26 Mag 2023
Suggestioni di Vino

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine

Vignaioli si nasce o si diventa? Totò, il principe della risata, amava dire che “Signori si nasce. E io lo nacqui”. In fondo Antonio De Curtis, alias Totò, forse un po’ di sangue blu lo aveva. Comunque sia divenne il Principe della risata e di Napoli intera. Senza divagare però, la domanda rimane. Ci si può trovare ad avere le vigne in casa e dover decidere cosa farne così come si può essere colpiti da una folgorazione sulla via di Damasco. Valerio Brighi è un caso davvero unico nel panorama vitivinicolo poiché rappresenta non solo il vignaiolo diventato tale e non nato così, ma perché ha scelto di diventarlo senza essere animato dal sacro fuoco della passione per questo splendido mondo. No, Valerio l’ha fatto per mero calcolo. Per fornire alla sua azienda un elemento importante di sostentamento.

Ma attenzione. Perché Valerio si è così innamorato del mondo del vino tanto che la prima volta che parlo con lui mi dice:

In questo mondo ho imparato che ci si incontra e si incontrano persone meravigliose

Siamo nelle Crete Senesi, ad Asciano. Tra Siena e Montalcino, in una terra da sempre dedicata a produrre frumento e foraggio su quelle dolci colline dal colore cangiante con le stagioni così da offrire paesaggi unici e straordinari. Di vigne però ce ne sono davvero poche. Forse perché dopo la seconda guerra mondiale vennero tutte tolte per dare spazio ad un diverso tipo di agricoltura.

L’azienda agricola Mocine, quella di Valerio, ha storia antica. Ma proprio perché antica, in un territorio poco vocato alla produzione del vino, la focalizzazione non poteva che essere sull’agricoltura tradizionale, ovvero la produzione di frumento e foraggio.

Valerio non è di queste parti. Lui è riminese doc. Romagnolo nel midollo. Svelto, diretto, schietto, pragmatico. Una persona vulcanica che quando ti parla sta già pensando a cosa ti dirà dopo. Gli aneddoti si susseguono senza sosta. Una ne pensa e cento ne fa. Con cervello: pesando e ponderando tutto. Con umiltà: lasciando fare a chi sa. Con determinazione: non lasciando nulla al caso.

Valerio gestiva l’azienda stando a Rimini. Cosa questa non certo facile. Ma nemmeno lo è per uno di Rimini andare a vivere nelle Crete Senesi. Valerio non me lo dice, ma credo che a Rimini si divertisse. E molto. Fatto sta che ad un certo punto della sua vita capisce che per gestire bene le cose di una azienda agricola di grandi dimensioni, occorre essere sul posto. Ci sono milioni di cose da fare. Cominciando dal temere o conti in regola.

Volevo trovare soluzioni alternative all’agricoltura che mi permettesse un risultato positivo e più stabilità.

La ricerca di fonti alternative all’agricoltura lo portano a mettere su la riserva di caccia, l’agriturismo, l’agricoltura. Prima di essere folgorato dalle vigne. O meglio, dal potenziale che le vigne ed il vino potessero offrire.

Passando una volta per Montalcino ho notato le vigne. C’ero passato centinaia di volte ma non gli avevo mai dato peso. Invece quella volta sono rimasto affascinato e mi sono messo subito a fare un business plan per capire come poter fare vino.

Eccolo qui Valerio. Ora, alzi la mano chi ha mai visto un vignaiolo fare un business plan. O anche un proprietario di una azienda agricola. Valerio non è così. Lui ama parlare con i fatti e i numeri sono fatti.

Certo, un conto è fare vino a Montalcino, altro ad Asciano, nelle Crete Senesi dove di vigna non se ne vede neanche un filare. Non se ne vede a meno di non studiare un po’ di storia. Ed essere curioso. Altra caratteristica di Valerio.

Storia e curiosità fa sì che Valerio scopra come nel Palazzo Venturi di Asciano e nella Abbazia di Monteoliveto ci fossero delle cantine che

secondo i miei calcoli potevano contenere almeno 2000 quintali di vino ognuna.

Una successiva visita al catasto (guarda tu Valerio dove è andato ad impegolarsi!) gli fa scoprire che quasi tutti i terreni avevano una vigna. Dunque qui si produceva vino!

Insomma, la vigna dal punto di vista economico poteva stare in piedi e anche commercialmente qualcosa si poteva fare visto che il territorio aveva delle potenzialità

Mi consentiva di spalmare i costi fissi avendo l’azienda una serie elevata di costi fissi.

Quando uno ha in mente in numeri! L’azienda certamente si è sempre retta ma dopo gli anni 90, quando la miniera d’oro della riserva di caccia ha smesso di produrre pepite (chissà forse per il via del cambio generazionale, della diversa propensione delle generazioni) si doveva cercare qualcosa che potesse aiutare ulteriormente al sostentamento.

Prima delle vigne ne ho pensate di tutte. Anche le erbe medicinali per la farmacia.

Insomma la vigna per necessità. La vigna per spalmare i costi fissi. La vigna per differenziare.

Io però di vigna e di vino non so niente. Certamente ho sempre ritenuto questo un vantaggio perché quando non sai le cose sei più attento, vuoi capire, fai domande.

Ecco le domande. Ora immaginatevi la scena che per i più sembra surreale ma non per Valerio. Lui ha bisogno di capire. Non è uno che si improvvisa e parte. No, Valerio senza un business plan nemmeno si alza dal letto la mattina. La scena che ho dinanzi agli occhi quando Valerio me lo racconta mi fa sorridere e non perché la ritenga surreale. Nossignore! È ciò che avrei fatto io e ciò che dovrebbero fare tutti quelli che iniziano una avventura di business (cosa che in molti invece non fanno andando poi a schiantarsi nel migliore dei casi).

La scena. Ecco. Immaginate Valerio che si prepara un foglio con 30 domande. Domande utili a mettere giù un business plan: quanto costano le barbatelle, quante barbatelle ci vogliono per ettaro, ecc. ecc. ecc. Una volta preparate se ne va in giro per le cantine a fare queste domande. Invece di tornare con delle risposte, torna a casa con ulteriori domande tanto da averne ora circa 100. Riparte con il giro tornando con più dubbi che certezze.

Cosa vuol dire fare la vigna. Cosa vuol dire fare la cantina. Cosa vuol dire fare la commercializzazione. La risposta era questione di numeri ma ho scoperto che gli italiani non lavorano con i numeri. Solo alcune aziende più strutturate sapevano darmi i numeri.

Dopo due anni di domande e poche risposte, Valerio riesce a predisporre un business plan. Sembra fatta e lo presenta con orgoglio ad una persona che lui reputa competente nel campo. Orgoglio presto represso quando viene completamente bocciato poiché mancante di diversi elementi. Che fa Valerio, si abbatte? Ma quando mai!

Ho completato le parti mancanti anche se l’ho dovuto fare tre volte. Però ho fatto cinque ettari e mezzo di vigna e ho sbagliato il costo di 4000€ a mio favore perché due persone hanno lavorato particolarmente bene.

Toh, eccolo qui Valerio. Però business plan, tocca fare il vino.

Ah già il vino. È il vino che deve produrre e vendere. Mica il business plan. Ma anche in questo Valerio non può che sorprendere.

Qui tutti i conoscenti di Montalcino mi dicevano cose diverse sul vino. Allora ho deciso di prendere la persona più capace che c’è in Italia a fare il vino e seguo quello che mi dice. Perché a me servirebbero 300 anni per imparare.

Sceglie Attilio Pagli come enologo e l’agronomo che questi gli suggerisce.

Sono l’ultimo ad arrivare sulla piazza dunque è inutile che vado a fare ciò che fanno tutti. Il blend me lo voglio fare un po’ originale. È così che Pagli mi ha messo in contatto con un vecchio professore dell’università di Firenze che mi ha consigliato due vitigni autoctoni come Fogliatonda e Barsaglina.

Già ma occorre pure trovarli. Perché saranno pure autoctoni ma in Toscana solo pochi contadini li hanno.

Sangiovese, Barsaglina, Fogliatonda, Colorino e il blend Valerio è servito.

Se tornassi indietro non lo farei più. La Fogliatonda chiede quasi il doppio delle ore di lavoro e altrettanto per la prevenzione. A livello italiano poi un blend nuovo suscita poco interesse.

Arieccolo Valerio. Vignaiolo di arrivo. Lucido nelle sue osservazioni. Business oriented si direbbe se si potesse ancora utilizzare l’inglese nei testi.

 

Non gli basta poi la vigna. Sere anche la cantina per fare il vino.

Avevo un capannone in lamiera e ho capito che si poteva fare il vino anche in un capannone. Ho acquistato le vasche per la refrigerazione e via. Perché per fare il vino non occorre la cantina da due milioni di euro. Tra dieci anni se sarò ancora vivo allora potrò fare dei ragionamenti di investimento più importante.

Pragmaticità. Efficacia. Efficienza. Insomma, tutto fatto. anche se lo sa anche lui che un conto è fare un business plan, tutt’altra cosa la commercializzazione.

Puoi capire quanto ci vuole per un ettaro di vigna ma capire che riuscirai a vedere 20000 bottiglie è altra cosa.

Facciamo il punto. Il business plan funziona (sulla carta). La vigna con i vitigni nuovi c’è (ah per la cronaca ha pure impiantato Vermentino, Chardonnay e Trebbiano per un bianco veloce tanto per generare cash). La cantina ancorché in un capannone c’è. L’enologo e l’agronomo pure. Non manca più nessuno. Solo non si vedono i due liocorni mi verrebbe da dire. Scherzi a parte il vino occorreva venderlo.

Ho un amico che ha una bella cantina in Umbria e l’avevo coinvolto nelle cose che facevo. Mi ha dato consigli. Mi ha supportato. Così che quando sono arrivato ad avere le prime bottiglie sono andato a trovarlo per avere un aiuto a venderle. Lui mi ha detto che non mi avrebbe aiutato “tu devi trovare il tuo percorso se lo sai trovare. Può anche essere che non lo sai trovare e devi cambiare mestiere”. Ecco, lo devo ringraziare perché mi ha responsabilizzato: ognuno ha la sua strada.

La strada Valerio l’ha trovata comunque con 25.000 bottiglie prodotte e vendute all’anno. Prodotte e vendute. Un binomio da sottolineare e che lui stesso sottolinea. Perché è anche arrivato a produrne di meno quando le scorte in magazzino erano alte. Tanto per non doverle svendere. Chapeau!

Ad oggi sono contento perché una buona fetta la vendo negli USA. Senza agenti. Faccio tutto io.

Perché la gente compra il vino? Perché ci si incontra. Ecco. Ritorna quella frase che mi ha tanto colpito di Valerio. Valerio che ha la passione per ciò che fa. Non solo per il vino. È un bagaglio culturale. Da applicare ovunque. Un bagaglio che gli arriva dal passato. Da quando dopo la guerra il papà da manovale divenne muratore e poi mise su una piccola ditta. Che si rimboccò le maniche come quelli della sua generazione e costruì da solo la casa dove vivere con la famiglia.

Questa cosa rappresenta la voglia di fare. Il proprio lavoro è bello. La mattina quando mi alzo sono contento di fare le mille cose che devo fare. Vino o non vino. Io faccio con gusto il mio lavoro. Attorno a me ci sono una serie di persone che lavorano che sono veramente brave. Ma non trovo più gente che vuole lavorare.

Valerio sa che prima o poi avrà bisogno di riposare. Ma trovare qualcuno che possa continuare il suo lavoro è complicato.

Sono ameno cinque anni che mi sto guardando attorno ma non trovo il profilo di una persona misto tra commerciale, dirigente, imprenditore. Non la trovo.

Un velo di tristezza che dura solo il breve battito di ciglia. Perché Valerio ha tante cose per la testa e ancora di più da fare. Mica si può fermare ad essere sentimentale. Ma va là.

Ah dimenticavo i vini. Bianco a parte le chicche della sua azienda sono quattro. Il SantaMarta semplice ed immediato con il blend Valerio senza Fogliatonda. Il Mocine, pieno blend Valerio ma senza legno. L’OttoRintocchi che invece di legno ne fa. S’Indora ovvero Fogliatonda in purezza.

S’Indora sono 500 bottiglie che faccio ogni tanto. Hanno le etichette dipinte a mano e firmate dalla mia amica Letizia Fornasieri, pittrice affermate. Se uno vuole conoscere la Fogliatonda in purezza deve berla con questo vino che non è prodotto per scopo commerciale.

Ivan Vellucci

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