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4 Ottobre, 2026

Arriva la prima edizione autunnale di Quartiere Vino Pigneto

  Nel quartiere romano del Pigneto, la festa dedicata ai vini naturali si presenta nella nuova veste autunnale con oltre 50 vignaioli italiani e stranieri, le degustazioni diffuse per la prima volta nelle botteghe storiche e la nuova collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti   Quartiere Vino Pigneto torna per la sua quarta edizione e, per la prima volta, sceglie l’autunno per dare maggiore continuità al progetto e, allo stesso tempo, favorire la partecipazione dei vignaioli che nei mesi primaverili sono maggiormente impegnati in vigna. L’evento è ideato e organizzato da SO2 Enoteca, enoteca e distribuzione di vini naturali radicata nel territorio, e da Solovino, realtà attiva nell’organizzazione di eventi di riferimento nel settore a Roma. “L’autunno offre inoltre una prospettiva diversa sul lavoro del produttore: è il momento in cui un ciclo agricolo si è appena concluso e il mosto comincia il suo percorso di trasformazione nel vino che arriverà sul mercato dopo mesi, e in alcuni casi anni, di lavoro” spiegano gli organizzatori. La nuova collocazione stagionale diventa anche l’occasione per ampliare il racconto di QVP. Alla festa di quartiere dedicata ai vini naturali si affianca infatti quest’anno una nuova collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti, che porterà nel cuore del Pigneto alcuni produttori agricoli del Lazio, allargando la riflessione ai temi dell’agricoltura sostenibile, della tutela del territorio e del consumo consapevole. Crescita e nuove prospettive Nel corso degli anni Quartiere Vino Pigneto è cresciuto rapidamente: nella scorsa edizione oltre 2.000 persone hanno partecipato alle degustazioni, mentre più di 10.000 persone hanno attraversato le strade del Pigneto, richiamate anche dai numerosi eventi “off” organizzati dai locali coinvolti. “Quartiere Vino Pigneto (QVP), festa di quartiere dedicata ai vini naturali, negli ultimi tre anni ha raggiunto una grande popolarità e questo ci ha spinto ad una riflessione su come una agricoltura sana e rispettosa dell’ambiente possa orientare i cittadini nelle proprie scelte. Una riflessione etica, di scelta consapevole rispetto ai propri consumi alimentari che possono andare incontro a piccole produzioni sostenibili che risultano lontane da logiche industriali. È sicuramente il caso dei produttori di vino naturale che hanno partecipato alle tre edizioni di QVP ma lo sono anche quei produttori dell’agroalimentare italiano che portano sulle nostre tavole altri prodotti naturali di eccellenza. Per questi motivi QVP vuole organizzare un nuovo evento maggiormente inclusivo” aggiungono gli organizzatori. Le novità dell’edizione autunnale Saranno oltre 50 i vignaioli protagonisti della nuova edizione, con numerosi nuovi ingressi dall’Italia e dall’estero. Tra i nomi già annunciati Paraschos, punto di riferimento del vino del Collio, l’azienda slovena Stekar e Natalino Del Prete, pioniere del vino naturale in Puglia. Non mancheranno produttori dalla Francia e da numerose regioni italiane. Come nelle precedenti edizioni, QVP coinvolgerà il Pigneto, dall’isola pedonale fino al limite ideale di Largo dei Condottieri. Piazza Nuccitelli resterà uno dei cuori della manifestazione, insieme all’Enoteca SO2, punti di riferimento anche per il ritiro dei pass e dei calici. Accanto ai tanti locali che da anni partecipano alla manifestazione, con Necci main partner dell’evento, entreranno per la prima volta nel percorso anche alcune botteghe storiche del quartiere, chiamate a ospitare le degustazioni dei vignaioli. Tra le nuove partecipazioni anche lo storico Bar di Antonio, oggi protagonista di una nuova stagione grazie ai suoi cremolati realizzati solo con frutta. Piazza Nuccitelli ospiterà anche momenti di confronto e dibattito. Al centro della riflessione ci saranno i cambiamenti climatici e un’idea di sostenibilità sempre più legata alla capacità di adattare comportamenti, produzioni e consumi alle trasformazioni ambientali in corso. Dal vino all’agricolturaUna delle novità più significative dell’edizione autunnale è la collaborazione con Campagna Amica – Coldiretti, nata con l’obiettivo di allargare la riflessione dalla viticoltura naturale all’intero mondo dell’agricoltura sostenibile. Alcuni produttori del Lazio animeranno un piccolo mercato in Piazza Nuccitelli, portando prodotti legati alla tutela del territorio, alla sostenibilità e a tradizioni agricole. L’obiettivo è mettere in relazione il lavoro dei vignaioli con quello di altre piccole produzioni agroalimentari, accomunate dalla scelta di operare lontano dalle logiche della produzione industriale e con una particolare attenzione all’ambiente e alla qualità. Una domenica dedicata agli operatori La domenica sarà riservata anche a un momento professionale dedicato ai buyer, che potranno partecipare esclusivamente su invito e previa conferma dell’accredito da parte dell’organizzazione. Un appuntamento pensato per creare occasioni di incontro diretto tra produttori e operatori e rafforzare anche la dimensione professionale della manifestazione. Modalità di partecipazione Acquistando il pass da 20 euro si potrà accedere alle degustazioni presso tutti i banchi dei vignaioli. Durante la manifestazione sarà inoltre possibile comprare le bottiglie a un prezzo dedicato, direttamente dai produttori o nelle enoteche coinvolte. I pass potranno essere ritirati presso lo stand di Piazza Nuccitelli e all’Enoteca SO2, secondo le modalità che saranno comunicate sui canali ufficiali dell’evento. Main partner Main partner dell’edizione autunnale 2026 è Necci dal 1924, luogo simbolo del Pigneto e punto di riferimento culturale e gastronomico del quartiere, che contribuirà a rendere ancora più centrale e riconoscibile il cuore della manifestazione. INFORMAZIONI Costo del pass con incluso il calice e degustazioni illimitate presso i banchi di assaggio:
20 euro Orario: dalle 16:00 alle 21:00
Ticket disponibili sul sito: www.quartierevinopigneto.it
L’evento è organizzato con il patrocinio del V Municipio di Roma e di Roma Città Metropolitana CONTATTI SO2 DISTRIBUZIONE
Instagram: QuartiereVinoPigneto
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Instagram: quartirevinopigneto Ufficio Stampa Passion Fruit Hub Media Food
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Tutti i vincitori di “BERE IL TERRITORIO” La XXV° edizione del Concorso Letterario Nazionale di Go Wine Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2026

Tutti i vincitori di “BERE IL TERRITORIO” La XXV° edizione del Concorso Letterario Nazionale di Go Wine

  A Laura Pariani, scrittrice e autrice teatrale, il riconoscimento de “Il Maestro” di Bere il territorio.   Premi Speciali a:
Luigi Moio,  per l’attività letteraria a favore della cultura del vino
Equalitas per le azioni a favore della sostenibilità
Al libro “Valtellina, culla della Chiavennasca e del vino   Un’iniziativa culturale che ha sempre accompagnato la vista dell’associazione nata ad Alba nel 2001, per un progetto teso a promuovere cultura del vino ed enoturismo in Italia. Per la terza volta l’evento finale si celebra nella prestigiosa sede del Castello di Grinzane Cavour. Bere il territorio è sempre stato un riferimento in tal senso, per comunicare una determinata visione del vino, per unire vignaioli e consumatori attenti e consapevoli, per promuovere un’immagine positiva del vino di qualità e degli importanti valori sociali e culturali di cui è portatore. Attraverso tante edizioni il Concorso si è evoluto, con nuove iniziative e nuove relazioni, mantenendo tuttavia saldi alcuni punti di riferimento. A cominciare dal titolo, nato per una sorta di provocazione, e rimasto sempre attuale: “Bere il territorio” per attribuire un valore aggiunto a ciascun vino di qualità ed apprezzare, attraverso il calice, non solo il prodotto in sé, ma anche la cultura e l’ambiente che esso racchiude. Da alcuni anni l’iniziativa si è rafforzata sempre ispirandosi all’idea che ha ispirato fin dalla costituzione l’associazione Go Wine: ovvero guardare ad una figura qualificata di consumatore che non ama solo conoscere e degustare i vini, ma avverte il desiderio di farsi viaggiatore per scoprire i luoghi dove ciascun vino si afferma e dove uomini e donne del vino operano. Si mantiene peraltro inalterato lo spirito di fondo che anima l’iniziativa culturale: storia, tradizioni, paesaggio e vicende culturali sono diversi i fattori che distinguono il vino da una qualsiasi bevanda e che si esaltano nel percorrere un territorio del vino. L’attualità del tema è peraltro confermata da un periodo complesso per il mondo del vino legato a diversi fattori: dagli effetti del cambiamento climatico, al tema dei dazi, agli attacchi che tendono ad equiparare (sbagliando!) il vino ai superalcolici; senza trascurare le nuove tendenze sui consumi e il fattore prezzi che rischia di allontanare quote importanti di pubblico. I temi della ricerca e della sostenibilità si affiancano in modo sempre più importante alla sezione generale del Concorso e riguardano alcuni riconoscimenti che verranno attribuiti sabato prossimo al Castello di Grinzane Cavour. A Laura Pariani, scrittrice e autrice teatrale italiana, sarà assegnato il riconoscimento de “il Maestro” di Bere il territorio. Il riconoscimento al “Maestro” è stato istituito a partire dalla terza edizione e si propone di premiare importanti figure della cultura italiana, che possano essere di riferimento per i più giovani o testimoni di un particolare rapporto con l’identità dei luoghi e della civiltà materiale che li caratterizza. Il riconoscimento de “Il Maestro” è stato nelle precedenti edizioni attribuito a Luigi Meneghello, Niccolò Ammaniti, Claudio Magris, Lorenzo Mondo e Gianmaria Testa, Sebastiano Vassalli, Dacia Maraini, Alberto Arbasino, Enzo Bettiza, Franco Loi, Francesco Guccini, Pupi Avati, Raffaele La Capria, Gustavo Zagrebelsky, Maurizio Maggiani, Luciano Canfora, Marcello Fois, Maurizio Molinari, Paolo Pejrone, Tullio Pericoli, Ugo Nespolo, Antonio Ricci e Melania Mazzucco. Nella sezione generale è risultato vincitore il Lorenzo Franchini, di Induno Olona (Varese) con il racconto “Bartolo Brusaferri, lo zen e l’arte d’andar per cantine”. Un premio speciale verrà attribuito al prof. Luigi Moio, docente universitario e già presidente dell’Oiv, per la carriera nel campo della ricerca e per l’importante opera letteraria a favore della cultura del vino. Il riconoscimento ad una pubblicazione che abbia come tema il vino o che, comunque, riservi al vino una speciale attenzione, va in Lombardia all’opera di Nello Bongiolatti con il libro “Valtellina, culla della Chiavennasca e del Vino” (Casa Editrice Stefanoni). Il riconoscimento riservato al tema della sostenibilità evidenzia quanto indicato nell’art. 8 del Bando di Concorso. Un Premio istituito per il quinto anno consecutivo nel segno del rinnovamento della progettualità del Concorso, secondo alcune linee di indirizzo indicate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Vincitrice è “Equalitas”, l’ente di normazione per la sostenibilità della filiera vitivinicola italiana, nato nel 2015 da un’iniziativa di FederDoc con la partecipazione di CSQA Certificazioni, Valoritalia, Gambero Rosso e 3AVino. Il suo standard SOPD–Vino Sostenibile, pubblicato nel 2017, è stato il primo al mondo nel proprio ambito a includere indicatori di sostenibilità sociale e del lavoro come parte integrante del modello di certificazione. Oggi conta oltre 500 cantine certificate, per un totale che supera il 20% della produzione nazionale di vino.” La Giuria del concorso è composta da: Gianluigi Beccaria (Università di Torino), Valter Boggione (Università di Torino), Margherita Oggero (scrittrice), Bruno Quaranta (La Repubblica), Massimo Corrado (Associazione Go Wine).  Sostengono questa iniziativa la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e un’importante selezione di aziende vinicole italiane che sostengono i progetti culturali Go Wine: Abbona Anna Maria, Acquabona, Adriano Marco e Vittorio, Ar.Pe.Pe., Argiolas, Astoria, Boasso Franco-Gabutti, Borgo San Daniele, Bortolotti, Brezza Giacomo & Figli, Bric Castelvej, Bricco del Prete, Bricco Maiolica, Broglia Piero – Tenuta La Meirana, Butussi Valentino, Ca’ di Caire, Ca’ ed Curen, Cà Rugate, Ca’ Lojera, Ca’ Lustra, Cantina Casorzo, Cantina di Tortona, Cantina Oriolo, Cantina Produttori Bolzano, Cantina Rota, Cantina Semonte, Cantina Sociale Santadi, Cantine degli Astroni, Cantine del Notaio, Cantine Iannella, Cantine Vida, Carlin de Paolo, Cascina Alberta, Cascina Castlèt, Cascina Corsico, Cascina Garera, Cascina Mucci, Cascina Paladin, Cascina Ratta, Castello di Corbara, Castello di Luzzano – Fugazza, Castello di Spessa, Castello di Verduno, Cave des Onzes Communes, Cecchetto Giorgio, Chiarlo Michele, Cieck, Colle Manora, Colterenzio, Conte Collalto, Conti Zecca, Contucci, Cooperativa del Nebbiolo di Carema, Crota Cichin, Cuomo Marisa, Damilano, de Tarczal, Demarie, Donnafugata, Dosio, Drocco, Erbalù, F.lli Piacentini, Fattoria dei Barbi, Fattoria di Magliano, Fattoria La Rivolta, Fattoria San Lorenzo – Crognaletti, Felline, Feudi di San Gregorio, Feudo Ramaddini, Fongaro, Forteto della Luja, Francone, Gerlotto, Ghera, Gigante Adriano, Gigi Rosso, Guerrieri Rizzardi, Il Feuduccio di S. Maria d’Orni, Il Pianzio, Il Roncal, Isola Augusta, Keber Renato, La Borriana, La Cappuccina, La Costa, La Raia, La Sabbiona, La Source, La Tordera, La Tosa, Le Fracce, Le Piane, Leone De Castris, Les Crêtes, Librandi,Lis Neris, Lunae Bosoni, Maciot, Madonna delle Grazie, Malvirà, Manzone Giovanni, Manzone Paolo, Marchesi Alfieri, Marchesi di Barolo, Marramiero, Mauro Vini, Mazzone, Moris Farms, Mormoraia, Nada Giuseppe, Negro Angelo & Figli, Palladino, Paltrinieri, Perla del Garda, Pianbello, Podere Riosto, Podere Riparbella, Poderi Colla, Poderi Luigi Einaudi, Poderi Moretti, Poderi Vaiot, Poggio al Chiuso, Poggio di Bortolone, Porro Guido, Pressenda Diego, Ricchi Stefanoni, Ricci Curbastro, Rinaldi Francesco & figli, Rivera, Rizzo Alberto, Rocca delle Macie, San Biagio, Sancio, Sandri Paolo, Sant’Andrea, Sarotto Roberto, Scubla, Serio & Battista Borgogno, Sobrero Giorgio, Sordo Giovanni, Sottero Silvana, Stanig, Tedeschi Fratelli, Tenuta Ambrosini, Tenuta Bossi – Marchesi Gondi, Tenuta Carretta, Tenuta Cavalier Pepe, Tenuta del Buonamico, Tenuta Il Falchetto, Tenuta Iuzzolini, Tenuta La Marchesa, Tenuta Le Velette, Tenuta Monteti, Tenuta San Leonardo, Tenuta San Mauro, Tenuta Tamburnin, Tenute Silvio Nardi, Terre Bianche, Terre d’Erce, Torchio 1953, Torre Fornello, Travaglini Giancarlo, Umani Ronchi, Umberto Cesari, Unterortl – Castel Juval, Vajra G.D., Venica & Venica, Vigneti Repetto, Villa Artimino,Villa Franciacorta, Villa Simone, Vivallis, Zeni Fratelli, Zidarich. La Redazione
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A Ottobre torna la Milano Food Week Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2026

A Ottobre torna la Milano Food Week

  Sette anni dopo l’ultima edizione, Milano diventa una piattaforma interattiva dedicata al cibo e all’evoluzione della cultura gastronomica   Da giovedì 15 ottobre Milano ospiterà la nuova edizione della Milano Food Week: la manifestazione, patrocinata dal Comune di Milano e ora rinnovata nelle prospettive e nei contenuti, coinvolgerà non solo aziende e operatori del settore, ma anche cittadini, appassionati e media per raccontare la cultura gastronomica e generare momenti di confronto sui temi che stanno cambiando il mondo del food. Rispetto all’ultima edizione, il rapporto degli italiani con l’alimentazione è diventato più complesso, adattandosi a una società che si è evoluta profondamente. Pandemia, inflazione, tensioni geopolitiche, crisi energetica e ambientale, innovazione tecnologica e cambiamenti demografici hanno influito sul ruolo e sulla concezione del cibo, modificando stabilmente scelte e priorità: oggi, il food è percepito sempre meno come bene di consumo funzionale e sempre più come strumento capace di impattare sul benessere personale, sulle relazioni collettive, sulla tutela del pianeta e sulla qualità della vita. Innovare significa comprendere e interpretare il nuovo stile di vita, traducendolo in soluzioni concrete che rispondano ai bisogni o anticipino la necessità: Milano, città in grado di captare le tendenze, è il palcoscenico da cui indagare il dinamismo della cultura gastronomica, le sue sfaccettature odierne e le prospettive future. Ecco che la Milano Food Week diventa lo spazio per concretizzare sul territorio idee e visioni, definendo gli elementi che stanno cambiando il settore e confrontandosi a riguardo. Al tempo stesso, e nonostante un contesto in continuo movimento, si desidera ricordare il valore intrinseco della Cucina Italiana, prima cucina nazionale al mondo ad essere riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO nel 2025. Un’unicità che non dipende solo dalla qualità degli ingredienti e dalle tradizioni del Paese, ma che si collega strettamente alla cultura, al territorio, alla biodiversità, all’innovazione e all’intera filiera che coinvolge materie prime e processi. L’evento terminerà domenica 18 ottobre: organizzato da SG Company e GoodGuys con il patrocinio del Comune di Milano, è stato concepito come piattaforma di sperimentazione interattiva aperta a tutti. Obiettivo di questa nuova edizione sono l’incontro e il dialogo tra esperti, cittadini, appassionati di food e media. Realizzata in collaborazione con enti, aziende, università e centri di ricerca, la manifestazione coinvolgerà la città attraverso incontri e talk istituzionali, percorsi gastronomici, esperienze musicali e sensoriali per mettere in circolo una rinnovata energia conviviale, stimolando creatività e curiosità verso l’attualità e il futuro dell’alimentazione. La Redazione
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Tre medaglie d’oro per Montelvini al champagne & sparkling wine world championships 2026 Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2026

Tre medaglie d’oro per Montelvini allo Champagne & Sparkling Wine World Championships 2026

  Montelvini è la cantina più premiata del territorio del Prosecco, essendo l’unica ad aver conquistato tre medaglie d’oro su diciotto assegnate nell’edizione 2026.   Tre vini, tre medaglie d’oro. Montelvini si distingue al concorso internazionale Champagne & Sparkling Wine World Championships 2026, interamente dedicato al mondo delle bollicine e giunto quest’anno alla tredicesima edizione. A ricevere il riconoscimento sono i vini Asolo Prosecco Superiore DOCG Extra Brut Millesimato, Asolo Prosecco Superiore DOCG Extra Dry e Prosecco DOC Treviso Extra Dry Cuvée dell’Erede. Tre vini da uve 100% Glera, tutti appartenenti alla Collezione Serenitatis, espressioni differenti di un territorio unico. Sarah Serena, Direttore Generale di Montelvini. Siamo molto felici di questo risultato, soprattutto perché premia tre vini con caratteristiche diverse, ma nati dalla stessa cura e dalla stessa attenzione alla qualità. Ricevere più medaglie d’oro in un concorso di fama internazionale, a cui molte cantine ambiscono, è per noi una conferma importante. Alberto Serena, Amministratore Delegato di Montelvini. Premia la coerenza del percorso intrapreso e il lavoro quotidiano di tutte le persone che lavorano con noi. Fondato da Tom Stevenson, tra i maggiori esperti internazionali di Champagne e sparkling wine, il concorso Champagne & Sparkling Wine World Championships è l’unica competizione internazionale con una giuria composta esclusivamente da specialisti di spumante. Nell’edizione 2026 sono stati degustati 1.000 spumanti provenienti da 18 Paesi, sottoposti al giudizio della giuria nell’arco di undici giorni. Sono stati assegnati 157 oro complessivi, di cui 87 a vini di origine italiana e, nello specifico, il territorio del Prosecco se ne è aggiudicati 18. Le tre medaglie d’oro aggiungono così un nuovo riconoscimento internazionale al percorso di Montelvini e della famiglia Serena, impegnata nella produzione di bollicine dal 1881. Gruppo Montelvini Montelvini è una delle realtà vitivinicole più dinamiche nel panorama italiano, con sede a Venegazzù, piccola frazione di Volpago del Montello, in provincia di Treviso, nel cuore della DOCG Asolo Montello. L’esperienza di Montelvini si basa su 5 generazioni della famiglia Serena e oltre 140 anni di impegno nella produzione di vini di qualità. Il logo dell’azienda è rappresentato da una civetta perché l’area in cui sorge la cantina è chiamata Zuitère, ovvero “terra delle civette”. Un animale da sempre simbolo di saggezza, di conoscenza, di sensibilità e che in Montelvini rappresenta la sapienza nel cogliere i migliori frutti di un territorio e la saggezza nel condurlo, rispettando la natura e i suoi ritmi. Montelvini crea prodotti ricercati e di grande classe, realizzati nel rispetto dell’ambiente, della tradizione e della sostenibilità. Valore, quest’ultimo, che l’azienda veneta porta avanti con successo e impegno tanto da aver ottenuto nel 2021 il Certificato di Sostenibilità Equalitas per il rispetto dell’ambiente, l’attenzione all’ambito sociale e la responsabilità economica, rientrando così tra le prime tre cantine del territorio del Prosecco ad aver ottenuto questa importante certificazione. La cantina è quanto di più moderno si possa trovare nel panorama vinicolo italiano, grazie anche a collaborazioni con aziende multinazionali leader nella produzione di macchine e prodotti per l’enologia. Oggi, l’azienda è presieduta da Armando Serena ed è gestita dai figli Sarah, Direttore Generale e Alberto, Amministratore Delegato. La Redazione
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3 Ottobre, 2026

Trentodoc Festival. Vi svelo la sua doppia anima

Dai palazzi affrescati al respiro delle cantine Ci sono appuntamenti nel calendario enoico nazionale che non si possono semplicemente “visitare”: vanno vissuti, respirati e, soprattutto, pianificati nei minimi dettagli. Il Trentodoc Festival è senza dubbio uno di questi. È un evento unico nel suo genere perché custodisce e rivela una spiccata doppia anima, capace di conquistare tanto il degustatore di lungo corso quanto l'appassionato alla ricerca di bellezza.
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2 Ottobre, 2026

Albertino. La Garbatella raccontata a tavola

  Alla Garbatella, una cena in cui i piatti diventano il modo più naturale per conoscere Alberto e la sua idea di cucina La Garbatella è uno di quei quartieri di Roma che continuano ad avere un carattere preciso. Case basse, lotti, cortili, murales, strade che sembrano tenere insieme una dimensione popolare e una forte idea di comunità. È una parte della città che resiste bene alla tentazione di assomigliare a tutte le altre. Oggi la mia destinazione è Albertino, in viale Guglielmo Massaia. Alberto l’ho conosciuto quasi per caso e nel tempo è nata una bella amicizia. Arrivare fin qui non è complicato; trovare parcheggio, come spesso accade a Roma, decisamente di più. Quando finalmente ci riesco mi avvio verso il ristorante e sulla porta trovo lui ad aspettarmi. Entro e mi trovo davanti due sale raccolte, non grandi, ma curate nei dettagli. Le luci sono soffuse, i tavoli ben apparecchiati e gli spazi ordinati, con un arredamento che rende l’ambiente elegante senza farlo diventare formale. È uno di quei ristoranti in cui appena entri hai subito la sensazione di trovarti in un posto intimo, adatto tanto a una cena in coppia quanto a una serata tra amici. Il mio tavolo è già pronto e, una volta seduto, faccio quello che faccio quasi sempre quando voglio conoscere davvero la cucina di uno chef: dico ad Alberto che non voglio scegliere. Sarà lui a guidare la mia degustazione. Prima, però, una lettura al menu voglio darla. Il menu, prima dell’assaggio La carta dice già parecchio della cucina di Albertino. Mare, carne e vegetale trovano tutti spazio nel menu. Gli ingredienti restano leggibili, spesso importanti — astice, ricciola, gambero rosso, manzo, baccalà — ma intorno compaiono acidità, marinature, affumicature, spezie, frutta e componenti vegetali. Basta scorrere gli antipasti: la vellutata fredda di friggitelli incontra bergamotto, vongole, datterino giallo e peperone crusco; il Carnaroli al salto è accompagnato da carpaccio di gambero rosso, gel agli agrumi, acetosella e aneto; la tartare di ricciola arriva con riduzione di ribes, senape e ciliegie. Anche sulla carne Alberto si muove nello stesso modo: il tataki di scamone affumicato alle erbe provenzali viene affiancato da pane di segale, bietolina e maionese alla colatura di alici, mentre nell’anatra entrano Taurasi, cioccolato fondente e salvia. Nei primi si passa dalla semplicità dichiarata di una linguina con vongole a costruzioni più articolate. C’è un risotto che lavora il peperone in più forme e consistenze, ci sono i Vesuvi con datterini, provola affumicata e basilico, il tubetto con cozze e piselli e il pacchero con bisque e polpa d’astice. Nei secondi il mare continua con la ricciola accompagnata da pesche, pomodoro e finger lime, il polpo con carote, miele e liquirizia e il baccalà con macadamia, patate e menta. Ma c’è spazio anche per la carne, con il filetto di manzo Danish Crown, e per una proposta interamente vegetale costruita intorno al melone, agli anacardi e al sesamo piccante. Anche la carta dei vini si muove tra Italia e Francia, con una selezione che attraversa territori e denominazioni diverse: dal Fiano di Avellino al Taurasi, da Bolgheri all’Alto Adige, fino a Chablis e Champagne. Una cantina che offre diverse possibilità di scelta, anche se sarà Alberto, poco dopo, a decidere cosa versarmi nel bicchiere. Chiudo il menu con un’impressione abbastanza chiara: Alberto parte da prodotti riconoscibili e li lascia al centro del piatto, affiancandoli con elementi che ne accompagnano il sapore. È quello che penso sfogliando il menu. A tavola scoprirò che è anche il modo in cui lui racconta la propria cucina. Alberto e la sua cucina, un piatto alla volta Prima ancora dei piatti arriva il pane, fatto da loro, con paprika e fondo bruno di cipolla. Da curioso non posso certo lasciarlo lì ad aspettare. Ne prendo subito un pezzo, ancora caldo: prima arriva la paprika, poi la cipolla, più intensa e persistente. Un pane che invita inevitabilmente a prenderne un altro pezzo. Alberto sceglie anche il vino e mi porta uno Châteauneuf-du-Pape 2023 Armand Dartois, Valle del Rodano. Da appassionato di vino, prima di berlo mi prendo qualche secondo per conoscerlo. Porto il bicchiere verso la luce e osservo il rosso intenso, poi lo avvicino al naso: arrivano la frutta rossa matura, le spezie e quei richiami alle erbe mediterranee che ritrovo poco dopo anche al palato. Il sorso è caldo, ricco, avvolgente, con una struttura importante e tannini ben integrati. Resta a lungo in bocca, ma senza diventare pesante. Ne bevo un altro sorso e capisco la scelta di Alberto: è un vino con abbastanza carattere per accompagnare una cena che si annuncia tutt’altro che monotona. Il primo piatto è un sashimi di ventresca di ricciola alla liquirizia. Alberto mi fa notare subito che ha scelto la parte più nobile e saporita del pesce. A completarla c’è un olio pugliese Cordisco: da buon pugliese è un richiamo che riconosco immediatamente. Taglio la ventresca e al palato la carne è morbida, saporita, con quella componente grassa che rende questa parte della ricciola così piacevole. L’olio aggiunge carattere senza coprire il pesce, mentre la liquirizia si avverte appena. Lo faccio notare ad Alberto e lui mi svela di averne utilizzato volutamente solo un accenno: deve accompagnare la ricciola, non imporsi sul suo sapore. È proprio parlando della materia prima che Alberto comincia a raccontarmi la sua idea di cucina. Vuole ingredienti di grande qualità, anche molto comuni, ma trattati con tecniche capaci di farli esprimere al meglio. La proteina rimane quasi sempre l’attore principale. Verdure, salse e tutto ciò che completa il piatto hanno il ruolo dei comprimari: devono accompagnare, esaltare, armonizzare, non prendere il posto del prodotto. Poi arriva la catalana d’astice, probabilmente il mio antipasto preferito della serata. La carne dell’astice è morbida e succosa; i pomodorini che la accompagnano entrano nel boccone senza coprirne la parte marina. Pochi elementi nel piatto e l’astice resta al centro del boccone. Continuando a parlare con Alberto capisco anche da dove arriva il suo modo di cucinare. L’impronta è mediterranea, nei prodotti come nei sapori. Quando però il discorso si sposta sulla tecnica, il suo riferimento è la Francia. Non cerca di portare nel piatto una cucina francese, ma ne riconosce la scuola e il rigore. Su questo non ha molti dubbi: per lui, quando si parla di tecnica, «nessuno li supera». Intanto la ricciola torna al tavolo, questa volta in tartare. Alberto utilizza una parte meno saporita rispetto alla ventresca assaggiata all’inizio e cambia anche ciò che le mette intorno: riduzione di ribes, insalatina di senape e ciliegie tagliate a piccoli pezzi. Al palato la dolcezza della ciliegia e il frutto del ribes accompagnano il sapore marino della ricciola, mentre la senape porta una nota più decisa. Stesso pesce, due parti diverse e due modi differenti di accompagnarlo. Il primo è un fuori menu: linguine con colatura di alici e salsa di mandorle, alici intere marinate sulla pasta e crumble di pasta frolla affumicata. Al primo boccone la mandorla avvolge la linguina con la sua parte morbida e leggermente dolce, mentre la colatura porta subito la sapidità dell’alice. Il crumble affumicato interviene con la parte croccante e aggiunge un sapore più deciso. Poi arriva l’alice intera e il boccone cambia. Chiedo ad Alberto di raccontarmi proprio quella salsa di mandorle che mi aveva incuriosito già alla vista. All’assaggio è morbida, avvolge bene la linguina e lascia spazio alla sapidità dell’alice. Mi spiega che le mandorle vengono fermentate sottovuoto con l’1% di sale per un paio di giorni e poi semplicemente frullate in purezza. Anche la scelta di lasciare l’alice intera sopra la pasta ha un motivo preciso. «È un piatto molto carico e forte. Mi piace che prima arrivi il boccone con la sapidità, la dolcezza e le mandorle e poi mangiare l’alice intera, che ti pulisce la bocca da tutto». Torno al piatto e provo a seguire quello che Alberto mi ha appena spiegato. Prima arriva un boccone più avvolgente, con la mandorla, la colatura e l’affumicatura; poi l’alice marinata cambia il finale e riporta il palato verso un sapore più netto. Mentre finisco le linguine continuiamo a parlare di cucina. Alberto torna su un punto per lui fondamentale: la tecnica deve servire il prodotto, non diventare protagonista. Puoi lavorare un ingrediente, affiancargli salse, verdure e consistenze diverse, ma alla fine devi ancora riconoscere ciò che stai mangiando. È questo il ruolo che assegna a tutto quello che costruisce intorno alla materia prima: accompagnarla, darle qualcosa in più, senza farle perdere il centro del piatto. A questo punto, sorridendo dico ad Alberto di farmi scoprire i suoi dolci. Arriva la Babbaiola al limone. Nel piatto domina una nuvola bianca di ricotta di bufala, soffice, con il crumble che affiora alla vista e sopra le scaglie di lime. Affondo il cucchiaio e la prima cosa che incontro è proprio il crumble; sopra si raccoglie la ricotta e, insieme, qualche scaglia di lime. Al primo boccone arriva la dolcezza e la morbidezza della ricotta, subito interrotta dalla parte croccante del crumble. Poi il lime, fresco e netto, alleggerisce il boccone e lascia in bocca quella nota agrumata che richiama il limone annunciato dal nome del dessert. La cena finisce, la conversazione no Il dolce chiude la degustazione, ma non la serata. Restiamo ancora a parlare. A quel punto il menu è alle spalle e la conversazione va sulla cucina, sul modo in cui Alberto la vive, sulle idee che vuole portare avanti e sui suoi progetti. Quello che avevo intuito leggendo la carta adesso è più chiaro. Alberto parte dal prodotto e cerca di non perderlo durante le lavorazioni. La tecnica serve, ma deve avere una ragione; gli accompagnamenti possono essere numerosi, purché il protagonista resti riconoscibile. I sapori restano mediterranei, mentre dalla cucina francese prende soprattutto la tecnica. Prima di andare via c’è la foto di rito. Ci mettiamo uno accanto all’altro e finiamo abbracciati come due vecchi amici. Sono arrivato per raccontare un ristorante e mi ritrovo, alla fine, a parlare ancora di cucina con un amico. Lascio il locale con un velo di malinconia, anche se so che è soltanto un arrivederci. Alberto cambia il menu ogni tre settimane e la curiosità di scoprire cosa avrà pensato per il prossimo è già un buon motivo per tornare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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PROFUMI DI MOSTO festeggia la 25ª Edizione Arrow Right Top Bg

2 Ottobre, 2026

PROFUMI DI MOSTO festeggia la 25ª Edizione

  Domenica 4 ottobre torna l’appuntamento simbolo dell’enoturismo in Valtènesi tra cantine aperte, degustazioni e incontri con i produttori   Torna domenica 4 ottobre Profumi di Mosto, l’evento promosso dal Consorzio Valtènesi – Riviera del Garda Classico che celebra la vendemmia e l’identità vitivinicola della Riviera bresciana del Lago di Garda. La manifestazione, che inaugura la stagione autunnale, coinvolgerà 24 cantine, che apriranno le loro porte agli appassionati per una giornata all’insegna delle degustazioni, dell’accoglienza e della scoperta del territorio. Paolo Pasini, presidente del Consorzio Valtènesi Profumi di Mosto rappresenta uno degli appuntamenti più significativi per il nostro territorio perché riesce a raccontare in modo autentico il legame tra vino, paesaggio e persone. Da venticinque anni questa manifestazione apre le porte delle nostre aziende e consente al pubblico di conoscere da vicino il lavoro dei produttori, la ricchezza della nostra tradizione vitivinicola e l’unicità di una denominazione che trova nelle sponde bresciane del Lago di Garda e nelle colline della Valtènesi la propria espressione più autentica. È un’esperienza che unisce cultura del vino, ospitalità e scoperta del territorio, contribuendo a rafforzare la vocazione enoturistica della nostra area. Tra le colline moreniche comprese tra Desenzano del Garda e San Felice del Benaco, attraversando i comuni dell’entroterra e quelli affacciati sul lago, i visitatori potranno costruire liberamente il proprio itinerario scegliendo di visitare una o più cantine oppure affidarsi a uno dei nove tour tematici ideati per accompagnare il pubblico alla scoperta delle diverse anime della denominazione. In ogni tappa il vino sarà il protagonista assoluto, accompagnato da proposte gastronomiche pensate per valorizzarne caratteristiche e identità. L’iniziativa offre l’opportunità di entrare in contatto diretto con i vignaioli della Valtènesi, conoscere le peculiarità dei vitigni autoctoni, tra cui Groppello e Tuchì, e approfondire il patrimonio enologico della denominazione attraverso racconti, degustazioni e momenti di confronto. Anche per questa edizione è prevista un’esperienza speciale dedicata a chi sceglierà il biglietto per due cantine o uno dei tour a tre tappe: l’accesso a un appuntamento esclusivo alla Casa del Vino, in programma il 31 ottobre, che consentirà di approfondire ulteriormente la conoscenza delle etichette della denominazione Valtènesi. Profumi di Mosto si conferma così un modello di turismo del vino capace di valorizzare l’intero territorio, invitando i visitatori a viverlo con lentezza, tra vigneti, borghi, panorami sul lago e incontri autentici con chi ogni giorno custodisce e interpreta l’identità della Valtènesi. Le prenotazioni sono aperte sul sito ufficiale www.profumidimosto.it. I posti sono limitati e la prenotazione è obbligatoria. CONSORZIO VALTÈNESI Il Consorzio Valtènesi rappresenta una delle espressioni più autentiche del vino rosé in Italia. Incastonata nella DOC Riviera del Garda Classico, questa sottozona vanta una tradizione secolare iniziata nel 1896 con il senatore Molmenti, che per primo codificò la tecnica del rosé. Qui, tra lago e colline, il vino è cultura, identità e ricerca estetica. Grazie al microclima unico del Lago di Garda, la Valtènesi è l’area più a nord d’Europa dove crescono ulivi e limoni. Dal 2010 la sottozona è riconosciuta ufficialmente, consacrando il suo ruolo di patria del rosé autentico. Oggi il Consorzio riunisce 102 produttori, per lo più vignaioli indipendenti, custodi di una filiera corta e sostenibile, che preservano ogni giorno la visione gentile e pionieristica delle origini. La Redazione
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2 Ottobre, 2026

“Note di Vendemmia”: le voci dai territori sulla raccolta 2026

  Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Piemonte e Umbria, le valutazioni sulla vendemmia restituiscono un quadro positivo sul fronte qualitativo, mentre per i volumi si attendono dati più definitivi.   La vendemmia 2026 entra nel vivo e, con la raccolta che procede nelle diverse aree vitivinicole italiane, dai territori arrivano le prime valutazioni sull’andamento dell’annata. Un quadro ancora in evoluzione, caratterizzato da differenze legate alle condizioni climatiche, ai vitigni e alle diverse epoche di maturazione, ma che evidenzia in questa prima fase aspettative interessanti soprattutto sul piano qualitativo. Da Nord a Sud, le prime impressioni raccolte tra consorzi e operatori restituiscono fotografie differenti, accomunate dalla necessità di attendere la conclusione delle operazioni per una valutazione complessiva dell’annata. Nel Monferrato e nell’Astigiano, le indicazioni sulla vendemmia 2026 delineano un contesto particolarmente positivo, sia sul piano qualitativo sia su quello produttivo. Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. La vendemmia 2026 si presenta con caratteristiche complessivamente positive. Nonostante una stagione segnata da condizioni climatiche variabili, i dati raccolti evidenziano un raccolto ottimo sia per quantità che per qualità. Le prime stime evidenziano una produzione equilibrata e prospettive qualitative molto interessanti, confermando ancora una volta il valore viticolo del territorio del Monferrato e dell’Astigiano. In Alto Piemonte, nell’area novarese, il quadro è articolato: “Per quanto riguarda l’area novarese, l’annata è stata purtroppo segnata dalla violenta grandinata del 7 agosto, che ha colpito una vasta parte del territorio, interessando in particolare le zone di Ghemme parzialmente, Sizzano e Fara. L’evento ha causato danni significativi soprattutto dal punto di vista quantitativo, con una riduzione della produzione in numerosi vigneti”, dichiara Andrea Fontana, presidente del Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte. Filippo Mobrici Nelle altre aree invece – continua – le prospettive sono decisamente positive. Il mese di settembre sta registrando condizioni particolarmente favorevoli, grazie a importanti escursioni termiche tra il giorno e la notte che stanno accompagnando al meglio la maturazione delle uve. Anche il carico produttivo si presenta soddisfacente e di buona qualità. Pur in presenza di un moderato deficit idrico durante il periodo estivo, possiamo prevedere una vendemmia capace di esprimere vini di grande struttura, equilibrio ed eleganza, con ottime prospettive qualitative per l’intero territorio. Scendendo in Lombardia, in Valtènesi e nell’area della Riviera del Garda Classico, la raccolta è iniziata con qualche giorno di anticipo rispetto allo scorso anno. Paolo Pasini, presidente del Consorzio Valtènesi. La vendemmia 2026 in Valtènesi e nell’area della Riviera del Garda Classico è partita con qualche giorno di anticipo rispetto allo scorso anno. Le prime impressioni che arrivano dai vigneti sono decisamente positive e ci restituiscono un quadro molto incoraggiante dal punto di vista qualitativo. Le uve si presentano sane, equilibrate e con un ottimo grado di maturazione. Nonostante una lieve riduzione delle quantità rispetto alle aspettative iniziali, conseguenza delle alte temperature registrate durante la stagione e di alcuni eventi climatici che hanno interessato il territorio, ci aspettiamo vini capaci di esprimere al meglio il carattere della Valtènesi. È ancora presto per trarre conclusioni definitive, ma l’avvio della raccolta lascia intravedere le premesse per un’annata di grande interesse. Sempre in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese, la vendemmia conferma finora un andamento positivo. Riccardo Binda, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese La vendemmia sta andando molto bene. La raccolta delle uve destinate alle basi spumante è terminata e la qualità si è rivelata molto alta, mentre quella delle uve per i rosé è ancora in corso. Alcuni problemi si sono registrati nella parte orientale del territorio a causa delle recenti grandinate, ma è ancora presto per quantificarne l’impatto. Nel complesso, comunque, la vendemmia si sta confermando positiva In Emilia-Romagna, nell’area di Castelvetro, la stagione si presenta con una raccolta molto anticipata ma ancora in corso per alcune varietà. Alberto Pozzuoli, del Consorzio Castelvetro VITA La vendemmia 2026 è sicuramente una delle più complicate degli ultimi anni. È e non è stata, perché, seppure molto anticipata a causa delle torride temperature estive, nel territorio è ancora ampiamente in corso, soprattutto con il Lambrusco Grasparossa che sarà l’ultimo ad essere raccolto. Acidità basse e pH alti metteranno a dura prova il lavoro in cantina, ma i nostri esperti cantinieri ed enologi sapranno come sempre trattare al meglio le uve. Ci aspettiamo degli ottimi vini carichi di personalità e che rispecchino e valorizzino il lavoro nei campi e in cantina. In Umbria, la raccolta è partita invece con circa due settimane di anticipo rispetto al calendario abituale. Massimo Sepiacci, presidente di Umbria Top In Umbria la vendemmia è iniziata con circa due settimane di anticipo e in questi giorni siamo nel pieno della raccolta, mentre normalmente questa fase arrivava più avanti. La stagione è stata caratterizzata da siccità e da un periodo di caldo prolungato, che hanno portato a una riduzione della produzione e ad acini più piccoli e quindi a un minore resa delle uve. Sul piano qualitativo, però, le prime impressioni sono molto positive e ci fanno guardare con fiducia al risultato della vendemmia. La vendemmia rappresenta inoltre un momento sempre più rilevante dal punto di vista turistico. La raccolta entra infatti in una stagione che negli ultimi anni ha acquisito un peso crescente nei flussi enoturistici, con visitatori interessati a vivere direttamente in cantina il momento della vendemmia. Giovanni Dubini, presidente del Movimento Turismo del Vino Umbria La vendemmia è diventata un’esperienza enoturistica sempre più ricercata. Cresce infatti la partecipazione di chi sceglie di visitare le cantine proprio durante la raccolta, per vedere da vicino il lavoro che c’è dietro il vino e vivere un’esperienza a contatto con le aziende. È un trend che si inserisce in un cambiamento più ampio del turismo, con una stagione che si è progressivamente allungata e un autunno che si sta affermando come periodo particolarmente favorevole per il turismo esperienziale. La vendemmia diventa così anche un’occasione per portare visitatori nelle cantine in un periodo dell’anno che fino a qualche tempo fa era meno interessato dai flussi turistici. Il percorso della vendemmia arriva quindi in Sicilia, dove la raccolta si sviluppa lungo un arco temporale particolarmente ampio e presenta differenze significative tra le diverse aree dell’isola. Alessio Planeta, presidente del Consorzio di tutela vini DOC Sicilia Iniziata ad occidente la vendemmia 2026 ha progressivamente preso forma e colore: sta attraversando tutta l’isola e si concluderà, dopo circa 90 giorni, nelle vigne più alte della Sicilia nord-orientale. È un viaggio attraverso una straordinaria varietà di suoli, altitudini e vitigni, che coinvolge produttori diversi per storia e dimensione, accomunati dalla capacità di leggere le condizioni dell’annata e accompagnare ogni vigneto verso la sua migliore espressione. Il quadro è complessivamente positivo sul piano qualitativo, con aspettative incoraggianti lungo gran parte del territorio regionale. Sul fronte delle quantità è ancora presto per formulare una stima definitiva: i dati che emergeranno nelle prossime settimane consentiranno una valutazione più accurata. Le prime indicazioni lasciano tuttavia prevedere una contrazione dei volumi produttivi, con situazioni differenti da un’area all’altra. Una variabilità che riflette la complessità del vigneto siciliano, rendendo necessaria prudenza prima di delineare un bilancio quantitativo complessivo della vendemmia 2026”. Nel Vittoriese, nella Sicilia sud-orientale, le piogge primaverili hanno consentito una buona riserva idrica nei terreni sabbioso-calcarei, aiutando le colture ad affrontare le elevate temperature estive, con picchi oltre i 40 °C e minime costantemente sopra le medie stagionali. Silvio Balloni, presidente dell’Enoteca Regionale della Sicilia – sede del Sud-Est. L’andamento climatico ha comportato un anticipo della maturazione delle uve e imposto un’oculata gestione della parete vegetativa della vite. Le stime per la vendemmia 2026 indicano una leggera contrazione quantitativa della resa, con però un’elevata concentrazione aromatica e fenolica nei grappoli. La qualità attesa è eccellente: l’ottimo stato sanitario delle uve, unito al buon livello di acidità naturale preservato dalle piante, garantisce premesse ideali sia per la freschezza sia per la tenuta dei vini. La Redazione
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2 Ottobre, 2026

Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione

  Bologna, gli esordi di internet, poi le colline di Pianello Val Tidone: tre vite diverse convergono nella stessa scelta radicale. Barbara Pulliero, insieme al compagno Paolo Rusconi e al figlio Nicola, guida Filarole, azienda vinicola piacentina nata nel 2017 dal recupero di vecchie vigne vicine al secolo. Undici etichette, macerazioni spontanee e un’idea di vino naturale scelta molto prima che diventasse una moda. La terza vita L’agricoltura è spesso sinceramente crudele. Ogni giorno ridimensiona l’illusione di poter governare il tempo e lo spazio ricordando all’uomo che il mondo continua a muoversi anche fuori dei suoi programmi. Una riunione può essere spostata, un viaggio rinviato, una consegna rinegoziata, mentre una vite cresce, rallenta, soffre, reagisce, si ammala e riprende forza seguendo un calendario che ignora i social, le notifiche, l’urgenza permanente nella quale abbiamo finito (o finto) per vivere.  Barbara Pulliero ha impiegato tre vite per arrivare a questa verità, sebbene oggi, ascoltandola parlare, quelle esistenze apparentemente lontane sembrino parti della stessa strada, necessarie l’una all’altra, come se il teatro, internet e la terra l’avessero condotta verso il medesimo punto con linguaggi diversi. Questa è la mia terza vita. Credo di essere un po’ matta. La sua è la leggerezza della follia che si attribuisce alla capacità rara di lasciare una vita mentre funziona ancora, prima che il successo diventi abitudine e l’abitudine prigione. Ho visto persone disperarsi perché il corso della propria vita stava cambiando per poi tornare dicendo: non sai quanto ci si diverta la fuori. La prima vita di Barbara comincia a Bologna, dentro il teatro di ricerca, la danza contemporanea, lo studio dei classici e la costruzione, insieme a un gruppo di amici, di uno spazio teatrale nato dal nulla e divenuto negli anni una presenza importante della scena cittadina. Barbara è dottoressa in teatro e di quel periodo ricorda soprattutto gli incontri, le persone con cui condividere un’intuizione ancora priva di forma. La fatica di trasformare un luogo vuoto in qualcosa capace di accogliere storie, corpi e idee. Mi piaceva guardarlo, ho cominciato a studiarlo e poi gli incontri della vita ti portano a trovare dei compagni di strada. Compagni di strada è forse l’espressione decisiva del suo racconto, perché ritorna nel teatro come nella comunicazione, nell’amore per Paolo Rusconi, nell’avventura con il figlio Nicola e perfino nelle vigne vecchie che oggi sembrano accompagnarla con la pazienza silenziosa di chi era già lì molto prima del suo arrivo.  Quando internet comincia a cambiare il modo di comunicare, Barbara avverte la stessa eccitazione provata davanti alla scena, soltanto moltiplicata dalla possibilità di superare le pareti di una sala e raggiungere migliaia di persone in luoghi lontani. Passare da una piccola sala teatrale alla possibilità di comunicare così velocemente con tante migliaia o centinaia di migliaia di persone mi ha affascinato molto, per cui ho cambiato strada. Inizia la seconda vita, quella della comunicazione online agli albori della rete, quando internet sembrava conservare ancora l’innocenza delle grandi promesse. Dal 2004 affianca Paolo nei progetti dedicati al vino, da Vinipiacentini.net a Sorgentedelvino.it; nel 2009 nasce Sorgente del Vino Live, una manifestazione che contribuisce a far conoscere in Italia produttori naturali, vini di tradizione e territori rimasti fuori dalle geometrie più comode del mercato. Poi le colline piacentine aprono una direzione più lenta e insieme più radicale, fatta di legna da preparare per scaldare la casa, pane, orto, conserve, galline, boschi e stagioni capaci di rimettere ordine nei desideri. La Val Tidone e il diritto di appartenere Barbara arriva in Val Tidone da un mondo urbano e velocissimo, eppure dentro quel paesaggio appartato avverte subito una corrispondenza profonda. Ad un’ora da Milano la vita ha, ancora, un altro respiro, soprattutto intorno a Pianello Val Tidone, dove i campi si alternano ai boschi, le vigne affiorano tra le rocce e i siti archeologici ricordano che qui il vino possiede una storia più antica delle strategie con cui oggi si tenta di venderlo. Il territorio è rimasto ai margini delle rotte turistiche più battute e proprio questa distrazione gli ha permesso di conservare una bellezza ruvida, sottratta alla trasformazione di ogni luogo in destinazione, esperienza o scenario da consumare. Sono sempre stata estremamente felice di questa scelta. Ho trovato proprio il mio posto. Nessuna enfasi. Proprio per questo colgo una sorta di confessione definitiva. Come se trovare il proprio posto significa riconoscere una forma di appartenenza e accettarne anche la fatica. Sapete, sento ridondantemente parlare di sostenibilità ma nessuno come Barbara ne ha imparato davvero il significato: procurarsi la legna, seguire l’orto, preparare le conserve quando la stagione offre materia, mangiare ciò che esiste davvero in quel momento. Ritrovare il limite, parola diventata quasi indecente in una società che pretende fragole a gennaio, supermercati sempre aperti e desideri soddisfatti prima che abbiano il tempo di trasformarsi in attesa. È così che mi tocca litigare con mia moglie che, per assecondare nostra figlia, vuole il gelato alla fragola quando non è stagione e critica le gelaterie (sane) che non la propongono. Il vino, all’inizio, entra quasi in punta di piedi, coerente con il resto della vita. Punta di piedi. È Barbara che è così. Un sorriso incredibile che porta con se forza e determinazione. Ma senza darlo troppo a vedere. Nel 2009 Paolo sente il bisogno di attraversare la frontiera che separa il racconto dall’esperienza e propone di provare a farlo davvero. Cercano Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano presso amici vignaioli, raccolgono i grappoli, li sgranano a mano e lavorano sotto casa con una vaschetta, qualche secchio, le mani e i piedi. Abbiamo fatto il nostro primo vino senza avere nulla a disposizione, se non le mani, i piedi e i secchi. In quell’inizio povero di strumenti c’è già tutto ciò che Filarole sarebbe poi diventata: il contatto fisico con l’uva, l’assenza di scorciatoie, la curiosità più forte del calcolo, la volontà di comprendere la materia prima ancora di dominarla. Quel vino prenderà il nome di Fatto coi Piedi e continuerà a portare dentro ogni bottiglia la verità elementare della sua nascita. Il vino naturale prima della moda Allora il vino naturale aveva ancora il carattere di una scelta scomoda. Suscitava diffidenza, ironia e discussioni feroci, perché fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, assenza di correzioni e rispetto delle annate entravano in conflitto con un mercato abituato a chiedere vini riconoscibili, stabili e identici a se stessi. Oggi quella scelta è diventata, purtroppo, anche una moda. Compare nei locali più ricercati, nelle carte costruite per comunicare appartenenza, dentro uno strano senso di estetica che accresce il proprio edonismo attraverso etichette irregolari, colori torbidi e un vocabolario che deve sapere di ribellione. Come quando si diceva che alcuni facevano la rivoluzione con gli abiti firmati. Ecco che, proprio come accade a tutte le rivoluzioni arrivate al successo, rischia di perdere la necessità dalla quale era nata. La bottiglia viene fotografata, condivisa e trasformata in segno sociale. La vigna? Lasciamola fuori dall’inquadratura. Anche perché non è instagrammable.  Le ore trascorse tra i filari, le rese sacrificate, la grandine, le malattie, l costo reale di una scelta agricola: meglio lasciarle fuori dalla narrazione edonistica. Barbara e Paolo sono arrivati prima di questa moda e forse proprio per questo sentono poco il bisogno di pronunciare continuamente la parola naturale. Per loro rappresenta una conseguenza, mai un costume da indossare. Nasce, naturalmente, dal modo in cui abitano le colline, dal rifiuto di considerare la terra una superficie da sfruttare, dalla volontà di scegliere un grappolo sano affinché in cantina bastino precisione, attesa e presenza. La naturalità più profonda comincia molto prima del mosto, nel suolo che resta vivo, nel numero contenuto di passaggi del trattore, nell’uso del rame mantenuto molto al di sotto dei limiti consentiti dal biologico, nella protezione delle vecchie piante, nella capacità di considerare boschi, siepi e animali parte dell’azienda invece che spazio sottratto alla produzione. Li fai quando servono, non li fai quando non servono. Però ci devi essere, devi guardare, devi fare i lavori nel momento giusto. Questa presenza divide due visioni del vino. Da una parte la cantina intesa come luogo in cui uniformare il raccolto, correggere le differenze e rendere ogni vendemmia simile alla precedente; dall’altra il lavoro di Filarole, che accetta il carattere dell’annata e prova a portarlo intero nel bicchiere. Chiamarlo naturale serve a orientarsi, ma la parola rimane insufficiente quando si separa dalla terra. Un vino può esibire fermentazioni spontanee e poca solforosa, conservando alle spalle un’agricoltura estrattiva; può apparire libero nel calice e nascere da un suolo esausto. La scelta ambientale diventa vera soltanto quando costa fatica, bottiglie, tempo e denaro. Le vecchie vigne e il valore di ciò che rende meno La prima vigna avrebbe dovuto occupare qualche fine settimana.  L’abbiamo presa pensando: così poi nel weekend ci divertiamo La terra possiede una propria espansione silenziosa, perché una vigna chiede di essere registrata, rende necessario un trattore, reclama attrezzature, cure e tempo. Un vecchio appezzamento rischia l’abbandono e sembra impossibile voltarsi dall’altra parte, un’altra fila di piante conserva cloni e varietà che potrebbero andare perduti, Nicola scopre di amare il lavoro in campagna e quello che doveva restare un piacere laterale comincia a occupare il centro della vita. Filarole nasce ufficialmente nel 2017 dal recupero di piccoli vigneti che nel dialetto piacentino diventano filaröl, piante sparse nella valle, alcune giovani soltanto secondo la misura della vite, altre vicine al secolo, cresciute tra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta metri, circondate da boschi, campi e un mosaico agricolo ancora capace di offrire rifugio agli insetti, agli animali e alla diversità vegetale. Le vigne vecchie producono meno, richiedono più lavoro, complicano la logistica e sfidano apertamente l’idea moderna di efficienza. Molte sono state estirpate proprio perché incapaci di garantire le quantità richieste da un’agricoltura orientata al volume, eppure Barbara continua a cercarle, a prenderle in affitto, a rimpiazzare le fallanze con materiale proveniente dalle piante madri, preservando selezioni massali e patrimoni genetici costruiti nel tempo. Ci interessava lavorare su vini che sapessero esprimere anche la complessità e la profondità aromatica, il carattere delle nostre colline. Ecco allora la forma concreta di ambientalismo, lontana anni luce dalle formule rassicuranti dei bilanci di sostenibilità e invece più vicina al rischio quotidiano di chi decide di produrre meno per mantenere vivo un organismo agricolo. Ogni vecchia vite custodisce una risposta diversa e propria alla siccità, alle malattie e al mutare delle stagioni. Sradicarla significa perdere un frammento di memoria biologica prima ancora che culturale. Custodirla equivale a riconoscere che il valore di una pianta supera la quantità di uva che riesce a consegnare. Da un ettaro una persona che sta nel disciplinare della DOC può fare circa diecimila bottiglie. Noi, su sette ettari, nelle annate perfette venticinquemila. In agricoltura ogni principio diventa credibile quando si trasforma in rinuncia misurabile. Meno grappoli significano maggiore respiro per la pianta, selezione più severa, concentrazione e rischio economico, ma significano anche difendere un’idea di qualità che il prezzo fatica a raccontare. Il mercato vede il numero finale, quasi mai ciò che è stato lasciato sulla pianta o scartato durante la selezione, e proprio nella distanza tra valore e prezzo si consuma una delle fragilità più dolorose del vino artigianale. dav Una famiglia che discute il futuro Nel 2021 la comunicazione e la campagna smettono di lasciarsi condurre insieme. Barbara e Nicola entrano a tempo pieno nel progetto, mentre Paolo continua anche un’altra attività e conserva l’ultima parola in cantina. Le suggestioni, le prove e i desideri appartengono però a tutti, perché la democrazia familiare di Filarole ha l’imperfezione viva delle cose condivise. Abbiamo questo grande difetto come famiglia: essere molto democratici. Ci piace confrontarci, anche discutere e portare punti di vista diversi. A volte è faticoso, ma i risultati alla fine sono più interessanti e anche condivisi. Nicola ha ventiquattro anni, ama la campagna e avverte contemporaneamente il desiderio di conoscere altro. Barbara riconosce in lui la stessa inquietudine che l’ha condotta attraverso tre vite e rifiuta di trasformare la terra in un ricatto affettivo. Custodire per chi arriverà dopo avrebbe poco senso se a quel dopo venisse tolta la libertà di scegliere. È molto sottile la linea tra la decisione e l’obbligo. Quando prendi una decisione, poi prendi un impegno. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la vita personale, gli interessi e il lavoro. Consegnare qualcosa a un figlio è molto più complesso che lasciargli una proprietà. Vuol dire offrirgli radici abbastanza solide da permettergli di partire e una casa abbastanza libera da consentirgli di tornare. Il futuro sarà di Nicola soltanto se Nicola lo vorrà, e questa possibilità, più di qualsiasi atto notarile, rappresenta l’eredità più generosa che Barbara e Paolo possano preparare. I vini di Filarole: undici modi di lasciare parlare la terra Produrre undici vini con quantità complessive limitate appare commercialmente scomodo, e Barbara lo ammette con incredibile sincerità Razionalmente sono troppi ed è stupido fare così tanti vini, sono d’accordo. Però ogni vino ha il suo motivo di esistere. Il mercato domanda semplificazione, poche etichette facili da spiegare e profili immediatamente riconoscibili. Filarole insegue le differenze tra una vigna e l’altra, tra una stagione e la successiva, tra il carattere di una buccia e quello del mosto liberato da quella stessa buccia. Ogni bottiglia diventa così una prova, una domanda rivolta alle uve piacentine e alla valle.
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo. Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato. Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza. In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto. Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac,  qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto. Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine. Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità. La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso. Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere. Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva.  La terra avrà l’ultima parola Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate.  Nerissimo È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo. Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto. Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro.  Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si  avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda. Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere. Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla. Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore. Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva. Ho trovato proprio il mio posto. Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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