In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
19 Agosto, 2022
Osteria De Cin - Claino con Osteno
Qui a Provato Per Voi siamo sempre più entusiasti di raccontare luoghi ed esperienze, soprattutto se si trovano a meno di due ore di auto dalle grandi città (Milano in questo caso). Oggi parliamo della Valle Intelvi un luogo che sta costantemente aumentando il proprio peso come meta turistica per appassionati di sport stagionali, escursionisti e frequentatori di agriturismi e b&b immersi nel verde. Recentemente, quasi per caso devo ammettere, con la scusa di una gita al Borgo Dipinto di Claino, ci siamo imbattuti in un locale estremamente interessante. Un luogo di vero equilibrio tra tradizione e innovazione in un mare magnum, sempre apprezzato intendiamoci, di stracotti, polente, carpioni e selvaggine varie. Osteria de Cin a Claino rappresenta in primo luogo la sfida imprenditoriale di due giovani ragazzi Deborah e Riccardo, che propongono una filosofia di cucina a nostro avviso dirompente e davvero in equilibrio tra tradizione e innovazione.
Osteria de Cin ci ha subito colpiti per l’originalità della proposta: un focus estremamente professionale su carni pregiate. Selezionate, conservate, trattate e raccontate con cura e passione. Ecco che, con nostra sincera sorpresa, a Claino ci siamo trovati nella posizione di dover decidere se mangiare swami beef danese, sashi choco finlandese, vacca clandestina o rubia gallega vacca vegia di 15 anni allo stato brado. La scelta è stata sapientemente agevolata dall’intervento di Riccardo che con professionalità e leggerezza ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più piacevole. La sala rispecchia la filosofia di cucina, con un ambiente ricercato e il piacevole contrasto tra elementi tradizionali e moderni. Un espositore a temperatura controllata accoglie i visitatori presentando immediatamente i tagli di carne disponibili. Altra nota interessante, a conferma di un vero approccio innovativo in cucina, è l’impiego della tecnica della maturazione spinta attraverso tecnologia a ultrasuoni. Questa tecnica permette di esaltare tutti gli aspetti organolettici dei prodotti, garantendo un boost in termini di morbidezza, colori,sapori e profumi. Provare per credere. Non solo carne ovviamente: il menù prevede una varietà interessante di primi e alcuni piatti di mare. Ingredienti di stagione e piccoli produttori locali chiudono il cerchio per quanto riguarda la proposta food.
Interessante anche la carta dei vini che dà spazio a un paio di proposte locali, oltre che alle più conosciute denominazioni fino ai brand più blasonati. In conclusione, l’esperienza è stata assolutamente positiva. Osteria de Cin a Claino si rivela una bellissima sorpresa. Abbiamo pranzato in un ambiente piacevolissimo, siamo stati ingolositi da una proposta dirompente, decisamente innovativa per la zona, siamo stati convinti da un servizio amichevole e professionale (abbiamo pranzato anche con una bambina piccola che è stata da subito messa a proprio agio), abbiamo scelto tra una buona selezione di vini e soprattutto abbiamo una gran voglia di tornare per provare ciò che non abbiamo avuto modo di assaggiare. BRAVI!!
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Osteria de Cin ci ha subito colpiti per l’originalità della proposta: un focus estremamente professionale su carni pregiate. Selezionate, conservate, trattate e raccontate con cura e passione. Ecco che, con nostra sincera sorpresa, a Claino ci siamo trovati nella posizione di dover decidere se mangiare swami beef danese, sashi choco finlandese, vacca clandestina o rubia gallega vacca vegia di 15 anni allo stato brado. La scelta è stata sapientemente agevolata dall’intervento di Riccardo che con professionalità e leggerezza ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più piacevole. La sala rispecchia la filosofia di cucina, con un ambiente ricercato e il piacevole contrasto tra elementi tradizionali e moderni. Un espositore a temperatura controllata accoglie i visitatori presentando immediatamente i tagli di carne disponibili. Altra nota interessante, a conferma di un vero approccio innovativo in cucina, è l’impiego della tecnica della maturazione spinta attraverso tecnologia a ultrasuoni. Questa tecnica permette di esaltare tutti gli aspetti organolettici dei prodotti, garantendo un boost in termini di morbidezza, colori,sapori e profumi. Provare per credere. Non solo carne ovviamente: il menù prevede una varietà interessante di primi e alcuni piatti di mare. Ingredienti di stagione e piccoli produttori locali chiudono il cerchio per quanto riguarda la proposta food.
Interessante anche la carta dei vini che dà spazio a un paio di proposte locali, oltre che alle più conosciute denominazioni fino ai brand più blasonati. In conclusione, l’esperienza è stata assolutamente positiva. Osteria de Cin a Claino si rivela una bellissima sorpresa. Abbiamo pranzato in un ambiente piacevolissimo, siamo stati ingolositi da una proposta dirompente, decisamente innovativa per la zona, siamo stati convinti da un servizio amichevole e professionale (abbiamo pranzato anche con una bambina piccola che è stata da subito messa a proprio agio), abbiamo scelto tra una buona selezione di vini e soprattutto abbiamo una gran voglia di tornare per provare ciò che non abbiamo avuto modo di assaggiare. BRAVI!!
17 Agosto, 2022
Mottura e il Grechetto: un'antica storia d'amore
Continuano le incursioni per cantine de Il vino in una stanza questa volta nella Tana dell’Istrice, per raccontare di Sergio Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore.
Come nel film “Le Cronache di Narnia”, entrando nell’armadio, qui in cantina, ci ritroviamo in un’altra dimensione. Inondate da pareti di pietra, scendendo molte scale, sempre più in profondità, veniamo immerse in una grotta scavata nel tufo risalente al XV Sec.
Adornato da così tanta storia, tradizione e cultura riposa qui lo spumante, in un accumulo stratificato di cenere vulcanica che isola e mantiene una temperatura di 13 gradi che improvvisamente ci da una sensazione rigenerativa dopo il gran caldo vissuto in questa giornata . Ci colpisce la muffa ovunque depositata sulle bottiglie a riposo, la stessa che troviamo nelle cantine dello Champagne.
Nelle Terre del Grechetto Edizione 2022
Siamo a Civitella D’Agliano, nell’Alta Tuscia viterbese, all’evento Nelle Terre del Grechetto XIX edizione. Organizzato dalla Proloco e condotto dal giornalista enogastronomico Carlo Zucchetti, siamo ospiti dal grande Sergio Mottura. Mottura è tante anime: pioniere del biologico dagli anni 90, grande icona del grechetto, vitigno emblema di questo territorio. Ha fondato la propria immagine e la propria produzione proprio su di lui. Ritrovandoci in questa suggestiva piazza medievale, ci accoglie Giuseppe che, accompagnandoci all’interno della sala di degustazione, ci racconta la storia della sua famiglia che noi vi riportiamo con immenso piacere.
Una bella storia
Una bella storia quella dell’amore tra Mottura e il grechetto, la volete sentire? Giuseppe Mottura, figlio del “Boss” Sergio Mottura (così da lui soprannominato), ci porta con la mente direttamente al 1933, quando Sergio, giovane ragazzo intraprendente e grande sognatore, eredita da un suo prozio paterno piemontese la tenuta a Civitella D’Agliano. Fino agli anni ’60 molte zone d’Italia, compresa questa dove ci troviamo, erano gestite con contratti di mezzadria. Tutto cambiò nel Settembre del ’64: fu rivoluzionato tutto il sistema agrario. Le scelte che cambiano la prospettiva. E’ il momento in cui Sergio inizia a prendere decisioni fondamentali per lo sviluppo dell’azienda. La Scelta con la S maiuscola fu quella di innamorarsi follemente del grechetto.
Grechetto super omnia
Mottura e il grechetto. Oggi la chiameremmo intuizione, all’inizio fu una semplice scelta derivata dall’aspetto organolettico del vitigno. Tra Orvieto doc, Malvasia, Trebbiano, Procanico, Grechetto e altri, Sergio si rese conto che quest’ultimo dava risultati migliori, qualitativamente più alti. Ha inizio così questa lunga storia d’amore con il grechetto, partendo proprio dal “Poggio della costa”, vigneto piantato a filare negli anni ’70. Sino ad allora e nei decenni precedenti i mezzadri, non potendo impiegare un ettaro di terra solo per la coltivazione della vite, utilizzavano il terreno per altre colture. Quindi la vite era maritata ad un albero da frutto o ad un olmo (stucchio). Tutto questo, ovviamente, venne meno con l’arrivo dell’imprenditoria agricola e con l’impianto dei primi vigneti “puri”. Altra scelta fondamentale arrivò alla fine degli anni ’80, quando Sergio decise di imbottigliare i propri vini, passando da conferitore di uve a produttore, occupandosi di tutte la fasi produttive fino alla commercializzazione, creando il proprio marchio aziendale e divenendo così vignaiolo al 100%.
L’istrice simbolo di approccio biologico
Terza scelta, anche questa estremamente importante per il progresso aziendale, è stata quella di dedicarsi completamente al biologico. La conversione inizia nel ’91 e la certificazione arriva nel ’96. Perche l’istrice in etichetta ? “L’idea dell’istrice nasce quando mio padre, accanito sostenitore del biologico, comincia a lavorare la terra in maniera più salutare, sostenibile e si accorge del ritorno degli istrici nei vigneti come parte integrante dell’eco sistema. Le tane sono bellissime sotto i nostri 37 ettari vitati. L’istrice diventa così un simbolo di unificazione dei vignaioli che decidono di seguire le orme del bio, del rispetto per la natura creando un mondo agricolo diverso da come era apparso negli anni ’70/80. Un mondo fatto di chimica. Un esempio: dopo anni di utilizzo del verde rame come prodotto previsto per la coltivazione biologica contro la malattia peronospora, oggi alcuni produttori hanno sostituito il metallo pesante che si accumula nel terreno con del semplice tannino di castagno, organico al 100%. Inoltre, viene usata la zeolite come prodotto naturale per rendere la vite più resistente alla siccità e migliorare le caratteristiche fisiche e chimiche del terreno.
Oltre le radici della vite
Oggi l’azienda fa parte di un gruppo di produttori di Orvieto, l’ORV (oltre le radici della vite), che da anni sta cercando di ricostruire l’immagine dell’Orvieto Doc e di lavorare insieme per una sua identità. Assaggiando e confrontando i vini, questi produttori sono giunti alla conclusione che il grechetto non è un’uva che vale per tutti i territori. Un territorio della Tuscia diversificato in tre macro-aree che hanno origini geologiche completamente diverse: c’è l’area vulcanica che parte del lago di Bolsena e arriva ad Orvieto; c’è la parte nord sedimentale e marina con grosse percentuali di argilla nei terreni; e infine la terza area, principalmente alluvionale del Tevere di migliaia di anni fa, circoscritta tra i due Comuni di Civitella D’Agliano e Castiglione in Teverina.
Orvieto DOC
Produzioni e terroir completamente diversi fanno sì che la percentuale di uve nell’Orvieto Doc cambi di zona in zona. Chiaramente in questa azienda il grechetto ne è protagonista. Dalla rivalutazione dei vitigni autoctoni, alla ricerca scientifica ed alla sperimentazione su campo, agli studi sul DNA e alle varie vinificazioni scelte per esaltare al meglio le grandi potenzialità del vitigno grechetto, la Famiglia Mottura ha voluto creare soprattutto un lavoro d’ identità e di qualità del prodotto, selezionando come unico denominatore, il Clone G109 ovvero il Grechetto di Orvieto. E’ un’uva difficile, tannica, bisognosa di una pressatura delicata, ma una garanzia per la longevità del vino, come ci dimostrano le bottiglie degustate in questa occasione. Ascoltando Giuseppe: “L’atteggiamento giusto del vignaiolo è considerare il vigneto eterno. Poiché la vite per 40/50 anni subisce stress, bisogna andare a lavorare con la sostituzione delle fallanze della vite che muore il prima possibile in modo che l’età media del vigneto rimanga alta, soprattutto facendo sì che tutte le viti rimangano in produzione”.
La degustazione
il titolo dell’articolo è Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore. Il grechetto, infatti, è ovunque. Partiamo con la degustazione:
Spumante Metodo Classico Brut Magnum 100% Chardonnay millesimato 2011 – 10 anni sui lieviti sboccatura 05/22.
Nasce da uve Chardonnay, provenienti dal Cru San Martino, situato sulla parte alta dell’azienda. Nobile con un perlage fine ed elegante. Intreccio di sentori di erbe aromatiche con nuances complesse di crema pasticcera e nocciola. In bocca si avverte una grande freschezza vibrante con ritorni di agrumi e frutta secca.
Acidità molto alta: nelle annate in cui la maturazione avviene in giornate ancora molto calde, le uve sono raccolte nelle prime ore mattutine proprio per avere delle uve fresche e acidità maggiore. Racconta Giuseppe: “Mio padre mi racconta che nell’ 83 le prime prove di metodo classico furono fatte con uve Verdello e Grechetto, ma con scarsissimi risultati. Si passò così velocemente ai vitigni classici quali Chardonnay e Pinot Nero. La prima annata ufficiale però uscì nell’ 84 da uve Verdicchio e Grechetto. “
Tragugnano Orvieto Doc 2021 vs 2011 – 50% Procanico 50% Grechetto. Acciaio. (Entrambi tappi a vite plus)
In questo caso l’obiettivo è quello di rilanciare la DOC sia dal punto di vista comunicativo che organolettico. La strategia è quella di mantenere sempre alto l’interesse sul proprio territorio. L’ azienda si regge sulla produzione dell’Orvieto DOC e del Grechetto in purezza; insieme rappresentano quasi il 90% della produzione. L’Orvieto DOC è stato il vino fondamentale per questa zona e se, ad oggi si coltiva grechetto, è proprio perché nella doc da sempre c’è la sua presenza.
L’annata 2021 ha dato vita ad un vino semplice, godurioso e dinamico con piacevoli sentori di mela smith, glicine, pera williams, zenzero e mandorla amara , che rappresentano l’equilibrio perfetto tra la sapidità e l’acidità alta pur mantenendo un tenore alcolico importante. Tornando 10 anni indietro, ci troviamo a degustare la 2011 che ci colpisce per la sua spalla acida ancora alta e non spigolosa. La mandorla è sempre presente ma più dolce al palato con un arricchimento di frutta a polpa matura e miele con ritorni di pera, mela e nocciola.
POGGIO DELLA COSTA CIVITELLA D’AGLIANO IGT – 100% Grechetto CRU 2020 vs 2014 (50% tappo a vite plus e 50% sughero a scelta del cliente)
Uve raccolte rigorosamente a mano, pressate in maniera soffice con decantazione a freddo. Fermentazione e maturazione in acciaio per 6 mesi più due mesi in bottiglia. La 2020 è un vino molto giovane caratterizzato da grande acidità e sapidità. Venature minerali, evidenti note balsamiche e richiami di nocciola tostata e miele di castagno. La sua vibrante freschezza lo rende godibile in qualsiasi occasione. Poliedrico. Estrema: questa è la nostra parola assegnata alla 2014 a conferma della longevità del Grechetto. Il colore dorato ci conquista prima ancora di poggiare il calice al naso, abbiamo l’oro nelle mani. Un mix di frutta tropicale, frutta secca e miele di castagno ci avvolgono l’olfatto che ritroviamo anche al palato. Un leggero picco di ossidazione ci fa sorridere ma uno spiccato e bellissimo finale di fiori appassiti e erbe secche ci convince.
POGGIO DELLA COSTA
Dalle parole di Giuseppe: “Poggio della Costa è un vigneto piantato nel 1970; solo 7 ettari di Grechetto. Inizialmente mio padre prese tralci di grechetto da chi, per tradizione, coltivava e vinificava il Grechetto “buono”. In realtà dopo tanti anni di lavorazione, questo vigneto è diventato il nostro CRU aziendale. Io ho una definizione tutta nostrana e paesana di CRU, ovvero che se da un vigneto, 10 volte su 10, esce il vino più buono della cantina allora quella è sicuramente una vigna di pregio. E’ un vitigno che ha tutta una serie di elementi che in realtà neanche il produttore conosce fino in fondo. Il Grechetto non sbaglia mai sia per qualità sia per costanza; sa vivere a lungo e dopo tanti anni per questa azienda è stato un successo “.
LATOUR A CIVITELLA 2020 vs 2016 Grechetto in purezza fermentato in barriques di rovere francese (95% sughero e 5% tappo a vite plus)
Prima parte di fermentazione in acciaio, seconda fase di fermentazione in barrique fino a giugno; affinamento 9 mesi in legno e riposo in acciaio nella cantina sotterranea per 6 mesi prima dell’imbottigliamento. In realtà la prima annata fu prodotta nel ‘94. In quel periodo, Sergio Mottura conosce l’ amico produttore francese, Louis Fabrice Latour. Fu lui, colpito dalla qualità del vino, a suggerirne l’affinamento in legno, donandogli cinque barrique di sua proprietà. Da qui il nome riportato in etichetta. Chiaramente da allora ad oggi l’ affinamento è cambiato moltissimo. L’obiettivo principale è stato quello di mantenere l’idea di un grechetto elaborato in legno ma senza perdere l’ espressione autentica del vitigno unita all’identità dell’azienda.
Una 2020 intensa e luminosa con un impatto olfattivo complesso ed elegante, con sentori di frutta a polpa bianca, burro fuso e nocciola. Decisamente morbido e tattile al palato con un finale piacevole di vaniglia e scorza di agrumi. SOLENNE E POTENTE: la 2016 ci fa innamorare partendo già dal colore. Un dorato intenso che si riflette al calice. Al naso un connubio perfetto di fiori appassiti, sentori di nocciola, fiori bianchi e burro; assaggio solido, complesso con sentori di pasticceria per un finale di gran classe. Chapeau!
MUFFO LAZIO IGT Grechetto Passito 2016
Elegante e complessa espressione di Grechetto passito, ottenuta da uve colpite da muffa nobile e maturato in barrique per 12 mesi. Sontuoso vino da meditazione dal colore ambrato, affascinante nei suoi sentori di miele, burro, fiori gialli, scorza di agrumi canditi e pietra focaia. Intrigante al naso, ci dona anche sentori di frutta esotica. Al palato cremoso, armonico e di buon corpo con una sapidità travestita da dolcezza con timide nuances eteree. Finale speziato. SUBLIME! Tanta materia a conferma del grande potenziale di questo vitigno.
Un ringraziamento speciale a Giuseppe Mottura che ci ha ospitate nella sua dimora regalandoci emozioni, nozioni, curiosità su un grande vitigno, il Grechetto, che ha fatto e farà la storia della nostra Regione.
Vi lasciamo, a conclusione di questa bellissima esperienza, con una citazione di Andy Warhol perfetta per questa occasione. Citazione che rispecchia totalmente la filosofia della Famiglia Mottura.
“ Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”
Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine
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16 Agosto, 2022
Tenimenti Leone: Veni, Vidi, Vitis
Tenimenti Leone: Veni, Vidi, Vitis
Sospesi tra Passato e Futuro
Carissimi, bentrovati!
Siamo in piena estate, la stagione del mare, della montagna, dei viaggi e delle vacanze estive in generale, il momento in cui le città si svuotano ed allora perché non andare contro corrente?
Perché non sfruttare questi momenti unici per godere di una città unica, “Eterna”?
Oggi ho scelto di portarvi a Roma e di raccontarvi di una perla che si trova nelle sue vicinanze: Tenimenti Leone.
In particolare siamo a Lanuvio nella zona a sud dei Castelli, zona da secoli di vino e di agricoltura, un territorio vocato alla produzione enologica e il profondo desiderio di valorizzare una terra da secoli la culla della civiltà.
Tenimenti Leone produce un vino che definiscono sincero che accompagna il cliente alla scoperta di un mondo vero, legato ai valori più autentici.
Il tutto si sviluppa in 72 ettari di cui 34 coltivati a vigneto di natura dominati da un’antica torre, un simbolo che racconta una storia antica e che riflette l’influenza romana dello splendido territorio dei Colli Albani. Circondati da vigneti e uliveti. La terra particolarmente fertile e di antica origine vulcanica consente la crescita di 11 varietà di vigneti. Una terra ricca che regala sentori, profumi e sensazioni sempre sorprendenti.
Con queste premesse la scelta di produzione biologica è stata una conseguenza naturale essendo un modo di pensare che guida la cura quotidiana dei vigneti.
Un approccio diverso, complesso, preventivo, fatto di attenzioni che lavora sulla sanità della pianta e sul suo delicato equilibrio. Una cura che richiede tempo e impegno e che si riflette nella risposta della natura che ci regala vigneti più longevi e una qualità più costante del prodotto. Un profondo rispetto per la natura e per il cliente.
Accanto al biologico è chiave l’approccio sostenibile al punto che la cantina è isolata termicamente e l’impianto fotovoltaico permette di sfruttare l’energia naturalmente prodotta dal sole riducendo così il consumo di energia elettrica in azienda. Infine, l’impianto d’irrigazione sotterraneo garantisce una gestione mirata dell’acqua evitando inutili dispersioni.
Questo genera diversi prodotti dal bianco al rosso, tutti caratterizzati da qualità biologica e con nomi “romaneschi” molto simpatici, tra cui il Core e il Pischello sono a mio vedere i più curiosi.
Mi permetto quindi di raccomandare una visita a tutti voi e di sperimentare le diverse alternative e di farlo vivendo Tenimenti Leoni, soggiornando nel Casale degli Ulivi l’agriturismo interno che si pone come un’oasi di pace e relax in cui riscoprire il sapore genuino della vita all’aria aperta, in armonia con la natura.
L’agriturismo è dotato di 10 stanze dotate di tutti i comfort e giardino con piscina dove la cucina tradizionale locale e le varietà di vini della zona accompagneranno nella scoperta di sensazioni autentiche e sapori dimenticati.
Per prenotare vi consiglio di visitare: https://www.agriturismoilcasaledegliulivi.it/
A martedì prossimo!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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13 Agosto, 2022
Dialogo Adagio
Turriga, vino icona di Argiolas, compie 30 vendemmie. La Cantina lo celebra con la mostra Dialogo Adagio, curata dallo studio creativo Pretziada: oggetti di alto artigianato sardo ispirati al vino raccontano le eccellenze dell’isola.
Se siete in vacanza in Sardegna, vale la pena fare una tappa a Serdiana, nell’entroterra cagliaritano, per visitare la Cantina Argiolas. E non solo per degustarne i vini. Qui fino al 30 settembre è in mostra Dialogo Adagio, un omaggio artistico al processo di creazione di Turriga, a cura dello studio Pretziada, interpretato da opere inedite che spaziano dalla ceramica alla tessitura, fino a un’installazione site specific permanente.
Valentina, Francesca e Antonio Argiolas con Ivano Atzori e Kyre Chenven (Pretziada)
Turriga è un gioiello di enologia sarda, un blend di quattro vitigni autoctoni – Cannonau, Carignano, Bovale Sardo, Malvasia Nera – nato dalla visione “alchemica” del grande enologo Giacomo Tachis oggi perpetuata da Mariano Murru, direttore tecnico Argiolas. L’ultima annata uscita, 2018, è quella del trentennale, con tanto di cofanetto in edizione speciale di 1000 esemplari, comprensivo di magnum e catalogo delle opere raccontate dai curatori.
Spiega Valentina Argiolas: “L’idea nasce dalla volontà di raccontare questo anniversario attraverso il vino come fonte di ispirazione per l’artigianato sardo. L’elemento vino che si trasforma in altro è in grado di narrare la profonda essenza della Sardegna attraverso oggetti legati alla tradizione ma in grado di essere internazionali. Nessuno meglio di Pretziada avrebbe potuto interpretare il nostro desiderio, tramutarlo in progetto e creare una mostra selezionando artigiani con una visione diversa e nuova. Il loro lavoro sta contribuendo a salvare l’artigianato della nostra isola e a renderlo contemporaneo”.
Pretziada è uno studio di craft&design con base in Sardegna fondato sei anni fa da Kyre Chenven, californiana, e dal milanese Ivano Atzori. Il loro obiettivo è promuovere il patrimonio del territorio isolano operando come traduttori culturali: mettono in contatto creativi internazionali e artigiani locali, ridisegnando pezzi classici e producendo una originale collezione di design che reinterpreta la tradizione. Non fanno eccezione i manufatti creati per la mostra Dialogo Adagio.
Le ceramiche di Maria Paola Piras attualizzano le forme dell’antico vaso nuragico denominato s’Askoide, utilizzato in origine per conservare liquidi e vino. L’artista ha plasmato una miscela di argilla con proporzioni variabili di terreno dai vigneti che producono l’uvaggio per il Turriga.
L’Arazzo di Mariantonia Urru rappresenta nel disegno il contrasto tra la forma controllata dei tralci di vite e il caos selvaggio delle radici. Realizzato con la tecnica denominata Pibiones (che in lingua sarda significa acino), è tessuto con lana locale, tinta con i quattro diversi vini usati nella produzione del Turriga.
Gli Utensili di Karmine Piras, realizzati con vecchio legno di vite, rielaborano i cucchiai agricoli sovradimensionati Sa Muriga, tradizionali oggetti quotidiani nella Sardegna pastorale.
Martina Silli ha creato una serie di tre incisioni che traducono graficamente i vari elementi che contribuiscono alla creazione del vino. Matteo Brioni ha infine creato una grande opera site specific. Nel cuore della cantina c’è un tunnel che conduce alla bottaia, usata spesso come scenografia per le degustazioni; trasformato con un rivestimento di intonaco di terra cruda – suo materiale d’elezione – ora si presenta come un’installazione permanente e immersiva dedicata all’elemento primario e ancestrale della viticoltura, la terra. All’interno di questo tunnel-scultura sono ospitate delle campionature di terre provenienti da ogni vigneto Argiolas come rimando a un prezioso dna.
Dialogo Adagio è un’elegia sarda, un inno al tempo, all’equilibrio tra uomo e natura, al sapere fare, condensato in un unico elemento, il vino. E cos’è il vino, in fondo, se non un’opera di alto artiginato e di mediazione culturale?
A cura di Katrin Cosseta
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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9 Agosto, 2022
Leone De Castris: un'immagine moderna per continuare a raccontare la storia
Leone De Castris: un’immagine moderna per continuare a raccontare la storia
Five Roses: il primo vino rosato italiano ad essere commercializzato nel 1943
Carissimi, bentrovati!
Estate, mare cristallino, da sempre voglia di relax e di colori, colori forti di giorno che diventano più tenui sul far della sera, colori rosati.
Per questa ragione desidero oggi portarvi in Puglia, a scoprire il primo vino rosato italiano ad essere imbottigliato e commercializzato in Italia, correva l’anno 1943 ed usciva su un mercato sconvolto dal secondo conflitto mondiale un vino al novanta per cento Negroamaro e dieci per cento di Malvasia Nera.
Il produttore: Leone de Castris, il nome anglofono: Five Roses.
Nel nome l’eco di una contrada nel feudo di Salice Salentino, “Cinque Rose” appunto, ma anche quella tradizione legata al fatto che per molte generazioni ogni Leone de Castris ha avuto cinque figli. Fu sul finire dell’ultima guerra che il generale Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forza alleate, chiese una grossa fornitura di vino rosato. Italiano sì, ma dal nome rigorosamente americano. Così nacque il Five Roses.
Il Five Roses ti conquista al primo sguardo con il caratteristico rosa cerasuolo cristallino e ti rapisce con i sentori fruttati di ciliegia e fragolina di bosco. In bocca è fresco, morbido e piacevolmente persistente. Si consiglia di abbinarlo a risotti, bolliti e piatti a base di pesce e carni bianche. Ottimo con la frisa salentina.
Nel 1993 nasce la versione ‘Anniversario’ del Five Roses per festeggiare i 50 anni di vita del primo rosato. Rispetto al Five Roses tradizionale, il Five Roses Anniversario è diverso sia per gusto che per melange, con il suo ottanta per cento di negroamaro (a fronte del novanta che di solito lo contraddistingue) e venti per cento di malvasia (a fronte del dieci).
Nasce al contempo anche il “Cinque Rose di Negroamaro” Romanzo da Bere sulla storia del “Five Roses” di Leone de Castris. Il romanzo racconta la nascita della storica etichetta dell’azienda agricola Leone de Castris; una storia, avvincente, in cui un imprenditore, l’Avv. Piero, nonno dell’attuale proprietario, riesce a volgere a proprio vantaggio le innumerevoli e spaventose difficoltà di produrre vino di qualità, a cavallo di una delle pagine più sanguinose della storia d’Italia, l’Armistizio dell’ 8 settembre. Nella Puglia occupata della fine del ‘43, tra, bombardamenti, Generali onnipotenti e Borsa Nera, l’eroe della storia riesce a produrre un vino eccellente e innovativo per una nuova generazione di consumatori, ponendo le basi per l’espansione delle esportazioni in tempo di pace. La storia, che arriva fino ad oggi attraverso tre generazioni, si svolge come un Romanzo da Bere che tiene desta l’attenzione del lettore, raccontando di vigne e vini.
Per assaggiare tutto questo vi consiglio di recarvi in un altro posto iconico, inaugurato il 28 giugno 2014, si tratta del wine bar ‘Five Roses Club 1943’, situato di fronte all’azienda a Salice Salentino. Con il suo design semplice ed elegante, questo piccolo e accogliente locale nasce con l’intento di arricchire l’immagine dell’Azienda, proponendo un luogo che coniuga passato e presente dove estimatori, turisti e appassionati possono fermarsi a degustare i vini, accompagnandoli con prodotti di alta qualità esclusivamente provenienti dal territorio pugliese.
Il ‘concept’ nasce dalla voglia di raccontare il ‘rosato’ attraverso la gente che lo ama e lo apprezza, di creare un momento di incontro e di scambio di idee tra tutti i fans della famiglia ‘Five Roses’.
Il locale è normalmente aperto da metà Aprile a metà Ottobre, ma vi consiglio di verificare e prenotare contattando il 3498253132 o l’email: fiveroseswinebar@leonedecastris.com e potrete assaggiare l’enorme varietà della cantina Leone De Castris in un panorama unico e coinvolgente.
Per completezza, infatti, Leone De Castris coltiva in oltre 12 tenute vitigni autoctoni (negroamaro, primitivo, malvasia nera, verdeca, aleatico, malvasia bianca, bianco di Alessano, moscato, susumaniello e ottavianello) e non (chardonnay, sauvignon blanc, shiraz).
Il settore agricolo (di circa 5000 ettari nel ‘600) sino ai primi anni ’50 si estendeva ancora su più di 2000 ettari. Ora, sebbene le dimensioni siano sempre ragguardevoli, Leone de Castris rappresenta circa 300 ettari coltivati a vigneto e circa 50 ettari a seminativo, pascolo e uliveto nelle province di Lecce, Brindisi, Bari e Taranto.
Le Masserie Maiana, Donnacoletta, Messere Andrea e parte dei terreni facenti parte delle Contrade Ursi e Rena appartengono alla famiglia da secoli; altri fondi da tempo più recente.
Per visite ed apprezzare la varietà potete anche fare riferimento alla pagina ad hoc dedicata sul sito: https://www.leonedecastris.com/visite/
A martedì prossimo!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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8 Agosto, 2022
Un binomio da comunicare…Vino e Valle d'Aosta
Un binomio da comunicare…è così che Stefano Di Francesco, presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta, inizia la nostra intervista, un messaggio che vuole unire la bellezza del posto alla qualità del vino.
Siamo a Morgex, tra i filari e la meravigliosa vista, al primo evento Vini in Vigna- Valle d’Aosta nel bicchiere, la cui organizzazione è stata affidata al nuovo Consorzio Vini Valle d’Aosta, insieme al presidente Stefano Di Francesco e all’agenzia n8marketing, in cui ventitré aziende hanno portato i loro vini per dare la possibilità a tutti i partecipanti di farsi conoscere e riconoscere le qualità organolettiche del patrimonio ampelografico Valdostano.
Un evento accompagnato non solo dalla degustazione dei vini ma anche dagli assaggi della cucina dello chef Café Quinson Agostino Buillas e dalla dolce voce della cantante Silvana Bruno (in foto).
Lo stesso evento verrà poi ripetuto il 20 Agosto ad Aymavilles per fare conoscere le altre aziende vitivinicole della Valle d’Aosta.Durante la nostra intervista, Stefano ci racconta che il Consorzio è stato costituito da pochi mesi, il 28 Marzo di quest’anno e raggruppa il 92% delle cantine valdostane, sia privati che società cooperative. Il binomio da comunicare, rappresenta il messaggio principale della nascita del Consorzio Vini della Valle d’Aosta, e si evolve infatti nel volere trasmettere a tutti che questi meravigliosi paesaggi nascondono le difficoltà di una viticoltura eroica e verticale che sono alla base della produzione del loro vino.
Un territorio che si estende per ben 70Km all’interno del quale coesistono 14 DOC, unico al mondo! Ovviamente ritroviamo anche i vitigni autoctoni per la produzione di vini internazionali. Sono anche definiti “I vini più alti di Europa”, estendendosi da circa 1250m per scendere a 400-500m. Dai bianchi ai rossi, la loro fondamentale caratteristica è data da mineralità e sapidità.
Stefano chiude l’intervista riportando uno dei principi verso cui anche loro sono molto attenti, la sostenibilità ambientale, nonostante la voglia dei viticoltori ma anche del Consorzio stesso sia quella di crescere.
Investire nel territorio significa portare turismo aumentando la conoscenza dei prodotti tipici e della territorialità e quindi la conoscenza del vino della Valle D’Aosta, un binomio da comunicare.
“Oltre alle Montagne c’è anche il Vino”.
A cura di Elisa Pesco
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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5 Agosto, 2022
Passione ed eleganza a Casal Montani
Passione ed eleganza a Casal Montani, una bellissima dimora storica che sorge su un’altura nel cuore del Frascati DOC. La passione è quella di Andrea Evangelisti che ci racconta il suo legame indissolubile con la natura, la vite ed il vino.
Grande imprenditore che pur mantenendo con gli anni il suo attuale impiego, dal Gennaio del 2020, Andrea Evangelisti da conferitore ultra decennale decide di diventare produttore.
Con solenne determinazione e la giusta combinazione trova per caso Casal Montani e, cambiando in parte un famoso proverbio a noi molto conosciuto, diremmo “ la persona giusta nel posto giusto.”
Un Casale del ‘600
Il Casale risale al ’600 ed è stato completamente ristrutturato nel 2020. Poggia sui ruderi di una villa romana del I sec. di cui, grazie agli scavi, realizzati in accordo con la sovraintendenza dei beni archeologici, possiamo oggi ammirare alcuni mosaici e tre piani di antiche grotte, lunghe 400 metri, stratificate nel tufo, pozzolana e sperone.
A Casal Montani troviamo anche 120 nicchie per le botti che fino al 1950 fungevano da frigorifero naturale per conservare il Frascati, testimonianza della grande tradizione vinicola del territorio.
Passione ed eleganza, a Casal Montani, hanno dato vita ad una azienda che tiene alla sua unicità e che gode di una vista sulla Capitale da togliere il fiato.
La passione per il bello
Secondo Evangelisti un’azienda deve avere una visione a 360°: il vino deve essere una componente importante di un servizio completo per il visitatore, che comprenda anche ospitalità e ristorazione. Casal Montani è questo e si definisce Azienda Agrituristica e Wine Resort. “ Il bello piace a tutti. Ammirare un bel posto, una cantina pulita e degustare vini di qualità, sono dei requisiti fondamentali per l’immagine di un’azienda” afferma Andrea.
Entrando nella sala troviamo un bellissimo mosaico, preziosamente custodito, con al centro il “nodo di Salomone” simbolo di buon auspicio e di continua esistenza. Disegno che ritroviamo con piacere sulle etichette, eleganti e raffinate, immediato richiamo con la storia del luogo.
Storia che parte da Marco Antonio il quale, tornato dalle crociate, riceve dal Papa i terreni intorno alla campagna romana tra Frascati, Marino e Grottaferrata, come testimoniano le varie torri ritrovate, similari a quella tuttora esistente a Casal Montani, appartenenti ai contadini.
Oltrepassando un antico portone, di fronte alla cantina , troviamo la cisterna Romana perfettamente funzionante, che raccoglie ancora tutte le acque dopo ben 2000 anni.
Il progetto è quello di approfondire gli scavi sotterranei e di completare il ritrovamento del tempio Mitraico che, secondo gli archeologi, nasconde una stanza con un altare raffigurante un toro.
Le vigne
L’azienda conta su circa 17 ettari di vigneti, caratterizzati da vari sistemi di allevamento a seconda della varietà e dell’età della vite. Ci sono sesti d’impianto antichi, per le viti dell’ 86 con pochissimi ceppi per ettaro, a pendolino per la Malvasia del Lazio e per i nuovi vigneti sistemi di allevamento più stretti.
Si coltivano nuove varietà con le quali sperimentare nuovi blend mantenendo l’identità autoctona tradizionale.
Tra le uve a bacca bianca abbiamo la Malvasia di Candia, il Trebbiano, Incrocio Manzoni, Bombino, Bellone e il Viognier; tra le uve a bacca rossa Montepulciano, Cabernet Franc e Shiraz.
Nuovo progetto di quest’anno sarà l’entrata nel circuito dell’apetta SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata), che porterà ad una maggiore attenzione e sostenibilità dell’ambiente, togliendo diserbi, utilizzando tecniche meno invasive e alternando, tra i filari, lo sfalcio della vegetazione ed evitando l’erosione del suolo.
Oggi il vino Frascati, dopo anni di declino, torna alla riscossa. Dimentichiamo la quantità, dimentichiamo il vinello facile e il suo colore bianco carta bevuto nelle fraschette negli anni ‘80: il glorioso vino di Roma si mette di nuovo in mostra, ottiene riconoscimenti, torna finalmente alla sua antica fama.
Dalla tua esperienza di vignaiolo, quali sono le problematiche inerenti al nostro territorio?
“Partendo dalla comunicazione sicuramente il nostro mantra è il suolo vulcanico. Il territorio è il valore da comunicare e il nsotro è così importante che potrebbe diventare, come già ragionato con il Consorzio e i Comuni, patrimonio dell’ UNESCO. Obiettivo comune è anche la realizzazione di prodotti di alta qualità a prezzi competitivi. Riscontriamo però ancora sul mercato una certa diffidenza dovuta ai retaggi del passato. Le grandi produzioni stanno terminando per far posto ad una produzione di qualità con rese molto più basse. Questo ci porterà a diventare, nel tempo, una DOC e una DOCG di altissimo livello”.
Cosa ci aspettiamo di trovare nel tuo vino?
“Degustare un nostro calice è respirare il territorio, quel vento Ponentino che arriva da Roma, quel fresco che abbiamo nelle vigne tutti i giorni, che le asciuga, e tutte le erbe aromatiche che sentite nella bottiglia derivano da questo. Chiudendo gli occhi e bevendo un calice del nostro vino, dobbiamo immaginarci, il nostro grande territorio”.
Nel vino ci deve essere personalità, spontaneità e grande passione.
Nei vini di Andrea Evangelisti ritroviamo tutto questo, riscoprendo un grande legame con la terra e sentori che ci riportano all’importante lavoro che l’uomo fa per produrlo.
L’eleganza dei vini
Partiamo dalla degustazione in anteprima di uno spumante metodo classico dosaggio zero 2021. Un grande progetto, giunto ai suoi 20 mesi di affinamento sui lieviti, in cui rientrano Bellone e Bombino. Si presenta come un giovane, bello e vigoroso, ancora nella sua fase di crescita ma con una bolla già raffinata ed elegante. Immaginiamocelo alla fine dei suoi 48 mesi!
Frascati Superiore Docg “Vigne Casal Montani”
2020 e 2021 a confronto; acciaio contro cemento da uve che provengono da un vero e proprio Cru. A comporre il blend di Malvasia del Lazio, piccole percentuali di Bellone, Bombino e Greco.
Ci siamo trovate a provare sentimenti contrastanti: una 2020 con una spalla acida imperiosa e grandi note balsamiche con salvia e menta in evidenza; una 2021 più complessa con sentori vanigliati.
Lazio IGT
2020 e 2021 “Uno Tre Tre” (codice numerico del registro nazionale delle varietà di vite). Una 2020 affinata in acciaio, con un effluvio di fiori, frutta a polpa bianca e miele; una 2021 maturata in cemento, caratterizzata da note vegetali e una spiccata freschezza.
Frascati Superiore Riserva Docg 2020
Non ancora in commercio del Cru “Vigna Casal Montani” affinato in anfora per 10 mesi. Un calice che sottolinea la macchia mediterranea, note agrumate e sentori avvolgenti di pasticceria.
Lazio IGT Rosso 2020
“Aleph” composto da uve Cabernet Franc, Aleatico e Montepulciano.
Un vino giovane con una grande parte balsamica e fini sentori di cenere che donano una leggera piccantezza avvolgente. Note di tabacco, cioccolato e una squisita caramella Mou date da un leggero passaggio in legno.
Lazio IGT Passito
“Antho” 2020 Malvasia del Lazio in purezza. Un capolavoro di sentori di frutta secca bilanciato a frutta fresca di albicocche, nespola e pesca gialla con una complessità agrumata e spiccati sentori di zafferano e ramo di vaniglia.
Da questa nostra esperienza sensoriale, ci portiamo a casa un bagaglio di emozioni, lo spirito del ritrovarsi, la convivialità senza fronzoli, tenendo in mano un calice di vino, per poche ore di assoluta serenità.
Il grande obiettivo di Andrea Evangelisti è far diventare la sua azienda un riferimento per il Frascati e far sì che tutta la zona ne possa beneficiare.
A cura di Cristina Santini e Ilaria Castagna
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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3 Agosto, 2022
Wine Destinations: Serbia e Montenegro Intervista a Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro
Stiamo attraversando un periodo molto particolare. Da un lato viviamo un moto di ripresa e di riapertura, gli effetti post Covid ci spingono a riprendere le tanto compiante attività estere in presenza, dall’altro, come magistralmente raccontando nel nuovo editoriale di Francesca Pagnoncelli Folcieri, molte ombre incombono sulla scena interna e internazionale. Le attività di promozione per le cosiddette Wine Destinations stanno finalmente ricominciando a farsi strada nelle nostre caselle mail e sulle bacheche dei principali social media. Parlando di Wine Destinations, non potevamo ignorare quanto accaduto il 26 luglio scorso a Vibo Valentia, dove gli organizzatori della manifestazione Vicoli diVini hanno voluto mettere in scena, in collaborazione con le principali istituzioni locali, un interessante forum dal titolo: “ Il vino come traino dello sviluppo calabrese: un’analisi sulla promozione nazionale e internazionale” Tra i relatori Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG – Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro. Due Paesi che sicuramente non ricorrono spesso come prime mete di sbocco per i processi di internazionalizzazione. Ho quindi deciso di fare qualche domanda al Dott. Zoppi con lo scopo di saperne di più su questi Paesi e sull’istituzione di cui è a capo.
Quali sono le ragioni che hanno portato alla creazione di una Camera di Commercio Italiana per Serbia e Montenegro?
L’Italia è praticamente da sempre uno dei principali partner commerciali della Serbia, da sempre nella top 3 superata solo dalla Germania. Un player commerciale fondamentale per ciò che concerne import-export. Da sempre tra le prime nazioni investitrici in Serbia. In modo particolare l’Italia vanta degli investimenti molto importanti come per esempio lo stabilimento produttivo di FIAT e gli investimenti di San Paolo, tra i principali attori a livello internazionale nel settore bancario. Tutto questo, unitamente al crescente interesse per il Montenegro, ha costituito le premesse per creare, nel 1992, ITALJUG. Un soggetto che si propone di supportare le aziende italiane interessate ad operare nel mercato di Serbia e Montenegro per esportare i propri prodotti e quindi realizzare una presenza commerciale stabile in questi mercati.
A chi si rivolge ITALJUG e cosa propone?
ITALJUG è una Camera di Commercio iscritta alla Sezione di Unioncamere come Camere di Commercio Italo Estere ed Estere in Italia. Si propone di supportare le aziende italiane interessate ad operare nel mercato di Serbia e Montenegro per esportare i propri prodotti e quindi realizzare una presenza commerciale stabile in questi mercati. Ci rivolgiamo anche ad aziende che sono interessate a realizzare investimenti produttivi nelle due aree oppure ancora aziende che sono invece interessate a reperire nei mercati di Serbia e Montenegro materie prime oppure prodotti semilavorati o ancora ad allacciare rapporti di collaborazione industriale con fornitori locali. La nostra Camera di Commercio lavora con le aziende italiane fornendo una gamma il più possibile ampia di servizi quali per esempio la realizzazione di attività promozionali come presenza in manifestazioni fieristiche oppure missioni imprenditoriali ancora invece servizi più operativi come consulenza tributaria, societaria e fiscale rivolta a chi intende effettuare investimenti in loco. La nostra attività è in particolar modo concentrata sulle piccole medie imprese che sono quelle aziende che hanno poi maggiore necessità di servizi esterni per poter compensare una carenza di risorse operative sia finanziarie che umane.
Possiamo quindi considerare Serbia e Montenegro come mercati di sbocco per il vino italiano?
Partiamo da una premessa: la Serbia e il Montenegro sono due paesi di piccola dimensione. La Serbia ha una popolazione di circa 8 milioni di abitanti con una capacità di spesa abbastanza limitata stante il fatto che il reddito medio di un cittadino serbo è di circa 500-600 €. Questo significa che la Serbia, per ciò che concerne i prodotti vinicoli, deve essere considerata come un mercato di nicchia. Attualmente il mercato serbo è valutabile e su circa 1 miliardo di euro questi sono dati che sono stati stimati per quanto riguarda il 2020 con un consumo medio pro capite che viene valutato circa intorno ai 10-15 litri per anno. Il consumatore serbo consuma vino abitualmente durante i pasti e in occasioni equiparabili al nostro aperitivo o al consumo dopo cena. Attualmente nel mercato serbo sono presenti numerosi vini italiani e il nostro paese è tra i primi tre esportatori in Serbia per prodotti vinicoli. Si stima che circa un quarto del mercato serbo sia rappresentato da prodotti importati. I vini italiani che sono presenti in Serbia sono soprattutto vini piemontesi toscani e veneti. C’è una scarsa presenza di vini di altre regioni in particolare di vini del sud Italia. I canali di consumo dei vini italiani sono sia il settore Ho.Re.Ca che la distribuzione. Il consumatore serbo ha una buona conoscenza del prodotto e quindi è in grado di distinguere tra prodotti di alta qualità e di bassa qualità. Attualmente sul mercato serbo vengono venduti sia prodotti con livello di prezzo medio basso che prodotti con livello di prezzo medio alto. La quantità però che viene acquistata è inferiore rispetto a quella che può essere la media di acquisto di un cittadino italiano o di altre mete vinicole europee.
Il Forum di Vicoli diVini ha voluto portare alle cantine Calabresi un pool di esperti in campo internazionale che potessero condividere degli aspetti pratici e oprativi per approcciare i rispettivi mercati. Quali consigli per avvicinarsi efficacemente a Serbia e Montenegro?
Per poter operare efficacemente in Serbia è sicuramente necessario seguire alcune strade fondamentali. La prima è quella di realizzare una efficace collaborazione con un partner locale quindi un importatore o distributore, senza il quale è sostanzialmente molto difficoltoso poter essere presente nel Paese. La seconda strada che deve essere perseguita è quella dell’attività promozionale. Cercare di promuovere il proprio prodotto focalizzandosi sia sul brand che sulla qualità del prodotto stesso. Importante anche fare rete con altre aziende, così come risulta molto importante partecipare a manifestazioni fieristiche e realizzare attività promozionali come degustazioni e incontri di networking. Terzo elemento che è fondamentale è quello di considerare come canale di sbocco non soltanto il settore della distribuzione ma anche il settore Ho.Re.Ca che oggi rappresenta un buon punto di partenza per quanto riguarda l’introduzione del vino italiano nel mercato nel mercato serbo. Un elemento da considerare è la particolare legislazione della Serbia che prevede che ci sia un dazio pari al 30% sui prodotti importati. Esiste una quota pari a 25.000 ettolitri di vino che può essere importata senza dazi, sorpassata questa quota ogni successivo litro di vino importato deve essere gravato dal dazio.
Per quanto riguarda il Montenegro il mercato interno è chiaramente molto piccolo perché sono 600.000 abitanti e quindi una realtà molto limitata quasi una regione, paragonabile per estensione geografica, all’Abruzzo e al Molise sebbene con capacità di spesa certamente superiore a quelli della Serbia. Tuttavia, rappresenta uno sbocco molto importante per il settore Ho.Re.Ca per tutta la parte costiera, ricca di attività turistiche, che conta un numero molto importante di visitatori e turisti che provengono da tutta Europa. Questo consente di avere un consumatore con una elevata capacità di spesa e permette di poter proporre vini di segmento più alto. Anche in questo caso, l’importatore si rivela una figura importantissima, unitamente ad attività promozionali sempre più mirate e cucite sul brand da proporre.
Progetti futuri per ITALJUG?
Negli ultimi anni ITALJUG ha sviluppato e realizzato molteplici progetti legati al settore dell’agro alimentare italiano promuovendo in Serbia e Montenegro vari prodotti tipici della gastronomia italiana come per esempio la norcineria Toscana piuttosto che, sempre per la Toscana, la carne fresca di Chianina e di Cinta Senese. Abbiamo sviluppato anche molti progetti legati alla promozione del vino italiano nel mercato di Serbia e Montenegro; in tal senso nei prossimi nei prossimi mesi andremo a sviluppare un progetto legato alla promozione dei vini siciliani attraverso la realizzazione di sei attività promozionali che consisteranno in quattro masterclass e due cene di gala, in cui saranno coinvolti i principali operatori commerciali – importatori distributori – serbi e montenegrini e i principali rappresentanti istituzionali con un ruolo fondamentale nella realtà economica serba e nell’interscambio tra i due Paesi e l’Italia.
Ringraziamo Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG – Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro per averci fornito un quadro dettagliato su due Paesi di sicuro interesse sia per le aziende vinicole Italiane che per i lettori di InternazionalMente.
Per informazioni e approfondimenti: info@italjug.com
A cura di: Riccardo Rabuffi
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2 Agosto, 2022
Lunae: Un’oasi vinicola tra mare e montagna
Lunae: Un’oasi vinicola tra mare e montagna
Una famiglia, una storia, una tradizione
Carissimi, bentrovati!
Oggi desidero accompagnarvi in Liguria.
La Liguria è un sottile arco d’Italia che va dal confine con la Francia sino alla parte settentrionale della Toscana. Solcata dalle montagne, ossia dalle Alpi ad ovest e dagli Appennini ad est, si affaccia interamente sul Mare Ligure: per questo, fra le regioni dell’Italia settentrionale, la Liguria gode di un clima particolarmente temperato.
I Colli di Luni si trovano nell’angolo più orientale della regione. L’area si affaccia sul Mar Tirreno dal Golfo di La Spezia ed è protetto alle spalle dalle Alpi Apuane: questa posizione privilegiata le regala un microclima unico, dove l’alternarsi di brezze marine e montane crea la condizione ottimale per la coltivazione delle vigne e la produzione di vini di eccellenza.
Già nel 177 a.C. una colonia romana fu fondata alle foci del fiume Magra e denominata “Portus Lunae”. Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia” a proposito del vino di questo luogo scriveva: “Etruriae Luna palma habet…”(65 d.C.) : “…dell’Etruria, quello di Luni ha la palma…”.
E’ proprio da questa citazione che nasce il nome Lunae, racchiudendo in sé tutti i principi che hanno guidato e che guidano tutt’ora il lavoro in vigna e in cantina. La famiglia Bosoni è infatti da sempre legata a questo territorio. Da quattro generazioni per lavoro e per vocazione facendo tre cose: coltiviamo la vigna, produciamo vino e preserviamo la cultura del nostro territorio.
La massima attenzione alle qualità e i caratteri dei singoli vigneti e le diverse zone di produzione sono le caratteristiche proprie di Lunae. Vinificato in vasche d’acciaio a temperatura controllata, i vini sono affinati preferendo soprattutto botti in legno di grandi dimensioni, preservando freschezza, armonia e identità di ogni singola etichetta.
Cantine Lunae significa vitigni autoctoni: Vermentino, ma anche Albarola, Vermentino Nero, Malvasia, Pollera Nera e Massareta. Lunae si estende su un comprensorio di 65 ettari, dove è protagonista anche la viticoltura biologica, coltivazione di nuovi vigneti con antiche tecniche locali e, soprattutto, l’utilizzo di energia verde che si sostanzia in impianti fotovoltaici, geotermici e strutture di produzione a basso impatto ambientale.
Circa 100 piccoli vignaioli locali sono la famiglia allargata. Il modo in cui si cerca di preservare il territorio non ha solo valenze ambientali. Ciascuno dei vini cerca di dare voce ai Colli di Luni, affinché possano raccontare di sé, della propria storia, della propria ricchezza.
Ciascuno dei nostri vini cerca di esaltare i vitigni tradizionali e i relativi terroir, esprimendone le caratteristiche al meglio delle potenzialità.
Cantine Lunae ha un cuore pulsante in cui siamo suggerisco di andare a chiunque abbia voglia di scoprire e approfondire il vino, il territorio ed il modo in cui viene realizzato. Si chiama Ca’ Lunae, ed è un luogo in cui il lavoro svolto in vigna e a Cantine Lunae si può esprimere e racconta una propria storia unica. Ca’ Lunae è un antico casale del Settecento che, in linea con la vocazione per la valorizzazione del territorio, è stato completamente ristrutturato nel rispetto delle forme e delle materie. Ca’ Lunae è per un punto d’incontro, un luogo di relazione dove accogliere i visitatori e permettere loro di sperimentare direttamente il nostro territorio. Grazie alla collaborazione con artigiani e piccoli produttori locali, associazioni ed enti, Ca’ Lunae può dare visibilità alla tradizione e all’unicità che costituiscono la grande ricchezza dei Colli di Luni ed offrire una esperienza unica al cliente visitatore.
In particolare vi racconto di visite e progetti unici pensati per esperti ed appassionati, fatti anche di tour esperienziali che possono anche concludersi nel wine shop, che a differenza del nome, propone in vendita e in degustazione non solo tutti i vini Ca’ Lunae, ma anche olio extravergine d’oliva, liquori artigianali, confetture prodotte dalle cucine di Ca’ Lunae e una selezione di specialità gastronomiche locali come la pasta, i condimenti tradizionali e i dolci tipici. Sopra l‘enoteca si trova una grande sala dove gli ospiti possono apprezzare l’abbinamento tra i vini e i prodotti gastronomici tradizionali.
A proposito di Gastronomia, le cucine di Ca’ Lunae, attraverso la sensibilità di Antonella e Debora Bosoni e in collaborazione con enti di tutela locale, ricercano e propongono specialità gastronomiche di piccoli produttori locali, ratificandone la genuinità con il proprio logo. Il pesto alla ligure, la salsa di noci, le olive taggiasche, la pasta, le farine e le zuppe locali sono solo alcune delle specialità che le cucine di Ca’ Lunae selezionano e propongono in vendita all’interno della del proprio spazio.
Infine vi segnalo come all’interno di Ca’ Lunae si trovi Essentiae, un antico laboratorio per la preparazione di liquori secondo le ricette tradizionali del territorio. Attraverso una grande vetrata che si affaccia sull’aia del casale, gli ospiti hanno la possibilità di osservare l’interno del laboratorio e scoprire gli antichi metodi di produzione. Ogni fase della lavorazione si compie manualmente, utilizzando materie prime di alta qualità escludendo l’utilizzo di coloranti e conservanti.
Il tutto viene poi celebrato nel Museo del Vino nelle stanze dell’antica casa padronale. Il Museo nasce dalla raccolta personale di Paolo Bosoni, appassionato da sempre della storia contadina locale. Qui il presente diventa memoria.
Con tutti i prodotti e possibili esperienze non resta altro che recarsi in Liguria e prima di farlo scrivete pure tutto l’anno a info@calunae.it per informazioni e dettagli.
Vi Aspetto!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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