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23 Ottobre, 2026
Collio Evolution 2026
50 aziende e quasi 180 vini ai banchi d’assaggio, circa 90 Pinot Grigio in degustazione tecnica. Dal 24 al 26 ottobre tra Gorizia e Cormons, con Daniele Cernilli, Cristina Mercuri MW e la nuova ricerca Nomisma “Collio Experience – La parola all’Horeca”
Collio Evolution, l’evento istituzionale del Consorzio Tutela Vini Collio, presenta i numeri e il programma della seconda edizione. Dal 24 al 26 ottobre, tra Gorizia e Cormons, il territorio si racconta attraverso il Pinot Grigio, con il tema “Oltre il vitigno. Dalla terra al calice: l’essenza identitaria del Pinot Grigio”.
Saranno 50 le aziende del Collio presenti ai banchi d’assaggio, con quasi 180 vini che raccontano l’intera Denominazione: dal Friulano alla Ribolla Gialla, dalla Malvasia al Sauvignon, fino al Collio Bianco e ai rossi del territorio. Il Pinot Grigio, protagonista dell’edizione, è al centro della degustazione tecnica riservata alla stampa, con circa 90 etichette tra diverse interpretazioni e annate. Sono attesi oltre 50 giornalisti italiani e internazionali, da Stati Uniti, Brasile, Polonia, Austria, Regno Unito, Canada e Paesi Bassi.
Luca Raccaro, Presidente del Consorzio Tutela Vini Collio
La risposta dei produttori ci dice che, in un solo anno, Collio Evolution è diventato un appuntamento in cui la Denominazione si riconosce. Portare cinquanta aziende a confrontarsi sul Pinot Grigio significa mostrare quante letture diverse il nostro territorio sa dare di un vitigno che il mondo crede di conoscere.
Il programma si apre sabato 24 ottobre a Gorizia, dove alle 16.00, all’UGG, Daniele Cernilli guiderà una masterclass che offrirà un primo viaggio nel Pinot Grigio del Collio attraverso lo sguardo di uno dei più autorevoli critici del vino italiano. In serata, alle 18.30, il Consorzio sarà ospite della Camera di Commercio Venezia Giulia nella Sala Verdi di Palazzo De Bassa per la presentazione della ricerca “Collio Experience – La parola all’Horeca”, realizzata da Nomisma Wine Monitor per il Consorzio, con la moderazione di Sebastiano Barisoni, vicedirettore esecutivo di Radio 24.
È la seconda parte del percorso iniziato nel 2025. La prima indagine aveva analizzato la percezione del brand Collio presso 1.500 consumatori italiani, posizionandolo tra i territori collinari più riconosciuti per i bianchi di qualità. Quest’anno la parola passa a ristorazione e hospitality, per capire come il canale Horeca conosce, sceglie e propone i vini del Collio.
A presentare i dati sarà Denis Pantini, Responsabile di Nomisma Wine Monitor, in dialogo con Luca Raccaro, Presidente del Consorzio. Segue uno standing dinner. “Dopo la ricerca sui consumatori, era naturale dare la parola a chi il vino lo porta in tavola ogni giorno” – commenta Lavinia Zamaro, Direttrice del Consorzio Collio. – “I dati sul canale Horeca saranno uno strumento concreto per le nostre aziende e Collio Evolution è il luogo giusto per condividerli con produttori, stampa e operatori”.
Domenica 25 e lunedì 26 ottobre Collio Evolution si sposta a Cormons. La domenica mattina, all’Enoteca di Cormons, Cristina Mercuri, prima donna italiana Master of Wine, accompagnerà la stampa in una masterclass dedicata al Pinot Grigio del Collio e alla sua capacità di raccontare il territorio. Sempre all’Enoteca, nel corso delle due giornate, i giornalisti potranno approfondire il vitigno nella degustazione tecnica di Collio Pinot Grigio, attraverso le diverse interpretazioni aziendali.
Negli stessi giorni le Sale Civica e di Rappresentanza del Comune di Cormons accoglieranno il pubblico ai banchi d’assaggio delle aziende del Collio, aperti domenica dalle 11.00 alle 17.00 e lunedì dalle 11.00 alle 16.00: un’occasione per incontrare i produttori e scoprire, accanto al Pinot Grigio, la ricchezza e la varietà dei vini della Denominazione.
La Redazione
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23 Ottobre, 2026
Il terzo tempo. Daniele Cusmano, Andrea Martinati e Tenute RaDe: un sogno di famiglia diventato squadra nel Monferrato
Un’amicizia nata su un campo da rugby, il sogno agricolo della famiglia Cusmano con vini che affidano al tempo la propria identità. Daniele Cusmano e Andrea Martinati raccontano Tenute RaDe, il Monferrato e una squadra che continua a giocare tra vigne, cantina e mercato.
Chiunque abbia frequentato un campo da gioco e appartenuto ad una squadra, sa che la partita occupa soltanto una parte della giornata. C’è il viaggio, le battute nello spogliatoio, l’attesa e una sana tensione che ciascuno prova a nascondere come può. Dopo la partita rimane il fango sulle gambe e i lividi che il lunedì si faranno ancora sentire. Nel rugby, diversamente da molti altri sport, c’è anche il terzo tempo, quando avversari e compagni si siedono allo stesso tavolo a ricordare le azioni, a sfottersi l’un l’altro ridendo. È la consapevolezza che si tratta di un gioco e i giocatori avversari, mai nemici, sono persone con le quali, dinanzi ad una birra, tutto scivola. Anche una sconfitta. Il rugby possiede ciò che il resto degli sport possedeva e ha, purtroppo, dimenticato. È una sorta di grazia che insegna a reggere l’urto e, subito dopo, a versare da bere a chi te lo ha dato.
Daniele Cusmano e Andrea Martinati si sono conosciuti così, inseguendo una palla ovale dal rimbalzo capriccioso e soprattutto il piacere di stare dentro un gruppo.
Andrea è un ragazzo alto e massiccio che rivela subito il suo passato da rugbista. Anche da quel sorriso che incarna alla perfezione l’anima del terzo tempo.
Ero assolutamente incapace. Ancora adesso, se guardo una partita, qualche regola mi sfugge. Però il gruppo era bellissimo.
Daniele lo ascolta con il sorriso di chi già sa il seguito e potrebbe correggerlo in almeno tre punti. Tra loro funziona così: uno apre il racconto, l’altro entra di lato, aggiunge il dettaglio che mancava e insieme finiscono per ridere prima della conclusione. Ascoltarli non solo è divertente ma mi conduce direttamente nella loro storia.
Le domeniche sul campo hanno lasciato ricordi che tornano nei racconti delle trasferte, degli infortuni, degli allenamenti da raggiungere macinando chilometri, dei compagni che con il passare degli anni hanno smesso di giocare rimanendo amici. Nel terzo tempo qualcuno ricostruiva la propria azione decisiva, qualcun altro ascoltava con la benevolenza di quelle imprese diventate leggenda magari quando i bicchieri erano già vuoti. Le partite finivano; la squadra continuava. Alcuni di quei ragazzi oggi lavorano in cantina, tra imbottigliamento e produzione, come se il campo avesse semplicemente cambiato forma.
Daniele e Andrea hanno condiviso, molto prima del vino, merende, birre, serate, fatiche, svolte personali e un tratto di vita in cui gli amici assistono ai nostri cambiamenti quasi senza far rumore. La complicità che portano oggi in azienda nasce da lì, dal tempo trascorso insieme quando nessuno dei due doveva dimostrare qualcosa all’altro. Si punzecchiano, discutono, alzano il tono e trovano una sintesi. Quasi come accadeva in campo dove ci si poteva scontrare e un minuto dopo tornare a sostenere il compagno.
Dietro questa allegria c’è una storia familiare cominciata nel 1988, quando Raimondo Cusmano e sua moglie scelgono la campagna al posto di Milano e acquistano un’azienda agricola tra le colline astigiane. Daniele è nato in città, ma i suoi ricordi hanno presto preso il colore della terra.
All’inizio venivamo soltanto nei fine settimana. Poi, nel 1996, ci siamo trasferiti definitivamente qui. La prima vendemmia l’ho fatta quando ero ancora bambino.
La madre aveva conosciuto la campagna durante le vacanze dagli zii nel Pavese, il padre portava con sé una formazione agraria e il desiderio di dare forma ad una vita diversa. Il Monferrato diventa così casa. L’impresa, l’azienda, arriva dopo.
A San Marzano Oliveto le colline si inseguono senza ostentare nulla. I vigneti cambiano luce nello spazio di poche ore e il lavoro agricolo rende fattiva ogni idea. Da qui la famiglia ha allargato il proprio sguardo verso l’Alta Langa e i Colli Tortonesi, seguendo uve e territori differenti con la convinzione comune di accompagnare il percorso che va dalla prima foglia alla bottiglia. Questo porta il nome Tenute RaDe. Quelle sillabe uniscono Raimondo e Daniele, il fondatore e il figlio che ha raccolto il progetto dopo essersi formato in enologia ed essere entrato in cantina da ragazzo.
Alla fine il sogno dei miei genitori l’ho preso io.
Orgoglio, fatica e quella responsabilità che negli anni ha cambiato destinatario. Prima riguardava il padre e la madre. Oggi comprende il gruppo cresciuto intorno all’azienda.
Quando tutto funziona ed hai persone attorno che credono nel progetto, è molto bello. Le difficoltà arrivano, si superano faticando e si va avanti.
Un tono che è leggero, scanzonato, quasi volesse proteggere la parte più fragile della scelta. La sensazione di chi trasforma un’eredità affettiva nel proprio lavoro quotidiano.
Andrea non arriva al vino in maniera diretta. Ha studiato nautica, collezionando note in condotta perché parlava sempre (non faccio fatica a crederci) e capendo presto che quella facilità di relazione poteva diventare un mestiere. Lavora come commerciale in settori legati alla pasticceria, alla gelateria e alla ristorazione, mentre l’amicizia con Daniele continua tra rugby e terzi tempi. In una di quelle serate arriva il primo esperimento: Daniele gli affida alcuni campioni e gli propone di provare a venderli.
Io sul vino avevo pochissima esperienza. Ho iniziato a berlo praticamente l’altro ieri. Le prime prove furono tragiche: andavo dagli amici che avevano un locale, facevo assaggiare le bottiglie e loro mi dicevano di restare lì. Così finivamo per provarle insieme. Io dovevo imparare.
Andrea ride, Daniele pure. Il ricordo parla di goffaggine felice degli inizi. Il venditore cresce ascoltando una persona, poi dieci, poi cento, raccogliendo il linguaggio di chi sta dall’altra parte del banco e riportandolo in cantina. A conquistarlo non sono i dettagli tecnici, è l’identità dei vini.
Il lavoro insieme arriva solo più tardi, quando Andrea si avvicina ai quarant’anni e sente che l’impiego di allora ha esaurito la propria spinta. Lo racconta a Daniele durante un evento come fosse una delle tante confidenze scambiate negli anni. Daniele gli fa una proposta.
Se ti va, vieni con noi.
Poche parole che rappresentano fiducia, conoscenza reciproca, libertà, vita.
La cosa bella è stata la carta bianca. Per uno che deve costruire una rete commerciale significa tantissimo. Se alle otto di sera sto ancora parlando con una persona che domani potrebbe credere nei nostri vini, guardare l’orologio serve a poco.
Da allora si sostengono proprio dove l’altro ha più bisogno. Daniele conosce la vigna, immagina i vini, accetta il rischio della sperimentazione; Andrea attraversa ristoranti, enoteche, fiere e distribuzioni, ascolta il mercato e riporta in azienda domande concrete. Quando propone un’Alta Langa più giovane, lo fa perché distributori e clienti stanno chiedendo quel passo. Daniele dapprima ragiona, poi prende l’idea come una sfida. Quando una riserva sembra più difficile da collocare, arrivano Roma e Torino a ricordare a entrambi che un vino può aspettare anche il proprio pubblico. La loro dialettica ha la vivacità tipica di una partita: avanzano, si placcano sulle idee, proteggono la palla e cercano insieme lo spazio giusto.
Serve una persona che ti dica cosa succede dall’altra parte, cosa cercano i consumatori, quale prodotto funziona e dove possiamo concentrare le energie.
È Daniele a riconoscere una fiducia e Andrea la restituisce con la presenza che supera l’orario e spesso anche il ruolo. In fondo, in un’amicizia il confine fra lavoro e vita resta mobile. Hanno attraversato matrimoni, figlie, relazioni a distanza, cambiamenti e infortuni; sanno quando scherzare e quando lasciare all’altro il tempo di rimettere in ordine i pensieri. In cantina questa intesa diventa atmosfera. Il piacere di stare insieme è più forte di qualunque strategia di comunicazione.
La filosofia di Daniele emerge con chiarezza quando il discorso scivola sul tempo.
Mi piace vedere dove può arrivare un vino.
La sua curiosità parte dalla vigna e continua in cantina, dove l’attesa diventa parte del lavoro, quasi una materia da modellare. Daniele accompagna il vino, ne osserva i cambiamenti, accetta quei passaggi in cui sembra rallentare e gli concede lo spazio necessario per trovare una voce compiuta. In un mercato sedotto dalla prontezza, questa pazienza assume il valore di una scelta precisa.
L’Alta Langa Pas Dosé Riserva 2015 porta questa idea fino in fondo. Nasce da Chardonnay e Pinot Nero e rimane sui lieviti per settantanove mesi, un arco temporale che trasforma l’immediatezza del frutto in una trama più profonda.
Il colore paglierino conserva una luce viva, mentre dal calice emergono crosta di pane, agrumi canditi, frutta bianca matura e mandorla tostata. Il perlage è minuto, continuo, ormai parte della materia del vino. In bocca entra con ampiezza, trova subito una vena sapida e prosegue con una verticalità che alleggerisce la struttura, lasciando affiorare il carattere asciutto del dosaggio zero.
È un vino maturo e ancora vitale, capace di tenere insieme profondità e slancio, come certi giocatori che dopo anni sul campo hanno imparato a leggere la partita prima che l’azione cominci.
È anche il vino che ha regalato a Daniele una felicità quasi infantile quando, al termine di una degustazione alla cieca, è arrivato un riconoscimento nazionale.
Sono saltato come un bambino. Un premio così ti dice che forse qualcosa di buono lo stai combinando.
Andrea conosce bene questa ostinazione e sa anche quanto sia difficile raccontare al mercato vini che chiedono ascolto. La ritrova nell’Alta Langa Pas Dosé Millesimato 2019, dove il tempo assume un significato diverso, più scattante, più convinto. Mostra l’altro volto della stessa idea.
Il colore è ancora paglierino, attraversato da riflessi verdolini, mentre il perlage sale finissimo e continuo. I primi sentori sono vegetali, seguiti dalla crosta di pane, dal lime e dalla scorza di limone. La mineralità cresce nel bicchiere e prepara un sorso in cui il dosaggio zero si presenta con una spinta acida netta, sostenuta da una sapidità profonda.
La bollicina diventa quasi evanescente, attraversa la bocca e la lascia pulita, elegante, delicata. Sapidità e perlage trovano un equilibrio sorprendente, un incontro tra energia e finezza che continua a tornare alla memoria anche dopo il sorso. È uno di quei vini che girano nella testa, riaffiorano, chiedono un altro assaggio per comprendere fino in fondo una profondità capace di evitare ogni pesantezza. Chi ama il dosaggio zero vi ritrova purezza, precisione e una tensione che resta viva senza irrigidirsi.
Tra la Riserva 2015 e il Millesimato 2019 sembra di vedere Daniele e Andrea durante una delle loro discussioni. Il primo difende il valore dell’attesa, il secondo porta la voce di chi cerca un vino più giovane, immediato da proporre e capace di aprire nuove porte. Due tempi differenti della stessa partita. La Riserva custodisce la profondità di ciò che ha attraversato gli anni; il Millesimato possiede il passo rapido di chi avanza, vede uno spazio e decide di entrarci.
Il terzo vino porta il racconto ancora più lontano. Tre Pupitres nasce dal Timorasso della vendemmia 2016, rimane ottanta mesi sui lieviti e viene sboccato nel 2024. Già il colore, paglierino molto scarico con riflessi verdognoli, suggerisce un’identità tesa e luminosa. Al naso arrivano limone, salmastro, crosta di pane, cedro, foglie di mandorlo e fieno, profumi che uniscono la natura del vitigno all’evoluzione del Metodo Classico.
In bocca entra diretto come una lama, poi si allarga e lascia emergere tutta la freschezza del Timorasso. Il perlage è finissimo, il limone incide il sorso con precisione e il finale quasi amarognolo pulisce il palato, lasciandolo fresco e incredulo. La mineralità accompagna ogni passaggio. È una sensazione insolita, inaspettata, intensa e insieme delicata: una lama che attraversa il burro caldo.
Tre Pupitres racconta il lato più curioso di Daniele, la sua inclinazione a prendere un’uva conosciuta per la profondità dei vini fermi e condurla verso un’espressione diversa. Dentro conserva il rigore del Timorasso, la tensione, la materia, quel carattere che emerge lentamente e chiede tempo. Il Metodo Classico gli aggiunge un movimento nuovo, una leggerezza capace di rendere ancora più evidente la parte minerale e salmastra. Più che un esercizio tecnico sembra una domanda affidata al vino: fin dove può arrivare?
La risposta vive in questi tre calici. La Riserva 2015 ha la maturità di chi conosce il peso e il valore del tempo, il Millesimato 2019 porta freschezza, sapidità e una bollicina che sembra dissolversi lasciando soltanto eleganza, mentre Tre Pupitres 2016 trasforma la sperimentazione in sorpresa. Tre modi diversi di interpretare l’attesa, tenuti insieme dalla stessa inquietudine creativa e dalla complicità tra Daniele, che immagina ogni nuova strada, e Andrea, che cerca il modo migliore per farla arrivare agli altri.
Queste diverse interpretazioni del Metodo Classico nascono in parte dai vigneti e in parte dalla loro indole. Daniele ama esplorare; Andrea sa che una gamma capace di attraversare espressioni, annate e tempi di affinamento differenti permette alla cantina di dialogare con pubblici diversi. I numeri restano misurati, alcune etichette sono chicche di poche bottiglie, e proprio questa scala consente di tentare. Accanto alla linea Tenute RaDe, l’esperienza commerciale della famiglia ha generato progetti su misura e cocktail a base vino, un modo concreto per sostenere l’azienda e continuare a investire nei vini che ne esprimono il volto più personale.
Daniele è chiaro e concreto come non può essere altrimenti chi ha una azienda.
Dobbiamo viverci di questo. Cerchiamo di far convivere la nostra filosofia, quello che ci piace, con quello che si vende.
L’impresa agricola riacquista la propria verità. La poesia della vigna vive insieme alle fatture, ai collaboratori, alle annate difficili e alla necessità di costruire una base solida. Andrea lo aiuta a tenere aperta quella finestra sul mercato; Daniele protegge l’identità del vino. Nessuno dei due vince da solo, e probabilmente è questo il loro vantaggio.
Quando provano a immaginarsi fra vent’anni, Andrea sceglie un’immagine semplice.
Mi piacerebbe entrare in un ristorante e trovare una nostra bottiglia sul tavolo accanto.
Daniele parla di linee capaci di far lavorare tutti, di una presenza più forte nella ristorazione, della serenità necessaria per viaggiare, proporre e comunicare. Nessun trofeo solitario. Ancora una volta il desiderio riguarda la squadra.
Il terzo tempo, in fondo, serve anche a questo: restituire ogni impresa alla sua misura umana. Dopo la fatica, qualcuno versa da bere; dopo una discussione, arriva una battuta che rimette in ordine le distanze; dopo un’annata complicata, una bottiglia trova il proprio tavolo. Raimondo ha portato un sogno da Milano al Monferrato, Daniele gli ha dato una voce nuova, Andrea lo accompagna nel mondo con l’allegria di chi sa che lavorare insieme può ancora significare condividere la vita.
La palla ovale ha smesso da tempo di rimbalzare davanti a loro. Il gioco continua fra i filari, in cantina, dentro ogni viaggio e in quelle idee che passano dall’uno all’altro prima di diventare vino. Alcune amicizie cambiano campo senza cambiare squadra. E forse la fortuna più grande è proprio questa: arrivare al proprio terzo tempo avendo ancora accanto le persone con cui si è cominciato a giocare.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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22 Ottobre, 2026
Vini ad Arte, la Romagna protagonista a Milano
Lunedi 12 e martedì 13 ottobre il Consorzio Vini di Romagna ha portato in scena a Milano, nelle prestigiose sale del The Westin Palace, le eccellenze enologiche della Romagna.
L’evento, Vini ad Arte, quest’anno veste una importante novità: per la prima volta dopo oltre 20 edizioni, supera i confini regionali proponendosi nella città che sta sempre più diventando il Palcoscenico di riferimento anche, oltre alla moda al design e all’arte contemporanea, per gli eventi enogastronomici, Milano.
Il cuore dell’evento è stata la giornata di lunedi 12 ottobre, dedicata soprattutto agli operatori Ho.Re.Ca, ai giornalisti ed ai soci Ais, con oltre 50 produttori ai banchi di assaggio dedicando soprattutto attenzione alla presentazione delle nuove annate di Sangiovese, Albana, Pagadebit, Rebola o Pignoletto, Trebbiano…., il meglio di questo splendido territorio.
Martedì 13 ottobre è stata la volta di due imperdibili masterclass, precedute dai saluti del Presidente del Consorzio Filiberto Mazzanti e da una necessaria e coinvolgente introduzione al territorio, alla sua orogenesi, del cartografo del vino per eccellenza, riduttivo chiamarlo solo cartografo, enotecnico e degustatore e molto altro ancora, Alessandro Masnaghetti.
Divisa in 5 macrozone, Imolese, Faentino, Forlivese, Cesenate, Riminese, che a loro volta danno origine a 16 sottozone, il territorio della Romagna è attraversato e diviso da due elementi caratterizzanti: la Vena del Gesso e lo Spungone, che è una arenaria calcarea ricca di fossili, spugnosa. Di fatto dividono una parte più boschiva verso l’Appennino a Sud da una maggiormente coltivata a Nord che possiede anche l’85% degli impianti viticoli della Regione.
Le masterclass sono state condotte da Andrea Dani, educatore AIS e co-curatore della guida ai vini Vitae, davvero molto bravo a cogliere, sottolineare e spiegare le differenze di gusto e olfatto dei vari campioni da zona a zona, meglio, da sottozona a sottozona.
Romagna Albana.
La Romagna Albana, che si avvicina al 40esimo compleanno da DOCG, nel 2027, prima bacca bianca ad ottenere questa denominazione, ha come genitore certo la Garganega.
Vino dalle enormi potenzialità espressive per struttura anche talvolta tannica, profondità gustativa, capacità di evoluzione, durante la masterclass abbiamo avuto il piacere di assaggiare 7 versione secche, annate 2025 e 2024, e 2 passite, 2023 e 2016.
Le cantine protagoniste sono state: La Cantina di Cesena, Tenute Bacana, Podere la Grotta, Celli, Zavalloni, La Sabbiona, La Collina del Tesoro, Bissoni, Umberto Cesari.
Tensioni gustative differenti, interpretazioni contemporanee immediate e fresche verso interpretazioni più generose e cariche di volume, sino alle note di caramello, di frutta candita, di lievi tannini, delle ultime due versioni botritizzate e passite. Impossibili non finire il bicchiere.
Romagna Sangiovese.
Così come per la masterclass sul Romagna Sangiovese.
Anche in questo caso 9 campioni tutti 2023, le cantine invitate sono state: Tre Monti, Tenute Tozzi, Ca’ di Sopra, I Sabbioni, Cantina Maurizio Costa, Drei Dona’, Tenuta la Viola, Tenuta Casali, Podere dell’Angelo.
La panoramica proposta ha attraversato tutta la Romagna regalando nette differenze sensoriali a sottolineare la capacità di evoluzione del Romagna Sangiovese in territorio appenninico e di Marzeno, su argille azzurre, alle note acide e saline, speziate e vegetali, del Romagna Sangiovese nei pressi della vena del gesso come a Brisighella, o la snellezza, la finezza e dinamicità nella beva in prossimità dello Spungone, ricco di calcare e sabbie.
Un momento importante è stato l’accento voluto dal Presidente del Consorzio Filiberto Mazzanti riguardo marchio collettivo europeo Rocche di Romagna, progetto nato con le ultime sottozone arrivate nel 2022.
Marchio che intende valorizzare le sottozone ma al contempo vuole essere anche un progetto di valorizzazione territoriale e turistica raccontando, attraverso il vino, le differenze dei paesaggi e della cultura dei luoghi.
Il marchio riprende un fregio del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna e si collega al concetto di Mosaico della Vita, un territorio ampio raccontato attraverso molte tessere differenti.
Sul territorio ci sono almeno 79 Rocche e Castelli, di certo hanno trovato il loro Re e la loro Regina.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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22 Ottobre, 2026
A fine ottobre ad Alba l’evento Go Wine dedicato alle M.G.A. del Barbaresco
I GRANDI TERROIR DEL BARBARESCO
ALBA – Hotel Calissano, Via Pola, 8 Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 Banco d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, masterclass di approfondimento il confronto con altre espressioni del Nebbiolo in Piemonte Si svolge sabato 24 e domenica 25 ottobre ad Alba la quinta edizione de “I Grandi Terroir del Barbaresco”, evento ideato da Go Wine.
Sede dell’evento l’Hotel Calissano nelle eleganti Sale Calissano e Fenoglio, a due passi dal centro storico dove si svolge la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba.
L’evento fa parte del programma della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba e si colloca nel terzo grande week-end della kermesse albese.
La manifestazione si propone di raccontare un grande vino come il Barbaresco attraverso il suo territorio, le differenti menzioni geografiche (cru) e l’incontro con i suoi produttori, esaltando differenze e ricchezze dei vari siti della denominazione. Grazie alla presenza diretta di molte cantine, la degustazione è una sorta di prova “sul campo” per apprezzare la ricchezza del territorio di produzione, approfondire le conoscenze sulle peculiarità dei diversi cru (menzioni geografiche), far riflettere i degustatori e il pubblico sull’importanza del fattore “persone-ambiente-terra” nella grandezza di un vino come il Barbaresco.
Il programma prevede banchi d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, degustazioni in forma libera ed esclusive masterclass di approfondimento. Le masterclass a cura di Giancarlo Montaldo Sono previste due masterclass nella giornata di sabato 24 ottobre alle ore 14 e ore 16 presso altra sala dell’Hotel Calissano. Due i temi: alle ore 14 l’annata 2023 del Barbaresco, declinata attraverso 6 vini di differenti menzioni geografiche; alle ore 16 un confronto fra il Barbaresco e i grandi rossi italiani, viaggiando con il calice lungo la penisola (degustazione di 6 vini). Gli altri volti del nebbiolo Accanto ai protagonisti del Barbaresco, l’evento offrirà un’ulteriore opportunità di degustazione, ampliando lo sguardo alle differenti espressioni del Nebbiolo in Piemonte.
Un’enoteca tematica proporrà una selezione di etichette provenienti dalle denominazioni Barolo, Roero, Nebbiolo d’Alba, Albugnano e Alto Piemonte. Tutti gli aggiornamenti ed il programma sul sito www.gowinet.it COME PARTECIPARE BANCO D’ASSAGGIO La degustazione si articolerà su due turni.
I biglietti sono in vendita online sul sito di Go Wine con una speciale riduzione. Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 -primo turno: ore 11.00-14.30
-secondo turno: ore 14.30-18.00 Per prenotare scrivere a stampa.eventi@gowinet.it Costo della degustazione: euro 23 (riduzioni euro 20 con acquisto online, euro 15 per i soci Go Wine).
Il biglietto comprende la degustazione in forma libera al banco d’assaggio (con buoni speciali a parte nell’enoteca tematica dedicata agli altri nebbioli). MASTERCLASS Saranno condotte a cura di Giancarlo Montaldo, con i seguenti temi:
Ore 14:00 L’annata 2023 del Barbaresco – terroir a confronto (degustazione di 6 vini);
Ore 16:00 Il Barbaresco e i grandi rossi italiani – confronto fra il Barbaresco e 5 altri grandi rossi (degustazione di 6 vini).
Costo delle Masterclass euro 20 – riduzioni euro 15 Soci Go Wine. ***** LE CANTINE PROTAGONISTE e I BARBARESCO IN DEGUSTAZIONE In ordine alfabetico di cantina, presentando vini rappresentativi dei territori e delle Menzioni Geografiche della denominazione. ADRIANO MARCO & VITTORIO – Alba Barbaresco Basarin 2022
Barbaresco Basarin 2021
Barbaresco Riserva Basarin 2020 BERA – Neviglie Barbaresco
Barbaresco Serraboella CASCINA ALBERTA – Treiso Barbaresco Serragrilli 2022
Barbaresco Giacone 2022 CASCINA CHICCO – Canale Barbaresco Noce Grande 2023
Barbaresco Ovello 2022 CORTESE GIUSEPPE – Barbaresco Barbaresco Rabajà 2023
Barbaresco Riserva Rabajà 2019 FRANCONE – Neive Barbaresco Albesani 2023
Barbaresco Albesani 2021
Barbaresco Riserva 2020 GRASSO F.LLI – Treiso Barbaresco Giacosa Spessa 2021
Barbaresco Vallegrande 2021
Barbaresco San Stunet 2020 MAINERDO – Neive Barbaresco Gudrù 2022
Barbaresco Roccalini 2022 MONTALBERA – Castagnole Monferrato Barbaresco 2023 NADA GIUSEPPE – Treiso Barbaresco Casot 2023
Barbaresco Marcarini 2023 PAITIN – Neive
Barbaresco Serraboella Sorì Paitin 2022
PIAZZO COMM. ARMANDO – Alba Barbaresco Argè 2023
Barbaresco Pajorè 2021
Barbaresco Rizzi Vigna Fratin 2022 PIO CESARE – Alba Barbaresco Bricco di Treiso 2022 PODERI COLLA – Alba
Barbaresco Roncaglie 2022
Barbaresco Roncaglie 2015 RIZZI – Treiso Barbaresco Pajorè 2022 TALIANO MICHELE – Montà Tel. 348 734 2873 info@talianomichele.com Barbaresco Montersino 2022
Barbaresco Riserva Montersino 2019
L’elenco è in aggiornamento. La manifestazione si svolge con il contributo della Fondazione CRC Per informazioni e prenotazioni: Associazione Go Wine – Tel. 0173.364631 – stampa.eventi@gowinet.it – www.gowinet.it La Redazione
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ALBA – Hotel Calissano, Via Pola, 8 Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 Banco d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, masterclass di approfondimento il confronto con altre espressioni del Nebbiolo in Piemonte Si svolge sabato 24 e domenica 25 ottobre ad Alba la quinta edizione de “I Grandi Terroir del Barbaresco”, evento ideato da Go Wine.
Sede dell’evento l’Hotel Calissano nelle eleganti Sale Calissano e Fenoglio, a due passi dal centro storico dove si svolge la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba.
L’evento fa parte del programma della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba e si colloca nel terzo grande week-end della kermesse albese.
La manifestazione si propone di raccontare un grande vino come il Barbaresco attraverso il suo territorio, le differenti menzioni geografiche (cru) e l’incontro con i suoi produttori, esaltando differenze e ricchezze dei vari siti della denominazione. Grazie alla presenza diretta di molte cantine, la degustazione è una sorta di prova “sul campo” per apprezzare la ricchezza del territorio di produzione, approfondire le conoscenze sulle peculiarità dei diversi cru (menzioni geografiche), far riflettere i degustatori e il pubblico sull’importanza del fattore “persone-ambiente-terra” nella grandezza di un vino come il Barbaresco.
Il programma prevede banchi d’assaggio alla presenza diretta delle cantine, degustazioni in forma libera ed esclusive masterclass di approfondimento. Le masterclass a cura di Giancarlo Montaldo Sono previste due masterclass nella giornata di sabato 24 ottobre alle ore 14 e ore 16 presso altra sala dell’Hotel Calissano. Due i temi: alle ore 14 l’annata 2023 del Barbaresco, declinata attraverso 6 vini di differenti menzioni geografiche; alle ore 16 un confronto fra il Barbaresco e i grandi rossi italiani, viaggiando con il calice lungo la penisola (degustazione di 6 vini). Gli altri volti del nebbiolo Accanto ai protagonisti del Barbaresco, l’evento offrirà un’ulteriore opportunità di degustazione, ampliando lo sguardo alle differenti espressioni del Nebbiolo in Piemonte.
Un’enoteca tematica proporrà una selezione di etichette provenienti dalle denominazioni Barolo, Roero, Nebbiolo d’Alba, Albugnano e Alto Piemonte. Tutti gli aggiornamenti ed il programma sul sito www.gowinet.it COME PARTECIPARE BANCO D’ASSAGGIO La degustazione si articolerà su due turni.
I biglietti sono in vendita online sul sito di Go Wine con una speciale riduzione. Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 -primo turno: ore 11.00-14.30
-secondo turno: ore 14.30-18.00 Per prenotare scrivere a stampa.eventi@gowinet.it Costo della degustazione: euro 23 (riduzioni euro 20 con acquisto online, euro 15 per i soci Go Wine).
Il biglietto comprende la degustazione in forma libera al banco d’assaggio (con buoni speciali a parte nell’enoteca tematica dedicata agli altri nebbioli). MASTERCLASS Saranno condotte a cura di Giancarlo Montaldo, con i seguenti temi:
Ore 14:00 L’annata 2023 del Barbaresco – terroir a confronto (degustazione di 6 vini);
Ore 16:00 Il Barbaresco e i grandi rossi italiani – confronto fra il Barbaresco e 5 altri grandi rossi (degustazione di 6 vini).
Costo delle Masterclass euro 20 – riduzioni euro 15 Soci Go Wine. ***** LE CANTINE PROTAGONISTE e I BARBARESCO IN DEGUSTAZIONE In ordine alfabetico di cantina, presentando vini rappresentativi dei territori e delle Menzioni Geografiche della denominazione. ADRIANO MARCO & VITTORIO – Alba Barbaresco Basarin 2022
Barbaresco Basarin 2021
Barbaresco Riserva Basarin 2020 BERA – Neviglie Barbaresco
Barbaresco Serraboella CASCINA ALBERTA – Treiso Barbaresco Serragrilli 2022
Barbaresco Giacone 2022 CASCINA CHICCO – Canale Barbaresco Noce Grande 2023
Barbaresco Ovello 2022 CORTESE GIUSEPPE – Barbaresco Barbaresco Rabajà 2023
Barbaresco Riserva Rabajà 2019 FRANCONE – Neive Barbaresco Albesani 2023
Barbaresco Albesani 2021
Barbaresco Riserva 2020 GRASSO F.LLI – Treiso Barbaresco Giacosa Spessa 2021
Barbaresco Vallegrande 2021
Barbaresco San Stunet 2020 MAINERDO – Neive Barbaresco Gudrù 2022
Barbaresco Roccalini 2022 MONTALBERA – Castagnole Monferrato Barbaresco 2023 NADA GIUSEPPE – Treiso Barbaresco Casot 2023
Barbaresco Marcarini 2023 PAITIN – Neive
Barbaresco Serraboella Sorì Paitin 2022
PIAZZO COMM. ARMANDO – Alba Barbaresco Argè 2023
Barbaresco Pajorè 2021
Barbaresco Rizzi Vigna Fratin 2022 PIO CESARE – Alba Barbaresco Bricco di Treiso 2022 PODERI COLLA – Alba
Barbaresco Roncaglie 2022
Barbaresco Roncaglie 2015 RIZZI – Treiso Barbaresco Pajorè 2022 TALIANO MICHELE – Montà Tel. 348 734 2873 info@talianomichele.com Barbaresco Montersino 2022
Barbaresco Riserva Montersino 2019
L’elenco è in aggiornamento. La manifestazione si svolge con il contributo della Fondazione CRC Per informazioni e prenotazioni: Associazione Go Wine – Tel. 0173.364631 – stampa.eventi@gowinet.it – www.gowinet.it La Redazione
22 Ottobre, 2026
PODERE SELVA CAPUZZA. Soglia di terra e di cielo.
PODERE SELVA CAPUZZA racconta un Lago che è tale solo se visto su una cartina geografica, imbottigliando un Garda che sa di Risorgimento, rinascita, Storia e futuro.
L’AZIENDA
C’è un punto, a quattro chilometri dalla riva meridionale del Garda, dove le colline moreniche si sollevano appena, come un cappuccio posato con delicatezza sul bordo dell’anfiteatro antico.
Lì, tra Desenzano e Sirmione, il terreno non è più pianura e non è ancora montagna, è una soglia.
I romani la chiamavano Silvae, luogo selvatico, e da quel nome antico, unito a Capuzza, testa, cappuccio, punto elevato, nasce PODERE SELVA CAPUZZA.
Arrivare qui non è un’operazione di geografia, è piuttosto un passaggio di stato.
Si lascia la superficie brillante del lago, le sue acque che riflettono il cielo, e si entra in un paesaggio che respira più lentamente.
Sotto i piedi, l’argilla e i sassi calcarei raccontano di ghiacciai sciolti millenni fa, di venti che scendono dalle Alpi e di una terra che ha deciso di non essere soltanto produttiva, ma ospitale.
Attorno ai filari il paesaggio non ha fretta di essere soltanto vigna.
Ci sono olivi che segnano il punto in cui il clima mediterraneo comincia a cedere il passo a quello più continentale dell’entroterra; c’è un bosco che un tempo era tartufaia, e che ancora oggi custodisce sottoterra quel profumo come un segreto tramandato in famiglia; c’è un parco di gelsi, testimonianza di un’epoca in cui su questa collina si allevavano bachi da seta e non soltanto uva, e ci sono due piccoli stagni che di sera diventano specchi capovolti, dove il cielo si guarda senza fretta.
Sono spazi lasciati apposta alla biodiversità, margini non arati, angoli in cui la natura continua a fare quello che ha sempre fatto, senza che nessuno le dia ordini precisi.
Le uve che qui trovano casa sono in gran parte autoctone, quelle varietà che altrove, dove la moda comanda più della memoria, sarebbero già scomparse da tempo.
La Turbiana, certo, protagonista della denominazione più nota, ma anche il Tuchì, sottratto a un’estinzione che sembrava ormai segnata, e poi il Groppello, il Marzemino, la Barbera, un Sangiovese che qui suona quasi come un dialetto.
Tre denominazioni si intrecciano su questo stesso fazzoletto di terra: Lugana, San Martino della Battaglia, Garda Classico, come tre lingue parlate nello stesso paese, ognuna con il proprio accento ma tutte figlie della stessa geografia.
La famiglia Formentini abita questa soglia dal 1917.
Non è una data da calendario, è un filo continuo che si è intrecciato con un’altra storia, quella del marchio HIRUNDO.
Hirundo, la rondine, l’uccello che torna e se ne va scandendo le stagioni, che nidifica ancora oggi su queste colline e che, durante la vendemmia, risale da sud proprio mentre la terra consegna i suoi frutti.
Due storie, una di terra e una di cielo, che si sono fuse in un solo nome e in un solo gesto: restare fedeli a ciò che il luogo sa produrre meglio di ogni altrove.
Luca Formentini cammina questo territorio come si cammina un racconto familiare, non cerca scorciatoie.
Ha scelto di lavorare solo con ciò che qui è nato e cresciuto da sempre, senza importare varietà che appartengono ad altri paesaggi.
Ha scelto di trattare la terra con l’attenzione che si deve a chi conosce segreti antichi, evitando ciò che potrebbe ferirla, limitando il passaggio delle macchine, osservando i cicli invece di forzarli, monitorando l’impronta idrica e del carbonio, affidandosi a metodi naturali, riducendo il peso delle bottiglie…
La sostenibilità qui non è un’etichetta appiccicata, ma un modo di stare al mondo, una continuità che si misura nel tempo lungo delle generazioni
Il podere si trova al centro di ciò che nel 1859 fu teatro di una delle battaglie più cruente delle guerre di indipendenza, tra le torri di Solferino e San Martino.
Oggi quelle torri guardano ancora, ma ciò che scorre tra di loro non è più il sangue dei soldati: è il lento lavoro di chi ha deciso di difendere la quiete, la fauna, la biodiversità e il senso di un luogo che resiste alla fretta.
Camminare tra queste vigne, specialmente all’alba o al crepuscolo, è come entrare in uno di quei racconti in cui il viaggiatore non cerca una meta, ma un ritmo.
Il ritmo delle rondini che tornano, del vento che arriva dalle Alpi, dei gelsi che hanno visto generazioni passare, dei piccoli stagni che riflettono nuvole e rami.
È un luogo che non ha bisogno di dichiararsi speciale.
Basta restare un po’ più a lungo del previsto, ascoltare il silenzio protetto dal divieto di caccia, osservare come la luce scivola sui sassi e sulle foglie, e capire che SELVA CAPUZZA non è soltanto un podere, è una soglia dove la storia, la natura e la cura quotidiana di una famiglia continuano a intrecciarsi, senza clamore, con la stessa pazienza delle colline moreniche che da millenni attendono, e accolgono.
I VINI
Tre tra tanti, tre Lugana che parlano la stessa lingua ma dialetti differenti, occhi diversi per uno stesso Territorio, traduzioni differenti della stessa Storia.
Leggeteli, ma soprattutto…assaggiateli.
– LUGANA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “HIRUNDO” MILLESIMATO 2019: la bottiglia stava lì da settimane, dimenticata dietro un mucchio di libri che nessuno leggeva più.
Quando finalmente la mano e il vetro si incontrarono, questo era freddo e un po’ appannato, come se avesse accumulato silenzio.
Il tappo cedette con un suono sordo, quasi seccato dall’attesa, e uscirono bollicine piccole e precise, metodiche più che festose, quasi avessero aspettato troppo a lungo per permettersi di sprecare energia.
Nel bicchiere il colore era l’oro spento della luce di una stanza che ha chiuso le tapparelle da ore.
Nessuna immediatezza al naso, un silenzio rotto poco dal rumore della crosta di pane raffermo, quella che si spezza con un rumore secco e lascia sulle dita un odore di forno spento da tempo.
Dietro, pietra bianca e fredda, come un sasso raccolto in riva al lago e tenuto in tasca per tutto il pomeriggio.
Poi le mele gialle, quelle un po’ ammaccate che si trovano in fondo al cesto, nell’angolo dove nessuno guarda, dove riposano quelli poco inclini a occupare il gradino più alto del podio.
Dolci e un po’ stufe di aspettare, schive quel tanto da chiedere la compagnia di una pera cremosa e pigra e di una nocciola spezzata in due, il cui odore si mescola a un lievito antico, quasi di cantina abbandonata.
Sotto tutto questo, un filo di erbe secche e di foglie che hanno perso il verde ma non ancora il ricordo della pioggia.
Il sorso non è conquista.
Non bussa, non chiede permesso; altero porta con sé un’acidità sottile che non graffiava ma teneva tutto sotto controllo.
E sulle bollicine, piccole e discrete, educati ospiti che sapevano quando andarsene, la frutta gialla tornava, più matura, e la pera si faceva ancora più densa, mentre la nocciola lasciava una scia leggera e un po’ amara.
C’era sapidità, quella vera, di sasso bagnato e di aria che arriva dal lago quando il vento gira.
Non c’era nulla di teatrale.
Solo una progressione lenta, quasi ostinata, che ti obbligava a prestare attenzione senza mai alzare la voce.
A metà bicchiere qualcosa cambiò.
Il lievito diventò più presente, il pane più scuro, e la pietra sembrò scaldarsi un poco.
Non era evoluzione appariscente, piuttosto un lento svelarsi, come se il tempo passato al buio avesse lasciato impronte che solo adesso diventavano leggibili.
Il sorso conservava tensione ma perdeva rigidità, diventando piuttosto una forma di memoria, di cose tenute a lungo e finalmente liberate.
Quando il bicchiere si svuotò, restò solo un filo di bollicine che salivano ancora, ostinate, e un retrogusto di crosta e di sasso che non voleva andarsene.
Non c’era nostalgia, né trionfo, solo la sensazione di aver ascoltato qualcuno che aveva molto da dire e aveva scelto di dirlo piano, senza fretta, senza bisogno di essere capito subito.
Fuori stava cominciando a piovere, dentro, il bicchiere vuoto sembrava ancora pieno di qualcosa.
90 punti, forse 91 se la pioggia continua.
– LUGANA DOC “SELVA” 2024: si presenta così, senza annunci, senza fanfare, con una luce che pare aver rubato un pezzo di lago.
Una sfida più che un invito.
La prima cosa che il naso percepisce è la quiete.
Niente grida, nessuno sventolio di bandiere.
Racconta di frutti gialli che non hanno fretta di maturare, di una mela che ha deciso di restare un po’ acerba per non perdere il nerbo, di una pesca che si è lavata le mani nel fiume e ha portato con sé un ricordo di pietra bagnata.
Poi, di colpo, l’agguato del vegetale.
Non quello da mazzo di erbe da cucina, ma quello più scuro, più segreto delle foglie che hanno raccolto la rugiada di notte e non l’hanno ancora consegnata al sole, di un filo di erba tagliata che sa di mattina vera, di quella in cui si cammina a piedi nudi e si rischia di calpestare qualcosa di vivo.
C’è anche un’ombra, l’appena di una nocciola arrivato a noi come il rumore del suo guscio rotto.
E sotto, sempre sotto, una traccia di terra umida, di quella che si attacca alle scarpe quando si cammina troppo vicino alla riva.
È un vino che aspetta che tu capisca che la dolcezza non è il punto, che la frutta è solo un pretesto.
Il vero discorso è fatto di contrasti: il succo che vuole essere generoso e la mineralità che lo tira indietro per i capelli, il calore che prova a farti sedere e la freschezza che ti obbliga a restare in piedi.
In bocca è chiaro, quasi spietato nella sua nitidezza.
Non trucco, nessun inganno, solo una linea tesa, un filo di acidità che non graffia ma tiene, e una succosità che non diventa mai pesante.
C’è un ché di fumoso, ma non di camino; è come il ricordo di una pietra che ha preso sole e poi pioggia e ha deciso di tenersi entrambi.
Uno starnuto di pepe di cui l’aria ha conservato l’idea.
E poi, a metà del sorso, si scioglie appena, strizzando l’occhio a una tenerezza tenuta al guinzaglio corto.
Il finale è lungo quanto basta per non dimenticarlo, e corto abbastanza da non annoiarti.
Lascia una scia di erbe e di frutta che non si è ancora arresa e una nota salina che sembra venire da un posto dove l’acqua e la terra si disputano il primato da secoli.
È un vino da conversazione sbilenca, da chiacchiere che chissà dove finiscono.
Un vino che ti guarda storto se lo bevi troppo in fretta e ti sorride se gli dai tempo.
È bottiglia da aprire quando si ha voglia di ricordare che il lago non è solo cartolina, che le rive hanno memoria di piedi che ci hanno camminato sopra e di storie che non sono mai state scritte per intero.
È un vino che chiede di essere seguito, di essere lasciato parlare a modo suo, con quella voce un po’ rauca e un po’ chiara che sa di libertà, con quella voce che vuole essere schiarita con un altro bicchiere, magari solo per dire qualcosa che senso più non ha.
Se fosse una canzone?
Sarebbe indeciso se essere una ballata o di protesta.
89 punti, forse 90 se il tempo continua a trattarlo bene.
– LUGANA DOC “MENASASSO” 2021 RISERVA: in certi pomeriggi che sembrano non finire mai, il bicchiere non è più un bicchiere ma una porta socchiusa.
E da quella fessura esce qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che ti prende per la mano e ti trascina altrove senza chiederti il permesso.
Questo “MENASASSO” è esattamente questo: una porta.
Non una di quelle eleganti, lucidissime, con maniglie di ottone e zerbini ben allineati.
No.
Una di quelle un po’ storte, di legno scuro e nodoso, che scricchiola quando la spingi e che sa di polvere antica e di vento che viene da lontano.
Appena lo avvicini al naso capisci che le gentilezze, qui, “non è camera loro”.
C’è una freschezza quasi insolente, una sorta di vegetale radicato, come se qualcuno avesse appena smosso la terra con le mani nude e ne avesse portato via un po’ di radici, di foglie ancora umide, di quella parte segreta del bosco che conoscono solo gli gnomi dei funghi.
Poi, piano, arriva la frutta, leggera, quasi trasparente, come se fosse stata lavata dalla pioggia di un mattino di fine estate.
Un filo di fumo la sfiora, appena accennato, e accanto a esso qualcosa di tostato, di delicato, che ricorda quei pomeriggi in cui si sgranocchiano nocciole mentre si guarda fuori dalla finestra senza pensare a niente.
E poi il finocchio, o forse è aneto, una nota verde e sottile che ti fa sorridere perché è così fuori posto e invece sta lì, perfetta, come un ospite inatteso che alla fine diventa il più interessante di tutti.
Bevi.
E quando bevi ti accorgi che questo vino non ha nessuna intenzione di farti la corte in modo convenzionale.
Non ti avvolge subito, non ti accarezza.
Ti prende per il collo con una freschezza affilata, una acidità che non è mai aggressiva ma è precisa, chirurgica, e al tempo stesso ti lascia spazio.
C’è sostanza, certo, c’è volume, una sorta di densità che vuole essere presenza ma mai pesantezza.
È come se dentro quel sorso ci fosse un’intera giornata di luce filtrata attraverso le foglie, un’intera giornata di silenzio interrotto solo dal rumore lontano dell’acqua.
E mentre scende, mentre occupa la bocca, senti qualcosa di fumoso, leggermente terroso, quasi fungino, che si posa sulla lingua come una memoria.
Non un ricordo preciso, più un’emozione che non ha nome, qualcosa che sta a metà tra la malinconia e la curiosità.
Il finale è lungo.
Non nel senso banale del termine.
È lungo perché non vuole andarsene, resta lì, un po’ amaro e un po’ dolce, con quella speziatura eterea che sembra arrivare da un cassetto chiuso da anni e improvvisamente riaperto, un finale che ti lascia con la sensazione di aver appena fatto una passeggiata in un posto che non conosci, ma che in qualche modo ti appartiene.
E mentre il sapore si dissolve lentamente, ti ritrovi a sorridere da solo, come se ti avessero appena raccontato una storia un po’ sfacciata e un po’ tenera, una di quelle storie che non si raccontano a voce alta perché troppo “private”.
C’è qualcosa di profondamente irriverente in questo vino.
Non perché cerchi di sorprenderti a tutti i costi, ma perché rifiuta di essere ciò che ci si aspetterebbe.
Non è il bianco “bello e buono” da mettere in tavola per fare bella figura.
È un personaggio, ha carattere, ha un’anima un po’ scontrosa, un’anima che non si fa prendere subito e che, quando finalmente decide di aprirsi, lo fa con una generosità quasi scandalosa.
Ti racconta di un luogo senza nominarlo, di un tempo senza datarlo, di un’emozione senza spiegarla.
E in questo silenzio pieno di suoni, in questa assenza di parole che diventa poesia, capisci perché certi vini non si dimenticano.
Lo bevi e pensi che forse, in fondo, non serve altro.
Non servono etichette troppo chiassose, non servono racconti troppo lunghi, basta questo sorso che ti prende, ti scuote un po’, e poi ti lascia lì, seduto, a guardare il bicchiere vuoto come se dentro ci fosse ancora qualcosa da scoprire.
Perché c’è.
C’è sempre qualcosa da scoprire, quando un vino decide di non farsi capire del tutto, quando sceglie di restare un po’ misterioso, un po’ distante, e proprio per questo irresistibile.
Non chiede di essere amato, si limita a esistere, nella sua austera eleganza, nella sua sostanza che non grida mai.
E tu, quasi senza accorgertene, finisci per innamorartene.
Non di colpo, piano, come si fa con le persone che valgono davvero, quelle che non ti conquistano al primo sguardo, ma che, una volta che le hai conosciute, non riesci più a dimenticare.
E allora alzi di nuovo il bicchiere, anche se è vuoto, e sorridi.
Perché sai già che lo riempirai di nuovo.
E che, ogni volta, sarà come la prima.
Il punteggio?
Dateglielo Voi.
Da bere ascoltando “HEART OF STONE” dei THE ROLLING STONES.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a PODERE SELVA CAPUZZA, GRAZIE a Luca (ma anche a Fabio e a Massimo) per avermi ospitato in un luogo magico, lì dove un lago è tale solo se si guarda una carta geografica e si comporta come un mare che, per una volta, non è rimasto imprigionato nella roccia; lì dove il ghiaccio di un tempo e le pietre che ha scavato finiscono in bottiglie che ne conservano la memoria.
PODERE SELVA CAPUZZA è luce, vento, pazienza, memoria e futuro.
Fateci un salto, ne vale la pena
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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21 Ottobre, 2026
Torre Civette. Stendhal e i fili di Arianna
“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di…” CALA CIVETTE Si, Cala Civette, siamo nel pieno della Maremma Toscana, esattamente nel Comune di Scarlino in provincia di Grosseto. E c’è un mare che mischia il verde smeraldo con il blu cobalto, c’è il vento che muove la macchia mediterranea che più mediterranea non si può, soprattutto c’è la vecchia terrazza che si affaccia su questo paradiso. La terrazza di Torre Civette, antica torre difensiva ricostruita nel 1568 sulle tracce di una fortezza ancora più antica, del 1100 circa. Affacciata sul Tirreno, che sembra dominare dalla cima di un promontorio, immersa nell’area naturalistica delle Bandite, è diventata nel tempo il simbolo di questa costa, capace di far innamorare chiunque mescolando natura e storia, con la fantasia a fare da ponte tra passato e futuro. Ed è quello che è successo ad una facoltosa donna di origini kazake di casa in Grecia, che visitando questi luoghi ha vissuto la sua Sindrome di Stendhal, quella sensazione di smarrimento che si prova quando la bellezza supera ogni aspettativa. C’è tutto! Ci sono anche i sogni. E’ così che nel 2014 iniziano a prender forma, la decisione di acquisire la Torre ed i terreni annessi, con un obiettivo ben chiaro sin dall’inizio: produrre vini di altissima qualità e ristrutturare, oltre alla Torre, un antico casale per trasformarlo in un elegante, raffinato e prestigioso agriturismo. Il primo passo è lo studio del territorio: comprenderne la morfologia, analizzare i suoli e individuare i vitigni più adatti a esprimere il potenziale di queste terre. E se è vero che il talento sta nelle scelte, quelle compiute dichiarano subito l’ambizione del progetto. Al fianco della proprietà arrivano due fuoriclasse del mondo vitivinicolo, l’enologo Riccardo Cottarella e l’agronomo Attilio Scienza che individuano nel Cabernet Sauvignon, nel Cabernet Franc e nello Syrah le tre varietà da cui prende avvio il percorso enologico della Tenuta. Negli anni successivi i vigneti si ampliano con nuovi impianti: Chardonnay, Petit Manseng, Pinot Nero, Sauvignon Blanc, Sémillon e Merlot. La superficie vitata raggiunge così i 35 ettari, di cui 12 destinati alle varietà a bacca rossa e 23 a quelle a bacca bianca. Oggi la gestione enologica è affidata a Marco Tolfa, che prosegue il lavoro in collaborazione con la proprietà, potendo contare ancora sulla preziosa consulenza di Riccardo Cotarella. A tutto questo però manca una cosa, fondamentale: una regia. Una figura che sappia muovere i fili di tutta la tenuta, dell’agriturismo, della cantina, sappia relazionarsi con le istituzioni e con le maestranze, una figura che abbia idee e che sappia realizzarle. Manca Arianna. Arianna Balducci l’abbiamo incontrata la prima volta a Wine Siena 2026 lo scorso gennaio, appassionante nel raccontare i suoi vini in degustazione e nel raccontarci della Tenuta di Torre Civette, capace insomma di renderci curiosi, tanto da spingerci ad organizzare, qualche mese più tardi, una visita in cantina. Così è stato. Un sabato di metà ottobre siamo andati in quel meraviglioso angolo della Maremma Toscana “dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Cala Civette”. Arianna ci accoglie con lo stesso entusiasmo che avevamo conosciuto a Siena e con orgoglio ci guida nelle sale e nelle stanze dell’agriturismo appena completato ed inaugurato alla fine giugno. Bellissimo, curato nei dettagli e perfettamente integrato nel paesaggio, merito di una attenta ristrutturazione che ha saputo rispettare i materiali e l’identità del luogo. La giornata è fresca ma accettiamo molto volentieri l’invito a visitare una parte dei vigneti che circondano la proprietà, e qui si scopre uno scenario da film. La collina si apre a forma di anfiteatro, un vero anfiteatro naturale che abbraccia a destra ed a sinistra la macchia mediterranea, senza nessuna interruzione gli occhi finiscono nel mare e nel cielo, scenografia perfetta per un palcoscenico dove sembra stia per iniziare qualcosa, dove vive quella sospensione, quel trattenere il fiato prima dell’applauso liberatorio che accoglie i protagonisti. Non a caso è uno dei posti preferiti anche di Arianna, che già immagina una struttura panoramica sopraelevata in legno con un grande tavolo, dedicata all’accoglienza degli ospiti e penso che già senta anche sospirare i vari…”Wonderful!”, “Чудесно!”, “Υπέροχο!”, “令人陶醉!”. L’attenzione si sposta poi sulla composizione del terreno, in prevalenza sabbioso ma con una componente ferrosa e minerale notevole, tanto da colorare di rosso i terrazzamenti più alti per sbiadire man mano che si scende verso la cantina, essenziale nella struttura e ricca di fermentini in acciaio e di barrique. A proposito, è tempo di assaggiare il lavoro svolto dai fermentini e dalle barrique. La linea di Torre Civette attualmente è composta da tre etichette in degustazione: un rosato e due rossi. Nel prossimo futuro molto probabilmente saranno affiancati anche da un bianco e da un metodo classico. Civetta in Rosa 2025, è il primo vino che assaggiamo, da uve Syrah, un progetto nato dalla volontà di Arianna, pensato per una coccola in spiaggia con la comodità del tappo a vite. La personalità dell’uva si sente subito e dimostra di essere un vino versatile, come aperitivo servito freddo, con qualche grado in più di temperatura regge molto bene anche la tavola, complice un leggero tannino. Ha carattere, un profumo di rosa canina anticipa la rotondità e la morbidezza del sorso contrapposti ad una fresca acidità che mi porta ad una sensazione di yogurt di fragoline, ai tipici frutti rossi come il ribes e il lampone, ed al pompelmo rosa. Come dicevo piano piano arriva un leggero tannino ed una speziatura acidula di pepe di Sichuan, forse per ricordarci che dopotutto stiamo bevendo uno Syrah, e che con un anno in più sulle spalle non sarebbe in soggezione nemmeno al cospetto di un ricco Cacciucco. Due cose caratterizzano tutti i vini di Torre Civette: la finezza sottile e l’eleganza del sorso donate dalla sabbia abbondante nei terreni e la salinità in chiusura di bocca donata dalla vicinanza del mare. Il primo rosso che ci viene servito è Civetta Brava 2022, blend di Syrah 65% e Cabernet Sauvignon 35%. Dopo la fermentazione divisa tra acciaio piccole botti si eleva per 12 mesi in barrique di primo passaggio e altri 12 mesi in bottiglia. Di solito quando la barrique è di primo passaggio, non lo nego, parto sempre con il freno a mano tirato, mi spaventa. Spesso è troppo invadente e deviante rispetto al varietale dei vini, in Civetta Brava, così come nell’ultimo vino che assaggeremo, mi ha piacevolmente sorpreso. E’ stata usata davvero bene! Al servizio del vino, per esaltazione. La sensazione sia la naso che in bocca è subito di armonia ed equilibrio, dalla violetta alle more, dal fiore di rosmarino alla prugna sunsweet, ad un inizio di terziari che si affacciano, una leggera china nel finale con un po’ di liquirizia e tabacco. Terziari che non vogliono fare i protagonisti, non qui. Lasciano grande spazio alla frutta rossa matura, alle erbe aromatiche e balsamiche, esaltando la facilità di beva e la freschezza di questo vino. Aromi terziari che invece vogliono il palcoscenico nel terzo vino. Torre Civette 2022, Cabernet Franc in purezza. Il percorso di fermentazione e affinamento ripercorre quello di Civetta Brava per un Cabernet Franc che lascia intravedere sviluppi di grande eleganza e struttura. Notevole. A mio avviso ha bisogno ancora di qualche tempo in bottiglia per arrivare all’effetto “WOW”, nel bicchiere dimostra di avere tutte le carte in regola essendo già godibile. Un bellissimo e netto ricordo di mirto, di eucalipto, di rosmarino, di quella macchia mediterranea che intorno alla tenuta accompagna gli occhi ma anche il naso, sorseggiandolo mi torna in mente il colore rossastro del terreno, di ruggine, il tannino è ancora un po’ tattile ma si legge bene la sua eleganza e il suo vigore. E’ un vino completo anche nella trama speziata, noce moscata, pepe nero, alloro, che se la giocano a farsi sentire con il cacao, con una sfumatura fumè ed un inizio di ceralacca. Super! Merita l’attesa. La mattinata è volata via in un attimo, siamo stati molto bene. Ci salutiamo con la promessa di ritornare magari per assaggiare un nuovo vino bianco e un metodo classico, e anche perchè il filo di Arianna ha ancora molte storie da intrecciare qui a Torre Civette. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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su una vecchia terrazza davanti al golfo di…” CALA CIVETTE Si, Cala Civette, siamo nel pieno della Maremma Toscana, esattamente nel Comune di Scarlino in provincia di Grosseto. E c’è un mare che mischia il verde smeraldo con il blu cobalto, c’è il vento che muove la macchia mediterranea che più mediterranea non si può, soprattutto c’è la vecchia terrazza che si affaccia su questo paradiso. La terrazza di Torre Civette, antica torre difensiva ricostruita nel 1568 sulle tracce di una fortezza ancora più antica, del 1100 circa. Affacciata sul Tirreno, che sembra dominare dalla cima di un promontorio, immersa nell’area naturalistica delle Bandite, è diventata nel tempo il simbolo di questa costa, capace di far innamorare chiunque mescolando natura e storia, con la fantasia a fare da ponte tra passato e futuro. Ed è quello che è successo ad una facoltosa donna di origini kazake di casa in Grecia, che visitando questi luoghi ha vissuto la sua Sindrome di Stendhal, quella sensazione di smarrimento che si prova quando la bellezza supera ogni aspettativa. C’è tutto! Ci sono anche i sogni. E’ così che nel 2014 iniziano a prender forma, la decisione di acquisire la Torre ed i terreni annessi, con un obiettivo ben chiaro sin dall’inizio: produrre vini di altissima qualità e ristrutturare, oltre alla Torre, un antico casale per trasformarlo in un elegante, raffinato e prestigioso agriturismo. Il primo passo è lo studio del territorio: comprenderne la morfologia, analizzare i suoli e individuare i vitigni più adatti a esprimere il potenziale di queste terre. E se è vero che il talento sta nelle scelte, quelle compiute dichiarano subito l’ambizione del progetto. Al fianco della proprietà arrivano due fuoriclasse del mondo vitivinicolo, l’enologo Riccardo Cottarella e l’agronomo Attilio Scienza che individuano nel Cabernet Sauvignon, nel Cabernet Franc e nello Syrah le tre varietà da cui prende avvio il percorso enologico della Tenuta. Negli anni successivi i vigneti si ampliano con nuovi impianti: Chardonnay, Petit Manseng, Pinot Nero, Sauvignon Blanc, Sémillon e Merlot. La superficie vitata raggiunge così i 35 ettari, di cui 12 destinati alle varietà a bacca rossa e 23 a quelle a bacca bianca. Oggi la gestione enologica è affidata a Marco Tolfa, che prosegue il lavoro in collaborazione con la proprietà, potendo contare ancora sulla preziosa consulenza di Riccardo Cotarella. A tutto questo però manca una cosa, fondamentale: una regia. Una figura che sappia muovere i fili di tutta la tenuta, dell’agriturismo, della cantina, sappia relazionarsi con le istituzioni e con le maestranze, una figura che abbia idee e che sappia realizzarle. Manca Arianna. Arianna Balducci l’abbiamo incontrata la prima volta a Wine Siena 2026 lo scorso gennaio, appassionante nel raccontare i suoi vini in degustazione e nel raccontarci della Tenuta di Torre Civette, capace insomma di renderci curiosi, tanto da spingerci ad organizzare, qualche mese più tardi, una visita in cantina. Così è stato. Un sabato di metà ottobre siamo andati in quel meraviglioso angolo della Maremma Toscana “dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Cala Civette”. Arianna ci accoglie con lo stesso entusiasmo che avevamo conosciuto a Siena e con orgoglio ci guida nelle sale e nelle stanze dell’agriturismo appena completato ed inaugurato alla fine giugno. Bellissimo, curato nei dettagli e perfettamente integrato nel paesaggio, merito di una attenta ristrutturazione che ha saputo rispettare i materiali e l’identità del luogo. La giornata è fresca ma accettiamo molto volentieri l’invito a visitare una parte dei vigneti che circondano la proprietà, e qui si scopre uno scenario da film. La collina si apre a forma di anfiteatro, un vero anfiteatro naturale che abbraccia a destra ed a sinistra la macchia mediterranea, senza nessuna interruzione gli occhi finiscono nel mare e nel cielo, scenografia perfetta per un palcoscenico dove sembra stia per iniziare qualcosa, dove vive quella sospensione, quel trattenere il fiato prima dell’applauso liberatorio che accoglie i protagonisti. Non a caso è uno dei posti preferiti anche di Arianna, che già immagina una struttura panoramica sopraelevata in legno con un grande tavolo, dedicata all’accoglienza degli ospiti e penso che già senta anche sospirare i vari…”Wonderful!”, “Чудесно!”, “Υπέροχο!”, “令人陶醉!”. L’attenzione si sposta poi sulla composizione del terreno, in prevalenza sabbioso ma con una componente ferrosa e minerale notevole, tanto da colorare di rosso i terrazzamenti più alti per sbiadire man mano che si scende verso la cantina, essenziale nella struttura e ricca di fermentini in acciaio e di barrique. A proposito, è tempo di assaggiare il lavoro svolto dai fermentini e dalle barrique. La linea di Torre Civette attualmente è composta da tre etichette in degustazione: un rosato e due rossi. Nel prossimo futuro molto probabilmente saranno affiancati anche da un bianco e da un metodo classico. Civetta in Rosa 2025, è il primo vino che assaggiamo, da uve Syrah, un progetto nato dalla volontà di Arianna, pensato per una coccola in spiaggia con la comodità del tappo a vite. La personalità dell’uva si sente subito e dimostra di essere un vino versatile, come aperitivo servito freddo, con qualche grado in più di temperatura regge molto bene anche la tavola, complice un leggero tannino. Ha carattere, un profumo di rosa canina anticipa la rotondità e la morbidezza del sorso contrapposti ad una fresca acidità che mi porta ad una sensazione di yogurt di fragoline, ai tipici frutti rossi come il ribes e il lampone, ed al pompelmo rosa. Come dicevo piano piano arriva un leggero tannino ed una speziatura acidula di pepe di Sichuan, forse per ricordarci che dopotutto stiamo bevendo uno Syrah, e che con un anno in più sulle spalle non sarebbe in soggezione nemmeno al cospetto di un ricco Cacciucco. Due cose caratterizzano tutti i vini di Torre Civette: la finezza sottile e l’eleganza del sorso donate dalla sabbia abbondante nei terreni e la salinità in chiusura di bocca donata dalla vicinanza del mare. Il primo rosso che ci viene servito è Civetta Brava 2022, blend di Syrah 65% e Cabernet Sauvignon 35%. Dopo la fermentazione divisa tra acciaio piccole botti si eleva per 12 mesi in barrique di primo passaggio e altri 12 mesi in bottiglia. Di solito quando la barrique è di primo passaggio, non lo nego, parto sempre con il freno a mano tirato, mi spaventa. Spesso è troppo invadente e deviante rispetto al varietale dei vini, in Civetta Brava, così come nell’ultimo vino che assaggeremo, mi ha piacevolmente sorpreso. E’ stata usata davvero bene! Al servizio del vino, per esaltazione. La sensazione sia la naso che in bocca è subito di armonia ed equilibrio, dalla violetta alle more, dal fiore di rosmarino alla prugna sunsweet, ad un inizio di terziari che si affacciano, una leggera china nel finale con un po’ di liquirizia e tabacco. Terziari che non vogliono fare i protagonisti, non qui. Lasciano grande spazio alla frutta rossa matura, alle erbe aromatiche e balsamiche, esaltando la facilità di beva e la freschezza di questo vino. Aromi terziari che invece vogliono il palcoscenico nel terzo vino. Torre Civette 2022, Cabernet Franc in purezza. Il percorso di fermentazione e affinamento ripercorre quello di Civetta Brava per un Cabernet Franc che lascia intravedere sviluppi di grande eleganza e struttura. Notevole. A mio avviso ha bisogno ancora di qualche tempo in bottiglia per arrivare all’effetto “WOW”, nel bicchiere dimostra di avere tutte le carte in regola essendo già godibile. Un bellissimo e netto ricordo di mirto, di eucalipto, di rosmarino, di quella macchia mediterranea che intorno alla tenuta accompagna gli occhi ma anche il naso, sorseggiandolo mi torna in mente il colore rossastro del terreno, di ruggine, il tannino è ancora un po’ tattile ma si legge bene la sua eleganza e il suo vigore. E’ un vino completo anche nella trama speziata, noce moscata, pepe nero, alloro, che se la giocano a farsi sentire con il cacao, con una sfumatura fumè ed un inizio di ceralacca. Super! Merita l’attesa. La mattinata è volata via in un attimo, siamo stati molto bene. Ci salutiamo con la promessa di ritornare magari per assaggiare un nuovo vino bianco e un metodo classico, e anche perchè il filo di Arianna ha ancora molte storie da intrecciare qui a Torre Civette. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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21 Ottobre, 2026
Tenuta di Capezzana. Filippo Contini Bonacossi, il Conte che non possiede la terra
Dalle pergamene dell’804 fino alle sfide dei mercati internazionali, il racconto di Filippo Contini Bonacossi attraversa la storia di Capezzana, una delle più antiche aziende vitivinicole e olivicole d’Italia. Un viaggio tra Carmignano, biologico, famiglia, riconciliazioni e grandi vini come Villa di Capezzana, Trefiano e Ghiaie della Furba.
La terra non è nostra
Sembra una frase già sentita. La terra è in prestito. Dobbiamo averne cura. Si, senz’altro tutto vero. In genere arriva alla fine delle chiacchierate e in genere è decisamente sentita, vera, proveniente dal profondo dell’animo. Parla di rispetto per chi verrà dopo, di chi continuerà il lavoro svolto. È cosi che il vino passa in secondo piano. Non mi era però mai capitato che assumesse un significato di famiglia, ferita, riconciliazione, mercato, giovinezza, paura, futuro, olivi, biologico, figli, fratelli, memoria. Tutte queste cose insieme. La frase è di Filippo Contini Bonacossi che la pronuncia quasi senza enfasi, con naturalezza. Una sorta di stanco distacco che appartiene soltanto alle persone che pronunciano verità assimilate lentamente, un pezzo dietro l’altro. Filippo è un Conte che possiede queste terre da generazioni. Ecco, la frase suona decisamente in maniera diversa.
Eppure, mi è rimasta addosso come quelle battute dei film che non sai nemmeno perché, ma continuano a tornare. Il principio non scritto di chi ha capito che “possedere“, per una tenuta come Capezzana, sarebbe un verbo troppo povero, quasi volgare. Una terra così non si possiede. Si attraversa. Si ascolta. Si governa per un tratto minuscolo di strada, sapendo che prima di te ha visto passare imperatori, papi, mercanti, contadini, famiglie nobili, guerre, vendemmie, lutti, eredità, stagioni generose e annate capaci di piegare le ginocchia.
Capezzana non comincia con Filippo e non finirà con Filippo. Non comincia nemmeno con i Contini Bonacossi. Nell’804 dopo Cristo una pergamena conservata all’Archivio di Stato di Firenze citava già vigne, boschi e oliveti sulle colline di Capezzana, mentre l’Europa provava ancora a darsi una forma sotto l’ombra carolingia. Prima ancora del marchio, prima delle etichette, prima delle guide, prima delle classifiche, quella collina aveva già scelto la propria lingua: vite, olivo, bosco, respiro.
Capezzana ha un documento che la mette come la più antica azienda di produzione vitivinicola e olivicola ancora in attività.
Il resto è storia, ma non quella che resta chiusa nei libri. Storia agricola. Ostinata, concreta, meno disposta alla retorica. Nel 1716 il Bando di Cosimo III de’ Medici inserisce Carmignano tra le aree toscane più vocate al vino, anticipando di secoli l’idea moderna di tutela dell’origine. Una vera dichiarazione di identità che eleva Carmignano molto prima che il mondo imparasse a pronunciare la parola denominazione.
I Contini Bonacossi arrivano nel Novecento con Alessandro e Vittoria portando dentro Capezzana una storia che non appartiene soltanto al vino, ma anche all’arte, alla bellezza, al collezionismo, a quella borghesia aristocratica capace di trattare un dipinto come un’eredità spirituale e una vigna come un organismo vivente. Alessandro e Vittoria furono grandi collezionisti tanto che una parte fondamentale della loro raccolta è oggi nota come Donazione Contini Bonacossi, custodita agli Uffizi. Un dettaglio che spiega già molto di come i Contini Bonacossi abbiano sempre avuto a che fare con la custodia. Prima le opere d’arte. Poi la terra. Sempre qualcosa che non può essere ridotto al semplice possesso o al mero utilizzo personale.
Filippo non entra però in questa storia dalla porta monumentale. Non si presenta come il Conte consapevole del proprio blasone. Non recita la parte dell’erede predestinato. Non indossa il passato come un mantello. Si, lo so, tante negazioni ma sono tutte utili a far comprendere come il racconto che mi consegna è ruvido, umano, vero. Lascia tutto, davvero tutto, da parte e si apre.
Lo stemma sta chiuso in un cassetto. Quello che conta è la terra, non il blasone.
È il settimo di sette fratelli, l’ultimo arrivato, quello che nella logica delle grandi famiglie di un tempo, dovrebbe osservare più che comandare. Invece il padre Ugo lo individua presto, forse per quell’energia imprenditoriale che gli riconosce, forse per una forma di intuizione paterna che appartiene alle decisioni definitive, quelle che non fanno rumore subito ma cambiano il destino di tutti.
Mio padre aveva una predilezione per me, mi vedeva più adatto alla guida, con più spirito imprenditoriale. Ma quella scelta non mi ha fatto un gran servizio. Mi ha scaricato addosso una serie di problematiche e responsabilità.
Lucidità, concretezza, nessun lamento. Filippo sa di aver ricevuto un privilegio, ma ne conosce anche il prezzo nascosto. La successione, nelle famiglie, non è mai soltanto una questione di ruoli. Somiglia piuttosto a quei passaggi di Shakespeare in cui il sangue, la proprietà e l’amore finiscono per confondersi. Re Lear non è mai troppo lontano quando una famiglia deve decidere chi porterà avanti il regno, anche se il regno, questa volta, ha il profilo gentile delle colline di Carmignano.
La scelta del padre non può che creare una frattura con Vittorio, il fratello maggiore. Tecnico, vinificatore, uomo di valore. Filippo ne parla con rispetto, mai con durezza. Racconta gli anni di tensione, l’uscita di Vittorio da Capezzana, il lavoro a Trefiano, poi il ritorno, la ricucitura, la maturità che poco alla volta sostituisce l’orgoglio. Ascoltandolo è veramente il punto più commovente della sua storia. Non il successo aziendale, non la crescita sui mercati, non la modernizzazione. È la riconciliazione. Ogni azienda familiare ha una contabilità visibile e una invisibile. La prima misura fatturati, ettari, bottiglie. La seconda misura silenzi, incomprensioni, telefonate non fatte, cene difficili, abbracci rimandati.
Filippo le ha vissute entrambe ed è per questo oggi parla di Capezzana senza arroganza. La sua non è la voce di chi ha vinto una battaglia dinastica, ma quella di chi ha capito che salvare un’azienda significa anche salvare, quando possibile, le persone che l’hanno ferita e amata insieme.
Una famiglia, una villa, un vino che ha imparato a durare
Capezzana non è mai soltanto cantina. È una casa larga, piena di persone, intuizioni, sorelle, nipoti, figli, operai, vigne, olivi, mercati da aprire e mercati che si chiudono. Beatrice e Benedetta entrano spesso nel discorso non come figure laterali, ma come presenze decisive. La famiglia, oggi, porta avanti la tenuta insieme alla nuova generazione, in un passaggio che unisce quarta e quinta generazione.
Villa di Capezzana (2021) è il vino simbolo dell’azienda e ce ne accorgi quando la voce di Filippo cambia ancora. L’etichetta storica ha compiuto cento anni ha in sé qualcosa che supera la bottiglia. È uno di quei vini che non sembrano nascere per impressionare, ma per restare. Il Sangiovese gli dà la spina dorsale, il Cabernet gli aggiunge profondità, Carmignano gli offre quella singolare matrice storica nella quale l’incontro tra autoctono e “uva francisa” non è moda recente, ma memoria antica.
È il vino che ci rappresenta anche quando non lo beviamo noi. Deve essere sempre riconoscibile.
Villa di Capezzana (Sangiovese, Cabernet con 50% affinato in tonneaux per 12 mesi e 50% in botte per 16) è infatti esente da effetti speciali. Si muove nel calice con passo sicuro, quasi educato, lasciando emergere ciliegia scura, arancia sanguinella, tabacco gentile, erbe aromatiche. Un soffio balsamico riporta immediatamente alle colline e una trama tannica cerca di non dominare accompagnando tutto il sorso. Sembra un vino di portamento, non di posa. Fa pensare a quelle figure che entrano in una stanza dove ci sono tante altre persone provocando un immediato ammutolimento. Nel suo equilibrio vive forse la parte più classica di Filippo: il rispetto del nome, la consapevolezza della storia, la volontà di non tradire ciò che gli è stato consegnato.
La versione “10 anni” di Villa di Capezzana, nata dall’intuizione di Beatrice, aggiunge un elemento quasi sentimentale al racconto. Filippo spiega che mettere da parte alcune migliaia di bottiglie e riproporle dieci anni dopo serve a dimostrare la longevità del vino e a offrire alla ristorazione un’annata già matura. Ma dietro la ragione commerciale io sento qualcosa di più delicato: la scelta di concedere al vino il diritto di diventare adulto prima di essere chiamato a parlare.
Barco Reale di Carmignano DOC 2023
Il Barco Reale (Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Canaiolo con affinamento in botti di rovere per 6/8 mesi) non ha alcuna ambizione di occupare il centro della scena. La sua forza è la naturalezza, quella della dimensione quotidiana che per secoli lo ha reso essenzialmente compagno della tavola e sulla tavola.
Ecco che il Barco Reale sa di buono già nel calice. Sa che se vuol essere un compagno di pasto deve accompagnare nella piacevolezza. È per questo che nel calice si apre su profumi di ciliegia croccante, melograno, lampone, petali di viola e una sottile vena speziata che non si permette mai di coprire il frutto senza. C’è luminosità, dinamismo. Vita. Il sorso ha in sé dunque sprigiona una energia tipica delle giornate di fine estate, quando le vigne sono ancora verdi e l’aria comincia ad indicare come la vendemmia sia vicina.
Si beve con naturalezza grazie anche al sostegno di una freschezza che invita continuamente a tornare al calice. Dietro quella immediatezza si percepisce però il carattere di Carmignano, fatto di equilibrio, misura e profondità. Ogni elemento trova il proprio posto senza cercare protagonismi.
È il vino delle tavole rumorose, delle bottiglie che si svuotano mentre la conversazione prende direzioni impreviste, delle cene alle quali nessuno aveva pensato di assegnare un orario di chiusura. Un vino che accompagna le persone anziché chiedere di essere accompagnato.
Non è semplice semplicità ma la filosofia stessa che guida Capezzana da generazioni: rispettare ciò che la terra offre e raccontarlo con sincerità. Per questo il Barco Reale 2023 riesce a essere molto più di un vino d’ingresso. È il primo sorriso con cui Capezzana accoglie chi entra nella sua storia.
Trefiano 2021, ovvero il fratello ritrovato
Fra tutti i vini, Trefiano (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo affinato per 18 mesi in tonneaux) è quello che più somiglia a qualcosa nascosto, celato, non detto per anni. Nasce da Vittorio, nel 1979, come cru di Carmignano portando con sé la storia di un luogo, di una villa, di vigne dalle esposizioni e dai suoli differenti, capaci di generare un blend naturale di grande complessità.
Trefiano non può essere soltanto questo. Deve diventare il vino della ferita e del ritorno. Perché quando Filippo parla di Vittorio, occorre capire che quel vino porta dentro qualcosa che nessuna scheda tecnica potrà mai registrare. Porta dentro la distanza tra due fratelli, l’orgoglio di entrambi, il talento di Vittorio, la scelta del padre, gli anni difficili e infine la possibilità, non scontata, di ritrovarsi.
Quando lo bevo penso sempre a lui, a quegli anni.
Non c’è da aggiungere altro
Nel calice Trefiano ha una profondità diversa da Villa di Capezzana. Il frutto è più scuro, il passo più raccolto, la materia più introspettiva. Frutti rossi maturi, spezie dolci, liquirizia, una traccia di vaniglia e un finale persistente appartengono al suo profilo più riconoscibile. Ma oltre la descrizione tecnica, Trefiano possiede una gravità emotiva. Sembra parlare più lentamente, come chi ha atteso molto prima di dire la cosa giusta. Il tannino non aggredisce, accompagna. La speziatura non copre, ricama. Il finale resta lungo, quasi meditativo. Bevendolo, o anche soltanto raccontandolo, viene naturale pensare che alcune riconciliazioni non cancellano il passato, ma gli danno finalmente una forma sopportabile.
Ghiaie della Furba 2021, la libertà senza travestimenti
Filippo non ama il termine Super Tuscan. Lo trova antipatico. Anche io per quel che può contare. La definizione è più del mercato che dell’anima. Meglio parlare di vini in libertà così da restituire a certe bottiglie una sorta di possibilità creativa che non è imposta ma è frutto della ricerca di una strada propria,. Non per moda ma per necessità.
Sono quei vini in libertà che grandi uomini del vino hanno creato negli anni Sessanta e Settanta per rilanciare il vino di qualità toscano, tristemente noto per il fiasco.
Ghiaie della Furba nasce nel 1979 da un’idea di Ugo e Vittorio Contini Bonacossi con l’intento di produrre a Carmignano un vino da uvaggio bordolese. Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah (con affinamento in barrique per 18 mesi) si incontrano in un vino di materia, volume, tannino dolce e fitto, lungo retrogusto fruttato e speziato.
Nel racconto, però, Ghiaie della Furba deve restare un vino di passo largo. Ha una complessità che è forza. Non bruta però anche se corre il rischio di ogni vino potente: dimenticare la terra da cui nasce. Nel bicchiere il rosso diventa quasi impenetrabile, il frutto vira verso mora, ribes nero, prugna, poi arrivano spezie, tabacco, cacao, una nota balsamica che impedisce alla ricchezza di farsi pesante. È un vino che potrebbe facilmente scegliere la via della muscolatura, ma preferisce la profondità. Galoppa, sì, ma non perde il sentiero.
In un certo senso, Ghiaie della Furba è il lato più imprenditoriale di Filippo. La capacità di leggere il mercato, di aprire rotte, di cercare Oriente quando l’America rallenta, di capire che un’azienda storica non sopravvive ripetendo se stessa all’infinito. La tradizione, se resta ferma, diventa una stanza chiusa. Se invece cammina, diventa destino.
Ugo Contini Bonacossi, il Sangiovese del contadino nobile
Nato nel 2013, è il più giovane delle etichette di Capezzana e insieme il più personale: un Sangiovese in purezza (con 18 mesi di barrique) dedicato non a un’annata o a un cru, ma a un uomo. Nasce dalla vigna Viticciana, disegnata e piantata da Ugo Contini Bonacossi, il padre che per primo, nel dopoguerra, trasformò Capezzana da fattoria mezzadrile in azienda moderna. Fu lui a voler i filari interrotti da due strade a giropoggio, in contropendenza, per incanalare l’acqua piovana e proteggere la terra dall’erosione e a bordarli di rose scelte e curate da lui stesso, annaffiate a mano ogni estate. In etichetta restano le sue iniziali, le stesse che faceva incidere sul proprio bicchiere personale. Ecco perché rappresentano un dettaglio che trasforma la bottiglia in un piccolo monumento privato prima ancora che in un vino da carta. Vendemmiato a mano a fine settembre e affinato diciotto mesi in barrique prima di ulteriori mesi di bottiglia, si presenta di un rosso rubino intenso, con un profumo elegante e persistente di viola mammola, tabacco Kentucky, frutta rossa e un tocco di spezie. Sembra barocco nella sua ricchezza ma è più schietto di molti altri che non lo dichiarano. Al palato il tannino è setoso, avvolgente, ben integrato, con una vena dolce che non può che ricordare quella energia solare diuna vita lunga e fiera di contadino nobile. L’ho trovato un vino rusticamente nobile che accompagna il pasto. Forse qualunque cosa ci sia sulla tavola.
Vin Ruspo, l rosato, la leggerezza presa sul serio
Il Rosato di Capezzana (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo) merita uno spazio non laterale, perché in un racconto come questo la leggerezza non va confusa con la semplicità povera. Filippo parla molto dei giovani, del prezzo del vino, della ristorazione che ha spesso trasformato la bottiglia in un oggetto intimidatorio, dei calici venduti a cifre che allontanano più che avvicinare. Parla di convivialità perduta, di nonni che compravano damigiane, di bottiglie a tavola, di pane vino e zucchero; parla di una generazione cresciuta con il vino come presenza quotidiana e di ragazzi che oggi non rifiutano il vino in sé, ma il linguaggio che troppo spesso lo circonda.
È il vino più povero e più vero che abbiamo. Bisogna raccontarlo prima che si perda anche il nome.
Il rosato, allora, diventa una chiave. Non perché sia facile, ma perché può essere accessibile senza diventare banale. Nel bicchiere il Vin Ruspo sembra raffigurare il movimento: melograno, ribes, arancia rosa, una vena agrumata e un finale agile, teso, quasi salino. Non ha bisogno di essere vestito da vino estivo per avere senso. Funziona perché è come se restituisse al bere una componente di naturalezza. Quella che Filippo vorrebbe riportare al centro: un vino capace di stare vicino alle persone, non sopra di loro.
Monna Nera, la donna che apre la porta ai giovani
La storia di Monna Nera Bonaccorsi merita un romanzo. Filippo la dipinge come una figura potentissima: nel 1475, rimasta vedova, inizia a gestire la proprietà con un senso imprenditoriale sorprendente. Bello pensare che si sia scelta proprio una donna del Quattrocento per parlare ai giovani. La vera intelligenza narrativa sta in Monna Nera che dimostra come certe qualità che oggi racchiuderemmo nelle parole Vision e Leadership esistevano già quando nessuno aveva bisogno di nominarle in inglese. Una vedova che prende in mano una proprietà nel 1475 non è un dettaglio, non è scontato, non è solito. È però una dichiarazione di forza.
La linea Monna Nera nasce allora per riavvicinare le nuove generazioni al vino attraverso un racconto più semplice, prezzi più accessibili, possibilità di servizio al calice, minore distanza psicologica.
Eppure, proprio in questa apparente semplicità, si intuisce una domanda enorme: come si può custodire una storia lunga dodici secoli senza trasformarla in un museo? Filippo prova a rispondere così. Con un vino che non chiede curriculum. Con una bottiglia che può stare su un tavolo di ragazzi senza pretendere riverenza. Con un nome antico e un passo nuovo.
Il biologico, un gesto d’amore
Quando la conversazione scivola sul biologico, Filippo diventa un uomo di campo. Non parla per slogan, non idealizza in modo ingenuo, non nega la fatica. Nel 2023, racconta, Capezzana ha perso quasi il cinquanta per cento della produzione. La scelta biologica non è una passeggiata estetica tra fiori e farfalle. È rischio, competenza, tempestività, capacità di accettare che la natura non firmi contratti di garanzia.
La sua idea di biologico porta il discorso oltre la certificazione. Racconta la differenza tra togliere e aggiungere. L’agricoltura convenzionale, dice, spesso vive nella logica del levare: togliere erbe, togliere insetti, togliere tutto ciò che disturba. Il biologico, nella sua visione, lavora invece per riempire il sistema di ciò che è buono: sovesci, sostanza organica, insetti utili, vita.
È una differenza splendida anche fuori dalla vigna. Eliminare il fastidio, semplificare, sterilizzare, rendere tutto più controllabile. Questa è la semplicità richiesta dal progresso. Ma Filippo, al contrario, accetta la complessità. Sa che un vigneto vivo è meno obbediente, ma più espressivo. Sa che la terra, quando non viene trattata come una superficie da sfruttare, cambia colore, consistenza, voce. «Scricchiola», «Lievita.» Immagino come questa parola, lievita, sia una delle più belle che si possano usare per descrivere un suolo.
È come ti parla la terra, come scricchiola il terreno, come lievita, come cambia di colore. È un’emozione.
Lievita la terra quando torna viva. Lievita un vino quando smette di essere banalmente prodotto diventando racconto. Lievita una famiglia quando riesce a superare le proprie fratture.
L’impresa, la forma di responsabilità
Filippo non è soltanto un uomo della terra. È anche un imprenditore lucido. Sarebbe un errore addolcire troppo il suo ritratto trasformandolo in un custode romantico chiuso nella contemplazione delle vigne. Lui parla di mercati, di Cina, Corea, Filippine, India, America che forse non tornerà ai numeri di un tempo. Parla della crisi della ristorazione, del calo dei consumi, della necessità di avere vini con rotazione, prezzi sostenibili, letture più immediate.
La sua sensibilità sta proprio in questo equilibrio. Da un lato il documento dell’804, dall’altro il by the glass. Da un lato Cosimo III, dall’altro TikTok. Da un lato le pergamene, dall’altro un rosso da bere fresco per avvicinare i ventenni. Qualcuno potrebbe leggerla come contraddizione. Io la leggo come intelligenza. Perché custodire non significa congelare. Custodire significa capire quali parti del passato devono rimanere intatte e quali devono trovare una lingua nuova per non morire.
Filippo ha preso un’azienda familiare e l’ha condotta attraverso decenni complicati, mantenendola in mano alla famiglia in un tempo in cui molte realtà storiche hanno cambiato proprietà. Ha sviluppato l’olio, rinnovato frantoi, investito sull’ospitalità, ampliato i mercati, creduto nel biologico, valorizzato le selezioni massali, accettato di condividere la guida con la nuova generazione. Non tutto sarà stato perfetto
Se uno tornassi indietro farebbe sicuramente qualcosa meglio.
Ecco una frase che lo rende ancora più credibile. Qualora ve ne fosse bisogno.
Gli uomini troppo sicuri non mi hanno mai convinto. Preferisco quelli che portano addosso qualche dubbio, qualche rimpianto, qualche esitazione trattenuta. Il dubbio, quando non diventa paralisi, è una forma alta di responsabilità.
L’uomo dietro il Conte
Alla fine, ciò che resta di Filippo Contini Bonacossi non è il titolo, il Conte o il blasone. Non è quel cognome lungo, importante, quasi cinematografico. Resta un uomo che faceva fermentare femminelle in damigiana già a dodici anni
Una roba orribile
Ma un orribile che offriva l’attrazione misteriosa per quel mondo.
Resta un figlio scelto dal padre troppo presto, forse troppo bruscamente. Resta un fratello che ha attraversato una frattura e ha cercato di ricucirla. Resta un imprenditore capace di leggere mercati lontani senza perdere il contatto con il colore della terra. Resta un padre che non vuole imporre ai figli la stessa investitura ricevuta. Resta un uomo che lavora oltre l’orario, finché la moglie lo chiama chiedendo se torni.
Una normalità che è bellissima. Perché la nobiltà vera, se esiste ancora, non sta nello stemma. Sta nel modo in cui una persona tratta ciò che gli è stato affidato. Una vigna. Un fratello. Un operaio. Un figlio. Un paesaggio.
Capezzana, dopo aver attraversato più di dodici secoli, continua ad avere bisogno di uomini così. Non perfetti, non monumentali, non scolpiti nel marmo. Uomini capaci di sbagliare, imparare, insistere, cambiare linguaggio, difendere una terra senza trasformarla in una reliquia. Filippo appartiene a questa categoria rara: quelli che sanno che il passato non va adorato, ma accompagnato. Con rispetto. Con fatica. Con amore.
La terra non è nostra. Ce l’abbiamo in prestito. Mi sembra quasi il contrario esatto del nostro tempo, così affamato di possesso, visibilità, dominio, prestazione. Filippo, invece, parla di prestito. Una parola mite, fragile, temporanea. Una parola che obbliga alla cura.
Forse Capezzana è proprio questo: un prestito lungo più di mille anni, passato di mano in mano, di famiglia in famiglia, di generazione in generazione. Filippo Contini Bonacossi, con le sue sicurezze e le sue inquietudini, con la sua energia e la sua cautela, con la sua capacità di fare impresa senza smettere di ascoltare il terreno, ne è oggi uno dei custodi più credibili.
Non perché abbia ereditato la storia. Ma perché ha scelto, ogni giorno, di non tradirla.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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20 Ottobre, 2026
Champagne Experience. Bologna capitale temporanea delle bollicine d’Oltralpe
Domenica 4 e lunedì 5 ottobre, all’interno di BolognaFiere, si è svota la nona edizione di Champagne Experience, l’evento diventato ormai il mainstream del settore per tutti i professionisti e gli amanti delle bollicine più famose al mondo. Promosso e organizzato da Excellence srl Società Italiana Distributori e Importatori, Champagne Experience riunisce ogni anno importatori, grandi maison e piccoli vigneron, per orchestrare un viaggio tra centinaia di champagne, Master Class e dibattiti.
Si è da poco conclusa la nona edizione di Champagne Experience, l’unica kermesse italiana interamente dedicata alle bollicine simbolo di festa, lusso e convivialità. Organizzata da Excellence srl, Società Italiana Distributori e Importatori, l’appuntamento del 2026 ha ospitato 125 espositori e oltre 600 etichette, suddivise tra grandi maison e piccoli vignerons, contraddistinti da colori differenti in base alle zone di provenienza.
Quattro grandi aree, dunque, hanno scandito il percorso dei visitatori: la Montagne de Reims, la Côte de Bar, la Côte des Blancs, le maison classiche e la Vallée de la Marne.
La Champagne, tra nuovi stili di consumo e cambiamenti climatici
Camminando tra i banchi d’assaggio, si ha un po’ la sensazione che la Champagne stia vivendo un paradosso affascinante. Da un lato, resta la costante della geologia dei suoli: il gesso (craie) della Côte des Blancs che imprime una lama salina capace di verticalizzare lo Chardonnay; o i terreni più pesanti della Montagne de Reims e della Vallée de la Marne, dove Pinot Noir e Meunier acquisiscono una spalla acida e un’ampiezza che rendono la bevuta opulenta e longeva.
Dall’altro lato, però, c’è lo spettro del cambiamento climatico. Il dibattito latente tra i tavoli dei produttori ha riguardato quindi la gestione agronomica del Climate Change. Il riscaldamento globale favorisce maturazioni fenoliche un tempo impensabili, riducendo la necessità di dosaggi zuccherini elevati (da qui il boom commerciale degli Extra Brut e dei Pas Dosé). Sul fronte opposto, mette a rischio la freschezza propria dello Champagne. La sfida per i viticoltori è, pertanto, quella di gestire la vendemmia anticipata con una precisione maniacale in pressatura, per evitare l’estrazione di tannini amari, e seguire minuziosamente l’affinamento in cantina.
Gli assaggi, tra scoperte e conferme
Jardinot 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (80% Pinot Noir, 20% Chardonnay). Un Blanc de Noirs radicale e magnetico. Vinificato interamente in legno senza compromessi, è un concentrato di sale, piccoli frutti rossi croccanti e spezie bianche. Il sorso è verticale, asciutto, sorretto da un’acidità affilata che esalta un finale gessoso e di grandissima persistenza. Per chi cerca la Champagne identitaria, dinamica e senza trucco.
De quoi te méles tu? 2022 Brut Nature – Amaury Beaufort (100% Pinot Noir). Il Blanc de Noirs “naturale” secondo la nuova avanguardia dell’Aube. Vinificato senza alcuna aggiunta di anidride solforosa, è una cuvée di spiccata tensione gastronomica. Il sorso si muove sinuoso tra volume e un’acidità croccante e scalpitante, chiudendo su cenni sapidi profondi e note di piccoli frutti rossi ed erbe spontanee. Radicale, affilato e di ragguardevole dinamicità espressiva.
Sous Larrey 2019 – Rémi Leroy (100% Chardonnay). L’eccezione che conferma la regola della Côte des Bar. Un Blanc de Blancs d’avanguardia, vinificato in pièces per esaltare il volume senza snaturare la purezza del frutto. La 2019 regala una polpa vibrante di mela cotogna e cenni di pasticceria, sostenuta da una freschezza quasi citrica e da un finale sapido, asciutto e verticale. Un millesimato di indiscusso spessore gastronomico, pensato per tavoli che esigono precisione sartoriale ed espressiva.
Terre d’Origine Extra 2018 – Erick Schreiber (68% Pinot Nero, 20% Chardonnay, 12% Pinot Meunier). Una cuvée d’autore che esalta l’equilibrio di un’annata ricca. L’impronta biodinamica di Schreiber si traduce in un sorso di carattere: se al palato è ampio, giocato su note di mela cotogna, pan brioche e gesso umido, la bevuta è verticale, tesa e vibrante. Uno spumante incisivo, per chi ama la pulizia espressiva del terroir kimmeridgiano.
Les Marnes Blanches Nature S.A. – Jeaunaux-Robin (100% Chardonnay). Uno Chardonnay che devia dai codici della vicina Côte des Blancs. Nella Vallée du Petit Morin, culla del Meunier, Cyril Jeaunaux estrae un Blanc de Blancs di affascinante austerità da un suolo di marne calcaree e selce. La scelta di evitare la malolattica e il passaggio in legno esausto imprimono un profilo tagliente, quasi fumé. Al naso l’agrume amaro e la pietra focaia si fondono a cenni erbacei fini. La bevuta è dritta, tesa e pervasa da una spina sapido-minerale che invita al sorso successivo. Rigore assoluto per palati tecnici.
Les Danaides S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Un’interpretazione del Meunier di rara personalità, figlio di un micro-domaine di soli 0,64 ettari a Vandières. Les Danaïdes nasce da una réserve perpétuelle affinata in legno esausto, raramente colmato, per permettere al vitigno di impreziosirsi di una finissima complessità ossidativa. Lontano dallo stereotipo del Meunier, il sorso rivela una trama tesa, polposa, ricca di agrume candito, spezie ed erbe officinali. Uno Champagne di grande spessore gastronomico, dedicato ai collezionisti di rarità territoriali.
Les Songes S.A. – Villa Bon Accueil (100% Pinot Noir). Ottenuto da una rigorosa selezione parcellare e vinificato interamente in barrique, questo Extra Brut gioca magistralmente sulla corda dell’ossidazione controllata e della rotondità espressiva. Il sorso è denso, pâtissier, ricco di spunti minerali iodati e piccoli frutti, ma serrato da un finale asciutto e di grande precisione geometrica. Una sartorialità che esalta il lato più nobile della Marna.
Castille Premier Cru Rosé Extra Brut – Colin (90% Chardonnay, 10% Pinot Noir). Un rosé contemporaneo guidato dallo Chardonnay (90%) del terroir calcareo di Vertus, rifinito da un 10% di Pinot Noir in rosso. La cifra stilistica di questa cuvée risiede nell’uso magistrale della réserve perpétuelle dal 2004, che stratifica il sorso senza intaccarne la tensione. La bevuta è infatti cremosa ma affilata da una freschezza vibrante, con ritorni di piccoli frutti rossi ed erbe officinali che sfociano in un finale sapido, pulito e di grande persistenza. Un Rosé da spina dorsale bianca.
Saignée des Terres Amoureuses 2015 – Bertrand-Delespierre (100% Pinot Noir). Evocativo. Estratto per alzata di cappello e affinato per 7 anni in cantina, questo Extra Brut si distanzia dai rosé classici per rivendicare una vinosità profonda e una struttura tridimensionale. Al palato unisce cenni di ribes, rabarbaro e spezie scure a una spalla acido-sapida affilata che rende la persistenza quasi infinita. Ideale per chi cerca la Champagne dei vignerons vecchio stampo.
L’inattendue Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (100% Pinot Meunier). Il volto verticale e identitario del Meunier di collina. Un Blanc de Noirs che rinuncia ai dosaggi rassicuranti per mettere a nudo il suolo calcareo. Al palato, esprime una polpa fragrante, bilanciata da un perlage cremoso e da un’acidità citrica sferzante. Chiude su cenni iodati, di frutta bianca matura e piccoli abbrivi agrumati. Uno Champagne gastronomico in equilibrio tra spessore e pulizia di beva.
Grande Reserve Extra Brut S.A. – Domaine Lagille (1/3 Chardonnay, 1/3 Pinot Noir, 1/3 Pinot Meunier). Affinato per 60 mesi sui lieviti e dosato al minimo, è un blend paritario di indiscutibile spessore gastronomico. L’attacco al palato è cremoso, ampio, ricco di rimandi di piccola pasticceria, burro fresco e frutta bianca matura, ma lo sviluppo è serrato da una sapidità persistente. Una certezza assoluta per la mescita qualificata e la ristorazione d’autore.
Colection Terroir Meunier 2021 – Sylvie Moreau (100% Pinot Meunier). Una micro-cuvée da millesimo unico che gioca sulla corda della tensione più estrema, patrimonializzando un’annata poco felice. L’ingresso al palato è dominato da una polpa fragrante e fragolina di bosco, immediatamente rinvigoriti da una verve agrumata affilata e da una chiusura salina persistente. Un Meunier nudo e profondamente territoriale.
Edition n°6 Collection Privée 2011 – Sylvie Moreau (50% Pinot Noir, 50% Chardonnay). Lo Champagne inteso come haute couture. L’Edition n°6 celebra il millesimo 2011 attraverso un blend paritario di Pinot Noir e Chardonnay, affinato sui lieviti per oltre dieci anni. La lunga sosta regala una complessità terziaria magnetica: l’olfatto si muove tra nuances di pera matura, abbrivi balsamici, sottobosco e note tostate. In bocca, è elegantemente opulento, sorretto da una freschezza quasi austera che chiude su un registro minerale assai persistente. Una cuvée matura, cerebrale e di rara reperibilità.
Scenari di mercato: lo Champagne asset rifugio
La Champagne Experience stimola sicuramente a riflessioni di differente tenore, offrendo uno spaccato chiaro e variegato del mondo del vino, protagonista di una fase di profonda polarizzazione. Se i vini di massa soffrono una contrazione strutturale dei consumi, lo Champagne dimostra invece una resilienza anti-ciclica unica, comportandosi quasi come un bene rifugio.
Il mercato italiano si conferma il quinto Paese importatore a livello globale per volume, ma tra i primissimi per valore medio a bottiglia. Il consumatore italiano sembra non più interessato alla mera “bollicina delle feste”, e inizia a preferire l’identità del singolo lieu-dit, la parcellizzazione esasperata, la filosofia biologica o biodinamica del piccolo recultant.
L’evento di Bologna ha sancito quindi questo cambio di paradigma. Lo Champagne non è più semplicemente un calice da bere, ma una etichetta da studiare, decodificare e, perché no, collezionare.
Manuela Mancino – Senza etichetta
Su Instagram è @manuela.mancino.31
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20 Ottobre, 2026
ABC della degustazione con L'Avventura
Da un’idea nata davanti a un bicchiere di vino fino a una cantina da 65.000 bottiglie l’anno. A Piglio, Stefano e Gabriella hanno trasformato L’Avventura in un progetto che unisce Cesanese, Passerina, agricoltura organico-rigenerativa e inclusione sociale, dimostrando come il vino possa diventare strumento di relazione, territorio e felicità condivisa.
La storia che racconto oggi è nata in modo semplice, davanti a un bicchiere di vino e a un panorama.
Stefano e Gabriella erano seduti sulla terrazza di quella che, qualche anno più tardi, sarebbe diventata la loro casa. Sorseggiando un calice guardando i vigneti intorno, hanno pensato di provare a fare il vino. Una di quelle idee che arrivano leggere, quasi per gioco, e che poi, piano piano, iniziano a prendere posto nella vita.
Era il 2015 quando ad agosto comprarono il primo terreno. Poco dopo scoprirono di avere pochissimo tempo per utilizzare i diritti di impianto disponibili: serviva costituire l’azienda agricola in appena quarantotto ore. Sulla strada per il notaio, dentro quella corsa contro il tempo, nacque un nome che sembrava già contenere tutto quello che stavano vivendo: L’Avventura.
E da allora è rimasto lì, sulla porta della cantina, sulle bottiglie, sulle etichette, dentro una storia che nel frattempo è cresciuta molto più di quanto probabilmente avrebbero immaginato quel giorno. La prima vendemmia arrivò nel 2016, con circa 5.000 bottiglie di Cesanese e Passerina. C’erano entusiasmo e inesperienza, insieme a tutta quella parte del vino che ha poco a che vedere con il romanticismo delle vigne: pratiche, etichette, burocrazia, produzione, vendita. Un mondo da imparare mentre l’azienda prendeva forma.
I vigneti sono aumentati nel tempo, insieme alle vecchie vigne recuperate da persone del territorio che non riuscivano più a occuparsene. Ogni appezzamento ha portato con sé qualcosa di diverso: un suolo, un’esposizione, una temperatura, una storia. Oggi quelle differenze si ritrovano nel bicchiere e raccontano, ognuna a modo proprio, il territorio da cui provengono. Nel 2019 è arrivato il Casale Verdeluna che è uno dei dettagli più belli di questa storia: era proprio quella casa dalla cui terrazza, qualche anno prima, Stefano e Gabriella avevano immaginato di fare vino.
Prima di comprarla, Stefano aveva già iniziato a occuparsi dei vigneti della proprietà. In qualche modo quel luogo era entrato nella loro vita prima ancora di diventare loro.
Da allora L’Avventura ha trovato qui la propria casa, tra cantina, vigneti, ristorazione e accoglienza. Un luogo dove il vino si produce, si racconta e si vive. Oggi la produzione è arrivata intorno alle 65.000 bottiglie, una crescita importante rispetto a quelle prime 5.000. La filosofia, invece, parte ancora dallo stesso punto: la vigna.
L’agricoltura biologica è stata una scelta fin dall’inizio. Negli ultimi anni il lavoro si è orientato verso un’agricoltura organico-rigenerativa, con una particolare attenzione alla vitalità del terreno. Le erbe spontanee vengono lasciate crescere, il favino viene utilizzato per il sovescio e le lavorazioni del suolo sono ridotte al minimo.
È una viticoltura che chiede tempo e osservazione. Nei periodi di siccità, la differenza si percepisce anche sotto i piedi: un terreno vivo riesce a conservare meglio l’umidità e a mantenere la propria struttura. Negli anni, nelle vigne più vecchie, Stefano e Gabriella hanno visto cambiare anche le uve, con bucce più spesse, colori più intensi e una maggiore concentrazione che per il Cesanese, un vitigno delicato e tutt’altro che semplice da accompagnare durante l’anno, è un aspetto prezioso. Qui lo si interpreta cercando soprattutto equilibrio. Struttura, intensità, ma anche quella piacevolezza che permette al vino di arrivare al bicchiere senza chiedere troppo a chi lo beve. Campanino, affinato in acciaio, è la versione più fresca e immediata.
Picchiatello mette insieme acciaio e grandi contenitori di legno, lasciando al vino il tempo di trovare il proprio equilibrio.
Amor è più morbido e avvolgente, con il passaggio in barrique a regalargli rotondità e una maggiore componente aromatica.
Camere Pinte ha invece un passo diverso. Nasce da vigne vecchie e da nuovi impianti dedicati a una produzione più selezionata, con rese più basse e un affinamento più lungo. Nel bicchiere arriva profondo, elegante, complesso. È stato proprio Camere Pinte a regalare a L’Avventura una delle soddisfazioni che Stefano e Gabriella ricordano con più piacere: durante una masterclass a Vinitaly, in una degustazione che comprendeva anche il Sassicaia 2018, fu il vino dell’azienda a raccogliere il maggior numero di preferenze. La Passerina occupa un altro posto speciale, essendo stata uno dei primi vini prodotti dall’azienda. Vinificata in purezza, al naso è delicata, con agrumi, pera e fiori bianchi; in bocca cambia registro, mostrando sapidità, struttura e una persistenza che sorprende.
Da questa uva nasce anche Con Te Lollo (o Conte Lollo come lo chiamano scherzosamente loro), la versione passita dedicata a Lorenzo, figlio di Stefano. Le uve vengono selezionate e lasciate appassire prima della pressatura. Il risultato è un vino completamente secco, ricco e morbido, nel quale l’appassimento amplifica la parte aromatica senza perdere equilibrio. A L’Avventura anche i nomi delle bottiglie hanno qualcosa da raccontare. Saxa richiama la pietra dei Monti Ernici e porta sull’etichetta i colori della terra, del cielo e del sole. Sciamante nasce dall’unione tra “scia” e “spumante”, con un richiamo alla notte di San Lorenzo, patrono di Piglio. Picchiatello arriva invece dal nome con cui Stefano e i suoi amici si chiamavano da bambini. Amor custodisce una coincidenza curiosa. Il nome apparteneva già alla precedente attività agricola del casale e soltanto in seguito si sono accorti che, letto al contrario, diventa Roma. Anche il logo della cantina racconta una piccola storia: un albero, un grappolo d’uva, un trattore e due mani che si stringono. La natura, il lavoro, il vino e le persone riuniti in un’unica immagine. Sotto il nome L’Avventura c’è una frase: “Produttori di felicità”. Accanto al vino esiste un progetto di inclusione che coinvolge persone con disabilità nelle attività agricole, nella vendemmia, nella trasformazione dell’uva e nei laboratori creativi. Alcuni filari vengono affidati ai partecipanti, che possono vivere concretamente il lavoro della vigna e seguire l’uva nel suo percorso.
Sono nate anche ventidue etichette a partire dai loro disegni, diventate bottiglie destinate alla raccolta fondi.
Mi è rimasta impressa l’idea di quei disegni: qualcosa nato dalla creatività di una persona che diventa parte di una bottiglia, viaggia, arriva su una tavola e incontra qualcun altro. Un piccolo segno capace di uscire dal proprio mondo e continuare il viaggio.
C’è anche il teatro, con un laboratorio che accompagna i partecipanti per mesi fino allo spettacolo finale.
Il vino rimane il cuore de L’Avventura, ma intorno a quel vino si è costruito un mondo fatto di persone, relazioni, esperienze e possibilità. La terrazza da cui tutto è partito, Stefano e Gabriella seduti davanti a quelle vigne, con un’idea ancora tutta da immaginare.
Da allora sono arrivate migliaia di bottiglie, nuovi vigneti, una cantina, un ristorante, persone e incontri che hanno dato al progetto una forma diversa. Stefano e Gabriella non avevano bisogno di sapere fin dall’inizio dove li avrebbe portati un’idea. A loro è bastato riconoscerla e avere la giusta dose di follia per seguirla. Quella terrazza è ancora lì e continua a guardare le vigne. Solo che oggi, al posto di un pensiero detto per gioco, ci sono bottiglie, persone e un luogo che ha imparato a raccontare la propria storia attraverso il calice. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.
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E da allora è rimasto lì, sulla porta della cantina, sulle bottiglie, sulle etichette, dentro una storia che nel frattempo è cresciuta molto più di quanto probabilmente avrebbero immaginato quel giorno. La prima vendemmia arrivò nel 2016, con circa 5.000 bottiglie di Cesanese e Passerina. C’erano entusiasmo e inesperienza, insieme a tutta quella parte del vino che ha poco a che vedere con il romanticismo delle vigne: pratiche, etichette, burocrazia, produzione, vendita. Un mondo da imparare mentre l’azienda prendeva forma.
I vigneti sono aumentati nel tempo, insieme alle vecchie vigne recuperate da persone del territorio che non riuscivano più a occuparsene. Ogni appezzamento ha portato con sé qualcosa di diverso: un suolo, un’esposizione, una temperatura, una storia. Oggi quelle differenze si ritrovano nel bicchiere e raccontano, ognuna a modo proprio, il territorio da cui provengono. Nel 2019 è arrivato il Casale Verdeluna che è uno dei dettagli più belli di questa storia: era proprio quella casa dalla cui terrazza, qualche anno prima, Stefano e Gabriella avevano immaginato di fare vino.
Prima di comprarla, Stefano aveva già iniziato a occuparsi dei vigneti della proprietà. In qualche modo quel luogo era entrato nella loro vita prima ancora di diventare loro.
Da allora L’Avventura ha trovato qui la propria casa, tra cantina, vigneti, ristorazione e accoglienza. Un luogo dove il vino si produce, si racconta e si vive. Oggi la produzione è arrivata intorno alle 65.000 bottiglie, una crescita importante rispetto a quelle prime 5.000. La filosofia, invece, parte ancora dallo stesso punto: la vigna.
L’agricoltura biologica è stata una scelta fin dall’inizio. Negli ultimi anni il lavoro si è orientato verso un’agricoltura organico-rigenerativa, con una particolare attenzione alla vitalità del terreno. Le erbe spontanee vengono lasciate crescere, il favino viene utilizzato per il sovescio e le lavorazioni del suolo sono ridotte al minimo.
È una viticoltura che chiede tempo e osservazione. Nei periodi di siccità, la differenza si percepisce anche sotto i piedi: un terreno vivo riesce a conservare meglio l’umidità e a mantenere la propria struttura. Negli anni, nelle vigne più vecchie, Stefano e Gabriella hanno visto cambiare anche le uve, con bucce più spesse, colori più intensi e una maggiore concentrazione che per il Cesanese, un vitigno delicato e tutt’altro che semplice da accompagnare durante l’anno, è un aspetto prezioso. Qui lo si interpreta cercando soprattutto equilibrio. Struttura, intensità, ma anche quella piacevolezza che permette al vino di arrivare al bicchiere senza chiedere troppo a chi lo beve. Campanino, affinato in acciaio, è la versione più fresca e immediata.
Picchiatello mette insieme acciaio e grandi contenitori di legno, lasciando al vino il tempo di trovare il proprio equilibrio.
Amor è più morbido e avvolgente, con il passaggio in barrique a regalargli rotondità e una maggiore componente aromatica.
Camere Pinte ha invece un passo diverso. Nasce da vigne vecchie e da nuovi impianti dedicati a una produzione più selezionata, con rese più basse e un affinamento più lungo. Nel bicchiere arriva profondo, elegante, complesso. È stato proprio Camere Pinte a regalare a L’Avventura una delle soddisfazioni che Stefano e Gabriella ricordano con più piacere: durante una masterclass a Vinitaly, in una degustazione che comprendeva anche il Sassicaia 2018, fu il vino dell’azienda a raccogliere il maggior numero di preferenze. La Passerina occupa un altro posto speciale, essendo stata uno dei primi vini prodotti dall’azienda. Vinificata in purezza, al naso è delicata, con agrumi, pera e fiori bianchi; in bocca cambia registro, mostrando sapidità, struttura e una persistenza che sorprende.
Da questa uva nasce anche Con Te Lollo (o Conte Lollo come lo chiamano scherzosamente loro), la versione passita dedicata a Lorenzo, figlio di Stefano. Le uve vengono selezionate e lasciate appassire prima della pressatura. Il risultato è un vino completamente secco, ricco e morbido, nel quale l’appassimento amplifica la parte aromatica senza perdere equilibrio. A L’Avventura anche i nomi delle bottiglie hanno qualcosa da raccontare. Saxa richiama la pietra dei Monti Ernici e porta sull’etichetta i colori della terra, del cielo e del sole. Sciamante nasce dall’unione tra “scia” e “spumante”, con un richiamo alla notte di San Lorenzo, patrono di Piglio. Picchiatello arriva invece dal nome con cui Stefano e i suoi amici si chiamavano da bambini. Amor custodisce una coincidenza curiosa. Il nome apparteneva già alla precedente attività agricola del casale e soltanto in seguito si sono accorti che, letto al contrario, diventa Roma. Anche il logo della cantina racconta una piccola storia: un albero, un grappolo d’uva, un trattore e due mani che si stringono. La natura, il lavoro, il vino e le persone riuniti in un’unica immagine. Sotto il nome L’Avventura c’è una frase: “Produttori di felicità”. Accanto al vino esiste un progetto di inclusione che coinvolge persone con disabilità nelle attività agricole, nella vendemmia, nella trasformazione dell’uva e nei laboratori creativi. Alcuni filari vengono affidati ai partecipanti, che possono vivere concretamente il lavoro della vigna e seguire l’uva nel suo percorso.
Sono nate anche ventidue etichette a partire dai loro disegni, diventate bottiglie destinate alla raccolta fondi.
Mi è rimasta impressa l’idea di quei disegni: qualcosa nato dalla creatività di una persona che diventa parte di una bottiglia, viaggia, arriva su una tavola e incontra qualcun altro. Un piccolo segno capace di uscire dal proprio mondo e continuare il viaggio.
C’è anche il teatro, con un laboratorio che accompagna i partecipanti per mesi fino allo spettacolo finale.
Il vino rimane il cuore de L’Avventura, ma intorno a quel vino si è costruito un mondo fatto di persone, relazioni, esperienze e possibilità. La terrazza da cui tutto è partito, Stefano e Gabriella seduti davanti a quelle vigne, con un’idea ancora tutta da immaginare.
Da allora sono arrivate migliaia di bottiglie, nuovi vigneti, una cantina, un ristorante, persone e incontri che hanno dato al progetto una forma diversa. Stefano e Gabriella non avevano bisogno di sapere fin dall’inizio dove li avrebbe portati un’idea. A loro è bastato riconoscerla e avere la giusta dose di follia per seguirla. Quella terrazza è ancora lì e continua a guardare le vigne. Solo che oggi, al posto di un pensiero detto per gioco, ci sono bottiglie, persone e un luogo che ha imparato a raccontare la propria storia attraverso il calice. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.