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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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4 Settembre, 2021

La nuova frontiera del Saliturismo

Una giornata estiva dovrebbe essere sempre conclusa con un buon aperitivo, in un luogo suggestivo, dove il sole e l’ambiente circostante sono i protagonisti di tramonti indimenticabili. Siamo a Marsala, in Sicilia, e più precisamente nelle Saline Ettore Infersa, nel locale SEI- Mamma Caura. I proprietari, Caroline e Antonio, mi accompagnano durante una degustazione di Marsala vergine delle Cantine Florio e di pane cunzatu (e non solo…!)  tra la brezza marina e la vista dei mulini. Le saline Ettore Infersa oltre a rappresentare un luogo di produzione IGP per la raccolta a mano del sale, sono anche turismo, Caroline ci racconta del “Saliturismo”, la realizzazione di tour, diversi per ogni esigenza, per visitare e passeggiare tra i laboratori naturali, la visita al mulino o per trascorrere una giornata da Salinaio con stivali e pala in mano. Altri percorsi sono dedicati alla visita dell’Isola Lunga per una gita turistica nella riserva naturale, o ancora la chicca che aggiunge stupore ad un mondo non a tutti noto è la possibilità di soggiornare nel Salt Resort dell’Isola Lunga, una struttura dedicata al benessere ed al relax, in cui ritroviamo anche prodotti cosmetici a base di sale. Il nome Sei- Mamma Caura ha un significato ben preciso, il magma caldo, che si forma prima della precipitazione del sale ed è composto da solfati e carbonati creando un vero e proprio ecosistema naturale. Le vasche saline sono il laboratorio naturale, nelle quali è possibile osservare la cristallizzazione del sale ed il lavoro costante del Salinaio che sposta il prodotto finito da una vasca all’altra per poi prelevarlo definitivamente. I mulini a sei pale, parte suggestiva di questa fotografia, uno dei quali è illuminato anche la sera, peccato per gli altri, sono certa che anche questi ultimi brilleranno durante la notte prossimamente. Un’attenzione particolare al menù: i piatti sono stati studiati per ritrovare una sinergia costante tra i prodotti tipici della terra e del mare, focalizzando l’attenzione alla presenza del Fior di Sale e al Marsala: PANE CUNZATO con olio, sale marino, pomodoro, origano, acciughe e cacio cavallo; perfetto con un bicchiere di marsala vergine. RISOTTO “ROSA DI SALINA” con calamari, fumetto di pesce, profumi delle saline, salicornia e fior di sale; una sorpresa per il palato. COZZE SCOPPIATE AL MARSALA; esperienza stellare. Il Barman, Vito, si diverte inoltre a ideare cocktail a base di marsala e fior di sale per non lasciare nulla al caso. Il mio preferito è l’americano del salinaio, la cui presentazione ricorda i cumuli di sale con al di sotto le vasche di produzione (eccellete, provatelo!). Sei- Mamma Caura, si presenta solo all’esterno, in cui la parte ristorante è ben delineata per lasciare spazio alla calma dovuta che richiede una cena; mentre tavoli e sedie più alti propri di un aperitivo nella restante parte del terrazzo. Un’aiuola di aromi grande e ben pensate per design e profumi, che il barman nei suoi drink e lo chef in cucina utilizzano nelle loro creazioni. Un aspetto negativo di questo locale è la mancanza di uno spazio interno utilizzabile durante le stagioni più fredde, essendo una riserva naturale nulla è facilmente realizzabile. Prezzo: da 25 a 40 euro The Ghost Writer 
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2 Settembre, 2021

Il "Bosco dei Medici", il vigneto sacro

Produrre del vino sappiamo bene che sia un’arte, produrlo in certe zone lo è ancora di più. Il mio viaggio continua in Campania, insieme ai miei amici di #autoctonocampano per il press tour vesuviano. Arrivo in una caldissima giornata di agosto, nella cantina Bosco dei Medici, nel cuore di Pompei, non ci crederete ma a due passi dal Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario, proprio a ridosso degli scavi archeologici, iniziano delle bellissime vigne, che inglobano a tratti parti di resti archeologici. Proprio un paio di giorni prima della mia visita, è stata scoperta, effettuando dei lavori nel vigneto, una tomba particolarissima con una camera per l’inumazione in un periodo in cui nella città, i corpi venivano incenerati, una pratica simile alla cremazione dei nostri giorni, trovati dipinti alle pareti di piante verdi su uno sfondo blu, con il corpo del defunto parzialmente mummificato, notizia che è finita su tutti i giornali, vi lascio un approfondimento del ritrovamento qui Sembra incredibile passeggiare tra queste viti a piede franco, Piedirosso, la Falanghina e il Caprettone, tutti vitigni autoctoni, ormai ho perso il conto di quanti ce ne siano in Campania e ogni volta mi stupisco di quanti ce ne siano. Giuseppe il titolare della cantina racconta da cosa derivi il nome Caprettone, sono presenti diverse storie popolari, la più attendibile pare sia quella che dica che appunto il grappolo di questa vite assomigli alla barba di una capra e da qui il nome del vitigno. Nonostante la giornata torrida, non mi pesa passeggiare in vigna, poco prima di arrivare a Pompei, ho visitato con la guida Yuri Buono, noto esperto di cultura e storia del territorio, nonché di vino e l’enologo Vincenzo Mercurio, le vigne che sono fuori città proprio sulle pendici del Vesuvio, a Terzigno, su un bel terreno, scuro come la pece e fumante a tratti, dal gran caldo che fa, allevamento a pergola misto, perché una volta si piantava così, ci spiegano minuziosamente la storia, la vendemmia e la vinificazione, mi riparo sotto alle pergole da cui bramo un po’ d’ombra, proprio come fanno i grappoli stessi. Il nome della cantina e dell’omonimo resort che sorge in centro a Pompei, come da assonanza, deriva dalla famiglia nobile Toscana di Luigi De Medici di Ottajano, primo ministro del Regno di Napoli che nel 1567 aveva acquisito terreni affidando al nipote Giuseppe il compito di trasformarla in una zona vocata per la produzione di vini eccellenti in una zona dove già gli antichi greci, sfidarono la natura e piantarono le primi viti tanto da dare uve di alta qualità, tanto da essere decantati e celebrati da poeti e scrittori ai tempi degli antichi romani. La cantina è una meraviglia, come tutto il resto della struttura, curato nei minimi dettagli, dagli esterni, fino a dentro la bottaia, vi accomodiamo sotto un pergolato in una lunga tavolata, è giunta l’ora dopo tanto parlare e narrare di toccare con mano, anzi con bocca, i prodotti di questa magica ed esoterica terra, dal cibo al vino. I piatti sono cucinati deliziosamente con i loro prodotti, di alta qualità e soprattutto piatti che valorizzano la tradizione ed il territorio, iniziamo le danze con una verticale di diverse annate di Pompeii Bianco IGT Vesuviano in purezza, dove emerge tutta la sapidità del posto, erbe e agrumi e una nota persistente di idrocarburo. Chiudiamo il cerchio con altri vini di degustazione: Lavaflava Caprettone e Falanghina denominato Lacryma Christi. Lavarubra Piedirosso e Aglianico Lacryma Christi rosso DOC Pompeii Piedirosso rosso IGT Vesuviano Sotto quella pergola, si celebra la cultura, il convivio, ci scambiamo opinioni e considerazioni sui vini, ma soprattutto ci sentiamo uniti in uno dei riti più belli esistano, condividere la tavola. Bosco dei Medici è una cantina da visitare almeno una volta nella vita, ma se doveste fare il bis è anche meglio. A cura di Clara Maria Iachini 
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31 Agosto, 2021

Château Sainte-Roseline, il vino e le rose

Situato in una posizione ideale a Les Arcs-Sur-Argens (30 minuti da Saint-Tropez, Cannes e dalle Gorges du Verdon), Château Sainte-Roseline è un sito storico e un Cru Classé della Provenza. Il sito si compone dei vitigni, della Abbazia col Chiostro e la Cappella di Santa Rosline. La Cappella, edificata nell’XI secolo, e il Chiostro, edificato proprio accanto ad essa nel XII secolo, sono stati entrambi classificati monumenti storici nel 1980. La cappella custodisce il corpo e le reliquie di Santa Rosalina, Madre Priora dell’Abbazia di La Celle-Roubaud tra il 1300 e il 1329. Numerosi miracoli la portarono a essere canonizzata nel XIX secolo. Fu allora che la Cappella prese il nome di Santa Roseline. Il Chiostro, con le sue belle volte a vela metà romaniche metà gotiche, è delimitato da alberi bicentenari “Allée de platanes” (vicolo dei platani) che conduce al parco privato del castello. Nel 1955 Château Sainte Roseline diventa uno dei primi Crus Classés de Provence, ma è nel 1994 che si assiste alla trasformazione con l’acquisto del sito da parte di Bernard Teillaud. Dal 2011 Aurélie Bertin e Delphine Meunier, figlie di Bernard Teillaud, acquistano Château Sainte Roseline dal padre e da allora lo possiedono e gestiscono la tenuta. Visitare Château Sainte-Roseline è una esperienza immersiva per il corpo, la mente e l’anima. Per i credenti la vicinanza alla Fede che porta la piccola cappella è qualcosa di unico, ma anche per i non credenti Château Sainte-Roseline offre pane per lo spirito con opere d’arte che sono disseminate nella tenuta e vedono da artisti moderni a opere di Marc Chagall, Diego Giacometti, Jean Bazaine. Passando ai vini troviamo che il vigneto di Château Sainte-Roseline offre un terroir eccezionale per la Provenza: i terreni argillosi-calcarei e la sorgente sotterranea consentono l’alimentazione controllata della vite necessaria per produrre grandi vini. Nel 1955 ricevette la designazione “Cru Classé”. Oggi, il vigneto “AOP Cru Classé Côtes-de-Provence” si estende su 110 ettari e coltiva 11 vitigni, consentendo così la produzione di vini rosati, bianchi e rossi Sainte-Roseline. Il team assicura il corretto sviluppo della vite tutto l’anno grazie a sofisticate pratiche colturali volte ad aumentare la concentrazione dell’uva., realizzando i vini rossi: Syrah, Mourvèdre e Cabernet Sauvignon, i rosati: Grenache, Syrah, Mourvèdre, Cinsault e Tibouren e i  bianchi: Rolle e Sémillon. In particolare da menzionare le collezioni Chapelle de Sainte Roseline e la Lampe de Meduse la cui bottiglia è una vera e propria opera d’arte. Château Sainte-Roseline dà il benvenuto ai turisti tutti i giorni dell’anno (escluso Natale e il 1 Gennaio) nella sua magnifica tenuta ed offre diverse tipologie di visita e degustazione a seconda del tempo a disposizione (da 1 a 3 ore con diversi tipi di degustazioni abbinate a scelta). Le visite sono tutte su prenotazione, mentre le degustazioni sono sempre fattibili negli orari di apertura del sito. Per qualunque informazione e prenotazione consiglio di contattare direttamente Château Sainte-Roseline A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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27 Agosto, 2021

Domaine du Bourrian – Renewed history besides Saint Tropez

Domaine du Bourrian is the oldest of the nine wineries in the commune of Gassin, on the Saint-Tropez peninsula. Sunlight fills this region and the sea breeze cools this beautiful winemaking spot. The first references to Bourrian can be found in the Abbey of Saint-Victor de Marseille, dating back to 1055. The Bourrian lands belonged for centuries to a family of French aristocrats. 1871 is considered the year of the Domaine du Bourrian, in which the mighty stone walls of the winery were erected, which has since successfully produced traditional Provençal wines. Domaine du Bourrian was acquired by the new owners in March 2014, Russian, given the special bond that has always united the Domaine with Russia, given that the previous owner was French consul in Russia and still today in the cellar there are huge barrels of Caucasian oak. The new owners undertook a 3-year reconstruction of the buildings and production equipment so that the winery could revive its ancient traditions. Each year the winery produces up to 250 thousand bottles of wine. They are stored in optimal conditions in metal tanks, wooden barrels and bottles. As part of the renovation, the interior spaces that once housed old wooden barrels and concrete tubs have been transformed into rooms for events and tastings. The wines can also be tasted outdoors, on the welcoming terraces under the centuries-old sycamores. The property has 24 hectares of vineyards are divided into Côtes-de-Provence and IGP. All plots comply with the BIO certification, and are grown without the use of pesticides and herbicides. For Côtes-de-Provence, the following varieties are grown: Vermentino, (also called Rolle) for the whites, Grenache Noir, Cinsault, Syrah for the reds and Tibouren in particular for the rosés. Innovation means that today Domaine du Bourrian is at the same time a perfect place to host private events, which can be held at the guest’s choice in the modern restaurant, rather than directly in the cellar, as well as a place for tastings. In this regard, three different types of tasting are offered to the customer, from a quick one of about 20 minutes to a professional tour that tells the whole story of the winery together with that of a territory, the hinterland of Saint Tropez, truly unique in the world. To book I recommend doing it here Now all that remains is to leave, perhaps on one of the WWI planes that describe the Domaine with their history. A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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26 Agosto, 2021

Al Monastero Bevagna

Bevagna è uno dei borghi medievali più belli ed antichi esistenti in Umbria, è stata inserita tra i Borghi più belli d’Italia e tra le Bandiere arancioni, è stata anche la città più vivibile d’Italia e solo visitandola, potete riempirvi gli occhi di tanta bellezza, arte e storia. Le sue origini sono antichissime, sin dall’età del ferro grazie a dei ritrovamenti, fanno supporre la presenza degli umbri a Bevagna. Diventa Municipio romano nel 90 a.C. col nome di Mevania, ricca di storia, Papi, poeti romani ed Imperatori, fino ai signorotti che se la contengono con i governatori pontifici del tempo. Se visitate l’Umbria è di certo una tappa d’obbligo da fare, ricca di eventi e rievocazioni storiche come il Mercato delle Gaite, che cade ogni anno nei dieci giorni a cavallo delle ultime due domeniche di giugno, dove il paese torna indietro nel tempo fino al 1200, raccontando e riproducendo la vita quotidiana, i mestieri e le botteghe di quel tempo. Le quattro gaite (quartieri) San Giorgio, San Giovanni, San Pietro e Santa Maria si sfidano in quattro gare (gara dei mestieri, gara gastronomica, gara del mercato, gara di tiro con l’arco) per decretare chi vincerà il palio. Ci sarebbero infinite cose da aggiungere ma sono qui per altro. In una sera caldissima di agosto, decido di prenotare un tavolo al ristorante Al Monastero, conosco la proprietà perché ha un altro ristorante storico a Foligno: “Il Cavaliere”, una dei migliori per me, quindi vado sul sicuro. Si entra letteralmente dentro ad un vecchio monastero che spopolatosi è stato trasformato in parte in struttura ricettiva, luogo ideale di relax e riconciliazione con lo spirito, il tutto in uno scenario che trasuda spiritualità francescana e parte nel ristorante. L’entrata è un po’ anonima e non ben visibile, ma percorso un piccolissimo passaggio, si apre un giardino e un chiostro che ti lascia letteralmente incantato e stupito. Vengo accolta calorosamente da personale giovane e cerimonioso, che durante la cena diventa piacevolmente confidenziale sempre con le dovute distanze e cortesia, il tavolo è ben curato ed apparecchiato, un sommelier ci illustra i vini in carta e cosa è stato aggiunto, ma non aggiornato, scelgo un Montefalco rosso riserva della cantina Milziade Antano. Dal menù io e i miei commensali scegliamo: carpaccio di Black Angus con stracciatella e tartufo, panzottini ripieni di ricotta e pistacchio con fonduta di parmigiano e tartufo, cappellacci ripieni di manzo al tartufo con riduzione di vinsanto, disosso di faraona in casseruola con tartufo e pistacchi, tagliata al rosmarino, radicchio e acciughe e non contenti del poco tartufo ordinato, chiediamo se durante l’attesa del servizio potessero portarci delle bruschette con l’olio con sopra del tartufo, ovviamente fuori menù, ci dicono subito di sì. Ci hanno serviti un piattino di benvenuto con del baccalà fritto, arrivano le bruschette che copiosamente vengono ricoperte da tartufo fresco grattugiato a tavola, ci vengono proposti quattro tipi di oli diversi da abbinare alle bruschette, e ci viene spiegato minuziosamente ogni olio e i propri sentori e ciò che va ad esaltare nel gusto. Siamo solo all’antipasto! Tutti i primi serviti sono incantevoli, con una menzione di merito sui panzottini ripieni di ricotta e pistacchio con fonduta di parmigiano e tartufo, veramente divini. Le tagliate ci vengono servite alla giusta cottura richiesta, carne di ottima qualità e nel piatto si sente tutta. Concludiamo con i dolci che non sono a menù ma ci vengono elencati a tavola e un gradevolissimo amaro dei Fratelli Taibi all’arancia, un must dei cannoli siciliani. Sono stata talmente bene che sono tornata il giorno successivo con la mia famiglia per festeggiare il mio compleanno. UNICA NOTA NEGATIVA: il menù è stampato in foglio A4, ma essendo aperto da poco tempo, immagino già che ci stiano lavorando. PREZZO: tra 35€ e 40€ a persona The Ghost Writer 
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24 Agosto, 2021

Masseria Cuturi – Dove il Primitivo è nato e ritrovare sé stessi

Nel 1881 Tommaso Schiavoni Tafuri, un ricco possidente di Manduria, prosperosa cittadina della Puglia salentina, sposò la contessa Sabini, di Altamura. La nobildonna portò in dote le “barbatelle” di Primitivo (la “barbatella” è una talea di vite innestata), che furono piantate a “Cuturi” nella fertile Conca D’Oro. Ed è qui che nacquero i primi alberelli di Primitivo, il cui vino risultò più alcolico e corposo di altri vini pugliesi, un vero nettare degli Dei. Il nome Primitivo gli venne riconosciuto dalla precocità di maturazione di questa varietà rispetto alle altre. L’estensione viticola nel tardo ottocento era di circa 100 ettari di vigna ad alberello che la Comunità coltivava con grande rispetto e dedizione. Masseria Cuturi ha sempre cercato l’eccellenza anche nell’applicazione di nuove tecnologie, ottenendo numerosi riconoscimenti anche nel primo novecento, entrando nella storia vitivinicola di Manduria. Nel 2007 la Masseria non aveva più alcuna vigna e fu allora che la nuova proprietà decise di restituirle il prestigio e la gloria del passato, con un tenace percorso di crescita. Ad oggi i terreni vitati sono 40 ettari rispetto ai 100 originari e la produzione vede Primitivo, ma anche Negramaro e Fiano. Inoltre la Masseria realizza un pregiatissimo olio pugliese BIO, da degustare nei soggiorni pugliesi e non solo. L’ospitalità alla Masseria Cuturi è unica, un luogo in cui il vero lusso è la semplicità e dove si può dimorare scegliendo tra piccole e grandi Suites dislocate nel corpo centrale della Masseria del 600 e da dove tra i trulli della Masseria vi proietterà verso la natura più vera, con un panorama mozzafiato sulle distese di olivi e l’affaccio sul mare Ionio. L’anima di questo luogo è il silenzio, un’energia primitiva ancestrale che commuove. Un grande protagonista del luogo è il bosco, dove potrai perdersi tra i lecci secolari, i profumi del mirto, in un percorso naturalistico-sportivo, unico per l’esplosione di una natura incontaminata, ultimo bosco rimasto dell’antica foresta Oritana, luogo di caccia di Federico II. Questo è il luogo ideale per dedicare del tempo a sé stessi, dove l’unico suono è quello del vento di tramontana: il lusso del silenzio, della pace e del bello. La prima colazione viene servita nella terrazza del ristorante, con prodotti locali ed una particolare attenzione ai dettagli e alle esigenze dell’ospite. Il ristorante si trova all’interno della Masseria del 600 e si affaccia sulla Conca d’oro, tra vigneti ed oliveti secolari. Il pesce, sarà quello pescato nella notte, dai pescatori, di Torre Colimena, coi quali volendo si potrà uscire una sera per una notte di pesca esperienziale. Selezionata anche per eventi e matrimoni, la Masseria Cuturi offre diverse esperienze che vanno oltre la degustazione anche per coloro che non desiderano pernottare o fermarsi al ristorante, ma che desiderano godere appieno della natura e dei suoi prodotti. Per maggiori dettagli qui A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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21 Agosto, 2021

Le nuove leve dell’ospitalità siciliana

Oggi vi porto in un paesino della Sicilia, caldo, caldissimo in estate, sto parlando di Montallegro, in provincia di Agrigento, a soli dieci minuti dal mare dove si trova uno dei B&B più accoglienti nei quali sia stata durante gli ultimi anni. Ospitalità, design e relax sono assicurati dal proprietario, Daniele, un ragazzo di soli 27 anni che insieme alla moglie, ha deciso di trasformare una vecchia mangiatoia del 600 in un B&B: Le mangiatoie del cavaliere. Camere accoglienti all’interno delle quali è presente la vecchia mangiatoia da cui si intravede la doccia tramite una parete in vetro trasparente. Nulla è lasciato al caso: nelle camere è presente la vecchia mangiatoia da cui si intravede la doccia delimitata da una parete in vetro trasparente e dall’originale vecchia muratura riportanta in vista e valorizzata, a ricordare che lì, un tempo, quella parete riparava uomini e animali da ogni intemperia. Il mix di stile e design tra vecchio e nuovo mi ricorda che siamo in Sicilia: la cabina armadio, la scrivania, una poltrona, sul capezzale una frase: “Cu Mancia, Fa Muddichi” (chi lavora, sbaglia).  Beh cosa vuoi di più!…un piccolo frigo magari, ma sono certa, anche quello arriverà… Trovandomi in un B&B, la colazione è fondamentale, per altro essendo in estate, questo momento viene rigorosamente festeggiato nel terrazzo. Si, “festeggiato”, perché il tavolo si riempie di ogni cosa: cappuccino, pane sfornato di primo mattino, marmellate, frutta a Km zero: i fichi neri (che bontà!), il cornetto con la ricotta, la nutella, la crema al pistacchio e non solo. E poi, la pasticceria, nulla è lasciato al caso. In Sicilia la pasticceria è molto ricca e Daniele ogni giorno vuole farci assaggiare qualcosa di diverso, dal classico cannolo, alle sfogliatine di mandorla, ai “ciardoni” e così via per i prossimi 24 giorni, si esatto, 24 diversi tipi di dolci siciliani. Il B&B si trova in una posizione strategica per la visita ai Templi di Agrigento, ma anche per raggiungere spiagge con mare cristallino come Siculiana, Bovo Marina e la Riserva Naturale di Torre Salsa. A pochi chilometri di distanza ci si può fermare alla cantina “Azienda Agricola Calogero Caruana” che produce vini naturali, esaltando il territorio nella sua semplice complessità. Caratteristiche che si ritrovano perfettamente all’interno dei bicchieri di Catarratto e Inzolia. Menzione speciale, per il vino bianco non filtrato ottenuto da uve Catarratto che esprime perfettamente la forza del vitigno a bacca bianca autoctono siciliano con la sua tipicità esclusiva. Per questo, consiglio di non perdere l’occasione di conoscere e degustare questi vini prodotti da un altro giovane talentuoso di Montallegro, il vignaiolo Calogero Caruana. Nota Negativa: Il paese di Montallegro è molto piccolo e poco attrezzato per il turismo. Prezzo: da 65 a 90 euro in base alla stagione. The Ghost Writer 
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20 Agosto, 2021

Rotolando verso sud, Cantina Casa Setaro.

Rotolando verso sud (Negrita) è la colonna sonora perfetta di questo racconto. Un lunghissimo viaggio in autostrada in uno dei weekend da bollino nero di agosto, io e la mia sorellina Olga, ci incamminiamo per un viaggio infinito, fatto di code e rallentamenti, l’afa, il traffico, la stanchezza stanno prendendo il sopravvento e un viaggio di poco più di tre ore si trasforma in un viaggio spazio temporale di otto ore circa, che con il senno di poi saremmo arrivate a Parigi, avremmo stappato un cremoso champagne, sotto la Chiesa di Saint-Étienne-du-Mont, una delle chiese più belle di Parigi che si trova sulla montagna Sainte-Geneviève, vicino al Panthéon, perché oltre che essere la mia preferita di Parigi, dire sotto Notre Dame sarebbe stato troppo mainstream. Ma questa è un’altra storia. Invece no, da Foligno stiamo viaggiando verso il Vesuvio alla scoperta di vitigni a noi sconosciuti e soprattutto autoctoni, grazie al press tour organizzato dal collettivo di #autoctonocampano, di cui ho già scritto un articolo che trovate qui. La mia terza esperienza in terra campana, questa volta penso di conoscere già un po’ il territorio, ma ovviamente sbaglio, prima l’Irpinia e poi il Cilento alla scoperta dell’Aglianicone e adesso sulle pendici del Vesuvio, un’unica regione da sfaccettature totalmente diverse, profondamente ricca di storia, arte e cultura, ma anche di natura e paesaggi mozzafiato. Siamo su terreno vulcanico, nero fumante, viti centenarie a piede franco a pergola, piantate così a caso tra loro in ordine sparso, uve autoctone che caratterizzano la zona del Vesuvio, Falanghina Pompeiana, Piedirosso, Caprettone dalla denominazione Lacryma Christi, a destra scorgo l’imponente Vesuvio a sinistra un mare blu cobalto, l’aria è torrida, il sole a picco, mi riparo sotto la pergola e inizio a fantasticare. Terra di detti e leggende popolari, ricca di esoterismo, magia e scaramanzia. Proprio per citarne una, il nome Lacryma Christi deriva da una leggenda popolare, che narra la storia di Lucifero, l’angelo cacciato per le sue nefandezze dal Paradiso, che ruba un pezzo del Paradiso, sprofondando nelle viscere dell’Inferno, lasciando dietro di sé una voragine da cui sorse il Vesuvio. Si racconta che Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, pianse lacrime copiose e dalle sue lacrime nacquero i vigneti di questo vino. Veniamo accolte da Massimo della cantina Casa Setaro, ereditata dai nonni, dove una volta prese lui le redini, converte la cantina da vendita di vino sfuso a bottiglie sapientemente vinificate, visitiamo la parte vecchia dove un tempo si svolgevano tutte le attività adesso dismessa, anche se ci confida che un giorno gli piacerebbe sistemare quella parte antica dove ogni muro trasuda storia e ricordi. Adesso la cantina è letteralmente la sua abitazione, in mezzo alle vigne, vista mare sapientemente divisa in abitazione e zona di vinificazione. Massimo ci ospita a cena a bordo piscina, dove i ragazzi di Autoctonocampano hanno organizzato una fantastica ed originale degustazione, bendandoci, così giocando e mettendoci tutti in discussione, cerchiamo di dare un nome a quei calici bui che portiamo prima al naso, poi in bocca. Il vino che più mi cattura il cuore è quello dedicato a suo padre: Don Vincenzo, Piedirosso e Aglianico denominato come Lacryma Christi rosso Doc, un vino magnetico e profondo che ha sicuramente una dolce storia da raccontare. Di grande effetto anche il Fuocoallegro, Piedirosso in purezza vendemmiato con le uve allevate alla massima altitudine, vengono raccolte a mano e separate dai raspi prima di effettuare un processo di criomacerazione per circa 48 ore per poi fermentare e fare affinamento prima in anfora poi in botti di rovere francese per 12 mesi. Sapido, minerale e persistente, esprime in pieno il terreno vulcanico su cui è raccolto, vince il premio “Best in show” ai Decanter World Wine Awards e Massimo orgogliosamente e con un po’ di timidezza, stenta quasi a confessarlo. La sorpresa invece è una bolla che non ti aspetti sulle pendici del Vesuvio, metodo classico millesimato brut, Caprettone in purezza, Pietrafumante, dove ritrovi la cremosità e i sentori di pane e allo stesso tempo un tripudio di agrumi e erbe selvatiche, sorseggiarlo in giardino, al tramonto, con la vista del Vesuvio, con i miei compagni di viaggio ed il produttore stesso che ti racconta la sua storia è stato uno dei momenti più belli di tutto il press tour, perché alla fine la bollicina accompagna i brindisi e i sorrisi di chi si appresta a trascorrere una serata divina in tutti i sensi. A cura di Clara Maria Iachini 
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19 Agosto, 2021

#autoctonovesuviano, i volti dietro ai social.

Ancora oggi mi sveglio e spero di poter mirare dalla finestra il Vesuvio con una sfogliatella in mano e dall’altra parte il mare. Sono tornata da pochi giorni da uno dei tour più belli mai vissuti. Autoctono Campano chiama, noi rispondiamo. Per me è la terza esperienza in Campania, tra Press tour e wine-experience ormai mi sento di casa, sì perché l’ospitalità in questa terra è il punto forte e ad ogni viaggio ne ho sempre più la conferma. Autoctono Campano è un team di esperti del vino che promuove il territorio e nello specifico porta alla scoperta di innumerevoli vitigni autoctoni della regione in modo originale e mai scontato, questa volta tocchiamo un suolo particolare e speciale, affascinante sotto ogni punto di vista, si parte per il Vesuvio e per le meravigliose vigne che scendono giù da pendici nere fino verso il mare. Paesaggi mozzafiato che descriverli a parole purtroppo non rende giustizia alla bellezza reale che gli occhi riescono a fruire. Un verde incontaminato che si fonde con il blu del mare, terra nera che quasi fuma come se fosse appena scesa dalle pendici del vulcano, una sorta di misticità tra il pericolo sempre in agguato e il romanticismo del tramonto che si scorge sulle cime dei Monti Lattari fino a Capri, terra di leggende e detti popolari, di cui troviamo segni ovunque ed è tutto tremendamente bello e potente, come le persone stesse che raccontano la propria terra. La luce negli occhi dei produttori che narrano la propria storia è qualcosa di bellissimo, riescono a coinvolgerti nel racconto fino a farti sentire parte vivente dell’esperienza che andrai a fare in vigna e cantina. Tre giorni scorrazzando tra Terzigno, Trecase, Boscotrecase e Pompei un sali e scendi tra le aziende Tenuta Le Lune del Vesuvio,  Casa Setaro, Sorrentino e Bosco de’ Medici immersa nell’affascinante Pompei. Tutte le cantine fanno parte del Consorzio tutela vini del Vesuvio Dop. Caprettone, Catalanesca e Piedirosso i vitigni principali che hanno fatto da protagonisti alle ricche degustazioni a cui ho avuto il piacere e la fortuna di partecipare, perché per me tutto questo è fonte di crescita e confronto con i miei colleghi. Anche questa volta siamo stati tantissimi, winelovers, sommelier, blogger e giornalisti da ogni parte d’Italia, disposti a viaggiare tutto lo stivale per ritrovarsi insieme a studiare e scoprire nuove realtà o approfondirle nel caso di già conoscenza, perché parliamoci chiaro, visitare le cantine e conoscerne la storia è ciò dà identità e personalità a quello che poi troviamo nel calice, di cui poi tanto parliamo. Il vino è magia, condivisione e passione, quello che accade intorno ad un tavolo di professionisti con il produttore, quando si degusta è un’esperienza mistica  ed empirica che si fa fatica a percepire. Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno e la determinazione degli organizzatori Nello Gatti, Francesca Mafrici, Immacolata Mauro e Paolo Gurrera e Stefano Franzoni, hanno fatto in modo che tutto fosse impeccabile. I sorrisi infiniti di Nello, la dolcezza e premura di Francesca e Imma, i parcheggi di Paolo, gli inaspettati video di Stefano hanno fatto sì che tutto sia stato troppo speciale e irripetibile. Si torna a casa con la voglia di rivedere di nuovo tutti e con la valigia già pronta per partire e come dico io “rigorosamente vuota” serve spazio per portare a casa vino ed emozioni! Un grazie sincero a tutti i miei compagni di viaggio, a Yuri Buono per avermi portato in posti incredibili a guardare scorci mozzafiato e a tutte le aziende che non ci hanno fatto tornare a casa a mani vuote, ma con i prodotti unici e tipici: Orto contro vento, Ristorante Nonna Nia, L’oro del Vesuvio, Arte e pasta. Al prossimo #autoctonocampano ormai mi sento ambasciatrice di questa terra talmente bella, ricca di storia e di cultura e di persone dal cuore grande che ti fanno sentire letteralmente a casa! A cura di Clara Maria Iachini 
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