area rimane bloccata per dieci anni. Diciamo che in alcune situazioni, quando ormai l’epidemia ha preso piede in un territorio, il declassamento in zona infetta è quasi una manna del Signore perché ti dà il via libera ai reimpianti. La zona di Triggiano dove è stata identificata la Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è vicinissima ad uno dei centri nevralgici della produzione di uva a tavola. Quindi, se si diffonderà lì non si potrà più coltivare la vite per molti anni finché eventualmente non la zona non diventi infetta. A quel punto, una volta che viene riconosciuta irreparabilmente compromessa, solo se ci saranno varietà resistenti nel frattempo sviluppate, queste potranno essere reimpiantate. Nel frattempo, gli agricoltori per anni non potranno avere reddito da quella coltura che conoscono e sanno gestire. Magari potranno coltivare altro, ma non è banale né saperlo fare, né saperlo vendere. Se uno è bravo a fare uva da tavola e poi deve mettersi a fare kiwi per dire, non è che sia la stessa cosa. L’unica speranza per l’agricoltura, non solo pugliese, è la ricerca per fare la quale sono necessari tempo e soldi. Persone, ricercatori e scienziati impegnati, per anni, a lavorare con la sola voglia di fare qualcosa per gli agricoltori. Chi vive il territorio, chi tocca con mano la devastazione, lavora per questo scopo. A distanza non si percepisce la devastazione e il senso di urgenza. È come se fosse tutto rarefatto e con nessuna necessità di sbrigarsi. Per l’olivo, una soluzione comunque c’è. Limita molto le cultivar disponibili per la coltivazione, ma il rischio è che con il cambiamento climatico anche altre zone (e, potenzialmente, anche altre specie) potranno essere a rischio. È dunque importante lavorare sul miglioramento genetico al fine di produrre cultivar resistenti. La vite invece è appena all’inizio. La creazione di vitigni resistenti richiede non meno di quindici anni di lavoro di ricerca. Pensate a quanti vitigni a rischio ci sono in Italia!! Se l’impatto della Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa è paragonabile alla Fillossera non abbiamo nulla di cui poter star tranquilli. La diffusione del patogeno è solo questione di tempo. Per questo abbiamo bisogno della ricerca e di persone come Laura Rustioni e Giovanni Melcarne.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita Arrow Right Top Bg

14 Novembre, 2025

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita

  C’è una prima, una seconda e, chissà, anche una terza vita per ognuno di noi. Oppure, semplicemente, ma manco tanto, la vita è una sola e composta di tante fasi, una per ogni volta che saremo in grado di cambiare per vivere il successivo tratto, con l’energia che merita.  Facile a dirsi. Spesso la vita ti porta a prendere strade che nemmeno vorresti percorrere. Ed è qui che interviene il carattere e, soprattutto, quell’entusiasmo che arde in quelle poche, meravigliose, persone che amano così tanto la vita da riuscire ad irradiarlo attorno ad esse. Antonella Bocchino è una di queste. Forse la persona più radiosa che abbia mai incontrato. Una donna che emana charme in ogni sua movenza, che ti conquista con il suo sorriso e ti ammalia con i suoi racconti.  Ci siamo conosciuti alla presentazione di una primizia, la Grappa di Moscato di Terracina e ne è seguita una intensa chiacchierata che mi ha stregato completamente. Inebriato più dagli effluvi delle sue grappe, dal modo con il quale Antonella riesce a portarti dentro il suo mondo. Quello degli odori delle vinacce, degli alambicchi, delle barrique.  Il cognome di Antonella dovrebbe trovare in molti l’abbinamento con la grappa.  Grappa Bocchino presenta: quel pignolo di Mike Bongiorno La Grappa Bocchino la trovi sempre più in alto. Concludendo! Era il 1976 e su Carosello iniziarono ad apparire gli spot della Grappa Bocchino che vedevano Mike Bongiorno impegnato fino alla vetta del Cervino. Era pignolo, attento ad ogni particolare così che per girare un piccolo spot ci si impiegava intere giornate. Si racconta che una volta rimasero perfino bloccati sul Monte Cervino bloccati per una tempesta. Il moscato è il fil rouge che traccia non solo la mia vita ma le generazioni che mi hanno preceduto. Il mio bisnonno Carlo, fu l’artefice della prima grappa di monovitigno della storia che è stata la Gran Moscato. La distilleria nacque nel 1898 proprio per distillare le vinacce di moscato prodotte a Canelli dai moscatisti ovvero i produttori dell’Asti Spumante. Gancia, Riccadonna, Contratto, le grandi famiglie spumantistiche davano la vinaccia di moscato al mio bisnonno che all’epoca ne ricavava la grappa. Le cose non nascono mai da sole ma sono frutto di storie avventurose, di rischi, di fatica, di rinunce. I grandi imprenditori di oggi sono spesso diventati tali solo dopo generazioni. Nulla viene regalato. Nulla è facile.  Carlo, il bisnonno di Antonella nasce a Canelli e non nasce distillatore ma geometra. È la fine del XIX secolo quando, insieme ad un pool di tecnici partecipa alla costruzione della Transandina, l’ambizioso progetto della ferrovia più alta del mondo tra Cile e Argentina. Durante questi anni incontra Maria Martina de Miranda Ortiz che sposa. Una donna cilena, bellissima i cui tratti forse arrivano fino ad Antonella. In Cile si occupa, tra le altre cose e con un suo amico, della distillazione del Torrontés e della produzione del Pisco, un distillato di Moscato.  Torna il Moscato. Da Canelli al Sud America. Dal Sud America a Canelli dove Carlo torna nel 1895. Qui associa tutti i produttori di Moscato nella Distilleria Canellese per produrre grappa. Col tempo, rileva le quote di tutti e nel 1898 la distilleria diventa Distilleria Cannellese Carlo Bocchino. Da li in poi ha inizio la storia “moderna” della Grappa Bocchino. Una storia che lasciamo sospesa. Un percorso lontanissimo che arriva fino ad oggi attraverso questo Moscato di Canelli che è sicuramente il mio DNA in tutti i sensi. Un Moscato che ha delle varietà di profumi, di sapori, di fragranze, assolutamente diversi a seconda di dove lo si coltivi. La ragazza Antonella è parte della famiglia dei produttori di Grappa ma come spesso capita in questi casi, la vocazione può essere nascosta e occorre grattare la superficie per ritrovarla.  Andai a Londra e lavorai per Sotheby’s. Tornata in Italia, mio padre mi provocò dicendo: siamo in vendemmia, se hai voglia di darci una mano, stai in azienda per un pò è se dopo Natale decidi dì fare altro, va benissimo. Fu fatale. Quei tre mesi furono fatali perché la grappa quando ce l’hai dentro è prorompente. Non ne puoi fare a meno. Era il periodo delle vinacce, di quei profumi, di quegli afrori che senti che ti entrano e ti penetrano sotto la pelle.  Non è un racconto quello di Antonella ma una sorta di immersione nel suo passato nel quale mi trasporta. Lo vivo con lei, con il suo stesso entusiasmo. Spettatore estasiato delle sue parole che risultano musicali, vive, piene di ardore. Anzi, di afrore. Come quelli delle vinacce. Mi misi a fare in quel quel breve tempo, una ricerca. Una ricerca sugli antichi vitigni piemontesi che erano andati in estinzione. In Piemonte parlavamo di Barbaresco, di Barbera, Barbara d’Asti, Barbera d’Alba. Grandissimi vini ma c’era un un sottofondo di antichi vitigni che, pur se registrati nelle schede ampelografiche piemontesi, non si sapeva che fine avessero fatto. Io andai all’università e c’era all’epoca un grandissimo studioso di vitigni, il professor Usseglio Tommaset. Con lui facemmo una ricerca cartacea per vedere negli archivi ampelografici questi vitigni fino a che punto erano stati coltivati in Piemonte. Nella seconda parte dell’anno, quando decisi di proseguire questa ricerca, volli andare a vedere sul territorio se qualcuno avesse ancora questi vitigni. Una ricerca che per Antonella non voleva dire voglia di coltivarli. Era interessata solo alle vinacce. Trovare qualcuno che ancora li coltivasse per poi chiedere di quegli acini esausti. Null’altro che questo.  Cominciando dal mitico Timorasso che io chiamavo Timuassa perché per me la grappa è sempre stata al femminile. Produssi nel 1985 la prima grappa di Timorasso della storia al punto tale che Ciro Veronelli, che all’epoca era ancora vivo e scriveva meravigliosamente bene di vini, di grappa, di alcolici, scrisse in un articolo: è la prima volta nella storia che nasce prima una grappa del vino. È proprio negli anni 80 che Walter Massa inizia a piantare il Timorasso per farne un grande vino. Nel 1991 nasce quindi il Consorzio Derthona per valorizzare anche il Timorasso così che oggi, i produttori delle Langhe si sono affacciati a riscoprire questo vitigno preferendolo, in molti casi, anche al Gavi. Solo una persona che ama le sfide può decidere di entrare in un mondo tutto al maschile. Se quello del vino lo era e in parte lo è ancora, la grappa, beh la grappa è puramente uomo. Purtroppo dico io.  Immaginatevi queste due scene.  La prima vede una bellissima ragazza, giovane e sorridente, che si presenta a casa di contadini di zone sperdute del Piemonte chiedendo di poter avere le vinacce dopo la svinatura. Immaginatevi dunque la faccia del contadino di turno! La seconda, sempre con la ragazza di prima, che chiede al distillatore di produrre qualcosa con le vinacce che è riuscita a racimolare. Immaginatevi la faccia del distillatore abituato a parlare solo con uomini. Entrai in azienda in un mondo totalmente maschile. Stiamo parlando dell’85/86. Tutti i tecnici erano uomini, tutti i produttori di uve e di vini erano per la maggior parte uomini. La ricerca sul campo mi stimolava molto perché volevo capire se queste uve erano sopravvissute a tutte le malattie della vite del novecento. Fu quella la sfida. La Bocchino produceva grandi quantità di grappe. Grandi numeri. A me ha invece sempre affascinato molto la nicchia, per cui queste piccole realtà che via via cercavo e appunto volevo produrre, mi stimolavano molto. Avevo già visto lo sbocco nell’alta ristorazione.  Una visione. Un sogno che per alcuni era il giocattolino di una ragazza. Eppure, nel 1986 nacquero le prime grappe di vitigni riscoperti: Timuassa, Vespolina, Duox d’Henry (un vitigno a bacca nera del Pinerolese di chiara origine Francesco), Pelaverga, Erbaluce di Caluso, Ruchè. Piccole bottiglie da mezzo litro. La giusta quantità visto l’esigua produzione. Era un mondo molto maschile ma, come adesso, ci sono dei maschietti incuriositi e che quindi, lasciano dei varchi. Avevo mio padre e mia madre che erano due grandissimi fan di questa operazione. Mi supportavano molto. Non sempre i tecnici, tranne uno, che è mancato e che è stato invece il mio grandissimo partner e supporter.  Nei racconti di Antonella si percepiscono, sullo sfondo, le difficoltà di un contesto maschile e maschilista nel quale lei, giovane rampolla, si trovava ad operare. Figlia del titolare e donna. Due caratteristiche che di certo non le hanno reso la vita facile. Nessuno le credeva, nessuno le dava retta. Troppo impegnati nelle grandi produzioni, troppo tronfi nel considerarla solo una donna.  Chi mi guardava mi guardava con occhio: aspetta che adesso vediamo dove va finire. Però poi i vitigni rari sono diventati un volano. A quel punto ci ho preso gusto e sono nate le bacche perché allora si parlava molto di distillati di frutta. C’erano dei grandi distillatori che già producevano la frutta. Io andavo a cercare sempre le piccole cose residuali, non coltivate, eccettera. Come le bacche: Giuggiole, Alkekengi, Rosa Canina, Sambuco, Sorbo, Azzeruolo. Macerazioni alcoliche di piccoli frutti che venivano distillate anche questi in bottiglie da mezzo litro, perché erano pochissime. La collezione era le Grappe di Antonella Bocchino, le bacche e i fiori. Lessi il Profumo, di Patric Süskind. Fu un romanzo che mi appassionò moltissimo e andai a Grasse. Tornata e andai dal mio tecnico, quello che mi ascoltava e dissi: Romano, ma ti rendi conto che qui a Grasse fanno i profumi ricavati dai petali di fiori? Dobbiamo fare dei profumi da bere. Come si fa? Partimmo un weekend io e lui in macchina e andammo a Grasse a vedere come venivano trattati i fiori. Acquistammo un alambicco di vetro perché i fiori non devono avere contatti con il rame. Facemmo la macerazione di fiori di petali di fiori, estrazione e di nuovo dei piccoli distillati di Rosa, Rosa bulgara e Orchidea che fece molto notizia perché andò, tramite il nostro importatore a Londra e veniva venduto da Harrods a 1 milione a bottiglia. Tutto di un fiato. Un racconto che mi lascia a bocca aperta. La determinazione di una donna. La voglia di fare qualcosa di nuovo, diverso, dinamico. Trovare una nicchia nella quale convogliare le proprie energie.  Quel libro, Profumo, una sconvolgente storia di essenze, di profumi, di follia dettata dalla voglia, quasi una necessità, di creare il profumo più incredibile del mondo. Si arriva quasi a comprendere, giustificare l’operato di un assassino per capire quale mirabile profumo abbia in mente. Pazzesco! È il 2009 e Antonella esce dall’azienda di famiglia. La morte del padre prima e della madre poi le fanno probabilmente perdere quell’appoggio che il suo entusiasmo richiedeva. Forse ancora, una distilleria così grande come la Bocchino, non poteva più permettersi piccole produzioni sperimentali. Forse anche dell’altro, ma non è bene immischiarsi in affari di famiglia. Comunque sia, deve iniziare una seconda vita. Senza i genitori, senza un cordone ombelicale, senza una distilleria. Da sola. La grappa, la vinaccia, è però sotto pelle. Non ne puoi fare a meno. Se ti lavi, quell’odore rimane addosso, penetra fin dentro le ossa. Diventa un richiamo irresistibile. È così anche per Antonella.  Ho recuperato quel Moscato che avevo dentro. Il vino moscato per noi è come l’acqua. Pensa che alla fine della recita di Natale davano a noi bambini il bicchiere di vino Moscato con il panettone.  Un profumo che resta, diventa imprescindibile nelle vite di chi l’ha vissuto. Sono i ricordi dell’infanzia che ci legano indissolubilmente a qualcosa della quale, a volte, abbiamo solo contorni indefiniti.  Recuperai quella parte lì e nel 2013, a gennaio, vado dai Beccaris, una distilleria artigianale e familiare a Costiglione d’Asti.  È li che Antonella va a proporre il suo progetto. Per due motivi. Il primo è per via dell’alambicco discontinuo a bagnomaria che serve non solo per distillare piccole quantità ma perché il lento processo consente estrazioni aromatiche superiori. Perfette per il Moscato. Il secondo perché è una famiglia meravigliosa con i due figli di Carlo Beccaris, Marco e Paolo, che già all’epoca si occupavano dell’azienda. Quello con cui io ho più a che fare è Marco, il distillatore. Un ragazzo con infinite aperture mentali e con il quale c’è una sintonia fantastica. Distilliamo sapendo benissimo cosa vogliamo da quella materia prima. A gennaio spiego il mio progetto. Loro ascoltano, prendono appunti e alla fine del mese mi danno le risposte: pronti via si parte.  A settembre dello stesso anno nasce quindi AB Selezione Italian Spirits. Una summa della vita di Antonella. Un condensato di entusiasmo, passione, esperienza, vitalità, ricordi, profumi. Afrori. Un punto di accumulazione degli anni esaltanti della vita di Antonella tutti volti alla valorizzazione del Moscato di Asti anzi dei Moscati d’Italia. L’intuizione di Antonella è quella di far si che le sue grappe possano rappresentare un vero e proprio viaggio.  Un viaggio che parte dal Piemonte per attraversare terre e mari, profumi e sapori, tradizioni e innovazioni. Culture che si ritrovano dentro un alambicco generando grappe che esprimono esattamente quel territorio, quel lembo di terra e di mare. Esclusivo e unico. Come unico è il Moscato in ogni sua espressione.  Nascono prima sei, poi una settima grappa di Moscato. Il Moscato d’Asti, il Moscato dell’Oltrepò pavese, il Moscato Rosa del Trentino Alto Adige, il Moscato di Trani, lo Zibibbo di Pantelleria, il Moscato di Sardegna. Poi, per ultimo, nel 2024, il Moscato di Terracina. Un ultimo Moscato rincorso per anni e trovato solo grazie alla Famiglia Giannini di Cantina Villa Gianna.  Pochissime infatti le vinacce disponibili del Moscato di Terracina per via di una produzione limitata e racchiusa in un fazzoletto di terra compreso tra Latina e Fondi, su terreni sabbiosi, sulle colline di Monte San Biagio, sui terreni bagnati un tempo dalla Palude Pontina. Pochi appezzamenti, pochi ettari, pochi quintali sparsi tra contadini locali. Perlopiù conferitori e gelosi del loro prodotto.  Alla fine di questa lunga ricerca, ci siamo incontrati con i Giannini di Villa Gianna, persone meravigliose, squisite che hanno raccolto la mia sfida. Nel 2023 abbiamo raccolto pochissimi quintali di vinaccia di Moscato di Terracina poi distillata. Mi arrivò il campione a 70° prima di Natale. Assaggio questo mosto e con Marco ci siamo detti: mamma mia, ma che cos’è? Era diverso da tutti, con una ricchezza di florealità entusiasmante, un fondo di pesca bianca molto presente. Ho così detto: le altre grappe sono invecchiate 12 mesi in barrique di rovere francese per avere una bella spalla, un bel corpo ecc però se metto tutta questa delicatezza nel rovere, ho paura che lo copra un pò. Ho fatto fare una barrique dì legno dì acacia, quindi più dolce, e l’abbiamo lasciate così 12 mesi.  I risultati sono sorprendenti, inaspettati. Una grappa diversa da tutte le altre, con una personalità molto precisa e identitaria. A pensarci bene però, ciascuno di questi sette Moscato è molto diverso dall’altro. Meraviglia! Non solo Moscato nella gamma di Antonella. Non poteva mancare, da buona piemontese, un Barolo. Ecco così che nasce un Barolo bianco, giovane e un un cru di Castiglione Falletto con18 mesi di barrique. Austero, sabaudo.  Qualcuno mi ha detto: è un barolo che ha la mano di una moscatista. Un Barolo diverso che rispecchia probabilmente è il mio stile. Uno stile essenziale ottenuto senza usare caramello, coloranti, zucchero. Niente di tutto questo. Impossibile anche a pensarlo da parte di una donna che rappresenta lei stessa l’essenza della vita. Nuda e cruda così come serve. Mi piace estrarre l’anima di ogni vitigno senza aggiungere nulla. Qualcuno mi ha detto: ah è come Michelangelo che toglieva al marmo e lasciava solo l’essenza. Magari, grazie per il complimento ma voliamo un pò più bassi.  Se la materia prima è straordinaria, bisogna solo rispettarla. Estrarre l’anima senza aggiungere nulla. Antonella lo fa con le grappe e con i liquori.  Tre liquori per un pubblico che non beve la grappa, prodotti con lo stesso spirito estraendo l’anima delle tre materie prime e lasciarla li così.  Liquore al cacao in collaborazione con Guido Gobino attraverso la macerazione per sei mesi in una vasca di alcol di grano di fave di cacao Arriba Superior Selecto dell’Equador. È così che l’alcol si arricchisce di tutti gli aromi e i profumi del cacao. Nonché del colore. Viene poi diluito riducendolo a 28° e si aggiungono 8 grammi litro di zucchero. Stessa operazione con le mele Calvilla, una antica varietà presidio Slow Food. Le mele, tagliate a pezzi di quattro solo lasciate a macerare in una barrique di Brandy per sei mesi. La forza e la dinamicità che Antonella dimostra sembra quasi contrastare con l’essenza stessa della grappa.  Per produrre una grappa occorre aspettare. Aspettare che il processo di produzione del vino generi le vinacce esauste. Aspettare che l’alambicco, goccia dopo goccia, estragga l’essenza degli acini. Aspettare che la grappa maturi nelle botti o nelle bottiglie. Aspettare.  Antonella aspetta con tutta la gioia di questo mondo. Come se non avesse fretta. Se quel suo essere dinamico si mettesse in standby per consentire alla magia di compiersi. Pronta per ripartire alla ricerca delle vinacce, di qualche bacca o di qualche fiore ancora sconosciuto. Ripartire per un ulteriore pezzo di vita senza perdere l’occasione per godersi quello attuale.  Sono in una fase della mia vita in cui non mi sto dando obiettivi nel senso che sto godendo del momento, di quello che c’è. Ovunque io mi giri, vedo delle cose bellissime. Questi 10 anni passati, li trovo entusiasmanti, bellissimi avventurosi, pieni di amicizie, di incontri che mi hanno arricchito. Ci sono stati scambi bellissimi, scoperte, sfide. Ecco allora adesso faccio un bilancio di quello che sono stati 10 anni. Quello che saranno i prossimi 10 anni sono nelle mani della provvidenza e non so se ho voglia di darmi degli obiettivi. Vivo il presente e ne godo. Buon presente Antonella e lo dico con un bicchiere della tua Grappa di Moscato di Terracina in mano del quale mi godo gli afrori prima, il sapore poi. Sono con la mente ai piedi della Maga Circe, sotto l’omonimo monte e non posso che chiederle la magia di farti trovare, in un angolo di mondo, un nuovo Moscato.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti Arrow Right Top Bg

7 Novembre, 2025

Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti

  La campagna, quella di un tempo, quella fatta di sacrifici ed incertezze, di neanche la proprietà quando si era mezzadri, serviva solo per campare. Spesso, averla, poteva rivelarsi una maledizione, figuriamoci riceverla in eredità. Perché poi toccava starci senza possibilità di andarsene. Era la Malora narrata da Beppe Fenoglio nel suo indimenticabile omonimo romanzo. La sfortuna, se non la maledizione, di vivere in un territorio povero come le Langhe.  Difficile a crederci oggi. Le strade corrono tra colline vitate che sembrano disegnate dalla mano di un pittore. I filari sono macchie instagrammabili. I ristoranti e le piccole enoteche offrono piatti esclusivamente gourmet. I bed&breakfast si atteggiano a residenze di lusso con piscina e spa. Altro che Malora: qui è l’Eldorado.  Se l’intervallo tra le due Grandi Guerre aveva dato quel minimo di stabilità al mondo contadino, la povertà assoluta arrivò dopo la Liberazione. Tutto distrutto, tutto lasciato incolto per anni. Ritornare alla terra era solo una malora. Ancor più di prima.  Quando il Piano Marshall segnò l’inizio della ripresa fu anche peggio. Le genti delle Langhe cercarono di fuggire là dove la ripresa c’era davvero. A chi importava far rivivere le campagne quando le città venivano ricostruite e con esse le industrie? A nessuno ovviamente. Come a nessuno andava di rinunciare al miraggio dello stipendio fisso, delle ferie pagate, di una vita che poteva, se non altro, avere qualche certezza in più della terra. A Torino c’era la Fiat che doveva soddisfare quel nascente bisogno di mobilità e di vita spensierata degli italiani. Ad Alba invece la Ferrero con quei prodotti che rappresentavano, finalmente, il godere della vita. Servivano operai e non era difficile imbattersi in funzionari delle due aziende che gironzolavano per campagne a reclutare operai.  Quando finirono di trovarli qui, andarono al sud così che la sola produzione di auto Fiat passò in dieci anni (dal 1949 al 1959) da 71.000 a 425.000 unità. Il risultato del boom economico ed industriale non poté che essere l’abbandono delle terre. Ciò che oggi può sembrare una eresia (a giudicare dai costi della terra nelle Langhe), all’epoca era normalità. Solo che la terra, nonostante fosse una malora, rimaneva qualcosa proveniente dal passato, la storia di ogni contadino, la vera essenza della famiglia. Non era possibile, neanche lontanamente immaginabile, lasciarla li, abbandonarla senza nessuno che vi badasse, che la curasse, che ne prendesse possesso. La terra prima di essere, per qualcuno, una proprietà,  era un dono da trasmettere. C’era proprio la gente che veniva ad offrigli la terra. Prendi sto pezzo, dammi quello che vuoi. Ci vuole visione però nella vita e, soprattutto, tanto coraggio. Armando Piazzo le aveva entrambe. Difficile comprendere come in una persona possa nascere, svilupparsi ed apparire nitido il futuro. Eppure accade. Solo che nelle Langhe dell’epoca dovevi avere una visione che necessitava il superamento di un paesaggio sconsolante. Che andasse non solo aldilà del tempo ma anche dei luoghi. A quell’epoca i Piazzo erano essenzialmente boscaioli. Vivevano in Alta Langa, famosa non per le bollicine ma per i boschi, a San Bovo di Castino (paesino dedicato a San Bovone, protettore delle delle greggi e delle mandrie). Tagliavano legna e la trasportavano su un carretto ad Alba, città con meno risorse agricole e più contanti. Soprattutto con la necessità di acquistare la legna utile per riscaldare le case, per cucinare. Durante il tragitto, quando qualcuno fermava il Piazzo e chiedeva: ne hai ancora di quella legna che ho preso l’anno scorso? Lui rispondeva in piemontese: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto. Quando si parla di azienda (o di famiglia), per poterne capire il DNA, è necessario capire da dove essa sia partita. In pochi cercano di trovare il modo per raccontarsi. In ancor meno di raffigurarlo in un logo. L’essenza, la partenza, le origini. È proprio quello che un logo dovrebbe rappresentare (poi se uno non lo ha, lo inventa come capita in migliaia di casi). Nel logo dell’azienda Piazzo Comm. Armando a sovrastare l’immagine di un carretto trainato da buoi (che poi è il carretto che Luigi Piazzo, papà di Armando, usava per trasportare la legna compare proprio la scritta Dai poderi d’Mugiot. Siamo a San Rocco Seno D’Elvio, frazione di Alba, in provincia di Cuneo. Incontro Giampiero Sappa, anima commerciale dell’azienda Piazzo Comm. Armando e con lui chiacchieriamo a lungo spaziando nel mondo del vino italiano con sullo sfondo proprio la famiglia Piazzo che nella Langa attuale arriva solo negli anni ‘50 quando Armando Piazzò sposò Gemma Veglia.  Oggi alla guida dell’azienda c’è Marina, figlia di Armando, con il marito Franco e i loro figli Marco e Simone. Giampiero è uomo di vino (ma si potrebbe pure scrivere quel “di vino” senza lo spazio in mezzo). Scuola enologica ad Alba e poi 10 anni tra Friuli e Veneto oltre che in Toscana. In Friuli alla Tenuta Villanova, azienda confinante con Borgo Conventi.  Dopo queste esperienze mi è venuta voglia di tornare a casa, in Piemonte. Sono nato nella casa in cui vivo ora. Casa è sempre casa e le Langhe sono un territorio che ti rimane dentro. Anche con la Malora (che per fortuna adesso non c’è più). Torniamo ai Piazzo e a quel personaggio che è stato Armando, Mugiot, mucchietto. Perché se Luigi ammucchiava legna, Armando cominciò ad ammucchiare terre.  Bisognava essere una persona lungimirante e coraggiosa per scommettere sulle terre nella Langa in quel tempo. Eppure era così convinto delle sue idee da non esitare ad indebitarsi per acquistare le terre. Aveva altre attività come una panetteria e una osteria, utili a generare cash, ma senza un obiettivo, sarebbero servite a poco se non a sopravvivere.  Visione nella viticoltura, nella potenzialità di queste terre. È cosi che Armando cominciò dapprima a produrre e vendere uva per poi passare a vinificarne una parte quindi imbottigliarne un quantitativo sempre maggiore. Una sequenza che può sembrare naturale ma, poiché complessa e soprattutto rischiosa, mai banale. La prima bottiglia risale addirittura al 1968. Giampiero mi mostra un Barbaresco del 1979. Era già DOCG. “Era già”. Eppure sono passati 46 anni. Veramente tanti. Come funzionava la viticoltura qui in quegli anni me lo ricordo anch’io. Iniziai la scuola enologica ad Alba nel ‘76. La stessa frequentata da Tachis e Guido Rivella. In quel periodo lì c’erano pochi imbottigliatori, qualcuno addirittura senza vigneti, qualcuno con pochi. C’erano già ovviamente i Pio Cesare, i Prunotto di Antinori, però non erano i 2000 produttori di bottiglie di vino che abbiamo ora. Erano meno di un paio di decine. Questi signori andavano per le campagne ad acquistare piccole quantità di uve. Non c’erano viticoltori e basta ma contadini che coltivavano per la maggior parte per tirare a campare: due mucche, grano, mais frutta e un pò di uva che solo in parte veniva prodotta veniva trasformata in vino per consumo familiare. L’uva buona veniva venduta. Atro che viticoltura specializzata. Mi ricordo molto bene le Langhe con coltivazioni di grano. Anche in collina dove non è proprio l’ideale. Armando oltre a creare i vigneti iniziò ad impiantare il Nebbiolo quando tutti richiedevano Dolcetto, vinificato e venduto in damigiane. Arrivavano da Milano e Torino, il sabato e la domenica per portarsi via le damigiane di vino.  Negli anni ‘80 pre Metanolo ricordo come fosse difficile vendere vini come Barolo e Barbaresco. Addirittura si metteva un pò di Nebbiolo nella damigiana del Dolcetto. La Cantina Sociale Terra del Barolo me la ricordo piena di botti stracolme di Barolo. Non lo voleva nessuno. Incurante di tutto questo, Armando piantava e ripiantava solo Nebbiolo. Magari per lucida follia, magari ispirato dai contatti che aveva con Fontana Fredda alla quale vendeva l’uva. Gli dicevano che per determinati mercati serviva Nebbiolo. Decise di rischiare. Una sorta di all in. Che tempi e che determinazione! Un precursore. Una persona che guardava avanti. Aveva intuito. Senza particolari studi di marketing e di geopolitica, capiva dove sarebbe andato il mondo negli anni a venire. Forse perché era un non solo un grande comunicatore ma una persona che sapeva ascoltare. Per anni nel Consiglio Comunale di Alba, aveva ovunque amicizie anche di un certo livello.  Quando incontrava qualcuno lo invitava in cantina e difronte a del buon cibo preparato dalla Gemma, apriva le bottiglie e creava legami.  La vera essenza del vino insomma che Gemma ancora rappresenta. Una donna di altri tempi che rappresentava il contraltare di Armando. Impulsivo, geniale, dirompente Armando; concreta, posata, attenta Gemma. Un binomio perfetto nel quale la coppia di vita si trovava anche nel business. Ho trovato questo gioco di contrappesi in ArGè, il Barbaresco 2022 che è crasi non solo tra i loro nomi. Terreni diversi che si fondono per conferire al Dio Nebbiolo un carattere che sa di unicità. Se l’unione di una coppia si mantiene con equilibrio, pazienza e lungimiranza, ArGè ne è la perfetta espressione. Se Armando poteva essere quello energico che guardava al futuro (insomma un Nebbiolo), sono certo Gemma gli ha donato leggerezza e meraviglia. ArGè si presenta così, con quella sua trasparenza che deve essere propria delle coppie longeve. Fine ed elegante appare al naso impalpabile, evanescente eppure concreto. Non manca nulla ma proprio nulla. Solo che i sentori non gridano, non sbracciano, non si esaltano. È Gemma che conosce il suo ruolo, sa della sua importanza, della sua struttura. È la sua forza. I sentori escono uno dietro l’altro come tanti scolaretti in fila. Tutti ci sono tutti. Non c’è il balsamico ad esaltare. Non serve. Non serve proprio. Poi arriva il sorso ed è Armando. Forte e vigoroso ma tenero e non aggressivo. Abbraccia la moglie Gemma e non c’è veemenza. Ecco perché i tannini non aggrediscono, la freschezza non morde, i sapori sono delicati. Non ci sono gridi ma i sussurri di due amanti che, nel silenzio della notte, continuano ad amarsi. Solo nella notte perché di giorno hanno un ruolo da rispettare. È per questo che la persistenza non può essere lunga e la bocca deve essere, alla fine, appagata ma pulita. La finezza ed eleganza di Gemma che si sposa con la lungimirante concretezza di Armando. Delle due figlie di Armando e Gemma, Marina entrò in azienda accompagnata dal marito Franco Allario, lo starter del cambiamento. L’interesse nei vigneti insieme ad Armando, dei vini in cantina, delle fiere in giro per il mondo, le idee innovative portarono allo spostamento del baricentro verso la produzione e commercializzazione del vino in bottiglia.  Una estensione terriera formata da oltre 100 ettari, di cui 72 ettari a vigneto sparsi in giro per le Langhe grazie alla lucida lungimirante capacità di Armando di acquisire vigneti dove ne trovava. Una produzione con circa 400.000 bottiglie e 16 etichette tutte incentrate sulla territorialità con grande, grandissimo focus su Barolo e Barbaresco.  La gamma che abbiamo oggi è assolutamente funzionale a quelle che possono essere le esigenze del mercato. Stiamo cercando laddove possibile di produrre vini con gradazioni alcoliche meno alte. Farlo in maniera naturale ovvero non dealcolato non è così semplice. Una gamma centrata e ci potrebbe stare qualche altro prodotto. Sicuramente usciremo con un’altra Alta Langa del quale non ne diamo ancora il profilo.  Una gamma che non solo rispecchia il territorio ma offre le diverse sfaccettature dello stesso grazie al caleidoscopio paniere di vigne con suoli ed esposizioni diverse. Non mancano Cru e MGA certamente ma ciò che più impressiona è la capacità di produrre vino con precisa attenzione alle peculiarità che il territorio offre. Anche per le bollicine. La famiglia Piazzo produceva Metodo Classico già da parecchio tempo con un prodotto che è non è una DOC. Si chiama VSQ, Vino Spumante di Qualità ed è un prodotto molto curioso e difficile da vendere perché appunto senza una identificazione. Quando però le persone lo assaggiano, piace. Si chiama MasSìm perché dedicato da Marina e Franco ai figli Marco e Simone. È un blend di Nebbiolo (80%) e Chardonnay. Non lo presentiamo sempre con molta enfasi perché diciamo sempre che è prodotto come la stessa uva del Barolo. Rimangono stupiti.  Devo dire che anche io ne sono rimasto stupito. L’ho assaggiato ad un evento AIS Lazio dedicato al Metodo Classico. Senza voler far sfigurare gli altri, è quello che nella serata ho trovato maggiormente intrigante. A partire proprio dal blend con il Nebbiolo  protagonista indiscusso. Uno di quegli spumanti che una volta stappato riesce a far discutere mentre si finisce la bottiglia. Il poter fare con il Dio Nebbiolo uno spumante rinunciando a trasformarlo in Barolo è una dei punti di forza di Piazzo. Forza che si lega ai vitigni delle Langhe e viceversa. Un connubio inscindibile che guarda avanti senza paura.  Proviamo infatti a pensare ai recenti avvenimenti circa i dazi USA e a chi questi potrebbero maggiormente dare noia. Mentre pensate vi dico subito che, a mio modesto parere, Barolo e Barbaresco saranno tra i vini a minor impatto visto il loro costo già alto. Se già oggi negli USA per una bottiglia di Barolo si spendono almeno 50$ in enoteca, un incremento a 60$ non cambierebbe di certo le cose. Ma c’è di più perché se dagli USA volessero continuare ad acquistare Barolo e Barbaresco non potrebbero che farlo, a differenza di altri vini, dal Piemonte. Le Langhe sono per il Nebbiolo un unicum poiché solo qui riesce ad esprimersi a quei fantastici livelli che Barolo e Barbaresco rappresentano. Con gli export siamo intorno al 70%, Gli Stati Uniti sono un mercato importante e  sono in crescita. Non sono il nostro maggior mercato che invece è la Svizzera.  L’altra fortuna dell’azienda Piazzo è indubbiamente la dimensione. Dobbiamo essere decisamente onesti nell’ammettere come non sia assolutamente vero che il vino buono si fa nella cantina piccola. O si fa solo nella piccola cantina.  Non c’è una sfida grande contro piccolo ma solo tra chi è in grado di produrre vino con coscienza e chi di coscienza ne ha poca.  Se tu hai un ettaro e ti grandina sopra, il vino buono non lo fai. Se ne hai 70 sicuramente non grandina su tutti i 70 ettari. Sembra una massima Zen. Una semplice verità che nasconde tante insidie. Il contadino che si ritrova con il raccolto danneggiato ha solo due strade: non produrre oppure salvarlo. In quest’ultimo caso, sorge il vero problema poiché l’unico modo è “aggiustarlo” in cantina. Pochi, davvero pochi, quelli che possono rinunciare ad una annata. Per il grande produttore è tutto diverso. Non è possibile permettersi variazioni di qualità e in caso di scarsa produzione può comprare in giro delle uve piuttosto che giocare sul prezzo per via delle ridotte quantità. La trasformazione in cantina è poi mera questione di processi e tecnologia. La qualità dipende non dalle dimensione ma dalla volontà del produttore di raccogliere uva buona e sana lavorando con impegno e coscienza. Il risultato è certamente influenzato dalle annate ma, soprattutto quando si lavora con mercati esteri, la tipologia di vino conosciuta deve essere mantenuta. Tagli e temperature possono aiutare senza far ricorso alla chimica. Serve il controllo spasmodico di ogni anello della catena di trasformazione per il quale è necessario investire in attrezzature, procedure, tecnologia che solo per una grande azienda diviene sostenibile. Ogni vendemmia ti porta delle variabili diverse e quindi tu pensi alla prossima avendo già idea di cosa fare mentre quella precedente non ce l’avevi. Quindi, da un punto di vista qualitativo, occorre stare sempre sul pezzo. Poi accumulare esperienza per avere prodotti sempre più piacevoli. Molto spesso la qualità è quello che mi piace. Non è qualità, è gusto, sapore. Noi come azienda dobbiamo cercare di migliorare in comunicazione a tutti i livelli.  La capacità di comprendere come la comunicazione, intesa non solo come pubblicità, sia fondamentale per posizionare il marchio prima, i prodotti poi, nella mente dei consumatori è quel passo che la Piazzo ha fatto e che molti altri produttori ancora devono metabolizzare.  Forse però, per una azienda il cui fondatore faceva delle relazioni, anch’esse parte integrante del processo di comunicazione, un baluardo, è stato oltre che spontaneo, ancora più necessario. Comunicazione che vuol dire anche comunicare attraverso il territorio e attraverso ciò che la Piazzo rappresenta sul territorio. L’azienda adesso sta affrontando un investimento importante in struttura legato alla vinificazione perché la volontà di Marco è iniziare ad utilizzare degli contenitori per la fermentazione che possano far fare uno step in alto alla piacevolezza del prodotto. L’altra parte importante dell’investimento, che è in a Simone, è relativo all’accoglienza. Questo è importante per tanti motivi, anche sotto il punto di vista della comunicazione. La propria azienda come veicolo di comunicazione. Una strada che in molti hanno intrapreso, spesso impropriamente o senza una chiara strategia. È come quando si fa entrare una persona a casa propria: ciò che verrà percepito di noi rimarrà indelebilmente nella mente. Se l’ospite non vorrà più tornare o vedervi, fatevene una ragione e, soprattutto, fatevi una domanda. Non è solo un tema di pulizia ed ordine ma di ciò che la casa, o l’azienda trasmettono. Dalle piccole alle grandi cose con al centro, sempre e comunque, il rapporto umano. Odori, sapori, strette di mano, tramonti, albe, sensazioni. Il vino è un vortice culturale che non ha eguali. Occorre solo saper maneggiare, con cura, questo universo nel quale i vini costituiscono solo una delle tante stelle. Un universo nel quale non si può fare nulla da soli. Serve una squadra, un team coeso di persone appassionate e legate non solo al progetto ma anche al territorio e alla famiglia.   Ho voluto assaggiare dei vini e il primo è stato Cortine, il Roero Arneis.  Giallo paglierino con riflessi verdi dotato di una bella luminosità che, onestamente non stupisce. Ma è come un giardino segreto che si apre all’improvviso offrendo sentori di glicine e biancospino che sussurrano al vento, salvia e mentuccia che accarezzano l’aria. Poi arrivano i frutti: una pera granulosa, una pesca bianca, un melone delicato che danza con l’agrume.  In bocca è carezza e freschezza insieme: non opulento, elegante, snello e sapido come un’onda che rinfresca la riva. Una mela acerba, un ricordo di camomilla, un finale che resta, lieve e luminoso.  Una semplice, raffinata bellezza.  Ritorno in Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero ha la particolarità non tanto dei 30 mesi di affinamento (comunque mai banali) ma di quel tocco di classe dato dal liqueur d’expédition realizzato con Chardonnay affinato in barrique. Questo crea un lieve incipit di rotondità sia al naso che al sorso. Senza strafare, con garbo. Forse un vezzo per rendere omaggio al territorio di origine della famiglia Piazzo che già dal nome, appare evidente. Comunque ben riuscito. Come è ben riuscito nel complesso questo Metodo Classico: fine, elegante, con i sentori di frutta bianca e fiori di campo che si avvolgono alla crosta di pane che non diventa mai (e per fortuna visto che siamo nelle Alte Langhe) pasticceria. Persistenza anche bella lunga, importante direi ancorché scorrevole e assolutamente piacevole per quella nota fresca che non stanca.  Aiman 2023 è il Nebbiolo in purezza con circa 8 mesi di botti grandi di Slavonia. Non è ne un Barolo ne un Barbaresco in miniatura. È un Nebbiolo che quando curato bene sa dare la sua anima piemontese anche senza grandi affinamenti in botte.  Un colore rosso rubino con riflessi granata si fa apprezzare per quella eleganza endemica del Nebbiolo. La quasi trasparenza la dice lunga. I sentori sono carichi della freschezza della frutta (ciliegie e prugna) sulla quale domina l’arancia. Il velo di antico è gestito dai chiodi di garofano, dalla noce moscata. Il sottobosco graffia. I fiori rossi, le bacche di ginepro, un po’ di vaniglia e il sentore ferroso si fanno vivi solo grazie ad un velo di balsamico. Il sorso è fresco e secco con i tannini ancora ben evidenti. L’ampiezza di bocca è incredibile così come il bilanciamento. Una capacità di essere sapido così da accompagnare il gusto per tanto tempo attraverso una persistenza che è lunga tanto quanto la piacevolezza.  È insomma un vino ottimamente centrato, non particolarmente impegnato nonostante finezza ed eleganza, in grado di regalare sensazioni vere. Langhe Nebbiolo Aiman è un vino semplice, immediato, non è la riserva, non è il top, nel senso della scala di prezzo. È contemporaneamente un vino che rappresenta il territorio, Nebbiolo; molto tipico perché quando la annusi senti le note di rosa e tutte le note tipiche; è equilibrato, perché anche se ha 14°, non li senti; è attuale, moderno e giovane, proprio per la sua facilità di beva. Lo servi a 15° ed è fantastico. Non è freddo, è fantastico. Barolo Sottocastello di Novello 2013. Qui siamo all’Università del Barolo! In un mondo che va veloce, spesso, non si fa caso ai particolari. Magari quel 2013 sarà stato letto dai più in maniera superficiale. Però, se ci si ferma a ragionare, è comunque un vino con ben 12 anni sulle spalle dei quali solo uno e mezzo in botti grande di rovere di Slavonia. Tanti o pochi che siano (diventa poi soggettivo) quello che stupisce quando lo si stappa è come, comunque sia, è un ragazzino. Insomma è come voler parlare di un ragazzo di dodici anni. Il colore non può (e che cavolo, gli anni comunque ci sono) essere che granata. La limpidezza sa comunque di grande finezza ed eleganza. Sprigiona sentori caldi e vivi come quelli di un camino con legna fresca ad ardere da tempo. La frutta sotto spirito emerge poderosa accompagnata ed amplificata dal balsamico che fa egregiamente il suo compito. Poi la terra che sa di sangue e ferro, quel sangue sputato per la fatica nel trascinare il ferro dell’aratro. Le tostature sanno di aristocratica austerità sabauda: sono li, nel sottofondo, ad emergere quando richieste, senza strafare, senza voler minimamente dominare. Una eleganza che sa di una storia appena iniziata, di un levatrice che ha lasciato il campo all’educatrice. Il gusto mantiene la forza poderosa e viva di un ragazzo che sa di essere nobile. Non può strafare perché inquadrato in una austerità che dovrà mantenere nel tempo. Si espande in bocca con freschezza e lunghezza, con i tratti soavi e delicati di chi non sa essere duro. Un ricordo di foglie secche, di ciliegie mature, di prugne e arancia sanguinella. Poi di vaniglia, di anice stellato, di tabacco. Tutto in un sorso. Perché dal naso alla bocca tutto si unisce per rimanere, a lungo, nella mente. L’azienda è stata gestita bene sotto l’aspetto finanziario e non è così scontato. C’è chi spende fior di quattrini nel fare cantine con l’illusione di vendere bottiglie. E siccome Gaia vende a 100 magari le mie riesco a vendere 50. Premesse che però poi non hanno trovato riscontro nella realtà accade che ci sono tante cantine in difficoltà.  Barolo e Barbaresco si producono solo nelle Langhe. Questo crea un giro pazzesco di uva, di mosti, di vino da imbottigliare. Qui il vino sfuso non è quello che si vende nelle damigiane ma quello che si viene a caricare con la cisterna e poi dopo imbottigliato. La produzione di Nebbiolo è molta di più di quanto si possa immaginare così da consentire a molti di avere ulteriori sbocchi su mercati esteri.  Nel passato ho aiutato alcune aziende nell’introduzione nel mercato americano tramite una catena americana che si chiama Total Wine&More. Un’azienda con 30.000 dipendenti, punti vendita grandissimi in giro per gli Stati Uniti che vendono dalla birra a vini di pregio. Avevo creato un ottimo rapporto con il buyer. Il ragazzo, Alfio, adesso ha 85 anni, siamo ancora in contatto, ci vediamo due volte l’anno. Lui abita in Versilia perché ha lasciato la casa di Washington. Fra l’altro ha scritto anche la sua biografia nella quale compare anche il sottoscritto a fianco di nomi come la famiglia Agnelli. Avevano anche la Perrier…Un grosso successo che ho condiviso con le aziende che ancora oggi vendono qualche centinaio di migliaia di bottiglie. Solo che per andare in mercati come gli USA servono decine di migliaia di bottiglie. Le logiche di distribuzione in un paese che conta quasi 350 milioni di abitanti dove gli HNWI, ovvero i contribuenti con patrimonio investibile di almeno un milione di dollari, sono 7.9 milioni (in Italia circa 472 mila), non possono che richiedere grandi numeri.  Il prezzo ovviamente non è una variabile così importante.  Alfio mi diceva: dimmi tu il prezzo, noi mettiamo sullo scaffale, se la gente lo compra vuol dire che il prezzo è giusto; se la gente non lo compra togliamo il vino. Provate ad andare sul sito di Total Wine&More, cercate Barolo o Barbaresco e vedrete quante etichette di vini troverete non riconducibili a nessuna cantina… Chi può, chi ne ha la forza, chi investe sulla comunicazione, spinge su etichette proprie. Evolversi e marginare meglio, questi gli obiettivi. Cosa che per i Piazzo è avvenuto maggiormente e principalmente con l’avvento di Simone e Marco, i ragazzi di famiglia. Una ventata di freschezza e soprattutto un guardare lontano. Un pò come nonno Armando un uomo che può essere accostato agli altri personaggi che hanno fatto la storia delle Langhe.  Proprio le Langhe devono il loro successo più che al territorio, per l’amor di Dio, fantastico, alle persone. Se non ci fossero stati i Gaja, i Barolo Boys, i Prunotto, i Pio (Cesare), i Piazzo, adesso staremmo raccontando un’altra storia per le Langhe. Una storia fatta di Malora magari.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci

  Che momento è quello del vino oggi? Si sta indubbiamente vivendo una crisi profonda dei consumi in parte dovuta ad una evidente crisi di identità del settore. Due crisi che si inseguono vicendevolmente per capire chi dei due sia responsabile dell’altro. C’è una crisi dei consumi ed è innegabile. C’è una crisi di identità ed è altrettanto innegabile.  Partecipo a tantissimi eventi che hanno il vino per protagonista e cerco di osservarne i contorni, i contenuti, i produttori, i partecipanti. Si dividono fondamentalmente in due grandi categorie. La prima è quella delle fiere generiche ancorché tematiche dove i produttori hanno la postura seria e posata di chi non ambisce altro di far conoscere il proprio vino ad un distributore, un ristoratore, un enotecaro. Lo riconosci perché quando arrivi al suo banchetto è già pronto con la bottiglia in mano per versare il calice. Lo interpreto come: mi ha classificato in un non addetto al settore. Quando poi mi presento come giornalista, Direttore di un Magazine, ritraggono la bottiglia e chiacchierano. Se non mi presento, la faccenda si conclude in pochi minuti con il produttore che se ne sta sulle sue con lo sguardo alla ricerca di distributori. Come se sapesse riconoscerli. La seconda è quella dei vini naturali o artigianali che dir si voglia. Non c’è una definizione chiara e forse è anche questo il bello. Si lavora secondo coscienza. Si lavora in piccole quantità cercando di usare solo quello che la natura offre. In manifestazioni orientate al vino naturale o artigianale non trovi nessuno che sia pronto a versare il vino. Spesso il produttore è ad assaggiarne altri cosi che il banco risulta vuoto. Altre volte chiacchiera con il vicino. Se è impegnato a parlare di vino con altre persone, cambiate banco: la cosa richiederà del tempo. Alle manifestazioni di vino naturale o artigianale, c’è bisogno di tempo: ogni produttore ha voglia e bisogno di parlare e confrontarsi. Andrea Marchetti è la mente di uno degli eventi più apprezzati che vertono proprio sul vino naturale o artigianale: Back to the Wine in scena a Venezia il 9 e 10 novembre prossimi al Terminal 103. Andrea è Romagnolo, anzi no, Emiliano. Vallo a capire. È che vive a cavallo tra le due zone. Uno che nasce come appassionato di vino ma poi ne fa una professione.  Questa passione va avanti da tantissimo tempo, potrei anche dire vent’anni, anche se forse sono più 30. Quindi, è un interesse che coltivo da un sacco di tempo. Ho sempre cercato di amplificarlo e di portarlo anche a un livello professionale. A un certo punto, ho anche abbandonato quello che facevo prima e ora mi occupo di vino a tempo pieno. Ho anche una piccola produzione di vino che faccio.  Da impiegato tecnico a negotiant e organizzatore di eventi il passo è lungo. Almeno se non hai la passione.  Seleziono piccole parcelle di uve e vinifico in due cantine: una qui vicino a Brisighella, in Romagna, l’altra in Lombardia, al confine tra le province di Verona e Brescia. Va in giro a selezionare vigne per produrre poche ma qualificate bottiglie. Affascinato dell’Albana, secco, e del Trebbiano così come dei vini derivanti da blend di uve. Non è tanto un vezzo quanto il rifarsi al mondo contadino di un tempo dove si piantavano le barbatelle che si riuscivano a trovare. E non è che si trovavano sempre le stesse. I campi erano blend di loro così che il vino non poteva che essere una conseguenza. Ho anche un vigneto a Bardolino in cui c’è comunque il classico uvaggio della Valpolicella quindi Corvina Corvinone, Rondinella, Molinara. Anche lì comunque c’è la tradizione no del misto. La Valpolicella è l’emblema della vigna mista. Tre, se non quattro, uvaggi diversi che con il tempo si sono fregiati della DOCG diventando con l’Amarone riconosciuta in tutto il mondo. Come a dire che con la tradizione contadina si possono realizzare anche eccellenze.  La mia filosofia nella produzione del vino è la stessa che c’è poi nella manifestazione. Adesso si sta un pò abusando con il termine naturale che non ha dei confini precisi. Probabilmente una definizione più corretta potrebbe essere un vino a basso interventismo o comunque il rifarsi alla sapienza tradizionale, al recupero del valore tradizionale e culturale. Tutto ciò a mio avviso si fa con un basso interventismo in vigna e in cantina dove non bisogna demonizzare la solforosa ma nemmeno abusarne.  Il principio che dovrebbe guidare tutti i produttori è sempre il buon senso e la giusta quantità. Bandendo il più possibile la chimica. Poi sta alla coscienza di ciascuno l’applicazione o meno di rigidi processi e filosofie.  C’è il cattolico osservante così come quello ortodosso così come quello praticante o non praticante. Tante sfumature presenti in ogni religione. La matrice è comune ma le interpretazioni sono diverse e tutte lecite.  Back to the Wine, fiera orientata ai vini naturali e artigianali è la materializzazione della capacità organizzativa di Andrea. Non nuova.  Io in realtà prima facevo anche un’altro evento, Vinessum.  Vinessum era una piccola, ma manco tanto, manifestazione che si svolgeva in Emilia, in varie sedi. Nata un pò per caso con l’idea di portare alla ribalta vignaioli con specifiche caratteristiche legate al vino naturale o artigianale. Piccole aziende che avevano voglia di emergere.  Ne sono state fatte sei edizioni edizioni dal 2014 al 2019. Un evento quasi estivo con sempre una location di carattere storico architettonico.  Il passaggio a Back to the Wine avviene quando Andrea, forte della sua esperienza e dei successi, viene chiamato dalla Fiera di Faenza, per organizzare un evento legato al vino in sostituzione di Enologica, una importante manifestazione legato al vino trasferitasi a Bologna.  L’intenzione era di realizzare comunque un evento sul vino a Faenza. Venni incaricato da questa nuova gestione della fiera di esserne il curatore avendo completamente carta bianca. Loro volevano solo fare un evento sul vino e sono poi che ho portato il mio concetto di vino, i produttori con i quali avevo le mie relazioni. Era il 2016 e Andrea si trovò a gestire, pur in periodi diversi, due diverse manifestazioni decisamente simili. Un doppione? Magari si però questa cosa mi ha fatto molto riflettere.  Innanzitutto per i produttori che comunque sentivano forte il bisogno di emergere e comunicare. Non bastava dunque un solo momento nell’anno. Poi per i partecipanti che bramavano di scoprire nuovi vini e nuovi produttori. Infine per l’organizzazione perché se produttori e consumatori partecipavano in massa alle due fiere gemelle era segno do come si trattasse di qualcosa di ottimo livello. Come poi è capitato spesso, il COVID ci ha messo lo zampino. La Fiera di Faenza da impraticabile dunque inutile durante la pandemia, diventa centro vaccinale per ritornare poi inutile subito dopo. Non è che il Comune, proprietario della Fiera, potesse tenerla solo per Back to the Wine! Nonostante le migliaia di ingressi, i distributori dal Giappone, le oltre 180 aziende presenti, per il Comune era impossibile. Chiuso baracca e burattini e amen. Nel 2022 abbiamo detto: cosa facciamo è un peccato perdere tutti questi anni di lavoro però non c’è più la possibilità fisica proprio. Ci fu un’edizione interlocutoria a maggio 2022, a Bologna. In genere si faceva a novembre e l’ultima si era tenuta nel 2019. Poi siamo andati in cerca di location interessanti trovando Venezia. Rimanere stregati da Venezia è semplice. Il fascino della laguna e dai calli non ha eguali. Lontano dalle zone turistiche, là dove la notte si avvolge di nebbia, i bacari offrono cicchetti e vino. Ragazzi di Venezia (pochi) e del Veneto (tanti), van per bacari curiosi di assaggiar vini diversi e divertenti. Non altisonanti ne artefatti. Qualcosa che sappia delle loro tradizioni che non è la birra. Hanno voglia di vita. Hanno voglia di ritornare a quella natura che in parte gli è stata negata dalle generazioni precedenti. Venezia non è solo la slot machine ingorda di turisti ai quali servire cibi e vini scadenti. È arte e cultura che si intreccia con mondanità popolare.  Ecco perché Venezia rappresenta il luogo ideale per un evento che guarda ai vini naturali e artigianali. Ai giovani ma non solo. Ai curiosi e bramosi di vita. A mio avviso è una città simbolo per quello che è il nostro prodotto, quindi vino artigianale e naturale. Tanti locali, ristoranti, enoteche, bacari interessati a questo tipo di prodotto. È innanzitutto un buon mercato. Poi ci sono le città limitrofe come Padova e Vicenza, altrettanto importanti per questo tipo di vino. Abbiamo anche due aeroporti internazionali e se uno vuol prendere un aereo da Amsterdam non è tanto diverso da prendere un treno da Roma. Una scelta di livello ma anche volutamente orientata al business così da offrire ai produttori una vetrina efficace. Una semplice chiave di successo che ha garantito ad Andrea di arrivare alla ottava edizione. Niente male davvero. Noi facciamo la fiera domenica e lunedì e non ci penso neanche lontanamente di farla sabato e domenica perché non vuole assolutamente essere solo per privati. La domenica è orientata più al privato, il lunedì per gli operatori professionali. Particolarità di Back to the Wine è il mercato. Nel grande hangar del Terminal 103, quello dove un tempo attraccavano le navi da crociera, sarà facile imbattersi in persone che gironzolano tra i banchi di degustazione con piccoli carrelli della spesa. L’idea di base è consentire l’acquisto del vino e il carrello risulta utile per portarsi comodamente in macchina i cartoni. Essendo un terminal commerciale ci si può infatti arrivare direttamente in auto senza il rischio di non trovare posto. A Venezia! E se arrivaste in treno, non preoccupatevi: al banco Mail Boxes Etc si potranno spedire gli acquisti direttamente a casa. Una formula semplice ma allettante sia per i partecipanti che per i produttori.  Il pubblico che viene a Back to the Wine generalmente è un pubblico comunque di qualità. Anche il privato è di qualità: è più facile che ci sia fila al mattino che non all’aperitivo.  Un pubblico attento non solo al vino ma anche a capire di più del vignaiolo, della sua terra, della sua esperienza. Si torna finalmente all’essenza del vino, nato per far parlare, per allietare il cibo e la convivenza. Non si beve tanto per bere ma per parlare. Evviva! Il pubblico appunto è molto curioso, attento. Cerca vino di questo tipo, ma anche il prodotto food, perché noi abbiamo anche dei prodotti food. Ad esempio viene il famoso, adesso scomparso, Gregorio Rotolo: un’azienda abruzzese che fa formaggi considerati formaggi tra i più eccezionali d’Italia. Per quanto riguarda i professionisti al lunedì, abbiamo messo su una organizzazione specifica per invitare e far partecipare tanti clienti professionali. Creiamo un lista che forniamo qualche giorno prima dell’evento agli espositori. Probabilmente a Back to the Wine continueranno a partecipare quelle persone che ritrovano nei vini naturali o artigianali che dir si voglia, una sorta di aderenza alla propria filosofia di vita. Dal mio punto di vista, eventi come Back to the Wine dovrebbero essere punti di attrazione per chi ha bisogno di saperne di più e avere un consumo consapevole. Non si tratta di qualcosa che fa più o meno bene di un prodotto industriale. Non è questo. È il capire, dalla viva voce del produttore che gestisce il più delle volte in proprio l’intera azienda, che cosa c’è dentro la bottiglia. Non parlo solo di vino. Quel meraviglioso e incredibile liquido che c’è dentro una bottiglia rappresenta il punto di arrivo di una annata, di lacrime e sangue, di sudore e scottature, di sole e di pioggia, di ansie e di felicità. Sensazioni, emozioni, pensieri che si possono trasmettere e far comprendere solo parlando. Ogni vignaiolo è una scoperta al pari dei loro vini. Ogni singolo vino che troverete a Back to the Wine è un unicum che solo attraverso il dialogo con il produttore potrete apprezzare al meglio. Non troverete vini fatti male, vini che puzzano o hanno colori improponibili. Sono finiti quei tempi, non fosse altro perché si è capito che un vino che puzza è un vino difettoso. Punto e basta.  La tecnologia o meglio il suo utilizzo consapevole e i tanti studi che sono nati a contorno del vino naturale ed artigianale hanno permesso di produrre oggi vini fantastici. Vini che attendono solo di essere scoperti. Senza pregiudizi e senza tante voglie di sperimentare. Con spensieratezza e la voglia di dialogo. Con un sorriso, una stretta di mano e la promessa di rivedersi. Avete ancora dubbi se partecipare o meno a Back to the Wine?     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Filippo Signorini. Saint Barth, lo Champagne dell'effetto Madeleine Arrow Right Top Bg

31 Ottobre, 2025

Filippo Signorini. Rêver Ouanalao Saint Barth, lo Champagne dell'effetto Madeleine

  Sapete cosa è l’effetto Madeleine di Marcel Proust? Che lo conosciate o meno, seguitemi fino in fondo. Non ve ne pentirete. Quando alle scuole elementari si studiava la storia, arrivava prima o poi il momento di Cristoforo Colombo e della scoperta delle Americhe. Ricordo ancora oggi la drammatica narrazione del maestro che al grido di “terra, terra!” si rallegrava perché Colombo si salvava dalle ire funeste di un equipaggio stressato dal lungo viaggio e pronto ad ammutinarsi.  Senza grandi enfasi e con voce quasi assente, il maestro aggiungeva che non era sbarcato in America ma in un’isola che chiamò San Salvador.  In realtà si chiamava Guanahani, nelle Bahamas. Era il 12 ottobre 1492. A quel viaggio ne seguirono altri: 1493, 1498 e 1502 ma solo nel corso del secondo, nel 1498, arrivò sulla terraferma in Venezuela.  In quello stesso viaggio sbarcò a Ouanalau, una meravigliosa isola dei Caraibi Orientali, che ribattezzò Saint Barhtélemy in onore a suo fratello Bartolomeo. Saint Barhtélemy è certamente più conosciuta come Saint Barth. Un luogo di classe e charme dove ricchi nababbi provenienti da ogni parte del mondo, vanno a godere delle bellezze di un’isola incantata. Ford, Rothschild e Rockfeller bastano come nomi per inquadrare Saint Barth? Eppure, se googoliamo (che strano neologismo…) per cercare informazioni su Saint Barth, occorre scrollare parecchio nelle pagine perdendosi tra costumi da bagno del brand MC2 Saint Barth. Potere del SEO/SEM da un lato, insofferenza nella troppa pubblicità dall’altra. Cosa è allora Saint Barth? Dipende. Per alcuni è un luogo di villeggiatura. Per altri una passerella necessaria. Per Filippo Signorini è casa. La cosa che amo di più in senso assoluto, il posto dove io sono più felice in senso assoluto è Saint Barth.  La prima volta di Filippo a Saint Barth è nel 1996, 503 anni dopo Cristoforo Colombo. Aveva quindici anni e non parlava inglese. La mamma, francese ma trapiantata in Italia, cercava un posto sicuro per i due figli di 15 e 13 anni. Che fosse in Francia e senza criminalità. Cosa può volere se non questo una mamma per stare con due bambini quando il marito è impegnato con il lavoro? Voleva infatti che i figli crescessero in un luogo caldo e sicuro mantenendo la cultura francese. Cinque mesi l’anno a Saint Barth per poi tornare a Monza. Si studiava a distanza e gli esami in Italia.  Una famiglia ovviamente agiata quella di Filippo anche se la persona che ho conosciuto non ostenta e fa della sobrietà un suo stile di vita. Quello che mi aveva colpito ai tempi è che non c’era tutto questo lusso che vediamo oggi. C’erano le Mini Mok, l’Eden Rock era un hotel ancora tutto di legno conservando lo stile della vecchia residenza del primo sindaco di Saint Barth. La luce c’era e non c’era. I lampioni funzionavano e non funzionavano. Tutto era molto sauvage, selvaggio. Quello che ancora oggi mi piace è l’atmosfera di essere in Francia perché siamo in Francia, è che mi sento a casa, mi sento sicuro, mi sento nel mio paese.  Una casa cambiata nel tempo per via dei tanti piccoli novelli Cristoforo Colombo che invasero questa e le tante isole dei Caraibi e di tutto il Centro America trasformandole in parchi divertimento per ricchi. Benessere per tutti si o forse una diversa forma di schiavitù per chi povero era e povero è rimasto. Con qualche luccichio in più per via dei tanti locali e hotel sorti nel tempo. Filippo avvolge il nastro dei ricordi con una certa dose di tristezza che comunque non altera il senso di casa che ha nel cuore.  Si andava in un posto per comprare l’acqua che ora non c’è più perché si va al supermercato. I taxi non c’erano. Ora ci sono i taxi Porsche.  Lo sfarzo che disturba. La spettacolarizzazione di un luogo che sembra una vecchia signora ritoccata chirurgicamente. Non è snobismo ma tristezza per una casa colorata con un colore che non si vuole.  Un approccio culturale per Filippo che con la sua inflessione marcatamente francese sembra uscito direttamente dal copione di un film. È figlio di un’epoca dove la lingua francese era quella che si doveva studiare per accedere alle grandi università oltre che per stare in società. L’inglese? Roba per altri.  Il mondo di lingua francese mi è sempre appartenuto. Io dico sempre che ho il cuore italiano ma l’anima francese. Sono fiero della mia anima francese perché amo l’Italia quanto la Francia. Un cuore spaccato in due. Spaccato in due se non in tre. La Francia, l’Italia, Saint Barth.  Eppure Filippo ha vissuto in Belgio, in Argentina, in Canada, in Francia ma Saint Barth è sempre stato il suo rifugio. Il luogo dove fuggire per ritrovare se stesso e il suo passato. Non chiamatelo snobismo. Ognuno di noi ha un posto così. Può essere casa, casa dei nonni, casa al mare. Cosa importa dove è. Cosa importa quanto grande o piccola sia. Ciò che importa è il perché siamo legati a quel luogo. I sentimenti che indissolubilmente fanno parte di noi, lì. Da soli o con quel qualcuno che comprende cosa significa per noi.  Saint Barth è una costante della mia vita. Andavo appena potevo ed è sempre stato un momento di piacere estremo. È il mio paese. La vita di tutti i giorni può essere banale qualunque cosa si faccia. Alla fine, è sempre la stessa. Anche se l’azienda nella quale doveva lavorare era quella di famiglia.  L’utilizzo del verbo dovere non è casuale. Filippo doveva lavorare in quella del padre. Non so se una sorta di riconoscenza o di necessità ma l’impressione che ho avuto è che sentisse come un obbligo senza che nessuno glielo avesse imposto. Vendevo prodotti per ufficio. Poi vedevo la linea Saint Barth che è di un amico di mia sorella che dopo essere venuto a volta Saint Barth ritornò a casa dicendo alla madre: facciamo i costumi Saint Barth. È diventato un colosso da 88 milioni di euro. Allora ho detto alla mia famiglia: facciamo lo champagne per gli americani perché tutto ciò che è Saint Barth si vende. Non chiamatela noia di chi è sempre vissuto in un contesto particolare. Le ragioni sono più profonde e intimamente legate proprio a Saint Barth. Magari alla voglia di ritirarsi li per sempre senza smettere comunque di far qualcosa di bello e interessante.  Non è ricerca di successo, non è fuggire alla noia, non è darsi un tono. È la profondità di amore per un luogo incantato che si unisce ad una sottesa repulsione per una attività che non gli si addice. È come quando ti regalano un abito bellissimo che ti sta anche benissimo perché gli altri ti dicono che ti sta benissimo. Ma non lo senti tuo. Non ti senti a tuo agio. Hai bisogno di una maglietta e un paio di pantaloncini per sentirti te stesso. Ma senza rinnegare nulla di ciò che si è e si è costruito. Anzi, grande riconoscenza alla famiglia e al padre. Ha dato da mangiare alla famiglia ma coi tempi è diventato sempre più complicato. Sono arrivate le multinazionali e i piccoli venivano assorbiti. Avevamo comprato anche una società a Roma da una signora che poi morì. Tu devi sapere che sono vittima di una disgrazia in Brasile. Un naufragio. Nel 1998 ero li ad una convention per conto di mio papà. Ero stato affidato alla signora perché non ero ancora maggiorenne. Eravamo andati in spiaggia con tutto il gruppo per fare il bagno e la corrente era talmente forte che ci ha trascinati via. Lei mi diceva: ti devi salvare la vita, ti devi salvare la vita. Non pensare a me, salvati la vita. Sono stato salvato da un pescatore che passava di li e ricoverato all’ospedale San Raffaele. Pensa a te, un distaccamento San Raffaele di Milano a Salvador de Bahia. Questa donna è morta e io ho raccontato la sua storia fino all’ultimo.  Aveva tre figli e il papà di Filippo acquistò l’azienda per garantire loro un futuro visto che lavoravano già nella stessa azienda ancorché alle prime armi.  Una azienda nella quale anche Filippo ha lavorato fino al 2020. Quando poi ha detto basta. Aveva bisogno di altro. Aveva bisogno di creare la sua linea di Champagne Saint Barth. Già so cosa starà pensando qualcuno. Ecco qui uno sprovveduto che non sapendo nulla di vino e di Champagne ha voluto farsi il suo giocattolino con i soldi di papà. Mi spiace per questi malpensanti, ma non è per nulla così perché chi vuole un giocattolino, nemmeno se ne occupa e quando lo fa, è meglio che non ci metta le mani. Filippo ha pensato e curato il suo progetto imprenditoriale nei minimi dettagli.  Non si può produrre uno Champagne se non nello Champagne. Occorreva così un récoltant manipolant e l’ha trovato in Sylvain Pienne a Monthelon, nel cuore de la Marne.  Non c’era una etichetta Saint Barth e l’ha creata omaggiando l’isola con il colore turchese del mare dei Caraibi. Non c’era un brand e l’ha creato usando Rêver Ouanalao dove Ouanalao era l’antico nome di Saint Barth e Rêver il sogno. Il sogno di Saint Barth. Il sogno di Filippo Signorini. Come si gestisce però il lusso per uno Champagne? Non certo con il prodotto visto che di Champagne ve ne sono una infinità (oggi si contano circa 16.000 vigneron e 320 produttori). Serviva qualcosa di unico e speciale e questo non poteva che essere il servizio.  Se il tempo è il lusso del ventunesimo secolo, Filippo lo ha interpretato al meglio riuscendo a consegnare direttamente a casa le bottiglie in massimo ventiquattro ore e con un imballo così sicuro da richiede forza e tenacia per aprirlo.  Ma non solo a casa. Ovunque ci si trovi. Anche in barca dove deve arrivare già refrigerato. Per soddisfare clienti ricchi e viziati? Anche. Ma che c’è di male? Le persone a Saint Barth vogliono tutto per ieri. L’influenza americana nel lavoro è pazzesca perché gli americani, che sono i nostri migliori clienti, ci hanno insegnato come si lavora con il servizio. Se tu sei in casa e non hai voglia di far da mangiare tiri su la cornetta arriva il cuoco in 20 minuti prima con stoviglie e tutto, ti fa mangiare, sparisce e porta via tutto Hai voglia di farti un massaggio? Tiri su la cornetta e in 10 minuti c’è il massaggiatore a casa. Hai voglia di farti i capelli e non hai voglia di andare dal parrucchiere? Arriva il parrucchiere a casa.  Il servizio. Quello che in Italia pensiamo non sia così realmente importante, all’estero è persino più importante del prodotto. Non fosse altro perché si è capito che se non hai il piacere dei goderti qualcosa esattamente quando ne hai voglia e devi dunque attendere, allora il tempo è davvero sprecato. Va bene il servizio ma lo Champagne?  Io l’ho trovato grassamente piacevole.  Io ho avuto modo di assaggiare la versione Tradition, un Brut con il 50% di Meunier, 30% di Chardonnay e 20 di Pinot Noir. L’aggettivo che mi è subito venuto in mente è stato: facile. Difficilmente ci si imbatte infatti in uno Champagne che vuole essere godimento puro senza perdersi in tanta complessità. Ecco, Tradition è proprio così. Mi ha meravigliato perché il perlage è sembrato così inesistentemente fine da perdersi nella luminosità del calice. Poi pochi ma essenziali effluvi che parlano di zest di limone, fragoline di bosco, burrosa pasticceria, gesso, agrumi e tanto minerale. È il Meunier che sembra prevalere sugli altri partecipanti all’opera. Una partecipazione che diventa alternanza in bocca perché qui è lo Chardonnay a dettare legge. Per una volta il Pinot Noir non è protagonista se non in una sorta di grassezza e cicciosità di Tradition. Incredibile la sapidità e quel perlage la cui finezza sbalordisce.  Piacevolissimo il finale con una bocca che rimane fruttata e pulitissima: non imbalsamata come accade per altri Champagne. Sapete con cosa ho voluto provare il Tradition? Non ci credereste mai lo so ma l’ho abbinato ad un semplice prosciutto cotto del supermercato (un signor prosciutto cotto però, il San Giovanni). Il risultato? Da Dio! Questa è la dimostrazione non solo come non occorra aspettare una occasione importante per aprire una bottiglia di Champagne ma di come serva averla in barca il prima possibile! Cominciamo mi sono detto. Piano piano come quando tu apri una bottega: piano piano fai le cose una alla volta, vedi come vanno. Adesso facciamo le esperienze di champagne. Portiamo lo champagne in Guadalupa partendo con l’Air France. Facciamo le degustazioni degli Champagne in Guadalupa con sette partecipanti. Io regalo un’emozione. Io ti regalo la mia esperienza, il mio sogno, ti regalo la mia compagnia, i miei racconti, la mia vita. Questo, io ti trasmetto con il mio champagne: ti trasmetto la mia vita, quello che io faccio, quello che ho fatto, quello che sono.  La conversazione con Filippo è scorrevole, divertente, leggera. Il suo affascinante accento francese rende le idee, la narrazione delle esperienze, i ricordi, profondamente leggeri ed ammalianti. Profondità e leggerezza insieme sembrerebbero un ossimoro, eppure è così che li ho trovati. I suoi racconti come i progetti, nonostante siano meditati e attentamente studiati, sembrano bolle di sapone che galleggiano leggere nell’aria. Non sono vuote, non c’è aria all’interno. Ci sono caldi ricordi e concreti progetti frutto di una visione che non lascia nulla al caso. Una ardente passione che è energia propulsiva. La passione è il ritmo della sua vita. Un sentimento, un approccio mentale che lo conduce a pensare come i sogni si possano realmente avverare. Ma solo lavorando duro e Filippo in questa avventura sta impegnando tutte le sue risorse fisiche e mentali. Oltre che economiche. Ci crede e ci crede fermamente. Sapendo che occorre impegno. Tanto impegno. Quando non è a Saint Barth, vive in Valsassina, vicino il lago. Qui ci sono ancora altri ricordi. Quelli della nonna che voleva una casa in campagna fuori Milano poi venduta alla famiglia Berlusconi. Quelli della casa, costruita dal padre, dove attualmente vive con la moglie. Una grande casa dove Filippo vive da solo fino al giovedì quando la moglie lo raggiunge da Milano. Non è un mondo dorato. Si, magari lo è all’apparenza, per chi non si accontenta della superficie. In lui colgo un senso di tristezza quando mi dice che non avendo figli, il suo sogno si concluderà con lui. Un senso di tristezza che dura meno di una folata di vento. Sono i ricordi felici di Saint Barth che spazzano via tutti gli altri. Sono i pensieri felice di Peter Pan a farlo volare verso luoghi lontani eppure così vicini. Penso di essere una persona con capacità normali. Cerco di sforzarmi di capire dove va il mondo perché non è il mondo che viene incontro a me, ma sono io al servizio del mondo che cambia. La vita un pò come tante finestre: se le lasci socchiuse, non passa l’aria me se le spalanchi, tutto entra.  Filippo è una finestra delle emozioni completamente aperta, spalancata. I suoi sono racconti che riescono a trasportare verso Saint Barth, tra le sue strade, all’ombra degli alberi, nelle ville dei suoi amici. Gli odori, la musica, il calore del sole. Una esclusività spartana che sa di vita vera, non luccicante anche se comunque lussuosa. Di quel lusso che non deve ostentare ma vivere e godere delle possibilità che la vita, in qualche modo, ha regalato.  Mi piacerebbe portare più italiani possibili, insomma perché possano capire cosa è Saint Barth. Quella autentica, quella dove vado alle sei del mattino, al mercato del pesce. Chiacchiero, faccio la mia chiacchierata, bevo il caffè con i locali, sosto all’ombra degli alberi con le bacche dell’eterno sonno (perché se le mangi dormi), fumo una sigaretta mentre la tartaruga che mi passa vicino. Insomma, le esperienze che sono quelle di uno scorrere lento della vita e che sanno di unicità. L’unicità di un lusso che non ha nulla di sfrenato. Neanche nello Champagne Saint Barth che è pur sempre uno Champagne ma per Filippo sembra solo essere un pretesto per poter parlare dell’isola che è e sarà nel suo cuore. Un luogo dove vivere una vita che sente veramente sua. Libera da sovrastrutture e cicli frenetici. Libera da convenzionalisimi e inutilità. Essenziale e definitiva. Lo Champagne Saint Barth, la voglia di far funzionare questo sogno donando sogni è un modo per essere sempre, costantemente, li. Non da solo, ma con chi ha voglia di essere parte del suo sogno inoculandone il suo amore smisurato. Dividere e condividere il suo pezzo di cuore. Dalla villa sul lago di Como, che sembra quasi essere una prigione dorata, un luogo temporaneo e di passaggio, Filippo guarda fuori dalla finestra. Sono certo che la sua mente non è più qui ma a Saint Barth.  Ancora non abbiamo però parlato dell’effetto Madeleine e cosa c’entri con Filippo Signorini. L’effetto Madeleine è un pensiero di Marcel Proust tratto dal libro Alla ricerca del tempo perduto e più precisamente dal primo dei sette volumi dell’opera, Dalla parte di Swann.  Proust racconta di come un odore, un sapore, un gesto o un oggetto possa innescare un ricordo vivido e intenso derivante del passato. Così intenso da diventare irrefrenabile. Trovo che l’effetto Madeleine racchiuda perfettamente il pensiero e l’animo di Filippo con la sua voglia di condividere, attraverso lo Champagne Rêver Ouanalao, non solo i ricordi ma l’irrefrenabile voglia di Saint Barth. Insomma, la sua Madeleine.   Il y avait déjà bien des années que, de Combray, tout ce qui n’était pas le théâtre et le drame de mon coucher, n’existait plus pour moi, quand un jour d’hiver, comme je rentrais à la maison, ma mère, voyant que j’avais froid, me proposa de me faire prendre, contre mon habitude, un peu de thé. Je refusai d’abord et, je ne sais pourquoi, me ravisai. Elle envoya chercher un de ces gâteaux courts et dodus appelés Petites Madeleines qui semblent avoir été moulés dans la valve rainurée d’une coquille de Saint-Jacques.
Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine. Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi. Un plaisir délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause.
Il m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs, sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi. J’avais cessé de me sentir médiocre, contingent, mortel.
D’où avait pu me venir cette puissante joie ? Je sentais qu’elle était liée au goût du thé et du gâteau, mais qu’elle le dépassait infiniment, ne devait pas être de même nature. D’où venait-elle ? Que signifiait-elle ? Où l’appréhender ?   Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.
E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa.
E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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