In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
26 Febbraio, 2022
Il piolismo ci salverà
Qui si parla di osteria e di trattoria di prossimità, s’introduce un tema “il piolismo ci salverà” come pretesto per la narrazione di un bel pranzetto; si citano poi alcuni noti piatti tipici piemontesi e finalmente anche un vino piemontese, il Ruchè, forse un po’ meno noto: portate pazienza, con un po’ di pazienza ci arriviamo.
Iniziamo dal Piolismo. Certo, per i tifosi dell’A.C.Milan il Piolismo è la (recente) fede cieca, illimitata et adorante nel verbo calcistico così come professato in perfetto understatement dall’allenatore Stefano Pioli, come prima di lui sono stati il Sarrismo o il Cholismo, insomma; ma qui si viene per almanaccare sul mangiare, non per fingersi commissari tecnici nel guardare giocare al pallone: il livello di coinvolgimento richiesto è maggiore, in fondo Feuerbach viene ricordato per quell’aforisma-tormentone “l’uomo è ciò che mangia”, mica – e mi si conceda licenza per l’evidente falso storico – per esser stato supertifoso di una qualche squadra di calcio.
Nei dizionari del dialetto piemontese di fine ottocento – sul sito internet archive.org se ne trovano, eccome, il termine “piola” significa “accetta” – una piccola ascia – o “persona poco intelligente”; per ricollegare questa parola ad un’osteria bisogna quindi ricorrere ad un prestito-calco dal francese piaule, piôle, la taverna, a sua volta dal francese antico pier “bere” (occhio che se però metto “piolle” nel traduttore di Google questo mi risponde “piccone”… e si ritorna in zona accetta).
La stagione della piola
Ricreazione finita, torniamo alle cose: la piola è l’osteria/trattoria piemontese: arredi a patchwork, menù alla lavagna, vini alla mescita, piatti dalla fortunatissima tradizione locale diligentemente attualizzati vuoi per fattura, vuoi per presentazione, prezzi sostenibili anche alla terza settimana del mese (ovvero quando con il salario si studia su come ad arrivare alla quarta).
Sembrerebbe un programma più indicato per tipi alla Heinz l’Autoriductoren, sembrerebbe: invece si presta a interpretazioni di tale meditata autenticità ed eleganza concettuale da far eleggere il paradigma del piolismo, dell’osteria di prossimità, a messaggio di speranza per tutti i golosi ormai cronici pessimisti nella ragione, seppur forse ancora tiepidamente ottimisti nella volontà: “il piolismo ci salverà”.
A Torino in San Salvario, a esserci posto, andiamo da Barbagusto: troveremo di tutto questo, e in abbondanza, e ne resteremo affascinati.
Barbagusto, in San Salvario
BARBAGUSTO, PIOLA IN SAN SALVARIO, TORINO
Domina l’ingresso il bancone da bar, con antipasti in vetrina e bottiglie esibite per l’evocazione dell’assaggio e a memorabilia del loro compiuto destino; bancone come dogana inflessibile, ma benevola, tra la cucina ed il servizio in sala. Pochi i tavoli, da aver prenotato anzitempo. Il menù? Eccolo lì, alla lavagna.
Il Ruchè di Castigliole Monferrato, DOCG
DOCG RUCHè DI CASTIGLIOLE MONFERRATO
Antipasto, un piatto, il dolcetto. Un bicchiere di vino: restiamo in regione, e ci mancherebbe altro: il Ruchè del Monferrato vitigno autoctono allevato nel Monferrato astigiano, da terreni calcarei, asciutti e assolati. Aveva perso interesse, ma dagli anni Sessanta è cominciata la sua rinnovata ascesa: DOC dal 1987, DOCG (Ruchè di Castigliole Monferrato) dal 2010. Appena superata, nel 2021, la barriera del milione di bottiglie, a cinque bicchieri la bottiglia… insomma è un vino piuttosto di nicchia, ma se non siete pigri fate in tempo ad assaggiarlo.
Antipasti piemontesi misti
ANTIPASTI PIEMONTESI MISTI
Nel piolismo resta molto difficile derogare dagli antipasti misti, in quello torinese solitamente arrivano tutti assieme nel vassojo: questa volta le acciughe, i tomini con i due bagnetti rosso e verde, la salsiccietta cruda, la carne (qui un meno consueto lonzino) tonnata, la battuta di fassone, l’insalata russa, le verdure, i carciofi sott’olio. Ineccepibile, tutto ineccepibile, ghiotto fin dalla vista.
Agnolotti al ragù
AGNOLOTTI, RAGù DI BARBERA E SALSICCIA DI BRA
Segue il main course, qui gli agnolotti con ragù di barbera e salsiccia di Bra: la nota acida del vino equalizza ed esalta l’impianto dolce della pasta ripiena e della carne del ragù. Scrivo giusto due note prima di perdermi nel piatto e di riprendere coscienza a scarpetta compiuta.
Ed ora prendiamo cappello
BONET, DOLCE TIPICO PIEMONTESE
Il dolce: inevitabile il bunet (scritto anche bonet ma pronunziato comunque bunèt): indovinatissimo minotauro tra budino e creme caramel, agli amaretti. Si prende da ultimo, prima di terminare il pranzo o la cena: a cappello di tutto il resto, così come da ultimo si indossa il cappello prima di uscire (questa l’ho rubata da Wikipedìa).
Nella declinazione barbagustosa è squisito, eccelso, fenomenale, roba che le maddalene proustiane possono solo accompagnare.
Alla fine
ALLA FINE, IL PIATTO PARLA
La soddisfazione del palato e la piacevolezza dell’ambientazione vanno a braccetto: sarà che son piolista, ma Barbagusto, questo tema, lo svolge in eccellenza e lo studiato understatement della rappresentazione ne contribuisce ulteriormente al fascino. Bravi, bravissimi tutti, forse davvero di questo passo “Il piolismo ci salverà”.
Arrivederci, secondo fortuna, al prossimo pranzetto, così come fotoassaggiato da @magnosolo, il vostro mangiatore resipiscente.
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25 Febbraio, 2022
Castello Vicchiomaggio è #vinosostenibile
Nel mio percorso di scoperta nel mondo del vino Castello Vicchiomaggio è una realtà che per molti aspetti ha lasciato il segno. Adagiato in cima ad una collina dominante la Valle di Greve in Chianti, Vicchiomaggio rappresenta una straordinaria tappa per chi ama il vino, l’enoturismo, la storia e la bellezza.
Il nome della cantina deriva proprio dall’antico Castello, una location unica, con una meravigliosa piscina a strapiombo sui vigneti e un fantastico ristorante. Il Castello è il cuore della tenuta che si estende per 140 ettari di cui 34 coltivati a vigneto, 10 ad olivo ed il restante è parco.
Tra le varietà coltivate spicca su tutti il Sangiovese, uva tradizionale e fondamentale per la produzione del Chianti Classico. Sono presenti, però, altri vitigni di varietà internazionale quali il Merlot e Cabernet Sauvignon utilizzate in particolare per la produzione di vini rossi IGT. Un terroir caratterizzato da un clima mediterraneo e dal tipico terreno ricco di argilla e pietre grandi, il cosiddetto Galestro, il tutto in un in una cornice naturale incantevole. Particolare attenzione è rivolta all’esposizione dei vigneti, sono infatti tutti rivolti verso Sud per garantire la massima esposizione solare durante tutta la giornata.
La storia di questa azienda nel settore del vino inizia da lontano. Nel 1921 Federico Secondo Matta, dopo aver lavorato nella ristorazione, crea una grande società di importazione di vini nel Regno Unito. Imprenditore affermato, Federico acquista Castello Vicchiomaggio e, nel 1970, suo figlio John Matta inizia il percorso nella produzione di vini, avendo a cuore l’agricoltura tradizionale sostenibile, il rispetto del territorio e la qualità derivante delle basse rese. L’utilizzo del legno di affinamento, che John introduce in azienda, regala eleganza e longevità ai vini prodotti.
Assistito da Paola, sua moglie, e dalle figlie, l’azienda è oggi a completa conduzione familiare e produce vini intriganti, con diversi stili, sempre con l’attenta e indelebile firma enologica di John.
Ed è proprio una delle figlie di John, Victoria, oggi pienamente dedicata alla gestione della cantina, che mi racconta come tra le tante attenzioni e la cura dei dettagli per i vini e l’accoglienza, non può essere trascurato il fattore che ospita tutti noi su questa terra: l’ambiente.
Per questo motivo Castello Vicchiomaggio ha aderito al progetto VIVA, conseguendo la certificazione di sostenibilità nel marzo 2021: una cantina storica, pluripremiata e celebrata dai maggiori critici del vino, non può trascurare il rispetto per l’ambiente e la sostenibilità nelle proprie azioni.
Il progetto VIVA va a misurare la performance di sostenibilità della filiera vite-vino, a partire dal calcolo delle impronte dell’acqua e del carbonio (Water and Carbon footprint), ed è promosso dal Ministero della Transizione Ecologica.
Victoria mi racconta come la decisione di iniziare il percorso VIVA ed ottenere la certificazione è stata presa proprio perché questa, nello specifico, abbraccia l’azienda nella sua totalità e non si occupa soltanto delle attività svolte in vigna. L’impegno aziendale è quindi completo.
Molti i progetti già realizzati e quelli in cantiere: per la raccolta dell’acqua piovana, ad esempio, sono state installate 13 vasche da 100hl la cui acqua è utilizzata per l’irrigazione del giardino del castello, le acque provenienti da altre 8 vasche da 50hl vengono invece utilizzate per pulire i macchinari della vigna. Per quanto riguarda l’agriturismo è in previsione per la nuova stagione l’installazione di una colonnina per la ricarica delle auto elettriche al fine di favorire la mobilità sostenibile.
I tetti del Castello non possono accogliere pannelli solari per motivazioni derivanti dalla regolamentazione paesaggistica, essendo dimora storica, tuttavia sono forti le volontà di conseguire la migliore ottimizzazione dei consumi nell’ottica dell’efficienza.
L’impegno per la biodiversità è accresciuto ogni in anno piantando a Vicchiomaggio piante mellifere, in vigna inoltre viene praticato il sovescio per aumentare la sostanza organica naturale del terreno e la gestione delle malerbe viene effettuata con il solo utilizzo di macchinari, senza ricorrere quindi a prodotti chimici. La conduzione dell’oliveto è biologica: oltre al vino infatti viene effettuata una piccola produzione di olio extra vergine di oliva e IGP dalle 600 piante di olivo presenti in azienda.
“Il territorio per noi è sempre stato fondamentale”,
mi racconta Victoria,
”ed è per questo che lavoriamo in termini di salvaguardia e di sostenibilità per far sì che anche le generazioni future godano di certi luoghi. La promozione della sostenibilità è quindi importante strumento di protezione del territorio e leva per la sua valorizzazione. Ciò è fattibile, credo, solo con una unione tra le aziende ed è per questo motivo che insieme ad altri viticoltori della zona abbiamo fondato l’associazione dei Viticoltori di Greve in Chianti che ha tra i suoi obiettivi quello della sostenibilità (che viene rappresentata anche nel logo).”
Impossibile non ritrovarsi nelle parole di Victoria, che conclude:
“Non si può pensare di fare vino senza sostenere e valorizzare l’ambiente che quel vino ci ha donato. Il nostro impegno verso l’ambiente è legato anche, tutti i giorni, con l’impegno nel preservare il castello, ha oltre 1000 anni di storia è quindi nostro compito custodirlo.”
La salvaguardia della storia e della tradizione si intrecciano con qualità, ricerca dell’eccellenza, innovazione e amore per l’ambiente, tutto contornato dalla la possibilità di vivere in azienda un’esperienza enoturistica unica…. eccovi la dimostrazione del perché Vicchiomaggio ha lasciato il segno nel mio percorso di scoperta nel mondo del vino.
Vicchiomaggio è #vinosostenibile
A cura di Giuseppe Petronio
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24 Febbraio, 2022
Anche i calici hanno un carattere
Chiamarsi Fiaschi di cognome è già un’ottima premessa per parlare di progetti intorno al vino. Laura Fiaschi e Gabriele Pardi compongono il duo creativo Gumdesign, autore di una collezione di calici di grande successo. Forse perché ha un che di umano, visto che i designer la definiscono “una metafora del carattere umano in un oggetto di cristallo, fragile ed etereo, perfetto e imperfetto”.
Non è sbagliato parlare di design delle emozioni nel caso di un semplice bicchiere da vino che, attraverso la reinterpretazione concettuale e formale, riesce ad assume sette personalità diverse. I Calici Caratteriali sono dunque oggetti narrativi, non a caso nati diversi anni fa per una mostra culturale. Subito richiesti da collezionisti e design addicted, entrano nel catalogo di Colle Vilca, tra i brand storici del “bel design italiano” attivi nel distretto della vetreria artistica di Colle di Val d’Elsa. Oggi figurano nelle collezioni permanenti di importanti musei internazionali come la Triennale di Milano, il MoMa di San Francisco, il Museum of Glass a Shanghai.
Per Gumdesign il calice non si limita al ruolo di medium necessario per accedere ai piaceri del vino, perché è un “oggetto funzionale che richiede un contatto diretto, una vicinanza e una complicità per innescare processi sociali indotti. In questa logica piccole trasformazioni conducono il semplice calice da degustazione a oggetto comunicativo, con invenzioni minime per suggerire nuovi usi e nuove tipologie di prodotto”.
Ciascuno dei Calici Caratteriali è un piccolo virtuosismo in cristallo soffiato: basta un leggero intervento sulla base o sul bordo, un cambio di inclinazione, una voluta imperfezione, per rappresentare un tratto fisiognomico o suggerire un comportamento, per trasformare un bicchiere in un “tipo”.
Ed eccoli, allora, questi “sette personaggi in cerca di degustatore”.
“L’altruista” è predisposto alla condivisione, grazie al bordo superiore a beccuccio che agevola il travaso del vino nel bicchiere del commensale accanto evitando di sporcare la tovaglia.
“L’ambiguo” ha una forma indefinita, cangiante, dall’appeal decorativo, ma non funzionale.”Il conservatore” è un tipo attento, che cerca di preservare il vino anche quando avanza nel calice (sic!), proteggendolo con un grosso tappo in sughero.
“L’estroverso” ha un’indole Swing, dinamica: la sua base basculante cerca un contatto diretto, giocoso e coinvolgente con il consumatore. Al contrario, “L’introverso” si nasconde. È un oggetto ibrido: il calice, capovolto, entra in simbiosi con una caraffa nella quale sembra rifugiarsi.
“Il passionale” è composto da due calici che si attraggono grazie all’inclinazione delle loro coppe: pronti già per il brindisi, aperti alla conoscenza e alla condivisione.
“Il rilassato” è un calice disteso, che si protende verso il degustatore; la coppa si inclina leggermente, decanta il vino e si allunga verso la bocca. Per la cronaca, il vino preferito di Laura e Gabriele è l’Amarone della Valpolicella. Quale sarà il Calice Caratteriale più adatto per degustarlo? A cura di Katrin Cosseta
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“Il rilassato” è un calice disteso, che si protende verso il degustatore; la coppa si inclina leggermente, decanta il vino e si allunga verso la bocca. Per la cronaca, il vino preferito di Laura e Gabriele è l’Amarone della Valpolicella. Quale sarà il Calice Caratteriale più adatto per degustarlo? A cura di Katrin Cosseta
21 Febbraio, 2022
Una "Wine Destination" unica
Carissimi lettori di itinerari divini oggi vi portiamo in una wine destination unica in Toscana, quella zona che è Italia un po’ più del resto, non foss’altro che il Manzoni soleva lavarci i panni prima di pubblicare una delle sue opere più note.
In questa storia ed in questo territorio, che in realtà è un insieme di territori, troviamo una realtà storica e moderna al punto tale da essere molteplice proprio così come lo è la Toscana.
Desidero oggi infatti suggerirvi di conoscere Cinelli Colombini, una realtà che definire cantina è diminutivo, stante che riesce a coniugare i vini tra i più apprezzati del panorama non solo italiano, ma internazionale (Il Brunello di Montalcino), insieme ad un’offerta di ospitalità avanzata, dettagliata e ricca da far invidia a molteplici relais internazionali.
Riassumere in poche righe cosa sia quindi l’universo Cinelli Colombini, spinto e creato da Donatella Cinelli Colombini è complesso, così come raccontarne brevemente la storia cominciata nel medioevo e ricca di avvenimenti e personaggi, da Papi a Nobiluomini e Nobildonne.
Lascio quindi a voi visitare e scoprire i dettagli di ciò che maggiormente vi può affascinare ed io mi limito a dire alle nostre care lettrici il perché ho trovato davvero d’eccezione quanto offerto.
Siamo nel 1998, è circa 25 anni fa che Donatella Cinelli Colombini lasciò la fattoria della sua famiglia per fondare la propria azienda composta dal Casato a Montalcino e dalla Fattoria del Colle a Trequanda. Insieme alle vigne e alle case da ristrutturare, Donatella, come riporta il suo sito web, aveva ricevuto una quantità di Brunello di Montalcino ancora in botte. Un vino che richiedeva cure quotidiane e quindi le serviva un cantiniere. Donatella telefonò alla scuola di enologia di Siena chiedendo di assumere un bravo studente ma le risposero di no perché bisognava prenotarlo con anni di anticipo; c’erano però molte “enotecnico donna” perché nessuna buona cantina le assumeva. La costatazione di un grande divario fra le opportunità destinate a donne e uomini con la stessa qualifica professionale spinse Donatella Cinelli Colombini a creare un progetto finalizzato a ridurre questa discriminazione e dimostrare che la produzione di grandi vini non dipende dai muscoli ma dalla passione e dal talento che entrambi i sessi possiedono in egual misura.
Nasce da questo episodio il Progetto Prime Donne che si compone di 4 parti: Cantina Casato Prime Donne, Brunello di Montalcino Prime Donne, Premio Casato Prime Donne e Percorso delle Prime Donne – Sala Ilda Bartoloni.
Questa storia così ricca di passione credo che possa perfettamente rappresentare lo spirito che si ritrova anche in tutti gli altri prodotti e realtà Cinelli Colombini.
Come anticipavo sono molteplici le opportunità non solo di visita, ma anche di vero e proprio soggiorno o celebrazione di eventi che si possono svolgere presso le Fattorie e le Cantine Cinelli Colombini.
Suggerisco a chiunque si sia appassionato di visitare il sito in particolare nella sezione hospitality e prenotare cosa maggiormente lo possa attrarre, in una wine destination unica ricca di 34 ettari in cui quotidianamente si svolgono eventi ed animazioni.
E’ davvero un’unicità creata da molteplici fattori che non possono che lasciare l’ospite felice sotto tutte le prospettive sensoriali.
Vi aspetto!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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20 Febbraio, 2022
L’Alchimia del borgo
L’Alchimia del borgo dicevamo e dopo tutto in Italia ci sono sempre nuovi posti da visitare non troppo lontani da casa.
A pochi chilometri da Milano, in provincia di Pavia, si erge il campanile di Golferenzo, unico nel suo stile, visibile già dalla pianura che domina la Valle Versa quasi a difendere il suo Borgo altomedievale e già ai tempi di Federico I, nel 1164, era stato riconosciuto come parte del dominio pavese.
In questo borgo ancora incontaminato, dalle mura in pietra originale, nasce la Corte del Lupo, ristorante ma anche enoteca che con il suo nome così importante vuole regalare emozioni, esperienze e serenità agli ospiti, definendosi l’alchimia del borgo speciale.
La Corte del Lupo, si presenta con una zona bar ben assortita, la sala interna di soli dieci tavoli, in ciascuno di essi una piantina di muscari che dona colore e armonia, e ancora un camino ed un cielo di travi a vista. Nelle pareti della sala una ricercata enoteca che ricorda l’imprescindibile legame al territorio dell’Oltrepo’ Pavese, dominata da Matteo, il cantiniere.
All’esterno il prato verde del terrazzo estivo ed il dehor riscaldato per il periodo invernale, circondato da vetrate per godere della vista delle colline dove i vigneti la fanno da padrone.
Ci accoglie Paola che ha già intuito la nostra voglia di stare nel dehor invernale per godere della tranquillità delle luci e del panorama notturno.
Paola, racconta del loro progetto, che oltre a racchiudere il ristorante definito più come “osteria moderna” dove poter conversare, degustare vini e cibo, hanno creato la “Bottega del Lino”, gestita dalla Dama della sala, Federica, per poter acquistare i prodotti tipici del territorio. Per finire, il Relais di Campagna, Borgo dei Gatti, o Albergo diffuso dove poter trovare dimora, che nel 2022 oltre ad espandersi avrà anche la SPA.
Il menù dello chef Reduan soddisfa il palato di tutti utilizzando sempre i prodotti originali della zona:
Un entrèe di benvenuto, nagiri vegetariano con riso venere, verdurine fresche e tartufo, dal sapore inaspettato.
Agnolotti “Palio dell’Agnolotto 2021” con il loro fondo ristretto, parmigiano Vacche Rosse 24 mesi, premiazione ben meritata.
Calamaro del Mediterraneo farcito con patata quarantina genovese, gel di cime di rapa e bagna cauda leggera, direi senza parole!
I dolci, anch’essi di bella presenza ma poco decisi, sicuramente da rivalidare per gusto e armonia, al contrario la piccola pasticceria, è stata molto apprezzata.
La serata è iniziata con la scelta di un Pinot Noir 2019 di Torti Wines per celebrare i piatti dello chef, continuando con gli sfiziosi e colorati cocktail preparati dalla regina del bancone, Luana.
Il motto della Corte del Lupo è: Non è solo cibo. Non è solo vino. É un’alchimia speciale.
Prezzo: da 25 a 45 euro
The Ghost Writer
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15 Febbraio, 2022
Bersi Serlini dal 1100 una bolla senza fine
Una bolla senza fine, dicevamo…siamo alle Torbiere del Sebino, accanto al lago di Iseo in Franciacorta, qui da circa 900 anni il Domaine Bersi Serlini produce vini che oggi sono raffinate bollicine. Ovunque si respira la storia, quella dei monaci di Cluny, della vicina Abbazia di San Pietro in Lamosa in Provaglio d’Iseo, che costruirono il fabbricato storico delle cantine, una dipendenza agricola e vinicola: grandi muri, costruiti con sassi di campo, con splendide volte a botte, a vela, a crociera.
La dipendenza dai monaci di Cluny durò circa 700 anni per passare nel 1886 alla famiglia Bersi Serlini. Bersi Serlini, possiamo dire che Arturo Bersi Serlini sia il precursore del Brut in Franciacorta ed ancor oggi la cantina Bersi Serlini è un’azienda di proprietà famigliare, condotta da Agostino Migliorati, Amministratore Unico, insieme a Chiara e Maddalena Bersi Serlini.
Le opportunità che offre Bersi Serlini al cliente sono molteplici per garantire davvero “una bolla senza fine”.
Anzitutto il vino, in particolare non posso non citare il Brut Anteprima, ovvero l’espressione principale del gusto Bersi Serlini, nato da un blend di uve Chardonnay e Pinot Bianco, raccolte a mano rappresentanti armonia e spontaneità nel bicchiere.
Per coloro che, invece, seguendo i nostri itinerari, desiderano recarsi in visita le opzioni sono davvero tante.
Anzitutto la location. Partendo dalla reception ,Bersi Serlini, coniuga l’unicità dell’architettura paesaggistica dei filari con architetture storiche e d’avanguardia, unendo con sapienza antico e moderno in modo assolutamente riuscito.All’interno l’arredo delle sale riflette la scelta di famiglia di rendere omaggio alla storia del Design Italiano ed Internazionale, mettendo insieme pezzi da museo ed offrendo diverse sale uniche, dagli Specchi alla sala del 1100.
Le visite si possono effettuare su prenotazione, scrivendo a bersiserlini.it e si possono visitare entrambe le cantine, i vigneti, e procedere a degustare diversi vini sempre accompagnati da ottimi taglieri con prezzi da 18€ a 50€ a persona.
Per gli appassionati, Bersi Serilini offre anche degustazioni bendate e sensorali, oltre che esperienze notturne e picnic personalizzati, una degustazione unica ed esclusiva di gustose prelibatezze in abbinamento ad un Franciacorta.
Infine, la chicca: il ristorante più piccolo della Franciacorta, una casetta immersa fra i vigneti dove i vini ispirano l’estro e l’arte degli Chef, che realizzano un progetto unico nel suo genere, per un’esperienza culinaria indimenticabile, immersi nella Riserva Naturale delle Torbiere.
Date queste opportunità, non resta quindi che aspettarvi!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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9 Febbraio, 2022
Il mondo italiano del vino. Il vino italiano nel mondo
Una rubrica sull’internazionalizzazione nel mondo del vino. Questa la sfida lanciatami da WineTales che ho subito accettato con entusiasmo.
Non nego d’aver vissuto quel momento come il raggiungimento di un piccolo grande traguardo professionale. Dal 2011 mi occupo di mercati esteri: ho trascorso due anni in West Africa importando vino per il mercato locale, sono alla guida di una società il cui scopo è quello di accompagnare le aziende italiane all’estero, abbiamo gestito il nostro ufficio locale a Londra e, recentemente, ho avuto l’onore di entrare nel Consiglio Direttivo della Camera di Commercio Italiana per il Sud Est Asiatico.
Delineare il perimetro di questo spazio non è stato facile. L’internazionalizzazione nel mondo del vino è ormai diventato un argomento più che consolidato e molte aziende hanno iniziato, a vari livelli, a relazionarsi quotidianamente con gli aspetti di questo processo fondamentale per il proprio sviluppo. Inoltre, trattare questi temi con un taglio istituzionale e formale non sarebbe stato per nulla in sintonia con lo spirito informativo e coinvolgente, tipico di WineTales Magazine.
Nasce così “InternazionalMente” una rubrica dedicata all’internazionalizzazione del vino, ai mercati esteri, ai casi di successo, a quelli di insuccesso e a tutti gli specifici trending topics del momento.
Partiamo dal nome: InternazionalMente riassume l’essenza di quanto mi piacerebbe trasmettere in questo spazio. Non solo nozioni, dati e casi studio ma degli spunti, dei momenti di riflessione, degli input e delle curiosità che possano aiutare a formare nel lettore un pensiero e una visione critica e futuribile delle principali dinamiche internazionali.
Uno strumento insomma che possa contribuire a rendere ancora più internazionale il pensiero e la forma mentis di tutti gli operatori del vino.
Proseguiamo con il “claim” Il mondo italiano del vino – il vino italiano nel mondo.
Questo elemento intende delineare ulteriormente il campo d’azione della rubrica. Da un lato il focus sarà principalmente applicato sulle cantine italiane, sui vitigni, sui territori e sui prodotti. Dall’altro verranno poi esaminati specifici mercati, analizzate le principali strategie di avvicinamento, raccontati i maggiori macro contesti capaci di accogliere le eccellenze del nostro Paese.
Infine, lo scopo. Gli articoli che si avvicenderanno in questa rubrica non avranno la presunzione di insegnare nulla a nessuno. Serviranno per generare interesse, far scaturire riflessioni e discussioni. In questo modo, chi si affezionerà a “InternazionalMente” avrà un luogo dove tornare quando vorrà prendere spunto per una specifica attività estera o avere un’opinione informata su temi tanto attuali quanto fluidi. Temi che, nella maggioranza dei casi, non hanno un giusto o uno sbagliato ma possono assumere risvolti diversi a seconda di come vengono contestualizzati e raccontati.
Ecco quindi che la famiglia WineTales si allarga. Dopo Passione, Storia, Cultura, Design, Turismo e Legge, anche il “Pensiero Internazionale” entra a far parte di questo sistema per raccontare un comparto trainante per la nostra economia e per il nostro export nel mondo.
A cura di Riccardo Rabuffi
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8 Febbraio, 2022
San Leonardo, storia secolare distillata in rossi unici
Lo scorso novembre vi abbiamo parlato con Giuseppe Petronio della sostenibilità di questa cantina oggi nella mia rubrica vi parleremo dell’ospitalità di San Leonardo, storia secolare distillata in rossi unici.
In Italia sono tanti i posti ricchi di storia, ma a cent’anni dalla Grande Guerra è davvero un piacere vedere come dal rosso del sangue oggi quella stessa terra possa offrire uno dei migliori vini rossi.
Siamo a San Leonardo, una piccola frazione in Val d’Adige, dove si trova l’omonima tenuta che dal XVII secolo produce il vino che prende il nome dalla località.
L’anima di San Leonardo è legata a doppio filo alla famiglia Guerrieri Gonzaga, viticoltori per 300 anni fino ad arrivare al primo enologo il Marchese Carlo, appassionato di grandi vini che da cinquant’anni dedica a San Leonardo la quasi totalità delle sue attenzioni e del suo tempo. Ha trasmesso passione e amore per la vite e il vino anche al figlio Anselmo che oggi amministra l’azienda ascoltando in ogni scelta sempre il cuore che batte per questa tenuta amata da tutta la famiglia.
La superficie della tenuta ricopre in tutto 300 ettari. A partire da un’altitudine attorno ai 150 metri s.l.m. si trovano i 30 ettari di vigneto a bacca rossa. Su terreni ricchi di ciottoli, che furono il letto di una diramazione dell’Adige, sono state piantate le vigne del Merlot mentre è prevalentemente un suolo sabbioso quello che accoglie il Cabernet Sauvignon e le antiche vigne di Carmenère. Tutti terreni a bassa fertilità e ben drenati da cui nascono uve che una volta divenute vino garantiscono una quantità di antociani davvero inusuale, non solo per il Trentino. Nel 2015 San Leonardo ha iniziato il percorso di conversione all’agricoltura biologica che si è concluso con successo alla fine del 2018 ottenendo la certificazione.
La forte escursione termica tra giorno e notte, molto sensibile anche nei mesi estivi, non solo dà spessore agli aromi delle uve ma ne dilata i tempi di maturazione. Durante l’intero arco dell’anno, in particolar modo nei mesi più caldi, l’Ora del Garda soffia impetuosa scaldando ed asciugando le foglie delle viti e preservandole dalle malattie, è un vero dono della natura.
All’interno della tenuta si coltivano vitigni internazionali; il Carmenère, messo a dimora a metà del 1800, è la vera essenza dei vini di San Leonardo, allevato sia a pergola che a Guyot dona il carattere e l’identità al San Leonardo. Il Merlot piantato nei primi del 1900 e coltivato sia a cordone speronato che a pergola, regala invece rotondità e morbidezza.
Al contempo il Cabernet Sauvignon, piantato dal Marchese Carlo nel 1978 e coltivato esclusivamente a cordone speronato, dona struttura ed eleganza. Nell’antica cantina di fermentazione si trovano le vasche costruite esclusivamente in cemento. Qui i nostri vini rossi fermentano spontaneamente, senza l’ausilio di alcuna tecnologia o di lieviti selezionati. Le fermentazioni durano in media non più di 15/18 giorni durante i quali vengono eseguiti molteplici rimontaggi e délestage. A fermentazione conclusa le vasche vengono svinate e le vinacce dolcemente pressate sotto l’attento sguardo dei nostri cantinieri, che si tramandano il mestiere da generazioni.
Se avete pensato ora di andare a San Leonardo per assaggiare questi vini unici, dove il San Leonardo ve lo consiglio davvero, sappiate che potrete anche trovare Villa Gresti, luogo dove gli austriaci si arresero nel 1918 e firmarono l’armistizio per concludere un periodo davvero sanguinoso e così assaporare anche la Storia e non solo i sapori del territorio.
Le visite sono fattibili da febbraio a novembre al mattino, durano circa 2 ore e prevedono una passeggiata che Partendo dalla corte nel borgo di San Leonardo, porterà l’ospite alla scoperta dei vigneti immersi tra i boschi e i giardini che circondano Villa Gresti. Seguirà la cantina di vinificazione la grande barricaia sotterranea dove nel silenzio affinano i vini, l’antico orto monastico con la collezione di rose ed erbe officinali, proseguendo con la visita al museo e alla collezione di trattori storici e terminando con l’antica chiesetta dedicata al culto di San Leonardo. Alla fine sarà proposta una ricca degustazione che comprende: Vette di San Leonardo, Terre di San Leonardo, Villa Gresti, San Leonardo e Trento Doc Marchesi Guerrieri Gonzaga nelle annate correnti.
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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1 Febbraio, 2022
Una bollicina con la C maiuscola...che arriva dalla nostra Franciacorta
A livello mondiale bere una bollicina con la c maiuscola si dice bere un calice di champagne, per indicare una tipologia di vino più che la zona di provenienza del medesimo.
L’Italia non ha però moltissimo da invidiare ed ha tantissime eccellenze, sia nel Trento DOC, nell’Alta Langa dove vi avevo già dato dei suggerimenti, così come nel Prosecco e nella Franciacorta.
Oggi desidero raccontarvi proprio di una particolarità della Franciacorta ed in particolare di Castello Bonomi per trovare davvero una bollicina con la c maiuscola.
Il nome Franciacorta affonda le sue radici nel Medioevo, quando queste terre furono affidate a piccole comunità di monaci benedettini, esentate (francae) da tasse (curtes), affinché fossero bonificate e coltivate. Qui nasce il primo vino cosiddetto mordace, già nel XIII secolo, quattrocento anni prima che in Champagne. Terra di abbazie e di priorati, questa zona morenica delimitata dal Monte Orfano, dal Monte Alto e dalle colline del Lago d’Iseo, conosce il suo primo grande sviluppo nella produzione vinicola nella seconda metà dell’800, quando lo storico Gabriele Rosa poteva definirla terra di “eccellentissimi vini neri e bianchi”. Sulle pendici del Monte Orfano, gioiello in un meraviglioso scrigno, sorge il Castello Bonomi, unico Chateau della Franciacorta.
Progettato alla fine dell’800 dall’architetto Antonio Tagliaferri. A Castello Bonomi ogni momento esprime la qualità!
La tenuta ha una superficie di 24 ettari.
I vigneti sono racchiusi nel meraviglioso anfiteatro naturale del Monte Orfano, e si sviluppano fino a 275 m.s.l. del mare con esposizione sud, sud-est, sud-ovest, nel comune di Coccaglio.
Situati su terreni collinari, in parte su gradoni e circondati da un parco secolare, i vigneti godono di un particolare microclima, che con le sue influenze fresche e temperate dona alla zona caratteristiche peculiari ed uniche nel suo genere, tali da permettere una maturazione ottimale delle uve.
I vigneti sono tutti piantati a cordone speronato, con l’ottimale densità di 5/6mila piante per ettaro.
Il sistema d’allevamento e il sesto d’impianto scelti, garantiscono la bassa produzione e l’alta qualità delle uve che provengono da barbatelle francesi. In particolare, si coltivano lo chardonnay, che dona piacevolissime note fruttate e minerali e il Pinot Nero, con i suoi aromi complessi, che dà al vino struttura, carattere ed eleganza.
La resa per i rossi di 1-1,2 kg. per pianta, per i bianchi 1-1,5 kg. e 1,5-2 kg. per i vitigni del Franciacorta DOCG. Una produzione volutamente contenuta per il massimo in termini di ritorno qualitativo.
Da rimarcare le Cantine del Castello. Splendide antiche volte e affascinanti pupitre segnano il cielo e il percorso entro cui è scandito il lavoro dei lieviti e del tempo. Sono questi due degli elementi fondamentali, insieme alla passione e alla competenza dello chef de cave e della sua squadra, per raggiungere la qualità senza compromessi.
Aventi estensione complessiva di più di 1500 metri quadrati, climatizzate a temperature differenziate adibite a barricaie consentono di affinare alle condizioni ottimali i vini bianchi, i vini rossi e i Franciacorta DOCG, in barrique di rovere francese.
La produzione annua dell’azienda è di circa 150mila bottiglie: 100mila di Franciacorta CruPerdu, Satèn, Rosé, Millesimato, Cuvée Lucrezia e Lucrezia Etichetta Nera, Cuvée del Laureato; il resto diviso tra i Curtefranca: Solicano, Conte Foscari e Cordelio.
Personalmente mi permetto di consigliarvi una etichetta che sembra davvero francese ovvero il Dosage Zero, che ho avuto occasione di assaggiare a più riprese ed è degna di uno Château davvero una bollicina con la c maiuscola.
Chiaramente è possibile visitare la tenuta e le cantine, prenotandosi all’indirizzo di Castello Bonomi.
Vi aspetto!
Cristina
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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