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22 Dicembre, 2022

L'eredità dei legami con la propria Terra

L’eredità dei legami con la propria Terra Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Nei primi giorni di dicembre abbiamo avuto il piacere di presenziare ad un grande Tasting Event all’evento “Vini Buoni d’Italia” che ha visto la premiazione delle Corone e delle Golden Stars di oltre 850 vini di tutta Italia e la partecipazione di molti Consorzi tra cui il Consorzio Barbera D’Asti e vini del Monferrato, Consorzio per la tutela dell’Asti e del Moscato D’Asti Docg, Consorzio Tutela Vini d’Acqui e Consorzio Tutela Prosecco Doc. Nell’occasione abbiamo scelto di dedicare maggiormente la nostra attenzione alla Masterclass tenutasi in una delle sale dell’Auditorium della Tecnica di Confindustria a Roma. Ha aperto l’incontro il Presidente del Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Ciro Giordano, con i ringraziamenti a vini Buoni d’Italia per l’opportunità di parlare della Regione Campania, presentando  poi tutti i relatori presenti: Pasquale Carlo giornalista, referente per la guida vini buoni d’Italia del Touring Club per Campania, Basilicata e Calabria, Chiara Giorleo Critica Enogastronomica, Prof. G. Ferdinando De Simone Archeologo e i Presidenti degli altri Consorzi: Teresa Bruno del Consorzio Tutela vini d’Irpinia, Cesare Avenia di VITICA ~ Consorzio di Tutela Vini di Caserta, Andrea Ferraioli del Consorzio Tutela Vini di Salerno,  Libero Rillo del Consorzio Tutela Vini del Sannio non presente. L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Relatori da sx: Prof. G. Ferdinando De Simone, Chiara Giorleo, Pasquale Carlo   È una Masterclass particolare, diversa, dove non si racconta solo il vino, ma un percorso sull’intera Regione e sulla sua produzione. Pasquale Carlo afferma: “Berremo dei vini che secondo noi suscitano alcune emozioni, perché questo è l’aspetto più importante, in una formula diversa per far capire che la Campania oltre ad avere un patrimonio di biodiversità ha anche un patrimonio culturale e storico pieno di tradizioni”. LA STORIA FORGIA I TERRITORI Interviene Ferdinando De Simone: “la storia del vino in Italia è abbastanza recente, il modo di produrre vino oggi è un qualcosa che è avvenuto dopo la fillossera, dopo l’industrializzazione. Questi sono dei territori che hanno avuto una grande presenza legata all’occupazione del vino che ha caratterizzato il territorio per dei millenni e che vede una continuità culturale tra le popolazioni. Ad oggi ci sono molti rituali, riti dionisiaci che  sono stati tramandati, ma che in verità hanno perso un po’ il contenuto”. Siamo consapevoli che bisogna guardare al passato per capire meglio l’importanza del vino legata alla cultura del bere che sicuramente in Campania è nata con i greci, a differenza della produzione che si deve ai romani. I vini della Campania arrivavano in tutto l’impero fino alla Bretagna, alla Gallia e alla Spagna e quelli del Vesuvio sono stati trovati addirittura in India. UN DISEGNO CHE SI VA DELINEANDO Strabone, geografo e storico greco, parla della Campania dell’età romana con confini più limitati rispetto ad oggi, partendo sempre dal Monte Massico descritto come un teatro con gli spalti a rappresentare gli Appennini e con questa grande piana alluvionale di fronte all’area del Casertano con Roccamonfina da un lato e la Penisola Sorrentina dall’altro. Come un bellissimo teatro sul mare. Comprendiamo gradualmente l’eterogeneità del territorio campano: c’è il sole, il vento che viene dal mare che spazza via le nuvole, le montagne che proteggono dai venti freddi del Nord, l’acqua dei fiumi, la ricchezza del suolo dovuta alle aree vulcaniche. Ci sono tre aree vulcaniche importanti: quella del Somma-Vesuvio, quella di Roccamonfina, quella dei Campi Flegrei. Poi ci sono le colline con i terreni calcarei e la piana alluvionale. A completare il quadro un mosaico variegato di eccellenze tra Doc e Docg, 23.300 ettari vitati che in realtà sono pochi se pensiamo che dal 1906 al 1932 la Campania era la Regione più coltivata in Italia grazie alla natura dei suoli vulcanici dove la fillossera non è riuscita a distruggere totalmente il patrimonio vitivinicolo. L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania”  Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Territorio campano e Denominazioni   La maggior parte della produzione viene da vitigni a bacca nera; a Napoli si beve esclusivamente vino rosso o “vino nero”. Oggi fortunatamente la moda del mercato si sta orientando verso i bianchi, verso anche la capacità di evoluzione dei bianchi campani. C’è l’Aglianico (28%) che storicamente è il vitigno più presente in Campania, anche se sta perdendo un po’ lo scenario a causa della Falanghina (13%) che negli ultimi 10 anni ha avuto un boom ed è diventata la Doc più importante per il Sannio e, dal punto di vista economico, per la Regione; la Barbera (6%) che non ha nulla a che vedere con quella piemontese; poi ci sono un’infinità di vitigni autoctoni e il Sangiovese (6%). UN VIGNETO DAL TIRRENO ALL’APPENNINO In passato, la provincia di Benevento produceva meno vino rispetto a tutte le province campane; oggi invece rappresenta circa la metà della produzione. Poi viene Salerno, Avellino, Napoli e Caserta. La viticoltura è prettamente di collina e di montagna, resistono bene le vigne antiche e per ora i consorzi stanno pensando alla moltiplicazione dei vitigni a bacca bianca resistenti ai cambiamenti climatici. UN CALICE PER 5 TERRITORI IL SOMMA-VESUVIO Il monte Somma è una montagna che abbraccia il Vesuvio e rappresenta l’antico cono vulcanico. C’è stata un’evoluzione nei millenni e la forma attuale è data dall’ultima eruzione risalente al 1944. È leggermente arretrato rispetto al Vesuvio, esposto sì alle brezze marine, perché siamo a Napoli sulla costa, ma soprattutto a quelle appenniniche essendo verso l’interno con un clima più fresco che porta ad una rigogliosa vegetazione verde. È Il lato nord, quello più antico, dove si coltivano le castagne, i pomodori, le albicocche, ricco non solo di materiale piroclastico ma anche di argilla. Al contrario il Vesuvio è molto sabbioso, più esposto al mare, con ceneri non molto acide utilizzate come fertilizzante per i terreni. Il Somma è l’areale produttivo esclusivo della Catalanesca del Monte Somma, un vitigno a bacca bianca che storicamente arrivò qui per un dono d’amore. Fu portata a Napoli dalla Catalogna da Alfonso I d’Aragona, che conquistò tutto il sud Italia, perché si era innamorato, perdendo la testa, di una giovane ragazza del luogo. Inizialmente era utilizzata come uva da tavola nel periodo in cui c’era poca frutta ed era un privilegio mangiarla. Venne poi coltivata e mantenuta nel tempo grazie alla caparbietà di alcuni produttori che la utilizzarono per produrre il “lambiccato” che veniva poi portato in dono a Dottori, Notai, Avvocati. Fino a che nel 2006, dopo attenti studi, venne inserita nel Registro delle uve da vino e nel 2011 arrivò un disciplinare di produzione dedicato alla Catalanesca del Monte Somma IGP. Il Monte Somma-Vesuvio e la sua Catalanesca   Primo calice: CANTINE OLIVELLA “KATÀ” Catalanesca del Monte Somma IGP 2021 È un’uva con una buccia spessa e resistente quindi si può raccogliere anche tardivamente quando le condizioni metereologiche lo consentono.  È un vino che ha una sua complessità, una sua ricchezza e un corpo più sostenuto rispetto agli altri vini del Vesuvio, incentrati più sulla verticalità e sulla tensione salina. La Catalanesca ha un altro passo – dice Chiara Giorleo – e noi la troviamo con una ricchezza concentrata subito al naso, con un soffio vegetale, spaziando dall’agrume leggermente candito, tipo lime forse un cedro più maturo, alla mela fuji più dolce, più matura, con un leggero tocco tropicale di ananas sciroppata, una sensazione di miele pure essendo un vino giovane. Stessa ricchezza la riscontriamo al palato per concentrazione e per sensazione tattile, di velluto, supportata dalla lavorazione sulle bucce fini. Freschezza e sapidità che non tradiscono il territorio. L’Azienda ha i suoi vigneti tra i 300 e i 650 MT slm, con importanti pendenze, a piede franco e il 90% hanno più di settanta anni di vita. TECNICHE ANTICHE TRAMANDATE NEL TEMPO  Troviamo curiosa la particolare tecnica, usata in questa zona, della “propaggine” che consiste nel far passare un ramo della pianta madre nel terreno in modo che possa radicare e in un futuro staccarsi dalla principale. In questo modo non vengono estirpate le viti che hanno terminato il loro ciclo produttivo e impiantate quelle a piede americano. È una tecnica tramandata di generazione in generazione che assicura il mantenimento dell’impianto genetico del vitigno inalterato. Infatti, ci racconta l’azienda presente all’incontro che, quando vanno a generare le vigne nuove, scavando trovano in profondità altri tronchi delle viti più vecchie proprio perché i nonni avevano già utilizzato questo tipo di operazione. Inoltre sul Monte Somma vengono utilizzate ancora oggi opere di ingegneria idraulica costruite dai Borboni, vasche che permettono all’acqua di defluire su questi forti pendii. A suo tempo vennero fatte anche diverse leggi per tutelare questi grandi canali di età vulcanica con pene severe per chi ostruiva il loro corso e con l’obbligo, per chi coltivava le terre lì intorno, di liberarli da qualsiasi ostruzione. In effetti oggi, grazie a chi vive e coltiva la terra in queste zone, si riesce a contrastare, pulendo e coinvolgendo le amministrazioni a rifare le strade e a sistemare gli alberi, il continuo mutamento dei versanti del Vesuvio, perché geologicamente il materiale vulcanico è antico, poco stabile e a rischio frane. La Provincia di CASERTA Tre le zone importanti del Casertano c’è sicuramente Aversa, dove molti produttori hanno ripreso la coltivazione della vite in zone abbandonate durante l’industrializzazione. L’esempio più vivo è l’Asprinio con i suoi alberi alti più di dieci metri; l’alto Casertano, diventata la zona in cui i romani iniziarono a capire che, più che affidarsi ai greci e ai sanniti che stavano intorno al Vesuvio, potevano coltivare i terreni nella zona alta di Roccamonfina, simile a quella del Vesuvio. La terza è la zona che si trova al limite verso est, Monte Maggiore, denominata “il balcone sulla Campania Felix”, un territorio ricchissimo sia per la fertilità del terreno dovuta alla presenza del Fiume Volturno e all’attività vulcanica, sia per le tante testimonianze sannitico-romane. La Vigna del Ventaglio A Caserta ancora oggi c’è una fortissima impronta borbonica e la Reggia ne è la testimonianza. Nella II metà del settecento, Ferdinando IV di Borbone chiese a Luigi Vanvitelli di creare, nell’area retrostante la Reggia, una vigna, “la Vigna del Ventaglio” nel territorio di San Leucio, formata da dieci spicchi di vigneto, appunto a forma di ventaglio, con a dimora le dieci migliori uve tra cui Piedimonte bianco e rosso, i progenitori del Pallagrello. Nei diari di corte si evince che i vini Piedimonte del Ventaglio venivano serviti nelle grandi occasioni insieme ai Bordeaux e ai Grand Cru. Oggigiorno i vitigni autoctoni della zona, come il Pallagrello bianco e nero, il Casavecchia e la Coda di Pecora vengono vinificati in purezza. Secondo calice: IL VERRO “SHEEP” Coda di Pecora Terre del Volturno IGP 2021 Chiamata così per la forma del grappolo che ricorda la coda di una pecora, è un’uva a bacca bianca a maturazione tardiva, diversa dalla Coda di Volpe o dal Juhfark vitigno ungherese di cui è stato oggetto di discussione, originaria della Magna Grecia e vinificata in purezza da questa Cantina. Unico produttore. Cesare Avenia, Presidente del Consorzio Tutela Vini di Caserta e proprietario della Cantina “Il Verro”, nel 2003, in seguito all’acquisto di un terreno si accorge e incuriosisce di questo vitigno presente tra i filari abbandonati. Al ché avvia esami sul DNA e studi ampelografici per classificare la sua unicità ed essere così inserita nel Registro Nazionale delle varietà, ancora in fase di completamento. Per noi che siamo nel clou di questo viaggio sensoriale, riscontriamo immediatamente una ricchezza aromatica olfattiva dovuta proprio alla maturazione tardiva di questa varietà, dalla mela cotogna, alle sensazioni rinfrescanti di erbette, sbuffi di macchia mediterranea, e sul finale una sensazione di cenere annunciando il suo sorso più austero. Al palato è più imponente con una nota astringente non dovuta alla macerazione sulle bucce, ma alle caratteristiche proprie del vitigno. Grandissima sapidità sul finale che rende il vino gastronomico e beverino. La Vigna del Ventaglio e la Code di Pecora La Provincia è un territorio variegato, con mare, montagna e vulcano, con una produzione limitata in termini di bottiglie, di circa 2.000.000 all’anno su sei denominazioni (4 Doc e 2 IGP). Troviamo il Falerno del Massico, l’Asprinio di Aversa, il Galluccio, la Casavecchia di Pontelatone, Terre del Volturno e Roccamonfina. Cesare Avenia interviene: “Quando mi è stato chiesto di vinificare la coda di Pecora non ci ho pensato due volte visto che è il mio vino preferito.  Provengo da un’altra esperienza professionale, ma questo non mi ha fermato e impedito di creare la mia Azienda perché amavo il territorio e volevo nel modo migliore rappresentarlo e anche riscattarlo.  Il destino dei vitigni autoctoni è delicato, se non trovano uno sponsor fanno una brutta fine. E poi questo bianco matura tardi, ed è un problema per il produttore, a meno che non arrivi uno sponsor che se ne occupa e questo diventa una tipicità e  una ricchezza”. La Cantina ha una produzione di meno di due ettari in regime biologico e si avvale della collaborazione dell’Enologo Consulente Vincenzo Mercurio e del Prof. Moschetti Biologo che si occupa di fermentazioni e di lieviti utilizzati. È una continua ricerca che porta se tutto va bene a produrre 5000 bottiglie all’anno. “Vi assicuro che, se venite dalle mie parti a trovarmi, apriamo una bottiglia di Coda di Pecora del 2011 e vi renderete conto che ancora è in perfetta forma” L’ IRPINIA IN TUTTE LE SUE FORME E’ un territorio multiforme, punteggiato da rilievi, inciso da valli con notevoli valenze ambientali e paesaggistiche. Due sono i racconti storici importanti di questa zona menzionati da De Simone. Il primo riguarda i Colli di Abellinum: Avellino era un’antica città sannitica divenuta in seguito colonia romana e sorgeva dove oggi si trova la città di Atripalda e dove il Cristianesimo è riuscito a legarsi alla fine dell’impero romano. Il problema è che c’erano ancora nella campagna, per quanto perseguitate, persone pagane. Personaggi significativi dell’epoca furono: San Felice di Nola, imprigionato e torturato nel corso delle persecuzioni cristiane, purgatore dei veneratori delle Chiese che distruggevano le statue delle divinità pagane; San Paolino di Nola che, chiudendo un occhio, ha fatto in modo che si mantenessero i riti pagani sulle tombe dei martiri cristiani, conciliando il Paganesimo con il Cristianesimo. In questo periodo molti pellegrini dall’area dell’Irpinia andavano a Nola sulla tomba di San Felice e San Paolino a pregare e compravano il vino lì prodotto. L’Irpinia e il suo Greco di Tufo Una leggenda racconta che nel 1648 Scipione di Marzo scappa da San Paolo Belsito, vicino Nola, per allontanarsi da un’epidemia di peste e si rifugia a Tufo. Porta con sé le uve Greco e da qui nasce la coltivazione di quest’uva antica e pregiata in questo areale. Nell’800, ad affiancare la grande produzione di vino, ci fu il ritrovamento di un ricco giacimento di zolfo che portò ad un insediamento industriale molto importante nella zona. Lo zolfo fu impiegato anche nella coltivazione della vite che ebbe un’esplosione in tutta l’Irpinia, dando origine alla “zolfatura”, ossia alla tecnica di protezione usata contro le malattie della vite. Da Tufo è partito lo zolfo che ha salvato i vigneti di tutta Italia. Terzo calice: “Quattro Venti” PETILIA Altavilla Irpina Greco di Tufo DOCG Riserva 2020 È una DOCG ristretta comprendente otto micro comuni siti in un prestigioso territorio produttivo in provincia di Avellino. Lo scenario verso l’interno cambia completamente rispetto al Vesuvio, con un territorio prettamente montuoso, con inverni nevosi. Dalle parole di Chiara Giorleo: “il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino sono esempi importanti in tutta Italia di vini bianchi da invecchiamento e da vitigni autoctoni. In Italia ce ne sono molto pochi”. Questo Greco di Tufo è di grande personalità, è un rosso travestito da bianco. Per noi la sua imponenza e sferzata acida sapida donano una finezza in grado di esprimersi al meglio nonostante le difficoltà di questo vitigno, poco produttivo, sensibile alle muffe e all’ossidazione. Ma se poi si sa lavorare esce un vino estremamente complesso, con note di zagara, pesca non troppo matura, sensazione di mela annurca e macchia mediterranea. Un finale sulfureo che è molto territoriale e che lo ravviva moltissimo con note sorprendenti di pietra focaia. È un’uva che proviene da viticoltura eroica, da una parcella specifica che si trova a 600 MT slm con rese tra i 50/60 q/ha ed è una vigna molto piccola di un ettaro. È una grandissima forza in Irpinia insieme al Fiano di Avellino e al Taurasi che è la DOCG più antica del sud Italia. SALERNO – PENISOLA SORRENTINA Nella provincia di Salerno, la più estesa d’Italia, la cultura del vino è una tra le più antiche con testimonianze lasciate nell’insediamento di Pontecagnano, nell’ultimo sito più a sud, da genti indigene e dagli Etruschi. Ci sono molte citazioni nella storia salernitana dove si parla delle proprietà benefiche del vino. C’era già una grande cultura del bere. Quando si parla della penisola sorrentina ci si riferisce ad una zona originariamente molto selvaggia abitata da popolazioni locali e verso le quali i greci, molto prima dei romani, avevano un certo interesse e anche un po’ un rapporto conflittuale. Per il Greco, l’indigeno non era realmente un uomo, non era civilizzato perché non viveva in città con le leggi in comune, e viveva da solo in campagna, pascolava le greggi, produceva già il vino però non aveva la cultura del bere perché non ancora legata a quel rito della convivialità e del simposio. Quello che hanno fatto i greci è usare quindi il vino come veicolo di acculturazione, di integrazione, di un modo di bere e anche di vivere, aumentando la platea dei possibili bevitori e migliorando di conseguenza anche il suo commercio. Raffaele Ferraioli e suo Furore Quarto calice: Furore “COSTA D’AMALFI” Fiorduva Doc di Marisa Cuomo 2020 È doveroso citare Raffaele Ferraioli, scomparso un anno fa e ricordato, come ci racconta Pasquale Carlo, “non come Sindaco di Furore ma come colui che ha creato Furore e inventato la parola Costa d’Amalfi, fondatore delle Città del Vino in Campania”. Un poeta e un visionario, definito uno dei padri della viticoltura moderna in Costiera Amalfitana insieme a Peppino Apicella di Tramonti. Non produceva vino ma ospitalità in tutti i sensi anche come ristoratore. Ricordata per i vini bianchi, con la Costiera Amalfitana entriamo in un micromondo con le sue caratteristiche uniche, in un mosaico di territori, di microclimi, di sottosuoli e di vitigni autoctoni particolari. Entusiaste beviamo Rivoli, Fenile e Ginestra, vitigni autoctoni in blend con una bella complessità, spaziando dai fiori d’arancio, alla nespola, al melone bianco, ad una sensazione speziata non pungente, rinfrescante come il cardamomo. Un vino salmastro, iodato che ci ricorda un po’ il territorio. Grandissima ricchezza e stratificazione che ritroviamo anche al palato, rotondità grazie alla maturità del frutto e alla concentrazione ben bilanciata con una freschezza non tagliente ma perfettamente integrata al succo. Finale sapido che non rende pesante la beva. Siamo sulla costa a 300 MT slm, con pendenze sopra il 50%, su terrazzamenti stretti e rocce a picco che denotano un certo fascino. Un paesaggio caratteristico di questa zona, dove non si utilizzano sistemi meccanizzati e per il trasporto delle uve vengono impiegati gli animali da soma. Parla il Presidente del Consorzio Tutela Vini di Salerno, Andrea Ferraioli: “Nel 1995, a Furore, parallelamente all’ottenimento della Doc, io e mia moglie attivammo un campo catalogo di circa 3000 metri dove mettemmo a dimora 42 varietà di uva di cui 28 a bacca bianca e 14 a bacca rossa. Contestualmente iniziammo a fare uno studio per la classificazione clonale, con microvinificazioni sperimentali e da qui uscì il protocollo per il Fiorduva con i tre vitigni in blend. Da rese molto basse, con questi tre vitigni insieme, siamo riusciti a produrre un numero di bottiglie congruo e soprattutto il segreto è che insieme si completano. Vinificati in purezza non sarebbero stati bevibili e il vino sarebbe stato squilibrato. Sono ceppi prefillossera disposti a pergola che hanno minimo 60 anni, impiantati su muretti a secco con il sostegno di pali di castagno.  Oggi questi vitigni non sono miei ma della Costiera Amalfitana e sono identitari di un territorio squisito. È importante oggi curare la storia di un territorio.”   Leonardo Mustilli e la Falanghina del Sannio SANNIO Il Sannio è storicamente conosciuto per la Regina delle vie, la Via Appia che passava per Benevento e per le tante testimonianze dall’Egitto dovute alla presenza dei mercanti provenienti da Alessandria d’Egitto. È un territorio vastissimo e il Monte Taburno rappresenta uno dei luoghi più significativi dal punto di vista geografico poiché a difesa della Longobardia. Dopo la caduta dell’impero romano, Benevento fu il più importante feudo longobardo del Sud. IL CREATORE DELLA FALANGHINA Un altro personaggio che ha fatto la storia del vino è Leonardo Mustilli, Ingegnere appartenente ad una famiglia di stirpe nobile che nel ‘500 si trasferì da Ravello verso l’interno. Dopo aver creato un’azienda agricola, negli anni ’70, comincia a studiare e operare microvinificazioni su vitigni antichi tra cui la Falanghina che è sempre esistita nella provincia di Benevento. Però all’epoca veniva conferita alle fabbriche di Vermouth nel nord Italia, perché essendo un’uva con molta acidità raggiungeva un grado alcolico elevato. Tutto finì poi con lo scandalo del metanolo. Leonardo riscopre un vitigno sul Taburno e inizia a vinificarlo con molte problematiche finché alla fine riesce a strutturare un vino che va bene per il mercato e da qui farà fortuna. Nel 1979 imbottiglia la prima Falanghina del mondo. Da allora ad oggi gli ettari vitati a Falanghina sono diventati circa 3000 con una produzione di 12.000.000 di bottiglie l’anno.                       L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022    Degustazione 5 calici per 5 territori   Quinto calice: “KYDONIA” di Ca’ Stelle Viticultori in Castelvenere, Falanghina del Sannio DOP Vendemmia Tardiva 2017 affina per il 50% in legno Questa bottiglia è appena uscita sul mercato e premiata da Vini Buoni d’Italia. Per noi questo calice di vendemmia tardiva rappresenta un cammino sensoriale stimolante che, nonostante i suoi 5 anni, si mostra giovanissimo alla vista, ha un naso molto complesso, frutta gialla matura, mele, noci, fiori bianchi. Mostra un palato vivace e concentrato con note citriche evidenti. Freschezza, acidità e grande longevità sono le sue migliori doti. Cantine degustate: Cantine Olivella, Cantina Il Verro, Cantina Petilia Altavilla Irpinia, Cantina Marisa Cuomo e Ca’ Stelle Viticultori in Castelvenere Pasquale Carlo: “Mi fa piacere che siamo stati insieme quasi due ore, sono stati bravi anche i produttori che ci hanno permesso di degustare i loro vini” Ciro Giordano: “Ringrazio i relatori e voi per la partecipazione, da domani gireremo il mondo con questo Format. Quando parliamo del nostro territorio abbiniamo la parte storica, archeologica al valore della produzione vitivinicola in Campania.  Sottolineo la grande unione che oggi hanno i cinque consorzi di tutela, la grande sinergia che c’è tra i cinque presidenti come vedete, per la promozione delle piccole e grandi attività.  L’obiettivo è tirare fuori il valore di questa Regione, il mondo vitivinicolo campano e tutte le eccellenze dei territori che oggi avete potuto ben vedere”.   L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania”  Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022  Line up: Cinque Consorzi a braccetto   Chiudiamo la nostra esperienza con delle personali considerazioni: La Campania è stata per noi davvero una piacevole scoperta; lei è sinonimo di mare, sole, sapori e profumi che infondono energia ed allegria. È la Terra del fermento, della storia, dell’arte, delle tradizioni e della cultura che, come avete letto, viene da lontano, si respira tra la gente, i monumenti e il suo paesaggio e ci parla dei miti della storia romana e greca. E’ il Territorio che custodisce antichi e pregiati vitigni, ceppi centenari che da soli ci raccontano decine di affascinanti e antiche storie piene di sacrifici, amore e caparbietà. E’ tanto e spesso troppe cose insieme, ma che travolge con una valanga di emozioni chi la vive in tutte le sue sfaccettature. Questa è la Terra della gente che ama. Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine                     https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E            
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19 Dicembre, 2022

Ma vai all'infernot

Ma vai all’infernot non è un’invettiva contro persona poco gradita, ma un invito a scoprire una realtà nascosta nel sottosuolo del Monferrato Casalese. Una singolare forma di architettura ipogea, forte elemento di identificazione territoriale. Non a caso il Monferrato degli infernot è una delle sei voci che compongono I paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe – Roero e Monferrato, eletti nel 2014 (prima di Borgogna e Champagne!) Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le altre cinque voci di questo variegato terroir, di cui l’UNESCO ha riconosciuto l’eccezionalità naturale e culturale, per la cronaca sono: Langa del Barolo, Colline del Barbaresco, Nizza Monferrato e il Barbera, Canelli e l’Asti Spumante, Castello di Grinzane Cavour. Gli infernot sono luoghi per la conservazione del vino, capolavori architettonici nati dalla tradizione costruttiva locale e dal sapere contadino. Cripte laiche, private, in questa verace terra di barbera, grignolino, freisa. L’infernot è una piccola camera sotterranea, scavata nella pietra, priva di aperture per illuminazione o aerazione dirette. Appendice, spesso in profondità, della cantina. Si tratta di uno spazio più o meno complesso e articolato, arricchito di nicchie e gradinate per conservare le bottiglie di vino. Quello buono per le occasioni importanti. Gli infernot si trovano sotto le case private in diversi comuni della collina casalese, scavati direttamente nella pietra locale, un’arenaria impropriamente definita tufo: la Pietra da Cantoni. A questa, e alla cultura degli infernot che ne discende, è dedicato l’Ecomuseo di Cella Monte Monferrato (dal cui archivio sono tratte le immagini qui pubblicate), promotore del censimento di queste strutture sotterranee. Il piccolo borgo di 500 anime è uno dei 14 comuni che costituisce il sistema del Monferrato degli infernot, con relativo itinerario turistico. Meglio se ovviamente accompagnato da relativa esperienza enogastronomica. Ma perché gli infernot si trovano solo in questo angolo di Monferrato? Semplice: per via della pietra locale, particolarmente docile alla lavorazione (e all’estro degli anonimi scavatori) e capace di garantire stabilità di temperatura e umidità. Facile imprimere nella roccia decori (grappoli d’uva, ritratti, motivi geometrici, simboli politici) e date. Quelle rinvenute partono da metà Ottocento, ma sicuramente le strutture sono anteriori. Non esiste un ‘piccolo inferno’ – se si vuole seguire la tesi dell’origine lessicale dal dialetto piemontese, col suo tipico suffisso diminutivo in -ot, rispetto alla più aulica etimologia che riporta a enfernet (prigione angusta) in provenzale antico – uguale all’altro. Gli infernot sono manufatti unici, non riconducibili a regole compositive o costruttive, per questo sono tutti diversi. Esistono declinazioni tipologiche monocamera (quadrata o circolare), multicamera o a corridoio. Nicchie quadrate, rettangolari, ad arco o addirittura a forma di bottiglia, le più scenografiche. Non siamo di fronte a un’espressione di semplice folclore contadino, ma di una cultura materiale e abitativa dai risvolti linguistici specifici, di estremo interesse. Questi caveau, spontanei e per nulla codificati, sono brani di antropologia rurale. Quella che non lascia tracce scritte, ma costruite. La tradizione orale e le cronache familiari tramandano che gli infernot fossero anche luoghi di aggregazione e convivialità, teatro delle cosiddette ribote. Si trattava di ritrovi goliardici ‘underground’ dei giovani del paese, spesso a base di bagna caùda. Inutile dire che in tali occasioni le scorte di vino venivano pesantemente intaccate. Piccola nota personale. Ho vaghissimi ricordi dell’infernot di famiglia. Da bambina il solo sentire nominare la parola dal nonno mi terrorizzava. Per me era l’antro oscuro oltre la cantina. Le botti, enormi, una presenza ostile. Le bottiglie impolverate un oggetto inutile. Però, confesso, il moscato (a dosi di un dito immerso nel bicchiere) già non mi dispiaceva. Come cambiano le percezioni, con l’età! Ora l’infernot è per me un sublime esempio di architettura vernacolare con il fascino da tomba etrusca, le bottiglie hanno assunto tutt’altra attrattiva, il moscato lo tollero al massimo con il panettone. E sempre nella dose minima da infanzia: un dito al massimo. A cura di Katrin Cosseta 
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7 Dicembre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, parte 2

Mi sono innamorata dell’Irpinia e continuerò questo racconto in questo secondo articolo. Cantine di Marzo Quante volte abbiamo bevuto il Greco di Tufo ma chi di voi è mai stato a Tufo? Il mio viaggio è proseguito con la visita a quella che sembra sia la più antica cantina della Campania e sicuramente a una delle più antiche del Sud Italia. Siamo a Tufo, dove nel 1647 Scipione di Marzo, capostipite della famiglia, si rifugiò per sfuggire alla peste che imperversava in Europa. La tradizione vuole che portò con sé le barbatelle di un antico vitigno diffuso sulla costa Campana, chiamato Greco di Nola. Nel corso dei secoli, l’uva si adattò perfettamente alle colline di Tufo costituite da un sottosuolo unico, ricco di minerali, in particolar modo di zolfo, che conferisce al vino la sua particolare mineralità. A noi oggi rimane degli antichi fasti della famiglia di Marzo, il Palazzo diroccato che ingloba l’antica cinta muraria del paese e le storiche cantine. La nostra guida d’eccezione è stata Angelo Muto (Cantine dell’Angelo) con cui abbiamo visitato il vecchio stabilimento dove si lavorava lo zolfo. La famiglia di Marzo durante la rivoluzione industriale diede il via a questo business. La leggenda vuole che Francesco di Marzo scoprì per caso durante una battuta di caccia un ricco giacimento di zolfo proprio lungo il fiume Sabato, osservando che i pastori bruciavano delle strane pietre per riscaldarsi. Tufo si trasformò in breve tempo in un importante polo industriale, grazie anche a investimenti statali, offrendo lavoro a più di 800 persone. Pensate che in cantina sono conservate le antiche fotografie in bianco e nero dei lavoratori tra cui molte donne. Erano loro che lavoravano la polvere da sparo in locali separati dagli uomini ma erano molto emancipate per l’epoca e potevano contare su un salario che veniva pagato con regolare busta paga. Una curiosità: la prima donna sindaco della Campania è stata eletta proprio a Tufo! Cantine dell’Angelo Angelo Muto rappresenta la terza generazione impegnata tra i filari e si dedica ai cinque ettari di vigna con cura maniacale a partire dalla raccolta a mano e dalla selezione dei grappoli. Sentendolo parlare si percepisce immediatamente una passione inesauribile e un amore viscerale per la propria terra. E’ stato lui a farci “pestare “il suolo irpino, ricco di zolfo e di gesso, in giro per vigne. Ci ha mostrato orgogliosamente una vecchia vigna che ha mantenuto “a raggiera avellinese” con cui intende preservare la biodiversità. Le sue vigne si trovano anche nella zona Campanaro e confinano con gli appezzamenti dei più famosi Feudi di San Gregorio. Dal 2014 ha iniziato a piantare la Coda di Volpe per lasciare un’identità territoriale. Non tutti sanno che questo è un vitigno a bacca bianca, tipicamente campano, diffuso solo in ambito regionale e che prende il nome dalla forma tipica del grappolo, che richiama la coda della volpe. Dal 2018 Angelo ha deciso di vinificare la Coda di Volpe in purezza e il risultato è veramente incredibile perché ha caratteristiche veramente uniche. Gli assaggi si sono concentrati “solo” su Greco di Tufo e Coda di Volpe ma vi assicuro che in me hanno suscitato molte emozioni. Tenuta Cavalier Pepe Angelo Pepe era l’ottavo di 10 fratelli: lasciò la sua terra a 19 anni per andare a costruirsi un futuro in Belgio dove si occupa ancora oggi di ristorazione. A soli 40 anni ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per aver contribuito attraverso il lavoro a far conoscere la cultura italiana all’estero. Egli però non ha mai scordato la sua terra e trasferisce la passione ai suoi discendenti. Ora la Tenuta è costituita da 70 ettari di vigneti (tutti coltivati a vitigni autoctoni) e da 11 ettari di uliveti situati a Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Taurasi. E’ Milena, la figlia primogenita, che dopo la laurea in viticoltura ed enologia in Francia e in marketing in Belgio, decide giovanissima di prendere in mano le redini dell’Azienda e di vivere qui. E’ lei che ci ha accolto e intrattenuto portandoci in vigna e raccontandoci che la filosofia aziendale si basa su un concetto molto semplice: il vino si fa in vigna. Con questa convinzione negli anni si è arrivati a praticare un’agricoltura di precisione e nel 2019 la tenuta è stata dotata di centraline meteo per rilevare in tempo reale le condizioni climatiche. Questo permette di gestire l’attività agricola migliorandone la produttività, la qualità e la sostenibilità. Non ci sono quindi forzature grazie anche all’ottimo clima e al suolo prevalentemente d’argilla e calcare che conferisce la spalla minerale. Milena ci racconta che qui si attua “un sistema di qualità che non è marketing ma è know-how dell’identità della terra. In questo modo i bianchi possono addirittura invecchiare anche 30 anni e i rossi 70”. Milena è una donna molto carismatica, competente e desiderosa di raccontare la sua terra. Non è un caso che uno dei fiori all’occhiello della tenuta sia lo sviluppo dell’accoglienza a 360° (che da queste parti è ancora un po’ indietro). Tantissime infatti sono le proposte di enoturismo, percorsi, eventi, visite, assaggi oltre a un ristorante dedicato e un B&B. Vi ho fatto venire voglia di Irpinia? Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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5 Dicembre, 2022

La Scolca: un viaggio tra passione, storia e tradizione.

La Scolca: un viaggio tra passione, storia e tradizione. Come sapete una delle mie passioni più grandi è quella di raccontare le grandi famiglie del vino e le realtà storiche di questo mondo: impossibile non parlare di La Scolca. La tenuta La Scolca è stata acquistata nel 1919 e Giorgio Soldati, bisnipote del fondatore, si è dimostrato un validissimo e innovativo interprete del Gavi DOCG: sua è la creazione di vini e spumanti che hanno ampliato la gamma dei prodotti La Scolca senza mai tradire la fedeltà alla terra di Gavi e al vitigno cortese. È stato per volere di Giorgio Soldati, in qualità di primo presidente di Consorzio del Gavi, che La Scolca ha ottenuto la DOC nel 74 e la DOCG nel 98. Al momento dell’acquisto, la proprietà era in parte coperta da boschi, in parte coltivata a grano. Fu un’intuizione ben studiata piantare nel 1900 vigneti di Cortese in un territorio esclusivamente vocato alla coltivazione dei vigneti a bacca rossa: mai, come in questo caso, il nome dell’Azienda risultò profetico. Il nome dell’appezzamento dove sorge l’azienda derivava infatti dall’antico toponimo “Sfurca” ovvero “Guardare lontano” e la cascina che vi sorgeva era stata in passato appunto una postazione di vedetta, oltre a questo è facile associare il loro cognome al pieno il carattere fiero e tenace dei proprietari e dei loro vini. Oggi conduce l’azienda la figlia Chiara Soldati, quarta generazione con uno sguardo già al terzo millennio. II passato ed il futuro convivono in questa azienda che coniuga al meglio la naturalezza di chi vive in questo mondo da sempre con la rapidità di coloro che guardano avanti con la lungimiranza di capitani coraggiosi, mai come nel caso della famiglia Soldati i nomi hanno un significato simbolico. Non è per nulla un caso che lo scorso 30 maggio Chiara è stata nominata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Cavaliere del Lavoro per il settore agricolo e vitivinicolo. “Sono davvero molto orgogliosa per questa onorificenza che voglio condividere con la mia famiglia e tutto il mio team e che tocca non solo il Piemonte ma tutto il settore vitivinicolo italiano. – dichiara Chiara Soldati, CEO de La Scolca – E’ il riconoscimento di un impegno lungo 103 anni, fatto di sacrifici, di lavoro e di passione. Un motivo di estrema soddisfazione che non considero un punto di arrivo quanto piuttosto una nuova partenza. E’ la spinta per guardare al futuro con coraggio, convinzione e sempre maggiore determinazione e puntare con la consapevolezza degli onori e degli oneri che comporta essere un ambasciatore del vino italiano nel mondo”. Il 2022 sarà l’anno in cui La Scolca conseguirà la certificazione della sicurezza alimentareFSSC 22000/ISO 22000 e la certificazione per la sostenibilità secondo lo standard Equalitas. Una azienda che coniuga con eccellenza la tradizione, qualità e rispetto dell’ambiente, creando prodotti unici. Un esempio su tutti che voglio raccontarvi: La Scolca Riserva D’Antan. Definito come “il Gavi sospeso nel tempo”, è ottenuto con una selezione delle migliori cuvée di uve Cortese, inizialmente destinate alla produzione del Gavi dei Gavi etichetta nera e solo in grandi annate. Questo vino dopo un affinamento che può durare fino a dieci anni, unicamente in serbatoi d’acciaio e sui lieviti autoctoni, giunge alla bottiglia con quella inconfondibile intensità e nobiltà di sensazioni che solo il tempo dona ai Grandi Vini. Vino raro ed unico, da degustare meditando sulle straordinarie sensazioni gustative che fanno riaffiorare alla memoria, come nella ‘Recherche” proustiana, il sapore dl ricordi lontani. Insomma non resta che degustare i loro vini unici e fare i complimenti a questa fantastica realtà! P.s.: la domanda viene spontanea, perciò rispondo direttamente qui, Chiara è cugina dello scrittore, giornalista e regista Mario Soldati, autore del celebre “Vino al Vino. A cura di Giuseppe Petronio 
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21 Novembre, 2022

DUE PASSI IN VIGNA 2022

DUE PASSI IN VIGNA 2022 L’anima del vino raccontata: rispetto, amore e terroir  “Un viaggio unico nei territori del vino”.  Quest’anno è stato proprio questo per noi, Partners in Wine, un viaggio di approfondimento su varie tematiche e Terroir, partecipando all’evento “Due Passi in Vigna”, curato nei minimi dettagli dai ragazzi di Vinario4 all’interno del Mercato Centrale di Roma. Un incontro con 20 produttori di diverse parti d’Italia, degustando oltre 70 delle loro migliori etichette in abbinamento ai piatti delle botteghe gourmet situate al Primo Piano del Mercato.  Ogni anno che passa, questo evento diventa sempre più ricco di protagonisti del mondo del vino e della comunicazione. Ed un grazie va sicuramente a questi tre ragazzi, colleghi e amici che dal 2019, uniti dalla stessa passione per la cultura enologica, hanno voluto raccontarci storie di vino, tradizioni e dialoghi costruttivi, ricercando costantemente novità e curiosità da regalarci.  In questa Edizione, ci siamo concentrate maggiormente sulle due grandi Masterclass: la prima sui “Suoli e Markers gustativi” a cura di ATWine Consulenze Enologiche, accompagnata da una degustazione di vini alla cieca; la seconda dedicata alla scoperta della Cantina Muscari Tomajoli con la prima verticale in assoluto del loro Pantaleone e facendoci innamorare della sua Aita, una Magnum di Montepulciano in purezza.  Quanto è importante il terreno nel vino? A guidarci nella prima Masterclass è stato l’Enologo Pierpaolo Pirone, il quale ha voluto porre l’attenzione proprio sull’importanza del terreno, proponendo un incontro davvero interessante focalizzato su quattro terreni differenti del nostro territorio laziale: calcareo-marnoso, vulcanico, calcareo ferroso e sabbioso costiero. Ci ha spiegato così, tutte le caratteristiche differenti, visive e organolettiche, che ogni terreno può dare.  “Quello che noi andremo a fare questa sera sarà una cosa un po’ complicata. Usciremo fuori dai semplici canoni di degustazione, senza soffermarci sulle sensazioni in sé e per sé, ma ragionando sulle macro sensazioni alla scoperta dei diversi terreni nei vini che abbiamo scelto, di cui in teoria non sappiamo nulla. Vi presenterò quattro suoli molto caratteristici, raccontandovi cosa loro dovrebbero dare al vino e cercheremo insieme di tracciare un profilo basandoci su quanto possa essere intensa e potente la percezione di determinati olfatti”.  Pierpaolo ci spiega che in questi calici troveremo tutti vitigni differenti tra loro, con morbidezze ed acidità diverse e ci consiglia di porre la nostra attenzione sul come il suolo permetta alla pianta di maturare in determinate condizioni che poi vanno ad influire sul vitigno.  Obiettivo unico ma terreni differenti  Iniziamo partendo dai suoli Vulcanici che con la loro attività eruttiva ormai dormiente caratterizzano maggiormente il nostro territorio laziale.  Generalmente, questi suoli sono quelli più fertili perché ricchi di magnesio, fosforo e potassio. Ci donano olfatti potenti e complessi con vini sapidi e minerali, un grado alcolico importante e una forte acidità che è ben bilanciata dalla grande struttura. E’ proprio la grande presenza del potassio che dona, nella parte gustativa, una marcata sapidità con un finale amaricante.  Tra i suoli più pregiati al mondo abbiamo quello Calcareo Marnoso: molto difficile da lavorare se non in determinati momenti dell’anno.  Le marne sono un incrocio tra tanto calcare e tanta argilla. Se le percentuali  si  equivalgono abbiamo le marne, se abbiamo invece una presenza di calcare maggiore come il carbonato di calcio avremo la marna calcarea. Infine, se il terreno è colmo di silicati di alluminio, avremo un’argilla marnosa ricca di materiale nutritivo.  Dal suolo argilloso-marnoso avremo vini rossi con più struttura e tannino decisamente marcato; nei bianchi, invece, non avremo una grandissima intensità olfattiva ma sensazioni nette e precise, regalando eleganza ma mai potenza. Al palato si ha una sensazione di sapidità più o meno percettibile a seconda del vitigno, ma non con quella chiusura amara come nel caso del suolo vulcanico. Il suolo calcareo, invece, molto chiaro di colore, è meno ricco di sostanze nutrienti, risultando più freddo e con una buona capacità di trattenere l’acqua. Da questi suoli si ottengono vini più chiari in colore, aromatici, eleganti, non troppo strutturati, con buona acidità e scarsa tannicità.  Le Terre Rosse hanno un’elevata presenza di ossidi di ferro e sono originate per effetto dell’ erosione delle acque piovane. Sono suoli ricchissimi di elementi nutritivi e regalano vini di buona pienezza e complessità con sensazioni di spezie, erbe aromatiche e fiori, buona acidità, un colore intenso e fortemente equilibrati.  Infine, le Sabbie Costiere sono originate dal fondo del mare e dalla sua azione erosiva sulle nostre coste. Sono suoli difficili da lavorare, dove non c’è molta sostanza organica quindi non riescono a spingere la pianta a maturazioni estreme; sono però suoli molto drenanti e ricchi di cloruro di sodio. Da questo tipo di terreno abbiamo vini più freschi e meno longevi, carenti di struttura, ma accattivanti sotto il profilo olfattivo. Valorizzano l’acidità, le parti iodate e salmastre e hanno un finale sapido e “dolce”.  Degustazione alla Cieca: alla ricerca dei suoli Nel primo calice riscontriamo un colore giallo paglierino chiaro; al naso ci rivela subito sensazioni fresche e minerali con eleganti note di frutta a polpa bianca, mela gialla e ananas, mentre al palato si aggiungono note di salvia e una piacevole sapidità che accompagna nel finale un ricordo di note erbacee.  Qui non abbiamo avuto dubbi, guardandoci abbiamo detto all’unisono: “Questo suolo è quello calcareo-marnoso”.  Il vino in questione è il Maturano Frusinate IGP dell’azienda Antica Tenuta PALOMBO di Atina in provincia di Frosinone. Nel secondo calice troviamo un colore molto simile al primo, ma con un naso ricco di profumi aromatici accompagnati da piacevoli note floreali. Al palato ha una grande acidità bilanciata da note agrumate. Dobbiamo ammettere che, inizialmente, questo calice ci ha fatto riflettere molto. Dopo alcuni dubbi, infine, abbiamo capito che le caratteristiche non potevano non essere dei suoli delle terre rosse. In degustazione: COLLE BIANCO Passerina Del Frusinate IGT dell’Azienda Casale Della Ioria di Anagni in provincia di Frosinone.  Vini in degustazione delle Aziende: Antica Tenuta Palombo, Casale Della Ioria, Agricola Cavalieri e I Pàmpini Nel terzo calice notiamo subito una differenza di colore, un giallo paglierino più intenso che in olfazione presenta note varietali speziate e minerali arricchite al palato da note di frutta a polpa gialla matura. Note sapide in contrapposizione ad un’ottima freschezza. Anche per questo calice ci siamo trovate un po’  titubanti e alla fine, non riuscendo a capire il suolo di provenienza, abbiamo atteso che la bottiglia fosse scoperta.  Abbiamo degustato un vino proveniente dal suolo vulcanico: Lazio Bianco IGP Petit Manseng dell’Azienda Agricola Cavalieri di Genzano di Roma, nel cuore dei Castelli Romani.  A conclusione della prima Masterclass, nel quarto calice finalmente assaggiamo un rosso dal colore attraente rubino con riflessi violacei. Al naso presenta un bouquet intenso di frutti rossi, protagonisti mora e mirtillo. Un’esuberanza al palato con note di ribes nero e pepe bianco. Troviamo una buona struttura e un’ottima acidità.  Qui dentro c’è il mare e capiamo fin da subito che il suolo di provenienza è quello delle Sabbie Costiere.  In degustazione: Syrah “Oriente” dell’Azienda I Pàmpini di Acciarella in provincia di Latina.  Ilaria Castagna, Pierpaolo Pirone e Cristina Santini Seconda Masterclass: CANTINA MUSCARI  TOMAJOLI  Marco Muscari Tomajoli ci ha guidato in un viaggio nel tempo con le diverse annate dei suoi vini, coadiuvato da Riccardo Roselli di Vinario 4, e con la partecipazione di Guido Sileoni, l’artista che ci ha permesso di ripercorrere la storia degli Etruschi attraverso le immagini delle sue opere d’arte che ritroviamo sulle etichette aziendali. “Ho deciso di dedicare questa Masterclass al nostro Pantaleone, è la prima volta in assoluto che facciamo una verticale di Petit Verdot. La mia è un’azienda molto giovane, nata nel 2007 da un’idea di mio padre Sergio Muscari Tomajoli.”  Marco Muscari Tomajoli, Riccardo Roselli  e Guido Sileoni Con queste parole di Marco iniziamo un piccolo percorso alla scoperta della sua azienda che, possiamo già anticiparvelo, andremo presto a trovare. L’Azienda, sita in Tarquinia, nasce dall’idea del padre Sergio, grande appassionato di vino, di produrre le proprie bottiglie, curando tutte le fasi, dalla vigna alla produzione. Con il loro attuale Enologo, Gabriele Gadenz, nel 2007 decidono di impiantare su terreni vergini, alcune varietà selezionate e particolari: due rossi, il Montepulciano e il Petit Verdot e un unico bianco, il Vermentino.  “Abbiamo la fortuna di avere dei terreni tramandati da più di 100 anni in famiglia. L’azienda è piccola, meno di 2 ettari, situata in una posizione ottimale a Tarquinia, piccola cittadina del Nord del Lazio, abbracciata alle spalle da un grande bosco a pochi km dalla Toscana, a soli 6 km dal mare e a 150 mt s.l.m. Le nostre viti crescono su un terreno argilloso-calcareo con prevalenza di argille rosse”.  La particolarità di queste vigne è che sono vecchie di 100 anni perché la collina è stata disboscata negli anni 30.  “La prima persona che si trovava lì fu il mio bisnonno, a quel tempo erano  considerate delle piccole quote che davano ai veterani della prima guerra mondiale. Abbiamo avuto quindi la fortuna di ritrovarci questo terreno che prima di allora era un bosco e che, ancora oggi, cinge i vigneti della nostra azienda”. Marco ci racconta che, succeduto in azienda al padre nel 2016, ha cercato di imprimere un cambiamento soprattutto su due fattoti principali: la sostenibilità e la qualità. Quest’ultima si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale. La cosa fondamentale che li contraddistingue è quella di lavorare tutto a mano, non utilizzando nessun tipo di macchina. Anche per il discorso sulla sostenibilità c’è purezza e semplicità poiché non vengono  impiegati erbicidi, concimi, non c’è irrigazione e le fermentazioni sono spontanee ad opera dei lieviti indigeni.  Si lavora solo con prodotti ammessi nell’agricoltura biologica quindi rame e zolfo solo di contatto, argille fini tipo zeolite e propoli. Le rese per ettaro sono bassissime, facendo in totale dalle 6 alle 8000 bottiglie di produzione.  La storia di un popolo antico: gli Etruschi     Arte, Storia e Vino “Quello di cui mi sono innamorato è la capacità che ha il vino, con pochi elementi, di essere un prodotto culturale, che porta dietro secondo noi la storia del territorio, un prodotto che riesce ad arrivare in profondità”. Proprio con queste parole, Marco ci tiene a raccontarci la storia della sua amata Tarquinia, iniziando dagli Etruschi e facendoci vedere immagini molto importanti di tombe differenti situate nella Necropoli di Monterozzi, famosa in tutto il mondo per i loro dipinti che dal 2004 è inserita nella lista dei siti Patrimonio Mondiale Unesco.  Al suo interno ha più di 6000 tombe scoperte, scavate nella roccia e con i suoi 130 ettari rappresenta il complesso più esteso che si conosca.  Alcune di queste hanno dato l’ispirazione per le etichette dell’azienda, come ad esempio la tomba degli scudi dove il dettaglio dell’uovo è riproposto nell’etichetta del loro rosato “Velcha”, raffigurante una figura femminile che cinge un uovo; quest’ultima era “Velia Spurinna”, una donna esistita veramente, considerata la Monna Lisa della civiltà Etrusca, di una bellezza incredibile, anch’essa presa dall’immagine di un’altra tomba.  Altre due tombe sono state significative per l’azienda: quella dell’orco all’interno della quale è raffigurata l’Aita, divinità etrusca dell’oltretomba, riportata nell’etichetta della Riserva, e quella dei baccanti che ritroviamo invece nell’etichetta del Panteleone. Dall’intervento di Guido Sileoni: “La mia esperienza con Marco nasce dall’inizio e mi incuriosì subito perché non è da tutti iniziare un percorso così difficile rivolgendosi ad un artista per la propria produzione di etichette. Sposai subito il progetto considerando come fulcro aziendale la storia degli Etruschi e la valorizzazione della nostra storia. Il Pantaleone aveva bisogno di qualcosa che richiamasse il leone, visto che quest’ultimo era riferito al territorio dove nasce l’azienda. La prima volta che Marco mi parlò di Pantaleone, mi tornò subito alla mente la scena nella tomba dei baccanti che raffigura dei leoni che aggrediscono la gazzella. Inizialmente, inserii entrambe le figure ma ci accorgemmo poi di voler trasmette un messaggio più chiaro, di forza ma il meno aggressivo possibile. Infine, tolsi la gazzella e rimase solo il leone; forte, possente e molto pulito ovviamente allineato al mio stile”.  Alcune delle etichette aziendali Ora, in alto i calici Iniziamo la degustazione con Marco, coordinato da Riccardo Roselli, il quale ci spiega che nelle prime annate del Pantaleone nel 2014 c’era una piccola percentuale di Barbera. A proposito di ciò, Marco ci tiene a spiegare:  “All’inizio, dopo vari esperimenti da parte di mio padre e dell’enologo Gabriele, fu impiegata una piccola percentuale di Barbera; poi con il tempo abbiamo capito che un vitigno tardivo come il Petit Verdot (maturità fenolica più lunga e lenta), insieme al nostro clima perfetto, risultava straordinario vinificato in purezza.” Pantaleone 2020 Petit Verdot 100% Acciaio Uve vendemmiate nella metà di Settembre, un’annata buona ma non regolare.  Al calice troviamo un’eleganza  unica, tanta polpa e un tannino molto fine.  Un connubio perfetto tra freschezza, spalla acida e note balsamiche che non mancano. Una parte speziata che vira molto sulla cannella, chiodi di garofano e liquirizia, una morbidezza che non ti aspetti da un’annata così giovane. La parte vegetale ed erbacea del Petit Verdot è ben integrata in un bouquet   inaspettatamente dolce. Nonostante sia un’annata giovane ha note molto rotonde e già immaginiamo l’evoluzione che potrà avere negli anni.  Pantaleone 2018  Annata fresca ma piovosa dopo una 2017 molto siccitosa. Le temperature medie, non così elevate, gli hanno permesso di posticipare la data di raccolta al 27 settembre.  Già dal colore notiamo sfumature diverse, qualche riflesso aranciato. Al naso troviamo subito dei sentori di fiori appassiti, un’esuberanza di frutti rossi, di susine e ciliegie accompagnate da note di radici e spezie orientali. Un vino gioviale e “combattivo” al palato con un’acidità maggiore e con un’espressione più spigolosa di note vegetali caratteristiche del Petit Verdot.   Pantaleone 2016 Annata perfetta con piogge classiche d’inverno e primavera calda. Un’annata equilibrata, di grande qualità.  Sentori di cenere e di prugne disidratate ci inondano il palato. Questa bottiglia è di un’eleganza unica, più composta e avvolgente della 2018. Le note di  tostatura, spezie, frutti di bosco e ciliegia ci lasciano sognare ad occhi aperti. Una nota di zafferano improvvisa dà una freschezza e una complessità impressionante. E’ un’espressione territoriale eccellente. Un vitigno indomabile che Marco è riuscito a padroneggiare con sicurezza e determinazione.  “Ho portato queste tre annate, secondo me tra le più rappresentative; il metodo di produzione è sempre lo stesso, ma dopo tante prove, abbiamo capito che il vino per noi è autenticità. L’affinamento è di 6 mesi di acciaio e 6 mesi bottiglia. Tre vini identici, il vitigno è lo stesso, cambia l’annata e ovviamente il dettaglio importante sta nella diversità del clima negli anni”.  Verticale di Pantaleone e Aita 2019 Aita 2019 Montepulciano 100% Riserva  L’aita è il frutto di una selezione delle migliori uve di Montepulciano provenienti da una parcella di un ettaro. Raccolta leggermente tardiva a metà ottobre e fermentazione in acciaio spontanea senza l’aggiunta di lieviti. L’affinamento è avvenuto per 18 mesi in piccole barriques di primo passaggio chiamate T5, il top di gamma della  tonnellerie  francese Taransaund. Il legno di queste barriques è una prima scelta di rovere francese selezionato soltanto in una foresta in Francia, la foresta di Tronçais, stagionato 5 anni all’aria aperta. Infine l’Aita prima di essere messo in commercio rimane in bottiglia per altri nove mesi.   Un vino che esprime caparbietà, forza ed eleganza, elementi rappresentati in etichetta con il disegno di una donna travestita da lupo. Un vino impenetrabile come il suo colore rubino violaceo, una ricchezza di frutto e fiore impressionante. Avvertiamo sentori di ciliegia nera, mirtillo, mora e prugna che si abbracciano perfettamente alle note speziate di cannella, lieve tabacco aromatico, leggera liquirizia e una sottile scia balsamica nel finale. Un tannino non aggressivo ma ben integrato a testimonianza del suo equilibrio e della sua eleganza. Al palato freschezza ed acidità sono le protagoniste, leggere note boisè avvolgono tutto il nostro palato; una grande struttura per quello che noi pensiamo essere un grande vino.  “Il lancio lo abbiamo avuto l’anno scorso a dicembre e per fortuna è tutto sold out, a fine novembre uscirà la seconda annata”.    Ilaria Castagna, Marco Muscari Tomajoli e Cristina Santini Alla fine delle Masterclass, ci siamo dedicate un po’ alle Aziende che si trovavano ai vari banchi d’assaggio. E’ sempre un onore ed un privilegio conoscere nuovi Produttori o portare un saluto a quelli già conosciuti.   Alcune delle Aziende presenti all’evento: Vigne Del Patrimonio, Tenute Filippi, Palazzo Prossedi e Masseria Barone Noi, Partners in Wine, ci teniamo a ringraziare i ragazzi di Vinario4, Pierpaolo Pirone di ATWINE Consulenze Enologiche e Marco Muscari Tomajoli per la splendida storia dei suoi vini che in un altro articolo approfondiremo.  Vi lasciamo, come piace tanto a noi ragazze, con una frase di riflessione: Nulla eguaglia la gioia dell’uomo che beve, se non la gioia del vino di essere bevuto Charles Baudelaire    Partners in Wine Ilaria Castagna e Cristina Santini 
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17 Novembre, 2022

Intervista a Gabriele Valota, la nuova guida di Assoenologi Giovani Nord Italia

Nel Salotto Divino di Winetalemagazine – virtuale- accogliamo Gabriele Valota, la nuova guida di Assoenologi Giovani Nord Italia Complimenti per la carica appena ricevuta che ti porterà alla guida di Assoenologi Giovani per il Nord Italia…ma adesso cosa farai? Quali sono i tuoi primi progetti? Come già fatto nel precedente mandato, sicuramente continuerò a stimolare e a promuovere un maggior confronto tra gli enologi più esperti e quelli più giovani al fine di incrementare le loro conoscenze durante i primi passi della loro carriera. Gabriele come si fa ad interessare i giovani ad un “movimento vino” che deve cambiare in fretta il modo di comunicare e comunicarsi? Non sono un esperto di comunicazione ma penso che la chiave stia nello storytelling. Chi si occupa di comunicazione nel mondo del vino deve saper adeguare il proprio linguaggio in funzione della platea con cui vuole comunicare.  Penso che i giovani abbiano bisogno di una comunicazione semplice, diretta e autentica che parli di quotidianità senza “filtri” con tutte le difficoltà e le gioie che si possono incontrare giorno dopo giorno. Tutti parlano di sostenibilità, ma come si può essere sostenibili davvero in vigna? La sostenibilità in vigna penso sia raggiungibile solo grazie a una viticoltura di precisione. Una viticoltura fatta di monitoraggi, ricerche, scelte oculate e attrezzature tecnologicamente più performanti con le quali è possibile distinguere le differenze intraparticellari che caratterizzano ogni vigneto. Abbiamo avuto tanti grandi interpreti del tuo mestiere di enologo qui in Italia, qual è il tuo modello, c’è qualcuno in particolare che ispira il tuo lavoro? Ho iniziato la libera professione come consulente enologo senza avere un modello di riferimento. La “corrente di pensiero” che mi ha ispirato e che tutt’oggi mi ispira è quella che amo definire “enologia etica” ovvero un’enologia poco invasiva in grado di rispettare appieno le differenze dell’annata e le caratteristiche della varietà. Ci racconti il prodotto del quale sei maggiormente fiero fin ora di aver realizzato in bottiglia? Difficile sceglierne uno specifico. In generale mi soddisfano maggiormente i vini che prevedono tecniche di vinificazione più complesse, come l’appassimento e la spumantizzazione, oppure particolari, come l’utilizzo di lieviti non saccaromiceti in vinificazione o l’affinamento in anfore di terracotta sott’acqua.  Quale sarà la sorpresa enoica per il prossimo 2023? Ogni anno riserva sorprese! Spero per il 2023 di iniziare a vinificare una nuova varietà di vite (ancora in fase di omologazione) frutto di un incrocio da polline tra una varietà resistente e una varietà di Vitis vinifera. Facciamo un gioco, noi ti diciamo uno stato d’animo e tu ci dici il vitigno che meglio lo rappresenta Se ti diciamo, Gioia? Solaris E se ti diciamo, Rabbia? Nero d’Avola Con Divertito che dici? Sauvignon blanc E con Coraggio? Nebbiolo La redazione
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10 Novembre, 2022

Nuove cantine italiane

In concomitanza con il Merano WineFestival, è in scena allo spazio Kunst Meran (fino al 20 novembre) la mostra fotografica Nuove Cantine italiane. Territori e Architetture, promossa dalla storica rivista Casabella. Curata da Roberto Bosi e Francesca Chiorino, autori anche del libro di Electaarchitettura che la accompagna, la mostra ha già fatto tappa a Verona per il Vinitaly e a Pollenzo. Il racconto fotografico si snoda tra 10 cantine (più una distilleria) sorte nell’ultimo decennio, le cui strutture coniugano elementi dell’architettura contemporanea a requisiti tecnici, aspetti paesaggistici ed esigenze specifiche dell’industria vinicola. Un itinerario dalle Langhe alla Maremma, passando per Veneto, Piemonte, Alto Adige, Toscana e Sicilia. Allestimento mostra, di Bricolo Falsarella. ph Pietro Savorelli Doveroso citare per prima la Cantina Antinori nel Chianti Classico, inaugurata nel 2012 su progetto di Archea Associati, appena balzata al primo posto nella prestigiosa classifica World’s Best Wineyards. La cantina per Chiorino rappresenta “una delle operazioni italiane più complete dal punto di vista dei circuiti enoturistici, funzionando come una sorta di moltiplicatore di marketing territoriale”. Il tutto inserito in una dinamica a livello mondiale che sempre più spesso, secondo Roberto Bosi, “spinge i viticoltori a individuare nell’architettura lo strumento più idoneo a rappresentare l’originalità delle proprie vocazioni e la qualità dei propri prodotti. Quando il rapporto tra quanti promuovono la costruzione delle nuove cantine e quanti le progettano è virtuoso, ogni nuova costruzione contribuisce a fissare un’immagine, a comunicare una vocazione, a rappresentare un programma di innovazione”. Compito assolto in pieno dall’opera ipogea di Antinori, incastonata nella collina, ma con una scenografica scala elicoidale in corten a fare da landmark. Parola che può essere utilizzata per definire anche l’origami metallico di zinco titanio con cui si impone nel paesaggio nella zona di Bolgheri la Cantina de Il Bruciato (progetto di Fiorenzo Valbonesi – asv3). Cantina de Il Bruciato. ph Cornelia Suhan Poco lontano la Cantina Masseto, opera del duo Zitomori, offre un’immersiva esperienza sotterranea, con pareti in calcestruzzo animate da una texture tridimensionale a evocare le stratificazioni geologiche delle rocce. Cantina Masseto. ph Andrea Martiradonna Sempre in Toscana, a San Casciano dei Bagni, la Cantina Podernuovo dello studio romano Alvisi Kirimoto è sintesi geometrica di rigore ed efficienza (già sperimentata insieme a Renzo Piano nel progetto della tenuta Rocca di Frassinello), in dialogo cromatico con il contesto grazie al calcestruzzo impastato con i pigmenti delle terre senesi. Cantina Poderenuovo. ph Fernando Guerra Anche l’Alto Adige annovera una presenza importante di cantine firmate, spesso da architetti locali. Ne sono esempio il monumentale edificio in legno e cemento di Nals Margreid a Nalles, progettato da Markus Scherer, e la Cantina Pacherhof a Novacella-Vara. Qui lo studio Bergmeisterwolf ha posto all’ingresso dell’architettura sotterranea una torre, un prisma scuro che stilizza una montagna adibita, all’interno, a ufficio-osservatorio dell’enologo. Cantina Pacherhof. ph Gustav Willeit Puntano soprattutto sull’espressività dei materiali due recenti realizzazioni in Veneto. La Cantina Gorgo di Custoza, disegnata dallo studio Bricolo Falsarella, è una lineare annessione in pietra locale (Nembro veronese e pietra di Vicenza) a una villa veneta. Lo studio trevigiano MADE associati alleggerisce il volume monolitico della Cantina Pizzolato, a Villorba, con una ritmica cortina in legno di faggio dai boschi del Cansiglio. Cantina Pizzolato. ph Marco Pavan Alle pendici dell’Etna, la Cantina Planeta Feudo di Mezzo, progettata da Santi Albanese e Gaetano Gulino, si mimetizza nel paesaggio con i suoi tre blocchi rivestiti in pietra lavica che citano i dammusi. Cantina Planeta. ph Lamberto Rubino Stesso riferimento all’architettura rurale, ma di tutt’altro genere, e in tutt’altra zona, le blasonate Langhe, per la Cantina dei 5 Sogni (progetto Matteo Clerici, Fondamenta, hus): una struttura ardita in calcestruzzo e vetro reinterpreta l’archetipo del rustico con tetto a doppia falda. Cantina dei 5 sogni. ph Marco Cappelletti La mostra evidenzia le diverse anime del fenomeno delle architetture del vino firmate, come osserva Francesca Chiorino: “I progetti dei nomi più o meno noti del panorama nazionale oscillano tra la cantina-cattedrale che attira i visitatori per le mirabolanti sorprese tettoniche e morfologiche, la cantina-industria che mette in scena i processi di lavorazione delle uve e infine la cantina-paesaggio che ha l’obiettivo di integrarsi e di aumentare, con la sua stessa presenza, il valore del territorio nelle sue diverse valenze topografiche, culturali e storiche”. A cura di Katrin Cosseta 
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9 Novembre, 2022

Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità

Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità Rubrica #vinosostenibile A giugno scorso ho avuto l’occasione di scoprire all’interno di un bellissimo percorso di degustazione condotto da Bibenda a Roma alcune delle aziende seguite da Luca D’Attoma, fondatore della Wine Evolution Consulting, enologo di fama internazionale, che ha segnato gli ultimi decenni dell’enologia italiana, pioniere della viticoltura biologica e grande esperto di biodinamica. Un percorso che ha attraversato l’Italia da nord a sud facendo tappa in Campania, nel cuore dell’Irpinia con l’azienda Fonzone Caccese. Su un colle di circa trenta ettari, nelle campagne di Paternopoli, in provincia di Avellino, all’interno della DOCG Taurasi, sorge una moderna cantina che domina un paesaggio mozzafiato scandito da vigneti di Aglianico, Falanghina, Fiano d’Avellino e Greco di Tufo. Una cantina a gestione familiare con l’obiettivo di valorizzare le varietà autoctone producendo vini sartoriali che raccontano nel bicchiere l’amore e il rispetto per il territorio, ma anche il valore dell’appartenenza ad una grande famiglia che condivide da sempre la passione per una viticoltura di precisione, finalizzata ad una produzione di altissima qualità. Storia e territorio Fondata nel 2005 da Lorenzo Fonzone Caccese, medico chirurgo con la passione per il vino, sin da subito l’azienda ha deciso di sposare un approccio sostenibile e di alto livello, assecondando i ritmi di madre natura e preservando la biodiversità. Oggi, la nuova generazione della famiglia Fonzone Caccese, rappresentata dai figli e dalle rispettive mogli, ha raccolto il testimone dimostrando di proseguire quel cammino alla ricerca dell’eccellenza avviato dal fondatore. Il colle su cui sorge la cantina si colloca nella sottozona “Campi Taurasini” e i vigneti si estendono sui due versanti dell’altura, beneficiando di molteplici esposizioni e di un’altitudine che varia dai 360 m ai 430 m/slm. La collina comprende sia suoli argilloso calcarei che suoli a tessiture più sciolte, di chiara origine sedimentaria, ed è circondata da due torrenti che ne influenzano il microclima caratterizzato da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Inoltre, data la vicinanza in linea d’aria con il Vesuvio, nel sottosuolo è presente polvere vulcanica, deposito delle eruzioni avvenute nel corso dei secoli. La tenuta si completa con i vigneti situati a San Potito Ultra, Parolise, Altavilla Irpina e Montefusco con altitudini che, in alcuni casi, raggiungono fino ai 650 sul livello del mare. La filosofia produttiva Sostenibilità durante tutto il processo produttivo, è questa la base della filosofia produttiva dalla vigna alla cantina. L’attività dell’azienda si concentra nella direzione di una viticoltura sostenibile, valutando e minimizzando l’impatto di tutte le pratiche agricole ed enologiche messe in atto ed avendo come obiettivo principale la salvaguardia dell’ambiente e la salute dei consumatori. Nei vigneti non vengono utilizzati diserbanti e la difesa fitopatologica è in accordo con i criteri di lotta integrata. Il suolo viene trattato solo con concimi organici e sovesci e la potatura mira al rispetto della pianta e ad un carico di produzione molto basso per migliorare la qualità delle uve. Per favorire il più possibile la biodiversità, lo spazio interfilare è gestito con la tecnica dell’inerbimento di piante spontanee. L’equilibrio tra leguminose, graminacee ed altre specie è regolato con gli sfalci, e nelle aree di bordura sono state piantate essenze erbacee per offrire l’habitat ideale agli insetti impollinatori, piante che danno agli insetti “buoni” gli alimenti giusti così da renderli capaci di combattere gli insetti dannosi. L’azienda, che nel giro di pochi anni otterrà la certificazione biologica, è il linea quindi con quello che è il filo conduttore che lega le realtà seguite da Luca D’Attoma, un approccio etico in vigna e in cantina, vini che provengono da una filiera più snella e meno invasiva e rispettosa dell’ambiente, che valorizzano le caratteristiche dei vitigni e le peculiarità delle condizioni geoclimatiche, vini che in fin dei conti risultano essere più genuini, sinceri e buoni. Oggi l’azienda produce 8 vini monovarietali, che valorizzano le caratteristiche straordinarie dei vitigni simbolo dell’Irpinia, ma a breve arriveranno alcune interessanti novità per la Cantina Fonzone quindi mi raccomando non perdiamola di vista!  Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità A cura di Giuseppe Petronio 
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7 Novembre, 2022

Un viaggio lungo un secolo di tradizioni: Casale Vallechiesa

Un viaggio lungo un secolo di tradizioni che inizia cosi: “Siamo cresciuti in una famiglia nata con il vino, la vite e la viticultura ” Con questa frase di Cristina Piergiovanni, moglie di Aristide Gasperini, iniziamo il nostro viaggio nella storia, nei racconti antichi e perché no, in qualche leggenda di Casale Vallechiesa. Il nostro percorso comincia proprio con il ricordo di un mestiere, ad oggi, ormai scomparso. Un mestiere che i nostri nonni ci hanno raccontato sempre con sorrisi ed entusiasmo: Il carrettiere a vino. Ci torna alla mente quel carretto legato alla fatica benevola e a quei sacrifici fatti per portare il vino ogni giorno nella meta più ambita di quei tempi: la grande Capitale. Molti allora erano i carrettieri del vino ed uno tra tanti fu proprio Aristide Gasperini Padre. “Chi ha una storia di famiglia alle spalle ha molto da ricordare e raccontare. Noi proviamo a spiegare cosa è stato in passato il vino e cos’è, per noi, tutt’ora. Una volta si faceva solo il vino sfuso, si portava con i carretti e non con le bottiglie. Ci sono molte storie dell’epoca.  Ad esempio mio suocero mi raccontava che partendo con il carretto a notte fonda per arrivare a Roma, portava con sé soltanto un cagnolino per compagnia. Come oggi  invece accade a mio marito con la compagnia di una volpe tra i filari.  Poi, durante il tragitto per Roma, c’era anche tanta paura di essere assaliti dai briganti che potevano rubare il carico di vino, arrecando  danni economici. C’è un mondo dietro al vino, c’è poesia”. Una tradizione familiare di oltre 130 anni Nel ‘800, prima la famiglia Gasperini dalle Marche, da sempre viticoltori e commercianti, poi la famiglia Piergiovanni dall’Abruzzo, per vicissitudini e cambiamenti, si trasferirono nei Castelli Romani per lavorare a Roma, poiché vista come la grande meta per chi a quell’epoca ovviamente abitava in piccoli paesi. Arrivati in questo territorio, i Gasperini iniziarono a coltivare la vite, a produrre il loro vino e a commercializzarlo come si faceva in quel periodo, trasportandolo e vendendolo a Roma proprio con il carretto.  A tal proposito, ci sono documenti storici risalenti agli  inizi dell’800 che attestano il mestiere di carrettiere a vino registrato con il  nome del suocero. Negli anni ’90, nella zona “Via Casale Vallechiesa”, a Frascati, in provincia  di Roma, la Famiglia Gasperini acquista la proprietà, ristrutturata in parte già nel 1800,  anticamente a funzione di chiesa e in seguito di scuola. La ristrutturazione venne continuata negli anni seguenti, acquistando anche vari terreni intorno. Il nome Casale Vallechiesa nasce proprio dal nome della via. Ad oggi, l’Azienda ha 5 ettari di proprietà e 14 in conduzione, tutti circoscritti al Casale. Cristina ci racconta che gli amici del suocero ad oggi, non potendo più lavorare le vigne, hanno concesso ad Aristide di coltivare e utilizzare le uve per i propri vini. La nascita della vite su un’antica strada romana Siamo a quasi 300 metri di altitudine, con una bella ventilazione ed una bella pendenza. Intorno a noi ammiriamo vari tipi di vigneti, rigogliosi ed imponenti lungo le pendici delle colline circostanti che si estendono fino alle porte di Roma, in località Pietra Porcia. Da un lato abbiamo la sensibile ma corposa Malvasia puntinata seguita dalla resistente Malvasia di Candia; il Viognier da una parte, accompagnato da filari di Trebbiano, Bombino, Bellone e pochi filari di Greco che vanno a comporre il blend Frascati DOC. Come protagonisti dal lato opposto abbiamo il Montepulciano, il Cesanese ed infine, un po’ di Syrah. La filosofia aziendale che la famiglia, ad oggi, porta avanti per quanto riguarda alcuni vitigni, è quella di lavorarli in purezza solo se l’annata è ottimale, come ad esempio il bombino in purezza oppure la Riserva del Frascati Superiore DOCG . L’ ecosostenibilità è un altro punto di forza e la certificazione arriverà sulle bottiglie dal prossimo anno. Gli interventi in vigna sono minimi e naturali, vengono utilizzati composti organici e piantato il favino, tra i filari, per apporto proteico delle piante. Cristina ci tiene a sottolineare anche che quest’anno la stagione è stata talmente calda che non c’è stato quasi bisogno di far nulla per aiutare i vigneti e i pochi interventi effettuati sono stati zolfo e rame sempre in quantità assolutamente contenuta. Composizione dei suoli Vediamo proprio con i nostri occhi le differenze di composizione dei terreni: una parte dei vigneti è coltivata su terreni sabbiosi e tufacei di colore arancione; l’altra parte dei filari su terreni argillosi e basaltici originati dalle varie colate laviche del nostro vulcano laziale. “Abbiamo di tutto e con varie esposizioni al sole. Tutto è diverso qui. C’è diversità nel terreno, nel microclima che cambia da collina a collina, situate in posizioni differenti, dalla lavorazione diversa dei vari vigneti, fino ad arrivare in cantina. E tutto questo ci rende unici. Dobbiamo avere un’identità e la nostra è proprio questa”. Guardandoci intorno, ci accorgiamo di essere circondate da tanti muretti a secco e di camminare su quella che anticamente era una vera e propria strada romana, percorsa da più e più persone che, facendo delle vere e proprie processioni, arrivavano in quella chiesa lontana situata dove oggi si trova la cantina. Cristina infatti ci racconta che fu proprio il marito a recuperare tutti i sassi e a ricreare alcuni di questi muretti. I nomi delle vie non sono mai dati a caso, sono sempre legati a qualcosa e si intersecano tra di loro da tempi immemori. Qui, nulla è per caso. “Avevamo una vigna di tantissimi anni, abbiamo dovuto, a malincuore,  toglierla poiché il terreno era dismesso, franato e sparpagliate tutte intorno c’erano varie pietre laviche di queste strade. Abbiamo dovuto purtroppo, lavorare molto sul terreno dismesso ma ad oggi siamo riusciti, a ricostruire quello che era andato distrutto ed a proteggere ciò che per noi è anche la nostra storia”. Ritrovamenti antichi Camminiamo e troviamo sotto i nostri piedi alcune parti dell’antica strada romana, della sorgente d’acqua ancora in funzione ristrutturata per utilizzare l’acqua potabile in vari modi e varie grotte, di cui una impiegata per l’affinamento del primo metodo classico di Malvasia Puntinata o del Lazio in purezza che a seguito di varie sboccature, con ogni probabilità e studi uscirà dai 36 mesi in poi sui lieviti. Continuando il nostro viaggio, percorrendo queste strade, ci rendiamo conto dei tanti anni di storia di questo luogo, degli antichi racconti narrati e dei personaggi che hanno lasciato segni ed impronte di una cultura che ci sembra, ad oggi, così lontana. UNA GRANDE QUERCIA COME CUSTODE Accanto alla cisterna romana, troviamo un’imponente e suntuosa quercia secolare, con una sorprendente storia alle spalle, affiancata da una più piccola. Anticamente, quando le donne percorrevano questa strada per lavorare la vigna, venivano spaventate da un serpente dotato di orecchie, il quale arrotolandosi, si arrampicava intorno alla quercia più grande. Trattasi dell’aspide sordo. La leggenda narra che questo aspide avesse la sua tana proprio su questa quercia magnifica e che, per questo motivo proteggeva la sua tana e l’antica cisterna romana chiamata “cava di Santa Croce”. Ad oggi, la Famiglia Gasperini ha voluto omaggiare la grande quercia, riportando sull’etichetta della linea “Caspide”, gli anelli del suo tronco, a testimonianza dei suoi tanti anni, e nel retro la storia dell’aspide sordo. Ammirando sotto la luce le due querce, ci sembra quasi di poter immaginare una madre ed una figlia che proteggono la loro terra, il loro terreno. Proprio in questo punto, ci soffermiamo un momento a riflettere e a guardare intorno il panorama, fantasticando subito su imponenti degustazioni, fatte all’ombra di queste due querce, con il loro abbraccio caloroso e protettivo e la dolce brezza di un vento primaverile. “Abbiamo fatto di tutto per mantenere l’autenticità del luogo”   VINO E MARKETING  “Da sempre noi crediamo che il vino debba avere una territorialità e che, quest’ultima debba essere raccontata bene. Il cliente deve capire l’identità di quel vino e poi ,in seguito a questo, acquistarlo se piace. Il mondo del marketing molto spesso questo lo dimentica”  Qui ci troviamo molto d’accordo con le parole di Cristina: il vino si deve trasmettere, spiegare e narrare. Abbiamo il dovere di farlo con emozione, passione e dedizione, soprattutto quello dei Castelli Romani poiché, chiunque lo rappresenti ha il dovere di provare ad eliminare l’etichetta vino di quantità e non di qualità che ancora ad oggi si porta. Come filosofia aziendale hanno abbracciato il fatto di voler creare tipologie diverse di vini, una più identitaria e di nicchia ed una più semplice, di facile beva ed a prezzi contenuti mirata alla GDO. Proprio per questo motivo hanno creato la LINEA CASPIDE vendendola, ad oggi, molto all’estero ma che in futuro troveremo anche nella GDO. Per l’affinamento dei loro vini, non prediligono passaggi estremi in legno per evitare la troppa cessione di aromi vanigliati, cercando di valorizzare ed esaltare invece i profumi del vitigno con una leggera tostatura sopra.  Per i rossi utilizzano barriques o  tonneaux di 2 e 3 passaggio per 5/6 mesi e per alcuni dei loro bianchi, come il Cannellino, la barrique e, per la Riserva, il tonneau. ”Il Cannellino passito me lo tengo stretto, è una particolarità, pochissime rese, grande qualità. Una piccola chicca “ Per l’ HEREDIO, un blend di Malvasia del Lazio, Greco e Bombino, si è evidenziata questa parola con caratteri più grandi in etichetta anziché Frascati Superiore DOCG, poiché si è voluto dare importanza all’identità del nome piuttosto che alla Denominazione, ovvero dare un nome ad un vino per riconoscerlo in mezzo a mille così da renderlo più identitario. Un possibile acquirente deve voler comprare il Frascati di Casale Vallechiesa perché ama i suoi sentori, crede in questa filosofia e perché non pone la sua attenzione soltanto al costo.  Intervista a Bruno  Gasperini: Blockchain e Metaverso Intervistiamo il figlio di Cristina, Bruno Gasperini, General Manager di Casale Vallechiesa e Delegato dell’Associazione Città del Vino del  Comune di Frascati che ci racconta: “Tutto deve essere tracciato e rintracciabile, iniziando dalla vigna fino alla macchina per l’imbottigliamento; questo dà una sicurezza differente. Il nostro progetto in anteprima è quello di tracciare tutta quanta la filiera con la blockchain che ci porterà ad avere una trasparenza totale con il cliente, su tutto”  Essenzialmente il lavoro è quello di inserire dei chip in etichetta che avranno il compito di fornire al consumatore finale tutti i dati sulla storia della bottiglia di vino, cominciando dalla mappatura del grappolo di uva in vigna, alle mani dell’uomo che l’ha raccolta, l’orario, il giorno, l’imbottigliamento e il viaggio finale. I Focus primari sono tre al momento: tracciabilità, sostenibilità e l’internazionalizzazione. Poi in futuro si punterà anche all’ospitalità incrementando le camere. Al momento tre sono le modalità di degustazione: L’EARLY TASTING ovvero la degustazione- aperitivo, la WINE EXPERIENCE, quella più complessa con il tour della cantina, dei vigneti e la degustazione ed infine il LUNCH IN THE WINERY con il pranzo completo. Ovviamente fanno anche eventi privati tramite la collaborazione di un catering. Bruno continua a raccontarci che per quanto riguarda la sostenibilità, in fase di conversione al biologico, verranno certificati non solo i vigneti, ma anche tutto l’assetto aziendale. Seguendo il progetto della Blockchain, ci saranno dei sensori in vigna che, automaticamente, andranno a sostituire l’intervento umano,  e daranno risultati in tempo reale. Questo porterà a far mutare il mondo delle certificazioni. Tutto questo porterà alla partecipazione ad un club privato che con un’identità digitale darà l’accesso alle degustazioni, alla futura sboccatura o ai diversi passaggi di produzione dello spumante, ritirandolo per esempio quando sarà pronto tra 36 mesi direttamente in azienda o rivendendo il certificato così da non alterare l’autenticità della bottiglia. Questo in futuro potrà essere integrato anche con il distributore, poiché, tramite sempre il Chip si potranno rilevare tutti i problemi relativi alla filiera produttiva come  anche alla distribuzione. “Noi saremo quasi sicuramente i primi a farla, fummo i primi nel Lazio e terzi in Italia anche a progettare un NFT con la linea del Metodo Classico, creandone un utilizzo funzionale, legato al certificato digitale dando autenticità al nostro spumante” Per quanto riguarda l’estero, il consumatore internazionale pone molta attenzione sulla tracciabilità e sostenibilità del prodotto italiano, perché vuole avere la certezza di acquistare il vero Made in Italy. Il progetto della Blockchain aiuta, in questo senso, a raggiungere proprio questi obiettivi. Il prossimo passo per l’Azienda sarà utilizzare il Metaverso ovvero questo spazio virtuale all’interno del quale vivere esperienze, incontrare altri utenti e creare qualsiasi cosa come per esempio partecipare alle fiere internazionali, spedendo i propri campioni. Il  progetto effettivo sarà creare una cantina nel Metaverso. Sarà un investimento del futuro.   La qualità richiede tempo: la degustazione Per noi che amiamo questo vitigno, è stato un grande piacere fare un confronto sulle due ultime annate. Il Viognier, vinificato in purezza, ha trovato sul nostro territorio laziale la sua massima espressione, grazie al clima caldo e ai nostri suoli vulcanici ricchi di minerali. Dopo la vendemmia manuale, le uve portate in cantina e diraspate subiscono una criomacerazione per 36 ore a bassa temperatura. Fermentazione a temperatura controllata e affinamento in acciaio per quattro mesi e tre mesi in bottiglia prima dell’uscita. Primo calice “GIOVIN RE” Viognier IGP 2021 Assaggiamo con curiosità l’ultima annata più calda della precedente e la prima sensazione che ci colpisce al naso è questa leggera pietra focaia nascosta da una vellutata acidità e profumi di albicocca e fiori di camomilla. Un vino ancora giovane ma con un sorprendente corpo e una bella sapidità dovuta al suo terreno vulcanico. Un palato fresco, vivace, agrumato, con note di frutta esotica e ritorno alle note olfattive. A nostro avviso molto longevo. Secondo calice “GIOVIN RE” Viognier IGP 2020 Questa 2020 è a dir poco sorprendente, con spiccate note balsamiche, sentori nitidi di pietra focaia e una spalla acida alta che accompagnerà questo Viognier lungo tutti i suoi migliori anni d’invecchiamento. Al palato avvertiamo piacevoli note di mandorla dolce e frutta secca. Grande evoluzione e longevità sono, dal nostro punto di vista, le sue caratteristiche primarie. Terzo calice “HEREDIO” Frascati Superiore DOCG 2021 70% Malvasia del Lazio, 15% Greco e 15% Bombino Degustiamo un bel cavallo di battaglia nonché orgoglio di punta dell’Azienda. Olfattivamente ci incuriosisce e coinvolge questa esplosione di frutta e fiori, con evidenti note di camomilla e tanta balsamicità. Al palato ritroviamo le stesse componenti olfattive con l’aggiunta di albicocca, rosmarino, salvia, note erbacee, macchia mediterranea. Un Frascati degno di nota, sapido e persistente, di media struttura con un finale piacevolmente agrumato. Prolungata macerazione a freddo sulle bucce, affinamento in acciaio sulle fecce fini per quattro mesi; mentre la riserva affina in tonneau 5/6 mesi sulle fecce nobili e 6/8 in bottiglia. Dalle parole di Bruno: “Il vino deve essere ricordato. I nostri vini devono avere quell’identità che rimane impressa nella mente del consumatore. Solo così secondo me un cliente si conquista. Il nostro calice più identitario è sicuramente l’HEREDIO e la RISERVA. Si riconosce, ha personalità, ha territorialità.”  Quarto calice “ANIMA LIBERA” Malvasia Puntinata  IGP 2019 Vino a fermentazione naturale e integrale delle uve con raspi e bucce  per 10 gg, non criomacerazione ma solo macerazione di 10 gg e decantazione x filtrazione. Affinamento sui lieviti indigeni per 4 mesi in acciaio. Un vino che vuole essere l’espressione naturale di questo terroir, originale e identitario, caratterizzato soprattutto dalla presenza di macchia mediterranea. Al palato ha un gusto pieno, di ottima struttura. Lo troviamo molto Intrigante! “CANNELLINO” di Frascati DOCG VENDEMMIA TARDIVA 2020 80% Malvasia Puntinata, 10% Greco e 10% Bombino (200 bottiglie) Rese molto basse per questo Cannellino con una vendemmia tardiva e un leggero appassimento in pianta. Imbottigliato da poco, ma già ricco di profumi come albicocca candita, agrumi canditi, miele, zenzero, fieno, muschio, terra bagnata. Degustandolo abbiamo questa dolce e fresca sensazione di canditi predominanti, note di erbe aromatiche e un retrogusto di caramella mou. Macerazione a freddo sulle bucce e affinamento, come da tradizione, 5/6  mesi in caratelli di legno.  Visitando anche il loro punto vendita ci rendiamo conto che la produzione qui non è soltanto del loro eccellente vino, ma anche di marmellate, olio, una passata di pomodoro selezionata e premiata dal gambero rosso e sott’oli. Un grande ringraziamento a Cristina Piergiovanni e alla sua Famiglia per averci ospitato nella loro Cantina, regalandoci una visita indimenticabile in una giornata calda e soleggiata. A conclusione di questa intensa giornata, Vi lasciamo con le parole di Bruno Gasperini: “Noi abbiamo una storia, quella non ce la toglierà mai nessuno, abbiamo una bella azienda e molte volte si deve puntare su quello che si ha, sui propri punti di forza. Il nostro è sicuramente la nostra antica storia, partendo dai nostri nonni”.  Noi ci sentiamo di aggiungere: “Historia magistra vitae – la storia è maestra di vita” Ilaria Castagna e Cristina Santini  Partners in Wine   
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