The Voice of Blogger

The Voice of Blogger a cura di  Claudia Riva di Sanseverino ci porterà nel mondo dei blogger del Vino coinvolgendoli in avvincenti storie da raccontare.

Un viaggio tra i personaggi del web che Claudia selezionerà di volta in volta e che quotidianamente con immagini, stories e reel raccontano con passione e competenza il vino e le sue meravigliose storie.

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26 Marzo, 2025

BRUNA e ALESSANDRI: 50 sfumature di Pigato

Il Pigato è un vitigno che racconta la storia e la cultura della Liguria, esprimendo al meglio il carattere unico di questa regione. E’ un vitigno a bacca bianca che si distingue per la sua resistenza e adattabilità. Le uve maturano nel tardo autunno, e i vini prodotti sono noti per la loro freschezza, equilibrata acidità e aromi complessi. Molto genericamente, il Pigato al naso offre profumi di fiori bianchi, agrumi, erbe aromatiche e una leggera nota minerale, mentre in bocca si chiude con la mandorla amara, riflettendo il terroir unico della Liguria. La sua versatilità e la varietà degli stili di produzione (si può trovare bianco secco, macerato, spumante e dolce) testimoniano la creatività e la passione dei viticoltori locali.  LA STORIA DEL PIGATO La storia del Pigato risale a tempi antichi, anche se le sue origini precise sono ancora oggetto di dibattito tra gli storici del vino. Alcuni sostengono che il vitigno sia stato introdotto in Liguria dai Greci, mentre altri credono che fosse già coltivato dai Romani. Il nome dell’uva deriva dal termine dialettale “Pigau” riferito alle “pighe”, piccole macchie ambrate presenti sull’acino a piena maturazione. Appartenente alla grande famiglia dei Vermentini – nel corso dei secoli si è adattato al territorio assumendo caratteristiche originali non riproducibili altrove – il Pigato è coltivato principalmente nella Riviera di Ponente, in particolare nelle province di Savona e Imperia. Qui, le colline ripide e il clima mite creano condizioni ideali per la sua coltivazione. Nel corso dei secoli, il Pigato ha guadagnato una reputazione di eccellenza, diventando uno dei simboli della viticoltura ligure. AZIENDA AGRICOLA BRUNA Impossibile non visitare, durante il mio tour nel Levante Ligure, l’Azienda Agricola Bruna, scoperta durante una bellissima masterclass durante la Fivi di cui ho parlato in questo articolo. Non è facile trovare il Pigato fuori dai confini liguri e quindi, incuriosita, sono andata nella sua zona classica di produzione. Qui, nell’entroterra di Albenga e precisamente tra Ortovero e Ranzo, ha inizio la storia dell’Azienda  Bruna, nata  nel 1970 dalla passione di Riccardo Bruna.  Otto ettari di vigneti, coltivati principalmente a Pigato, e pochi ulivi si stagliano sui classici terrazzamenti liguri tra le colline e i boschi di macchia mediterranea. Roberto ci accompagna a vedere i vigneti, lo spettacolo è magnifico. Siamo tra il mare e la montagna dove si scorge persino un po’ di neve. La macchia mediterranea ha prepotentemente conquistato terreno e siamo attorniati da piante di rosmarino in fiore che sprigionano un profumo avvolgente. Una natura incontaminata, con il bosco che veglia sulle vigne ma che presenta anche i suoi risvolti negativi. Sono stati messi chilometri di reti a protezione delle coltivazioni perché qui girano cinghiali, caprioli e lupi. Roberto ci racconta che i suoi vigneti sono dislocati in tre zone differenti e che ognuna imprime caratteristiche diverse ai vini. Infatti, intorno ad Ortovero (dove oltre al Pigato coltiva Granaccia, Rossese e Syrah e in misura minore altre varietà a bacca rossa) i terreni sono sciolti e sassosi per il disfacimento di conglomerati di roccia sedimentaria, regalando ai vini sapidità ed esuberanza. Nella zona sopra Pogli di Ortovero invece, i vigneti sono interamente contornati da boschi e affondano le radici su pietra calcarea e argille azzurre risalenti al Pliocene, ricche di micro e macro fauna fossile, le quali donano al Pigato mineralità.  Sopra Ranzo la terra cambia ancora. L’argilla è meno compatta, con gli ossidi di ferro e manganese a colorarla di rosso. Qui le piante di vite superano i cinquant’anni e i vini acquistano profondità e ricchezza. Una varietà di terreni impressionante, considerando la poca distanza tra loro! Tornati in azienda siamo passati agli assaggi: Pigato Le Russeghine 2022  Pigato Le Russeghine 2010 Pigato U Baccan 2010  Pigato U Baccan 2016 Pulin 2019 Rosso IGT (Granaccia e Syrah)   MASSIMO ALESSANDRI  Massimo ci accoglie in una sorta di “faro di terra” a circa 400 mslm, in località Costa Parrocchia nel Comune di Ranzo. Qui, su terreni calcarei-argillosi, si trovano i 7 ettari dell’azienda. Intorno a noi, terrazzamenti in cui ulivi e viti si alternano in un luogo sospeso tra le montagne appena spruzzate di neve e il mare. Il panorama dalla torre è incantevole e lo possiamo ammirare a 360 gradi! A trent’anni Massimo, cresciuto nel famoso ristorante di famiglia Pernambucco  ad Albenga – 50 anni di ristorazione, decide di dedicarsi alla produzione di vino.  Qualche ettaro è già di proprietà della famiglia e le vigne riforniscono di vino il ristorante. Massimo però vuole dare nuova vita e identità alla cantina. Così, dopo aver incrementato gli ettari (qualcosa comprato, altri in affitto), si dedica alla ricerca della qualità valorizzando le vecchie vigne di Pigato le cui uve, dopo una sofficissima pressatura, affinano in tonneaux per un anno per poi sostare alcuni mesi in serbatoio di acciaio fino a raggiungere l’equilibrio ottimale per poter essere imbottigliate. Parallelamente, evidentemente influenzato dalla vicina Francia e in particolare dalla zona dello Châteauneuf-du-Pape, sviluppa altri vini dedicandosi a Viognier, Roussanne e Syrah, che completano e arricchiscono la già ampia linea di Pigato in tutte le sue declinazioni. Ad oggi, la produzione è di 40 mila bottiglie.  Con calma, curiosità e tante, tante chiacchiere, abbiamo degustato anche annate vecchie e sorprendenti a prova che il Pigato è vino anche da invecchiamento. Vermentino Costa de Vigne 2023  Pigato Costa de Vigne 2023   Pigato Vigne Veggie 2023  Pigato Vigne Veggie 2019 Pigato Vigne Veggie 2019 Pigato Vigne Veggie 2016 Pigato Vigne Veggie 2014 Viorus (Viognier e Roussanne) 2020  Puro (Roussanne) 2019  Ci siamo poi diretti al ristorante, dove abbiamo assaggiato nuovamente i vini, questa volta in abbinamento con i piatti stagionali proposti in carta. Oltre a molto altro, indimenticabili i rossetti al vapore con i carciofi di Albenga e la frittura di pesce, la vera focaccia ligure. Tutto merito dello Chef Nicoletta Pellegrinetti, che sapientemente ricerca le eccellenze della piana di Albenga e il miglior pescato del Mar Ligure con un risultato nel piatto sempre elegante e armonioso. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads The voice of blogger    
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13 Febbraio, 2025

Sulle orme dell'Ormeasco: Tenuta Maffone e Azienda Agricola Fontanacota

Mi porta in questa zona un assaggio indimenticabile, un MC fatto con solo Ormeasco, un vero unicum! Non sempre i MC con uve diverse da quelle vocate danno risultati entusiasmanti. Siamo a  Pieve di Teco, nell’alta Valle Arroscia in provincia di Imperia, dove la Tenuta Maffone si estende per 10 ettari di vigne e 10 di ulivi. Ovviamente, data la natura del territorio, sono tutti frammentati e sparsi, tra i 500 e i 700 metri di quota.  Veniamo accolte da Eliana e dal marito Bruno. La prima, ex-dirigente di Poste Italiane, decide di cambiare vita seguendo la strada del marito, da lui intrapresa nel 2009 per dedicarsi anima e corpo ai due ettari di vigneto e agli uliveti del nonno. Ma la passione diventa inarrestabile e tra i vicini si sparge la voce che loro vogliono occuparsi del territorio. Così, negli anni, acquistano vigne abbandonate incrementando gli ettari fino ai 10 odierni e alle 60 mila bottiglie prodotte.  UN TERRITORIO BELLISSIMO E IMPEGNATIVO Il territorio è bellissimo, incontaminato, e regno di lupi, caprioli e cinghiali. Il rovescio della medaglia sono gli alti costi per proteggere le colture dagli animali, costi che arrivano al 40% delle spese annue totali. Facciamo un bel giro per vigne fino ad arrivare a quella più alta e più vecchia, a 700 metri di altezza. I vigneti di proprietà della famiglia hanno dai 60 ai 100 anni. La scelta è stata di mantenerli e coltivarli in modo tradizionale, non usando diserbanti e concimi chimici; pratica poi estesa a tutte le proprietà. Nei vigneti vengono seminati orzo e favino, quest’ultimo annualmente tritato e interrato per azotare il terreno. “I vigneti sono in posizione particolarmente favorevole,” ci racconta Bruno, “molto areati, in altitudine e ben esposti al sole. Questo ci permette di fare pochissimi trattamenti e di non usare anti muffe, nel rispetto per l’ambiente e la natura che ci circonda. Non è strano infatti in estate trovare nidi di uccellini ben nascosti tra le foglie delle viti“. TENUTA MAFFONE, ORMEASCO E… L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA   Scopro che questi meravigliosi territori sono ben conosciuti all’estero. Via via, i casolari abbandonati sono stati acquistati da persone provenienti dal nord Europa, particolarmente da Svezia, Inghilterra e Danimarca.  Eliana ci racconta questa bella storia: “Nel 1954, Asger Jorn, pittore, scultore, etnoarcheologo ed architetto selvaggio giunge ad Albissola Marina su invito di Enrico Baj e Sergio Dangelo. Innamorato del posto, decide di acquistare nel 1957 una piccola casa colonica dove si stabilirà fino alla fine dei suoi giorni. Si racconta che Jorn amasse il cibo della tradizione ligure e i vini rossi piemontesi e liguri.  Si fa quindi costruire una piccola cantina e, insieme al suo vicino di casa e amico Umberto Gambetta, si compra l’uva e inizia a fare un po’ di vino. Essendo un artista, si disegna un’etichetta e se la stampa per i suoi vini ‘Cantina Jorn’. Lui e Gambetta producono bottiglie che si bevono sostanzialmente loro. Insieme a Guy Debord e Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Pegeen Vail Guggenheim, Pinot Gallizio e Walter Olmo, approdati a Cosio durante i 3-4 giorni di soggiorno (all’epoca gli spostamenti erano veramente difficili), sostanzialmente bevono e mangiano. Si dice che fossero andati a rifornirsi di Ormeasco in giro per la valle perché avevano prosciugato tutte le scorte. NASCE L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA Ed è così che, in un clima festoso, con il sottofondo musicale dei Platters e di Vivaldi, il 28 luglio 1957 nasce l’Internazionale Situazionista. Non a caso il manifesto inizia con queste parole “Eravamo ebbri…”. Quando Jorn muore, la sua casa diventa un museo collegato alla sede “originale” in Danimarca. Vengono ritrovate queste bottiglie con l’etichetta da lui disegnata, la quale diventa anch’essa un’opera d’arte. Per promuovere il museo si decide di iniziare un progetto insieme alla mia azienda e di fare un vino con l’annata 2016 di Ormeasco Superiore, da un vero e proprio cru. Scegliamo uve da un appezzamento chiamato Cian di Negri con vigne centenarie – annata strepitosa – ne abbiamo prodotti solo 300 litri.  Siamo ad Albissola, luogo con una grande tradizione di ceramisti; mi dico che ci vorrebbe un contenitore di ceramica. Da qui, l’idea! Proprio a fianco del museo abita il proprietario della Clayver, un’azienda di Vado Ligure specializzata nella realizzazione di botti in ceramica per il vino, realizzate con un grès brevettato. Così, dopo un passaggio di 7 mesi in botte grande e successivo affinamento nella Clayver di 18 mesi nella Casa Museo più 4 anni in bottiglia, è venuta fuori una roba che non ci aspettavamo. Ci ha piacevolmente sorpreso! Una piccola parte l’abbiamo tenuta e imbottigliata per la nostra azienda con il nome di Vuscià (dal dialetto Vossia, l’antico Voi dialettale ligure rivolto alle persone di riguardo, il prete, il dottore, il sindaco e tutte quelle degne di un rispetto più intimo e che meritano qualcosa in più del Lei). Una produzione di 1.720 bottiglie e 120 magnum numerate e un “declassamento” da DOC a Vino Ligure per creare una sorta di Superligurian come i blasonati vini di Bolgheri e dintorni.” LA VINIFICAZIONE DELL’ORMEASCO Bellissima storia davvero! Tornando all’Ormeasco, scopro che viene vinificato in cinque modi diversi. Si parte dallo Sciac-trà – da non confondere con lo Sciacchetrà, passito delle Cinque Terre con medesima pronuncia, tanto per confonderci le idee! Questo è un rosato naturale derivato da una vinificazione in bianco. Un altro è l’Ormeasco classico, a macerazione sulle bucce con vinificazione in acciaio. L’Ormeasco Superiore, invece, è una raccolta tardiva di uve selezionate a mano nel vigneto più vecchio, con macerazione sulle bucce e passaggio di circa 6 mesi in botte grande di legno. Chiude l’Ormeasco Passito, una piccola produzione con uve appassite sui graticci fino a gennaio e poi sgrappolate a mano e pigiate nel vecchio torchio.  Nel 2012, Bruno decide di portare avanti un progetto sul quale studiava da un po’ di tempo e da cui è poi partita la mia storia, ovvero spumantizzare l’Ormeasco. GLI ASSAGGI DI ORMEASCO…E ALTRO In abbinamento con la tipica focaccia Sardenaira (che non avevo mai mangiato) abbiamo assaggiato: Pigato Superiore Giuano 2022, dal nome del nonno Giovanni  Granaccia Ligagna 2023, il cui nome deriva dalla legatura fatta con il salice  Ormeasco di Pornasso 2021, solo acciaio  Ormeasco di Pornasso Superiore U Meneghin 2019, un cru da un vigneto ultracentenario che non c’entra nulla con Milano ma che è stato così soprannominato e la cui produzione conta solo circa 2000 bottiglie Ormeasco Chinato, una vera chicca Vermouth, una prova…buonissima. Prova approvata! E per concludere in bellezza e pulirci la bocca, come ha affermato Eliana, il MC di Ormeasco annata 2016 sboccatura 2024. Spettacolare! Come non farsene una scorta? E se volete conoscere un po’ meglio Eliana e Bruno della Tenuta Maffone, potete dare un’occhiata a questo articolo su di loro. AZIENDA AGRICOLA FONTANACOTA Non potevo non effettuare una tappa imperdibile, oltre che di confronto territoriale, presso l’Azienda Agricola Fontanacota. Marina Berta e suo figlio Andreas ci aspettano, in una fredda mattina di gennaio, per l’obbligatoria passeggiata tra i filari di Ormeasco e Moscato, dove ci accompagnano roseti ed erbe officinali e da cui si gode una vista spettacolare che si perde fino al mare. Marina ci racconta che “la conduzione delle vigne segue il principio della lotta integrata. Si cerca di ridurre al minimo necessario gli interventi con prodotti chimici e di usare fitofarmaci solo in caso di necessità, mentre non utilizziamo diserbanti. Pratichiamo il sovescio; in autunno piantiamo orzo e favino tra i filari, poi a primavera quando queste erbe hanno raggiunto l’apice vegetativo, interriamo i primi centimetri di biomassa. Con questa operazione si garantiscono più sostanza organica e microelementi al terreno, si aumenta il controllo delle erbe infestanti, e si favoriscono biodiversità e conseguente presenza di insetti utili in vigneto. Inoltre, tutte le operazioni in vigna vengono per la maggior parte effettuate a mano“.  La cantina è nata nel 2001, anche se si faceva vino dagli anni ’80 come (mi è capitato spesso di sentire) un po’ in tutta questa parte di Liguria. LE DUE TENUTE DI FONTANACOTA Fontanacota si compone di due distinte tenute, la più grande situata in Val Prino con 4 ettari coltivati a Vermentino, Pigato, Rossese e Granaccia, mentre un’altra di dimensioni minori (2 ettari) si trova qui a Pieve di Teco, a seicento metri di altezza in coltivazione a Ormeasco e Moscato; in totale, circa 35 mila bottiglie prodotte annualmente. Abbiamo passeggiato in mezzo ai vigneti terrazzati e scoscesi con, da una parte, le Alpi imbiancate di neve che proteggono dai venti freddi provenienti da Piemonte e Francia e, dalla parte opposta, un mare già visibile nel suo luccichio all’orizzonte.  Visitiamo anche la micro-cantina, ricavata in un antico casolare e ci accingiamo agli assaggi nella sala di degustazione al primo piano, intatto testimone di usanze contadine, quando il centro della vita familiare era la cucina.  LA DEGUSTAZIONE TRA ORMEASCO E ALTRI AUTOCTONI Libellulablu 24 mesi, sboccatura settembre 2024 (per la spumantizzazione, l’azienda si appoggia a Dogliotti). Per il momento solo 800 bottiglie prodotte ma visto il successo si prevede un incremento di produzione  Vermentino “Riviera Ligure di Ponente” DOC 2023  Pigato “Riviera Ligure di Ponente” DOC 2023  Barbazena Vermentino Superiore 2022, produzione 600 bottiglie  Lamantide Moscato 2023  Granaccia San Giorgio 2023  Ormeasco di Pornassio 2023  Ormeasco di Pornassio Superiore 2022  Le etichette sono bellissime, ognuna con una storia da raccontare. Per la Granaccia “San Giorgio” Edizione Limitata 2022 è stata scelta un ‘artista, Lidia Bolognini, che ha disegnato l’etichetta unendo lo stile manga a elementi di tutt’altra origine, ovvero San Giorgio e il drago. Le etichette dei “classici” riportano un upupa, uccello che non è difficile avvistare in questi luoghi incontaminati, e sono state disegnate dalla cognata Cristina Rovaldi. Evidentemente, una famiglia dove non manca il senso artistico, visto che le etichette dei Superiori, del Moscato e del MC (che riportano un bombo, una farfalla, una mantide e una libellula) sono state disegnate dalla nipote Caterina Berta. UN ETIMO DISCUSSO Vi riporto una curiosità a proposito dell’origine dell’ormeasco che ho trovato qui. Ci sono almeno tre spiegazioni.  Una prima corrente di pensiero, mancando altra documentazione, ritiene che l’etimo ormeasco significhi vite dell’olmo. Un’altra, maggioritaria e più diffusa nei testi, nota che le località e i nomi con suffisso -asco, segnalavano nell’antica lingua ligure luoghi con la presenza di un corso d’acqua. Ad Ormea scorre il fiume Tanaro; il termine indicherebbe quindi una semplice etimologia dell’Ormeasco: vite e vino di Ormea. Un altro filone di pensiero ritiene invece che il vino riporti il nome di Ormea quale essenziale luogo di transito e di commercializzazione del prodotto. Un po’ come i prodotti in ardesia che hanno preso il nome dalla località di Lavagna o le giare in Francia, che lo hanno preso da Antibes e Biot! In questo caso l’etimo ‘Ormeasco’  significherebbe, nuovamente, vite di Ormea.   Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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8 Gennaio, 2025

I Vignaioli FIVI ospitano FIOI: con l'olio giusto il fritto può far bene.

Che il mondo dell’olio sia tutto da scoprire, si sa. E l’hanno capito anche al Mercato dei Vini gli organizzatori della FIVI, che quest’anno hanno affiancato ai tradizionali produttori di vino quelli d’olio. Riuniti sotto l’egida FIOI, hanno dedicato uno spazio e un’attenzione particolari a questo meraviglioso prodotto, che più ancora del vino è presente quotidianamente sulle nostre tavole.  FIOI – UN OLIO ‘INDIPENDENTE’ La Masterclass a cui ho partecipato si intitolava “Verità e falsi miti nell’olio. In cottura e a crudo, quello che cambia in termini di gusto è sorprendente”. Pietro Intini, Presidente della federazione e produttore pugliese, ci racconta che il progetto Fioi è nato circa 5 anni fa. Parlando con alcuni colleghi si era infatti reso conto che il settore era cresciuto tantissimo e che c’era una forte necessità di regolamentazione per tutelare la qualità dei prodotti, i produttori e, a cascata, i consumatori. E’ nato così il Manifesto FIOI. “Questa federazione è fatta da produttori e per i produttori“, spiega il Presidente. “Credo che sia un movimento che parte proprio dal basso, dalla Terra. Le persone che ne fanno parte sono agricoltori o produttori di olio che si cimentano in attività di tipo associativo e politico. E’ quindi un’associazione di categoria con obiettivi chiari e fondamentali, tra i quali la valorizzazione delle cultivar dell’Italia, che conta forse più di 600 varietà di olive.  Parlando di vino, si è arrivato addirittura a identificare un cru. Anche nel mondo dell’olio abbiamo la stessa realtà e potremmo iniziare a distinguere tra diverse zone e tipologie. Oltre alla qualità va controllato il processo di produzione, dotandosi di protocolli di lavorazione che trattino la materia prima come un prodotto d’eccellenza. Non voglio fare terrorismo, però di olio extravergine d’oliva di qualità ce n’è in giro pochissimo.“ UN PERCORSO QUALITA’ PER L’OLIO EVO Questo principalmente perché l’olio extravergine di oliva è l’unico alimento che deve soddisfare attente e rigorose analisi chimiche e organolettiche. Ciò significa ad esempio che, oltre a rispettare parametri di acidità, il prodotto deve superare il giudizio di un panel test. Un gruppo di esperti assaggiatori, se non rileva la presenza di difetti, dà il via libera alla denominazione Olio Extravergine Oliva.  “Esiste però un  problema. La stragrande maggioranza degli oli in circolazione è, ahimè, “difettata”, sebbene possieda un profilo analitico corretto. Consapevoli di questo, il nostro intento è prima di tutto provvedere formazione agli associati. L’utilizzo del marchio in etichetta, sigillo di garanzia, viene dato solo all’olivicoltore socio che abbia dimostrato un percorso di crescita con noi. Questo percorso prevede ovviamente tutta una serie di protocolli per la produzione e la realizzazione di questo olio extravergine di oliva.” LA MASTERCLASS FIOI: COTTURA E CULTURA DELL’OLIO Un altro obiettivo fondamentale è quello della cultura di prodotto. Siamo qui perché vogliamo essere vicino al consumatore e spiegare che l’olio ha specifici profili olfattivi, profumi. Questa masterclass è anche per dire “attenzione perché l’olio non è solo l’olio buono, non deve essere solo utilizzato a crudo, ma seguendo accortezze che si fondano su studi e prove empiriche va benissimo anche utilizzato in cottura.” Fabio Ferrara, relatore della masterclass, è il Patron dell’Osteria Tarassaco. Con la sua loquacità e verve ci ha tenuto incollati alle sedie in un tempo che è parso sospeso. “Nel mio locale non c’è menù, non c’è carta dei vini, non c’è carta dell’olio. Decido io, perché con le persone non è che puoi stare lì a spiegare, a giocare di fioretto ma piuttosto bisogna mettergli il fucile in bocca. Cioè ‘ti consiglio questo altrimenti non è il posto per te’. Chi viene da me è nel mio mondo e deve avere la sensibilità di farsi guidare“. La premessa è interessante, e Fabio entra a gamba tesa sull’argomento principe: “Mentre tutti i guru dell’olio lavorano sulla concordanza, io ho cominciato a lavorare in contrapposizione”, spiega. “Sono di fondo un ricercatore di materia, vado alla ricerca delle materie più importanti e di qualità che esistono sulla faccia della terra. Per farvi un esempio, il sale. Prima di scegliere il sale che utilizzo, ho girato tutte le saline. Per trovare il pepe giusto sono andato dappertutto, fino in Madagascar. Vi faccio un altro esempio. I guru mettono l’olio che sa di pomodoro su un grande pomodoro. Se io compro un grande pomodoro voglio metterci altro, perchè il sapore del pomodoro già deve esserci!” Fabio si spinge oltre, raccontaci che cucinare con l’olio di alta qualità, addirittura friggere in quell’olio, migliora la vita, favorendo il prebiotico naturale inulina e la vitamina K, fondamentali per mantenerci in salute. I dati arrivano dalle analisi chimiche che lui stesso e a sue spese (“mi sono costate 2.400 euro!”, ha commissionato a un laboratorio a Verona.  “L’olio è un sigillante intorno alla materia, fa un velo che la protegge e rende le vitamine e le sostanze nutraceutiche biodisponibili per il nostro corpo, quando le mangiamo. Non solo, in certi casi quando cuciniamo con oli di alta qualità e valori di polifenoli alti, le proprietà nutritive aumentano in modo esponenziale”. Alla domanda sui benefici della cucina a vapore risponde: “Ma quale cucina a vapore! Mangiatela tu, io cucino!”. Scopriamo così che per capire il rapporto tra cibo e salute, è importante indagare sulla correlazione tra polifenoli e proprietà antiossidanti e antiradicali, sulla la capacità dell’inulina di favorire la digestione e su quella della vitamina K di promuovere la flessibilità arteriosa.  POLIFENOLI, UNA SINERGIA PER LA SALUTE “Tutti analizzano l’olio, ma a che serve?”, provoca Fabio, che continua: “Bisogna indagare la materia che si sta cucinando. Ad esempio guardiamo la cicoria, ho fatto un esperimento è l’ho cotta in tre modi diversi: nell’acqua, con l’olio di Ascolana tenera (la cultivar, ndr), che ha un valore di polifenoli di circa 450 mg/kg e con un olio di Coratina di oltre 850 polifenoli. Praticamente ottengo tre risultati completamente diversi: con l’olio di qualità aumenta l’assimilabilità delle proprietà contenute nell’alimento e più è alto il tasso di polifenoli, come con la Coratina, più il processo è potente”. Quindi è quello che praticamente ci dà la possibilità di poter di far lavorare il nostro microbiota nella maniera migliore. “I polifenoli usano l’olio come un veicolo che li cattura e se li porta nella zona gastroenterologica, rendendoli biodisponibili. Voi sapete che i polifenoli all’interno del nostro corpo sono la manna dal cielo, mettono a posto la flora batterica e ne favoriscono il riequilibrio”. Fabio è un fiume in piena e ci fa riflettere sul fatto di mettere quotidianamente in pratica azioni sbagliate. Ad esempio ci racconta che “la prima frittura in olio extra vergine non è quella migliore e l’olio extravergine comincia a tirare fuori il meglio di sé dopo la terza frittura. Anche economicamente, oltre che sul piano salutare, fa qualche conto: “Olio di Girasole 4,20 euro al litro, se sono un locale serio ci faccio al massimo 2 fritture e spendo 8,60 euro. L’Olio Extravergine di Oliva mi costa 14 euro e lo utilizzo per 5 fritture . Risparmio!“ Inizia poi la dimostrazione, cominciando con la cottura delle cime di rapa per mostrare (e far assaggiare) come cambiano a seconda che siano cotte in acqua oppure fritte in olio (monocultivar Intosso di Tommaso Masciantonio Olivicoltore e Frantoiano di Casoli – CH). Posso dire che veramente la differenza è tanta e che il sapore viene mantenuto e racchiuso molto di più nella cima fritta. Nel frattempo vengono fritti in olio i carciofi (monocultivar Coratina di Michele Depalo Olivicoltore e Frantoiano FIOI a Giovinazzo, Bari). Semplicemente sublimi,  leggerissimi, impalpabili e saporiti. Mi porto a casa nuovi spunti di riflessione e anche qualche conoscenza in più. Gli oli di elevata qualità hanno polifenoli e caratteristiche sensoriali diverse per ciascuna varietà di oliva utilizzata e, quando vengono sperimentati in cucina, rivelano orizzonti tutti da esplorare. Gli chef del futuro hanno la strada aperta alla sperimentazione e a nuovi concetti, per indagare e scoprire combinazioni che potranno, rispettando la materia, esaltarla mantenendone inalterati i suoi valori nutraceutici.  Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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20 Novembre, 2024

PIEVALTA nessun sogno è troppo grande

“Sogna ragazzo sogna”, canta Roberto Vecchioni. E’ il vulcanico Silvano Brescianini il “ragazzo” che mi viene in mente dopo aver visitato Pievalta. Lui i sogni li fa, e li realizza pure! Nel 2002 decide infatti di investire oltre i confini del Franciacorta, scegliendo con lungimiranza la potenzialità del Verdicchio, vitigno autoctono marchigiano. Nasce così Pievalta a Maiolati Spontini e sceglie Alessandro Fenino, enologo con esperienze maturate nelle vendemmie del Franciacorta, per aiutarlo in questo suo progetto. Pievalta oggi si estende per 44 ettari, di cui 30,4 vitati condotti in biodinamica, con una produzione di circa 150.000 bottiglie l’anno. Arrivata a Senigallia in una bella giornata di ottobre, trovo proprio Silvano Brescianini ad accogliermi. Una persona squisita, cordiale e desiderosa di condividere le sue passioni, cosa che apprezzo moltissimo. Nel corso di un piacevole pranzo vista mare, sorseggiando Animante, Silvano ci racconta del suo amore per Pievalta e questo territorio. Amore che comprendo bene quando, durante il tragitto per raggiungere l’Azienda, vengo attratta dalla varietà di paesaggi che ci offre questa terra e che spaziano dall’azzurro del mare alla distesa delle verdi colline fino alle stradine bianche che sembrano cuciture tra i colori della natura e le opere dell’uomo. LE VIGNE DI PIEVALTA Con Alessandro Fenino e Silvano Brescianini iniziamo la visita alle vigne che si trovano in quattro dei 25 Castelli (di Jesi):  Maiolati Spontini, Montecarotto, San Paolo di Jesi e Cupramontana. Diversi suoli, diverse altitudini, diverse esposizioni. In particolare, il suolo del San Paolo ovvero il protagonista della Verticale in programma, è tufaceo. Queste vigne vengono da un vecchio corpo del 1968 reimpiantato e si trovano a più di 300 metri sul livello del mare. Alessandro ci racconta quanto il mondo della biodinamica sia affascinante, fatto di concetti semplici e di buon senso che si sono perduti nel tempo, rimpiazzati da esigenze spesso troppo economiche e commerciali.  Guidato da un unico grande mantra, ovvero “Restituire salute alla terra, e quindi ai suoi prodotti e ripristinare le relazioni con la realtà nell’ambiente che ci circonda”,  Alessandro inizia a gestire le vigne in regime biologico in accordo con la proprietà, ottenendo ben presto la certificazione biodinamica Demeter. Alessandro ci racconta che “Il filosofo austriaco Rudolf Steiner, ‘padre’ della Biodinamica, affermava che l’uomo è l’unico animale sulla Terra ad avvelenare il cibo di cui si nutre. Steiner era convinto che l’azienda fosse un organismo vivente, e che quindi per funzionare bene dovesse riuscire a fare tutto da sé; esattamente il contrario dell’agricoltura moderna, molto parcellizzata. Questo è però il sistema più sostenibile, ovvero quello di un’azienda agricola completa che ha frutteto, cereali e seminativo, con una biodiversità assoluta e che si autosostiene. Ha gli animali e quindi anche il letame. Noi usiamo le vinacce per produrre il nostro compost che possiamo usare in alcune parti del vigneto”. LA VERTICALE DI SAN PAOLO   Devo ammettere di essermi persa nella degustazione, nel confronto vivace con i miei compagni di viaggio e nella sorpresa che ho trovato nei bicchieri, godendomi a fondo l’esperienza. Pertanto, mi limito a riportare gli appunti dell’enologo: del resto chi meglio di lui conosce questi tesori?  San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2008 Annata con primavera di buona piovosità, estate mite fino ai primi d’agosto, la vendemmia è stata segnata da ondata di calore iniziale che ha dato un’impronta calda al vino. Una maturità espressiva ancora vivace.  San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2009 Annata regolare, con primavera fresca, piogge regolari, vendemmia senza eccesso di calore o umidità, con buone escursioni termiche giorno/notte. San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2013 Annata caratterizzata da una piovosità elevata, una primavera molto fredda unita ad una bassa fertilità delle gemme che ha portato ad un carico di uva ridotto. La vendemmia è stata fresca e piovosa. Un San Paolo unico nel suo genere: grande potenza e una spinta acido-sapida eccezionale accompagnata da un profilo aromatico di spiccata mineralità. San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2016 Annata caratterizzata da buona piovosità primaverile che è proseguita anche nel mese di luglio. I mesi di agosto e settembre sono stati asciutti ed hanno permesso un’ottima maturazione delle uve che ha portato ad una vendemmia regolare con temperature gradevoli. Il vino racconta perfettamente questa “frescura” vendemmiale con un naso agrumato e una bocca di grande freschezza e sapidità. Una versione dal grandissimo potenziale di invecchiamento che negli anni diventerà sempre più goloso. San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2019 Il trend generale è quello di annate sempre più calde, ma le precipitazioni di luglio e settembre hanno permesso alla vite di portare a maturazione uve molto buone per corredo acido e aromatico. Abbiamo prodotto meno uva perché le piante portavano addosso ancora i segni della terribile grandinata del 2018. Per il primo anno un quarto del vino ha fermentato e affinato un anno in una botte di rovere da 25 ettolitri. Il resto ha fermentato in acciaio e poi ha proseguito la permanenza sulle fecce fini in cemento. Abbiamo voluto azzardare un forte cambiamento e ne abbiamo ottenuto un vino fedele al proprio profilo, luminoso e sapido, ma anche meno freddo e più sfaccettato a livello aromatico. Forse il San Paolo più completo di sempre, che ha conquistato il  premio speciale del Gambero Rosso come miglior bianco dell’anno. San Paolo Castelli di Jesi Riserva 2021 Le vigne di San Paolo, poste sul versante nord est del Monte Follonica, nel Comune di San Paolo di Jesi, hanno suoli contraddistinti dall’arenaria pliocenica e da una giacitura in forte pendenza ad una altitudine di quasi 350 m sopra il livello del mare. I vigneti a Verdicchio sono due: il più giovane, di due ettari e piantato nel 2009, affianca la vigna di tre ettari piantata nel 1992. Ricorderemo l’annata 2021 come un’annata soleggiata e siccitosa, in linea con l’andamento in atto negli ultimi anni. Il fil rouge che lega questi vini è sicuramente la sapidità immediatamente percepita al primo sorso unitamente alla grande freschezza anche nelle annate più vecchie. CENA, MENU’ E ABBINAMENTI La cena era prevista nella struttura a grandi vetrate adibita solitamente alle degustazioni. Una bellissima tavola conviviale dove sono state servite le preparazioni della Chef Maria Vittoria Griffoni. Crostone di pan brioche pomodori, pesche, bufala abbinato a  Pierlugo Zero Magnum Tacos di crescia sfogliata erbe strascinate, pecorino, miele abbinato a Tre Ripe Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2023 Risottino crema di zucchine, olio alle foglie di fico, lime abbinato a  San Paolo Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico 2022 (in anteprima)  Maialino porchettato abbinato a  Dominé Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2021 Torta di mele e crema calda alla vaniglia  Oltre al già citato “San Paolo” Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Docg Classico, da non perdere il “Dominé” Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, che nasce da una singola vigna del 1965; il “Tre Ripe ”Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, il cui nome nasce dall’unione di uve provenienti proprio da tre versanti diversi; e infine il Perlugo Zero VSQ che mi è particolarmente piaciuto. Un Metodo Classico riuscitissimo da uve Verdicchio. E chi, se non Barone Pizzini con la sua importante tradizione spumantistica, poteva farlo così buono? PERLUGO, PIEVALTA RINGRAZIA Questo nome ha una storia particolare, che tengo a raccontarvi. Quando Silvano Brescianini capitò da queste parti, qualcuno (pare il giornalaio del paese) riconoscendolo pensò di avvisarlo che c’erano vigne in vendita. Ci racconta Brescianini: “Fui così conquistato da questo vigneto che ai miei soci posi l’aut-aut di farlo acquistare da Barone Pizzini; altrimenti lo avrei acquistato da solo”. Decisiva la scelta di Ugo Colombo, Presidente della cantina lombarda che ha ammesso di “avere sempre creduto in Pievalta, nella grande potenzialità del territorio e nella qualità dei suoi vini; per questo non temo il tempo che sarà necessario a raccogliere i frutti delle mie convinzioni”. In suo onore e per riconoscenza, e quindi “per l’Ugo”, è nato questo Metodo Classico indimenticabile. Un ringraziamento speciale a: Silvano Brescianini, la cui presenza non è da dare per scontata Alessandro Fenino, che mi ha regalato un approfondimento sul mondo della biodinamica  Silvia Loschi, che con professionalità e simpatia si è occupata della nostra ospitalità Last but not least, Stefano Donarini e Francesca Tortoreto (Multimedia), che riescono sempre a sorprendermi    Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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23 Ottobre, 2024

I Moschettieri di Modigliana

Ormai un appuntamento irrinunciabile, quello a Modigliana con l’Associazione Stella dell’Appennino, che si è svolto l’8 e il 9 settembre 2024. La sera precedente ho avuto l’onore di partecipare alla cena di apertura alla Badia della Valle, un luogo sospeso nello spazio e nel tempo e incredibilmente suggestivo. Durante il discorso di benvenuto, l’Avvocato Renzo Maria Morresi ce ne ha raccontato un po’ la storia. “Modigliana ha 500 anni di Toscana alle spalle. Infatti, era in territorio Toscano fino a che Mussolini, nato a Predappio, decise che il fiume Tevere doveva nascere in Romagna, in provincia di Forlì. Spostò quindi il confine di 15 km e Modigliana diventò Romagna. Trovarci qui è per noi anche una sorta di rivendicazione della nostra storia. Siamo all’ottava edizione della manifestazione annuale Modigliana Stella dell’Appennino. Questo è un progetto territoriale per il quale essere qui non è essere in un posto qualsiasi. L’idea è rivendicare anche un vino che è fatto qui, non solo un vino fatto bene. I nostri vini non solo sono interessanti, ma anche vini originali, dove ‘originale’ significa capace di essere tracciato fino alla sua origine; e la nostra origine è appunto questa. Quindi qui volevamo cominciare come ogni anno il nostro percorso. Questa sera mangeremo delle cose del posto, non a chilometro zero ma a chilometro zero virgola zero zero zero zero zero zero, in abbinamento ai vini dei produttori che fanno parte dell’associazione. Condivideremo i nostri vini e ne parleremo insieme, ma l’idea è anche un po’ quella della contaminazione“. La serata ha seguito questo filone, e ai tavoli si sono alternati produttori che hanno raccontato il territorio e non le singole aziende. Una caratteristica, questa, che spicca nella manifestazione tutta. Un po’ come se i produttori fossero animati dal motto dei famosi tre moschettieri, “Tutti per uno, uno per tutti”. Nessuno ha prevalso, tutti erano protesi a raccontare una storia differente. Differente perché basata sulla geologia di tre vallate, vicine ma diverse, e sul lavoro svolto anno dopo anno. Un racconto, insomma, di territorio e non di marchi.  Si percepiva una profonda volontà di fare squadra, soprattutto dopo l’alluvione che lo scorso anno ha colpito l’intera zona e che anche quest’anno si è ripresentata (fortunatamente, ad ora, con meno danni). Tra le ‘chicche’, il Trevisolo, formaggio tenero e squisito prodotto solo nella valle di Modigliana, che abbiamo assaggiato in abbinamento a crescentine e salumi. PANEM ET CIRCENSES  La mattina successiva, appuntamento al mercato coperto. Situato nelle adiacenze della Porta Tribuna, risalente al XVI secolo e parte della ormai scomparsa cinta muraria, il mercato ha accolto i banchi d’assaggio dei vari produttori. Agricola Il Teatro  Casetta dei Frati Il Pratello Villa Papiano Mutiliana Lu.Va Fondo San Giuseppe Menta e Rosmarino Pian di Stantino  Oltre a visitare i loro stand, è stato possibile partecipare a un’esperienza gastronomica completa, un percorso e un sapiente e audace gioco con gli abbinamenti di cibi e vini, alla scoperta dell’anima profonda di Modigliana. Questo ha decisamente infervorato il dialogo tra i partecipanti per un confronto sul risultato finale dell’abbinamento. Un momento di dialogo, un pretesto per ragionare su profumi e sapori in libertà e con immaginazione in un ambiente conviviale e informale. Sono state ben otto, le esperienze proposte. Erano tutte ugualmente “appetibili”, ma impossibili da fare tutte! Per questo, ne ho individuate due.  Dolci Speziature presentata da Eleonora Lopes con le proposte di Sebastiano Caridi, il quale ci ha stupito con il coraggio di scelte ambiziose e il bagaglio di profumi della sua Calabria. Il tutto è stato abbinato a: Mutiliana, Ecce Draco 2015 (Pinot nero) Il Pratello, Collezione Burrasca 2006 (Taglio Bordolese) Villa Papiano, Tregenda R 2022 (Albana dolce) Spezie ed Erbe, Paesaggio Sognato presentata da Bianca Mazzinghi con le proposte di Giuseppe Gasperoni, che ci ha fatto viaggiare per campi, mare, boschi, fossi e in uno speziato oriente. Il tutto in abbinamento a:  Il Teatro, Modigliana Violano 2022  Menta e Rosmarino, Modigliana Area 8 2022 Il Pratello, Modigliana Mantignano dei Ginepri 2022 Esperienze che mi hanno regalato emozioni.  DOV’E’ MODIGLIANA   Per darvi un’indicazione geografica, Modigliana è un bel borgo medievale nell’entroterra faentino, a circa venti chilometri da Faenza anche se la Provincia è quella di Forli-Cesena. Fu un castrum romano dove già si coltivavano ulivi e viti. Una terra di confine, che i Medici dominarono per cinque secoli, composta da tre vallate: Ibola, la più ripida e fredda, Acerreta, con pendii più dolci e Tramazzo, un mix delle due precedenti. Possedendo ognuna un proprio distinto microclima e specifiche esposizioni dei vigneti, qui si trova un’immensa ricchezza di diversità racchiusa in un piccolo fazzoletto di terra costellato da fittissime aree boschive. Se volete saperne di più leggete la mia esperienza dell’anno passato. Un territorio da scoprire, fatto di persone laboriose e gentili che hanno voglia di raccontarlo. I vini mi entusiasmano sempre all’assaggio; verticali, longevi, e capaci di un’evoluzione straordinaria. Provare per credere! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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5 Settembre, 2024

La Farra: storia di scommesse vinte e valorizzazione del territorio

Un invito nato da una scommessa: un abbinamento coraggioso. Ovvero la cucina bolognese accompagnata a tutto pasto da Prosecco di Conegliano Valdobbiadene DOCG. A essere sincera, qualche pregiudizio lo avevo ma sono una persona curiosa, sempre pronta a fare esperienze e aperta a nuove sfide. Ed è anche così che si scoprono le aziende, a tavola! Nella storica cornice del Ristorante La Cesarina, situato in quella che ritengo la più bella Piazza di Bologna (Piazza Santo Stefano), il Veneto più tradizionale ha incontrato la bolognesità più tipica. Una piacevole pausa dagli impegni quotidiani, in compagnia dei produttori. E’ una bella storia quella dei tre fratelli Nardi, oggi alla guida dell’Azienda La Farra e tutti dedicati alla valorizzazione del territorio. Siamo nel cuore del Conegliano, in una tenuta che si estende per circa 25 ettari. Qui, le uve Glera vengono coltivate e lavorate a mano per poi essere trasformate, e valorizzate, in vini iconici. Scopro che La Farra offre un’esperienza enoturistica che è un vero viaggio sensoriale, dalla vigna al calice. Il percorso è lungo circa 3 km ed è percorribile in 50 minuti a piedi. Snodandosi dalla cantina attraverso i vigneti sulle colline, arriva fino al Belvedere La Farra. Questo è un casolare pittoresco e luminoso, immerso nei vigneti eroici e di proprietà della famiglia Nardi.  LA FARRA, VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO “Il progetto di recupero del Casolare muove da una vera e propria esigenza di condivisione che tutti noi fratelli sentivamo profondamente – racconta Adamaria Nardi. Si tratta infatti di un angolo di mondo che abbiamo sempre vissuto con grande intensità e che desideravamo aprire agli altri. Più che un semplice luogo, è l’incarnazione di un legame profondo con la terra che lo circonda. Il vino che qui prende vita è infatti da noi interpretato come un frammento di un cosmo più vasto, intrinsecamente intrecciato con l’essenza stessa di questo territorio di cui il casolare è al tempo stesso simbolo e ambasciatore.”  “La decisione di valorizzare il Casolare”, racconta Innocente Nardi, “si radica nella volontà di contribuire, a nostra volta, all’eredità lasciataci dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basti pensare che questa struttura è ubicata nella suggestiva località Rive dei Nardi, collina che si inscrive armoniosamente in questo contesto. Qui, tra le colline punteggiate dai vigneti storicamente appartenuti alla famiglia Nardi, il casolare si è affermato come simbolo dell’arte viticola di questo luogo, teatro dell’impegno e della dedizione tramandatici. Valori, questi, che abbiamo scelto di onorare e perpetuare nel tempo.  Con questo spirito, abbiamo deciso di investire nel recupero dell’edificio, intenzionati ad aprire le sue porte a chi si riconosce nella nostra filosofia e desidera scoprire l’anima nascosta dietro ogni calice di vino firmato La Farra. Il nostro desiderio è infatti quello di condividere non solo il vino, ma anche le sfide e le peculiarità di questo territorio unico al mondo: la ripidità delle sue colline, i suoni distintivi, il microclima unico; tutti elementi che si fondono in un mosaico irripetibile.”  UNA SCOMMESSA VINTA Come non essere curiosi dopo questa descrizione? L’enoturismo è indubbiamente un grande volano per l’economia – ma torniamo alla tavola e ai nostri assaggi. Stuzzichino di salumi del territorio con crescentine con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut Millesimato 2023 Tortellini alla panna Cesarina inventati da Cesarina Masi nel 1940 con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Dry 2023 Lasagne verdi alla bolognese con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Sui lieviti Brut Nature 2022 Petto di tacchinella con punte di asparagi e contorni di stagione con Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive di Farra di Soligo Extra Brut 2022  Torta di riso tradizionale Si dice che gli opposti si attraggono, e anche se i sapori della tradizione emiliana sono decisi e definiti, i profumi e le bollicine eleganti delle referenze assaggiate sono riusciti a tenergli testa. Abbinamento non facile, addirittura un po’ azzardato, che tuttavia è risultato piacevole nella sua inconsuetudine. Dimostrazione, questa, che non c’è una sola regola, così come non ce ne devono essere di assolute. La bellezza sta infatti nella ricerca e nel dinamismo della sperimentazione. La scommessa è stata vinta, e non solo a tavola in quel momento e in quella occasione, di certo frutto di un grande lavoro di qualificazione e valorizzazione di un territorio che merita di essere conosciuto più accuratamente. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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28 Agosto, 2024

FIOROTTO FESTEGGIA I PRIMI 90 ANNI

Se da una parte è bello raccontare le nuove realtà vinicole, è altrettanto emozionante celebrare quelle che storicamente sono presenti da anni sul territorio, custodendolo. LA FELICITA’ Ho conosciuto Daniele Fiorotto qualche anno fa. Giovane, dinamico e appassionato, è nato in quel di Nervesa della Battaglia. Città, questa, che ha dato vita al celebre Galateo scritto nel ‘500 da Giovanni della Casa. Daniele è non a caso un ragazzo posato che ama la bellezza e l’eleganza. Una delle sue frasi preferite è quella recitata da Valeria Bruni Tedeschi nel film La Pazza Gioia di Paolo Virzì: “Ma dove si trova la felicità? Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili.” Daniele ha interpretato seriamente quest’affermazione, e questi elementi ce li ha regalati tutti quando, in occasione del 90° anniversario, ha presentato ai più di 300 invitati il nuovo Caveau del Gusto. Questo è uno spazio di 150 metri quadrati pensato appositamente per accogliere i clienti e coccolarli con i prodotti dell’azienda. Oltre ai vini, infatti, Fiorotto1934 produce formaggi e miele biologici. LA STORIA DI FIOROTTO Il fondatore, Vittorio Fiorotto, arrivò a Nervesa Della Battaglia negli anni ‘30 con moglie e figli per dare vita all’attività. Una decina di capi di bestiame, qualche filare di vigneto, campi di cereali e a prato furono il suo investimento iniziale. Da allora, la stessa passione ed intraprendenza si sono tramandate di padre in figlio fino ad arrivare, oggi, alla quarta generazione (in realtà quinta, data la nuova nascita di Giacomo il 31 maggio). Dal 2017, la gestione aziendale è passata alla ai fratelli Daniele, Marina e Stefano. Tra le varie proprietà e i numerosi terreni, il complesso aziendale si estende attualmente su 120 ettari, di cui circa 20 dedicati soltanto al vigneto, 3 a bosco e il rimanente coltivato a prati e cereali per alimentare i 180 capi di bestiame presenti in  allevamento. I FESTEGGIAMENTI PER I 90 ANNI L’inaugurazione del 14 giugno è stata allietata da musica, luci e un’atmosfera festosa, nella quale i Fiorotto sono stati idealmente abbracciati da amici, clienti e parenti che hanno loro dimostrato grande affetto e stima. Abbiamo avuto la possibilità di passeggiare sotto la bellussera, antico sistema di coltivazione della vite detto anche “a raggi”, illuminata scenograficamente. Questo particolare sistema, diffuso principalmente in Veneto, fu inventato dai fratelli Bellussi di Tezze di Piave (Treviso) alla fine dell’800, per combattere il flagello della peronospora e prevede un sesto di impianto ampio. Nella bellussera, pali in legno di circa 4 metri di altezza sono collegati tra di loro da fili di ferro disposti a raggi, mentre ogni palo sostiene 4 viti, alzate circa 2.50 metri da terra. Da ciascuna di esse si formano così dei cordoni permanenti che vengono fatti sviluppare inclinati verso l’alto e in diagonale rispetto all’interfilare, formando una raggiera. Nel tempo, chi ha mantenuto questo tipo di impianto ha conservato un importante patrimonio storico, a testimonianza e memoria dell’identità e della tipicità di questo territorio. I VINI DI FIOROTTO 1934 I nomi dei vini si rifanno alle figure storiche e romantiche, come il Florimonte, ad esempio, che deriva dal cognome di Monsignor Galeazzo Florimonte (1484-1565), vescovo italiano e fine umanista, letterato e riformatore.  Durante la serata abbiamo avuto modo di assaggiare tutte le referenze prodotte, abbinate ai piatti di Do Eat Ricevimenti, azienda partner con cui Fiorotto1934 condivide i principi di sostenibilità e genuinità dei prodotti.  Fiorosa Vino spumante Brut, ottenuto da uve 100% Pinot Nero, Charmat lungo 11 mesi Florimonte Extra Charmat Dry, da uve Glera vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale  Florimonte Brut Charmat, da uve Glera sempre vendemmiate a metà settembre con raccolta manuale Florimonte Millesimato Cuvée Brut, Metodo Charmat lungo 7 mesi da uve Chardonnay, Pinot bianco e Glera   In anteprima, abbiamo potuto assaggiare una nuova referenza pensata per onorare il fondatore dell’azienda. “Vittorio Il Fondatore” è un Metodo Ancestrale con rifermentazione in bottiglia da 6 a 12 mesi da uve Glera di antichi vigneti di famiglia, mantenuti a Bellussera. Tutti i vini hanno ottenuto la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata). Fiorotto1934 è da sempre attenta al rispetto delle persone e dell’ambiente, e adotta un sistema di agricoltura intelligente nel quale vengono utilizzate attrezzature all’avanguardia unitamente ad antiche pratiche agronomiche tramandate nel tempo. Le uve vengono coltivate secondo metodi di produzione che garantiscono alti livelli di sostenibilità, raccolte manualmente e vinificate con pressatura soffice, al fine di diminuire l’impatto ambientale, la percentuale di residui e l’uso dei solfiti. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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7 Agosto, 2024

La Grande Bellezza 2024

Si è appena concluso il Tour de La Grande Bellezza 2024. Sai di cosa si tratta? IL FORMAT DE LA GRANDE BELLEZZA 2024 E’ un evento dedicato alla degustazione e alla scoperta dei vini eccellenti del territorio italiano, frutto della accurata e attenta selezione condotta dai critici Raffaele Vecchioni e Federica Ferone, il primo convinto che “oggi più che mai, sia fondamentale creare connessioni fatte di storie, momenti, vita ed emozioni per aumentare la percezione di un brand e conoscerlo a fondo”. Bologna è la città che chiude il tour che ha toccato Amsterdam, New York,  Napoli, Milano in location di grande fascino. La degustazione di vino è costituita da un Grand Tasting principale, dove sono presenti circa venti aziende italiane e distributori, che hanno la possibilità di raccontare i loro prodotti a professionisti del settore. Nel corso del pomeriggio si sono svolte due masterclass, decisamente interessanti, di aziende che non conoscevo. Entrambe sono state un’esperienza arricchente sia dal punto vista umano che culturale. Mattatore unico Raffaele che con quel pizzico di informalità che mette tutti a proprio agio, ha magistralmente condotto le degustazioni dandoci la possibilità di confronti e approfondimenti di cui il mondo del vino ha così bisogno. 1° MASTERCLASS ORIZZONTALE DI BAROLO 2020, Poderi Gianni Gagliardo Sfumature preziose di Comunali e Cru, simbolo di unicità del territorio. Barolo del Comune di la Morra (scheda tecnica) Barolo del Comune di Monforte d’Alba (scheda tecnica)  Barolo Monvigliero (scheda tecnica)  Barolo Castelletto (scheda tecnica)  Barolo Fossati (scheda tecnica)  Barolo Mosconi (scheda tecnica)  Lazzarito Vigna Preve (scheda tecnica)  Serra dei Turchi (scheda tecnica) Da un’unica barrique di 10 anni, vengono prodotte solo 150 magnum e solo negli anni migliori  Incredibile, quanto siano emerse le differenze di territorio. Il produttore, che era presente, ci ha assicurato che il metodo di vinificazione è lo stesso per tutti i prodotti e che la cantina lavora per far emergere uno stile preciso che sia leggibile e riconoscibile, come un’impronta. Ovviamente, ho individuato i miei preferiti, ma in tutti gli assaggi è stata lampante la ricerca dell’eleganza e della bevibilità con una longevità sicuramente importante. Nei bicchieri, la storia di un sogno, quello di Paolo Colla. Nato a Santo Stefano Belbo nella terra del moscato, vinifica Dolcetto con grande passione ma sogna il Barolo. Nel 1961 riesce ad acquistare una cascina a La Morra, dove può finalmente coltivare e vinificare Barolo. Quando l’unica figlia di Paolo sposa Gianni Gagliardo, il suocero Paolo gli trasmette l’amore per la terra e per il vino. Da qui la produzione cambia passo e nome, e nel 1986 iniziano ad arrivare anche riconoscimenti e premi importanti. I vigneti sono in regime biologico certificato, alla cui conduzione vengono applicati i principi della biodinamica seguendo un approccio olistico che tiene conto dell’equilibrio generale dell’ambiente-vigneto. La filosofia produttiva è chiara: se un vino non viene ritenuto soddisfacente, non si produce. Una curiosità è che la bottiglia (con un’elegantissima etichetta) reca nel vetro una mascherina cadente, a simboleggiare la profondità del vino e la sua capacità di creare legami fortissimi fra le persone. Come dicevano gli antichi ‘’In vino veritas’’. 2° MASTERCLASS SAPAIO IN VERTICALE Quattro annate per ripercorrere un identikit di un successo. Podere Sapaio 2020  Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2019 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica) Podere Sapaio 2012 Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot (scheda tecnica)  Podere Sapaio 2008, unico ad avere il 20% di Merlot nel blend (scheda tecnica)  Podere Sapaio si estende in 40 ettari di terra. Di questi, 27 sono vitati di cui 18 locati a Bolgheri e i restanti 9 a Bibbona. Decisione coraggiosa, quella di rimanere IGT pur potendo “vendere” il prestigioso nome Bolgheri che tutto il mondo conosce. La produzione si focalizza esclusivamente su Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot in regime biologico e, come si legge nel loro sito, anche oltre… La fermentazione avviene in acciaio e l’affinamento in barriques e tonneaux. In degustazione al Grand Tasting ho assaggiato l’altra referenza aziendale (ne sono prodotte due), il  VOLPOLO 2020, blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. Sempre con fermentazione in acciaio e affinamento in barriques e tonneaux, sosta in vasche di cemento fino all’imbottigliamento. L’intuizione del Marchese Mario Incisa della Rocchetta sulle potenzialità di Bolgheri rimane sempre attuale e viene puntualmente rinnovata nel tempo, pur nella diversità degli stili e delle visioni che ciascun produttore possiede. Un universo da scoprire, fatto di persone che interpretano il territorio e lo trasformano in eccellenze liquide. Ogni volta, non posso che sorprendermi e incuriosirmi ancora di più! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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3 Luglio, 2024

Rauscedo, le radici del vino

Chissà perché quando beviamo un calice di buon vino pensiamo a chi lo ha prodotto e mai a chi lavora per fornire ai vignaioli le viti migliori! Ora che ho visitato Rauscedo, centro di eccellenza mondiale di produzione delle barbatelle, ci penserò. Si discute sempre molto di vino e vigne, di territorio e stile ma saltando il passaggio fondamentale, ovvero la qualità a monte, le radici, per così dire. Oggi come non mai, il cambiamento climatico e la domanda crescente di sostenibilità obbligano i vivaisti a trovare nuove soluzioni che aiutino i viticoltori. E non solo loro, anche la produzione delle nocciole e delle mandorle ad esempio risente gli effetti del riscaldamento globale… LA STORIA DI RAUSCEDO Partiamo dall’immediato dopoguerra (la Prima) in una zona povera e martoriata dai combattimenti. Precisamente nel piccolo Comune di Rauscedo ai piedi delle Alpi Carniche. In quel periodo, in tutto il mondo si cercò di trovare una soluzione all’invasione della temutissima filossera, “sbarcata” in Europa a fine ‘800 e in rapidissima diffusione. Dopo che fu individuato il fattore di resistenza in alcune specie di viti americane, si comprese che la strada da percorrere era quella dell’innesto. Si osservò infatti che le specie americane resistevano all’attacco della fillossera all’apparato radicale, mentre la vite europea, responsabile della produzione, non reagiva alle punture nell’apparato fogliare. Così, vennero associate le due caratteristiche, selezionato il portainnesto in base alla resistenza a specifiche avversità (in particolare alla fillossera) e il nesto in funzione della sua adattabilità all’ambiente climatico e alle sue caratteristiche produttive. A Rauscedo si formò una cooperativa di uomini che con tenacia e genialità diedero vita alla prima barbatella in terra friulana. Da qui in poi, tutta la comunità si adoperò per sviluppare questo particolare settore. In un territorio povero ma dotato di una buona condizione climatica e di un terreno adatto alla coltivazione, i primi soci si misero all’opera per produrre e commercializzare le barbatelle, dapprima in Italia e successivamente all’estero. E’ del 1933 il primo listino con i prezzi degli innesti in vendita delle ben 24 varietà a bacca rossa, 16 a bacca bianca, 17 da tavola e 17 portinnesti. Quando si dice “fare la storia”!  Oggi siamo passati a 496 varietà, 480 cloni originali VCR®, esclusiva mondiale di 14 varietà resistenti e 4 portainnesti M, con il 77% di resa media in vivaio.  LA RADICI DELLA RICERCA Cos’è la ricerca se non curiosità e studio al servizio della collettività e di un futuro migliore? La prevenzione, la previsione delle problematiche future per la loro risoluzione non è forse la miglior arma che possiamo utilizzare? In sintesi “prevedere il futuro” ci può aiutare a crearne uno migliore? Incoraggiati dai traguardi raggiunti, i soci di VCR decisero di aumentare gli investimenti sulla ricerca fino a creare, nel 1965, un centro per individuare le migliori tecniche vivaistiche e avviare un proprio programma di miglioramento genetico. La selezione clonale muoveva a quel tempo i primi passi e i Vivai Cooperativi Rauscedo, unica azienda privata a potersi fregiare del titolo di “Costitutore Viticolo”, nel 1969 riuscirono ad omologare i primi 51 cloni della serie “Rauscedo”, ancora utilizzati ai giorni nostri. IL RESEARCH CENTER E LE RADICI NEL FUTURO Inaugurata nel 2019, la nuova sede VCR Research Center accoglie 365 m² di laboratori in una costruzione architettonicamente inserita in modo armonioso nel contesto paesaggistico e caratterizzata dall’autosufficienza energetica. Gli 8 laboratori sono divisi per aree e sono dedicati alla diagnostica sierologica e molecolare, alla microbiologia, alla micropropagazione, alle colture in vitro e alle analisi chimiche. L’estensione totale è di 22,5 ettari. Questi comprendono ben 19 ettari di vigneti, 4 serre riscaldate di 2000 m² e molto altro. Per capire come i VCR siano leader mondiali indiscussi del vivaismo viticolo basta leggere alcuni numeri: 210 soci produttori 80 milioni le  barbatelle innestate all’anno 80 dipendenti 1000 lavoratori stagionali specializzatissimi (la selezione viene fatta manualmente) 35 i paesi nel mondo dove VCR è commercialmente presente  Questi sono alcuni dei dati che mi hanno impressionato maggiormente ma vi assicuro ce ne sono tantissimi altri, più tecnici e non meno significativi, che si trovano nel loro sito e che fanno capire come nel tempo questa realtà ha raggiunto il primato del distretto di produzione di barbatelle più importante al mondo.  Ad esempio, sono 100 le strutture nel territorio nazionale e 24 quelle nei paesi esteri. VCR possiede inoltre il 90% di VCR France (società creata nel 2002 a Nimes) e detiene come società partecipate Agromillora in Spagna, Vitro Hellas in Grecia e Novavine in California. Affida inoltre, tramite licenze di esclusività, la commercializzazione oltre oceano delle proprie varietà e dei propri cloni a Chalmers Nursery in Australia, Riversun in Nuova Zelanda e Bosman Adama in Sud Africa. VCR fornisce al viticoltore un servizio a 360°, dalla fase di progettazione del vigneto all’analisi del terreno, proseguendo con la consulenza post-vendita e affiancando il cliente anche in fase di produzione.  LE MICROVINIFICAZIONI DI RAUSCEDO Credo che sia un ‘unicum’ nel mondo…Cosa? La cantina di vinificazione che può effettuare 600 microvinificazioni all’anno e più di 300 nano-vinificazioni, con annesso laboratorio enologico, per l’analisi e la comparazione qualitativa di cloni, varietà convenzionali e nuove varietà di uve da vino e da tavola. Le innumerevoli vinificazioni consentono una verifica costante delle potenzialità enologiche di tutte le varietà e dei diversi cloni italiani e stranieri oggetto di moltiplicazione. Nell’accogliente sala di degustazione abbiamo avuto la possibilità di assaggiare in anteprima tre microvinificazioni di vitigni resistenti (PIWI). Sauvignon Kretos, gradevole, sapido e ben strutturato Sauvignon Rythos frutti tropicali, buona acidità Pinot Iskra MC, limone, agrumi, buona acidità Una curiosità: alla guida del Laboratorio c’è una donna, la Dott.ssa Elisa de Luca, mentre mentre il CDA è  formato da giovani sotto i 30 anni. Anche i dirigenti sono molto giovani, come ad esempio Yuri Zambon. RAUSCEDO LE RADICI DEL VINO La nostra visita prosegue alla sede storica della Cantina Rauscedo, anche questa una cooperativa nata nel 1951, voluta da 130 soci e ispirata all’esperienza delle cooperative nate intorno alla produzione di barbatelle, come ci spiega con orgoglio Michele Leon.  Inizialmente contava 280 ettari di cui 85% a bacca rossa e 15% a bacca bianca. Oggi la cantina ha due sedi produttive, conta 370 soci e 1900 ettari di superficie, il che la rende la più estesa della regione. I vitigni a bacca bianca sono il  92%, mentre il restante è a bacca rossa.  La cantina è ampia, sobria e dotata delle più moderne tecnologie. Spazi immensi ospitano le cisterne storiche in cemento da 200 a 700 ettolitri termocontrollate, tuttora utilizzate a fianco di quelle in acciaio. Qui si lavorano circa 240.000 ettolitri di vino! Le vigne si trovano nella bassa pianura alluvionale, su terreni sassosi e ciottolosi molto drenanti, in mezzo ai fiumi Tagliamento, Meduna e Cellina. Un suolo simile alle famose Graves di Bordeaux. Tra Prealpi e mare, nel bicchiere si apprezzano la sapidità e, allo stesso tempo, gli aromi intensi e una grande persistenza. Bello il detto locale “L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce”. GLI ASSAGGI  Brut Villa Manin (in onore del Doge Manin che depose la Serenissima), Metodo Classico con oltre 32 mesi di affinamento sui lieviti, crosta di pane, intenso ed elegante. Chardonnay, fresco e persistente. Traminer Aromatico, pesca, rosa, ananas. Prodotti di qualità e prezzi accessibili a tutti. Controllare per credere. Una curiosità: il Friulano non è un dialetto ma una lingua riconosciuta dallo Stato Italiano nel 1999. Questa lingua pare che derivi dal latino rustico aquileiese, mescolato a elementi celtici, a cui si sono poi aggiunti numerosi elementi slavi e germanici, in quanto i vari popoli di stirpe germanica (longobardi, goti, franchi, tedeschi) hanno dominato il Friuli per oltre 900 anni. Si chiama ‘clap’, che è anche il nome dei sassi che si trovano nei fiumi. E come lasciare il Friuli senza assaggiare il Frico? Una degna conclusione di una giornata che ricorderò!Un sentito ringraziamento a Lorenzo Tosi (Responsabile Comunicazione e Marketing VCR), Michele Leon (Sindaco di San Giorgio della Richinvelda) e all’amico Mauro Genovese che ha reso possibile tutto questo. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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