In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
29 Marzo, 2023
Il vino è come l'arcobaleno - Vini Tedeschi in Valpolicella
“Il vino è come l’arcobaleno. Deve essere in equilibrio, come in una grande musica. Non ci si può permettere che alcun strumento stoni.”
Questo è stato il messaggio di benvenuto di Lorenzo Tedeschi, produttore di eccellenza di vini della Valpolicella, prima di congedarsi da noi, e in un attimo mi è stata chiara la filosofia dell’azienda. Adesso sono i tre figli ad averne preso in mano le redini. Antonietta si occupa di amministrazione e del mercato Italia, Sabrina del marketing e Riccardo, enologo, è responsabile dell’export. Lorenzo è rimasto comunque nell’organico ed è molto attivo nella supervisione delle varie attività aziendali.
Durante la visita, sono rimasta affascinata dall’intervento del Prof. Maurizio Ugliano. A lui, la famiglia Tedeschi ha commissionato nel 2017 uno studio scientifico sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti, esteso ai principali fattori coinvolti nella loro espressione.
Una complessa e affascinante analisi aromatica dei vini della Valpolicella
L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa. In estrema sintesi, l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix costituito da diverse centinaia di sostanze, di cui però solo un numero contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che partecipano alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e le Università di Bordeaux e Federico II di Napoli. Se volete approfondire, ne potrete trovare una spiegazione più dettagliata sul sito dell’azienda.
Al di là di questo, gli assaggi (di cui ovviamente vi racconterò) e l’atmosfera che si è creata mi hanno trasmesso un’energia che, istintivamente, ho collegato a una realtà di grande coesione familiare. Situazioni e storie come queste non sono così facili a trovare, soprattutto in famiglie numerose. Curiosa come sono, ho fatto ad Antonietta alcune domande le cui risposte non si trovano nel sito ma che meritano di essere raccontate.
Ho voluto approfondire la figura di Lorenzo, chiedendole quali sono i loro ricordi dell’infanzia.
“Il ricordo che accomuna tutti noi fratelli è sicuramente il gioco. Non al parco ma in mezzo alle botti. Le nostre corse tra i graticci, quando la famiglia era impegnata a stenderci sopra i grappoli d’uva, il profumo del mosto in autunno, che arrivava fino in casa, una casa sempre aperta ad accogliere clienti ed appassionati. Ho tanti ricordi di pranzi e cene preparate in famiglia, dei miei viaggi ad incontrare con papà l’importatore americano a Milano. I suoi racconti degli Stati Uniti facevano brillare i miei occhi. Sognavo di poter viaggiare, una volta cresciuta, e così è stato. Il nostro vino ci ha portato a visitare città e paesi di tutto il mondo.
Tra i vari ricordi anche le giornate di lavoro di papà a Milano, per noi la piazza principale negli anni ’70 e ’80, e il suo rientro a casa, a volte desolato dalla richiesta dei clienti di togliere il nome della denominazione mantenendo solo il nome del vigneto o il nome fantasia. Il prodotto piaceva, ma la denominazione dei vini della Valpolicella non godeva del rispetto che ha finalmente raggiunto oggi. Lui si è sempre opposto a queste richieste, tenendo fede al suo territorio, credendoci e portando avanti il suo stile di vino anche quando non era di moda. Oggi la Valpolicella è riconosciuta e apprezzata, grazie a tutti quelli che, compreso papà Renzo, si sono adoperati per esprimere l’eccellenza e la tipicità del luogo.”
Dato che“dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” non è solo un modo di dire, ho voluto chiedere della loro mamma.
“Mamma Bruna è sempre stata una donna molto forte, ma anche riservata, che ha sempre appoggiato e consigliato papà Renzo pur amando rimanere in disparte. Sicuramente la parte più severa nell’educazione dei figli, spingendoci a dare il meglio durante il nostro percorso di studi, lei ci ha trasmesso il senso del dovere e l’essere generosi, tra di noi e con gli altri.”
Quando e perché vi è sembrato naturale continuare quello che aveva iniziato vostro padre come produttore di vini in Valpolicella?
“Il mentore di noi tre fratelli è stato sicuramente nostro padre, che ci ha trasmesso entusiasmo, curiosità e dedizione, oltre che la passione per la vitivinicoltura. Io ho iniziato a collaborare con papà prima dei miei fratelli. A metà anni ’80 lui aveva deciso di acquistare le quote dello zio, che essendo più anziano aveva deciso di ritirarsi. Il lavoro non è stato semplice e l’impegno tanto. Arrivare in azienda e iniziare con questo carico di responsabilità, appena terminata la maturità in ragioneria, mi ha formato più di ogni scuola o università. Poi è arrivato mio fratello Riccardo che, essendo enologo, ha iniziato a lavorare nella produzione per poi dedicarsi anche all’esportazione sui mercati esteri. Infine, si è unita a noi anche mia sorella Sabrina, dopo la laurea in tecnologie alimentari e un’esperienza nel campo dell’enologia presso l’Istituto di San Michele all’Adige. Abbiamo avuto la fortuna di ereditare la stessa passione di famiglia e di aver un padre che ci ha lasciato lo spazio per crescere anno dopo anno in azienda. Negli anni, abbiamo fatto nuovi investimenti, in cantina e nei vigneti, e per conoscere al meglio la nostra terra, ne abbiamo effettuato la zonazione e la caratterizzazione per poter intervenire in maniera mirata. Oggi, invece, stiamo svolgendo una ricerca molto particolare di geotipizzazione degli aromi delle nostre varietà, provenienti dai vari vigneti di proprietà, che sono localizzati in differenti vallate e a diverse altitudini.”
Una famiglia unita, la loro. Potrebbe sembrare magia ma io, nel bicchiere, armonia e coesione le ho sentite.
E le nuove generazioni? Un’ultima domanda per Antonella.
La nuova generazione è cosmopolita. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi abbiamo cercato di trasmettere la giusta educazione, il rispetto, la responsabilità e il senso del dovere. Non sappiamo chi vorrà proseguire con l’attività di famiglia, ma qualcuno sembra appassionato. Quattro di loro stanno ancora studiando e chi ha già terminato gli studi sta svolgendo esperienze in aziende importanti ed internazionali in diversi ambiti, secondo la rispettiva formazione. Questo è importante per apportare esperienza e professionalità in azienda, quando decideranno di tornare.
Le schede tecniche degli assaggi – Il terroir raccontato in cinque annate
MATERNIGO VALPOLICELLA DOC SUPERIORE 2012
(40% Corvina, 40% Corvinone, 20% Rondinella)
Da un punto di vista geologico, l’area poggia in parte sia su calcari marnosi grigi e rosei sia su marne bianche e rosa del Cretacico. Le uve provengono da un vigneto posto ad un’altitudine di 350 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest.
Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL.
Gradazione alcolica: 14% vol.
LA FABRISERIA VALPOLICELLA DOC CLASSICO SUPERIORE 2006
(40% Corvina, 40% Corvinone, 15% Rondinella, 5% Oseleta)
Geologicamente, l’area poggia su calcari marnosi rosei, calcareniti e scisti argillosi grigio/giallastri del Cretacico. Il terreno, poco profondo e ricchissimo in scheletro, è caratterizzato da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro, che regalano vini di grande struttura e di buon equilibrio.
Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL
Gradazione alcolica: 14% vol.
AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 2006
(30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali)
Per l’Amarone sono stati selezionati vari vigneti ad un’altitudine di 250-350 metri con esposizioni a
est e sud-ovest. I terreni sono terreni ricchi di argilla e di scheletro.
Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità.
Affinamento: 30 mesi in botte di rovere di Slavonia 30/50 HL.
Gradazione alcolica: 16% vol.
LA FABRISERIA AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1995
(30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali)
Suolo costituito da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro.
Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità.
Affinamento: 36 mesi in botti di rovere di Slavonia 20 HL.
Gradazione alcolica: 15% vol.
Un assaggio speciale, questo, dato che in Valpolicella (in particolare per l’Amarone) il 1995 è stata un’annata straordinaria, tanto da essere considerata dagli anziani del luogo e definita poi da Veronelli “la vendemmia del secolo”.
CAPITEL MONTE OLMI AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1990 (CRU)
(30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali)
Suolo di natura calcareo marnoso.
Appassimento: in fruttaio tradizionale.
Affinamento: 24 mesi in botti di rovere di Slavonia 30 HL.
Gradazione alcolica: 15% vol.
Potete trovare queste e altre informazioni nella sezione ‘Vini’ del loro sito.
La mattinata si è conclusa al Ristorante Famiglia Rana, dove è stato dimostrato empiricamente che il vino rosso, ed in particolare la selezione Tedeschi, si sposa benissimo ai piatti di pesce. Ma questa è un’altra storia. Se siete curiosi la trovate qui.
E voi, cosa avete assaggiato della Valpolicella?
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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25 Marzo, 2023
Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco
Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco
La storia della cantina parla di famiglia e di vino sin dal 1930, una storia che parte da lontano e arriva al presente con tantissima passione e dedizione alla terra e alla qualità. In quegli anni nasce l’azienda agricola con Domenico Taliano, proveniente da una famiglia da sempre dedita ai lavori in vigna e nei campi, conosciuta in paese con il soprannome “Re Cit” che significa “piccoli re”.
L’idea di espandere l’attività aziendale nelle Langhe inizia però con Michele Taliano, una volta presa in mano la gestione delle vigne in eredità: inizialmente i vigneti infatti erano tutti compresi all’interno del comune di Montà, zona del Roero, ma nel 1974 l’azienda cresce grazie alle idee di Michele che acquisisce una cascina di circa 5 ettari di terreno nel crù Montersino a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba ricompresa insieme ai Comuni di Barbaresco, Neive e Treiso nella DOCG Barbaresco.
A metà degli anni ‘90 i figli di Michele, la nuova generazione composta da Alberto e Ezio, rilanciano l’azienda modificandone le metodologie di produzione dell’uva e di affinamento del vino e acquisendo altri terreni nel Roero, proseguendo le innovazioni seppur mantenendo sempre fissa la tradizione e alta la vocazione a creare prodotti di qualità.
Oggi la proprietà si estende per 15 ettari, 3 ettari circa di nebbiolo da Barbaresco, 1,5 barbera, e i restanti nel Roero, in particolare circa 4 ettari si trovano in località Bòssora in un contesto naturale che forma uno splendido anfiteatro naturale circondato da boschi e gole cui si accede con difficoltà percorrendo un sentiero sabbioso.
La produzione è fortemente legata al territorio, con i nomi dei vini derivano dal connubio tra fantasia e recupero di parole del dialetto tradizionale.
Le bottiglie prodotte sono circa 70.000, di cui circa sole 5.000 di Barbaresco, vini classici della tradizione come Roero Arneis, Favorita, Barbera, Dolcetto e Nebbiolo; vini denominati “Fantasia” che vedono i vitigni autoctoni affiancati da vitigni internazionali come il Sauvignon Blanc e Cabernet Sauvignon; la linea “Alta Gamma” composta dai due Barbaresco (Ad Altiora e Tera Mia Riserva), Roero Riserva e Barbera d’Alba Superiore; per concludere poi con i vini dolci come il Birbet (derivante dalla vinificazione di uve Bragat Rosa) e Moscato d’Asti.
È proprio vera la frase di Robert Louis Stevenson: “il vino è poesia imbottigliata”. Alcuni vini infatti evocano emozioni e sensazioni che sanno ispirare, rendere creativi, catturare i pensieri o semplicemente farci migliorare l’umore e passare una meravigliosa serata.
È questo il caso del Barbaresco Riserva Tera mia, da uve 100% Nebbiolo della zona di Montersino allevato su suoli calcarei, vinificato secondo tradizione con macerazione delle uve, e fatto maturare per ben 48 mesi in legno (in parte grande e in parte barrique) per renderlo pienamente godibile subito e donargli longevità per chi ha la capacità di attendere.
Dopo averlo versato e fatto roteare il calice si dipinge di archetti, un colore che lascia penetrare la luce e che si illumina, colore leggero, aranciato e sfumato. Maturo e coerente nei suntuosi profumi di piccoli frutti rossi balsamici, avvolti da uno sfondo mandorlato e una retrolfattiva di dolce vaniglia. Fitta trama tanica al sorso pone avanti il suo carattere con vivavità e croccantezza invitando ogni volta al sorso successivo, che scalda ogni volta il palato. Lungo il finale speziato.
Un vino e una cantina che rappresentano la tradizione e l’eccellenza, da provare assolutamente!
A cura di Giuseppe Petronio
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23 Marzo, 2023
Cantine Contucci: alle origini del Vino Nobile di Montepulciano.
Dopo un lungo viaggio dalla Calabria alla Toscana eccomi arrivata proprio nel cuore di Montepulciano, nell’incantevole piazza Grande. Proprio qui, difronte al Duomo, sul portone di un meraviglioso palazzo storico, trovo ad aspettarmi Andrea che, con il suo sorriso, mi guida da perfetto cicerone alla scoperta delle Cantine Contucci e alle origini del Vino Nobile di Montepulciano.
La visita parte dal salone delle feste del Palazzo Contucci: qui Andrea mi racconta che l’edificio, edificato nel XVI sec. da Antonio da Sangallo il Vecchio ed affrescato interamente da Andrea Pozzo, fu anche dimora di Papa Giulio III e del Granduca Ferdinando I.
Mi racconta che la sua famiglia è una delle più antiche di Montepulciano, dove risiede ininterrottamente dal XI sec., e che già prima del Rinascimento si dedicò alla coltivazione della vite, contribuendo a rendere famoso nel mondo “un vino ottenuto con le uve nobili destinato alle mense dei nobili”.
La famiglia Contucci è, infatti, annoverata tra i “padri putativi” del Vino Nobile di Montepulciano. Per questo si parla delle Cantine Contucci come delle origini del Vino Nobile di Montepulciano.
Lasciamo il palazzo e costeggiamo la strada del Teatro per continuare la nostra visita nelle cantine, edificate nel XIII secolo sulla cinta muraria della città. Le cantine si diramano nei sotterranei del palazzo, sono interamente scavate nella roccia e comunicanti tra loro. All’interno troviamo cento botti di rovere francese e Slavonia tutte prodotte in Italia che contengono preziosamente i vini prodotti dalla cantina.
Mentre passeggiamo tra i cunicoli della cantina Andrea mi racconta che l’azienda agricola si estende su 170 ettari, 21 dei quali coltivati a vigneto, e che i vigneti sono ubicati in una delle migliori zone di produzione, ad un’altitudine che varia dai 280 ai 450 metri sul livello del mare. Le uve prodotte sono esclusivamente autoctone: Prugnolo Gentile, Canaiolo nero, Mammolo, Colorino, Trebbiano Toscano, Malvasìa del Chianti e Grechetto.
La produzione della cantina si aggira sulle 100mila bottiglie.
Finito il giro della Cantina ci dirigiamo all’ingresso del palazzo dove è situata l’enoteca e la sala degustazioni per assaggiare insieme alcuni dei loro vini.
Rosso di Montepulciano D.O.C 2020
Blend di Prugnolo Gentile (80%), Canaiolo nero (15%) e Colorino (5%) provenienti dal vigneto Salarco.
Affina 8 mesi in botti di rovere francese da 20HL e 2/3 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un rosso rubino luminoso. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia, lampone e marasca, seguite da note floreali di rosa. In bocca il sorso è fresco, beverino, con un tannino ben bilanciato. Chiude con un finale abbastanza persistente.
Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. 2017
Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), provenienti dal vigneto Mulinvecchio basso.
Affina 24 mesi in botti di rovere da 20 HL e 6/8 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso si sprigionano le note di frutta rossa matura, quasi confetturata, seguita da note di pelle, sottobosco, leggere note balsamiche.
In bocca il sorso è pieno, fresco, con una buona struttura e un tannino ben integrato. Chiude con un finale fruttato abbastanza persistente.
Vino nobile di Montepulciano D.O.C.G. Pietra Rossa 2017
Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), prodotto esclusivamente con le uve provenienti dai due ettari di terreno, situati verso Cortona, denominati proprio Pietra Rossa.
Affina in legno, botti di rovere da 10/15 HL, per 30 mesi e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione
Nel calice di presenta di un rosso rubino luminoso con leggeri riflessi granati. Al naso è intenso e complesso, spiccano le note fruttate di frutta rossa confetturata, le note floreali di petali di rosa leggermente appassita e le note di macchia mediterranea. Seguono poi le note più complesse di tabacco, caffè e cuoio. In bocca il sorso è pieno, avvolgente, con una buona acidità e un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale persistente e con piacevoli ritorni di note balsamiche e speziate.
Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. Palazzo Contucci 2017
Ultimo nato nella Cantina Contucci in occasione dei 500 anni del Palazzo. È l’unica etichetta ad avere impressa l’immagine del palazzo, che viene sostituita ogni anno con una dei 70 dipinti del palazzo. Di questo vino ne sono state prodotte 3200 bottiglie numerate.
Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) Colorino e Mammolo (10%), accuratamente scelte dalle due vigne più importanti, Pietrarossa e Mulinvecchio.
Affina in botti di rovere da 15/20HL per 30 mesi (6 travasi) e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso spiccano le note di frutti neri, more, gelsi, seguite da note di viola, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano e cannella. In bocca il sorso è ampio, strutturato, con un tannino presente e un finale lungo e persistente.
Vin Santo di Montepulciano D.O.C. 2009
Blend Malvasia del Chianti (40%), Grechetto (20%) e Trebbiano Toscano (20%) provenienti dalle uve migliori di tutti i vigneti.
Affina in caratelli di legno da 70L per un minimo di 6 anni.
Produzione annua di circa mille bottiglie.
Nel calice si presenta di un colore ambrato intenso. Al naso spiccano le note fruttate di frutta disidratata, uva passa, fichi secchi, dattero, miele. In bocca il sorso è dolce, avvolgente, con una lunga persistenza.
Claudia Maremonti @claudia_sommelier
per The Voice of Blogger
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16 Marzo, 2023
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
Lo scorso 22 febbraio a Roma, in occasione della presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti, ho avuto l’occasione di partecipare alla splendida degustazione che mi ha fatto incontrare realtà storiche come Fattoria Lornano, notevole per qualità e filosofia produttiva.
Una lunga storia alle spalle di Lornano, un’azienda agricola di proprietà della stessa famiglia dal 1904, situata sulle colline a sud est di Castellina in Chianti, sul confine tra Castellina e Monteriggioni, membra del “Consorzio del Marchio Storico Chianti Classico Gallo Nero” sin dalla sua fondazione avvenuta nel 1924.
La cantina fu edificata attorno all’antica chiesa di Lornano nel XV secolo e la forma dell’attuale struttura, che oggi accoglie la produzione e l’attività agrituristica, risale alla seconda metà del XVIII secolo.
La proprietà si estende per oltre 180 ettari di cui 70 sono vitati, su terreni caratterizzati da differenti suoli e microclimi, ad un’altitudine media di 300 m s.l.m.. L’80% dei vigneti è costituito da 15 differenti cloni di Sangiovese, accuratamente selezionati, che esprimono tutti i caratteri autentici di questa antica e incredibile uva che rappresenta l’anima della Toscana. Il restante 20% è coltivato a Merlot, Cabernet Sauvignon, con una piccola percentuale di uve bianche di Trebbiano e Malvasia, usate per la produzione del famoso Vin Santo del Chianti Classico DOC, creato secondo le più tradizionali tecniche che lo rendono un prodotto davvero prezioso.
In azienda vengono vinificate esclusivamente le uve provenienti dei vigneti della tenuta in una moderna cantina con vasche in acciaio a temperatura controllata ed i vini prodotti affinano in botti di rovere francese nell’antica cantina d’invecchiamento sotterranea, un luogo magico che protegge naturalmente da improvvisi sbalzi di temperatura e che pone le condizioni ottimali per la maturazione dei vini.
I vini prodotti sono il Chianti Classico, presenti anche nella versione Riserva e Gran Selezione, tre IGT (rosso, rosato e il Supertuscan “Commendator Enrico”), un Chianti Colli Senesi e, infine come detto, il Vin Santo.
Come sapete amo evidenziare le cantine che lavorano nel pieno rispetto dell’ambiente con il mio #vinosostenibile e qui siamo difronte ad una realtà che ha scelto da diversi anni di ridurre l’impatto ambientale delle proprie azioni, implementando nuove pratiche etiche e sostenibili per garantire soluzioni rispettose dell’ambiente e delle sue risorse alle generazioni future.
La via che persegue lo sviluppo sostenibile è ormai imprescindibile, ed è per questo che nel 2022 la cantina ha ricevuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata), che certifica e garantisce un sistema agricolo di produzione basato su metodi agronomici di difesa che prediligono l’utilizzo di risorse e di meccanismi di regolazione naturali, limitando l’impatto sull’ambiente.
Una via che vede la cantina impegnata nella salvaguardia e mantenimento dei boschi di proprietà, nel favorire la biodiversità, favorendo l’insediamento di insetti impollinatori, attraverso l’inerbimento del vigneto durante tutte le fasi vegetative, nell’adottare tecniche di produzione integrata, prevedendo l’utilizzo di risorse e meccanismi naturali, limitando l’impatto sull’ambiente eliminando ogni prodotto chimico fertilizzante ed erbicida.
Ma oltre a questi aspetti il rispetto dell’ambiente vede anche la minimizzazione degli interventi e trattamenti, la produzione di energia pulita rinnovabile, nonché le iniziative per il sociale: in vigna è stata installata una stazione meteo che consente l’utilizzo di modelli previsionali di malattie del vigneto in modo da trattare solo quando necessario, nel corso di quest’anno viene utilizzato un sistema di produzione di energia elettrica tramite un impianto fotovoltaico per coprire i fabbisogni aziendali per tutti i processi di produzione, vengono infine attuati e sviluppati progetti a favore della collettività, con l’obiettivo di fare impresa in maniera condivisa e inclusiva, aiutando anche i consumatori a fare scelte responsabili e compatibili con la salute ed il benessere.
Insomma una realtà del Chianti Classico che merita davvero di essere nel vostro calice!
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
A cura di Giuseppe Petronio
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15 Marzo, 2023
Il Carso: fascino di una terra di confine
Mini tour dei vini del Carso. Bastano poche ore nei posti giusti.
A me e ai miei compagni di viaggio dell’Amber Press Tour sono bastate meno di 24 ore per avere un’idea della potenza di questo territorio. Al nostro arrivo, siamo stati accolti calorosamente da Igor Gabrovec e Giorgio Rossi, rispettivamente Sindaco di Duino Aurisina e Assessore al Comune di Trieste, che ci hanno parlato di come le istituzioni vogliano dare visibilità e voce a questo territorio, ancora sconosciuto e poco valorizzato. Fazzoletto di terra sospeso tra mare e Carso, area di confine martoriata dalla storia e dalla Grande Guerra, questo territorio deve la sua forza proprio alla mescolanza di tanti tipi di diversità. Lingue, culture, storie, popoli che fortemente sentono di appartenere a un’unica regione. Regione che secondo le carte geopolitiche non esiste. I vini del Carso, però, sono decisamente una realtà.
Il ‘carsismo’. Amico o nemico del vino?
Il Carso è nei fatti un altopiano roccioso, di origine calcarea, che comprende le province di Trieste e Gorizia e si estende fino al territorio sloveno. Qui troviamo l’omonimo fenomeno detto “carsismo”, determinato dalle rocce calcaree che, permeabili all’acqua, vengono da essa col tempo modellate, creando così cavità e grotte. Questa conformazione del suolo fa sì che, per poter piantare i vigneti, la roccia calcarea vada abbattuta in modo da creare micro-terrazzamenti. Questi devono poi essere ricoperti con la terra rossa carsica, ricca di ferro, che si trova nelle cosìddette doline, cavità naturali della roccia formatesi, appunto, a seguito dell’erosione dell’acqua. Altro elemento imprescindibile in questo particolarissimo contesto è l’esposizione ai quasi costanti venti di bora, fortunatamente assenti durante la nostra visita.
La roccia carsica si trova sotto il terreno, ma fa parte al tempo stesso del DNA di chi questo suolo lo calpesta tutti i giorni. Lo si percepisce subito, quando si incontrano le persone del luogo. Personalmente, mi sono fatta un’idea del perchè siano, almeno in apparenza, persone dotate di una certa durezza e diffidenza nei confonti di chi in questo territorio si avventura. Credo che ciò dipenda dal lungo e duro adattamento alle numerose asprezze e difficoltà di questo particolare contesto. Nel tempo, gli abitanti del Carso hanno dovuto imparare a sfruttare al meglio un materiale duro per antonomasia, la pietra. Col tempo e con fatica se la sono fatta amica, utilizzandola a loro favore e ideando metodi per assecondarla, sfruttandola ad esempio nella realizzazione delle loro cantine. La roccia protegge bottiglie e botti senza bisogno di condizionatori. Posso quindi affermare senza tema di smentita che qui la sostenibilità è presente da molto tempo.
Le cantine all’arrivo
Il primo produttore che ci ha accolto, Benjamin Zidarich, ci ha orgogliosamente spiegato che la sua cantina è naturale perchè si trova dentro una grotta con 5 piani a circa 23 metri sotto il suolo. Ci ha anche informato che altri due piani sono attualmente in costruzione, insieme a un pantheon dalle cui vetrate si potranno ammirare il sole e la luna. Tutto il materiale che troviamo dentro è completamente naturale. Le pietre, lavorate interamente a mano da artigiani locali, mantengono la temperatura tra i 12 e i 14 gradi e l’umidità è costante al 70%. Qui, tutto il vino viene lavorato e imbottigliato per gravità. I vini del Carso si confermano all’insegna della #sostenibilità.
Pochi metri più in basso, siamo poi arrivati alla cantina di Sandi Skerk il quale ci ha mostrato fieramente gli scavi nuovi che sono attualmente in opera per allargare la sua cantina. Qui abbiamo ammirato il tramonto, sorseggiando Vitovska, Malvasia, Terrano e Ograde (quest’ultimo un blend in quattro parti uguali di Vitovska, Malvasia, Sauvignon e Pinot Grigio). La sorpresa è stata l’assaggio di una bollicina, a base Glera, che riposa un anno in legno e viene poi imbottigliata e fatta rifermentare con il mosto ottenuto dalla successiva vendemmia. Riposerà poi in bottiglia per quattro anni. Scordatevi però la Glera a cui siamo abituati. Questa è Glera carsica!
Tra Italia e Slovenia
Il giorno dopo siamo partiti alla volta della cantina seguente, dove Uroš Rojac ci ha raccontato della sua filosofia di produzione dei vini del Carso. Secondo questo approccio, per riassumere in un sol motto, “il vino si crea in vigna”. Lo sforzo inizia quindi dalla maniacale cura durante il processo di coltivazione, unitamente alla selezione dei vigneti e dei terreni su cui essi crescono. Abbiamo iniziato la degustazione con Royaz, una “bolla” ancestrale naturale, molto piacevole. Siamo passati poi alla sua interpretazione del Renero, un Refosco autoctono prodotto da uve selezionatissime e soltanto in annate eccezionali, sottoposto a lunga macerazione e poi tenuto in botte per molti anni. Un vino “esplosivo” come il suo produttore!
Abbiamo concluso il tour in Slovenia, nella cantina di Uroš Klabjan, il quale ci ha accolto raccontandoci che già il nonno lavorava quelle viti, tra le quali ve ne sono ben 13 storiche. A queste è riservata l’etichetta nera, mentre per i vini da vigne che hanno “solo” dai 20 ai 30 anni il colore è il bianco. Uroš è tra i fondatori dell’Associazione Vinnatur, che applica un rigidissimo protocollo di controllo non solo sulle viti e i prodotti utilizzati nella coltivazione, ma anche sui terreni, per garantire la qualità dei suoi vini. Qui non esistono ricette prestabilite e i vini vengono realizzati in maniera diversa a seconda dell’annata, i produttori guidati dal un solo obiettivo: non essere invasivi e impattanti né sull’uva né sul vino.
Falsi miti
A questo punto, io e i miei compagni di viaggio ci siamo presi l’impegno di raccontare quello che abbiamo imparato per “smontare”, per così dire, i falsi miti che circolano sui vini amber, presenza importante tra i vini del Carso. Ad esempio, si pensa che questa tecnica nasconda il varietale e che si tratti di vini bianchi ossidati. Nulla di più falso. Abbiamo riconosciuto chiaramente le Malvasie, i Terrano e i Moscati, lavorati in stili diversi pur provenendo da vigne confinanti!
Gli assaggi si sono concentrati principalmente su vitigni autoctoni che non avevo mai assaggiato, come la Vitovska, una Malvasia istriana la cui origine pare risalire all’antica Grecia (diffusasi poi in Istria grazie ai fiorenti commerci della Serenissima) e il Terrano che, come dice il nome, è legato alla terra rossa del Carso, ma è fatto con uva Refosco dal peduncolo verde, che qui esprime grande acidità e poco alcool.
Impressioni ed emozioni da questo tour dei vini del Carso
Sono molte le emozioni e impressioni che questo tour mi ha regalato. Primo, coltivare la vite in una zona così difficile e selvaggia non è per tutti e, anche se non è praticamente mai nominata, per me questa è viticoltura eroica tanto quanto quelle in Liguria o in Val d’Aosta. Secondo, c’è un assoluto impegno nel mantenere la qualità senza scendere a compromessi per assecondare esigenze legate alle mode o al gusto. Terzo, una ricerca costante e continua sperimentazione. Ultimo ma non ultimo, una grandissima passione e un forte rispetto della tradizione. Dei produttori incontrati, tutti avevano un nonno che si dedicava alla viticoltura, anche solo per uso casalingo.
Turismo enologico ma non solo
Se non conosci questa zona oppure vuoi approfondire quanto già sai, segnati queste date: il 21 e 22 Maggio 2023, nella storica sede del Castello di San Giusto a Trieste ci sarà l’Amber Wine Festival.
Un’occasione unica per visitare (se ancora non ci sei riuscito) anche la città di Trieste, con la sua magnifica Piazza Unità d’Italia affacciata sul mare. Nei dintorni, meta obbligatoria è il Castello di Duino che racchiude i ricordi di quando fu centro culturale ed umanistico e dove soggiornarono ospiti di prestigio come Elisabetta d’Austria (la principessa Sissi, poi imperatrice d’Austria), l’Arciduca Francesco Ferdinando, il cui assassinio innescò la Prima Guerra Mondiale, i compositori Johann Strauss e Franz Liszt e il poeta Gabriele d’Annunzio, tanto per citarne alcuni. Imperdibile poi il Castello di Miramare, fatto costruire dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Un edificio imponente, con stanze che si susseguono complete degli arredi originali e circondato da un magnifico parco di circa 22 ettari. Io qualche spunto te l’ho dato…
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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7 Marzo, 2023
Osteria dei binari, tra suggestioni e suggerimenti di buona vita
L’Osteria dei Binari, in via Tortona 1, Milano, accanto alla stazione di Porta Genova, un luogo ricco di suggestioni e suggerimenti di buona vita.
Avevamo poco tempo, giusto un’oretta per incontrarci per pranzo e fare due parole su alcuni progetti da sviluppare, per poi tornare tutti alle faccende in cui siamo perennemente affaccendati.
La scelta è stata puramente casuale, direi strategica per non dover attraversare la città tra l’ultimo appuntamento della mattinata e il primo del pomeriggio.
Il nome ha sicuramente attratto: Osteria dei Binari. Per mancanza di tempo non ho guardato alcuna recensione, alcun menù, nulla. Sono rimasta colpita da qualche foto che preannunciava l’ambiente accogliente in cui poi ci siamo immersi volentieri.
Si entra e si fa un tuffo nel passato, nella Milano di inizio ‘900, e tutto quanto parla di atmosfere di allora, di un modo diverso di stare a tavola, di frequentare locali, di consumare le giornate. Si entra qui e si è invogliati a rallentare. Se all’ingresso fornissero anche abiti dell’epoca nessuno avrebbe da ridire ad indossarne uno e fingere di tornare indietro nel tempo.
L’Osteria dei Binari è uno scrigno di bellezza liberty, ricco di oggetti e arredi d’epoca. Uno spazio enorme per un locale milanese, con tante sale interne, stanze al piano interrato dove vengono anche conservati i vini, un dehors dove in passato i campi da bocce fornivano un passatempo semplice e sano agli avventori. Camini, lampade in ferro, specchiere meravigliose, porte, tendaggi, poltroncine rosse. Tutto parla di un tempo che fu, e che viene da rimpiangere. Ogni zona si presta ad usi diversi: pranzo, cena, aperitivo, serate in stanze riservate per trascorrere buon tempo in compagnia.
Anche gli avventori che abbiamo trovato seduti ai tavoli vicino al nostro sapevano di habitué, di chi va sul sicuro e vuole assaggiare piatti semplici, conosciuti, confortevoli, in un posto che sa di casa. Tra i tavoli si aggirano lo chef, il patron, il personale, con naturalezza e dei caldi sorrisi. Tutto scorre via liscio, senza intoppi, senza ansie da prestazione, senza fretta.
E’ un locale che fa bene all’anima e allieta il palato con piatti tipici della tradizione lombarda e milanese, con qualche digressione, e noi abbiamo optato per la classica cotoletta alla milanese, ovviamente. Non potevamo non inserirlo nella nostra rubrica Provato per voi.
Carta dei vini davvero interessante, e varietà di proposte al bicchiere che ha soddisfatto i gusti di tutti.
Non vi sveliamo tutto, potete leggere le informazioni generali direttamente dal sito del ristorante.
“Un luogo affascinante. – commenta Simone Angelone – Mi sono sentito trasportato nella sua atmosfera vintage, elegante e raffinata. I ricordi del passato l’han fatta da padrone, e mi sono immerso in un viaggio fantastico tra collegamenti con vecchie pellicole cinematografiche e memorie dei racconti del mio papà su quella milano esplosiva di vita e lavoro degli anni ’70.
All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
7:00-15:30 – 19:30-01:00 Telefono +39 02.89409428
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All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
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2 Marzo, 2023
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Non tutti conoscono l’eleganza del Pinot Nero, uno dei principi dei vitigni internazionali che trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, e di certo tra i miei preferiti in assoluto, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir.
In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, una in particolare la troviamo in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese.
Proprio qui affonda le sue radici la Tenuta Mazzolino, venti ettari vitati, dolcemente adagiati sulla riva destra del Po, nella zona collinare a ridosso degli Appennini nella provincia di Pavia, una terra fatta di sapori e tradizioni tutte da scoprire.
L’azienda si trova nello specifico nei pressi di Corvino San Quirico e fin dagli esordi – nel 1980 – la proprietà decide di intraprende percorsi inediti, reinterpretando il territorio con un occhio rivolto alla Borgogna – grazie anche a collaborazioni illustri con enologi di fama internazionale come Giacomo Bologna, Jean François Coquard e Kyriakos Kynigopoulos quest’ultimo ancora oggi figura di riferimento per la parte enologica.
Ma sono l’amore per la terra e una filosofia da sempre rispettosa delle tradizioni e dei tempi a dettare la cifra del lavoro in vigna: la bassa produzione per ettaro, la potatura corta e l’inerbimento naturale dei vigneti senza l’uso di concimi chimici sono il passaporto per ottenere vini di grande qualità.
Ma non c’è solo il Pinot Nero: oggi la cantina vanta 8 etichette – cinque bianchi e due rossi – che raccontano una storia, fatta di tradizione e innovazione, di identità e di passione: il Noir – punta di diamante nella produzione dell’Azienda, un Pinot Nero in purezza, frutto dell’oasi di Borgogna ricreata dall’azienda in Oltrepò, il Blanc 100% Chardonnay, dal profilo elegante, morbido e anch’esso ispirato alla scuola enologica della Borgogna; lo Spumante Rosé Cruasé DOCG Pinot Nero vino raro e originale, dal carattere deciso. Il metodo classico Blanc de Blancs è intenso, ricco e molto fresco, profuma di frutta gialla, fiori, agrumi e pan brioche. Seguono i due vini d’ingresso, il Terrazze, un Pinot Nero in purezza, dal colore rosso rubino, fresco e autentico, il Camarà, ottenuto con uve Chardonnay dei vigneti nell’omonima frazione da cui il vino prende nome, un bianco fresco, elegante e armonico, morbido e sapido. E infine immancabile per questo territorio la Bonarda – da uva Croatina, da secoli vitigno autoctono dell’Oltrepò Pavese – e il Moscato, vino dolce cremoso e avvolgente. Ultima etichetta arrivata in ordine di tempo è Terrazza Alte, un Pinot Noir – nome omen – ottenuto vinificando separatamente le uve provenienti dalla parte alta delle vigne del Terrazze. Si tratta di un Pinot di razza, profondo e dinamico. Un vino di colore rubino delicato, ma brillante con leggeri riflessi rosso mattone; al naso risulta intenso, con quegli aromi tipici da pinot nero con sentori di frutta rossa, arancia sanguinella e qualche nota speziata. Il finale è persistente con un ritorno di buccia di arancia sanguinella, e sentori di frutti rossi a polpa acida che anticipano la progressione di un sorso profondo. Al palato è agile e regala un tannino equilibrato e vellutato. Le severe vene calcareo-gessose gli donano profondità e dinamicità di sorso. Elegante e raffinato come solo il Pinot Noir sa essere, ma anche fresco e intenso, figlio di una vigna “difficile” e come tutte le cose che richiedono più tempo e fatica, il Terrazze Alte rivela un carattere unico e deciso.
In questo periodo, purtroppo, si sente parlare sempre più della siccità che attanaglia il nostro paese, e Tenuta Mazzolino ha scelto di portare avanti la lotta a questa problematica attraverso la consapevolezza e le buone abitudini, adottando una serie di pratiche intelligenti per contrastare i danni delle alte temperature: per ovviare a questa allarmante situazione climatica, da anni viene messo in atto la pratica del sovescio che, anziché venire interrato, viene fatto rullare al suolo nel tentativo di ridurre l’irraggiamento e conservare la freschezza e l’umidità, inoltre la cantina, parallelamente alle altre soluzioni adottate, si impegna per evitare tagli troppo rasi del manto erboso ed a praticare l’abbandono totale della defogliatura e della cimatura.
Quest’ultima tecnica consiste nell’avvolgere sulla sommità del filare gli apici dei germogli, anziché tagliarli, vengono avvolti, in modo da creare un “cappello” per ombreggiare i grappoli, che giovano dell’ombreggiatura che risulta nettamente maggiore.
Per Tenuta Mazzolino le scelte che iniziano in vigna, “finiscono” in bottiglia e costituiscono la filosofia stessa dell’azienda. La ricerca dell’eccellenza enoica in bottiglia continua anche con la terza generazione alla guida della tenuta: Francesca Saralvo, milanese, nel 2015 abbandona i codici dell’avvocatura per dedicarsi a tempo pieno alle vigne tra cui è cresciuta fin da bambina. Ne sposa la filosofia e mette testa e cuore in questo progetto che mira a proporre vini legati al territorio ma con un respiro internazionale.
Azienda che voi amici winelovers non dovete assolutamente perdervi!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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28 Febbraio, 2023
Le Langhe non si perdono
La mia prima volta a MeranoWineFestival è stata densa di scoperte ed esperienze. Tra queste sicuramente la stimolante Masterclass della Cantina Borgogno brillantemente condotta da Andrea Farinetti, mattatore indiscusso della serata. Il titolo del mio pezzo nonchè filo conduttore della serata fa riferimento a uno dei centodue versi della poesia “I mari del sud” di Cesare Pavese, ricca di note autobiografiche.
“Tu che abiti a Torino… “
mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo.
Le Langhe non si perdono”.
Pavese, nato in campagna e portavoce della realtà popolare e contadina, racconta di come le persone che si trasferiscono nella grande città abbiano nostalgia per le loro origini. Il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e diventa parte del proprio essere le nostre radici. Le Langhe non si dimenticano, nemmeno cambiando vita, perché è attraverso di loro che Pavese ha imparato a conoscere il mondo.
Andrea Farinetti prende spunto da diverse considerazioni per lanciare un nuovo manifesto, un nuovo modo di intendere le Langhe, anime diverse di un unico territorio.
Ecco un estratto dalla Masterclass tramite le sue parole, riportate quasi integralmente.
“Abbiamo la fortuna di vivere nella regione più importante per il vino italiano, senza in realtà particolari meriti, perché non abbiamo deciso di nascerci, ma ci è capitato così. Dobbiamo quindi farci perdonare, avendone cura e rispettando questa terra. Ma è importante rispettare anche chi ci vive. E il modo migliore è cercare di dare pari opportunità a tutti. Dare la stessa importanza e considerazione anche alle zone meno fortunate, a chi vive ai margini. Perché nessuno sceglie dove nascere e perché abbiamo un’eccezionale qualità di terroir in tutto il nostro territorio. Tante peculiarità che vanno valorizzate, in modo univoco e sinergico. Pensiamo però che il modello attuale ci impedisca di dare il giusto valore al nostro territorio e ai nostri produttori.
Per analizzare al meglio la situazione immaginate di essere un marziano e di vedere per la prima volta la nostra regione. Oggi abbiamo 28 DOC e 6 DOCG. Un marziano non ci capirebbe nulla o quasi. Troppa confusione, troppe denominazioni. Solo nelle Langhe, 34 denominazioni, che diventerebbero più di 500 se guardassimo all’Italia nella sua interezza. Non è troppo? Non pensiamo di essere troppo complicati? Chi ci guarda, non capisce. C’è da perdersi.
La proposta è un nuovo territorio che raggruppa tutto, le Langhe con le sue DOCG Barolo, Barbaresco e Roero. Vorremmo un modello diverso, più semplice, immediato e che innalzi il valore di ogni singolo vino. Un progetto ambizioso, che si chiama “Langhe”. Questo nome rappresenta tutti noi contadini e comprende tutte le nostre terre, dalle più fortunate a quelle meno blasonate. “Langa” è oggi il nome più iconico, popolare e sinonimo di qualità che rappresenta i vini del basso Piemonte. Serve però una nuova prospettiva. Serve una taratura mentale diversa, un cambio di paradigma che ci faccia approcciare in modo diverso a questo territorio ed ai suoi vini. Ci piacerebbe che rimanessero solo i vitigni tipici che meglio si esprimono sui nostri territori. Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Nascetta e Arneis, potranno essere riportati in fronte sotto la denominazione “Langhe”. Tutti gli altri solo in retro, nel testo. Ci piacerebbe censire tutti i comuni per inserirne le menzioni e fare lo stesso anche per i nomi storici delle vigne, così da innalzare il valore di “Langhe” e dare la medesima forza a tutti. Ovviamente i Comuni e le vigne del Barolo, Barbaresco e Roero, saranno escluse dalla menzione. Il nome “Langhe” gode di grande e meritata fortuna, frutto secolare di caparbi contadini che hanno speso e continuano a spendere energie in vigna, in cantina e sui mercati nazionali ed internazionali. Ad oggi “Langhe” ha infatti acquisito un valore importante, una certezza che evoca un determinato territorio ed è legato a sua volta ad un concetto di grande prestigio, in tutto il mondo”.
Andrea ha poi invitato ad intervenire sul palco Walter Massa (per chi non lo sapesse anche chiamato il Re del Timorasso perchè è stato lui a recuperare quest’uva dimenticata negli anni Ottanta e da allora ha portato a nuova fama questo vitigno e il suo territorio). Walter prosegue il discorso così: “penso di essere l’uomo più fortunato al mondo per essere in un territorio con tanti anni di storia che un tempo non si filava nessuno, perché l’obiettivo era quello di vendere le uve e non fregava a nessuno del territorio. Negli anni ’70 la scuola enologica indicava nelle Langhe il Dolcetto come vino simbolo ed il Barolo non si avevano la potenza e pazienza di farlo rimanere 3 anni in cantina. Era il tempo della “malora”, dell’abbandono dei terreni per andare a lavorare in città nelle grandi industrie. Il momento storico del rilancio del Barolo fu a metà degli anni ’80”.
Importanti considerazioni che fanno riflettere. Al termine, è stato dato il via alla degustazione di:
Scaldapulce Colli Tortonesi Timorasso Derthona Doc 2019
100% Timorasso. Di colore giallo intenso, al naso è complesso, fruttato, ci si trovano la pera, sensazioni floreali di acacia e biancospino, miele e i classici sentori di idrocarburo. Equilibrato e persistente.
Ancum Dolcetto Langhe Doc 2021
100% Dolcetto. Colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso arrivano intense note di frutti rossi croccanti, ciliegia e fragola, e leggere sensazioni speziate balsamiche. Armonico ed equilibrato.
Bartomè Langhe Doc Nebbiolo Doc 2020
100% Nebbiolo. Colore rosso rubino con riflessi violacei e di leggero granato, è al naso intenso, con note floreali di viola e frutti rossi, lamponi e ribes, e qualche spezia. Con un tannino elegante, ha una bella persistenza nel palato.
Bompè Langhe Doc 2020
100% Barbera. Rosso rubino. Al naso, intense note fruttate di frutta a bacca rossa e frutti di bosco. Un accenno di affumicato, equilibrato e persistente.
Barolo Cannubi Docg 2017
100% Nebbiolo. Di colore rosso rubino intenso con riflessi granato, arriva al naso complesso, con sentori di frutti rossi e leggere note floreali e speziate. Al palato, ha una bella struttura, equilibrata e armonica.
L’ambizioso progetto prevede di ridurre le denominazioni a 4 principali (Langhe, Barolo, Barbaresco, Roero), senza tuttavia dimenticare le vigne, le indicazioni comunali e le M.G.A., che potranno essere riportate in etichetta per un giusto riconoscimento.
Cosa ne pensate?
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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22 Febbraio, 2023
Chi trova un amico...trova Marco Capitoni
“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio. E a quanto pare un tesoro porta ad un altro, quando gli amici con cui condividi quella bellissima passione che è il vino hanno il desiderio di farti conoscere le loro cantine preferite, come spesso accade. Eccomi così un sabato mattina sfrecciare in treno direzione Arezzo. Da lì, io e Benedetta ci siamo dirette verso la Val D’Orcia, luogo che non necessita di tante presentazioni essendo tra le altre cose riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2004.
Già nell’antichità la Val d’Orcia era famosissima, attraversata longitudinalmente dalla Via Francigena che a sua volta incrociava molte importanti antiche vie di comunicazione. Oggi, tra molti suoi pregi, i prodotti alimentari tipici del territorio fanno di questa valle una regione conosciuta in tutta la penisola. Uno tra tutti, il suo rinomato formaggio, nato pare dall’insediamento nel passato di una comunità di pastori sardi che si dice abbia trovato qui il luogo ideale dove stabilirsi con le proprie greggi. Ma anche tartufo, olio extravergine e, naturalmente, i suoi vini sono prodotti altrettanto identitari di questa zona.
E’ una bella giornata di sole. “Siamo fortunate”, ci diciamo mentre attraversiamo i tipici paesaggi della campagna toscana, dove filari di cipressi si intervallano con dolci colline disseminate di vigneti. E poi boschi, oliveti e campi a perdita d’occhio, intervallati da paesini le cui case sono per la maggior parte state costruite con mattoni a vista e i cui attuali abitanti testimoniano l’identità del luogo e la profonda appartenenza alla propria terra. Qui, infatti e contrariamente alle più rinomate zone vicine, gli abitanti hanno scelto di non vendere le proprie case e terreni, rimanendo custodi della propria identità culturale.
La Val D’Orcia
Eccoci arrivate alla nostra meta finale, l’Azienda Capitoni. Marco, il titolare, ci accoglie sorridente insieme a sua moglie fuori dalla casa-cantina. L’edificio è a due piani, completamente in pietra e caratterizzato da una una ripida scala per arrivare all’appartamento, mentre sotto di essa, a livello del terreno, riposano le botti. Ci perdiamo nel panorama, con Pienza che si può vedere in lontananza e il Monte Amiata lì, maestoso, che sovrasta il cielo terso e azzurro.
Il vitigno dominante in questa zona è il Sangiovese, ma troviamo anche molti vitigni autoctoni, tra cui il Foglia Tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare: l’Orcia Doc, che prevede almeno il 60% di Sangiovese, e l’Orcia Doc Sangiovese, dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Nonostante qui il vino sia cosa seria da secoli, la prima è una Doc molto giovane che ha visto la luce il 14 febbraio 2000 grazie agli sforzi di un tenace gruppo di produttori. Al momento, le cantine sono circa sessanta, sparse nei tredici comuni entro i quali il disciplinare ne ammette la produzione.
L’Orcia, ci racconta Marco, è una giovane denominazione “schiacciata” tra due giganti, Montepulciano e Montalcino, ma non da meno per quanto riguarda la qualità. Il terreno ha comunque distinte e specifiche caratteristiche e siccome il suolo non è “riproducibile”, tramite esso si creano riconoscibilità e identità. Siamo a 460 metri sul livello del mare, in un crinale tra la Val di Chiana e la Val D’Ordine caratterizzato da un terreno marino che regala al vino una sapidità che non ti aspetteresti. Un territorio vasto con una produzione contenuta (300.000 bottiglie la produzione globale) che porta di conseguenza a una denominazione di nicchia.
Da emiliana apprezzo molto l’ospitalità in cantina e il fatto che ai Capitoni si coniughi l’arte al vino. Ammiriamo le opere di Camilla Perinetti Casoni in esposizione in questo periodo, che dipinge utilizzando mosti e vino ritratti di donne molto belli. Sembrano dei carboncini se li osservi da lontano, I colori cambiano come cambia il colore del vino a contatto con l’ossigeno… è tutto in evoluzione.
Le etichette dell’Azienda I Capitoni riportano tutte la Cariatide della Pieve di Corsignano dell’VIII secolo che si trova tra le piccole arcate della Pieve di Corsignano. Questo vuol essere un omaggio alla dea della fertilità ma anche alla donna colonna portante della famiglia e della società.
Gli assaggi
Passando agli assaggi, Marco ci racconta di “aver immaginato di andare indietro nel tempo e di partire dalle basi” mentre ci spilla direttamente dall’anfora un Sangiovese in purezza, Il Troccolone, unico suo vino prodotto in anfora. L’anfora non è una qualsiasi, ma prodotta a Impruneta con una lavorazione tra le più antiche, che richiede grandi abilità manuali e tecniche e l’utilizzo della pregiata terra di Galestro. Nella pratica, questa tecnica consiste nell’applicare filoni di argilla attorno ad una matrice che serve da sostegno, facendo aderire una parte dell’argilla alla parte finale del giro precedente. Finito il guscio, esso viene stuccato, steccato e lisciato. Infine, vengono eseguite le rifiniture a completamento, come bordi e festoni. L’anfora viene prima essiccata al sole. Tecnica, questa, che impedisce la vetrificazione che si avrebbe altrimenti in cottura, rendendola in questo molto più traspirante. L’obiettivo è arrivare alla maturità del vino, esaltando le caratteristiche del frutto con la sua croccantezza e i suoi profumi, mettendoci al tempo stesso in condizione di goderne in tempi brevi con una beva che risulti scorrevole. Una curiosità; il nome Troccolone deriva dal modo in cui, in dialetto, veniva chiamato il commerciante, sia esso a piedi, in calesse o a cavallo, che andava per paesi barattare con i contadini polli, uova, conigli e vino. Nome, oggi, di un vino che comunica il rispetto della tipologia che si beveva a quel tempo nei poderi.
Assaggiamo Capitoni come prova di botte, vendemmie separate e vinificazioni separate. Un blend diverso sangiovese e merlot in percentuale variabile.
Passiamo al Frasi 2019 (Sangiovese, Candiolo, Colorino) un “unicum” entusiasmante perchè è prodotto da un’unica vigna (classe ’74 vigne miste) e se ne ricava solo una botte di vino. Marco lo produce solo se le vendemmie sono equilibrate per qualità e quantità. Perchè Frasi? Chiedo curiosa. Marco mi fa notare che nel retro dell’etichetta è riportata appunto una frase. Ci spiega che sceglie le frasi, diverse per ogni annata, basandosi su un pensiero un particolare che identifica l’annata: può essere un’andamento stagionale, un fatto accaduto oppure un aspetto fantasioso.
Ad esempio il Frasi 2007 riporta “la soddisfazione della fatica, le speranze e i risultati: Orgoglio”. Affascinante.
Continuiamo la carrellata con Capitoni 2019, fermentazione spontanea un blend di 85% sangiovese 15% merlot, Capitoni 2005 e con Ventennale 2017 (100% Sangiovese) uscito nel 2021 per il 20 anni di vita dell’azienda, In etichetta altre alla cariatide onnipresente è riportata la frase significativa: «Vent’anni di vita-vent’anni di vite».
Passiamo ad assaggiare una novità, solo 300 bottiglie per ora prodotte. Sangiovese 2021, macerazione su bucce e raspi fino a giugno. Il suo nome sarà EsSenza. Un vino senza solfiti dove i raspi servono per aumentare le proprietà antiossidanti e per bilanciare l’assenza della solforosa. Una sperimentazione che seguirò con curiosità per vedere come andrà a finire!
Finiamo poi con le gambe sotto il tavolo un un tipico locale a Pienza (Ristorante Il Falco). Si capisce che qui l’accoglienza viene vissuta con piacere e intesa come arricchimento. Una Toscana un po’ diversa da altre zone; forse più autentica? Non lo so ma di sicuro qui mi sono sentita in famiglia, come se conoscessi Marco e Antonella da una vita.
Concludiamo sontuosamente con il Vinsanto 2016 di uve bianche: grechetto (qui chiamato pulcinculo) malvasia e trebbiano appassite in fruttaio. Il suo nome è “Ta” che è il nomignolo con cui Marco chiama la moglie a cui ha dedicato il vino. Un amore che abbraccia a 360° territorio, famiglia, tradizioni.
E tu sei mai stato in Val D’Orcia per cantine? Ora non hai più scuse
Claudia Riva di Sanseverino
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