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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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27 Settembre, 2022

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell'Isola del Giglio

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell’Isola del Giglio Una Storia di Passione Carissimi, bentrovati! L’estate è volta al suo termine e siamo entrati nel periodo di vendemmia. Desidero iniziare questo periodo raccontandovi di un’altra vendemmia eroica ed isolana, quella delle vigne Sarfò. Siamo sull’isola del Giglio, una realtà tristemente nota alle cronache per il naufragio della Costa Concordia, ma che oggi è totalmente restituita al suo splendore. La tradizione di fare il vino in quest’isola precede I romani. Evidenze architettoniche testimoniano che in quest’Isola si produceva vino in epoca greco-etrusca, romana e bizantina. I terrazzamenti in pietra, le vasche scavate nel granito, le anfore vinarie ed altri manufatti utilizzati nella produzione del vino, testimoniano che l’Isola è stata vissuta e coltivata dagli albori della civiltà. Valorosi Mastri vignaioli, spaccando i massi di granito con la mazza ed i punciotti per ricavarne pietre, hanno realizzato nei secoli, quasi in ogni angolo dell’Isola, un incredibile architettura di muri a secco, per sostenere la terra. Anticamente la vinificazione non avveniva nelle cantine, ma nei palmenti, vasche scavate nel granito all’interno delle vigne, dove l’uva diventava mosto, per poi divenire vino all’interno di capienti anfore in terracotta. Altre costruzioni visibili in tutta l’Isola sono I “capannelli”, piccole strutture voltate realizzate con granito e malta di calce, sabbia e cocciopesto. Queste costruzioni erano utilizzate dai vignaioli come un luogo di riposo e ristoro durante le lunghe e faticose giornate di lavoro nelle vigne, oltre che come piccola casa e magazzino. Durante l’estate, nelle ore meridiane, entrare in un “capannello” dà una sensazione di frescura e di tregua dal sole cocente che fuori arroventa le pietre ed offre la possibilità di una pennichella. Oggi la tradizione isolana di fare il vino continua grazie a vignaioli che con passione custodiscono le antiche terrazze e con cura e costanza continuano a coltivarle amorevolmente a mano, per produrre una piccola ma preziosa quantità di vino. Tra i vignaioli desidero raccontarvi di Cantine Scarfo’, una piccola impresa portata avanti da Cesare Scarfo’ e sua moglie Amy Bond. Cesare ha vissuto l’Isola del Giglio da prima di nascere, venendo qui tutte le estati, esplorando i posti, le vigne ed il mare. Da piccino cominciò a conoscere e fare amicizia con i vignaioli del Giglio e da questi amici vignaioli Cesare, come allievo di bottega, ha imparato il mestiere qui assai difficile e faticoso di fare la vigna ed ha conosciuto la tradizione del vino. Il principale tipo di vino prodotto al Giglio è l’Ansonaco: colore ambra, profumo sottile, piacevole, di fiori e miele di macchia. In bocca, robusto, gustoso, con noti di mela, frangipani, corbezzolo, albicocca. Seguendo l’antica tradizione dei vignaioli isolani, il vino Ansonaco è vinificato prevalentemente con uva Ansonica alla quale viene aggiunta una piccola quantità di altre uve bianche tra le quali il procanico, la malvasia, l’empolo ed il biancone. Nelle vecchie vigne sono sempre presenti anche alcuni calzi di uva nera, tra le quali ricordiamo il granace, l’uva corbolana e l’aleatico che, aggiunte alle altre, conferiscono al vino aromi e profumi particolari. Il proposito di questa piccola azienda a conduzione familiare è quello di produrre vini con semplicità e sincerità, lasciando che siano l’uva ed il luogo a definire vino così da proporre un’esperienza unica ed originale. Per consentire all’uva di esprimere se stessa ed il territorio, in cantina il vino è realizzato col massimo rispetto ed il minimo intervento. La vendemmia avviene solitamente nella seconda metà di settembre, quando i chicchi sono ben maturi e ricchi di aromi. L’uva viene raccolta solitamente in due giorni, con l’aiuto degli amici vignaioli. I grappoli sono pigiati entro poche ore dalla raccolta e le bucce vengono lasciate assieme al mosto durante i primi quattro giorni di fermentazione, come dalla tradizione gigliese. Visitare il giglio e gustare il suo nettare è un’esperienza unica e per farlo vi suggerisco di contattare Cesare Scarfò sul form https://cesarescarfo.com/contatto.html Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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26 Settembre, 2022

Lugana un vino nato per invecchiare

Un vino nato per invecchiare “Immediatezza e longevità”, un titolo che racchiude tutta la natura e le potenzialità del Turbiana, il vitigno da cui nasce la storica Doc Lugana: un vino nato per invecchiare. Nata nel 1967, una delle prime in Italia, è una denominazione interregionale lombardo-veneta, che si estende nell’area a sud del Lago di Garda.  È stato un viaggio meraviglioso per noi, Partners in Wine, partecipare alla Masterclass ” Lugana Armonie senza tempo”, promossa dal Consorzio di Tutela Lugana Doc, tenutasi a Villa Piccolomini, nel cuore di Roma. Raccontata minuziosamente da Daniele Cernilli, fondatore della testata e guida vini Doctor Wine, affiancato da Fabio Zenato, Presidente del Consorzio, abbiamo scoperto le tante versioni della Doc Lugana: Spumante, Base, Superiore, Riserva e Vendemmia Tardiva. L’esperienza ci ha dimostrato come il tempo possa essere un valido alleato, regalandoci in ogni calice vini di grande spessore, versatili, con un’acidità predominante e un’evoluzione sorprendente. Il terroir del Turbiana Chiamato anche Trebbiano di Lugana, il Turbiana fa parte della variegata famiglia dei trebbiani e presenta alcune similitudini con il verdicchio. È coltivato per lo più in Lombardia, in cinque Comuni, Sirmione, Desenzano, Lonato, Pozzolengo e Peschiera su terreni morenici, ovvero sbriciolati dai ghiacciai, ricchi di argilla bianca, componenti calcaree, minerali fino a diventare sabbiosi verso le colline. Il Lago di Garda, il più grande d’Italia, è la testimonianza di quel che resta di un antico ghiacciaio di diecimila anni fa che si è ritirato. È una massa d’acqua importante che rappresenta un’isola mediterranea, una sorta di enclave all’interno della Pianura Padana. Il clima mediterraneo favorisce la crescita sana delle uve e una ventilazione costante, addolcendo le temperature mitigate dalle brezze del lago. Sono zone altamente soleggiate, prive di nebbia, con un microclima unico, ottimo per la coltivazione di quest’uva dalla buccia spessa e dal grappolo compatto. Il Consorzio: numeri e obiettivi Dalle parole del Presidente: “Il Consorzio sta in una fase di crescita continua, in particolare all’estero; il Lugana Doc conta ad oggi 2500 ettari vitati ed è una denominazione che produce 27 milioni di bottiglie l’anno di cui il 70% viene esportato all’estero soprattutto in Europa, America e Asia. È un vino che sta crescendo anche al suo interno in termini di piccole e medie aziende che stanno operando in modo qualitativo e rappresentano identità uniche nel territorio. In questa giornata siamo in veste di promotori del nostro territorio; è una denominazione molto conosciuta all’estero e che in Italia vive una fase molto importante di crescita che si sviluppa soprattutto sull’asse Milano-Venezia. Ecco allora la volontà di raccontare anche qui a Roma il territorio attraverso i vini e poter poi condividere con Voi, Operatori e la Stampa, quello che è il senso del Lugana”.   Lugana: una sorprendente degustazione In questa prima parte, abbiamo avuto modo di degustare 10 referenze a confronto e alla cieca. I primi cinque vini erano della stessa annata, una orizzontale della 2021 di cinque cantine differenti. La seconda batteria dei cinque vini era di diverse annate, una verticale della 2020, 2018, 2017, 2009, 2002 vendemmia tardiva. I temi affrontati in questa sessione sono stati l’autolisi dei lieviti, l’immediatezza e la capacità di sfidare il tempo del Lugana, caratteristiche peculiari di questo vitigno dalla grande personalità. L’autolisi è il percorso più importante: la permanenza sulle fecce di fermentazione, ricche di proteine, che arricchiscono la massa di elementi che vanno a formare le molecole odorose, al di là delle note fruttate, donano un’ampiezza maggiore al risultato finale. Si vengono ad originare così caratteristiche organolettiche che ritroviamo in ogni calice, come firma di una linea stilistica simile per tutti i produttori, dovuta alla coltivazione in terreni e con condizioni climatiche abbastanza uniformi. Tutti elementi che fanno sì che il Lugana diventi riconoscibile e unico. Le note organolettiche che riscontriamo comunemente sono la pietra focaia, candela spenta, note di combustione, note sulfuree che si incrociano con note fruttate, agrumate, e un’amabile mandorla fresca. Annata 2021 In questa annata abbastanza classica, un po’ più calda rispetto a quella in corso, le note descritte sopra sono evidenti fin da subito, avvertendo proprio una sorta di comunità stilista soprattutto nei primi tre calici degustati. È sorprendente il livello di acidità molto interessante considerando che, come ci racconta Cernilli, la zona si trova a Nord del 45° parallelo, come Bordeaux, e che ha invece questo clima mediterraneo mite grazie alla sua vicinanza al lago che ha questa azione di termoregolazione sulle temperature. Tutti i vini 2021 in degustazione passano dai quattro agli otto mesi sulle fecce sottili e vinificano in acciaio. In alcuni sono evidenti più le note fermentative, citriche/agrumate; in altri più le note floreali e fruttate. Nei primi tre calici non c’è un frutto definito, è sempre un’attesa olfattiva. Troviamo una comunione di elementi primari, fermentativi ma anche terziari. Non ci sono elementi di calore alcolico, è più marcata la salivazione in alcuni calici in funzione della freschezza. Il quarto calice è un vino composto, che dà l’impressione di avere un residuo zuccherino dovuto però alla sua dolcezza alcolica, molto completo al livello olfattivo che esprime le caratteristiche tipiche del Lugana con meno sentori di pietra focaia. Un vino piacevole, morbido. Infine nel quinto calice troviamo una nota sulfurea molto presente, dovuta forse alla sua permanenza più lunga sulle fecce, un’acidità più alta e una astringenza leggera sulla punta della lingua. C’è qualche elemento in contrapposizione che lo determina e lo rende interessante per la sua “rusticità”. Per cui, in definitiva, si alternano vini con maggiore acidità e salinità rispetto alla struttura, più immediati; altri con una struttura più predominante, più completi nella composizione dei vari elementi organolettici. (In ordine di degustazione: La Meridiana, Cantina Bulgarini, “Le Creete” di Ottella, “Montunal” di Montonale, ” Capotesta” di Cascina Maddalena). Annata 2020 Annata più fresca che porta nel calice determinati aspetti di acidità più evidenti. Naso divertente e complesso, note agrumate, meno pietra focaia, spiccata acidità, meno struttura, meno calore alcolico, croccante, nota più fresca: “dove i valori del Nord vincono sui valori del Sud”, ci spiega Cernilli. Da qui, confrontandoci, capiamo con più determinazione che il Lugana non è soltanto un vino che si esprime in modo orizzontale con caratteristiche uniformi come nella 2021, ma a seconda dell’annata ha delle espressioni diverse. Questo calice ha un’espressione più verticale. Si sente tutto il Nord. (Lugana Doc “Sorgente” Citari). Annata 2018 Annata simile alla 2020, leggermente più fredda. In questo calice sentiamo note agrumate più aspre quasi di limone, un’evoluzione di pietra focaia, candela spenta, più sapido che aiuta la salivazione, un ottimo rapporto tra struttura e acidità. Un vino sinestetico per metafora, più verticale, più ghiaccio rispetto alla 2021; è l’espressione di quella che potrebbe essere l’ampiezza di un Lugana, non è un vino banale che verte solo sulla frutta esotica, ma un vino che non ci si aspetta di degustare e stupisce. (Lugana Doc “Demesse vecchie” di Olivini). Annata 2017 La 2017 è stata la prima annata veramente tropicale. Sia all’olfatto sia al palato pensiamo possa fare un passaggio in legno e da qui il colore più carico, la presenza di note di frutta tropicale esotica e di mandorla fresca. All’inizio ha qualche nota fenolica dovuta sicuramente alle alte temperature che hanno favorito le parti solide. Molto piacevole e gastronomico. (Lugana Doc Riserva ” Sermana” di Corte Sermana) Annata 2009 Un’annata che gioca tutto sull’acidità e quindi sulla longevità di questa bottiglia. Colore dorato, all’olfatto sentiamo delle note di cereali, c’è un ricordo di fermentazione nonostante il tempo passato, miele, mango, acidità spiccata. Qui siamo al di là del semplice frutto. Alla faccia dei bianchi che non invecchiano!!! Un vino fantastico da tenere in cantina e saper attendere. (Lugana Doc “Madre Perla” di Perla del Garda). Annata 2002 Questa annata è stata terribile in tutta Italia, piovosa e fredda. Nonostante il tempo, questo calice è straordinario. È un’espressione sontuosa di Lugana che ha un’acidità alta ancora presente dopo venti anni. All’olfatto sentiamo profumi di cereali, note terziarie, agrumate, tioliche. Avvolgente al palato come una poesia con un’ottima tenuta. Una gran bella scoperta il suo potere di invecchiamento. Nel corso dell’evento abbiamo degustato altri Lugana, altre versioni anche spumantizzate e annate più vecchie, grazie alle 38 aziende presenti sotto la loggia, venute a Roma a rappresentare le tante sfumature di quest’uva meravigliosa che ci ha regalato tante emozioni nei calici. Calici che, in ogni tipologia, hanno egregiamente accompagnato gli antipasti di salumi e formaggi di varie stagionature e i giochetti al ragù in bianco. Abbiamo avuto il grande piacere, tra le tante ottime aziende, di degustare tutti i prodotti della Cantina Le Morette del Presidente del Consorzio, Fabio Zenato. Concludiamo, come sempre, lasciandovi con una frase che, secondo noi, rappresenta anche i nostri caratteri e pensieri : “Il vino mi ama e mi seduce solo fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione”. Hermann Hesse Cristina e Ilaria Partners in Wine
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22 Settembre, 2022

Italia vs Francia finisce uno a zero

Non sono impazzita ora ve ne spiego il motivo. Ci troviamo nel comune di Sommacampagna vicino al paese di Custoza. Una zona ricca di testimonianze della coltura della vite che si deve probabilmente agli Etruschi e portata avanti poi da Veneti e Celti. Quando i Romani arrivarono in questo territorio trovarono coltivazioni ben avviate e non fecero altro che portare avanti e incrementarne la produzione. Si resero conto che era una zona particolarmente vocata grazie a un clima mite dovuto alla posizione tra il Lago di Garda e le colline moreniche dai terreni argillosi e calcarei, alcuni sabbiosi. Questo microclima favorevole, oggi lo sappiamo bene, regala ai vini prodotti, caratteristiche molto ricercate quali freschezza, leggera aromaticità, bevibilità e abbinabilità. San Michelin Torniamo al titolo: l’Azienda Gorgo, mette in produzione un vino Custoza che viene chiamato “Bianco di Custoza del Podere di San Michelin” anche come atto di devozione a San Michele la cui immagine è conservata appunto in una piccola Cappelletta vicino a un antico vigneto. Una precisazione: in dialetto veneto San Michele viene chiamato confidenzialmente Michelin. Azienda Gorgo 1- Michelin 0 Scoppia una bomba a colpi di carte bollate, cause e ricorsi durati anni, perché il famoso omonimo colosso Francese rivendica l’assoluto diritto di utilizzo di questo nome, senza considerare che non ci sono minimamente problemi di concorrenza e di eventuale confusione di marchio. Così Roberto Bricolo, titolare dell’azienda Gorgo, dopo ben 10 anni di battaglie legali, vince la causa e il Custoza può mantenere questo nome che ha conservato ancora oggi. Ammiro quest’uomo per aver “tenuto duro” e per aver combattuto per una causa in cui credeva. Mi auguro che stia ancora festeggiando di gusto per come si è conclusa la faccenda, ovviamente non a champagne! La visita La visita all’azienda se siete in zona è doverosa. Gli ambienti sono accoglienti e caldi e sembra di stare in un salotto di casa, merito anche di un recente intervento architettonico di ampliamento e ristrutturazione, dedicato sia alla cantina di vinificazione sia agli edifici riservati all’accoglienza degli ospiti. La degustazione è stata condotta con simpatia e competenza da Susy che ci ha spiegato che l’Azienda è nata nel 1975 per volontà di Roberto e di sua moglie Alberta, che hanno deciso di rinunciare completamente alle attività delle rispettive famiglie per inseguire insieme il sogno di far nascere un’azienda vinicola, investendo così anima e corpo in questa avventura. Sono infatti loro tra i primi che negli anni ’80, precorrendo i tempi, parallelamente alla vigna curano anche l’aspetto di quello che oggi chiamiamo enoturismo: accolgono in cantina ospiti, dando loro modo di incontrare personalmente chi lavora attivamente in azienda e attraverso la visita e la degustazione, fanno conoscere la loro visione di viticoltori. Ora Gorgo è guidata con determinazione e passione dalla figlia Roberta che, dopo aver completato gli studi classici a Verona e aver intrapreso una carriera da avvocato, decide che la cantina è il suo mondo. Sostenibilità Roberta non si è limitata solo a prendere in mano le redini dell’Azienda e a proseguire quanto creato dai suoi genitori, ma ha fatto un ulteriore passo avanti, convinta che il vigneto debba essere in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Ha infatti investito in nuove tecnologie convertendo a bio a partire dal 2014, tutti i vigneti dell’Azienda (53 ettari certificati) la cui prima annata risale al 2018. 17 le etichette prodotte e 3 le linee tutte biologiche (Classica – con cui si vuol mettere in risalto i vitigni autoctoni –  Superiore e Spumanti). Ho particolarmente apprezzato l’attenzione alla sostenibilità (anche attraverso l’utilizzo di bottiglie leggere) e il fatto che il “core” sia tutto al femminile.   La degustazione Con Susy abbiamo assaggiato le bottiglie che vedete nella foto e cioè: CUSTOZA D.O.C. Perlato – Spumante Brut Garganega (Cortese, Trebbiano Toscano, Durello) linea classica CUSTOZA D.O.C. Garganega (Bianca Ferranda, Trebbiano Toscano) linea classica CUSTOZA SUPERIORE D.O.C Summa (Garganega, Bianca Ferranda, altri) un Custoza ottenuto con uve raccolte in surmaturazione linea Superiore e non poteva ovviamente mancare il famoso: CUSTOZA D.O.C. San Michelin (Garganega, Cortese, Trebbiano) linea Superiore CHIARETTO DI BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica Questa bella storia, era stata argomento di un mio post su Instagram con tanto di video della visita, mi sono accorta però che dal mio feed è misteriosamente scomparso, cancellato. Vediamo se questa volta qualcuno oscura l’articolo. Claudia Riva di Sanseverino @crivads   https://youtu.be/RakajXgmc-E
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19 Settembre, 2022

CUVETTE VILLA FRANCIACORTA: LA FORZA DEL TEMPO ATTRAVERSO LE BOLLICINE.

È una mattina di fine giugno e a Monticelli Brusati il sole è già caldo. Siamo in una delle estati più calde della nostra storia. Le foglie guardano la terra che, polverosa e arida a causa della siccità, trasmette lo sforzo che ogni singola pianta di vite sta vivendo in questo periodo difficile per le condizioni climatico-ambientali. Meravigliosa è la brezza che dal lago di Iseo invoglia a camminare tra le vigne, in attesa di quello che è un evento che raramente avviene in Franciacorta: la verticale di ben dieci annate di Cuvette.  Villa Franciacorta ci regala ogni anno spumanti millesimati Franciacorta con lavorazioni lunghe sui lieviti. Cuvette appartiene alla romantica storia di essere stato il vino di nozze di Roberta Bianchi e Paolo Pizziol, oggi titolari dell’azienda, donatole dal papà, Alessandro. Un Franciacorta caratterizzato da una personalità decisa e solida, che dà conferma a chiunque lo degusti. 85% Chardonnay e 15% Pinot nero con una lavorazione di circa 6 mesi e i seguenti 66 mesi l’affinamento è sui lieviti (per l’ultima annata prodotta). Una bollicina che già sposa l’idea del tutto pasto, che rimane al centro dell’attenzione se servita dall’antipasto al fine pasto, nel rispetto delle portate ad essa abbinate.    Accolti nella sala delle degustazioni, siamo stati felicemente accomodati ad un tavolo imperiale per circa cinquanta giornalisti del settore, ristoratori ed enotecari. Siamo dunque stati guidati magistralmente da Nicola Bonera, miglior Sommelier d’Italia nel 2005, percorrendo così la storia di Cuvette e dell’azienda attraverso una “macchina del tempo”.  2016 Descrizione tecnica: Una grande vendemmia. Un anno certamente non facile sotto l’aspetto climatico con fasi alterne che hanno consentito di raggiungere risultati sorprendenti sotto l’aspetto qualitativo. L’andamento climatico particolarmente favorevole della primavera, senza grosse insidie dal punto di vista fitosanitario, ha consentito una ripresa vegetativa in media con annate precedenti e lasciava prevedere una buona evoluzione. Ai primi di giugno un clima più fresco e umido con piogge frequenti ha comportato un rallentamento delle fasi fenologiche con conseguente posticipo della maturazione. A fine luglio l’annata si presentava con un potenziale produttivo di grande interesse e indubbia qualità con una riduzione quantitativa tutto sommato limitata. Gradazioni ideali, ottime acidità, profumi intensi e fragranti, e come sempre, caratteristica di questo terroir, la eccellente sapidità hanno dato vita ad una grande annata. Inizio vendemmia: 25 agosto  Bottiglie prodotte: 8.155 Data sboccatura: agosto 2021 Note di degustazione: Colore meraviglioso, brillante e lucente. Il naso sprigiona note intense; è un naso pieno e completo; Si percepiscono i sentori di frutta gialla ancora croccante, le linee sottili di spezia e delicata balsamicità. Le sensazioni fragranti di lievitati accompagna, e mai schiaccia, il ventaglio di profumi. In bocca sprigiona una forza elegante con particolare ricchezza sia di aromi che nell’equilibrio gustativo. Freschezza tesa e grande pienezza nel sorso. Persistenza straordinaria e nota sapida particolarmente percettibile. 2015 Descrizione tecnica: La stagione vegetativa 2015 è cominciata senza intoppi con il germogliamento intorno alla prima decade di aprile. Da aprile ad agosto la stagione 2015 è stata la meno piovosa degli ultimi anni. L’andamento meteorologico del mese di luglio, caratterizzato da pioggia quasi assente e temperature medie giornaliere piuttosto alte, ha rallentato l’attività metabolica delle vigne, riportando la progressione della maturazione ad un andamento più regolare. Le raccolte sono cominciate intorno a Ferragosto e sono proseguite per circa venti giorni. Il perdurare di temperature medie piuttosto elevate ha comportato una vendemmia breve e concentrata. Infatti, per le uve destinate alla spumantizzazione è molto importante la tempestività della raccolta per garantire il mantenimento del corretto corredo acidico, che assicura la caratteristica freschezza e longevità de Franciacorta. Sul piano quantitativo rispetto alle premesse iniziali, le rese realmente registrate in cantina sono tra il 5 e il 10% inferiori alle aspettative, in quanto la quasi assenza di precipitazioni durante tutta la stagione vegetativa ha determinato un alleggerimento del peso dei grappoli. Sul piano qualitativo complessivamente quella del 2015 è da considerarsi un’annata interessante, con profilo da vini più orientati a struttura e complessità che in altre annate. Inizio vendemmia: 14 agosto Bottiglie prodotte: 7.061 Data sboccatura: maggio 2020 Note di degustazione: Il colore si presenta sempre molto bello. La nota varietale dello Chardonnay al naso si esprime in maniera diretta e nitida. Deciso e verticale con leggere sfumature erbacee, verde e una frutta bianca succosa e croccante. La pulizia di bocca e l’equilibrio di beva sono eccellenti. Ha il difetto, se così si può chiamare, di non colmare mai la sete. Si continua bere e molto volentieri. Talmente cremoso e ricco che ricorda un Saten. Si percepisce a livello generale che l’annata è stata particolarmente bella ed equilibrata. Non si percepiscono shock, tutt’altro, è fluido e leggiadro, come ci si aspetta da una bollicina di questa caratura.  2012 Descrizione tecnica: Ottima annata caratterizzata da repentini cambiamenti climatici, che hanno alternato periodi caldi e secchi a periodi freddi e umidi. In particolare, un periodo freddo ed umido in concomitanza della fioritura ha determinato una sensibile riduzione della quantità dei grappoli, mentre un periodo di caldo torrido e secco è coinciso proprio con l’inizio della vendemmia. La conoscenza del terroir associata alla corretta gestione delle pratiche agronomiche, hanno consentito di avere un ottimo raccolto dal punto di vista qualitativo e buono da quello quantitativo. Inizio vendemmia: 17 agosto Bottiglie prodotte: 6.030 Data sboccatura: marzo 2018 Note di degustazione: Bollicine e colore fini ed eleganti dal punto di vista visivo. Sia l’impatto olfattivo che quello gustativo portano al racconto del vino finezza e una sensazione un pochino più esile rispetto alla grande annata 2015. Da aspettarselo ed esaltarlo in quanto la precisione con la quale si esprime questo spumante è davvero esaltante. Belle le note mentolate, di anice, fresche e balsamiche regalate dal pinot nero. Una frutta un poco più a pasta bianca e le note speziate che ricordano la 2016.  2010 Descrizione tecnica: Buona annata, dopo un inverno freddo e umido il germogliamento è iniziato con sensibile ritardo. Buona emissione di grappoli con un equilibrato rigoglio vegetativo. Fase della maturazione caratterizzata da un insolito periodo fresco e piovoso che ha portato ad un ritardo del periodo della vendemmia; i grappoli hanno mantenuto acidità elevate, superiori alla media, con gradazioni medio basse. Inizio vendemmia: 30 agosto Bottiglie prodotte: 7.710 Data sboccatura: febbraio 2017 Note di degustazione: Anche nella 2010 il colore e la bollicina sono meravigliosi alla vista. Al naso si percepiscono note di leggera ossidazione, una frutta particolarmente matura, sfumature di caramello, spezie che tendono all’orientale e un finale di erbe aromatiche molto piacevole. Il sorso è pieno, rotondo, particolarmente “grasso” dettato anche da una bollicina più fine e meno impetuosa. Lo Chardonnay è caldo e carico e il Pinot nero dona struttura e ricchezza gustativa. Bello il finale esotico e di liquirizia in polvere, nonostante la lunghezza non sia da segnalare. La sapidità è una costante.  2008 Descrizione tecnica: Ottima annata. L’inverno non particolarmente freddo ha favorito una buona ripresa vegetativa con una giusta emissione di grappoli. La primavera, caratterizzata da continue piogge accompagnate da basse temperature, ha ritardato le fasi vegetative incidendo in maniera sensibile sul momento della raccolta. Nella media la produzione quantitativa, regolare in tutti gli apprezzamenti. Ottima la matura- zione dello Chardonnay, che ha conservato un patrimonio aromatico importante ed ha consentito una produzione vinicola qualitativamente superiore alla media. Buoni i tenori zuccherini con acidità elevate. Inizio vendemmia: 26 agosto Bottiglie prodotte: 7.495 Data sboccatura: marzo 2016 Note di degustazione: Il naso è il più floreale trovato finora: spensierate le note di violetta accompagnate dalle note di erbe aromatiche come la salvia e il timo, tutti particolarmente intensi, che si percepiscono ancora prima di avvicinare il calice al naso. In bocca la bollicina è numerosa e persistente, ma non invasiva. Si può definire vinoso, con una leggera sfumatura liquorosa ben riequilibrata dalla freschezza e sapidità che a braccetto danno quel leggero colpo di durezza che un’annata come la 2008 necessitava. Il finale è speziato e si intravedono le note di pasticceria e di panettone. La balsamicità sempre presente in persistenza.  2007 Descrizione tecnica: Buona annata caratterizzata da un inverno mite, con temperature quasi mai al di sotto degli 0° C, e da una primavera particolarmente calda dove la ripresa vegetativa precoce ha portato ad una fioritura anticipata di 2-3 settimane. Il successivo altalenarsi di ritorni di freddo a temperatura al di sopra della media non ha particolarmente favorito l’allegagione incidendo sensibilmente sulla quantità di uva prodotta. L’impennata di temperatura del mese di luglio ha accelerato nuovamente la maturazione portando ad un anticipo della raccolta di 10-15 giorni rispetto alla media delle annate precedenti. Le uve raccolte oltre ad un perfetto stato sanitario presentavano un ottimo contenuto zuccherino con buoni livelli di acidità. Inizio vendemmia: 8 agosto Bottiglie prodotte: 14.612 Data sboccatura: maggio 2014 Note di degustazione: Tostatura. La prima cosa che si percepisce al naso è quel leggero sentore di nocciola tostata e coccio di abete ardente. I terziari si fanno sentire e la parte di frutta, pur essendoci e raccontandosi, passa leggermente in secondo piano. Il sorso colpisce ancora per la bollicina viva. Grande equilibrio anche per questa 2007. Bella è la persistenza tattile, più che gustativa, in quanto la sapidità rimane sulle labbra e dona quella piacevolezza di beva che da un vino così longevo non ti aspetteresti. 2006 Descrizione tecnica: Ottima annata. Ripresa vegetativa in condizioni climatiche ottimali, che ha favorito una buona emissione di grappoli al punto che in taluni appezzamenti si è reso necessario il diradamento. Un inizio dell’estate particolarmente caldo e asciutto ha fatto temere un ripetersi dell’annata 2003. Grazie però ad un sostanzioso cambiamento delle condizioni climatiche che hanno portato acqua in quantità ideali per lo svolgimento delle fasi vegetative della vite, per l’accrescimento degli acini. La formazione degli zuccheri e la salvaguardia del patrimonio acido e aromatico, al momento della raccolta le uve si sono presentate perfette dal punto di vista sanitario con un ideale contenuto di zuccheri, acidità buone con una concentrazione alta di componenti aromatiche. Inizio vendemmia: 23 agosto Bottiglie prodotte: 18.910 Data sboccatura: ottobre 2011 Note di degustazione: Già al naso percepiamo che questo 2006 sarà uno spumante dalle mille freschezze. Verticale al naso e colpisce ancora una volta la capacità di lettura dell’annata da parte del vino. Un’annata più fresca che porta sensazioni fragranti, leggera mentuccia, spesse sensazioni semi aromatiche, una punta di incenso e mela golden in abbondanza. In bocca sia la bollicina che la struttura del vino danno la sensazione di essere meno potente, più sottile, più delicata, ma diretta e tagliente.  Può sembrare esile, ma ha in sé la vigoria di un Franciacorta che ha fatto un passaggio in legno, seppur minimo, che non sovrasta, ma ne arricchisce il sorso.    2003 Descrizione tecnica: Buona annata. Fino alla fine di giugno andamento climatico nella norma. Durante i mesi di luglio e agosto si è manifestato un periodo molto caldo e asciutto con temperature prossime ai 40°C. Vendemmia molto anticipata rispetto alle annate precedenti con gradazioni spesso elevate e bassa acidità. Scarsa resa del mosto. La natura e la profondità dei terreni aziendali hanno mitigato notevolmente i disagi climatici dell’annata consentendo comunque di ottenere bollicine di buon spessore. Inizio vendemmia: 13 agosto Bottiglie prodotte: 14.000 Data sboccatura: febbraio 2008 Note di degustazione: Siamo difronte ad una delle migliori bottiglie della verticale. Un colore che ricorda l’oro colato con i riflessi ancora vivi e vivaci. Già dal suo aspetto si può intuire il potenziale di un vino che ha sulle spalle 21 anni, di cui 16 dalla sboccatura. Il naso si presenta regale, sommo e austero per certi versi. Dopo qualche istante si sprigiona un’intensità profonda e un ventaglio di aromi che continua ad evolvere senza mai perdere di intensità. Le note di ossidazione ricordando vini come la vernaccia di Oristano, con uno spetro olfattivo tridimensionale. Ricco al naso con profumi di miele, frutta secca, albicocche disidratate, anice stellato, chiodi di garofano, fichi secchi, menta peperita…e potrei continuare per ore a narrarlo. La bocca stupisce con una bollicina galoppante e una freschezza ancora netta, a tratti tagliente. Un tripudio di lunghezza gustativa e straordinaria piacevolezza. In forma la bottiglia? Può essere, ma solo chi fa in maniera passionale, consapevole e attenta il vino può regalare emozioni di questo tipo attraverso “una propria creatura”. 1999 Descrizione tecnica: Annata contraddistinta da una buona ripresa vegetativa. Buona produzione e stato sanitario eccellente. Gradazioni medio-basse con buona acidità caratterizzata da alti livelli di acido malico, che hanno consentito un eccellente sviluppo delle potenzialità aromatiche dell’uva. Inizio vendemmia: 1° settembre Bottiglie prodotte: 13.050 Data sboccatura: marzo 2003 Note di degustazione:  Una delle prime bottiglie prodotte cha ha la caratteristica di avere un grado zuccherino un po’ più elevato (in etichetta troviamo l’indicazione “extra dry”). Le motivazioni dell’utilizzo di questa dose extra di zucchero sono molto semplici da comprendere: la conservazione del vino. Non si tratta di una scelta stilistica, ma pura chimica e fisica. Le sensazioni che regala un vino spumante del 1999 sono emozionanti a priori, in quanto la capacità di riuscita di un prodotto fatto in epoche con tecnologia e conoscenza inferiori a quelle di oggi. Tuttavia, il vino si presenta dal corredo aromatico interessante, sicuramente evoluto e con la maturità propria di uno spumante di questa annata. Molto complesso e ricco e, degustandolo, mantiene ancora viva bolla e freschezza. La dose di dosaggio rende tutto molto rotondo e morbido, ma non stucchevole. Persistente al palato, sicuramente un vino che si avvicina più all’abbinamento con formaggi erborinati o con un dessert fresco ed estivo.   A degustazione conclusa, un grande insegnamento che rimane è l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Nonostante se le idee siano ottime, le tecniche affinate, i metodi di produzione all’avanguardia, in ultimo i conti sono da fare con la natura che ci circonda, le stagioni che si susseguono e con tutto il creato. Saranno questi fattori che aiuteranno nell’ottenimento di un prodotto eccellente o, al contrario, complicheranno la produzione e le aziende. Definire questa esperienza straordinaria è riduttivo, senza considerare l’unicità delle annate e delle bottiglie aperte. La vera esperienza è come il vino permetta all’essere umano di tornare indietro nel tempo e di viaggiare riscoprendo idee, filosofie, esperimenti, prove, successi, sconfitte, attraverso un ricordo tangibile. È qualcosa che ti riporta ad un periodo che ormai non c’è più, ma che non si dimentica e che non si deve dimenticare, perché proprio grazie a chi c’è stato, oggi noi siamo. Federico Bovarini Descrizione tecnica per ogni annata a cura di Villa Franciacorta    
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17 Settembre, 2022

Château La Coste: vino, arte e architettura

Château La Coste è un museo en plein air, capace di portare tra le vigne della Provenza il meglio dell’arte e dell’architettura contemporanea. Da Ai Weiwei a Renzo Piano, passando per Bob Dylan. Château La Coste, tra Aix en Provence e il parco vinicolo del Louberon, è una tenuta estesa su 200 ettari, di cui 130 coltivati a regime biologico. Un luogo di produzione di grandi vini rosé (non solo), ma soprattutto di cultura. Una meta da non perdere per chi, come me, ama il vino, l’arte e l’architettura. Meglio ancora se goduti in simultanea, e nella rilassata dimensione del viaggio. Un muro di cemento, un hangar e un enorme ragno: questi i tre “segnali” di benvenuto alla tenuta, non esattamente incoraggianti. Ma non tutto è ciò che sembra, ovviamente. Il grande muro non delimita nulla, è come una quinta d’autore nel paesaggio. Chi mastica di architettura riconosce subito la cifra stilistica di Tadao Ando, progettista cult giapponese. A lui il proprietario della tenuta – il collezionista d’arte e magnate irlandese dell’hotellerie Patrick McKillen – chiede nel 2007 di progettare L’Art Centre, aperto al pubblico nel 2011. L’edificio triangolare in vetro e cemento, che cita Le Corbusier, funge da centro di informazioni e accoglienza, libreria, ristorante, ma anche contenitore museale. Nello specchio d’acqua che lo circonda giganteggia il ragno di cui sopra, dalla celeberrima serie Crouching Spiders di Louise Bourgeois, ma si specchia anche una delle sculture mobili di Alexander Calder. Non male come premessa. Questo è il centro nevralgico da cui si diparte una promenade naturalistica (tra vigneti e boschi), artistica e architettonica unica al mondo, che conta oltre 40 “tappe”, tra sculture, installazioni, padiglioni per esposizioni temporanee. Gran parte delle opere nascono in-situ: artisti e architetti sono stati negli anni invitati nella tenuta (che ovviamente comprende anche un resort esclusivo, Villa La Coste) e hanno personalmente scelto il luogo di ispirazione e collocazione del proprio lavoro. Tra le varie architetture spicca la doppia struttura metallica a tunnel, il già citato hangar. L’avveniristica costruzione in lamiera ondulata d’acciaio non è una rimessa: è la cantina di vinificazione, progettata da Jean Nouvel nel 2008, in sostituzione di quella storica riconvertita a sede espositiva. Poco distante, da un movimento tellurico di coperture in vetro dall’apparente equilibrio precario prende forma il Music Pavillion firmato da Frank Gehry. Inaugurato da pochi mesi, un edificio curvilineo, immerso in una vigna di vermentino, ospita una sala mostre e un auditorium. Ha un valore speciale, perché è l’ultimo progetto del grande architetto brasiliano Oscar Niemeyer: vede la luce a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, alla veneranda età di 105 anni. Anche la galleria che si protende a sbalzo nel paesaggio, come un cannocchiale puntato sulle colline, è il testamento del suo autore, Richard Rogers. Non a caso l’estetica industriale della struttura richiama quella del Centre Pompidou a Parigi, coprogettato con Renzo Piano. E poteva forse mancare Piano, in questo gotha dell’architettura contemporanea radunato tra le vigne? Il suo padiglione espositivo si immerge nella terra con una lunga e austera rampa, ma è inondato dalla luce grazie ai lucernari a vela che ricalcano i profili dei colli in lontananza. Al momento della mia visita ospitava la mostra Drawn Blank in Provence: una serie di dipinti di Bob Dylan, evidentemente folgorato dalla luce della regione, come ai tempi Cezanne e Van Gogh. Il tutto in dialogo con opere di Picasso, Matisse, Monet, e Chagall. Chapeau, si dice lì in zona. Il Nobel-cantautore ha voluto definitivamente accreditarsi come artista lasciando allo Chateau anche una grande installazione permanente in ferro, Rail Car. Ci si può arrivare percorrendo un sentiero in pietra, opera di Ai WeiWei, dopo avere magari già apprezzato gli interventi di artisti del calibro di Richard Serra, Sean Scully, Yoko Ono, Sophie Calle, Jenny Holzer, Daniel Buren solo per citarne alcuni. Concludere la visita con la degustazione delle tre gamme di vini proposte dalla Cantina, ognuna declinata in rosé, rosso e bianco (che meritano una trattazione a parte), è la degna conclusione di un’esperienza totale, dei sensi e dello spirito. Château La Coste rappresenta al meglio una tendenza in atto già da qualche anno (anche in Italia, vedi Ceretto, Antinori, Cà del Bosco e molti altri) per cui dalla cantina passano nuove forme di mecenatismo d’arte, di marketing territoriale, di alta ospitalità che unisce gusto e cultura. E la cantina stessa, grazie all’architettura, si trasforma in landmark. A cura di Katrin Cosseta  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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12 Settembre, 2022

Enogirls, una nuova realtà al femminile

Enogirls, una nuova realtà al femminile al femminile che raccontiamo qui, nella rubrica Salotto Divino. Le Enogirls sono Francesca Mafrici, Denise Oriani, Alessandra Pierotti. Sono tre: numero perfetto. FP: Come vi siete conosciute? in che occasione e circostanza? Enogirls: Ci siamo conosciute grazie ad Instagram. Abbiamo iniziato a seguirci e scambiarci pareri virtualmente, poi abbiamo avuto l’occasione di conoscerci di persona ad alcuni eventi dedicati ai winelovers ed è stata immediata sintonia. FP: Perchè vi siete piaciute? Enogirls: Per la spontaneità nel confrontarci, nel riuscire a scambiarci pareri liberamente senza alcun tipo di sforzo o di pregiudizio, ma in modo molto naturale e sincero. Abbiamo tre formazioni diverse nel mondo del vino: FISAR, AIS e WSET. Ciascuna di noi è più forte e ferrata in un argomento cosi ci completiamo e arricchiamo, oltre che divertirci un mondo insieme. FP: Dopo quanto e quando è nata l’idea di lavorare insieme? Enogirls: L’idea è nata da Francesca, spinta dalla voglia di creare un gruppo tutto al femminile. Tutte e tre crediamo che le donne abbiano una capacità e una spiccata sensibilità nell’organizzare, creare e gestire le attività in modo pragmatico e puntuale. Francesca ha visto nelle peculiarità di ciascuna una componente fondamentale per lo sviluppo di un buon gruppo di lavoro. Dopo aver proposto ad Alessandra e Denise l’idea di fondare un team, le idee sono venute a cascata da parte di ciascuna: il nome, gli obiettivi e le tempistiche.   FP: Perchè un progetto legato all’enoturismo? Enogirls: Perché è grazie al vino che ci siamo incontrate e legate. Ciascuna di noi sognava di avviare un’attività in questo settore per promuovere il territorio iniziando a piccoli passi, chi scrivendo, chi studiando, chi instaurando collaborazioni di vendita vino. Abbiamo tante belle realtà in Lombardia e sul territorio nazionale, a volte di piccole dimensioni, spesso a gestione familiare, che vale la pena scoprire, visitare e ascoltare. Ogni produttore ha esperienze e competenze diverse ed è giusto dare a ciascuno il suo spazio.  FP: Su quali punti di forza e originalità di basa il vostro progetto? Enogirls: Ci rivolgiamo ad un pubblico inesperto e curioso, che ha voglia di avvicinarsi a questo mondo senza essere travolto da tecnicismi e formalità. La nostra idea è quella di divertire e allo stesso tempo fornire le informazioni base per mettere le persone in condizioni di bere consapevolmente, scegliendo il vino più in linea con i loro gusti. Siamo in grado di fornire sia esperienze personalizzate che di gruppo, romantiche e conviviali, accompagnando i partecipanti lungo tutta l’attività. Non solo vino però, vengono proposti, fatti conoscere e assaggiare anche prodotti tipici del territorio per un’esperienza più enogastronomica. FP: Le donne e il vino, come vivete questo legame? come lo vivono i potenziali clienti? Enogirls: Con passione, curiosità ed entusiasmo. Sempre più spesso ci troviamo a confrontarci con donne all’interno del settore: colleghe sommelier, produttrici, responsabili marketing e commerciali. Anche nel panorama social abbiamo stretto tanti legami con altre winelovers. Francesca fa parte di una Community internazionale tutta al femminile.  Il vedere l’intesa che si crea naturalmente tra noi quando siamo insieme unita alla voglia di scoprire questo bellissimo mondo del vino, stimola i clienti ad affidarsi e lasciarsi guidare e travolgere dal nostro entusiasmo. FP: Obiettivi e progetti per il prossimo futuro?     Enogirls: A Giugno abbiamo lanciato il nostro primo evento ed ora ci sono tante idee e progetti in cantiere. Il primo viaggio enoturistico ( di cui avete qui il link alle stories Instagram) lo abbiamo organizzato nel territorio del Moscato di Scanzo, provincia di Bergamo. Una piccolissima DOCG da cui un passito rosso da vitigno autoctono, aromatico, unico al mondo. Prossimo appuntamento a ottobre, per scoprire il territorio dell’Oltrepò. Vi aspettiamo Enogirls, una nuova realtà al femminile sicuramente da seguire, sia sui social che nelle visite enologiche che proporranno. Francesca Pagnoncelli Folcieri   https://youtu.be/RakajXgmc-E  
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8 Settembre, 2022

Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre

Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre Tra collina e Mare Carissimi, bentrovati! Il sole di Agosto si sta lentamente spegnendo ed i colori settembrini ed in particolare quelli della vendemmia sono alle porte. Tuttavia in questo fine agosto desidero portarvi in un posto di mare dove si fa anche vino, ma in modo “di montagna”. Siamo sull’isola d’Ischia, oggi una delle più frequentate mete turistiche dell’area mediterranea, grazie a un mix di fattori irripetibili. La fascia costiera è delineata da litorali sabbiosi, da scogli e sorgenti calde intervallate da falesie ripide, con baie e calette. All’interno, intorno alle pendici del Monte Epomeo, la vetta a 788 metri sul livello del mare, i boschi e i crateri spenti, le vallate e i pianori sono i luoghi ideali per gli escursionisti. Qui il ricchissimo patrimonio di sorgenti termali, conosciute da millenni, è valorizzato da parchi balneo-terapici e strutture specializzate nelle vacanze-benessere. Le torri, le chiese, il castello, i palazzi sono le testimonianze affascinanti delle diverse civiltà che nei secoli hanno contribuito a formare l’identità locale. Ma è soprattutto la vite ad accompagnare l’isola nelle varie epoche: dall’ottavo secolo a.C., quando fu chiamata Pithekoussai dai Greci d’Eubea che vi fondarono la prima colonia d’Occidente, preziosi reperti sottolineano la presenza della Vitis vinifera. Per i Romani, Ischia era detta addirittura Aenaria: «terra del vino» e, fino alla metà del ‘900, l’economia ha continuato a fare leva sul commercio del vino. Sui 46 chilometri quadrati di superficie dell’isola, molti vigneti si posizionano su terreni con pendenze che vanno ben oltre il 30 per cento. La tecnica dei terrazzamenti con muri a secco realizzati in pietre lavorate a mano (come il tufo verde, che non si trova altrove nel mondo), ha favorito la conquista di zone impervie con i loro microclimi speciali. Sono le cosiddette parracine. Sono proprio queste parracine, estese per quattromila chilometri lineari, rappresentano l’originale colonna vertebrale del panorama ischitano. La famiglia Cenatiempo nasce e appartiene a Ischia da sempre e L’azienda Cenatiempo Vini d’Ischia nasce con una piccola cantina sul porto di Ischia dove Francesco Cenatiempo imbottigliava vino sfuso. Nell’immediato dopoguerra con il crescente boom economico, anche sull’isola d’Ischia nasce l’esigenza di produrre il proprio vino. Si comincia, quindi, ad acquistare uva da piccoli contadini isolani e trasformarla. Successivamente, la cantina si espande trasferendosi in quella che è l’attuale sede di produzione, sempre nel comune di Ischia. Alla morte del padre la direzione dell’azienda passa al figlio, Pasquale Cenatiempo, che incrementa e modernizza la produzione mantenendo ben saldi l’eredità dei valori del passato e, al tempo stesso, con uno sguardo al futuro. Per l’affinamento dei vini, infatti, Pasquale si adatta all’originale struttura della cantina costruita negli anni ‘70 mantenendone le  vasche in cemento che alterna con quelle in acciaio. Da sempre la viticoltura a Ischia è una viticoltura di montagna che va dalla costa, a pochi metri sul mare, fino a oltre 600 metri di altitudine e, ovviamente, le vigne ideali sono quelle ospitate su terrazze strette che ricevono la migliore insolazione possibile. Attualmente le uve Cenatiempo arrivano sia dai piccoli conferitori isolani, sia da vigneti gestiti in conduzione diretta, per un totale di 6 ettari divisi in circa 15 appezzamenti. Per rappresentare al meglio il territorio, l’azienda si è quindi dotata di una struttura ampia e articolata che va dalla gestione diretta del vigneto alla ristorazione fatta con professionisti esterni per dare al cliente sempre il prodotto ed il servizio migliore. Per quanto riguarda il processo di produzione, Cenatiempo ha de scelto di intervenire il meno possibile sui mosti, affidandosi al controllo delle temperature di fermentazione, alle filtrazioni meccaniche, e usano i solfiti in quantità appena percettibili. La gestione diretta dei vigneti ci permette di controllare fase per fase lo stato dell’uva, il grado di maturazione e i tempi di vendemmia che variano dall’inizio di settembre alla seconda metà di ottobre. In cantina le fasi di lavorazione prediligono l’utilizzo di lieviti indigeni, pressatura soffice, minimo utilizzo di solfiti e temperature controllate. Per assaporare tutto questo il meglio è ovviamente fare un viaggio ad Ischia e contattare Cenatiempo per fare una visita in vigna e chiaramente una degustazione. Il link per il contatto è il seguente http://www.cenatiempovinidischia.it/contatti/ Si tratta di una esperienza unica in cui l’identità territoriale la fa da padrona con la mineralità del suolo vulcanico di Ischia, che varia anche a distanza di pochi chilometri, la sapidità di un vino isolano, i sentori di macchia mediterranea che circondano il panorama viticolo di Ischia. Il nostro vino deve esprimere la natura vulcanica e marinara della terra ischitana. Ed in particolare vedere una viticoltura di montagna fatta in collina ed al mare. La viticoltura eroica ancora una volta presente e ricca in Italia. Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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25 Agosto, 2022

Medici Ermete e l'ambizioso progetto GENERAZIONE 2031

Il vino è cultura e su questo siamo ampiamente d’accordo, c’è però chi va oltre. E’ il caso di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto GENERAZIONE 2031. C’e’ infatti anche chi, attraverso il vino genera valori e coltiva cultura sperando in un futuro migliore. Ne abbiamo parlato in altri articoli di questa stessa rubrica.
Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi”  perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031.   L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
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23 Agosto, 2022

Casa Grazia: Vini in Vigna

Casa Grazia: Vini in Vigna Un sogno, un lago, il destino Carissimi, bentrovati! Oggi desidero portarvi a Gela, in quella parte di Sicilia rivolta verso il mediterraneo ed il nord Africa, da cui arrivano i venti lontani. Tutto parte nei primi anni del Novecento, quando la famiglia Brunetti inizia la coltivazione delle proprie terre, e fra uliveti e frutteti, avvia la produzione di uve da mosto e di uva da tavola. Negli anni Ottanta, quando impegni lavorativi portano Angelo Brunetti ad occuparsi di altro, è Maria Grazia Di Francesco, sua compagna di vita e di viaggio, a raccoglierne il sogno, prendendosi cura di quei vigneti, scoprendosi così donna del vino, affascinata dalla vigna. Il 2005 è l’annata di un ottimo Nero d’Avola che incoraggia ad un passo ulteriore. Così dopo lunghi decenni di lavoro della terra e dei vigneti, Casa Grazia imbottiglia per la prima volta le proprie uve, figlie del Lago Biviere, luogo caro alla memoria popolare, riserva di specie protette e piante rare, il Biviere disegna un terroir particolare dalla spiccata sapidità, tratto distintivo dei vini Casa Grazia. Siamo nella Riserva Naturale protetta del Lago Biviere, ed è in questo luogo legato a miti antichi e intessuto di credenze popolari, che Casa Grazia imbottiglia il frutto di un terroir unico, dove dune, vento e mare maturano buone uve. Un territorio speciale, grazie alla presenza del più grande lago costiero della Sicilia – che si caratterizza ulteriormente in quanto lago salato – che ricade pienamente anche nella D.O.C.G del Cerasuolo di Vittoria, unica D.O.C.G. siciliana. I terreni, sabbiosi e calcarei, si estendono lungo un abbraccio ideale, e disegnano il profilo di un paesaggio plurale che concentra al suo interno tutti i favori bioclimatici della Sicilia. La sapidità del Lago e la salinità che spira dalla costa, nutrono aria e terra portando a maturazione le uve del Biviere, destinate a diventare grandi vini. Uliveti e frutteti fanno da sfondo ai vigneti Casa Grazia e tessono una bellezza pura, fatta di storia, luoghi e memoria. Oggi Casa Grazia racconta, attraverso l’amore dell’imprenditrice per i suoi vitigni, la parabola di una storia personale e aziendale, dove i confini sfumano, felicemente, l’uno nell’altro. Una realtà che nasce da un sogno che racchiude in sé un destino. I vini Casa Grazia raccontano un percorso di crescita e sperimentazione, alimentato dall’amore dell’imprenditrice Maria Grazia Di Francesco, donna in vigna, che ha saputo cogliere il potenziale del territorio, esprimendolo in una selezione di etichette che portano in calice un ritratto di Lago, Terra e Mare. Uve il cui tratto dominante è un’inconfondibile sapidità che trova sempre il giusto equilibrio, tra carattere ed eleganza. Le otto etichette Casa Grazia traducono nel calice le suggestioni di questa parte di Sicilia, il colore dei suoi tramonti e la brezza marina che accarezza le coste. Qui agrumeti, zagare e gelsomini, gerani e violette, carrube e cannella, si fondono alla salinità tipica del lago generando vini dalle sfumature brillanti, grande forza espressiva e sfumature aromatiche. Nei cinque rossi, nei due bianchi e nello spumante si imprime la sinfonia del Mediterraneo. Un’armonia che passa dal palato ai sensi. Ora per comprendere meglio non vi resta che assaggiare questi prodotti e magari pianificare un viaggio su questo lago unico assaporandone i suoi prodotti Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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