05 Lug 2024
Suggestioni di Vino

Rossella Cicalese. L’ultimo baluardo

Io pensavo a quante volte, ogni giorno, usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. – Ninte, – come dicono a Gagliano. – Che cosa ha mangiato? – Niente. – Che cosa speri? – Niente. – Che cosa si può fare? – Niente -. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L’altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai. Ma crai significa mai.
Niente e mai. Niente. Non c’è nulla da fare qui Mai. Tanto non cambierà, mai, nulla.

Sono le parole tratte dal libro di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli.

Levi, ancorché medico, era artista, scrittore e pittore, mandato al confino dal Regime Fascista. Da Torino al piccolo paese di Aliano, vicino Matera. Posto ideale per il confino visto l’isolamento e l’arretratezza di quei luoghi. Arretratezza che in parte, purtroppo, continua ancora ai giorni d’oggi. 

La storia di questo libro, divenuto poi un film nel 1979, nulla a che vedere ha con Eboli che diviene, suo malgrado, simbolo di arretratezza (almeno per coloro che non hanno letto il libro o visto il film). 

Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.

Quante volte ci sarà capitato di percorrere l’autostrada A2 (Salerno – Reggio Calabria), imbattersi nel cartello per l’uscita Eboli e pensare a quel titolo. Cristo si è fermato ad Eboli. 

Eppure Eboli nulla ha a che vedere con l’arretratezza. Un paese con la sua storia che parte dalla preistoria e passa per gli antichi greci, i romani, i saraceni, i longobardi. Fino ad arrivare ai giorni d’oggi con i suoi quasi 37.000 abitanti. Il golfo di Salerno proprio dinanzi. Insomma forse Cristo si sarà pure fermato qui, ma male non deve essere stato.

Rossella Cicalese ad Eboli ci è nata e vissuta. Una vita tranquilla. Di quelle che portano i ragazzi (adesso ha poco più di trenta anni) a vivere e studiare per garantirsi un futuro. Anche se Rossella un futuro lo avrebbe avuto nelle attività di famiglia. Ma preferisce studiare giurisprudenza. Si addice di più ad una brava ragazza. 

Strana la vita. Una stranezza di quelle che fanno si che, quando meno te lo aspetti, te ne fanno cambiare il corso. 

Quasi dodici anni fa avevo ventuno anni. Mio nonno aveva dei terreni agricoli ma data l’età, aveva quasi 80 anni, li aveva dati in affitto questi terreni. Stavano per scadere i contratti e non sapevamo cosa farne. Era il periodo dei bandi per aumentare l’agricoltura così che abbiamo iniziato questa avventura. Questa follia.

Impeto giovanile. Incoscienza giovanile. Intraprendenza giovanile. Vallo a capire. Dalle aule e dai libri di giurisprudenza, Rossella si trova catapultata sui terreni del nonno a dover cominciare tutto da zero. Avete letto bene, da zero.

Ero molto incosciente. Dissi di si senza pensarci. Nemmeno mio padre pensava che fosse cosi difficile. Ah beata l’incoscienza. 

Nei terreni di nonno Donato, oggi arzillo novantenne, c’erano piante da frutto e ortaggi. La decisione presa era quella di impiantare una vigna. 

Al tempo però. Non è che Rossella partisse avvantaggiata. Se voleva prendere in gestione i terreni del nonno, si poteva fare. Non fosse altro che di tutti i nipoti lei era l’unica che si era fatta avanti per gestirli. Servivano però i fondi. Senza soldi non si canta messa!

Papà mi ha supportato con la banca per i finanziamenti. Ad una giovane non avrebbero mai dato i soldi. È penalizzante per i giovani. Poi mio nonno mi ha aiutato. Non avevo studiato per questo. Concimazione, potatura, ecc. poi ci siamo affidati a delle persone. Mi serviva però recuperare la tradizione

Le tradizioni. Quelle di un tempo andato. Magari proprio quando Carlo Levi passava di qui per andare al confino in Lucania. Solo che allora Rossella nemmeno era in programma. Nonno Donato c’era e lavorava nei campi. Nei suoi campi. Che solo L’avanzare degli anni e la fatica accumulata non gli consentivano più di gestire. 

I ricordi di Rossella bambina sono quelli dei giochi della domenica in giardino o in campagna con il nonno a raccogliere la frutta. Ricordi che si perdono nella memoria per poi riaffiorare nell’animo, negli odori di quelle domeniche in famiglia. 

È stato bello stare con nonno tutto il giorno. Nonno ha insegnato tutto. Quando io ero piccola andavamo a raccogliere le pesche, le albicocche…non in vigna. 

Con nonno Antonio andavo anche io in campagna. A Camigliano c’erano le piante di nocciole, di albicocche, di fichi. Ogni odore che è nella mia mente lo devo a lui. Ogni sensazione legata alla terra, ogni ricordo tattile ed olfattivo, parte da li. Le domeniche in campagna con nonno Antonio.

Rossella mette da parte gli studi di giurisprudenza e inizia quelli della terra. Gli ettari da coltivare sono quattro e mezzo su due siti. Nemmeno poi tanto vicini. C’è quello di Eboli, in pianura. C’è quello di Perdifumo nel pieno del Parco del Cilento. 

Siete mai stati nel Cilento? Vi consiglio caldamente di andarci. Gente meravigliosa. Luoghi meravigliosi. Cibo meraviglioso. Vino meraviglioso. 

Oltre cinquanta chilometri separano le due vigne. Se già era follia partire da zero, partire con due vigne così distanti era follia al cubo.

Rossella non è una che si abbatte per poco. Sarà pure incosciente come dice lei, ma tosta è tosta. Le idee ben chiare. La voglia di lavorare che non la spaventa. L’umiltà che non le manca.

Ecco, l’umiltà. Quando sai che non sai, chiedi. Ma devi saperlo di non sapere.

Si affida ad un agronomo per capire i terreni e ad un enologo per decidere cosa impiantare e che vini fare. 

Eravamo vincolati dai disciplinari per i parametri da seguire. La Regione impone in qualche modo.  Abbiamo fatto le analisi del terreno per capire cosa fare. Ad Eboli il terreno era molto utilizzato per ortaggi e frutta. C’era dunque molta sostanza organica che ha consentito di entrare in produzione subito. A Perdifumo era incolto, dunque è stato più duro.

Dalle barbatelle alla prima vendemmia i canonici tre anni. Duri e lunghi durante i quali Rossella in parte studia sui libri dell’università, in parte in campagna. 

Dopo la banca abbiamo iniziato con nonno e il mio cuginetto piccolo in vigna. Era la terra dove ero cresciuta. Nonno prima non lo vedevo spesso. Prima ci andavo la domenica ma no durante i giorni. 

Studia per la vigna. Si affianca ad una agronoma, sorella dell’enologo, poi a quest’ultimo. Piano piano cresce fino ad arrivare ad essere da sola in vigna. A cavarmela da solo. A riconoscere le patologie, a capire il tempo giusto per fare le cose.

Ho fatto un corso da sommelier ma ora ne faccio un altro con una didattica più severa. In cantina c’è l’enologo ma io lo sto affiancando.

I tratti del carattere forte e perfezionista di Rossella si delineano dalle sue parole. All’apparenza mite come forse “deve” apparire una donna del sud. Nella sostanza determinata e decisa. Sa cosa vuole per la sua azienda. Sa cosa vuole dai suoi vini. 

L’azienda. Nemmeno poteva immaginare cosa potesse essere gestire una azienda. Nemmeno aveva idea di come si coltivasse una terra, una vigna. Nemmeno era nei suoi programmi essere una vignaiola. Adesso invece, da dodici anni, l’azienda che porta il suo nome, Rossella Cicalese, è una realtà. 12.000 bottiglie che nelle annate pre covid arrivavano a 17.000. 6 tipologie di vino con la scelta di rappresentare a pieno il territorio. Aglianico e Fiano dalla vigna di Perdifumo; Aglianico in due versioni di rosso (acciaio e botte), un rosato e una bollicina blanc de noir Charmat. 

Il mio obiettivo è rappresentare il territorio. Infatti abbiamo scelto principalmente acciaio. Entrambe le vigne sono vicino al mare. Dunque i vini sono sapidi e fruttati. Siamo fortunati perché abbiamo delle condizioni che ci permettono poche lavorazioni in vigna. Anche la scorsa annata è andata bene ma ho dovuto lavorare tanto. 

Evoli è il primo Aglianico che ho assaggiato. Un omaggio alla cittadina di Eboli il cui nome medioevale era proprio Evoli. Un colore scuro ed impenetrabile che torna anche nei sentori di frutta nera non ancora matura. Arriva la freschezza e la vinosità a rappresentare a pieno un territorio. Schietto e sincero tanto da pizzicare il naso e stimolare i sensi. Quanto è differente dai maestosi e duri Aglianico dell’Irpinia. 
Le ciliegie nere sono quelle del vicino Cilento, le more quelle dei rovi, il vegetale della natura circostante. Un non so che di speziato di pepe e liquirizia arriva a ricordare epoche saracene. Ma la ciliegia, quanto è buona la ciliegia che emerge prepotente!
Il sorso è fresco e i tannini hanno la loro importanza: è pur sempre un Aglianico in fondo. In bocca è evidente una certa pastosità. Una avvolgenza in grado di trasmettere il frutto dal naso alla bocca coinvolgendo i sensi. Ha certamente bisogno di un cibo per accompagnarlo ma per quanto è buono, per quel senso di frutta viva, polposa, quasi da mordere che arriva prepotente in bocca, lo berresti per risentire questa incredibile sensazione. Insomma, sa di buono. Ottimo bilanciamento e chiusura di bocca precisa. Non una grandissima struttura ma meno male che ci sono vini così!

Poggio alle noci. Prende il nome dalla collina del poggio di Perdifumo da dove si domina il mare del Cilento. Riposa in botti di rovere da 500 litri per almeno un anno prima di passare in bottiglia. Colore rubino vivace. Sentori di frutta nera e rossa, polposa ma ancora non matura. Prevale il sottobosco con una nota di erbaceo che sa di fresco. La ciliegia polposa, quella del Cilento, si unisce alla prugna, alla arancia sanguinella e ai fiori rossi. Arriva anche un pò di balsamico ad allargare le narici. Il connubio tra l’agrume e la frutta polposa fornisce una bella sensazione di freschezza con il sottobosco ad impreziosire. Le note di noce moscata, cannella e pepe arrivano senza disturbare.
Il sorso è intenso e poderoso. Non sembra un Aglianico del Cilento, semmai quasi un Taurasi. Molto intenso, vivo, energico tanto da necessitare un giusto accompagnamento. I tannini sono maturi e impattanti ancorché mitigati dalla freschezza. Il calore percepito si nasconde nonostante i suoi 14°. La persistenza non è lunga e la bocca chiude bene.
In sostanza è un Aglianico vero. Non per tutti. Non per tutte le occasioni. Da solo è spigoloso ma abbinato a qualcosa di succulento diventa avvolgente, fluido, attrattivo a dimostrazione di come solo “insieme” la meraviglia ha inizio.

Fluminè è il Fiano. Bello nel calice per la luminosità del giallo paglierino. I sentori sono immediatamente vinosi con una mandorla che si nasconde tra gli agrumi. Vengo catapultato immediatamente nel Cilento per via dell’aroma di limoni, tenue e non invasivo. La mela e la pera vengono invece avvolti nello iodio così che sembra di respirare il mare direttamente dalla riva. I fiori bianchi mi trasportano in un campo dove l’erba è appena stata tagliata e le balle di fieno sono in bella mostra. Il fiore di sambuco impreziosisce il tutto. L’olfatto lascia presagire freschezza e sapidità.
Il sorso in effetti appare immediatamente fresco, moderatamente caldo, secco e con quella sapidità che supporta un interessante equilibrio. La chiusura di bocca mi piace per un meraviglioso agrumato che pulisce il cavo orale in maniera raffinata. La voglia è quella di un nuovo sorso. Una voglia irrefrenabile.
Insomma, una espressione di Fiano non opulenta e dotata di giusta morbidezza e freschezza. Senza eccessi per una bellissima serata tra amici.
Purtroppo non basterà una bottiglia

Angel è lo spumante da Aglianico. Rossella non me lo ha detto ma suppongo sia dedicato al papà. Angelo appunto. 
Non ci si aspetta tanto da una bollicina metodo Charmat della Campania. Nel calice i sentori sono di agrumi, di pesca a pasta bianca e di quel pane che qui generalmente si chiama “cafone” (ma quanto è buono!). Semplici e tipici delle bollicine di tutta Italia. In bocca però dimostra una certa finezza e freschezza. Mozzarella di bufala, una pizza con i friarielli (non sapete cosa sono??) o un “cuoppo” di fritti e avrete svoltato il pasto.

Per intenderci i friarielli sono essenzialmente le cime di rapa che in Campania si friggono. Da qui il nome. Per rimanere in tema frittura, il cuoppo è il nome onomatopeico del cono di cartone nel quale vengono messi gli svariati ingredienti della frittura napoletana: la pasta cresciuta, la crocchè (crocchetta di patate), pesce, frittatina di pasta (dovrebbe essere tipicamente “avanzata” dal giorno prima ma vallo a dire ai NAS), verdure in pastella, mozzarelline fritte, fiori di zucca, ecc. Insomma una bella botta al colesterolo del quale, una volta ingerito il primo pezzo ce ne si dimentica senza rimpianti. 

Vini di una azienda tradizionale che punta al biologico. Che sta voltando piano piano verso tecniche moderne puntando alla qualità. 

Stiamo facendo la lotta integrale ma diventeremo biologici. È complicato anche perché le coltivazioni attorno non lo sono. Ho delle aziende come punto di riferimento e voglio diventare come loro. C’è una azienda del territorio che fa poche bottiglie ma riesce ad avere un prezzo medio alto. Due tre etichette di qualità e rappresentativa del salernitano (a Montevetrano). Un’altra è famosa ma non voglio diventare lui per le dimensioni ma per l’ottica di poter rappresentare il territorio per i prodotti oltre il vino: olio, confetture, ecc. dare un servizio al clienti ed offrire. Il contato con il pubblico mi piace molto.

Una volta assaporata l’azienda e le possibilità del territorio, per Rossella l’appetito vien veramente mangiando. O bevendo. Di certo non si ferma Rossella. Ha capito che per valorizzare il territorio e la sua azienda c’è bisogno di farla conoscere. L’accoglienza ad esempio. Anche se il covid ha dato una vera mazzata all’economia locale e alle aziende.

Nel 2019 la mia sembrava veramente una azienda. Esportavamo in Francia. Era positivo. Avevamo avuto un articolo su un giornale di Napoli. Dopo la prima vendemmia del 2015. Soddisfazioni. Poi il covid ha azzerato tutto. Facendo le corna quest’anno sta andando bene. La soddisfazione è quando iniziano a contattarti i clienti. Se continuasse cosi sarebbe ottimo.

Adesso Rossella vive nella vicina Battipaglia con il suo compagno Gianluca che non si tira indietro anzi, da una mano in vigna e nella parte commerciale. Ha sposato la causa oltre che Rossella (ancora no ma mi sa che è questione di poco tempo…). Nonno Donato continua ad essere presente nonostante i tempi non siano più quelli di prima e lui non ci si ritrova tanto. Va con Rossella in vigna e penso gli brillino gli occhi a vedere una sua nipote che si prende cura delle sue terre. 

Papà Angelo partecipa anche se lascia fare a Rossella. Ha la sua attività che gestisce insieme al fratello di Rossella. 

Mio nonno ha sei nipoti. Anche da parte di mio padre erano agricoltori ma nessuno dei nipoti ha continuato. Sono l’ultimo baluardo dell’agricoltura. Sono pure l’unica che dovrebbe laurearsi. Manca solo la tesi. Questa scelta, comunque la rifarei perché. No posso negarlo.

L’ultimo baluardo. Che meravigliosa visione. Forse Rossella non ci ha mai riflettuto sopra o forse l’ha fatto senza badarci più di tanto. Però la sua scelta ha evitato la fine di quel ciclo che portava un tempo le terre a rimanere all’interno della famiglia. Per il bene della famiglia. Per la continuità della famiglia. Difficile trovare oggi ragazzi che, come Rossella, virano completamente il corso della loro vita scegliendo di rimanere e scegliendo di impegnarsi nella terra. A queste persone, a Rossella, è dedicato il mio impegno e la mia voglia di raccontare queste storie.

Grazie Rossella, per il dono che mi hai fatto raccontandomi la tua.

Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.

Forse adesso, non è più cosi. Anche grazie a ragazze come Rossella Cicalese

 

 

Ivan Vellucci

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