Il cibo è vita. La vita è cibo.
Mangiar bene per vivere meglio. In questa rubrica gli articoli che riguardano il mondo del buon vivere insieme al buon cibo. Oltre che al buon vino!
7 Marzo, 2026
Il Brunch del Quintale. Il nuovo rito del sabato nel cuore della Franciacorta
Pavimenti in cotto, travi a vista, elementi di vetro e acciaio inox, come la maestosa teca per le mezzene, una sharing table nella sala principale che si affaccia sul giardino: Quintale, nel centro storico di Erbusco, è il ristorante braceria della famiglia Moretti, tappa immancabile per gli amanti della carne e delle cotture a fuoco vivo.
Qui viene servita la carne scelta dal “poeta macellaio” di Dario Cecchini. Ambasciatore della carne toscana nel mondo, acclamato da testate giornalistiche internazionali come il Times e l’Independent, appassionato cantore dei versi di Dante e guru dell’autentica bistecca alla fiorentina, Cecchini è amico storico della famiglia Moretti, nonché patron dell’Antica Macelleria Cecchini, un’istituzione da più di due secoli e mezzo a Panzano in Chianti.
Con la guida affidata allo chef Davide Modesti, classe 1993, la tradizione si fonde con una visione contemporanea che esalta la qualità della materia prima e la sostenibilità.
La maestosa griglia di tre metri, alimentata con legni pregiati, è il cuore pulsante della cucina, dove le migliori carni locali, come la razza Barbina di Franciacorta, vengono esaltate con cura artigianale. Accanto a esse, un inedito mondo vegetale prende forma, con lunghe cotture sotto la cenere e pietanze che valorizzano il gusto sincero degli ortaggi di stagione.
La cantina offre una selezione delle etichette della famiglia Moretti, dalle bollicine metodo classico della Franciacorta, ai grandi rossi della Toscana passando per i minerali vini della Sardegna, insieme a cocktail concepiti per accostare l’esperienza della cucina a fuoco vivo.
Le novità del 2026 presentate a febbraio comprendono un nuovo menu alla carta, un menu degustazione chiamato “Beata Gioventù”, dedicato agli under 35 e quotato a €40 con calice di Franciacorta Contadi Castaldi incluso, ed infine il lancio de Il Brunch del Quintale.
Food&Life di WineTales Magazine è andato alla scoperta proprio di quest’ultimo nuovo rituale franciacortino che vede al centro la filosofia dello Chef Davide Modesti, per il quale rimangono essenziali l’utilizzo della brace e l’esaltazione di materie prime d’eccellenza.
A partire da marzo 2026, ogni primo sabato del mese, dalle 11.30 alle 14.30, questo appuntamento sarà la perfetta incarnazione della convivialità, un’occasione informale ma sempre di grande stile per approcciare la cucina del Quintale in un momento rinnovato della giornata.
La proposta brunch contempla un ricco buffet, con prodotti da forno fatti in casa (croissant, pan brioche con burro montato, brioches salate e dolci) e proposte creative come i “Churros cacio, pepe e lime”, il “Caviale di melanzane” e il “Porro alla brace”.
Tra i piatti espressi à la carte, gli irrinunciabili del brunch come il French toast, l’Uovo alla Benedict e l’Omelette al formaggio, affiancati da alcune proposte signature della cucina di Chef Modesti, fra cui il “Bao pulled pork” e il “Toast di fegato”.
Con una formula quotata a €45, ogni ospite potrà divertirsi al buffet e aggiungere due piatti alla carta.
Sarà un’occasione golosa per arricchire un fine settimana in Franciacorta con il tocco di chef Modesti, nel quale la tradizione della cucina bresciana si riveste di una luce fresca e moderna.
Restate aggiornati, perché in occasione delle Giornate FAI di Primavera (21 e 22 marzo 2026), Chef Modesti ha concepito una proposta ispirata ai sapori della stagione e dedicata ai soci FAI che in quelle due date andranno alla scoperta di ville, pievi e antichi cortili… come il Quintale stesso, che sorge nel borgo storico di Erbusco, all’interno di una suggestiva cascina in cui il portico, chiuso da una vetrata, segna la continuità fra il cortile-giardino e le sue sale.
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
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31 Gennaio, 2026
Gourmantico 2026
LA TERZA EDIZIONE PRESENTA IL MENU COME RACCONTO, CHE SI SVELA MORSO DOPO MORSO
Dal 12 gennaio fino al 2 aprile 2026 torna protagonista in alcuni dei migliori ristoranti del Nord Italia GOURMANTICO, l’appuntamento dedicato all’alta ristorazione e alla valorizzazione della cultura enogastronomica locale.
Un’iniziativa dell’Associazione Culturale Enogastronomica Insieme, che da anni promuove il territorio attraverso la creatività e l’eccellenza.
La tavola si fa luogo di narrazione sensoriale in cui lo Chef è autore, il commensale è lettore e il menu diventa un racconto che si svela morso dopo morso. Perché ogni storia, come ogni ricetta, vive davvero solo a tavola.
“Siamo felici di essere qui per la terza edizione e che l’associazione stia crescendo anche per i soci membri della nostra associazione – afferma Camillo Rota, Antica Osteria de Camelì e presidente Associazione Insieme – questo dimostra l’impegno di tutti nella promozione della cucina italiana di qualità patrimonio dell’umanità.”
Durante il periodo dell’evento, ad eccezione di San Valentino, i ristoranti aderenti – il cui elenco è disponibile su www.gourmantico.it – proporranno un menu degustazione completo al prezzo fisso di 80 euro, ciascuno con una proposta unica e distintiva, pensata per raccontare l’identità dello chef e del luogo. Unica deroga di offerta per il ristorante Villa Elena, 2 stelle Michelin.
GOURMANTICO è molto più di una rassegna gastronomica: è un progetto culturale che mette al centro il valore del cibo come espressione di storia, tradizione e innovazione. Un’occasione per scoprire (o riscoprire) i migliori ristoranti del territorio attraverso un’esperienza di prestigio ma accessibile.
I numeri dell’edizione 2025 sono stati ragguardevoli ed incoraggianti: 21 ristoranti, 4 province, 15.000 prenotazioni, 30.000 coperti con ospiti provenienti da tutta la Lombardia e 180.000 visitatori sul sito dell’iniziativa.
Il progetto nasce con un obiettivo chiaro: aprire le porte dell’alta cucina a un pubblico più ampio, mantenendo standard qualitativi elevatissimi.
Per questo l’Associazione Insieme ha definito criteri rigorosi di partecipazione, tra cui anzianità dell’attività, riconoscimenti da guide nazionali, qualità dell’offerta e una politica di prezzo trasparente e coerente con la filosofia dell’evento. L’edizione 2026 di Gourmantico si arricchisce di una nuova e significativa presenza: entra per la prima volta nell’Associazione Insieme il ristorante Gaudio dei Fratelli Papa, che amplia i confini della rassegna portando con sé l’eccellenza e l’identità gastronomica del territorio bresciano. Un nuovo racconto di gusto che si intreccia con quelli già presenti, ampliando il dialogo tra culture, tradizioni e visioni della cucina contemporanea.
Il tema di GOURMANTICO 2026 è “Racconti da gustare”: un invito a vivere la cucina come linguaggio narrativo. Ogni piatto evolve in una storia da assaporare, in grado di evocare ricordi, viaggi e visioni. Profumi, consistenze e colori si trasformano in parole non dette, in frammenti di memoria e fantasia.
Francesca Mauri del ristorante Impronte e consigliere dell’Associazione –
La tavola diventa un luogo di relazione, racconto e condivisione. In un contesto culturale sempre più orientato alla velocità, Gourmantico rivendica il valore del tempo dedicato all’esperienza gastronomica: non solo cucina, ma accoglienza, dialogo, memoria e territorio. Gli chef non sono chiamati a inventare storie, ma a raccontare la propria identità attraverso piatti che parlano di stagionalità, tradizione e visione personale.
Il racconto si fa così corale e circolare: nasce dalla cucina, attraversa la sala e si completa con il cliente, che non è semplice spettatore, ma parte attiva dell’esperienza. La tavola si conferma come spazio vivo, dove la cucina italiana – oggi patrimonio UNESCO – continua a evolversi senza perdere autenticità.
GOURMANTICO 2026 celebra il potere evocativo del gusto, intrecciando cultura gastronomica e arte del racconto, in un viaggio dove i sapori diventano emozioni e le emozioni trovano senso solo quando vengono condivise.
Gourmantico 2026, come la passata edizione, vanterà anche una proposta estiva che verrà presentata a giugno.
Vi terrò con immenso piacere aggiornati, anche perché l’accoglienza all’Hotel Excelsior San Marco di Bergamo a chiusura la Conferenza Stampa è stata memorabile: tra i piatti serviti “Topinambur alla cenere, mirtillo rosso, foglie di crisantemo” e un “Risotto Gamberi, burrata e pepe nero”, accompagnati da Metodo Classico Extra Brut 108 mesi sui lieviti “Elfo della Neve” di Tenuta Casa Virginia.
Adele Gorni Silvestrini – Passi in cantina
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29 Gennaio, 2026
FLOS OLEI 2026. La maggiore età di una guida che celebra l'EVO.
IL COSA E IL DOVE
Con l’Edizione 2026 la guida FLOS OLEI ha compiuto la maggiore e nel fine settimana 30 Novembre – 1 Dicembre scorsi è stata presentata al pubblico romano nelle ampie ed eleganti sale dell’Hotel WESTIN EXCELSIOR ROME in occasione del FLOS OLEI TOUR 2026.
500 Produttori, 761 EVO da 57 Paesi e 35 regioni olivicole recensiti in 912 Pagine curate da Marco Oreggia e Laura Marinelli e celebrati in una due giorni dedicata al mondo dell’Extra Vergine di Oliva e della Qualità.
Due giorni durante i quali il numeroso pubblico accorso ha potuto assaggiare il lavoro delle circa 80 Aziende presenti ai banchi di assaggio, partecipare a masterclass tematiche e assaggiare le proposte gastronomiche di diversi chef.
GLI ASSAGGI
C’era davvero tanto in cui ficcare il naso (in realtà meno di quanto mi aspettassi), sono senza nessun programma e, per una volta, con un bel po’ di tempo a disposizione.
Tra i circa 60 EVO assaggiati ne ho selezionati cabalisticamente diciassette.
Diciassette oli che Vi invito a provare personalmente per capire le infinite sfaccettature di quell’oro verde di cui io e altri ci sforziamo inutilmente di parlare e che per mille motivi continua a occupare sulle nostre tavole il posto di Cenerentola anziché di principe.
QUELLI DA NOVANTA
– MONOVARIETALE INTOSSO, TOMMASO MASCIANTONIO – TRAPPETO DI CAPRAFICO (ABRUZZO): olfatto ricco, fresco e mentolato, che evidenzia carciofo fresco, pomodoro e cicoria accennando a sottili peposità.
Assaggio elegante e di inarrestabile progressione amaro – piccante che chiude sottolineando erbe aromatiche e piccantezze di pimento.
90 Punti.
– TERRA DI BARI – BITONTO DOP MONOCULTIVAR CORATINA “CAGNARA”, CICCOLELLA (PUGLIA): olfatto ombroso che sciorina con rustica eleganza campagnole amaritudini di rucola, cicoria e cardo.
Il pomodoro arriva con calma accompagnato dalla mandorla e dalla melanzana mentre s’affaccia un ché d’agrume.
Assaggio potente, con amaro e piccante in grande evidenza ma mai sopra le righe per un palato di grande impatto.
91 Punti.
– MONOCULTIVAR BELLA DI CERIGNOLA “L’OLIO DEL NONNO SALVATORE”, LE TRE COLONNE(PUGLIA): si presenta subito come una vera e propria “spremuta di piselli”, freschissimi e succosi, appena tolti dal baccello.
Un vero colpo da KO che quasi lascia ci si dimentichi del pomodoro verde e delle freschezze balsamiche di menta e basilico.
Assaggio elegantemente dosato, di grande coerenza, a rimarcare le freschezze leguminose aggiungendovi quelle ortolane, dolci di lattuga e stuzzicanti di sedano.
92 Punti e il mio personalissimo premio “SURPRAIS”.
I QUASIQUASI
– MONOVARIETALE CROGNALEGNO “CROGNALE”, TOMMASO MASCIANTONIO – TRAPPETO DI CAPRAFICO (ABRUZZO): carciofo, cardo e pomodoro introducono balsamicità di finocchietto selvatico e eleganti sensazioni di mandorla.
Assaggio inizialmente elegantemente silenzioso ma che ben presto rivela potenza amaro-piccante e allungo fresco e saporito.
89 Punti.
– MONOCULTIVAR FRANTOIO “PRIORATO”, TENUTE DEL CARICATURO (CAMPANIA): olfatto vegetale, a sottolineare lattuga, cicoria e carciofo, che lascia a menta e rosmarino il compito di rinfrescare.
Assaggio decisamente amaro e gagliardamente piccante, coerente e con ampie sottolineature speziate di pepe e forse cannella.
87++ Punti.
– EVO “SPACCAPIETRE”, LERRY PICCINI (MARCHE): olfatto che si destreggia tra sfalci freschi ed erbe aromatiche, con intarsi di finocchietto selvatico, carciofo e mela.
Assaggio segnato da piccante delicato e amaro poco presente, che rimanda alle freschezze ortolane ma non dimentica le dolcezze di frutta e spezie (cannella).
Decisamente di acchiappo il packaging ma…c’è ancora tanto lavoro da fare.
85- – Punti.
– TERRA DI BARI – BITONTO DOP “TENUTA TORRE DI MOSSA”, DE CARLO (PUGLIA): deciso il carciofo, di polso la menta, il rosmarino e il timo, cicoria e lattuga a contorno.
Assaggio coerente e balsamico, deciso nell’amaro e consono nel piccante, con un allungo privo di cedimenti dedicato a mandorla e intriganti peposità.
89 Punti tuttitutti.
– EVO “ORGANIC CRU”, CICCOLELLA (PUGLIA): Coratina e Ogliarola Barese per un olfatto “decisamente deciso”!
Bello il contrasto tra l’erba appena sfalciata e la camomilla, tra la mela Granny Smith e il gelsomino!
In bocca spinge sul piccante e sottolinea l’amaro rimandando coerentemente ai descrittori olfattivi e aggiungendovi, in chiusura, una coccarda di mandorla.
88+ Punti
– MONOCULTIVAR CORATINA “LE SELEZIONI”, LE TRE COLONNE (PUGLIA): olfatto ortolano che affianca lattuga a legumi lasciando a carciofo e peperoncino la chorus line del palcoscenico.
Assaggio subito e decisamente piccante, con amaro che, in progressione, va a caratterizzare l’atmosfera e finale piacevolmente erbaceo.
88+ Punti.
– TERRA DI BARI – CASTEL DEL MONTE DOP MONOCULTIVAR CORATINA “DON GIOACCHINO”, SABINO LEONE (PUGLIA): olfatto “regionale”, a sottolineare le cime di rapa prima del carciofo per allungarsi poi su note di legumi e freschezze di basilico.
Assaggio deciso, con amaro e piccante saldamente alleati e pronti alla pugna e un finale di rara lunghezza e decisamente erbaceo (forse troppo).
89+ Punti.
– MONOCULTIVAR FRANTOIO “LA M’NÈNN”, SABINO LEONE (PUGLIA): olfatto dedicato alla frutta secca con una mandorla che scimmiotta l’armellina della pesca a farla da padrona, seguono erbe aromatiche e un appena di pomodoro e un sorriso di noce moscata.
Assaggio decisamente piccante con l’amaro a sottolineare atmosfera e allungo.
88+ Punti.
– MONOCULTIVAR BOSANA “ANTICHI ULIVETI”, PINNA (SARDEGNA): olfatto ortolano che punta decisamente su lattuga e soncino per lasciare al carciofo la chiusura e alla mela il compito di far riflettere.
Assaggio equilibrato e coerente, che aggiunge le piccantezze dolci del sedano ai descrittori olfattivi e lascia una piacevole e durevole scia amaro-piccante.
88– Punti.
– EVO “TESORO”, FEUDO DISISA (SICILIA): olfatto che mixa frutta a ortaggi, lasciando il naso a zigzagare tra mela Golden e pomodoro, banana e melanzana…con piacevoli note di noce e spezie a contorno.
Assaggio elegante, di equilibrata intensità e con un finale progressivo e molto lungo.
89- Punti.
p.s. da tenere assolutamente d’occhio la “prova d’autore” MONOCULTIVAR NOCELLARA DEL BELICE (confesso di essermi perso in chiacchiere e non ho preso appunti…prometto però che farò in modo di riparare).
– MONOCULTIVAR FRANTOIO, FRANTOIO PRUNETI (TOSCANA): olfatto che sottolinea foglia di pomodoro e carciofo, freschezze di salvia e un bel tiramolla tra le dolcezze della mandorla e le piccantezze del ravanello.
Assaggio caratterizzato da amaro e piccante decisi, importanti ma mai sopra le righe e da un finale piacevolmente erbaceo.
88 Punti (con, forse, un +).
– MONOCULTIVAR MORAIOLO “N° 51” (PRESIDIO SLOW FOOD OLIVI SECOLARI), DECIMI(UMBRIA): olfatto governato da stuzzicosità di pepe nero e peperoncino a precedere carciofo, mandorla e sfalci freschi.
Assaggio compito, di bell’equilibrio amaro-piccante, a sottolineare verdi freschezze ortolane di quasi lattuga.
88- Punti.
– MONOVARIETALE GRIGNANO “ARLENE”, PERNIGO (VENETO): olfatto dedicato alla frutta, con mela, pera e banana in grande spolvero con il pomodoro verde che sembra un po’ in affanno ma cui vengono in soccorso le freschezze di menta e basilico.
In bocca comanda l’orto di sedano e lattuga, piace l’amaro che alza la testa e un po’ meno l’arrancare del piccante.
In ogni caso un assaggio interessante e molto consigliabile.
88- Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a tutti!
Agli Organizzatori per avermi ospitato ancora una volta e ai Produttori per aver avuto la pazienza di raccontarmi il loro lavoro e sorbirsi le mie considerazioni.
È stata una giornata intensa, una delle pochissime occasioni per approfondire la conoscenza di quell’Extra Vergine che anche l’affollatissimo mondo degli Eventi romani si ostina a tenere ai margini.
Si sta facendo molto per la promozione ma, al di là dell’impegno profuso da me e da tanti altri e delle mie pessimistiche convinzioni, sembra che le parole non si traducano in fatti e che dal Governo alla “massaia di Voghera” l’olio resti sempre e soltanto un “grasso per condire”.
Ma io non demordo!
Appuntamento all’Edizione 2027!
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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21 Agosto, 2025
Guida OLI D'ITALIA 2025 (by GAMBERO ROSSO)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 10 Luglio, nei rinnovati spazi dell’Hotel CARDO di Roma, GAMBERO ROSSO ha presentato al pubblico romano la sua Guida OLI D’ITALIA 2025.
Una presentazione fatta un po’ in sordina all’interno della tappa romana di I DRINK PINK, manifestazione dedicata al rosa nel bicchiere.
“Solo” otto le Aziende partecipanti di cui sette presenti con i propri EVO alla masterclass collegata, un numero certo non consono all’importanza dell’extravergine e che sembra voler confermare quanto “inutili” siano gli sforzi miei e di molti altri per comunicare quell’Extra Vergine di Oliva che, mancando dell’edonismo dell’alcol, non riuscirà mai ad affiancare il vino nel cuore dei consumatori.
LA MASTERCLASS
Condotta dal curatore della Guida Indra Galbo, è stata l’occasione per parlare a molti che di EVO poco sapevano di cos’è un Olio Extra Vergine di Oliva, quali sono le caratteristiche organolettiche cui fare attenzione, come imparare ad assaggiarlo e a sceglierlo.
Niente di “tecnico” dunque e poco anche in termini di degustazione, ma un momento assolutamente importante in termini di comunicazione e divulgazione.
Sette gli Oli in degustazione provenienti da quattro regioni differenti.
Sette interpretazioni di Extra Vergine che si sono presentate all’appuntamento con tutte le problematiche legate al periodo.
Leggendo le mie personalissime note d’assaggio tenete dunque conto del fatto che, come già mi ritrovai a scrivere lo scorso anno e gli anni precedenti ancora, il Luglio romano sta all’EVO come io sto alla danza classica.
Dategli comunque una letta, assaggiate e diffondete il verbo dell’Extra Vergine (e se per caso doveste essere tra quelli che “guardano i numeri”…tenete conto del fatto che sei mesi fa gli stessi oli avrebbero potuto prendere almeno un paio di Punti in più).
– MONOCULTIVAR OTTOBRATICA “L’OTTOBRATICO”, OLEARIA SAN GIORGIO (CALABRIA): monocultivar che propone un olfatto caldo e maturo di pomodoro rosso e banana con un appena di frutta secca a contorno e un quid di lattuga e basilico a rinfrescare.
In bocca mostra un sottile piccante di buona progressione e dell’amaro pare aver perso coscienza se non quando in chiusura propone sottili note di carciofo e una intrigante sapidità.
86 Punti con forse un -.
– “OPERE D’OLIO N°1”, COSTA D’ORO (UMBRIA): blend umbro a base Dolce Agogia propone al naso sentori maturi di mela e mandorla dolce seguiti da nuances di carciofo e da uno…sgarbo di quasi gomma.
In bocca è delicato nel proporre i toni dell’amaro e di un piccante presente sin da subito ma che altrettanto velocemente tende a scomparire lasciando spazio in chiusura ad amaritudini di rucola.
83 Punti.
– “LAUDEMIO”, FRESCOBALDI (TOSCANA): olfatto delicato dal quale emergono chiari i sentori di cicoria, foglia di pomodoro e mandorla verde cui seguono sottili richiami di erbe aromatiche e fieno.
L’assaggio segue l’olfatto aggiungendo freschezza e amplificando i temi del carciofo, del sedano rapa e dell’erba sfalciata di fresco.
87/+ Punti.
– “COLLEZIONE DI FAMIGLIA”, FARCHIONI OLII (UMBRIA): olfatto di buona intensità, verde di salvia e foglia di pomodoro con un bell’accento di mallo di noce.
L’assaggio sottolinea un amaro di media intensità ma con un bel crescendo e un piccante a quasi pareggio.
Sapida la chiusura con una delicata nota di aghi di pino.
87- Punti.
– “GRAN CRU TENUTA MACCHIA DI ROSE”, FRANTOIO MURAGLIA (PUGLIA):
intenso nelle sensazioni vegetali erba appena sfalciata, pomodoro verde, erbe aromatiche, mandorla e sedano rapa.
Amaro “strong” e piccante in rapido crescendo accendono le luci sui rimandi di cicoria, melanzana, lattuga e oiva.
Assolutamente invidiabile la persistenza.
89 punti.
– TERRE DI SIENA DOP “OLIO DEL CONTE” BIOLOGICO, POGGIO BONELLI (TOSCANA): olfatto verde ma non troppo (soprattutto parlando del pomodoro) che propone sentori erbacei, di carciofo e di mandorla dolce con un accenno alla freschezza della mela verde.
Assaggio equilibrato segnato da un amaro di media intensità e da un piccante increscendo che sembra dire di wasabi.
86- Punti.
– MONOCULTIVAR CORATINA, DEDOLIO (PUGLIA): carciofo, cicoria di campo ed erba appena sfalciata riempiono il naso mentre un coro a bocca chiusa di erbe aromatiche e cime di rapa fa da controcanto.
Assaggio di grande sostanza e notevole intensità a sottolineare un piccante che cerca di staccare di ruota l’amaro.
88—Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a GAMBERO ROSSO per essersi fatto ancora una volta ambasciatore dell’oro verde delle nostre tavole e a tutte le Aziende che hanno voluto essere presenti alla serata.
Grazie di tutto e a tutti ma…ci sono diversi “ma” sui quali non mi stancherò mai di porre l’accento.
Luglio non è il mese adatto per parlare di EVO, per quanto ben conservati quelli in assaggio apparivano tutti quantomeno “stanchi” e, in un paio di casi beh…si muovevano incerti sull’orlo del difetto.
L’Extra Vergine soffre (e soffrirà sempre) di complesso di inferiorità nei confronti del vino e se si vuole fare davvero breccia nei cuori dei consumatori bisogna proporglielo all’apice delle proprie potenzialità!
Da ultimo una “nota di servizio”: basta con la plastica dei bicchierini, si può e si dovrebbe assaggiare in altro materiale!
Sfoghi a parte è stata comunque una bella serata e non ci saranno mai parole sufficienti per lodare il lavoro di chi si impegna a promuovere la Cultura dell’EVO di Qualità.
GRAZIE a tutti (anche a Voi che avete avuto la buona creanza di leggermi fino a qui)
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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18 Luglio, 2025
Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza
Ho imparato a cucinare quando mi stufai di mangiare la pasta al sugo che mia mamma cucinava ogni santo giorno. Non perché le piacesse particolarmente. Piaceva a papà. Lui non mangiava ne riso ne pasta non condita con il pomodoro perché sosteneva di essere stato mesi in ospedale a mangiare solo riso in bianco. La nonna non se ne ricordava ma lui sosteneva fosse così. Quale la verità, non l’ho mai saputo. Di certo lui voleva solo la pasta al sugo. A pranzo. Perché prima, il pranzo non era frugale come adesso. Tutti insieme alle 14, quando papà tornava dall’ufficio. Cascasse il mondo. Così come la cena alle 20.30. Primo, secondo e frutta. Con un bicchiere di vino. Per papà ovviamente.
Fu così che un giorno presi in mano la padella e misi dentro qualcosa per condire la pasta. Da li non mi sono più fermato e mi è servito molto specialmente con le prime esperienze lavorative a Torino quando abitavo da solo. La conseguenza ora è che mia moglie non cucina (e meno male) e dunque tocca a me farlo. Non che sia uno chef, ma mi difendo.
Luca Mastracci ha cominciato a fare la pizza perché a casa sua non si faceva.
Pensate i casi della vita. Ho conosciuto migliaia di mamme che non sapendo fare la pizza, l’andavano semplicemente a comprare in pizzeria. Chissà quanti pizzaioli mancati ci sono al mondo. Già, ma se non scrivo che Luca è un pizzaiolo non si capisce molto il paragone.
Ma si può dire semplicemente pizzaiolo di un ragazzo che a trentacinque anni ha già aperto cinque pizzerie? Un pò riduttivo francamente. Allora potremmo dire un imprenditore pizzaiolo. Non mi piace e non per qualche sotteso significato ma solo perché quando un ragazzo di un piccolo paese vicino Latina, Priverno, parte da questo per portare in giro la sua idea di pizza con lo scopo di ritornare da dove è partito, allora si tratta di qualcos’altro. Un entusiasta probabilmente. Una persona aggrappata con le unghie alle sue radici nelle quali trova ispirazione per le sue pizze. O forse semplicemente un ragazzo semplice che ha cominciato per caso, ha continuato per caso e ha scoperto di essere bravo. Senza, mai, dimenticare le sue origini.
Ero talmente portato che mi inserirono nel mondo del lavoro in una pizzeria di San Felice Circeo, Il Capriccio. Pizzeria romana. In estate c’era tanto flusso. Giornate impegnative. Non avevo esperienza. Ma mi ha dato tanto.
Raccontata così sembra un normale inizio. Un locale, i primi impasti, le prime pizze di prova, i fallimenti, i piccoli passi. Cose normali o comunque come dovrebbero essere. Agli inizi insomma.
Arrivai il giorno di Pasquetta che avevano licenziato il primo pizzaiolo e mi dissero che dovevo fare le pizze. Ricordo i crampi alle mani. Mi chiedo ancora come abbia fatto a portare il servizio a termine.
E se è un pizzaiolo come Luca a chiederselo senza darsi una risposta, chi sono io per farlo?
Una prova di quelle degne del più improbo dei talent show. C’era da sentirsi protagonista di una qualche candid camera. Peccato fosse solo vita vera.
Gettato nella fossa dei leoni senza possibilità alcuna di venirne fuori vivo.
Luca dal giorno di Pasquetta non solo ne esce sano, ma gli piace pure.
Il giorno seguente deve cimentarsi con gli impasti poiché è tutta sua ora la responsabilità. Meno male aveva fatto un piccolo corso per la pizza così da avere i primi rudimenti. Da li in poi però solo ulteriore studio e sperimentazione.
L’exploit l’ho avuto quando ho iniziato a fare l’impasto napoletano che ancora mi porto dietro. Un bel tratto di riconoscimento. Mi sono messo a studiare. Andavo a mangiare nelle pizzerie di Napoli. Da 50 Kalò. Poi a Roma da Bonci. Cercavo di capire quale fosse la visione di questi pizzaioli che ancora oggi fanno la differenza.
In pochi lo ammettono e coloro che lo fanno sono quelli umili nonché onesti. In ambito marketing si chiama benchmarking e nessuno dico nessuno ne fa a meno. Capire cosa e come gli altri facciano le cose è assolutamente fondamentale. Non già per copiare (chi lo fa vuol dire che non ha idee sue) quanto per apprendere tecniche, carpire l’importanza dei dettagli, il rapporto con il cliente. Soprattutto infine, come ciò che si fa si posiziona rispetto a ciò che si osserva.
Luca è un millennial poiché nato nel 1991. Quando nasce Facebook (2004), ha 13 anni; Instagram (2010), 19. Come quelli, furbi, della sua generazione, sa che i social possono essere un valido aiuto per crescere in notorietà. Devi saper far qualcosa però. Non si diventa noti senza saper far nulla. Perché nulla puoi dare, nulla ricevi.
Con i social hanno cominciato a conoscermi. Così nel 2017, passando per il Mercato Centrale, mi riconosce Gabriele Bonci e mi invita ad andare a lavorare con lui proprio al Mercato Centrale. Stavo già facendo i lavori per aprire una pizzeria a Priverno. Così l’esperienza al Mercato Centrale dura circa sette mesi.
La pizzeria a cui Luca fa riferimento si chiama Pupillo. Un locale, un progetto sviluppato insieme ad altri soci dal quale si separa dopo qualche anno per iniziare la sua avventura personale.
Pupillo è una vera pietra miliare della crescita di Luca.
La sua è una filosofia che unisce all’impasto i prodotti del territorio ciociaro e pontino. Non qualcosa di civettuolo, modaiolo, gourmet ma un autentico sguardo verso la propria terra, i prodotti, i produttori. La partecipe volontà di diventare un punto di riferimento per valorizzare i prodotti del basso Lazio.
Già ai tempi avevo studiato il personaggio di Gabriele Bonci e cercai di portare il mio territorio, la Ciociaria e l’Agro Pontino nelle pizze. La Ciociaria è bestie animali, bufale, latte, ecc. L’Agro pontino verdure, ortaggi, serre. Iniziai a selezionare i fornitori locali. Il territorio è la mia impronta. Avevo e ho amici agricoltori. Persone come Gaetano Mastrantoni, uno dei primi ad utilizzare la carne di bufala affumicata che ancora oggi va avanti. Fattoria Lauretti e tanti altri.
Ricordo che andai in tempi non sospetti da Pupillo proprio per capire le qualità di un tanto decantato pizzaiolo e della sua filosofia legata ai prodotti del territorio. Ne rimasi piacevolmente colpito ma decisi che non era il momento di scrivere di Luca. In troppi scrivevano e forse non volevo essere tra i tanti. Non era un vezzo da parte mia ma ho sempre creduto che la sovraesposizione porta invidia e danni.
A Priverno non c’era nessuno. C’era gente che storceva la bocca cosi come altri che avevano assaggiato il mio prodotto. Non è stato facile ma nemmeno difficile impormi sul mercato della provincia. Priverno era la mecca della pizzeria in provincia.
Poi l’anno scorso, senza che lui, Luca, lo sapesse, le nostre strade in qualche modo si sono ricongiunte. È successo quando ha aperto la pizzeria stagionale Tintarella al lido di Latina. Ero curioso e ci sono andato con mio figlio. Ho dovuto aspettare giugno di quest’anno per rimangiare la sua pizza: davvero notevole e, soprattutto, mantiene le promesse. Anche se al mare è complicato proporre tutte le pizze del menù della pizzeria di Frosinone o Aprilia, la semplicità delle pizze tradizionali, merita e merita davvero.
Ah, quasi dimenticavo, ho anche provato un paio di volte la pizza romana di Velo, sempre a Latina. Altra creatura di Luca. Impasto completamente diverso tanto che non è possibile (se qualcuno vi dice il contrario, non credetegli) riconoscerne la mano e pochi riferimenti al territorio. Però veramente buona e digeribile.
La romana era una voglia di imporre quel prodotto su Latina. Mancava quel prodotto ai tempi. C’era stato un exploit di pizze napoletane. Mancava quella romana e abbiamo deciso di imporci ritornando alle origini. La mia pizza è quella napoletana. La romana fa parte dei miei progetti e della voglia di emergere
Per un ragazzo che non provava entusiasmo per lo studio, la pizza ed il lavoro diventano una sorta di liberazione. Voleva quello e quello ha fatto. San Felice una opportunità presa senza esperienza e preparazione. Poi tutto il resto. Con tanto studio, tanta passione, tanta bravura, un pizzico di faccia tosta. Soprattutto tanto tanto lavoro.
Nel 2019 apro la pizzeria a Frosinone. Nel 2022 inizio il nuovo format con Velo, la pizzeria romana. Nel 2024 apro una seconda pizzeria ad Aprilia e Tintarella, il format estivo. Nel 2025 apro al Mercato Centrale. Così ora dalle 9 fino a pranzo sono al Mercato Centrale. Poi Treno, Priverno e Tintarella al mare fino alle due. Poi casa.
Tutti i giorni così. Ovviamente, quando non è stagione per (la) Tintarella, c’è sempre Frosinone, Aprilia e Latina da visitare. Un ragazzo di trentacinque anni, altro che bamboccione nullafacente. Vuoi il successo: te lo devi meritare. E sudare.
Luca è molto fiero delle sue imprese. Non si nasconde ne nasconde quelli che sono i suoi traguardi intermedi. Già, intermedi. Perché a trentacinque anni di pizze da fare ne ha ancora tante e la voglia di sperimentare, crescere e far conoscere il proprio territorio è incredibilmente alta. Mettendoci la faccia e il nome. Velo a parte, le pizzerie si chiamano come lui: Luca!
Ho portato Frosinone tra le prime 15 pizzerie più gettonate di Italia.
Nonostante i premi, gli spicchi, le classifiche, rimane umile. I social gli hanno certamente dato una mano in termini di velocità di crescita ma perlomeno è consapevole che la stessa velocità può diventa anche caduta. Occorre sempre umiltà e determinazione. Due caratteristiche che sono in Luca. Insieme ad una sana dose di ironia che non fa mai male. Sono altresì convinto che dinanzi al forno la determinazione diventa forza e direttività. Assolutamente necessaria in cucina.
Umiltà che c’è anche nel suo essere recalcitrante, quasi intollerante a qualunque accostamento delle sue pizze al tanto di moda gourmet.
Non siamo gourmet ma siamo popolari. Ero contro quella concezione di pizza. Gourmet come qualità ma non è cosi. Popolare è qualità. Popolare significa qualcosa da raccontare.
In questo modo e solo in questo modo si può raccontare il territorio.
La Ciociaria, proprio come l’ha definita Luca è pecore, pastori, pascoli, bufale. L’Agro Pontino, serre, ortaggi, mare, pesce, bufale. C’è poco di gourmet da queste parti. Tutto è essenziale. Un pò come l’architettura razionalista delle città pontine, figlie del fascismo che qui ha portato vita. Latina, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Cisterna. Tutte figlie del razionalismo che ancora oggi sopravvive. Sono scomparsi, purtroppo (perché la storia non si cancella) i tombini sui quali era inciso Littoria. Così si chiamava Latina un tempo.
Priverno era già lontano da queste logiche. Arroccato sulle colline come gli altri paesi che scendendo da Frosinone si incontrano per arrivare al mare: Roccacorga, Maenza, Prossedi, Sezze Romano. Poi solo pianura con i borghi della malaria. Accampamenti di coloni che avevano nella chiesa, nel bar e nel crocevia di strade, il punto di incontro per i pochi momenti di socializzazione. Fino poi al mare di Terracina passando per Fossanova e la sua Abbazia. Sabaudia era complicato da raggiungere. Latina un pò fuori mano.
A Terracina ci si andava per il pesce, per chi se lo poteva permettere. Per quelle meravigliose e profumatissime uve dorate di Moscato di Terracina divenute vino solo grazie ad ardimentosi vignaioli. Per le fragole Favette, piccole e gustosissime perle. Per i pomodorini che grazie alla terra salmastra regalavano sensazioni straordinarie anche solo con un pò di pane e olio (quando c’era). È proprio con quest’ultimi che Luca realizza la sua pizza simbolo.
La margherita bruciata è il fulcro di quello che ho creato. È una pizza semplice con un pomodorino bruciato raccolto dall’Azienda Agricola Ferrante, trasformato da una piccola azienda di Priverno, Adriano Ficarola così che noi lo manteniamo in barattolo per un anno. È quello che vorrei raccontare. Riportare i produttori locali sulla pizza cosi che questa sia un legame con il territorio. Questo è sempre stato importante per me. Un volto alla pizza. Questa pizza è fatta con il guanciale di Antonio Lauretti. Questa con il fiordilatte di Alveti&Camusi.
Il volto dei produttori. Il territorio. I prodotti tipici.
Valorizzare ogni eccellenza nota solo nello stesso territorio su una pizza per offrire qualcosa di unico.
Ogni produttore ha un trascorso fatto di sfide che narrano storie. La difficoltà di emergere per la diffidenza verso un territorio poco noto seppur portatore della vera vena multiculturale. Il territorio ciociaro ricco di tradizioni chiuse tra le montagne, quello pontino che con il mare ha poco a che spartire. In Ciociaria, pastori e pecore sopravvissuti alla storia. Nell’Agro Pontino, coloni provenienti da ogni parte di Italia per la grande bonifica delle paludi che, rimasti aggrappati alle loro origini, hanno continuato a produrre qui quanto già facevano nelle terre d’origine.
Alla fine, Luca Mastracci, non è che un collezionista di volti, di sapori, di tradizioni che trovano dignità su una semplice pizza che diventa grande non solo per un impasto incredibile ma anche per quello che riesce ad evocare con sapori veri, mai banali, genuini. Ricchi di storia, anzi, di storie.
Non ci sono pizze gourmet perché i prodotti sono semplici. Non ci sono pizze da inventare perché ciò che gli viene in mente, lo realizza.
Se mi viene una cosa in mente vado dai fornitori e la faccio. La pizza peggiore che feci fu fegatini di maiale e spinaci. La misi sul menu. Me la sono mangiata solo io.
L’unico vero sogno di Luca è qualcosa di semplice. Come tutto ciò che fa.
Voglio riprendermi in mano Priverno. Quello è il mio sogno. Non solo la pizzeria. Tutto il progetto. Il marchio.
Un ritorno al futuro. Un ritorno alle origini. Un ritorno a casa.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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13 Giugno, 2025
Stefano Intraligi. Che te frega del Tre Stelle
Ero alla ricerca di un ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie. Volevo una cena diversa, non scontata. Di quelle che si possono ricordare senza dover per forza ricordarsi del conto. Cosa questa non banale nel panorama della ristorazione italiana dove i prezzi hanno raggiunto cifre folli. Senza parlare del ricarico sui vini.
Aldilà di tutto, cercavo una esperienza. A Roma. Una impresa degna di Tom Cruise e delle Mission Impossible. Se poi si vuole magari un ristorante in zone titolate, non c’è verso. I raggi di azione della ricerca Google si devono necessariamente allargare ed è così, per caso ma anche per necessità visto che il tempo stringeva, che mi imbatto nell’Etienne. La zona non è particolarmente attrattiva. Tra Nomentana e Viale Libia praticamente a ridosso della Tangenziale. Alternativo, ma mi attira particolarmente il menu al buio con sette portate per un autoritratto dello chef Stefano Intraligi. Che non conosco minimamente. Un pò scettico sul prezzo (90€) e dei soli quattro tavoli. Però il posto, almeno dalle foto, sembra carino. Le recensioni lusinghiere. Anche mia moglie (mai fare una sorpresa del genere alla moglie!), alla quale avevo fatto vedere in anteprima il pacchetto informativo, approva. Sì va!
La via è di quelle dove è impossibile parcheggiare anche di sera. Troviamo un garage parcheggio a pochi passi dal locale. Solo un piccolo dehor evidenzia la presenza di un ristorante. Proprio difronte, una vineria e quella che sembra una scuola di cucina.
Entriamo con un pò di cautela non sapendo dove stiamo entrando e veniamo subito accolti da un uomo alto e discreto. Neanche il tempo di chiudere la porta che si presenta quello che sembra essere lo chef: una folta barba dalla quale spunta un sorriso che subito mette a proprio agio. All’ingresso fanno bella mostra molte bottiglie di vino che conosco quasi tutte. Promette bene. Pochi tavoli. Davvero pochi. Ma l’atmosfera è intima. Una sorta di coccola.
Stefano Intraligi. Così si presenta lo chef con la barba e il sorriso che sembra uscito da una pubblicità di un dentifricio. Ci accomodiamo al tavolo e Stefano ci offre un menù che definisce una sorta di viaggio nella sua memoria. Il vino? Sostiene che può offrirci una sorta di accompagnamento al suo viaggio attraverso vini che sceglierà lui. Perché no? Bello lasciarsi guidare attraverso le suggestioni. È il compleanno di mia moglie e non voglio mettermi a scegliere io. Lo chef è lui e sue sono le creazioni. Chi meglio di lui può condurci nel viaggio?
Stefano racconta di se in ogni piatto attraverso i ricordi di una vita. Non solo viaggi ma soprattutto di se stesso. La sua voglia di sperimentare, di studiare, di vivere le emozioni.
Personaggio interessante. Così interessante che dopo la cena mi presento come giornalista e direttore di un magazine. È così che, dopo qualche giorno, nasce una chiacchierata tra noi. Un viaggio all’interno della sua memoria e del perché sia arrivato ad essere uno chef. Visto che è un ingegnere.
La voglia e la passione nasce perché mio nonno era uno chef. Un esempio che mi piaceva e mi incuriosiva. Ero un discolo cosi le mie nonne mi tenevano in cucina controllato. Pulivo i piselli, i fagioli. Facevamo gli agnolotti, i tortellini a mano. Anche oggi alla scuola gli allievi fanno le cose con le ricette delle nonne. Mentre cucino ho bei ricordi. Nomino mia nonna venti volte al giorno.
Nonna Iside e nonno Guglielmo. La cucina di casa di una volta. Quella di Roma che definirla ricercata sarebbe un parolone. Piatti semplici, classici, sempreverdi. Di quelli che non ci si stufa mai e, anzi, rimangono nella memoria. Quante volte ricordiamo il profumo della cucina delle nonne? Io personalmente ho nella memoria ogni odore, ogni sapore, ogni colore di quella che era una cucina semplice mai più ritrovata. Ingredienti e procedimenti perduti nel passato. Meno male che sono impressi nella memoria almeno a livello sensoriale. Ripeterli sarebbe impossibile.
Nonna con la parannanza con dentro le caramelle Rossana e le Ducatine. Oltre che gli zuccherini. I pomeriggi trascorsi dentro la cucina. Mi divertivo e giocavo. Odore del sugo con sedano carote e cipolla. Si mangiava sempre primo secondo contorno e dolcetto.
Anche a casa mia, non c’era giorno che non ci fosse primo, secondo e contorno. Il dolce no perché non si usava. Ricordo comunque che non c’era giorno che mio padre non volesse la pasta. Al sugo ovviamente. Era così snervante per me che imparai a cucinare per disperazione. Lui però continuava a volerla al sugo.
Nonno non stava sempre a casa ma dei pomeriggi si faceva insieme ad esempio il tiramisù per merenda. Savoiardi a mano e via. Mamma ha sempre cucinato. Mio padre no. I dolci non li ho mai visti in casa. Così per questo non ho fatto dolci per tanto tempo. Non mi piacevano ne mi interessavano. Poi una persona mi chiese di insegnargli dei dolci. Fino a che si trattava di dolci tipo il tiramisù andava bene ma poi mi chiese dei bignè. Li facevo un tempo in trattoria dove lavoravo per pagarmi gli studi. Ma non sapevo farli nel forno di casa. Mi metto un pomeriggio a preparare due bignè a volta e mi innamoro dei bignè. Si gonfiano e saltellano mentre si gonfiano. Sembravano vivi.
Quando Stefano parla dei bignè che nel forno si gonfiano e saltellano l’immagine che ho è quella di un bambino che osserva, dall’oblò del forno, una magia che non si sa spiegare. Piccole palline che all’improvviso si gonfiano e saltellano danzando nella teglia. Una sorta di inspiegabile meraviglia.
Non sapevo cosa fare dopo lo Scientifico. Ero bravo in matematica e chimica. Pensai di fare architettura visto che mio padre era un architetto. Anche bravo. Lascia perde per carità, mi diceva lui. Diplomato nel 1999. Diceva che erano tutti architetti e la concorrenza era ampia. La gente prende quello che costa meno mi diceva. Fai l’ingegnere mi disse.
Mio padre non me lo disse mai di fare l’ingegnere. Lo volevo fare e basta. Lui mi aveva insegnato le basi della matematica. Ore e ore sui fogli della stampante del suo ufficio a fare le espressioni. Quando ne sbagliavo una mi diceva: non cercare l’errore, ricomincia daccapo. Un metodo che mi porto dietro tuttora. Diventai così veloce nel fare le espressioni che terminavo i compiti in metà tempo rispetto al resto della classe.
Mi segnai a ingegneria chimica e capii che non mi piaceva tanto. La chimica intendo. Avevo la passione per l’elettronica e cambiai. Mentre studiavo andai a vivere da solo. La mia compagna lavorava con lo zio che non la pagava. Affitto, bollette, ecc. Mentre finivo gli studi collaboravo con alcune aziende. Mi misi a fare pure il tassista. Mio padre la vinse. A 54 anni si mise a fare un pò il tassista e un pò l’architetto. Per sei anni lo aiutai a fare il tassista. Ero laureato e a 22 anni avevo già iniziato a fare il cuoco, lavapiatti, pulivo le verdure, i gamberi. Studiavo in macchina come studente.
Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana
Ora che c’entra Borotalco e la iconica frase pronunciata da Angelo Infanti alias Manuel Fantoni?
Quando senti parlare Stefano, con la sua cadenza romanesca, i suoi ricordi che emergono caotici tanto che si fa fatica a stargli dietro, hai l’impressione che stia inventando tutto. Un pò come Manuel Fantoni che ammaliava Sergio (Carlo Verdone).
Solo che la vita di Stefano è stata proprio così. Per quanto lui cerca di sminuirla, è quella la sua vita. Da studente faceva il cuoco.
Cuoco in ristoranti di amici per arrotondare. Tutto rigorosamente in nero.
Finita l’università il tassista. Già il tassista con la licenza che il padre aveva vinto nonostante fosse architetto. Nel mentre che faceva il tassista, tra una corsa e l’altra, studiava sui libri di cucina.
Per quattro anni feci l’ingegnere poi la passione per la cucina prese il sopravvento. Forse perché gli ingegneri erano tristi. Decisi di fare il cuoco anche se la mia ragazza non era favorevole.
No ma io me la sposo. Adesso giusto un po’ de…così un po’ de ingranare co’ sto lavoro nuovo.
A’ Sergio so’ quattr’anni che ingrani co’ sto lavoro! Qui dentro è già ingranato tutto. Eh che ci volete fare. Sergio e il lavoro che deve ancora ingranare. Non so se la compagna di Stefano avesse un padre come il sor Augusto, però io me la immagino così la scena. Sono tornato dagli amici che avevano le trattorie e da li ho cominciato. Vari ristorantini in centro e a Ostia. Avevo studiato molto e mi sono detto: mi piacerebbe andare a vedere dal più grande come funziona. Avevo aperto una scuola di cucina e avevo scritto un romanzo sui primi giorni della scuola. Citavo le ricette. Il più grande. A Roma ce ne è solo uno: Heinz Beck del Ristorante La Pergola. Tre stelle Michelin. Ceno da Heinz Beck, gli porto il libro che avevo scritto e gli faccio una dedica. Posso venire a fare una prova da te chef? Mi disse di no che non serviva. Ero li con Roberta, la mia attuale compagna. Le dissi: entro un anno lavoro qui. Ma te pare? Non gliene frega proprio. Un sognatore. Un avventato. Uno sprovveduto. Un cazzaro come si dice a Roma. Anche se Manuel Fantoni ci sta tutto. Niente di tutto questo. Stefano la passione per la cucina ce l’ha nel sangue. Non è solo un sogno di quelli che non sai se si realizzeranno mai. È qualcosa che scorre dentro. Che ti fa svegliare la notte e comporre una ricetta come fosse una sinfonia. Scrive le ricette e le raccoglie in un libro dove ci sono le sue sensazioni. È felicità pura. Che arriva dai ricordi e dalle emozioni. Beck parte per Tokyo e probabilmente sul volo iniziò a leggere il libro. Al ritorno mi contatta e ci incontriamo. Stefano vieni qui. Voglio che fai uno stage da me. Ho letto il libro e hai qualcosa da raccontare. Sono entrato da stagista e dopo un anno e mezzo sono diventato suchef della Pergola. Mi feci più nemici che amici. Avevo avuto una crescita verticale. Troppa Quando uno vede un programma come Masterchef, riesce solo ad intravedere quanto alto sia il livello di attenzione e precisione che un ristorante stellato possa richiedere. Nulla è lasciato al caso ed operare in una cucina del genere vuol dire sottostare a regole ferree. Ogni cuoco della brigata è allo stesso tempo parte della stessa e contro la stessa. Individualista nel gruppo. La voglia di emergere è così alta che non lesinerebbero metodi poco ortodossi per essere il numero uno. Ma non è possibile. Perché è sempre la brigata, dunque il risultato finale, ciò che conta. Heinz non ti fa un complimento neanche se muori. Sta sempre in giro e i Sous Chef gli gestiscono i ristoranti. Ricerca sempre il lusso e la perfezione. Lui mi diceva: come hai fatto questo piatto? Lo hai copiato? No chef. Allora raccontalo. E io lo raccontavo. Mi diceva che facevo i piatti due stelle Michelin. Prima di andar via mi disse: promettimi che apri un ristorante. I tuoi sono piatti che mi hanno emozionato. Tie’, senti ‘sto presciutto che d’è, senti com’è dorce…
Beh, veramente ho mangiato…
Senti questo presciutto, t’ho detto, è dorce. È ‘n zucchero, Sergio, lo senti?
E ‘ste olive? Tie’, senti ‘ste olive. Queste so’ greche, aho sa’… Greche. E ‘nnamo, e ddaje, so’ greche! So’ bone? Come so’? Di’ la verità”
So’ greche…” Eppure, nonostante questo, ma anche forse perché veniva pagato poco, Stefano decide di mollare la cucina stellata. Un folle? Un presuntuoso? Nulla di tutto ciò. Mi chiese di andare in Algarve per prendere la stella Michelin. Avevo la scuola di cucina che era un business che funzionava. Non volevo abbandonarla. Mi chiese di rimanere in Pergola ma comunque la scuola sarebbe andata a rotoli. C’erano troppi eventi che erano inconciliabili con la scuola. Vorrei dedicarmi alla scuola gli dissi. Una scuola di cucina. Due cuochi per amici. È quella che Stefano mette su con la voglia di trasmettere le sue emozioni e il suo modo di cucinare. Una sorta di ingegnere emozionale. Perché un ingegnere studia e applica un metodo, una procedura, dei processi. Questi però senza una idea e un’anima, sono solo composti chimici. Stefano invece crea ricette che esaltano le proprie emozioni. Per raccontare qualcosa di se con la voglia di far emergere quelle degli altri. Molti chef sperimentano e creano piatti. Poi cercano di trovare una storia possibile da raccontare. Il risultato è un piatto eccellente che fornisce al palato emozioni pazzesche. Quando però il piatto ha una storia sua che deriva da ricordi emozionali allora è una creazione degna di nota. Un modo di esprimere la propria coscienza così che questa possa definirsi arte. La scuola allora è come la bottega del maestro che trasmette agli allievi la modalità di rappresentare i propri sentimenti. Con metodo. A La Pergola ho imparato quello che voglio e non voglio essere. Non ho imparato tecniche e grandi cose di cucine. Ho capito cosa è un leader e come devi trattare un dipendente. Quanto è importante la sala ecc. Ho imparato molto del vino entrando in un mondo che non conosci bene. Così è nata la passione che mi diverta tanto. Una scuola di cucina aperta dal 2013 con oltre 9000 studenti che si sono cimentati in corsi amatoriali e professionali di tutti i tipi. Gli amatoriali li fa Vincenzo. Io faccio i corsi professionali per creare cuochi professionisti. La Souce Chef è una mamma che sta da quattro anni con me. Aveva una azienda e anche lei ha mollato tutto per fare il corso professionale. L’ho tenuta a gestire la brigata. E il ristorante? Stefano non è che avesse tanta voglia di aprirne uno. Non era quella la sua vera vocazione. Non avevo idea di aprire un ristorante mio. Gli stessi studenti chiedevano sempre corsi più particolari e assaggiavano cose particolari. Così mi invogliarono ad aprire il ristorante. È ufficialmente aperto dal 2018. Dal 2016 ho fatto due anni di prova per capire come funzionasse. Era aperto il venerdì sabato e domenica. Sedici coperti. Fra amici con la cucina aperta per coinvolgerli. Erano sempre quasi tutti studenti. Torna sempre Verdone. C’è poco da fare. Le cose non capitano mai perché sia lui a volerlo ma gli altri a chiederlo. Eppure, quando entri all’Etienne, capisci immediatamente che dietro non ci può essere una ragione di vero business. I pochi tavoli, le tante bottiglie di vino, il menu inaspettato, il servizio eccellente. Neanche un ristorante che ha conquistato le tre stelle Michelin potrebbe permettersi un menù a 90€. Non c’è la possibilità di far soldi con Etienne. Ecco perché credo a quello che Stefano racconta. Li c’è voglia di sperimentare e soprattuto di raccontare. È quello che fa Stefano quando presenta ogni singolo piatto. Sì intrattiene e ne spiega la genesi così come il procedimento. Rivive le emozioni e non già in maniera didascalica. Lui si emoziona poiché ritorna all’esatto momento dal quale quel piatto deriva. Il divertimento non è creare ma rivivere delle emozioni. Il piatto ne è solo conseguenza. La prima scuola stava su via Pisa. Avevo fatto una analisi di mercato e aveva un buon rapporto tra gente che poteva spendere e gente che aveva necessità di cucinare. Era strategica per la scuola. A via Pisa ero strapieno. Non c’entravamo più. Chiacchierando con un ragazzo propose un locale nella via dove siamo adesso. Era abbandonato. Mentre passavo lo straccio la sera notai tre serrande chiuse difronte alla scuola. Chiamo e mi proposero un prezzo basso. Ma tra banche ecc non feci in tempo perché venne venduto. Però lo affittarono a me. Scuola e ristorante uno difronte all’altro. Andar via da La Pergola è qualcosa che dal mio punto di vista, penso condiviso da migliaia di altre persone chef in primis, di insensato. Ma per uno scanzonato e pragmatico come Stefano, assolutamente no. Ci sono buoni motivi. Alla Pergola lavoravo quasi gratis. Ma era gavetta. Fare il ristorante mi piace molto ma forse ora sento l’amarezza di questo momento. A che serve? Non trovo gente che vuole imparare a fare questo mestiere. Ora mi sto dedicando molto di più al ristorante. Mi sono aperto anche la vineria per sostenerlo. Vorrei cucinare di più e fare meno l’imprenditore. Anche perché non sono molto portato. Mi è capitata questa cosa e l’ho fatta. Ma voglio divertirmi con la cucina. Un lavoro che non è solo lavoro. Altrimenti sarebbe rimasto alla Pergola o avrebbe partecipato a Masterchef. Senza emozioni. Questo il vero problema. Per me questo lavoro è una passione. Vorrei far questo non altro. Vedo i clienti che vengono e mi dicono che nel mio ristorante c’è una esperienza. Negli altri si mangia bene ma non c’è una esperienza. Piatti che non hanno visto mai. Mi piace scrivere e suonare. Sto sempre a studiare. Nasce tutto dal ristorante. È come essere un viandante, entri e mangi ciò che trovi. Perché quello è fresco. Ti fidi di quello che trovi. Fidati e ti diverti. Il prezzo è chiaro. Complicato parlare con Stefano. Salta di palo in frasca come mai. Solo in cucina riesce a trovare calma. A concentrarsi e a incanalare il flusso delle idee. Forse proprio perché la cucina è un proprio modo di raccontarsi, esprimersi. Io voglio raccontarti quello che ho dentro. È come dipingere. Io dipingo nel piatto. C’è un piatto che rappresenta il percorso e il mio io. Sì chiama l’orto e il mare. Anche se ora trovo la montagna molto interessante tanto che non vado più al mare. Rappresenta me stesso. Lo mangio e mi sento io. Lo sento mio. Sono io. L’ho fatto per un evento Excellence e i giornalisti mi facevano i complimenti. È semplice. Sotto un crumble al pomodoro, panna cotta di basilico, un gel di cipolla rossa, una emulsione di lime, un maccarello crudo fatto marinato, delle spugne di pomodoro, una polvere di alghe. Facile dice lui. Magari quando lo insegna a scuola è più facile. Ma è di fondo un ingegnere e, visto che ne so qualcosa, capisco bene come pensi sia facile ogni cosa. Stefano è tutto questo. Di base una persona che per stare bene ha bisogno vivere e fornire emozioni, gioia, equilibrio. Soprattutto sorriso. Come se la vita fosse troppo breve per non vivere le emozioni sorridendo alla vita. Quando mi emozionato l’ultima volta? Dieci minuti fa. Vivo le emozioni quando le racconto. I suoi piatti mi sono arrivati come ricordi ed emozioni. È riuscito a trasmettere nel percorso quanto aveva in testa nel momento della creazione. Accostamenti interessanti, alle volte arditi. Però perfettamente riusciti. Nella forma cosi come nella sostanza. Davvero davvero una esperienza. Ah, dimenticavo. Stefano, come ti dissi anche la sera a cena, i vini che hai in carta sono fantastici ed interessanti: piccole e grandi cantine, metodi diversi, interpretazioni dei vitigni incredibili. Solo che l’abbinamento non è cosa tua! Sono certo che leggendo questa ultima frase ti farai una ricca risata. È per questo che sei un grande. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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A’ Sergio so’ quattr’anni che ingrani co’ sto lavoro! Qui dentro è già ingranato tutto. Eh che ci volete fare. Sergio e il lavoro che deve ancora ingranare. Non so se la compagna di Stefano avesse un padre come il sor Augusto, però io me la immagino così la scena. Sono tornato dagli amici che avevano le trattorie e da li ho cominciato. Vari ristorantini in centro e a Ostia. Avevo studiato molto e mi sono detto: mi piacerebbe andare a vedere dal più grande come funziona. Avevo aperto una scuola di cucina e avevo scritto un romanzo sui primi giorni della scuola. Citavo le ricette. Il più grande. A Roma ce ne è solo uno: Heinz Beck del Ristorante La Pergola. Tre stelle Michelin. Ceno da Heinz Beck, gli porto il libro che avevo scritto e gli faccio una dedica. Posso venire a fare una prova da te chef? Mi disse di no che non serviva. Ero li con Roberta, la mia attuale compagna. Le dissi: entro un anno lavoro qui. Ma te pare? Non gliene frega proprio. Un sognatore. Un avventato. Uno sprovveduto. Un cazzaro come si dice a Roma. Anche se Manuel Fantoni ci sta tutto. Niente di tutto questo. Stefano la passione per la cucina ce l’ha nel sangue. Non è solo un sogno di quelli che non sai se si realizzeranno mai. È qualcosa che scorre dentro. Che ti fa svegliare la notte e comporre una ricetta come fosse una sinfonia. Scrive le ricette e le raccoglie in un libro dove ci sono le sue sensazioni. È felicità pura. Che arriva dai ricordi e dalle emozioni. Beck parte per Tokyo e probabilmente sul volo iniziò a leggere il libro. Al ritorno mi contatta e ci incontriamo. Stefano vieni qui. Voglio che fai uno stage da me. Ho letto il libro e hai qualcosa da raccontare. Sono entrato da stagista e dopo un anno e mezzo sono diventato suchef della Pergola. Mi feci più nemici che amici. Avevo avuto una crescita verticale. Troppa Quando uno vede un programma come Masterchef, riesce solo ad intravedere quanto alto sia il livello di attenzione e precisione che un ristorante stellato possa richiedere. Nulla è lasciato al caso ed operare in una cucina del genere vuol dire sottostare a regole ferree. Ogni cuoco della brigata è allo stesso tempo parte della stessa e contro la stessa. Individualista nel gruppo. La voglia di emergere è così alta che non lesinerebbero metodi poco ortodossi per essere il numero uno. Ma non è possibile. Perché è sempre la brigata, dunque il risultato finale, ciò che conta. Heinz non ti fa un complimento neanche se muori. Sta sempre in giro e i Sous Chef gli gestiscono i ristoranti. Ricerca sempre il lusso e la perfezione. Lui mi diceva: come hai fatto questo piatto? Lo hai copiato? No chef. Allora raccontalo. E io lo raccontavo. Mi diceva che facevo i piatti due stelle Michelin. Prima di andar via mi disse: promettimi che apri un ristorante. I tuoi sono piatti che mi hanno emozionato. Tie’, senti ‘sto presciutto che d’è, senti com’è dorce…
Beh, veramente ho mangiato…
Senti questo presciutto, t’ho detto, è dorce. È ‘n zucchero, Sergio, lo senti?
E ‘ste olive? Tie’, senti ‘ste olive. Queste so’ greche, aho sa’… Greche. E ‘nnamo, e ddaje, so’ greche! So’ bone? Come so’? Di’ la verità”
So’ greche…” Eppure, nonostante questo, ma anche forse perché veniva pagato poco, Stefano decide di mollare la cucina stellata. Un folle? Un presuntuoso? Nulla di tutto ciò. Mi chiese di andare in Algarve per prendere la stella Michelin. Avevo la scuola di cucina che era un business che funzionava. Non volevo abbandonarla. Mi chiese di rimanere in Pergola ma comunque la scuola sarebbe andata a rotoli. C’erano troppi eventi che erano inconciliabili con la scuola. Vorrei dedicarmi alla scuola gli dissi. Una scuola di cucina. Due cuochi per amici. È quella che Stefano mette su con la voglia di trasmettere le sue emozioni e il suo modo di cucinare. Una sorta di ingegnere emozionale. Perché un ingegnere studia e applica un metodo, una procedura, dei processi. Questi però senza una idea e un’anima, sono solo composti chimici. Stefano invece crea ricette che esaltano le proprie emozioni. Per raccontare qualcosa di se con la voglia di far emergere quelle degli altri. Molti chef sperimentano e creano piatti. Poi cercano di trovare una storia possibile da raccontare. Il risultato è un piatto eccellente che fornisce al palato emozioni pazzesche. Quando però il piatto ha una storia sua che deriva da ricordi emozionali allora è una creazione degna di nota. Un modo di esprimere la propria coscienza così che questa possa definirsi arte. La scuola allora è come la bottega del maestro che trasmette agli allievi la modalità di rappresentare i propri sentimenti. Con metodo. A La Pergola ho imparato quello che voglio e non voglio essere. Non ho imparato tecniche e grandi cose di cucine. Ho capito cosa è un leader e come devi trattare un dipendente. Quanto è importante la sala ecc. Ho imparato molto del vino entrando in un mondo che non conosci bene. Così è nata la passione che mi diverta tanto. Una scuola di cucina aperta dal 2013 con oltre 9000 studenti che si sono cimentati in corsi amatoriali e professionali di tutti i tipi. Gli amatoriali li fa Vincenzo. Io faccio i corsi professionali per creare cuochi professionisti. La Souce Chef è una mamma che sta da quattro anni con me. Aveva una azienda e anche lei ha mollato tutto per fare il corso professionale. L’ho tenuta a gestire la brigata. E il ristorante? Stefano non è che avesse tanta voglia di aprirne uno. Non era quella la sua vera vocazione. Non avevo idea di aprire un ristorante mio. Gli stessi studenti chiedevano sempre corsi più particolari e assaggiavano cose particolari. Così mi invogliarono ad aprire il ristorante. È ufficialmente aperto dal 2018. Dal 2016 ho fatto due anni di prova per capire come funzionasse. Era aperto il venerdì sabato e domenica. Sedici coperti. Fra amici con la cucina aperta per coinvolgerli. Erano sempre quasi tutti studenti. Torna sempre Verdone. C’è poco da fare. Le cose non capitano mai perché sia lui a volerlo ma gli altri a chiederlo. Eppure, quando entri all’Etienne, capisci immediatamente che dietro non ci può essere una ragione di vero business. I pochi tavoli, le tante bottiglie di vino, il menu inaspettato, il servizio eccellente. Neanche un ristorante che ha conquistato le tre stelle Michelin potrebbe permettersi un menù a 90€. Non c’è la possibilità di far soldi con Etienne. Ecco perché credo a quello che Stefano racconta. Li c’è voglia di sperimentare e soprattuto di raccontare. È quello che fa Stefano quando presenta ogni singolo piatto. Sì intrattiene e ne spiega la genesi così come il procedimento. Rivive le emozioni e non già in maniera didascalica. Lui si emoziona poiché ritorna all’esatto momento dal quale quel piatto deriva. Il divertimento non è creare ma rivivere delle emozioni. Il piatto ne è solo conseguenza. La prima scuola stava su via Pisa. Avevo fatto una analisi di mercato e aveva un buon rapporto tra gente che poteva spendere e gente che aveva necessità di cucinare. Era strategica per la scuola. A via Pisa ero strapieno. Non c’entravamo più. Chiacchierando con un ragazzo propose un locale nella via dove siamo adesso. Era abbandonato. Mentre passavo lo straccio la sera notai tre serrande chiuse difronte alla scuola. Chiamo e mi proposero un prezzo basso. Ma tra banche ecc non feci in tempo perché venne venduto. Però lo affittarono a me. Scuola e ristorante uno difronte all’altro. Andar via da La Pergola è qualcosa che dal mio punto di vista, penso condiviso da migliaia di altre persone chef in primis, di insensato. Ma per uno scanzonato e pragmatico come Stefano, assolutamente no. Ci sono buoni motivi. Alla Pergola lavoravo quasi gratis. Ma era gavetta. Fare il ristorante mi piace molto ma forse ora sento l’amarezza di questo momento. A che serve? Non trovo gente che vuole imparare a fare questo mestiere. Ora mi sto dedicando molto di più al ristorante. Mi sono aperto anche la vineria per sostenerlo. Vorrei cucinare di più e fare meno l’imprenditore. Anche perché non sono molto portato. Mi è capitata questa cosa e l’ho fatta. Ma voglio divertirmi con la cucina. Un lavoro che non è solo lavoro. Altrimenti sarebbe rimasto alla Pergola o avrebbe partecipato a Masterchef. Senza emozioni. Questo il vero problema. Per me questo lavoro è una passione. Vorrei far questo non altro. Vedo i clienti che vengono e mi dicono che nel mio ristorante c’è una esperienza. Negli altri si mangia bene ma non c’è una esperienza. Piatti che non hanno visto mai. Mi piace scrivere e suonare. Sto sempre a studiare. Nasce tutto dal ristorante. È come essere un viandante, entri e mangi ciò che trovi. Perché quello è fresco. Ti fidi di quello che trovi. Fidati e ti diverti. Il prezzo è chiaro. Complicato parlare con Stefano. Salta di palo in frasca come mai. Solo in cucina riesce a trovare calma. A concentrarsi e a incanalare il flusso delle idee. Forse proprio perché la cucina è un proprio modo di raccontarsi, esprimersi. Io voglio raccontarti quello che ho dentro. È come dipingere. Io dipingo nel piatto. C’è un piatto che rappresenta il percorso e il mio io. Sì chiama l’orto e il mare. Anche se ora trovo la montagna molto interessante tanto che non vado più al mare. Rappresenta me stesso. Lo mangio e mi sento io. Lo sento mio. Sono io. L’ho fatto per un evento Excellence e i giornalisti mi facevano i complimenti. È semplice. Sotto un crumble al pomodoro, panna cotta di basilico, un gel di cipolla rossa, una emulsione di lime, un maccarello crudo fatto marinato, delle spugne di pomodoro, una polvere di alghe. Facile dice lui. Magari quando lo insegna a scuola è più facile. Ma è di fondo un ingegnere e, visto che ne so qualcosa, capisco bene come pensi sia facile ogni cosa. Stefano è tutto questo. Di base una persona che per stare bene ha bisogno vivere e fornire emozioni, gioia, equilibrio. Soprattutto sorriso. Come se la vita fosse troppo breve per non vivere le emozioni sorridendo alla vita. Quando mi emozionato l’ultima volta? Dieci minuti fa. Vivo le emozioni quando le racconto. I suoi piatti mi sono arrivati come ricordi ed emozioni. È riuscito a trasmettere nel percorso quanto aveva in testa nel momento della creazione. Accostamenti interessanti, alle volte arditi. Però perfettamente riusciti. Nella forma cosi come nella sostanza. Davvero davvero una esperienza. Ah, dimenticavo. Stefano, come ti dissi anche la sera a cena, i vini che hai in carta sono fantastici ed interessanti: piccole e grandi cantine, metodi diversi, interpretazioni dei vitigni incredibili. Solo che l’abbinamento non è cosa tua! Sono certo che leggendo questa ultima frase ti farai una ricca risata. È per questo che sei un grande. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
8 Giugno, 2025
The Glamour Hotel Event
Il salotto del “bien vivre” che HOTELMYPASSION dedica ai protagonisti dell’haute hôtellerie ha scelto per la sua edizione milanese 2025 Palazzo Cordusio Gran Meliá
Si è svolta a Milano martedì 27 maggio la prima data dell’edizione 2025 di THE GLAMOUR HOTEL EVENT organizzato e coordinato da Monia Ronconi, esperta di hôtellerie, Founder & Web editor di HOTELMYPASSION.
Un successo che si rinnova, per uno degli appuntamenti diventati ‘place to be’ per i principali operatori dell’ospitalità, e che si celebra ogni anno a Milano e a Roma.
Senza dubbio la miglior occasione d’incontro tra colleghi e amici, un momento per tessere nuove relazioni ed in cui confrontarsi sui temi del lusso, del design, degli investimenti e delle nuove tendenze dell’ospitalità. Un salotto che raduna le figure chiave che operano nel mondo dell’hôtellerie e che permette di stringere relazioni di alto livello, in un contesto esclusivo.
Una serata all’insegna dell’arte del ‘Bien Vivre’ a cui sono stata felice di prender parte, grazie alla collaborazione con Monia Ronconi, esemplare ambasciatrice di convivialità e stile.
A rendere il tutto ancora più prezioso, la splendida cornice di Palazzo Cordusio Gran Melià, una location mozzafiato nel cuore di Milano, connubio perfetto tra storia e modernità, grazie alla ristrutturazione di Palazzo Venezia (ex sede del Gruppo Generali) curata dallo Studio Marco Piva, che ha saputo portare lusso e avanguardia, evocando la cultura del design e della moda per i quali la città è nota ed apprezzata.
Proprio qui, su una delle più suggestive terrazze della città, con un’impareggiabile vista Duomo, SACHI RESTAURANT ha deliziato gli ospiti con strepitose bollicine d’Alta Langa e gli immancabili Signature Cocktail, come il Paloma & French 75, per accompagnare le ricercate proposte gourmet della cucina: Crispy Sushi, riso fritto, tonno piccante, polpo croccante karaage, polpo a bassa temperatura, Branzino kushiyaki, scalogno pickled, shichimi, Maki di Negi toro, tonno rosso, cipollotto e quinoa croccante.
Esperienze sensoriali amplificate dalla raffinata selezione musicale della Dj messicana May, una delle artiste di BLUNOTTE, prestigioso nome nell’ambito dell’entertainment.
Tra i rappresentanti dei più dinamici gruppi dell’hôtellerie internazionale e italiana, ecco alcuni nomi: Marco Gilardi, Senior Operations Director ITALY & USA Gruppo Minor; Marcello Cicalò, Chief Executive Officer Bluserena Hotels & Resorts; Ludovica Rocchi, Brand Director R Collection Hotels ed Edoardo Bernardelli, CEO Dei Cavalieri Collection.
L’eccellenza dei luxury hotel milanesi era rappresentata dai padroni di casa Alessandro Soldi, GM Palazzo Cordusio, Gran Melia e Alessandro Misani, Cluster Melia Milano, circondati da colleghi stimati come Andrea Obertello, General Manager Four Seasons Milano, Stephanie Greger, GM Mandarin Oriental Milano, Alessandra Pagano, GM The Westin Palace Milano, Diego Novarino, GM Hotel Viu Milan, Barbara Rohner, General Manager Magna Pars Suite Hotel e Gianrico Esposito, GM EXCELSIOR HOTEL GALLIA, con Giuseppe Losciale, GM Casa Brera, entrambi parte di Luxury Collection.
Completavano la rappresentanza della più ricercata ospitalità del nord Italia nomi come Marco Montagnani, Area GM Lake Como R Collection Hotels, Riccardo Bortolotti, GM Grand Hotel Bristol Rapallo R Collection Hotels; Marco Olivieri, Direttore The Wilde e Marco Baffoni, GM SPLENDIDO BAY GARDA LAKE.
The Glamour Hotel Event è supportato da una selezione di sponsor prestigiosi che condividono la passione per l’eccellenza e l’innovazione nell’ospitalità: Simmons, leader mondiale nel settore del bedding più confortevole, Pedersoli Milano, storica azienda specializzata in biancheria e servizi di lavanderia per l’hôtellerie, Sambonet – Rosenthal, marchi iconici nel mondo della tavola e del design ed infine Coldwell Banker Commercial, una visione che porta al successo nel mondo immobiliare grazie a esperienza, creatività, agilità.
Networking, dunque, ad alto tasso di stile, nell’esclusivo salotto che ha celebrato anche quest’anno i protagonisti dell’ospitalità, deliziandoli con la vista delle guglie del Duomo.
Raffinata eleganza, gusto e bellezza saranno i tratti distintivi anche del prossimo appuntamento nella capitale. Anantara Palazzo Naiadi ospiterà, infatti, The Glamour Hotel Event Roma la sera del 10 giugno.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in cantina
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31 Maggio, 2025
Granda in piazza. A Torino oltre 100 birre da tutto il mondo
Giunta alla seconda edizione, Granda in Piazza è una tre giorni unica nel suo genere, che coinvolge i partecipanti nella degustazione di oltre 30 birre artigianali diverse, abbinate a un’offerta di street food firmata Maurizio Camilli, chef del Birrificio La Piazza di Torino.
Ivano Astesana, founder di Granda.
Il Festival è nato per una serie di motivi. In primis il nostro desiderio di un evento durante il quale rinsaldare le relazioni, anche personali, che abbiamo costruito con i birrifici in tutta Europa e con gli amici ormai fraterni della Piazza. E subito dopo per spalancare a Torino una porta che si affaccia sulla scena birraria internazionale. Chi varcherà la soglia di Granda in Piazza si sentirà trasportato in un’atmosfera unica, dove potrà assaggiare birre incredibili e raccontate dai protagonisti che le producono.
La storia di Granda è il racconto di un “cambio vita” radicale del suo fondatore, scatenato dalla sua irrefrenabile necessità di sperimentare sempre nuove opportunità. Era la fine degli anni 2000 quando Ivano, affermato professionista nell’ambito della consulenza aziendale, decide di lasciare Milano e tornare a casa, in provincia di Cuneo, per subentrare al padre nella conduzione dell’azienda agricola di famiglia. I tempi dilatati della campagna e gli spazi ampi della tenuta risvegliano in Ivano una passione giovanile: la produzione di birra. Nasce così, nel 2011 Granda, un piccolo birrificio agricolo che, nell’idea del suo fondatore, doveva servire per produrre la birra artigianale che veniva servita nella nuova birreria di Saluzzo che esiste tuttora ed è la tap room ufficiale del Birrificio.
Sebbene sia legata a doppio filo al territorio, Granda concentra gran parte delle sue energie in attività che attraversano tutta l’Europa. Le collaborazioni sono l’ennesima dimostrazione di orgoglio delle proprie radici, poiché promuovono all’estero gli ingredienti e il saper fare italiano.
Ripercorrendo le date di nascita di molte birre di Granda, si tracciano le collaborazioni con i birrifici italiani e stranieri da cui ogni anno scaturiscono ricette per diverse edizioni limitate. Allo stesso modo, la scena birraia internazionale che Ivano intende mostrare per tre giorni a Torino sarà un armonioso incrocio di culture.
Svizzera, Regno Unito, Irlanda, Olanda e poi Estonia, Svezia e Danimarca. Sono questi alcuni dei Paesi da cui provengono i birrifici che parteciperanno a Granda in Piazza, al via alle 18:00 di venerdì 6 giugno a Torino, in Piazza dei Mestieri di Via Jacopo Durandi, 13. In ognuna delle 3 serate del weekend saranno in degustazione 36 birre diverse, tre per ogni birrificio presente, che verranno illustrate nelle loro particolarità dal Mastro Birrario che le ha create.
Per degustare le birre è possibile acquistare i gettoni direttamente in loco, mentre l’ingresso è libero. Le birre saranno accompagnate da hamburger, hot dog, stinco e proposte vegetariane.
Festa ed intrattenimento godereccio animeranno quindi Piazza dei Mestieri, ma anche un’accattivante sfida. Sabato 7 e domenica 8 giugno, alle 17:00, si terrà infatti la Blind Tasting Battle: una degustazione alla cieca per mettere alla prova il palato di appassionati e neofiti. Nel lasso di tempo di un’ora verranno proposte cinque coppie di birre (una ogni 10 minuti), senza etichette, colori o descrizioni e per ogni birra si dovrà indovinare il tenore alcolico (ABV), lo stile di appartenenza e il birrificio che l’ha prodotta.
Per rafforzare ulteriormente l’impronta culturale dell’iniziativa, alle 18.30 di ogni giornata si terrà un panel in cui i birrifici si confronteranno sui temi caldi del mondo brassicolo.
Si comincerà venerdì 6 giugno con “Off The Grid: ingredienti fuori dal comune”, ovvero l’evoluzione della birra moderna attraverso l’uso di ingredienti non convenzionali, come frutta, spezie, tè, caffè… L’obiettivo sarà far emergere il legame tra creatività e rigore tecnico nella birra artigianale contemporanea, ad ulteriore conferma che Granda in Piazza rappresenta un momento strategico attraverso il quale il birrificio cuneese si accredita nel mondo brassicolo come player di riferimento al fianco delle realtà più consolidate sulla scena internazionale.
Adele Gorni Silvestrini
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Passi in cantina
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4 Aprile, 2025
Pasqua al Circo
Un trionfo enogastronomico a tema pasquale anima il GARUM di Roma
Roma e il GARUM – Biblioteca e Museo della Cucina sulle rive del Circo Massimo, si preparano a fare da cornice ad un’iniziativa inedita, un viaggio interdisciplinare a tema Pasqua e Pasquetta nel cuore della sua storia.
Sabato 5 e domenica 6 aprile 2025 gli spazi dell’incanto romano incastonato tra le antiche mura del Palatino saranno il suggestivo scenario della prima edizione di “Pasqua al Circo”: due giorni di festa, sapori e cultura italiana a tavola per celebrare la Pasqua e la Pasquetta in modo coinvolgente e multisensoriale in un evento che fonde passato, presente e future visioni, tradizioni regionali, testimonianze storiche ed evoluzioni del gusto.
Un viaggio tra i prodotti simbolo della festa più vivace dell’anno e i produttori illuminati, arricchito da un programma variegato di degustazioni libere, laboratori creativi, lezioni di arte e di scienza, masterclass di chef e pasticceri di fama internazionale in una location di inestimabile valore storico e culturale, sugli argini di terra del Circo Massimo.
Pasqua al Circo è una festa di condivisione e nutrimento e si snoda in diverse aree tematiche: il Foyer Creativo, il Salone della Pasqua con Palco Aperto, la Corte della Pasquetta e la Terrazza Bakery.
Il “Foyer Creativo” ospiterà dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 17 i Laboratori attivi-creativi aperti agli “artisti di tutte le età” a cura di Amelia Noci, dedicati all’Albero della Pasqua e alla Decorazione dei gusci di uova, in collaborazione con l’Azienda Agricola “Peppovo” e le loro Uova di Galline Livornesi.
Nel grande Salone della Pasqua, tra pareti di stampi, le aziende espositrici offriranno in degustazione la propria gamma di prodotti a tema pasquale. Agli stand liberamente allestiti sul tema, sarà possibile degustare sul momento e fare acquisti per assicurarsi una Pasqua golosa.
Ci saranno le prelibatezze di SALPA Roma, il laboratorio artigianale di Salvo Leanza e Paolo Pannuti dedicato ai lievitati e il loro “Pan di Roma” dedicato al suo Giubileo 2025; le meraviglie lievitate di Dalila Esposito e Simone Cavallo di Pasticceria Vizio (Roma), il racconto autentico di Pomme Pasticceria Creativa grazie a Athina Patsis e Andrea Pelliccia (Grottaferrata, Roma); e poi Angelo Di Masso, che porta in trasferta le icone della Pasqua d’Abruzzo e quelle Pasticceria Di Masso – Dolci di Natura con Pan dell’Orso, Mostaccioli, Colombe e gioie varie.
Ci saranno anche i grandi, grandissimi, lievitati di Spiga D’oro Bakery, le loro produzioni pasquali dolci e salate e la torta al formaggio da Re e babà in vaso cottura, nuovo tesoro di Acilia.
Ci sarà anche l’Olio del Trasimeno di Frantoio Gaudenzi (Trevi, PG) che sarà utilizzato anche per gli show cooking dell’evento, e la sua collezione di specialità umbre, stuzzicherie miele e confetture, fino alla cosmetica naturale e Acetaia Ferrari (Montale, Mo) con una delegazione di produzioni modenesi di Gianni di Lella.
E poi ancora le uova fresche di galline livornesi di Peppovo, azienda agricola di Sora (FR).
Completa la selezione il grande bancone delle degustazioni della variegata offerta beverage di Doreca.
All’interno del Salone della Pasqua si avvicenderanno Masterclass, Lectio Magistralis, Happening, Cooking Show e Special Guest Star. Un ritmo di grandi ospiti e contenuti sul tema in un palinsesto interdisciplinare costruito e condotto da Sara De Bellis, ideatrice e curatrice dell’evento.
La partenza sarà d’effetto con la performance artistica e l’allestimento live della collezione di “Uova d’Autore” di Walter Musco (che rimarranno in mostra per i due giorni di Pasqua al Circo), con un approfondimento sull’atto creativo con Walter Musco ed Edoardo Iervolino sull’uovo che diventa tela.
Seguiranno i momenti di Rossano Boscolo, padrone di casa e Angelo di Masso, l’allievo e il maestro per raccontare la storia della pastiera, la lettura e l’analisi delle prime testimonianze storiche a stampa direttamente commentate dai testi originali di Antonio Latini (Lo Scalco alla Moderna di Antonio Latini, 1692) e del Cavalcanti (Cucina Teorico-Pratica di Ippolito Cavalcanti, 1837).
Altro climax culturale, l’approfondimento del rapporto tra “la Pasqua e la Luna” Valerio Rossi Albertini, Fisico CNR e Divulgatore Scientifico e la Chiusura con Peppe Guida – lo chef dal talento puro, narratore eccezionale della sua terra, luminosa stella Michelin che brilla di luce propria su Vico Equense – che farà generosa tappa a Roma per portare in degustazione la sua Pasqua campana. Assieme a lui la sua Colomba, Casatiello e Pastiera e il racconto partecipato delle lavorazioni e delle materie prime, dei rituali e delle simbologie, delle memorie da onorare nei sapori da tramandare.
Rossano Boscolo, padrone di casa e fautore dell’eclettica collezione di Garum – Biblioteca e Museo della Cucina, sarà protagonista di un altro focus gastronomico-letterario sul tema i “Pani delle Feste e il Maritozzo di Quaresima” con il Pasticcere Salvo Leanza per Salpa Roma.
Gli Show Cooking sulla Pasqua Regionale saranno con i grandi protagonisti della Ristorazione Italiana, dalla Pasqua Toscana e la relazione tra “La Pasqua e la Carne” raccontata da Alessandro Soderi di Macelleria Soderi dal 1875, storica insegna fiorentina seguita dalla degustazione di Pane e Lampredotto di “Bambi Trippa e Lampredotto” del Mercato Centrale di Firenze.
Il racconto della Pasqua Modenese sarà con Gianni di Lella e la condivisione delle sue “Tigelle e Torta di tagliatelle”. In prima linea anche la Pasqua Marchigiana di Daniele Citeroni con i “Caciù, Pizza al formaggio” direttamente dalla sua Ophis Osteria, in quel di Offida (AP).
Poi gli affondi sulla Pasqua Romana a suon di “coratelle a confronto” con Valerio Salvi di Ristorante Taverna Cestia e Macelleria Sartor, insegna storica del Mercato Testaccio di Roma, e quello sulle “Variazioni d’abbacchio” dello Chef Daniele Maragnani.
Si farà poi tappa sulla Pasqua Abruzzese con il Pasticcere Angelo Di Masso e su quella Umbra con Stefano Gaudenzi di Frantoio Gaudenzi (Trevi, PG).
Gli Show Cooking, a seconda del contenuto, saranno in collaborazione con CHURCHILL 1795 grazie all’utilizzo delle loro ceramiche e stoviglie di pregio; unitamente alla gamma di aceti di ACETAIA GIUSTI e agli abbinamenti tematici della cantina BIONDI SANTI.
Gli intermezzi di Doreca approfondiranno i temi legati ai nuovi linguaggi del vino del territorio con Giulio Tricanico e quello sulla “storia amara” del Vermouth e del Bitter con Valeria Bassetti, per Gran Torino – 1861.
Immancabile la birra, meglio se quella artigianale di Birrificio Oxiana, che da Pomezia porterà fresca la sua aromatica gamma di proposte brassicole. Sempre un buon momento per il caffè di Torrefazione F.lli Bertini, le loro miscele, confetture e sfizi gastronomici vari e pasquali, e con loro avremo il piacere di approfondire in masterclass la tradizione della loro azienda. Nell’area ci sarà un grande stand allestito con le creazioni di Dario Galanti Scenografie Floreali.
Infine, la Terrazza del Garum, sugli argini del Circo Massimo, si trasformerà in una vera e propria Temporary Bakery a cielo aperto, con vista esclusiva e selezioni da capogiro firmate di Spiga d’Oro, Sponsor dell’evento. Due giorni di pani e lievitati, di sfoglie dolci e salate, pizze formaggio, casatiello, cornetti e cappuccini per la colazione, ciambelloni, ciambelline e tozzetti, toast e tramezzini, di pizze e delizie, di aperitivi e giravolte di sapore e piroette di benessere, chiudono alla perfezione il cerchio di una Pasqua al Circo!
Sara De Bellis – curatrice dell’evento
Pasqua al Circo è una vera e propria festa della Pasqua! Un’immersione dinamica e interdisciplinare nella sua cultura, nelle sue ricette e produzioni iconiche dolci e salate, nelle sue simbologie e ampie letture, nelle tradizioni regionali e nelle storie legate alla tavola della festa del “risveglio della natura”. Un evento che vorrei diventasse un appuntamento fisso e sempre più condiviso, in una delle più affascinanti mura di Roma, quelle della magnifica dimora del Garum, sulle sponde del Circo Massimo. “Pasqua al Circo” è infatti il primo di una serie di “Eventi al Massimo”, un cartellone di manifestazioni a tema Enogastronomico, Artistico e Culturale, ideato per Garum – Biblioteca e Museo della Cucina – da me e Simona D’Alessandro, in collaborazione attiva con la Fondazione Rossano Boscolo Sesillo ETS.
Sponsor e Partner di PASQUA al CIRCO ‘25 – Acetaia Giusti | Macelleria Soderi dal 1875 | Biondi-Santi | Churchill |Peppovo, Uova di Galline livornesi | Spiga d’Oro Bakery | Doreca | Media partner – TheFoodzilla.it / Eat the right thing | Colazioniditalia.it
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
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