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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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15 Aprile, 2022

La bolla bianca

La bolla bianca immersa nella calda Puglia: Alberobello. Ci troviamo nel tacco dello stivale italiano, pieno di tradizione, cultura e vino. Noi di Wine tales non possiamo che provare a raccontare una delle esperienze in giro per il territorio. Si sa, in Italia, non ci sono luoghi senza una storia, anche Alberobello, così bianca e affascinante, si lascia guardare e ci sorprende ad ogni passo, piena di sali e scendi e gradini mal tagliati. Il nome Alberobello deriva da silva alboris belli, con il significato di “bosco dell’albero della guerra”, sembra che nel XVI secolo fu dato inizio ad una prima antropizzazione della selva che successivamente diede il via all’urbanizzazione di quest’area con la costruzione di un agglomerato di piccole case. I trulli, case basse e bianche, furono costruite con pietra calcarea, facilmente reperibile, senza malta come ordinato dal conte Girolamo II per evitare il pagamento dei tributi. Ed è proprio in centro ad Alberobello, nel corso principale, vicinissimi alla cattedrale dei Santi Cosma e Damiano, in uno dei trulli si legge  Amore & Vino. Amore perché è la passione che trasforma le idee in fatti, una bottega che per cento anni, la SALUMERIA, è sempre stata aperta al pubblico, gente del luogo ma ovviamente anche turisti, oggi diventa la locanda per gustare un aperitivo, un pranzo o una cena. Vino, perché la Puglia è un’altra regione italiana piena di prodotti tradizionali, di cantine e produttori che con amore coltivano i loro vigneti e fanno emergere quanto di autoctono possa dare la loro terra, dal Primitivo al Negramaro per finire al Nero di Troia. “Il vino aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore!”, è così che, Valerio, proprietario di questa enogastronomia, Amore & Vino, ci accoglie un lunedì sera quando gli altri locali in un periodo di bassa stagione sono quasi tutti chiusi. Un posto dove gustare prodotti tipici della zona, dai salumi ai formaggi, dalle conserve artigianali di verdure ai nobili taralli, qualche piatto tipico del giorno come fave e cicoria ed una scelta importante di vino. Dimenticavo, non sono riuscita a testare i dolci, le porzioni abbondanti mi hanno fermato. La locanda, ha anche dei tavoli e può accogliere circa 20-25 persone, non male! Come sempre non ci siamo tirati indietro nella degustazione di un ottimo Primitivo Prezzo: da 20 a 25 euro The Ghost Writer 
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14 Aprile, 2022

Degustazioni d'Arte

Il migliore abbinamento con l’Arte è un buon vino, afferma convinto Giorgio Fipaldini, autore di Degustazioni d’Arte, un libro “che si pone come intento quello di distillare piacere”. E se il lettore è un wine lover, e per giunta amante dell’arte – classica o contemporanea, non importa – l’alchimia è assicurata. Racconta Fipaldini: “Fin dai tempi in cui ero studente dell’Accademia di Brera avevo un desiderio: sedermi comodamente di fronte al Guernica di Pablo Picasso con un calice di vino. Immaginavo di provare quella sinestesia, invocata da molti artisti, nel degustare un’opera d’Arte; come si fa con il vino: osservando, sentendo e assaporando”. Il volume, edito da Tapook, realizza su carta questo desiderio: a dieci opere d’arte – trasversali per epoca, genere e corrente – vengono abbinati dalla sommelier Marta Curtarello altrettanti vini, cercando le affinità tra opera e vino, o tra artista e viticoltore. Il tutto raccontando l’opera in modo originale e non accademico (anche grazie alle illustrazioni di Andy Pen) e presentando il vino con linguaggio ben lontano dai tecnicismi delle schede di degustazione. Perché quello che emergono, e uniscono, sono le Storie. Guernica di Picasso (1937), il quadro simbolo degli orrori della guerra, scaturito da tre giorni di disegno furioso e ininterrotto, viene abbinato a una vicenda di viticultura eroica in senso lato, nel contemporaneo scenario di conflitti in Medio-Oriente. Il Bargylus Rouge, del Domaine Bargylus, è un Grand Vin de Syrie, blend di syrah, cabernet sauvignon e merlot; le uve provengono da vigneti spesso bombardati, che nei momenti più drammatici del conflitto dalla Siria dovevano essere portate (anche in taxi!) in Libano per la vinificazione, dopo rischiosissime vendemmie gestite via telefono da Beirut. Di tutt’altro tenore le suggestioni che portano ad abbinare l’Autoritratto nella Bugatti verde di Tamara de Lempicka (1929) a una bottiglia di Bollinger R.D.: due icone di eleganza, bellezza e audacia, al femminile. “Lo Champagne lo bevo quando sono contenta e quando sono triste. Talvolta lo bevo quando sono sola. Quando ho compagnia lo considero obbligatorio. Lo sorseggio quando non ho fame e lo bevo quando ne ho. Altrimenti non lo tocco, a meno che non abbia sete”. Così parlava Madame Lily Bollinger, donna indipendente e moderna quanto la pittrice di origini polacche, anche lei portatrice di una sana passione per lo champagne. Altro esempio della eno-divagazione di Fipaldini nella storia dell’Arte, è un abbinamento nel segno della provocazione. Nel 1917 Marcel Duchamp elevava un prosaico orinatoio a opera d’arte: la Fontaine era un oggetto ready-made, ovvero una “scultura già fatta” che sovvertiva come gesto concettuale l’idea stessa di genesi artistica. Con un gioco di parole post dadaista, Benoit Delorme produce in Borgogna un pinot nero biologico etichettato come Orga(ni)sme Cult(ur)e(l) concepito secondo un ideale di naturalezza senza compromessi, come un organismo vivo, sociale e culturale. Evitando di spoilerare i successivi abbinamenti, lascio al lettore la curiosità di scoprire quali suggestioni enoiche scaturiscano da artisti, loro sì inabbinabili tra loro, come Banksy, Artemisia Gentileschi, Van Gogh, Amedeo Modigliani o Marina Abramović. Degustazioni d’Arte è una lettura godibilissima, intrigante, inconsciamente sfidante perché stimola il lettore-wine lover a immaginare il proprio abbinamento ideale. Non è questione di cultura o di talento, ma di risonanze, di libere associazioni emotive, memorie uniche e personali. Motivo per cui ognuno può, in base al proprio sentire individuale, generare infiniti abbinamenti, per contrasto o concordanza, sempre plausibili: Guernica può chiamare l’irruenza di un sagrantino esattamente come la carezza consolatoria di un picolit. Questo libro ha il pregio di svelare l’esistenza di una nuova categoria di analisi sensoriale, vero terreno comune tra vino e arte: la persistenza emotiva. E visto che un calice tira l’altro, e un quadro, in un museo, spinge alla vista del successivo, anche questo libro reclama un seguito: è di prossima uscita il secondo volume. A cura di Katrin Cosseta 
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12 Aprile, 2022

Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita

Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita. Torniamo a parlare di Fontanafredda sotto un altro punto di vista dopo aver approfondito con Giuseppe Petronio il lato sostenibile dell’azienda. La primavera è la stagione migliore per riscoprire la voglia di muoversi, fare passeggiate e farlo in posti immersivi ed olistici, ricchi di cultura. La cultura a mio parere è di diversi tipi e tra questi la storia unita alla conoscenza e consapevolezza della qualità dell’enogastronomia. Cosa dunque meglio del Piemonte? Delle Langhe e di quel mondo sabaudo e nobile nella terra e nell’animo di chi lo vive da sempre? Ci troviamo a Serralunga d’Alba ed è qui che nasce grazie ad Emanuele Alberto un micromondo, che unisce un’azienda vitivinicola, il suo territorio e i luoghi che raccontano la vita di 250 persone, con la scuola, la chiesa, il tabaccaio, il panettiere e un circolo ricreativo, per circa 160 anni. Il tutto avviene con 13 piccoli racconti per ridare vita al borgo storico alla scoperta degli oltre 160 anni di storia, dove ogni scorcio, ogni pianta ed ogni edificio sono narrati per tutti coloro che entrano a far visita. Personalmente ci tengo a soffermare la vostra attenzione su quella nobiltà che davvero un tempo fondò il tutto ed in particolare parlarvi di Fontanafredda. Fontanafredda fu infatti acquistata nel 1858 da Vittorio Emanuele II (futuro primo Re d’Italia) e donata a Rosa Vercellana (la Bela Rosin). E’ quindi una storia d’amore da cui nacquero Maria Vittoria e l’Emanuele Alberto, che come dicevo sopra fondò l’azienda vitivinicola. Oggi con 120 ettari certificati a biologico, Fontanafredda è produttore dei grandi vini delle Langhe che dimorano nelle cantine ottocentesche: un luogo tutto da scoprire tra aneddoti della famiglia reale e curiose abitudini del Re, in cui ammirare la maestosità delle grandi botti di rovere, che rivelano come Fontanafredda sia diventata un’icona del Barolo in tutto il mondo. Oltre a Fontanafredda nel Villaggio Narrante troviamo anche la cantina Casa E. di Mirafiore. Di 20 anni più recente, fondata nel 1878, Emanuele Alberto Guerrieri conte di Mirafiore, figlio del primo Re d’Italia, realizza una cantina da sempre pioniera e che esprime la vera tradizione enologica delle Langhe. Dal 2018 è un’azienda Agricola Biologica con i suoi terreni nella sottozona di Barolo e Fontanafredda e produce vini esclusivamente da vigneti di proprietà, come due dei migliori cru del Barolo DOCG, Lazzarito e Paiagallo. Per i gourmet, inoltre, questo territorio è davvero unico e non poteva quindi mancare un ristorante che da solo vale il viaggio e l’esperienza. Vi parlo di Guido ristorante. Ristorante stellato, ospitato nella Villa Reale del Villaggio Narrante e gestito da Piero e Ugo, la seconda generazione degli Alciati, che portano avanti le idee dei genitori, adattandole ai tempi senza mai abbandonare la volontà di offrire ai clienti un’esperienza unica che ricolleghi ad un preciso luogo e a sapori unici. Per chi cerca la semplicità, invece, l’osteria Disguido può splendidamente essere una tappa d’autore. Infine se dopo tanta degustazione vi volete fermare a dormire ci sono ben 2 hotel all’interno del Villaggio: L’Hotel Le case dei Conti Mirafiore, da cui si vedono gli splendidi vigneti e la Foresteria delle Vigne, che sorge sul “vivaio”, ovvero laddove si coltivavano le barbatelle per le vigne. Insomma, il Villaggio Narrante, offre una delle più interessanti esperienze olistiche d’Italia. Un posto da visitare, da gustare e da scoprire. Al prossimo martedì! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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5 Aprile, 2022

L’Abruzzo e le sue eccellenze Emidio Pepe

Emidio Pepe – L’Abruzzo e le sue eccellenze enogastronomiche in cui il vino è protagonista Siamo in Abruzzo, nella sua parte settentrionale, in quella terra che separa l mare Adriatico e il Gran Sasso dall’altro. E’ in questo microclima perfetto per le viti che troviamo la realtà di Emidio Pepe, molto più di una cantina vinicola. La storia della Emidio Pepe inizia nel 1964, quando il fondatore, omonimo, dopo aver affiancato suo padre e, soprattutto, suo nonno che faceva vino a casa Pepe sin dal 1899 apre l’azienda agricola. Il successo si deve anzitutto al terroir, a Torano Nuovo, un luogo in cui i terreni ricchi di argilla che drenano l’acqua, la posizione dei vigneti esposti a un grande arco solare, la grande escursione termica tra giorno e notte che aiuta le uve a riempirsi di zuccheri e il vento costante previene batteri e malattie. Contestualmente viene la lungimiranza in quanto Emidio Pepe, prima di chiunque altro ha creduto nelle grandissime potenzialità del Trebbiano e del Montepulciano d’Abruzzo e ha dedicato tutte le sue energie a questi due vitigni autoctoni, provandone la capacità d’invecchiamento e facendoli conoscere al mondo intero. Terzo aspetto che si trova in ognuno dei prodotti e delle esperienze che si possono vivere nella realtà Emidio Pepe, la tradizione e la famiglia. Ancora oggi non vengono utilizzati prodotti chimici, anche negli anni e nelle condizioni più difficili. Nessun lievito selezionato per iniziare la fermentazione alcolica e nessun enzima aggiunto per incoraggiare la genesi dei profumi. Solo prodotti naturali come cristalli di rame, zolfo e preparati biodinamici vengono utilizzati, sia in vigna che in cantina; ed altrettanto non sono mai cambiati il metodo di vinificazione, ancora oggi infatti non vengono utilizzate macchine. L’azienda agricola Pepe conta quindici ettari che si estendono in piccoli appezzamenti tutti attorno la cantina. La maggior parte dei vigneti è ancora coltivata con l’antico sistema della Pergola. Questo non solo per rispettare la tradizione ma perché convinti che trattare le uve con delicatezza e manualità sia il modo migliore per raggiungere un livello di qualità e precisione più elevato.   Emidio Pepe e la sua famiglia sono giustamente orgogliosi dei propri territori e si sono organizzati per accogliere tutti coloro che desiderano immergersi in questa eccellenza enogastronomica, realizzando un esclusivo bio-resort con i criteri più aggiornati di eco-sostenibilità.   Ovviamente un’ospitalità d’eccellenza non poteva esimersi da un ristorante e dalle sue opportunità di degustazione, realizzate con prodotti provenienti dall’orto biodinamico situato tra i vigneti. Il Ristoro di Campagna ospita quindi cene di degustazione con diverse annate di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo per scoprire i vini insieme alla cucina tradizionale abruzzese.   Quando avrete avuto l’occasione di vivere un’esperienza totalizzante come quella che avrete l’opportunità di sperimentere da Emidio Pepe, scoprirete di voler portare a casa un pezzo di territorio, per farlo mi permetto di consigliarvi di portare con voi non solo i vini, ma anche l’ Olio Extra Vergine, realizzato con varietà autoctone abruzzesi: Frantoio, Leccino e Tortiglione. Le olive vengono raccolte manualmente e spremute a freddo in un vicino frantoio. Il raccolto è portato al frantoio il giorno stesso per mantenere il livello di acidità e preservarne intatta la qualità. Dopo un breve periodo di decantazione, l’olio extravergine di oliva viene imbottigliato in bottiglie 500 ml. Ed, infine, non potete non prendere la Pasta; il risultato di un nuovo progetto: un campo di grano di un antica varietà chiamata “Senatore Cappelli”, cresce fino a due metri di altezza le cui rese sono molto basse. Viene coltivato secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, il grano intero viene macinato in un mulino a pietra per conservare tutte le proprietà nutritive, la pasta è poi trafilata al bronzo ed essiccata per almeno sei giorni a basse temperature. Al prossimo martedì! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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28 Marzo, 2022

Quattro stagioni alla Trattoria Visconti: Festa di Primavera

Si parte per le Quattro Stagioni alla Trattoria Visconti: ecco com’è andata la recente Festa di Primavera, convivio che vedeva ospite speciale l’oste, recentemente promossosi a emerito, Maurizio Vaninetti da Morbegno. ALL’INGRESSO DELLA TRATTORIA Prima di infelicitarvi – italiano certo tentativo, ma storicamente ben attestato: scippato infatti ad Alessandro Barbero in una lettura sulla Prima guerra Mondiale – troppo con riferimenti a Vivaldi, prendiamola da un altro punto di vista. TRATTORIA VISCONTI L’eccellenza umana Giusto una diecina di anni fa, nel 2011, due serissimi professori di filosofia americani, Hubert Dreyfus e Sean Dorrance Kelly se ne sono usciti con un bel libro dal titolo All Things Shining. Reading the Western Classics to Find Meaning in a Secular Age. Bel libro e di dimensioni ancora umane (meno di 250 pagine in tutto nell’edizione italiana, impreziosita dalla prefazione di Gianni Vattimo). Ma perché ricordarne il titolo in inglese e non quello della versione italiana Ogni cosa risplende. I classici e il senso dell’esistenza ? Perché quello originale spiega ben di più dove si vada a parare. I nostri autori si occupano di fenomenologia ed esistenzialismo: due filosofi (come li appellerebbe il Filosofo Schopenhauer) da università, di questo ce ne faremo certo schopenaueriana ragione. Il bel libro ha come tema quale il miglior modo di vivere e di cosa sia fatta l’eccellenza umana: roba grossa. Maieutica a stelle e strisce In un testo di filosofia l’importante non è il punto di arrivo (tanto dopo ogni uber-filosofo viene sempre un altro uber-filosofo), ma il percorso che segue. E in Ogni cosa risplende l’utilizzo dei classici a testimonianza e illustrazione del cammino del pensiero occidentale fino al suo contemporaneo degrado attuale – sospeso tra nichilismo e ritorno a ottusi fondamentalismi – è illuminante. Insomma, una pars destruens davvero interessante. Ad essere invece un po’ deboluccia, invece, non è tanto la maieutica proposta a resipiscenza del degrado – abbastanza suggestiva (non entro nei dettagli altrimenti non soffrirete come il sottoscritto – comunque poco – a leggere il testo fino alla fine) ma la fenomenologia antropologica individuata ad illustrazione. Che gli americani necessitino – come suggerito – del grande evento sportivo per recuperare una qualche briciola di esperienza del senso del sacro è, temo, indice di un rinnovato stato di adolescenza, talvolta inquieta, di un grande popolo. Se però la questione si risolve in termini di ritornare a provare sentimenti di meraviglia e gratitudine a fronte ad accadimenti dipendenti solo in parte dalla nostra volontà… beh allora niente di meglio di una visita alla Trattoria Visconti. Festa di Primavera, 21 Marzo Occasioni propizie? Quante ne vuoi. La settimana scorsa, 21 Marzo, alla Trattoria Visconti di Ambivere, la Festa di Primavera appunto: cena a quattro mani con special guest il Maurizio Vaninetti, storico cuoco dell’Osteria del Crotto di Morbegno. FESTA DI PRIMAVERA 2022 – MENU’ Attenzione: se lo chiami chef lui ti ricorda che chef è un barbarismo che indica colui che comanda senza però obbligo di azione; preferisce essere visto come oste: già solo questo posizionamento è da applausi a scena ancora aperta. Quattro mani? Figura meramente retorica: qui c’è un brain trust in azione. Assieme al Vaninetti, l’intellighenzia di Fiorella e Roberto in cucina, la poiesi organizzativa di Giorgio e, nel caso, l’insospettabile afflato di cosmopolitismo panlombardo nella scelta dei vini in abbinamento a cura di Daniele. TRATTORIA VISCONTI, FIORELLA Abbinamenti quindi con l’intervento ex-machina di Claudia Crippa herself, che porta le sue meditate espressioni della denominazione Igt Terre Lariane della Az.Agricola La Costa. Ehi, ma nemmeno i giornalisti del principali quotidiani sportivi usano toni così encomiastici verso le squadre di calcio i cui tifosi costituiscono lo zoccolo duro del seguito della testata. Ma quando ci vuole ci vuole, vecchio mio. La perfezione artigiana È un menù degustazione che traguarda la Primavera, tema svolto con la consueta titanica ricerca della perfezione artigiana nell’interpretazione (quella che, da un imprevedibile punto in poi gli umani riconoscono come arte). È ciò che contraddistingue la cifra formale della Trattoria, la cura appassionata del dettaglio senza uscire dai binari della fenomenologia da trattoria così come in genere riconosciuta. Del resto anche l’altrimenti invincibile gigante Anteo, se staccato dalla madre terra, perde i suoi poteri e viene così sconfitto facilmente da Ercole: guai a perdere contatto con l’essenza del piolismo – qui truly berghem-style. L’entrée è quindi la prima insalata di campo con l’uovo sodo: in Valtellina l’olio era merce forestiera, si condiva con qualcosa di grasso secondo disponibilità: in questo caso, c’è del guanciale croccante. Madeleine: Madrid 1982 FLAN DI ASPARAGI, BRIGANTE BIANCO Per antipasto, flan di asparagi (e lunghe julienne di asparagi a movimentare la presentazione del piatto) appoggiato su uno specchio di orobicissimo crema di stracchino all’antica: mostrami Narciso depurato da ogni narcisismo. Il bilanciamento tra i sapori, non voglio sapere quanto tentativi sia costato ma li è valsi tutti, è da urlo – non da urlo di quadro di Munch, piuttosto da goal dell’azzurro Tardelli – qui scatta il ricordo – nella finale mondiale 1982. Entrée e antipasto vengono abbinati a Brigante Bianco, uvaggio di Chardonnay e Incrocio Manzoni bianco con una piccola frazione del vitigno autoctono Verdese: floreale di profumo, fresco e sapido al palato, persistente senza essere invasivo. All’ombra del campanile Per primo, gnocchi strangolapreti (e nessuno ne faccia motto di spirito con parroco della chiesa del paese, per carità). La Trattoria si trova giusto all’ombra del campanile – un punto di riferimento vecchia maniera per rintracciarla. E gli gnocchi? Ah sì, con germogli dl luppolo selvatico (qui chiamato loertis) e crema di borragine. STRANGOLAPRETI E LOERTIS, dettaglio Nel bicchiere, il prezioso riesling renano Solesta, fermentato in acciaio e affinato in acacia: per andare d’accordo con il loertis ci vuole una personalità ben adeguata. SOLESTA, RIESLING RENANO Intermezzo con gli ospiti Ad intermezzo, qualche parola dell’oste prezioso ospite, in sintesi con la cucina, sul menù presentato e in proprio sul significato di fare trattoria e di averla fatta negli ultimi trent’anni. Poi la parola passa al vignaiolo che descrive l’azienda, il territorio e approfondisce sui vini abbinati. CLAUDIA, DANIELE, MAURIZIO, ROBERTO Seguono a ripresa della cena degli involtini di coste ripieni di carne e la polenta di mais rosso rostrato di Ambivere. Se gli involtini fossero stati realizzati con la verza si sarebbe trattato dei tipici nosècc (o capù a seconda di quale paese della zona capiti). NOSECC IN FOGLIA DI COSTA (a Milano un qualche genialino del marketing li avrebbe tosto battezzati nosècc sbagliati: e avremmo dovuto tutti esteriormente plaudire e portare pazienza nell’intimo per questa scontata boutade) Torniamo alle cose serie: Roberto conferma sì che il ripieno continua a essere composto da carni bianche e rosse come nei nosècc di verza, ma che le percentuali sono cambiate per adattarsi al diverso sapore della foglia di costa che lo riveste. LA COSTA, SAN GIOBBE In abbinamento, il pinot nero San Giobbe, dal più bel vigneto dell’azienda: qui comunque la giri vincono tutti. Impeccabile. E che dolce! FRAGOLE E BAVARESE Al dolce è la volta dell’insalata di fragole, la marmellatina di scorza d’arancia, la bavarese alla vaniglia servita in tazza e decorata da vaniglia candita. In questo caso l’abbinamento con il passito rosso Càlido è reso cogente dalla relativa gioventù del passito stesso – di recentissimo imbottigliamento. le fragole in dettaglio Passito che conserva ancora la freschezza necessaria ad equalizzare (in metafora musicale) la frutta e la bavarese senza sovrastarle. Fuori programma a richiesta INCREDIBOLL, METODO CLASSICO DI RIESLING RENANO Finisce qui, ma non ancora. Su richiesta lo (elle-o) stappo fuori programma di Incrediboll, l’ultima etichetta realizzata da La Costa, spumante metodo classico di riesling renano: se non è caso per ulteriore meraviglia e gratitudine questo, io non saprei altro. Questa è la Festa di Primavera alla Trattoria Visconti: le stagioni sono quattro, si parte benissimo, le altre ci attendono. Da questo ennesimo felice serialismo elegiaco di Magnosolo, alla prossima. p.s.: sono tenuto a ricordarvi, per la quarta volta in questo testo, che si è parlato della Festa di Primavera alla Trattoria Visconti (e con questo anche il SEO è contento).
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25 Marzo, 2022

Vino in anfora: non chiamatela moda!

Non chiamatela moda! Le anfore, originarie della Georgia dove sono chiamate Qvevri, sono state utilizzate per secoli per la vinificazione, il trasporto e la conservazione del nostro amato vino e rappresentano il più antico recipiente utilizzato e poi diffuso in Italia dai greci e dagli etruschi. Senza dilungarci troppo sulla ricostruzione storica e sulle loro evoluzioni, quello che sappiamo oggi è che alcuni pionieri della vinificazione hanno fatto parlare molto dei risultati ottenuti tramite il loro utilizzo e così si sono succeduti negli ultimi anni diversi produttori che hanno saputo valorizzare l’utilizzo dell’anfora moderna e cogliere la potenzialità delle nuove tecnologie a disposizione. Ma quali sono le principali caratteristiche delle anfore moderne? Le anfore hanno una porosità paragonabile a quella del legno che permette la necessaria micro ossigenazione, utile per favorire l’evoluzione del vino e donargli struttura ed armonia, senza però modificare la composizione organolettica del liquido e senza fornire i tipici sentori del legno e della sua tostatura, rispettando e valorizzando le caratteristiche dell’uva nella sua pienezza. Altre caratteristiche delle anfore moderne sono: l’estrema possibilità di pulizia e lavabilità, non assorbono infatti nessuna particella del liquido che viene in esse contenuto, minimizzando quindi anche la possibilità di avere effetti indesiderati come ad esempio la proliferazione batterica; l’alta coibentazione e la grande capacità di mantenere una temperatura costante; la lunga durata e quindi una maggiore possibilità di riutilizzo nel tempo; le forme, che permettono moti convettivi continui che tendono a mantenere in sospensione ed agitazione continua le fecce, con una naturale movimentazione che si può assimilare a una sorta di batonnage continuo; infine, in alcuni casi, il design. Ecco le versioni di anfora moderna maggiormente utilizzate: anfora in ceramica: impasto ceramico cotto ad altissima temperatura, il caso principe su tutti quello del produttore Tava, in Trentino, che ha saputo reinventare l’attività di famiglia fiutando la giusta nicchia di mercato puntando su ricerca e qualità, con successo ormai consolidato e mondiale; anfora di cocciopesto: miscela di laterizi macinati, sabbia, legante cementizio, scarti lapidei, acqua, fibre di canapa e di cotone, che ripercorre quella tecnica utilizzata dagli antichi romani per creare le strade secondarie a partire dagli scarti. Su tutti l’esempio dell’azienda Drunk Turtle di Pisa; anfora in grès Clayver: anfora che prende il nome dall’azienda ligure che le produce, un contenitore ceramico studiato espressamente per Ia vinificazione, frutto di un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione. Alcune aziende hanno già portato avanti alcuni progetti, certamente non più solo esperimenti o iniziative secondarie: Tenuta di Ghizzano, dopo un periodo di ricerca e sperimentazione, ha scelto i vasi vinari in Cocciopesto Drunk Turtle e in terracotta Tava per dare forma ad un nuovo progetto, Mimesi, concretizzato per ora in un primo Sangiovese in purezza DOC Terre di Pisa e un Vermentino in purezza IGT Costa Toscana. L’azienda, sulle morbide Colline Pisane a sud-est di Pisa e a circa 30 chilometri dal Mar Tirreno, segue i dettami dell’agricoltura biodinamica dal 2006. I vini Mimesi sono in perfetta linea con la filosofia dell’azienda: nati da vigne storiche, attraverso il recupero di metodi antichi riproposti in chiave moderna, e dopo un duro lavoro, hanno raggiunto una forte identità territoriale. Il Sangiovese matura per 14 mesi nel vaso vinario “Drunk Turtle” e il Vermentino trascorre 4 mesi in anfora di Terracotta Tava sulle fecce fini. Altra famosa azienda toscana, questa volta in Maremma, che ha scelto di utilizzare l’anfora, è Fattoria Le Pupille da cui nasce il vino omonimo, Le Pupille, 100% Syrah in edizione limitata, prodotto in circa 3.000 bottiglie per la prima annata, la 2015 e 4.700 bottiglie per la seconda annata, la 2016. Un vino che racconta una storia di duplicità: due sono le creatrici del vino (Elisabetta Geppetti e sua figlia Clara Gentili), due le vigne da cui nascono le sue uve, due le tecniche di vinificazione utilizzate. Le uve ricche di aromi e tannini delicati e dolci della Vigna del Palo sono vinificate in tonneaux aperti da 500 litri. Quelle provenienti dalla Vigna di Pian di Fiora, contraddistinte da una particolare florealità e una fitta trama tannica, preservano queste caratteristiche grazie alla vinificazione in orci di terracotta. Il blend ottenuto dall’unione delle due masse matura per circa 10-12 mesi in piccoli legni francesi da 300 litri di primo e secondo passaggio per poi affinare in bottiglia per altri 20 mesi circa. Altro esempio, questa volta più “speciale”, è quello di Cantina Kaltern (ve ne ho parlato qui) dove l’appassionato e competente enologo Andrea Moser utilizza le anfore contemporanee Clayver, per il suo Project XXX, nome che deriva da eXplore – eXperiment – eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata. I primi vini prodotti sono un Pinot Grigio (“Mashed” – 666 bottiglie), che deve la propria struttura e il suo colore inconfondibile alle due settimane di macerazione nell’uovo di ceramica, mentre il secondo vino del Project XXX è un Cabernet Sauvignon Riserva (“One by One”) imbottigliato solo in bottiglie Magnum (150 bottiglie). Gli acini d’uva che hanno dato origine a questo vino, diraspati a mano uno per uno hanno infine fermentato e macerato in Tonneau. Entrambi i vini non sono stati filtrati. Ultimo esempio, quello di Podere Casaccia, progetto più recente che prende vita ad Anghiari, vicino Arezzo e il confine tra Toscana e Umbria. Il vino, BEBA 99, un blend di uve toscane (Sangiovese, canaiolo nero, colorino, aleatico, ciliegiolo) da vigne vecchie storiche poste in altitudine di 460 metri, riportate alla luce produttiva da Paola De Blasi e realizzato, anche in questo caso, insieme all’enologo Andrea Moser. Dopo le prime vinificazioni in legno, dall’annata 2020 è vinificato e fatto maturare in Anfora Tava testimoniando, rispetto alla parallela e precedente vinificazione in legno, tutta l’espressività storica del blend di uve toscane provenienti da vigne vecchie permettendo loro di esprimere tutte le proprie caratteristiche senza le modifiche indotte dal legno. Una scommessa di due amici enologi che, intrecciando tecnica e sentimento, hanno portato avanti la loro idea per tirare fuori l’anima di viti storiche. Molto bello anche il significato del nome, BEBA è il soprannome della nonna di Paola che in corrispondenza della prima vinificazione ha compiuto 99 anni. Le anfore permettono quindi di avere una maggiore pulizia al naso ed al palato, esaltando la naturalezza del vitigno. Ciascun vino è frutto della volontà di un produttore, di un enologo, di un cantiniere oltre che della peculiarità del vitigno, del terreno, del microclima e di fattori esterni come ad esempio l’andamento meteorologico dell’annata. Non esiste certo una ricetta unica e predefinita, ed è forse per questo che ci si innamora di questo mondo. Quello che è certo è che la tendenza all’utilizzo di queste anfore moderne crescerà sempre più e farà esprimere sempre meglio i vitigni, esaltandone le caratteristiche. Prepariamoci quindi a vederle sempre più spesso durante le nostre visite in cantina e a goderne i risultati nei nostri calici! A cura di Giuseppe Petronio 
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22 Marzo, 2022

Hospitality – Il Salone dell’accoglienza apre all’enoturismo

Hospitality – Il Salone dell’accoglienza 2022 apre all’enoturismo. Carissimi lettori, oggi desidero parlarvi di rilancio e di ottimismo post Covid. Lo faccio introducendovi un evento che si svolge nuovamente in presenza a Riva del Garda: la 46a edizione di Hospitality-Il Salone dell’Accoglienza. Lo faccio perché tra le novità di questa fiera storica ci sarà l’area speciale dedicata all’enoturismo. Saranno presenti oltre 450 aziende espositrici e più di 100 eventi formativi ed il  Ministro del Turismo Garavaglia sarà all’inaugurazione insieme al presidente di ENIT Palmucci. Nonostante il clima di incertezza che purtroppo ci accompagnerà anche nei prossimi mesi, la fiera e gli organizzatori hanno voluto confermare il proprio impegno verso gli operatori del settore, offrendo occasioni di confronto, strumenti e soluzioni innovativi per sostenere la ripartenza. Il Salone dell’Accoglienza si conferma la manifestazione leader a livello nazionale con 38.000mq espositivi e l’ambizione di attrarre un numero sempre maggiore di professionisti internazionali. La fiera ha lavorato moltissimo per avere una platea incoming internazionale con l’obiettivo di ampliare ulteriormente il mondo business per gli operatori dell’ospitalità e del turismo, La Direttrice Albarelli ha ringraziato tutti gli espositori che hanno scelto di partecipare a questa edizione, dimostrando attenzione ad un settore che traina l’economia nazionale e sul quale il Paese punta per la ripartenza. Un ringraziamento anche agli sponsor e al costante e fondamentale supporto della Provincia Autonoma di Trento, rappresentato da Roberto Failoni, Assessore all’artigianato, commercio, promozione, sport e turismo della Provincia Autonoma di Trento. Giovanna Voltolini, Exhibition Manager di Hospitality-Il Salone dell’Accoglienza, ha illustrato il format della manifestazione illustrando come le aree storiche si arricchiscono del nuovo spazio Winescape dedicato all’enoturismo. 500 mq all’interno del padiglione B4 ospiteranno, per questo primo anno, dieci selezionate cantine, rappresentative di tutto il territorio italiano, che uniscono alla produzione vitivinicola una proposta turistica con forme di ospitalità in vigna e la valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico ed economico locale. Secondo l’ultimo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano, il numero degli intervistati che scelgono questa forma di esperienza è cresciuto dal 21% del 2016 al 55% del 2021. Alessandra Albarelli, Direttrice Generale di Riva del Garda Fierecongressi, ha ricorda infatti come l’enoturista voglia comprendere le caratteristiche del vino degustato e ne studia il territorio di provenienza attraverso sapori e profumi, tradizioni e cultura. Winescape non è solo spazio espositivo ma un laboratorio di idee e strumenti per gli operatori del settore determinati a rendere sempre più attrattiva la propria struttura, sia per coloro che vogliono trasformare ed espandere l’attuale modello di business introducendo nuovi servizi di accoglienza oppure ampliando e diversificando l’offerta. Infine, grazie alla collaborazione con AIS-Associazione Italiana Sommelier, a Winescape sarà presente anche un’enoteca con le proposte delle dieci cantine oltre a masterclass e tasting per scoprire i saperi e i sapori dei territori: martedì 22, mercoledì 23 e giovedì 24 marzo sono in calendario le degustazioni “I Colori di Bacco” che coinvolgeranno i wine resort presenti in un’esperienza unica di food pairing tra eccellenze vinicole e finger food monocromatici. Le 10 cantine presenti a Winescape 2022: ➢ AZIENDA AGRICOLA I TAMASOTTI S.S. – Mezzane di Sotto VR (Veneto) ➢ TENUTA DEL BUONAMICO SOC.AGR.S.R.L. – Montecarlo LU (Toscana) ➢ AZIENDA AGRICOLA VALLAROM DI SCIENZA FILIPPO – 38063 Avio TN (Trentino Alto Adige) ➢ TENIMENTI ROSSI CAIRO – Novi Ligure AL (Piemonte) ➢ AZIENDA AGRICOLA COMAI – Riva del Garda TN (Trentino Alto Adige) ➢ PODERI MORETTI | Monteu Roero CN (Piemonte) ➢ PODERI GRECO WINES – Pezzano Albanese CS (Calabria) ➢ AZIENDA AGRICOLA GRADISCIUTTA DI PRINCIC ROBERT – San Floriano del Collio GO (Friuli Venezia Giulia) ➢ DOMAINE DE LA NAVICELLE – (Le Pradet, Provence, France) ➢ LA COLLINA DEI CILIEGI S.R.L.- CA’ DEL MORO WINE RETREAT – Grezzana VR (Veneto) Hospitality è un vero e proprio hub di incontro e confronto: alla proposta espositiva si aggiungono gli appuntamenti con la formazione dell’Academy, in collaborazione con Teamwork, e le numerose iniziative esperienziali, tra educational, masterclass e show-cooking realizzate insieme ad associazioni di settore, bartender, esperti mastri birrai e alcune aziende espositrici. Io ne sono sostenitrice da sempre: il mix di una wine hospitality di successo deve necessariamente prevedere tra i propri elementi la formazione, cardine imprescindibile di successo. Per ulteriori dettagli ed informazioni vi rimando al sito ufficiale di Hospitality. Al prossimo martedì! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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20 Marzo, 2022

Antropologia della convivialità brianzola

Antropologia della convivialità brianzola: dove il (poco) difficile è capire di cosa si stia parlando, messo giù così in astratto: dopo diventa tutto (molto più) semplice e gradevole. Dunque: antropologia, cioè studio dell’essere umano, sotto varie prospettive, indagandone i comportamenti nella società; mentre convivialità, cioè la sostanza di ciò che è conviviale, relativo ai convivi – caratterizzato, per estensione, da allegria e spensieratezza, non impegnativo. E anche oggi il nostro pellegrinaggio quotidiano a Wikipedìa e al Vocabolario Treccani (che sempre ringraziamo) l’abbiamo compiuto. TARTARE e NEBBIOLO DELLE ALPI – Ah ok, quindi volevi raccontare qualcosa di non troppo strutturato su come i brianzoli bevono e mangiano. Vabbé, beata semplicità.
– Simple as possible but not simpler, sir. Comunque ho colto il punto: voleremo bassi. Questione di metodo Antropologia, scienza umana; di scienza si dovrebbe trattare quindi: a questo punto con quale metodo? Facciamocelo indicare nientemeno (volare bassi, eheheh, forse #laprossimavolta) dal filosofo dell’amicizia, e di quei piaceri che oggidì, decadendo, definiremmo come sostenibili: quasi un ideologo della convivialità insomma. Dice infatti Epicuro (Lettera a Pitocle, 87): “Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura (phusiologhématos) e si cade nel mito (epì dè tòn mùthon katarrèi)”. VINI SEMPRE PRONTI AL SANTA POLENTA AL BELL’OM Tutto questo atteso e in quest’ottica, una delle cose che mi appaiono più razionalmente consolatorie da compiere ogni tanto e verso sera (trovandosi nelle vicinanze di Lecco, beninteso) è quella di salire di poco nel parco del Monte Barro fino alla frazione Bartesate di Galbiate, parcheggiare la macchina – per chi si può ancora permettere di questi lussi, altrimenti c’è la fermata del bus proprio nello stesso parcheggio – e da lì con pochi passi a piedi fare un salto alla Trattoria Santa Polenta al Bellom. Una vecchia trattoria Nel vecchio borgo, quasi al riparo della chiesa dedicata ai santi Macario e Genesio (chiesa in qualche modo legata ai Borromeo, così testimonia lo stemma “Humilitas” davanti la porta), la trattoria è quella tipica di paese dal millennio passato con la sala del bar generosa nell’esposizione dei vini, la cucina di facile accesso e la sala da pranzo arredata supertradizionalmente con la stufa a legna in un angolo: tutto trasuda ospitalità operosa, il minimalismo razionale lombardo colpisce ancora. SANTA POLENTA AL BELLOM, LA SALA Gli aficionàdos locali sostano in chiacchiere al bar, e si affidano alle proposte in mescita a cura di Alessio e Silvano: gli Springsteen e gli Steven Van Zandt di sala; con Elisa che fa i controcanti alla Patty Scialfa e Tommy, lo chef, che arrangia cucina manco fosse “The Professor” Roy Bittan. E la E-street Band del Bell’Om può con questo dirsi omaggiata. Tra ecumenismo vinario e norcineria applicata Alessio, del vino, ha una visione piuttosto ecumenica, con malcelate simpatie oltremontane: alterna infatti proposte indigene (lombarde, toscane, piemontesi) a escursioni francofone tra lo Champagne, la valle della Loira e la Borgogna (ne dico tre per rappresentarle tutte). Silvano, valtellinese non solum nascita sed etiam mores e prestatosi volentieri alla Brianza, svaria sul tema e, quando vuole stupirci con effetti speciali, si ricorda della sua norcina passione dell’affinare di salumi e chiede alla regia in cucina un campione dei “suoi” affettati per completare/impreziosire l’aperitivo. ALESSO, SI STAPPA Poi uno si stupisce di ritrovare quasi sempre le stesse facce, e tutte allegre: teletrasportassimo il Santa Polenta a Siviglia… bisognerebbe staccare il numero all’ingresso per evitare litigi di precedenza ad entrare. Ma per fortuna siamo a Bartesate, frazione della repubblica di Galbiate (oh, c’è scritto sul muro al parcheggio); in Brianza non siamo così megalomani: al Bell’Om ci si sta tutti, e con la bella stagione il bicchiere si svuota anche meglio all’aperto, in piazza, dove è statisticamente impossibile che passi una macchina e dove l’unica limitazione, ma ormai accade meno di una volta, è nell’opportunità di chiamare l’Altissimo a testimonianza di questa o quella propria asserzione. Punto di vista Il vostro cronista resipiscente prende posto o alla botte numero uno (se in esterno) o di questo periodo ad uno dei (due) tavoli al bar, attende fiducioso e – rara avis – se chiamato in causa conversa, uscendo ottimista dal porto sicuro del silenzio. Il vino è selezionato con disciplina e sentimento, le favelle degli astanti… certo, avrebbero ben indotto Farinata a levarsi nella tomba e a chiedere, le pietanze dalla cucina esprimono ricerca nei materiali (l’importanza di usare burro di qualità nella preparazione dei pizzoccheri, ad esempio, non verrà mai sottolineata a sufficienza), prima consistenza e poi fantasia nelle preparazioni – in Brianza siamo tutti molto sensibili al mito del gigante Anteo, in fondo. Il format crea dipendenza, #sapevatelo. L’ultima volta è stato lo spettacolo del DOCG Valtellina Superiote Grumello “Vigna le Prudenze” di Alberto Marsetti… GRUMELLO VIGNA LE PRUDENZE, DI ALBERTO MARSETTI …e della tartare di vitellone francese dalla Garonna, allevato al fine di esaltare la massa magra della béstia – poco olio a parte, infatti, questa tartare… non serve condirla. TARTARE DI VITELLONE GARONNESE Peccato di gola A seguire, perché un sacrificio in vista della resipiscenza successiva va pur fatto, allora sia la polenta ùncia il nostro peccato di gola. POLENTA, UNCIA Alla fine La ricerca del Senso: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa facciamo nel frattempo. Ecco, al Bell’Om si esemplifica, e mirabilmente, questa modesta antropologia. L’omaggio al Maestro di Samo… l’avrete certo ben còlto. Manca solo la colonna sonora. Scegliete pure tra Working On the Highway, The River e Glory Days: e alzate il volume. Qui @bottigliadissanguata. Il vino è finito, passo e chiudo, alla prossima. p.s.: anche qui paghiamo la tassa al convenzionalismo del SEO e ripetiamo trice: antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola
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17 Marzo, 2022

Chiuro una storia Nera

Chiuro una storia Nera…ma solo di nome. La comunicazione è espressione e dialogo, oggi più che mai siamo interessati a capire chi ascolta. Voler trasmettere il giusto messaggio, centrato e focalizzato per lasciare un suono e un sapore ridondante alla nostra platea ed essere sempre ricordati. È un po’ la nuova immagine, il nuovo essere social, la nuova vista per una comunicazione migliore. Continuiamo a fare selfie e post su ogni tipo di social perché trovarsi dei like o commenti è comunque un’innovativa comunicazione di cui magari i nostri nonni non saprebbero parlare e spiegare. Ed ecco qui accontentati, siamo a Chiuro nella cantina storica e wine bar di Pietro Nera. La visita inizia con una romantica vista di una grande botte trasformata in un angolo privato per un selfie tutto da ricordare, tra i profumi e sentori di un prodotto che si sta trasformando e sarà pronto a breve o forse tra qualche anno. La famiglia Nera ha iniziato la sua attività vitivinicola nel 1940 con Guido Nera, cui poi è succeduto Pietro negli anni ’50. I figli di Pietro, nel 1982, Stefano e Simone Nera sono i proprietari della cantina CAVEN CAMUNA, il cui nome deriva dai ritrovamenti, tra i vigneti, di alcuni segni rupestri sulle rocce, risalenti alla civiltà Camuna. E’ possibile ammirarli percorrendo il sentiero archeologico di Caven attraverso i terrazzamenti vitati. La Visita Ad accompagnarmi in cantina è stato Francesco Di Bernando, commerciale della cantina, ogni sua parola ed espressione ha dimostrato la reale appartenenza a questa bellissima azienda e famiglia ed una competenza fuori dal comune. I vigneti sono disposti da est a ovest in corrispondenza delle Alpi Retiche con una esposizione al sole di circa 2.000 ore durante tutto l’anno, sembra quasi di essere a Lampedusa che ha stessa esposizione solare. Inoltre, la “breva”, un vento tiepido tipico del lago, proveniente da sud a nord si scontra con i venti freddi della Svizzera, cui si aggiunge la scarsa piovosità. La combinazione delle condizioni climatiche è ideale per la coltivazione del vitigno Chiavennasca, tipico della Valtellina. In Valtellina parliamo di una viticoltura eroica, perché la pendenza dei terrazzamenti è di circa il 65/70%, ma che d’altra parte fa si che i vigneti possano avere un terreno molto sabbioso e non trattengono acqua con il buon risultato di un minor utilizzo di trattamenti. Particolare attenzione è data alla fermentazione, con l’utilizzo di lieviti autoctoni, ben selezionati.  Avviene nelle vasche d’acciaio mentre il passaggio successivo della fermentazione manolattica è lasciato alle vasche di cemento che sono da sempre il miglior materiale per traspirazione e temperatura. La zonazione Maroggia, Sassella, Inferno, Grumello, Valgella, sembra quasi uno sciogli lingua, invece, sono le cinque sottozone della Valtellina Superiore, in provincia di Sondrio, in Lombardia, dove si ha la produzione di una delle D.O.C.G italiane più importanti. La cantina Pietro Nera produce circa cinquecentomila bottiglie all’anno distinguendone una parte per la vendita in GDO. L’azienda CAVEN coltiva 30 ettari di vigna di cui 13 nella sottozona dell’Inferno ed il vitigno principale è il Nebbiolo, Stefano Nera, enologo della cantina, ha contribuito alla selezione di tre dei cloni più resistenti in base alle condizioni della valle. Il giro della cantina finisce con la degustazione, la scelta dello shop e Wine Bar dove è possibile degustare i vini accompagnandoli con taglieri di salumi, formaggi e marmellate tipiche della zona rimarca nuovamente la territorialità. La scelta di ampliare la sala di degustazione creando un Dehor invernale lascia che la vista possa continuare a godere delle emozioni sprigionate dal vino e non solo. Il Vino Di tutti i prodotti che abbiamo degustato vogliamo raccontarvi l’esperienza che abbiamo vissuto con l’Inferno Riserva 2015 “Al Carmine” prodotto con l’etichetta Caven Camuna.   Un vino intenso, ricco e complesso, nato sui vigneti terrazzati del piccolo appezzamento di Caven, affinato per oltre 18 mesi tra barrique e botti grandi di rovere. Al naso si percepiscono eleganti sfumature di spezie selvatiche, violette, pepe nero ed erbe balsamiche. Al palato è morbido, strutturato, fresco, sapido e persistente. Non a caso abbiamo utilizzato questo prodotto come copertina di questo articolo, perché il più coinvolgente che abbiamo degustato di questa cantina…fin ora! Chiuro una storia Nera è solo per il nome della cantina, in realtà è una storia di: colore, qualità ed innovazione. A cura di Elisa Pesco 
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