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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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2 Dicembre, 2021

Francesco Celante, l’imprenditore con le “farfalle nello stomaco”

Folgorati, innamorati, estasiati…è cosi che ci siamo sentiti quando abbiamo aperto il nostro Salotto di Vino a Francesco Celante. Sono bastate solo un paio d’ore in un mite pomeriggio di inizio Novembre, insieme al presidente di Rotas, passate a passeggio per il suo parco naturale (nel centro di Treviso), per capire che di fronte a noi non c’era solo un lungimirante imprenditore, che ha avuto la capacità di scrivere la storia delle etichette di Vino in Italia, ma che eravamo in compagnia di un grande personaggio in grado di trasmettere con la sua dialettica l’amore e la passione per il suo lavoro. Un viaggio che abbiamo il piacere di condividere con i nostri lettori nella video intervista che trovate al termine di questo articolo e se pensate che 17 minuti e 24 secondi siano tanti per un’intervista…beh non avete mai avuto il privilegio di parlare con Francesco. “In futuro avremmo solo o dovremmo avere solo, persone che fanno quello che fanno per amore” Francesco Celante e le “farfalle nello stomaco” che gli hanno permesso di innamorarsi e di far innamorare tanti del suo lavoro…le farfalle dicevamo, ma non solo nello stomaco, perché lui le ha volute anche nel suo “parco cittadino” di Treviso e le alleva con cura in ventidue diverse specie. Francesco è trevigiano di Chiarano ed è titolare della Rotas, azienda leader di stampa di etichette per vino e non solo, guida la sua azienda da 54 anni ed 8 mesi dal maggio del 1967…una vita piena di cambiamenti ed entusiasmo ed oggi con i volumi di vendita impressionanti (400 milioni di pezzi di ottomila varietà ogni anno) è il simbolo dell’Italia che innova e che con passione supera ogni difficoltà. Ci ha colpito molto il racconto della sua storia, di quando da giovane ha deciso che voleva prima realizzare una miniera e tirare fuori “le cose dalla terra”  e poi ha pensato che la scelta migliore fosse quella di creare un allevamento di pesci, per questo grazie all’aiuto del padre ha seminato 200.000 avannotti comprando una deriva di un fiume ma purtroppo i pesci sono morti tutti in poche settimane e quindi ha capito che doveva trovare la sua strada, perché:  “ …non tutti possono fare tutto!” Da qui in poi il successo nel 1966 costruisce (esempio unico al mondo in questo settore dopo Gutenberg) la prima macchina per stampare in bobina e nel 1967 fonda Rotas. Un cammino continuo di innovazione e ricerca per stupire e per fare la differenza con un’attenzione maniacale all’ecosostenibilità con un impegno concreto fin dal 1967. Una voglia di innovare la sua continua come dimostra il deposito del brevetto nel 1980 per immagini e disegni 3D con questo brevetto è andato all’MIT (Massachusetts Institute of Technology) per parlare di tridimensionalità, quando contemporaneamente la musica di sentiva nelle cassette e la televisione e le radio erano gli unici mezzi di comunicazione insieme alla stampa. Insomma non resta che ascoltare la forza di questo impressionante personaggio che come ci racconta: “Io non sono mai soddisfatto di niente il mio obiettivo è sempre domani” A cura della Redazione   
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1 Dicembre, 2021

Riccardo Rabuffi ed il suo impegno per la valorizzazione del MADE IN ITALY

Conosco Riccardo Rabuffi da poco, da qualche mese, da quando un po’ all’improvviso si è presentato alla mia porta in compagnia di Federico Gordini per parlarmi della grande kermesse che è stata la Milano Wine Week. Se l’abito non fa il monaco spesso sono i silenzi a parlare e chi sa ascoltare, mi ha insegnato l’esperienza, è in grado poi di agire in modo più efficace e lineare, sia nei rapporti umani che negli obiettivi che si prefigge. Riccardo ha parlato poco, ma realizza molto. Il suo percorso di studio e lavorativo è davvero molto ricco di tappe importanti, e lo dimostra il suo recente ingresso nel consiglio direttivo della Camera di commercio Italiana per il Sud est asiatico. Ma partiamo da più lontano, dal percorso di studio iniziato presso una scuola inglese, seguito dalla laurea in politiche e relazioni internazionali e concluso con un corso post laurea in cooperazione internazionale allo sviluppo. Proseguiamo poi con le esperienze di lavoro, che portano Riccardo a lavorare in Ghana come country Manager per un’azienda italiana che si occupa di import export, esperienza umanamente forte, che gli lascia il segno e gli lascia un rapporto importante con il suo attuale socio, Lorenzo, conosciuto in Africa (lavorava in Croce Rossa in Congo) e ritrovato in Italia.  Tutto vero, Lorenzo lo conoscevo già da prima dell’Africa. Il fatto che fosse anche lui in africa in quel periodo è stata una bella coincidenza. Proprio dal legame Italia-Africa che Riccardo e Lorenzo hanno vissuto sulla propria pelle parte l’avventura di Beacon, che vuole essere una società ponte fra due mondi diversi. Non si parla di semplice import-export ma di vera e propria internazionalizzazione delle realtà italiane che Beacon rappresenta e porta in West Africa. Dall’Africa al Sud Est asiatico il passo non è breve ma vien da sé dopo due anni di attività con centro a Londra, dove Riccardo e Lorenzo aprono una sede, e dopo il coinvolgimento nella grande kermesse di Expo 2015. Verso l’infinito e oltre (cit.) pare il motto che spinge Beacon, che passano dai mondi della meccanica e della produzione della carta al meraviglioso mondo del food & Beverage intuendo che in Italia, a questo settore, l’internazionalizzazione manca, quasi non si sa esattamente cosa significhi. Cosa significa internazionalizzare un’azienda italiana del settore food & beverage- chiedo ironicamente a Riccardo. Internazionalizzare significa seminare in paesi esteri per raccogliere i risultati dell’operazione nel tempo. Non significa semplicemente vendere, significa raccontare, portare il proprio prodotto e la propria cultura oltre il proprio confine nazionale; significa creare legami, fidelizzare, far comprendere; significa realizzare eventi, attività operative, missioni imprenditoriali. Significa spendersi in prima persona per creare legami umani oltre che imprenditoriali.   Legami umani, ci vado a nozze: mi hanno sempre detto di non mescolare personale e professionale… mi sono sempre chiesta come si fa e non l’ho ancora imparato. Comunque da Expo al Fuorisalone, alla Milano Wine Week le esperienze e le collaborazioni di Beacon continuano a maturare, ma ovviamente subiscono una battuta di arresto a causa della pandemia.”Che effetto ha avuto sulla Vostra realtà?”- chiedo a Riccardo nella nostra chiacchierata. Cosa ha confermato e cosa ha cambiato dal vostro punto di vista?” L’estero è sempre in fissa con il Made in Italy, a quanto pare, e ciò ci rincuora. Forse la lontananza fa crescere il desiderio e appena sarà possibile i turisti stranieri torneranno in massa…in ogni caso la richiesta di prodotti italiani del mondo food e bevarage non cala assolutamente e non è calata nei due anni passati. La pandemia ha contribuito a rendere il consumatore finale più indipendenti nelle sue scelte, soprattutto se si parla di vino. Il tempo libero forzato e l’isolamento necessario hanno spinto a informarsi direttamente e molti hanno avuto il tempo per raffinare i propri gusti e le proprie esigenze. Il virtual tasting è diventato abitudine, fornirsi direttamente dal produttore più semplice e diffusa come abitudine. Questo ha determinato poi un cambiamento anche nel settore Horeca, che deve adeguarsi se non vuole perdere clienti più esigenti, che hanno voglia di essere stupiti. Quindi vediamo una spinta, che arriva direttamente dalla base, verso il consumo e la ricerca delle produzioni particolari, di nicchia, oltre ad un forte interesse per tecniche di produzione naturali, rispettose, per vitigni autoctoni. E’ necessario ripensare al mondo del vino, al modo di comunicarlo, raccontarlo, sceglierlo, a partire dalle aziende produttrici, passando attraverso realtà come la nostra che ha il compito di trovare il giusto palcoscenico per produzioni eccellenti e che vadano incontro alle richieste attuali del mercato. Noi siamo gli interpreti, l’anello di congiunzione tra produttore e distributore, cerchiamo di trasformarci nel megafono di una serie di valori che il vino, e il vino italiano in particolare, rappresenta sui mercati stranieri. E’ un lavoro affascinante, mai uguale a sé stesso, estremamente creativo e al contempo che richiede un altissima professionalità, un continuo aggiornamento, una grande capacità di adattamento e comprensione delle culture altre, dei paesi dove vogliamo condurre i nostri clienti. E’ una sfida culturale prima che economica e oggi sappiamo che un’azione di internazionalizzazione di un’azienda in realtà porta con sé e può aiutare l’economia di un intero territorio, più o meno direttamente. I confini si sono allargati, nonostante si sia rimasti tutti fermi e chiusi per due anni. E’ un’occasione incredibile, un cambio di prospettive che è avvenuto in silenzio e repentinamente, una sfida stimolante. Bisogna iniziare a ragionare seguendo modelli di promozione integrata, tra produttori, anche di settori diversi, e territori. Le reti saranno la chiave di volta del cambiamento. Ci crediamo talmente che noi stessi abbiamo creato una rete di imprese di nome PAG MILANO per fare sistema e rafforzare il nostro operato.   Torniamo indietro ora, e chiudiamo il cerchio, con il recente ingresso di Riccardo nel consiglio direttivo della Camera di commercio Italiana per il Sud est asiatico. La Camera è riconosciuta dal ministero degli esteri ed è composta da una selezione di professionisti che ricoprono sia ha un ruolo istituzionale che operativo accompagnando le aziende italiane nei percorsi di internazionalizzazione verso l’area interfacciandosi con le principali istituzioni locali e con i principali operatori economici. Grazie a questa nomina rafforziamo enormemente la rete di relazioni nei paesi del sud-est Asia entriamo in contatto diretto con i principali Player dei paesi coinvolti garantendo quindi un ulteriore grado di affidabilità, sicurezza e finanziabilità dei percorsi di internazionalizzazione per i nostri clienti.  Quindi lasciamo prendere per mano da Beacon e lasciamoci condurre verso nuove fantastiche avventure e conquiste. A cura di Francesca Pagnoncelli Folceri 
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30 Novembre, 2021

Tenuta di Trinoro, nel sud della Toscana, la quinta essenza del rosso

Siamo in un remoto angolo della Toscana meridionale, geograficamente a sud di Perugia ed a neppure 180 chilometri da Roma. I 200 ettari dell’azienda si trovano in una zona priva di tradizione vitivinicola, all’inizio della Val d’Orcia, vicino a Sarteano, dove la Toscana si fonde con l’Umbria e il Lazio. E’ in questo territorio dolcemente collinare che nasce Tenuta di Trinoro, nota per i suoi ricchi e complessi vini rossi da invecchiamento. Il produttore e proprietario, Andrea Franchetti, che oggi ha anche la splendida tenuta di Passopisicaro in Sicilia e di Sancaba a San Cassiano dei Bagni, ha acquistato la proprietà negli anni 80 e ha cominciato a piantare nei primi anni 90. La sua formazione come vitivinicoltore inizia nel Bordeaux dove apprende l’importanza del terroir. A Trinoro i terreni sono argillo-calcarei e ghiaiosi molto simili a quelli della zona del St. Emilion. Solo alcuni terreni però si dimostrano adatti alla viticoltura e questi vengono recuperati dalla macchia e piantati nello stile del Bordeaux: alta densità d’impianto, sesto di un metro per un metro, con innesto di marze provenienti da vecchie proprietà del Pomerol. I vigneti si estendono per 23 ettari su pianure e pendii esposti a sud e ad altezze che variano tra i 400 e i 620 metri. Gli impianti sono in prevalenza di Cabernet Franc e Merlot, con il Cabernet Sauvignon e Petit Verdot presenti in misura minore. L’alta densità di impianto, il diradamento drastico dei grappoli, le basse rese, la piena maturazione fenolica e la concentrazione dei vini danno luogo a uno stile unico ed inconfondibile. I vini sono estremi nel profumo, nel colore e nel sapore, godibili da subito ma concepiti per un lunghissimo invecchiamento. Tra tutti i suoi vini, il Tenuta di Trinoro rappresenta la massima espressione dello stile vinicolo di Andrea Franchetti. L’assemblaggio di uve di Cabernet Franc, Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, provenienti dalle migliori vigne, piantate sui terreni più poveri composti da detriti di roccia calcarea e argilla, varia di anno in anno in modo da interpretare al meglio l’annata in corso. Il Tenuta di Trinoro non è frutto di una ricetta prestabilita, ma dell’ispirazione e intuito del suo produttore. Questo vino super-tuscan interpreta al meglio le caratteristiche dei suoi vitigni bordolesi e del particolare terroir presente in questo remoto angolo della Toscana. Lo stile unico di Andrea Franchetti è palese in ognuna delle sue annate. Ricchezza, concentrazione, profondità e complessità sono i capisaldi di questo stile. A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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23 Novembre, 2021

Conti Thun - La Wine hospitality sul Garda

Conti Thun si trova sulle dolci e assolate colline della Valtènesi, il territorio vitivinicolo della zona sud occidentale del Lago di Garda. La Valtènesi gode di una posizione geografica privilegiata e la vicinanza al lago di Garda offre all’ambiente circostante un costante clima mediterraneo. Le colline poste ai piedi delle Alpi, sono famose per essere i luoghi italiani più a nord dove crescono ulivi e limoni. Una terra di origine morenica, da sempre vocata all’agricoltura, ideale per produrre vino e olio di alta qualità. In queste dolci colline, punteggiate da incantevoli paesini, è facile lasciarsi avvolgere da un benessere che parte dalla natura, ricca di profumi e colori irresistibili, intervallata da paesaggi mozzafiato. Il progetto di Ilona e Vittorio parte da una piccola produzione artigianale, ispirata dall’amore e dal rispetto per la natura, nel segno di una gestione familiare genuina e di qualità. La tenuta si estende per 15 ettari di vigneti ed uliveti, al centro dei quali sorge il Casale Masserino, struttura che risale al XVIII secolo, cuore pulsante della produzione, che ospita la zona di vinificazione, la barricaia ed il wine bar. I vini sono prodotti con passione e rispetto per l’ambiente, senza uso di concimi chimici e diserbanti in vigneto. Nascono tutti da varietà autoctone, vitigni adatti ai nostri terreni, condizione essenziale per ottenere prodotti di qualità. L’amore per la natura e i frutti che essa offre, la convivialità e la bellezza che nasce dalla semplicità sono la filosofia Conti Thun. I vigneti ed uliveti sono lavorati con passione e rispetto, senza l’utilizzo di erbicidi e pesticidi, raccogliendo i frutti della nostra terra manualmente. I vini nascono da uvaggi autoctoni quali Groppello Gentile e Groppello di Mocasina, affiancati da uve più diffuse a livello nazionale ed internazionale: Sangiovese, Barbera e Marzemino le varietà a bacca rossa, Riesling Italico, Incrocio Manzioni bianco e Riesling Renano quelle a bacca bianca. La produzione di vini rosè, tipici di questa terra, nascono dalla selezione delle uve in campagna e successivamente in cantina. Importante per Conti Thun è mantenere la qualità delle uve e la loro freschezza come appena raccolte, per produrre vini di alta qualità. Per fare questo utilizzano un sistema di refrigerazione e controllo delle temperature, partendo dall’uva non ancora lavorata fino al vino in affinamento. I vini che maggiormente mi sento di raccomandare sono anch’essi quelli autoctoni di questo territorio ed in particolare trovo sfiziosi quei vini frizzanti che portano il nome di donna, come le Bolle di Micaela, un vino che nasce dalla pressatura del Groppello proveniente da parcelle di vigneto vendemmiate anticipatamente. Il grappolo viene diraspato e, dopo aver abbattuto le temperature, l’uva viene pigiata in pressa a polmone. La fermentazione è controllata, in vasce di acciaio inox. E’ uno spumante metodo Martinotti, pertanto la rifermentazione avviene in autoclave. Per degustare questo e molti altri prodotti, oltre che per assaporare una splendida giornata sulle sponde del Garda lombardo, suggerisco di prenotare con anticipo presso la residenza dei Conti Thun Ora non vi resta che partire per una splendida gita! A presto A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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19 Novembre, 2021

San Leonardo è #vinosostenibile

In questo articolo ho l’estremo piacere di raccontarvi la storia di una delle cantine che più mi affascinano e del loro modo di interpretare il #vinosostenibile. San Leonardo si trova nel Trentino del sud, in particolare ad Avio ad una manciata di passi dal confine veneto, un giardino di vigne e rose ai piedi delle imponenti montagne trentine, ovvero il Monte Baldo e i Monti Lessini, che proteggono e smorzano i freddi venti nordici ed accolgono le temperate brezze del lago di Garda. Da alcuni anni ormai conosco il San Leonardo, vino più celebre e rappresentativo della prestigiosa omonima Tenuta, dotato di rara eleganza e fascino, ha sempre saputo emozionarmi e, come in pochi altri casi nel mondo del vino, farmi pensare con estrema sicurezza alla parola eccellenza. Per chi non lo conoscesse, è un taglio bordolese di grande longevità composto da 60% Cabernet Sauvignon, 30% Carmenère e 10% Merlot, che segue una fermentazione spontanea in piccole vasche di cemento per circa 15/18 giorni, con svariati rimontaggi giornalieri e délestage, cui segue un affinamento per 24 mesi in barriques di rovere francese di primo, secondo e terzo passaggio. L’annata 2016, da poco in commercio, è stata più attesa delle altre avendo passato in bottiglia un periodo più a lungo per dotarsi di un carattere ancor più armonioso. Facendo un piccolo passo indietro sulla storia di San Leonardo scopriamo che, più di mille anni fa l’edificio che oggi ospita l’azienda era in realtà un monastero all’interno di un piccolo borgo dove oggi le case, dal tipico aspetto trentino, ospitano gli uffici, la cantina, l’antico granaio adibito a museo e vari capanni di servizio dell’attività agricola. Da oltre tre secoli la Tenuta è la residenza dei Marchesi Guerrieri Gonzaga che ne sono appassionati custodi. Carlo Guerrieri Gonzaga, il primo vero enologo della famiglia, dalla fine degli anni ’60 ebbe il compito di gestire in prima persona il patrimonio agricolo familiare. Guidato dalla curiosità per i grandi vini, Bordeaux in primis, decise di studiare enologia a Losanna e approfondire le conoscenze con viaggi di studio in Francia ed in Toscana. Proprio qui, nella proprietà di San Guido, iniziò la lunga e proficua collaborazione con Mario Incisa della Rocchetta, che lo introdusse a tutti i segreti del blend bordolese divenendo a tutti gli effetti il suo “padrino enologico”. Da diversi anni anche Anselmo, figlio di Carlo Guerrieri Gonzaga, innamorato di questa terra trentina, ricalcando le orme del padre è impegnato a tempo pieno in azienda come amministratore. È proprio con Anselmo che ho avuto il piacere di affrontare i temi della sostenibilità e del rispetto per l’ambiente, ed è intervistandolo che ho colto l’estrema attenzione ai temi green e la serenità con cui si è consapevoli di fare la cosa giusta per preservare le risorse naturali ed il territorio che accoglie la Tenuta. La superficie aziendale ricopre in tutto 300 ettari. A partire da un’altitudine attorno ai 150 metri s.l.m. si trovano i 30 ettari di vigneto a bacca rossa (i vini bianchi dell’azienda infatti non vengono prodotti nello stesso luogo). Su terreni ricchi di ciottoli, che furono il letto di una diramazione dell’Adige, sono state piantate le vigne del Merlot mentre è prevalentemente un suolo sabbioso quello che accoglie il Cabernet Sauvignon e le antiche vigne di Carmenère. La frase che appare aprendo il sito web dell’azienda è “la terra è l’anima del nostro mestiere” e parlando con Anselmo ne ho compreso appieno il motivo. Questo motto va a sintetizzare l’intento dell’azienda di mettere al centro la natura, il paesaggio, il territorio, la condizione climatica, tutti fattori che portano unicità e esclusività alla produzione insieme, ovviamente, alla mano sapiente dell’uomo che chiude il cerchio con il proprio lavoro. Nel 2015 San Leonardo ha iniziato il percorso di conversione all’agricoltura biologica che si è concluso con successo alla fine del 2018 ottenendo la certificazione. Nello stesso anno la Tenuta è stata certificata amica della biodiversità dall’associazione BWA Friends of Biodiversity, a testimonianza del grande impegno di San Leonardo nel preservare il suo territorio e nell’essere attenti alla conservazione delle risorse naturali. In vigna vengono effettuati solo diserbi meccanici, senza quindi utilizzo di erbicidi che andrebbero a creare squilibri e impoverire il terreno, ed in cantina le fermentazioni sono condotte solo da lieviti indigeni. Ma i comportamenti virtuosi non sono certo solo quelli in vigna: l’essere biologici e rispettosi della biodiversità sono tasselli, importanti, che fanno parte dell’essere sostenibili, ma che ne rappresentano solo un di cui. Sostenibilità significa infatti, oltre alla tutela del vigneto e della terra, anche il rispetto della dimensione sociale, economica e, per quanto applicabile al caso, di quella industriale (processi, energia, stoccaggio, imballaggi, trasporti, ecc.). Parlando con Anselmo emerge come a San Leonardo vivono famiglie che da generazioni si tramandano il sapere e l’arte di lavorare la terra e molte delle persone che partecipano alla creazione dei vini della tenuta sono addirittura nate e cresciute in quei luoghi, contribuendo a determinarne il carattere e l’identità, con senso di armonia, appartenenza e benessere socio economico. I consumi energetici aziendali sono estremamente bassi, non essendoci particolari sofisticazioni dei processi che, rientrando in quelli tradizionali della vinificazione in rosso, vengono effettuati ad esempio senza refrigeratori, grazie anche in questo caso alla temperatura naturale che rende possibile il raffrescamento della cantina. La Tenuta, inoltre, si è dotata da diversi anni di un impianto fotovoltaico di circa 20 kW che produce energia dal sole. La barricaia, magico luogo in cui maturano i vini, è sita in un locale sotterraneo in cui viene sfruttato anche in questo caso l’aiuto della natura. Grazie alla temperatura del suolo adatta e pressoché costante, non ha bisogno di essere condizionata lasciando come unica operazione necessaria il solo ricambio d’aria utile a prevenire gli eventuali eccessi di umidità. All’interno dell’azienda ed in tutte le fasi della produzione, continua Anselmo, è importante minimizzare la produzione di rifiuti plastici, utilizzando ad esempio solo nastri adesivi di carta e solo imballaggi con cartoni certificati FSC. Con lo sguardo al futuro, Anselmo mi conferma che è intenzione dell’azienda dotarsi anche di una certificazione che riguardi nello specifico la sostenibilità, ma questo sarà un passo solo per mettere “nero su bianco” un comportamento che già è intrinseco alla loro filosofia. Per la certificazione si sfrutterà uno dei meccanismi attualmente presenti nel panorama dei sistemi attuali oppure il futuro sistema unico di certificazione della sostenibilità della filiera vitivinicola che è in corso di definizione a livello nazionale (vi è infatti la volontà, contenuta nel Decreto Rilancio pubblicato a metà 2021, di racchiudere tutti i principi su cui si basano le attuali certificazioni, già presenti per il settore, in un protocollo unico ed univoco ancora in fase di concretizzazione e definizione). È bello sapere che l’eccellenza di San Leonardo ha nel suo DNA l’amore per la terra e per il proprio lavoro insieme alla volontà di lasciare alle generazioni future il pianeta meglio di come lo abbiamo trovato. A cura di Giuseppe Petronio 
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16 Novembre, 2021

THE WINE SIDE OF ITALY - La serie che racconta gli autoctoni italiani

Si sente parlare spesso di vitigni autoctoni, ma quanto ne sappiamo davvero sull’argomento? Il modo migliore per andare alla scoperta di questo mondo e del nostro patrimonio enologico è guardare The Wine Side of Italy. È finalmente arrivata infatti la web serie che racconta e promuove nel mondo la ricchezza del territorio italiano e dei vitigni autoctoni, facendoli conoscere ai meno esperti raccontando curiosità e storie. Realizzata nell’ambito del progetto True Italian Taste, promosso e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzato da Assocamerestero in collaborazione con le Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), nasce per valorizzare e salvaguardare il prodotto agroalimentare autentico italiano ed è parte del programma governativo avviato nel 2016 “The Extraordinary Italian Taste”. Il progetto True Italian Taste si sviluppa in collaborazione con 36 CCIE in 23 Paesi del mondo ed è volto a sensibilizzare il consumatore estero all’acquisto e al consumo consapevole del food 100% Made in Italy per contrastare il fenomeno dell’Italian Sounding, che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che richiamano l’Italia per alimenti che di italiano hanno ben poco. L’obiettivo è diffondere una maggiore conoscenza delle caratteristiche di tipicità, dei luoghi di origine e degli aspetti nutrizionali e certificativiDOP-IGP. La conduzione di questi racconti, in un percorso che segue un’immaginaria “strada del vino” da nord a sud, è affidata a Luca Iaccarino, critico enogastronomi co che con carisma, competenza e simpatia, ripercorre l’Italia alla scoperta dei vitigni meno conosciuti e più caratteristici di quei territori. Ad accompagnare Luca nel percorso itinerante tra sensazioni e territori ci sarà, in ogni episodio, un Sommelier esperto dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS) che incontrerà in un’osteria, ben radicata sul territorio, culla della cucina italiana e luogo per eccellenza dove provare un vino. La serie è visibile on line sul sito trueitaliantaste. Faremo tappa nelle Marche e nel Piemonte per scoprire rispettivamente i vitigni a bacca bianca Pecorino e Roero Arneis, mentre per quelli a bacca rossa faremo un viaggio alla scoperta del Tai Rosso in Veneto e del Susumaniello in Puglia.   Per ciascun vitigno si potranno scoprire molte curiosità sulla storia e sulle origini, sul territorio che lo accoglie e le condizioni ideali che lo favoriscono, passando per lo sviluppo che ha seguito nel tempo fino ad arrivare all’attualità e agli abbinamenti caratteristici con i prodotti locali. Un viaggio autentico tra la cultura ed enogastronomia che rappresenta l’unicità del nostro Paese, raccontato da chi vive ogni giorno queste specialità con estrema passione. La serie è realizzata da GRINDER Ideas Production Entertainment E voi cosa aspettate ad andare a vedere tutte le puntate di The Wine Side of Italy? A cura di Giuseppe Petronio 
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11 Novembre, 2021

Uno sguardo al futuro immersi nella terra e nel vino

Basta aprire il computer e cercare castello di Solfagnano per iniziare a sognare. Una terra ritmata dai filari di vite, un Castello che domina una valle scandita da dolci movimenti del terreno, una famiglia che si è dedicata al vino e alla valorizzazione di un territorio. Siamo in provincia di Perugia, e l’azienda produce vini e olio extra vergine su una proprietà di 60 ettari circa. In un contesto che pare già perfetto si insinuerà, con grazia e con molta personalità, l’opera dell’architetto toscano Simone Micheli. Il progetto, che possiamo qui vedere in ANTEPRIMA, richiama in tutto e per tutto la filosofia coraggiosa del progettista, improntata a colpire immediatamente l’attenzione con segni formali decisi, ma sempre finalizzata al comfort e al benessere psicofisico di chi abita le sue architetture Un approccio, come dichiara lo stesso architetto, “non invasivo, fortemente contemporaneo, che sappia condensare la complessità in un gesto architettonico semplice”. E quindi ecco apparire un corpo poliedrico che pare adagiato tra i vigneti, quasi frammento di corpo celeste smaterializzato dalle lastre di acciaio. L’acciaio è pensato come rivestimento mimetico, dove riflette il contesto, ed è al contempo materiale in grado di illuminarsi se visto da altre angolazioni. Così, semplicemente, l’architettura/porta al mondo sotterraneo del vino diventa un faro attrattivo per chi attraversa questa landa. Ma è solo un richiamo appunto, un invito ad arrivare, avvicinarsi ed entrare nel cuore della terra e dell’opera, sostanzialmente ipogea. Come l’occhio vigile della Terra madre e matrigna, un lembo di collina si piega, si curva, palpebra che si solleva e si apre appena sul contesto. Parte dell’edificio è destinata alla produzione, parte all’ospitalità e ad un percorso di avvicinamento e conoscenza dei vini che vuole essere un’esperienza immersiva. E, a sentirlo raccontare, quello che ci aspetterà sarà una progressiva discesa, con ascensore, nel ventre accogliente della cantina vera e propria, a cui si accede da una fessura appena accennata, come fosse l’ingresso nascosto al Paese delle Meraviglie. Forme pulite, semplici, ieratiche all’esterno, coinvolgimento sensoriale totale all’interno, per dare vita ad una realizzazione dalla forte personalità, che sappia impressionare chi la percorre e la vive. Non ci è dato sapere troppo, se non che il materiale principe per la parte sotterranea sarà il cemento, materiale stato scelto anche per poter dare vita ad una sorta di manifesto aziendale, visto che la famiglia proprietaria è anche titolare dell’azienda Colacem, leader nella produzione di cementi, appunto, e leganti idraulici. E’ anche un materiale che con il vino va a braccetto da sempre, ed è ideale per dare libero sfogo alla creatività dell’architetto, la cui cifra stilistica, dedita allo sviluppo di forme sinuose e morbide può, così, trovare la sua massima espressione. Il cantiere, che si estende su un’area di 5000 mq., è in progress, e prevede anche un intervento, in continuità concettuale con la cantina, che coinvolgerà il Castello, con il ripensamento delle stanze dell’albergo e dell’area spa e benessere. Un Benessere totale quello che dovrà avvolgere l’ospite, sia che si trattenga il breve tempo di una degustazione, sia che si fermi più giorni, che non dimentica i giardini del Castello e le colline tutt’intorno. Anche negli spazi aperti infatti proseguirà l’esperienza sensoriale che darà forza, forma e protagonismo agli elementi, dalla terra al cielo, dal profumo del vino al gorgogliare dell’acqua, affinché ogni angolo di questa tenuta diventi contenitore di vita e ancestrale locus amoenus dove l’IO ospitato sia valorizzato, coccolato, rinfrancato, umanizzato. Se la felicità è propria delle piccole cose il comfort arriva silenzioso da spazi e oggetti che spesso agiscono su di noi in modo impercettibile e inconscio. L’architettura di Simone Micheli vuole sempre dare nuova forma a una storia, guardare al passato e al presente con rispetto, abbandonando tutti gli stereotipi che spesso condizionano in modo inconsapevole ma sostanzioso il nostro modo di abitare gli spazi, di stare in un luogo. I lavori inizieranno con tutta probabilità nel 2024. Speriamo di poter presto vivere e abitare questa nuova realtà. Simone Micheli fonda lo Studio d’Architettura nel 1990 e nel 2003, con Roberta Colla, la società di progettazione Simone Micheli Architectural Hero con sede a Firenze, Milano, Puntaldìa, Dubai, Rabat e Busan. La sua attività professionale si articola in plurime direzioni: dai master plan all’architettura e interior, dal design al visual passando per la grafica, la comunicazione e l’organizzazione di eventi. Le sue creazioni, sostenibili e sempre attente all’ambiente, sono connotate da una forte identità e unicità. Numerose sono le sue realizzazioni per le pubbliche amministrazioni e per importanti committenze private connesse al mondo residenziale e della collettività. È curatore di mostre tematiche – contract e non solo – nell’ambito delle più importanti fiere internazionali di settore. In collaborazione con Roberta Colla ed il suo team di professionisti, tiene master, conferenze, workshop e lecture presso università, istituti di cultura, enti ed istituzioni di molte città del mondo. I suoi lavori sono stati presentati nell’ambito delle più importanti rassegne espositive internazionali. Molte sono le pubblicazioni su riviste, magazine, quotidiani italiani ed internazionali. A cura di Francesca Pagnoncelli Folceri
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9 Novembre, 2021

Il vino e i discendenti di Dante - La poesia vitivinicola si chiama Amarone

Nel mezzo del cammin … mi ritrovai in Gargagnano di Sant’Ambrogio di Valpolicella, sulle colline che dominano Verona. Qui le vigne sono Possessioni della famiglia Serego Alighieri, in particolare acquistate nel 1353 da Pietro Alighieri, figlio del sommo vate, che questo aveva seguito durante il suo esilio veronese. Sono quindi ventuno generazioni che mantengono vive le Possessioni, simbolo della storia vitivinicola della Valpolicella. Oggi i Conti Serego Alighieri sono affiancati da Masi nella produzione di vini prestigiosi, eredi di una tradizione vitivinicola antica, nobile ed esperta. Alighieri divenne Serego Alighieri nel 1549 con l’unione tra la famiglia Alighieri, che si era trovata ad avere solo eredi femmine, e i Serego, potente famiglia dell’impero: da allora la discendenza porta il doppio cognome Serego Alighieri. Marcantonio Serego si dedicò attivamente nel Cinquecento a inedite forme di agricoltura e a nuove soluzioni per bonificare e accrescere la redditività delle sue possessioni. A partire dal Settecento si è sviluppata nella tenuta un’agricoltura intesa come scienza ed arte, dove ogni coltura è ubicata nel suo habitat naturale. Negli Anni Venti del Novecento Pieralvise Serego Alighieri, dopo la filossera, istituì la Scuola di Agricoltura a Gargagnago per reimpiantare i vitigni autoctoni locali. Dal 1973 Serego Alighieri è tra le tenute di grande valore storico e vitivinicolo nell’alveo del Gruppo Masi. Oggi la proprietà si apre ai visitatori per svelare l’anima della Valpolicella e la sua memoria storica. Non si può non pensare di venire in valpolicella e non visitare la fantastica Corte. Lastricata con il materiale tipico della zona, la pietra di Prun, l’ampia corte era usata per le attività agricole. Le 11 vigne antichissime che vi si trovano all’interno furono piantate nel 1875 in occasione della nascita del Conte Pieralvise, poi fondatore nel 1920 della Scuola Agricola a Gargagnago. Tra le poche sopravvissute alla filossera dei primi ‘900, queste vigne producono uva Molinara, clone Serego Alighieri. Utilizzato nei vigneti antistanti, il clone della Molinara Serego Alighieri risulta fondamentale per conferire ai vini dello storico casato una personalità unica. Altro elemento chiave ed imprescindibile di ogni visita è il fruttaio da appassimento. Affacciato sulla corte e sui vigneti, illustra il metodo tradizionalmente utilizzato nelle Venezie per concentrare aromi e profumi nei vini. I locali sono allestiti con graticci di bambù, le “arele”, sulle quali si depongono i grappoli ad appassire. Le uve che compongono l’uvaggio classico della Valpolicella, Corvina, Rondinella e Molinara, vengono lasciate riposare per un minimo di 100 giorni per poi essere vinificate per la produzione dei grandi vini della Valpolicella: l’Amarone e il suo alter ego dolce, il Recioto. Venendo ai vini, siamo nel cuore della Valpolicella e nelle Possessioni Serego Alighieri si producono due preziosi cru: l’Amarone Vaio Armaron, entrato nella classifica dei 10 migliori vini al mondo di Wine Spectator, e il Recioto Casal Dei Ronchi.  Anche il Valpolicella Classico Superiore MontePiazzo, proveniente dall’omonimo vigneto, è frutto di questa antica tecnica. La cantina Serego Alighieri, come dicevamo, è la più antica della Valpolicella: vi riposano vini di riconoscibile carattere e nobiltà. Il profumo che si respira è sorprendente e deriva dalla presenza dei fusti in ciliegio da 600 litri. Tutt’ora utilizzato secondo l’antica tradizione della Famiglia Serego Alighieri, il legno di ciliegio contribuisce ad aumentare la morbidezza e la rotondità dei vini accentuando l’aroma tipico delle uve della Valpolicella. Alcuni fusti di rovere sono ugualmente presenti in cantina: vengono utilizzati per la prima fase dell’affinamento poiché il legno di ciliegio consente solo un breve invecchiamento del vino a causa della sua porosità e dunque viene usato solo per un massimo di 4 mesi per conferire ai vini una personalità unica. Per visitare questa poesia, ci sono diverse alternative, in particolare io mi permetto di suggerire la Dantesque Experience che permette di degustare 4 vini e con essi il clou della produzione Serego Alighieri, oppure fare la Historic Heritage Experience che consente anche di visitare le cantine Masi e 4 dei vini più rappresentativi delle due etichette. Se pensate di fare questa visita allocate almeno 2 ore piene perché non bisogna correre quando ci si immerge nella poesia 😊. Infine, le visite sono realizzate sia in italiano, sia in inglese per potersi facilmente far comprendere anche ai turisti stranieri. A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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2 Novembre, 2021

Una perla rossa nel cuore del Lago

Novembre, autunno inoltrato, castagne e… Bardolino. Il Bardolino, vino omonimo del paese che si affaccia sul lago di Garda e con questa confinante, è spesso considerato un vino da pasto, prodotto da cantine che fanno della quantità il loro punto caratterizzante. Esiste poi una perla, nella frazione di Calmasino, sulla collina di Bardolino, dove questo vino è invece trattato da re: Villa Calicantus. Chiara e Daniele Delaini lavorano 8 ettari di vigne posizionate su tre delle migliori colline della zona Classica del Bardolino, producendo tra le 30.000 e le 40.000 bottiglie annue, in base all’andamento climatico dell’annata. Villa Calicantus opera in biologico dall’inizio, 2011, e in biodinamica dal 2014. Si punta su una viticultura d’alta qualità, nella quale il centro di tutto è il benessere ed equilibrio della vite: solo così si può ottenere un’uva in grado di produrre vini longevi e complessi. L’obietivo dei Delaini è quello di riportare il Bardolino sulla mappa dei grandi vini italiani, attraverso una riscoperta della vera identità di un vino dalle enormi potenzialità. Per farlo ci sono 3 punti fissi nel loro operare: equilibrio: far sì che ogni vite sia in equilibrio con il terreno in cui affonda le radici, con le altre viti che la circondano e con l’uva che produce, lavorando il terreno tra i filari, lasciando crescere le erbe fino a fioritura e riducendo la quantità di uva su ogni vite in base all’andamento climantico, all’età delle viti e al vino che vogliamo produrre da esse amore per la terra: Chi coltiva la terra deve preservarne la salubrità e la fertilità per le generazioni future. Per questo fin dal primo anno di produzione (2011), i vigneti sono stati lavorati in biologico e dal 2014 abbiamo in biodinamica, in seguito ad un’acquisita consapevolezza della necessità di completare il percorso naturale intrapreso. rispetto del terroir: Il terreno morenico del Bardolino Classico ha delle caratteristiche peculiari da comprendere e valorizzare: questo terreno non permette di produrre vini molto strutturati ed ad alta gradazione alcolica, caratteristiche che troppo spesso sono state confuse con la complessità di un vino. Per questo, il rigore in vigna è volto ad ottenere vini in cui eleganza, finezza e complessità dialoghino tra loro per raggiungere un’espressione unica ed autentica del Bardolino e del lago di Garda. Ulteriore peculiarità di Villa Calicantus, l’operare in selezione parcellare in modo da dedicare una specifica vigna ad un vino, così facendo, si possono andare a comprendere ancor di più le differenze da un’annata all’altra per meravigliarsi e lasciarsi sorprendere da come la Natura ha influenzato il nostro lavoro. I Delaini vogliono produrre vini che raccontino una storia antica, quando il Bardolino era considerato tra i migliori vini d’Europa, un vino che coniugava freschezza, bevibilità e complessità in un vino indimenticabile per la sua finezza ed eleganza. Dal canto mio, i vini che in particolare per gusto e significato mi sento di raccomandare sono: Il Soracuna: il vino rosso quotidiano. Le uve provengono da tre parcelle di vigna in pergola veronese che si trovano sulle colline appena sopra il paese di Bardolino. Corvina, Rondinella, Molinara e un pizzico di Merlot, fermentate ed affinate in botti di cemento. Il nome SORACUNA deriva da due parole del dialetto locale “SORA” e “CUNA” che significano “SOPRA” e “CULLA”: “andar de SORA CUNA”, a Bardolino, significa andar a far festa a casa di un nuovo nato e racconta la nascita nel 2017 di Anna, figlia dei produttori. La Superiora: da un vigneto che si trova sulla sommità di una collina di 200 metri d’altitudine, sul confine tra il paese di Bardolino e quello di Pastrengo, un vino che vuole riportare indietro nel tempo la storia del Bardolino, prima dell’avvento del turismo di massa e di un’enologia invasiva che ha stravolto la vera essenza del vino Bardolino Superiore: finezza, eleganza e giocosa complessità! L’Arvesir: rappresenta la sfida di Villa Calicantus, dimostrare che il Bardolino può essere un vino da invecchiamento. La vigna dedicata ad Avresir è su una delle più alte colline della denominazione, nel paese di Calmasino. Un lavoro intransigente in vigna, due anni di botte, uno di bottiglia per produrre la nostra Riserva, l’unico Bardolino invecchiato due anni in legno. Per apprezzare tutto questo è chiave venire a Bardolino e fare una delle degustazioni più eccezionali che si possa pensare sia in primavera, sia in estate, sia in autunno. A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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