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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

Progetto Hackathon - Master Wine Hospitality Manager 4-5-6 Aprile 2022 Arrow Right Top Bg

15 Marzo, 2022

Masterclass per i wine hospitality manager: Hackathon

Hackathon – una Masterclass esclusiva per i wine hospitality manager di domani Progetto Ospitalità di domani, prospettiva giovanile per un futuro di alto livello Carissimi, questa settimana desidero parlarvi di un progetto che arriva ad inizio aprile al suo compimento: Hackathon – una Masterclass esclusiva per i wine hospitality manager di domani, che si terrà il 4-5-6 aprile in Veneto. Ciascuno di noi ama non solo trovare una cantina con grandi vini, in un paesaggio unico come solo l’Italia può riservare, ma anche essere accolto con la professionalità e la conoscenza del prodotto e del territorio che possono fare la differenza. Ora faremo un passo in più! Il progetto nasce da un’idea di WineHo Wine Hospitality con Teging Italia sotto il “cappello” di ETI Enoturismo Italiano, sulla base dell’esigenza di creare dei wine hospitality manager con profonde competenze. Da sempre cerco di essere fonte di ispirazione trasferendo ai miei studenti la “Visione” di un mondo ormai nuovo, con esigenze diverse, stimoli innovativi e cantine sempre più alla ricerca di nuove leve con idee stimolanti e vincenti. I 7 studenti selezionati diventano dunque stake holder per dare una risposta concreta da una prospettive giovanile a progetti che sono già in atto nelle cantine prescelte: Monte Zovo, F.lli Zeni, Santa Maria Valverde. Da ormai circa 5 anni insegno al CUOA business school, oltre che in diverse istituzioni superiori per il Turismo (ITS) di diverse regioni italiane: Veneto, Lombardia, Puglia, Umbria, Toscana; molti sono gli studenti che ho avuto il piacere di formare e dopo anni di studio e messa in pratica è giunto il momento per alcuni di loro di diventare protagonisti, stake holders, decision makers. Tutto questo avverrà nel primissimo Hackaton che si svolgerà tra Lago di Garda e Valpolicella in cui gli studenti che ho avuto il piacere di formare in Veneto, Lombardia e Puglia incontreranno 3 cantine differenti per progettualità, ma accomunate dall’eccellenza: F.lli Zeni di Bardolino, Monte Zovo di Caprino Veronese e Santa Maria Valverde nel cuore della Valpolicella. Il nostro obiettivo non è solo portare conoscenze teoriche, ma competenze concrete e dare la possibilità alle cantine di disporre della prospettiva giovane a progetti e tematiche concrete. Quindi, non solo operatori, ma nuove fucine di idee per un target che le nostre cantine hanno ancora difficoltà a raggiungere: i giovani. Alla fine dell’Hackhaton di 3 giorni le cantine avranno un progetto concreto a loro mani e per coloro che dopo verranno come ospiti ci sarà la possibilità di vivere un’esperienza targetizzata sulle loro esigenze e desideri. In futuro il progetto si estenderà dalle 3 regioni iniziali e potrà coinvolgere tutti gli studenti formati sulla Wine&Food Hospitality in tutta Italia e dare risposte concrete da una prospettiva giovanile competente alle cantine e/o produttori Food. Vi lascio con il nostro motto di sempre: “Be a Wine HOSPItalian”! A presto per nuove avventure nel mondo del vino e del turismo! Cristina A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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13 Marzo, 2022

L'ultimo manzo all'olio è sempre il migliore

Dove prima si rappresenta la cifra dell’apprezzatore seriale (della miglior specie, ci mancherebbe) prendendo a pretesto le teorie del sociologo Richard Sennett e se ne esemplifica poi la fenomenologia attraverso la descrizione di un menù presso una trattoria che il Magnosolo sceglie e risceglie per i propri pranzetti in Franciacorta ormai da più di un anno, una volta al mese, 9 mesi l’anno. Il manzo all’olio recentemente assaggiato, quello dell’ultima volta è stato il migliore (ultimo manzo all’olio sempre il migliore, si diceva), ma è stato così anche la volta prima, e quella prima ancora. Ed è tutto il menù a meritarsi la seriale preferenza del nostro fotoassaggiatore. L’apprezzatore seriale, uomo artigiano alla Sennett
L’Uomo Artigiano, il libro di Sennett (ed it.Feltrinelli, 2008) ha a che fare con la maestria tecnica nella cultura materiale, l’arte di fabbricare bene le cose. Il desiderio – impulso umano fondamentale – di svolgere bene il proprio lavoro per se stesso, assieme agli ostacoli che incontra, economici e sociali. Il libro si concentra sul nesso tra la mano e la testa, sul dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero, sull’acquisizione di abitudini a sostegno della propria attività – abitudini che creano un moto vagamente oscillatorio tra soluzione e l’individuazione dei problemi. Tutta questa disciplina trova inconscio omaggio ed esercizio nell’apprezzatore seriale, che torna e torna ancora ad assaggiare lo stesso piatto, lo stesso vino, ogni volta convinto di avvicinarsi alla verità, al messaggio ultimo in esso contenuto, eppur convinto di non coglierlo mai appieno. Conoscitore quindi solo asintotico, ma non per questo rattristato: in fondo ancora una volta Itaca ha dato il bel viaggio, cos’altro ci si sarebbe dovuti aspettare? Ora, che questa maestria tecnica della cultura materiale si trovi meglio nello chef, nel vignaiolo che nell’apprezzatore seriale dei di loro piatti e vini è quasi un truismo… insomma ci mancherebbe altro. L’apprezzatore seriale vive di suggestioni prodotte dal poietès, appunto: ma le esercita di par suo allo stesso, medesimo modo – solo un livello di astrazione sopra (o sotto, dipende da dove guardate). Ma adesso la teoria è già abbastanza, zu den sachen selbst: è il momento di tornare alla Trattoria del Gallo, nel centro di Rovato, capoluogo della Franciacorta, provincia di Brescia. Obiettivo Manzo all’olio, once again. Il serbatoio dell’acqua e la comodità del parcheggio del mercato. Arrivare a Rovato è piuttosto semplice, basta non sbagliare il casello dell’Autostrada A4: c’è scritto “ROVATO”, più di così… Per chi, venendo da Ovest, si fa un giro in una qualche cantina della Franciacorta storica, giusto prima di pranzo, la statale che passa per Erbusco, porta giusto a Rovato. ROVATO, SERBATOIO DELL’ACQUEDOTTO Quasi al centro del paese, come riferimento si tiene il serbatoio dell’acquedotto, anche questo difficile da non vedere; il parcheggio del mercato è nelle vicinanze, grande a sufficienza – posso assicurarlo, e con la stazione dei vigili urbani a ulteriore sicurezza. Qualche gradino, due passi per poche centinaja di metri e sei subito in trattoria. Scelte da menù, ritualizzate TRATTORIA DEL GALLO, INSEGNA A questo punto, preso il tavolo e vista la carta, scatta il serialismo, e merita una qualche spiegazione: io/noi/Magnosolo si viene in Franciacorta non più di una volta al mese, e da un mese con l’altro svanisce il ricordo de frammento di un brandello del profumo… ehi ma questa è altra canzone. Il ricordo, dicevo, si tramuta in saudade di sfumature di manzo all’olio. Nella pratica, si finisce sempre per ordinare le stesse cose – e con piena soddisfazione nella reiterata preferenza, nell’eterno (beh, forse qui un po’ si esagera) ritorno. Si prende atto dell’intera proposta, la si valuta con ponderata assennatezza, si finisce per ordinare le animelle arrostite come antipasto. ANIMELLE ARROSTITE A seguire i casoncelli bresciani, poi il manzo all’olio (di Rovato, indovinate un po’), la torta al cioccolato per finire. Ecco, magari un pajo di volte si è cambiato il dolce, e forse una volta gli antipasti, ma casoncelli e manzo all’olio… #whatelse? E chi presta servizio, ormai abituato alla richiesta del bicchiere di complemento per farne improvvisata base di abat-jour da tavolo dove porvi una qualche luce che illumini bene i piatti. Perché, signori, il sipario si sta per alzare su casoncelli e manzo all’olio del Gallo, e non è spettacolo che meriti minor attenzione: chi presta servizio già conosce come andrà a finire la comanda. Al maitre, piuttosto, al maitre proporre l’accostamento con qualche bel calice di Franciacorta, che, com’è noto, è indicato proprio a tutto pasto. Festival del Franciacorta, tutto l’anno IL SOMMELIER VERSA IL FRANCIACORTA Ritualizzata la comanda, anche la proposta vini si presta a felici suggestioni: è nota la cantina del Gallo come rappresentazione piuttosto esaustiva della Franciacorta (intesa qui nei suoi vini, come DOCG), benedetta l’iniziativa di proporre etichette di una singola cantina come evento settimanale di richiamo e riferimento per la scelta. Di solito quindi si concorda sul Franciacorta della settimana, a calici, ed è come un altro festival, solo che dura tutto praticamente tutto l’anno. Questa volta però, la stagione non è ancora iniziata, una e una sola bottiglia: cantina Monte Alto, Extra Brut. FRANCIACORTA MONTE ALTO EXTRA BRUT Lo scorso anno visitammo il produttore, la sua vigna vista lago d’Iseo – col quell’appezzamento vocato al Pinot in via di reimpianto e con tutti i ragionamenti e speranze del caso, la sua cantina sotto casa e ne assaggiammo non solo i Franciacorta ma anche i vini fermi: torneremo. Intanto viene sempre bello riassaggiarne accanto ai piatti della tradizione locale. Casoncelli bresciani Il casoncello bresciano è sottile nella pasta, esuberante nel ripieno ed esplosivo al palato: appropriato quindi ammansirlo servendolo irrorato di burro poco arrostito e con poco grana padano. La forma a caramella è elegante, quasi sciantosa, il piatto (bianco, mi raccomando) attira fin dalla vista per la nuance sul chiaro, il profumo ammalia. CASONCELLI BRESCIANI, DETTAGLIO Se ti distrai un attimo, manco t’accorgi d’averlo finito (non è vero, ogni singolo tortello proprio non passa inosservato, li conti quanti te ne rimangono e procedi quasi a malincuore – per fortuna prendo tempo facendo qualche foto – eppure alla fine del piatto ti renderai conto di come la porzione fosse tale, non un assaggio, e porzione per normomangiatori d’appetito in buona vena). Non sempre sempre lasciano la stessa impressione: sono tortelli di razza e qualche rara volta pare fingano di non riconoscerti. Questo è il bello dell’apprezzamento seriale: a te ricomporli nel loro genere, coglierne sia l’essenza che l’eventuale sfumatura di giornata. Manzo all’olio, manzo cotto (anche) nell’olio La ricetta è ancora di quelle povere, la parte del manzo consigliata è il cosiddetto cappello del prete – un taglio che si usa anche nel lesso, prevede tra l’altro anche le acciughe ed è attestata dal ‘500. Si vede che per allora una certa rotta commerciale, a partire dal mare, che portava in Franciacorta le acciughe si era ben stabilita. La carne viene, almeno qui dal Gallo, presentata tagliata in congruo spessore, col suo sugo e servita con polenta e spinaci saltati nel burro e spolverati di grana padano. ManZO ALL’OLIO DI ROVATO, TENERISSIMO Si taglia già con la forchetta, in bocca è una delizia. Due le artigiane vocate al manzo all’olio in servizio presso la Trattoria del Gallo, e dalla loro opera ogni volta emerge sempre il bisogno di tornare una prossima. Quella golosissima torta al cioccolato Spazio per il dolcetto? La torta di cioccolato senza farina: detta così è quasi sminuirla, va assaggiata. Ripeto, va proprio assaggiata. TORTA AL CIOCCOLATO, SENZA FARINA Omaggio all’artigiano in cucina e alle virtù del Franciacorta Il menù casoncelli e manzo all’olio, scelto, riscelto e strascelto in questi mesi continua a figurarsi cagion sufficiente per pranzettare da queste parti: ancora non ha smesso di raccontare ogni volta qualcosa di nuovo, ovvero di farsi occasione di nuove narrazioni Lo spumante metodo Franciacorta, nelle etichette poco o non dosate e comunque a basso tenore di residuo zuccherino, ne resta esaltato da un lato, si fa degno alfiere dall’altro – ciascuna etichetta a modo suo. Non è poi facile preferirne una in questo contesto – laddove assaggiata da sola ognuna si fa preferire in qualche aspetto. TRATTORIA DEL GALLO, INTERNO Alla prossima fotocenetta, sempre a cura del vostro cialtrosaccente consapevole @magnosolo. p.s.: …a te ricomporli nel loro genere, coglierne sia l’essenza che l’eventuale sfumatura di giornata. Un topos: ci torneremo su. p.p.s.: quando il nerd un cicinìn s’indigna. Come far contento il SEO? basta ripetersi pedissequamente: l’ultimo manzo all’olio è sempre il migliore, l’ultimo manzo all’olio è sempre il migliore, l’ultimo manzo all’olio è sempre il migliore, l’ultimo manzo all’olio è sempre il migliore, l’ultimo manzo all’olio è sempre il migliore.
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12 Marzo, 2022

Hosteria Pamphili, Roma

Hosteria Pamphili a tavola Mi è capitato a dicembre scorso, di ritorno da una degustazione tenutasi a Frosinone, di fermarmi due giorni a Roma per incontrare amici. Volendo passare il primo pomeriggio in giro decido di andare in zona Parco Villa Doria Pamphili,  uno straordinario parco situato nel quartiere Monteverde – Gianicolense, ad ovest del Centro Storico di Roma. Con isuoi 181 ettari è una delle aree verdi più grandi della città, ed offre al visitatore un ricco insieme di bellezze architettoniche e paesaggistiche formatesi a partire dal Seicento, con gli edifici della villa barocca ampliata e arricchita nel secoli successivi (lo Chalet Svizzero, la Cascina Floridi, il Casino del Bel Respiro, la Villa Vecchia, il Casale dei Cedrati, la Cappella Doria Pamphilj, numerose fontane monumentali e gli splendidi giardini) ma anche vestigia della grandezza della Roma antica (l’Acquedotto Traiano Paolo) . E per godere di questo tempo libero cerco un posticino per il pranzo nei pressi dell’ingresso al Parco. La Scelta Cellulare alla mano, inciampo e poi prenoto un tavolo per due all’Hosteria Pamphili, grande presentazione, menù curioso… Arrivati a destinazione con un po’ di anticipo vaghiamo per qualche minuto intorno al ristorante, che da fuori non ha certo l’appeal che trasmette il sito del locale. Penso ad una “fregatura”: possibile che in un locale così piccolo e dall’aspetto provvisorio si possano fare le esperienze culinarie, anche semplici ma indimenticabili? Bhe, ogni delusione passa poco dopo esserci accomodati: un po’ di freddezza e sospetto da parte nostra, un po’ di freddezza e perplessità da parte di chi ci ha accolto. Normale, ci sta. Ci si deve annusare, conoscere, si deve capire dove si è arrivati e chi fa ristorazione cerca di capire con che tipo di cliente avrà a che fare. Il menù ci ha entusiasmato subito, e anche la breve ma significativa lista vini ci ha colpito piacevolmente. Nonostante la location semplice, quasi nascosta e defilata, ecco arrivare creazioni che si presentano benissimo: avvolgono con profumi che scatenano salivazione immediata, parlano da soli, comunicano immediatamente, anche nel loro impiattamento, la voglia di regalare, a chi giunge  all’Hostaria, dei mix di ingredienti così inaspettati da scaldare il cuore in pochi secondi. Chef Simone Turnaturi, Roma classe 1992  Non abbiamo avuto occasione di chiacchierare con lui, ma sicuramente i suoi piatti coniugano sapientemente pesce, verdure, frutta fresca e secca, erbe e fiori, e partono da ingredienti di grande qualità, si sublimano in consistenze e preparazioni che sorprendono il palato ad ogni boccone. Vuole che i suoi piatti siano opere d’arte. Sicuramente siamo sulla strada giusta, e vorresti che il cammino non finisse mai! Pasta fatta a mano, e si sente nello spessore, pane fatto in casa, e si sente dal sapore. L’amore però è scattato al primo assaggio, al primo boccone. Non ci siamo fatti mancare nulla, e non ci è mancato nulla, nemmeno il saluto dalla cucina, come nei migliori ristoranti. Mise en place esteticamente perfetta, un servizio attento che non ha fatto mancare alcuna informazione sui piatti, un’elegante semplicità che ci ha messo in fretta a nostro agio. Piatti belli, saporiti, con accoppiamenti di ingredienti e consistenze di diversi mondi, culture, in un mix creativo di grande lungimiranza, da fare invidia ad uno stellato. Ecco le nostre scelte dal menù invernale, vi raccontiamo il menù da noi provato ma ora superato, affinché possiate cogliere i sapori grazie ai quali le nostre papille gustative hanno fatto festa, anzi hanno partecipato ad un rave da sballo: Capasanta d’autunno: castagne porcini nocciole topinambur e tartufo Ostrica dello chef: uva fragola tartufo e rosmarino Cappelletto di zucca: Baccala’ mantecato, zucca affumicata, salicornia e mandorle Le fettuccine: fondo di radici frutti di bosco noci gambero rosso  Ricciola affumicata: melograno al bbq e mela verde Tataki di tonno rosso: canapa maionese alle erbe e limone   Montblanc, basta guardare la foto. Grande esperienza ad ogni portata, un crescendo che si è concluso con un arrivederci di sicuro effetto: un pacchettino con due biscotti fatti in cucina, chiuso dal biglietto da visita del ristorante Hosteria Pamphili Meraviglia delle meraviglie.      Ci auguriamo che questo piccolo angolo di benessere enogastronomico abbia la fortuna che si merita: non deve essere facilissimo puntare così in alto nei piatti in un luogo della città che definirei defilato, probabilmente più movimentato con la bella stagione ma sicuramente un posto in cui non si arriva per caso. Punti di forza: piatti davvero originali – Rapporto qualità prezzo correttissimo Punti di debolezza: un po’ freddo l’ambiente in cui abbiamo pranzato, almeno all’inizio. Si tratta di un dehors chiuso al meglio possibile ma comunque in cui mantenere la temperatura non è semplicissimo. Su richiesta comunque la temperatura è stata alzata:-) The Ghost Writer  15745|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/Villa-Pamphilji-150×150.jpeg,15744|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/tonno-150×150.jpeg,15743|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/ricciola-150×150.jpeg,15742|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/Ravioli-150×150.jpeg,15741|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/Principe-Pallavicini-malvasia-puntinata-2-150×150.jpeg,15740|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/ostrica-2-150×150.jpeg,15739|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/Montblanc-1-e1646944013561-150×150.jpeg,15738|https://winetalesmagazine.com/wp-content/uploads/2022/02/le-fettuccine-150×150.jpeg
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11 Marzo, 2022

Impara l'arte e mettila da parte

Impara l’arte e mettila da parte, recita un vecchio proverbio e siamo d’accordo…”ma ci vuole anche chi te la insegna!” dico io! E dopo averla imparata qualcuno che ti aiuti a metterla in pratica. Questo è stato il primo pensiero che mi è venuto in mente quando ho visitato questa realtà. Faccio un piccolo passo indietro… La pandemia con le sue restrizioni mi ha “regalato” tempo e curiosità per esplorare il territorio della mia regione e cioè l’Emilia Romagna. Attratta, devo essere sincera, dalla bellezza delle etichette, un giorno ho prenotato una visita alla Cantina Bergianti che si trova a Carpi e che fa parte dell’Azienda Agricola Terrevive. Fin dal principio l’Azienda ha adottato il metodo Biodinamico convinta che il rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il benessere dell’uomo siano alla base di un’agricoltura sostenibile. 2013 la prima annata di produzione. La cura del prodotto avviene già in vigna dove vengono utilizzate tecniche come il sovescio e l’utilizzo di preparati biodinamici. L’intento è portare in cantina uve sane affinché non si debba intervenire in nessun modo sui processi naturali di evoluzione. Non si usano lieviti selezionati o filtrazioni, e qui “l’enologo è visto un pò come un medico di base: siamo tutti contenti che ci sia, ma lo chiamiamo raramente”. Insomma si fa prevenzione! Vengono prodotti prevalentemente lambruschi metodo classico e rifermentati poiché la zona è fortemente vocata al Sorbara e Salamino, oltre a due bianchi fermi prodotti con Malvasia, Moscato, Trebbiano di Modena e Grechetto gentile. Incontro Gianluca che con entusiasmo e pazienza mi racconta anche di un sogno che va molto al di là della produzione enologica e di un bel prodotto. E’ lui infatti l’ideatore della cooperativa che si occupa di progetti di formazione (“insegna l’arte”) ed inserimento lavorativo (e mettila in pratica) per persone svantaggiate, con la finalità di promuovere e diffondere un’ agricoltura sociale. Oggi sono 6 le persone inviate dai servizi sociali del territorio in Azienda. “L’idea ci è venuta dopo 4 anni di attività con persone svantaggiate vedendo che con il tempo acquisivano una buona autonomia di campo nelle operazioni in vigna. La cosa bella e stimolante per loro è che hanno la possibilità di seguire per intero un processo produttivo, dalla potatura fino alla vendemmia” mi ha raccontato Gianluca. I ragazzi vendemmiano tutti insieme e rigorosamente a mano e sono fiera di avere in minima parte partecipato anche io alla raccolta. Ho potuto vedere da vicino l’impegno e la passione di questo gruppo diventato ormai una famiglia e di come ci si aiuti, e ci si sostenga reciprocamente in queste giornate di fatica e condivisione stretta del tempo. E siccome sono una romantica convinta e credo che il bene porti al bene, nel frattempo con il passa parola si è fatta avanti anche Ecor Natura che con la Fondazione Prosolidar di Modena sta finanziando tutti i loro progetti. Le etichette e le botti in cemento sono state realizzate da artisti locali a cui è stata data libertà assoluta di rappresentazione con la raccomandazione di farsi ispirare dalle sole emozioni che il vino assegnato avrebbero suscitato. Un’ultima curiosità: in azienda viene amorevolmente custodita una vigna di 60 anni circa, considerata un museo. Un tradizionale tendone chiamato Bellussi, ad oggi rimane l’unica forma di allevamento di pianura che rientra nella definizione di viticoltura eroica. Oggi sono una rarità nel nostro territorio, tanto da essere considerati dei vigneti museo. A cura di Claudia Riva    “The Voice of Blogger” è una rubrica di Winetales Magazine coordinata da Stefano Franzoni
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10 Marzo, 2022

Si scrive вино si legge Vino...sia in Russo sia in Ucraino

Si scrive вино, si legge Vino. Sia in russo sia in ucraino. Il vino è unione, costruzione, fratellanza. Come insegna il Vino della Pace: una bella storia di pacifismo enoico. Philippe Daverio diceva che il vino è il vero elemento unificatore dell’Europa, dal momento che l’unica parola con radice linguistica comune tra i vari Paesi è proprio VINO: Wine, Wein, Vin, Vinho, Wijn e, appunto вино. Ecco perché è giusto e bello affidare a una bottiglia di vino un messaggio di pace, in un momento tragico in cui assurdi venti di guerra soffiano da est verso Europa. A dire il vero è un messaggio universale, valido a qualsiasi latitudine, perché il vino è una delle migliori espressioni dello spirito e dell’abilità del genere umano: è sforzo collettivo, cura, sacrificio, armonia, piacere, cultura. L’esatto opposto della guerra, insomma. Lo sanno bene in Friuli, nel goriziano non a caso terra di confine, dove nel 1983 nasce la Vigna del Mondo. Si tratta di un progetto di fratellanza umana, amorevolmente custodito dai soci della Cantina Produttori Cormòns, che hanno messo a dimora centinaia e centinaia di vitigni provenienti da ogni continente: oggi è una delle più belle collezioni varietali del mondo intero, (comprensiva di oltre 800 varietà da 60 Paesi). Nel 1985 la prima vendemmia, da cui origina il Vino della Pace, un bianco che definire multivarietale è a dir poco riduttivo. L’etichetta recita: “Un vino simbolo e portatore di Pace. Lo compongono, con armonia, i vitigni dei cinque Continenti pazientemente raccolti in un vigneto che, unico al Mondo, rappresenta non solo la fiducia, ma unisce, nel vino, tutte le esperienze e conferma la solidarietà di questa epoca”. Le prime bottiglie il 9 aprile del 1986 vengono inviate come messaggio di pace a numerosi Capi di Stato civili e religiosi. Il messaggio è potenziato dall’immediatezza e dalla forza comunicativa dell’arte, visto che le tre etichette d’esordio sono firmate da nomi di fama internazionale quali Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj, Zoran Music. Da quel momento, ogni anno il miracolo di unire pace, arte e vino ai massimi livelli si arricchisce di testimonial (e destinatari, papi compresi) d’eccezione. Le etichette delle annate successive sono create da artisti di assoluto rilievo, tra cui Minguzzi, Fiume, Consagra, Manzù, Sassu, Fini, Vedova, Botero, Rauschenberg, Pistoletto, Spoerri, Treccani, Isgrò, Mitoraj, Nespolo, Tadini, Ceroli. Anche Dario Fo e Yoko Ono illustrano il loro messaggio di pace, contribuendo ad arricchire una galleria d’arte sui generis in cui le bottiglie-opere diventano presto oggetti da collezionismo. Forse anche per non disperdere lo spirito simbolico iniziale, la produzione subisce una battuta d’arresto, per riprendere nel 2017 (l’etichetta è dello stilista Roberto Capucci) con un assemblaggio di varietà autoctone e il supporto a progetti solidali di prossimità territoriale. Non si può definire il Vino della Pace un vino di moda, anche se è assurto negli anni passati a fenomeno quasi di costume, ma certamente il messaggio di cui è portatore permane di una perenne attualità. Vorremmo che la pace, quella sì, fosse di moda, sempre e ovunque. Verrebbe da parafrasare il celebre invito pronunciato da Ronald Reagan a Berlino nel 1987 “Mr. Gorbachev, tear down this wall!”: Mr. Putin, drink this wine! A cura di Katrin Cosseta 
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Regno Unito UK Arrow Right Top Bg

9 Marzo, 2022

Mercato UK #Nonostantetutto 

Con questo articolo intendo fornire qualche spunto sul mercato del Regno Unito UK nel tentativo di decifrarne i recenti segnali e di interpretarne alcune nuove dinamiche operative. Diversi miei colleghi nella redazione di WineTales Magazine hanno utilizzato delle appropriate citazioni cinematografiche per introdurre o sostenere i propri pezzi. Trovo questo metodo calzante e funzionale. Ho quindi deciso di utilizzare anche io una citazione cinematografica per fornire una suggestione ai poliedrici fruitori del nostro Magazine.  Il film che ho scelto è: “Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi” lascio a voi lettori di InternazionalMENTE il divertente esercizio di associare i personaggi e le vicende del film ai vari soggetti e alle diverse situazioni della recente scena Inglese, soprattutto nell’ambito del commercio e delle relazioni internazionali. Il titolo del film ci è infatti sufficiente a introdurre un primo concetto molto importante.  A partire dal giugno 2016, momento in cui il “Sì” ha decretato l’esito referendario su Brexit, si sono susseguiti una serie di eventi che hanno contribuito a mettere in crisi il cosiddetto “Sistema Paese Britannico”. Cito solamente i più significativi: l’inaspettato esito del referendum su Brexit, la complicata gestione degli 11 mesi del “Periodo di Transizione”, le difficoltà nel preparare gli attori economici inglesi ai cambi operativi per la gestione del proprio “everyday business”, lo scoppio della pandemia globale di Covid-19 nelle sue diverse ondate e in ultimo le recentissime e dirompenti  evoluzioni geo-politiche. Solo la metà di questi fattori potrebbero garantire materiale importante a un qualsiasi sceneggiatore di disaster movies. A questi fattori si aggiunge poi una difficoltà oggettiva ad avere dei dati attendibili che possano fedelmente rispecchiare gli andamenti reali dei flussi commerciali tra EU e UK fornendo agli operatori economici degli strumenti validi su cui basare le proprie decisioni.  Diversi osservatori comparano i primi mesi del 2022 allo stesso periodo del 2018 considerandolo l’ultimo “anno normale” e consegnando di fatto il 2019 / 2020 all’oblio statistico. Altri registrano, giustamente, degli scostamenti dovuti a un riassetto delle dinamiche operative legate ai flussi logistici che restituiscono degli scenari, relativi alla performance del vino italiano in UK, meno brillanti di quanto non siano in realtà.  A seguito di questa “Serie di sfortunati eventi”, le certezze sono poche, ma ci sono. Tra le principali, la costanza della domanda relativa al vino e ai prodotti alimentari italiani. Altro elemento fondamentale è l’evoluzione della figura dell’importatore. Non solo come soggetto necessario per far arrivare il prodotto nel Paese, ma come “garante”, insieme ad un serio operatore logistico, della corretta applicazione della procedura di importazione. Sulla spinta di questi eventi traumatici, l’importatore evolve diventando sempre più un player non solo necessario ma funzionale a un sano e proficuo processo di internazionalizzazione nel Paese. Oltre a espletare le necessarie burocrazie, egli diventa fornitore di un servizio puntuale per garantire, anche a quei clienti che prima di Brexit riuscivano a importare in autonomia, consegne efficienti, disponibilità di stock e piani di rifornimento tarati sulle nuove tempistiche procedurali.  I piccoli Wine Merchants che lavoravano principalmente con groupage da varie cantine Italiane, hanno subito un aumento di costi e una complicazione burocratica non indifferente. Ecco quindi che in soccorso arrivano triangolazioni commerciali o nuovi corridoi logistici. A questo aggiungiamo il ritorno in auge dei magazzini in sospensione accisa, una logistica distributiva capillare, meglio se “Lean” e magari la possibilità di lavorare con un importatore che serva parallelamente il B2C e il B2B.  Il mercato del Regno Unito UK si conferma uno dei mercati principali per il nostro vino. Un mercato che resiste e si modifica #Nonostantetutto. Sono indubbiamente cambiate le regole del gioco. L’invito alle cantine italiane, soprattutto le medio piccole, è quello di studiare queste nuove regole, farle proprie e imparare a integrarle nel proprio modello di business, ma soprattutto di non smettere di giocare… A cura di Riccardo Rabuffi
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8 Marzo, 2022

La Sardegna e le chicche nascoste della Marmilla

Chiudete gli occhi e andiamo a Su’Entu per raccontarvi le chicche nascoste della Marmilla, vi porto in Sardegna più precisamente a Sanluri sulla direttrice che congiunge Cagliari ad Oristano. Poche regioni d’Italia e del Mondo possono regalare al tempo stesso una unità profonda di visione delle cose ed al contempo sfaccettature tanto differenti come la Sardegna. Ci troviamo in una terra forte, vigorosa, come le sue persone e le famiglie che da sempre la vivono traendo il meglio di cosa può offrire. Su’Entu, che signfica “il vento” in Sardo, è una realtà relativamente nuova se si guarda al fatto che i primi vitigni sono stati impiantati nel 2009, la prima vendemmia è del 2012 e i due vini iconici della cantina Su’aro e Su’diterra hanno visto la luce nel 2013. Tuttavia, la famiglia Pilloni che ha reso possibile tutto ciò ha profonde radici sarde e da generazioni il collegamento con la terra non si è mai perso. Oggi la cantina è guidata da Valeria, Roberta e Nicola Pilloni e grazie all’amore e alla professionalità dei proprietari e del team, oggi Su’entu produce ed esporta in tutto il mondo. I terreni calcareo argillosi della Marmilla su cui sorgono le vigne hanno richiesto un decennio di grande lavoro, ma la bellezza dei luoghi e il caratteristico vento che li accarezza sono stati un incentivo e una grande fonte di ispirazione. La cantina dispone di 80 ettari di superficie di cui attualmente 32 coltivati a vite, secondo un’agricoltura sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Le viti sono sia bianche sia rosse con, tra gli altri uvaggi, il Vermentino, il Nasco, il Bovale ed il Cannonau. Oggi la cantina relizza bianchi, rosati, rossi e bollicine, personalmente suggerisco di non andare via da Su’Entu senza prima aver degustato il Su’diterra. A proposito di visite e degustazioni, ritengo che Su’Entu sia una meta che ben rispecchia lo spirito di Itinerari DiVini in quanto  la cantina stessa è stata progettata per accogliere i visitatori e guidarli in un viaggio attraverso la genesi dei vini, i sapori e le tradizioni della terra di Marmilla. In particolare 4 percorsi di degustazione sono offerti al cliente così che possa valutare quanto tempo può dedicare a questo piacere e cosa desidera approfondire. Infine, la cantina è anche strutturata per ospitare eventi e cene. Credo davvero che con l’avvicinarsi della S. Pasqua una tappa in Sardegna possa essere un qualcosa di unico e quindi, Vi Aspetto! Cristina   A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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6 Marzo, 2022

Cichéti in Alta Brianza

Cichéti e piccola cucina: dove si descrive la proposta per una cena d’arguta, diversamente ignorante soddisfazione a cura di una trattoria alquanto nascosta nell’Alta Brianza (comasca) attraverso un pajo d’occhiali rossi presi a prestito da quell’antico precettore di Alessandro il Macedone… come si chiamava? Ecco, sì, Aristotele. POLENTINA E GRàS PISTàA Le quattro cause, ipse dixit Prendiamola così, alla lontana: all’inizio della sua Nuova Storia della Filosofia Occidentale, Sir Anthony Kenny invoca nientemeno che l’uber-filosofo dell’antichità Aristotele a sua volta in veste di storico della filosofia, attraverso la di lui teoria delle quattro cause. Lo stagirita, infatti, riteneva l’indagine scientifica avesse a che fare soprattutto con le cause per le quali le cose accadono, e che queste cause fossero poi di (soli) quattro tipi: la causa materiale, la causa efficiente, la causa formale e la causa finale. Ipse dixit, l’ha detto lui. Che Aristotele intendesse catalogare i filosofi venuti prima di lui a suoi utili gregari intestandoli a una delle prime tre cause e di vincere la volata per la corsa riservandosi il diritto di definirsi campione della quarta e per lui definitiva causa finale è cosa che assai poco interessa, in fondo la storia della filosofia non sarà poi avara di sistematizzatori che si porranno a termine ultimo e all’apparenza insuperabile dello sviluppo del pensiero… vabbé: torniamo alle cause. SALSICCIA COTTA NEL BARBERA Quattro cause al ristorante Il Kenny, non riesco a ben realizzare quanto serio o ironico nel caso – ma immagino si sia divertito un bel po’ a scriverne – il Kenny, dicevo, per fortuna ci spiega cosa s’intenda per tipo di causa con un esempio finalmente in tema. Lo riporto così come l’ho trovato: la sua chiarezza e cogenza restano insuperabili, metto solo qualche mia parola tra parentesi. Per chiarire, sia pure un po’ rozzamente (che diamine, siamo pur sempre in un testo di filosofia), che cosa Aristotele avesse in mente in proposito (delle cause), pensiamo a quanto segue: quando Alfredo cucina un risotto, le cause materiali del risotto sono gli ingredianti che occorrono nella preparazione, la causa efficiente è il cuoco stesso (Alfredo), la ricetta è la causa formale, e la soddisfazione del cliente del suo ristorante è la causa finale. Analisi “scientifica” della cenetta His fretus, ora si tratta solo di applicare questo modello di riferimento al prossimo pranzetto, o alla prossima cenetta: che l’indagine possa dirsi scientifica è piuttosto in quel senso già così ben intuito e poeticamente descritto da Francesco Guccini nella sua divertentissima I Fichi: La canzone, vi sarete resi conto che è di grande serietà e di grande impegno. È una canzone scientifico-morale e in questa strofa io vado a spiegare le prove scientifiche della beneficità del fico per gli esseri umani.
Eccoci quindi alla Trattoria San Biagio (Sàn Biàs), di Parzano, frazione di Orsenigo, provincia di Como (Brianza comasca). Per arrivarci prendi la ex stada provinciale che da Arosio porta a Canzo e confida nel tuo navigatore GPS: un paio di cartelli che la menzionano vi sono, ma solo quasi in vista del traguardo. La sala del bar, la due salette interne, la veranda quando fa bello: i tavoli non sono poi molti. Il mio preferito è all’ingresso sulla sinistra, quando non ne faccio uso, ve lo concedo davvero volentieri. L’arredo è da fine anni 70, dove Reagan e la Thatcher qui non sono mai visti, e forse non sono mai nemmeno esistiti e di certo la decadente stagione dei bimbiminkia non è mai cominciata. Il piano della trattoria Conducono le danze lo chef Danilo ai fornelli e Anita, la padrona di casa. Per chi, e con una certa ragione, abbia a temere un certo registro virato sull’algido dell’ospitalità altobrianzola… si rassicuri: qui vige un benevolo medèn àgan, giusto mezzo – fin dall’impronta solerti e affettuosi, sempre astenuti dal piacioneggiare. L’attenzione della trattoria è da lungi orientata al farsi conoscere attraverso le proprie opere: in tempi non sospetti, l’iniziativa del Giovedì Pop (poi della Serata Pop) permetteva – si confida prima o poi vederla riproposta – di fare felici incursioni verso cucine vuoi di tradizione locale, vuoi da culture forestiere nel formato essenziale piatto più bicchiere di serata, con la carta sempre disponibile. Prerequisito soddisfatto la fantasia e l’applicazione dello chef, in grado di spaziare tra i generi sempre conservando nel piatto l’impronta della sua educatissima mano: non ne sbaglia una. LAVAGNA DEI CICHéTI E DEI PIATTI DI SERATA Lo spirito del tempo è però il tentativo di ritorno a una nuova normalità postpandemica, dove i timori nell’uscir di casa sono ancora parecchi: la soluzione proposta è quella del piattino che invoglia: benvenuti quindi i cichéti (gli stuzzichini celebri nelle osterie popolari di Venezia, i bàcari) benvenuta la piccola cucina (carta ridotta a pochi piatti), spazio al bicchier di vino, alle chiacchiere consolatorie da scampato pericolo. I cichéti di serata e Franciacorta Alla lavagna la disponibilità della serata, sul foglio di carta la lista vini. Da consumato rulebreaker (fa più figo di rompiscatole), quasi abusando della pazienza della casa, ho chiesto cortesemente l’applicazione del diritto di tappo: con benevolenza, appunto, tale consuetudine non mi è stata negata. Pregustando i cichéti mi sono portato dietro un mio caro Franciacorta; si andava verso preparazioni gioiose, comunque ben studiate: ho scelto quindi un vino biologico, senza solfiti aggiunti, garrulo, impegnativo quanto basta. Etichetta Simbiotico, cantina Villa Crespia. È andata benissimo. FRANCIACORTA SIMBIOTICO BIO, VILLA CRESPIA Dei chichèti, è la volta delle sarde in saòr, della polentina con gràs pistàa, delle salsiccette cotte nel barbera, della testina di vitella: ricca la jam session, pregna di sapori decisi e ben educati, ai quali il Simbiotico suggerisce un’armonizzazione seconda, da sperimentare direttamente sul palato. TESTINA DI VITELLA Dolcetto e vino passito Per dolce, poi, due biscotti di pan meino (cifra del minimalismo pasticcero lombardo, da provare e da provare a fare in casa) con un bicchiere di passito: in trattoria hanno ancora una bottiglia di Càlido, il passito da moscato rosso della brianzolissima (lecchese) Azienda Agricola La Costa. PASSITO CàLIDO, La COSTA Ah, però: dal produttore è dato per esaurito (dichiarava comunque 900 bottiglie da 0.375 lt, meno di 350 litri in tutto) – godiamocelo adesso, in attesa del prossimo nuovo imbottigliamento. L’accostamento (e tè dài) è di quelli giusti. BISCOTTI DI PAN MEINO In sintesi: abbiamo delle materie prime di qualità, lo chef dalla mano fatata, alcune delle meglio proustiane ricette della tradizione e infine dalla cenetta se ne esce rallegrati, contenti e soddisfatti. A voler di più, si rischia d’irritare il dio. Alla prossima fotocenetta, sempre a cura del vostro cialtrosaccente consapevole @magnosolo. p.s.: in un post di @magnosolo ricordarsi di Alessandro Magno fa quasi cliché. p.p.s.: quando il nerd un cicinìn s’indigna. Come far contento il SEO? basta ripetersi pedissequamente: Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza. Se allunghi il testo devi ripeterti once more: Cichéti in Alta Brianza. La decadenza continua.
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2 Marzo, 2022

Un Feudo ricco di storia e magia

Carissimi lettori di itinerari divini oggi desidero portarvi in Sicilia in un Feudo ricco di storia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto. La primavera è alle porte e con essa è giusto cominciare a pensare alle prossime vacanze, siano esse lunghe oppure fatte di una “scappata” di qualche giorno da trascorrere in concomitanza delle festività Pasquali o di Aprile/Maggio. Al proposito oggi desidero portarvi in Sicilia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto. I Feudi del Pisciotto sono una fantastica congiunzione di passato e modernità, ricca di coccole che rappresentano il vero lusso. Questo wine relais sorge nel Val di Noto, una posizione unica per scoprire e godere delle bellezze della Sicilia sud-orientale. Mare, città d’arte, siti archeologici, tutto raggiungibile in macchina attraverso un paesaggio che racconta lo spirito più autentico della Sicilia. Ricavato dal restauro di un antico baglio del 1700, Feudi del Pisciotto si sviluppa all’interno di una tenuta di circa 150 ettari complessivi, dove il passato e le tradizioni sposano il presente e il comfort, in un’armoniosa convivenza che rende speciale ogni spazio del wine resort in un Feudo ricco di storia. La struttura dispone di camere e suite ricavate nella parte abitabile dell’antico palmento, al quale oggi è stata collegata anche una moderna cantina capace di produrre vini che esaltano il terroir, perseguendo gli insegnamenti di Giacomo Tachis, enologo italiano di chiara fama. La struttura dispone anche di piscina con pool bar, ristorante, area benessere e una terrazza panoramica sul grande vigneto di oltre 44 ettari. Siamo nel cuore della DOCG Cerasuolo di Vittoria, dove si realizzano vini pluripremiati in tutto il mondo, come il Nero d’Avola Versace indicato da Wine Spectator fra i migliori 100 vini al mondo. Tra i vini dei Feudi, desidero in particolare portare la vostra attenzione sull’Eterno, pinot nero in purezza e Grand Vin della cantina, il simbolo della qualità dei progetti enologici di Feudi del Pisciotto e del suo impegno per il sociale. La cantina di Feudi del Pisciotto, infatti, coniuga il rispetto per la tradizione e la natura con le più moderne tecnologie producendo circa 400.000 bottiglie suddivise in 16 etichette. A Feudi del Pisciotto il matrimonio tra antico e moderno si celebra anche riprendendo l’antico processo di vinificazione che prevedeva la sola forza di gravità come strumento per la movimentazione del mosto. Infatti, le uve raccolte a mano in vigna, dopo ulteriore cernita e diraspatura, vengono fatte scivolare per forza di gravità nei tini in Cantina, risparmiando energia e limitando le emissioni di anidride carbonica ma soprattutto evitando il deterioramento della qualità della materia prima che invece si verificherebbe utilizzando le pompe enologiche per il movimento dell’uva. Le esperienze realizzabili ai Feudi del Pisciotto sono dunque molteplici e mi permetto di suggerirvi di andare sul sito di Feudi del Pisciotto e scegliere cosa più si addice al vostro desiderio. Vi aspetto in Val di Noto! A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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