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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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20 Marzo, 2024

Rocche Costamagna: una storia di eccellenza

Cari amici, appassionati di vino, oggi vi porto in uno dei luoghi di produzione a noi più caro, siamo in provincia di Cuneo, in particolare a La Morra, zona altamente vocata, non a caso il più importante comune della denominazione Barolo in quanto a produzione enologica e numero di viticoltori. Proprio qui una delle più storiche realtà vitivinicole è rappresentata da Rocche Costamagna, cantina con una storia di dedizione alla vite e al vino che, nel corso del tempo, ha saputo elevare la qualità delle proprie etichette, valorizzando lo straordinario terroir di La Morra e, in particolare, esaltando i frutti del prestigioso cru del Barolo Rocche dell’Annunziata, che l’azienda ha l’onore di coltivare da oltre due secoli. Le storiche cantine di epoca napoleonica, restaurate e riportate all’antico splendore, ospitano oggi un’elegante struttura ricettiva, dove l’esperienza del Barolo incontra la calda e generosa accoglienza delle Langhe. Le origino sono rappresentate all’origine dal Regio decreto del 15 maggio 1841, con il quale si concedeva a Luigi Costamagna, figlio di Francesco Antonio, un permesso per il «commercio di vino al minuto […] per il vino prodotto dalle uve dei suoi vigneti” ubicati in La Morra». È il primo documento che attesta la vocazione enologica dell’azienda. Un atto importante perché sanciva limiti quantitativi e geografici dei vini allora prodotti, riconoscendo ai Costamagna un certificato di eccellenza, all’interno di un territorio specifico, quello del comune di La Morra. Nel 1911, Francesco Costamagna vince la Medaglia d’Oro al Gran Premio dell’Esposizione Internazionale di Torino: un riconoscimento per aver presentato cinquant’anni d’ininterrotta produzione. Negli anni viene mantenuto saldo il valore delle Rocche dell’Annunziata e dei vigneti lamorresi, trasmettendoli alle nuove generazioni che continuano a coltivarli e vinificarli. Alla fine degli anni ’60 I i vigneti vengono reimpiantati e razionalizzati, le storiche cantine di La Morra ristrutturate e dotate di nuove tecnologie enologiche. Tanta anche la cultura che ruota intorno all’attività agricola, si susseguono negli anni, infatti, manifestazioni culturali che valorizzano il Piemonte sotto gli aspetti dell’arte locale, la microstoria, le minoranze e la cultura enogastronomica, ma anche eventi in cui si discute di enogastronomia attraverso convegni, libri, saggistica. Pionieri anche dell’accoglienza in cantina, con la cantina che era già aperta dalla metà degli anni ’70 per degustazioni e visite guidate. Gli anni ’80 segnano l’ingresso in azienda di Alessandro Locatelli, oggi titolare dell’azienda. In quel periodo il Barolo comincia a svelare il suo potenziale e ad affermarsi come uno dei rossi più apprezzati e prestigiosi al mondo. Segue un periodo dedicato al miglioramento della gestione dei vigneti e alla cura nella vinificazione: anni di esperimenti, di innovazioni in vigna e in cantina, ma soprattutto di esperienze nuove, volte a trovare e sedimentare tecniche in grado di esaltare e sottolineare le già incredibili caratteristiche del terroir di La Morra e la spiccata personalità delle Rocche dell’Annunziata. Valorizzare i vitigni autoctoni a partire dalla vigna, conoscere bene le parcelle, i filari, i ceppi, i terreni, il microclima, saper adattare tecniche e operazioni in base alle reali necessità delle piante, rispettando il loro naturale equilibrio e portando i frutti a piena maturazione, senza stressare o forzare i ritmi della natura: questa è la sintesi della viticoltura sostenibile adottata da Rocche Costamagna negli ultimi vent’anni. Una serie di attenzioni e cure per limitare i trattamenti e accudire i vigneti in un’ottica di conservazione nel lungo periodo del patrimonio viticolo inserito nel famoso contesto ambientale e paesaggistico delle Langhe Albesi. «In vigna è inutile avere fretta. Vige una sola regola: la perfetta maturazione delle uve e la tempestiva raccolta. È questo il punto di partenza da cui nascono grandi vini» Alessandro Locatelli La parte verde delle vigne viene attentamente lavorata in ogni fase dell’anno, secondo interventi tempestivi e dedicati, al fine di ridurre i rischi fitosanitari e limitare gli interventi di ogni genere, praticando attenti diradamenti, volti a concentrare la qualità delle uve in pochi grappoli ben maturi. Le vigne, in buona parte ripiantate a partire dagli anni ’90 dopo un’attenta valutazione del terroir e delle caratteristiche pedologiche di ciascun suolo, sono state preparate con un’impostazione razionale con l’obbiettivo principale dell’uniformità della produzione qualitativa. Per poter contenere il vigore vegetativo da parecchi anni si pratica l’inerbimento, evitando lavorazioni con attrezzature che alterino la struttura del terreno, impoveriscano i suoli e favoriscano l’erosione superficiale. Un percorso verso la gestione sostenibile dei vigneti, con l’eliminazione del diserbo sottofila e l’impiego privilegiato di rame, zolfo e induttori di resistenza. La cantina produce diverse etichette, con Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Arneis, ma a risaltare è senza dubbio il Barolo Rocche dell’Annunziata, presente anche nella versione Riserva. La parcella aziendale, nell’omonima frazione, è posseduta e coltivata dalla famiglia Costamagna fin dall’800. Rocche Costamagna possiede in quest’area un corpo unico di 3,2 ettari coltivato a nebbiolo da Barolo, sormontato dalla Cascina Costamagna. Si tratta di una parcella stretta e lunga ubicata tra i 350 e i 310 metri di altezza, quindi nella fascia ottimale di produzione del Barolo, con esposizione prevalente a Sud-Est, aspetto caratteristico che rende la zona più fresca rispetto ai versanti esposti ad Ovest, delle stesse Rocche, favorendo maturazioni più lente e tardive. I suoli, caratterizzati dalla stratificazione di marne e argille grigio-azzurre appartenenti alla formazione geologica denominata “Marne di Sant’Agata Fossili” (tra gli 11 e i 7 milioni di anni fa), hanno una grande capacità di trattenere l’acqua ed evitare gli stress idrici nei periodi di siccità. I vini qui prodotti hanno un’identità fortissima: eleganti, morbidi e suadenti, sono estremamente complessi nella componente olfattiva, floreale e balsamica, con evidenti note di eucalipto. I vini di Rocche Costamagna non possono mancare nel vostro bagaglio di degustazione, vini che lasciano il segno, e che vi consiglio davvero di portare nella vostra cantina e nel vostro calice! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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13 Marzo, 2024

Francesco Rosso: tradizione di famiglia nel cuore del Roero

Ci sono cantine che scelgono l’autenticità e fanno del rispetto della propria filosofia un caposaldo della produzione, e noi appassionati di vino non possiamo che esserne felici. Parliamo dell’Azienda agricola Francesco Rosso.  Siamo a Santo Stefano Roero, appunto nel cuore della produzione dell’omonima denominazione, dove la famiglia Rosso ha sempre avuto uno stretto legame con la terra e con l’agricoltura che si tramanda da generazioni. A partire infatti da Nonno Francesco, che lasciò prova del suo amore per la vigna e per la produzione di un “buon Nebbiolo”, come traspare da un vecchio quaderno tuttora conservato in cantina, passando a Papà Domenico, che scelse di privilegiare il settore degli ortaggi, fino ad oggi, arrivando a Francesco, che dal 2001 conduce l’azienda seguendo le orme del nonno arrivando nel 2012 alle prime etichette di vino del Roero firmate con il proprio nome. Oltre alla sua mano tutto il lavoro di produzione si svolge insieme ad una piccola grande squadra di famiglia composta dalla moglie Maria, i due figli Alex e Giulia, e la nonna. Ma appunto la filosofia di questa realtà è la cosa che risalta assolutamente e che la distingue dagli altri. la cantina, volutamente di piccole dimensioni (3 ettari e mezzo di vigna), segue la filosofia della gestione interamente familiare; tutti i principi della lotta integrata vengono seguiti anche senza avere la certificazione biologica poiché si ritiene che non vi sia alcun bisogno di una certificazione se è il vino a dare tutte le risposte (tra le altre cose, i livelli di solforosa hanno valori conformi ad un vino certificato); la tecnica di mantenimento delle piante è la stessa utilizzata per sé stessi: “non crediamo nelle medicine, ma all’occorrenza, se ci ammaliamo e abbiamo bisogno di antibiotici, ci curiamo. Così con la vigna: anziché riempirla di sostanze nella speranza che non si ammali mai ce ne prendiamo cura con estrema attenzione, per poi trattarla quando insorgono problemi.”; prima di tutto consumatori dei propri vini oltre che produttori! i vini prodotti devono piacere prima di tutto a loro; il vino non è prodotto “in serie”: una produzione intorno alle 15.000 bottiglie annue realizzate unicamente con l’uva delle proprie vigne, mai perfettamente uguale da annata ad annata, con ogni raccolto che viene gestito individualmente; l’affinamento dei vini viene fatto con legni grandi o piccoli a seconda di quanto si voglia agire sul risultato finale, inoltre vengono utilizzati solo legni francesi, Allier se si vuole preservare la rigidità del tannino, rendendolo più deciso, Fontainebleau, se l’intento è quello di dare una maggior morbidezza, arrotondare un tannino particolarmente aggressivo. Andiamo quindi a scorrere i vini che l’azienda propone e che ho avuto modo di provare in prima persona. Tutti delineano i tratti di una produzione di altissima qualità. Vini veri, che hanno la vivacità e la freschezza come tratto comune, insieme al grande carattere. In particolare a farla da padrone è il Nebbiolo in purezza declinato in quattro diverse versioni, il Roero Riserva DOCG, il Roero DOCG ‘Nciarmà, il Nebbiolo d’Alba Superiore DOC Bastianetto e il Nebbiolo d’Alba DOC, seguono poi Barbera d’Alba Superiore DOC Cichin e Barbera d’Alba DOC. Passando infine per l’unico a bacca bianca, Roero Arneis DOCG Madonna delle Grazie presente anche nella versione dolce dello stesso vitigno, con il Langhe Arneis Passito DOCG. Questa è solo una carrellata dei vini prodotti ma invito tutti voi a visitare il loro sito che riporta nel dettaglio estremo tutte le importanti variabili tecniche utilizzate in vigna, nella vinificazione e nell’affinamento, nonché tutte le analisi. Una cantina consigliatissima, cari amici appassionati di vino, e se questa filosofia vi ha ispirato non vi resta che degustare queste meraviglie dal tratto unico, vini che possono catalogarsi secondo la migliore accezione dell’artigianalità!! Francesco Rosso: tradizione di famiglia nel cuore del Roero A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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6 Marzo, 2024

Castello di Razzano: Monferrato da scoprire

Esistono luoghi ricchi di storia, arte e architettura e soprattutto natura e vocazione per la produzione di grandi vini: il Monferrato. Siamo in Piemonte, tra le zone comprese principalmente all’interno delle province di Alessandria e Asti, zona che, assieme a Langhe e Roero, giusto per parlare di zone naturalmente vocate alla produzione di grandi vini, fa parte lista UNESCO dei beni del Patrimonio dell’Umanità. Ed è qui, ad Alfiano Natta, che nel 1927 la famiglia Olearo entra nel mondo del vino, quando Ernesto Olearo insieme alla moglie Clementina Razzano, costruiscono la prima cantina di piccole dimensioni presso l‘attuale Tenuta Cà di Corte, dando inizio alla produzione e commercializzazione di vini. L’azienda cresce nel tempo e si sviluppa considerevolmente a partire dagli anni ‘40 grazie alla determinazione e alla spiccata capacità imprenditoriale del figlio Eugenio Olearo, il quale sviluppò l’attività di distribuzione, instaurando numerose e diversificate relazioni commerciali e ampliando azienda con l’acquisto di nuovi terreni e proprietà, tra cui la Tenuta Castello di Razzano nel 1968 e la Tenuta Campasso nel 1975, localizzate entrambe a poche centinaia di metri dalla principale Tenuta Cà di Corte. La grande svolta arrivò negli anni ’80 con l’entrata in azienda della terza generazione rappresentata da Augusto Olearo, figlio di Eugenio, il quale a seguito degli studi di enologia presso la scuola di Alba, con grande sagacia impianta numerosi ettari di vigneto volti ad una produzione di qualità. Nel 2002 Augusto Olearo con lungimiranza avvia il progetto di completa ristrutturazione del Castello di Razzano; dopo 7 anni di lavori, l’edificio ritorna al suo originale splendore, con l’apertura di un Relais di charme e l’installazione del Museo ArteVino Razzano. La tradizione familiare non si ferma e i figli di Augusto, Riccardo e Federico, entrano in azienda nel 2006 spinti dalla passione per la storica attività di famiglia. Entrambi hanno assorbito la determinazione, l’audacia, lo spirito imprenditoriale e il coraggio delle generazioni passate e guardano insieme verso il futuro dell’azienda. Nei seminterrati del Castello sono state mantenute le originali cantine con mattoni a vista, ambiente pieno di fascino ideale per l’affinamento di grandi vini in botti di rovere, oltre all’incantevole “infernot”, galleria scavata nel sottosuolo, dove vengono custodite le bottiglie delle migliori annate. Al piano superiore, a disposizione dei visitatori, si trova l’enoteca ed una grande sala degustazione dove è possibile scoprire i vini prodotti. Ovviamente sul loro sito è possibile scoprire tutta la gamma dei vini prodotti grazie anche allo shop online, prenotare esperienze e approfittare della loro meravigliosa ospitalità prenotando direttamente. Andando ai vini prodotti che dire, servirebbe un articolo di 8 pagine per descrivere tutte le grandi referenze che vengono prodotte dall’azienda, si spazia dagli spumanti metodo classico, ai vini a bacca bianca, sia internazionali che della tradizione, ai rosati, per poi passare ai grandi rossi, con Barbera e Nebbiolo tra i principali vitigni utilizzati e declinati in varie versioni, insieme al Ruchè, Cabernet, Croatina e Merlot. Il tratto principale della produzione è improntato su una produzione di qualità garantita dall’impegno costante e totale in tutte le fasi di lavorazione, a partire dalla cura dell’uva nel vigneto, fino alla conservazione del vino in bottiglia nelle cantine. Quotidiano è il lavoro nelle vigne, dove, al fine di ottenere un’uva di ottima qualità, ingrediente essenziale per ottenere vini di pregio, le piante non vengono sottoposte a forzature nel pieno rispetto dei loro ritmi biologici, utilizzando concimi naturali organici e l’inerbimento naturale tra i filari. Provenienti da un luogo distinto dal caratteristico terreno argilloso, calcareo con fondo marnoso, ecco alcune delle produzioni che ho avuto il piacere di degustare: “Nero di Razzano” – Monferrato D.O.C. Nebbiolo Superiore: Nebbiolo 100% coltivato ad una altitudine di 300 metri con esposizione Sud, Sud-Ovest. Produzione di 45 hl per ettaro con diradamento estivo: dal 20% al 30% per concentrare qualità e sentori. La vinificazione avviene in vasche di acciaio a temperatura controllata di 30° con macerazione sulle vinacce per 8 gg, segue poi un affinamento in barrique nuove di rovere francese per ben 3 anni! Ne deriva un vino dalla grande longevità, ricco di sentori di spezie scure, chiodi di garofano e una grande balsamicità, carattere che si esplica con un sorso caldo, strutturato e dal tannino ben fitto che si dispiega su un finale vellutato che richiama la nota speziata e di tostatura; “Campasso” – Barbera d’Asti Superiore D.O.C.G.: Barbera in purezza coltivato ad una altitudine di 290 metri con esposizione Sud. Produzione di 50 hl per ettaro con vinificazione in acciaio inox a temperatura controllata. Lunga macerazione sulle vinacce per 40 gg e affinamento in botti di rovere francese da 20 HL per 3 anni. Vino di grande struttura ben coniugata alla piacevolezza di beva, sentori di ciliegia e lampone accompagnano un sorso rotondo e sapido con un bel finale sul frutto; “Valentino Caligaris” – Barbera d’Asti Superiore D.O.C.G.: 100% Barbera, altitudine di coltivazione sempre 300 mslm, con esposizione Sud, Sud-Ovest. In questo caso abbiamo una produzione più bassa, 30 hl per ettaro, e grande concentrazione grazie anche al diradamento estivo che va dal 30% al 50%. La vinificazione avviene in tini di legno e permane sulle vinacce per 50 gg. Affinamento in barrique nuove di rovere francese per 15 mesi. Al calice, grazie anche alla mancanza di filtrazione, ha una grandissima intensità e lo rende impenetrabile, profumi di marasca e mirtillo a cui seguono sentori vanigliati e di pepe nero, un vino dal corpo importante che però non trascura la piacevolezza, anche in questo caso la sapidità è ben presente anche sul finale. Una grande realtà nel panorama vinicolo che mi piacerebbe approfondire anche di persona prima o poi vista anche la grande offerta di ospitalità, i vini prodotti rappresentano confermano la grande qualità e dedizione a cui si accompagna, e non è trascurabile, un prezzo davvero molto interessante rispetto all’alto tenore di quanto si ha nel calice, una cantina che vi consiglio vivamente!! Castello di Razzano: Monferrato da scoprire A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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5 Marzo, 2024

Villa Trasqua: eccellenza italiana e precisione svizzera

Un’esperienza che rimarrà nel cuore, questa Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua che ha ospitato il format dei due geniali Fabio Gobbi e Francesco Bonomi giunto ormai con successo alla sua 16° edizione. Se vuoi sapere come si svolge leggi qui la mia esperienza precedente. Sotto la guida attenta di Andrea Contarino, Direttore Tecnico, abbiamo trascorso 24 ore immersi nella realtà di questa azienda.   VILLA TRASQUA – IL TERRITORIO  Villa Trasqua si trova a Castellina in Chianti su di un antico altopiano da cui prende il nome, che pare derivi dal latino “intra aquas”, data la particolare posizione tra le acque dei torrenti Gena e Staggia. Le prime tracce di questo territorio provengono dall’epoca longobarda, intorno all’anno 1000. Da quel momento in poi il toponimo Trasqua appare in tutti i lasciti e atti notarili come “terra vignata”. Siamo infatti nel cuore del Chianti Classico DOCG “Gallo Nero”, la più antica DOCG d’Italia, tra dolci colline, uliveti e vigneti dove le terre rosse di Siena cominciano a colorare il paesaggio. La vista a trecentosessanta gradi è spettacolare e si perde tra vigneti e colline, arrivando alle vicine Siena e Monteriggioni. La proprietà si estende per oltre 120 ettari tra vigne, uliveti e aree boschive. Questa ricchezza paesaggistica, che viene meticolosamente curata e preservata secondo la regola della sostenibilità, fa si che il territorio sia ideale per coltivazioni in linea con la sostenibilità ambientale. Abbiamo potuto apprezzare durante il nostro giro in vigna la costante ventilazione mentre ci veniva spiegato che sono presenti nel sottosuolo falde acquifere e sorgenti d’acqua che garantiscono che il terreno non vada mai in sofferenza a causa della siccità. Le vigne, per un totale di circa 55 ettari, sono situate lungo dolci declivi che favoriscono il naturale defluire dell’acqua piovana, evitando fenomeni erosivi. I terreni sono fertili, ricchi di humus e di sostanze minerali e conservano una buona permeabilità, creando il giusto ambiente per la crescita delle uve di Villa Trasqua. Il suolo è eterogeneo, essendo composto da argille rosse e gialle, sabbia, limo e pietre di alberese e galestro. IL SUOLO La peculiarità del suolo è che a volte è diverso anche all’interno dello stesso vigneto. E’ questa la bellezza della UGA Castellina che si divide in 13 suoli diversi. La scelta di avere la cantina vicino alle vigne fa ulteriormente capire quanta cura si impiega nell’evitare che la materia prima sia sottoposta a stress. La lavorazione parte direttamente in vigna, dove la raccolta è quasi tutta manuale e si svolge in più fasi, raccogliendo a mano solo le uve già mature per una vinificazione dedicata per ciascun vigneto; per gli ‘entry level’ è stata invece introdotta la raccolta meccanizzata. La vinificazione avviene secondo i metodi tradizionali. Tuttavia, ci si avvale delle più moderne attrezzature, nel pieno rispetto delle uve ed esaltandone le caratteristiche proprie.  Disposta su più livelli, per sfruttare la gravità e stressare il meno possibile le uve, la cantina ha iniziato la conversione nel 2012 e dal 2016 è a conduzione biologica in seguito a una precisa scelta di sostenibilità integrale. Durante la visita in vigna con Andrea ci siamo soffermati sul Vigneto Fonterosi, dove è stata fatta la selezione clonale del Sangiovese aziendale. Da questo vigneto, nel 2021 è nato un nuovo progetto che per ora è top secret…Speriamo di saperne presto di più! Il simbolo dell’azienda è un antichissimo leccio, pare il più vecchio di Castellina, sotto il quale si trova una panchina da dove si può godere un panorama bellissimo. PROPRIETA’ SVIZZERA, ECCELLENZA ITALIANA Quando ho saputo che Villa Trasqua è di proprietà di imprenditori svizzeri, da Italiana mi sono dispiaciuta. Tuttavia, nel corso della giornata ho avuto modo di cambiare idea, avendo visto come la famosa precisione svizzera viene applicata in ogni azione finalizzata al rispetto della terra, del suo prodotto e della tradizione, con l’intento di tutelare e valorizzare l’eccellenza italiana. Gli investimenti importanti si toccano con mano, a cominciare dalla scelta di farsi seguire da uno dei più importanti enologi italiani, Franco Bernabei. Fondatore di Enoproject, il suo mantra è “prima il vitigno, poi il vino”. Insieme al suo team, Bernabei studia con precisione capillare i vigneti e gli impianti, per poi passare a monitorare le uve e i mostri, analizzando l’andamento di crescita dell’uva per determinare il miglior momento per la raccolta. Niente viene lasciato al caso! Anche la cantina e le case coloniche sono state ristrutturate e dotate di ogni comfort con estrema attenzione al dettaglio, completando il processo di valorizzazione nel suo insieme. Durante la nostra visita abbiamo avuto modo di conoscere Sven, il figlio di Hans Hulsbergen, che trovò qui il modo di realizzare il suo sogno nel cassetto, ovvero di produrre vino. Da sempre innamorato della Toscana, acquistò Villa Trasqua nel 2001. Da allora, insieme ai figli, non ha mai smesso di puntare all’eccellenza. Innamorato della storia e della tecnologia e grande appassionato di auto d’epoca, Hans ha gareggiato in diverse edizioni della Mille Miglia. Oltre a partecipare alla kermesse con una scuderia di oltre 40 auto, dal 2017 Villa Trasqua è l’Official Wine Sponsor della manifestazione, stabilendo anche il record storico della vittoria delle ultime 4 edizioni. BLIND BLOGGER TASTING: UN PICCOLO SPACCATO Divisi in due squadre, abbiamo quattro batterie da analizzare. Non si deve perdere troppo tempo…Che la “competizione” abbia inizio! Avviciniamo impazienti i nasi ai calici, iniziando così una degustazione in questo caso ancora più attenta del solito, dovendo individuare la tipologia del vino. Inspiriamo per qualche secondo e restiamo in attesa che la nostra mente unisca alla memoria le molecole rilevate dal nostro olfatto. È lì, in quel territorio indeterminato, che la percezione si espande come una nuvola, invisibile e calda, sempre sospesa tra lo studio e il piacere. Cerchiamo similitudini con esperienze pregresse, prima di passare all’assaggio. Come si può riconoscere quel determinato vino? La discussione anima il gruppo, mentre dobbiamo passare alla batteria successiva. Confrontiamo impressioni, esperienze e ricordi per tornare a ciò che non è espresso da un punto di vista soggettivo, ma emerge dalla sua genesi organolettica. Ipotizziamo il vitigno, il territorio, il clima e la coltivazione, e avanti con la prossima batteria. I PROTAGONISTI Per dovere di cronaca riporto i vini protagonisti della Blind Blogger Tasting con accanto il nome del blogger che lo ha presentato: Vini Vannelli, Brugnoli bio, Lazio igt Trebbiano giallo 2019, 100% Trebbiano giallo, alc 13% –  @sommelierzeta Tasca d’Almerita, Sicilia doc “Nozze d’Oro” 2016, 73% Inzolia 27% Sauvignon Tasca, alc 13% –  @federica_foodandwinelover Bossanova, Cerasuolo d’Abruzzo 2022, 100% Montepulciano, alc 13,5% –  @ciarita_ Antonella Pacchiarotti, Lazio igt rosato “Ramatico” 2016, 100% Aleatico, alc 13% – @winestreamer Azienda Agricola La Torre, Valtenesi doc “Huna” 2022, 100% Groppello di Mocasina, alc 13,5% –  @merati_wine Le piane, Boca doc 2017, 85% Nebbiolo 15% Vespolina, alc 14% –  @_theartofwine_ Convento S. Lorenzo, Valtellina sup. Sassella riserva “Clos Convento S. Lorenzo” 2018, 100% Chiavennasca, alc 15% –  @alby91mame Fattoria Zerbina, Romagna Sangiovese doc riserva “Monografia” 2017,100% Sangiovese, alc 14,5% –  @chiaracoma Sesta di sopra, Brunello di Montalcino “Magistra” 2018, 100% Sangiovese (clone bbs11), alc 14,5% –  @pilloledivino Villa Trasqua, Chianti classico 2016, Sangiovese 80%, Merlot 10%, Cabernet Sauvignon 10%, alc 14% –  @villatrasqua Alvaro Palacios, Priorat doq “Les Terrases” 2018, 55%, Garnacha 45%, Carinyena, alc 14,5% –  @mi.esquina.gastro Marco Antonelli, Olevano romano doc Cesanese riserva “Kosmos” 2016, 100% Cesanese di Affile, alc 14% – @robdelvino Cantine Paolo Leo, Primitivo di Manduria doc riserva “Giunonico” 2017, 100% Primitivo di Manduria, alc 15% –  @corcy4wine Frecciarossa, Pinot Nero Oltrepò pavese doc “Giorgio Odero” 2012, 100% Pinot Nero, alc 14% –  @notjustasommelier Casetta dei Frati, Romagna, Sangiovese Modigliana doc “Framonte” 2008, 100% Sangiovese, alc 13% –  @crivads Pagnoncelli Folcieri, Moscato di Scanzo docg Pagnoncelli 2018, 100% Moscato di Scanzo, alc 15,5% –  @tannina.it Fongaro, Lessini Durello vsq “Nera riserva” brut 2014, deg. 06/22, 100% Durella, alc 12,5% – @marcoandwine TUTTI UN PO’ VINCITORI Abbiamo quindi tutti avuto modo di assaggiare delle “chicche” enoiche in cui non è facile imbattersi. Ognuno di noi ha colto il guanto di sfida cercando di raccontare, attraverso il vino, il suo territorio. Un gruppo disomogeneo e vario in provenienza, età e formazione, che si è compattato per magia. Perchè come giustamente ha scritto Fabrizio, alias @winestreamer, “Il vino unisce oltre la terra e al di là del tempo”. Anche se alla fine degli assaggi si decreta un vino vincitore (e credo di parlare a nome di tutti), nessuno si sente perdente. Questo proprio perché ognuno di noi ha vinto una possibilità di creare nuove amicizie, rinforzare le vecchie e scoprire territori attraverso gli assaggi. SATURDAY NIGHT FEVER Per questa Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua è stato richiesto espressamente un dress code elegante. Scendendo in cantina, siamo stati accolti e intrattenuti dai bravissimi ballerini di Tuttifrutti di Siena che hanno danzato per noi, emozionandoci con sensuali passi di musica latinoamericana. Ed è stato così che, circondati da musica, energia e dall’arte di Sara Cafarelli, e travolti dall’entusiasmo collettivo, è iniziata una serata che difficilmente dimenticheremo. La cena è stata servita in una diversa parte della cantina dove, in mezzo alle botti, troneggiava una meravigliosa tavola elegantemente preparata. Altra sorpresa è stata la presenza di Luca Grippo, che durante la cena ci ha allietato con alcuni racconti relativi alle referenze della cantina assaggiate in abbinamento.  BLIND BLOGGER TASTING – LA VERTICALE DI NERENTO La ciliegina sulla torta del 16° Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua è stata la Verticale di Nerento guidata da Luca Grippo. Con una lunga esperienza in fatto di vini, giornalista esperto di vino e olio evo, dopo un passato nella redazione di Bibenda Editore è ora tra i giudici del Concorso Mondiale di Bruxelles. Un grande conoscitore del patrimonio enologico nazionale e non solo. Accanto a lui, Franco Bernabei, enologo dal 2014 della Cantina senza bisogno di tante presentazioni. E’ da oltre trent’anni uno dei professionisti più esperti del settore vitivinicolo ed è noto con il nickname di “Mister Sangiovese” per la sua familiarità e grande passione per questo vitigno.  UN PO’ DI STORYTELLING Luca Grippo ci ha fatto immergere nella bellezza del Chianti, un’area del nostro paese che può vantare grande ricchezza di paesaggi, complessità di territorio, cultura e storia. Partendo proprio dalla storia, ripercorriamo le guerre tra i Guelfi fiorentini, alleati del Papa, e i Ghibellini senesi, alleatisi con l’imperatore. Tante sono le leggende che si raccontano a proposito del simbolo del Gallo Nero. Quella che mi piace di più risale all’epoca medioevale quando Firenze e Siena, ormai stremate dalle continue e sanguinose lotte per il controllo del territorio chiantigiano, decisero di risolvere la questione con una sfida. Le due città avrebbero scelto come rappresentanti due cavalieri. Non appena questi avessero udito il canto del gallo, si sarebbero lanciati al galoppo l’uno verso l’altro e il nuovo confine tra i comuni sarebbe stato fissato nel punto del loro incontro. L’idea era quella di dividersi il territorio più o meno al 50%. Teoricamente, partendo circa alla stessa ora, i due fantini si sarebbero incontrati a metà strada. I senesi scelsero un gallo bianco, che nella giornata precedente fu ben nutrito al fine di farlo svegliare allegro, in forze e di buon mattino. I fiorentini invece scelsero un gallo nero che tennero a digiuno e che, a causa dei morsi della fame, cominciò a cantare molto prima dell’alba. Partendo molto prima, il cavaliere fiorentino arrivò quasi sotto le mura della città di Siena, motivo per il quale (secondo la leggenda) il confine è così “spostato” da quella parte. IL GALLO NERO E IL CONSORZIO DEL CHIANTI Nel 1384 Il gallo nero venne scelto come simbolo della Lega del Chianti, importante istituzione politico-militare della Repubblica Fiorentina. Inizialmente, esso simboleggiava soltanto la specifica zona del Chianti, ma ben presto divenne rappresentativo del territorio di produzione del vino omonimo. Nel 2005, il simbolo fu adottato anche dal Consorzio Chianti Classico, nato nel 1924 a Radda in Chianti in seguito a un decreto che voleva ‘punire’ il territorio negando il nesso tra denominazione e origine geografica. Il Consorzio si riunì con lo scopo di tutelare il prodotto e promuovere lo sviluppo del Chianti secondo i confini definiti già dal 1716, anno del cosiddetto “Bando Mediceo” di Cosimo III de’ Medici. Tale bando stabiliva infatti una severa normativa per la produzione ed il commercio dei vini realizzati nei suoi possedimenti e  i fissava confini delle quattro aree geografiche di appartenenza: il Chianti, il Pomino, il Carmignano e il Valdarno superiore. Queste quattro aree ricevettero così per la prima volta al mondo una sorta di denominazione di origine controllata. Da quel momento in poi questo territorio sarà il pioniere della storia del vino italiano. Nel 1932, un decreto ministeriale riconosce al vino prodotto nella zona originaria del Chianti, quella stabilita dal decreto dei Medici, la possibilità di utilizzare l’attributo “Classico”, differenziandosi così dal Chianti delle zone limitrofe. Nel 1967 nasce la DOC (Sangiovese tra il 50% e l’80%), mentre il 1984 vede apparire la DOCG (Sangiovese tra il 75% e il 90%). Da 1996 è stata autorizzato l’uso della sola uva Sangiovese al 100%, fino ad arrivare alla creazione delle UGA nel 2023. VILLA TRASQUA – LA VIGNA  La vigna da cui nasce il Nerento Villa Trasqua è un fazzoletto di terra situato tra un bosco e un oliveto ed è sempre stato considerato fin dall’antichità un territorio di produzione eccellente. Pare che il nome venga dalla tipologia del terreno a “sassi neri”. Il suolo è infatti composto da alberese e galestro, con la presenza di ciottoli e sabbia. Dal 1854, questo territorio acquisisce ancora più prestigio, in seguito al suo inserimento nelle mappe catastali con l’indicazione di una delle zone più produttive e vocate di quest’area. Questo avviene anche in virtù di importanti fattori come l’esposizione, che garantisce costante ventilazione, la luminosità, la già citata composizione dei terreni e la presenza di sorgenti acquifere, che mantengono i terreni ben idratati. La produzione di questa vigna è dedicata al Chianti Classico DOCG Gran Selezione Nerento, 100% Sangiovese, affinamento di 30 mesi in tonneaux di rovere francese da 500 litri e almeno 12 mesi in bottiglia. LE ANNATE E GLI APPUNTI 2013 – raccolta tardiva, tannini eleganti, sorso composto, intenso. 2014 – quest’annata, che è stata molto difficile, non è stata prodotta per la volontà di mantenere alta la qualità. 2015 – sorprendente ritrovare ancora una grande freschezza. 2016 – la mia preferita, di equilibrio ed eleganza assoluta.  2017 – produzione ridotta a causa di un’estate torrida e siccitosa. 2018 – in anteprima, promette benissimo! 2019 – in anteprima, scalpitante e giovane. Il fil rouge è rappresentato da una sapidità e un’eleganza che accompagnano ogni sorso. Felici e arricchiti di nuovi assaggi e scoperte ci confrontiamo tra di noi mentre l’orario di partenza si avvicina. Franco Bernabei, nel salutarci,ci dice: “Voi che comunicate il vino, fate capire che il vino italiano è buono!”.  Una frase che condivido. Facciamo conoscere e apprezzare la bellezza e la bontà che ci circonda, perchè evidentemente all’estero tutto questo è già chiaro! RINGRAZIAMENTI Un ringraziamento speciale ad Andrea, che con passione e pazienza ci ha preso per mano e ci ha mostrato il territorio e la cantina, assecondando anche le strane richieste mie e di Anna (i risultati qui e qui). Andrea, siciliano d’origine, conquista con un calore che ha nel DNA e trasmette in modo inequivocabile l’amore per questa terra che lo ha accolto e saputo valorizzare. Tanto da portarlo a tatuarsi il simbolo del Chianti Classico sul braccio. Di questa blind tasting e della mia esperienza a Villa Trasqua ho molto apprezzato lo studio del dettaglio, la delicatezza del ghiaccio “fiorito” che abbelliva le glacettes, le camere curate dotate di tutto il necessario, i fiori di campo presenti ovunque e che hanno colorato le nostre ore. Un plauso doveroso ai ragazzi che per due giorni hanno lavorato duramente, sempre con il sorriso sulle labbra, affinché tutte le nostre attività si svolgessero al meglio: Francesco Salvestrini, Tommaso Mariotti, Niccolò Cinatti, Giulio Rabagli e Gabriele Agnelli (entrambi tirocinanti dell’Istituto Tecnico Agrario di Siena) e Adina Calin. Ancora una volta ho avuto prova che il luogo comune per cui i giovani non hanno voglia di fare è in bocca a chi non ha la curiosità e l’attenzione necessarie per vedere cosa fanno! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads  
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22 Febbraio, 2024

Marchesi Pancrazi: quando il caso diventa eccellenza

Ci sono delle volte in cui il caso o un semplice errore fa proprio la differenza, ed è proprio così che è andata nell’esempio di Marchesi Pancrazi. Siamo in Toscana, tra Prato e Pistoia, alle pendici del Monte Ferrato, dove l’azienda si sviluppa intorno alla Villa di Bagnolo con 5 ettari di vigna di Pinot Nero, circa 3.000 piante di ulivi e 45 ettari di boschi. Il caso ha giocato un ruolo fondamentale nella storia del Pinot Nero della Villa di Bagnolo, infatti negli anni ’70 quando il Marchese Pancrazi volle reimpiantare i vigneti incorse in un errore da parte del vivaista che fornì, al posto del tradizionale Sangiovese coltivato in queste zone, del Pinot Nero. Solo dopo qualche anno, a fine anni ’80, grazie all’intervento dell’attuale enologo Dott. Nicolò D’Afflitto, in azienda ci si accorse dell’errore e compreso il potenziale dato dal territorio si convertì la produzione aziendale a Pinot Nero dal 1989. Il bello è che proprio qui il Pinot Nero ha trovato la sua casa: Il microclima di Bagnolo si presenta adatto per questo vitigno grazie alla presenza di forte escursione termica tra giorno e notte, un terreno ricco di minerali (serpentino) e umidità superficiale. La Villa di Bagnolo è stata costruita nel 1500 dalla famiglia fiorentina dei principi Strozzi che ne rimasero proprietari fino al 1965 quando passò per eredità alla famiglia Pancrazi, specializzandosi nella produzione di Pinot Nero (vino e grappa) ed Olio Extra Vergine d’Oliva. Ecco i vini prodotti dall’azienda: Pinot Nero “Vigna Baragazza”: La Vigna Baragazza è collocata nei terreni di maggiore altitudine dell’azienda per i quali è stato selezionato un unico clone di Pinot Nero il 777 affinamento per 18 mesi in barriques di 1 e 2 passaggio; Pinot Nero “Villa di Bagnolo”: Ottenuto dalle vigne della Villa di Bagnolo, in prossimità del torrente omonimo a 150 s.l.m., nelle quali è presente il Pinot Nero in diversi cloni, provenienti dalla Borgogna, selezionati negli anni (236, 292, 386, 777, 828, 943 e 583) affinamento per 18 mesi in barriques di 1 e 2 passaggio; Pinot Nero “Monte Ferrato”: Ottenuto dalle vigne ai piedi del Monte Ferrato che originariamente furono protagoniste dell’errore da parte del vivaista dove, nel 2011, sono stati reimpiantati i vigneti con i cloni 236 e 292. Affinamento per 12 mesi in barriques di 3 e 4 passaggio; Rosé di Pinot nero “Villa di Bagnolo”: Ottenuto da uve di Pinot Nero 100% mediante selezione in vendemmia ed in parte salasso entro 12 ore dalla diraspatura. Il tratto distintivo che ho rilevato dalla degustazione dei vini di Marchesi Pancrazi è l’eleganza, la pulizia e l’equilibrio tra frutto, tannini e freschezza, vini che delineano con chiarezza e unicità il profilo di una realtà toscana che si distingue per l’eccellenza del suo Pinot Nero. Da provare assolutamente! Marchesi Pancrazi: quando il caso diventa eccellenza A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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12 Febbraio, 2024

Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico

Negli ultimi 300 anni, Marchesi Alfieri è stata artefice dell’eredità storica, culturale e vitivinicola del Piemonte. Conserva cantine storiche in cui si producono vini di grande eleganza, vere e proprie icone del terroir di San Martino Alfieri. Pensate, risale al 1696 la costituzione della prima cantina all’interno delle proprietà, poi nel 1851 Giuseppina Benso di Cavour, nipote dello statista Camillo Benso di Cavour, sposa Carlo Alfieri di Sostegno. Sarà proprio Camillo Benso a dare un impulso alla produzione vitivinicola della famiglia Alfieri, migliorando la qualità dei vini e introducendo in Piemonte il Pinot Nero. Dopo varie vicissitudini e lunghi anni tocca poi a Casimiro San Martino di San Germano, nel 1982 rilanciare la produzione viticola della proprietà. Dopo la sua morte, nell’88 alla guida della cantina subentrano le figlie Emanuela, Antonella e Giovanna, che con coraggio e determinazione hanno condotto l’azienda. È il 1990 e quell’anno, trovandosi di fronte alle loro prime diecimila bottiglie, tutte e tre le sorelle si chiesero la stessa cosa: “E ora chi se le berrà tutte quante?” Sono anni in cui arrivano novità, soddisfazioni, premi, nuovi vigneti e progetti, con l’impianto del primo vigneto di Nebbiolo sulla collina Quaglia e il progetto legato alla produzione di un Metodo Classico da uve Pinot Nero in purezza. Nel 2018 viene realizzata la seconda barricaia e la trasformazione di svariati ettari di bosco in una tartufaia didattica. Viene impiantato un nuovo vigneto di Pinot Nero a nord della collina Quaglia e viene realizzata una nuova vigna votata alla coltivazione di Barbera: la Vigna del Castello. Nel 2022 viene presentato il Carlo Alfieri vendemmia 2015, prodotto solo in annate eccezionali con le uve che meglio hanno saputo interpretare l’identità del vitigno Barbera, questo vino nasce da una attenta selezione in vigna seguita da un lungo processo di affinamento in legno e in bottiglia. Un territorio davvero magico, colline e montagne in ogni direzione, e poi il fondovalle che si tinge del verde dei boschi e dell’azzurro del Tanaro. È proprio il fiume a segnare uno dei confini naturali che delimitano questo spazio che nasce nel punto in cui Roero, Langhe e Monferrato si incontrano nelle Terre Alfieri. La composizione variegata del suolo ci dice che siamo in una terra di frontiera, capace di esprimere nei vini il meglio dei territori limitrofi: i profumi intensi e floreali del Roero; il frutto pieno e la freschezza del Monferrato, l’eleganza, la potenza e la longevità delle Langhe. Vigneti storici che si alternano a impianti più giovani, per un totale di 20 ettari vitati, distribuiti su quattro diverse colline che da sempre fanno parte delle terre della famiglia Alfieri di Sostegno: Sansoero: Il nome deriva da una cappella votiva dedicata a San Saverio che si trovava a metà della collina. È la collina più vicina alla residenza, nonché il nucleo più antico di vigne con il Pinot Nero che qui ha una storia centenaria! Il suolo di Sansoero è ricco di argilla e sabbia rossa, che virano al bianco andando verso ovest vengono coltivati Nebbiolo, Barbera, Grignolino e Pinot Nero; Quaglia: Il suolo della collina Quaglia è caratterizzato non solo da un perfetto mix di sabbie, argilla e limo, ma anche da alte percentuali di sodio, potassio e calcio, che aiutano la vite a sviluppare grappoli con bucce più spesse e resistenti. Il versante sud della collina è vocato alla coltivazione delle viti di Barbera, che vanno a costituire la base viticola per la Barbera d’Asti DOCG La Tota, la Barbera d’Asti Superiore DOCG Alfiera e per il Terre Alfieri Nebbiolo DOCG Costa Quaglia. A nord troviamo il Pinot Nero, utilizzato per produrre il Piemonte Pinot Nero DOC San Germano, il Metodo Classico extra brut millesimato Blanc de Noir e il Piemonte DOC Barbera Pinot Nero Sostegno; Calandrina: La collina della Calandrina è votata interamente alla coltivazione del Barbera. L’andamento est e nord-est, la conformazione con sabbie e argille bianche e la minor pendenza rispetto a Quaglia consentono una maturazione più tardiva, distesa e uniforme delle uve. La Barbera proveniente dalla Calandrina viene usata in assemblaggio per produrre la Barbera d’Asti DOCG La Tota; La nostra viticoltura “leggera” con l’equilibrio che significa non forzare la mano della natura, ma guidarla in una direzione in cui possa esprimersi al meglio. Questo si traduce in trattamenti fitosanitari a basso impatto e pratiche agronomiche sostenibili. Lavorare per sottrazione vuol dire intervenire solo quando necessario, riducendo il numero dei trattamenti all’indispensabile, evitando l’uso di automezzi pesanti e facendo ricorso al diserbo meccanico. Sottrarre vuol anche dire selezionare la qualità direttamente in vigna: fin dagli anni ’90, quando ancora molti agricoltori pensavano fosse una pratica inutile, si effettua il diradamento selettivo al fine di diminuire la quantità di grappoli e concentrare, senza forzature, la massima qualità in ogni grappolo. Ne derivano vini di grande stile, eleganza, purezza e pulizia che rendono questa realtà d’eccellenza in uno dei territori più espressivi, vini che vi consiglio assolutamente! Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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7 Febbraio, 2024

Venissa, la Venezia che sorprende

Tutti noi siamo stati almeno una volta a Venezia ma Venissa è una realtà a parte tutta da scoprire. Si trova a Mazzorbo, isola che assieme a Torcello e Burano rappresentano la Venezia Nativa. Siamo in un arcipelago di natura, colori, sapori, storia ed arte. In poche parole, siamo a Venezia senza esserlo! Qui le folle di turisti, il rumore delle ruote delle pesanti valigie sui gradini dei ponti e il chiasso delle scolaresche nei piccoli e angusti vicoli del centro saranno solo un ricordo. A pochi minuti a piedi dalla fermata del vaporetto di Burano, appena al di là del ponte che connette le isole di Burano e Mazzorbo, si trova la Tenuta Venissa. Non resisto a tornarci, cogliendo al balzo l’occasione di un private tasting organizzato nell’ambito di Wine in Venice 2024. Vigne in città Scoprì poi, grazie ad un team di agronomi ed esperti conoscitori della laguna, la grande tradizione vitivinicola delle isole di Venezia. Queste isole hanno ospitato moltissimi vigneti fino al 1966, anno in cui l’acqua alta distrusse le vigne e sommergendo tutto fece perdere le tracce di questa tradizione millenaria. Le ricerche hanno portato alla scoperta di 88 piante sopravvissute. Il vitigno autoctono scoperto da Bisol corrispondeva al DNA della Dorona di Venezia, dichiarata estinta da tempo. La Dorona, Garganega lagunare La Dorona appartiene alla famiglia della Garganega e per secoli ha sfidato il sale e l’acqua alta, adattandosi alle condizioni tipiche della laguna. Si è partiti con la reintroduzione nel novero delle specie autoctone di questo vitigno e dopo un iter burocratico lungo e complicato la Dorona ha riconquistato la sua posizione a tutti gli  effetti. Insieme al vitigno gli studi hanno portato alla luce gli antichi metodi di produzione vinicola tipici della tradizione, che prevedevano lunghe macerazioni sulle bucce donando alla Dorona grande longevità oltre che il corpo di un vino rosso. Il sogno diventa realtà Gianluca Bisol è riuscito a concretizzare il suo sogno ovvero quello di far rinascere la tradizione vinicola veneziana. Ha individuato una Tenuta nell’isola Mazzorbo il suo “clos” per dirlo alla francese, circondato da mura medievali e con un campanile trecentesco all’interno della vigna. La proprietà, circondata dall’acqua su tre dei quattro lati, è attraversata da un canale e ospita una peschiera. Nonostante il rischio di possibili acque alte che potrebbero distruggere la vigna, Gianluca Bisol decise di ripiantare l’antico vitigno Dorona. Nel 2011 nasce anche il Rosso Venissa, prodotto da una vigna di Merlot e Cabernet Sauvignon nella vicina isola di Santa Cristina, dallo stesso vigneto con l’annata 2013 nasce anche il Rosso Venusa. Santa Cristina L’isola di Santa Cristina è attualmente di proprietà della famiglia Swarovski, quasi irraggiungibile se non dalle persone locali, esperte conoscitrici dei canali lagunari. Accessibile solamente in alcuni orari del giorno e in accordo con il ritmo delle maree per non rimanere incagliati, l’isola di Santa Cristina è selvaggia e immersa nella laguna nord. Ospita orti, frutteti e i vigneti di Merlot e Cabernet Sauvignon. Le piante hanno tra i quaranta e sessant’anni e vivono in un equilibrio e simbiosi unici in un posto incontaminato. Si tratta di poco meno di tre ettari con certi biotipi di queste uve rosse che negli anni si sono adattati alla vita in laguna e la produzione è sempre molto limitata, ridotta e orientata all’alta qualità anche in questo caso grazie al terroir lagunare estremo.
Una vera e propria viticoltura eroica, dove le uve vengono trasportate in barca in terraferma per raggiungere poi una cantina della famiglia Bisol nei Colli Euganei per essere vinificate. La produzione è limitatissima: poco più di tremila le bottiglie da mezzo litro per la linea Venissa e poche di più per la linea Venusa. Venissa, l’esperienza Sospesi nel tempo e nello spazio, avvolti da una leggera foschia e dal freddo pungente, circondati dall’acqua che attutisce i rumori, dopo aver doverosamente fatto un giro nella vigna per ascoltare le spiegazioni di questo ambizioso progetto, entriamo in un’accogliente e rustica sala con le vetrate di fronte alla vigna e al campanile trecentesco in restauro, dove ci immergiamo nei colori e nei sapori di questi vini particolari. Gli Assaggi Venusa 2020 Veneto IGT Venissa 2018 Veneto IGT Venissa 2015 Veneto IGT tutte da uva Dorona Generalizzando nei tre calici ho trovato caratteristiche comuni come sentori di frutta disidratata, erbe officinali, frutta secca, scorza d’agrume, miele, con una leggera spezia dolce. In bocca la mineralità e sapidità fanno da padrone con una buona freschezza ed una discreta acidità accompagnate da una delicata trama tannica e da una lunga persistenza. Venusa Rosso 2018 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) Venissa Rosso 2016 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) La Venissa e gli antichi mestieri Non sfugge allo sguardo la bellezza delle etichette studiate da Carlo Moretti (maestro vetraio di Murano) per non disperdere il patrimonio artigianale veneziano. Una foglia d’oro per Venusa Bianco e di rame per Venusa Rosso che sono prodotte e battute a mano una ad una dall’incredibile lavoro artigiano della famiglia Berta Battiloro, che batte ancora a mano le lamine rendendole appunto foglie impalpabili come secoli fa. La  famiglia di decoratori Albertini e Spizzamonte creano una diversa decorazione di anno in anno, che viene letteralmente inglobata nella bottiglia grazia alla ricottura nei forni di Murano. Ogni bottiglia è poi incisa con un numero consecutivo oltre a quello delle bottiglie prodotte nell’annata proprio come succede per le litografie rare. Se vi ho incuriosito e decidete di scappare dalla pazza folla fermatevi nel resort e prenotate il celebre ristorante Venissa. Una stella Michelin dal 2012 e una stella Verde, ora regno indiscusso di Francesco Brutto e Chiara Pavan, compagni di mestiere oltre che di vita e creatori amorevoli di una cucina dove mare e terra sono espresse al massimo. Esperienza indimenticabile. Ma questa è un’altra storia… Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads claudia.rivadisanseverino@winetalesmagazine.com The voice of blogger
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5 Febbraio, 2024

Nasce Link il collegamento alle Eccellenze Italiane Connesse a Valoritalia

Martedì 30 gennaio 2024 a Roma presso La Lanterna è stato presentato Link, il format social attraverso il quale Valoritalia racconta le realtà aziendali, i progetti e i territori legati al mondo delle certificazioni. Valoritalia nasce nel 2009 con la specifica missione di garantire qualità e tracciabilità dei prodotti DOP e IGP italiani, a partire da quelli vitivinicoli, con l’obiettivo di consolidare e rendere più competitiva la filiera nazionale. In pochi anni è diventata leader sul mercato italiano nella certificazione dei vini a Denominazione di Origine e Indicazione Geografica, con il compito di fornire a operatori e consumatori la certezza che i prodotti commercializzati rispettino gli standard qualitativi e quantitativi previsti dai disciplinari di produzione stabiliti dai Consorzi di Tutela. Negli anni ha esteso i propri servizi alla certificazione della produzione biologica, della produzione integrata (SQNPI) e ai più innovativi standard di sostenibilità come Equalitas, oltre alle certificazioni Carbon Footprint e di turismo sostenibile. Valoritalia non si limita a certificare, ma supporta le realtà territoriali proponendo soluzioni per le certificazioni di gruppo e strumenti di innovazione tecnologica. Attraverso il suo dipartimento di Innovazione & Sviluppo promuove progetti comunitari, nazionali e regionali, con i quali supporta la crescita dei territori rurali. Ma come fa una realtà come Valoritalia a comunicare all’esterno la complessità del proprio lavoro? Ed ecco che nasce Link, il progetto condotto da Tinto, conduttore di programmi di successo come Decanter su Radio2, Camper su Rai 1 e Pizza DOC su Rai 2, che attraverso video di un minuto, racconta in modo fresco e frizzante alcune delle realtà aziendali e dei territori che si affidano a Valoritalia per aumentare il valore aggiunto di prodotti e servizi. LINK è un “puzzle” da costruire, puntata dopo puntata. Un viaggio online che accompagnerà il pubblico di volta in volta all’interno di aziende, denominazioni e scenari sempre diversi, con l’obiettivo di far comprendere l’importanza delle certificazioni alla base del successo di un’organizzazione. Le aziende certificate e i partner Valoritalia raccontati, sono realtà caratterizzate da una particolare attitudine alla sperimentazione e attenzione ai temi etici e ambientali. Tinto e Presidente Valoritalia Francesco Liantonio Ciò che differenzia Valoritalia dai suoi competitor, infatti, è la capacità di interpretare il valore della certificazione non solo in un’ottica di attestazione di conformità alle normative e agli standard esistenti, ma anche di stimolo verso politiche aziendali e territoriali innovative. Segui la pagina instagram @valoritaliasrl per non perdere neanche una puntata! Claudia Maremonti Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier
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4 Febbraio, 2024

Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia

Esistono alcune realtà che una volta scoperte non si dimenticano, per me una di queste è la cantina Manera, dove il gusto per i vini piemontesi incontra la genuinità e la piacevolezza, il tutto garantito dalla sapiente conduzione familiare da generazioni. L’Azienda Agricola Manera è situata in Frazione San Rocco Seno d’Elvio a 5 km da Alba ed è costituita da quattro cascine storiche per un totale di circa 20 ettari vitati. È la tipica cantina langarola a conduzione esclusivamente familiare, con tradizioni consolidate che si tramandano di padre in figlio. La coltivazione dei vigneti nella tenuta ha origine negli anni ‘50, quando i fratelli Franco e Luciano, con la moglie Maria, iniziarono giovanissimi con l’unico scopo di produrre e vendere uva. Pian piano l’Azienda si è ampliata e sono aumentate le varietà di uve coltivate, prendendo sempre più la forma della cantina odierna. Nel 2005, con l’arrivo in azienda dei figli enotecnici Gabriele Daniele e Carlo, inizia la produzione di vino che unisce la tradizione, sempre rispettata, alle più moderne tecniche di vinificazione. Per la cura dei propri vigneti si utilizzano la lotta integrata, pratica di difesa delle colture che prevede una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci e la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale, le concimazioni organiche e si praticano diradamenti fogliari/grappoli in pre-vendemmia, allo scopo di produrre uve migliori per vini unici. Il territorio è uno dei migliori al mondo, parliamo delle Langhe, con la tipica composizione del suolo langarolo deriva dal ritiro del Mare Padano, iniziato circa 16 milioni di anni fa, con un substrato caratterizzato da argille, marne calcaree e gesso. Qui trovano la perfetta ambientazione con Manera sia i vitigni tipici, Favorita, Moscato e Arneis a bacca bianca, Dolcetto, Barbera e Nebbiolo a bacca rossa, sia i grandi vitigni internazionali come Pinot Nero, Chardonnay e Cabernet Sauvignon. La produzione è di circa 30.000 bottiglie. In questi freddi giorni ho scaldato le mie serate con alcuni dei loro vini, in particolare: NEBBIOLO D’ALBA DOC SERRE BUATTO 2021: Nebbiolo in purezza, segue una metodologia classica con l’uva sottoposta a pressatura soffice e diraspatura, con fermentazione alcolica in vasche di acciaio a temperatura controllata per circa 8/10 giorni. Affina poi per dodici mesi in barrique di secondo passaggio e riposa in bottiglia almeno un mese. Al calice si esprime con granata lucentezza, lampone e prugna al naso su uno sfondo di frutta secca che richiama la mandorla, equilibrio fruttato in bocca che si amalgama bene con la trama tannica, lungo, sapido e piacevole il finale; BARBERA D’ALBA SUPERIORE DOC BRICCO SERAFINO 2021: anche in questo caso si segue una classica vinificazione e affinamento come per il Nebbiolo appena descritto, una Barbera che mi piace sempre accompagnare alla pizza, versatile in quanto di pronta beva ma adatta a lungo invecchiamento, capace sempre di competere con i grandi rossi. Calice rosso rubino intenso, ciliegia e frutti di bosco, pepe nero e una sfumatura balsamica, bella struttura, sapidità e carattere sia in bocca che sul finale; LANGHE DOC ROSSO FURESTÈ 2019: ideato nel 2008 anno in cui è stato impiantato il primo vigneto di 1,5 ha di Cabernet-Sauvignon con lo scopo di vinificare in purezza questo nobile vitigno in un territorio vocato come quello di Langa. Vinificazione simile ai precedenti vini, a cui segue però un affinamento in legno per 24 mesi. Rosso rubino denso, naso intrigante di marasca e cioccolato fondente, in bocca è speziato e sapido con un tannino fitto che indica il grande potenziale di invecchiamento; BARBARESCO DOCG RIZZI 2020: coerente nella vinificazione tradizionale, questo vino rappresenta la storia a cui si aggiunge la MGA (menzione geografica aggiuntiva) Rizzi, affinamento sapiente che prevede dodici mesi in botti da 10hl, seguiti poi da ulteriori dodici mesi in barrique di secondo passaggio e un anno in bottiglia. Calice rosso granato con sfumature aranciate, la naso racconta il territorio con amarena, chiodi di garofano, cacao, ricordi di salvia essiccata, percorso che prosegue con un sorso di ampia sapidità e freschezza, piacevolissima scorrevolezza di beva grazie al suo tannino levigato, lungo sul finale speziato. Un viaggio fantastico tra le vigne delle Langhe con una cantina di famiglia che assicura qualità, genuinità e piacere di beva, vini che raccontano il territorio e che consiglio a tutti di portare nella propria cantina e nel calice! Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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