Lo sapevate che nel dialetto napoletano ci sono tante parole spagnole? Frutto della lunga dominazione avvenuta tra il XVI e il XVII secolo.
Non poteva che essere un napoletano DOC, pardon, DOCG come Giovanni Scapolatiello a condurre esplorazioni curiose ed attente verso realtà vitivinicole non necessariamente italiane.
Da seguirlo insomma nel suo cunto (napoletano) o cuento (spagnolo) o racconto che dir si voglia!
22 Dicembre, 2024
La Sirica. Una varietà Campana quasi scomparsa
La curiosità è stata legata a lungo ad un evento negativo, la perdita dell’Eden a causa di Eva. È il filosofo Michel Foucault a liberarci finalmente da questo luogo comune definendo la curiosità sinonimo di intelligenza e meraviglia. Un sentimento che non si immobilizza davanti al reale, ma cerca di disfarsi di ciò che è familiare e che si esercita a guardare le cose diversamente andando oltre, uscendo fuori da quella confort-zone mentale. Ecco, in queste affermazioni, mi ci ritrovo alla grande. Non voglio perdere l’Eden, voglio restarci, scoprendo nuovi luoghi, nuovi angoli inesplorati. Ed ecco che proprio grazie alla mia rubrica “Quelle curiose esplorazioni”, giro e rigiro alla scoperta di novità, magari viste e riviste, ma non sotto la mia lente di ingrandimento.
Siamo nella mia Campania, di rientro dall’ultimo viaggio in Sardegna e voglio parlarvi dì una quasi scomparsa varietà Campana, la Sirica.
Alberto Magno diceva
Vitis etiam provectioris aetatis facit uvas meliores et melus vinum, sed facit uvas pauciores proportionae suae quantitatis quam juvenis. (trad. “Senza dubbio la vite più avanti negli anni produce uve migliori e un vino migliore, ma la resa della quantità è minore rispetto a quando è giovane.)
Per chi non l’avesse capito, siamo in Irpinia e facciamo visita ad un’azienda leader da anni del settore che, tra i tanti meriti, si è fregiata della scoperta e rivalutazione di questa varietà autoctona
Feudi di San Gregorio sta all’Irpinia, come l’Irpinia sta a Feudi. Un territorio “fortunato” sia dal punto di vista del suolo che dal clima. Così fortunato da essere riuscito a superare, quasi indenne, anche l’annoso problema della fillossera.
In questa terra baciata dal Dio vino è facile incontrare vitigni autoctoni, rari figli di un territorio che cambia radicalmente da zona a zona. A Taurasi, piccolo comune della provincia di Avellino e patria dell’omonimo vino prodotto da uve aglianico e DOCG della Regione, è ancora possibile imbattersi in viti ultracentenarie. È proprio a Taurasi, all’interno di un vigneto di Aglianico, che sono state ritrovate piante con oltre 200 anni di vita appartenenti ad una varietà riconosciuta come Sirica.
Il Sirica, o Siriana/Syricus, ha radici che si perdono nella storia. La ritroviamo negli scritti di Plinio, che nel 75 a.C. lo inserisce tra le uve coltivate in Campania/Romana e ne attribuisce il nome di derivazione Syricum, un colorante rosso, all’epoca molto diffuso.
Altra testimonianza storica è legata a Isidoro di Siviglia, che nel 63 d.C. chiama la Sirica anche Vitis-Sciovia e la fa derivare dalla Siria. In accordo con Plinio, la colloca tra le Aminee più pregiate. È Catone poi a precisare come l’introduzione di questo vitigno in Italia sia avvenuta molto tempo prima della fondazione di Roma dalla regione abitata dai Seri. Solo recentemente è comunque stata formulata l’ipotesi che conduce a derivare il nome Sirica da Siri, l’antica città posta sullo Ionio, vicina a Metaponto che, dopo la Seconda Guerra Punica e a seguito del dominio di Roma sulla Magna Grecia, venne chiamata Eraclea. Ad onor del vero e per completezza, è bene citare anche l’esistenza dell’ipotesi, avanzata da alcuni autori francesi come “Andrè” e Rezèau, che la porta ad una certa affinità con la Syrah, Serine o Shesh, tutti vitigni di origini persiana,
Ma entriamo più nel vivo della questione.
Trasim dint’a scazzetta d’ò prevete
(Ovvero, Ad Litteram, “Entrare nello zuccotto del prete, addentrarsi nei particolari o in fatti riservati). Feudi di San Gregorio ritrova alcuni ceppi di questo vitigno d’età presunta di 250 anni, franchi di piede, dal grande sviluppo sia vegetativo che produttivo ospitati dall’altopiano vulcanico di Taurasi che, grazie alle sue condizioni pedo-climatiche, è caratterizzato da una viticoltura di forte tradizione e originalità. Il profilo dei marcatori del DNA e degli antociani risultanti dalle analisi effettuate sulle ultime tre piante originarie presenti a Taurasi, evidenzia una certa affinità genetica con alcuni vitigni dell’area Nord-Orientale della penisola Italica. Nella fattispecie, Teroldego, Lagrein e Refosco. Se si entrasse nei rapporti di parentela, è possibile ipotizzare come la Sirica sia un ancestrale dello stesso Aglianico. Ne è una possibile prova la forma di allevamento a Tennecchia o Tesole dell’avellinese e del beneventano. Recenti studi, infatti, hanno rivelato come probabilmente la Sirica sia nata grazie ad un incrocio naturale tra Aglianico e Syrah. Queste piante dopo un’attenta analisi con moderne tecnologie dei marcatori molecolari, sono state moltiplicate nel 2003 dai tecnici di Feudi dando vita ad un vitigno moderno con coltivazione a spalliera esteso per circa 3ha. Feudi, ancorché impegnata nella registrazione della Sirica nel Catalogo Nazionale delle varietà depositato presso il Ministero delle politiche agricole, dal 2007, produce da questa varietà tot. 690 esemplari numerati riservandoli ai clienti più appassionati. L’affinamento è di circa due anni, di cui metà in barriques e metà in bottiglia. La produzione totale si attesta all’incirca sulle 4000 bottiglie. La Sirica si presenta di colore rosso vivace, dal naso vinoso che assorbe sentori di frutta rossa e note mentolate. In bocca è fresco, morbido e speziato. Di buona struttura e grande persistenza. Gli appassionati e gli addetti ai lavori non hanno perso tempo per scatenare fantasie ed elogi tanto che la Sirica di Feudi scala velocemente tutti i gradini di gradimenti della critica. Robert Parker, Antonio Galloni e Wine Enthusiast la premiano con oltre 93 punti e ciò che più conta, le reazioni dei critici sono a dir poco entusiasmanti. La Sirica di Feudi piace e convince. Aldilà della curiosa scoperta è un vino ricercato, che piace anche perché affonda le sue radici nel tempo e con il tempo è destinato solo a migliorare. Con vini come questi, è facile affermare come Feudi di San Gregorio possa essere identificato come il marchio simbolo del Rinascimento enologico del meridione d’Italia e di un’autentica cultura del bere volta a riscoprire l’identità profonda dei sapori mediterranei. Auguro a tutti buone feste, magari con un bicchiere di Sirica. Resta cu mme (trad. Resta con me), perché il mio prossimo articolo Sarà cchiù (trad. Sarà ancor di più), curioso e interessante. Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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(Ovvero, Ad Litteram, “Entrare nello zuccotto del prete, addentrarsi nei particolari o in fatti riservati). Feudi di San Gregorio ritrova alcuni ceppi di questo vitigno d’età presunta di 250 anni, franchi di piede, dal grande sviluppo sia vegetativo che produttivo ospitati dall’altopiano vulcanico di Taurasi che, grazie alle sue condizioni pedo-climatiche, è caratterizzato da una viticoltura di forte tradizione e originalità. Il profilo dei marcatori del DNA e degli antociani risultanti dalle analisi effettuate sulle ultime tre piante originarie presenti a Taurasi, evidenzia una certa affinità genetica con alcuni vitigni dell’area Nord-Orientale della penisola Italica. Nella fattispecie, Teroldego, Lagrein e Refosco. Se si entrasse nei rapporti di parentela, è possibile ipotizzare come la Sirica sia un ancestrale dello stesso Aglianico. Ne è una possibile prova la forma di allevamento a Tennecchia o Tesole dell’avellinese e del beneventano. Recenti studi, infatti, hanno rivelato come probabilmente la Sirica sia nata grazie ad un incrocio naturale tra Aglianico e Syrah. Queste piante dopo un’attenta analisi con moderne tecnologie dei marcatori molecolari, sono state moltiplicate nel 2003 dai tecnici di Feudi dando vita ad un vitigno moderno con coltivazione a spalliera esteso per circa 3ha. Feudi, ancorché impegnata nella registrazione della Sirica nel Catalogo Nazionale delle varietà depositato presso il Ministero delle politiche agricole, dal 2007, produce da questa varietà tot. 690 esemplari numerati riservandoli ai clienti più appassionati. L’affinamento è di circa due anni, di cui metà in barriques e metà in bottiglia. La produzione totale si attesta all’incirca sulle 4000 bottiglie. La Sirica si presenta di colore rosso vivace, dal naso vinoso che assorbe sentori di frutta rossa e note mentolate. In bocca è fresco, morbido e speziato. Di buona struttura e grande persistenza. Gli appassionati e gli addetti ai lavori non hanno perso tempo per scatenare fantasie ed elogi tanto che la Sirica di Feudi scala velocemente tutti i gradini di gradimenti della critica. Robert Parker, Antonio Galloni e Wine Enthusiast la premiano con oltre 93 punti e ciò che più conta, le reazioni dei critici sono a dir poco entusiasmanti. La Sirica di Feudi piace e convince. Aldilà della curiosa scoperta è un vino ricercato, che piace anche perché affonda le sue radici nel tempo e con il tempo è destinato solo a migliorare. Con vini come questi, è facile affermare come Feudi di San Gregorio possa essere identificato come il marchio simbolo del Rinascimento enologico del meridione d’Italia e di un’autentica cultura del bere volta a riscoprire l’identità profonda dei sapori mediterranei. Auguro a tutti buone feste, magari con un bicchiere di Sirica. Resta cu mme (trad. Resta con me), perché il mio prossimo articolo Sarà cchiù (trad. Sarà ancor di più), curioso e interessante. Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
3 Dicembre, 2024
Il Panzale di Cantina Berritta. Un curioso vitigno in una magica terra
In Sardegna il tempo si è fermato, e questo è il suo grande pregio. (Fabrizio De Andrè).
Come dargli torto al grande De Andrè, se conosci la Sardegna, hai imparato, come me, che qui tutto diventa slow. Lo scorrere del tempo, rallenta, quasi come se volesse farti godere appieno di ogni momento, ogni tramonto, ogni colore e ogni istante. Tutto diventa magico, una terra che è ben conosciuta per il suo mare, le sue spiagge e i suoi paesaggi wild. Ma c’è un lato che indiscutibilmente non è secondo alla bellezza del territorio, anzi direi che funge da contorno, la famosa ciliegina sulla torta. La Sardegna vanta tesori nascosti che fino a pochi decenni fa, si pensava fossero stati introdotti sull’isola dai Fenici, ma dalle ultime scoperte si è accertata la presenza della vite nel periodo nuragico. Alcuni vitigni, ad esempio, sono presenti solo in Sardegna, alcuni esempi sono il Nuragus, Nasco, Nieddera, Semidano, Granatza, Licronaxiu, pertanto è impossibile che siano stati importati. Un vero e proprio patrimonio di biodiversità. La Sardegna è la regione che vanta il maggior numero di endemismi e vitigni autoctoni, e i recenti ritrovamenti di vinaccioli con datazioni dal 900 fino al 1300 AC, testimoniano la presenza della vite ben prima dell’arrivo dei Fenici. Questa scoperta fa dell’isola un centro di domesticazione secondario, affiancandola dunque ai territori Caucasici e della Mesopotamia riconosciuti come luoghi di domesticazione primaria della vite. Mentre l’Italia vanta il maggior patrimonio varietale vinicolo, la Sardegna custodisce un tesoro di vitigni autoctoni che deve ancora valorizzare.
Tra i miei viaggi alla scoperta di chicche e tesori nascosti, ho scovato nel cuore di Dorgali un’azienda davvero virtuosa, dove custodisce un vitigno più unico che raro, ovvero il Panzale, parliamo della Cantina Berritta.
Siamo precisamente nella vallata di Oddoene, regno delle migliori tradizioni agricole Dorgalesi; infatti, la maggior parte del vino e dell’olio prodotto a Dorgali proviene da questa vallata. La valle è circondata da imponenti montagne (monte Oddeu, Monte Tundu, sos Gutturzos) attraversata dal Rio Frummeneddu che la rende fertile e il suo suolo è ricco in granito in decomposizione e calcare, un suolo molto povero per qualsiasi coltivazione ma perfetto per vitigni e oliveti; infatti, 500 ettari di questa vallata sono coltivati a vigneti e 700 ettari a oliveti.
Non lontano dal mare (160\ 200 m slm), siamo all’incirca 12 km da Cala Gonone, ecco perché questa vallata ha un suo microclima, con forti escursioni termiche dal giorno e la notte cosa che ben si addice a questo tipo di coltivazioni
La Cantina nasce nel 2007 con Antonio Berritta, vignaiuolo da diverse generazioni, che impiantò qui i suoi primi vigneti negli anni ’80. Vigneti di uva Cannonau ancora oggi produttivi. Come ben si sa il Cannonau è uno degli uvaggi più conosciuti della Sardegna che solo nel territorio del Nuorese può essere vinificato anche con la denominazione di “Classico”, (considerata l’area nativa del Cannonau). Ad oggi la nostra produzione consiste per il 75% in Cannonau Oltre il Cannonau l’azienda custodisce un vero e proprio tesoro, appunto il Panzale.
Il Panzale è un vitigno autoctono Dorgalese a bacca bianca, che veniva coltivato principalmente nell’area di Dorgali ma che viene vinificato unicamente da Cantina Berritta, (in passato, esclusivamente uva da tavola, lo si considerava troppo pesante per la vinificazione oltretutto, avendo la capacità naturale di durare nei mesi rispetto ad altre uve, la si preferiva mangiare che vinificare). Negli anni ‘80 Antonio Berritta ha creduto al recupero e alla valorizzazione di questo antico vigneto e ha iniziato a vinificarlo. Ad oggi ne producono all’incirca 3000\3500 bottiglie. A questi due vitigni autoctoni, 25 anni fa, hanno affiancato un vitigno più internazionale, la Syrah.
Cantina Berritta vanta circa due ettari di questo uvaggio che vinificano sia in blend col Cannonau (50% Cannonau 50% Syrah) sia,giovanvvvvv in purezza dal 2016.
Dal 2020 hanno iniziato a produrre anche il Vermentino, uvaggio nativo della Gallura, trova “terreno fertile” anche qui a Dorgali su un suolo da disfacimento granitico sabbioso ideale per il Vermentino, che qui regala un vino fresco e saporito. Ad oggi, l’azienda, qui ad Oddoene, detiene circa 10 ettari coltivati a vigneto e tre ettari coltivati ad oliveto, altri due ettari di Cannonau sono dislocati nella collina di un vecchio vulcano spento, a 500 m slm su terreno basaltico, “Filieri” un piccolo ma importante cru di Dorgali particolarmente vocato per la viticoltura, e dal quale nasce il Baillanu. Le condizioni climatiche completamente differenti e le caratteristiche dei due terreni (Oddoene-Filieri) generano, anche dagli stessi cloni di Cannonau vini completamente diversi.
L’azienda agricola Berritta da sempre lavora le uve con metodi il più possibile tradizionali e rispettosi dell’ambiente, dal 2019 detiene la certificazione di vino biologico in etichetta. Ha ottenuto anche il toponimo di vigna di Oddoene, inoltre, tutti i vini che producono derivano da piccoli Cru differenti, cioè da vigne totalmente diverse e uniche.
Il Panzale, dunque, è il tesoro nascosto scovato nelle mie lunghe ricerche, i francesi chiamerebbero questi uvaggi “pepite”. Un vino dal grande potenziale, prodotto da viti di circa 25 anni, coltivate a regime biologico certificato su terreni drenanti derivati dal disfacimento granitico, collocati a un’altitudine di 120 metri sul livello del mare. I grappoli vengono raccolti a mano in cassette durante la prima decade di settembre e sono quindi immediatamente raffreddati in cella frigorifera a una temperatura di 5-6 °C. Segue la pigiatura soffice e la fermentazione alcolica spontanea a temperatura controllata in vasche di acciaio inox con 12-18 ore di macerazione pellicolare. In acciaio ha luogo la maturazione di circa 5 mesi e dopo un ulteriore breve affinamento in bottiglia il vino è infine posto sul mercato.
Il Panzale si presenta di colore giallo paglierino brillante dai riflessi dorati. Note di frutta a polpa gialla, scorza di agrumi e delicate note floreali delineano il corredo aromatico. In bocca è Secco, grande freschezza e fragranza, dalla lunga scia sapida nel finale. Insomma un vino che si caratterizza per la sua versatilità, un vino da tutto pasto, ma anche da meditazione.
“Resta cu mme”, (in napoletano: Resta con me), perché il mio prossimo articolo, “Sarà cchiù”,(in napoletano; Sarà ancor di più), curioso e interessante.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu
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