Come spesso ho scritto qui nella mia rubrica, il vino è una forma d’arte a tutti gli effetti e rappresenta un concentrato di emozioni per tutti noi appassionati.
Per arricchire questo concetto voglio iniziare questo articolo riportando le parole di Léon Femfert, oggi alla guida dell’azienda Nittardi fondata dai genitori Peter Femfert, gallerista d’arte con amore per il vino e per l’Italia, e Stefania Canali, storica e docente universitaria:
Léon Femfert
«Il vino è più di un prodotto agricolo. Dentro ciascuna bottiglia, nel vino stesso, assapori la terra da cui proviene, percepisci la forza di chi l’ha prodotto e la storia che lo ha plasmato. Per me, il vino è Cultura con la C maiuscola, come l’arte, la musica e la poesia».
Nittardi si trova sulle colline tra Firenze e Siena in una posizione privilegiata a 450 metri di altezza, tra le morbide colline di San Donato, Castellina in Chianti e Panzano. La proprietà conta 160 ettari totali di cui 40 ettari vitati suddivisi in due corpi: una parte a Castellina in Chianti e una in Maremma.
Nel Chianti Classico si coltivano Sangiovese, altre varietà autoctone e una piccola vigna di Merlot. In Maremma troviamo Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Cabernet Franc, Syrah, Vermentino, Roussanne e alcune varietà sperimentali.
La tenuta Nittardi era, originariamente, una torretta utilizzata a scopo difensivo, utilizzata già nel XVI secolo e conosciuta con il nome di “Nectar Dei”. Nel corso dei secoli la struttura è passata in mano a diversi proprietari, tra cui spicca anche il grande Michelangelo Buonarroti, genio insuperabile le cui opere oggi affascinano milioni di persone.
Con la loro attività vitivinicola, Peter Femfert e Stefania Canali hanno deciso di conservare in modo concreto il profondo legame tra vino, arte e cultura, che da sempre caratterizza la tenuta. La coppia, anno dopo anno, è riuscita a riportare agli antichi fasti la tenuta, reimpiantando alcuni vigneti nel 1992, aumentando i propri tenimenti espandendosi in Maremma, e chiamando come enologo il celebre Carlo Ferrini.
Per mantenere ancora più stretto il legame con l’arte, ogni anno, sin dal 1981, un artista di fama internazionale realizza per il Chianti Classico “Casanuova di Nittardi” l’etichetta e la carta seta che avvolge le bottiglie, aggiungendo un ulteriore valore artistico al loro valore enologico.
Per festeggiare il 40° anniversario del loro Chianti Classico “Vigna Doghessa” la famiglia Canali-Femfert ha deciso di indire un concorso artistico internazionale aperto anche ad artisti anche emergenti e di scegliere, per la vendemmia 2020, non uno ma ben sei artisti per vestire questa ricorrenza speciale e un settimo artista per il formato magnum.
Il Chianti Classico Casanuova di Nittardi, con le sue etichette d’artista, nasce in prossimità della casa padronale a Castellina in Chianti e dal 2012 è espressione di una vigna particolarmente vocata, “Vigna Doghessa”: un appezzamento situato a 450 metri slm con terreni di media profondità, ricco di galestro ed alberese, che definiscono il carattere di questo Sangiovese.
I filari, esposti verso il sud, godono di un microclima ideale per la produzione di vini che anno dopo anno riescono ad esprimere queste antiche terre come delle vere opere d’arte. L’edizione 2020 è frutto di un’annata “classica” che ha permesso la produzione di un Chianti Classico straordinario, complesso e ricco.
L’intera produzione di Chianti Classico Casanuova di Nittardi “Vigna Doghessa” 2020 inoltre è stata suddivisa in circa 6000 casse, ciascuna con 6 bottiglie, una diversa dall’altra e tutte fasciate con la propria carta seta: una collezione nella collezione che (per chi non si accontenta di una sola bottiglia) è disponibile nelle migliori enoteche a partire da novembre scorso.
La giuria del Premio Nittardi è stata composta da famosi galleristi, personalità di settore, artisti e collezionisti d’arte e tutte le opere vincitrici sono state esposte in una mostra gratuita “40 anni di vino e arte” presso la Galleria Palazzo Coveri a Firenze.
L’arte è nel DNA dell’azienda infatti la casa padronale e i vigneti più prossimi sono infatti punteggiati da 45 sculture create da famose personalità e che creano un percorso artistico davvero unico: il Giardino delle Sculture.
Nittardi grazie alla sua grande vocazione artistica, alla cultura e al vino riesce a quindi a trasmettere emozioni profonde, personali e uniche, non resta che degustare!
Campo alla Sughera è situata tra Bolgheri e Castagneto Carducci, con la tenuta che si estende lungo la celebre costa etrusca della toscana, a metà strada tra il mare e la collina.
Nei 18 ettari coltivati a vigneto, gli antichi fondali marini, ricchi di fossili, e le loro sabbie ancestrali incontrano le rocce delle alture, che il tempo e le piogge hanno trasformato in ciottoli e argille ricche di minerali. Terreni di grande complessità e finezza che sono stati valorizzati attraverso una scrupolosa analisi dei suoli, con l’obiettivo di creare una zonazione razionale delle proprietà.
Oggi, i vigneti di Campo alla Sughera sono suddivisi in unità di vocazione attitudinale, aree vinificate separatamente e dedicate a esprimere una particolare sfumatura dei vitigni bolgheresi qui coltivati, la cui perfetta espressione concorre alla creazione di vini dalla forte identità territoriale.
I vitigni internazionali hanno una radice nel territorio sin dal 1944, quando il Marchese Mario Incisa della Rocchetta impianta a Castiglioncello di Bolgheri, su un terreno collinare riparato dai venti, il primo ettaro di vigneto Cabernet Sauvignon. La posizione scelta dalla famiglia Knauf nel 1988 è perfetta: tra mare e collina, sabbie e marne esaltano la naturale complessità e la ricchezza espressiva dei vini del territorio. L’azienda progredisce ed espande le proprie vedute negli anni e nel 2023, con l’acquisizione di 2 nuovi ha di cui 1,5 ha piantati a Cabernet Sauvignon, arricchisce il proprio patrimonio vinicolo con l’obiettivo di incrementare la produzione del suo vino icona, Arnione, proseguendo poi nel 2024 con ulteriori 3,3 ettari, di cui 1 già vitato a Bolgheri DOC, incrementando produzione e la qualità dei vini.
Mai trascurato è l’aspetto della sostenibilità: il rispetto dell’espressività dei vitigni passa da una programmazione dettagliata degli interventi in vigna, a stretto contatto con le esigenze della vite e il rispetto del suo ecosistema. Un pensiero globale che si traduce in azioni mirate e concrete per favorire la massima vigoria e la perfetta salute di ciascuna pianta.
La vocazione mediterranea e lo spirito internazionale dei vini di Campo alla Sughera trovano la loro consacrazione nel metodo Médocaine, sistema d’allevamento viticolo adottato dai migliori Chateaux di Bordeaux. L’alta densità degli impianti, con un numero elevato di ceppi per ettaro, contribuisce ad aumentare la competizione radicale delle piante, che raggiunge strati più profondi e ricchi di microelementi. Grazie a questa tecnica d’allevamento la vite si specializza sulla produzione del frutto, riducendo l’apparato fogliare e concentrando le qualità polifenoliche e aromatiche in acini più piccoli e dalla buccia più spessa.
Altro aspetto fondamentale è la qualità è selettiva che Campo alla Sughera ha scelto, senza fare sconti. Le uve subiscono infatti una triplice selezione: in vigneto, sul tavolo di cernita all’ingresso della cantina e durante la diraspatura, grazie a una tecnologia dedicata al distacco degli acini meno maturi. Le uve giungono in vasca ancora integre, perfettamente sane, e procedono la loro trasformazione in mosto e poi in vino senza mai subire stress di tipo meccanico. Ogni passaggio avviene per gravità attraverso serbatoi sovrapposti sui diversi piani della cantina, i cui locali di vinificazione e affinamento sono stati interrati.
Le uve vengono lavorate con la massima cura, per preservarne le caratteristiche organolettiche, i vini vengono lasciati maturare senza vincoli di tempo, in totale armonia con la natura. Il nostro meglio per il vino. Tutta questa attenzione si ritrova in termini di eleganza nel calice.
L’invecchiamento in legno non segue protocolli o regole prestabilite, sono le caratteristiche di ciascun vino e della stagione a suggerire la permanenza in barriques e tonneaux, i cui legni sono selezionati per garantire la massima espressività varietale.
Ecco i vini prodotti, contraddistinti ciascuno da una breve frase che li contraddistinguono:
CAMPO ALLA SUGHERA IGT TOSCANA ROSSO: emozione di terroir – Prodotto dalle migliori uve Petit Verdot dell’azienda e Cabernet Franc, il nostro Super Tuscan rappresenta l’apice dell’espressività territoriale di Campo alla Sughera, pura emozione di terroir che si manifesta nelle forme di un vino elegantissimo, ricco in estratto e polifenoli, la cui finezza sensoriale e piena maturità si raggiungono con un lento affinamento in barriques di rovere francese e maturazione in bottiglia. Prodotto soltanto nelle migliori annate, affina per 18 mesi in barriques e 18 mesi in bottiglia.
ARNIONE BOLGHERI DOC SUPERIORE: il cerchio che racchiude la perfezione – Un vino dall’identità inconfondibile, elegante, ricercato, sintesi e summa della perfezione di ciascuna parcella di Campo alla Sughera, di cui raccogliamo e vinifichiamo le uve migliori. Blend di Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Franc che rivela ad ogni assaggio la felice complessità di Bolgheri, la freschezza del mare e la struttura delle sue possenti colline. Affina per 18 mesi in barriques e tonneaux di rovere per proseguire poi con un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno 24 mesi.
ADÈO BOLGHERI DOC: piacere, Bolgheri – Da uve Cabernet Sauvignon e Merlot raccolte a mano, selezionate e pressate con grande cura, nasce un vino di eccezionale beva, fresco e fruttato, complessato da fini trame tanniche e ottima struttura. Un’introduzione alle potenzialità di Bolgheri giocata sulla piacevolezza. Affina in barrique di rovere francese 12 mesi e matura in bottiglia per altri 6. Il nome richiama la poesia e la scrittura: Studioso e scrittore greco antico del III secolo a.C., Adèo fu autore di saggi sull’arte e sull’enologia.
ARIOSO IGT TOSCANA BIANCO: voce mediterranea – Vermentino in purezza per un vino che esalta le sabbie e le brezze della costa Toscana, un piacere luminoso che accompagna la beva con note sapide e buona struttura. Uve raccolte a mano, con cura, e affinamento in acciaio per preservare la delicatezza del profilo aromatico. Matura in bottiglia per due mesi.
Non tutti sanno che Castagneto Carducci in origine si chiamava Castagneto Marittimo, cambiò il suo nome agli inizi del Novecento in onore al grande poeta Giosuè Carducci, che trascorse parte della sua vita proprio lì. È quindi forte il legame tra luoghi e poesia, degustando i vini di Campo alla Sughera ho pensato proprio a come poesia e vino siano simili, entrambi possono raccontare luoghi e storie, farci immergere in pensieri oggettivi e soggettivi e accompagnarci in alcune avventure.
E per concludere possiamo solo che richiamare alcuni versi di Carducci da abbinare a queste opere di Campo alla Sughera da leggere tra un sorso e l’altro:
Ricordiamo tutti la famosa San Martino:
La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
O anche E poiché il vino c’era:
… e poiché il vino c’era
Riempii la mia coppa.
Come pazzo cantando attesi
l’alba lunare:
a canzone finita i miei sensi
se n’erano andati.
I vini di Campo alla Sughera sono poesia imbottigliata, non potete perderveli!
Campo alla Sughera: quando il vino è poesia
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
Ci sono realtà che non possono mancare nel nostro bagaglio di conoscenze del mondo del vino e, per chi come me ama i grandi rossi della tradizione, qui siamo difronte ad una vera eccellenza da non perdere.
Quattro secoli di storia e di tradizione vitivinicola, pionieri dei vini cru della Valpolicella, la famiglia Tedeschi dal 1630 interpreta con passione il territorio della Valpolicella. Vini, eleganti e dotati di spiccata personalità, svelano i sapori e gli aromi tipici della terra che caratterizza da sempre la loro produzione e identità.
La grande sfida intrapresa dall’azienda consiste nel coniugare lunga tradizione e metodo di ricerca e produzione innovativa all’interno di vini capaci di raccontare la ricchezza del territorio della Valpolicella.
I vini Tedeschi sono diventati sinonimo di terroir e di Valpolicella in tutto il mondo, grazie ad un lavoro costante e meticoloso in vigna negli anni. Tedeschi sostiene la ricerca e la sperimentazione, quali strumenti fondamentali per garantire una produzione di qualità. L’azienda, da sempre rispettosa del territorio, è oggi sostenibile, certificata secondo gli standard Biodiversity Friend ed Equalitas.
Nulla può essere lasciato al caso: la profonda attenzione alla vigna implica anche la ricerca di ottenere una perfetta interazione tra caratteristiche del terreno, il microclima, l’esposizione, la scelta delle giuste varietà e il sistema colturale, con il fine di ottenere uve perfette.
In quanto produttori di Valpolicella, di Amarone e di Recioto in Valpolicella da secoli, accanto alle uve autoctone obbligatorie nei vigneti di proprietà vengono coltivate anche piccole percentuali di cultivar meno note ma altrettanto tradizionali in Valpolicella come l’Oseleta, la Dindarella, la Negrara, la Rossignola e la Forselina.
Nel 2010 è iniziato un lavoro di zonazione e di caratterizzazione dei vigneti della tenuta di Maternigo e della zona Classica. La zonazione, ovvero lo studio pedologico dei vigneti, è da anni vista come il punto di partenza necessario per una viticoltura di qualità, una strada impegnativa e onerosa, ma capace di offrire risultati importanti e permanenti.
Oltre alla zonazione è stata affiancato il lavoro di caratterizzazione che analizza il terreno e misura il modo in cui la pianta si esprime da un punto di vista vegetativo. Una volta misurate le differenze, è stato dunque possibile intervenire in maniera mirata e capillare al fine di ottenere uno sviluppo vegetativo e produttivo uniforme della vite nell’intero parco vigneti, con evidenti conseguenze positive sulla qualità dei vini.
Il lavoro di zonazione e di caratterizzazione ha permesso di preparare una carta dei suoli: Maternigo ha evidenziato l’esistenza di 7 diverse aree con caratteristiche pedologiche proprie per giacitura, terreno, sostanza organica e capacità di drenaggio; nella Valpolicella Classica, sia nel vigneto Monte Olmi sia nel vigneto La Fabriseria sono state invece evidenziate due diverse aree.
Per ogni area a vigneto sono state delineate le diverse tipologie di suolo rinvenute. Le analisi mostrano un terroir ad alta vocazione e di grande qualità. Sono le differenze in microelementi, a tratti apparentemente poco significative dal punto di vista quantitativo, a determinare e a definire le peculiarità delle singole parcelle e quindi dei vini prodotti nei diversi vigneti.
I risultati ottenuti dalla zonazione e dalla caratterizzazione dei suoli hanno avviato una serie di interventi in vigna.
Nel tempo è stato portato avanti un processo di inerbimento per rafforzare le difese naturali del vigneto, un piano di controllo dello stress idrico, un innalzamento del contenuto di carbonio organico, un arricchimento del terreno mediante semina di particolari essenze, con lo scopo anche per rafforzare le difese naturali del vigneto, e l’apporto di concimi organici.
Viene inoltre adottata una lotta integrata tramite l’utilizzo di batteri contro malattie come la tignola e la botrite e di estratti naturali per combattere la peronospora e l’oidio.
Consapevoli di come la composizione del terreno possa influenzare l’aroma di un vino, in modo pionieristico nel territorio della Valpolicella, Tedeschi ha intrapreso uno studio di caratterizzazione aromatica dei vigneti.
Le prove scientifiche dell’esistenza di un codice chimico trasmesso da uno specifico terroir ai vini arrivano grazie ai nuovi strumenti a disposizione dei ricercatori, spinti nei loro studi anche dalla curiosità dei produttori, sempre più interessati a comprendere i meccanismi che generano differenze aromatiche e di longevità nei vini ottenuti da vigneti situati in zone diverse dello stesso areale di produzione.
Dopo la presentazione dei primi risultati, nel 2021, di uno studio iniziato nel 2017 svolto dalla famiglia Tedeschi con il Prof. Maurizio Ugliano e in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti e sui principali fattori coinvolti nella loro espressione, arriva oggi un ulteriore aggiornamento, che entra ancora più nel dettaglio di quella che viene definita firma aromatica di un vino.
L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa, che si è avvalsa dell’impiego di 4-5 differenti metodi di analisi della frazione aromatica. Questo perché l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix estremamente complesso, costituito da diverse centinaia di sostanze di cui però solo un numero più contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che contribuiscono alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento.
“In particolare, gli studi hanno mostrato che alcuni Amarone, tra cui quelli dell’azienda Tedeschi, si distinguono per la presenza di alcune sostanze odorose dalle caratteristiche olfattive complesse. Tra queste, i cineoli sono di particolare interesse in quanto supportano l’espressione di note aromatiche balsamiche che ricordano a tratti l’odore delle foglie di eucalipto”, sottolinea Ugliano.
Affinché i vini possano sviluppare nel tempo questi caratteri, è importante che nelle uve siano presenti alcuni composti, aromaticamente poco odorosi e quindi spesso trascurati dai ricercatori, che poi nell’ambiente debolmente acido del vino formano lentamente i cineoli stessi. Si tratta quindi a tutti gli effetti di una riserva di precursori d’aroma che nel tempo contribuisce ad arricchire il profilo aromatico del vino con nuovi caratteri.
“L’aspetto interessante è che l’appassimento, in particolare nel caso della varietà Corvina, aiuta la formazione di precursori d’aroma specifici a supportare poi lo sviluppo di questi sentori balsamici, attraverso meccanismi che ancora non comprendiamo del tutto”, aggiunge Ugliano.
Grazie all’impiego di un nuovo metodo di analisi messo a punto dal Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, inoltre, è stato evidenziato il contributo, alle firme aromatiche dei vini, di un altro composto finora poco studiato nei vini rossi italiani, ossia il dimetil solfuro. Si tratta di un composto aromatico che a concentrazioni elevate impartisce al vino odori che ricordano il tartufo e il sottobosco, mentre se presente a livelli più bassi supporta l’espressione di note odorose di frutti neri e cassis. Nei vini giovani esso è pressoché assente, mentre con l’invecchiamento aumenta in maniera significativa ed è considerato un aroma chiave nel bouquet di invecchiamento dei rossi di Bordeaux e di quelli della valle del Rodano a base Syrah.
“Nel corso del nostro studio abbiamo riscontrato livelli elevati di dimetil solfuro in vini ottenuti da uve con un particolare profilo di sostanza azotata, a sua volta riflesso delle interazioni suolo-pianta. Appare legittimo quindi considerare questo composto come uno dei fattori chiave nell’espressione aromatica del terroir di un vino. Nel caso dei terroir studiati, il vigneto Fabriseria e una specifica parcella all’interno della tenuta di Maternigo sono risultati maggiormente associati allo sviluppo di dimetil solfuro nel corso dell’invecchiamento del vino”, conclude Ugliano.
Per Riccardo Tedeschi, “lo studio conferma, una volta di più, che l’Amarone è un vino di terroir, dal quale dipende la produzione di vini con caratteristiche di complessità, corpo ed eleganza diverse da qualsiasi altro. A noi il compito di scegliere i vigneti più idonei e di lavorare le uve in modo da farne sprigionare il massimo potenziale”.
Tedeschi: aromi di Valpolicella
A cura di Giuseppe Petronio
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Villa Santo Stefano: la Toscana che non ti aspetti
Il bello del mondo del vino è che non si finisce mai di fare belle scoperte: oggi vi racconto di Villa Santo Stefano. Tutto nasce dall’intuizione del tedesco Wolfgang Reitzle che, dopo molti anni come manager delle più importanti case automobilistiche a livello mondiale, sceglie di produrre il suo vino e il suo olio tra le colline lucchesi, una terra dal clima mite e dai frutti generosi, magari meno consueta rispetto ad altre zone produttive e per questo davvero sorprendente degustandone le creazioni.
Wolfgang fin da bambino passava in Italia le sue estati con la famiglia e la passione per la Toscana lo ha portato ad acquistare Villa Bertolli, che doveva essere una casa per passare alcuni mesi in Toscana assieme alla moglie Nina Ruge, e che in poco tempo si è trasformata in una società agricola dedita alla produzione di olio e vino. Oggi l’azienda produce, nei suoi 12 ettari di terreno, circa 50.000 bottiglie di vino e 1.500 litri di olio extra vergine, con una gestione attenta all’ambiente e uno spazio dedicato all’ospitalità.
Tutto è iniziato nel 2001 quando Wolfgang Reitzle e Nina Ruge acquistano in Lucchesia Villa Bertolli assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione da parte della famiglia Bertolli dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle ribattezzano la villa in onore della omonima pieve del IX secolo che si trova nelle immediate vicinanze. Nasce così Villa Santo Stefano, nelle intenzioni della proprietà come una casa per le vacanze, con una posizione unica sulle colline, la vista mozzafiato sulla valle ed in lontananza sul mare, la vegetazione rigogliosa e la città di Lucca a pochi chilometri. Poi succede che Wolfgang e Nina assaggiano il loro primo olio extravergine di oliva e il vino del loro piccolo vigneto e tutto cambia. Marito e moglie decidono di ricominciare da qui e dedicarsi con impegno all’attività vinicola e olearia.
L’impronta nella gestione dell’azienda è un perfetto equilibrio tra la conduzione attenta e rigorosa di Reitzle e l’approccio appassionato della moglie, che nei nomi dei vini ha impresso le sue emozioni. Le scelte in azienda sono spinte dalla volontà imprescindibile della proprietà di perseguire e produrre sempre il meglio, alla ricerca della perfezione.
Qui mi piace richiamare una citazione (vista la grande esperienza nel campo automobilistico di Wolfgang) di Henry Ford:
“Il più grande nemico della qualità è l’urgenza.”
Siamo a nord della Toscana, dove ai borghi immersi tra colline e vigneti si alternano ville nobiliari, giardini segreti con le camelie più rare d’Italia, terme per rilassarsi e un tratto della Via Francigena per un’esperienza di trekking o bici.
Il clima è mite e ideale per la coltivazione di olivi e viti. Solo una ventina di chilometri separano la Lucchesia dal mare e dalle sue lunghe spiagge; a nord le Alpi Apuane e gli Appennini la proteggono dai venti freddi. Questo permette a Villa Santo Stefano e il terreno circostante di beneficiare di un clima temperato. La leggera rugiada della notte, il sole del giorno e la lieve altitudine (270 s.l.m.) sono le condizioni ideali per la maturazione di olive di primissima qualità. Tutto ciò ha reso questa porzione di Toscana il cuore della produzione di olio extravergine di oliva, già da diversi secoli.
La Cantina di Villa Santo Stefano, costruita nel 2006 e ultimata nel 2014, è dotata di una strumentazione altamente tecnologica. Oltre alla splendida barricaia, composta da ben oltre 150 botti di legno francese, rinnovate annualmente per un terzo, la parte produttiva e di vinificazione si compone di attrezzature che vanno dalla selezione delle uve durante la pigiatura al controllo delle temperature dei tronco conici di acciaio, con utilizzo della macro/micro ossigenazione per favorire un regolare svolgimento della fermentazione, operazioni che possono essere gestite anche da remoto. Questo senza rinunciare alla filosofia dell’azienda, che risponde all’idea di profondo amore e rispetto per la natura e di salvaguardia della sua autenticità. Poche bottiglie, etichette selezionate, natura incontaminata: l’azienda si presenta come una boutique del vino.
Nei nomi e nelle etichette dei vini si rivela l’amore per il territorio, che ha dato vita al progetto di Wolfgang Reitzle e Nina Ruge. I vini sono prodotti con uve provenienti da agricoltura biologica e a breve saranno certificati da ICEA.
I vini prodotti sono: LOTO Vino Rosso Toscana IGT; GIOIA – Vino Bianco Toscana IGT; SERENO – Vino Rosso DOC Colline Lucchesi; LUNA – Vino rosato Toscana IGT; VOLO – Vino Rosso Toscana IGT.
Gli uvaggi, frutto di selezione e accuratamente vinificati, vanno dagli internazionali Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Petit Verdot, Alicante, ai grandi classici toscani primo tra tutti il Sangiovese, insieme al Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino. Notevole anche L’olio Extravergine di Oliva biologico DOP Lucca, produzione di un blend toscano (80% Frantoio, 15% Leccino e 5% Moraiolo e Maurino).
Un vino in particolare mi ha colpito, si tratta di LOTO, il vino di punta dell’Azienda, composto seguendo la tradizione delle grandi cuvée francesi: 50% Cabernet Sauvignon, 30% Merlot, 10% Cabernet Franc, 10% Petit Verdot. LOTO è il primo vino prodotto dall’azienda, nel 2006. Per ogni vite non vengono selezionati più di quattro grappoli, a garantire il massimo della resa da ogni pianta. La vendemmia e la selezione delle uve sono eseguite a mano e il processo di fermentazione dura 12 giorni. A seconda della tipologia di uva e dell’annata, l’affinamento dura dai 12 ai 18 mesi ed avviene in barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità controllate. Successivamente il vino viene affinato per sei mesi in grandi vasche di cemento. Al termine viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito.
Un vino dal carattere internazionale, di grande intensità, che si denota sia dal colore intenso che dalle sensazioni gusto-olfattive che confermano un equilibrio tra sentori di frutta matura come lampone e mirtillo e sentori speziati e terziari di liquirizia e vaniglia, il tutto accompagna un sorso importante e piacevole, sapendo raccontare un territorio che grazie a Villa Santo Stefano sarà sempre più apprezzato da noi appassionati. Cantina da non perdere, una gran bella sorpresa!
Villa Santo Stefano: la Toscana che non ti aspetti
A cura di Giuseppe Petronio
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