Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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14 Ottobre, 2026

Ritorno in Alta Langa. La terra che Marina voleva lasciare ai figli 

  Marina Piazzo conosceva San Bovo di Castino attraverso i racconti del padre Armando. Ha cercato quella terra per consegnare ai figli un luogo nel quale riconoscere le proprie origini. Ritorno in Alta Langa è il nome del Metodo Classico Brut Millesimato di Piazzo Comm. Armando e del viaggio familiare che lo ha fatto nascere.   Le storie che ascoltavo da bambino  Da bambino mi piaceva ascoltare gli adulti parlare dei luoghi che avevano lasciato. Bastava il nome di un paese, una strada in salita, una casa con la cucina accesa e qualcosa cambiava nei loro occhi. Io provavo a immaginare quei posti e, dopo un po’, mi sembrava quasi di conoscerli. Ho conosciuto molti luoghi prima negli occhi e nei racconti dei nonni, poi li ho ritrovati andandoci con loro, infine li ho visti con luce diversa quando sono tornato da solo. Forse è per questo che ho trovato subito qualcosa di familiare nelle parole di Marina Piazzo, titolare dell’azienda Piazzo Comm. Armando.  San Bovo di Castino era entrato nella sua vita attraverso la voce del padre Armando. Marina conosceva il carro, la legna, il bisnonno e la vecchia cascina pur non avendo frequentato quei luoghi. Li aveva ascoltati tante volte da sentirli propri.  Io volevo un pezzo a San Bovo. Lo dicevo da anni. Volevo qualcosa che mi tenesse legata alle nostre origini.  La voce si abbassa e gli occhi si illuminano. Marina parla con il viso, con le mani, perfino con le pause. La forza arriva subito, la dolcezza un attimo dopo.  Cercava una terra capace di dare un luogo ai racconti del padre. Voleva raggiungerla, camminarci sopra e lasciarla ai figli, perché anche loro conoscessero il punto dal quale la famiglia era partita.  Il vino sarebbe arrivato dopo, trasformando quel desiderio in Ritorno in Alta Langa, il Metodo Classico Brut Millesimato della famiglia Piazzo La parola che riportava a San Bovo  Le origini dei Piazzo conducono a San Bovo di Castino. Il bisnonno commerciava legna e, quando qualcuno gli chiedeva quanta ne avesse ancora, rispondeva di avere soltanto un mugiot, un piccolo mucchio in piemontese. Una cautela da commerciante, forse accompagnata da un sorriso appena trattenuto. (I mucchietti sono anche nell’articolo che avevo scritto sull’azienda Piazzo e che trovi qui) Un parola che rimase in famiglia dopo il trasferimento verso San Rocco Seno d’Elvio.  Armando ricordava i viaggi compiuti da bambino con il carro trainato dai buoi, mentre la legna scendeva da San Bovo. Volle quell’immagine sulle etichette dell’azienda. Il carro dei Piazzo conserva il passo degli animali, il profumo del bosco e un bambino in viaggio con la propria famiglia.  Papà parlava del Mugiot, di San Bovo, di questo andare e tornare. Lui aveva dei ricordi. Io ho ricevuto i suoi.  Marina aveva imparato ad amare quella terra attraverso gli occhi del padre. È qualcosa di bellissimo che nelle famiglie più unite: una persona racconta, l’altra ascolta e, molti anni dopo, scopre di custodire immagini mai vissute. Ecco perché custodisco ancora in me il calore del camino, l’odore della pelle di mio nonno, le sue mani rugose, gli occhi, le parole. Ogni cosa è scolpita in me. Anzi, la parte di me. Lei desiderava che Marco e Simone ricevessero qualcosa di più concreto. Una terra da vedere, toccare e riconoscere come propria.  Il luogo che sentiva già suo  Marina parlava di San Bovo con le agenzie, con gli amici, con chiunque potesse conoscere un terreno disponibile. Gli anni passavano, lei continuava a cercare. Un giorno poi confidò quel desiderio a una persona estranea alle compravendite.  Gli dissi che, in quel momento, l’unico investimento che desideravo davvero era un terreno a San Bovo.  Il giorno seguente quella persona le mostrò un appezzamento. Era un bosco fitto e vivo. Marina lo acquistò per riavvicinare la famiglia alle proprie origini. In quel momento mancavano ancora il progetto, la vigna e la bottiglia. Le bastava sapere che i Piazzo avevano di nuovo una terra a San Bovo.  Quando Marco e Simone maturarono il desiderio di produrre un Alta Langa, quel bosco sembrò offrire una possibilità. Marina scelse di custodirlo.  Era bellissimo. Mi spiaceva tagliarlo. Così abbiamo cercato un altro terreno.  Poco distante trovarono un noccioleto trascurato, già destinato alla coltivazione. La vigna nacque lì, accanto al primo appezzamento. Il bosco rimase intatto. Aveva cercato quella terra per anni e, dopo averla trovata, volle rispettarla.  Franco ha seguito ogni lavoro con un’attenzione incredibile. Vedere quel terreno cambiare, giorno dopo giorno, è stato bellissimo.  Franco è il marito di Marina. Una figura importantissima nell’azienda. Marina ne parla con un misto di amore, riconoscenza, stima. Un mix che difficilmente si trova in altre famiglie.  Poco distante da quella terra si trova ancora la vecchia cascina di famiglia, oggi appartenente ad altri. Marina la guarda con la serenità di chi conosce bene la propria tenacia.  Prima o poi ci arriviamo. Piano piano.  Conoscendola, viene spontaneo crederle.  Il nome che San Bovo ricordava ancora  Il proprietario del bosco prese il biglietto da visita di Marina e lasciò trascorrere alcuni giorni. Poi comprese chi fosse quella donna arrivata fino a San Bovo per acquistare il suo terreno. Era la figlia di Armando Piazzo. Da bambino aveva conosciuto Armando e ricordava i suoi passaggi con la famiglia.  Quando capì chi ero, cambiò tutto. Conosceva papà. Da piccoli si erano incontrati lassù. Proprio il ricordo di Armando aiutò Marina a ritrovare la terra che il padre le aveva raccontato. Dopo tanti anni, quel nome viveva ancora nella memoria di un uomo.  Nei paesi piccoli un cognome porta con sé i gesti, la parola mantenuta, il modo in cui una famiglia ha vissuto accanto agli altri. Il proprietario riconobbe Marina e comprese a chi stava affidando quel bosco. Un episodio che porta alla mia memoria quando andavo da nonna paterna a Santissimi Cosma e Damiano, un paesino del basso Lazio. Prima di uscire lei mi diceva sempre: ricordati di dire che sei il nipote della maestra Vellucci. Lei e il nonno erano stati gli insegnanti del paese. Gli unici al tempo. Io non capivo perché mi dicesse quelle cose. Almeno fino a quando, giocando nel vicolo dietro casa le donne del paese che incontravamo mi chiedevano: a chi si figl’ tu? A chi sei figlio tu? Allora ricordavo ciò che nonna Evelina mi aveva detto e rispondevo pronto: sono il nipote della maestra Vellucci. Da li si aprivano ricordi che partivano sempre con: è stata la mia maestra! Il ricordo di Armando era rimasto lì e, tanti anni dopo, aiutava sua figlia a tornare.  Armando e Gemma, la loro bellissima follia  Quando Armando Piazzo e Gemma Veglia arrivarono a San Rocco Seno d’Elvio fecero una scelta che, osservata con gli occhi di allora, sembrava quasi incomprensibile.  Armando rinunciò al posto in banca. Gemma lasciò il lavoro nella confezione degli abiti da sposa. Insieme acquistarono porzioni di una collina mentre molte famiglie partivano verso Torino in cerca di sicurezza.  Se ci penso, fu una cosa folle. Acquistavano terreni mentre tutti volevano andare via. Li chiamavano i matti.  Marina sorride pronunciando quelle parole. Nel volto affiorano insieme orgoglio e gratitudine. I suoi genitori vedevano qualcosa che gli altri avrebbero riconosciuto molto più tardi.  Quando parlo dell’intuizione di papà e mamma mi brillano gli occhi. Quello che hanno costruito ha qualcosa di incredibile.  Marina e sua sorella crescevano in una casa piena di persone. Dipendenti, operai e collaboratori entravano nella vita quotidiana, sedevano a tavola, condividevano lavoro e giornate. Lei usa con affetto la parola “principessine” per descrivere un’infanzia protetta dai sacrifici più duri, ma immersa completamente nell’azienda.  Gemma teneva insieme la casa e le persone che la attraversavano. Armando guardava la collina e immaginava ciò che sarebbe diventata.  Anni dopo Marina avrebbe fatto qualcosa di simile: avrebbe guardato una terra e vi avrebbe riconosciuto il futuro dei propri figli.  Quello che Marina voleva lasciare  Armando aveva consegnato a Marina parole, immagini e il sentimento per San Bovo. Lei aveva dentro di se il desiderio di lasciare a Marco e Simone una terra sulla quale camminare, un bosco da custodire, una vigna da seguire.  Senza questa mia voglia loro avrebbero avuto pochi motivi per cercare qualcosa a San Bovo. Volevo lasciare ai miei figli qualcosa che li tenesse vicini al luogo da cui veniamo.  Marina ha trasformato i racconti del padre in un luogo che i figli potessero conoscere. Ora Marco e Simone possono salire a San Bovo, camminare tra i filari, guardare il bosco e sapere che la storia della famiglia passa anche da lì.  I giovani portano idee nuove ed è giusto che accada. Le fondamenta restano e continuano a sostenerci mentre cambiamo.  I figli viaggiano, incontrano mercati diversi, portano nuove competenze e cercano vini sempre più fedeli ai luoghi. Il carro voluto da Armando resta sull’etichetta.  Anche Franco ha accompagnato questa crescita. Aveva studiato francese e imparò l’inglese per accogliere i clienti stranieri. Marina lo ricorda mentre interrompeva il lavoro, lasciava la tuta e cercava le parole giuste per raccontare l’azienda a chi arrivava da lontano.  Questo mestiere ti tiene vicino alla natura e nello stesso tempo ti chiede di conoscere il mondo, parlare le lingue, viaggiare, tenere la mente aperta.  Ogni bottiglia che parte da San Bovo porta con sé il nome dei Piazzo e il luogo dal quale la famiglia era partita.  Un nome che era già dentro la storia  Quando la vigna cominciò a prendere forma, serviva un nome. Franco lo trovò con semplicità.  Ritorno in Alta Langa.  Dentro quelle parole convivevano il bisnonno e la legna, Armando bambino sul carro, la cascina, il bosco cercato da Marina e il desiderio dei figli di produrre un Metodo Classico proprio lassù.  Siamo partiti da quella terra e siamo tornati vicino alla cascina dove aveva avuto origine la nostra famiglia. Ritorno in Alta Langa era il nome giusto. Teneva insieme ogni cosa.  Il nome è intimamente della famiglia piuttosto che di una semplice bottiglia. Ritorno in Alta Langa non può essere un semplice ritorno perché è un ritrovare le proprie radici, il proprio inizio, l’anima stessa di una famiglia. Marina aveva cercato San Bovo per un legame affettivo; Marco e Simone vi avevano riconosciuto il luogo adatto a realizzare il loro Metodo Classico Alta Langa.  Il vigneto cresce accanto al bosco. Marina cercava una terra da affidare ai figli. Loro hanno trovato il modo di farla viaggiare.  Marina, San Bovo e ciò che ritrovo nel calice  Ritorno in Alta Langa è un Metodo Classico Brut Millesimato prodotto da Pinot Nero e Chardonnay. Il lungo affinamento rende il sorso ampio e cremoso, sostenuto da una freschezza nitida.  Nel bicchiere la luce incontra riflessi dorati e un perlage sottile, fitto, continuo. Il profumo si apre sulla pera e sulla pesca bianca, poi arrivano il pane appena tagliato, il lievito e la frutta secca.  Il pane mi riporta alla casa piena di persone e a Gemma impegnata, ancor oggi, ad accogliere tutti. La sfumatura più calda ricorda la legna commerciata dal bisnonno. La freschezza guarda a Marco e Simone, al loro desiderio di conoscere il mondo e riportare ogni esperienza in azienda.  Il sorso ha slancio e morbidezza. La bollicina accompagna il palato, la sapidità gli dà ritmo e la freschezza allunga il piacere. Nel finale tornano la mandorla, il pane e la polpa chiara della frutta.  Mentre Marina parla, nel vino ritrovo qualcosa di lei. La forza arriva per prima, la dolcezza subito dopo. La voce cresce quando ricorda i genitori, rallenta parlando del padre e riprende energia appena il racconto raggiunge i figli.  Il mio viso racconta tutto. Quando provo qualcosa, si vede.  Ritorno in Alta Langa porta nel calice la vitalità dell’Alta Langa e la storia familiare che ne ha ispirato il nome. Il vino diventa il modo più concreto per condividere quel ritorno.   I sogni che Marina racconta ad alta voce  Da bambina Marina amava Gianni Morandi e desiderava incontrarlo. Quel sogno, accompagnato dalla sua tenacia e dall’aiuto di Franco, è diventato prima un incontro e poi un’amicizia.  Franco mi ha aiutata a realizzare tanti sogni. Servono impegno e tenacia, però molti si sono avverati.  Un banale (manco tanto) episodio racconta molto bene due cose. La prima è l’amore, il rispetto, la fiducia, la gratitudine di Marina verso Franco. Non solo un marito ma un vero compagno di vita. La seconda è il suo modo di stare al mondo nel suo raccontare ciò che desidera con qualcuno che, spesso, finisce per indicarle la strada. Anche San Bovo è arrivato così, attraverso una conversazione inattesa.  Lei parlava di quella terra. Qualcuno conosceva un terreno. Il proprietario ricordava Armando. Franco ha trovato il nome. Marco e Simone hanno piantato la vigna.  Ogni persona ha raccolto una parte del desiderio e l’ha portato un poco più avanti.  La strada lasciata ai figli  Le idee nuove servono. I giovani guardano il mondo con occhi diversi e portano l’azienda avanti. Le tradizioni, i ricordi e quello che è stato costruito continuano a sostenerci.  Il carro di Armando rimane sull’etichetta. Marco e Simone viaggiano e lavorano su vini sempre più legati ai luoghi. Il bosco resta accanto alla vigna. Alla famiglia. La cascina continua ad affacciarsi poco distante. Tutto respira qualcosa che non è solo nell’aria. Armando aveva lasciato a Marina la voce di San Bovo. Marina ha restituito ai figli quella terra.  Il resto vive nel bosco rimasto intatto, nella vigna che gli cresce accanto e in una bottiglia dal nome semplice, quasi inevitabile.  Ritorno in Alta Langa. L’amore, quando ricorda la strada, sa sempre dove riportarci.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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A Ica il Perù custodisce il suo vino dimenticato Arrow Right Top Bg

12 Ottobre, 2026

A Ica il Perù custodisce il suo vino dimenticato

  Il Perù occupa da sempre un posto speciale nell’immaginario di chi ama viaggiare. Il Machu Picchu, le Ande, le linee di Nazca. Luoghi così potenti da lasciare poco spazio a tutto il resto. Eppure, a poche ore da questi itinerari conosciuti, esiste una valle dove il vino viene coltivato da quasi cinque secoli e dove una parte importante della storia vitivinicola del Sud America continua a vivere lontano dai riflettori. Matteo Enna ci è arrivato seguendo una semplice curiosità. Ne è uscito con un libro, Il vino dimenticato, e con una storia che merita di essere raccontata.    A cinque anni Matteo Enna partecipava alla vendemmia con il nonno, il padre e gli zii a Baratili San Pietro, nella Sardegna della Vernaccia di Oristano. Il vino apparteneva alla famiglia e alla vita del paese, mentre il lavoro lo avrebbe condotto verso l’informatica e la tecnologia. Molto tempo dopo, il Perù ha rimesso insieme quei ricordi e una domanda rimasta senza risposta: perché, parlando del vino del Nuovo Mondo, questo Paese compare così raramente?  Cercavo informazioni e trovavo soprattutto Stati Uniti, Argentina e Cile. Il Perù rimaneva nascosto nelle classifiche, anche se il vino era arrivato già con i primi conquistadores.  La ricerca è cominciata prima del viaggio, tra fonti difficili da reperire e testi in spagnolo. Il legame personale con il Paese, attraverso Edith, sua moglie, nata a Lima e coautrice del volume, ha trasformato quella curiosità in un progetto più ampio.  Il secondo viaggio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ha portato Matteo fino a Ica. La valle si trova lungo la costa meridionale del Perù, in un’area segnata dal deserto, con le Ande visibili in lontananza.  Arrivi nel vigneto e alle spalle hai un deserto gigantesco, mentre in fondo trovi le montagne innevate. L’impatto visivo è molto forte.  Prima dei filari si attraversano piccoli centri agricoli e strade polverose; dentro le tenute compaiono edifici storici, spazi per l’accoglienza e una produzione che molti viaggiatori ignorano.  A Tacama, una delle aziende storiche della zona, Matteo ha seguito una degustazione e visitato la proprietà. Nel calice ha trovato vini secchi, tra cui un Sauvignon Blanc che ha deciso di portare in Italia.  Volevo metterlo alla cieca accanto a due Sauvignon Blanc europei della stessa fascia di prezzo e vedere cosa sarebbe successo.  Il vino peruviano deve poter essere giudicato per ciò che offre, senza indulgenza e senza essere ridotto a curiosità geografica.  Il Sauvignon Blanc assaggiato a Ica mostrava note di ananas e frutta tropicale, una struttura ampia e un’acidità contenuta. Il clima caldo della valle incide sul profilo dei vini, così come la limitata escursione termica. Matteo preferisce le versioni secche, più vicine al suo gusto, mentre una parte del mercato locale conserva una forte predilezione per vini dolci e semidolci.  Il libro allarga presto il racconto. La viticoltura peruviana nasce nel XVI secolo e cresce grazie all’incontro tra le viti introdotte dagli spagnoli, le competenze agricole delle popolazioni locali e i sistemi di gestione dell’acqua sviluppati molto prima della colonizzazione. I puquios attribuiti alla civiltà Nazca, gallerie sotterranee costruite per intercettare l’acquifero, aiutano a comprendere come l’agricoltura sia stata possibile in un territorio con precipitazioni molto limitate.  Anche la sabbia ha avuto un ruolo preciso. Le caratteristiche del suolo e l’aridità hanno ostacolato la diffusione della fillossera, favorendo la conservazione di alcune viti a piede franco. Matteo collega questo tema alla Sardegna e al Sulcis, pur mantenendo distinti i due territori: da una parte il Carignano coltivato sulla sabbia, dall’altra una valle peruviana con clima, storia e varietà proprie.  Tra queste varietà, la Quebranta occupa un posto centrale. Nata in Perù dall’incrocio naturale di uve di origine iberica, è legata soprattutto al pisco, ma viene utilizzata anche per il vino.  Nei vini ho trovato corpo, una lieve dolcezza, tannini presenti senza essere invadenti e una persistenza quasi masticabile.  Matteo ha apprezzato in particolare le versioni affinate in acciaio, capaci di conservare con maggiore chiarezza il profilo dell’uva.  Il vino peruviano ha attraversato una storia discontinua. Terremoti, trasformazioni economiche, riforma agraria e instabilità politica hanno modificato gli assetti produttivi, mentre il pisco ha conquistato un ruolo sempre più forte nell’identità nazionale. Negli ultimi anni alcune aziende hanno investito sulla qualità dei vini secchi e sull’accoglienza, sostenute anche dalla crescita internazionale della cucina peruviana.  Ica offre così un viaggio più ampio della sola visita in cantina. Huacachina, le linee di Nazca, Paracas e le isole Ballestas possono entrare nello stesso itinerario insieme alle degustazioni, alla cucina locale e alla conoscenza del pisco.  Quella zona è famosa per le dune e per Nazca, ma possiede anche una storia enologica importante. Le cantine si trovano a breve distanza e vale la pena inserirle nel viaggio.  Il vino dimenticato nasce per dare ordine a questa vicenda e renderla accessibile al pubblico italiano. Matteo ed Edith hanno raccolto studi storici, fonti scientifiche e testimonianze peruviane, indicando anche i punti nei quali i documenti consentono interpretazioni differenti. Il risultato evita la celebrazione facile e mostra un settore ancora in evoluzione, con una produzione poco presente sui mercati internazionali ma dotata di varietà, aziende e identità riconoscibili.  Tutto il libro è attraversato dalla curiosità, quella di allungare il viaggio di qualche chilometro, leggere ciò che le guide liquidano in poche righe e dedicare invece del tempo ad una produzione rimasta a lungo in secondo piano. Il Perù magari continuerà ad essere il Paese del Machu Picchu, delle Ande e delle linee di Nazca, ma magari, dopo Il vino dimenticato sarà anche il Paese di una valle chiamata Ica, del vino viene prodotto da quasi cinque secoli che, forse non chiede nemmeno troppo a gran voce di essere assaggiato, discusso e conosciuto. Il prossimo passo sarà versarlo nel calice senza mostrare l’etichetta. Da quel momento parlerà soltanto il vino.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Coolenator refrigeratore per bottiglie Arrow Right Top Bg

9 Ottobre, 2026

Coolenator. I piacere di una bottiglia fresca fino alla fine

  Durante le vacanze estive ho messo Coolenator alla prova nelle giornate più calde. Un sistema semplice, con capsule refrigeranti da tenere in freezer, ha mantenuto il vino fresco a lungo e ha trasformato il servizio della bottiglia in un gesto più pratico, pulito ed elegante.   L’estate è il periodo giusto per mettere alla prova il vino. La bottiglia arriva in tavola alla temperatura giusta, il primo calice è teso, fragrante, preciso. Intanto la conversazione prende spazio, la cena si allunga, il caldo, quello con cui fatichiamo ancora a prendere confidenza, arriva a mangiarsi tutta la freschezza che il vino porta con se. Ecco allora che, pur di averlo fresco, ci si inventa di tutte. Ho visto (e adottato) le cose più stravaganti. Non fosse altro perché in vacanza difficilmente si ha un secchiello del ghiaccio. Autodenunciandomi posso dire di aver trovato un certo equilibrio usando quelle sacche blu di gel, che uso in genere per le contusioni o per il tendine,  avvolte attorno alla bottiglia. Funzionano, non per molto, ma il senso estetico va a farsi benedire. Proprio durante aperitivi e cene sul terrazzo di messo alla prova Coolenator capendo così che il suo valore andava oltre la comodità. All’inizio lo avevo guardato considerandolo uno dei tanti accessori dedicati al vino. Un misto di curiosità e prudenza ma anche con la pseudo sicurezza che sarebbe stato relegato nell’angolo dei ciaffi. Non sapete cosa è un ciaffo? Si tratta di una parola marchigiana che identifica quegli oggetti che acquisite perché magari carini ma poi finiscono da qualche parte inutilizzati.  Insomma, sono partito prevenuto, devo essere sincero. Mi è bastato però usarlo nelle condizioni più impegnative per cambiare idea. La bottiglia è rimasta fresca a lungo, anche con temperature esterne molto elevate. Il vino ha conservato quella vivacità propria dei primi minuti dopo l’apertura. Il punto, alla fine, è tutto qui: dal primo all’ultimo bicchiere ho ritrovato la stessa piacevolezza. Il funzionamento è intuitivo. Nel corpo isolato, una sosta di cilindro cavo, si inserisce una capsula cilindrica refrigerante, la “bullet”, conservata in freezer fino al momento dell’uso. Una volta estratta, basta collocarla alla base del Coolenator, chiudere il tappo e sistemare la bottiglia nel suo alloggiamento naturale. La capsula cede freddo lungo l’altezza del contenitore e continua a raffreddare attivamente, invece di limitarsi a rallentare il naturale aumento della temperatura.  Secondo le specifiche del produttore, il sistema può offrire fino a sei ore di raffreddamento attivo. Se questo mi sembrava una mission impossibile, devo dire che ha veramente funzionato. Specialmente nella configurazione con due capsule.  Esistono infatti configurazioni con una o due capsule. La prima è adatta a un utilizzo ordinario; la seconda rende il sistema ancora più flessibile, perché consente di avere un ricambio pronto per le giornate più calde o per quelle tavolate che iniziano a pranzo e sembrano non voler finire. Si tiene una bullet nel congelatore, la si estrae al momento opportuno e, quando serve, la si alterna con l’altra. Un gesto rapido, pulito, capace di risolvere un problema concreto. Nell’uso quotidiano ho apprezzato anche ciò che scompare dalla tavola: il ghiaccio che si scioglie, l’acqua da svuotare, le gocce sulla tovaglia, le etichette inzuppate e soprattutto la sacca di gel blu. Coolenator occupa il suo spazio con discrezione e permette di servire il vino senza continue interruzioni. Una volta terminata la bottiglia, si pulisce il contenitore e la bullet torna in freezer, pronta per l’occasione successiva. Anche il design contribuisce all’esperienza. Le linee sono pulite, contemporanee, abbastanza eleganti per una cena curata e sufficientemente pratiche per un pranzo informale, una terrazza o una giornata all’aperto. È un oggetto funzionale che riesce a stare sulla tavola con naturalezza. La gamma, inoltre, comprende formati, materiali e finiture differenti, con soluzioni pensate anche per bottiglie alte, birra, lattine e calici. L’idea nasce dietro il bancone di Coco’s Outback, vicino a Rembrandtplein, ad Amsterdam. Edward, fondatore di Coolenator, vedeva i clienti lasciare nelle bottiglie gli ultimi sorsi di vino o di birra, ormai diventati troppo caldi. Da quella scena ripetuta sera dopo sera sono arrivati prototipi, tentativi falliti, misurazioni e prove sulle curve di temperatura. In seguito la figlia Amy ha preso in mano l’azienda, ampliando la gamma e portando avanti un’intuizione nata da un’abitudine osservata con attenzione: una bevanda perde parte del suo piacere quando perde la temperatura con cui era stata pensata. È una considerazione semplice, eppure riguarda da vicino chi sceglie una bottiglia con cura. Cerchiamo il produttore, il territorio, l’annata, magari aspettiamo l’occasione giusta per stapparla. La temperatura fa parte di questa esperienza quanto il calice e il tempo che concediamo al vino. Un bianco che si scalda troppo in fretta perde slancio, un rosato diventa meno nitido, una bollicina smarrisce parte della sua energia. Durante le mie prove Coolenator ha protetto proprio questa continuità, lasciando al vino la possibilità di esprimersi senza che il caldo riscrivesse il finale. Durante la mia (come la vostra) calda estate ho veramente apprezzato come nei pranzi e nelle cene la bottiglia restasse al centro della tavola, fresca e pronta per un altro calice. Coolenator non ha chiesto attenzione e non ha trasformato il servizio in un rito complicato. Ha fatto bene una cosa sola, quella che promette: mantenere il vino fresco fino alla fine. Proprio alla fine, davanti all’ultimo sorso ancora integro, ho compreso quanto possa essere prezioso.   Coolenator. Io l’ho trovato qui!
https://coolenator.com/   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Torre Albineta Arrow Right Top Bg

9 Ottobre, 2026

Torre Albineta. La terra come eredità, la vigna come destino

  Tra le colline del Pollino, in Basilicata, la storia di Torre Albineta attraversa oltre cinque secoli di memoria familiare. Lavinia di Giura Lucifero ha lasciato una carriera nel design per raccogliere un’eredità fatta di vigne, olivi, boschi e responsabilità. Un progetto che unisce vino, identità e visione imprenditoriale, riportando al centro una terra ancora tutta da scoprire.   Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.
Quinto Orazio Flacco, Epistulae, I, 11 Cambiano il cielo, non l’animo, coloro che attraversano il mare. Lo scriveva Orazio, il più lucano dei poeti latini. Nato a Venosa, figlio di un liberto, voce immortale di una terra che allora si chiamava ancora Lucania e che ancora oggi porta quella parola nel nome come una fiamma tenuta viva nonostante tutto. Ogni volta che torno a pensare alla Basilicata, quella frase mi risuona in testa con una forza strana. Perché è una regione che le persone lasciano, attraversano mari e frontiere, vanno a cercare fortuna altrove. Eppure qualcosa dentro di loro resta lì, fermo come una torre di pietra su un crinale del Pollino. Torre Albineta. Due parole che portano con sé il peso e la luce dell’antico. Albus, in latino, è il bianco dell’alba, il bianco della luce che taglia l’orizzonte prima che il sole emerga davvero. Albineta evoca il bosco di pioppi bianchi, quei tremanti alberi che i latini associavano al mondo dei morti e al tempo stesso alla rinascita. Li piantavano lungo i confini, come sentinelle. Una torre che guarda. Un bosco che custodisce. E tra questi due elementi, in un angolo di Basilicata che Orazio avrebbe riconosciuto, l’azienda agricola di Lavinia di Giura Lucifero, figlia del Marchese Fabrizio di Giura di Battifarano, erede di una storia che inizia nel Quattrocento e non ha ancora finito di stupire. Una famiglia che attraversa i secoli. E i continenti Quando incontro Lavinia per la prima volta, mi bastano pochi minuti per capire che quella che sto per ascoltare non è la storia di una produttrice di vino. È la storia di una famiglia che ha tenuto duro per cinque secoli in una delle regioni più dimenticate d’Italia e di una donna che ha deciso di non lasciare che quella storia finisse con lei. I di Giura sono in Basilicata dalla fine del Quattrocento, tra i comuni di Castronuovo di Sant’Andrea e Chiaromonte, nell’alta valle dell’Agri, sulle pendici lucane del Parco Nazionale del Pollino. La torre che dà nome all’azienda è una masseria fortificata del Cinquecento, appartenuta in origine ai Chiaromonte, la potente famiglia normanna che aveva fatto di questo lembo di Mezzogiorno il proprio feudo. Fu acquistata nel 1898 dai figli del Prefetto Giovanni di Giura, e da allora è rimasta di famiglia. La storia che mi colpisce di più e che Lavinia accenna quasi di sfuggita, è quella di Nicola Ludovico di Giura, uno dei suoi antenati che, nel 1900, imbarcatosi sulla corvetta Ettore Fieramosca, raggiunse la Cina in missione come ufficiale medico della Regia Marina Militare Italiana. Quello che seguì ha del romanzesco: Nicola Ludovico rimase in Cina per trent’anni, diventando medico personale dell’Imperatrice Cixi e poi dell’ultimo imperatore Pu Yi. Fu ammesso alla Città Proibita, insignito del titolo di Mandarino alla Corte Imperiale. Poi tornò in Italia come primo traduttore dei classici cinesi nella nostra lingua. È come rivedere L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci con le stanze dorate, la solitudine immensa e chiedermi come dovesse sembrare la Basilicata, il verde assoluto, il silenzio del Pollino, l’aria che sa di resina e di ginestra ad un uomo che aveva visto la Città Proibita. Forse la capiva meglio, dopo. Forse ogni grande viaggio è, alla fine, un modo per tornare. Cambiano il cielo, non l’animo, appunto.   Lavinia: nata a Nizza, cresciuta nel verde Lavinia di Giura Lucifero è nata a Nizza, perché suo padre Fabrizio faceva il broker e lavorava in Francia. Madre veneziana, padre con radici profonde in Lucania, infanzia divisa tra più città: un perfetto blend, come lei stessa dice ridendo, con quella naturalezza di chi ha capito presto che le identità più interessanti sono sempre il risultato di mescolanze. Quando mi chiedono di dove sono, mi definisco italiana. Col cuore romano, però. E con tanta educazione veneziana. Non saprei dire quale parte prevalga sull’altra. Le vacanze, quelle erano sempre lì. In Basilicata. Nella tenuta di Battifarano, a rincorrere i cani randagi tra i boschi, ad arrampicarsi sugli alberi, a stare con gli agnellini mentre i genitori non la intrattenevano perché i genitori di una volta non intrattenevano.  Ma ci pensate? Oggi, noi, genitori siamo sempre alla ricerca di un intrattenimento per i figli, fermamente convinti che serviamo noi e solo noi per farli stare bene. Quante volte ho pensato che quella libertà apparentemente distratta fosse in realtà la migliore scuola del mondo. Certo, un tempo, i bambini lasciati nel verde imparavano a conoscere la terra, il silenzio, il tempo che scorre a un ritmo diverso. Oggi dove li lasceremmo? Ogni volta che vado lì sento le tensioni che si sciolgono. Dove siamo noi, se fai un giro su te stesso di 360 gradi, non vedi nulla che non sia verde. Una volta venne un architetto da Milano e mi disse: qui ti soffoca. Ma se pensi che il verde è il colore più rilassante, capisci subito che cosa stava perdendo. Lavinia invece aveva studiato design. Aveva lavorato per anni con Michele Tonci, uno degli studi di architettura d’interni più raffinati di Roma, aveva messo le mani su Piazza San Cosimato a Trastevere, aveva vissuto a New York. Una vita che filava, con la precisione di un progetto ben eseguito. Come quei tratti di matita che diventano forme. La scelta: lasciare il tratto per la terra Nel 2017, suo padre Fabrizio comincia a porre quella domanda che molti genitori proprietari di terre, prima o poi, arrivano a porre: e a questa azienda? cosa succede? Sua sorella risponde subito di no. La campagna non fa per lei. Lavinia, invece, esita. Ho avuto un periodo di grossi dubbi, grossi davvero. Poi ho detto: vediamo cosa siamo capaci a fare. Mi ci butto. Aveva già tre figlie. Aveva un lavoro che amava profondamente. Aveva una vita costruita mattone per mattone nella città. Eppure quella terra, quei 290 ettari di cui 70 seminati e il resto bosco, quella torre medievale, quei vigneti che esistevano già quando l’azienda fu acquistata a fine Ottocento, attirava come una calamita. Come attirano certe cose che non si spiegano, che non seguono la logica del foglio Excel, che abitano in un posto più profondo della ragione. Ci vuole tanto coraggio oggi per rinunciare a qualcosa che funziona per qualcosa che potrebbe funzionare. Si, magari è vero che con il Covid molti equilibri si sono spostati. In fondo ne ho incontrati tanti che hanno cambiato vita. Persone che hanno creato qualcosa di piccolo per farlo crescere. Hanno messo in gioco parte di se stessi per ritornare alle origini. Oggi che si è sempre alla ricerca di ottimizzazione, di rischio calcolato, di voglia di certezze infrante, le persone che rischiano sono sempre più rare. Così come sono sempre più rare quelle che scelgono. Ecco, Lavinia ha scelto. Quello che arriva dal passato è un dovere verso il futuro. Se ti compri un’azienda fai quello che vuoi. Ma se ti arriva da qualcuno che ci ha lavorato, che ha fatto sacrifici per portarla fino a te chi sei tu per distruggerla? Non sei nessuno. Non ne hai il diritto. Semplicemente non puoi.  Dal frantoio alla cantina: costruire un prodotto finito L’azienda che Lavinia prende in mano nel 2017 ha tutto e non vende niente. Grani antichi come la Carosella del Pollino*, un’eccellenza assoluta. Olio, venduto sfuso agli amici. Uva, ceduta a quintale ad un acquirente esterno che ogni anno abbassava il prezzo. Animali, boschi, masserie svuotate e lasciate andare. Un patrimonio immenso tenuto in sospeso tra la gestione del passato e nessun progetto per il futuro. La prima attività nella quale Lavinia si cimenta è costruire un locale per imbottigliare l’olio. Studia le normative sull’etichettatura degli oli extravergine con la stessa cura con cui aveva studiato i capitolati d’appalto nel design. Gira i supermercati fotografando le bottiglie. Si presenta ai frantoi. Impara. Anticipa la raccolta, passando dall’oliva nera a quella verde. Nel 2019 esce la prima bottiglia con etichetta. Disegnata da lei ovviamente e con lo stemma della famiglia e il disegno della casa. Ho lavorato molto sulla qualità. Devi scontrarti con le mentalità. L’oliva va raccolta nera perché produce di più. No: l’oliva va raccolta verde perché fa un olio migliore. Un anno facciamo così, l’anno dopo rifacciamo come va fatto. Con il vino, la storia è un po’ più accidentata. Ma anche più avvincente. L’uva veniva venduta a quintale. Un anno di meno, l’anno dopo ancora di meno.  Ad un certo punto ho detto: ma perché devo stare sotto i ricatti di questi? Questa azienda ha sempre fatto vino. Siamo nel territorio dell’antica Enotria. Facciamo una cosa seria. Questa è la Lavinia che ho conosciuto. Ferma, decisa eppure sorridente. Ti guarda, ascolta, sorride e poi agisce con una forza che se non ti adatti, ti travolge. Ha il sangue lucano… Il vigneto, l’Aglianico e l’enologo che ci ha creduto Il vigneto di Torre Albineta è piccolo. Sono solo due ettari e mezzo ma è come se fosse un archivio vivente del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese, Barbera, Montepulciano, Merlot, Cabernet: un miscuglio ereditato dal secolo precedente, piantato senza troppa logica varietale quando il vino si faceva per i contadini e per i fattori, non per i concorsi. Lavinia lo racconta con un sorriso All’epoca andavano dal vivaio e mettevano quello che trovavano. Le barbatelle gliele dava un amico, una cosa così. Tanto il vino doveva essere da tavola, fresco. Non facevano cose strane. A questo patrimonio storico ha aggiunto Aglianico e Cabernet affidandosi a un giovane enologo lucano, lo stesso che lavora con Battifarano e Luigi Lauria, due nomi importanti per il vino di questa regione.  Non so se ci ha preso in simpatia o se ha creduto nel progetto. So che si è dedicato davvero. Quando si parte per una nuova avventura, ciò che si produce ha qualcosa di inaspettato, incerto. Lo si definisce sperimentale ma è pur sempre qualcosa di nuovo del quale non si ha alcuna certezza. Ecco perché, quando Lavinia insieme al suo enologo, decidono, prima di imbottigliare di vinificare separatamente ogni varietà, la classifico come qualcosa di raro ed intelligente. È certamente una vendemmia a perdere con delle micro-vinificazioni. Da proprio da queste, sono nate le prime tre etichette. Quest’anno, con la piantumazione del Fiano, arriverà anche il bianco insieme alla cantina propria. Torre Albineta avrà la propria cantina, piccola, autonoma, tutta sua. Il logo di Torre Albineta reca in se l’ape, già presente nello stemma di famiglia e simbolo del lavoro e della natura. Il motto della famiglia di Giura è *modus et ordo*: con misura e con ordine. Due parole latine che suonano come filosofia e promessa. Misura e ordine. Sembrano concetti così lontani dalla società moderna nella quale l’eccesso è la norma e il disordine è quasi una virtù. Sentirsi dire modus et ordo da una donna che gestisce da Roma un’azienda agricola di quasi trecento ettari in Basilicata suona come una piccola rivoluzione silenziosa. La Basilicata e il caso Chiaromonte: da Banfield a oggi Torre Albineta è a Chiaromonte. Fu scelta negli anni Cinquanta dall’economista americano Edward Banfield come caso di studio per il suo celebre libro The Moral Basis of a Backward Society. Banfield la chiamò “Montegrano” e la usò per illustrare il concetto di familismo amorale: la tendenza delle comunità povere a massimizzare il vantaggio immediato del proprio nucleo familiare, incapaci di costruire fiducia e cooperazione oltre i legami di sangue. Un libro controverso, discutibile in molte delle sue conclusioni, ma che ha lasciato una cicatrice nell’immaginario di questa regione. Settant’anni dopo, Lavinia torna su quella stessa dinamica. Su concetti che si inseguono non come stereotipo ma come un dato di fatto di una società che avrebbe tanto bisogno di quelle ventate di novità che giovani imprenditori sanno imprimere. La Basilicata è molto indietro a livello imprenditoriale. C’è molto individualismo, molta gelosia. Non c’è la collaborazione che trovi in Toscana. La mentalità è: se cresce lui, io perdo terreno. Mentre invece è il contrario: se cresce la regione, ci guadagniamo tutti. Non gliel’ho detto di Banfield. Non era necessario. Lei lo sa già, perché lo vive ogni giorno. Ma non si è arresa. Continua a portare amici, giornalisti, operatori del settore in Basilicata. Continua a fare sistema dove il sistema fatica a nascere. Continua a scommettere. Continua a scegliere un territorio che è tanto suo quanto di chi ci vive da generazioni.  È un po’ quello che è successo in Puglia, la regione-specchio che nel confronto con la Basilicata ritorna spesso nelle conversazioni con i produttori lucani. Vent’anni fa le masserie pugliesi erano abbandonate, le spiagge deserte, i vini sconosciuti. Poi qualcuno ha cominciato a credere. Poi un altro. Poi un altro ancora. Borgo Egnazia era niente. Oggi è uno dei resort più celebrati d’Europa. La Basilicata ha tutto quello che aveva la Puglia: paesaggi straordinari, storia millenaria, prodotti eccellenti, ospitalità autentica. Le manca ancora la massa critica di persone che ci credano insieme. Lavinia è una di quelle persone. Lo è con la sua determinazione quanto con il suo sorriso. Lo è con la voglia quanto con la sua capacità. Non è semplice stando spesso a Roma e dovendosi occupare delle figlie. I vini di Torre Albineta Torre Albineta. IGT Basilicata Rosso Il vino bandiera dell’azienda porta il nome della torre. Forse non è un caso. Nasce dal vigneto più antico di San Giovanni, quello che Lavinia ha trovato come un archivio disordinato del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese perlopiù poi Barbera e Montepulciano. A seicento metri di quota, dove le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono ancora quelle di una Basilicata antica e non addomesticata, le uve maturano lentamente e con carattere. La fermentazione avviene in vaso aperto, come vuole la tradizione più onesta. Poi il vino poi affina dodici mesi in acciaio sulle proprie fecce fini. Nessun legno, nessuna correzione, nessuna maschera. Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino intenso che nell’unghia vira al granato, con quella velatura profonda che si vede nei vini che hanno vissuto veramente il territorio. Al naso è generoso senza essere fracassone: la ciliegia e la mora aprono la strada, poi arrivano il ribes e i piccoli frutti di bosco. Su tutto scende la nota floreale di violetta indica, con esattezza la sua presenza. La macchia mediterranea fa il resto con il pepe, il timo, la salvia. Una sorta di firma del Pollino. In bocca i tannini sono eleganti e avvolgenti, la bevibilità è generosa, la persistenza porta con sé qualcosa che assomiglia alla soddisfazione. Quella sensazione rara di un vino che non chiede di essere analizzato, ma solo bevuto, preferibilmente con qualcuno di cui ti fidi. RuLa. IGT Basilicata Rosso Quando Lavinia mi spiega il nome di questo vino, sorrido.RuLa. Era il modo in cui i cinesi pronunciavano il cognome di Giura: Daifu Rula, il Dottor di Giura; Nan jué Rula, il Barone di Giura. Il medico lucano che alla corte imperiale di Pechino era diventato qualcosa di diverso da quello che era partito. Non meno italiano, non meno lucano, ma capace di attraversare il mondo senza perdere sé stesso. L’etichetta porta uno dei suoi timbri cinesi, quegli ideogrammi che sembrano disegni e che per trent’anni avevano firmato ricette, diplomi, comunicati per l’Imperatrice Cixi. Pensare a tutto questo mentre si stappa una bottiglia di Aglianico e Cabernet Sauvignon prodotta sul Pollino mi provoca una vertigine. Ma è esattamente il tipo di vertigine che mi piace. Il RuLa è un vino impegnativo. 60% Aglianico, 40% Cabernet Sauvignon, affinato in barriques, con l’ambizione dichiarata della grande struttura. Il colore è rosso rubino intenso, fitto, quasi laccato. Al naso è aromaticamente complesso e intrigante: amarena, prugna, mora, poi il ginepro e il mirto che riportano subito alla macchia del Pollino. Poi ancora pepe, cannella, un tocco di vaniglia che il legno ha lasciato senza sopraffarne la voce. In bocca è ampio, persistente, con una struttura importante e tannini che la barrique ha educato alla rotondità senza toglier loro il carattere. Avvolgente. Non posso non usare questa aggettivo. È il termine giusto per un vino che ti prende con gentilezza senza lasciarti andare. È il vino di un antenato che ha attraversato mari e civiltà senza dimenticare chi era. Ha senso che si chiami come lui. Basìleia. IGT Basilicata Rosato Basìleia. In greco classico: regina. Non principessa, non fanciulla, non ninfa, regina. La scelda di un nome che già dice tutto sul tono che Lavinia vuole dare a questo rosato in perfetto collegamento con la Basilicata. Basileis come i re greci che colonizzarono questa costa millenni prima che Roma sapesse cosa fosse il vino, chiamarono queste terre. Nasce dalle piante di Sangiovese Barbera e Montepulciano più antiche del vigneto di San Giovanni. Qui le escursioni termiche costruiscono profumo e acidità senza bisogno di trucchi. Nel bicchiere il colore è un bellissimo rosa tenue con sfumature corallo. Non è un rosato che strilla, che si dimena, che luccica nel calice. È come una donna elegante che si ammira per quella attrazione data da chi non ha bisogno di farsi notare per forza. Al naso è delicato e preciso: ciliegia, piccoli frutti di bosco e rosa canina. Quella nota selvatica e leggermente amara che è bellissima e che non si incontra spesso. Nessuna ridondanza, nessuna esagerazione. In bocca la freschezza è vivace, l’acidità vibrante e pulita, la sapidità presente, la persistenza lunga quanto basta per non voler smettere. È un rosato da bersi con attenzione e non già perché difficile. Semmai perché sarebbe un peccato farlo distrattamente. Una regina non si tratta con superficialità. Tre figlie, una torre, un futuro da costruire Il mio futuro lo vedo giù. Non appena le mie figlie saranno all’università, mi immagino a settimane alterne in Basilicata. Tre figlie. Le ha portate a imbottigliare l’olio, ad attaccare i cartelli nel vigneto, a fare le cose usando le mani.  Sono queste le piccole cose che si fanno per stare insieme, per avvicinare le persone ai propri ricordi, al proprio passato. È l’unico modo per poterlo fare. Non lo dice troppo esplicitamente alle proprie figlie ma la sua speranza è che almeno una delle tre voglia prendere in mano quello che lei sta costruendo. Non sarà una eredità immobiliare ma un’azienda viva, in movimento, con una cantina propria, con prodotti finiti, con un nome che inizia a farsi riconoscere. I sogni che ha nel cassetto sono quelli di chi non si ferma mai. Come i *peperoni cruschi*, quella meraviglia fragile e affumicata che è il simbolo gastronomico della Basilicata e che pochissimi fanno davvero bene. Gli eventi in vigna, le cene sotto gli olivi accanto alla piscina. La ricezione, quando ci saranno le risorse umane e la struttura per farla come si deve. Prodotti per la cura del corpo con l’olio dell’azienda. Senza chimica, senza compromessi. Non è soltanto guadagnare. È fare cose che funzionano. Modus et ordo: il senso di tutto Modus et ordo. Con misura e con ordine. Un motto che descrive perfettamente non solo la famiglia di Giura, ma anche il modo in cui Lavinia lavora: un passo alla volta, senza correre, senza sovrastimare né sé stessa né le risorse che ha. L’olio prima, poi il vino, poi la cantina propria, poi il bianco, poi gli eventi, poi l’agriturismo. Una cosa per volta, fatta bene. Ho conosciuto tanti produttori che partono con tutto insieme e finiscono per fare tutto a metà. Lei no. Ha la pazienza di chi sa che le cose buone crescono lentamente, come i boschi del Pollino che circondano la sua torre. E poi c’è l’attaccamento. Quello che non si impara nei master di marketing o nei corsi di enologia. Quello che ti fa dire no a un parco agrisolare anche quando arrivano i soldi veri. Quello che ti fa restare fedele a una terra che ti chiede tutto e ti dà tutto, che ti mette di fronte a notti insonni di fisica e matematica con le figlie da un lato e una vendemmia in ritardo dall’altro. Quello che però, quando arrivi lì e giri su te stessa di 360 gradi e non vedi nulla che non sia verde, ti fa capire che non c’è nessun altro posto al mondo dove vorresti essere. Quell’azienda è parte di me. È un rifugio. È un’oasi. È il posto dove tutti i nodi si sciolgono, dove le idee tornano in ordine. Non ho mai, neanche per un secondo, pensato di venderla. Orazio lo avrebbe capito benissimo. Lui che era nato a Venosa, in fondo a pochi chilometri da dove oggi Lavinia alleva la sua vigna, aveva capito, duemila anni fa, che è in quella stessa terra, ostinatamente bella, che si può attraversare il mondo intero senza cambiare l’animo. Che certe radici non si sradicano. Che certi amori sono più forti di qualunque buona ragione per andare altrove. La Torre Albineta è ancora lì, sul crinale del Pollino. Guarda. Aspetta. E finalmente, dopo molto tempo, qualcuno l’ha capita.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Gagiablu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma Arrow Right Top Bg

7 Ottobre, 2026

GagiaBlu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma

  Per anni Laura Mauriello ha vissuto tra due mondi. Da una parte Milano, il lavoro, le scadenze e uno studio assicurativo costruito con ostinazione. Dall’altra la Maremma, una terra incontrata quasi per caso e diventata lentamente una necessità. In mezzo, una quercia secolare, una ghiandaia blu che torna ogni anno nello stesso luogo e una cantina, GagiaBlu, nata dalla convinzione che alcune scelte difficilmente si possono spiegare. Però quando si concretizzano, si riconoscono. Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. La massima di Seneca mi ha accompagnato quando ho rimesso mano al materiale relativo alla chiacchierata con Laura Mauriello, una donna che, pur vivendo a Milano, ha scelto di piantare le sue radici, e le sue vigne, trecentosessanta chilometri più a sud, in quella striscia di Toscana che i troppi turisti dimenticano e che proprio per questo è rimasta la più vera. La Maremma.  Il coraggio di ricominciare (o forse no, il coraggio di continuare) A Milano l’umidità ha steso una cappa grigia sulla città. Laura la liquida senza esitazioni: «Fa schifissimo». È la schiettezza acquisita in trent’anni di Brianza, il modo diretto di una donna che non ama i preamboli. Ha quarantotto anni, due figlie, due aziende e due città. Soprattutto, ha voglia di raccontarsi senza lasciarsi rinchiudere in una definizione. La sua è la schiettezza meneghina acquisita in trent’anni di Brianza. Laura è una donna che non ha bisogno di preamboli. Quarantotto anni, due figli, due aziende e due città. Una gran voglia di raccontare, senza schemi.  Ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è che non ho stereotipi dentro cui mettermi. In una Milano dove, come dice lei “nasci e sei già in ritardo”, Laura ha costruito la sua vita a una velocità diversa dal normale. Occorrerebbe certo capire bene quale sia la velocità normale visto che spesso questa cambia in funzione delle latitudini e non già perché al sud si proceda ad una velocità inferiore. È che al sud fa più caldo e allora si va un po’ meno velocemente. Anche se poi si lavora fino a tardi la sera. Divagazioni, è vero. Quella di Laura è semmai una doppia velocità. Che forse vuol dire due vite. Ma possono due vite andare a velocità diverse? Già vivere due vite è complicato, farle andare a velocità diverse deve essere un incubo. Comunque sia, la prima vita è la carriera assicurativa, presa in mano a ventitré anni quando il padre, Augusto, se ne andò in una torrida estate del 2006.  Mio padre era venuto su dalla provincia di Avellino nel ‘69. Uno che veniva dalla fame e dal niente. Uno tosto, che scherzava poco. Quando la compagnia assicurativa per cui il padre lavorava non si comportò bene con la famiglia, Laura, incinta della prima figlia, sconvolta dal lutto e “incazzata contro il mondo”, firmò un mandato e si rimise a studiare Con una bambina piccola da allattare e l’orgoglio di chi ha perso tutto tranne la voglia di rialzarsi È proprio qui che ho capito la stoffa di questa donna. Perché quando vedi in faccia Laura, l’impressione che si ha è di una donna della quale devi aver timore. Non paura, non parlo di quella. Parlo di una sorta di forza interiore che, seppur nascosa da un sorriso che disarma potrebbe sopraffarti in un attimo. Una forza che la mantiene sempre elettrica ed attiva. Pronta a fare qualcosa. Ci sono persone che aspettano qualcosa che forse non arriverà mai così che l’attesa spesso diventa emozione pura, memoria, radice. Laura non penso abbia mai aspettato che le cose arrivassero. È andata a prenderle. Così si è costruita la sua vita. Poi venne il 2008, l’autunno dei Lehman Brothers.  Il comparto assicurativo prese il colpo immediatamente perché i nostri prodotti erano legati alla borsa americana. Fu in quel momento, in una “giornata d’estate in Puglia”, uno di quei giorni in cui l’aria è così densa che i pensieri diventano leggeri, che Laura e suo marito fecero il grande passo.  Comprarono un terreno di quasi otto ettari a Roselle, nel cuore della Maremma toscana. La scintilla?  A me la Maremma è sempre piaciuta tantissimo. Quella zona selvaggia, il mare senza troppi orpelli… è rimasta rude, umana, non Instagrammabile come altre parti della Toscana.  La Maremma non la scegli, ti sceglie. È una terra di etruschi e butteri, dove il vento porta salsedine e gli olivi si contorcono come sculture d’argento sotto un cielo che sconfina nel mare. Laura la descrive con l’amore di chi ha riconosciuto un luogo dell’anima prima ancora di capire perché. Ma forse, conoscendola bene, la Maremma la rappresenta a pieno. La ghiandaia che tornò a casa Come spesso accade nei progetti veri, il nome contiene già l’intera filosofia che contraddistingue l’azienda. GagiaBlu è un nome che di per se suona anche bene ma se si comprende bene la sua etimologia allora si capisce bene che è non solo l’azienda ma proprio Laura.. La gaggia è la ghiandaia marina, un uccello migratore che però se trova l’habitat ideale ci rimane per sempre, con la sua compagna. Al centro del vigneto c’è un quercia secolare. Proprio su quella quercia una ghiandaia blu torna ogni anno. Ha trovato su quella meravigliosa quercia il suo luogo. Non importa se bello o brutto, se lontano o vicino. È il suo rifugio coccola. Il suo angolo di paradiso. Laura è arrivata in Maremma quasi per caso, con la leggerezza di un sogno estivo pugliese e vi  ha messo radici profonde come la quercia che campeggia sulle sue brochure. Forse cercava un luogo dove poterle mettere quelle radici. Un posto meno veloce e con qualcosa di più stabile. Ma non per sempre, no. Chi è abituato a correre, non si ferma mai di botto. Nel 2010 si piantano le prime barbatelle. Un atto scontato ancorché mai semplice per chi vuole avviare una azienda vinicola. La vigna dava i primi frutti esattamente quando i miei figli entravano nell’adolescenza. Mi dicevano: la vigna ha i suoi tempi. A scuola mi dicevano: i ragazzi hanno i loro tempi. È stata una crasi perfetta. Ho imparato l’arte dell’attesa. La storia si fa densa di metafore, di quelle che a me piacciono tanto e che cerco sempre nel fondo del bicchiere. Orazio nelle sue Odi elogiava chi sa attendere il momento giusto per cogliere l’uva. Pasolini vedeva nella campagna l’ultimo baluardo contro l’omologazione. Laura ha imparato l’attesa senza mai smettere di essere un vulcano Un vulcano che però ha capito che la lava, a volte, deve scorrere piano per diventare terra fertile Un ossimoro vivente: istintiva e paziente, milanese e maremmana, assicuratrice e vignaiola. Io non ho discendenze di vignaioli alle spalle. Non mi chiamo Antinori, non ho nulla dietro di me, se non il nonno che a San Martino Valle Caudina aveva il pezzetto di terra. Ma qui siamo tutti così, no? Basta scavare un po’ e trovi un nonno contadino. Allora parte tutto da zero. Con la determinazione ferrea di chi non ha nulla da dimostrare se non a se stessa. Studia da imprenditore agricolo, passa dall’INPS per infilarsi nel ginepraio delle pratiche. Conosce l’agronomo Domenico Saraceno, poi l’enologo Gabriele Gens Che ha questa grandissima capacità educativa. All’inizio non capivo una mazza di quello che diceva, poi gli chiedevo di tradurre per i non capenti e lui: ah sì, hai ragione.  È così che nasce una squadra, senza retorica ma con l’urgenza di chi vuole realizzare qualcosa di vero. Conoscendo i propri limiti e con la voglia da un lato di superarli, dall’altro di lasciar fare a chi sa. Dentro i vini: il respiro della Maremma nel bicchiere Frà Merlot 2021.  Il coraggio di una scommessa personale Quando Laura mi parla della scelta del Merlot, i suoi occhi cambiano luce. Non è solo una questione tecnica, è una confessione intima.  L’unica nota stilistica personale che ho chiesto io è stata il Merlot, perché è uno dei miei due vitigni preferiti. Ho chiesto all’enologo se con quel terroir poteva uscire qualcosa di interessante, e la risposta è stata affermativa. Fu il primo vigneto piantato in azienda: una scommessa personale sulla vocazione della terra e sulla capacità del vino di andare oltre i pregiudizi sui vitigni internazionali. Oggi il Frà Merlot 2021 è un vino che definirei meditativo. Affinato per quindici mesi in barrique e tonneaux, ha un colore rubino intenso e profondo che prepara a un’esperienza complessa. Al naso esordisce con mora, mirtillo nero e sentori di sottobosco umido, ma dopo qualche minuto nel bicchiere si apre a suggestioni più evolute: tabacco biondo, cioccolato bianco, una nota balsamica quasi eucaliptica e un ricordo salmastro che racconta la vicinanza del mare. In bocca è vellutato e caldo, con tannini rotondi e una chiusura sapida che persiste. Non è un Merlot qualunque: è un vino che porta dentro di sé il carattere schietto della Maremma, quella “rudezza gentile” che Laura cerca in tutto ciò che fa. La produzione si aggira sulle ottomila bottiglie, numeri da artigianato di alta gamma, di quelli che ti costringono a scegliere ogni giorno tra quantità e qualità. E la scelta è evidente già dal primo sorso. Il suo vero valore sta nella coerenza: è esattamente il vino che Laura aveva in mente quando, con la sua determinazione che poteva sembrare avventata, decise di scommettere su questo angolo di Toscana. XVIII 2021. Un brindisi alla vita che compie diciotto anni XVIII è il metodo classico millesimato Nature Rosé da uve Sangiovese in purezza che ha una storia d’amore dietro.  Dissi al mio enologo: ‘Voglio un metodo classico, non voglio frizzantini strani.’ Pensavo di farlo con Vermentino. Invece lui mi convinse a rimanere sul Sangiovese, per restare legati alla territorialità. Però mi disse: minimo trentasei mesi sui lieviti.  Era il 2017, anno in cui iniziarono le prime prove, senza commercializzare, solo per capire dosaggi e affinamenti. Poi arrivò il 2020, la prima annata commercializzata e il nome fu naturale: il diciottesimo compleanno della figlia Benedetta. Il XVIII 2021 è l’evoluzione ulteriore di quel progetto: base spumante 2021, sboccatura dopo trentasei mesi e, per quest’annata, Laura ha voluto tenere da parte cinquecento bottiglie da sboccare a quarantotto mesi per spingersi ancora più in là nella ricerca. Liqueur d’expédition aggiustata, dosaggi limati: il risultato è un rosé pallidissimo, quasi buccia di cipolla ramata, con riflessi che virano al rosa petalo. La mousse è fine e cremosa. Al naso è un caleidoscopio di pesca bianca, zagara, erbe aromatiche della macchia mediterranea, con una vena agrumata che ricorda il pompelmo rosa. In bocca è teso, verticale, attraversato da una freschezza tagliente e da note autolitiche raffinate: crosta di pane, lievito, una mineralità che richiama la pietra focaia. Chiude lungo e strutturato, con un finale sapido che invita al sorso successivo. È un metodo classico che non ha nulla da invidiare alle maison più blasonate e che anzi porta con sé quella selvatichezza maremmana che è la cifra stilistica di tutta la produzione Gagiablu. Non è semplicemente un vino: è un atto d’amore verso una figlia, un rito di passaggio verso quell’età simbolica in cui si diventa adulti, ma anche la dimostrazione che il Sangiovese, quando è raccolto a inizio agosto con uve ancora acerbe e vinificato con sapienza, può diventare un’eccellenza assoluta nel panorama delle bollicine italiane.  L’imprenditrice, la madre, la donna: un ritratto a più voci Nel dialogo con Laura mi ha colpito profondamente il suo senso di responsabilità verso i collaboratori. D’altronde, se vuoi creare qualcosa di grande, devi delegare. C’è poco da fare Non mi piace chiamarli dipendenti. Quando li ho assunti ho detto: voi siete i miei occhi e le mie orecchie qui. Siate imprenditori del vostro comparto. Tommaso e Susi, due trentenni grossetani laureati in enologia, sono la prosecuzione fisica del suo pensiero in vigna e in cantina.  Sono stata fortunata ad incontrarli. Molto mi insegnano loro, perché hanno studiato, hanno fatto esperienze in altre cantine. Io metto a loro disposizione tutti i mezzi per ampliare le loro conoscenze.”  Non è semplice delega: è il riconoscimento che un progetto si regge sulle persone, non sulle gerarchie. Ed è anche la prova che la concretezza manageriale di Laura, quella che le deriva da vent’anni di gestione assicurativa, non annulla la dimensione umana. La concretezza non è mai disgiunta dalla filosofia. Laura ha anche fatto la scelta coraggiosa del tappo Stelvin per alcuni vini Pensando alle enoteche che organizzano serate e non finiscono la bottiglia. Con lo Stelvin il vino si conserva, si mantiene, non perde identità. Pochi in Italia hanno questo coraggio, perché il mercato interno è schiavo del sughero, di una tradizione che non ha nulla di sensato.  Bisogna ragionare in maniera ecosostenibile. Il sughero non ce n’è più nel mondo, non si può andare avanti a fingere. Poi ci sono tappi tecnici che imitano il sughero e la gente dice: ‘Ah, ma allora lo stappo col cavatappi, va bene così.’ Ma non stai stappando sughero, stai stappando un’illusione. Quando dico che nel nostro Vermentino c’è solo uva da Vermentino, dico quello che è reale. Sono coerente con quello che faccio. Coerenza, filosofia, concretezza: è il trittico su cui Laura ha costruito la sua impresa senza mai abbandonare i clienti assicurativi di Milano  Per un grande rispetto verso di loro. Mio padre mi ha insegnato un’etica professionale che voglio mantenere. Anni di fidelizzazione e di rapporti personali non si possono tramandare a un collega.  Una fedeltà che oggi le costa tempo ed energie, ma che la onora. La Maremma, l’attesa e il futuro Quando parliamo del futuro, Laura non ha esitazioni  Sicuramente nel futuro di Laura c’è la Maremma a titolo definitivo. Sono stanca di Milano. Sono stanca di questa fretta, di questa cosa che nasci ed sei già in ritardo. È la stanchezza di chi ha corso per trent’anni e ora sente il bisogno di fermarsi. O meglio, di rallentare, perché fermarsi non è nel suo DNA. L’azienda sta crescendo: cinquantamila bottiglie l’anno, con un nuovo terreno in località Poggio La Mozza, nel comprensorio del Morellino, acquisito nel 2024.  Abbiamo ottenuto altri diritti di impianto dalla Regione, faremo i primi tre ettari. Poi al massimo altri tre o quattro, così arriviamo a dodici-tredici ettari vitati. Oltre le centomila bottiglie non andremo, perché altrimenti devo ribaltare la cantina e ampliarla. E non è il progetto. E le figlie?  Per questo non ci siamo mai trasferiti. Non era corretto togliere loro le opportunità che avevo avuto io. Venti minuti di treno per arrivare a Milano, contro un’ora e mezza per arrivare all’università più vicina se abiti a Grosseto. È la scelta di una madre che non ha mai separato il progetto imprenditoriale da quello familiare. Anzi, li ha fatti crescere insieme, come due tralci dello stesso ceppo. Il vino come specchio di un’anima che non si arrende Rifletto sulle parole di Laura. Ha citato più volte la “follia” delle sue scelte, ma io non ci credo. Non è follia quella che spinge una donna a cambiare vita a trentadue anni, a studiare agronomia mentre cresce due figli e gestisce uno studio assicurativo. Non è follia quella che la porta a scegliere il Merlot in terra di Sangiovese o a fare un metodo classico Nature in una regione che non ha mai puntato sulle bollicine. Quella è visione. La stessa che avevano i pionieri del vino italiano quando, contro ogni logica di mercato, decisero che la qualità poteva diventare un destino. Ho quarantotto anni, ma ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è proprio questo. Ecco, credo che questo sia il segreto di Gagiablu. Non cercare l’inquadratura perfetta, il vino allineato, l’etichetta rassicurante. Semmai cercare l’autenticità, quella che ti fa assaggiare un Vermentino e riconoscere la salsedine delle coste maremmane. Quella che ti fa stappare un XVIII e sentire dentro quella bolla fine e persistente tutta la fatica, l’attesa e l’amore di una famiglia. “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” non è una frase per Laura che ha trovato il suo porto molto tempo fa, in una giornata d’estate in Puglia, parlando di sogni con suo marito e da allora non ha mai smesso di navigare. Ora però il vento è cambiato di nuovo. Ora è la Maremma a chiamarla, con la voce roca della ghiandaia blu che torna ogni anno sulla grande quercia. Sono sicuro che Laura tornerà. Perché lei è come la sua ghiandaia blu: ha trovato l’habitat ideale e lì costruirà il nido. Per sempre. Grazie, Laura. La tua follia è la cosa più saggia che abbia incontrato negli ultimi anni.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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5 Ottobre, 2026

San Leonardo. La meraviglia comincia dopo dieci anni

  Una verticale di San Leonardo dal 2021 al 1997 organizzata da Bibenda al Cavalieri Hilton di Roma racconta un vino che trova la sua espressione più compiuta dopo almeno dieci anni. Freschezza, balsamicità e trama vegetale evolvono con coerenza nel tempo, mentre Anselmo Guerrieri Gonzaga e Daniela Scrobogna restituiscono il valore umano di una storia familiare diventata eccellenza italiana.   Dieci anni. È il tempo che San Leonardo chiede per esprimersi con pienezza. Da giovane mostra la tensione delle montagne, il tratto vegetale, il balsamico nitido e un tannino saldo. Con l’evoluzione, le note erbacee si fondono con sottobosco, tabacco, resine e spezie; il frutto acquista profondità e la struttura trova equilibrio. Dopo dieci anni il vino raggiunge una delle sue espressioni più complete. Avevo già raccontato San Leonardo e la sua storia in un precedente articolo di Suggestioni di Vino. Questa degustazione ha mostrato un aspetto ulteriore: la capacità del vino di crescere mantenendo intatto il proprio carattere. Dal 2021 al 1997 ritornano freschezza, balsamicità, sfumature vegetali e una sapidità che sostiene anche le bottiglie più mature. Cambiano le proporzioni, la profondità e il ritmo; la riconoscibilità resta precisa. San Leonardo. La Storia attraversa il vino Anselmo osserva le annate cercando in ciascuna il punto d’incontro tra la vendemmia e l’eredità di Carlo Guerrieri Gonzaga. Il padre attraversa l’intera serata nelle parole del figlio, nei ricordi di Daniela e nella fiducia riposta in un vino concepito per durare. Sentire dire che esiste un’identità costante, per me, è il complimento più bello. Ogni anno la vera sfida è mantenere la riconoscibilità. In questa frase emerge l’ammirazione per Carlo, padre e maestro, capace di difendere un’idea mentre il mercato seguiva strade diverse. Negli anni dei vini concentrati e segnati dal legno, San Leonardo conservava misura ed eleganza. Anselmo ricorda un viaggio negli Stati Uniti, le difficoltà commerciali e la tentazione di avvicinarsi al gusto dominante. Tornato alla tenuta, propose qualche cambiamento, persino l’inserimento di una varietà autoctona. Carlo reagì con durezza. Quella risposta divenne una lezione Dopo che mi è passato il bruciore ho capito. Se hai fiducia in ciò che fai, il mondo prima o poi ritorna. Mio padre aveva ragione. Anselmo ha raccolto quell’eredità senza trasformarla in immobilità. Ha rinnovato l’azienda, sviluppato i bianchi, recuperato il progetto paterno delle bollicine e adattato la viticoltura a stagioni più complesse. Il clima cambia e devi adattare tutto per conservare la stessa identità. Devi cambiare tutto per rimanere ciò che sei. Un principio che Giuseppe Tomasi di Lampedusa conosceva bene e che oggi guida San Leonardo nell’intervenire con precisione, preservare lo stile, accompagnare il vino senza forzarlo. Daniela Scrobogna conosce il lato umano di questa continuità. Ricorda Carlo mentre parlava del vino, degli animali e delle persone con voce lieve, quasi sussurrata. Durante una visita, Anselmo volle fermarsi a salutare una donna che lavorava nella tenuta e aveva un figlio malato. Era l’idea del signore di altri tempi, attento a chi offriva il proprio lavoro. Carlo era così e Anselmo ha conservato la stessa cura. La loro amicizia affiora anche in un ricordo più leggero. Daniela e il marito rientravano in motocicletta da Capo Nord con il bauletto danneggiato. Passando vicino alla tenuta chiamarono Anselmo, che li attendeva al cancello insieme alla moglie e alla madre. Li accolsero e li convinsero a fermarsi. Alla partenza Anselmo prese del nastro adesivo e fissò il bagaglio con tale scrupolo da assicurare quasi Daniela alla moto. Mi ha impacchettata. Finché restavo seduta andava tutto bene; i problemi cominciavano alla prima sosta La risata di Daniela coinvolge. Ciò che rimane è un episodio che restituisce la confidenza e la premura di un rapporto costruito negli anni. Il vino assomiglia sempre a chi lo produce La frase di Daniela non può essere che condivisibile. Non faccio altro che ripeterlo anche io. San Leonardo possiede in questo una fermezza quieta, una eleganza priva di ostentazione. Si concede per gradi e raggiunge la maggiore profondità con la maturità. Ad aprire la degustazione è il Metodo Classico Riserva Privata Marchesi Guerrieri Gonzaga, Blanc de Blancs da Chardonnay affinato sessanta mesi sui lieviti. In questo vino riaffiora un desiderio di Carlo, nato già nel 1978 intorno alla possibilità di produrre uno spumante trentino. La freschezza entra precisa, attraversa il palato e si allarga. Una cremosità sottile accompagna il sorso, la sapidità gli dà slancio. Il finale è verticale, ampio e luminoso. Montagna e aria fredda definiscono il profilo. Un Metodo Classico elegante e raffinato che si lascia bere senza sovrastrutture donando così alla semplicità quell’aurea di piacevole allegria che piace in una bollicina. Non c’è impegno, burrosità, artificiosità. Colgo territorio e semplicità pur rimanendo una bollicina di grande livello. Il San Leonardo 2021 apre la verticale con la severità, o impetuosità, della giovinezza. Il rubino è vivo, seducente; nel calice si avverte una materia ancora trattenuta. Erbe fresche, sottobosco, legno bagnato e tabacco dolce precedono eucalipto e mentolo. Il tratto vegetale è netto, vitale e già ben integrato nel profilo del vino. Al palato l’acidità guida, i tannini mostrano decisione e misura, il sottobosco ritorna con fermezza. Il finale è ampio e molto lungo. Il 2021 mostra già la cifra stilistica di San Leonardo e lascia intuire un’evoluzione importante. Pronto lo è senz’altro ma ha ancora anni dinanzi a se per poter dire a se stesso, mostrandolo agli altri, che è cresciuto. Nel 2019 la materia acquista ampiezza e complessità. Il tabacco diventa più scuro e mentolato; china, liquirizia e rabarbaro ampliano il quadro. La componente erbacea si arrotonda e si lega con naturalezza ai richiami balsamici. In bocca l’acidità traccia la rotta, mentre la sapidità occupa il centro e prolunga ogni sensazione. I tannini sono pieni, carnosi, ben inseriti nella struttura. Il vino cresce sul palato e resta a lungo. Due anni di differenza dal 2021 bastano a mostrarne una maggiore profondità. Sembra un inizio di qualcos’altro. Un affacciarsi su un territorio che contraddistinguerà il passaggio tra la giovinezza e la maturità. Dipenderà tutto da ciò che porta dentro, dall’annata da cui proviene, da come in cantina, per quanto maniacalmente trattato, sia stato maneggiato. Con il 2015 San Leonardo raggiunge la piena maturità. Daniela lo definisce «una pietra miliare». Non si può darle torto perché questa annata, o meglio gli 11 anni, rappresentano il giro di boa del San Leonardo. Superare i 10 anni vuol dire restituire il tempo giusto, aspettare quel che serve perché tutto diventi materia. Continuando a vivere. Il frutto sotto spirito si lega al tabacco trinciato, il sottobosco incontra il legno bagnato, le spezie attraversano un balsamico ampio e profondo. Il naso ha intensità e precisione. Il sorso è magnifico. Freschezza e morbidezza procedono unite, l’ampiezza conserva misura, il tannino accarezza. La sapidità arriva sottile, poi incide la materia e prolunga il piacere. Frutto, erbe, terra, tabacco e spezie trovano una collocazione naturale. Potenza e finezza convivono senza sforzo. Il 2015 emoziona per la compostezza. Ha raggiunto la propria statura e conserva un futuro vastissimo. San Leonardo comincia a diventare adulto a dieci anni. È come guardare una persona a venticinque anni: riconosci la sua statura e comprendi la strada che potrà percorrere. La dichiarazione di Anselmo è una sorta di sigillo su una bolla. Certificazione di quando il vino iconico ha la sua ragion d’essere. Il 2011 cambia, forse spezza, il ritmo della degustazione. Liquirizia, cardamomo, tè e china compongono un profilo raccolto. Il frutto è più maturo, quasi cotto, mentre il sottobosco conserva la firma della tenuta. La freschezza procede con passo più quieto e lascia spazio a una rotondità avvolgente. Una cremosità sapida accompagna il sorso verso un finale gentile. Le erbe fresche delle annate giovani sono diventate infuso e foglie essiccate. Il 2011 offre calore, equilibrio e una profondità espressa con discrezione. Ecco, tutto il vino sa di discrezione mantenendo comunque i canoni del San Leonardo. Sarà stata l’annata particolarmente precoce ma è come se fosse un vino affaticato, come se avesse più anni di quelli che dimostra. Il 2008 ritrova uno slancio sorprendente. Uno slancio che spiazza pensando al 2011. C’è vitalità, longevità, futuro. Un vino che diventa da subito grande, memorabile, intensamente unico. Dattero e prugna cotta si intrecciano al tabacco, alla scatola di sigari, all’incenso e a richiami balsamici più scuri. L’evoluzione ha lasciato intatta la vitalità. Il sorso è sinuoso. Ha corpo e leggerezza, profondità e misura. L’acidità lo sostiene con maggiore energia rispetto al 2011, i tannini accompagnano, la sapidità rimane sul fondo della lingua. Il 2008 colpisce per la naturalezza con cui unisce maturità e dinamismo. Elegante, composto, ancora pieno di energia. Uno di quei vini che forse si sottovaluta ma che invece ho ritenuto incredibilmente attuale, magnificamente eterno. Il 2003 porta il calore di un’annata estrema. Il colore vira verso il granato e l’aranciato antico. Il naso si apre su chinotto, arancia matura, castagna, ghianda, ginepro e sottobosco. Il vegetale si è fatto scuro; il balsamico richiama corteccia e resina. In bocca il vino è più largo, quasi masticabile. La freschezza lavora in profondità e la sapidità attraversa la morbidezza fino al lungo finale. Il 2003 è pieno, caldo, avvolgente. Porta il segno della stagione e conserva lo stile della tenuta. Comincia a lasciare il segno quando si contano gli anni dentro la bottiglia. Il 2000 cambia ancora qualcosa nella degustazione: il tono. Per anni è rimasto chiuso, quasi incapace di raccontarsi. Carlo continuava a ripetere che sarebbe diventato grande. Aveva riconosciuto un potenziale ancora nascosto. Dopo oltre un quarto di secolo il colore conserva vita. Il naso sa di ferro e sale, ruggine e cioccolato, menta e salvia. Erbe, spezie e sottobosco si uniscono a una traccia ematica che richiama pietra, terra e radici. Al palato la freschezza è ancora energica. I tannini incorniciano la struttura, la sapidità domina il sorso e lo allunga. Il 2000 sorprende per integrità, intensità e presenza. Conoscendone la storia evolutiva, l’emozione cresce. La fiducia di Carlo trova nel bicchiere la conferma più limpida. Se la mia ammirazione per papà Carlo è ai massimi, vedere che Anselmo quasi gongola da un senso di tenerezza affettuosa, di stima, di rispetto. Di ammirazione. Il 1997 chiude la verticale con un colore profondo e mattonato. Il naso profuma di legno d’olivo, oliva nera, ginepro, frutta secca, cola e fuliggine di camino spento. Erbe, spezie, radici e cenere definiscono un profilo complesso e pienamente evoluto. In bocca sorprende ancora. La freschezza è viva, i tannini sostengono la struttura, la sapidità vibra. Il finale attraversa il palato con notevole lunghezza. Gli anni hanno dato profondità senza sottrarre energia. Il 1997 possiede il fascino di un vino maturo che conserva precisione e slancio. Quasi trent’anni trovano espressione in un sorso misurato, persistente, aristocratico. Un vino multipremiato che conserva ancora il ricordo di quello slancio. Sembra un vecchietto energico che non smette di sentirsi giovane, ricordando quello che fu ma senza aver paura di dimostrare ancora ciò che ha. E ne ha tanto! In finale, la parentela tra le annate appare evidente. Eucalipto e mentolo evolvono verso tabacco, china e rabarbaro, poi ginepro, infusi e spezie scure. Le erbe diventano sottobosco, legno bagnato, tè e radice. Freschezza e sapidità mantengono vivo il vino lungo tutto il percorso. A dieci anni San Leonardo raggiunge una sintesi compiuta. Il 2015 ne mostra la pienezza, il 2008 la grazia, il 2000 l’inattesa energia, il 1997 la longevità. Dieci anni per fare un buon vino e altrettante perché sia ancora più maturo, compiuto. Ma vivo. Come per una persona che ai 18 anni viene considerato adulto quando, magari ancora non lo è. Non è così per tutti perché ogni persona ha la sua storia, la sua provenienza, il suo carattere. Ogni vino non è propriamente diverso dall’altro e non è intrinsecamente uguale. Si potrebbero fare anche tutti uguali ma si perderebbe quel pathos dovuto alla diversa annata, alle cose accadute, agli umori, alle vicende in generale. Però quando si fa attenzione ai tanti particolari necessari durante tutto il processo, il vino acquisisce un’anima, una struttura, una unicità. Nel caso di San Leonardo, Anselmo parla come se fosse una ovvietà di fermentazioni spontanee. Come se non inoculare lieviti in masse che dovranno poi diventare grandi vini sia qualcosa di normale. Questa è la vera meraviglia: una sorta di eccellenza resa normale. Questa verticale ha mostrato due aspetti della stessa medaglia. Da un lato la annata ovvero come si possano far respirare nel calice piccole o grandi differenze dovute alla tipicità di quel momento, alle piogge, alle temperature, all’umidità. Dall’altro la meticolosità di un lavoro in cantina che porta a tenere legati tutti i vini con una impronta indelebile dunque riconoscibile. La fortuna è di avere una cantina che è un meraviglioso termoregolatore e terreni in una valle dove le escursioni termiche delle montagne e del lago creano un microclima perfetto. Per arrivare però a definire terroir c’è bisogno dell’uomo. Carlo, un uomo dotato di lungimiranza, un imprenditore, un viticoltore, un enologo, un visionario. Un uomo che posto le basi perché tutto questo potesse accadere. Non un miracolo dunque ma la ricerca dell’eccellenza in Italia. Anselmo custodisce questa eredità con l’orgoglio del figlio e la responsabilità di chi oggi guida la tenuta. Ha aperto strade nuove senza alterare il carattere del vino. Carlo continua a essere presente nella fermezza delle scelte e nella fiducia accordata all’attesa. San Leonardo appartiene a quella ristretta categoria di vini che trovano negli anni un alleato decisivo. Ogni annata conserva una propria fisionomia; dopo dieci anni equilibrio e complessità raggiungono una dimensione capace di emozionare profondamente. Alla fine della verticale resta una certezza. Carlo Guerrieri Gonzaga aveva costruito un vino destinato a durare. Anselmo continua a custodirne la visione con intelligenza e rispetto. Nel bicchiere, vendemmia dopo vendemmia, quella scelta continua a dare ragione a entrambi.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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2 Ottobre, 2026

Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione

  Bologna, gli esordi di internet, poi le colline di Pianello Val Tidone: tre vite diverse convergono nella stessa scelta radicale. Barbara Pulliero, insieme al compagno Paolo Rusconi e al figlio Nicola, guida Filarole, azienda vinicola piacentina nata nel 2017 dal recupero di vecchie vigne vicine al secolo. Undici etichette, macerazioni spontanee e un’idea di vino naturale scelta molto prima che diventasse una moda. La terza vita L’agricoltura è spesso sinceramente crudele. Ogni giorno ridimensiona l’illusione di poter governare il tempo e lo spazio ricordando all’uomo che il mondo continua a muoversi anche fuori dei suoi programmi. Una riunione può essere spostata, un viaggio rinviato, una consegna rinegoziata, mentre una vite cresce, rallenta, soffre, reagisce, si ammala e riprende forza seguendo un calendario che ignora i social, le notifiche, l’urgenza permanente nella quale abbiamo finito (o finto) per vivere.  Barbara Pulliero ha impiegato tre vite per arrivare a questa verità, sebbene oggi, ascoltandola parlare, quelle esistenze apparentemente lontane sembrino parti della stessa strada, necessarie l’una all’altra, come se il teatro, internet e la terra l’avessero condotta verso il medesimo punto con linguaggi diversi. Questa è la mia terza vita. Credo di essere un po’ matta. La sua è la leggerezza della follia che si attribuisce alla capacità rara di lasciare una vita mentre funziona ancora, prima che il successo diventi abitudine e l’abitudine prigione. Ho visto persone disperarsi perché il corso della propria vita stava cambiando per poi tornare dicendo: non sai quanto ci si diverta la fuori. La prima vita di Barbara comincia a Bologna, dentro il teatro di ricerca, la danza contemporanea, lo studio dei classici e la costruzione, insieme a un gruppo di amici, di uno spazio teatrale nato dal nulla e divenuto negli anni una presenza importante della scena cittadina. Barbara è dottoressa in teatro e di quel periodo ricorda soprattutto gli incontri, le persone con cui condividere un’intuizione ancora priva di forma. La fatica di trasformare un luogo vuoto in qualcosa capace di accogliere storie, corpi e idee. Mi piaceva guardarlo, ho cominciato a studiarlo e poi gli incontri della vita ti portano a trovare dei compagni di strada. Compagni di strada è forse l’espressione decisiva del suo racconto, perché ritorna nel teatro come nella comunicazione, nell’amore per Paolo Rusconi, nell’avventura con il figlio Nicola e perfino nelle vigne vecchie che oggi sembrano accompagnarla con la pazienza silenziosa di chi era già lì molto prima del suo arrivo.  Quando internet comincia a cambiare il modo di comunicare, Barbara avverte la stessa eccitazione provata davanti alla scena, soltanto moltiplicata dalla possibilità di superare le pareti di una sala e raggiungere migliaia di persone in luoghi lontani. Passare da una piccola sala teatrale alla possibilità di comunicare così velocemente con tante migliaia o centinaia di migliaia di persone mi ha affascinato molto, per cui ho cambiato strada. Inizia la seconda vita, quella della comunicazione online agli albori della rete, quando internet sembrava conservare ancora l’innocenza delle grandi promesse. Dal 2004 affianca Paolo nei progetti dedicati al vino, da Vinipiacentini.net a Sorgentedelvino.it; nel 2009 nasce Sorgente del Vino Live, una manifestazione che contribuisce a far conoscere in Italia produttori naturali, vini di tradizione e territori rimasti fuori dalle geometrie più comode del mercato. Poi le colline piacentine aprono una direzione più lenta e insieme più radicale, fatta di legna da preparare per scaldare la casa, pane, orto, conserve, galline, boschi e stagioni capaci di rimettere ordine nei desideri. La Val Tidone e il diritto di appartenere Barbara arriva in Val Tidone da un mondo urbano e velocissimo, eppure dentro quel paesaggio appartato avverte subito una corrispondenza profonda. Ad un’ora da Milano la vita ha, ancora, un altro respiro, soprattutto intorno a Pianello Val Tidone, dove i campi si alternano ai boschi, le vigne affiorano tra le rocce e i siti archeologici ricordano che qui il vino possiede una storia più antica delle strategie con cui oggi si tenta di venderlo. Il territorio è rimasto ai margini delle rotte turistiche più battute e proprio questa distrazione gli ha permesso di conservare una bellezza ruvida, sottratta alla trasformazione di ogni luogo in destinazione, esperienza o scenario da consumare. Sono sempre stata estremamente felice di questa scelta. Ho trovato proprio il mio posto. Nessuna enfasi. Proprio per questo colgo una sorta di confessione definitiva. Come se trovare il proprio posto significa riconoscere una forma di appartenenza e accettarne anche la fatica. Sapete, sento ridondantemente parlare di sostenibilità ma nessuno come Barbara ne ha imparato davvero il significato: procurarsi la legna, seguire l’orto, preparare le conserve quando la stagione offre materia, mangiare ciò che esiste davvero in quel momento. Ritrovare il limite, parola diventata quasi indecente in una società che pretende fragole a gennaio, supermercati sempre aperti e desideri soddisfatti prima che abbiano il tempo di trasformarsi in attesa. È così che mi tocca litigare con mia moglie che, per assecondare nostra figlia, vuole il gelato alla fragola quando non è stagione e critica le gelaterie (sane) che non la propongono. Il vino, all’inizio, entra quasi in punta di piedi, coerente con il resto della vita. Punta di piedi. È Barbara che è così. Un sorriso incredibile che porta con se forza e determinazione. Ma senza darlo troppo a vedere. Nel 2009 Paolo sente il bisogno di attraversare la frontiera che separa il racconto dall’esperienza e propone di provare a farlo davvero. Cercano Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano presso amici vignaioli, raccolgono i grappoli, li sgranano a mano e lavorano sotto casa con una vaschetta, qualche secchio, le mani e i piedi. Abbiamo fatto il nostro primo vino senza avere nulla a disposizione, se non le mani, i piedi e i secchi. In quell’inizio povero di strumenti c’è già tutto ciò che Filarole sarebbe poi diventata: il contatto fisico con l’uva, l’assenza di scorciatoie, la curiosità più forte del calcolo, la volontà di comprendere la materia prima ancora di dominarla. Quel vino prenderà il nome di Fatto coi Piedi e continuerà a portare dentro ogni bottiglia la verità elementare della sua nascita. Il vino naturale prima della moda Allora il vino naturale aveva ancora il carattere di una scelta scomoda. Suscitava diffidenza, ironia e discussioni feroci, perché fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, assenza di correzioni e rispetto delle annate entravano in conflitto con un mercato abituato a chiedere vini riconoscibili, stabili e identici a se stessi. Oggi quella scelta è diventata, purtroppo, anche una moda. Compare nei locali più ricercati, nelle carte costruite per comunicare appartenenza, dentro uno strano senso di estetica che accresce il proprio edonismo attraverso etichette irregolari, colori torbidi e un vocabolario che deve sapere di ribellione. Come quando si diceva che alcuni facevano la rivoluzione con gli abiti firmati. Ecco che, proprio come accade a tutte le rivoluzioni arrivate al successo, rischia di perdere la necessità dalla quale era nata. La bottiglia viene fotografata, condivisa e trasformata in segno sociale. La vigna? Lasciamola fuori dall’inquadratura. Anche perché non è instagrammable.  Le ore trascorse tra i filari, le rese sacrificate, la grandine, le malattie, l costo reale di una scelta agricola: meglio lasciarle fuori dalla narrazione edonistica. Barbara e Paolo sono arrivati prima di questa moda e forse proprio per questo sentono poco il bisogno di pronunciare continuamente la parola naturale. Per loro rappresenta una conseguenza, mai un costume da indossare. Nasce, naturalmente, dal modo in cui abitano le colline, dal rifiuto di considerare la terra una superficie da sfruttare, dalla volontà di scegliere un grappolo sano affinché in cantina bastino precisione, attesa e presenza. La naturalità più profonda comincia molto prima del mosto, nel suolo che resta vivo, nel numero contenuto di passaggi del trattore, nell’uso del rame mantenuto molto al di sotto dei limiti consentiti dal biologico, nella protezione delle vecchie piante, nella capacità di considerare boschi, siepi e animali parte dell’azienda invece che spazio sottratto alla produzione. Li fai quando servono, non li fai quando non servono. Però ci devi essere, devi guardare, devi fare i lavori nel momento giusto. Questa presenza divide due visioni del vino. Da una parte la cantina intesa come luogo in cui uniformare il raccolto, correggere le differenze e rendere ogni vendemmia simile alla precedente; dall’altra il lavoro di Filarole, che accetta il carattere dell’annata e prova a portarlo intero nel bicchiere. Chiamarlo naturale serve a orientarsi, ma la parola rimane insufficiente quando si separa dalla terra. Un vino può esibire fermentazioni spontanee e poca solforosa, conservando alle spalle un’agricoltura estrattiva; può apparire libero nel calice e nascere da un suolo esausto. La scelta ambientale diventa vera soltanto quando costa fatica, bottiglie, tempo e denaro. Le vecchie vigne e il valore di ciò che rende meno La prima vigna avrebbe dovuto occupare qualche fine settimana.  L’abbiamo presa pensando: così poi nel weekend ci divertiamo La terra possiede una propria espansione silenziosa, perché una vigna chiede di essere registrata, rende necessario un trattore, reclama attrezzature, cure e tempo. Un vecchio appezzamento rischia l’abbandono e sembra impossibile voltarsi dall’altra parte, un’altra fila di piante conserva cloni e varietà che potrebbero andare perduti, Nicola scopre di amare il lavoro in campagna e quello che doveva restare un piacere laterale comincia a occupare il centro della vita. Filarole nasce ufficialmente nel 2017 dal recupero di piccoli vigneti che nel dialetto piacentino diventano filaröl, piante sparse nella valle, alcune giovani soltanto secondo la misura della vite, altre vicine al secolo, cresciute tra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta metri, circondate da boschi, campi e un mosaico agricolo ancora capace di offrire rifugio agli insetti, agli animali e alla diversità vegetale. Le vigne vecchie producono meno, richiedono più lavoro, complicano la logistica e sfidano apertamente l’idea moderna di efficienza. Molte sono state estirpate proprio perché incapaci di garantire le quantità richieste da un’agricoltura orientata al volume, eppure Barbara continua a cercarle, a prenderle in affitto, a rimpiazzare le fallanze con materiale proveniente dalle piante madri, preservando selezioni massali e patrimoni genetici costruiti nel tempo. Ci interessava lavorare su vini che sapessero esprimere anche la complessità e la profondità aromatica, il carattere delle nostre colline. Ecco allora la forma concreta di ambientalismo, lontana anni luce dalle formule rassicuranti dei bilanci di sostenibilità e invece più vicina al rischio quotidiano di chi decide di produrre meno per mantenere vivo un organismo agricolo. Ogni vecchia vite custodisce una risposta diversa e propria alla siccità, alle malattie e al mutare delle stagioni. Sradicarla significa perdere un frammento di memoria biologica prima ancora che culturale. Custodirla equivale a riconoscere che il valore di una pianta supera la quantità di uva che riesce a consegnare. Da un ettaro una persona che sta nel disciplinare della DOC può fare circa diecimila bottiglie. Noi, su sette ettari, nelle annate perfette venticinquemila. In agricoltura ogni principio diventa credibile quando si trasforma in rinuncia misurabile. Meno grappoli significano maggiore respiro per la pianta, selezione più severa, concentrazione e rischio economico, ma significano anche difendere un’idea di qualità che il prezzo fatica a raccontare. Il mercato vede il numero finale, quasi mai ciò che è stato lasciato sulla pianta o scartato durante la selezione, e proprio nella distanza tra valore e prezzo si consuma una delle fragilità più dolorose del vino artigianale. dav Una famiglia che discute il futuro Nel 2021 la comunicazione e la campagna smettono di lasciarsi condurre insieme. Barbara e Nicola entrano a tempo pieno nel progetto, mentre Paolo continua anche un’altra attività e conserva l’ultima parola in cantina. Le suggestioni, le prove e i desideri appartengono però a tutti, perché la democrazia familiare di Filarole ha l’imperfezione viva delle cose condivise. Abbiamo questo grande difetto come famiglia: essere molto democratici. Ci piace confrontarci, anche discutere e portare punti di vista diversi. A volte è faticoso, ma i risultati alla fine sono più interessanti e anche condivisi. Nicola ha ventiquattro anni, ama la campagna e avverte contemporaneamente il desiderio di conoscere altro. Barbara riconosce in lui la stessa inquietudine che l’ha condotta attraverso tre vite e rifiuta di trasformare la terra in un ricatto affettivo. Custodire per chi arriverà dopo avrebbe poco senso se a quel dopo venisse tolta la libertà di scegliere. È molto sottile la linea tra la decisione e l’obbligo. Quando prendi una decisione, poi prendi un impegno. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la vita personale, gli interessi e il lavoro. Consegnare qualcosa a un figlio è molto più complesso che lasciargli una proprietà. Vuol dire offrirgli radici abbastanza solide da permettergli di partire e una casa abbastanza libera da consentirgli di tornare. Il futuro sarà di Nicola soltanto se Nicola lo vorrà, e questa possibilità, più di qualsiasi atto notarile, rappresenta l’eredità più generosa che Barbara e Paolo possano preparare. I vini di Filarole: undici modi di lasciare parlare la terra Produrre undici vini con quantità complessive limitate appare commercialmente scomodo, e Barbara lo ammette con incredibile sincerità Razionalmente sono troppi ed è stupido fare così tanti vini, sono d’accordo. Però ogni vino ha il suo motivo di esistere. Il mercato domanda semplificazione, poche etichette facili da spiegare e profili immediatamente riconoscibili. Filarole insegue le differenze tra una vigna e l’altra, tra una stagione e la successiva, tra il carattere di una buccia e quello del mosto liberato da quella stessa buccia. Ogni bottiglia diventa così una prova, una domanda rivolta alle uve piacentine e alla valle.
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo. Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato. Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza. In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto. Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac,  qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto. Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine. Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità. La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso. Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere. Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva.  La terra avrà l’ultima parola Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate.  Nerissimo È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo. Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto. Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro.  Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si  avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda. Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere. Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla. Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore. Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva. Ho trovato proprio il mio posto. Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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30 Settembre, 2026

Villa Corniole. Per la famiglia, per sempre

  Sabina Pellegrini ha ventinove anni e una storia che profuma di montagna, famiglia e vigneti. A Villa Corniole raccoglie un’eredità costruita nel cuore della Val di Cembra e la accompagna verso il futuro con lo stesso passo misurato che da sempre distingue questa terra.   Alzi la mano chi non ha mai giocato almeno una volta (una sola?) al gioco della bottiglia. Seduti in circolo, con una bottiglia in centro fatta roteare vorticosamente. La prima scelta, poi la seconda, poi il bacio tra i due. Una scelta del caso. Un bacio a caso. Una coppia formata dal caso. Quasi come in quel reality Matrimonio a prima vista. Nel mondo del vino, spesso il vino si sceglie. Come ragione di vita. Come fuga. Come ritorno. Poche volte è il vino a scegliere. Come in questo caso quando il vino ha scelto lei. Sabina Pellegrini ha ventinove anni, viene dalla Val di Cembra e quando parla della sua famiglia ha la pacatezza di chi sa esattamente dove si trova nel mondo. Oltre che dove vuole trovarsi. Come se la ricerca e il radicamento coesistano in lei senza contraddirsi. È la più piccola di tre sorelle. Il padre, Onorio è un uomo circondato, nel senso più pieno del termine. Quattro donne, una cantina, una visione. Mi è sembrato veramente un uomo coraggioso. La Val di Cembra è un luogo che il Trentino custodisce con discrezione. Sembra essere un segreto che preferisce non condividere troppo. Valli strette, versanti ripidi, terrazzamenti che sembrano costruiti con la pazienza di qualcuno che non aveva fretta ma sapeva benissimo cosa voleva. Il Müller Thurgau di queste parti ha una storia lunga, seria, radicata nella geologia di porfido e nella quota tra i seicento e gli ottocento metri che regala a questi bianchi una verticalità acidica difficile da imitare altrove. Non è un caso che il Müller Thurgau di Cembra abbia da poco ottenuto la denominazione “Superiore”. Un riconoscimento forse tardivo per chi ci lavora da decenni. Il nonno di Sabina era tra i soci fondatori della cooperativa locale. Cinque, sei ettari. Uva conferita, vino fatto in famiglia come si faceva e si fa ancora in tante case di montagna. Poi, intorno al Duemila, la decisione di fare il passo. Staccarsi dalla cooperativa, imbottigliare, costruire una filiera propria. Sicuramente passione, innanzitutto. Era il sogno di una vita, dedicare il proprio lavoro direttamente alla trasformazione delle proprie uve, creare le proprie bottiglie. Ben diverso dal conferire a un terzo che poi trasforma. In questi anni di giri tra cantine e vignaioli l’ho sentito spesso, ma continua a colpirmi: il momento in cui qualcuno decide che non basta più coltivare e bisogna, anche, firmare. Consapevolezza, riscatto, voglia di mergere. I magari auorialità. Autorialità ovvero l’insieme delle caratteristiche, dello stile e dell’intenzione che definiscono il ruolo di un creatore (autore) rispetto alla sua opera Il conferimento alla cooperativa è un atto solidale e spesso virtuoso. Non datemi addosso per cortesia. Le cooperative trentine hanno fatto cose straordinarie e continuano a farle ma, imbottigliare e farlo con il proprio nome, è qualcosa di profondamente diverso. È come dire: questa cosa la penso io, la faccio io, me ne assumo la responsabilità. Tutta la responsabilità. Onorio Pellegrini ha fatto quella scelta  In maniera azzardata Il sorriso sotteso di Sabina contiene tenerezza e rispetto insieme.  Quando parti da zero, con meno vigna di oggi, è forse più facile. Comunque, è un salto nel buio. Buio, scommessa, come preferite voi. Oggi però Villa Corniole ha quindici ettari, tra 85.000 e 90.000 bottiglie di vini fermi con Müller Thurgau in testa, poi Traminer, Pinot Nero, Pinot Grigio, Chardonnay. Circa 45.000 bottiglie di spumante Metodo Classico in crescita costante. Quasi 150.000 bottiglie in tutto. Altro che esperimento o scommessa. È un’azienda e quando hai una azienda è certamente bello, solo che certe volte i polsi tremano per la paura. Spesso non si ha contezza di cosa significhi, per una generazione, raccogliere il lavoro dei propri genitori. Non è semplice come sembra, né da un lato né dall’altro. C’è il rischio di sentirsi in gabbia, di portare un peso invece di una libertà. C’è anche il rischio opposto di idealizzare quello che si riceve e non avere il coraggio di cambiarlo. La cosa bella, in Sabina, è che sembra aver trovato una terza via: essere dentro il progetto dei genitori senza dissolversi in esso. Anzi, portandoci la propria testa, il proprio sguardo, la propria ambizione. Siamo cresciute in cantina. È un ambiente che mi piace, vario. E mi è sempre sembrato bello poter portare avanti qualcosa di famiglia. Chissà se sia stato automatico o se ci abbia riflettuto. Fa una pausa. Breve, ma reale. Non è facile per le donne, va detto. Purtroppo. Ci sono associazioni, sta venendo fuori, però non era così scontato fino a qualche anno fa. Ha ragione. Il vino italiano, che pure ha prodotto alcune tra le figure più influenti del settore al femminile, porta ancora addosso le cicatrici di un impianto culturale antico, in cui la donna in cantina era eccezione e non regola. Negli istituti agrari, nelle scuole enologiche, la quota rosa è ancora minoritaria. Sabina lo sa bene e ha smesso di stupirsi decidendo di occupare lo spazio comunque. Evviva i giovani, anzi, le giovani. Evviva una generazione che ha deciso, senza mezzi termini, di non curarsi di ciò che gli altri possano dire e pensare. La vita è loro e se la prendono senza riserve (sul tema ho appena scritto un articolo che riguarda Floriana Risuglia de Le Donne del Vino) Le tre sorelle, Sara, Linda e Sabina, si sono divise i ruoli con una logica organica non pianificata a tavolino. Una segue l’estero, una l’Italia, la terza ha seguito l’insediamento agricolo così da essere, formalmente, titolare della parte agricola. La cantina ha un enologo interno e un consulente esterno. Il padre comanda in vigna. Maddalena, la madre, che Sabina menziona quasi di sfuggita, ma con quel calore che si riserva alla mamma, segue la parte commerciale e amministrativa. Affiancando il marito da sempre Fa gran parte del lavoro È una struttura familiare nel senso più denso: tutti fanno tutto, ognuno ha il suo centro di gravità, ma i confini sono porosi.  Quando c’è bisogno, sei in cantina, sei all’estero, sei agli eventi.  È la flessibilità necessaria di chi non ha ancora abbastanza risorse per specializzarsi del tutto, ma è anche una scelta di valore. Restare vicini. Non delegare ciò che puoi fare tu. Il nome Villa Corniole viene da lì, dalla zona: il Corgnolo, il Corniolo, piccoli frutti selvatici rossi usati per confetture e grappe, piante storiche di questi versanti. Un nome di territorio, di materia, di radici botaniche prima ancora che vitivinicole.  Il “Villa” è venuto dopo, un po’ per dare tono Bello vedere Sabina che ride ammettendolo senza falsa modestia. Dare un tono ad un luogo ha poco di romantico ma è invece intelligente e funzionale. Il Müller Thurgau è il vino originario, il primo in assoluto, quello su cui l’azienda ha costruito la propria identità pubblica. Verticale, teso, con quella mineralità di porfido che ti entra nel naso prima ancora che tu abbia bevuto. È il vino simbolo della Val di Cembra, come Sabina dice con la semplicità di chi non ha bisogno di convincerti.  Müller Thurgau Pietramontis 2023. Müller Thurgau 100%. Trentino DOC Superiore Valle di Cembra Il Müller Thurgau di Cembra non ha bisogno di farsi spiegare. Parla da solo, parla chiaro, con un linguaggio chiaro, preciso. James Suckling ha assegnato 91 punti all’annata 2023 descrivendolo come cremoso, con note di pera affettata, finocchio e scorza di lime. Come contraddire un critico come James! La sua non può che essere una lettura corretta ancorché parziale. Come lo sono quasi sempre le recensioni dei critici anglosassoni su certi vini di montagna, dove la componente minerale, esaltata dall’acciaio, tende a sfuggire al vocabolario. Il colore è paglierino chiaro con riflessi verdolini, luminoso, con la trasparenza dei bianchi di montagna di alta quota. Al naso si apre con immediatezza, in maniera direttai. Come quando un amico bussa alla porta e entra perché sa di essere ben accolto. Sambuco, erbe aromatiche alpine, un tocco di pesca bianca, agrume maturo. La componente floreale mi ricorda i prati tagliati in estate. Quell’erba fresca che sa di aria più che di terra. La mineralità è presente in maniera inequivocabile. Porfido e calcare si sentono, non si intuiscono. Il sorso convince ancor di più. È quell’amico che è entrato e si è seduto al tavolo per chiacchierare. Sapido, fresco, con un’acidità viva che non stanca e una morbidezza che accoglie. La lunghezza è buona, il finale pulito. Con il tempo in bottiglia emergono sempre più le componenti aromatiche minerali, e il corpo raffinato avvolge il palato in un gioco elegante di note vellutate e fresca acidità.  È il vino della cantina nella sua forma più essenziale. È il territorio puro, senza mediazioni. Comprensibile a chi si avvicina, commovente per chi già sa. Il Metodo Classico è arrivato dopo. Nel 2009 come prima vendemmia, 2013 come prima uscita sul mercato. Sta diventando ovviamente un asse portante dell’azienda. Oggi ci sono un Brut, un Dosaggio Zero Riserva (60 mesi sui lieviti), un Rosé. E due nuove etichette in sviluppo, ancora riservate. «Working progress», dice, con un sorriso. Salísa Zero Riserva Trentodoc Metodo Classico Millesimato 2019. Chardonnay, 60 mesi sui lieviti In uno spumante che ha riposato sessanta mesi sui propri lieviti c’è qualcosa di quasi testamentario. Il tempo non sembra essere una variabile produttiva. Semmai una dichiarazione di intenti. Salísa nasce dall’incrocio dei nomi di Sara, Linda e Sabina, le tre figlie di casa Pellegrini così da portare un peso affettivo prima ancora che enologico. È il vino che Sabina porterebbe al suo matrimonio. Bevendolo, ne capisco il perché.  La fermentazione avviene per circa l’85-90% in acciaio inox a temperatura controllata, la parte restante in tonneaux. Il lungo affinamento sui lieviti per oltre 60 mesi gode del riposo nella cantina sotterranea a temperatura costante. Nel bicchiere il colore è oro antico, con un perlage che sale sottile e persistente, quasi timido nella sua eleganza. Al naso c’è la complessità che si rivela a strati: prima la crosta di pane, la nocciola tostata, quella firma inconfondibile dell’autolisi prolungata. Poi, man mano che il vino respira, emergono la frutta a polpa gialla matura, un tocco di fiori bianchi appassiti e quella nota minerale calcareo-alpina che è il marchio di fabbrica della Val di Cembra. È un naso che racconta i cinque anni passati nel buio e lo fa con una precisione poetica che raramente trovi altrove. Il sorso è secco, teso, con un’acidità che si fa sentire senza mai aggredire. La bollicina è finissima, avvolge il palato con discrezione e fregandosene del dosaggio zero. Il finale è lungo, minerale, con un amaro gentile che richiama la scorza di agrume e la mela cotogna figlia del tonneaux. Non è uno spumante esuberante. È uno spumante pensante. Il tipo di vino che vuole silenzio intorno e un interlocutore all’altezza. Oppure anche nessuno visto che è incredibilmente appagante. Kròz Bianco 2020 Chardonnay & Müller Thurgau. Dolomiti IGT Kròz è una parola ladina. Significa croce, incrocio. Il punto in cui due strade si incontrano. È precisamente quello che accade in questo vino: due varietà, due anime, una vinificazione che vede il Müller Thurgau e metà dello Chardonnay fermentare in acciaio inossidabile, mentre la parte restante dello Chardonnay passa in legno.  Un incrocio di metodi, non solo di vitigni. Il colore è paglierino luminoso che vira deciso verso il dorato. Non per ossidazione, per densità. Nel bicchiere, una promessa di struttura. Al naso i sentori arrivano soavi, quasi trattenuti: pera bianca candida, mela del Trentino. Quella croccante, acidula, che sa di quota. Poi un agrume delicato, una lieve nota idrocarburica che è marca di eleganza nei bianchi con qualche anno di bottiglia. Arriva l’iris, arriva il pompelmo. C’è balsamico, c’è erba tagliata, c’è quella mineralità che ti ricorda dove si trovano le vigne. I fiori emergono soavi come se comparissero in un campo sterminato uno alla volta. Non tutti insieme, si annunciano. È un naso che dà pace. Il sorso è immediatamente minerale e ampio, con un agrume che si fa lime pulisce, gira, percorre tutto il palato con una freschezza che definire alpina sarebbe riduttivo: è una pulizia verticale, architettonica. La sapidità è alta, quasi salata, di quelle che ti ricordano il mare più che la montagna. Una paradossale nostalgia marina che certi vini di quota sanno provocare, come se la pietra antica ricordasse il fondo dell’oceano che fu. Il finale ha il limone: prima lime, poi limone maturo, con un’ombra di amaro che bussa ma non entra. Non sembra un vino caldo, eppure lo è con i suoi 13,5 gradi che non si sentono mai come peso poiché perfettamente integrati in una struttura che si stratifica lentamente, senza fretta. La persistenza è lunga, la complessità cresce nel tempo. Un vino che sembra esile al primo contatto, poi ti convince piano. Come le persone più interessanti.​​​​​​​​​​​​​​​​ Tanti forse troppi da un punto di vista commerciali i vini di Villa Corniole. Chissà Sabina quale etichetta butterebbe giù dal treno, se fosse costretta a scegliere. Ci pensa sul serio, e apprezzo che non si sottragga alla domanda. Forse il Pinot Grigio classico. È una varietà internazionale, funziona bene sul mercato americano, ma è meno rappresentativa. Terrei il ramato, che è più identitario, più nostro. Abbandonerei il bianco classico, che puoi trovare altrove. Mi piace la risposta precisa e coerente perché non è la risposta di chi vuole compiacere ma di chi ha già pensato a queste cose e ha una gerarchia di valori chiara: prima il territorio, poi il mercato. Mai il contrario. Visito cantine, leggo bilanci, ascolto importatori e comprendo come il vino italiano e quello trentino in particolare, si trovino in un momento di pressione incrociata: da un lato, la proliferazione di nuove etichette e nuovi produttori che ha dilatato l’offerta oltre ogni misura ragionevole; dall’altro, una domanda che in alcuni mercati si è compressa, non per sfiducia nel prodotto ma per ragioni economiche, generazionali, di gusto che mutano più velocemente di quanto le aziende riescano a seguire. In Val di Cembra, dalle sei cantine storiche del territorio si è passati a quasi una dozzina in pochi anni.  Magari chi fa duemila bottiglie, chi se le fa vinificare altrove, chi parte con i primi esperimenti. Non è necessariamente un male. Più voci, più interpretazioni, più curiosità sul territorio. Ma crea competizione interna in un posto piccolo complicando il lavoro di chi come Villa Corniole ha investito anni a costruire una posizione. La competizione. Già. Quella che da queste parti non può non attraversare, anzi, penetrare il mondo delle bollicine.  Se non hai una bollicina in gamba, non sei nessuno. Il problema vero non è fare spumante. Il problema è che oggi lo fanno tutti, ovunque, senza che ci sia sempre una ragione geografica o culturale solida a sorreggerlo. Ho trovato bollicine fatte con il Nebbiolo in Piemonte e con il Bombino in Puglia, Metodo Classico in Sicilia e in Sardegna. Non so dire se sia una distorsione di mercato o l’esaltazione della capacità di sfruttare il territorio e la tecnica. Di certo non si tratta di chiudere le frontiere al metodo classico pugliese o siciliano in sé. Il vino è infatti anche libertà, anche sperimentazione. Occorre però riconoscere che, quando tutto si assomiglia, chi ha un’identità di territorio vera vince nel lungo periodo e rischia nel breve. Il mercato non è sempre paziente quanto la storia. Le zone vocate vincono. Il problema è avere la solidità per arrivare al lungo periodo. Chissà come si immagina tra vent’anni una ragazza di ventinove anni. Una età che necessita di una certa leggerezza e, al contempo, speranza. Spero saremo ancora tutte qui. Con qualche figlio, qualche nipote. Forse i nipoti sono ancora presto. Qualche nuova etichetta, qualche novità in cantina. Non eccessiva crescita. Ben bilanciata. Piccoli passi, però cercando di far conoscere sempre di più quello che è il brand Villa Corniole. Bellissima la visione volutamente discreta. Cosa questa che mi colpisce. Nessuna intenzione di triplicare la produzione, di entrare nei grandi mercati asiatici, di diventare un’etichetta di riferimento nazionale. Sabina parla di restare, di crescere con equilibrio, di non perdere il filo con quello che sono. In un momento storico in cui l’ambizione nel vino tende spesso a tradursi in scala, in numeri, in fusioni e acquisizioni, questa postura mi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità. Chissà che vino porterebbe al suo matrimonio. La bollicina. Verticale, diretta, senza troppi fronzoli. Un po’ lo stile che ci rappresenta come sorelle. E poi porta una parte del mio nome. La governance Un argomento che le famiglie del vino affrontano spesso troppo tardi, quando i conflitti sono già in corso. Ho visto aziende straordinarie implodere non per mancanza di vino buono, ma per mancanza di regole chiare su chi conta e chi decide quando i figli diventano adulti, quando arrivano i partner, quando si moltiplicano le generazioni. Villa Corniole ha nel suo DNA quel pragmatismo tutto trentino. Silenzioso, operaio, lungimirante. Tanto da far riposare una prevenzione già nello statuto aziendale: chi entra in azienda deve essere parte della famiglia per linea diretta. Nessun cognato che si fa valere, nessun marito che porta idee da fuori e rischia di incrinare quello che è stato costruito con anni di fatica. È nata dalla nostra famiglia e deve andare avanti così Sabina ha nel tono della risposta quella naturalezza di chi non sente il bisogno di giustificarsi. Quante volte ho visto esattamente l’opposto con patriarchi che non hanno scritto niente e si affidano alla buona volontà delle generazioni successive. Che spesso arriva, sì. Ma non sempre e non per sempre. Avere una regola non è cinismo. È rispetto per il lavoro fatto. La Val di Cembra si stende su per i versanti con quell’aria di quiete operosa che hanno i luoghi di montagna. I terrazzamenti, i pali di legno, i fili che reggono i tralci contro il vento. Qualcuno ha costruito tutto questo con le mani, un masso alla volta, una stagione dopo l’altra. Il nonno di Sabina era lì. Suo padre è ancora lì. E lei ci sarà ancora, tra vent’anni, con le sorelle accanto e forse (toglierei il forse ma lasciamolo per scaramanzia) qualche nipote che comincia a capire come si fa la vendemmia. I vini di Cembra, con la loro acidità tagliente e il finale lunghissimo di pietra e fiori bianchi, sono vini che, non chiedendo spiegazioni, bastano da soli. Come certi luoghi, come certe famiglie, come certi discorsi che finiscono con una risata e lasciano qualcosa che non si dimentica facilmente. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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25 Settembre, 2026

Il talento ha bisogno di spazio. Floriana Risuglia e la voce delle Donne del Vino

  Floriana Risuglia unisce diritto, vino e impegno nell’Associazione Le Donne del Vino. La sua storia racconta competenze da rendere visibili, parole da cambiare e opportunità da costruire, perché il talento femminile trovi finalmente tutto lo spazio che merita. L’Apollo 11 è stata la missione spaziale della NASA che ha portato per la prima volta l’uomo sulla luna. Era il 1969 e gli USA erano appena usciti dalla segregazione razziale. Immaginate la scena: tre donne di colore attraversano proprio i corridoi della NASA con la consapevolezza di possedere delle competenze che andavano oltre quelle degli uomini che vi lavoravano da tempo. Donne, di colore e con la necessità di dimostrare, ogni giorno, il loro valore. Cosa che non era certamente richieste agli uomini. Il film era Il diritto di contare. Vedetelo se vi capita.
Anche se la storia di queste tre fantastiche donne appartiene agli anni Sessanta, conserva qualcosa di vicino, qualcosa che rimane sempre sospesa tra uffici, università, consigli di amministrazione, tribunali e cantine: quanto talento resta ancora fuori dalla porta soltanto perché nessuno ha pensato di farlo entrare? Questa domanda ha accompagnato la mia conversazione con Floriana Risuglia, avvocata specializzata in Diritto Vitivinicolo, Esperta Assaggiatrice e docente in ONAV, componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino. Una donna che ha attraversato luoghi, professioni ed esperienze con la curiosità capace di unire mondi apparentemente lontani. Siracusa, Terni, la Puglia, il Veneto, Roma: la sua vita sembra il passo irrequieto di chi cambia casa così che, insieme all’indirizzo, impara ogni volta un modo diverso di leggere le persone. Nella sua storia il vino arriva attraverso un corso aperto quasi sotto casa, seguito pensando di incontrare soprattutto calici e degustazioni, e diventato invece una porta spalancata sulla cultura dei territori. Pensavo di andare lì semplicemente a bere, poi si è cominciato a parlare di suoli, territori, storia. La cosa mi ha incuriosita e da quella semplice bevuta ho scoperto tutti gli aspetti culturali del vino. Da quel momento non me ne sono più allontanata. Floriana Risuglia, dal diritto al vino Il vino, quando entra davvero nella vita, difficilmente rimane confinato nel bicchiere. Non può proprio perché si viene rapiti dal conoscere la terra, le persone, le regole, le etichette, i confini di una denominazione e perfino le parole consentite per raccontarla. Floriana cercava un corso da assaggiatrice, molto più interessata alla conoscenza che alle cerimonie del servizio, e proprio durante una lezione sulla legislazione ha riconosciuto il punto in cui la sua professione e quella nuova passione potevano finalmente incontrarsi. Parlavo con i produttori e ascoltavo problemi concreti: l’etichetta copiata, l’acquisto dei terreni, i disciplinari, i regolamenti. Mi sono chiesta come potessi conciliare queste esigenze con il mio lavoro di avvocata e ci sono riuscita. Nel 2016 prendeva ogni settimana il treno per Firenze, dove frequentava un master in Diritto Vitivinicolo, entrando dentro una materia capace di tenere insieme responsabilità delle imprese, tutela dei marchi, etichettatura e normativa europea. Da allora la cantina è diventata anche uno dei luoghi del suo lavoro, con un vantaggio che racconta sorridendo e che rivela il suo modo concreto di stare nelle cose Parlare con un cliente in cantina, davanti a un bicchiere di vino, è molto meglio che farlo in studio. Non è solo la leggerezza della frase ma una visione precisa. Il diritto, come il vino, acquista senso quando incontra la vita reale, protegge il lavoro, accompagna un progetto e offre strumenti a chi investe il proprio nome, la propria terra e il proprio futuro in una bottiglia. Il percorso dentro Le Donne del Vino comincia nel 2017, attratta dalla qualità degli incontri, dalla formazione e da una rete che andava molto oltre il piacere di ritrovarsi. Convegni dedicati alle neuroscienze e al neuromarketing, occasioni di approfondimento, webinar, attività sui territori e uno scambio continuo tra competenze diverse. Nel 2020 diventa vice delegata del Lazio, poi arriva l’elezione nel Consiglio nazionale, mentre cresce l’impegno per raccontare un territorio che sente ormai come casa, pur conservando dentro di sé la luce e il carattere della Sicilia. Le donne e il vino, oltre l’immagine della vendemmia Nel Lazio, Floriana e le altre associate hanno lavorato molto sulla comunicazione dei vitigni e dell’origine vulcanica di una parte importante del territorio. Cercando parole nuove per raccontare una regione vitivinicola spesso schiacciata dall’immagine politica e monumentale di Roma. I laghi, i suoli, l’antico Vulcano Laziale, la colata arrivata fino alla tomba di Cecilia Metella compongono una geografia più profonda, nella quale il vino diventa memoria fisica del paesaggio. È un racconto che vorrebbe restituire al Lazio la sua identità agricola mostrando anche la pluralità dell’associazione. Dentro Le Donne del Vino convivono infatti produttrici, enologhe, agronome, ristoratrici, comunicatrici, giornaliste, professioniste dell’accoglienza, tour operator e figure come Floriana, capaci di accompagnare le aziende attraverso la complessità del diritto. Ecco allora un punto focale: la donna del vino non può coincidere con l’immagine rassicurante di chi sorride in vendemmia tenendo un grappolo tra le mani. Quella fotografia racconta soltanto una parte e, troppo spesso, trascura il lavoro che tiene in piedi un’impresa ogni giorno. Floriana restituisce anche dignità anche ai ruoli amministrativi e commerciali, troppo facilmente descritti come una posizione laterale La cantina è un’azienda. Chi tiene i conti, segue l’amministrazione, organizza il lavoro o sviluppa i mercati internazionali ha una responsabilità enorme. Se una donna sceglie quel ruolo perché corrisponde alle sue capacità e alle sue aspirazioni, quella scelta possiede lo stesso valore di chi lavora in vigna o segue la produzione. La differenza vive proprio nella parola sceglie. Una figlia può raccogliere l’eredità di famiglia, costruire una propria azienda oppure seguire una strada completamente diversa, perché il fascino che avvolge il vino conserva comunque la sostanza concreta di qualsiasi attività imprenditoriale. Floriana cita giovani produttrici laziali che hanno ripreso il lavoro dei nonni, studiato all’estero, avviato nuovi progetti e diviso responsabilità con fratelli e familiari secondo inclinazioni e competenze. Storie che spostano lo sguardo dall’obbligo all’opportunità e liberano anche la tradizione da quel sottile ricatto emotivo secondo cui appartenere a una famiglia significa necessariamente continuare ciò che altri hanno iniziato. Perché Le Donne del Vino servono ancora La necessità dell’associazione emerge lontano dalle dichiarazioni solenni, dentro una situazione ordinaria. Durante la preparazione di un convegno, Floriana osserva il gruppo dei relatori e qualcuno alza la mano: nove uomini e una donna. Vi siete accorti della composizione del panel? La risposta è stata semplice: non ci avevamo pensato. È proprio questo il punto. Le donne competenti esistono, eppure spesso nessuno pensa automaticamente di coinvolgerle. Il pregiudizio più resistente possiede raramente un volto aggressivo. Vive nell’abitudine, nella ripetizione, nelle scelte compiute senza guardare davvero l’intero panorama. Passa attraverso elenchi di nomi nei quali la presenza femminile rimane un’eccezione, attraverso un incarico assegnato alla persona che viene in mente per prima, attraverso la convinzione che alcune professioni abbiano ancora un suono maschile. Le Donne del Vino servono per accendere quella lampadina, rendere visibili professionalità già formate e costruire una spontaneità nuova, capace un giorno di includere senza bisogno di contare. Nuttata persa e figlia fimmina. Mi è venuto in mente proprio parlando con Floriana. Un proverbio crudo e rurale come il vino. Non è solo della terra natale di Floriana ma in tutte le culture contadine di un epoca forse non sopita del tutto. Dietro quelle poche parole, riemerge la contabilità severa delle vecchie famiglie rurali. La nascita di una figlia veniva considerata un “magro risultato” economico, perché alla donna si attribuiva una minore capacità di sostenere i lavori più pesanti nei campi e, al momento del matrimonio, la famiglia avrebbe dovuto affrontare anche l’esborso della dote. Una formula breve teneva insieme fatica, patrimonio e destino, trasformando una bambina appena nata in un bilancio già scritto dagli altri. Eppure proprio la vita delle campagne raccontava donne impegnate nella casa, nella cura dei figli, nella terra, nella raccolta e nella continuità stessa della famiglia. Quel proverbio oggi suona come la misura della distanza percorsa e, insieme, come il segno di una mentalità che ha bisogno di essere riconosciuta ogni volta che riaffiora sotto forme più educate e moderne. Floriana ricorda un episodio di famiglia capace di rovesciare quel detto con l’immediatezza di una vignetta. Alla nascita di una bambina, mentre qualcuno si preparava forse alla delusione tramandata dall’abitudine, il padre accolse la notizia con una gioia incontenibile, come se tutta quella vecchia contabilità contadina avesse perso improvvisamente ogni significato. In quella felicità c’è già una società diversa, nella quale una figlia arriva con il proprio nome, il proprio futuro e tutte le possibilità ancora aperte. A me l’espressione quota rosa fa arrabbiare, anche perché il nome è bruttissimo. Poi mi rendo conto che, finché questa attenzione manca, certe situazioni continuano a passare nell’ombra. Il punto resta la competenza, insieme alle condizioni concrete che permettono alle persone di esprimerla. Una donna con figli, anche quando possiede preparazione ed esperienza straordinarie, ha bisogno di un’organizzazione che le consenta di partecipare a un consiglio di amministrazione, assumere una responsabilità o proseguire il proprio percorso. Aprire formalmente una porta rappresenta l’inizio; creare le condizioni per attraversarla significa trasformare un principio in realtà. In questa differenza si trova il passaggio dai diritti alle opportunità. Il diritto afferma che tutti possono partire, l’opportunità fa in modo che ciascuno possa davvero arrivare alla linea di partenza. Floriana lo conosce anche attraverso il diritto del lavoro, materia alla quale dedicò la tesi di laurea La parità di trattamento significa riconoscere gli stessi diritti anche nella diversità delle condizioni. Una maternità si gestisce, come si gestiscono gli altri passaggi della vita. Il valore professionale della persona rimane. Ho lavorato per molti anni con donne, ne ho promosse, ho affidato loro responsabilità e ho sempre trovato naturale considerare i collaboratori prima di tutto persone e professionisti. Proprio per questo mi colpisce la persistenza di certe frasi, pronunciate spesso con il tono di chi pensa di descrivere soltanto una difficoltà organizzativa: una gravidanza, un figlio che si ammala, la disponibilità di tempo, la presunta affidabilità. Ogni organizzazione affronta imprevisti, assenze e trasformazioni; attribuirli in anticipo a un genere significa usare una previsione come confine e privarsi, nel frattempo, di competenze preziose. Il linguaggio offre alle donne le stesse opportunità Il cambiamento passa anche, forse soprattutto, dalle parole, perché una professione pronunciata soltanto al maschile finisce per suggerire inconsciamente un unico volto. Floriana oggi si presenta come avvocata e intorno a quella parola ha incontrato resistenze, ironie, obiezioni fondate quasi sempre sulla sua presunta bruttezza. Suona strano perché manca l’abitudine. Poi una persona apre la porta, mi vede e dice: “Signorina, mi chiama l’avvocato?”. L’avvocata sono io. Sembrano sciocchezze, però il linguaggio può collocare una donna al centro oppure lasciarla di lato. Essere nominati significa esistere anche nell’immaginario degli altri. Una bambina che ascolta le parole enologa, agronoma, direttrice o avvocata riceve una possibilità prima ancora di ricevere un consiglio. Vede un posto che potrebbe occupare e una storia nella quale può riconoscersi. Floriana porta l’esempio di articoli nei quali uomini di rilievo vengono presentati con nome, cognome, incarico e risultati, mentre accanto a loro compaiono genericamente “due donne”, quasi che il genere bastasse a esaurirne l’identità. Quelle donne hanno un nome, una professione, una storia. Chiamarle semplicemente donne le mette ancora una volta in una posizione laterale. Anche nel vino questa visibilità produce futuro. Conoscere il percorso di Donatella Cinelli Colombini, che cercò enologhe quando quasi nessuno le richiedeva, oppure quello di Graziana Grassini offre alle nuove generazioni una prova concreta. Vedere una donna arrivata ai massimi livelli aiuta chi sta cominciando a pensare: posso farcela anch’io. Gli esempi servono proprio a questo. La rappresentazione, prima ancora di celebrare chi è arrivato, rende immaginabile il viaggio a chi deve ancora partire. Un’associazione capace di parlare a tutti L’integrazione è integrazione. L’associazione valorizza prima di tutto le competenze interne, perché molte avrebbero meno occasioni di essere conosciute, e allo stesso tempo le nostre iniziative parlano a tutti. Questa forse è la sfida più interessante per il futuro delle Donne del Vino: conservare uno spazio capace di sostenere e rappresentare le donne, portando la conversazione oltre il perimetro femminile. Perché l’uguaglianza riguarda l’intera società e ha bisogno anche di uomini disposti ad ascoltare, comprendere, cambiare abitudini e condividere responsabilità. Un’immagine composta soltanto da donne può raccontare la forza della rete; un’immagine nella quale uomini e donne costruiscono insieme il cambiamento può raccontarne l’effetto. L’associazione diventa così un ponte. Da una parte offre alle donne esempi, relazioni, formazione e fiducia; dall’altra mostra alle aziende un patrimonio di competenze che chiede di essere incontrato. Il percorso è cominciato. Esistono ancora ragazze che possono provare timore davanti agli ostacoli ed esistono realtà nelle quali il problema è molto concreto. Per questo bisogna continuare a parlarne, far conoscere chi è arrivata, mostrare alle imprese quante professionalità siano già pronte. Il vino come spazio condiviso Il vino conosce da sempre il valore delle differenze. Ogni territorio trova la propria forza nelle caratteristiche che lo rendono riconoscibile, ogni annata interpreta condizioni diverse, ogni vitigno chiede cure adatte alla propria natura. Nessun vignaiolo penserebbe di trattare allo stesso modo una vite sulla sabbia e una piantata sopra un antico suolo vulcanico; eppure, nella società, confondiamo spesso l’uguaglianza con l’omologazione. Floriana riporta il ragionamento alla sua essenza Parità significa stessi diritti, stessa retribuzione, stessi percorsi di carriera e stesse opportunità. Significa mettere le persone nelle condizioni di esprimere ciò che sanno fare. Nel calice la diversità diventa ricchezza quando riceve cura, tempo e possibilità. Lo stesso accade con il talento. Chiede di essere visto prima ancora che celebrato, ascoltato prima di essere giudicato, messo alla prova prima che un’abitudine decida quale posto assegnargli. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Occorre dare un nome alle donne de Il diritto di contare perché solo così i loro passi dentro quei corridoi può dar voce alla determinazione con cui trasformarono una presenza considerata eccezionale in una competenza indispensabile. Floriana compie lo stesso gesto ogni volta che entra in una cantina da avvocata, pronuncia il nome esatto della propria professione, porta una collega competente dentro un convegno o racconta a una giovane donna che la strada esiste e può essere percorsa. Forse il traguardo arriverà quando la presenza di una donna alla guida di una cantina, di un’impresa, di uno studio legale o di un consiglio di amministrazione smetterà di sembrare una notizia e diventerà semplicemente la conseguenza del suo valore. Fino a quel momento serviranno parole, associazioni, esempi e persino espressioni imperfette come “quote rosa”, se capaci di accendere una luce dove l’abitudine preferisce ancora la penombra. Dentro ogni calice di vino riconosco la ragione per cui continuo a raccontare queste storie: la bottiglia permette l’incontro, poi si fa da parte e lascia emergere le persone. Floriana ha attraversato territori e professioni tenendo insieme diritto, cultura e passione, e nelle sue parole rimane una verità semplice: il talento appartiene a chi lo possiede, l’opportunità appartiene alla società che sa riconoscerlo. Il futuro comincerà davvero quando una donna entrerà in una stanza e nessuno dovrà più accorgersi che è l’unica. Ci accorgeremo soltanto che era la persona giusta.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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