2 Ottobre, 2026

“Note di Vendemmia”: le voci dai territori sulla raccolta 2026

  Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Piemonte e Umbria, le valutazioni sulla vendemmia restituiscono un quadro positivo sul fronte qualitativo, mentre per i volumi si attendono dati più definitivi.   La vendemmia 2026 entra nel vivo e, con la raccolta che procede nelle diverse aree vitivinicole italiane, dai territori arrivano le prime valutazioni sull’andamento dell’annata. Un quadro ancora in evoluzione, caratterizzato da differenze legate alle condizioni climatiche, ai vitigni e alle diverse epoche di maturazione, ma che evidenzia in questa prima fase aspettative interessanti soprattutto sul piano qualitativo. Da Nord a Sud, le prime impressioni raccolte tra consorzi e operatori restituiscono fotografie differenti, accomunate dalla necessità di attendere la conclusione delle operazioni per una valutazione complessiva dell’annata. Nel Monferrato e nell’Astigiano, le indicazioni sulla vendemmia 2026 delineano un contesto particolarmente positivo, sia sul piano qualitativo sia su quello produttivo. Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. La vendemmia 2026 si presenta con caratteristiche complessivamente positive. Nonostante una stagione segnata da condizioni climatiche variabili, i dati raccolti evidenziano un raccolto ottimo sia per quantità che per qualità. Le prime stime evidenziano una produzione equilibrata e prospettive qualitative molto interessanti, confermando ancora una volta il valore viticolo del territorio del Monferrato e dell’Astigiano. In Alto Piemonte, nell’area novarese, il quadro è articolato: “Per quanto riguarda l’area novarese, l’annata è stata purtroppo segnata dalla violenta grandinata del 7 agosto, che ha colpito una vasta parte del territorio, interessando in particolare le zone di Ghemme parzialmente, Sizzano e Fara. L’evento ha causato danni significativi soprattutto dal punto di vista quantitativo, con una riduzione della produzione in numerosi vigneti”, dichiara Andrea Fontana, presidente del Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte. Filippo Mobrici Nelle altre aree invece – continua – le prospettive sono decisamente positive. Il mese di settembre sta registrando condizioni particolarmente favorevoli, grazie a importanti escursioni termiche tra il giorno e la notte che stanno accompagnando al meglio la maturazione delle uve. Anche il carico produttivo si presenta soddisfacente e di buona qualità. Pur in presenza di un moderato deficit idrico durante il periodo estivo, possiamo prevedere una vendemmia capace di esprimere vini di grande struttura, equilibrio ed eleganza, con ottime prospettive qualitative per l’intero territorio. Scendendo in Lombardia, in Valtènesi e nell’area della Riviera del Garda Classico, la raccolta è iniziata con qualche giorno di anticipo rispetto allo scorso anno. Paolo Pasini, presidente del Consorzio Valtènesi. La vendemmia 2026 in Valtènesi e nell’area della Riviera del Garda Classico è partita con qualche giorno di anticipo rispetto allo scorso anno. Le prime impressioni che arrivano dai vigneti sono decisamente positive e ci restituiscono un quadro molto incoraggiante dal punto di vista qualitativo. Le uve si presentano sane, equilibrate e con un ottimo grado di maturazione. Nonostante una lieve riduzione delle quantità rispetto alle aspettative iniziali, conseguenza delle alte temperature registrate durante la stagione e di alcuni eventi climatici che hanno interessato il territorio, ci aspettiamo vini capaci di esprimere al meglio il carattere della Valtènesi. È ancora presto per trarre conclusioni definitive, ma l’avvio della raccolta lascia intravedere le premesse per un’annata di grande interesse. Sempre in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese, la vendemmia conferma finora un andamento positivo. Riccardo Binda, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese La vendemmia sta andando molto bene. La raccolta delle uve destinate alle basi spumante è terminata e la qualità si è rivelata molto alta, mentre quella delle uve per i rosé è ancora in corso. Alcuni problemi si sono registrati nella parte orientale del territorio a causa delle recenti grandinate, ma è ancora presto per quantificarne l’impatto. Nel complesso, comunque, la vendemmia si sta confermando positiva In Emilia-Romagna, nell’area di Castelvetro, la stagione si presenta con una raccolta molto anticipata ma ancora in corso per alcune varietà. Alberto Pozzuoli, del Consorzio Castelvetro VITA La vendemmia 2026 è sicuramente una delle più complicate degli ultimi anni. È e non è stata, perché, seppure molto anticipata a causa delle torride temperature estive, nel territorio è ancora ampiamente in corso, soprattutto con il Lambrusco Grasparossa che sarà l’ultimo ad essere raccolto. Acidità basse e pH alti metteranno a dura prova il lavoro in cantina, ma i nostri esperti cantinieri ed enologi sapranno come sempre trattare al meglio le uve. Ci aspettiamo degli ottimi vini carichi di personalità e che rispecchino e valorizzino il lavoro nei campi e in cantina. In Umbria, la raccolta è partita invece con circa due settimane di anticipo rispetto al calendario abituale. Massimo Sepiacci, presidente di Umbria Top In Umbria la vendemmia è iniziata con circa due settimane di anticipo e in questi giorni siamo nel pieno della raccolta, mentre normalmente questa fase arrivava più avanti. La stagione è stata caratterizzata da siccità e da un periodo di caldo prolungato, che hanno portato a una riduzione della produzione e ad acini più piccoli e quindi a un minore resa delle uve. Sul piano qualitativo, però, le prime impressioni sono molto positive e ci fanno guardare con fiducia al risultato della vendemmia. La vendemmia rappresenta inoltre un momento sempre più rilevante dal punto di vista turistico. La raccolta entra infatti in una stagione che negli ultimi anni ha acquisito un peso crescente nei flussi enoturistici, con visitatori interessati a vivere direttamente in cantina il momento della vendemmia. Giovanni Dubini, presidente del Movimento Turismo del Vino Umbria La vendemmia è diventata un’esperienza enoturistica sempre più ricercata. Cresce infatti la partecipazione di chi sceglie di visitare le cantine proprio durante la raccolta, per vedere da vicino il lavoro che c’è dietro il vino e vivere un’esperienza a contatto con le aziende. È un trend che si inserisce in un cambiamento più ampio del turismo, con una stagione che si è progressivamente allungata e un autunno che si sta affermando come periodo particolarmente favorevole per il turismo esperienziale. La vendemmia diventa così anche un’occasione per portare visitatori nelle cantine in un periodo dell’anno che fino a qualche tempo fa era meno interessato dai flussi turistici. Il percorso della vendemmia arriva quindi in Sicilia, dove la raccolta si sviluppa lungo un arco temporale particolarmente ampio e presenta differenze significative tra le diverse aree dell’isola. Alessio Planeta, presidente del Consorzio di tutela vini DOC Sicilia Iniziata ad occidente la vendemmia 2026 ha progressivamente preso forma e colore: sta attraversando tutta l’isola e si concluderà, dopo circa 90 giorni, nelle vigne più alte della Sicilia nord-orientale. È un viaggio attraverso una straordinaria varietà di suoli, altitudini e vitigni, che coinvolge produttori diversi per storia e dimensione, accomunati dalla capacità di leggere le condizioni dell’annata e accompagnare ogni vigneto verso la sua migliore espressione. Il quadro è complessivamente positivo sul piano qualitativo, con aspettative incoraggianti lungo gran parte del territorio regionale. Sul fronte delle quantità è ancora presto per formulare una stima definitiva: i dati che emergeranno nelle prossime settimane consentiranno una valutazione più accurata. Le prime indicazioni lasciano tuttavia prevedere una contrazione dei volumi produttivi, con situazioni differenti da un’area all’altra. Una variabilità che riflette la complessità del vigneto siciliano, rendendo necessaria prudenza prima di delineare un bilancio quantitativo complessivo della vendemmia 2026”. Nel Vittoriese, nella Sicilia sud-orientale, le piogge primaverili hanno consentito una buona riserva idrica nei terreni sabbioso-calcarei, aiutando le colture ad affrontare le elevate temperature estive, con picchi oltre i 40 °C e minime costantemente sopra le medie stagionali. Silvio Balloni, presidente dell’Enoteca Regionale della Sicilia – sede del Sud-Est. L’andamento climatico ha comportato un anticipo della maturazione delle uve e imposto un’oculata gestione della parete vegetativa della vite. Le stime per la vendemmia 2026 indicano una leggera contrazione quantitativa della resa, con però un’elevata concentrazione aromatica e fenolica nei grappoli. La qualità attesa è eccellente: l’ottimo stato sanitario delle uve, unito al buon livello di acidità naturale preservato dalle piante, garantisce premesse ideali sia per la freschezza sia per la tenuta dei vini. La Redazione
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2 Ottobre, 2026

Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione

  Bologna, gli esordi di internet, poi le colline di Pianello Val Tidone: tre vite diverse convergono nella stessa scelta radicale. Barbara Pulliero, insieme al compagno Paolo Rusconi e al figlio Nicola, guida Filarole, azienda vinicola piacentina nata nel 2017 dal recupero di vecchie vigne vicine al secolo. Undici etichette, macerazioni spontanee e un’idea di vino naturale scelta molto prima che diventasse una moda. La terza vita L’agricoltura è spesso sinceramente crudele. Ogni giorno ridimensiona l’illusione di poter governare il tempo e lo spazio ricordando all’uomo che il mondo continua a muoversi anche fuori dei suoi programmi. Una riunione può essere spostata, un viaggio rinviato, una consegna rinegoziata, mentre una vite cresce, rallenta, soffre, reagisce, si ammala e riprende forza seguendo un calendario che ignora i social, le notifiche, l’urgenza permanente nella quale abbiamo finito (o finto) per vivere.  Barbara Pulliero ha impiegato tre vite per arrivare a questa verità, sebbene oggi, ascoltandola parlare, quelle esistenze apparentemente lontane sembrino parti della stessa strada, necessarie l’una all’altra, come se il teatro, internet e la terra l’avessero condotta verso il medesimo punto con linguaggi diversi. Questa è la mia terza vita. Credo di essere un po’ matta. La sua è la leggerezza della follia che si attribuisce alla capacità rara di lasciare una vita mentre funziona ancora, prima che il successo diventi abitudine e l’abitudine prigione. Ho visto persone disperarsi perché il corso della propria vita stava cambiando per poi tornare dicendo: non sai quanto ci si diverta la fuori. La prima vita di Barbara comincia a Bologna, dentro il teatro di ricerca, la danza contemporanea, lo studio dei classici e la costruzione, insieme a un gruppo di amici, di uno spazio teatrale nato dal nulla e divenuto negli anni una presenza importante della scena cittadina. Barbara è dottoressa in teatro e di quel periodo ricorda soprattutto gli incontri, le persone con cui condividere un’intuizione ancora priva di forma. La fatica di trasformare un luogo vuoto in qualcosa capace di accogliere storie, corpi e idee. Mi piaceva guardarlo, ho cominciato a studiarlo e poi gli incontri della vita ti portano a trovare dei compagni di strada. Compagni di strada è forse l’espressione decisiva del suo racconto, perché ritorna nel teatro come nella comunicazione, nell’amore per Paolo Rusconi, nell’avventura con il figlio Nicola e perfino nelle vigne vecchie che oggi sembrano accompagnarla con la pazienza silenziosa di chi era già lì molto prima del suo arrivo.  Quando internet comincia a cambiare il modo di comunicare, Barbara avverte la stessa eccitazione provata davanti alla scena, soltanto moltiplicata dalla possibilità di superare le pareti di una sala e raggiungere migliaia di persone in luoghi lontani. Passare da una piccola sala teatrale alla possibilità di comunicare così velocemente con tante migliaia o centinaia di migliaia di persone mi ha affascinato molto, per cui ho cambiato strada. Inizia la seconda vita, quella della comunicazione online agli albori della rete, quando internet sembrava conservare ancora l’innocenza delle grandi promesse. Dal 2004 affianca Paolo nei progetti dedicati al vino, da Vinipiacentini.net a Sorgentedelvino.it; nel 2009 nasce Sorgente del Vino Live, una manifestazione che contribuisce a far conoscere in Italia produttori naturali, vini di tradizione e territori rimasti fuori dalle geometrie più comode del mercato. Poi le colline piacentine aprono una direzione più lenta e insieme più radicale, fatta di legna da preparare per scaldare la casa, pane, orto, conserve, galline, boschi e stagioni capaci di rimettere ordine nei desideri. La Val Tidone e il diritto di appartenere Barbara arriva in Val Tidone da un mondo urbano e velocissimo, eppure dentro quel paesaggio appartato avverte subito una corrispondenza profonda. Ad un’ora da Milano la vita ha, ancora, un altro respiro, soprattutto intorno a Pianello Val Tidone, dove i campi si alternano ai boschi, le vigne affiorano tra le rocce e i siti archeologici ricordano che qui il vino possiede una storia più antica delle strategie con cui oggi si tenta di venderlo. Il territorio è rimasto ai margini delle rotte turistiche più battute e proprio questa distrazione gli ha permesso di conservare una bellezza ruvida, sottratta alla trasformazione di ogni luogo in destinazione, esperienza o scenario da consumare. Sono sempre stata estremamente felice di questa scelta. Ho trovato proprio il mio posto. Nessuna enfasi. Proprio per questo colgo una sorta di confessione definitiva. Come se trovare il proprio posto significa riconoscere una forma di appartenenza e accettarne anche la fatica. Sapete, sento ridondantemente parlare di sostenibilità ma nessuno come Barbara ne ha imparato davvero il significato: procurarsi la legna, seguire l’orto, preparare le conserve quando la stagione offre materia, mangiare ciò che esiste davvero in quel momento. Ritrovare il limite, parola diventata quasi indecente in una società che pretende fragole a gennaio, supermercati sempre aperti e desideri soddisfatti prima che abbiano il tempo di trasformarsi in attesa. È così che mi tocca litigare con mia moglie che, per assecondare nostra figlia, vuole il gelato alla fragola quando non è stagione e critica le gelaterie (sane) che non la propongono. Il vino, all’inizio, entra quasi in punta di piedi, coerente con il resto della vita. Punta di piedi. È Barbara che è così. Un sorriso incredibile che porta con se forza e determinazione. Ma senza darlo troppo a vedere. Nel 2009 Paolo sente il bisogno di attraversare la frontiera che separa il racconto dall’esperienza e propone di provare a farlo davvero. Cercano Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano presso amici vignaioli, raccolgono i grappoli, li sgranano a mano e lavorano sotto casa con una vaschetta, qualche secchio, le mani e i piedi. Abbiamo fatto il nostro primo vino senza avere nulla a disposizione, se non le mani, i piedi e i secchi. In quell’inizio povero di strumenti c’è già tutto ciò che Filarole sarebbe poi diventata: il contatto fisico con l’uva, l’assenza di scorciatoie, la curiosità più forte del calcolo, la volontà di comprendere la materia prima ancora di dominarla. Quel vino prenderà il nome di Fatto coi Piedi e continuerà a portare dentro ogni bottiglia la verità elementare della sua nascita. Il vino naturale prima della moda Allora il vino naturale aveva ancora il carattere di una scelta scomoda. Suscitava diffidenza, ironia e discussioni feroci, perché fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, assenza di correzioni e rispetto delle annate entravano in conflitto con un mercato abituato a chiedere vini riconoscibili, stabili e identici a se stessi. Oggi quella scelta è diventata, purtroppo, anche una moda. Compare nei locali più ricercati, nelle carte costruite per comunicare appartenenza, dentro uno strano senso di estetica che accresce il proprio edonismo attraverso etichette irregolari, colori torbidi e un vocabolario che deve sapere di ribellione. Come quando si diceva che alcuni facevano la rivoluzione con gli abiti firmati. Ecco che, proprio come accade a tutte le rivoluzioni arrivate al successo, rischia di perdere la necessità dalla quale era nata. La bottiglia viene fotografata, condivisa e trasformata in segno sociale. La vigna? Lasciamola fuori dall’inquadratura. Anche perché non è instagrammable.  Le ore trascorse tra i filari, le rese sacrificate, la grandine, le malattie, l costo reale di una scelta agricola: meglio lasciarle fuori dalla narrazione edonistica. Barbara e Paolo sono arrivati prima di questa moda e forse proprio per questo sentono poco il bisogno di pronunciare continuamente la parola naturale. Per loro rappresenta una conseguenza, mai un costume da indossare. Nasce, naturalmente, dal modo in cui abitano le colline, dal rifiuto di considerare la terra una superficie da sfruttare, dalla volontà di scegliere un grappolo sano affinché in cantina bastino precisione, attesa e presenza. La naturalità più profonda comincia molto prima del mosto, nel suolo che resta vivo, nel numero contenuto di passaggi del trattore, nell’uso del rame mantenuto molto al di sotto dei limiti consentiti dal biologico, nella protezione delle vecchie piante, nella capacità di considerare boschi, siepi e animali parte dell’azienda invece che spazio sottratto alla produzione. Li fai quando servono, non li fai quando non servono. Però ci devi essere, devi guardare, devi fare i lavori nel momento giusto. Questa presenza divide due visioni del vino. Da una parte la cantina intesa come luogo in cui uniformare il raccolto, correggere le differenze e rendere ogni vendemmia simile alla precedente; dall’altra il lavoro di Filarole, che accetta il carattere dell’annata e prova a portarlo intero nel bicchiere. Chiamarlo naturale serve a orientarsi, ma la parola rimane insufficiente quando si separa dalla terra. Un vino può esibire fermentazioni spontanee e poca solforosa, conservando alle spalle un’agricoltura estrattiva; può apparire libero nel calice e nascere da un suolo esausto. La scelta ambientale diventa vera soltanto quando costa fatica, bottiglie, tempo e denaro. Le vecchie vigne e il valore di ciò che rende meno La prima vigna avrebbe dovuto occupare qualche fine settimana.  L’abbiamo presa pensando: così poi nel weekend ci divertiamo La terra possiede una propria espansione silenziosa, perché una vigna chiede di essere registrata, rende necessario un trattore, reclama attrezzature, cure e tempo. Un vecchio appezzamento rischia l’abbandono e sembra impossibile voltarsi dall’altra parte, un’altra fila di piante conserva cloni e varietà che potrebbero andare perduti, Nicola scopre di amare il lavoro in campagna e quello che doveva restare un piacere laterale comincia a occupare il centro della vita. Filarole nasce ufficialmente nel 2017 dal recupero di piccoli vigneti che nel dialetto piacentino diventano filaröl, piante sparse nella valle, alcune giovani soltanto secondo la misura della vite, altre vicine al secolo, cresciute tra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta metri, circondate da boschi, campi e un mosaico agricolo ancora capace di offrire rifugio agli insetti, agli animali e alla diversità vegetale. Le vigne vecchie producono meno, richiedono più lavoro, complicano la logistica e sfidano apertamente l’idea moderna di efficienza. Molte sono state estirpate proprio perché incapaci di garantire le quantità richieste da un’agricoltura orientata al volume, eppure Barbara continua a cercarle, a prenderle in affitto, a rimpiazzare le fallanze con materiale proveniente dalle piante madri, preservando selezioni massali e patrimoni genetici costruiti nel tempo. Ci interessava lavorare su vini che sapessero esprimere anche la complessità e la profondità aromatica, il carattere delle nostre colline. Ecco allora la forma concreta di ambientalismo, lontana anni luce dalle formule rassicuranti dei bilanci di sostenibilità e invece più vicina al rischio quotidiano di chi decide di produrre meno per mantenere vivo un organismo agricolo. Ogni vecchia vite custodisce una risposta diversa e propria alla siccità, alle malattie e al mutare delle stagioni. Sradicarla significa perdere un frammento di memoria biologica prima ancora che culturale. Custodirla equivale a riconoscere che il valore di una pianta supera la quantità di uva che riesce a consegnare. Da un ettaro una persona che sta nel disciplinare della DOC può fare circa diecimila bottiglie. Noi, su sette ettari, nelle annate perfette venticinquemila. In agricoltura ogni principio diventa credibile quando si trasforma in rinuncia misurabile. Meno grappoli significano maggiore respiro per la pianta, selezione più severa, concentrazione e rischio economico, ma significano anche difendere un’idea di qualità che il prezzo fatica a raccontare. Il mercato vede il numero finale, quasi mai ciò che è stato lasciato sulla pianta o scartato durante la selezione, e proprio nella distanza tra valore e prezzo si consuma una delle fragilità più dolorose del vino artigianale. dav Una famiglia che discute il futuro Nel 2021 la comunicazione e la campagna smettono di lasciarsi condurre insieme. Barbara e Nicola entrano a tempo pieno nel progetto, mentre Paolo continua anche un’altra attività e conserva l’ultima parola in cantina. Le suggestioni, le prove e i desideri appartengono però a tutti, perché la democrazia familiare di Filarole ha l’imperfezione viva delle cose condivise. Abbiamo questo grande difetto come famiglia: essere molto democratici. Ci piace confrontarci, anche discutere e portare punti di vista diversi. A volte è faticoso, ma i risultati alla fine sono più interessanti e anche condivisi. Nicola ha ventiquattro anni, ama la campagna e avverte contemporaneamente il desiderio di conoscere altro. Barbara riconosce in lui la stessa inquietudine che l’ha condotta attraverso tre vite e rifiuta di trasformare la terra in un ricatto affettivo. Custodire per chi arriverà dopo avrebbe poco senso se a quel dopo venisse tolta la libertà di scegliere. È molto sottile la linea tra la decisione e l’obbligo. Quando prendi una decisione, poi prendi un impegno. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la vita personale, gli interessi e il lavoro. Consegnare qualcosa a un figlio è molto più complesso che lasciargli una proprietà. Vuol dire offrirgli radici abbastanza solide da permettergli di partire e una casa abbastanza libera da consentirgli di tornare. Il futuro sarà di Nicola soltanto se Nicola lo vorrà, e questa possibilità, più di qualsiasi atto notarile, rappresenta l’eredità più generosa che Barbara e Paolo possano preparare. I vini di Filarole: undici modi di lasciare parlare la terra Produrre undici vini con quantità complessive limitate appare commercialmente scomodo, e Barbara lo ammette con incredibile sincerità Razionalmente sono troppi ed è stupido fare così tanti vini, sono d’accordo. Però ogni vino ha il suo motivo di esistere. Il mercato domanda semplificazione, poche etichette facili da spiegare e profili immediatamente riconoscibili. Filarole insegue le differenze tra una vigna e l’altra, tra una stagione e la successiva, tra il carattere di una buccia e quello del mosto liberato da quella stessa buccia. Ogni bottiglia diventa così una prova, una domanda rivolta alle uve piacentine e alla valle.
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo. Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato. Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza. In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto. Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac,  qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto. Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine. Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità. La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso. Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere. Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva.  La terra avrà l’ultima parola Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate.  Nerissimo È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo. Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto. Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro.  Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si  avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda. Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere. Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla. Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore. Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva. Ho trovato proprio il mio posto. Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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40 Are. La geometria del Primitivo di Manduria Arrow Right Top Bg

1 Ottobre, 2026

40 Are. La geometria del Primitivo di Manduria

  Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra ereditata da tre generazioni: è la misura esatta su cui Giuseppe Piccinni e Michele Renna costruiscono il loro Primitivo di Manduria. Ad alberello pugliese, tra vendemmia a mano e rese ridotte, nasce una piccola azienda salentina che nel 2020 ha conquistato l’Oro all’AWC Vienna con la sua etichetta di punta   Manduria è una città antica, nel cuore del Salento tarantino, dove la terra argillosa rossa, illuminata da un sole che spacca le pietre porta con se la brezza marina del mar Ionio. È un borgo ricco di storia, custode di un prezioso parco archeologico messapico e di un centro storico barocco attraversato da vicoli in pietra chiara. Il legame di Manduria con la viticoltura è tradizione, identità viscerale. E’ la patria indiscussa del Primitivo di Manduria DOC, un vino rosso potente, avvolgente e complesso, nato da alberelli secolari sapientemente coltivati. Qui la vite affonda le radici in un suolo calcareo che dona struttura e inconfondibili. È in questo paesaggio che affonda le radici l’Azienda Agricola 40 Are, fondata nel 2015 e oggi nelle mani di Giuseppe Piccinni e di sua moglie Annalucia, affiancati dall’enologo Michele Renna. Il progetto ingloba già nel suo nome la propria identità. Quaranta are, quattromila metri quadrati di terra di famiglia. Il grande pregio di questa azienda agricola è proprio il fatto che non ha grandi numeri da esibire. Le rese sono piccole, la vendemmia si fa ancora a mano, e ogni bottiglia porta il peso di scelte ragionate e fatte con il cuore. Eppure, in pochi anni, il Primitivo di 40 Are ha già raccolto un riconoscimento internazionale, a conferma che la qualità inizia a farsi notare. La misura di una famiglia Il racconto di 40 Are comincia, curiosamente, con una lezione di geografia agraria.  Chiedo immediatamente a Giuseppe di spiegarmi perché chiamare un’azienda con un’unità di misura, da dove nasce un nome così geometrico e identitario come “40 Are” e qual è il legame profondo con la sua terra. Giuseppe Piccinni risponde ripercorrendo la storia della sua famiglia e della vigna.  Il nome nasce dall’appezzamento ereditato dal nonno di mio padre, poi passato a mio padre e infine a me. Esattamente quaranta are, quattromila metri quadrati, reimpiantati nel 2010 dopo che il vecchio vigneto ormai sessantenne si era ridotto a poche quintali di resa Giuseppe voleva  iniziare la sua avventura e voleva farlo  bene! Con il nuovo impianto la produzione è raddoppiata, ma lo spirito è rimasto identico. 40 Are è una realtà piccola, tenuta insieme dalla cura e dall’amore nel progetto. I numeri e le soddisfazioni sono arrivate dopo, con un po’ di calma A Giuseppe e tutta la truppa non manca proprio. La conversazione scivola poi su un argomento che a Manduria appassiona più del previsto: le unità di misura agrarie.  Accanto a ettari, are e centiare del sistema metrico decimale sopravvive ancora oggi il “Tomolo”, l’antica unità contadina pugliese che cambia valore da paese a paese. A Manduria un tomolo equivale a 88 are; a Sava, appena sei o sette chilometri più in là, scende a 67; a Lizzano si attesta intorno a 80. Queste usanze, rispecchiano un dettaglio che ci racconta quanto, da queste parti, la terra sia ancora una forte questione di identità personale. Proprio mentre il discorso si fa più fitto, Giuseppe deve scusarsi per tornare ai suoi impegni di lavoro. Con la cordialità di chi non ha fretta di apparire al centro della scena, passa il testimone all’enologo Michele Renna, che raccoglie il racconto e lo porta fino in cantina. Un artigianato a quattro mani Michele Renna descrive il proprio mestiere con un’immagine che mi resta impressa:  L’enologo è come un profumiere capace di trasformare un chicco d’uva in un piccolo capolavoro, non correggendo il vino ma trovandone ed eliminandone i difetti.  È con questa filosofia che nasce ogni bottiglia di 40 Are. Uva raccolta a mano, fermentazione e macerazione realizzate con il rispetto che si deve ad un vitigno semplice ma difficile, un passaggio di 15-18 giorni tra rimontaggi e dèlestage per estrarre colore e struttura senza forzare la mano. In vigna si lavora ancora ad alberello appoggiato pugliese, un sistema di allevamento basso, senza filari né sostegni importanti, che espone i grappoli al sole diretto e li ripara dal vento. Un metodo antico, pensato per un territorio che di acqua e di ombra ne concede poco. Per i vini rossi si procede poi con tecniche tradizionali di diraspatura e pigiatura.  Le poche vinacce, vista la produzione, vengono unite a quelle della vigna  dell’amico che segue la vinificazione e conferite per la realizzazione della grappa. Questo dettaglio racconta perfettamente quanto sia intelligente  la collaborazione tra piccoli produttori. La vinificazione avviene infatti nel laboratorio artigianale di un amico di lunga fiducia, mentre lo stoccaggio e l’imbottigliamento passano da una realtà più grande, capace di garantire i volumi necessari. Questa collaborazione permette a Giuseppe e Michele, affiancati dalle rispettive mogli, una presenza costante e poco esposta dalla vendemmia fino all’etichetta e di restare piccoli senza rinunciare alla qualità. Carattere, purezza e verità: la filosofia di Michele Renna Michele descrive il Primitivo di 40 Are come un vino dotato di un carattere proprio, non chiuso nella tradizione e dotato di una vitalità che guarda già da un po’ di tempo oltre i confini regionali e nazionali, perché capace  di dialogare con palati diversi. L’obiettivo dichiarato non è inseguire il consenso facile, ma lavorare per competenze “superiori alla normalità”, per chi in un calice cerca qualcosa di più dell’immediatezza. La fermezza di Michele si fa netta quando il discorso cade sui vini dealcolati: li definisce senza mezzi termini “un abominio”, uno spreco di lavoro e di materia prima che tradisce il senso stesso di ciò che l’uva ha da raccontare. Allora gli chiedo di spiegarmi la sua visione sulla purezza del vino in un mercato globale sempre più condizionato da omologazioni e nuove tendenze consumistiche. La risposta di Michele Renna è ancora netta e senza sconti.  Mentre il dibattito su vini dealcolati e trattamenti invasivi in cantina si fa sempre più acceso, la filosofia di 40 Are resta ancorata a un principio semplice; il vino si fa con l’uva, con la cura della vigna in primis e dopo con tutte le attenzioni possibili in cantina. Da questa convinzione nasce un Primitivo vivo, pulito, integro, schietto e capace di custodire il calore e il vigore del territorio di Manduria senza rincorrere scorciatoie, vestendolo però di un’eleganza che conquista anche i più esigenti. È una fiducia che si estende anche al tempo: Michele crede in una tradizione del Primitivo che è in continua evoluzione, fatta appunto di uva e nient’altro. Un’idea di vino semplice  ed efficace, che non ha bisogno di grande tecnologia per restare vero. I tre vini da Amare di “40 Are” Dietro l’etichetta ben riconoscibile del logo “40 ARE” si nascondono tre interpretazioni diverse della stessa uva e ben distinte da tre fondi colorati che danno immediata identità al prodotto. Rosa per il Rosato, arancione per il Primitivo del Salento e rosso per il Primitivo di Manduria. IL Primitivo DOP Manduria  (800 bottiglie l’anno) è il fiore all’occhiello dell’azienda. Otto mesi di affinamento in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese regalano un vino caldo, morbido e strutturato, con note ben decise di frutta rossa matura, prugna secca, ribes, mora, pot-pourri e una speziatura avvolgente e un finale persistente. L’annata 2020 è stata premiata con la Medaglia d’Oro al concorso internazionale AWC Vienna. L’ho assaggiato insieme a una grigliata mista di bombette pugliesi e carne di cavallo, e ne sono rimasto entusiasta. In tavola trova la sua dimensione ideale con i grandi piatti della cucina pugliese, maiale, agnello e sorprende persino accanto alla pasticceria secca. Il Primitivo IGP Salento (600 bottiglie l’anno) nasce dalla stessa uva del Manduria ma sceglie una strada diversa: affinamento in acciaio, che ne preserva la freschezza del frutto senza le morbidezze donate dal legno. Ha un carattere meno imponente del suo fratello maggiore, ma perfettamente in linea con quello che ci si aspetta. Il naso ci invade con un bouquet di composta di prugna matura, fichi e spezie, ingentilito da un tocco di vaniglia mentre il palato conferma le sensazioni e aggiunge una sorprendente armonia e un equilibrio monumentale imponendo nel contempo un finale molto  piacevole. È il compagno ideale dei primi piatti della tradizione manduriana e degli arrosti misti di maiale o di agnello. Il Rosato IGP (1200 bottiglie l’anno) è il più giovane della famiglia: colore rosa intenso e luminoso, profumo di ciliegia, lampone, prugna e fragoline di bosco, sorso fresco e persistente con una chiusura precisa. Come le altre due etichette, nasce da un terreno di medio impasto tendente all’argilloso, a circa cinque chilometri dal mare. Ed è proprio questa caratteristica che conferisce ad un vino delicato e fine come un rosato la  sapidità che ne allunga il finale. Perfetto per aperitivi, antipasti di mare e primi piatti a base di pesce. Prezzo, fatica e condivisione Nonostante la grande qualità delle tre etichette, i prezzi di 40 Are restano deliberatamente accessibili. Il Rosato si trova a 8-10 euro, il Primitivo IGP Salento a 12, il Primitivo DOP Manduria a 16. Giuseppe e Michele sono i primi a riconoscere che, con il costo della vita e gli stipendi attuali, anche una bottiglia da 8 euro può pesare su un bilancio familiare. Non a caso paragonano quella cifra al valore di un buono pasto, per far capire quanto sia delicato posizionare un vino di qualità nel tessuto sociale di oggi. Proprio questa consapevolezza guida la loro politica dei prezzi: la qualità non deve diventare un lusso per pochi. Il contrasto con altre zone d’Italia è netto. In regioni di élite come Toscana e Piemonte un ettaro di vigneto può generare anche due milioni di euro, e una bottiglia di Barolo o Brunello possono costare di media 50 o 60 euro e oltre. 40 Are si muove invece in un modo completamente diverso e sulla base di una scelta consapevole e netta rivolta alla qualità e alle tasche del consumatore. Michele mi racconta che unire il prezzo e la qualità è un modo semplice e diretto per farsi conoscere e acquisire rispetto. Per Giuseppe e Michele il vino esprime la sua vera identità soprattutto se bevuto a tavolo e in buona compagnia. Ed è proprio guardando alle degustazioni che affiora un piccolo rammarico: quanto vino finisce sprecato, versato in calici di chi non ha la sensibilità o l’interesse per apprezzarlo davvero, e che spesso lo lascia lì, a metà o lo butta via. Dietro ogni bottiglia c’è un lavoro che non si ferma mai. Il vino, mi dice Michele, è materia viva, che richiede tempo e dedizione continua. Il vigneto non conosce pause perché l’attività prosegue dal giorno dopo la vendemmia fino alla vendemmia successiva, fatta di sudore e di piccole scelte quotidiane.  Ed è proprio questa consapevolezza a portarli a considerare il vino, come l’olio e il miele, una cosa quasi sacra, un bene che non andrebbe mai sprecato, e che merita un rispetto che va oltre il suo prezzo di mercato. Nonostante le difficoltà di un settore sempre più complicato, la risposta di 40 Are resta sempre la stessa: perseveranza! … unita alla solida convinzione che i risultati siano merito del tempo e del costante impegno. Verso le 50 Are, in punta di piedi Il futuro di 40 Are è già in movimento, anche se Giuseppe e Michele preferiscono parlarne a bassa voce. L’azienda ha da poco acquisito un nuovo appezzamento con una vigna ad alberello pugliese di circa 55 anni. Sono circa mille metri quadrati che, sommati ai quattromila attuali, porteranno presto il totale a cinquanta are. Una crescita misurata, venuta un po’ per caso, ma che permetterà a Giuseppe e Michele di arricchire il loro programma. Su questo nuovo terreno nasceranno due progetti ancora avvolti nel mistero. Il primo è un vino bianco, che i due non vogliono ridurre a un semplice bianco da tavola ma vogliono elevarlo ad un vino da invecchiamento. Per ora, nessun altro dettaglio, per cui rimaniamo in attesa! Il secondo è una Riserva di Primitivo, che vedrà la luce solo tra qualche anno. Su entrambi, Giuseppe e Michele mantengono un riserbo totale, lasciando agli appassionati il piacere dell’attesa. Anche la squadra si allarga: la figlia di Michele entrerà presto in società, trasformando 40 Are in quella che i due, con un sorriso, chiamano già “una famigliona”. Del resto, dietro le etichette c’è proprio questo. Persone semplici, di gran cuore, che coltivano il vino con lo stesso amore con cui si coltiva una famiglia. Giuseppe, che nella vita di tutti i giorni veste la divisa dell’Arma dei Carabinieri con il grado di maresciallo, dedica a questa terra il tempo libero con la stessa serietà con cui affronta il proprio lavoro: due vocazioni diverse, la stessa dedizione. La suggestione del sommelier Quello che resta, dopo una visita a 40 Are, è una sensazione di persone sincere, vere, genuine che allevano uva con tanto amore e devozione. È davvero raro trovare un’ azienda agricola che sappia raccontarsi con la stessa coerenza con cui coltiva la terra: piccola per scelta, ambiziosa per passione e capace di farci sognare con la semplicità di chi come valore aggiunto usa una grande quantità di amore. Il mio consiglio? Versatevi un calice di Primitivo DOP Manduria, mettetevi comodi e lasciate che le sensazioni che vi attraversano facciano il resto. 40 Are, ci ha insegnato che le cose migliori si misurano con pazienza, ara dopo ara.   Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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THE 50 BEST BARS ANNUNCIA LA CLASSIFICA ESTESA 51-100 PER IL 2026 Arrow Right Top Bg

1 Ottobre, 2026

The 50 best bars annuncia la classifica estesa 51-100 per il 2026

  La classifica estesa, che comprende bar distribuiti in 34 città e include 13 new entry, anticipa la presentazione di The 50 Best Bars 2026 a Milano   The 50 Best Bars, sponsorizzato da Perrier, svela oggi i bar classificati dal No.51 al No.100, per il decimo anno consecutivo della classifica estesa. Pubblicata due settimane prima della cerimonia di premiazione di The 50 Best Bars 2026, la classifica estesa celebra una selezione ancora più ampia di bar e mete eccezionali per la mixology da tutto il mondo. La classifica 51-100 in numeri La classifica 51-100 comprende bar distribuiti in 34 città di tutto il mondo Nella classifica di quest’anno ci sono 13 new entry tra Accra, Atene, Bangkok, Dublino, Goa, Hong Kong, Istanbul, Melbourne, Città del Messico, San José, Shenzhen e Singapore Per il quarto anno consecutivo, gli Stati Uniti sono il Paese più rappresentato, con cinque bar a Chicago, New Orleans e New York L’Europa ha la più grande rappresentanza, con 18 bar distribuiti tra Parigi, Atene, Dublino e Oslo L’Asia vanta 16 bar, di cui quattro a Hong Kong Front/Back e La Borracha ad Accra, Bar 1661 a Dublino, Bar Gabriel a Istanbul, Otro Bar a San José e MO Bar Shenzhen segnano il debutto assoluto di queste città nella classifica Sarà Milano a ospitare The 50 Best Bars 2026, in occasione della 18ª edizione della premiazione che fa il suo ritorno in Europa. Considerata un punto di riferimento di eccellenza nel settore del beverage a livello mondiale, la classifica annuale è compilata a partire dai voti della The 50 Best Bars Academy, che comprende oltre 800 baristi indipendenti, giornalisti, educatori e specialisti del settore provenienti da tutto il mondo. La classifica 51-100 ha lo scopo di far luce su un numero ancora maggiore di bar, team e individui la cui creatività, innovazione e influenza continuano a plasmare la cultura dei cocktail su scala globale. Faye Huggett, direttrice della community per The 50 Best Bars La classifica 51-100 è diventata una parte vitale del programma The 50 Best Bars, che ci consente di premiare una gamma ancora più ampia di locali eccezionali in tutto il mondo, incoraggiando gli amanti dei cocktail a scoprire nuove destinazioni ed esperienze. Rappresenta un omaggio alla diversità, all’innovazione e all’energia che definiscono l’odierno panorama mondiale dei bar, puntando i riflettori sui locali che garantiscono sempre drink eccezionali e un’accoglienza di altissimo profilo. Dai grandi nomi più amati del settore alle stelle nascenti che ridefiniscono i confini della cultura dei cocktail, i bar presenti nella classifica di quest’anno riflettono il talento, la passione e la dedizione che continuano a far crescere questo mondo. Siamo entusiasti di celebrare i loro risultati grazie anche alle persone dello staff che li hanno resi possibili. Il Nord America guida la classifica 51-100, con bar negli Stati Uniti, in Messico e in Costa Rica All’interno del continente, gli USA figurano ancora una volta come nazione leader nella classifica estesa, aggiudicandosi cinque posizioni. New York consolida la sua reputazione di capitale mondiale della mixology con tre bar in classifica: Double Chicken Please al No.53, Superbueno al No.61 e Employees Only al No.78. A questi si aggiungono Jewel of the South a New Orleans (No.64) e Kumiko a Chicago (No.70). Anche il Messico conferma la sua ottima performance con tre bar in classifica. Form + Matter, new entry di Città del Messico, debutta al No.59 e si unisce al favorito di lunga data Licorería Limantour, al No.63. Arca a Tulum si piazza alla posizione No.67. Anche l’America Centrale celebra un traguardo storico: l’Otro Bar al No.82 diventa il primissimo bar di San José a entrare in classifica. L’Italia è protagonista assoluta della straordinaria performance europea L’Europa è la regione più rappresentata nella classifica 51-100 con 18 bar, guidata ancora una volta da quattro posizionamenti dell’Italia. Roma ospita Freni e Frizioni (No.62) e Drink Kong (No.92), mentre Gucci Giardino a Firenze si posiziona al No.91 e 1930 a Milano al No.94. Spagna e Regno Unito seguono da vicino con tre bar ciascuno. Lo storico Boadas di Barcellona registra una delle più grandi scalate della classifica estesa, salendo di 33 posti al No.52, insieme a Foco al No.90. Salmon Guru a Madrid completa la rappresentanza del Paese al No.66. I posizionamenti del Regno Unito includono Three Sheets (Soho) al No.73 e Scarfes Bar al No.77, entrambi a Londra, e Panda & Sons a Edimburgo al No.72. In altre zone, Istanbul e Dublino fanno il loro debutto in classifica rispettivamente grazie a Bar Gabriel al No.68 e a Bar 1661 al No.98. Parigi accoglie il ritorno di Little Red Door al No.93, mentre Atene vede una new entry con Naked al No.76 insieme a Baba au Rum al No.55. In Scandinavia, Stoccolma è rappresentata da Tjoget (No.51) e Röda Huset (No.83), mentre Svanen a Oslo si trova al No.65. Hong Kong mantiene il suo vantaggio in Asia con l’ingresso in classifica di un bar a Shenzhen L’Asia continua a dimostrare la profondità e il dinamismo del suo panorama di bar con l’arrivo di cinque new entry nel 2026. Boilermaker a Goa è al No.57 insieme a MO Bar Shenzhen al No.60: quest’ultimo è il primo locale di Shenzhen a entrare in classifica. Altre new entry includono Mius a Hong Kong (No.81), G.O.D a Bangkok (No.85) e Offtrack a Singapore (No.89). Hong Kong rimane la città leader del continente con quattro bar. Insieme a Mius troviamo Coa al No.54, il rientro in classifica di Penicillin al No.69 e The Savory Project al No.96. Tokyo e Bangkok si aggiudicano tre posizioni ciascuna. A rappresentare Tokyo ci sono Bar Trench (No.74), The SG Club (No.88) e The Bellwood (No.100), mentre al G.O.D di Bangkok si uniscono Opium al No.97 e Vesper al No.99. In altre zone dell’Asia, Bar Cham a Seoul si colloca al No.71, Vender a Taichung, che è apparso per la prima volta nell’elenco del 2025, si colloca al No.79, e Smoke & Bitters di Hiriketiya al No.86. Un debutto storico per l’Africa occidentale e una new entry per Melbourne La classifica di quest’anno segna un traguardo significativo per l’Africa occidentale, con due bar di Accra che diventano i primi della regione a figurare nella classifica 51-100: Front/Back (No.80) e La Borracha (No.87). Anche Melbourne torna in classifica con il nuovo Three Horses, che si posiziona al No.84. Negli Emirati Arabi Uniti, LPM Dubai si classifica al No.58. Il conto alla rovescia per la classifica The 50 Best Bars 2026, sponsorizzato da Perrier, sarà trasmesso in diretta streaming mondiale alle 20:00 (ora di Milano) del 7 ottobre 2026. Gli amanti dei bar e dei cocktail possono iscriversi attraverso il canale YouTube di The 50. La Redazione
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1 Ottobre, 2026

PODERI COSTANTINI ANTONIO. Il tempo che torna alla terra.

  Dal 1910 la famiglia Costantini coltiva vigne e custodisce la memoria agricola dell’Abruzzo tra Città Sant’Angelo, Spoltore e Tortoreto. Un viaggio tra storia familiare, territorio e innovazione che passa attraverso due vini simbolo: il Pecorino Iodolanda Anforange e il Montepulciano d’Abruzzo Terre dei Vestini. L’AZIENDA A Città Sant’Angelo, sulle colline pescaresi, il tempo ha il passo lento delle stagioni e la memoria concreta delle mani. Ci sono luoghi in cui la storia non si conserva: continua a camminare. Qui, la famiglia Costantini porta avanti dal 1910 una storia fatta di terra, lavoro e ostinazione gentile, quella che permette a un’idea nata più di un secolo fa di arrivare intatta fino a chi oggi apre il cancello della tenuta. Si potrebbe immaginare l’inizio come una scena semplice: una collina ancora silenziosa, il respiro dell’Adriatico in lontananza, un uomo che guarda le vigne e decide che quella passione non può restare soltanto sua. Da quando Antonio Costantini volgeva lo sguardo all’orizzonte il paesaggio è cambiato, le tecniche si sono evolute, i confini dell’azienda si sono allargati, ma il gesto originario è rimasto lo stesso: affidare alla terra un pensiero e attendere che, con pazienza, sappia restituirlo. PODERI COSTANTINI ANTONIO nasce dentro questo dialogo. Non è soltanto una cantina e non è soltanto un’azienda agricola, piuttosto è una cosa di famiglia e uno sguardo al futuro, un luogo dove ogni scelta sembra avere alle spalle una voce più antica, la voce di chi ha lavorato prima, di chi ha conosciuto la fatica delle vendemmie, l’incertezza del cielo, la necessità di non sprecare nulla. Qui il passato non è un monumento, piuttosto una radice, non si vede, ma tiene in piedi tutto ciò che cresce. La geografia aiuta a capire. I vigneti si distendono non solo a Città Sant’Angelo, ma anche nei territori di Spoltore, Cappelle sul Tavo e Tortoreto, componendo una mappa abruzzese che unisce colline, brevi distanze e differenti respiri del paesaggio. È una campagna che non ha bisogno di alzare la voce. Basta percorrerla quando la luce si abbassa, quando i filari diventano righe scure contro il cielo e il giorno sembra indugiare ancora qualche minuto prima di lasciare spazio alla notte. Dopo Antonio la responsabilità della continuità è passata ai figli Giacomo e Domenico, che hanno scelto di raccogliere il testimone, mettendo in secondo piano le precedenti attività professionali per dedicarsi ai progetti lasciati aperti dal padre. In questa decisione c’è qualcosa di profondamente abruzzese e, insieme, di universale: la consapevolezza che certe eredità non si ricevono davvero finché non si accetta di trasformarle in lavoro quotidiano. Così il casolare di famiglia, costruito alla fine dell’Ottocento, torna a essere parte del futuro, nuovi vigneti entrano nel disegno dell’azienda, le etichette cambiano volto, la ricerca cerca strade ancora da misurare. Non c’è contraddizione tra la casa antica e l’idea di sperimentare anzi, è proprio dalla solidità delle mura, dalla conoscenza del luogo e dalla memoria dei gesti che può nascere il coraggio di provare qualcosa di nuovo. Ora che con Giorgio un’altra generazione è entrata in Azienda lappare ancora più evidente la sua identità e il fatto che si parli del domani senza rinnegare ciò che è stato e senza considerare la tradizione una risposta già pronta. Ci sono bottiglie lasciate riposare in fondo ai pozzi, esperimenti di affinamento in anfora, nuovi impianti pensati anche per riscoprire una storia più lontana. Il vino, qui, diventa quasi un pretesto per interrogare il tempo, scoprire quanto può cambiare una materia quando la si lascia ascoltare il luogo, cosa accade quando una cantina decide di non avere fretta di conoscere il risultato. Sono domande che appartengono alla viticoltura, ma anche alla vita delle famiglie, dove ogni generazione aggiunge una frase a un racconto cominciato molto prima di lei. Perché PODERI COSTANTINI non parla soltanto di produzione, parla di paesaggio coltivato (anche l’olivo rende testimonianza), di responsabilità verso ciò che circonda la casa, di un’idea agricola in cui la terra non viene divisa in compartimenti ma riconosciuta nella sua interezza. Quando si lascia la tenuta, resta l’impressione di aver incontrato non una semplice azienda, ma una famiglia nel momento esatto in cui il ricordo si fa progetto. Quando il cancello si richiude e le colline rimangono dietro la strada si ha ben chiaro che, dal 1910 a oggi, PODERI COSTANTINI ha imparato che custodire non significa fermare il tempo ma accompagnarlo stagione dopo stagione, finché la terra riconosce ancora il passo di chi la ama. I VINI Cinque linee, diciassette etichette…tante, forse troppe (no, decisamente troppe) per raccontarvele tutte in così poco spazio. Ne ho scelte dunque due, due vini che raccontino la Tradizione, il legame tra l’oggi e la Storia e magari qualcosa in più. Date una letta alle mie personalissime descrizioni e correte ad assaggiare lasciandoVi trasportare dalla Curiosità. – COLLINE PESCARESI IGP PECORINO “IODOLANDA ANFORANGE” 2024: la bottiglia arriva quando il giorno si è già dichiarato sconfitto ma non ha ancora trovato il coraggio di andarsene. Ha il colore delle cose che hanno guardato passare il tempo: oro torbido, rame pallido, quasi la luce di una lampadina accesa in una stanza di cui nessuno vuole pagare l’affitto. L’etichetta dice “IODOLANDA ANFORANGE”, il resto lo dice il silenzio, che in certe occasioni è il sommelier più preciso. Arriva dall’Abruzzo, da Città Sant’Angelo, dove PODERI COSTANTINI lavora vigne e ricordi. “IODOLANDA” è il nome di una nonna, “ANFORANGE” è il modo in cui quel nome ha deciso di invecchiare senza diventare malinconico. Pecorino in purezza, 14 gradi, grappoli interi, terracotta, bucce, raspi e una certa ostinazione manuale. Via il tappo! Senza cerimonie. Bottiglia, breve tratto in caduta libera, splash down nel calice, questo il percorso di un vino che non è il bianco educato che entra, saluta e si siede composto lisciando il tovagliolo. La materia, il colore, hanno una densità che sembra trattenere qualcosa, forse una conversazione finita male, forse la luce di un pomeriggio di settembre rimasta intrappolata nella terracotta. La superficie non è ferma: si muove appena, come chi ha appena sentito pronunciare il proprio nome dall’altra stanza. Al naso non recita la parte dell’orange wine esotico e scandaloso, non agita il mantello, non tira fuori il flauto. Si presenta con una trama di agrume maturo con la sua scorza e zenzero, frutta a polpa gialla, erbe secche e fiori appassiti, senape e zafferano, liquirizia e una vena salina che attraversa tutto come un testimone poco disposto a collaborare. Il frutto non è dolce, anche quando ricorda la pesca o l’albicocca, ha piuttosto quella maturità sorvegliata delle cose che hanno smesso di voler piacere a tutti. In bocca il vino fa quello che deve fare un vino macerato quando non vuole ridursi a una fotografia color ambra: tiene botta. L’ingresso è largo, caldo, quasi tattile; poi arrivano i tannini, gentili con moderazione, presenti, tali da fare attrito sulle gengive e regalare un finale che non si limita a sparire ma si allontana lentamente, lasciando dietro di sé agrume, pietra, erbe e una specie di ordine segreto. Non è un vino che cerca la trasparenza ma persistenza, che è una forma più rischiosa di sincerità. C’è un momento, dopo il secondo bicchiere, in cui il Pecorino smette di essere un esperimento in terracotta e diventa un racconto. Non quello della tradizione usata come arredamento, con la polvere sulle bottiglie e il nonno convocato per la fotografia. Un racconto più accidentato: una famiglia, una vigna abruzzese, una nonna chiamata Iodolanda, il desiderio di portare un vitigno riconoscibile in un territorio meno prevedibile. La terracotta non è un effetto speciale. È il luogo dove il vino ha scelto di fare i conti con il tempo, con le bucce e con il rischio di non risultare simpatico. Il risultato è un orange wine che non ha bisogno di travestirsi da manifesto. La sua stranezza è domestica, quasi amministrativa. Sta nel modo in cui un Pecorino, privato della sua solita camicia stirata, conserva l’identità varietale e guadagna una voce più ruvida. Non c’è la pulizia chirurgica del bianco da aperitivo e non c’è nemmeno la confusione di certi vini naturali che sembrano aver perso il numero del proprio avvocato. Qui la libertà ha un indirizzo preciso. Un vino per quando il tavolo è apparecchiato male, la ricetta è venuta diversa dal previsto e qualcuno ha appena detto che tanto il vino bianco è tutto uguale. Non convincerà tutti. Peggio per tutti. Quando la bottiglia finisce, resta sul fondo una luce scura e sulle pareti del bicchiere una traccia color miele. Fuori, la sera ha preso possesso del quartiere. Dentro, qualcuno cerca il nome del vino per ricordarselo il giorno dopo. È un gesto inutile: “IODOLANDA ANFORANGE” non è il tipo di vino che si ricorda. È il tipo di vino che ricompare. 89- Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI 2021: vigne allevate a filari, vendemmia manuale, grappoli scelti uno per uno come si sceglierebbero i complici giusti per un lavoro che deve andare liscio, la cantina, il rituale lento, quasi ipnotico, di quelli che nei film si raccontano in dissolvenza, con la musica che sale piano… Un vino che arriva nel bicchiere come in una di quelle scene in cui il protagonista, dopo avere attraversato mezza America per una faccenda che non si capisce bene, si siede al bancone di un bar sperduto e ordina qualcosa di rosso senza troppe spiegazioni. Un vino che al naso è un piccolo inventario di frutta scura: amarena, prugna, mora, mirtillo selvatico, che si intrecciano a un accenno di liquirizia e tabacco, con quella vena terrosa che racconta il “da dove” tutto è partito, e il legno, discreto e mai invadente, che regala quelle note di cuoio e vaniglia che sanno di sella consumata più che di falegnameria. Non si concede subito, l’ha fatto gente di poche parole e molte vendemmie, e ogni volta che pensi di averlo inquadrato cambia discorso. La bocca è storia complicata. Il tannino si presenta con la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare, la sapidità è tagliente come una battuta secca detta al momento giusto, e i gradi alcolici restano avvolti dentro il frutto senza mai uscire allo scoperto a rovinare la scena. Non è che sia reticente, diciamo che bisogna cavargli un po’ le parole di bocca, si diverte a lasciare dei vuoti nel racconto, e quei vuoti deve completarli chi beve. Il finale è lungo, un po’ ambiguo, di quelli che non chiudono davvero il cerchio ma ti lasciano lì, bicchiere in mano, a chiederti se hai capito tutto o se ti sei perso qualcosa per strada, un ultimo respiro di frutto scuro e spezia che si allontana senza mai voltarsi indietro, come chi esce di scena sapendo perfettamente di aver avuto l’ultima parola. Non è un vino timido, ma nemmeno urlato, ha la forza di chi lavora la terra da un secolo e la pazienza un po’ inquietante di chi ha tutto sotto controllo anche quando sembra il contrario. Un vino scandito da verbi che si coniugano un bicchiere alla volta: restare, insistere, raccontare… Forse non una poesia, ma una strofa scritta con inchiostro denso, da leggere lentamente, magari due volte. 86 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a PODERI COSTANTINI per l’ospitalità concessami, per le parole e per il vino bevuto insieme. Le ore trascorse a Città Sant’Angelo sono servite ad aprire un’altra finestra sull’Abruzzo del vino, ricordando financo le influenze del Regno di Napoli su una Regione che mostra oggi come il Sud possa essere l’asse sul quale ruotare l’italia sottosopra invertendo prospettive e interessi. La Famiglia COSTANTINI lavora a questo da oltre cento anni e come lei ora sono in tanti. Il futuro è dietro l’angolo e a Città Sant’Angelo c’è chi è già pronto ad aspettarlo. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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30 Settembre, 2026

Extraordinay Food&Wine. A Venezia la bellezza gioca con la bellezza

  Come si racconta Venezia, una città che da sola riesce a lasciare senza fiato? Extraordinary Food&Wine ci prova mettendo in scena il meglio dell’artigianalità italiana. Tra le sale dell’Hotel Monaco Gran Canal abbiamo incontrato produttori, degustato vini, oli, formaggi, mieli e specialità gastronomiche provenienti da tutta Italia, in una manifestazione che celebra il saper fare, la qualità e le tradizioni che continuano a rinnovarsi.   Come spiegare Venezia? Anni fa, anzi 26 anni fa, quando ancora avevo la mia galleria d’arte contemporanea Pianissimo, parlando con un mio amico artista Guatemalteco, Aníbal López, invitato alla Biennale del 2001, mi raccontò di una sua particolare ansia. Aníbal, che proprio in quell’edizione avrebbe poi vinto il Leone d’Oro come miglior giovane artista, sosteneva che Venezia era talmente irreale, talmente meravigliosa già nel momento in cui si esce dalla stazione di Santa Lucia, da riempire gli occhi e il cuore di chiunque la visita. Da lasciar senza fiato ogni volta che ci si torna. Secondo Anibal un artista invitato alla Biennale, appuntamento tra i più importanti al mondo dedicato all’arte contemporanea, doveva innanzitutto reggere il confronto con la città. Una sfida paradossale: come riuscire a sorprendere con la propria opera quando ciò che ti circonda è già di per se un’ opera d’arte tra le più incredibili mai realizzate dall’uomo? Venezia è una città che crea aspettative, ogni evento deve esserne all’altezza. A Venezia la bellezza gioca con la bellezza e lo scorso 20 settembre con Emma ci abbiamo giocato, all’interno di una manifestazione che ha saputo sorprendere. Siamo stati alla nona edizione di Extraordinary Food&Wine, in Piazza San Marco all’Hotel Monaco Gran Canal. Questo evento enogastronomico è stato immaginato, costruito e realizzato da Fausto Brozzi, architetto e designer, che mira così ad esporre è il caso di dire, le eccellenze italiane nel settore gastronomico ed enoico. Nelle stupende sale, ricche di stucchi, gessi ed affreschi dell’Hotel Monaco Gran Canal, accolti da un entusiasmante Ennio Barbieri, stretto collaboratore di Fausto Brozzi, abbiamo incontrato e dialogato con aziende che rappresentano la massima qualità artigianale nei loro settori, abbiamo assaggiato diversi tipi di pasta e risotti cucinati da una brigata di Chef, abbiamo fatto una degustazione di olio che ha letteralmente attraversato la penisola, una verticale di Parmigiano Reggiano da ricordare ed assistito ad una masterclass della sfoglina Rina Poletti, fondatrice dell’Accademia della Sfoglia ed instancabile divulgatrice. C’era davvero tanto da gustare, da vedere, da ascoltare, e tanto da imparare. Per esempio ci ha colpito molto lo spazio dedicato all’ Osservatorio Nazionale Miele, con un banco di assaggio di 12 tipi di miele unifloreali e millefiori, dal Girasole che rivela una acidità inaspettata per un miele, al Timo Arbustivo Siciliano caratterizzato da dolci note speziate e balsamiche ed ovviamente di timo, un miele aristocratico, al miele di Sulla, profumato di fiori di campo e dal sapore delicato e fresco. Come dicevo anche la degustazione di olii è stata una occasione per assaggiare le eccellenze delle nostre regioni, ottimi tutti ma…..il DEN dell’azienda Agricola le Tre Colonne, provincia di Bari, ci è proprio piaciuto. Monocultivar 100% Coratina denocciolata, intenso e potente, in luce i classici sentori di carciofo, cicoria, e vegetali della cultivar, l’amaro iniziale viene bilanciato e poi superato dalla piccantezza in una progressione davvero intensa. Super! L’azienda Coronelli, dalla provincia di Rimini, ci ha coccolati con le creme di frutta,  frutta semicandita, frutta speziata, aromatizzata con liquori. Tutti prodotti che abbiamo pensato in abbinamento a formaggi o carni, Exotic a base frutti tropicali quali Ananas, Mango, Papaya e Frutto della Passione è la compagna perfetta per un filetto di maiale, i Fichi Caramellati? con il Parmigiano Reggiano Vacca Rossa 50 mesi del Caseificio Sociale Castellazzo, provincia di Reggio Emilia. Che dire, bazzecole, quisquilie e pinzillacchere! Dalla Toscana, provincia di Firenze, l’azienda Faggiola ha proposto una selezione dei suoi formaggi, dalla Caciotta toscana giusto per iniziare, passando per diverse stagionature all’aromatico al tartufo, sino ad un Reale stagionato in fossa, sempre vaccino ma talmente saporito e ricco di aromi da sembrar quasi un Pecorino stagionato, l’inganno lo svela la sua dolcezza, tipica dei vaccini. A Tabiano, in provincia di Parma, abbiamo scoperto la Focaccia di Tabiano, della Pasticceria Tabiano. Curiosa la scelta del nome Focaccia quando si sta parlando di un prodotto vicino al Panettone, vicino ma non uguale, infatti il disciplinare del Panettone impone una percentuale minima di materia grassa, 16% al netto di canditi ed uvetta, che la Focaccia di Tabiano ha ridotto notevolmente, Focaccia quindi sta ad indicare un dolce soffice a pasta lievitata che assomiglia ad un Panettone ma non lo è. Ed è buonissimo! farcito con generosi pezzettoni di cedro ed albicocche candite e l’assaggio della Focaccia di Grani Antichi della Food Valley, territorio di eccellenze compreso tra le province di Parma, Reggio Emilia e Modena, orzo e grano tostati uniti al cioccolato bianco, ci ha portato direttamente alla vigilia di Natale con la crema di mascarpone, che ahimè compensa abbondantemente la riduzione della materia grassa nella Focaccia. Particolarmente generosa la degustazione delle ostriche di I.Wai Food, provincia di Milano, punto di riferimento italiano per l’ostricocoltura, partendo dalla Mignon di Goro sino alle Mamer, orgoglio di Olbia, deliziosamente persistenti tra dolcezza e sapidità. Emma ha gradito molto l’abbinamento con la Malvasia Aromatica di Candia della Cantina LungoParma, perfetta con i suoi aromi dolcemente fruttati e floreali intensi, con accenni di erbe aromatiche mediterranee e la chiusura con un ricordo del miele. Ottima. Eccellente anche la proposta della cantina Punto Zero, in provincia di Vicenza, siamo nei Colli Berici, in una dorsale di origine vulcanica che parte da Verona ed arriva  sino alle porte di Venezia. Il bianco in queste zona porta il nome di Garganega, ed il loro Gargà può essere considerato un esempio ben rappresentativo del vitigno, escono subito i fiori di sambuco, di zagara e camomilla, e la pesca bianca con la pera. Il passaggio in legno nuovo lo arricchisce di struttura, verso la vaniglia ed il miele. Mentre assaggiando i loro rossi mi piace soffermarmi sul Carmenere, un vitigno che è arrivato in questo areale dal Cile sotto mentite spoglie di Cabernet Franc, tanto da essere chiamato anche Cabernet Italico. Solo sul finire degli anni 90 del secolo scorso si è risaliti alla vera origine del vitigno, peraltro origini nobili dal Medoc, tradizionalmente utilizzato per i blend a taglio Bordolese con il Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, e proprio in questo areale, Colli Berici ed Euganei, ha trovato una delle sue massime espressioni, tanto da diventare una DOC nel 2008. La loro versione piace in quanto a snellezza del prodotto, più giocato sulla freschezza, sulla delicata trama tannica e sulla componente floreale. Potremmo definirlo un Carmenere 2.0. Dal Friuli arriva la cantina Tenuta Stella, considerata a ragione un paradigma della vinificazione del Collio. Ottimi  i loro vini, la Malvasia Istriana, il loro Friulano, la loro Ribolla. Vini che fotografano alla perfezione la ricchezza del territorio. Io mi sono adagiato sulla loro Malvasia, godibile sin d’ora in attesa della maturità. Morbido ed elegante nell’esprimersi, di buona acidità e persistenza, con una nota fumè e zafferano è un vino che chiede tre o quattro anni per sbocciare a pieno e seguire il suo destino di lunga vita. Grazie a Fausto Brozzi ed al suo Extraordinary Food&Wine per questa splendida occasione. Questi sono solo appunti sparsi di una giornata trascorsa all’insegna dell’artigianalità italiana, del saper fare con le mani, di tradizioni che si rinnovano generazione dopo generazione. Di una giornata trascorsa a Venezia giocando con la bellezza.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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La città capitale del vino per 9 giorni: Milano Wine Week brinda alla nona edizione con oltre 100 eventi diffusi, tra walk around tasting, degustazioni, formazione e nuovi premi per i protagonisti del settore Arrow Right Top Bg

30 Settembre, 2026

Milano Wine Week. Milano è la città capitale del vino per 9 giorni

  Dal 17 al 25 ottobre, eventi, incontri, masterclass e nuove esperienze tra il Milan Marriott Hotel, cuore del programma professionale, l’Enoteca ai Dazi dell’Arco della Pace e tantissime location cittadine. Tra le novità, i Wine Hospitality Awards, il ritorno di Wine List Italia con 100 sommelier coinvolti e le grandi degustazioni, mentre Milano Wine Week si prepara al traguardo del decennale nel 2027   A un passo dal traguardo dei dieci anni, Milano Wine Week torna dal 17 al 25 ottobre con una nona edizione che guarda all’evoluzione del mondo del vino e ai nuovi modi di raccontarlo, viverlo e condividerlo. Nove giorni che avranno nel Milan Marriott Hotel il cuore degli appuntamenti professionali e nell’Enoteca MWW ai Dazi dell’Arco della Pace il punto di incontro con la città e il grande pubblico, a cui si affiancherà un calendario di oltre 100 attivazioni diffuse in tutta Milano, per portare la cultura del vino oltre i tradizionali spazi della manifestazione e creare nuove connessioni con arte, design, cultura e lifestyle. Il programma e le principali novità dell’edizione 2026 sono stati presentati oggi, 23 settembre, durante la conferenza stampa al Dazio di Levante, in Piazza Sempione a Milano, alla presenza di Federico Gordini, Presidente di Milano Wine Week, insieme a rappresentanti delle istituzioni, del mondo del vino e dei partner della manifestazione. Sono intervenuti Lorenzo Cafissi, Beverage & Home care & Personal Care Director di GS S.p.A., da anni main sponsor della manifestazione; Giacomo Bullo, Communication Manager di ALMA; Pippo Russotti, Managing Director di Russotti Gestioni Hotels; Ciro Fontanesi, Coordinatore della Wine Academy di ALMA e del Master  ALMA-AIS; Alberto Tasinato, Curatore della Guida Wine List Italia,  Francesca Seralvo, Presidente del Consorzio Oltrepò Pavese; Prof. Lorenzo Livi, Direttore FRO – Fondazione Radioterapia Oncologica;  Matteo Fortarezza, Senior Consultant NielsenIQ; Giulio Somma, Project Manager Facoltà delle Scienze Agrarie Alimentari dell’Università degli Studi di Milano. Federico Gordini, Presidente di Milano Wine Week Arrivare alla nona edizione significa per noi essere a un passo da un traguardo importante, ma soprattutto avere davanti una nuova occasione per guardare al futuro. In questi nove anni Milano Wine Week è cresciuta insieme al mondo del vino, intercettando i cambiamenti e cercando ogni volta nuovi linguaggi e modalità per avvicinare le persone a una cultura in continua evoluzione. Un’evoluzione che trova conferma anche nei numeri. Secondo i dati NielsenIQ presentati oggi durante la conferenza d’apertura, nei primi dieci mesi dell’anno il mondo del vino, acquistato dall’84% delle famiglie italiane, ha venduto oltre 600 milioni di litri, confermando il peso della filiera per l’economia italiana e per l’indotto che coinvolge circa 500mila addetti al settore. In un mercato in continua trasformazione, la qualità fa la differenza: chi sceglie il vino continua a premiare il valore, con una crescita sia della spesa per ogni atto d’acquisto che del prezzo medio al litro. Un segnale che fotografa il profilo di un consumatore sempre più attento alle proprie scelte e alla qualità dell’esperienza che accompagna ogni etichetta. Non a caso, proprio l’esperienza sarà al centro della nona edizione, che prenderà il via sabato 17 ottobre con il tradizionale Brindisi inaugurale a CityLife: un grande momento di apertura alla città, gratuito e accompagnato da live entertainment, che ogni anno riunisce migliaia di persone e che nel 2026 sarà realizzato in collaborazione con Carrefour, Main Sponsor di Milano Wine Week, e Terre d’Italia. L’esperienza è però anche uno dei driver che stanno ridisegnando il rapporto tra vino, territori e pubblico. Da qui nasce una delle principali novità dell’edizione 2026: un nuovo format dedicato alla Wine Hospitality, che il 17 ottobre prenderà forma attraverso il Wine Hospitality Forum, la prima edizione dei Wine Hospitality Awards – che includono il premio Wine Destination of the Year – e il Wine Hospitality Showcase. Tre momenti complementari per analizzare l’evoluzione dell’ospitalità del vino, riconoscere le espressioni più significative e proporre un’esperienza diretta al pubblico, che avrà l’occasione di scoprire proposte e ricettività delle 50 cantine di tutta Italia premiate dagli Awards nel primo evento aperto a tutti della manifestazione. E se l’esperienza è al centro, altrettanto centrale è chi la rende possibile. Tornano così gli appuntamenti dedicati ai professionisti di sala, anello fondamentale nel viaggio del vino dalla cantina al calice e alle persone: Wine List Italia (18 ottobre), che racconta la sommellerie attraverso le voci e le scelte dei suoi protagonisti, e gli MWW Awards (19 ottobre), che per il sesto anno consecutivo premieranno oltre cento tra le migliori carte vini della ristorazione e del retail in Italia. Accanto a questi, arrivano gli Stati Generali della Sala Italiana (19 ottobre): piattaforma di confronto e innovazione che si riunirà in occasione del Business Day del lunedì. Non mancheranno, lungo tutta la settimana, occasioni di business per l’intero comparto, con un programma dedicato ai professionisti tra workshop, masterclass, tasting, convegni e meeting B2B in programma al Milan Marriott Hotel, realizzati in collaborazione con numerosi partner. L’edizione 2026 rafforza inoltre il proprio impegno nella formazione grazie alla collaborazione con ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, Educational Partner della manifestazione, che contribuirà al programma con contenuti dedicati ai professionisti e alla valorizzazione della cultura dell’ospitalità. In parallelo, Milano si trasforma per nove giorni in una grande città del vino, con oltre 100 appuntamenti e attivazioni diffuse. Punto di riferimento per il pubblico sarà l’Enoteca Milano Wine Week ai Dazi dell’Arco della Pace, aperta per tutta la durata della manifestazione: un luogo di incontro e scoperta dove degustare centinaia di referenze, incontrare produttori e lasciarsi guidare dai sommelier, accanto a un calendario di appuntamenti, degustazioni e party, tra cui la One Wine Night, in collaborazione con Carrefour e Terre d’Italia. Lorenzo Cafissi, Beverage & Home care & Personal Care Director di GS S.p.A. Anche quest’anno siamo felici di rinnovare la nostra partecipazione alla Milano Wine Week, un’importante occasione per rafforzare il nostro impegno nella valorizzazione della categoria e delle sue eccellenze. La partnership ci permette di consolidare il nostro impegno a supporto dell’intera filiera e di contribuire a creare un dialogo sempre più diretto tra il settore e il pubblico, favorendo una conoscenza del mondo del vino più consapevole e responsabile e valorizzando le eccellenze che contraddistinguono il nostro Paese. L’Enoteca MWW sarà anche il cuore de  “IL VINO CAMBIA FORMA”, il nuovo progetto culturale nato dalla collaborazione tra Milano Wine Week e Spazio Di Paolo per esplorare il ruolo del design e dei nuovi linguaggi nella trasformazione del mondo del vino. Per tutti i nove giorni, una mostra dedicata al packaging design, affiancata da talk, incontri e happening, porterà al centro il tema della comunicazione contemporanea del vino e della ricerca di nuovi linguaggi capaci di dialogare anche con le nuove generazioni. La manifestazione si estenderà poi in tutta la città, coinvolgendo ristoranti, hotel, locali, università e luoghi della cultura, dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro a BASE Milano e al Savona-Tortona District, facendo dialogare il vino con arte, design, formazione e lifestyle. Tra gli appuntamenti anche il convegno “Coltivare l’equità e l’innovazione nel sistema del vino italiano: identità, ruoli e prospettive delle donne tra università, ricerca e impresa”, ospitato dall’Università degli Studi di Milano e dedicato al ruolo delle donne nella filiera vitivinicola, e un approfondimento della European School of Economics – ESE Milan ospiterà invece un appuntamento dedicato alla Longevity Economy, per esplorare il tema della longevità applicato al mondo del vino e l’evoluzione dei consumi e delle esperienze legate al beverage. Federico Gordini L’edizione 2026 nasce proprio dalla volontà di mettere in dialogo tutte le anime del settore, dai produttori agli operatori, dalla sommellerie all’hospitality, fino al grande pubblico, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni e alla Gen Z.  Lo facciamo attraverso momenti di business, formazione e confronto, ma anche attraverso esperienze capaci di portare il vino fuori dai suoi contesti più tradizionali e farlo dialogare con la città. Milano, con la sua capacità di anticipare le tendenze e mettere in connessione mondi diversi, continua a essere il luogo ideale per accompagnarci verso il nostro decennale. Dall’hospitality alla sommellerie, dal business alla formazione, Milano Wine Week, ideata da MWW Group nel 2017, mette in connessione le diverse anime di un settore in continua evoluzione con un programma che animerà tutta la città da sabato 17 fino al Closing Party all’Enoteca MWW domenica 25 ottobre. Il programma è consultabile su www.milanowineweek.com I biglietti per le iniziative a pagamento sono in vendita su Dice. Gli operatori possono accreditarsi per le iniziative sul sito di Milano Wine Week, sezione Business. #MWW2026 @milanowineweekofficial   IL PROGRAMMA DI MILANO WINE WEEK 2026 DUE HUB, UNA CITTÀ: IL MARRIOTT PER IL BUSINESS, I DAZI PER IL GRANDE PUBBLICO Per nove giorni Milano Wine Week avrà due principali punti di riferimento. Il Milan Marriott Hotel, recentemente rinnovato con un intervento che ha coinvolto 317 camere e 2.500 mq di spazi per eventi, sarà il cuore del programma professionale, tra convegni, masterclass, grandi degustazioni e incontri B2B. L’Enoteca MWW ai Dazi dell’Arco della Pace sarà invece il principale hub dedicato al pubblico: una cantina esperienziale e tecnologica – Sede anche del progetto “Il Vino Cambia Forma” del designer Mario di Paolo – aperta per tutta la durata della manifestazione, dove degustare centinaia di referenze, incontrare i produttori, partecipare ai Walk Around Tasting e farsi guidare da sommelier certificati. L’Enoteca sarà aperta dal lunedì al venerdì dalle 18.00 alle 23.00 e il sabato e la domenica dalle 11.00 alle 23.00, con un calendario di degustazioni, incontri ed eventi serali che accompagnerà la manifestazione fino al Closing Party di domenica 25 ottobre. Sarà inoltre uno degli spazi protagonisti della collaborazione con Pril, Technical Sponsor di Milano Wine Week, presente insieme al Milan Marriott Hotel con attività di sampling dedicate ai suoi Pods per lavastoviglie. Lurisia accompagnerà invece la manifestazione in qualità di Official Water di Milano Wine Week. 17 Ottobre | Wine Hospitality e il Brindisi alla Città WINE HOSPITALITY La nona edizione entrerà subito nel vivo sabato 17 ottobre con il debutto del nuovo progetto dedicato alla Wine Hospitality. Alle 11.00 al Milan Marriott Hotel, il Wine Hospitality Forum aprirà il confronto sull’evoluzione dell’accoglienza legata al vino e sulle realtà capaci di trasformare la visita in cantina in un’esperienza più ampia, mettendo in relazione vino, benessere, sostenibilità, cultura, natura, architettura e design. Alle 12.00 seguirà la prima edizione dei Wine Hospitality Awards, che premierà 50 realtà in 10 categorie, dalla Luxury Wine Hospitality al Food & Wine, dal Wellness all’Outdoor & Nature, fino ad arte e cultura, architettura e design, innovazione, accessibilità e nuove destinazioni del vino. Dalle 15.00 alle 21.00, le realtà premiate saranno poi protagoniste del Wine Hospitality Showcase, aperto a pubblico, operatori e stampa: un grande appuntamento per conoscere vini, destinazioni, percorsi ed esperienze di ospitalità, portando per un giorno la wine hospitality nel cuore di Milano. BRINDISI INAUGURALE Alle 18.00 a CityLife tornerà il tradizionale Brindisi di Apertura, appuntamento gratuito che ogni anno riunisce migliaia di persone e che nel 2026 sarà realizzato in collaborazione con Carrefour, Main Sponsor di Milano Wine Week, e Terre d’Italia. ONE WINE NIGHT
La serata proseguirà alle 21.00 ai Dazi dell’Arco della Pace con la One Wine Night, realizzata con Carrefour: un format che unisce degustazione ed entertainment per avvicinare il vino ai linguaggi e alle occasioni di socialità delle nuove generazioni. 18 Ottobre | Wine List Italia: 100 Sommelier raccontano Il Vino Domenica 18 ottobre sarà la giornata di Wine List Italia, il progetto di MWW Media dedicato alle voci, alle scelte e alla cultura dei professionisti della sommellerie. Alle 11.00 al Milan Marriott Hotel si terranno il convegno “Il presente e il futuro della sommellerie e del Servizio di Sala” e la presentazione della quarta edizione della Guida Wine List Italia, curata quest’anno da Marco Reitano, Chef Sommelier de La Pergola di Roma, Alberto Tasinato, co-founder de L’Alchimia e Taverna Alla Scala di Milano, e Ciro Fontanesi, Coordinatore della Wine Academy di ALMA e del Master Sommelier ALMA-AIS. A conclusione, un brindisi con Franciacorta. Dalle 15.00 alle 21.00, il Grand Tasting Wine List Italia aprirà le porte anche al pubblico, riunendo 100 tra i migliori sommelier d’Italia e le cantine selezionate dal progetto in una grande degustazione dedicata alle etichette protagoniste delle carte dei vini di alcuni dei più importanti indirizzi del gusto della Penisola. 19 Ottobre | Business Day: Sala, Territori e nuove opportunità Lunedì 19 ottobre il Milan Marriott Hotel ospiterà il Business Day, una giornata interamente dedicata a operatori, aziende e professionisti. STATI GENERALI DELLA SALA E GRAND TASTING B2B Alle 10.00 prenderanno il via gli Stati Generali della Sala Italiana, piattaforma di confronto dedicata al presente e al futuro delle professionalità di sala e naturale prosecuzione del percorso avviato con il Premio Eccellenza della Sala Italiana, con il patrocinio del Senato della Repubblica. Parallelamente, dalle 10.00 alle 18.00, il Grand Tasting B2B – con aziende quali Partesa e molte altre – creerà nuove occasioni di degustazione, networking e incontro tra cantine e operatori. BRDA, REGIONE VINICOLA OSPITE 2026 Protagonista della giornata sarà anche Brda, Regione Vinicola Ospite 2026, con un Walk Around Tasting dedicato alle cantine e alle espressioni del territorio sloveno. MASTERCLASS E TERRITORI Il programma sarà completato da un fitto calendario di masterclass, con appuntamenti dedicati, tra gli altri, a Bellavista, Alta Langa, Giovanni Rosso e ALMA, e da un approfondimento sull’Oltrepò Pavese dedicato alla “Mappatura e zonazione nel territorio dell’Oltrepò Pavese”, con Carlo Masnaghetti. MWW AWARDS Alle 19.00 torneranno infine gli MWW Awards, giunti alla sesta edizione. Presieduti dal critico enogastronomico Andrea Grignaffini, i riconoscimenti premieranno le migliori selezioni vinicole della ristorazione e del retail italiano e internazionale, valorizzando il lavoro di chi costruisce e racconta ogni giorno la cultura del vino attraverso carte e cantine. 20 Ottobre | WineIQ e Il Mercato letto attraverso I dati Il programma business proseguirà martedì 20 ottobre con gli incontri B2B one-to-one tra cantine e operatori internazionali, pensati per favorire nuove relazioni professionali e opportunità commerciali. WINE IQ
Alle 11.00 al Milan Marriott Hotel sarà la volta di “Wine IQ – A Glass of Insights”, l’appuntamento curato da NielsenIQ per leggere attraverso i dati l’evoluzione del mercato. Dal contesto macroeconomico ai comportamenti di acquisto e consumo, l’incontro analizzerà il settore tra Retail, Horeca, territori e trasformazioni socio-demografiche, per poi proseguire con workshop verticali dedicati ad alcuni dei temi strategici per il comparto, tra cui Export e Consumer Journey. Nel corso della giornata proseguirà anche il calendario di masterclass e incontri al Marriott, tra cui l’appuntamento della European School of Economics – ESE Milan dedicato alla Longevity Economy, nell’ambito del progetto The Longevity Society – Youth Chapter. 22 Ottobre | Carrefour e Il futuro della Categoria Vino Giovedì 22 ottobre il programma professionale tornerà al Milan Marriott Hotel con una giornata dedicata a Carrefour, Main Partner della manifestazione. Alle 11.00, un convegno affronterà l’evoluzione della categoria vino e i nuovi comportamenti d’acquisto, offrendo anche l’occasione per presentare un nuovo progetto Carrefour dedicato alla categoria e condividere la visione dell’insegna sulle trasformazioni in corso nel mercato. 23 Ottobre | Formazione, Territorio e Solidarietà Venerdì 23 ottobre Milano Wine Week porterà il confronto anche all’Università degli Studi di Milano, con un convegno dedicato ai temi dell’equità, dell’innovazione e del ruolo delle donne nella filiera vitivinicola, realizzato insieme all’Associazione Donne del Vino. Dalle 18.00 alle 23.00 al Milan Marriott Hotel, il vino diventerà anche occasione concreta di solidarietà con il Benefit Walk Around Tasting a sostegno di FRO – Fondazione Radioterapia Oncologica, realizzato con AVITO. Protagonisti saranno i 24 Consorzi di Tutela vinicoli della Toscana, riuniti in un grande banco d’assaggio con centinaia di etichette e specialità del territorio. L’intero ricavato dell’iniziativa sarà destinato a FRO, a sostegno della ricerca. MILANO WINE WEEK FUORI DAGLI HUB: IL VINO INCONTRA LA CITTÀ Accanto agli appuntamenti del Marriott e dei Dazi, Milano Wine Week coinvolgerà la città con oltre 100 attivazioni diffuse, portando il vino in luoghi e contesti diversi.Tra questi, la Fondazione Arnaldo Pomodoro proporrà nei weekend del 17-18 e 24-25 ottobre speciali visite con calice nello Studio di Arnaldo Pomodoro, in occasione di La Collezione di Arnaldo Pomodoro – Vol. I. Gli ospiti saranno accolti con un calice offerto da Tenute Lunelli, la cui cantina umbra è stata progettata dallo stesso Pomodoro. Anche BASE Milano e il Savona-Tortona District entreranno nel circuito della manifestazione, insieme a decine di ristoranti, hotel e locali milanesi, componendo una geografia diffusa che farà incontrare il vino con arte, design, cultura, formazione ed entertainment. Info e prenotazioni: Farout Live DAL 17 AL 25 OTTOBRE | L’ENOTECA MWW Per tutta la durata della manifestazione, l’Enoteca MWW ai Dazi dell’Arco della Pace accompagnerà il pubblico con degustazioni, Walk Around Tasting e appuntamenti serali, fino al Closing Party di domenica 25 ottobre, che chiuderà ufficialmente la nona edizione di Milano Wine Week. Il calendario completo, in continuo aggiornamento, sarà disponibile sul sito ufficiale di Milano Wine Week. I biglietti per gli appuntamenti a pagamento saranno disponibili su DICE, mentre gli operatori potranno accreditarsi alle iniziative professionali attraverso la sezione Business del sito. Partner: ICE,  Carrefour Italia, Lurisia, ALMA,  Fipe, NielsenIQ, Consorzio Franciacorta, Consorzio Oltrepò Pavese, Partesa, FRO – Fondazione Radioterapia Oncologica, Pril, GRH – Milan Marriot Hotel, AVITO. MILANO WINE WEEK 2026
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Main Sponsor: Carrefour Italia MWW Group MWW Group è la prima realtà milanese specializzata nel settore enogastronomico ad aver dato vita a nuovi format di eventi importanti per la Città, oggi punto di riferimento non solo per i professionisti del mondo vitivinicolo, agroalimentare, ma anche per il pubblico di appassionati e wine lovers: prima con la Milano Food Week e poi nel 2017 con la Milano Wine Week – la più coinvolgente manifestazione nazionale che porta in scena il grande mondo del vino, giunta alla nona edizione. MWW Group è inoltre artefice del World Aperitivo Day®, la giornata internazionale dedicata all’iconico rito dell’Aperitivo lanciata nel 2022 per promuovere, tutelare e codificare un’occasione di consumo che porta in scena la cultura dell’abbinamento tra eccellenze del Food e del la Beverage. Da qui nasce nel 2023 anche Aperitivo Festival, la tre giorni di tasting, masterclass e intrattenimento che mira a valorizzare e promuovere un momento conviviale per eccellenza, accanto alla creatività dei professionisti del settore, oltre alle eccellenze agroalimentari del nostro Paese, sensibilizzando sul consumo responsabile degli alcolici. La Redazione
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30 Settembre, 2026

Villa Corniole. Per la famiglia, per sempre

  Sabina Pellegrini ha ventinove anni e una storia che profuma di montagna, famiglia e vigneti. A Villa Corniole raccoglie un’eredità costruita nel cuore della Val di Cembra e la accompagna verso il futuro con lo stesso passo misurato che da sempre distingue questa terra.   Alzi la mano chi non ha mai giocato almeno una volta (una sola?) al gioco della bottiglia. Seduti in circolo, con una bottiglia in centro fatta roteare vorticosamente. La prima scelta, poi la seconda, poi il bacio tra i due. Una scelta del caso. Un bacio a caso. Una coppia formata dal caso. Quasi come in quel reality Matrimonio a prima vista. Nel mondo del vino, spesso il vino si sceglie. Come ragione di vita. Come fuga. Come ritorno. Poche volte è il vino a scegliere. Come in questo caso quando il vino ha scelto lei. Sabina Pellegrini ha ventinove anni, viene dalla Val di Cembra e quando parla della sua famiglia ha la pacatezza di chi sa esattamente dove si trova nel mondo. Oltre che dove vuole trovarsi. Come se la ricerca e il radicamento coesistano in lei senza contraddirsi. È la più piccola di tre sorelle. Il padre, Onorio è un uomo circondato, nel senso più pieno del termine. Quattro donne, una cantina, una visione. Mi è sembrato veramente un uomo coraggioso. La Val di Cembra è un luogo che il Trentino custodisce con discrezione. Sembra essere un segreto che preferisce non condividere troppo. Valli strette, versanti ripidi, terrazzamenti che sembrano costruiti con la pazienza di qualcuno che non aveva fretta ma sapeva benissimo cosa voleva. Il Müller Thurgau di queste parti ha una storia lunga, seria, radicata nella geologia di porfido e nella quota tra i seicento e gli ottocento metri che regala a questi bianchi una verticalità acidica difficile da imitare altrove. Non è un caso che il Müller Thurgau di Cembra abbia da poco ottenuto la denominazione “Superiore”. Un riconoscimento forse tardivo per chi ci lavora da decenni. Il nonno di Sabina era tra i soci fondatori della cooperativa locale. Cinque, sei ettari. Uva conferita, vino fatto in famiglia come si faceva e si fa ancora in tante case di montagna. Poi, intorno al Duemila, la decisione di fare il passo. Staccarsi dalla cooperativa, imbottigliare, costruire una filiera propria. Sicuramente passione, innanzitutto. Era il sogno di una vita, dedicare il proprio lavoro direttamente alla trasformazione delle proprie uve, creare le proprie bottiglie. Ben diverso dal conferire a un terzo che poi trasforma. In questi anni di giri tra cantine e vignaioli l’ho sentito spesso, ma continua a colpirmi: il momento in cui qualcuno decide che non basta più coltivare e bisogna, anche, firmare. Consapevolezza, riscatto, voglia di mergere. I magari auorialità. Autorialità ovvero l’insieme delle caratteristiche, dello stile e dell’intenzione che definiscono il ruolo di un creatore (autore) rispetto alla sua opera Il conferimento alla cooperativa è un atto solidale e spesso virtuoso. Non datemi addosso per cortesia. Le cooperative trentine hanno fatto cose straordinarie e continuano a farle ma, imbottigliare e farlo con il proprio nome, è qualcosa di profondamente diverso. È come dire: questa cosa la penso io, la faccio io, me ne assumo la responsabilità. Tutta la responsabilità. Onorio Pellegrini ha fatto quella scelta  In maniera azzardata Il sorriso sotteso di Sabina contiene tenerezza e rispetto insieme.  Quando parti da zero, con meno vigna di oggi, è forse più facile. Comunque, è un salto nel buio. Buio, scommessa, come preferite voi. Oggi però Villa Corniole ha quindici ettari, tra 85.000 e 90.000 bottiglie di vini fermi con Müller Thurgau in testa, poi Traminer, Pinot Nero, Pinot Grigio, Chardonnay. Circa 45.000 bottiglie di spumante Metodo Classico in crescita costante. Quasi 150.000 bottiglie in tutto. Altro che esperimento o scommessa. È un’azienda e quando hai una azienda è certamente bello, solo che certe volte i polsi tremano per la paura. Spesso non si ha contezza di cosa significhi, per una generazione, raccogliere il lavoro dei propri genitori. Non è semplice come sembra, né da un lato né dall’altro. C’è il rischio di sentirsi in gabbia, di portare un peso invece di una libertà. C’è anche il rischio opposto di idealizzare quello che si riceve e non avere il coraggio di cambiarlo. La cosa bella, in Sabina, è che sembra aver trovato una terza via: essere dentro il progetto dei genitori senza dissolversi in esso. Anzi, portandoci la propria testa, il proprio sguardo, la propria ambizione. Siamo cresciute in cantina. È un ambiente che mi piace, vario. E mi è sempre sembrato bello poter portare avanti qualcosa di famiglia. Chissà se sia stato automatico o se ci abbia riflettuto. Fa una pausa. Breve, ma reale. Non è facile per le donne, va detto. Purtroppo. Ci sono associazioni, sta venendo fuori, però non era così scontato fino a qualche anno fa. Ha ragione. Il vino italiano, che pure ha prodotto alcune tra le figure più influenti del settore al femminile, porta ancora addosso le cicatrici di un impianto culturale antico, in cui la donna in cantina era eccezione e non regola. Negli istituti agrari, nelle scuole enologiche, la quota rosa è ancora minoritaria. Sabina lo sa bene e ha smesso di stupirsi decidendo di occupare lo spazio comunque. Evviva i giovani, anzi, le giovani. Evviva una generazione che ha deciso, senza mezzi termini, di non curarsi di ciò che gli altri possano dire e pensare. La vita è loro e se la prendono senza riserve (sul tema ho appena scritto un articolo che riguarda Floriana Risuglia de Le Donne del Vino) Le tre sorelle, Sara, Linda e Sabina, si sono divise i ruoli con una logica organica non pianificata a tavolino. Una segue l’estero, una l’Italia, la terza ha seguito l’insediamento agricolo così da essere, formalmente, titolare della parte agricola. La cantina ha un enologo interno e un consulente esterno. Il padre comanda in vigna. Maddalena, la madre, che Sabina menziona quasi di sfuggita, ma con quel calore che si riserva alla mamma, segue la parte commerciale e amministrativa. Affiancando il marito da sempre Fa gran parte del lavoro È una struttura familiare nel senso più denso: tutti fanno tutto, ognuno ha il suo centro di gravità, ma i confini sono porosi.  Quando c’è bisogno, sei in cantina, sei all’estero, sei agli eventi.  È la flessibilità necessaria di chi non ha ancora abbastanza risorse per specializzarsi del tutto, ma è anche una scelta di valore. Restare vicini. Non delegare ciò che puoi fare tu. Il nome Villa Corniole viene da lì, dalla zona: il Corgnolo, il Corniolo, piccoli frutti selvatici rossi usati per confetture e grappe, piante storiche di questi versanti. Un nome di territorio, di materia, di radici botaniche prima ancora che vitivinicole.  Il “Villa” è venuto dopo, un po’ per dare tono Bello vedere Sabina che ride ammettendolo senza falsa modestia. Dare un tono ad un luogo ha poco di romantico ma è invece intelligente e funzionale. Il Müller Thurgau è il vino originario, il primo in assoluto, quello su cui l’azienda ha costruito la propria identità pubblica. Verticale, teso, con quella mineralità di porfido che ti entra nel naso prima ancora che tu abbia bevuto. È il vino simbolo della Val di Cembra, come Sabina dice con la semplicità di chi non ha bisogno di convincerti.  Müller Thurgau Pietramontis 2023. Müller Thurgau 100%. Trentino DOC Superiore Valle di Cembra Il Müller Thurgau di Cembra non ha bisogno di farsi spiegare. Parla da solo, parla chiaro, con un linguaggio chiaro, preciso. James Suckling ha assegnato 91 punti all’annata 2023 descrivendolo come cremoso, con note di pera affettata, finocchio e scorza di lime. Come contraddire un critico come James! La sua non può che essere una lettura corretta ancorché parziale. Come lo sono quasi sempre le recensioni dei critici anglosassoni su certi vini di montagna, dove la componente minerale, esaltata dall’acciaio, tende a sfuggire al vocabolario. Il colore è paglierino chiaro con riflessi verdolini, luminoso, con la trasparenza dei bianchi di montagna di alta quota. Al naso si apre con immediatezza, in maniera direttai. Come quando un amico bussa alla porta e entra perché sa di essere ben accolto. Sambuco, erbe aromatiche alpine, un tocco di pesca bianca, agrume maturo. La componente floreale mi ricorda i prati tagliati in estate. Quell’erba fresca che sa di aria più che di terra. La mineralità è presente in maniera inequivocabile. Porfido e calcare si sentono, non si intuiscono. Il sorso convince ancor di più. È quell’amico che è entrato e si è seduto al tavolo per chiacchierare. Sapido, fresco, con un’acidità viva che non stanca e una morbidezza che accoglie. La lunghezza è buona, il finale pulito. Con il tempo in bottiglia emergono sempre più le componenti aromatiche minerali, e il corpo raffinato avvolge il palato in un gioco elegante di note vellutate e fresca acidità.  È il vino della cantina nella sua forma più essenziale. È il territorio puro, senza mediazioni. Comprensibile a chi si avvicina, commovente per chi già sa. Il Metodo Classico è arrivato dopo. Nel 2009 come prima vendemmia, 2013 come prima uscita sul mercato. Sta diventando ovviamente un asse portante dell’azienda. Oggi ci sono un Brut, un Dosaggio Zero Riserva (60 mesi sui lieviti), un Rosé. E due nuove etichette in sviluppo, ancora riservate. «Working progress», dice, con un sorriso. Salísa Zero Riserva Trentodoc Metodo Classico Millesimato 2019. Chardonnay, 60 mesi sui lieviti In uno spumante che ha riposato sessanta mesi sui propri lieviti c’è qualcosa di quasi testamentario. Il tempo non sembra essere una variabile produttiva. Semmai una dichiarazione di intenti. Salísa nasce dall’incrocio dei nomi di Sara, Linda e Sabina, le tre figlie di casa Pellegrini così da portare un peso affettivo prima ancora che enologico. È il vino che Sabina porterebbe al suo matrimonio. Bevendolo, ne capisco il perché.  La fermentazione avviene per circa l’85-90% in acciaio inox a temperatura controllata, la parte restante in tonneaux. Il lungo affinamento sui lieviti per oltre 60 mesi gode del riposo nella cantina sotterranea a temperatura costante. Nel bicchiere il colore è oro antico, con un perlage che sale sottile e persistente, quasi timido nella sua eleganza. Al naso c’è la complessità che si rivela a strati: prima la crosta di pane, la nocciola tostata, quella firma inconfondibile dell’autolisi prolungata. Poi, man mano che il vino respira, emergono la frutta a polpa gialla matura, un tocco di fiori bianchi appassiti e quella nota minerale calcareo-alpina che è il marchio di fabbrica della Val di Cembra. È un naso che racconta i cinque anni passati nel buio e lo fa con una precisione poetica che raramente trovi altrove. Il sorso è secco, teso, con un’acidità che si fa sentire senza mai aggredire. La bollicina è finissima, avvolge il palato con discrezione e fregandosene del dosaggio zero. Il finale è lungo, minerale, con un amaro gentile che richiama la scorza di agrume e la mela cotogna figlia del tonneaux. Non è uno spumante esuberante. È uno spumante pensante. Il tipo di vino che vuole silenzio intorno e un interlocutore all’altezza. Oppure anche nessuno visto che è incredibilmente appagante. Kròz Bianco 2020 Chardonnay & Müller Thurgau. Dolomiti IGT Kròz è una parola ladina. Significa croce, incrocio. Il punto in cui due strade si incontrano. È precisamente quello che accade in questo vino: due varietà, due anime, una vinificazione che vede il Müller Thurgau e metà dello Chardonnay fermentare in acciaio inossidabile, mentre la parte restante dello Chardonnay passa in legno.  Un incrocio di metodi, non solo di vitigni. Il colore è paglierino luminoso che vira deciso verso il dorato. Non per ossidazione, per densità. Nel bicchiere, una promessa di struttura. Al naso i sentori arrivano soavi, quasi trattenuti: pera bianca candida, mela del Trentino. Quella croccante, acidula, che sa di quota. Poi un agrume delicato, una lieve nota idrocarburica che è marca di eleganza nei bianchi con qualche anno di bottiglia. Arriva l’iris, arriva il pompelmo. C’è balsamico, c’è erba tagliata, c’è quella mineralità che ti ricorda dove si trovano le vigne. I fiori emergono soavi come se comparissero in un campo sterminato uno alla volta. Non tutti insieme, si annunciano. È un naso che dà pace. Il sorso è immediatamente minerale e ampio, con un agrume che si fa lime pulisce, gira, percorre tutto il palato con una freschezza che definire alpina sarebbe riduttivo: è una pulizia verticale, architettonica. La sapidità è alta, quasi salata, di quelle che ti ricordano il mare più che la montagna. Una paradossale nostalgia marina che certi vini di quota sanno provocare, come se la pietra antica ricordasse il fondo dell’oceano che fu. Il finale ha il limone: prima lime, poi limone maturo, con un’ombra di amaro che bussa ma non entra. Non sembra un vino caldo, eppure lo è con i suoi 13,5 gradi che non si sentono mai come peso poiché perfettamente integrati in una struttura che si stratifica lentamente, senza fretta. La persistenza è lunga, la complessità cresce nel tempo. Un vino che sembra esile al primo contatto, poi ti convince piano. Come le persone più interessanti.​​​​​​​​​​​​​​​​ Tanti forse troppi da un punto di vista commerciali i vini di Villa Corniole. Chissà Sabina quale etichetta butterebbe giù dal treno, se fosse costretta a scegliere. Ci pensa sul serio, e apprezzo che non si sottragga alla domanda. Forse il Pinot Grigio classico. È una varietà internazionale, funziona bene sul mercato americano, ma è meno rappresentativa. Terrei il ramato, che è più identitario, più nostro. Abbandonerei il bianco classico, che puoi trovare altrove. Mi piace la risposta precisa e coerente perché non è la risposta di chi vuole compiacere ma di chi ha già pensato a queste cose e ha una gerarchia di valori chiara: prima il territorio, poi il mercato. Mai il contrario. Visito cantine, leggo bilanci, ascolto importatori e comprendo come il vino italiano e quello trentino in particolare, si trovino in un momento di pressione incrociata: da un lato, la proliferazione di nuove etichette e nuovi produttori che ha dilatato l’offerta oltre ogni misura ragionevole; dall’altro, una domanda che in alcuni mercati si è compressa, non per sfiducia nel prodotto ma per ragioni economiche, generazionali, di gusto che mutano più velocemente di quanto le aziende riescano a seguire. In Val di Cembra, dalle sei cantine storiche del territorio si è passati a quasi una dozzina in pochi anni.  Magari chi fa duemila bottiglie, chi se le fa vinificare altrove, chi parte con i primi esperimenti. Non è necessariamente un male. Più voci, più interpretazioni, più curiosità sul territorio. Ma crea competizione interna in un posto piccolo complicando il lavoro di chi come Villa Corniole ha investito anni a costruire una posizione. La competizione. Già. Quella che da queste parti non può non attraversare, anzi, penetrare il mondo delle bollicine.  Se non hai una bollicina in gamba, non sei nessuno. Il problema vero non è fare spumante. Il problema è che oggi lo fanno tutti, ovunque, senza che ci sia sempre una ragione geografica o culturale solida a sorreggerlo. Ho trovato bollicine fatte con il Nebbiolo in Piemonte e con il Bombino in Puglia, Metodo Classico in Sicilia e in Sardegna. Non so dire se sia una distorsione di mercato o l’esaltazione della capacità di sfruttare il territorio e la tecnica. Di certo non si tratta di chiudere le frontiere al metodo classico pugliese o siciliano in sé. Il vino è infatti anche libertà, anche sperimentazione. Occorre però riconoscere che, quando tutto si assomiglia, chi ha un’identità di territorio vera vince nel lungo periodo e rischia nel breve. Il mercato non è sempre paziente quanto la storia. Le zone vocate vincono. Il problema è avere la solidità per arrivare al lungo periodo. Chissà come si immagina tra vent’anni una ragazza di ventinove anni. Una età che necessita di una certa leggerezza e, al contempo, speranza. Spero saremo ancora tutte qui. Con qualche figlio, qualche nipote. Forse i nipoti sono ancora presto. Qualche nuova etichetta, qualche novità in cantina. Non eccessiva crescita. Ben bilanciata. Piccoli passi, però cercando di far conoscere sempre di più quello che è il brand Villa Corniole. Bellissima la visione volutamente discreta. Cosa questa che mi colpisce. Nessuna intenzione di triplicare la produzione, di entrare nei grandi mercati asiatici, di diventare un’etichetta di riferimento nazionale. Sabina parla di restare, di crescere con equilibrio, di non perdere il filo con quello che sono. In un momento storico in cui l’ambizione nel vino tende spesso a tradursi in scala, in numeri, in fusioni e acquisizioni, questa postura mi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità. Chissà che vino porterebbe al suo matrimonio. La bollicina. Verticale, diretta, senza troppi fronzoli. Un po’ lo stile che ci rappresenta come sorelle. E poi porta una parte del mio nome. La governance Un argomento che le famiglie del vino affrontano spesso troppo tardi, quando i conflitti sono già in corso. Ho visto aziende straordinarie implodere non per mancanza di vino buono, ma per mancanza di regole chiare su chi conta e chi decide quando i figli diventano adulti, quando arrivano i partner, quando si moltiplicano le generazioni. Villa Corniole ha nel suo DNA quel pragmatismo tutto trentino. Silenzioso, operaio, lungimirante. Tanto da far riposare una prevenzione già nello statuto aziendale: chi entra in azienda deve essere parte della famiglia per linea diretta. Nessun cognato che si fa valere, nessun marito che porta idee da fuori e rischia di incrinare quello che è stato costruito con anni di fatica. È nata dalla nostra famiglia e deve andare avanti così Sabina ha nel tono della risposta quella naturalezza di chi non sente il bisogno di giustificarsi. Quante volte ho visto esattamente l’opposto con patriarchi che non hanno scritto niente e si affidano alla buona volontà delle generazioni successive. Che spesso arriva, sì. Ma non sempre e non per sempre. Avere una regola non è cinismo. È rispetto per il lavoro fatto. La Val di Cembra si stende su per i versanti con quell’aria di quiete operosa che hanno i luoghi di montagna. I terrazzamenti, i pali di legno, i fili che reggono i tralci contro il vento. Qualcuno ha costruito tutto questo con le mani, un masso alla volta, una stagione dopo l’altra. Il nonno di Sabina era lì. Suo padre è ancora lì. E lei ci sarà ancora, tra vent’anni, con le sorelle accanto e forse (toglierei il forse ma lasciamolo per scaramanzia) qualche nipote che comincia a capire come si fa la vendemmia. I vini di Cembra, con la loro acidità tagliente e il finale lunghissimo di pietra e fiori bianchi, sono vini che, non chiedendo spiegazioni, bastano da soli. Come certi luoghi, come certe famiglie, come certi discorsi che finiscono con una risata e lasciano qualcosa che non si dimentica facilmente. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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ABC della Degustazione con Cantina Cìfero Arrow Right Top Bg

29 Settembre, 2026

ABC della Degustazione con Cantina Cìfero

  Una cantina nata da un soprannome, una famiglia che ha scelto di restare e un territorio che continua a raccontarsi attraverso il vino. Nell’incontro con Cantina Cìfero, tra i vigneti di Zagarolo e i calici di ABC della Degustazione, emerge una storia fatta di memoria, visione e legame con la terra.   Una storia di famiglia, territorio e quel pizzico di follia che serve per fare vino Ci sono storie che cominciano molto prima di una bottiglia. Cominciano da una persona, da una terra e da un soprannome destinato, molti anni dopo, a diventare il nome di una cantina. Quella di Cantina Cìfero parte nel dopoguerra, quando il nonno di Maria Laura, in un periodo in cui molti lasciavano la campagna per cercare fortuna in città, decise di andare nella direzione opposta: investire nella terra, acquistare terreni e costruire, passo dopo passo, qualcosa che potesse durare nel tempo. Era un uomo intraprendente, curioso, con quella capacità di trovare sempre una soluzione, anche quando sembrava non esserci. Ed è proprio da qui che arriva quel nome così particolare: Cìfero, nato da Lucifero. In dialetto, infatti, si diceva di lui che “ne sapeva una più del diavolo”. Un soprannome che raccontava bene il suo carattere e che, anni dopo, sarebbe diventato il nome della realtà di famiglia. Quella storia è arrivata fino a noi attraverso Maria Laura, nipote di Cìfero, che ho avuto il piacere di incontrare durante la nostra degustazione, questa volta lontano dalla cantina: ci siamo ritrovati a Roma, nella mia enoteca di fiducia, il luogo dove spesso ABC della Degustazione trova la sua dimensione più autentica. A volte basta una bottiglia, una persona che sappia raccontarla e un tavolo attorno al quale sedersi per iniziare un viaggio. Maria Laura ci ha accompagnato dentro la storia della sua famiglia, raccontando un progetto che nel tempo si è evoluto, fino alla nascita della cantina vera e propria, avviata insieme alla famiglia e poi rinnovata con un importante intervento nel 2020. Ma c’è un altro elemento che rende Cìfero particolarmente interessante: il vino convive con un’importante produzione agricola, quella del kiwi. Tra i vigneti, infatti, si incontrano coltivazioni di kiwi e antichi frutteti di pesche, in un paesaggio agricolo che racconta perfettamente la vocazione di queste colline tra Zagarolo e Colonna. La proprietà si estende per decine di ettari e i vigneti si trovano intorno ai 350 metri di altitudine, in una zona ventilata e luminosa, con lo sguardo che può arrivare verso i Castelli Romani, i Monti Prenestini e, nelle giornate più limpide, fino a Roma. Screenshot Una terra che ha una storia vitivinicola molto più antica di quanto si possa immaginare. A Zagarolo la coltivazione della vite è documentata già in epoca romana e nei secoli il vino ha continuato ad avere un ruolo importante nell’economia del territorio. Negli Statuti di Zagarolo del 1552, per esempio, esistevano vere e proprie disposizioni dedicate alle vigne, alla vendemmia e al commercio del vino. E ancora nell’Ottocento le descrizioni dello Stato Pontificio raccontavano di numerose cantine e grotte scavate nel tufo destinate alla produzione e alla conservazione del vino. È dentro questa storia che abbiamo iniziato la nostra degustazione. Il primo calice è stato il Vermentino. Un vino che ci ha portato immediatamente verso una dimensione fresca e mediterranea, con quella componente sapida che rende il Vermentino particolarmente piacevole e immediato. È stato il nostro modo di aprire la serata, lasciando che fossero profumi e sensazioni a guidare i primi commenti. Poi è arrivato il Sauvignon, e qui il calice ha cambiato completamente registro. Agrumato, aromatico, con richiami alla pesca e una componente vegetale che ricorda la menta e il basilico, è uno di quei vini che invitano a fermarsi qualche secondo in più prima di bere. Ed è proprio questo che amo vedere durante le serate ABC: quel momento in cui qualcuno annusa il bicchiere e dice qualcosa che magari, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai pensato di riuscire a riconoscere. Poi è arrivato il Roma DOC Bianco, da Malvasia Puntinata. Un vitigno profondamente legato al Lazio e alle nostre colline, che qui diventa il racconto di un territorio. La Malvasia Puntinata è infatti una delle varietà storiche della regione e trova nelle zone vulcaniche dei Castelli e dell’area romana una delle sue espressioni più interessanti. Dal bianco siamo passati al rosso con il Roma DOC Rosso, un blend di Montepulciano, Syrah e Cesanese. Ed è forse qui che il racconto di Cìfero si è fatto ancora più interessante, perché dentro questo calice convivono varietà diverse, alcune profondamente legate alla tradizione del Lazio e altre arrivate da territori differenti, dando vita a un vino che porta nel nome la città a cui è dedicato: Roma. Infine, il vino che per me aveva un significato particolare rispetto alla storia che stavamo ascoltando: il Cesanese 100%. Il Cesanese è una delle grandi uve autoctone del Lazio, una varietà che per lungo tempo ha rischiato di essere dimenticata e che negli ultimi decenni ha conosciuto una nuova attenzione. Berlo mentre Maria Laura raccontava la storia della propria famiglia aveva quasi il sapore di un ritorno alle origini. Alla fine, dietro ogni vitigno autoctono, dietro ogni vecchio terreno, dietro ogni famiglia che continua a coltivare la propria terra, c’è una scelta. Quella di restare. Quella di credere in qualcosa anche quando il mondo intorno cambia direzione. E forse è proprio questo il filo rosso che ho trovato nella storia di Cìfero: la capacità di guardare avanti senza perdere il legame con ciò da cui tutto è cominciato. Dal nonno che acquistava terreni in un’epoca in cui tutti sembravano volerli lasciare, fino a Maria Laura che oggi porta avanti quella storia. Dalle vigne ai kiwi, dalle pesche alla cantina, dalle vecchie intuizioni alle nuove idee. Infine quel nome. Cìfero. Un nome nato quasi per scherzo, da quel “ne sa una più del diavolo” che raccontava perfettamente un uomo curioso, intraprendente e capace di vedere sempre un passo più avanti. Proprio questo rende belle le storie del vino. Che quando pensi di avere davanti soltanto un calice, scopri che dentro ci sono persone, famiglie, territori, ostinazione, memoria e qualche idea un po’ folle. Così diventa una storia da ascoltare. E quella sera, a Roma, nella mia enoteca di fiducia, la storia di Cìfero ce la siamo fatta raccontare proprio così: un calice alla volta.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.  
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