In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia
10 Maggio, 2023
Monastrell e Alicante, una bella scoperta.
Alicante, terra di lunga tradizione vinicola.
Ormai tutti sanno della mia passione per il vino e di come, di conseguenza, sia facile accontentarmi…si fa per dire! Così, la visita a mio cugino e sua moglie che vivono ad Alicante si è (anche) trasformata in una bellissima giornata di scoperta enoica della zona.
Un po’ di doverosa storia enologica di Alicante
Partiamo dalla certezza che i romani che fondarono Denia (Denium), trovarono la sua posizione strategica nel Mediterraneo occidentale, luogo di transito e di incontri. Per questo motivo decisero di farne un’importante base navale. Sempre cronache storiche certe ci informano che furono loro ad esportare qui la cultura della coltivazione della vite e dell’olivo. Coltivazioni di vite erano già presenti, tant’è che nella parte alta di Benimaquia c’è una delle città con uno dei torchi più antichi d’Europa. Forse furono i Fenici ad introdurre la vite nella provincia, ma sicuramente furono i romani ad esserne grandi coltivatori e introdurre le loro tecniche e conoscenze nel territorio.
Resti archeologici, soprattutto nella zona del Marquesado, confermano la presenza di anfore vinarie e di grandi “villae”, adibite alla coltivazione della vite, dove sono stati ritrovati anche resti di una fabbrica di anfore per questo uso.
La viticoltura era così importante per le famiglie di Alicante che, nel 1510, Ferdinando il Cattolico proibì la vendita di vini provenienti da altre terre attraverso il porto della città costiera.
Il XIX° secolo divenne il secolo d’oro della produzione vinicola del luogo. L’oidio e la fillossera avevano devastato i vigneti francesi. Per questo venne firmato un trattato commerciale preferenziale con questo paese, che rappresentò un occasione di crescita incredibile per i vini di Alicante, in quanto a quel tempo praticamente tutte le città della zona possedevano vigneti. La prima stazione enologica della Spagna fu infatti creata proprio qui!
Nel XX° secolo, la viticoltura di Alicante entra in recessione. Il modello produttivo della provincia è cambiato, optando per altre colture più redditizie. Ciò nonostante, nel 1932 viene creata la “Denominazione di Origine Alicante“, tuttora esistente.
La cantina e il Monastrell di Alicante
Percorriamo in auto la strada che da Alicante ci porta alla cantina Enrique Mendoza. Qui, la vegetazione è bassa e non particolarmente rigogliosa. Il suolo presenta un’elevata presenza di ciottoli calcarei, crosta, pietre e sabbia e abbiamo la costante presenza di brezza marina. La cantina Mendoza è proprietaria anche di terreni in un’altra area con altitudini superiori ai 600 metri sul livello del mare. Lì, tuttavia, le brezze marine arrivano attraverso i corridoi naturali di montagna.
La storia di questa cantina è relativamente recente. Il suo titolare, Enrique, ha iniziato l’attività negli anni ’70 piantando circa 2.000 viti di Monastrell in un podere vicino la costa, nel suo paese natale di Alfás del Pi (Alicante).
Enrique ha seguito l’abitudine in uso di piantare piccole vigne insieme a oliveti, seguendo la tradizione che vede in queste coltivazioni la dote per i figli. Un uso, quindi, esclusivamente familiare. Successivamente si è deciso a proseguire la tradizione enologica della Marina Baixa, vendendo vino sfuso a livello locale. Dopo questa prima fase, nel 1989 amplia la sua proprietà con la Finca Chaconero, a Villena, sempre in provincia di Alicante. Qui abbiamo visitato una cantina moderna con dotazioni tecnologiche decisamente contemporanee.
Anno dopo anno la Cantina è diventata un vero e proprio punto di riferimento per i vini in questa regione e sono i figli, ora, a portare avanti la Bodega Enrique Mendoza, sebbene sotto la sua supervisione.
Malgrado la produzione si concentri maggiormente sull’uva Monastrell, sono stati piantate negli anni anche alcune varietà alloctone come Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. La direzione perseguita è quella di produrre vini che si riconoscono attraverso uno stile inconfondibile che, nel bicchiere, può far ritrovare il sole, la luce (e qui ce n’è davvero tanta) e il carattere mediterraneo di queste terre. Enrique Mendoza afferma che
“Il terroir è l’anima dei nostri vini. La personalità e l’autenticità di luoghi unici sono presenti in ogni nostra bottiglia”.
Durante la visita è stato precisato che non vengono usati erbicidi e pesticidi e che la filosofia della casa vinicola si basa sul rispetto del vigneto e sulla sostenibilità ambientale, ma anche su un autentico lavoro di precisione enologica realizzato sia in vigna che in cantina, inseguendo la ricerca dell’eccellenza.
Qualche numero:
11 le varietà coltivate.
Mezzo milione di bottiglie l’anno.
70% esportate sul mercato internazionale.
30% vendute in Spagna.
Gli assaggi
EM Chardonnay 2021, vendemmia notturna, breve macerazione e fermentazione in botti di rovere francese nuova per sei mesi.
EM Monastrell Rose 2021, 100% Monastrell.
EM Pinot Noir 2022, questo mi ha particolarmente colpito per la freschezza e la bevibilità.
EM Finca Xaconero Monastell 2018, un blend di 90% vecchie viti di Monastrell con 5% Shiraz e 5% Garnacha Fina, 12 mesi in rovere francese mediamente tostate.
Las Quebradas 2020, Monastrell 100%, 26 mesi in rovere francese.
Blend Santarosa 2020, un blend di Cabernet Sauvignon, Monastrell, Syrah e Merlot che fa barrique nuova di rovere francese. Dedicato alla mamma Rosa.
Monastrell raccolta tardiva, tre anni in barrique americano, una sorta di Moscato secco da uva rossa.
E’ stato molto, molto interessante scoprire questo territorio, dove ho avuto la possibilità di approfondire la mia conoscenza del Monastrell. Se non lo conoscete, ve ne consiglio assolutamente la scoperta.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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8 Maggio, 2023
Due realtà vinicole a Bolgheri: Caccia al Piano e Cantine Michele Satta
The Voice of blogger si arricchisce: inizia una nuova rubrica, che porta il titolo Acini rari.
La cura Emanuele Masi, wine blogger, che in modo semplice e informale ci porta in questo primo viaggio da lui condotto a Bolgheri, raccontando Caccia al Piano e Cantine Michele Satta.
Caccia al Piano
Oggi siamo a Bolgheri per visitare la cantina che produce il Caccia al Piano Bolgheri Superiore, assaggiato a Anteprima Vini della Costa.
La cantina è stata acquistata da Franco Ziliani (quello della Berlucchi, per intendersi) nel 2003, ampliando successivamente i possedimenti e arrivando fino alla collina di San Biagio: 23 ettari complessivi suddivisi in vari appezzamenti.
Le varietà coltivate sono tante, tra cui le classiche da taglio bordolese come il disciplinare richiede.
Oggi sono i 3 figli che portano avanti l’attività.
Arrivati sul posto è il cantiniere che ci accompagna nel tour partendo dalla splendida terrazza che sovrasta la cantina, da dove si può vedere tutte le vigne che circondano l’azienda.
Il giro prosegue nella zona di vinificazione e affinamento, che, oltre ad essere all’avanguardia, è mirata a creare il minimo impatto ambientale, ad esempio utilizzando muri fatti di mattoni traforati messi a taglio, per permettere un maggior ricircolo dell’aria.
Hanno vari fornitori di barrique e tonneau per sfruttare i diversi aromi rilasciati dal legno, usandole in base alle tipologie di vino che devono essere prodotte.
È arrivato il momento degli assaggi: la degustazione comprende 3 rossi, 2 bianchi e un rosato spumantizzato.
Chiaramente mi concentro sul vino per il quale sono venuto.
– Caccia al piano 2018 – Bolgheri DOC superiore (70% Cab. Sauvignon 30% Cabernet Franc)
Il colore è rubino intenso e scuro, limpido e impenetrabile.
Al naso prevale il frutto scuro, mora, poi i sentori vegetali del Cabernet, spezie nere come pepe, nota balsamica intensa e cacao sul finale.
Al palato è caldo e di buona struttura, tannini vibranti ma abbastanza morbidi, buona sapidità minerale che smorza la carica alcolica del sorso.
Lunga persistenza e ottima retrolfattiva, dove torna il frutto e la nota balsamica mentolata.
Bella espressione di Bolgheri.
CANTINA MICHELE SATTA
Continua il tour, questa volta per conoscere il Maestro Michele Satta, uno dei personaggi più innovativi del panorama bolgherese.
Michele Satta, varesotto di origine, fonda la sua cantina nel 1991 dopo anni di consulenze agronomiche per diverse aziende del territorio.
Oggi l’azienda vanta 23 ettari vitati, dove le vigne più vecchie sono del 1983.
Giacomo, il figlio di Michele, porta avanti con passione il lavoro del padre.
Arrivati, facciamo un breve giro dei locali per vedere la modernissima cantina scavata nella pietra, e, una volta concluso il giro, iniziamo gli assaggi guidati con il sig. Satta, motivo principale della mia visita.
È un piacere stare ad ascoltarlo mentre ci racconta delle sue esperienze in cantina.
Nel parlare ci confida che all’inizio voleva provare a produrre fragole… poi fortunatamente si è ravveduto!
Ci spiega che il terreno qui è relativamente giovane e che i vini possono esprimere sia la forza data dal terroir, sia l’eleganza legata al microclima.
Raccontati da lui, ogni vino che abbiamo assaggiato era un simposio di profumi e sensazioni, in un viaggio che parte dalla vigna e finisce nel calice.
Resta di fatto che per me il più esaltante è stato sicuramente il:
PIASTRAIA 2019 – Bolgheri DOC superiore
Blend di Cabernet, Merlot, Sangiovese e Syrah.
Un vino di struttura ed eleganza, verticale, ma che sa mostrare anche la sua forza.
Si presenta di un rosso rubino intenso e lucente, limpido e trasparente.
Al naso la nota speziata di pepe data dal Syrah è immediata, poi si affacciano i frutti neri e rossi, polposi, una nota balsamica precede quella ematica e agrumata per poi finire sul cacao amaro.
Al palato è caldo e di buona struttura, minerale e leggermente sapido.
Il tannino è ancora un po’ spigoloso per la giovane età, ma non è aggressivo.
Anche l’acidità è spinta per calibrare la morbidezza data dagli uvaggi internazionali.
Un vino non ancora al massimo della sua forma, ma che ha già raggiunto un ottimo equilibrio e lascia in bocca una piacevole persistenza agrumata.
Un capolavoro di un maestro del vino!
Acini Rari vi dà appuntamento al prossimo tour.
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26 Aprile, 2023
Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere
Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere
Cari amici lettori, ormai sono anni che seguo il mondo del vino e molto spesso capita che qualcuno mi chieda in privato cantine che consiglio per qualità, intensità dei vini e piacevolezza… e una che indico sempre è la cantina piemontese Roberto Sarotto!
La storia di questa azienda ha inizio nel 1820, quando Giuseppe Sarotto, capostipite della famiglia, da Barbaresco giunge a Neviglie, provincia di Cuneo, dove l’azienda ha sede. Oggi essa conta oltre 90 ettari vitati tra le Langhe del Barolo e del Barbaresco (Neive), il Monferrato e Gavi, con una produzione di molte referenze e circa 1 milione di bottiglie, con ampia distribuzione all’estero.
Giuseppe Sarotto è il capostipite di una lunga storia di famiglia, egli è infatti il primo ad intraprendere l’attività vitivinicola, seguito poi dal figlio Giovanni e nipote Luigi Giovanni. La produzione in origine è limitata al solo Dolcetto, che viene negoziato sia sul mercato locale che esportato all’ingrosso in Inghilterra.
Nei primi anni ’40, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale e della Fillossera, il settore entra in crisi e l’attività subisce un drastico arresto. Prende poi in mano l’azienda la generazione successiva, con Angelo, determinato a proseguire l’attività di famiglia, lavorando a vigneti la terra ricevuta dai genitori. Grazie al fondamentale supporto della moglie Maria, le coltivazioni si ampliano verso nuove varietà di uva, come il Moscato, Freisa e Barbera.
Nel 1984 Roberto, il figlio di Angelo, si diploma alla prestigiosa scuola enologica di Alba, prospettando un nuovo inizio per l’attività di produzione vinicola che si era fermata anni prima. Sette anni più tardi, l’acquisto di una proprietà di 20 ettari in Barolo costituisce un punto di svolta per lo sviluppo dell’azienda, che entra a far parte della cerchia dei produttori più rinomati del Piemonte e che prosegue l’espansione. In pochi anni vengono annessi vigneti nei più importanti cru del comune di Neive, aggiungendo così il Barbaresco alla propria gamma. Intorno ai primi anni ’90, Roberto e sua moglie Aurora, spingono le loro ambizioni ancora più lontano, precisamente nella zona di Gavi, dove verrà in seguito istituita la cantina secondaria.
Oggi l’azienda, oltre ad espandersi territorialmente, vede la nuova generazione partecipare attivamente alle attività aziendali, con i figli di Roberto e Aurora, Enrico ed Elena, ed ha visto un grande progresso tecnologico con l’entrata in funzione, nella stagione vendemmiale 2021, del nuovo reparto pigiatura della Roberto Sarotto, composto da due tramogge con circuiti di trasporto dell’uva distinti e gestibili dal quadro sinottico. Sono state inoltre installate tre presse pneumatiche, di cui una in grado di operare in atmosfera di azoto, un sistema che riducendo al minimo l’ossidazione dei mosti riduce l’utilizzo di solfiti e che rappresenta una delle più innovative in Italia.
È evidente a tutti come la conduzione familiare sia uno dei plus di questa azienda, che si fregia tra le altre cose di due aspetti molto interessanti e curiosi.
Il primo che vi racconto è il conseguimento da parte loro della certificazione del GUINNESS WORLD RECORDS per la Botte di rovere più grande del mondo inaugurata lo scorso luglio nella cantina di Naviglie.
Realizzata in rovere di Slavonia dalla ditta G. & P. Garbellotto S.p.A. di Conegliano Veneto, la Botte è alta all’incirca 5,3 metri per un diametro di 4,70 metri e una profondità di 3,70 metri., ed è dedicata “Ai fondatori” della cantina: i genitori Angelo e Maria, pionieri del successo di quello che, nell’arco di 70 anni, è diventato un brand apprezzato a livello nazionale e internazionale.
La messa in opera della Botte ha impegnato una decina di operai per due settimane e le sue capacità sono di 478 ettolitri di vino, inaugurando la sua attività con il Barolo della vendemmia 2016, una delle migliori degli ultimi anni.
La Botte più grande del mondo è parte integrante di un progetto di solidarietà, la Riserva dei Fondatori che ne deriverà contribuirà infatti ad alimentare la ricerca scientifica contro i tumori, tema che vede in prima fila Ivana Sarotto, sorella di Roberto, da molti anni ricercatrice all’Istituto di Candiolo.
Secondo aspetto che mi fa piacere segnalavi è l’apertura a partire da febbraio di quest’anno del nuovo Museo interattivo Roberto Sarotto ad Alba, con un percorso che prevede un tour auto-guidato, che il visitatore potrà seguire scaricando la guida digitale, disponibile in diverse lingue, direttamente sul proprio cellulare.
Il Museo Roberto Sarotto costituisce il punto d’incontro di ciò che è la storia della famiglia, con la realtà odierna della cantina e coloro che ne rappresentano il futuro, completando l’esperienza del visitatore che vuole approfondire la conoscenza dell’azienda oltre i suoi prodotti.
Lo spazio, situato nella suggestiva sala sotterranea del Punto Vendita, si compone di una parte espositiva delle annate storiche e dei grandi formati dei vini più pregiati dell’azienda, immagini d’epoca, mostra dei territori da cui nascono i vini dell’azienda con una video-presentazione della zona e, infine, una cabina sensoriale in cui il visitatore viene trasportato nel mondo della cantina Roberto Sarotto attraverso le voci e le interviste dei suoi componenti e collaboratori.
Passando ai vini, sono tantissime le referenze di questa azienda che conta poco meno di 40 etichette, oltre ad invitarvi a vederle sul loro sito, ve ne elenco alcune tra spumanti, celebri denominazioni e classici vitigni piemontesi, Alta Langa, Arneis, Gavi, vitigni internazionali come lo Chardonnay, Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Moscato, Brachetto, e distillati… ma ve ne consiglio tre per questa primavera/estate:
visto che il periodo freddo è alle spalle ma non bisogna mai tralasciare la presenza di un grande vino rosso, non dovete perdervi il “Currà”, Barbaresco DOCG Riserva, da uve Nebbiolo coltivate nella limitata e omonima area di produzione, è un vino complesso, di carattere e di grande armonia, con uve che seguono una macerazione a freddo con successiva fermentazione per 10 giorni, ed un affinamento per 2 mesi in inox, per poi passare 14 – 15 mesi in botti di rovere, quindi ancora 6 mesi in inox, 6 mesi in bottiglia;
con l’arrivo delle belle giornate vi suggerisco “Impuro”, Piemonte DOC Chardonnay, un blend speciale con lo Chardonnay (85%) a cui si aggiunge il Sauvignon Blanc, un assemblaggio che avviene nel momento in cui entrambi i vini hanno completato la fermentazione. Bouquet intenso, complesso, di grande eleganza, vinificato in bianco con macerazione pellicolare e lunga permanenza sui lieviti, che affina per 6-8 mesi in acciaio;
non possono, infine, mancare le bollicine, “Ivy” è un Vino Spumante Bianco Brut, dedicato a Ivana, sorella di Roberto, ed è il primo Spumante prodotto da Roberto Sarotto. Una selezione di uve Chardonnay 40%, Pinot Nero 40% e Cortese 20% spumantizzate con metodo Martinotti, con lunga permanenza del vino sulle fecce della stessa rifermentazione per 12 mesi, conferendo struttura e corpo uniti alla freschezza caratteristica del metodo.
Con questo articolo vi ho lasciato davvero una vera e propria dritta su una cantina che dev’essere assolutamente tra i vostri prossimi acquisti, consigliatissima!!!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Aprile, 2023
Buttafuoco, sette produttori per una Masterclass di successo by Fiorenzo Detti
Canneto Pavese, Comune fulcro del vino Oltrepadano, ha ospitato una masterclass di grande successo che ha visto protagoniste 7 aziende di spessore che hanno fatto del Buttafuoco (storico e base ndr) un prodotto iconico apprezzato dalla ristorazione di alto livello e dalla sempre più esigente e curiosa comunità dei winelovers.
“Canneto Pavese l’ombelico del mondo vinicolo” queste le parole di apertura pronunciate dal conduttore, il preparatissimo e coinvolgente Fiorenzo Detti. Sommelier AIS di lungo corso e orgoglioso ambasciatore di questa zona di Lombardia. Una mattinata divulgativa, informativa e anche piuttosto tecnica durante la quale Detti ha accompagnato la sala gremita attraverso un percorso intrecciato tra storia, produzioni agricole, aree geografiche, vocazioni territoriali e dinamiche commerciali. Un viaggio dal generale al particolare che non ha mancato di regalare diversi spunti anche di attualità e di internazionalizzazione. Le sfide della comunicazione del vino, l’incentivazione a consumi consapevoli, la cultura dell’abbinamento, il saper apprezzare l’evoluzione dei vini nel tempo e l’importanza di approcciare con strategia e metodo i mercati esteri più idonei ai propri prodotti.
7 aziende, dicevamo, ciascuna a presentare la propria interpretazione del Buttafuoco. La batteria era così costituita: Buttafuoco Storico: Vigna Costera dell’azienda Francesco Maggi; Vigna del Corno della cantina Giorgi; Vigna Pregana dell’azienda Quaquarini Francesco, Sacca del Prete dell’azienda Fiamberti Giulio, il Bricco in Versira della cantina Piovani Massimo. Buttafuoco Classico: Bricco Riva Bianca dell’azienda Picchioni Andrea e Cavariola, rosso riserva dell’azienda Bruno Verdi. (18 le aziende in totale associate al Club del Buttafuoco Storico)
Gli assaggi si rivelano da subito molto suggestivi e ciascun vino esprime tratti e caratteristiche tipiche della vigna. “Sono tutti vini fratelli ma non gemelli” riassume Fiorenzo Detti che in questa frase fa trasparire, con una sintesi puntualissima, una serie di considerazioni e aspetti rilevanti. Il Buttafuoco si rivela una vino di gran corpo, dal carattere nobile, morbido e robusto. Un focus aggiuntivo è stato posto sull’evoluzione nel tempo e sulla capacità di questo vino di mutare arricchendosi sempre più di sentori e sfumature diverse in funzione del tempo trascorso in bottiglia. Nei piacevolissimi momenti di interazione con il pubblico, Detti ci poneva davanti al dilemma del conservare il vino in cantina per godere delle proprie evoluzioni future o di berlo immediatamente per capirne la prontezza di beva e per dar pronta soddisfazione al duro lavoro dei produttori presenti in sala.
A chiusura dei lavori, dopo i saluti alle istituzioni, guidati dal Sindaco di Canneto Pavese Francesca Panizzari, spazio al tradizionale agnolotto Bata Lavar che deve il proprio nome alle sue grandi dimensioni per le quali, all’assaggio, la pasta batte inevitabilmente sulle labbra. Riccardo Fiamberti, presidente della Confraternita del Bata Lavar ha raccontato che questo prodotto gode della protezione e tutela del Comune e che solo il Ristorante Bazzini ha l’autorizzazione ufficiale a proporlo ai propri clienti. Fiorenzo Detti è stato inoltre insignito del titolo di membro della Confraternita.
In conclusione, la Proloco di Canneto Pavese è stata in grado di organizzare un evento di livello capace di raccontare il passato, il presente e di fornire prospettive future alle eccellenze del proprio territorio. I nostri personali complimenti all’organizzazione e ai produttori per rendersi quotidianamente ambasciatori di un territorio da vivere, scoprire, bere e assaggiare.
Photo Credit: Pro loco Canneto Pavese
A cura di: Riccardo Rabuffi
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19 Aprile, 2023
Una storia d’amore in Lugana: Tenuta Roveglia
Una storia d’amore in Lugana
Una grande storia d’amore quella tra Federico Zweifel e il Lago di Garda. Partito dalla Svizzera alla ricerca di un lavoro che lo soddisfacesse, il colpo di fulmine fu talmente potente da convincerlo a iniziarvi una nuova vita. Qui Federico comprò terreni e trasformò i campi, spesso abbandonati, in vigneti, rivelatisi nel tempo particolarmente adatti alla coltivazione della Turbiana, un vitigno autoctono.
L’amore per questo territorio è poi proseguito attraverso il figlio Giusto, nonno delle attuali proprietarie. All’inizio venne prodotto vino destinato solo ad amici e clienti locali, iniziando solo in seguito un vero e proprio commercio. Con gli anni, l’Azienda ha acquisito altri terreni, fino a contare ad oggi su 100 ettari di proprietà. Per rispetto alla storia di questa tenuta, il nome è stato mantenuto in “Roveglia”, dalla omonima famiglia che nel 1404 acquistò i terreni e le cascine dal monastero di San Salvatore di Brescia (oggi Santa Giulia di Brescia).
L’incontro inaspettato
Sono stata portata da un amico in visita a quest’azienda il cui nome ovviamente conoscevo, facendo parte del Consorzio Lugana e presente a Wine in Venice, di cui ho curato l’organizzazione. Durante la visita ci siamo imbattuti in Babettli Azzone, a capo dell’azienda di famiglia. Visto il mio entusiasmo, pur dovendo rientrare a casa (non proprio dietro l’angolo) si è prestata a una mini intervista di cui vi voglio riportare alcune parole.
“Non sono molte le aziende vinicole che partono dalla Svizzera per arrivare in terra di Lugana, passando per la scienza (mio padre) e portate avanti da una donna. Una fondamentale trasformazione avvenne negli anni ’80 quando, mancato mio nonno, mio padre Giovanni Felice Azzone, Professore ordinario di Patologia Generale all’Università di Padova e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, prese in mano la gestione della Tenuta Roveglia. Oltretutto, cosa del tutto inusuale per un accademico sposato a una accademica.
Mio padre trasferì in questa realtà vinicola la sua passione per la ricerca ed il coraggio per l’innovazione tecnologica. La sua esperienza di scienziato, a capo di laboratori riconosciuti a livello internazionale, lo aveva sempre più convinto che i migliori risultati si ottengono soprattutto attraverso l’ascolto e il dialogo tra tutti i collaboratori .
Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo. Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston). La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne, Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri. “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo. Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston). La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne, Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri. “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
11 Aprile, 2023
Cà del Bech, ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano
Con Provato per Voi vi portiamo in una bottega in via Mantova 8 a Milano.
Fabio è il bergamasco, nato in Porta Romana, girovago, poliedrico con una storia tutta da raccontare ma che è meglio vi racconti lui quando andrete a trovarlo.
Quello che racconteremo noi, qui, ora, è la sua recentissima nuova vita. Abbandonata la professione precedente cosa fa un bergamasco nell’anima e nelle vene? Se ne inventa una nuova. Fortunatamente Fabio ha fatto del suo sogno nel cassetto, della sua passione, e della sua storia familiare la sua nuova professione.
Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano.
Cà del Bech perchè il Bech era suo nonno, nonno materno, soprannominato così per via del suo naso “aquilino”, appunto Il Bèch, che era contadino a Casirate d’Adda e da cui Fabio ha ereditato la passione per la terra bergamasca.
Fabio conosce le Valli Bergamasche meglio delle sue tasche, le ama, le racconta, le descrive come l’eldorado della gastronomia di qualità, quella in mano a piccolissimi produttori. Fabio li conosce tutti personalmente e ogni settimana fa visita ai suoi fidati fornitori per “rubare” loro, implorandoli, poche forme di formaggi incredibili, salumi inenarrabili, e ancora miele, olio, farine, ovviamente vini e bevande di vario genere.
Oltre alle dimensioni insulse dei casari, apicoltori, vignaioli, coltivatori in genere, ciò che accomuna i gioielli da assaporare che Cà del Bech propone è l’altissima qualità. Ne consegue, come un assioma, la rarità e l’unicità di ciò che troneggia sui piccoli scaffali della bottega.
Fabio racconta
Tutto si può acquistare, ma i racconti di Fabio son la vera merce preziosa. Le storie di come ha conosciuto i vari personaggi, di come va alla conquista settimanale di perle per le nostre papille olfattive e gustative, sono a gratis. Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano, si diceva.
Quindi, cari milanesi, accorrete numerosi per scoprire le meraviglie che la vicina Bergamo, con la sua varietà di territori e produzioni, può donarvi. Lasciate perdere, almeno per una sera, la cucina fushion, il sushi, i piatti etnici. Dimenticate le proposte all you can eat e tornate con i piedi per terra, nella terra. Immergetevi nella terra bergamasca, fatta di gente verace e cocciuta, instancabile, incapace di mollare, attaccata alle proprie tradizioni come camosci alle rocce, paladina del gusto.
Fatelo perché gustosa deve essere la vita, faticosa, ma gustosa, come una michetta con salame, bergamasco, ça va sans dire.
Cà del Bèch, Via Mantova 8, 20135 Milano, Italy
Orari Apertura Bottega: Lunedì, Martedì, Mercoledì – Venerdì e Sabato 07.30 – 13.30 / 16.00 – 19.30
Giovedì 16.00 – 20.00 (la mattina è dedicata al setaccio delle Valli bergamasche)
+39 339 4687785
cadelbech@gmail.com
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6 Aprile, 2023
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Cari amici lettori, come tutti sappiamo le degustazioni sono sempre una meravigliosa occasione per conoscere, approfondire e scoprire aspetti e realtà del nostro amato mondo del vino.
Lo scorso febbraio ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti.
In questa cornice meravigliosa ho avuto il piacere di scoprire Casale dello Sparviero che con la sua qualità ha saputo sin da subito colpirmi e farmi incuriosire.
Assolutamente non trascurabili le dimensioni dell’azienda che si colloca nell’incantevole paesaggio collinare del Chianti Classico senese, come detto siamo appunto tra i comuni di Castellina in Chianti e di Poggibonsi, e si estende complessivamente su circa 380 ettari, di cui 90 di vigneti situati ad un’altitudine ottimale per la produzione dei grandi vini toscani di qualità di circa 250 metri.
Un terroir unico rende unico il Casale dello Sparviero che grazie alla sua estensione riesce ad avere la propria produzione su suoli variegati alternando zone sabbiose a zone argillose, con la costante presenza di scheletro, un contesto variabile e valorizzato al meglio.
Una realtà che nasce 1972 per volontà dell’imprenditore padovano Olindo Andrighetti, che intuisce le potenzialità dei grandi rossi toscani delle colline del Chianti. La prima geografia della tenuta è ben diversa da quella odierna e vede al centro il nucleo di Campoperi con il bosco, i terreni adibiti a seminativo e l’oliveta che fanno da contorno alle vigne di Sangiovese.
Il 1996 rappresenta invece l’anno della svolta: la Campoperi acquisisce la tenuta confinate di Casale, che viene adibita a nuovo centro operativo e produttivo, dando vita al Casale dello Sparviero. Lo stesso anno vede inoltre un passaggio di consegne tra il padre Olindo e la figlia Ada che, con una serie di investimenti mirati, avvia un processo di rinnovamento dei vigneti e di tecnologizzazione della cantina, al fine di rendere l’azienda un’eccellenza del territorio.
L’azienda crede fortemente nel rispetto della natura e delle tradizioni, senza trascurare il tocco innovativo e il carattere internazionale: la produzione si concentra infatti su diversi cloni di Sangiovese, sul Canaiolo e Pugnitello, in continuità con la tradizione che agisce come perfetto complementare, ma nell’area all’esterno dei confini della denominazione sono stati introdotti gli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon, il tutto nel rispetto dell’ambiente e dei suoli con la minimizzazione degli interventi in vigna, nel tenere bassa la resa per ettaro del vigneto, nella simbiosi tra la natura e gli animali del territorio, nel profondo rispetto della biodiversità.
Forte di un credo basato sul rispetto della natura e di una profonda sinergia tra uomo e ambiente, Casale dello Sparviero dalla vendemmia 2016 ha dato il via al processo di conversione in agricoltura biologica, arrivando ad avere la vendemmia 2019 come prima a fregiarsi della certificazione e una completa produzione biologica dal 2022.
Molto legata al Casale la scelta del nome e del simbolo dell’azienda: Lo Sparviero, elegante rapace, nidifica da tempo immemore all’interno della tenuta ed in special modo all’interno delle buche pontaie del Casale stesso, dove è possibile ammirare le nidiate dei nuovi nati in primavera. Forza ed eleganza sono le caratteristiche principali di questo nobile volatile, che ben rappresentano lo stile dei vini qui prodotti e rafforzano il legame con il territorio.
Tra i vigneti presenti in azienda il più antico è quello di Paronza, le cui tracce storiche risalgono al 1169. È da qui che si ottiene la punta di diamante di Casale dello Sparviero, ovvero il Chianti Classico Gran Selezione Paronza, da suoli di argillosi, questa collina è stata individuata nel 1997 come quella destinata alla produzione dell’eccellenza aziendale.
Molte altre sono le produzioni di qualità di questa azienda: Chianti Superiore, Chianti Classico e Chianti Classico Riserva, il Bianco di Casale dello Sparviero (50% è Vermentino, la parte restante Malvasia e Trebbiano), Rosato (da uve Sangiovese) e l’IGT Toscana rosso (Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot).
Vino dallo stile inconfondibile che riescono a coniugare forza ed eleganza in pieno stile toscano, da non perdere assolutamente!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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5 Aprile, 2023
Non solo vino: l'Aceto Balsamico
L’aceto balsamico: dalla storia alla tavola
Un po’ di storia
La storia dell’aceto si perde nella notte dei tempi con testimonianze di un procedimento simile già nel 2900 A.C. nell’Antico Egitto. Oltre un millennio dopo, sempre presso questa civiltà, si sviluppa la cottura del mosto. Ci sarebbe tantissimo da dire ma, facendo un salto in avanti a tempi più recenti, troviamo gli Estensi che, nel 1598, si trasferirono da Ferrara a Modena, portando i loro aceti. Lì, però, ne scoprirono un altro, sconosciuto ai più e prodotto nelle soffitte delle famiglie modenesi. Aveva caratteristiche completamente diverse dagli altri, con un’armonia di sapori e profumi giudicati ineguagliabili e venne quindi considerato qualitativamente superiore rispetto a quelli allora conosciuti. Nel sottotetto di una torre di Palazzo Ducale venne quindi posizionata un’acetaia, alimentata con mosto «purgato e ridotto secondo la pratica», come scrive nel 1803 Latour, subeconomo dei Beni Nazionali del Panaro durante l’occupazione francese. Nel 1747, sui registri delle cantine segrete della Corte Estense questo prodotto fu denominato per la prima volta “aceto balsamico”. Questo stesso aceto era al tempo conosciuto come “aceto del Duca”, una denominazione che incorporava nel nome un importante segno di distinzione ed eccellenza qualitativa.
Elisir per tavole raffinate
Furono proprio i duchi estensi a fare conoscere l’Aceto Balsamico in molte corti europee del loro tempo. Tra i tanti, due episodi valgono una menzione. Il primo, nel 1764, quando il Gran Cancelliere di Moscovia, Conte Michele Woronzow, inviato dalla Zarina di Russia Caterina la Grande in missione diplomatica presso le capitali europee, giunto a Modena, chiese di spedire a Mosca alcune bottigliette di Balsamico delle acetaie ducali. Il secondo nel 1792 a Francoforte, in occasione dell’incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero dell’Arciduca Francesco II d’Austria, quando il Duca Ercole III d’Este ritenne che il suo secolare aceto fosse degno di essere inviato in dono all’Imperatore, ma nella modesta misura di un flacone.
Nel 1796 Napoleone Bonaparte conquista Modena, caccia gli Estensi e ne sequestra i beni, tra cui l’Acetaia Ducale, che viene venduta all’asta. Varie famiglie nobili e borghesi di Modena acquistano quindi le varie batterie, continuando la produzione e diventandone così i custodi della tradizione, nelle proprie soffitte.
Il disciplinare dell’aceto balsamico
Oggi esiste un disciplinare molto rigido che regola la produzione di Aceto Balsamico di Modena. Ad esempio, le uve devono essere native, coltivate e cresciute sul territorio di Modena. L’elenco di quelle permesse specifica Lambrusco (tutte le varietà e cloni), Ancellotta, Trebbiano (tutte le varietà e cloni), Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta. Esistono anche vincoli territoriali, che prevedono che l’assemblaggio delle materie prime, l’elaborazione, l’affinamento e l’invecchiamento in recipienti di legno pregiato abbiano luogo obbligatoriamente nelle province di Modena. Il prodotto finito può invece essere confezionato anche al di fuori della zona geografica di origine.
L’elaborazione dell’Aceto Balsamico di Modena avviene con il classico metodo di acetificazione tramite impiego di colonie batteriche selezionate, lenta in superficie o lenta “a truciolo”. La fase successiva è quella dell’affinamento, anch’essa svolta come la prima all’interno di barili, botti o tini o di legno pregiato quali rovere, castagno, quercia, gelso e ginepro. Il periodo minimo di affinamento è di 60 giorni, conteggiati a partire dal momento in cui le materie prime, miscelate tra loro nella giusta proporzione, sono avviate all’elaborazione. Al termine dell’affinamento, il prodotto ottenuto viene sottoposto a un esame, analitico e organolettico, affidato a un gruppo di tecnici e assaggiatori esperti. Questo è lo step da superare affinché il prodotto possa essere certificato come Aceto Balsamico di Modena.
Una volta trascorsi 60 giorni di affinamento in tini di legno, l’Aceto Balsamico di Modena può essere sottoposto a un ulteriore periodo di invecchiamento. Se questa fase si dilunga per più di tre anni, il prodotto finito potrà fregiarsi della classificazione “invecchiato”.
L’Aceto Balsamico di Modena così ottenuto può essere immesso al consumo diretto. Viene inserito in contenitori in vetro, legno, ceramica o terracotta di varie capacità, da un minimo di un quarto di litro a cinque litri. Sono ammesse anche confezioni monodose di plastica o di materiali composti, di capacità massima di 25 ml. Nel caso in cui il prodotto sia destinato a un utilizzo professionale, la capacità minima dei recipienti in vetro, legno, ceramica o terracotta è di 5 litri, che scendono a 2 nel caso il recipiente sia in plastica.
Su ogni confezione è posta la dicitura Aceto Balsamico di Modena, accompagnata dall’Indicazione Geografica Protetta.
Aceto balsamico DOP, IGP, e altre denominazioni
Soprattutto negli ultimi anni, l’aceto balsamico è diventato di gran moda e si è molto diffuso, tanto da poterlo trovare al posto dell’aceto classico su tutte le tavole, fast food e pizzerie incluse. E’ bene però sapere che ne esistono numerosi tipi e che per avere un’idea immediata ci si può regolare guardando il costo, tenendo presente che il costo medio di un Aceto Balsamico di Modena IGP al supermercato va dai 2 ai 30 euro circa per una confezione da 500 ml. Il prezzo per un buon aceto balsamico tradizionale di Modena DOP, comunque, si aggira intorno ai 50 euro per 100 ml. Riguardo l’autenticità, il modo più semplice per riconoscere un vero aceto balsamico tradizionale è fare attenzione alla bottiglia, la cui forma tipica richiama quella di una goccia, contiene sempre esattamente 100 millilitri ed è stata disegnata da Giorgetto Giugiaro. Un’eccellenza nell’eccellenza!
Tipologie e denominazioni
Condimento balsamico / Aceto balsamico / Mosto aspro / Condimento / Saba e Aceto balsamico
Qui tutto è permesso. Il prodotto ha un sapore acidulo ed è stato trattato con acido acetico. Non necessita né dell’indicazione specifica della materia prima utilizzata, né dell’uva, né del processo di produzione. Invece dell’uva, che è la prerogativa di base di un vero aceto balsamico, possono rientrare in queste categorie anche aceti balsamici di mele e altri frutti, come di barbabietole da zucchero, miele, riso, cereali e tutto ciò che può essere fermentato. Occhio alle etichette, quindi, perchè nonostante il termine “aceto balsamico” faccia generalmente riferimento al metodo di preparazione classico dell’aceto come tramandato da generazioni nella tradizione modenese, non si tratta di una denominazione protetta.
Aceto Balsamico di Modena IGP, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP (ABTM) e Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP (ABTdiRE)
Solamente i tre termini “Aceto balsamico di Modena IGP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP” assicurano che lo standard minimo stabilito nel discpilinare del prodotto sia stato rispettato durante la produzione. Tuttavia, anche nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena IGP si incontrano spesso prodotti industriali che, oltre al mosto d’uva, sono costituiti da aceto di vino e caramello (in etichetta spesso anche come “colorante E150d”), che permette al prodotto di ottenere il tipico colore dell’Aceto Balsamico di Modena IGP .
La differenza tra questa denominazione e quella “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” è che quest’ultimo deve sottostare, secondo l’ultima direttiva UE, ai rigidi criteri che stabiliscono le materie prime da utilizzare e le caratteristiche fondamentali al fine dell’imbottigliamento ed etichettatura. In ultima analisi, il mosto cotto e un minimo di 12 anni sono gli unici ingredienti di un aceto balsamico tradizionale originale, questo lungo processo di affinamento ed invecchiamento essendo anche il principale motivo del prezzo elevato.
Esiste un bellissimo museo dove potere effettuare una visita guidata molto interessante. Si trova a Spilamberto e raccoglie, in una palazzina, la storia dell’Aceto Balsamico. Qui potrete anche assaggiarlo e vedere con i vostri occhi quante famiglie, personaggi e organizzazioni conosciute (Massimo Bottura, Slow Food e persino una banca locale) tengono in affinamento qui le loro batterie. Una bella idea per una gita fuori porta e per scoprire il vero Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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30 Marzo, 2023
That’s Cirò: conoscere la più antica D.O.C della Calabria.
Lunedì 20 marzo presso il Rome Cavalieri A Waldorf Astoria Hotel, si è tenuto un evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.C. Cirò e Melissa in collaborazione con Fondazione Italiana Sommelier, per raccontare Cirò, la più antica D.O.C della Calabria, e per la valorizzazione dei vini del territorio Calabrese e del vitigno principe della zona, il Gaglioppo.
L’evento ha visto coinvolte 15 aziende del territorio, che, grazie ai banchi di assaggio organizzati nella Sala Michelangelo, hanno potuto far conoscere ad appassionati, operatori e stampa, quello che da sempre è considerato il vino più antico ancora in produzione.
A seguire, i banchi di assaggio, la masterclass “il Gaglioppo: tra identità e longevità” guidata da Paolo Lauciani, docente Fondazione Italiana Sommelier e Paolo Ippolito, responsabile della commissione comunicazione del Consorzio.
“Se il nostro soprannome storico è Enotria, cioè terra del vino, è per merito della Calabria.” – comincia così Paolo Lauciani – proprio per sottolineare l’importanza della viticultura calabrese, e del gaglioppo, vitigno che risale ai tempi della Magna Grecia, quando Cirò Marina era chiamata Cremissa, e il vino Krimisa, era il premio per i vincitori delle olimpiadi.
“Il problema della Calabria è un problema di forma non di sostanza”, dichiara Paolo Ippolito, abbiamo un territorio unico, fortemente vocato per la viticultura per le condizioni pedoclimatiche ottimali, basti pensare che Cirò Marina, trovandosi alla punta estrema del golfo di Taranto, è sempre battuta dai venti di tramontana che assicurano la sanità delle uve, inoltre la piovosità è bassissima e il sole è presente tutto l’anno.
Cirò: la più antica D.O.C della Calabria
È importante anche ricordare che la zona di Cirò vanta 2500 ettari vitati di cui 400 ettari rivendicati come Cirò Doc Classico. I vitigni per la produzione di bianchi e rosati si trovano prevalentemente in pianura, in modo da garantire mineralità e sapidità, mentre i vitigni per la produzione dei rossi si trovano in collina tra i 250-450 metri s.l.m. Gli allevamenti non sono intensivi e nella zona è ancora molto diffuso l’alberello con rese di produzione molto basse.
Negli ultimi dieci anni, dichiara ancora Paolo Ippolito, si sta vivendo una primavera enoica, grazie al cambio generazionale si sta dando una grandissima spinta al territorio di Cirò. Attualmente la produzione supera i 4 milioni di bottiglie e l’export il 35%.
Il vitigno principe di questa zona è il Gaglioppo, un vitigno austero, con un tannino che si adatta bene ai lunghi invecchiamenti.
Il bouquet del Gaglioppo è molto ampio, fruttato e maturo, ma mai surmaturo o grondante di marmellata. Dal frutto si passa a profumi erbacei, tracce terrose, liquirizia e note balsamiche. Il sottobosco è presente e aggiunge spessore al vino. In bocca il Gaglioppo è un vino strutturato, molto tannico, che richiede lunghi affinamenti o l’utilizzo di barriques.
Di seguito i sette vini presentati nella degustazione condotta, appunto, da Paolo Lauciani.
Ciro’ Doc Rosso Classico Superiore – Casamatta 2020 – Cantina Campana
Prodotto con le uve Gaglioppo coltivate in antichi vigneti a ridosso delle coste, ove si scorgono appunto le “casematte”, originarie opere difensive utilizzate in periodo di guerra come protezione delle coste, ed oggi emblema di un’identità da tutelare. La vendemmia è manuale, la fermentazione è in acciaio con delestage giornalieri, e l’affinamento in legno per 12 mesi.
Nel calice un rosso rubino scarico ma luminoso. Al naso spiccano le note floreali di rosa canina seguite da note fruttate di fragoline di bosco e arancia rossa, leggere note speziate, erbe aromatiche e liquirizia. In bocca il sorso è elegante, con un tannino setoso, una buona acidità e una buona sapidità. Chiude con un finale pulito e persistente con un ritorno balsamico.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Volvito 2019 – Caparra e Siciliani
Prodotto con gaglioppo in purezza vinifica in serbatoi di acciaio termocondizionati e affina 18 mesi tra piccole botti di legno di Alier e bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia matura, mora, ribes, seguite da note floreali di viola, sottobosco, polvere di cacao, caffè e liquirizia. In bocca la forza tannica è più evidente, ma perfettamente equilibrata da freschezza e sapidità. Chiude con un finale, corposo, avvolgente e speziato.
Ciro’ Doc Classico Superiore – Il Pagano 2018 – Cantine Greco
Prodotto esclusivamente con le uve delle vigne più storiche, fa una macerazione prefermentativa a 10°C per 48 ore poi, viene lasciato fermentare sulle bucce fino a metà fermentazione alcolica, termina la fermentazione in assenza di bucce. Affina tre mesi in barriques di II passaggio. La fermentazione malolattica viene svolta completamente in barriques di II passaggio
Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto con riflessi granati molto luminosi. Al naso spiccano le note di legno di sandalo, tabacco, grafite, seguite dalle note fruttate di frutti neri, prugna, more, gelso nero, arancia rossa, sottobosco, china. In bocca fresco, sapido, con un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale balsamico.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Pian delle Fate 2018 – Cantina Enotria
Vino di grande tradizione, espressione massima della Riserva della Doc Cirotana, è prodotto con la selezione delle migliori uve. Macerazione con cappello di bucce e rimontaggi a temperatura controllata per 15 giorni in serbatoi d’acciaio, poi affina 18 mesi in serbatoi di acciaio e 6 mesi in barrique.
Nel calice si presenta di un granato luminoso. Al naso spiccano le note di frutta rossa, fragoline, ciliegie, ribes, seguite da note speziate, cardamomo, pepe, tabacco, nota balsamica di liquirizia e menta. In bocca il sorso è fresco, sapido, con un tannino leggermente pungente. Chiude con un finale molto persistente di frutta rossa.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Arcano 2017 – Senatore Vini
Prodotto con uve coltivate con ridotta produzione per ceppo nel vigneto al “Corfu Vecchiu” di Cirò. La selezione e la raccolta avvengono rigorosamente a mano. La Vinificazione è tradizionale con macerazione a temperatura controllata in acciaio. Affina prima in acciaio, poi in barriques, poi in botti di legno di rovere francese da 25 hl per 24 mesi, e infine in bottiglia per 4 mesi prima della messa in commercio.
Nel calice si presenta di un rubino trasparente. Al naso prevalgono le note di frutta , prugna, more, gelatina di ribes, seguite da note di viola leggermente appassita, sottobosco, cacao e china. In bocca il sorso è pieno, con un tannino importante, una buona freschezza e una buona sapidità. Chiude con una buona persistenza e un ritorno balsamico. La 2017 essendo un’annata molto calda si porta dietro una leggera pungenza alcolica.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Dalla Terra 2015 – Tenuta del Conte
Le uve prodotte secondo regime dell’agricoltura biologica, nella zona di Vigna Salico a 150 metri s.l.m., vengono fatte fermentare con lieviti spontanei. Affina 24 mesi in acciaio e 36 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un granato trasparente ancora molto luminoso. Al naso prevalgono sensazioni più terrose, corteccia, foglie secche seguite da note fruttate di fragoline di bosco, agrumi, tamarindo, rabarbaro, scorza di arancia amara. In bocca è fresco, sapido, con un tannino vibrante ma elegante, anche qui abbiamo in chiusura una nota leggermente alcolica. Un vino con uno stile differente dagli altri ma che mantiene sempre lo stile identitario del Gaglioppo.
Cirò Classico Superiore Riserva – Ripe del Falco 2014 – Ippolito 1845
Prodotto con le uve provenienti dal Cru Colli del Mancuso, situati ad un’altezza di 350 metri s.l.m. le vigne sono ad alberello di fine anni ’60, e sono coltivate in regime biologico. Fermenta in cemento e affina 9 anni tra botte grande, acciaio, e bottiglia.
Nel calice si presenta di un rosso rubino scarico, con una perfetta tenuta cromatica. Al naso spiccano le note di frutta rossa a polpa fragrante, amarena, ciliegia, mora, marasca, seguite da note floreali, cacao, spezie, legno di sandalo, incenso, lavanda disidratata. In bocca il sorso è pieno, con una buona freschezza, una buona sapidità e un tannino ancora importante.
È considerato il vino iconico dell’azienda, nato nel 1956 da una scommessa del nonno Vincenzo Ippolito con i produttori del Barolo.
Claudia Maremonti
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